Pensioni. La sorpresa della quota 100: ecco cosa può accadere

Inps

MENO CASSA INTEGRAZIONE A SETTEMBRE

Prosegue la riduzione della cassa integrazione: a settembre 2018 – secondo l’Osservatorio Inps sulla cassa integrazione recentemente pubblicato sul sito dell’Istituto – sono state autorizzate 11.319.157 ore di cassa con un calo del 44,18% rispetto a settembre 2017. In confronto ad agosto 2018 si registra una sostanziale stabilità (+1,27%). Nei primi nove mesi dell’anno sono state autorizzate 162 milioni di ore di cassa con una flessione del 38,7% a fronte dei 264,5 dei primi nove mesi del 2017.

114.925 domande disoccupazione ad agosto, +8,5%

Ad agosto invece sono arrivate all’Inps 114.925 richieste per sussidio di disoccupazione tra Naspi, Aspi, mini Aspi, mobilità e Discoll con un aumento dell’8,5% rispetto ad agosto 2017. A luglio erano state 280.086, in progresso del 9,5% in confronto al mese corrispondente del 2017. Nei primi otto mesi del 2018 sono pervenute all’Inps 1.158.447 istanze complessive di disoccupazione con un incremento del 6,5% rispetto all’analogo lasso di tempo del 2017.

Cig in picchiata a settembre, in nove mesi -38,7%

La discesa delle ore autorizzate di cassa integrazione è dovuta principalmente alla contrazione delle autorizzazioni per la cassa straordinaria diminuite a settembre del 44,8% a 5,78 milioni mentre la cassa ordinaria è calata del 25,6% a 5,5 milioni. Il divario si amplia se si guarda ai primi nove mesi dell’anno. Le ore di cassa straordinaria autorizzate sono risultate in flessione del 45,7% a 86,6 milioni di ore mentre quelle di cassa ordinaria si sono ridimensionate del 5,5% a 73 milioni di ore. Ormai sostanzialmente residuale si palesa la cassa in deroga assestatasi nei primi nove mesi a 2,3 milioni (-91,5%). Nell’abbassamento della cassa straordinaria pesa anche la stretta sulla riduzione della durata massima prevista per questo specifico ammortizzatore sociale.

Previdenza

PENSIONE QUOTA 100, QUANTO SI PERDE

Quota 100, ecco cosa può accadere. Tito Boeri, presidente dell’Inps, nei giorni scorsi ha voluto avvertire tutti i lavoratori che dal prossimo anno potranno accedere a Quota 100 delle conseguenze negative che il pensionamento anticipato comporterà sul loro assegno previdenziale. Secondo Boeri, che è recentemente intervenuto in una audizione alla Commissione Lavoro della Camera, accettando di andare in pensione a 62 anni, lavorando così per 5 anni potenziali in meno (ricordiamo che l’età pensionabile dall’anno prossimo è fissata a 67 anni), l’assegno previdenziale sarà più basso di circa il 21%.

Nonostante il governo abbia garantito che per Quota 100 non ci saranno riduzioni (inizialmente si parlava di un -1,5% per ogni anno di anticipo) andare prima in quiescenza implicherà comunque un danno economico significativo per gli interessati.

Il motivo è semplice per il numero uno dell’Inps: ad oggi per il calcolo della pensione (per i contributi successivi al 1996, al 2011 per coloro che al 31 dicembre 1995 avevano almeno 18 anni di contribuzione accreditata) si applica il sistema contributivo con cui per quantificare l’importo del trattamento previdenziale si tiene conto del solo montante contributivo del lavoratore che viene trasformato in pensione annua, applicando un coefficiente di trasformazione stabilito dall’Inps.

In poche parole, più sono gli anni di contributi maturati dal lavoratore e più alta sarà la sua prestazione pensionistica. È ovvio quindi che anticipando il pensionamento si perdono 5 anni di contribuzione potenziale, utili per percepire un assegno di pensione più elevato.

