Crolla la CIG aumentano i disoccupati

Giovani-disoccupatiL’INPS, oggi, ha reso noto i dati aggiornati sulla Cassa Integrazione Guadagni. A luglio 2018 il numero di ore di cassa integrazione complessivamente autorizzate è stato pari a 14,5 milioni, in  diminuzione del 57,4%  rispetto allo stesso mese 2017 (34,1 mln).
L’Osservatorio Inps sulla C.I.G. ha specificato nel dettaglio, le ore autorizzate per gli interventi così suddivisi:

Cassa Integrazione Guadagni Ordinaria (CIGO) sono state 7.559.544, in aumento del 13,1% rispetto a luglio 2017, quando erano state 6.681.420;

Cassa Integrazione Guadagni Straordinaria (CIGS) sono state 6.924.033, di cui 2.962.742 per solidarietà, con diminuzione del 72,2% rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, che registrava 24.912.490 di ore autorizzate;

Cassa Integrazione Guadagni in Deroga (CIGD) sono state 43.958, con un decremento del 98,3% se raffrontati con luglio 2017, quando erano state autorizzate 2.541.967 di ore.

Inoltre, nel mese di giugno 2018 sono state presentate 139.390 domande di Naspi  e  2.081 di Discoll. Nello stesso mese sono state inoltrate 714 domande di Aspi, mini Aspi, disoccupazione e mobilità per un totale di 142.185 domande, il 5% in più rispetto al mese di giugno 2017 (134.756 domande).
Dai dati esposti dall’Osservatorio Inps, è evidente che la diminuzione delle ore di C.I.G. non significa che siamo entrati in una fase di sviluppo economico anzi confermano le situazioni di crisi lavorativa. Le riduzioni riguardano essenzialmente la CIGS e la CIGD, mentre la CIG ordinaria è aumentata. Questo significa che, finito il periodo del sostegno ai lavoratori per le aziende in crisi, solo alcuni lavoratori sono rientrati nei luoghi di lavoro, mentre altri hanno trovato accesso alla pensione e molti altri sono rimasti disoccupati come risulta dall’incremento delle domande di disoccupazione.

Salvatore Rondello

Reddito di cittadinanza. Boeri: “Quello del M5S costa 38 miliardi di euro”

Boeri (Inps)

REDDITO DI CITTADINANZA COSTA 38MLD

Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S riapre la mischia. Proprio di recente il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha riacceso le polemiche relativamente al costo che lo Stato dovrebbe sostenere per questo strumento universale. “Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S costerebbe alle casse dello Stato tra i 35 e i 38 miliardi di euro. Una cifra molto consistente”, ha detto Boeri che ha formulato la stima sulla base del ddl presentato dai 5 stelle al Parlamento tre anni fa.

Immediata la replica dei deputati 5 Stelle. “Basta bugie”, hanno risposto a una sola voce i capigruppo di Camera e Senato, Giulia Grillo e Danilo Toninelli. “L’Istat ha calcolato in 14,9 miliardi di euro la spesa annua, più 2 miliardi d’investimento il primo anno per riformare i Centri per l’Impiego”, hanno spiegato.

Ma all’Inps i conti non tornano. “L’avevamo valutata già nel 2015 e sarebbe costata allora 29 miliardi. Ora abbiamo rifatto queste stime alla luce dei dati più recenti, combinando le nostre informazioni con quelle dell’Agenzia delle Entrate, e riteniamo che possa costare tra i 35 e i 38 miliardi”, ha argomentato ancora Boeri che nella stessa occasione ha presentato i dati del primo trimestre del Reddito di inclusione.

Inps

AIUTI A 900MILA POVERI

Sono quasi 900mila le persone che fino al primo trimestre 2018 hanno percepito misure di contrasto alla povertà tra il Sia, sostegno inclusivo attivo, e il Rei, reddito di inclusione: circa il 50% della platea potenziale. Per quello che riguarda il solo Reddito di inclusione a beneficiarne sono state 317mila persone pari a 110mila nuclei familiari.

E 7 nuclei beneficiari su 10 sono al Sud, Campania in testa seguita da Sicilia e Calabria. È quanto emerge da un Rapporto Inps.

L’importo medio mensile del Rei è stato pari a 297 euro anche se risulta variabile a livello territoriale con un range, annota ancora l’Inps, che va da 225 euro per i beneficiari della Val d’Aosta a 328 euro per la Campania. Complessivamente le regioni di Sud hanno un valore medio del beneficio più alto di quello del Nord (+20%) e del Centro (+14%).

L’importo medio varia sensibilmente per numero di componenti il nucleo familiare passando dai 117 euro per i nuclei monoparentali ai 429 euro per i nuclei con 6 o più persone.

Rispetto alla composizione delle famiglie beneficiarie l’Inps registra come siano 57mila i nuclei familiari con minori che rappresentano il 52% dei nuclei beneficiari che coprono il 69% delle persone interessate. Sono invece 21mila 500 i nuclei con disabili che rappresentano il 20% dei nuclei beneficiari e coprono il 20% delle persone interessate.

Boeri – Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, si rivolge di fatto alla politica, a chi “ha voluto imbracciare la bandiera del reddito minimo”. L’Italia infatti “sul contrasto alla povertà ha recuperato un ritardo di 70 anni rispetto ad altri Paesi”, ha detto presentando i dati sul Rei.

“Oggi c’è un reddito minimo ai primi passi, ancora sottofinanziato, ma c’è. Tanto più da luglio prossimo, data in cui la platea dei beneficiari salirà a 2,5 milioni di persone cioè circa 700mila famiglie”, ha concluso.

Rei

SOLLECITO MINISTERO PUNTI D’INCONTRO DEI COMUNI

Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali con nota 3480 del 21 marzo ha sollecitato gli ambiti territoriali, che non si sono ancora conformati alle disposizioni del decreto legislativo 147 del 2017, a comunicare i punti di accesso al Rei.

Presso tali punti, viene offerta informazione, consulenza e orientamento ai nuclei familiari, sulla rete integrata degli interventi e dei servizi sociali e qualora ne ricorrano le condizioni, assistenza nella presentazione della richiesta dei benefici assistenziali.

Oltre ai punti per l’accesso la normativa prevede che, trattandosi di servizi a titolarità pubblica, i comuni possano identificare anche altre strutture ai fini della presentazione delle domande Rei. I punti per l’accesso avrebbero dovuto essere comunicati da ciascun ambito territoriale all’Inps, alla regione e al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali entro novanta giorni dall’entrata in vigore del decreto legislativo.

Il Ministero ha anche annunciato l’ implementazione nella piattaforma Inps-Rei della specifica funzione di gestione da parte dei comuni e degli ambiti delle deleghe agli enti terzi con riferimento alla trasmissione telematica delle domande Rei ad Inps.

A decorrere dal 13 marzo, l’Inps ha reso disponibile nella versione internet della procedura, nuove funzionalità che consentono ai Comuni di delegare ai Caf (che prima si limitavano alla sola raccolta delle domande), una serie di funzioni attraverso l’accesso diretto alla piattaforma Rei. Inoltre sono state inserite la funzionalità di cancellazione e revoca delle domande Rei da parte dei Comuni.

Con il messaggio 1326 le strutture sono invitate a favorire la condivisione del contenuto della nota di sollecito del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ai soggetti istituzionalmente coinvolti.

Economia

GIOVANI SENZA LAVORO NON SI SCHIODANO DA CASA

Sei giovani disoccupati italiani su 10 non sono disposti a trasferirsi per cercare un lavoro, nemmeno rimanendo in Italia. E’ uno dei dati che emergono da un’indagine Eurostat sui giovani disoccupati europei tra i 20 e i 34 anni. I giovani italiani senza lavoro stanziali, comunque, sono in buona compagnia: in media nell’Ue il 50% delle persone tra i 20 e i 34 anni non è disposta a spostarsi per trovare un lavoro (per contro, il 50% si sposterebbe: il 21% all’interno del proprio Paese, il 12% in un altro Paese Ue e il 17% fuori dall’Unione) e ci sono Paesi dove i giovani disoccupati sono ancora più stanziali degli italiani, come la Danimarca (il 62% non è disponibile a trasferirsi), Cipro (il 68%), Malta (il 73%), l’Olanda (il 69%), la Romania (il 63%).

