Tennis: Djokovic, Bertens e Sabalenka show prima degli Us Open

sabalenkaOrmai sono entrati nel vivo gli Us Open, ma prima il tennis ha regalato l’exploit di Aryna Sabalenka e di Kiki Bertens, e confermato lo stato di grazia di Novak Djokovic. Intanto è stato introdotto lo shot clock e sono state ‘presentate’ nuove regole anche per la Coppa Davis.
Djokovic sale alla posizione n. 6 del ranking mondiale e segna il record di essere l’unico tennista ad aver vinto tutti i tornei del Master 1000 (almeno una volta). Non solo, ma al Master di Cincinnati è stato in grado di battere in finale Roger Federer con un doppio 6/4: evidente un crollo fisico dell’elvetico, ma convincente il tennis del serbo. Infatti, dopo la vittoria al Grand Slam di Wimbledon, parte bene anche al primo turno del Grand Slam degli Us Open. A Flushing Meadows si sbarazza abbastanza facilmente di Fucsovic, concedendogli solamente il secondo set, con un lieve calo di concentrazione; ma poi dilaga negli altri set con un gioco formidabile come quello dei ‘suoi’ tempi migliori: da vero numero uno, come nel 2011. 6-3 3-6 6-4 6-0 il punteggio finale; il ko nell’ultimo set dimostra quanto il serbo si fosse ritrovato (dopo essere riuscito a ottenere il break decisivo nel terzo e averlo chiuso per 6/4). Un risultato positivo anche per l’enorme caldo che ha provocato molti disagi: sofferente Nole, ma anche l’italiano Stefano Travaglia è stato costretto al ritiro per disidratazione (con il corpo affaticato e i muscoli ‘induriti’) contro il polacco Hurkacz e ha protestato contro gli organizzatori per le condizioni difficili in cui si svolgono i match (con anche oltre i 40°). Una ‘follia’ a suo avviso, che lo ha costretto a una flebo per riprendersi (una cosa simile era successa anche a Simona Halep). Se Stefano Travaglia si è ‘arreso’ sul parziale di 2/6 6/2 6/7 0/3, anche Marco Cecchinato è stato eliminato dal francese Benneteau (per 6/2 6/7 3/6 4/6), ma ha accusato problemi alla mano destra (probabilmente per una vescica, che non gli ha permesso di mantenere il livello espresso all’inizio nel primo set).
Viceversa agli Us Open ha dilagato Roger Federer contro il giapponese Nishioka: nettamente, per 6/2 6/2 6/4; due set speculari, nel terzo sembrava la stessa storia però poi -quando lo svizzero è andato a servire sul 5/2- si è fatto brekkare e dopo il nipponico ha tenuto la sua battuta (sorridente e divertito per il tennis messo in campo, pensando solo a fare più punti possibili al campione elvetico e i più belli e migliori che potessero farlo esultare di gioia contento così, anche solo di quella piccola soddisfazione che si era tolto di fare punti straordinari a un immenso campione); dopo il 5/3 è stato il 5/4, ma a quel punto Federer non ha sbagliato e ha chiuso 6/4. Tuttavia il giapponese lo ha fatto molto correre, ma alla fine ha prevalso il talento (soprattutto a rete) dello svizzero, con punti da manuale.
Nessun problema neppure per Alexander Zverev che ha vinto facilmente per 6/2 6/1 6/2 sul canadese Polansky. Per quanto riguarda l’Italia, poi, buone notizie sono venute da Fabio Fognini (testa di serie n. 14), che ha sconfitto l’americano Mmoh al quarto set (dopo aver perso il primo) per 4/6 6/2 6/4 7/6(4). Curiosità, la moglie Flavia Pennetta ha iniziato una collaborazione con Eurosport (come commentatrice, proprio a partire da Flushing Meadows che vinse prima del ritiro), che trasmette il torneo del Grand Slam. Male, invece, nel femminile dove perde Camila Giorgi: incassa un severo 6/4 7/5 da Venus Williams; diciamo severo perché è stato un match molto lottato ed equilibrato e l’azzurra avrebbe anche potuto vincere e comunque portare la partita al terzo set; sicuramente per lei una sconfitta molto amara che le fa male, per le molte occasioni sciupate: ha lottato Camila, ha fatto punti eccellenti da vera n. 1 con tutti i colpi, ma poi ha commesso troppi errori con cui ha sprecato e annullato tutto il vantaggio conquistato. Troppo fallosa, nonostante la tenacia di essere sempre comunque combattente e incisiva, mettendo in difficoltà la testa di serie n. 16. Tutto ok per Serena Williams, che ha imposto un doppio e netto 6/2 alla tedesca Witthoeft (dopo il 6/0 6/4 alla Linette); a Serena -tra l’altro- è stata assegnata la testa di serie n. 17 tra le polemiche.
La sorpresa invece arriva dall’eliminazione proprio della testa di serie n.1 Simona Halep. Evidentemente la campionessa non ha recuperato la stanchezza di aver giocato (e vinto) tanto nelle ultime settimane. In appena 76 minuti viene eliminata da Kaia Kanepi (n. 44 del mondo) con un drastico 6/2 6/4. Tuttavia per lei questo 2018 rimane comunque positivo: ha vinto al Roland Garros il suo primo Grand Slam, su Sloane Stephens (per 3/6 6/4 6/1). Proprio l’americana agli US Open ha faticato contro la valida ‘esordiente’ Kalinina: si è imposta solo al terzo set per 4/6 7/5 6/2. Inoltre la rumena aveva iniziato l’anno conquistando il torneo di Shenzhen, superando la Siniakova per 6/1 2/6 6/0; e poi ha trionfato in Canada al Wta di Montréal, dove ha vinto sempre sulla Stephens per 7/6 3/6 6/4. Dopo l’esperienza della Rogers Cup, l’avevamo vista impegnata nel Wta di Cincinnati. Se nel primo caso è riuscita a completare il quadro delle vittorie, nel secondo si è fermata in finale. In Canada aveva battuto la Pavljučenkova, Venus Williams, Caroline Garcia, Ashleigh Barty e la Stephens ovviamente. A Cincinnati, invece, Alja Tomljanovic, di nuovo Ashleigh Barty (testa di serie numero 16), Lesja Curenko e Aryna Sabalenka. In finale ha perso da Kiki Bertens, che si è imposta per 6-2 6-7 2-6. Il prolungarsi al terzo set della finale femminile ha fatto slittare anche quella maschile successiva tra Djokovic e Federer; ma ha disegnato un doppio scenario curioso: da un lato il tracollo fisico della rumena, dall’altra parte il trionfo e la commemorazione all’Olimpo delle top players della giovane tennista olandese (coetanea, tra l’altro della Halep, classe ’91). La Bertens diventa n. 13 al mondo e segna il record di battere ben 4 ‘top ten’ in un solo torneo. Infatti durante la straordinaria settimana a Cincinnati Kiki ha sconfitto, in fila: Coco Vandeweghe (per 6/2 6/0), Caroline Wozniacki (che si è ritirata quando l’olandese era avanti per 6/4), Anett Kontaveit (per 6-3 2-6 6-3), Elina Svitolina (n. 7 del mondo, per 6-4 6-3) e Petra Kvitová (n. 6 del mondo, per 3-6 6-4 6-2), prima di imporsi in una finale mozzafiato sulla rumena Halep. Quest’ultima resta comunque la n. 1 al mondo, a discapito della Wozniacki, che rimane n. 2. Quest’anno, ritornata dopo l’infortunio, la Kvitova aveva vinto il torneo di Madrid (sulla terra rossa) proprio sulla Bertens (per 7-6 4-6 6-3), e successivamente sull’erba il Wta di Birmingham (sulla Rybarikova per 4-6 6-1 6-2). Probabilmente ha ceduto anche lei per stanchezza, poiché in campo è apparsa stremata. Comunque, attuale n. 5 del mondo, è assolutamente ritornata, ritrovata e più competitiva che mai.
Del Wta di Cincinnati resterà di certo l’impresa di Kiki Bertens in finale (dopo essersi ‘vendicata’ della Kvitova), che rimonta quando la partita sembrava chiusa: perde malamente il primo set per 6/2; anche nel secondo sembrava in vantaggio e favorita la Halep, invece l’olandese è riuscita a restarle attaccata nel punteggio e a portarla al tie-break; qui la rumena gioca meno bene, sbaglia di più, concede qualcosina in più, è più fallosa e commette più errori gratuiti che allungano gli scambi e rimettono in partita la Bertens, che non si lascia scappare l’occasione e -concentrandosi- trova più aggressività e sicurezza, più adrenalina e convinzione che le permettono di acciuffare il tie-break e il secondo set. Così al terzo la situazione è completamente ribaltata: stavolta è Kiki a dominare gli scambi più aggressiva, a spostare e far correre la Halep, sempre più in affanno. L’olandese vince, incredula, con un’esultazione finale tra le lacrime di gioia e commozione.
Un’impresa simile ha compiuto Aryna Sabalenka. Classe 1998, vince il torneo di New Haven battendo la Stosur per 6/3 6/2, la Gavrilova per 6-3 6-7 7-5, la Bencic per 6-3 6-2 e la Görges per 6/3 7/6. Si porta così alla posizione n. 20 del ranking mondiale, dopo la vittoria in finale su Carla Suarez Navarro. La spagnola si era avvantaggiata di tre ritiri: di Johanna Konta nel secondo turno, di Petra Kvitová nei quarti di finale e di Mónica Puig in semifinale. Il match della finale è stato senza storia, completamente dominato dalla bielorussa: 6/1 6/4, con la Sabalenka già avanti 5-0 dopo soli 24 minuti di gioco. Superiore in tutti i colpi, la bielorussa si è assolutamente meritata la conquista del suo primo titolo e della top 20. Non solo ha ringraziato il suo coach, a cui ha attribuito tutto il merito: “in sei mesi mi hai cambiato la vita” -ha detto riconoscente-. Il suo più grande merito è stato aver vinto tutte partite diverse: nervosissima contro la Gavrilova, si sono sempre rincorse nel punteggio regalandosi molte chance a vicenda. Nel secondo set la partita sembrava finita, poiché la Sabalenka era avanti 4-0 con la palla del 5-0; poi ha sprecato quell’occasione e da lì è cominciata la rimonta della Gavrilova, brava nel tie-break, giocato malamente dalla Sabalenka. Nel terzo la bielorussa è riemersa in tutta la sua maturità; ma durante la partita ha rotto una racchetta per il nervosismo: era tesissima. Contro la Bencic ha controllato bene il match, anche se c’è stato equilibrio, ma è stato più facile forse per lei, perché la svizzera le ha concesso davvero tanto. Bel match contro la Görges, in cui ha rischiato tantissimo: sembrava addirittura favorita quest’ultima, poi ha scelto di adottare una tattica forse poco produttiva, ovvero quella di venire in avanti a rete in attacco, con il risultato che veniva passata dalla Sabalenka o sbagliava le volée perché leggermente in ritardo; ma hanno fatto vedere delle ottime cose. Un po’ come quando, contro la Gavrilova, la Sabalenka è voluta avanzare e veniva sistematicamente passata con precisione dall’avversaria. Tuttavia abbiamo visto Aryna servire bene e tentare anche gli attacchi a rete, quasi per provare un nuovo schema tattico di gioco, per essere una tennista più completa. La violenza e profondità dei suoi colpi, soprattutto del dritto anomalo, sono indubbi poi. Tuttavia prosegue il momento ‘no’ della Gavrilova, che agli Us Open ha perso da una ritrovata Azarenka (altra bielorussa di talento) per 6/1 6/2.