Nel dettaglio, sempre secondo quanto rilevato da Boeri, andando a riposo con Quota 100 si prende una pensione di circa il 21% più bassa di quella che si sarebbe perfezionata continuando a lavorare per altri 5 anni per poi accedere al trattamento di vecchiaia a 67 anni di età.

Chi decide di accedere a Quota 100, quindi, deve essere consapevole che pur non subendo alcuna penalizzazione sulla rendita previdenziale percepirà una pensione più bassa rispetto a quella che avrebbe ottenuto se non ne avesse beneficiato.

Bene contratto temporaneo

CRESCE FIDUCIA IN MERCATO DEL LAVORO

Crescita della percezione positiva per il mercato del lavoro e riscoperta del lavoro temporaneo: questa la fotografia scattata nel terzo trimestre 2018 dal ‘Confidence Index’ di PageGroup, società leader mondiale nel recruitment con i brand Page Executive, Michael Page e Page Personnel. L’indice, che misura la fiducia nel mercato del lavoro, ottenuto attraverso la somministrazione di 660 questionari in Italia ai candidati per opportunità professionali, è aumentato del 7%, passando da 36 punti nel terzo trimestre 2017 a 43 punti nello stesso periodo del 2018.

I valori in maggiore crescita nel terzo trimestre del 2018 sono la percezione positiva sul futuro del mercato del lavoro e della situazione economica, la prima al 46% con una crescita del 12% rispetto al 2017 e la seconda a 49,5% con una crescita del 10% rispetto allo scorso anno. Mentre risultano ancora tra i valori assoluti più bassi d’Europa la fiducia nel mercato del lavoro attuale e nella situazione economica, che si fermano al 33% e al 35%, ma con una crescita media del 10% rispetto allo scorso anno.

Dalla ricerca emerge che il lavoro temporaneo è visto come grande opportunità dai lavoratori intervistati, soprattutto per arricchire la propria esperienza e le proprie abilità (69,5%) e per differenziare il percorso di crescita attraverso lo sviluppo di competenze in diversi ruoli e settori (43,8%). Inoltre, il lavoro in somministrazione viene considerato positivo poiché identificato come un trampolino di lancio per ottenere un contratto a tempo indeterminato (31,9%).

“A nostro avviso, la somministrazione rappresenta un elemento positivo e caratterizzante della carriera lavorativa di un potenziale candidato. Un’esperienza ‘temp’, infatti, tendenzialmente facilita gli avanzamenti di carriera e offre diversi vantaggi tra cui una maggiore flessibilità, la possibilità di lavorare in vari settori, una maggiore esposizione a diversi stili di management e diverse tipologie di clienti”, ha commentato Pamela Bonavita, Executive Director di Page Personnel, agenzia per il lavoro parte di PageGroup specializzata nella ricerca e selezione di impiegati e giovani professionisti qualificati.

“La richiesta di figure professionali da inserire in somministrazione – ha concluso – è in costante aumento e ai potenziali candidati viene così offerta la possibilità di ampliare o di approfondire le proprie competenze estendendo anche la rete professionale”.

A confermare questa tendenza positiva sono anche i numeri di posizioni aperte in ambito ‘temp’. Page Personnel è, infatti, alla ricerca di oltre 800 candidati per i settori finance & accounting (30%), procurement & logistics (20%), assistant & office support (11%), tax & legal (8%), sales support & custumer service (7%), information technology (6%), engineering & manufacturing (4%).

Economia

ITALIANI BERSAGLIATI DA 100 TASSE

“Oltre a essere bersagliati da oltre 100 tasse di tutti i generi, con un numero di scadenze fiscali da far rabbrividire anche il contribuente più zelante e con un prelievo tributario tra i più elevati d’Europa, il nostro fisco è sempre più ‘bulimico’”. A denunciarlo è la Cgia. “Tenendo conto che dall’applicazione di una novantina di tasse, tributi e contributi l’erario incassa solo il 15% del gettito totale annuo – ha segnalato il coordinatore dell’Ufficio studi Paolo Zabeo – con una seria riforma fiscale basterebbero poco più di 10 imposte per consentire ai contribuenti italiani di beneficiare di una riscossione più contenuta, di lavorare con più serenità e con maggiori vantaggi anche per le casse dello Stato che, molto probabilmente, da questa sforbiciata vedrebbero ridursi l’evasione”.

