Next Gen Atp Finals 2: titolo a Tsitsipas, ma non è il solo premiato

stefanostsitsipas

Due dei più attesi appuntamenti dell’anno, gli ultimi della stagione: le Next Gen Atp Finals di Milano e le Atp Finals di Londra. Le prime al via dal 6 al 10 novembre, nel capoluogo meneghino almeno fino al 2020. Dal 2021 la sede, infatti, potrebbe cambiare e diventare Torino, che già si è candidata ufficialmente; ma il nome della location lo conosceremo solamente nel marzo prossimo. Le seconde dall’11 al 18 novembre successivi, alla 02 Arena di Londra. E non si può non parlare di questi eventi senza parlare di vincitori e titoli. Infatti sono stati anche consegnati dall’Atp i primi riconoscimenti ad alcuni atleti. Vediamo quali. Il tennista dell’anno è stato eletto Novak Djokovic, il premio per la sportività è andato a Rafael Nadal, cui è stato assegnato il noto “Stefan Edberg Sportsmanship Award”; quello per l’atleta più apprezzato dai colleghi e dai fan a Roger Federer. Non è un caso; se un campione è per sempre, Federer lo è anche per la sua umanità e semplicità, genuinità, perché non ha dimenticato il suo passato da raccattapalle e si considera ancora uno di loro, quando stringeva la mano ai campioni di allora, sognando di essere un giorno lui al loro posto. Per questo al torneo di Basilea ha consegnato una medaglia a ciascuno di loro, schierati sulla linea di fondocampo, e si è fermato a parlare con loro. Inoltre, quando vince quel torneo, offre loro una pizza da mangiare tutti insieme. Sia Nole che Federer sono entrambi impegnati alle Atp Finals di Londra. Intanto, del suo successo meritato e strepitoso, Novak deve ringraziare il suo coach Marian Vajda, oltre che alla sua tempra e tenacia; infatti proprio Vajda è stato premiato dall’Atp come miglior allenatore dell’anno per questo 2018. Se il miglior torneo dell’anno è stato letto dai giocatori Indian Wells, mentre la miglior coppia di doppio quella di Brya e Sock, altri due premi ci portano alle Next Gen Atp Finals. Il greco Stefanos Tsitsipas è stato riconosciuto quale il tennista che ha fatto i migliori e maggiori progressi nell’anno, mentre l’australiano Alex De Minaur quale l’atleta emergente più di rilievo. E sono stati proprio loro a contendersi il titolo della seconda edizione delle Next Gen Atp Finals di Milano. E forse la X di ‘Next’ rimanda proprio al pareggio che c’è stato, come sulla schedina di calcio, tra i due, che hanno vinto entrambi e dato uno spettacolo memorabile. Se a Londra è sceso subito in campo nella prima giornata Kevin Anderson, che ha regalato emozioni sia per il fatto di battere l’austriaco Dominic Thiem per 6/3 7/6(10) che per aver cantato “tanti auguri” alla moglie Kelsey per il suo compleanno, non meno hanno fatto i giovani a Milano. A partire proprio da Stefanos Tsitsipas. Favorito, ha strameritato la vittoria. Ha giocato in maniera impeccabile, con grande maturità e concentrazione, ma soprattutto con tanta voglia di vincere. Infatti, curioso un episodio che lo lega al coaching: più volte ha rifiutato di mettere le cuffiette per parlare con il padre/allenatore Apostolos, preferendo concentrarsi e cavarsela da solo nel trovare la strategia giusta e più adatta. Proprio nella semifinale contro Rublev, vinta al quinto set, non appena ha visto che stava per perdere il comando del gioco, ha perso il controllo al cambio campo ed è scattato in un moto di rabbia, per cui – prima – ha picchiato forte con il pugno della mano sugli asciugamani di fianco alla panchina, poi ha preso la cuffietta e l’ha scaraventata più volte, sbattendola e fracassandola in mille pezzi, ferendosi anche a un dito della mano, che ha dovuto farsi medicare. L’ira giovanile e una collera che sa di sete di vittoria. Ma non è questa l’immagine cui vogliamo legare le Next Gen Atp Finals, bensì quella di Stefanos sorridente e raggiante tra i ball-boys; oppure l’abbraccio sincero tra i due finalisti. Questa edizione era partita come una sfida principale tra Tsitsipas e Rublev, poi si è trasformata sempre più in una lotta acerrima tra Stefanos e Alex De Minaur. Il russo, infatti, è riuscito ad arrivare solamente terzo, quarto un solido Munar. Per Rublev era l’ultima edizione, lo scorso anno si qualificò secondo e l’anno prossimo non potrà partecipare per l’età. Sicuramente dell’edizione 2018 rimarranno i tuffi in rovesciata alla Boris Becker a rete di De Minaur e di Liam Caruana; per l’italiano la soddisfazione di aver giocato un primo set impeccabile alla pari contro Rublev, perso per nove punti a 7 al tie break. E poi ancora, ne resteranno i passanti di dritto inside out di Alex e di Stefanos, ma anche di Andrey, o quelli di rovescio inside in di Tsitsipas e De Minaur. Questi giovani sembrano davvero aver raccolto l’eredità dei big del passato. Stefanos ha un gioco a metà tra quello di Borg e di McEnroe, che ricorda anche nel look (per la fascia e il taglio di capelli, oltre che per il fisico longilineo). Ora dovrà scegliere che cosa fare il prossimo anno, se tornare a difendere il titolo qui a Milano o volare a Londra. La stessa cosa che accadde ad Alexander Zverev, protagonista quest’anno alle Atp Finals alla 02 Arena, in un incontro in cui ha giocato due tiebreak sensazionali e perfetti contro Marin Cilic, aggiudicandoseli entrambi meritatamente. Non è un caso che anche i campioni di ieri si interessino a quelli di oggi: Ivan Lendl, ad esempio, sta allenando proprio il tedesco già da un po’. E, a proposito di allenatori, molti sostengono che, per un’ulteriore crescita agonistica e professionale (in cui ha già ha fatto registrare progressi straordinari) di Stefanos, occorra che venga anche lui affiancato da un altro allenatore – ‘specialista’ del settore -, che aiuti il padre Apostolos a seguire il figlio, dando suggerimenti tecnici ulteriori aggiuntivi, che potrebbero rivelarsi preziosi e fondamentali alla sua definita maturazione.

Sicuramente alle Next Gen Atp Finals di match belli ce ne sono stati molti; ma forse, dopo la finale in cui De Minaur ha avuto diversi match point – tutti annullati egregiamente da un Tsitsipas che si è dimostrato in questo molto maturo -, le partite più entusiasmanti sono state proprio quelle delle semifinali; di meglio il pubblico non poteva chiedere: entrambe terminate al quinto set e in perfetto equilibrio. Se la finale ha avuto ben due tie-break e si è conclusa a favore del greco per 2/4 4/1 4/3 4/3, altrettanti ce ne sono stati nello scontro di semifinale appunto tra lui e Rublev, finito col punteggio di 4/3 3/4 4/0 2/4 4/3. Molti erano pronti a scommettere che quella sarebbe stata la vera finale, ed effettivamente il vincitore è uscito da lì; ma Alex De Minaur ha stupito davvero tutti, con la sua versatilità e completezza. Ha dinamicità, incisività di gioco, estrema precisione, potenza, velocità, non sbaglia un colpo; gli riesce tutto e tira fuori dal suo cilindro tiri da manuale che è raro vedere spesso, che riescono a pochi. Come del resto ha fatto Stefanos. Altri cinque set e due tiebreak nel match tra l’australiano e lo spagnolo Munar. 3/4 4/1 4/1 3/4 4/2; bravo De Minaur a riacciuffare il match, onore al merito a Jaume di non aver mai mollato, aver sempre lottato, di aver dato tutto e di aver giocato i tie-break in maniera notevole. Forse ha avuto un leggero crollo e calo fisico proprio solo nell’ultimo set, accusando un po’ di stanchezza; mentre Alex ha saputo rientrare nel match alla grande, ritrovando la concentrazione e l’attitudine aggressiva giuste, insomma il suo miglior tennis. Chi ha brillato è stato anche Taylor Fritz, artefice di un match strepitoso contro Rublev, di certo non facile, anche se lo ha perso; il russo, infatti, è riuscito a portarlo a casa in maniera magistrale per: 4/2 1/4 3/4 4/3 4/2, rigirando la partita e riprendendo le redini di un incontro duro e difficile, contro un avversario ostico che non intendeva cedere un centimetro di campo e che gli metteva molta pressione con i suoi colpi. Fritz è un giocatore completo in grado di dominare in campo e ci sono voluti tutta la grinta, la tenacia e il mordente di Andrey per venire a capo dello scontro tra i due.