Persino nel dinamico Regno Unito ben il 57% dei giovani non è pronto a spostarsi per lavorare, preferendo aspettare di trovare un posto di lavoro a casa. I Paesi dove i giovani sono più aperti alla prospettiva di muoversi sono il Belgio (solo il 38% preferisce stare dove sta), la Spagna (il 36%; per questo Paese però i dati sono poco attendibili a causa delle poche risposte), il Portogallo (il 29%), la Finlandia (39%) e la Svezia (34%). Per non parlare della Svizzera, fuori dall’Ue, dove solo il 17% dei giovani disoccupati preferisce rimanere a casa.

In Italia, comunque, a fronte del 60% dei giovani senza lavoro che non si sposterebbe per trovare un’occupazione, c’è un 40% più dinamico: il 20% si trasferirebbe rimanendo in Italia, il 7% andrebbe in un altro Paese Ue pur di lavorare e il 13% si sposterebbe fuori dall’Ue. Il nostro Paese, comunque, ha la mobilità più bassa dell’Ue tra gli occupati: il 98% dei 20-34enni occupati non si è trasferito per il lavoro che fa attualmente, l’1% si è spostato all’interno dell’Italia, mentre una percentuale trascurabile si è spostata in un altro Paese.

Fisco

IL 45% DEGLI ITALIANI DICHIARA UN REDDITO SOTTO I 15MILA EURO

Il 45% dei contribuenti italiani dichiara fino a 15.000 euro e versa il 4,2% dell’Irpef totale mentre i “Paperoni” con oltre 300.000 euro di reddito sono 35.000 mila (lo 0,1%). E’ quanto emerge dalle rilevazioni del Mef sulle ultime dichiarazioni Irpef delle persone fisiche presentate nel 2017 (anno di imposta 2016).

Nella fascia tra 15 e 50mila euro si colloca invece il 50% dei contribuenti che dichiara il 57% dell’Irpef. Il 5,3% dichiara invece oltre 50.000 euro (39% dell’Irpef totale).

Il reddito complessivo totale denunciato dagli italiani nel 2017 ammonta a circa 843 miliardi di euro (+10 miliardi rispetto all’anno precedente) per un valore medio di 20.940 euro, in aumento dell’1,2% in confronto al reddito complessivo medio dichiarato l’anno precedente. La regione con reddito medio più alto è la Lombardia (24.750 euro, mentre la maglia nera va alla Calabria (14.950 euro).

Carlo Pareto

LET IT NEET

PANCHINAL’Istituto di Statistica italiano comunica nuovi dati incoraggianti sull’occupazione, ma come sempre, le buone notizie portano con se il rovescio della medaglia. Il Paese scommette infatti poco o male sul ‘futuro’, ce lo dicono chiari gli ultimi dati sui cosiddetti ‘Neet’, giovani che non hanno e cercano un lavoro né sono impegnati in un percorso di studi o di formazione. In Italia questa categoria era fino a poco tempo fa sconosciuta e ora invece si attesta come una vera e propria generazione di ‘scoraggiati’ (quasi un giovane su cinque in Italia, nella fascia tra 15 e 24 anni) che non trova spazio nel Belpaese, ed è sempre più difficoltà nell’entrare nel mercato del lavoro. Non solo ma i dati continuano a trascurare che anche quei giovani che quando ci riescono, si trovano spesso in forme di occupazione atipiche e precarie come i contratti temporanei, che possono comportare una minore copertura previdenziale. 


Diminuiscono i disoccupati, ma resta alta la percentuale di Neet

di Salvatore Rondello

L’Istat ha comunicato oggi i dati aggiornati sul mercato del lavoro relativi al secondo trimestre del corrente anno. Prevalentemente crescono gli occupati a termine e le donne che raggiungono il 49,1% della forza lavoro, mentre i passaggi dal lavoro a tempo determinato al lavoro a tempo pieno sono in diminuzione.
Nella premessa dell’Istat recita: “Nel secondo trimestre del 2017 l’economia italiana ha registrato una crescita del Pil pari allo 0,4% in termini congiunturali e all’1,5% su base annua. Nel complesso, l’economia dei paesi dell’area Euro è cresciuta dello 0,6% rispetto al trimestre precedente e del 2,2% nel confronto con lo stesso trimestre del 2016. I segnali di consolidamento dell’espansione dei livelli di attività economica, particolarmente significativi nell’industria in senso stretto e nei servizi, sono associati a un assorbimento di lavoro da parte del sistema produttivo che continua a espandersi in linea con la dinamica del Pil: le ore complessivamente lavorate crescono dello 0,5% sul trimestre precedente e dell’1,4% su base annua, confermando l’elevata intensità occupazionale della ripresa in corso”.

Con riferimento al mercato del lavoro nel comunicato Istat si legge: “Dal lato dell’offerta di lavoro, nel secondo trimestre del 2017 l’occupazione presenta una nuova crescita congiunturale (+78 mila, +0,3%) dovuta all’ulteriore aumento dei dipendenti (+149 mila, +0,9%), in oltre otto casi su dieci a termine (+123 mila, +4,8%). Continuano invece a calare gli indipendenti (-71 mila, -1,3%). Il tasso di occupazione cresce di 0,2 punti rispetto al trimestre precedente. I dati mensili più recenti (luglio 2017) mostrano, al netto della stagionalità, un aumento degli occupati (+0,3% rispetto a giugno, corrispondente a +59 mila unità), che riguarda sia i dipendenti sia gli indipendenti.

Tra il secondo trimestre del 2017 e lo stesso periodo dell’anno precedente si stima una crescita di 153 mila occupati (+0,7%) che riguarda soltanto i dipendenti (+356 mila, +2,1%), oltre tre quarti dei quali a termine, a fronte della rilevante diminuzione degli indipendenti (-3,6%). L’incremento in termini assoluti è più consistente per gli occupati a tempo pieno, e l’occupazione a tempo parziale aumenta soprattutto nella componente volontaria. La crescita dell’occupazione riguarda entrambi i generi e tutte le ripartizioni ed è più intensa per le donne e nel Nord.
Il tasso di disoccupazione diminuisce di 0,4 punti percentuali rispetto al trimestre precedente e di 0,6 punti in confronto a un anno prima, con maggiore intensità per quello giovanile. Nei dati di luglio 2017 il tasso di disoccupazione sale di 0,2 punti congiuntamente al calo di 0,3 punti del tasso di inattività 15-64 anni.
Rispetto agli ultimi trimestri, nel confronto tendenziale si attenua la riduzione degli inattivi di 15-64 anni (-76 mila in un anno) e del corrispondente tasso di inattività (-0,1 punti). La diminuzione degli inattivi riguarda soltanto le donne, soprattutto il Mezzogiorno, gli individui di 35-49 anni, e coinvolge quanti vogliono lavorare (le forze di lavoro potenziali).

Le variazioni degli stock sottintendono significativi cambiamenti nella condizione delle persone nel mercato del lavoro, misurati dai dati di flusso a distanza di dodici mesi. Nel complesso continuano a diminuire le transizioni da dipendente a termine a dipendente a tempo indeterminato (dal 24,3% al 16,5%). A fronte della riduzione complessiva delle transizioni dalla disoccupazione all’occupazione (-3,1 punti), i flussi dai disoccupati verso i dipendenti a tempo determinato aumentano (+0,9 punti). Riguardo agli inattivi, per le forze di lavoro potenziali è aumentata soprattutto la percentuale di quanti transitano verso la disoccupazione (dal 18,5% al 21,3% nei dodici mesi).

Dal lato delle imprese, si confermano i segnali di crescita congiunturale della domanda di lavoro, con un aumento delle posizioni lavorative dipendenti pari all’1,1% sul trimestre precedente, sintesi della crescita sia dell’industria sia dei servizi. Le ore lavorate per dipendente crescono (+0,2%) rispetto al trimestre precedente, mentre diminuiscono su base annua (-0,7%), anche se continua la flessione del ricorso alla Cassa integrazione. Il tasso dei posti vacanti aumenta di 0,1 punti percentuali sul trimestre precedente. In termini congiunturali si registra una diminuzione dello 0,1% delle retribuzioni e dello 0,5% degli oneri sociali e, quale loro sintesi, un calo dello 0,2% del costo del lavoro”.