Le imposte che pesano di più sui portafogli dei cittadini italiani sono due e garantiscono più della metà (il 55,4%) del gettito totale: esse sono l’Irpef e l’Iva. Nel 2017 la prima ha garantito all’erario un gettito di 169,8 miliardi di euro (il 33,8%, un terzo del totale) mentre la seconda ha consentito di incassare 108,8 miliardi di euro (21,6%). Per le aziende l’imposta più pesante è l’Ires (Imposta sul reddito delle società), che l’anno scorso ha consentito all’erario di incassare 34,1 miliardi di euro.

Di particolare rilievo anche il gettito riconducibile all’imposta sugli oli minerali che è stato pari a 26 miliardi e quello ascrivibile all’Irap (Imposta regionale sulle attività produttive) che ha assicurato 22,4 miliardi di euro.

“Se si considera che il livello dei servizi presente nel nostro Paese è molto modesto – ha dichiarato il segretario della Cgia Renato Mason – è necessario che il Governo inizi seriamente a ridurre il carico tributario. Con la manovra di bilancio presentata nei giorni scorsi è cominciato un percorso di riduzione delle tasse sulle partite Iva. Un fatto sicuramente positivo, ma ancora insufficiente”. Oltre ad avere un peso fiscale eccessivo, rimane altrettanto inaccettabile che il grado di complessità raggiunto dal fisco scoraggi la libera iniziativa e la voglia di fare impresa. Oltre a ciò, la Cgia tiene a ribadire ancora una volta che non è nemmeno più rinviabile una riflessione sull’assetto’ della Magistratura giudiziaria che coinvolga non solo gli addetti ai lavori.

“In alcun modo – ha affermato Zabeo – possiamo mettere in discussione l’indipendenza, l’autonomia e l’imparzialità dei giudici tributari, tuttavia il problema sussiste e nel contenzioso giuridico tra fisco e contribuente lo squilibrio c’è e, purtroppo, è a vantaggio dell’Amministrazione finanziaria”.

Più in generale, sintetizzano dalla Cgia, i tempi e i costi della burocrazia fiscale sono diventati una patologia che caratterizza negativamente tutto il nostro Paese. “Non è un caso – ha concluso Mason – che molti operatori stranieri non investano da noi proprio anche a causa dell’eccessiva ridondanza del nostro sistema burocratico. Incomunicabilità, mancanza di trasparenza, incertezza giuridica e adempimenti troppo onerosi hanno generato un velo di sfiducia tra imprese e Pubblica amministrazione che non sarà facile rimuovere in tempi ragionevolmente brevi”.

Carlo Pareto

Le ferie sono un diritto. Quando vanno pagate quelle non godute

Inps

A LUGLIO CROLLO RICHIESTE CIGS

Continuano a diminuire le richieste di cassa integrazione: a luglio le aziende hanno chiesto 14,5 milioni di ore di cassa con un calo del 25,7% rispetto a giugno e del 57,4% in confronto a luglio 2017. Nei primi sette mesi sono state chieste 139,5 milioni di ore di cassa con una flessione del 37,9% rispetto ai 224,6 dei primi sette mesi del 2017. Si sfiorano i livelli dei primi sette mesi del 2008, prima della crisi economica quando erano 118,27 milioni.

A giugno crescono invece le richieste di disoccupazione: nel complesso – secondo quanto si legge nell’Osservatorio sulla Cassa integrazione dell’Inps – sono state presentate 139.390 domande di NASpI e 2.081 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 714 richieste di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 142.185 domande, il +5,5% in confronto al mese di giugno 2017 (134.756 istanze). Rispetto a maggio si registra un aumento del 38,3%. Nei primi sei mesi dell’anno si registra una crescita del 4,9% con il passaggio da 726.232 a 762.228 domande nel complesso.