La Federation Cup. Per quanto riguarda, invece, il tennis femminile, segnaliamo una nota sulla finale di Federation Cup, giocatasi a Praga. Con Petra Kvitova sugli spalti a sostenere la sua squadra, ma senza giocare, la Repubblica Ceca ha battuto gli Stati Uniti per 3-0. Grazie alle vittorie dei tre singolari. Ad aggiudicarsele sono state: Barbora Strykova, che ha sconfitto Sofia Kenin per 6/7 6/1 6/4; Katerina Siniakova, che ha battuto prima Alison Riske (per 6/3 7/6) e poi (nel match successivo di seconda giornata) Sofia Kenin per 7/5 5/7 7/5. Quest’ultima ha perso un match davvero in maniera incredibile, avendo avuto più occasioni per vincerlo e non sfruttando e realizzando tutte le chance a sua disposizione, spesso in vantaggio e avanti nel punteggio (con alcuni match points a suo favore). Al termine abbiamo visto la giovanissima tennista statunitense 19enne in lacrime, amareggiata per lo scarso rendimento in Federation Cup e per non aver ‘salvato’ il suo team. Ma forse è stata una responsabilità troppo grande per una tennista così giovane appunto. Del resto, sicuramente, per lei rimarrà un’esperienza altamente formativa. D’altronde per gli Usa non c’erano molte alternative: con Madison Keys fuori per l’infortunio al ginocchio che l’ha costretta al ritiro al Wta di Zhuhai; senza le sorelle Williams, forse la soluzione alternativa sarebbe stato proprio rifar scendere in campo la Riske, oppure puntare a coinvolgere la Mattek-Sands. Ad ogni modo questo ci dà l’opportunità di parlare di ‘next gen’ al femminile. Infatti la Kenin non era la sola ‘teen’ del gruppo. Tra le ‘giovanissime’ vi erano anche la stessa Siniakova, 22 anni, anni da “next generation’ appunto, che ha dimostrato una grande capacità di disimpegnarsi nel duro compito impegnato di ‘guida’ della sua squadra. La Riske è ancora giovane, pur avendo già 28 anni. Ma, a proposito di talenti ‘made next gen’, non possiamo non annoverare la Barty in primis. Dopo il successo al torneo già citato di Zhuhai, l’australiana si dimostra una vera ‘aussie’, proprio come lo è Alex De Minaur. E non è solo la giovane età a farne un talento ‘next gen’. 19 anni per lui – come per la Kenin -, 22 per lei, entrambi hanno un gioco molto dinamico e vivace, brillante. Di Alex abbiamo già detto, un’ultima nota conclusiva la volgiamo dedicare ad Ashleigh. Trionfatrice in Cina, a premiare la tennista vincitrice è stata proprio Steffi Graf. La tedesca ha consegnato dei fiori, una mascotte di pelouche e la coppa alla prima classificata e il piatto alla finalista. Messa vicino alla Barty per la foto di rito, ci ha fatto venire in mente che forse l’Australia ha trovato una giocatrice che è la nuova Graf australiana, invece che tedesca, più di quanto lo possano essere la Kerber e la Goerges per la Germania. Il gioco della Graf, come quello della Barty, è infatti a tratti molo similare: fatto di back e attacco soprattutto. Di certo la tennista di Ipswich è da tenere in considerazione proprio per la nazionale australiana di Federation Cup, così come il giovane talento di Sydney, Alex De Minaur appunto, per la Coppa Davis. Tutti e due sono perfettamente in grado e all’altezza di farsi portabandiera della loro nazione.

Barbara Conti

Roland Garros 2018: 11 volte Rafa. L’impresa di Ceck, il riscatto di Simona

nadal

Un Roland Garros 2018 memorabile per tanti motivi, anche grazie ad una nota d’azzurro merito del nostro Marco Cecchinato. Il “Ceck”, come tutti lo chiamano affettuosamente, è arrivato infatti ben oltre l’immaginabile, spingendosi fino alle semifinali ed arrendendosi solo a Dominic Thiem. Il tennista siciliano ha combattuto alla pari per ben due set interi con l’austriaco e perdendoli per 7/5 e 7/6, con molte palle break e set points a disposizione, prima di crollare per 6/1 nel terzo set; dopo due ore di gioco, infatti, nell’ultimo parziale si è ritrovato sotto 5/0 dopo solamente un quarto d’ora di gioco, indice di quanto fosse stremato. Rassegnato, ma soddisfatto, sicuramente stanco, ha alzato le spalle come un atleta che aveva dato tutto e a cui non restava che accontentarsi e godersi l’ottimo risultato raggiunto, sapendo di aver fatto tutto il possibile per inseguire la finale; un sapore dolce-amaro per lui, che aveva intravisto l’impresa ancora più miracolosa di poter persino strappare un set al n. 8 (ed ora n. 7) del mondo. Perdere per ben 12 punti a 10 il tie-break del secondo set di certo gridava vendetta, ma il palermitano non ce la faceva davvero più: provava a spingere più sui colpi, a scorciare gli scambi cercando subito la soluzione vincente; ma stavolta i colpi gli uscivano anche di un soffio e le palle corte non passavano la rete per poco; in più aveva corso tantissimo e tirato di velocità e potenza per tantissime ore sul campo, contro molti top ten e altri campioni (non ultimo Novak Djokovic). Con condizioni meteo difficili (dal caldo asfissiante, alla pioggia umida che ha provocato l’interruzione dei match, sospensione che ha portato anche al rinvio alla giornata successiva, con partite stravolte in quanto in condizioni totalmente differenti appunto).

Ora Cecchinato ha raggiunto la posizione n. 27 del mondo, in pochissimi mesi, un record che conferma anche la precedente vittoria all’Atp di Budapest (su Millman per 7/5 6/4) e dunque che non è una meteora, ma un vero e proprio talento che il capitan Barazzutti dovrà tenere in considerazione in vista dei prossimi appuntamenti di Coppa Davis. Il suo servizio e i suoi aces, il suo dritto, ma particolarmente i suoi passanti di rovescio ad una mano, le sue smorzate, hanno impressionato positivamente il pubblico parigino e mondiale; le sue straordinarie capacità difensive, la sua enorme regolarità da fondo, ma anche la sua capacità di attacco e di aggressività al momento giusto, lo hanno reso un tennista completo, in grado di competere con chiunque e di essere temibile anche dai più “grandi”: solo un Thiem al meglio della forma ha potuto arrestare la sua ascesa e corsa verso il sogno, ossia bissare l’impresa che riuscì a Francesca Schiavone nel 2010. Un percorso iniziato in salita per Marco, ma terminato con il conseguimento di un importante obiettivo raggiunto di crescita professionale, innanzitutto: solo l’esperienza di poter continuare a giocare a questo alto livello, tanti altri Grand Slam e tanti altri Roland Garros in primis, gli darà quell’abitudine a competere a ritmi così elevati, che lo renderanno ancor più tennista da top ten, cui sicuramente ambisce e traguardo che ora può assolutamente porsi e che intravede con più facilità più vicino. Già ai 64esimi, qui a Parigi, aveva dovuto rimontare al quinto set Marius Copil, due set sotto nel punteggio: dopo aver perso i primi due per 6/2 e 7/6, è andato a vincere gli altri tre per 7/5 6/2 e ben 10 a 8 nel quinto e ultimo; più facile poi imporsi sull’argentino omonimo Marco Trungelliti: netto il parziale di 6/1 7/6 (ma ha concesso solamente un punto all’avversario) e di nuovo 6/1; dopo è stata la volta dei campioni: prima ha eliminato Carreno Busta per 2/6 7/6(5) 6/3 6/1; un solo set ha lasciato anche a Goffin agli ottavi, che ha battuto per 7/5 4/6 6/0 6/3 (sicuramente quel ko al terzo set rimarrà nella storia, dove ha espresso davvero il suo miglior tennis, diventando in-giocabile per il belga); dopo quattro set ha costretto anche il ritrovato campione serbo Novak Djokovic ad arrendersi ai quarti:; l’azzurro parte bene e si porta avanti per 6/3 7/6, poi ha un calo e Nole rimonta con un duro 6/1 al terzo set, infine al quarto si va nuovamente al tie-break – lottatissimo – che l’italiano conquista per 13 punti ad 11, con il serbo a un passo dal completare la rimonta ed allungare il match al quinto, il che forse lo avrebbe potuto persino vedere favorito a quel punto: bravo Ceck a riconcentrarsi, ritrovare le energie e riordinare le idee e spengere l’entusiasmo del serbo. Battere teste di serie del genere, in un torneo del genere, è da pochi. Il tutto, in più, a soli 25 anni. Fin dove potrà arrivare nessuno lo sa, sicuramente però il tennis italiano ha trovato un nuovo beniamino da aggiungere agli altri.