Le ore complessivamente lavorate, nel secondo trimestre, superano quota 10,8 miliardi e crescono dello 0,5% sul trimestre e dell’1,4% sull’anno, confermando l’elevata intensità occupazionale della ripresa. Per l’Istat si tratta del numero maggiore di ore lavorate dopo il quarto trimestre 2011 (10,9 miliardi). I segnali di consolidamento dell’espansione dei livelli di attività economica sono associati a un assorbimento di lavoro da parte del sistema produttivo che continua a espandersi in linea con la dinamica del Pil.
Dopo tre trimestri di crescita, nel secondo trimestre del 2017 torna a diminuire il numero di disoccupati, la cui stima sarebbe scesa a 2 milioni 839 mila unità in base ai dati grezzi.

In base ai dati destagionalizzati, invece, il tasso si attesta all’11,2%, in calo di 0,4 punti rispetto al trimestre precedente. In entrambi i casi si registra un minimo dal 2012: in particolare, il tasso grezzo risulta il più basso dal secondo trimestre di quell’anno (quando era al 10,5%), mentre il tasso destagionalizzato è il più basso dal terzo trimestre del 2012 (era al 10,7%).

Nel secondo trimestre del 2017, il tasso di occupazione delle donne sale al 49,1% sulla base dei dati grezzi Istat (+0,6 punti in un anno), in crescita per il quarto trimestre consecutivo: segna così il livello più alto registrato nelle serie storiche iniziate nel 1977. Nonostante il recupero, la situazione occupazionale delle donne nel nostro Paese, secondo l’Istat, è tra le peggiori dell’Ue: nella media 2016 l’Italia è penultima tra i paesi Ue28, con un divario di 13,2 punti rispetto alla media, seguita soltanto dalla Grecia.

Il Presidente del Consiglio Gentiloni ha commentato: “Disoccupazione ai minimi dal 2012. Buoni risultati da jobs act e ripresa. Ancora molto da fare su lavoro ma tendenza incoraggiante”.

Infatti, ancora sono presenti situazioni preoccupanti come quella dei “neet”. Secondo i dati comunicati dall’OCSE da un rapporto sull’istruzione, in Italia i “neet” (i ragazzi tra i 15 ed i 29 anni non occupati né impegnati nello studio o nella formazione) raggiungono il 26% contro una media del 14% degli altri Paesi OCSE. Un ragazzo su quattro è “neet”. Peggio solo la Turchia con il 28%.
La situazione in Italia è più grave nel sud dove Sicilia e Calabria sono al 38% e la Campania al 35%. Dall’analisi dell’Ocse, l’Italia risulta ultima per la spesa pubblica nell’istruzione (7,1% nel 2014). Anche nella percentuale dei laureati l’Italia è al penultimo posto seguita dal Messico.

Il lavoro non c’è né per giovani né per ultracinquantenni

disoccupazione (1)L’occupazione in Italia oscilla fra il più ed il meno (come a maggio, secondo l’Istat) ma le questioni di fondo restano le stesse. Tre per l’esattezza. La prima è, come ci si poteva sbagliare, costituita dalla disoccupazione giovanile che risale a maggio al 37%, con un non irrilevante +1,8%. La seconda è che l’aumento della occupazione è merito dei lavoratori ultracinquantenni, intrappolati dalla legge Fornero e dalla mancanza di vera flessibilità, che si vedono allungare a vista d’occhio il traguardo della pensione. Ed è la conseguenza di scelte compiute proprio da coloro che poi si stracciano le vesti condannando il presunto scontro generazionale. Infine c’è la classe di lavoratori di punta, quella che va dai 35 ai 49 anni, che inanellano performance desolatamente deludenti. Come corollario un’altra notizia che suona come l’ennesimo segnale d’allarme e che fatalmente sarà ignorato: rispetto a maggio 2016 i lavoratori indipendenti sono calati di ben 172 mila unità. Quello che era un bacino occupazionale che funzionava anche da… ammortizzatore in tempi di crisi offrendo opportunità di lavoro, oggi dimostra di non riuscire più a tenere neppure le proprie posizioni. E su questo punto il piatto delle proposte politiche piange di brutto.
A maggio l’Istat registra complessivamente 141 mila occupati in più. Se si vuole però vederci più chiaro si scopre che la crescita del lavoro dipendente, 313 mila unità si scompone in 114 mila posti di lavoro permanenti e 199 mila a termine. Insomma torna a crescere la precarietà. Inoltre gli occupati ultracinquantenni sono molti di più degli altri, ben 407 mila, un gigantesco tappo sociale che potrebbe esplodere da un momento all’altro. In termini di classe d’età infatti si scopre che il tasso tendenziale del segmento più giovane, 15-24 anni, scende del 5,8%, quello successivo fino ai 34 anni dello 0,8% e quello che lambisce i 50 anni cede dell’1,8%. Solo gli ultracinquantenni conservano il segno positivo: +5,3%. Il tasso di occupazione resta pertanto inchiodato al 57,7%, uno dei più bassi rispetto ai Paesi nostri competitori.

Di fronte a questi dati impallidiscono sia le autocongratulazioni ben note, sia le vuote invocazioni a fare del lavoro il tema centrale della politica. Non ci voleva molto a comprendere che con la fine degli incentivi, le ristrutturazioni e le crisi industriali in corso, l’assenza di politiche del lavoro attive, un mercato del lavoro ingessato, si rischiava di scivolare in una situazione di stallo parzialmente lenita dalla lenta ripresa che per fortuna sta reggendo.

Da questo punto di vista non funzione neppure la frase di moda che richiama la necessità della politica del fare. Prima servono progetti, strategie di sviluppo, uno sforzo imponente in termini di investimenti.

E sarebbe utile impegnare le parti sociali a concorrere a scelte in grado di consolidare la crescita. Ma ancora una volta la politica sembra balbetta.

Sandro Roazzi
Blog Fondazione Nenni

Manovra e pensioni anticipate.
Le principali novità

Manovra
PENSIONI ANTICIPATE

Potranno accedere all’Ape agevolata i disoccupati, disabili e alcune categorie di lavoratori impegnati in attività faticose purchè abbiano un reddito inferiore ai 1.350 euro lordi. Lo riferisce il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti uscendo dall’incontro di oggi con il governo. Per queste categorie il costo dell’anticipo pensionistico, attraverso un reddito ponte, sarà a carico dello stato. L’Ape partirà dal 1 maggio 2017.

Per accedere all’Ape agevolata sarà necessario avere almeno 36 anni di contributi complessivi se si rientra nelle categorie dei lavori gravosi (gli ultimi sei dei quali effettuati nell’attività gravosa) e 30 anni se si è disoccupati, disabili o parenti di primo grado conviventi di disabili per lavoro di cura. Lo spiega la Cgil. I sindacati chiedono di ridurre ulteriormente questo livello.

Pensioni, si cambia, novità e nodi da sciogliere

La platea che accederà all’ape agevolata – Il governo inserirà nella platea dell’Ape agevolata, oltre ai disoccupati, i disabili e i parenti dei disabili, anche alcune categorie di attività faticose come le maestre, gli operai edili e alcune categorie di infermieri. Proietti ha spiegato che saranno inclusi anche i macchinisti e gli autisti di mezzi pesanti. Il governo quindi, ha detto il sindacalista, scriverà ulteriori categorie oltre quelle previste già dalla normativa sui lavori usuranti. Oltre infatti ai disoccupati, i disabili e i parenti dei disabili, sono previste alcune categorie di lavori faticosi come: maestre, operai edili, alcune categorie di infermieri, macchinisti e autisti di mezzi pesanti. Nelle categorie di attività faticose tra le quali sarà possibile l’accesso all’Ape Sociale c’è anche quella delle maestre per l’infanzia.

Per accedere all’Ape agevolata bisognerà aver maturato 30 anni di contributi se attualmente disoccupati, e 36 anni se invece si è ancora lavoratori attivi (gli ultimi sei dei quali effettuati nell’attività gravosa). I sindacati stanno premendo perchè il livello degli anni di attività faticosa per accedere ad Ape social sia più basso.