Tra gennaio e giugno 2018 i datori di lavoro privati hanno fatto nel complesso 3.892.000 assunzioni (+6,9%) mentre le cessazioni sono state 3.001.000 (+12,0%) con un saldo positivo di 891.000 contratti. Lo rileva l’Inps nell’Osservatorio sul Precariato sottolineando che per i contratti a tempo indeterminato la variazione netta è stata positiva per 140.000 unità. Il risultato è stato possibile anche grazie al buon andamento delle trasformazioni da tempo determinato a indeterminato (+84.000) che registrano un progresso del 58,7% sul primo semestre 2017.

Ferie non godute

QUANDO VANNO PAGATE

Le ferie sono un diritto irrinunciabile per il lavoratore, come sancito dall’articolo 36 della Costituzione. Ciò significa che il datore di lavoro non può impedire al dipendente di godere delle ferie di cui ha diritto e che il lavoratore, invece, non può assolutamente rinunciarci.

Non si può rinunciare alle ferie neppure dietro la promessa di ricevere una somma in denaro. Permettere all’azienda di pagare le ferie, infatti, sarebbe un disincentivo al loro utilizzo.

Nel dettaglio la legge sull’orario di lavoro – dlgs 66/2003 – stabilisce che il dipendente abbia diritto a 4 settimane di ferie ogni anno, 2 delle quali devono essere godute entro l’anno di maturazione in maniera consecutiva. Le altre 2 settimane, invece, devono essere godute entro i 18 mesi successivi, scaduti i quali l’Inps le considera comunque fruite dal punto di vista contributivo e quindi i datori di lavoro vi devono versare i contributi come se queste fossero state godute. Le ferie residue, quindi, non possono essere monetizzate dal dipendente, se non in alcuni casi eccezionali. Ad esempio, il dipendente assunto con contratto a tempo determinato con durata inferiore a un anno può rinunciare al godimento delle ferie maturate e chiedere all’azienda che queste gli vengano retribuite una volta concluso il rapporto lavorativo. Vengono pagate, inoltre, le ferie residue (quelle maturate durante l’anno e nei 18 mesi precedenti) al dipendente assunto con contratto a tempo indeterminato in caso di scioglimento anticipato del rapporto di lavoro.

C’è un altro caso, infine, in cui il lavoratore può farsi pagare le ferie. Bisogna infatti sapere che alcuni Ccnl prevedono delle regole più vantaggiose per i lavoratori, riconoscendo loro più giorni di ferie rispetto a quelli previsti dalla normativa vigente. Per questo motivo la legge riconosce loro la possibilità di monetizzare le ferie che eccedono le 4 settimane. Solo in questo caso, quindi, in alternativa al loro godimento si può richiedere il pagamento di un’indennità sostitutiva delle ferie.

Corte di Cassazione

AMIANTO: ULTIME NOVITÀ

Per avere diritto alla maggiorazione contributiva a seguito di esposizione all’amianto durante l’attività lavorativa, non è necessario che il lavoratore fornisca i dati esatti relativi alla frequenza e alla durata dell’esposizione. È sufficiente che si accerti tramite consulenza tecnica la rilevante probabilità di esposizione al rischio. Sulla base di questo ragionamento la Cassazione, con l’ordinanza 20934/2018 , ha accolto parzialmente il ricorso presentato da un lavoratore nei confronti dell’Inps.

L’accertamento della soglia minima di esposizione all’amianto necessaria per il conseguimento delle maggiorazioni contributive sulla pensione può essere accertata anche tramite elementi presuntivi. Lo ha precisato la Corte di Cassazione con l’ordinanza numero 20934/2018 depositata recentemente con la quale i giudici del Supremo Collegio hanno accolto le doglianze di un lavoratore ribaltando la sentenza della Corte d’Appello di Napoli. Il lavoratore aveva chiesto l’accertamento del diritto alla maggiorazione contributiva per esposizione all’amianto prevista dall’art. 13, comma 8 della legge 257/1992 per l’attività espletata a bordo di diverse navi come operaio motorista e frigorista allorché era stato esposto all’amianto senza adozione da parte datoriale di adeguate misure di protezione.