Roland Garros, finisce la favola Cecchinato. L’azzurro si arrende

cecchinato 4Marco Cecchinato esce a testa altissima: ha resistito alle mazzate dell’avversario finché ha potuto e lo ha fatto alla grande dosando palle corte con il contagiri e sbagliando pochissimo sul servizio, ma non riesce la nuova impresa a Marco Cecchinato. L’azzurro, dopo aver sorpreso tutti negli ottavi contro Goffin e nei quarti contro Djokovic, tiene degnamente il campo per 2 set contro l’austriaco Dominic Thiem, fallisce l’occasione di mettere in parità il match nel tie break del 2° set prima di cedere di schianto nel 3°. Una sconfitta in tre set (5-7, 6-7, 1-6). Il tie-break fa girare il match e per Thiem è la prima finale a Parigi. Marco Cecchinato esce tra gli applausi del Philippe Chatrier al termine di una cavalcata commovente.
Il palermitano 25enne è stato sconfitto dall’austriaco Dominic Thiem, attuale numero 8 al mondo e testa di serie numero 7 a Parigi. In finale affronterà il vincente fra Nadal e Del Potro.

US Open 2017: big Nadal e derby tra americane in finale alla Stephens

rafael-nadal-us-open-first-roundChe cosa è successo quest’anno agli US Open? Di tutto e di più. Difficile descrivere quale sia stato il momento topico e più caratterizzante di un’edizione 2017 ricca di emozioni contrastanti. Innanzitutto subito ha fatto notizia la wild card concessa a Maria Sharapova; poi l’attesa è salita quando si è saputo che al primo turno la russa si sarebbe scontrata con la numero 2 al mondo (che inseguiva la prima posizione nel ranking mondiale), ovvero Simona Halep; entusiasmo successivamente montato alle stelle quando la siberiana ha vinto sulla rumena in tre set (per 6-4, 4-6, 6-3) e tutti già vedevano Masha lanciata in semifinale, per via di un tabellone accessibile (invece al secondo turno ha battuto la Babos faticando al terzo set, poi la Kenin in due set, per poi perdere dalla Sevastova, sempre al terzo set). Dall’altra parte, il tabellone maschile incuriosiva per i forfait di Murray (molti hanno avuto da ridire perché si è tirato indietro a tabelloni già formati nel primo giorno di qualificazioni), Djokovic e Raonic: il primo per problemi all’anca, il secondo per l’infortunio al gomito e il terzo per l’operazione al polso. Ma il serbo è stato, comunque, al centro delle attenzioni con la notizia della nascita della sua secondogenita (chiamata Tara), avuta dalla moglie Jelena (dopo il piccolo Stefan); così come anche Serena Williams, nonostante l’assenza, ha fatto parlare di sé diventando anche lei mamma per la prima volta di una bambina. Viceversa, notizie meno buone sono venute dalle condizioni meteo: la pioggia ad inizio torneo ha fatto giocare solamente con il campo centrale coperto e provocato diverse interruzioni e sospensioni dei match; nel finale l’arrivo e il passaggio dell’uragano Irma sulla Florida ha destato preoccupazione: molti giocatori hanno dedicato un pensiero alle vittime, in primis Venus Williams che lì ha la famiglia, ma anche il vincitore del tabellone maschile.  Ed è stato proprio lo spagnolo Rafael Nadal a replicare l’impresa compiuta al Roland Garros: se lì era salito a quota dieci edizioni vinte, con la conquista quest’anno del titolo allo Slam americano si porta a sedici vinti in tutto. Il campione di Maiorca ha dominato in finale l’americano Kevin Anderson per 6/3 6/3 6/4, togliendogli il tempo, con un’aggressività e un’incisività notevoli: non solo è venuto molto spesso a rete, ma è stato velocissimo negli spostamenti, nel raggiungere il net e le palle dell’avversario e, soprattutto, a non dargli ritmo, rispondendo con passanti micidiali ai suoi attacchi; superiore in tutto, le sue percentuali parlano chiaro: quelle di servizio sono molto più alte e positive di quelle dell’americano, i vincenti pure, le palle break sfruttate e realizzate lo stesso; viceversa non ha funzionato il servizio di Anderson, che ha realizzato molti meno aces del previsto e non è stato brillante nelle volées come al solito. Nadal, infatti, ha avuto molte chances di chiudere prima e più facilmente la partita. Lui ha detto di essere sempre stato convinto di poter vincere, ha voluto ricordare tutti i cittadini americani in difficoltà a causa di Irma, si è detto entusiasta per questa vittoria in uno Slam straordinario che gli dà una carica incredibile. Se prima del match aveva detto che -a suo avviso- avrebbe vinto chi avrebbe giocato meglio, la risposta non ha tardato ad arrivare: lui ha completamente dominato una finale che sarebbe potuta essere anche più equilibrata. Curiosità: correva l’anno 1998 quando i due si scontrarono, giovanissimi, allo Stuttgart Junior Mastres. Quella femminile non ha regalato meno emozioni. Se nel 2015 c’era stata quella tra due italiane, quest’anno -per la gioia di tutti gli statunitensi- è stata la volta di due americane. Non accadeva dal 2002, quando si affrontarono le sorelle Williams. Ed in semifinale erano state addirittura quattro (Coco Vandeweghe, Venus Williams, Madison Keys e Sloane Stephens). Sono state le ultime due ad arrivare in finale: la “pargola” della Davenport aveva eliminato la prima delle quattro citate per 6/1 6/2, l’altra la maggiore delle sorelle Williams (con il punteggio, lottatissimo, di 6/1 0/6 7/5). Sloane, poi, ha giocato la migliore delle sue partite proprio in finale, aggiudicandosi un assegno di circa tre milioni di dollari. Viceversa l’emozione ha bloccato Madison, che è stata molto fallosa e non è riuscita minimamente ad impensierire l’avversaria, che è stata perfetta mettendo a segno passanti e accelerate (soprattutto di dritto e incrociate, anche in cross stretto) impressionanti. Giocatrice inaspettata, ha impressionato tutti a sorpresa, giungendo prima in finale e poi conquistando il titolo (è il suo primo ed unico Slam). Netto e severo il parziale inflitto a una Keys in confusione, visibilmente emozionata e commossa (in lacrime, quasi amareggiata, dispiaciuta e delusa di non riuscire ad imprimere il suo miglior gioco), di 6/3 6/0. La Keys era testa di serie n. 16 del tabellone, mentre non era testa di serie Sloane; ma non è nuova a buoni exploit negli Slam: ricordiamo che arrivò in finale in doppio nel 2008 con la Burdette proprio qui agli Us Open e che, l’anno successivo, al Roland Garros del 2009, nel singolare donne perse in semifinale da Kristina Mladenovic. Giocatrice simpatica, tornava da un lungo infortunio e, soprattutto, ben conosceva la Keys e la Davenport. È stata anche commentatrice per TennisChannel e ciò l’ha aiutata a studiare e conoscere meglio le avversarie, oltre a divertirsi molto. A provocare la standing ovation del pubblico, però, in finale contro la Keys è stata la splendida e sincera amicizia (confermata apertamente dalle due) delle tenniste, che si sono prima abbracciate a fine partita e poi si sono messe a chiacchierare tranquillamente sulla panchina in attesa della premiazione, scambiandosi bei sorrisi reciproci. Lungo l’applauso del pubblico per loro.