Dopo questa piacevole parentesi per noi italiani, veniamo ai vincitori. Innanzitutto partiamo proprio dal settore maschile, che ha visto affrontarsi in finale proprio l’austriaco Dominic Thiem opposto al campione di sempre: lo spagnolo Rafael Nadal. Rafa è riuscito ad alzare la coppa per l’undicesima volta qui a Parigi, dominando completamente la finale, giocando alla perfezione ogni colpo, respingendo ogni palla insidiosa dell’avversario. Prima di lui, ci riuscì otto volte solo il francese Max Décugis, prima del 1968. Da parte sua, Thiem guadagna una posizione in classifica e diventa il nuovo n. 7. Evidente la commozione di gioia di Nadal, ma Dominic si è reso protagonista di uno dei più bei ringraziamenti finali di sempre: “complimenti a Nadal, hai fatto qualcosa di straordinario per questo sport, la tua vittoria è stata un evento nella storia del tennis, una pagina importante che hai scritto giocando in maniera eccezionale; è stato un onore perdere contro di te e vorrei avere un’altra opportunità il prossimo anno per poter provare di nuovo ad affrontarti in finale e vincere, giocando di nuovo contro di te; spero il prossimo anno di riuscire a ringraziare il pubblico in francese. Per il momento un po’ di amaro per aver perso qui sia la finale juniores che quella dei professionisti adulti quest’anno” – ha detto, più o meno parafrasando le sue parole letterali, davanti agli occhi della sua fidanzata commossa Kiki Mladenovic -. Rafa è, così, l’indiscusso ‘moschettiere’ del Roland Garros, alzando ancora una volta la Coppa dei moschettieri dei campioni, anche se i romani lo definirebbero più un gladiatore. Proprio lui è l’esempio della difficoltà di giocare con condizioni metereologiche proibitive: prima la pioggia ha provocato la sospensione del suo match contro Diego Schwartzmann, con l’argentino avanti di un set (dopo aver vinto il primo per 6/4) e nel punteggio anche nel secondo; l’interruzione di certo ha alterato un po’ il match, ma la forza mentale del campione spagnolo è emersa ancora una volta. Poi i crampi alla mano nella finale, per l’enorme caldo che lo ha fatto sudare tantissimo e che lo ha costretto a chiamare il time-out medico. Di certo i risultati ottenuti non lasciano scampo ad equivoci: ha concesso un solo set a Schwartzmann, il resto ha battuto tutti gli avversari in tre set netti con un punteggio drastico, giustiziere di ben tre argentini: 6/2 6/1 6/1 a Pella, 6/3 6/2 6/2 a Gasquet, 6/3 6/2 7/6 a Marterer, 6/3 6/2 6/2 a Schwartzmann dopo aver incassato il 6/4 iniziale; 6/4 6/1 6/2 a Del Potro, prima di liquidare Thiem per 6/4 6/3 6/2. Sicuramente molta amarezza per quest’ultimo che pensava di potercela fare contro il 10 volte campione qui a Parigi, tanto che prima della finale aveva affermato: “so come battere Nadal” e ne era sicuro, forte del suo ultimo successo contro lo spagnolo al torneo di Madrid dove lo aveva sconfitto per 7/5 6/3 ai quarti; ma occorre ricordare che, nel precedente torneo di Monte Carlo, l’austriaco aveva perso, sempre ai quarti e sempre contro lo spagnolo, da lui con un netto 6/0 6/2.

La Coppa Suzanne Lenglen è andata, invece, per la prima volta alla rumena Simona Halep che inseguiva questo sogno da quando aveva 14 anni – come ha raccontato commossa -. Bello il momento della premiazione, durante la quale è stata ripercorsa in un video la carriera vincente qui al Roland Garros (per ben tre volte) dell’atleta che è andata a incoronare la Halep: la tennista spagnola Arantxa Sánchez Vicario. La tennista rumena è stata sostenuta da molte colleghe e colleghi, che hanno condiviso con lei la gioia meritata della vittoria; le hanno voluto manifestare solidarietà per un risultato tanto ambito, inseguito e – finalmente – raggiunto -: perché è l’esempio della forza vincente di chi non molla, non demorde, ma ostinatamente va avanti e ricerca di portare a termine il suo obiettivo. Infatti la tennista rumena ha vinto in rimonta al terzo set su un’avversaria ostica come Sloane Stephens (che aveva trionfato agli Us Open). 3/6 6/4 6/1 il risultato finale. L’americana sembrava destinata ad imporsi nuovamente e parte bene e forte. Soprattutto dalla sua aveva la vittoria nel 2017 agli Us Open su Madison Keys (per 6/3 6/0), avversaria che aveva battuto di nuovo in semifinale qui a Parigi con un doppio 6/4, e quella di quest’anno al torneo di Miami su Jelena Ostapenko per 7/5 6/1. Dopo il 6/3 6/1 ai quarti alla Kasatkina, agli ottavi il 6/2 6/0 alla Kontaveit (semifinalista a Roma con la Halep proprio, che agli Ibi aveva inseguito il titolo per bene due volte), solo la nostra Camila Giorgi le aveva dato del filo da torcere perdendo solamente al terzo set durissimo per 4/6 6/1 8/6. Sembrava destinata a dominare come Nadal. In più la giocatrice di Costanza veniva, non solo da due finali perse a Roma (nel 2017 e nel 2018) da Elina Svitolina, ma anche da altrettante due non maturate qui a Parigi: nel 2014 perse da Maria Sharapova per 4/6 7/6 4/6, mentre nel 2017 dalla Ostapenko per 6/4 4/6 3/6. Nessuno avrebbe pensato riuscisse in tanto. Invece è rimasta sempre lì nel match, ha lottato, ha aumentato la sua incisività ed aggressività, ha continuato a spingere e ad attaccare laddove possibile, fino a che l’altra non è calata leggermente in ritmo, potenza e solidità e lei ha potuto entrare maggiormente in partita sino a dominarla. Infatti, se le percentuali al servizio (di prime e seconde) sono state quasi sempre a favore della Stephens, quelle della Halep sono cambiate per quanto riguarda i vincenti (di più di Sloane) e gli errori non forzati (meno dell’americana). Questo ha fatto la differenza. Non solo l’ha incoronata regina del Roland Garros, come agli juniores del 2008, ma le ha regalato l’enorme soddisfazione di fare un torneo impeccabile. Ha battuto, infatti, in fila: dopo la Townsend per 6/3 6/1, la Petkovic (una delle prime a congratularsi con lei) per 7/5 6/0, la Mertens (vincitrice di tre tornei quest’anno: a Hobart, a Lugano e a Rabat) per 6/2 6/1, la Kerber in tre set per 6/7 6/3 6/2, la Muguruza per 6/1 6/4: sia la tedesca che la spagnola si sono complimentate con lei caldamente e sinceramente. Bello l’affetto delle colleghe e del suo staff, che è corsa subito ad abbracciare. Ci tiene davvero tanto al Roland Garros, ha tenuto a sottolineare, dando l’appuntamento al prossimo anno. Ed ora ci si sposta sull’erba per la stagione preparatoria all’altro Grand Slam molto atteso di Wimbledon.