La Corte d’Appello aveva rigettato la domanda in quanto l’assicurato, sprovvisto della certificazione Inail di esposizione ultradecennale all’amianto, non era riuscito a dimostrare della soglia minima di esposizione prevista dal d.lgs. 277/1991 (100 ff/l per oltre dieci anni) limitandosi a pretendere il riconoscimento dell’invocato diritto sulla scorta della mera presenza di amianto nei luoghi di lavoro e del rischio di contrarre malattie professionali. Secondo la Corte d’Appello, in sostanza, l’assicurato sarebbe stato tenuto ad indicare e provare la c.d. soglia qualificata tramite un’apposita Ctu che nel caso di specie non era stato possibile esperire anche in ragione dell’elevato numero delle navi a bordo della quali egli aveva lavorato.

La tesi della Cassazione

La Corte di Cassazione ha tuttavia sconfessato, a seguito del ricorso presentato dai legali dell’assicurato, l’impostazione seguita dalla Corte di Merito. Accusata di essere troppo restrittiva. Secondo i giudici di Piazza Cavour, al fine di non rendere impossibile il riconoscimento del beneficio gravando il lavoratore di una probatio diabolica, sotto il profilo probatorio non risulta necessario che il lavoratore “fornisca la prova atta a quantificare con esattezza la frequenza e la durata dell’esposizione, potendo ritenersi sufficiente, qualora ciò non sia possibile, avuto riguardo al tempo trascorso e al mutamento delle condizioni di lavoro, che si accerti, anche a mezzo di consulenza tecnica, la rilevante probabilità di esposizione del lavoratore al rischio morbigeno, attraverso un giudizio di pericolosità dell’ambiente di lavoro, con un margine di approssimazione di ampiezza tale da indicare la presenza di un rilevante grado di probabilità di superamento della soglia indicata dalla legge (Cass. Sez. L, Sentenza n. 16119 del 01/08/2005, Sez. L, Sentenza n. 19456 del 20/09/2007)”.

In altri termini, in assenza di certificazione Inail, l’accertamento della soglia qualificata di esposizione può essere compiuto mediante il ricorso ad elementi di tipo presuntivo in tutti i casi in cui non sussista la materiale possibilità di accertare tramite Ctu il livello di inquinamento all’interno del luogo di lavoro, per il tempo trascorso e la rimozione delle fonti di inquinamento. Per tale ragione la Corte ha cassato la sentenza impugnata dall’assicurato rinviando la causa alla Corte d’Appello in diversa composizione.

Istat

PEGGIORA LA FIDUCIA DELLE FAMIGLIE E DELLE IMPRESE

Peggiora ad agosto il clima di fiducia di famiglie e imprese. Secondo le rilevazioni dell’Istat l’indice che misura la fiducia dei consumatori è sceso da 116,2 di luglio a 115,2; mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese è passato da 105,3 a 103,8.

La flessione dell’indice di fiducia dei consumatori è dovuta principalmente al deterioramento della componente economica (da 141,3 a 136,6), mentre quella personale aumenta per il secondo mese consecutivo passando da 107,8 a 108,5. Un calo contenuto caratterizza sia il clima corrente (da 113,3 a 112,8) che quello futuro (da 120,9 a 119,3).

Guardando alle imprese, il clima di fiducia registra una dinamica negativa più accentuata nel settore manifatturiero (da 106,7 a 104,8) e nei servizi (da 105,9 a 104,7) rispetto alle costruzioni (da 139,9 a 139,3); in controtendenza il commercio al dettaglio dove l’indice aumenta da 102,7 a 104,2.