Nannicini, così la 14esima – La quattordicesima aumenterà di 100-150 euro al mese per chi prende fino a 750 euro di pensione, mentre per i pensionati con assegni fino a 1.000 euro – che oggi non ricevono la 14/a mensilità – si aggiungeranno tra i 330 e i 500 euro al mese. Lo ha detto il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Tommaso Nannicini al Tg2. Il governo – ha spiegato Nannicini – ha deciso di intervenire sulle pensioni “per esigenze di equità sociale. Dopo anni di tagli alle pensioni era arrivato il momento di dare un segnale, un sostegno ai redditi bassi da pensione”. “Dopo anni di interventi per alzare l’età pensionabile e garantire la sostenibilità finanziaria del sistema – ha ribadito alla vigilia dell’incontro con i sindacati – era arrivato il momento di dare un segnale a chi è disoccupato e fa lavori gravosi”. L’Ape “costerà tra il 4,5% e il 5% per ogni anno di anticipo”. La penalizzazione sarà tale “grazie all’aiuto fiscale dello Stato”. Nel caso dell’Ape social, “il reddito ponte sarà invece interamente a carico dello Stato”.

Cgil, 30 anni contributi sono troppi  – “Il governo Renzi si rimangia la parola: 30 anni di contributi invece di 20 per Ape social. Gli antibiotici a Matteo Renzi non fanno effetto”. E’ quanto scrive la Cgil in un tweet, dopo l’incontro a Palazzo Chigi.#Pensioni su #APE agevolata il Governo cambia carte in tavola https://t.co/MpAlKWkQhr — CGIL Nazionale (@cgilnazionale) 14 ottobre 2016

 “Sull’Ape agevolata il Governo ha cambiato le carte in tavola”, afferma poi una nota della delegazione Cgil presente all’incontro, in cui si spiega che l’Esecutivo “propone un requisito contributivo di 36 anni sulla platea dei lavori gravosi (e di 30 anni sulle altre tipologie), questione mai emersa in questi mesi di confronto”. L’Ape agevolata, prosegue, “è una prestazione di ‘reddito ponte’ che consente l’anticipo a 63 anni rispetto alla pensione di vecchiaia, che prevede come requisito di accesso 20 anni di contributi. Ciò – sottolinea – rischia di vanificare lo sforzo fatto al tavolo nell’individuazione delle categorie da inserire nei lavori gravosi, sulle quali, peraltro, auspichiamo che non si facciano passi indietro”. Sui precoci, invece, “se i testi finali corrisponderanno a quanto detto al tavolo – dichiara la Cgil – esprimiamo un giudizio positivo per il recupero del lavoro di cura come requisito della platea, pur nel limite generale dell’intervento”. “In ogni caso – conclude la nota – un giudizio compiuto sarà possibile solo quando potremo prendere visione degli articolati, perché vi sono anche altri elementi non pienamente definiti. Articolati che nonostante esplicita richiesta, il Governo non ha inteso rendere ancora disponibili”.

Per Ape volontaria restituzione prestito 4,5% anno  – La rata di restituzione del prestito in caso di anticipo pensionistico su base volontaria sarà pari a circa 4,5-4,6% per ogni anno di anticipo sulla pensione. Lo spiega il segretario confederale Uil, Domenico Proietti, al termine dell’incontro avuto con il governo questa mattina. Proietti ha spiegato che il governo stanzierà delle risorse per questa misura, dato che il 4,5% annuo non copre il costo degli interessi dell’assicurazione e di una parte del capitale del prestito pensionistico, che sarà restituito in 20 anni una volta che il lavoratore sarà andato in pensione.

Precoci fuori con 41 anni se categoria Ape Social  – Potranno andare in pensione anticipata con 41 anni di contributi i lavoratori precoci, ovvero quelli che hanno 12 mesi di contributi versati prima dei 19 anni se disoccupati o se parte delle categorie previste per l’Ape social (lavoratori edili, maestre d’infanzia, alcune categorie di infermieri, etc). Lo riferisce il segretario confederale Uil, Domenico Proietti, spiegando che è “importante che sia passato il principio che con 41 anni di contributi si possa andare in pensione”. In pratica i lavoratori precoci possono andare quindi in pensione con 41 anni di contributi, prima di aver raggiunto i 63 anni di età, limite previsto per l’accesso all’Ape agevolata. Il governo – ha aggiunto Proietti – ha anche confermato l’intenzione di togliere la penalizzazione (che sarebbe dovuta tornare nel 2019) per chi va in pensione prima dei 62 anni.

Camusso, all’ultimo criteri per escludere – “Se penso alle donne che hanno grande discontinuità contributiva, se penso al Mezzogiorno, vuol dire aver inventato all’ultimo giro dei criteri per escludere le persone”. Così si è espressa Susanna Camusso, segretario generale della Cgil, sulle novità che riguardano l’accesso all’Ape social. Parlando di quanto annunciato recentemente a Roma, Camusso ha affermato che ci sono “nuove barriere, una di 30 e una di 36, che riteniamo siano inventate esclusivamente per ridurre la platea”.

Furlan, discussione aperta, bel pezzo fatto – “La discussione è aperta, andremo avanti con il nostro lavoro, un bel pezzo è già stato fatto con soddisfazione per tanti lavoratori, giovani e pensionati, altro è in cantiere”. Così il segretario generale della Cisl Annamaria Furlan ha commentato da Firenze le novità di stamani arrivate da Palazzo Chigi sulle pensioni, in particolare sull’Ape sociale, “per noi importante perché rivolto ai lavoratori che hanno perso lavoro, senza ammortizzatori sociali, con problemi di salute, e soprattutto per coloro che fanno lavori particolarmente gravosi”. Secondo Furlan, che ha parlato a margine del Festival delle Generazioni svoltosi a Firenze, è importante il lavoro fatto sulla soglia dell’Ape sociale, ma anche “su quelli che sono i lavori particolarmente gravosi e ne abbiamo nel pubblico come nel privato”. Il segretario della Cisl ha quindi rimarcato il lavoro fatto “in favore dei giovani, sulla ricongiunzione gratuita e sull’alternanza scuola-lavoro, assolutamente indispensabile”.

Manovra
ECCO LE NUOVE MISURE PER IL 2017

Concluse le ultime limature per la manovra da 24,5 miliardi che il governo si è apprestato a varare. E, sul fil di lana, sulla sanità spunta lo sblocco del turnover con la possibilità di 7mila assunzioni di precari dovendo però lasciare sul campo 1 dei 2 miliardi promessi di aumento del Fondo, che nel 2017 si fermerà a 113 miliardi. La nuova legge di Bilancio scommette su una crescita che, finalmente, il prossimo anno dovrebbe toccare l’1% tondo.

Ma che dovrà, inevitabilmente, passare sotto la lente di Bruxelles visto il passo più lento del previsto sul fronte del risanamento dei conti. Il rapporto del deficit rispetto al Pil, infatti, oscilla tra il 2,2% e il 2,3% (in confronto al massimo di 2,4% di sforamento autorizzato dal Parlamento), ma non è escluso che l’asticella si possa fissare sul punto più alto della forchetta. Soluzione che renderebbe più agevole anche la chiusura del cerchio sulle coperture. Al momento mancherebbero infatti 3,5 miliardi, nel caso di deficit al 2,2%, mentre se si alzasse fino al 2,3% le risorse da trovare si ridurrebbero a un po’ più di un miliardo e mezzo che potrebbero arrivare da ulteriori tagli.

La manovra gioca principalmente la carta degli investimenti pubblici e privati (da ‘Industria 4.0’ ai bonus per le ristrutturazioni e la messa in sicurezza antisismica) per spingere il Pil. Strada indicata anche dalla Banca d’Italia perché, si sottolinea nel Bollettino economico Via Nazionale, un ritorno “ai ritmi di investimento osservati prima della crisi” rafforza sia la ripresa ciclica sia “la crescita potenziale di oltre mezzo punto percentuale”. Le coperture, indica sempre il Bollettino, meglio sarebbe trovarle in tagli strutturali della spesa pubblica. Proprio la spending review, peraltro, potrebbe lievitare rispetto ai 2,6 miliardi indicati dal ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan nella tabella consegnata al Parlamento a inizio settimana. Per centrare l’obiettivo dei circa 27 miliardi necessari per finanziare tutte le misure, infatti, il target dei tagli di spesa potrebbe lievitare, anche grazie alla riduzione (un mancato aumento, non un taglio vero e proprio) delle risorse a disposizione per la sanità. La ministra della Salute, Beatrice Lorenzin, ha provato a difendere fino all’ultimo il livello del Fondo sanitario nazionale, (che doveva arrivare a 113 miliardi nel 2017).