Barbara Conti

Roland Garros, finisce la favola Cecchinato. L’azzurro si arrende

cecchinato 4Marco Cecchinato esce a testa altissima: ha resistito alle mazzate dell’avversario finché ha potuto e lo ha fatto alla grande dosando palle corte con il contagiri e sbagliando pochissimo sul servizio, ma non riesce la nuova impresa a Marco Cecchinato. L’azzurro, dopo aver sorpreso tutti negli ottavi contro Goffin e nei quarti contro Djokovic, tiene degnamente il campo per 2 set contro l’austriaco Dominic Thiem, fallisce l’occasione di mettere in parità il match nel tie break del 2° set prima di cedere di schianto nel 3°. Una sconfitta in tre set (5-7, 6-7, 1-6). Il tie-break fa girare il match e per Thiem è la prima finale a Parigi. Marco Cecchinato esce tra gli applausi del Philippe Chatrier al termine di una cavalcata commovente.
Il palermitano 25enne è stato sconfitto dall’austriaco Dominic Thiem, attuale numero 8 al mondo e testa di serie numero 7 a Parigi. In finale affronterà il vincente fra Nadal e Del Potro.

Roland Garros. Cecchinato, sogno di una mezza Estate

cecchinato3Ha 25 anni e non ha ancora figli, ma quello che sta vivendo in questi giorni Marco Cecchinato potrà raccontarlo per sempre alle prossime generazioni. In un’Italia turbata dalle vicende politiche e calcisticamente depressa per l’assenza al Mondiale in Russia, a regalare emozioni e sorrisi ci sta pensando il tennista palermitano, protagonista assoluto al Roland Garros.

UN’IMPRESA DOPO L’ALTRA – La vittoria nei quarti di finale contro Novak Djokovic ottenuta martedì entra di diritto nell’elenco delle imprese sportive italiane. Un successo impronosticabile, che forse nemmeno il più ottimista dei tifosi di Cecchinato poteva aspettarsi. E pensare che il cammino del 25enne azzurro al Roland Garros stava per durare appena un paio di ore. Perché nel primo turno Marco si trovava sotto di due set contro il rumeno Copil, prima di una grande rimonta conclusa 10-8 al quinto set. Quella vittoria ha iniziato a dare grande convinzione a Cecchinato, che ha avuto decisamente vita più facile nel secondo turno contro il ripescato argentino Trungelliti (61, 76, 61). Si è parlato di “impresa” già nella vittoria al terzo turno con lo spagnolo Carreno-Busta (26, 76, 63, 61). Ma il bello dove ancora venie: negli ottavi di finale infatti lo scoglio era rappresentato dal belga David Goffin, numero 9 del mondo che lo aveva battuto due settimane prima agli Internazionali di Roma. Ma, totalmente inaspettata, ecco la rivincita: 75, 46, 60, 63 e qualificazione ai quarti. È il momento di Novak Djokovic. Il serbo non ha bisogno di presentazioni: seppur in difficoltà negli ultimi 12 mesi per un fastidioso problema al gomito e per motivi psicologici, si parla sempre di un campione assoluto, ex numero uno del mondo e dominatore per anni del circuito. Ma Cecchinato è sceso in campo senza paura, consapevole di potersela giocare alla pari nonostante le 50 posizioni di differenza nel ranking. E partita (leggendaria) alla pari è stata, con risultato finale clamoroso: 63, 76, 16, 76 in favore dell’italiano.

IL SOGNO CONTINUA – Erano 40 anni che un tennista azzurro non arrivava nella semifinale di uno Slam, l’ultimo Corrado Barazzutti nel 1978 proprio al Roland Garros, eliminato da Bjorn Borg per 6-0 6-1 6-0. Ma il sogno non è finito: venerdì Marco sfiderà l’austriaco Dominic Thiem, considerato alla vigilia uno dei pochi avversari del grande favorito Rafa Nadal, per 10 volte re di Parigi, e unico tennista quest’anno capace di battere lo spagnolo sulla terra rossa. Facile dire che comunque vada sarà un successo e che Marco Cecchinato il suo Roland Garros lo ha già vinto, ma perché smettere di crederci? D’altronde l’unico precedente contro Thiem, datato 2013, se l’è portato a casa il palermitano. Non c’è nulla da perdere.

LA SUA CARRIERA – Marco Cecchinato possiamo definirlo un eroe per caso. Fino a qualche mese una buona carriera a livello Challenger, ma mai un acuto nei tornei più importanti. Inoltre l’ombra della squalifica nel 2016 per scommesse, poi revocata. Forse proprio quella è stata la svolta per l’azzurro. Una risalita che lo ha portato non solo nella top 100, ma soprattutto alla prima vittoria di un torneo Atp, lo scorso 29 aprile a Budapest. Ora l’exploit parigino: un sogno di mezza estate destinato a durare a lungo.