Ma le finali sono legate un po’ anche all’Italia. È stato, infatti, Kevin Anderson (nel maschile) a sconfiggere il migliore degli azzurri a questo Grand Slam: Paolo Lorenzi, al quarto turno, per 6/4 6/3 6/7 6/4. Lorenzi ha fatto il massimo contro un americano ispirato; precedentemente era stato protagonista di uno dei due derby italiani con Fabbiano (che aveva battuto per 6/2 6/4 6/4); l’altro era stato quello tra Stefano Travaglia e Fabio Fognini. Il ligure è uscito di scena per mano dell’altro con il punteggio di 6-4, 7-6, 3-6, 6-0, ma la peggiore delle conseguenze è stato l’insieme di sanzioni per gli insulti che ha rivolto alla giudice di linea (per cui si è scusato pubblicamente): ha perso i punti e i soldi di questo Grand Slam, non ha potuto giocare neppure il doppio con Simone Bolelli di terzo turno, ha dovuto pagare una multa di 24mila dollari (pari a circa 20mila euro), rischia la radiazione da tutti i Grand Slam. Il tennista ha riconosciuto di aver sbagliato, ma non sarà facile riprendersi. Come noto, è legato da tempo a Flavia Pennetta (da cui ha avuto il piccolo Federico) che qui vinse nel 2015 contro Roberta Vinci (uscita al primo turno, ma che è come avesse trionfato tornando in possesso di una copia del piatto conquistato in quanto finalista e che le era stato rubato, che gli organizzatori le hanno donato quest’anno). Quindi al caso Sharapova si è affiancato quello Fognini. Alle brutte notizie dell’uragano Irma e della sanzione per il ligure, le buone notizie non solo delle nuove nascite per alcuni dei campioni più amati, ma anche di storie a lieto fine (sia nel maschile che nel femminile). Il nostro Stefano Travaglia, infatti, ha avuto in passato un episodio simile a quello di cui è stata vittima Petra Kvitova, ovvero l’incidente a una mano che sembrava destinarli a tenerli per sempre lontano dai campi da tennis e che invece li vedono ancora qui sempre più in forma. La ceca è stata una delle tenniste più al top in questi Us Open: è stata sconfitta da Venus per 6/3 3/6 6/7, dopo aver eliminato per 7/6 6/3 la Muguruza, che non ha vinto, ma è diventata numero uno; spodestando, così, la Pliskova. Karolina ha annunciato le sue prossime nozze e, soprattutto, di voler devolvere circa 200 euro per ogni ace segnato durante il torneo al Centro di Ematologia e Oncologia per bambini del Motol University Hospital di Praga; sono stati in tutto 28, per un totale pari a circa 5.600 dollari. Come la Kvitova, nel maschile si è segnato il grande ritorno di Juan Martin Del Potro (arrestatosi solamente davanti a Nadal in semifinale al quarto set, dopo aver vinto il primo per 6/4). Inevitabile per Kvitova e Del Potro un riconoscimento: il premio per la correttezza e la sportività in campo assegnato qui a Flushing Meadows, ovvero due Sportsmanship Awards. Se la lettone Sevastova, l’estone Kanepi e la giovane Kenin (eliminata per 7/5 6/2 dalla Sharapova), sono state quasi delle rivelazioni del torneo femminile, l’edizione 2017 degli Us Open è stata in assoluto quella dei giovani.

Che sarebbe stato un Grand Slam diverso e “speciale” lo si era intuito sin a subito; ma forse nessuno avrebbe pensato sarebbe stato così particolare. Ề stato il Grand Slam dei giovani, per questo ancor più “fresco”. Nuovo innanzitutto perché, sin dagli esordi nelle qualificazioni ad esempio, si testavano nuove regole di gioco (che verranno riprese alle NextGen Atp Finals); si tratta del cosiddetto shot-clock, che prevede 2 minuti per il sorteggio, 5 per il palleggio di riscaldamento, 1 fra il riscaldamento e il primo punto del match, 5 per cambiarsi i vestiti (effettivi in quanto partono da quando il giocatore è arrivato negli spogliatoi), 3 per il medical time-out, 25 secondi (con un’aggiunta di 5 secondi rispetto ai 20 precedenti e che parte da quando è stato annunciato il punteggio dal giudice di sedia) tra un punto e l’altro per servire la prima, infine è permesso il coaching, cioè la possibilità per i giocatori di parlare con i propri allenatori quando sono dalla parte di campo dove questi ultimi siedono, ma saranno permessi anche segnali purché silenziosi. Molti i nomi dei giovani talenti emersi qui a Flushing Meadows: oltre ad Alexander Zverev, Borna Coric (i due si sono scontrati e sono stati protagonisti di un match molto entusiasmante che ha rischiato di andare al quinto set: il croato ha avuto la meglio per 3/6 7/5 7/6 7/6; poi ha perso da Anderson) e Dominic Thiem, Andrey Rublev e Diego Schwartzman (per loro i quarti: il primo ha eliminato tra l’altro Dimitrov, Dzumhur, Goffin, fermato poi da Rafa suo mito, tanto da giocare a 11 anni con lo stesso completo dello spagnolo), Pablo Carreno Busta (giunto sino alla semifinale, ha sorpreso la sua solidità e continuità con la regolarità dei colpi), Denis Shapovalov (che ha convinto tutti al quarto turno contro Carreno Busta, uscito dopo tre duri tie break); oppure Radu Albot (che ha eliminato il padrone di casa Sam Querrey) o John Millman (che si è liberato in tre set del tedesco Kohlschreiber). Ma gli Us Open 2017 segnano il ritorno alla vittoria di una ex numero uno: Martina Hingis, che ha conquistato sia il doppio misto con Jamie Murray, che quello femminile con la Chan (che aveva affrontato contro nel misto precedentemente citato). Soddisfacenti i quarti per Federer che si è arreso a Del Potro.

Emozioni dalla Coppa Davis. Klizan vince e ricorda le vittime di Nizza

Martin-Klizan1-720x523Triplo appuntamento con il tennis: ad Amburgo, a Bucarest e per l’Italia di Coppa Davis con i quarti contro l’Argentina. Emozioni forti sono venute in particolare da quest’ultima, ma anche dalla finale di Amburgo. Ad affrontarsi, in Germania, lo slovacco e testa di serie n. 7 Martin Klizan, contro l’uruguaiano Pablo Cervantes (n. 3 del seeding). Il primo ha vinto facilmente sull’altro, in un match a senso unico, per 6/1 6/4. Cervantes si era avvantaggiato dell’uscita subito al primo turno di Alexander Zverev (da parte di Imigo Cervantes per 7/5 7/6), di quella della testa di serie n. 1 Philipp Kohlschreiber (ad opera di Renzo Olivo, in semifinale, per 1/6 6/0 7/5) e della n. 2 Benoit Paire, sempre al match d’esordio, da Daniel Gimeno-Traver per 7/5 3/6 6/4. Klizan, invece, ha commosso dedicando la vittoria a un amico sfuggito alla strage di Nizza e salvatosi quasi per miracolo. Ovviamente ha voluto rivolgere un pensiero a tutte le vittime della tragedia, ringraziando in particolare tutto il suo team e la sua fidanzata “senza i quali non sarebbe riuscito a raggiungere tale traguardo importante”. Peccato per il giovane tedesco Zverev che non riesce a giocare un buon torneo in casa, forse un po’ di stanchezza anche per il caldo, sotto gli occhi attenti del fratello maggiore Mischa, che lo sostiene in ogni occasione. Mischa intanto ha vinto facilmente il primo turno dell’Atp di Kitzbühel su Facundo Bagnis con un doppio tie-break, entrambi per 7 punti a 5.