Risorse aggiuntive, in effetti, ce ne saranno, ma ‘solo’ per 1 miliardo, con il quale fare fronte anche alla stabilizzazione di 3mila medici e 4mila infermieri (che già, comunque, sono una voce di costo per i servizi sanitari regionali). Ci fosse stata la possibilità di fare più deficit la questione certo sarebbe stata più semplice ma, come ha ricordato ancora una volta il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, per avere più spazio per investire andrebbero cambiate “le regole del fiscal compact”. Una partita complessa da non aprire certo ora, mentre si sta ancora trattando per ottenere il via libera europeo – o almeno una sospensione del giudizio fino a primavera – a usare più indebitamento di quanto già concesso (+0,4 già incorporato nel deficit programmatico al 2%). Invocando non più le clausole di flessibilità ma quelle sugli eventi eccezionali, come il sisma del 24 agosto e l’emergenza migranti, ancora tutta da risolvere.

Ecco le principali novità in arrivo con la manovra:

– VIA EQUITALIA: Il premier Renzi annuncia che Equitalia scomparirà. Secondo quanto riferito dallo stesso presidente del Consiglio sarà assorbita dall’Agenzia delle Entrate che sovraintenderà direttamente al il recupero dell’evasione. Si tratterebbe però di una norma ‘ordinamentale’, quindi incompatibile con la manovra. Potrebbe pertanto ‘viaggiare’ come collegato insieme ad una riforma fiscale più complessiva (catasto, processo tributario e semplificazioni varie). Comer previsto è stata disposta la rottamazione delle cartelle, con l’eliminazione delle sanzioni e interessi limitati al 3%. L’incasso stimato è di circa un miliardo.

– FAMIGLIA, SPUNTA BONUS 800 EURO A FUTURE MAMME: Si tratterebbe di un contributo che le coppie potrebbero ricevere prima della nascita del figlio, 800 euro per far fronte alle prime spese. A questi si aggiungerebbe un bonus per il nido.  Oltre a continuare con l’applicazione del piano contro la povertà il governo sta però studiando anche un sostegno ai nuclei che abbiano da due figli in su. Si tratterebbe di famiglie non sotto la soglia di povertà, per le quali appunto opera il Piano, ma comunque in difficoltà. Nuovi fondi in arrivo anche per la non autosufficienza.

– P.A., CONCORSO PER 10MILA. SI STUDIANO ASSUNZIONI SCUOLA: Oltre alle risorse aggiuntive per il rinnovo del contratto, nel pubblico impiego il premier ha annunciato una riapertura del turnover e quindi l’indizione di concorsi pubblici per 10mila posti tra personale sanitario e forze dell’ordine e, stando sempre a quanto riferito da Renzi, dovrebbero inoltre essere stabilizzati 3mila medici precari e 4mila infermieri. In manovra è entrato anche un pacchetto di assunzioni per il mondo della scuola, tra personale Ata e stabilizzazione di 25mila insegnanti precari. Confermato il bonus per i 18enni.

– CONFERMA ECOBONUS E SISMABONUS RAFFORZATO: Sono state confermate le attuali agevolazioni per le ristrutturazioni (al 50%) e per l’efficienza energetica (al 65%), compreso il bonus mobili introdotto lo scorso anno (sempre al 50%). Ed è stato “fortemente potenziato” il ‘sismabonus’, cioè lo sconto per i lavori di messa in sicurezza antisismica. L’agevolazione dovrebbe è passata al 65%.

– PER LE IMPRESE INCENTIVI E MENO TASSE: conferma del superammortamento al 140% e ‘iperammortamento’ al 250% per gli investimenti in innovazione, sgravi aggiuntivi per quelli in ricerca e sviluppo. Per le imprese scatterà da gennaio anche la riduzione dell’Ires dal 27,5% al 24%. Attenzione anche alle Pmi con l’introduzione dell’Iri (sempre al 24%) e una riduzione dei contributi per gli autonomi iscritti alla gestione separata Inps (al 26%) sul fronte fiscale e con il rifinanziamento del Fondo di Garanzia (per 900 milioni) e della ‘Nuova Sabatini’. Possibili nuove risorse anche per il Made in Italy.

– IN FORSE SGRAVIO ASSUNTI, RADDOPPIA SU PREMI PRODUTTIVITA’: novità in arrivo anche per i lavoratori, che potranno contare sul raddoppio dello sgravio fiscale sui premi di produttività. La cedolare secca al 10% si applicherà infatti ai premi fino a 4mila euro e per redditi fino a 80mila. Ancora non è stata presa una decisione, invece, sulla decontribuzione.

ARRIVA FLESSIBILITA’ PENSIONI: L’Ape entrerà in vigore dal 1 maggio 2017. La rata di restituzione del prestito sarà pari a circa 4,5-4,6% per ogni anno di anticipo. Potranno accedere all’Ape agevolata i disoccupati, disabili e alcune categorie di lavoratori impegnati in attività faticose (maestre, edili, e alcune categorie di infermieri) purché abbiano un redito inferiore ai 1.350 euro lordi. Per accedere bisognerà avere almeno 30 anni di contributi se disoccupati e 35 se lavoratori attivi. Le risorse per l’intero pacchetto pensioni (con gli interventi anche sulle minime) ammonteranno a circa 1,5-1,6 miliardi per il 2017 (6 miliardi in tre anni).

– COPERTURE, TRA VOLUNTARY BIS E POCA SPENDING: Le coperture arriverebbero dalla spending (2,6 miliardi), una riduzione di 1 miliardo al rifinanziamento del fondo sanitario rispetto a quanto fino ad oggi programmato, poco meno di 2 miliardi dalla voluntary mentre altri 3-4 dalla rimodulazione (trimestrale) dei pagamenti Iva (insieme a reverse charge e split payment). Circa 1,5 miliardi potrebbe arrivare dalla rimodulazione dell’Ace. Tra i 60-80 milioni dovrebbero arrivare dalla base d’asta della gara per la licenza del SuperEnalotto e 1 miliardo dalle frequenze. La scelta di indicare il deficit al 2,2% aumenterebbe le risorse impiegabili di 3,5 miliardi che salirebbero ad oltre 5 con un deficit programmato al 2,3%.

Carlo Pareto

Pensioni. Allo studio
il problema degli esodati e delle generazioni future

Pensioni

ALLO STUDIO IPOTESI DI FLESSIBILITÀ IN USCITA

Andare in pensione prima, ma perdendo almeno una mensilità all’anno. È il rischio calcolato dalla Uil per coloro che vogliono lasciare il lavoro senza averne ancora i requisiti. Sono i lavoratori (“I più sfigati” li ha definiti Renzi) che si sono visti allungare di anni la permanenza al lavoro e sono anche quelli che hanno costituito i cosiddetti esodati, che si sono ritrovati senza più stipendio e senza la pensione. Il sindacato ha quindi studiano una prima elaborazione del prestito previdenziale per la flessibilità in uscita che dovrebbe essere tra gli elementi principali dell’Ape, l’anticipo pensionistico cui sta lavorando il governo. Lo studio si basa sul meccanismo che probabilmente verrà adottato e cioè l’accesso alla pensione con un anticipo fino a 3 anni rispetto al requisito anagrafico richiesto, da “pagare” (attraverso un prestito di un istituto di credito, garantito dallo Stato) con una rata applicata sulla pensione. Ipotizzando un’indicizzazione del trattamento previdenziale pari all’1% per ogni anno e un tasso d’interesse applicato del 3,5%, un lavoratore che accedesse con un anno di anticipo e con un trattamento pari a 1.000 euro lordi perderebbe così il 6,9% della pensione, ovvero il corrispettivo di un importo mensile netto in meno ogni anno (898 euro). L’onere, chiaramente, crescerebbe all’aumentare degli anni di anticipo. Per questo la Uil aspetta di capire a carico di chi sarebbero gli interessi.