Francesco Carci

Tennis: ATP Barcellona e Monte Carlo… aspettando gli IBI 2018

nadal-finale-barcellona-2018-265x198Ormai pochi giorni e prenderanno il via gli IBI 2018, con le qualificazioni (che, purtroppo, per motivi di sicurezza -diversamente da quanto annunciato – non si giocheranno a piazza del popolo nel centro di Roma). Vediamo, allora, intanto, quale è lo scenario che si apre. Sicuramente il più quotato ed atteso tra i tennisti per la sezione maschile sarà Rafael Nadal, che ha già vinto consecutivamente i tornei dell’Atp di Barcellona e dell’Atp di Monte Carlo. La testa di serie n. 1 ha un legame particolare con quest’ultima manifestazione: gli ha dato i natali tennisticamente parlando e qui ha visto iniziare la sua carriera sin da giovane. In finale si è imposto nettamente sul giapponese Kei Nishikori per 6/3 6/2 e, nella cerimonia di premiazione, non ha dimenticato di ricordare l’affetto che ha per tale torneo, che lo ha omaggiato con un video che ripercorreva la sua storia professionale. Lo spagnolo, tuttavia, ha proseguito facendo bingo anche al successivo Atp di Barcellona, vincendo in casa in una finale senza storia contro il giovane greco Stefanos Tsitsipas per 6/2 6/1, complice il forte vento a cui è seguito un sole radioso, dopo uno scroscio di pioggia che ha reso il campo più pesante e che ha provocato un’interruzione per pioggia subito in apertura di finale; forse ciò non ha permesso al talento greco di trovare ritmo per competere alla pari e quantomeno giocarsela con Rafa. Tsitsipas veniva da un buon risultato in semifinale, dove aveva eliminato (per 7/5 6/3) l’altro giovane talento Pablo Carreno Busta, rovinando così la festa a chi sperava in un derby tutto iberico. Tra l’altro Pablo Carreno Busta nei quarti aveva battuto un buon Grigor Dimitrov (con il punteggio di 6/3 7/6), testa di serie n. 2, mentre Tsitsipas si era sbarazzato di Dominic Thiem per 6/3 6/2 (l’austriaco era n. 3 del seeding). Ad eliminare, invece, la testa di serie n. 4, ossia David Goffin, ci ha pensato proprio Nadal in semifinale (con un parziale netto di 6/4 6/0); dopo che lo spagnolo aveva superato nei quarti Martin Klizan (per 6/4 7/5), qualificato che aveva sconfitto il serbo Novak Djokovic (testa di serie n. 6, che aveva ottenuto una wild card) al primo turno al terzo set (per 6/2 1/6 6/3: dopo la reazione d’orgoglio nel secondo set è come se Nole avesse avuto un crollo improvviso nel terzo, forse calo fisico o anche mentale, a tratti un po’ rinunciatario o poco convinto, meno aggressivo del solito sia sui singoli colpi che tatticamente).
Di certo tutto il percorso fatto nel torneo di Barcellona da Nadal mostra il suo stato fisico al top, una forma fisica e mentale eccezionali, una convinzione ferrea nei propri mezzi, una voglia di vincere superiore al normale. Ora punterà, verosimilmente, tutto su Roma. Di certo ha un ritmo troppo veloce per gli altri, con accelerate pazzesche, soprattutto in dritto lungolinea in anticipo. Per non parlare del suo tempo sulla palla e della sua mobilità in campo con cui si muove rapidamente e facilmente, anche in avanti a rete. Oltre alla potenza, profondità, precisione e velocità dei suoi colpi. Tsitsipas è sembrato non riuscire a tenere lo scambio, la forza dei fondamentali di Rafa, ma soprattutto del cambio repentino improvviso di ritmo nello scambio appunto. Ha cercato di farlo spostare, ma lo spagnolo lo ha sempre anticipato e lo ha lasciato fermo con accelerate lungolinea sul lato di campo rimasto scoperto dal greco. Quando quest’ultimo lo ha attaccato, lo ha sempre passato a rete. Tuttavia alcuni punti molto belli li ha eseguiti Tsitsipas, che si è dimostrato generoso, ma forse un po’ stanco e soprattutto bisognoso ancora di migliorare e perfezionare la sua tecnica, in special modo al net (ha commesso, ripetiamo forse per il maltempo, molti gratuiti che ha sbagliato in maniera sciocca, volées comprese in primis). Con un Nadal in questo stato, però, è davvero difficile competere e non ce n’è per molti. Anche al greco ha concesso pochissimo e sbagliato ancor meno, ma soprattutto non ha sciupato pressoché nessuna occasione offertagli di palla break. Per lui era l’undicesimo titolo consecutivo qui a Barcellona: sicuramente forte l’emozione.
A proposito di gioia, la soddisfazione enorme dell’azzurro Marco Cecchinato per la vittoria sull’australiano John Millman all’Atp di Budapest, salendo così di fatto al n. 59 del ranking mondiale. 7/5 6/4 il risultato finale che mostra un certo equilibrio che ha caratterizzato il match. Entrambi tesi, in particolare Millman molto nervoso, mentre Cecchinato ha mostrato più autocontrollo, tranne nell’esplosione di felicità che non è riuscito a trattenere alla fine, quando si è sdraiato a terra sul campo per esultare per la vittoria. L’italiano parte bene, sembra superiore tecnicamente e avere più chiare le idee su come impostare il gioco: va 3-1, ha la palla del 4-1, ma poi non la sfrutta e così Millman recupererà terreno sino alla parità (sul 3-3); da qui si proseguirà fino a che l’azzurro non riuscirà a fare il break decisivo nel finale per il 7/5, con l’australiano che aveva avuto la palla per andare al tie break non concretizzata. Millman è ancor più nervoso, ma reagisce bene; diventa più aggressivo ed insidioso e rimonta: guadagna sempre più campo, tanto da volare in un attimo sul 4-1. Sembra partita da terzo set, l’azzurro rischia addirittura il 5-1, invece è 4-2, poi 4-3, l’italiano recupera fiducia e completa il recupero. Sul 4 pari, con due brutti errori di Millman, con tanto di doppi falli (rari nel match), c’è il break che fa intravedere a Cecchinato il titolo: è 6/4 con il nostro atleta in avanti a rete. Cinque games consecutivi e porta a casa il titolo, con un’emozione in più per aver anche vinto il derby azzurro in semifinale contro Andreas Seppi, in rimonta sotto di un set (con il punteggio di 5-7, 7-6, 6-3). I due tennisti sono uniti da una strana coincidenza: allenato agli inizi prima dallo zio Gabriele e poi dal cugino Francesco Palpacelli (allenatore anche in passato di Roberta Vinci), Cecchinato poi passò sotto la guida di Massimo Sartori e di Piatti: e proprio Sartori è stato nel team di Seppi. Qui a Budapest “Ceck” -come è soprannominato- ha compiuto un vero miracolo: partito dalle qualificazioni, aveva perso ed è stato poi ripescato come lucky loser. Un riscatto che vale doppio per il 25enne di Palermo che era stato squalificato per 18 mesi per presunte scommesse (pena sospesa nel dicembre del 2016 per un difetto procedurale) ed a pagare 40mila euro di multa; la pena era stata poi ridotta ad un anno di sospensione e a una multa di 20mila euro. Tra l’altro, da segnalare però che quell’anno, il 2016, vede anche la sua prima partecipazione in Coppa Davis contro la Svizzera (e vince anche il suo match contro Adrien Bossel per 6-3 7-5): in quell’occasione fu convocato da Corrado Barazzutti per il forfait e l’assenza di Fabio Fognini. Ora allenato da Simone Vagnozzi, nel suo angolo qui a Budapest abbiamo visto anche Vincenzo Santopadre.
Tra l’altro, curiosa coincidenza, al primo turno dell’Atp di Monaco, Marco Cecchinato ha incontrato proprio Fabio Fognini. Ha vinto in rimonta al terzo set per 5/7 6/3 6/2: era partito avanti 3-0 nel primo set, poi Fognini ha pareggiato, per andare a vincere nel finale nel game decisivo che avrebbe potuto portare al tiebreak Cecchinato, il che sarebbe stato anche giusto visto l’equilibrio del match. Nel secondo Marco è andato subito 2-0 ed ha continuato a dominare con la palla corta e le smorzate sotto rete a “ricamo”; nel terzo set era in vantaggio addirittura 4-1, ma Fabio non mollava, tanto da farsi male a una caviglia tentando un recupero su una smorzata, che lo avrebbe potuto portare 4-2, invece è stato 5-1 e, a quel punto, ognuno ha tenuto il proprio servizio e con un dritto a uscire in avanzamento, Cecchinato ha chiuso 6-2. Ora il siciliano affronterà al turno successivo Fucsovics. Un peccato per Fognini che, tra l’altro, promuoveva lo sponsor ufficiale del torneo, portando sulla maglia il logo dell’azienda di assicurazioni “Fwu” (che ha sedi in Germania, Francia, Italia e Spagna) di cui è “un’icona” che la rappresenta (insieme a Roberto Bautista Agut); tanto che il suo slogan è, come si legge sul sito, “il mio assicuratore di fiducia, forte come una squadra vincente!”. Molto nervoso all’inizio Cecchinato, ai due tennisti sono stati chiamati anche diversi falli di piede (molto rari nel tennis).
Tra l’altro, a proposito di azzurri, all’Atp di Monaco abbiamo visto (tra i veterani, anche di Davis) Paolo Lorenzi, che ha battuto Ilkel per 6/3 6/2; mentre (tra i giovani) ha perso un altro talento interessante: Matteo Berrettini, che ha incassato un netto, severo ed ingiusto 7/5 6/3 dal giapponese Taro Daniel, che tanto filo da torcere ha dato all’Italia in Coppa Davis nello scontro vinto contro il Giappone. Sicuramente, però, Berrettini ha dimostrato di essere un talento: valido tecnicamente, ha una buona personalità in campo, con la giusta aggressività e un buon schema tattico che applica con concentrazione, impegno e serietà; gli manca solo più esperienza, un po’ di precisione in più e -perché no- di fortuna.
Così come lacrime di gioia si sono viste nella finale, molto emozionante e difficile emotivamente per entrambi i finalisti, simile dell’Atp di Houston vinta da Steve Johnson. Lo statunitense ha battuto il connazionale ed amico Tennys (quasi a dire: un nome, un destino) Sandgren, al terzo set, con il punteggio di 7/6 2/6 6/4. Non è stata una finale avvincente solo o non tanto per la rimonta di Sandgren, con Johnson che sembrava uscito dal match nel secondo set e invece ritornava e chiudeva la partita, senza che l’altro facesse neppure in tempo ad accorgersene, il terzo in maniera memorabile. Resterà nella storia del torneo, non solo perché Johnson ha messo poi -per il secondo anno consecutivo- il sigillo su questo trofeo. Lo scorso anno, infatti, Johnson aveva battuto il brasiliano Thomaz Bellucci per 6/4 4/6 7/6. Quest’anno non ha sconfitto soltanto un avversario altrettanto ostico, ma quasi ha cercato di scacciar via il fantasma di un triste e doloroso ricordo di malinconia che lo legava all’Atp di Houston. Nel 2017 quando vinse c’era suo padre sugli spalti ad applaudirlo. Un mese dopo sarebbe morto e non vederlo ad esultare per lui sicuramente non è stato facile. La tenuta emotiva che gli si richiedeva era enorme. Al net è scoppiato in lacrime sulla spalla dell’amico avversario, anch’egli commosso e nervoso pere tutto il match evidentemente per la stessa ragione di un’assenza che però si faceva sentire molto. La dedica al padre della coppa ha fatto calare un’aura di umanità sul torneo sulla terra rossa di Houston difficile da dimenticare e che comunque non poteva passare inosservata.