Male per l’Italia nell’Atp di Amburgo, rappresentata da Thomas Fabbiano, che nell’incontro d’esordio nel torneo viene sconfitto da Nicolas Kicker per 6/3 5/7 6/1. La stessa forte amarezza c’è stata nel femminile nel Wta di Bucarest. Subito derby azzurro al secondo turno tra Francesca Schiavone e Sara Errani. Quest’ultima si avvale del ritiro forzato della tennista milanese, a causa di un problema alla spalla, ad inizio di terzo set ma senza giocarlo. Dopo aver vinto agevolmente il primo set per 6/1, Francesca comincia ad accusare stanchezza e questo forte e doloroso fastidio fisico; problema che permette a Sara di vincere il secondo per 6/2, così la Schiavone decide di non disputare il terzo set. Al terzo turno la bolognese e testa di serie n. 2 si fa, però, sorprendere dalla giovane Anastasija Sevastova, che la batte per 7/6(4) 6/3. L’avversaria dell’azzurra arriverà poi in finale, dove affronterà la padrona di casa: la rumena Simona Halep e n. 1 del seeding. Tutto facile per l’attuale n. 5 del mondo, una campionessa in grado di rifilarle un doppio 6/0, un ko tecnico duro e difficile da accettare per una tennista ostinata, orgogliosa e determinata, grintosa quale la Sevastova, ma la maggiore esperienza ha regalato più freddezza e lucidità tattica alla giocatrice di Costanza, classe ’91, ma con già all’attivo (a soli 24 anni) 13 titoli Wta.

Le emozioni azzurre, però, non sono finite con la Errani e la Schiavone. Anzi, sono state intensissime nei quarti di Coppa Davis tra Italia e Argentina. Un po’ di sfortuna ha penalizzato i nostri tennisti. Nulla ha potuto Fabio Fognini, l’uomo chiave per capitan Barazzutti, che pur dando il massimo non è riuscito a contrastare la potenza di Del Potro e soprattutto di Delbonis. L’Argentina si impone per 3-1. Andreas Seppi perde il primo singolare contro Delbonis per 7-6 3-6 6-3 7-6, in tre ore e 38 minuti. L’alto atesino gioca bene, ma sbaglia troppo; mentre l’argentino è più deciso, aggressivo, incisivo e preciso. Fabio pareggia i conti nel secondo singolare contro Monaco. Si impone con semplicità, quasi troppa dopo il vantaggio del doppio 6/1. Un attimo di distrazione a inizio terzo set, poi recupera la concentrazione e va a chiudere per 7/5. Non fa, però, tuttavia in tempo a gioire per la vittoria che già deve riscendere in campo per il doppio con Paolo Lorenzi contro Juan Martin Del Potro e Guido Pella. Il rinvio per pioggia del secondo singolare ha molto penalizzato il tennista ligure, che si è trovato a giocare più di cinque ore, a distanza di poco tempo per recuperare, in una sola giornata. Poi l’impossibilità di Seppi a disputare il doppio e l’indisponibilità di Bolelli a seguito del recente intervento a cui si è dovuto sottoporre, sono state tutte contingenze peculiari a nostro sfavore. L’unica alternativa sarebbe stata far giocare e scendere in campo per primo Fognini, ma con il senno di poi son tutti bravi. Peccato perché l’Italia meritava, ci ha messo davvero il cuore. Una Pennetta agitatissima come non mai sugli spalti, tutta la famiglia Fognini al seguito, sono solo alcuni indici di quanto tutto il team azzurro ci tenesse. Ma il tennis è anche questo, si vince e si perde (e non sempre meritatamente), come ha concluso un po’ amareggiato Barazzutti. Nel doppio Del Potro fa la differenza nei momenti decisivi. All’inizio Fabio è assente pressoché in campo, troppo stanco, e Lorenzi non è in grado di tenere né fare partita. Poi il risveglio d’orgoglio di Fognini che riesce a trascinare anche Paolo. Si va al quinto set: 61 76(4) 36 36 64 il risultato finale; un match tiratissimo, durato dopo 3 ore e 50 minuti, che si fa sentire sulle gambe del tennista azzurro il giorno dopo. Fognini sa, però, che spetta a lui “salvare” l’Italia. Appena comincia la partita è poco mobile, affaticato, nervoso, spreca molto, sbagliando tanto, troppo, soprattutto di dritto. Un po’ di sfortuna aggrava la situazione.

Delbonis fa male soprattutto con il dritto mancino ad uscire. Si porta avanti di due set per 6/4 7/5. La partita sembra finita, con un Fognini incapace di trovare la chiave di svolta. Poi reagisce di rabbia, di astuzia, di intelligenza e di finezza tecnica e tattica, infilando l’argentino in particolare con le palle corte. Delbonis ha un calo, si incarta, sembra aprirsi uno spiraglio di speranza per l’Italia. Il ligure prima conquista il terzo set per 6/3 (gridando “io ci sono”), poi va a un passo dal portare a casa anche il quarto, ma non riesce a trascinare il match al quinto set e si arrende per 7/5 dopo tre ore e 34 minuti. Annulla in compenso il primo match point per l’argentino effettuando il più bel punto di tutto lo scontro di Coppa Davis, con un passante in recupero in allungo a una sola mano di rovescio, che mette a segno infilando Delbonis a rete. Non ha sfruttato, però, altre diverse occasioni: era andato, in primis, a servire sul 5/3 nel quarto set e si è fatto strappare il game per giungere al quinto. Così anche nel primo set. Forse Fognini avrebbe dovuto insistere più sul rovescio di Delbonis, scorciare gli scambi venendo più a rete e diventando più aggressivo; invece in certe occasioni è rimasto più a fondo, tirando accelerate di cui ha perso il controllo per trovare la soluzione vincente, ma sbagliando in particolare i colpi di dritto. Delbonis tuttavia ha conquistato il match con l’autocontrollo.

Troppo carico Fabio, che in certi momenti è andato troppo di fretta invece di frenare la partita: quando ha rallentato un po’ gli scambi con qualche back e palla lobata ha ottenuto qualche 15 in più; un gioco più contenuto e in sicurezza, costringendo l’avversario a rischiare maggiormente andava a suo vantaggio: ma non è facile gestire né controllare le emozioni in tale circostanza si sa. Ora l’Argentina in semifinale affronterà la Gran Bretagna che ha eliminato la Serbia (entrambe senza i big: non sono stati schierati né Djokovic né Murray).