Come sono cambiate le pensioni in 40 anni

Per capire cosa accadrà davvero, però, bisognerà aspettare ancora qualche settimana. Pochi giorni fa, infatti, il presidente del Consiglio dei ministri, Matteo Renzi, ha annunciato che il governo interverrà sul tema delle pensioni nella legge di stabilità del 2017, ma non lo farà mettendo mano all’intero sistema come invece chiede il presidente dell’Inps, Tito Boeri: in sostanza ci sarà solo un arrangiamento delle norme esistenti. La proposta a cui sta lavorando il sottosegretario di Palazzo Chigi, Tommaso Nannicini, riguarderà quindi solo i nati negli anni ’51, ’52, 53, che si sono visti alzare di colpo a 66 anni l’età pensionabile. “Rispetto al passato – ha detto su Facebook Renzi – quando si andava in pensione a 39 anni, con 15 anni, sei mesi e un giorno, l’età pensionabile oggi mi pare troppo lunga. Ma rispetto all’aspettativa di vita no. Noi stiamo lavorando a un meccanismo che si chiamerà ‘Ape’ attraverso il quale chi vorrà potrà anticipare, con una decurtazione economica, l’ingresso in pensione soltanto per un certo periodo di tempo. Ci ha lavorato Nannicini, ha sentito l’Inps, il progetto è sostanzialmente pronto, c’è anche il logo”. Prima però il governo sentirà i sindacati e l’Unione europea. “La via maestra è la reintroduzione di una flessibilità di accesso alla pensione a 62 anni. Il sindacato è pronto a discuterne le modalità, ma bisogna evitare soluzioni pasticciate. Il prestito pensionistico presenta molte criticità. Inoltre, non è chiaro il tipo di tassazione che verrebbe applicato né l’ammontare degli interessi” ha affermato il segretario confederale della Uil, Domenico Proietti. A preoccupare è anche il fatto che l’esecutivo non abbia intenzione di mettere mano all’intero sistema lasciando nel limbo la generazione “80”, quella che rischia di dover restare al lavoro fino ai 75 anni, a patto di riuscire a trovarlo. L’ipotesi è prevista dalla riforma Fornero che penalizza le carriere intermittenti, i redditi bassi e pondera l’accesso alla pensione con l’incremento della speranza di vita. Nella legge scritta dall’ex ministro del Lavoro del governo Monti è stato messo nero su bianco che chi va in pensione con il sistema contributivo (dunque chi ha iniziato a lavorare dopo il 1996) può uscire in modo anticipato (a tre anni dal requisito) o per vecchiaia solo se rispetta un limite di reddito E quanto più questo reddito è basso, tanto più tardi potrà ritirarsi: di fatto per andare in pensione i lavoratori post 1996 devono aver versato davvero molti contributi. Per accedere alla pensione anticipata, infatti, la pensione lorda mensile non può essere inferiore a 2,8 volte l’assegno sociale, oggi pari a 448 euro. Dunque almeno 1.250 euro. Per ottenere, invece, l’assegno di vecchiaia la previsione di pensione non può attestarsi al di sotto di una volta e mezzo quell’assegno. E dunque non meno di 670 euro. Chi non arriva ai livelli minimi, per esempio precari con buchi contributivi o lavoratori autonomi che hanno versato poco, dovrà rimanere al lavoro quattro anni in più rispetto al traguardo della vecchiaia, addirittura sette in più su quello anticipato. Tradotto in termini di requisiti attuali: anziché a 63 anni e 7 mesi o 66 anni e 7 mesi, si va via a 70 anni e 7 mesi. Ai “ragazzi” del 1980 potrebbe andare peggio, perché se quando andranno in pensione la speranza di vita  si allungherà ancora, potrebbero rischiare di uscire a 76 e 4 mesi.

 

Oneri da riscatto, ricongiunzioni e rendite

INPS: ATTESTAZIONI FISCALI ONLINE

L’Inps informa gli interessati che le attestazioni fiscali dei versamenti effettuati nel 2015 per gli oneri da Riscatto, Ricongiunzione o Rendita non saranno spedite agli interessati. A partire dall’anno in corso le attestazioni fiscali sono, infatti, visualizzabili nel Portale dei Pagamenti del sito www.inps.it: servizio Riscatti, Ricongiunzioni e Rendite, sezione pagamenti effettuati.

Precisazioni

Non sono presenti sul Portale dei Pagamenti le attestazioni fiscali relative ai pagamenti effettuati dagli iscritti ex Enpals, ai quali verranno spedite secondo le consuete modalità. Non sono altresì presenti le attestazioni fiscali relative ai versamenti effettuati in forma rateale dagli Enti datori di lavoro pubblici per conto dei dipendenti iscritti alle gestioni ex Inpdap. Sono infatti gli Enti, quali sostituti d’imposta, ad operare la deduzione fiscale alla fonte. Per quanto attiene, invece, ai versamenti effettuati in unica soluzione direttamente dagli iscritti, è possibile la loro visualizzazione accedendo al sito dell’Istituto, attraverso il seguente percorso:

Servizi on line> accedi ai servizi> servizi Gestione dipendenti pubblici> servizi per iscritti e pensionati> servizi GDP> per Area Tematica> Contributi e Versamenti> Consultazione >versamenti Consultazione.

Gli interessati potranno in ogni caso richiedere alle sedi Inps la stampa delle attestazioni e, ove riscontrino discordanze tra importi attestati e importi versati, la rettifica del documento.

Inps

CONTINUA LA CAMPAGNA PREVIDENZIALE PER I GIOVANI

Continua, realizzata con un bus itinerante adibito a ufficio, la campagna di educazione previdenziale rivolta ai giovani “Vivi il presente. Guarda al futuro”: a Roma, presso le università “La Sapienza e “Tor Vergata” e a Trieste, all’Internet Day. Nei giorni 14,15 e 19 aprile scorso presso le Università di Roma “La Sapienza” e “Tor Vergata”, il personale della Direzione Regionale Lazio e delle relative Agenzie territoriali, ha fornito consulenza in materia previdenziale ed assistenziale agli studenti, ai docenti e al personale amministrativo delle due università. L’affluenza alla postazione mobile dell’Istituto è stata consistente. Sono state fornite complessivamente 352 consulenze, di cui 198 rivolte agli studenti e sono stati rilasciati in totale 297 Pin. Gli studenti universitari, molto interessati all’iniziativa, hanno chiesto informazioni prevalentemente in materia di riscatto di laurea e dottorato di ricerca, garanzia giovani, prestazioni in caso di disoccupazione, gestione separata, voucher e lavoro accessorio, modalità di accesso ai servizi online dell’Istituto. Ai docenti ed al personale amministrativo dipendente delle università sono state fornite in prevalenza informazioni in materia di diritto a pensione, estratto contributivo, aggiornamento della posizione assicurativa, riscatto e ricongiunzione dei contributi, valutazione dei servizi pregressi, accredito dei contributi figurativi, trattamento di fine servizio. Per tale attività si sono alternati 14 funzionari provenienti dalle sedi di Roma Flaminio, Roma Tuscolano, Roma Monteverde, Roma Montesacro, Roma Centro, Bracciano e sede regionale Lazio. I colleghi hanno operato in un contesto di lavoro collegiale, modalità peraltro già adottata dall’Istituto nel progetto “La mia Pensione”, con il coinvolgimento  di tutte le professionalità necessarie a garantire l’erogazione di un servizio di consulenza esaustivo per ogni specifica tipologia di utente. Tutto ciò ha sicuramente contribuito al successo dell’iniziativa, risultata particolarmente gradita da tutte le tipologie di utenza interessate. Il 29 aprile, nell’ambito l’Internet Day, organizzato dalla Regione Friuli Venezia Giulia per la ricorrenza dei 30 anni dal primo collegamento Internet in Italia, il bus itinerante dell’Inps è stato presente per tutta la giornata in piazza dell’Unità d’Italia a Trieste, con le postazioni mobili gestite da funzionari di esperti delle varie sedi della regione. L’iniziativa ha avuto un grande successo in quanto ha visto l’affluenza di molti cittadini che hanno ricevuto informazioni di vario genere. Sono state fornite, inoltre, numerose consulenze riguardanti prevalentemente la situazione contributiva e la decorrenza della pensione con la simulazione dell’importo sia per dipendenti di aziende private che di pubbliche amministrazioni (progetto “La mia Pensione”). Ai richiedenti sono anche stati rilasciati i Pin per l’accesso diretto ai servizi on line dell’Istituto. Ai giovani che si affacciano al mondo del lavoro è stato distribuito materiale informativo sulle regole e gli strumenti del sistema previdenziale, in particolare il riscatto della laurea e le diverse coperture previdenziali.