Carlo Pareto

Lavoro, rispuntano i voucher

Inps

CENSIMENTO 2017 LAVORATORI DOMESTICI

Nel 2017 i lavoratori domestici contribuenti all’Inps sono stati 864.526, con un decremento del’1% rispetto al 2016. Una più ampia diminuzione, spiega una nota dell’Ente, si è rilevata nel 2014 (-5,2%) e nel 2013 rispetto al 2012 (-5,1%), anno in cui si è registrato un forte aumento del numero di lavoratori per effetto della sanatoria riguardante i lavoratori extracomunitari irregolari.

Guardando all’identikit del lavoratore domestico in Italia, continua la nota dell’Inps, si nota una prevalenza di femmine, in crescita, che ha raggiunto nel 2017 il valore massimo degli ultimi sei anni, pari all’88,3 per cento. Tuttavia il fenomeno della regolarizzazione (anno 2012) interessa maggiormente i lavoratori di sesso maschile. I lavoratori sono per la maggior parte stranieri (il 73,1% del totale). Ma mentre per i lavoratori italiani si riscontra un andamento crescente, pari a +6,9% nel 2017, i lavoratori stranieri sono calati del 3,6% in confronto al 2016. L’Europa dell’Est è la zona geografica da cui proviene quasi la metà dei lavoratori stranieri, pari al 43,8 per cento. Guardando alla distribuzione del totale dei lavoratori nelle varie aree geografiche, nel 2017 il Nord-Ovest fa la parte del leone con il 29,7%; fanalino di coda sono le Isole col 9,3 per cento. La regione che svetta per maggior numero di lavoratori domestici è la Lombardia, con 156.092 lavoratori pari al 18,1%, seguita da Lazio (14,9%), Emilia Romagna (8,8%) e Toscana (8,6%). In queste quattro regioni si concentra più della metà dei lavoratori domestici in Italia.

Inps

A MAGGIO CASSA INTEGRAZIONE IN CALO

maggio il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 23,9 milioni, in calo del 39% rispetto allo stesso mese del 2017 (39,1 milioni). Lo rende noto l’Inps in un comunicato.

Le ore di cassa integrazione ordinaria autorizzate a maggio 2018 sono state 10,83 milioni: un anno prima, nel mese di maggio 2017, erano state 10,78 mln : di conseguenza, la variazione tendenziale è pari a +0,5%. In particolare, la variazione tendenziale è stata pari a -11,2% nel settore Industria e +28,4% nel settore Edilizia.

La variazione congiunturale registra a maggio rispetto al mese precedente un incremento pari al 19,4%. A maggio il numero di ore di cassa integrazione straordinaria autorizzate è stato pari a 12,8 mln, di cui 7,7 mln per solidarietà, registrando un calo del 52,4% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 26,9 milioni di ore autorizzate. A maggio rispetto al mese precedente si registra una variazione congiunturale pari al +27,7%.

Gli interventi in deroga sono stati pari a 0,2 mln di ore autorizzate a maggio, in flessione dell’84,2% se raffrontati con maggio 2017, mese nel quale erano state autorizzate 1,4 milioni di ore. La variazione congiunturale registra a maggio rispetto al mese precedente un decremento pari al 29,3%.

Quanto alle domande di disoccupazione, ad aprile 2018 sono state presentate 118.361 richieste di NASpI e 1.150 di DisColl. Nello stesso mese sono state inoltrate 1.876 domande di ASpI, miniASpI, disoccupazione e mobilità, per un totale di 121.387 istanze, il 14,9% in più rispetto al mese di aprile 2017 (105.631domande).

Dati lavoro occasionale – Nei primi quattro mesi del 2018 la consistenza dei lavoratori impiegati con Contratti di Prestazione Occasionale (CPO), si è attestata tra le 15.000 e le 19.000 unità con un importo mensile lordo medio pari a circa 253 euro. E’ quanto emerge dai dati dell’Osservatorio sul precariato diffuso recentemente dall’Inps sottolineando che “il fenomeno risulta, come del resto implicito nella normativa, di dimensioni modeste”. Per quanto invece attiene ai lavoratori pagati con i titoli del Libretto Famiglia (LF), ad aprile 2018 si sono superati i 6.000 lavoratori impiegati con un importo mensile lordo medio pari a 325 euro.