Barbara Conti

IBI 2016: vince Murray, ma Nole è il campione
di sportività

NOLEUna finale maschile tra Djokovic, numero uno al mondo e campione uscente, e Andy Murray. Serena Williams, super favorita dopo l’assenza di Maria Sharapova, in finale contro una brillante per tutto il torneo Madison Keys. Gli organizzatori non potevano chiedere di meglio. Se Serena ha rispettato i pronostici, il tabellone maschile ha regalato più colpi di scena emozionanti: l’uscita di scena prima di Federer per mano del giovane austriaco Thiem (rivelazione del torneo), poi quella di Nadal eliminato da Djokovic, che si è prodigato molto generosamente e non si è risparmiato sino all’ultimo, soprattutto nella semifinale concitata ed entusiasmante contro il giapponese Kei Nishikori (vinta al terzo set).
Ad aprire il programma sul centrale è stata proprio quella femminile. La Keys veniva da una semifinale strabiliante contro la Muguruza vinta per 7/6(5) 6/4, dopo molte interruzioni per pioggia. Era sembrata davvero in gran forma, tirava ogni colpo, aggressiva, incisiva con colpi pesanti da fondo ed accelerate improvvise, unitamente ad un ottimo servizio. Sembrava non temere nulla, con sregolatezza e incoscienza, spericolata faceva partire il braccio incurante del rischio e del pericolo. Non pareva accusare nessuna tensione. Invece nella finale, a un passo dal successo, ha tremato. È partita bene, portandosi subito avanti 3-0, concedendo pochissimo alla Williams. Poi è come se avesse iniziato a realizzare e l’emozione è stata troppo forte per controllarla. Ha cercato di non far vedere il dispiacere, ma lo sconforto e l’amarezza erano palesi sul suo volto stanco, sembrava quasi volersi giustificare dicendo di aver cercato di dare il massimo contro una Williams pressoché perfetta man mano che la partita procedeva. Un’avversaria troppo forte per poterla battere, non faceva quasi che ripetersi per scusarsi e discolparsi; tuttavia cosciente di aver sprecato troppe occasioni d’oro per siglare il miglior match della sua carriera. Dietro l’apparente tranquillità, calma, la soddisfazione per aver raggiunto comunque una finale di un Master 1000 si celava un turbinio di pensieri che le frullavano per la testa, si arrovellavano in un tormento emotivo non da poco, perché gli Internazionali Bnl non lasciano indifferente nessuno; né si archiviano facilmente dicendo orami di pensare già al prossimo impegno con il Grand Slam del Roland Garros. Un ricordo indelebile di quei punti mancati, sbagliati, di quegli errori gratuiti che potevano essere evitati, semplicemente di quell’incontro che si poteva vincere e che invece si è perso rimarrà per sempre. Soprattutto se si tratta di una finale. Chiedere a Sara Errani, che contro Serena Williams giocò finché poté e non fu ostacolata dall’infortunio nel 2014, e ancora ci (ri)pensa e ricorda perfettamente quelle forti sensazioni contrastanti che l’hanno animata in quel momento memorabile, storico e così particolare.
Forse anche per Madison Keys la finale persa a Roma quest’anno rimarrà un’occasione mancata, sciupata, di cui rammaricarsi con un netto “peccato”, fatta di tanti “anche se”: ‘non è andata bene, anche se è pur sempre una finale che ho giocato’, forse è quello che pensa l’americana; ‘una finale emozionante anche se l’ho persa e magari avrei potuto persino vincerla”. Potrebbe essere ciò che rispecchia l’opinione della Keys. Di certo è sicuro che avrebbe potuto avere più chances con un po’ di cattiveria agonistica in più, con un po’ più di aggressività e incisività, attaccando e spingendo di più. Di certo è stato un gioco frammentato, con tanti errori e punti eccezionali da ambo le parti, ma Serena ha saputo chiudere quelli decisivi ed essere più concreta al momento giusto e quando è stato necessario, senza tremare. Un po’ di esitazione, incertezza, tremolio e confusione in Madison Keys si è vista, mentre sorrideva ironicamente come a dirsi: “non so più quello che devo fare con questa giocatrice eccellente, questa campionessa inossidabile”. Ha iniziato a giocare troppo centrale, più in difensiva che in attacco, forse a causa della maggiore potenza dei colpi di Serena, che ha messo maggiore pressione. Così anche quando ha provato a rischiare di più la Keys è andata fuori giri. Viceversa imperturbabile la Williams ha proseguito come un rullo compressore: nulla la poteva fermare né ostacolare, neppure il tempo. Gioia, entusiasmo, allegria, soddisfazione, un sorriso smagliante con cui ha confessato di essere felice e contenta di questa vittoria che ha voluto immortalare subito con un selfie con la coppa, prima di firmare autografi e concedersi ai fotografi. Una conquista tutta sua personale, che le dà una forte carica in vista del Roland Garros. Non è riuscita a vincere in doppio con la sorella Venus, ma questo cancella un po’ la tristezza per l’uscita al primo turno in doppio. In compenso nel maschile ha vinto il duo dei fratelli Bryan, impostosi per 2/6 6/3 10/7 sulla coppia formata da Pospisil e Sock.
Sicuramente la parte più bella dello scontro tra Williams e Keys è stato l’abbraccio amichevole e sincero tra le due, molto bello, alla fine del match a dimostrazione di una sana sportività onesta delle due tenniste: l’umanità di Serena e quasi il timore reverenziale di Madison, simbolo di massimo rispetto per l’avversaria, quasi avesse paura di vincere contro di lei, contro la numero uno. Nonostante la finale femminile abbia richiamato molti spettatori, quella più attesa è stata sicuramente quella maschile. A dimostrazione del valore dei due campioni in campo, la presenza della famiglia Totti ad assistere al match; tra l’latro il Capitano e Djokovic sono molto amici. Tuttavia non c’è stata storia e Murray ha chiuso facilmente con un doppio 6/3. Nole si è preso un warning, ha quasi rotto una racchetta per il nervosismo, perché voleva una breve interruzione per pioggia, che l’arbitro non ha concesso. L’arbitro Damian Steiner, infatti, non ha permesso che si tenesse una breve pausa per sistemare il campo, reso scivoloso dalla pioggia, magari asciugando le righe, pericolose per il rischio di provocarsi distorsioni alle caviglie. Timore che ha bloccato un po’ Nole, che si è mosso con più rigidità e con più attenzione, avendo paura di farsi male in vista del Grand Slam parigino. Questo lo ha reso molto nervoso e gli ha tolto concentrazione. Neppure la presenza dei genitori sugli spalti lo ha confortato e tranquillizzato; forse la presenza della moglie lo avrebbe calmato. Invece incontenibile la soddisfazione della madre di Murray, orgogliosa di suo figlio. Andy ha confessato di aver ricevuto una carica particolare guardando la foto della figlia Sophia Olivia prima della finale. Encomiabile la sportività tuttavia di Nole, che ha confessato che non è facile scendere in campo dopo aver giocato tre partite dure nei turni precedenti ed essere in forma per una finale e per affrontare un avversario solido del calibro di Andy Murray, a cui sono andati i suoi complimenti sinceri: “ha giocato meglio e si è meritato la vittoria”. Ha raccontato, palesando tutta la sua stanchezza fisica, mentale, emotiva e psicologica, di non aver avuto la forza di vincere, ma “con Roma c’è un legame speciale e tornerò il prossimo anno sicuramente. Ringrazio i miei supporters che mi seguono da giorni, che mi manifestano sempre ogni volta il loro affetto con striscioni calorosi”, come quello con la scritta suggestiva che sventolava nel match decisivo: ‘Nole, uno di noi’”. Ma Murray è stato in-giocabile e ha fatto la differenza con il servizio: 91% di prime piazzate nel primo set, contro il 57% di Nole; e 69% di seconde, a confronto del 54% di quelle del serbo. Per non parlare dei vincenti, che nel primo parziale sono stati 33 per il britannico, mentre soli 22 per Djokovic. Nel secondo set la situazione non è cambiata; innanzitutto sul 2-2 Murray fa break subito all’avversario. Alla fine piazza 65 punti vincenti a 50 e l’81% di prime contro il 62%, tutto a suo favore. Non a caso è il secondo giocatore con il servizio più potente di tutti (fino a 228 km/h), dopo Raonic (che ha tirato anche fino a 232 km/h). Novak si piazza subito dietro di lui con una velocità di 221 km/h. Di certo l’inglese era arrivato più riposato alla finale, sia per aver giocato prima la semifinale, che per averla vinta più agevolmente e facilmente con un netto 6/2 6/1 al francese Pouille.

Barbara Conti

Tennis. A Miami
torneo molto articolato

Fuori la Ivanovic forse per problemi al ginocchio. E Nadal per disidratazione. Il gran caldo ostacola anche l’accesso ai quarti di Roberta Vinci, che si ferma al terzo turno e perde da Madison Keys che, forte del pubblico di casa, chiama il challenge su una palla chiaramente buona per l’azzurra per innervosirla. Poi un clamoroso smash steccato dall’italiana regala il 4-5 alla Vinci, che sorride, mentre la Keys applaude divertita. Ma non basta, l’americana si impone con un doppio 6/4, nonostante Francesco Cinà avesse chiesto a Roberta di rischiare di più, puntando su servizio e volée e sull’1-2 in particolare, attaccando e insistendo sul rovescio di Madison più che sul suo dritto. A tratti, però, la Vinci è apparsa troppo stanca. Il caldo, inoltre, fa un’altra vittima: non c’è solo il ritiro di Nadal, ma anche quello della Bertens contro la Kerber.
Forse proprio a causa delle temperature troppo alte. Infatti più volte (ma in particolare nel match tra Konta e Vesnina) vengono assegnati addirittura dieci minuti di sospensione quasi prima del terzo set, attribuiti solamente se si superano o si sfiorano i 30 gradi.
Male per le Williams. Serena si arrende alla Azarenka, una delle favorite con lei, ma a Serena stavolta la sconfitta pesa di più per il fatto di stare giocando in casa e di essere campionessa uscente. Apparsa un po’ demotivata, non è riuscita a difendere il titolo: trofeo che aveva già vinto altre cinque volte, di cui i più recenti negli ultimi tre anni. Sorpresa non da poco. Seguita dalla maggiore delle sorelle.
Venus invece si fa sorprendere con un 6-2 al terzo dalla Vesnina, che vince il primo per 6/1, poi perde il secondo al tie break. Ma sorprende Venus con colpi molto variati e lavorati e un gioco aggressivo in cui attacca persino a rete. Arrota molto sia il dritto che il rovescio, di cui maschera la traiettoria con una preparazione ampia del movimento molto particolare, difficile da leggere. Si incita con dei gridolini tipi ‘ahia’, che però non sembrano infastidire le avversarie; come invece è stato per Venus un terribile e strano rumore acustico proveniente dal microfono dell’arbitro di sedia, che ha richiesto venisse addirittura staccato.