Atp di Rotterdam e Wta di Doha: Federer sempre n. 1 e Kvitova regina

Federer-trofeo-rotterdam-2018-696x464L’Atp di Rotterdam e il Wta di Doha hanno regalato una gioia immensa rispettivamente a Roger Federer e Petra Kvitova: il primo per essere tornato n. 1, la seconda semplicemente per essere ritornata ai vertici, entrando in top ten proprio alla posizione n. 10. Già dopo la vittoria su Robin Haase nei quarti (rimontando al terzo set, sotto di uno, con il punteggio di 4/6 6/1 6/1), era riuscito a piazzarsi nuovamente sulla vetta della classifica mondiale. Per questo il direttore del torneo Richard Krajicek gli aveva donato un simbolico n°1 con la scritta: “il più anziano di sempre”. Ma la corsa per lui non era finita lì. Da vero campione non si è accontentato dell’obiettivo raggiunto che ha bissato; lo era già diventato nel 2004 per la prima volta, dopo aver sconfitto Marat Safin in semifinale agli Australian Open, li ha riconquistati anche quest’anno e da allora la sua ascesa non si è arrestata: fortuita coincidenza? Sicuramente il Grand Slam di Melborune gli ha portato bene; ma qui all’Atp 500 di Rotterdam non ha mai perso di vista il suo scopo di conquistare anche il titolo del torneo olandese. Soprattutto è sembrato inarrestabile e sempre in crescita, mai stanco o scarico (sia fisicamente che mentalmente), tanto da strapazzare un buon e più che valido Grigor Dimitrov in finale, annientandolo con un doppio 6/2 forse troppo severo (nel finale il n. 5 al mondo, è sembrato davvero arrendersi alla maggiore prestazione del campione svizzero). Tra l’altro il bulgaro arrivava forse anche più riposato, poiché nella semifinale contro David Goffin (che veniva dal ritiro di Berdych che non aveva neppure giocato la partita), il belga si era ritirato nel secondo set per un infortunio ad un occhio (a causa del colpo di una pallina che gli ha provocato un ematoma che gli ha impedito di proseguire il match): il bulgaro, comunque, era avanti per 6/3 e 0-1. Dimitrov, poi, tra l’altro aveva convinto anche contro Rublev, apparso molto nervoso e infastidito nel finale, che ha ‘piegato’ con il punteggio di 6/3 6/4.

Il torneo dell’ABN AMRO ha legato il destino dell’elvetico all’Italia. Non solo era stato in grado di dominare e controllare bene un insidioso giocatore come il tedesco Philipp Kohlschreiber per 7/6(8) 7/5, ma in semifinale è riuscito a tenere a bada il nostro Andreas Seppi, artefice di uno dei suoi migliori tornei e che ha mostrato un tennis molto dinamico e vario, con ottimi colpi (anche in attacco a rete, molto offensivi e aggressivi, cercando di sorprendere l’avversario e di prendere l’iniziativa). Con un 6/3 7/6(3) Federer è venuto a capo di Seppi; ma per l’azzurro la gioia e la soddisfazione di aver giocato e lottato alla pari con il numero uno, di averlo impensierito a tratti e di aver battuto altri campioni come l’altro talento tedesco Alexander Zverev (per 6/4 6/3) e poi l’altro giovane emergente Daniil Medvedev, dopo una dura battaglia terminata al terzo set (il punteggio a favore dell’italiano è stato: 76(4) 46 63). Proveniente dalle qualificazioni, prima dei successi contro Zverev e Medvedev poteva annoverare la vittoria su Joao Sousa per 6/4 1/6 6/2.

A proposito di Italia, poi, il pensiero rimanda alla Federation Cup delle ragazze a Chieti. Una super Sara Errani ha trascinato la squadra di Fed Cup capitanata da Tatiana Garbin, affiancata da Chiesa e Paolini. Oltre alla buona notizia di battere la Spagna di Carla Suarez-Navarro per 3 a 2 in casa, l’altra piacevole sorpresa è che si sono rivelate delle campionesse nostrane molto valide e giovani. Oltre alla migliore delle Sara Errani mai viste prima d’ora, con un gioco profondo, potente, aggressivo con slanci a rete e soprattutto con tanta convinzione e tenacia di poter vincere e tanta voglia di trionfare e di riscattarsi (vincendo entrambi i suoi due singolari e regalando, nella seconda giornata, il punto decisivo che ci serviva); occorre citare, infatti, anche l’impegno enorme delle due giovanissime Chiesa e Paolini. La prima, di Trento e classe 1996, ha iniziato a giocare a tennis sin dall’età di sei anni, debuttava da singolarista in Fed Cup l’11 febbraio scorso, ma è riuscita a battere Lara Arruabarrena per 6/4 2/6 7/6(5); merito anche di Tatiana Garbin che, dopo la pausa a fine secondo set, durante il rientro in campo dagli spogliatoi per il break le ha detto: “vuoi essere ricordata come una leonessa o no?” e lei ha risposto affermativamente, dimostrando di esserne convinta. Partita bene, ha avuto un calo nel secondo set: l’avversaria ha stravolto il match attuando il suo stesso gioco, applicando il medesimo schema, ovvero l’attacco in controtempo, facendole fare molti errori gratuiti, infastidendola soprattutto col back che non permetteva a Deborah di spingere sui colpi e tirarli in top spin. Forte soprattutto di dritto, si è dimostrata coraggiosa nel venire a rete, anche se lì deve migliorare ancora un po’. Così come l’altra nostra atleta: Jasmine Paolini, classe 1993, nata a Bagni di Lucca da padre italiano e madre ghanese e polacca; in carriera ha vinto 5 tornei di singolare e 1 di doppio del circuito ITF. Quest’anno si era fatta notare al torneo di Shenzhen (dove sarà battuta dalla Wang per 6/0 6/4), eliminando nelle qualificazioni anche Schmiedlová e Lu. Anche lei ha spinto molto sui colpi, con coraggio, cercando sempre di fare il punto più che di ricercare solamente l’errore dell’avversaria, con il massimo del rischio, prendendo l’iniziativa anche a costo di rimetterci nel punteggio. Buon servizio per entrambe e non è cosa da poco (anche il servizio dell’Errani è migliorato e per le due giovani anche qualche aces). Entrambe rovescio bimane e buona mobilità in campo, anche se spesso si sono fatte trovare o un po’ lontane dalla palla o con la palla addosso, perdendo un po’ di timing. Ma hanno convinto soprattutto per il carattere: hanno lottato sino all’ultimo (anche la Paolini che ha perso il suo singolare), senza scoraggiarsi e mantenendo sempre costante l’impegno. Ultima nota per quanto riguarda Sara Errani: il fatto di aver battuto Lesia Tsurenko per 6/4 6/3 al primo turno dell’Atp di Dubai, per poi perdere dalla Kerber per 6/4 6/2 in poco più di un’ora di gioco; contro la tedesca ha tenuto abbastanza nel primo set, poi nel secondo la ex n. 1 ha dilagato sino al 4-1 con la possibilità (con il servizio a disposizione) di arrivare sino al 5-1, ma è riuscita a strappare il servizio a 0 ad Angelique e ad accorciare lo svantaggio; poi, però, la tedesca ha subito recuperato il break ed è andata a chiudere agevolmente per 6/2 il secondo parziale. Una buona e generosa Sara Errani non è bastata a fermare una dilagante Kerber, anche se complice un po’l’azzurra, che ha insistito troppo a giocare sul dritto mancino della tedesca, che le ha piazzato dei lungo-linea e dei dritti potenti ad uscire a chiudere paurosi, imprendibili (uno lungolinea e due incrociati in particolare sono stati da rimarcare). Forse avrebbe dovuto giocare più sul rovescio della Kerber e, soprattutto, in attacco a rete, dive Sara ha fatto dei punti interessanti dimostrando di avere tutte le capacità di una giocatrice d’attacco e da vera doppista. Si ferma, così, a Dubai la corsa della Errani a un passo dai quarti di finale. La Kerber nei quarti affronterà, invece, la Pliskova.