 

Eurostat

SOLO IL 57,7% DEI LAUREATI LAVORA A 3 ANNI DAL TITOLO

Cresce la percentuale dei laureati italiani under 35 che trova lavoro entro i tre anni dal titolo ma il nostro Paese resta penultimo in Ue in questa graduatoria: nel 2015, secondo i dati appena pubblicati da Eurostat – solo il 57,5% dei laureati italiani aveva trovato lavoro entro tre anni dalla laurea (52,8% nel 2014) a fronte dell’81,8% nell’Ue a 28. In Germania la percentuale è salita al 93,3%. Peggio di noi fa solo la Grecia (49,9%). La percentuale era al 70,5% nel 2008, prima della crisi economica. Il 57,5% dei laureati, secondo l’Eurostat risulta occupato tra uno e tre anni dal termine degli studi ma se si considera l’intero triennio la percentuale italiana scende ancora (al 53,5% ma comunque in aumento dal 49,6% del 2014). In Italia cresce leggermente anche la percentuale dei diplomati che risultano occupati entro tre anni dal titolo (35,9% a fronte del 32,2% del 2014) restando però anche su questo fronte molto lontana dalla media europea (66,5%) e dalla percentuale registrata negli anni pre crisi (54,9% nel 2008). In particolare sono in difficoltà nel trovare lavoro subito dopo il diploma i giovani con un titolo generico (risulta occupato entro tre anni solo il 26,7% contro il 23,5% del 2014) mentre i ragazzi con un titolo professionale trovano occupazione entro tre anni nel 38,1% dei casi (34,2% nel 2014) a fronte del 69,7% della media Ue (89,8% in Germania). Se si guarda a tutti coloro che hanno esaurito il percorso di studi e formazione e cercano lavoro Eurostat rileva che in Italia solo il 41,3%% risulta occupato entro tre anni dalla fine degli studi (era il 37,8% nel 2014) a fronte del 69,8% in Europa. In Italia comunque nel 2014 si registra la prima inversione di tendenza dopo un calo continuo delle percentuali dall’inizio della crisi. Se nel 2008 i punti che ci distanziavano dalla media Ue complessiva erano circa 18 (74,4% in Europa, 56,1% in Italia per i giovani tra i 15 e i 34 anni che avevano completato il percorso di studi) ora i punti sono 28 e mezzo (erano oltre trenta nel 2014).

Carlo Pareto

GIOVENTÙ PERDUTA

Giovani-disoccupati-lavoro

Non è un quadro tranquillizzante quello dipinto dall’Ocse. In particolare i colori usati per dipingere lo stato dell’occupazione giovanile dell’Italia sono decisamente cupi. Nel Belpaese infatti il tasso di occupazione dei giovani tra 15 e 29 anni è sceso di quasi 12 punti percentuali tra il 2007 e il 2013, passando dal 64,33% al 52,79%, il secondo peggior dato tra i Paesi Ocse, dietro alla sola Grecia 48,49%). Sono questi infatti i numeri che emergono dall’ultimo Rapporto Ocse su Giovani e occupazione pubblicato oggi.

Non va molto meglio per i meno giovani: siamo quartultimi tra i Paesi Ocse per il tasso di occupazione nella fascia d’età 30-54, sceso dal 74,98% del 2007 al 70,98% del 2013. Il nostro Paese, sottolinea l’organizzazione, ha “uno specifico problema di disoccupazione giovanile, in aggiunta a uno più generale”, a causa di “condizioni sfavorevoli e debolezze nel mercato del lavoro, e nelle istituzione sociali ed educative”. Dai dati si legge anche che in Italia, il 31,56% dei giovani svolge un “lavoro di routine”, che non richiede l’utilizzo di competenze specifiche, e il 15,13% ha un’occupazione che comportava uno scarso apprendimento legato al lavoro. Il nostro Paese è in particolare quello con la più elevata percentuale di giovani tra i 16 e i 29 anni che non hanno alcuna esperienza nell’uso del computer sul posto di lavoro, con il 54,3%, a fronte di una percentuale di giovani che non usano mai il computer ferma al 3%.  La “mancata corrispondenza”, o “mismatch”, tra posto di lavoro e competenze è un problema sempre più diffuso tra i giovani nei Paesi Ocse: in media, il 62% hanno un lavoro che non corrisponde alla loro formazione, con in particolare un 26% di sovraqualificati (il 14% dei quali lavora inoltre in un settore che non sarebbe il suo), e un 6% di persone con competenze superiori a quelle richieste.

Un altro numero inquietante è quello dei cosiddetti “Neet”, Not (engaged) in Education, Employment or Training. Questi giovani che non studiano, non hanno un lavoro e neppure sono apprendtisti, sono il 26,09% degli under 30, quarto dato più elevato tra i Paesi Ocse. All’inizio della crisi, nel 2008, erano il 19,15%, quasi 7 punti percentuali in meno rispetto ad oggi. Ma questo non è problema solo italiano visto che nell’insieme dei Paesi Ocse, i giovani “Neet” erano oltre 39 milioni a fine 2013, più del doppio rispetto a prima della crisi. Tra i giovani “Neet” italiani, il 40% ha abbandonato la scuola prima del diploma secondario superiore, il 49,87% si è fermato dopo il diploma e il 10,13% ha un titolo di studi universitario. La percentuale di “Neet” è più elevata tra le femmine (27,99%) che tra i maschi (24,26%).

Tristi note anche sulle competenze in italiano e matematica. L’Italia è infatti il Paese Ocse con la maggior percentuale di giovani in età lavorativa (16-29 anni) e adulti (30-54) con scarse competenze di lettura, rispettivamente il 19,7% e il 26,36%. L’Italia ha inoltre la percentuale più elevata di persone con scarse abilità in matematica tra gli adulti, il 29,76%, e la seconda tra i giovani in età lavorativa, il 25,91%, dietro agli Usa (29,01%). In generale, riferisce la tabella Ocse per la misurazione dell’occupabilità dei giovani, il nostro Paese è al di sotto della media per le competenze dei giovani, i metodi di sviluppo di queste competenze negli studenti e la promozione del loro utilizzo sul posto di lavoro.  L’Italia è inoltre seconda tra i paesi Ocse per percentuale di giovani under 25 che hanno abbandonato la scuola prima di aver terminato le superiori, e non stanno seguendo un’altro tipo di educazione, il 17,75%, dietro la Spagna con il 23,21%.

L’abbandono scolastico, rileva sempre l’Ocse, ha un impatto significativo rilevante sul livello di competenze: se si considera per esempio la matematica, la percentuale di persone con competenze insufficienti è del 58,5% tra chi non ha terminato le superiori, e scende al 27,7% per chi ha ottenuto un diploma.

Daniele Unfer

DATI BALLERINI

Disoccupazione

Continua l’altalena delle cifre e dei dati Istat. Appena ieri l’Istituto di statistica rilevava la crescita di fiducia dei consumatori, portando alle stelle gli umori di quanti vedono la luce in fondo al tunnel di una crisi che non vuole cessare. Oggi i dati Istat sulla disoccupazione riportano a terra gli umori di quanti, avevano visto nei dati di ieri una prospettiva di netto miglioramento.