Caroline Wozniacki

Caroline Wozniacki

Anche la Wozniacki è sofferente e non riesce a decollare. Così l finale femminile è tra una ritrovata Kuznetsova e la Azarenka, che ha vinto a Miami già nel 2009 e 2011. Porta a casa il titolo, incassando una valida doppietta, trionfando, dopo Brisbane, sia qui che ad Indian Wells: è la terza giocatrice al mondo a conquistare tutti e due i tornei.
3-0, 3-1, 4-1, 4-2, 5-2. La Azarenka insiste soprattutto con il suo dritto sul rovescio della Kuznetsova e vola subito sul 5-3.
La Kuznetsova si mette a palleggiare coi piedi con la pallina da tennis, poi la bielorussa le risponde respingendo al volo sempre con i piedi la pallina. Il primo set finisce per 6-3: un set vinto sul servizio dell’avversaria e che ha rischiato di sprecare la Azarenka con troppi doppi falli sul proprio. Per il resto solo Victoria Azarenka in campo, che ha dominato con i fondamentali, nonostante le difficoltà al servizio appunto.
Azarenka, testa di serie n 13, conclude (in appena un’ora e 17) con il doppio dei colpi vincenti (10 a 5), sulla Kuznetsova, testa di serie n. 15.  Nel secondo set, conclusosi per 6-2, i colpi vincenti diventano 8 a 23 e i break point 12, da 8, per la Azarenka che diventa così la numero 5 al mondo.
Nella finale maschile non poteva non esserci Novak Djokovic, che si è trovato di fronte Kei Nishikori. Subito break in apertura per il giapponese, che si porta avanti per 1-0, prima di restituire il servizio.
Poi Nole vola, tra break e contro-break sul 4-2; sembra puntare sulle accelerazioni sul dritto di Nishikori. Così vince il primo set per 6/3 in circa 35 minuti. E, in apertura di secondo set, stavolta è lui a fare break subito al giapponese, che ha commesso più errori gratuiti, a differenza del serbo che ha piazzato una percentuale più alta di prime di servizi (76% nel primo set, 79% nel secondo). Intanto sugli spalti, oltre alla Azarenka venuta ad assistere al match, è una sorte di ‘guerra allo striscione migliore’ tra il pubblico. I fan si scatenano: ‘Nole For president’ richiedono i serbi, che lo vogliono come presidente della Serbia. ‘Kei takes the key’, rispondono i giapponesi, ottimisti e auspicando che Nishikori trovasse la chiave (giocando sul nome del nipponico che ha altro significato in inglese) della partita. Così non è stato, anche a causa di un infortunio al ginocchio che ha richiesto l’intervento del fisioterapista da parte di Nishikori. Nole è più bravo a variare subito il gioco e rapido nello spostare, dopo pochi scambi, l’avversario forzando sul dritto. Il giapponese tiene grazie alla trovata di due buone palle corte; mentre il serbo non opta per le smorzate, rischiando qualcosa in più per tirare i colpi e commettendo qualche errore in più, che gli fa mancare l’occasione di portare sul 5-2. Ormai Kei gioca da fermo e i genitori assistono amareggiati. Un po’ innervosito dall’opportunità fallita, Nole scaglia via la racchetta. Poi rimane a bocca aperta con il volto al cielo per ammirare un volo di rondini che migravano in gruppo. L’incanto sarà presto interrotto dal nervosismo del giapponese che sbatte malamente a terra la racchetta con rabbia per non aver chiuso il suo servizio e non essere portato sul 5-4. Nole chiuderà con un doppio 6/3 dopo aver mancato due match Point. Il terzo utile è quello buono ed è un colpo mandato lungo da Nishikori a regalare al numero uno al mondo il quarto titolo dell’anno e il 63esimo in carriera. Nole supera persino Roger Federer come montepremi guadagnato. Ora dovrà difendere il titolo a Montecarlo, dove ci sarà il ritorno di Fabio Fognini, ma che il giapponese salterà.
Una vittoria particolarmente importante per Nole, che ha un legame speciale con questo torneo -per sua stessa ammissione- dove ha vinto il suo primo Master 1000. “Spero che questa storia d’amore (con il torneo di Miami in senso metaforico ovviamente) -ha detto al momento della premiazione Djokovic- continui e duri negli anni. Mi auguro che questo torneo test in funzione per molto tempo ancora”.  Intanto ne approfitta e dà ‘il cinque’ a tutti i raccattapalle. Incredibile notare la diversa reazione a fine match. Mentre aspetta la premiazione, Djokovic parla felice al telefono. Dall’altra parte, invece, Nishikori è un po’  triste, amareggiato  e rassegnato, forse dolorante e deluso, ma comunque tranquillo, imperturbabile, impassibile nonostante la sconfitta: la compostezza tipica dei nipponici che gli fa molto onore e dignità.
Djokovic è troppo padrone del campo, vince di testa, di tecnica e di esperienza. Peccato per l’austriaco Dominic Thiem, che le tenta tutte contro di lui: tira ogni colpo, rischia tantissimo, scambia moltissimo, sposta parecchio Nole che corre, ma poi vince. Un po’ caduto nello sconforto, il giovane talentuoso Thiem prova a mandare fuori giri il numero uno, con palle lobate o in back, tentando anche smorzate e discese a rete; ma alla fine a perdere il controllo dei colpi è proprio lui. Nole risolve tutto e pareggia i conti col servizio e con prime che sono per lui una certezza, una sicurezza e un’ancora di salvezza; la risorsa da tirare fuori nel momento del bisogno e di difficoltà. Anche questo significa essere un campione. Sicuramente ci sarà un tempo anche per Thiem, che intanto a Miami deve accettare di incassare un 6/3 6/4 dal serbo.

Barbara Conti

Coppa Davis di maratone. L’Italia batte la Svizzera

TENNIS-DAVIS-CUP-ITALY-SWITZERLAND

Paolo Lorenzi

Il recente turno per la qualificazione ai quarti di Coppa Davis ha visto l’Italia, che ora aspetta l’Argentina di Leo Mayer che ha sconfitto a Danzica la Polonia per 3-2, battere la Svizzera a Pesaro. Passano il turno anche Serbia e Gran Bretagna, grazie alle vittoria di campioni sacri del tennis quali Novak Djokovic e Andy Murray, di recente diventato papà, che si è imposto sul giapponese Kei Nishikori. A questi talenti puri della racchetta si affianca quello nostrano di Paolo Lorenzi. Ad accomunarli il fatto di aver portato a casa maratone in cinque set di quasi circa cinque ore.
Il pubblico ha gradito, apprezzato, ma soprattutto colto il valore agonistico e tecnico di questi match. Per il giocatore azzurro, infatti, uno striscione riportava la seguente frase dopo la sua vittoria: “Lorenzi, campione d’umiltà”. Il nostro tennista, infatti, ha vinto di carattere, di forza di volontà, grinta e tenacia, lottando su ogni colpo, attaccando senza rimanere inchiodato sulla linea di fondo e recuperando ogni palla, macinando chilometri in campo. Buona l’esecuzione tecnica anche, a dimostrazione di quanto impegno mettesse nella partita comunque non facile, di certo equilibrata: il punteggio stesso parla chiaro del resto, 7-6(14) 6-3 4-6 5-7 7-5 su Chiudinelli con tre match point annullati.
A salvare la Serbia a Belgrado contro il Kazakistan è stato il numero uno Nole. Per lui la scritta su uno striscione: “no less than champion”, “non meno di un campione”; cioè la stoffa del re assoluto del ranking mondiale si è vista anche in un momento di difficoltà: il kazako Kukushkin giocava molto bene, riuscendo a spostarlo ed aggredirlo abbastanza agevolmente. In più Djokovic non era al top della forma fisica; anzi, qualche problema fisico lo ha palesato: prima la congiuntivite agli occhi che lo ha costretto al ritiro nel torneo di Dubai vinto da Wawrinka; ora problemi muscolari nello scontro di Coppa Davis, con crampi che hanno richiesto più volte l’intervento del fisioterapista per massaggi (per entrambi i giocatori però a dire il vero). Tuttavia aveva promesso che ci sarebbe stato e infatti ha giocato, ha sofferto tanto, arrancando, barcollando, cadendo più volte e con le gambe che visibilmente gli cedevano spesso soprattutto sugli spostamenti laterali, ma non si è ritirato. Anzi, è stato sempre lì, nel match, pronto a rimontare il risultato. Ha reagito e il pubblico di casa non ha esitato a sostenerlo ed incitarlo, in particolare nel finale. Ha rischiato di andare in confusione, di farsi imbrigliare dal gioco dell’avversario; poi ha cominciato ad ingranare con palle più lobate, senza peso, in back anche con traiettorie più variate e laterali e meno centrali, con colpi su cui è stato più difficile per l’altro appoggiarsi. Ha iniziato a venire più a rete e a cercare qualche palla corta in più.
La stanchezza del kazako, un po’ di fortuna in più con tiri che hanno cominciato ad entrare invece che uscire di poco, lo hanno aiutato a ritrovare le righe, la profondità e la precisione dei colpi. 6-7; 7-6; 4-6; 6-3; 6-2 il risultato che ha portato la Serbia sul 2 pari.
Per quanto riguarda Murray, un rullo compressore da fondo anche al quinto set e Nishikori non ha potuto molto contro l’inglese, in grado di disegnare il campo con facilità anche in situazioni di difficoltà, scomode, buttato fuori dal campo dalle accelerazioni e dai passanti del nipponico, cui lui rispondeva con altrettanta incisività vincente. Il Giappone si è dovuto inchinare a questo giocatore in forma smagliante e decisamente ispirato. Murray ha trionfato per 7-5; 7-6(6); 3-6; 4-6; 6-3.
Questi esiti ci fanno ben comprendere quanto contino i campioni in una squadra: la serietà e la professionalità di Djokovic nel non esimersi una volta schierato dimostrando forte attaccamento alla maglia e umiltà, l’impegno massimo di Murray, provano quanto la Coppa Davis sia legata a questi mostri del tennis. Viceversa il sottrarsi ai doveri verso la propria nazione e bandiera può essere pregiudicante. Non a caso la Svizzera è stata penalizzata proprio dall’assenza di Federer e Wawrinka; se almeno uno dei due avesse giocato, forse il team elvetico non avrebbe subito l’umiliazione del 5-0 dall’Italia. Infatti a Ginevra nel 2014 sul duro entrambi gli svizzeri erano presenti e la squadra di casa trionfò per 3-2 sull’Italia. A proposito di campioni sarà da vedere se l’Argentina potrà vantare la presenza di Del Potro nella sfida dei quarti contro gli azzurri, da poco tornato a giocare dopo l’intervento subito per un grave infortunio che lo ha tenuto per molto tempo lontano dai campi.