Lavoro

RISPUNTANO I VOUCHER

“I voucher sono stati ipocritamente cancellati per una scelta politica, ma in alcuni settori sono fondamentali e vanno reintrodotti”. Non ha dubbi il ministro dell’Interno Matteo Salvini, che parlando recentemente al Festival del Lavoro a Milano, ha fatto rispuntare l’ipotesi di un ritorno ai buoni lavoro. Parole che hanno trovato il plauso del ministro delle Politiche Agricole Gian Marco Centinaio, il quale si è detto pronto a reintrodurre i voucher in agricoltura, come peraltro previsto nel contratto di governo.

A commentare positivamente la proposta è stata anche la Coldiretti secondo la quale con i voucher “circa 50mila posti di lavoro occasionali possono essere recuperati con trasparenza nelle attività stagionali in campagna dove con l’estate sono iniziate le attività di raccolta e presto ci sarà la vendemmia”. Secondo il presidente della Coldiretti, Roberto Monclavo si tratta infatti di una decisione importante, “fortemente sostenuta dalla Coldiretti dopo che la riforma ha di fatto praticamente azzerato questa opportunità in agricoltura per integrare il reddito delle categorie più deboli ma anche per avvicinare al mondo dell’agricoltura giovani studenti o mantenere attivi anziani pensionati”.

Il voucher – o buono lavoro – , come strumento di retribuzione del lavoro occasionale è stato introdotto nel 2003 dal secondo governo Berlusconi. Ogni voucher aveva un valore di 10, 20 e 50 euro. Tramite la procedura telematica sul sito dell’Inps, il committente poteva acquistare i buoni lavoro in diverse modalità: pagamento online, modello F24 Elide o bollettino postale. Per il lavoratore il tetto dell’importo era di 7mila euro.

I ‘vecchi’ voucher sono stati aboliti lo scorso anno dal governo Gentiloni e poi riformulati con il decreto legge 50, convertito dalla legge 96/2017 che distingue tra utilizzo non professionale (libretto famiglia, da usare ad esempio per colf e badanti) e utilizzo professionale (tramite il contratto di prestazione occasionale). Inoltre è stato introdotto un tetto unico ai compensi da 5 mila euro, ma il lavoratore non può ricevere più di 2.500 euro l’anno dal medesimo datore di lavoro.

Inail

NEL 2017 MENO MORTI MA NEL 2018 +3,7% NEI PRIMI 5 MESI

E’ stata recentemente presentata la relazione annuale dell’Inail: nel 2017 nuovo minimo morti sul lavoro: 617, il 58% dei quali ‘in itinere’ ovvero nei percorsi casa-lavoro. Nei primi cinque mesi del 2018, invece, secondo gli ‘open data’ dell’Istituto, sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più).

Inail: 617 morti accertate sul lavoro nel 2017, nuovo minimo

Nel 2017 sono state accertate al momento 617 morti sul lavoro (il 58% fuori dall’azienda) a fronte delle 1.112 denunce arrivate. Se anche i 34 casi ancora in istruttoria risultassero tutti riconosciuti sul lavoro si arriverebbe a 651 morti con un calo del 2,8% (rispetto ai 670 del 2016) al minimo storico dal 1951. Lo si legge nella Relazione annuale dell’Inail. Le denunce di infortunio sono state 641.000 in linea con il 2016 e ne sono state riconosciute sul lavoro 417.000 di cui il 19% fuori dall’azienda. Gli infortuni sul lavoro hanno causato circa 11 milioni di giornate di inabilità con costo a carico dell’Inail: in media 85 giorni per infortuni che hanno provocato menomazione e circa 21 giorni in assenza di menomazione. Le denunce di malattie professionali nell’anno sono state 58.000, circa 2.200 in meno rispetto al 2016 ma in aumento del 25% rispetto al 2012. Il 65% delle denunce riguarda patologie del sistema osteomuscolare. A fine anno erano in essere 726.000 rendite per inabilità permanente e ai superstiti (-2,56% sul 2016).