Secondo l’Istat, infatti, il tasso di disoccupazione continua a tenere l’indice alto, tornando a salire al 12,7% a febbraio, mese in cui il numero di occupati è calato di 44mila unità, tutto questo dopo che la disoccupazione aveva visto un “forte calo” di dicembre e l’ulteriore diminuzione di gennaio. Febbraio segna quindi un passo indietro per la situazione lavorativa italiana: rispetto a gennaio gli occupati sono diminuiti dello 0,2% (-44.000), i disoccupati sono aumentati dello 0,7% (+23.000), mentre il numero di inattivi cresce dello 0,1% (+9.000) nel confronto con gennaio. Sembra che l’istat in questi giorni stia dando i numeri, ma se si analizzano ancora i dati risulta come la situazione, così come calcolato dalla Reuters, sia di fatto stagnante.

Nel periodo dicembre-febbraio, infatti, l’occupazione è rimasta sostanzialmente stabile sui tre mesi precedenti, mentre il tasso di disoccupazione è diminuito di 0,4 punti percentuali, sebbene in larga misura per la risalita del tasso di inattività (+0,3 punti).
Eppure in questi giorni l’esecutivo aveva cantato vittoria sulla crisi, portando come merito le misure del Jobs act e gli agravi fiscali, proprio ieri il ministro Poletti aveva annunciato un “numerone” per quanto riguarda l’occupazione, sostenendo la disposizione quest’anno per le assunzioni di “1,9 miliardi di sgravi” e quindi “fino a un milione di posti di lavoro”. Il Governo ha forse cantato vittoria troppo presto, ma Poletti cercando di tenere la stessa posizione di ieri ha ribadito oggi che “in coda ad una crisi le cose tendono a non essere stabilizzate ed è immaginabile che ad una fase positiva possa seguire una flessione. Questa situazione non contraddice i segnali positivi come il consolidamento della ripresa della fiducia da parte di imprese e consumatori”.
A preoccupare però resta il futuro lavorativo di giovani e donne, perché i dati Istat evidenziano soprattutto delle cifre paurose tanto che la disoccupazione giovanile arriva a toccare il 42,6%.
Il tasso di disoccupazione giovanile (ovvero quello che riguarda gli italiani tra i 15 e i 24 anni) tocca il 42,6% a febbraio, con un aumento di 1,3 punti rispetto al mese precedente e di 0,1 punti rispetto all’anno precedente, a fronte di una crescita del numero di inattivi (+0,8 pari a +35mila). In media negli ultimi tre mesi, si osserva un calo dell’occupazione e della disoccupazione giovanile e una crescita dell’inattività.
Il nostro Paese continua ad ansimare e per di più il rallentamento va a toccare l’occupazione femminile, il calo dell’occupazione a febbraio infatti è dovuto esclusivamente alla diminuzione delle lavoratrici. L’Istat sottolinea che gli occupati di sesso maschile sono “sostanzialmente stabili” mentre quelli di sesso femminile diminuiscono in un mese di 42mila unità. Anche il tasso di disoccupazione cresce al 14,1% per le donne (+0,3 punti su mese e +0,9 punti su anno) mentre per gli uomini è all’11,7% (invariato sul mese e in calo di 0,3 punti nell’anno).

Una discriminante così forte da portare il Presidente della Camera, Laura Boldrini a intervenire: “Colpiscono e preoccupano i dati diffusi dall’Istat sul calo dell’occupazione a febbraio. Ad essere espulse dal mercato del lavoro sono le donne, soltanto le donne: 42.000 di loro hanno perso il posto e sono rimaste a casa, mentre l’occupazione maschile rimane sostanzialmente stabile”. Lauda Boldrini sottolinea che “la crisi è dura per tutti, ma per le donne lo è ancora di più, evidentemente. Ma il prezzo lo paga un’intera società, non solo un genere. Un tasso di occupazione femminile tra i più bassi d’Europa – aggiunge – è un freno alla ripresa di tutta l’economia italiana. Come ha ricordato recentemente Christine Lagarde, direttrice operativa del Fondo Monetario Internazionale, a causa delle discriminazioni contro le donne l’Italia disperde il 15% del Pil potenziale. Questi dati sono un campanello d’allarme che suona per tutti”.

La Portavoce del Psi, Maria Pisani, ha espresso forte preoccupazione: “Non stupiscono, ma colpiscono, i dati diffusi dall’Istat sul calo dell’occupazione a febbraio. Ancora una volta ad essere escluse dal mondo del lavoro sono le donne, sempre più discriminate. Non è il problema di un genere”.
“C’è ancora – aggiunge la portavoce socialista – per troppe donne, un soffitto di vetro difficile da sfondare”.
“Non possiamo accontentarci più di provvedimenti neutri – sottolinea Pisani – occorrono misure che tengano conto delle differenze di genere anche nel mercato del lavoro per impedire che venga ancora preclusa loro anche la sola opportunità di competere per valorizzare le proprie competenze professionali”.

L’Italia sconta un’occupazione femminile ai minimi rispetto al resto d’Europa ma anche una disoccupazione che continua a crescere nonostante nel Vecchio Continente sia diminuita. A febbraio infatti il tasso di disoccupazione dell’Eurozona si è attestato all’11,3%, mentre a gennaio era a 11,4% e nel febbraio 2014 a 11,8%, il dato migliore da maggio 2012, secondo i dati dell’Eurostat. Nella Ue a 28 la disoccupazione è al 9,8% (9,9% a gennaio e 10,5% 12 mesi prima) e a febbraio i senza lavoro sono 23,8 milioni, mentre nell’Eurozona sono 18,2 milioni. L’Ufficio statisrico europeo evidenzia come la disoccupazione italiana sia la sesta più alta della Ue dopo Grecia, Spagna (23,2%), Ungheria (18,5%), Cipro (16,3%) e Portogallo (14,1%).

Ma l’istat sempre oggi, nel giorno in cui viene evidenziato il rallentamento del mercato lavorativo, parla di un deciso miglioramento per l’economia italiana e per il Pil. L’Istituto di statistica ha segnalato nella nota mensile che “l’indicatore anticipatore dell’economia permane su livelli positivi, supportando l’ipotesi di un miglioramento dell’attività nel primo trimestre”. Allo stesso tempo però, l’Istituto di statistica evidenzia anche “segnali contrastanti sul lavoro”.

Nei primi mesi dell’anno “si rafforzano i primi segnali positivi per l’economia italiana, all’interno di un quadro ancora eterogeneo”. L’Istat poi tiene a precisare, dopo gli annunci di ieri, che “il continuo miglioramento delle opinioni di consumatori e imprese non trova un pieno riscontro nelle informazioni sui volumi produttivi”.

Maria Teresa Olivieri

Inps. Happy end per gli esodati

EsodatiLa questione esodati è ufficialmente chiusa. L’Inps “ha salvaguardato tutti i 162.130 esodati creati dalla riforma Fornero”. Lo hanno recentemente annunciato il commissario dell’istituto Tiziano Treu e il direttore generale dell’Ente assicuratore Mauro Nori, dopo lo scorso incontro avuto con i senatori della commissione Lavoro. Grazie a sei provvedimenti di tutela all’Inps risultano tutti “messi in salvo” i cittadini lasciati nel limbo – senza retribuzione e senza pensione – a causa di un errore nella stesura delle norme “Certo quella che si sta chiudendo è la fase emergenziale”, ha riferito Nori. Una fase che ha generato numerose polemiche e logoranti battaglie di cifre. Fuori dai 162.130 ci possono però essere ancora altri “casi specifici” che saranno individuati da un censimento attraverso il monitoraggio avviato dal sito della commissione, come ha espressamente annunciato dalla senatrice, Anna Maria Parente. Continua a leggere

Concertazione seppellita. Scintille tra Camusso e Renzi

Renzi-CamussoSuona come una dichiarazione di guerra quella del segretario della CGIL, Susanna Camusso, nei confronti del Presidente del Consiglio, Matteo Renzi tacciato di portare avanti «un’idea di autosufficienza del governo e della politica che sta determinando una torsione democratica verso la governabilità a scapito della partecipazione». Non solo: per Camusso, in fatto di interventi sulla PA, Renzi e il ministro Marianna Madia sono addirittura «un po’ apprendisti stregoni». Quattro le sfide che il maggiore sindacato italiano lancia al governo: riforma delle pensioni per dare attenzione ai giovani e rivedere la posizione degli esodati; riforma degli ammortizzatori sociali; contrasto al lavoro povero; misure fiscali che mirino al contrasto dell’evasione. Continua a leggere