Per fortuna dell’Italia, la mancanza in campo di Fognini per infortunio (comunque presente insieme a Flavia Pennetta sugli spalti a tifare) è stata rimpiazzata dalla buona prestazione di Andreas Seppi, che ha vinto più che dignitosamente il singolare, ma no solo. La sua performance in doppio con Simone Bolelli ci ha regalato la scoperta di una nuova coppia che funziona. I due già avevano vinto insieme a Dubai, ma Seppi ha davvero saputo guidare e sostenere Bolelli, che ha dato il meglio al servizio, con qualche ace e ottime percentuali di prime ma anche di seconde messe in campo. La forza è che l’altezza dell’altoatesino permette agli azzurri di essere meno vulnerabili in attacco, una volta si trovassero entrambi avanti a rete.
Anche i recuperi sono facilitati, poiché Seppi è più difficilmente scavalcabile. Inoltre sta dimostrando di essere a suo agio e gradire il gioco in attacco, che giova al doppio. Questo fa piacere. Di certo l’Italia è stata facilitata, per dovere di cronaca per quanta gioia possa aver regalato la vittoria azzurra, dalla superficie di gioco: la terra rossa, dove “siamo imbattibili” per stessa ammissione di capitan Barazzutti. Al contrario, se si fossero disputati gli incontri sul veloce indoor, come è stato per la Serbia e la Gran Bretagna, i match sarebbero stati ancor più duri; qui gli scambi si sarebbero accorciati e si sarebbe giocato maggiormente sulla precisione piuttosto che sulla regolarità e sulla qualità tattica e sull’eleganza dello schema di gioco e di esecuzione, che hanno messo in risalto le doti degli italiani che, se sono stati meno efficaci in qualche tratto compiendo qualche errore gratuito di troppo è stato proprio per i maggiori rischi che si sono presi, che hanno costretto, a loro volta, gli avversari a prendersene di superiori e sbagliare di più. Ma Barazzutti ha lasciato spazio anche al giovane Marco Cecchinato, al suo esordio in Davis, che si è imposto agevolmente su Bossel per 6-3 7-5. Nell’altro singolare, poi, Lorenzi conferma l’ottima prestazione con una vittoria facile sul diciannovenne Antoine Bellier (n. 670 del ranking ATP), con un netto 6/3 6/2.

Gli schieramenti che si presenteranno ai prossimi quarti sono:

Serbia-Gran Bretagna;
Italia (riuscita ad imporsi per 5-0 sulla Svizzera)-Argentina, che si giocherà dal 15 al 17 luglio prossimi;
Repubblica Ceca-Francia;
Usa-Croazia.

I risultati
Gran Bretagna – Giappone 3-1 (Birmingham, veloce indoor)
Murray (GBR) b. Nishikori (JAP) 7-5; 7-6(6); 3-6; 4-6; 6-3
J.Murray/A.Murray (GBR) – Nishioka/Uchiyama (JAP) 6-3; 6-2; 6-4
Murray (GBR) b. Daniel (JAP) 6-1; 6-3; 6-1
Nishikori (JAP) b. Evans (GBR) 6-3; 7-5; 7-6(3)
Serbia – Kazakhstan 3-2 (Belgrado, veloce indoor)
Troicki (SRB) b. Nedovyesov (KAZ) 6-2; 6-3; 6-4
Djokovic (SRB) b. Kukushkin (KAZ) 6-7; 7-6; 4-6; 6-3; 6-2
Nedovyesov/Golubev (KAZ) b. Djokovic/Zimonjic (SRB) 6-3; 7-6(3); 7-5
Djokovic (SRB) b. Nedovyesov (KAZ) 6-1; 6-2; 6-3
Kukushkin (KAZ) b. Troicki (SRB) 7-5; 6-2; 6-4

Barbara Conti

Australian Open: Djokovic piega Murray in tre set

murray-vs-djokovicUn solido Djokovic contiene un buon Murray e si aggiudica la finale degli Australian Open 2016 in tre set. Dopo la sconfitta in semifinale, lo stesso Federer aveva definito Nole “inarrestabile”, riconoscendo con sportività il valore dell’avversario e accettando la sconfitta senza gesti rabbiosi. Ed è così e il serbo non ha deluso le aspettative.

Del resto i precedenti tra i due finalisti parlavano chiaro: Nole aveva vinto 10 degli ultimi 11 scontri diretti con il britannico. Molta amarezza per Murray, che con questa occasione mancata diventa il secondo tennista ad aver perso cinque finali. Suo il merito di aver comunque lottato molto, sua qualità ben nota; la superiorità di Nole, però, è troppa e il numero uno parte subito alla grande e nel primo set non c’è storia: in appena mezz’ora il serbo lo conquista per 6/1. Vincenti risultano le sue smorzate che richiamano a rete l’inglese per poi fulminarlo con passanti che vanno a segno. All’inizio lo schema é, per il numero uno al mondo, molta aggressività da fondo, soprattutto sul rovescio dell’avversario, cercando di spostarlo il più possibile e di chiudere con accelerate improvvise. Sceglie la profondità e la precisione più che la potenza giustamente, tirando anche colpi che finiscono tra i piedi di Murray e lo infastidiscono. Poi, però, palleggia e scambia troppo, un po’ più centrale, e rimette in gioco la testa di serie n. 2. Calano un po’ il ritmo e l’incisività di Djokovic e Murray sarebbe a un passo da conquistare il secondo set; ma Djokovic recupera e chiude 7/5. Giusto il tie-break nel terzo in un match sempre più lottato ed equilibrato, dove a fare la differenza sono i colpi da manuale del serbo, che li tira fuori all’improvviso dal cilindro al momento opportuno. Questo è l’estro del campione che vuole vincere e, nonostante a tratti appaia un po’ stanco, non molla. Anche Murray non ci sta a perdere, ma nulla può contro la maggiore efficacia di Nole, mentre lui sbaglia troppo. Può darsi che i 103 minuti giocati in più in semifinale contro Raonic si siano fatti sentire: anche il canadese lo ha costretto a una rimonta non da poco in una partita entusiasmante e forse avrebbe meritato la finale, ma qualche problema fisico lo ha pregiudicato e gli ha negato la possibilità di superare il turno ed andarsi a contendere il titolo.

6/1 7/5 7/6(3) dunque il punteggio che incorona Djokovic campione degli Australian Open, che nel finale torna ad essere più aggressivo, si prende più rischi e gioca alla perfezione i punti decisivi, regolando definitivamente i conti e non lasciando più speranze a Murray che deve rassegnarsi ed inchinarsi di fronte alla maggiore classe dell’avversario.