La maggioranza degli incidenti mortali sul lavoro è sulla strada. Su 617 incidenti mortali accertati 450 sono stati “in occasione di lavoro” e 167 in itinere, ma tra quelli riconosciuti in occasione di lavoro (e quindi durante le ore di lavoro e non nel tragitto per arrivare o tornare dall’ufficio o dalla fabbrica) 193 sono stati “con mezzo di trasporto” e 257 senza mezzo di trasporto. Per i morti in occasione di lavoro ma senza mezzo di trasporto si è registrato un calo del 16,5% sul 2016 e del 27,8% sul 2015. Questi dati – ha spiegato il presidente dell’Inail – Massimo De Felice sono importanti perché “intervenire sulle fonti di rischio esterno è diverso da farlo su quelle di rischio interno. I meccanismo di sicurezza non sono un costo e non devono essere considerati dai lavoratori evitabili sulla base dell’esperienza”. Per l’industria e i servizi gli infortuni mortali sono stati 532 (152 dei quali in itinere) mentre nell’agricoltura sono stati 74 (8 in itinere) e 11 per conto dello Stato (7 in itinere). La grande maggioranza dei morti accertati sul lavoro erano italiani (514) mentre 33 provenivano da altri paesi dell’Unione e 70 erano extracomunitari. Quasi la metà degli infortuni mortali accertati (287, il 46,5%) ha riguardato persone con più di 50 anni. Tra questi 55 morti hanno riguardato persone con più di 65 anni.

Inail: 389 denunce infortuni mortali primi 5 mesi (+3,7%)

Nei primi cinque mesi del 2018 sono arrivate all’Inail 389 denunce di infortunio mortale con un aumento del 3,7% rispetto allo stesso periodo del 2017 (14 casi in più). E’ stato reso noto alla Relazione annuale dall’Inail che sottolinea come l’aumento riguardi solo i casi avvenuti in itinere, ovvero nel tragitto di andata e ritorno tra l’abitazione e il posto di lavoro (passati da 104 a 118), mentre per quelli occorsi “in occasione di lavoro” le denunce sono state 271 in entrambi i periodi.

Inail: auspicio per ‘rating sicurezza’, algoritmo per imprese

Occorre “poter definire uno standard pubblico (un algoritmo) per assegnare alle imprese (che vogliano) un ‘rating in sicurezza’. Ci sono esperienze in proposito, da prendere a esempio e sviluppare”. E’ questo “l’auspicio” espresso dal presidente dell’Inail, Massimo De Felice, in occasione della relazione annuale 2017. Oggi, ha poi aggiunto De Felice, “la prevenzione contro i rischi, già impegnativi nei processi di lavoro tradizionali, diventa problema più arduo nel controllo delle nuove ‘forme di lavoro’ (il ‘crowd working, il ‘lavoro su piattaforma’, lo ‘smart working’)”. E’ quindi “viva l’esigenza di regolamenti per ben definire la tutela assicurativa: dovendo individuare, in particolare, il confine tra lavoro subordinato, collaborazione continuata e continuativa etero-organizzata, lavoro autonomo”. Il presidente dell’Inail ha poi constatato come comunque continui “l’impegno delle imprese nell’attività di mitigazione dei rischi negli ambienti di lavoro”, tanto che nel 2017 “si sono avute circa 27 mila istanze di riduzione del tasso di tariffa per meriti di prevenzione (documentate con interventi effettuati nel 2016), con una riduzione di premi versati di circa 198 milioni di euro”. Sempre in tema di prevenzione, oltre alla vigilanza esterna, svolta dagli ispettori, resta, ha sottolineato De Felice, “essenziale” promuovere anche quella ‘interna’, ovvero quella “svolta da lavoratori, datori di lavoro e parti sociali”.

Carlo Pareto