Ed a proposito di tennis femminile, non si può non sottolineare il successo di Petra Kvitova al Wta di Doha. Si è imposta in maniera strepitosa in semifinale su Caroline Wozniacki in tre set: 3/6 7/6(3) 7/5. Si va al terzo set anche in finale, contro la Muguruza: 3/6 6/3 6/4 il risultato finale. Ma è una Kvitova da record. Vince rimontando al terzo set, sotto di uno, per ben tre volte nel torneo: oltre che contro la Wozniacki e la Muguruza, anche contro la Radwanska (che batte per 6/7 6/3 6/4). Quindi sorprende tutti per la sua tenuta fisica, per la sua resistenza da vera maratoneta del tennis, per la sua caparbietà e capacità di restare nel match, concentrata e di reagire, recuperando terreno. La sua forza di volontà è stata la sua arma vincente: certo complici qualche chiamata strategica di time-out medico per problemi fisici dell’avversaria (come la Muguruza per il ginocchio), che hanno fatto recuperare anche lei, che ha risposto chiedendo il coaching, e qualche polemica poco utile (come quella della Wozniacki che ha chiesto che fosse ripetuto il punto su una chiamata errata che ha assegnato il 15 alla Kvitova). Ma ci si aggrapperebbe a sterili stratagemmi. È stata una Kvitova impeccabile, quasi perfetta, da primati: dopo la rimonta in tre set per ben tre volte, il fatto di vincere la sua 22esima finale su 29, di portare a casa 12 vittorie consecutive nelle ultime 3 settimane e di battere quattro top ten in sei partite: Muguruza, Wozniacki, Svitolina (per 6/4 7/5), Goerges al Wta di Doha; oltre ad aver sconfitto al Wta di San Pietroburgo (conquistando il titolo con una wild card) la Mladenovic, la Ostapenko e la stessa Goerges nuovamente.

Al termine del Wta di Doha la Wozniacki resta comunque n. 1. Per la ceca un montepremi incassato di 391.750 dollari. Ma il torneo è stato messo in luce anche per altri due episodi rilevanti: il forfait in semifinale della Goerges (proprio contro Petra), sul punteggio di 6/4 2/1 (per un problema all’anca); poi il fatto che a dare partita vinta senza giocare sia stata proprio la rumena Simona Halep, in semifinale contro la Muguruza, che accedeva così alla finale senza fatica.

Riemerge anche Dominic Thiem, che si impone facilmente senza difficoltà in finale all’Atp di Buenos Aires (su terra rossa); su Bedene, che non è sembrato mai impensierirlo troppo (nonostante qualche ‘regalo’ che gli ha concesso il giovane tennista austriaco). Dopo essersi imposto con un netto 6/2 6/1 su Monfils in semifinale, Thiem ha conquistato la finale e il titolo in Argentina per 6/2 6/4: faticando un po’ di più nel secondo set, rischiando di rimettere in partita l’avversario, ma bravo a riprendersi nel momento giusto e cruciale e a sfruttare le occasioni decisive a disposizione per non allungare il match al terzo, dopo qualche chance sprecata da parte sua. Thiem ha stupito tutti con il suo rovescio ad una mano in top spin in accelerata (che finalmente sembra aver ritrovato decisamente), ben mascherato dal movimento del braccio, di cui era quasi impossibile leggere ed intuire la traiettoria.

Tennis, stagione asiatica. Garcia, Goffin, Gojowczyk, Ostapenko e Wozniacki

Iniziata la stagione asiatica, entrata nel vivo e che maggiore attenzione ha riscosso, ma non solo. Si è giocato, infatti, in Cina e in Giappone -al Wta di Tokyo, di Wuhan, di Seoul (Corea del Sud) e all’Atp di Shenzhen (nel Guangdong nella Cina meridionale)-, ma anche in Francia -nel dipartimento nel nord-est della Mosella, all’Atp di Metz-. Questi i tornei della settimana. I nomi che ne sono usciti vincitori sono stati -rispettivamente- quelli di: Caroline Wozniacki, Caroline Garcia, Jelena Ostapenko, Peter Gojowczyk e David Goffin. Vediamo più da vicino questi tornei e il successo di chi vi ha trionfato.

tennisWta di Tokyo. A conquistare il titolo è stata la danese Caroline Wozniacki. La tennista sembra aver ritrovato la solidità di gioco, la continuità di risultati, ma soprattutto di colpi -diventati più incisivi e precisi-. Ancora esita un po’ a rete, a venire in attacco e preferisce lo schema di pressione da fondo, che a volte le fa commettere qualche errore gratuito in più e sprecare più energie; ma la convinzione e la fiducia sembrano tornate e riconquistate anch’esse. Più determinata e più convinta in campo, riesce a superare con più lucidità i momenti di difficoltà e a ritrovarsi se è sotto nel punteggio. Il successo al Wta di Tokyo ne è una dimostrazione. Tutto facile nel primo set -nella finale contro Anastasija Pavljučenkova- che vince per 6/0. Risultato netto, che non lascia spazio a dubbi e che -soprattutto- fa capire il livello di precisione dell’attuale n. 6 al mondo. Più combattuto il secondo -che porta a casa con un 7/5 soddisfacente- che indica come sia comunque ad ogni modo riuscita a tenere a bada l’avversaria -seppur dovendo lottare un po’ di più. Il cemento sicuramente è una superficie che le si confà. Ma il buon andamento nel torneo di Tokyo è stato confermato anche al primo turno del recente Wta di Pechino. Nel primo era testa di serie n. 3 e ha sconfitto giocatrici quali la Rogers, la Cibulkova e la Muguruza. Nel secondo -n. 5 del seeding- ha sconfitto la qualificata Wang (che è sembrata non riuscire a tenere lo scambio inizialmente), faticando, ma mostrando di essere tornata quella di prima -con il solito andamento, perfettamente in rimonta nel terzo set-. Si sbarazza del primo parziale con un netto 6/1. Nel secondo si porta in vantaggio sul 4-2, poi forse un calo di zuccheri e si fa rimontare sino alla perfetta parità che conduce al tie-break, che non gioca brillantemente; sicuramente meglio la cinese che è più incisiva e aggressiva e attua un gioco più offensivo, riuscendo -così- a conquistare il tie-break del secondo set per 7 punti a 4. Poi Caroline -come ci aveva abituati spesso in passato- ritrova il bandolo della matassa per dominare fermamente il match e chiudere la partita, concludendo alla grande con un altro 6/1. Al secondo turno, infine, rifila un doppio 6/2 proprio sempre alla Pavljučenkova (doppia sconfitta dopo quella della finale del Wta di Tokyo), non disdegnando palle corte e attacchi con volée e smash ben controllati. Sicuramente sta cercando di completare il suo gioco.