Barbara Conti

Le lezioni del torneo Wta
di Wuhan in Cina

Venus Williams-WTAIl torneo Wta di Wuhan in Cina è stato teatro di molti colpi di scena. Innanzitutto si è giocato senza Hawk-Eye, in segno di lutto per la precoce morte del giovane inglese Robin Llyr Evans, esperto di computer e deceduto a seguito di un incidente per cause ancora ignote. Lavorava come operatore per la tecnologia Hawk-Eye ed era un ex capitano della squadra giovanile di Rugby Club Pwlheli, per questo la decisione di non usufruire del servizio per tutto il torneo; anche se questo ha reso più complicato l’arbitraggio. Forse poteva essere indetto solamente un giorno di lutto oppure ripristinarlo almeno per la finale, poiché le condizioni in cui si è giocato sono state a volte disagevoli.

Se in finale ci si è potuti avvalere dell’esperienza e della sicurezza dell’arbitro francese Nouni, molto stimato ed apprezzato nel circuito a livello internazionale, nelle semifinali si sono creati non pochi problemi. E questo fa capire quanto siamo diventati dipendenti dalle tecnologie informatiche anche nello sport per attribuire punti decisivi.

Arbitro donna

Sebbene, a volte la decisione, la fermezza, l’autorevolezza (ma non l’autorità) dell’arbitro possano essere fondamentali: si pensi ad esempio alla finale maschile degli Us Open (tra Djokovic e Federer) arbitrata egregiamente da una donna (Eva Asderaki) che ha saputo prendere in mano la situazione. Qui al Wta di Wuhan, invece, le donne non hanno fatto bella figura. In semifinale contro Roberta Vinci, Venus Williams si è presa più tempo nel servizio, tra un punto e un altro, dei 30 secondi previsti: nonostante si parli di “tempo ragionevole”, era evidente che la giocatrice stesse temporeggiando per recuperare energie, soprattutto dopo un risentimento muscolare alla coscia destra. Neppure un avvertimento verbale per lei. Forse l’ammonimento col punteggio sarebbe stato persino impensabile o eccessivo, però di sicuro l’arbitraggio avrebbe dovuto fare qualcosa in più per far sentire Roberta tutelata e per cercare di calmare il suo nervosismo data la situazione di tensione: questo rientra perfettamente nei compiti di un giudice arbitro.

Ha vinto Venus sull’italiana, al terzo set, in un match durissimo, ma proprio puntando su una sfida di nervi. È stato evidente fin da subito che Venus volesse vendicare la sorella minore Serena, che contro la Vinci aveva perso in semifinale agli Us Open e per questo, nonostante fosse fisicamente provata da uno  muscolare, non ha ceduto.

E si è ritrovata in finale contro Garbine Muguruza che nell’altra semifinale, nel bel mezzo del 3-3 sul tie-break del secondo set contro Angelique Kerber, ha interrotto il gioco per chiedere l’intervento del fisioterapista per un problema alla caviglia destra e poi chiamare il time-out medico. Ed è approdata all’ultimo match decisivo. Con una vistosa fasciatura Venus ha continuato a lottare anche contro di lei, sfoggiando grinta e aggredendo psicologicamente l’avversaria. Alla fine sul 6/3 3-0 nel secondo set la Muguruza si è ritirata in lacrime, ma può gioire per essere salita al n. 5 del mondo. Forse questa è la forza delle Williams: di essere sempre aggressive sportivamente, o quasi sempre, anche a costo di risultare antipatiche; mettendo da parte il fair play per andarsi a conquistare la vittoria: giocando nel limite lecito delle regole, conoscendo bene il regolamento e osando entro quello che è concesso.

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Di certo una finale tra due infortunate non si era mai vista e questo ha destato molto stupore, soprattutto sui pronostici. Alla fine è stata una vittoria di carattere delle Venere nera (la n. 700 a 35 anni, che le ha regalato la posizione n. 14 del ranking mondiale e la n. 9 della Race) che ha vendicato la sorella Serena che, col ritiro dal torneo di Pechino e dalle Finals di Singapore, rischia una multa salata dalla Wta di 125mila dollari. Dando prova di quanto il periodo di crisi per lei continui dopo la sconfitta da Roberta Vinci agli Us Open: dimostrando, però, così di essere umana e non quella sorta di computer tennistico o robot in muscoli umani forzuti e mascolini, ma di avere le sue debolezze e una sensibilità che nasconde dietro un’apparente durezza. Ma si può essere n. 1 anche palesando le proprie fragilità. Tenace, combattiva, di carattere orgoglioso, non ama perdere o mostrare sofferenze, titubanze e timori, ma soffre anche lei: in campo e fuori. Ed è bello che mostri anche questo lato finora oscuro del suo carattere, uno splendore proprio perché così umano.

E soprattutto, una lezione c’è anche per lei: accettare le sconfitte, che comunque non pregiudicano il suo talento indiscusso. Avere carattere vincente significa anche questo. Di sicuro continua il periodo no anche per Maria Sharapova (ritiratasi a scopo precauzionale dal Wta Premier di Wuhan per infortunio all’avambraccio), per Simona Halep (che si è ritirata al torneo di Pechino per un problema al tendine d’achille al primo turno: sotto 5-4 nel punteggio contro Lara Arruabarrenna) e per Eugenie Bouchard (costretta al torneo di Pechino al ritiro contro la tedesca Andrea Petkovic, in vantaggio per 2-6 1-1 per il trauma cranico subito negli spogliatoi agli Us Open). A proposito di personalità, poi, se Roberta si dimostra essere il miglior rovescio in back del circuito e una campionessa mentale e tattica per i progressi che ha fatto, deve lavorare di sicuro sull’auto-convincimento di quanto valga e sulla sua autostima. Innanzitutto perché con la finale agli Us Open ha contribuito a portare il tennis italiano, soprattutto femminile (ma anche maschile col buon esito in Coppa Davis contro la Russia), a pari livello quasi del calcio: con tenniste ospiti in trasmissioni su Skysport (la Vinci) o a “Che tempo che fa” di Fabio Fazio (la Pennetta).

Stupisce per la sua semplicità, ma forse un pizzico di giusta, sana e meritata ambizione in più non guasterebbe. Deve essere consapevole delle sue capacità e di dove può arrivare: la top ten è alle porte. Invece sembra ancora aver paura a rendersi conto di tutto quanto ha ottenuto e continuare a voler volare basso, rimanendo umile e modesta: quello va bene, ma più grinta ci vuole. Su Supertennis Tv ha dato via a un simpatico programma in cui si fa conoscere da tutti i suoi fan: “Una giornata con Roberta Vinci”. E questo è molto bello, è una cosa buona che la avvicina al pubblico e la rende familiare e amichevole. Però, presentandosi, di sé ha detto che è una che non pretende tanto e che si accontenta di poco. Sbagliato, perché lei può avere molto di più e farlo in modo pulito, col sacrificio e lo sforzo degli allenamenti duri cui si sottopone. Anche in campo contro Venus ha esclamato: “Roberta, ma dove vai!?”. E avrebbe dovuto rispondersi: vado a vincere. Ha mancato davvero la finale al Wta di Wuhan per un soffio: ha avuto due match point e ha sempre recuperato Venus, anche sotto di uno o due break, sin dall’apertura del match. Capace di restare sempre ancorata alla partita e al punteggio, forse ha pagato un po’ di stanchezza e forse avrebbe dovuto insistere con più smorzate e back; certo Venus era molto in giornata col dritto. Sicuramente non potrà che andare meglio continuando a giocare ad alti livelli, ma deve imparare a nascondere meglio le sue emozioni e sensazioni in campo, come più volte già le ha consigliato il suo coach. Intanto lo scenario del tennis femminile si fa sempre più articolato e sembra esserci il ritorno anche di Sara Errani: la romagnola, numero 22 Wta, ha battuto Petra Kvitova al primo turno del Wta di Pechino per 7-5, 6-4.

Barbara Conti 

Tennis, Serena Williams rispetta i pronostici e trionfa a Miami

Sharapova-miami-WTATra i soliti vincitori incontrastati qualcosa sta cambiando: è l’abiura di stampo copernicano del tennis femminile. Nel torneo WTA di Miami il suo “eppur si muove” risuona tra i campi dove sono scese le più forti giocatrici mondiali. Campionessa indiscussa è Serena Williams, così come nel maschile a contendersi il titolo sono sempre Nadal e Djokovic (come nel caso dell’ATP di Miami), “affiancati” da Federer; soprattutto dopo che Del Potro è stato costretto a uno stop forzato per un grave infortunio al polso che lo terrà fuori dalle gare per ben 8 mesi: intervento riuscito, ma stagione finita per lui. Continua a leggere