Wta di Seoul. Dopo la vittoria al Roland Garros di quest’anno, torna ad alzare la coppa anche Jelena Ostapenko. La lettone mette la firma sul torneo di Seoul, in Corea del Sud, faticando non poco contro la brasiliana Beatriz Haddad Maia -soprattutto nel primo set, che va a perdere al tie-break facendosi un po’ sorprendere-. Poi reagisce di orgoglio e spinge più sull’acceleratore, con tiri più profondi e forti. Potenza e precisione riescono a farla trionfare, vincendo i successivi parziali per 6/1 6/4. Con più concentrazione ritrova la regolarità e la continuità di gioco.

Wta di Wuhan. Tre set sono necessari anche a Caroline Garcia, nella finale del torneo di Wuhan contro l’americana Ashleigh Barty. Quest’ultima sembra favorita in quanto è sempre avanti nel punteggio e la francese deve sempre recuperare. Tuttavia la transalpina mostra un’ottima forma fisica, oltre a una buona determinazione e convinzione; carattere in una giornata in cui è assolutamente ispirata che le fa tirare ogni colpo con profondità e violenza ed essere aggressiva, venendo in attacco con fiducia. Spingendo soprattutto con il dritto in cross, ma ottime volée completano il resto. I primi due set finiscono entrambi al tie-break: il primo va alla Barty, il secondo a un’ostinata Garcia, che lotta con le unghie e con i denti per portare il match al terzo set. Complice un’americana che si lascia sfumare l’occasione di andare a servire per il match due volte, facendosi strappare due volte il servizio dopo aver fatto break un paio di volte all’avversaria. Nel terzo ormai la Garcia è scatenata, ci crede e nessuno può più fermarla. E arriva il 6/2 molto facilmente. Sportiva l’americana che ringrazia l’avversaria sorridente e inevitabile l’esplosione di gioia di Caroline, davvero al top. L’attuale n. 15 del mondo e classe 1993 tira tutto, persino le risposte. Cerca subito le soluzioni vincenti e per questo sciupa qualche chances, come quella nel primo set quando era andata a servire sul 5-4 dopo il break. Nel secondo la rimonta è stata difficilissima, in quanto la Barty si era portata in vantaggio sul 2-0, poi per ben altre due volte e per tutte e tre le volte complessive la tennista francese ha dovuto dare il massimo e giocarsi il tutto per tutto, cercando di togliere il tempo all’americana. Tanto che la Barty è andata a servire per il match due volte e sembrava partita finita dal 5-2 a suo favore. Nel terzo, invece, la Garcia si è vendicata facendo break all’altra due volte -nel terzo e nel settimo game, salendo facilmente 5-1-.

Atp Shenzhen. Finale similare -altrettanto molto lottata, equilibrata e in continuo ribaltamento di punteggio- quella a Shenzhen tra Alexander Dolgopolov e David Goffin. L’ucraino aveva convinto in semifinale contro il bosniaco Damir Dzumhur (che aveva vinto il titolo a San Pietroburgo), di cui si era sbarazzato per 6-3 6-4. Ottimi colpi incisivi e tanta aggressività -la precisione ha fatto il resto-, non hanno lasciato dubbi sulla qualità del suo gioco e sul suo talento. A metterlo in discussione ci ha pensato in finale il belga David Goffin. La testa di serie n. 2 domina la n. 5, vincendo il terzo titolo in carriera dopo sei finali perse. Questa era la nona che giocavano entrambi. Talento per entrambi, Dolgopolov ha troppa fretta di chiudere il punto e sbaglia troppo per spingere molto sui colpi. Non trova le righe, mentre l’altro è più tranquillo, calmo, paziente e dunque preciso. Comunque offrono un ottimo spettacolo di tennis, portando il match al terzo set. Tuttavia l’ucraino ha qualcosa da recriminarsi. L’incontro comincia in equilibrio fino al 4 pari; poi c’è il break di Goffin, che chiude 6/4. Nel secondo c’è la straordinaria reazione di Dolgopolov, che subito in apertura sul 2-1 fa break all’altro (strappandogli a 0 il servizio), fino a portarsi addirittura sul 5-1; ma da lì in poi perde un po’ di quella pressione che era riuscito a trovare e soprattutto a mettere su Goffin, facendolo sbagliare e costringendolo all’errore dovendo prendersi maggiori rischi. Era riuscito stavolta l’ucraino a fare qualcosina in più e la differenza, ma sciupa tutto facendosi rimontare ben due volte -sino al 5 pari-. Il belga si ritrova e con la fiducia riconquistata conquista il tie-break del secondo set e decolla nel terzo (facendo break sul 5-3). Dolgopolov tornerà tra i primi 50, ma un po’ come Kyrgios (o Dustin Brown) dovremo imparare ad ammirarlo, apprezzando i suoi costanti alti e bassi nel rendimento altalenante (quello incostante) in cui alterna colpi eccezionali a errori clamorosi, recuperi straordinari e rimonte dure a sconfitte sorprendenti, con partite che si rigirano (non sempre a suo vantaggio). D’altronde il tennis è anche questo.

Atp di Metz. In Francia, nella Mosella, invece accade qualcosa di simile al tennista di casa Paire; ma il torneo ci fa conoscere e ritrovare una “nuova” rivelazione non tanto sconosciuta però nel circuito. Si tratta del tennista tedesco Peter Gojowczyk. Classe 1989, il giocatore di Monaco di Baviera già aveva fatto in passato il suo exploit -tra il 2012 e il 2014-. Il 15 luglio 2012 si aggiudicò il torneo challenger di Ningbo battendo in finale Jeong Suk-Young per 6-3 6-1. Nel gennaio 2014, arrivò in semifinale all’ATP di Doha -partendo dalle qualificazioni-, battendo -tra gli altri-: Struff, Dominic Thiem, Philipp Kohlschreiber e Dustin Brown prima di arrendersi al numero uno al mondo Rafael Nadal. Nell’aprile di quell’anno nei quarti di Coppa Davis con la Germania, ha vinto una partita durissima contro Jo-Wilfried Tsonga per 7-5 6-7(3) 6-3 6-7(8) 6-8 e portato la Germania sul 2-0. In finale all’Atp di Metz domina un confuso Benoit Paire per 7/5 6/2. Al di là del punteggio lottato, non è stata tanto la qualità di colpi a fare la differenza, ma lo schema tattico. Troppo frettoloso Paire ha sbagliato molto -troppo-. Ề sembrato tirare a caso, senza un preciso schema, a tutto braccio, solo di potenza e poco di precisione. In maniera molto istintiva e poco razionale (come spesso fanno Kyrgios e Brown). Cercando subito il punto, spesso tentando il serve&volley, che si è dimostrato un suicidio in quanto sorpreso dai passanti millimetrici del tedesco. Ovvia la conclusione del 6/2 nel secondo set, in cui aveva perso fiducia e pazienza, mentre l’altro era sempre più ingiocabile e preciso. Perfetto anche perché ha saputo frenare il gioco e aspettare l’errore dell’avversario, senza rischiare troppo inutilmente. Troppo monocorde, invece, il gioco di Benoit Paire.

Prossimi appuntamenti, il Wta di Pechino. Iniziato da poco con il primo turno il Wta di Pechino. Con qualche notizia interessante. Innanzitutto bene la Stosur (che batte la Siniakova per 6-3 6-2), la qualificata Petkovic (6/4 6/0 alla Bertens), la Pliskova (si sbarazza della Suarez-Navarro per 6/3 6/4, che non sembra reggere la potenza dei suoi colpi) e la Radwanska (che elimina con un netto 7/5 6/3 la Witthoeft). Male per la Bouchard (wild card per lei, incassa un duro 6/4 6/3 dalla Rybarikova) e la Kuznetsova (che viene eliminata in tre set dalla qualificata Arruabarrena: 6-7(2) 7-5 6-1 il punteggio). Se poi la Barty non riesce a ripetere il buon rendimento del Wta di Wuhan (che l’aveva vista giungere in finale) -ed esce subito, perdendo dalla Makarova con un doppio 6/3- chi invece si vendica della sconfitta agli Us Open -regalando il più bel match di primo turno- è Maria Sharapova. 7-6(3) 5-7 7-6(7) è il punteggio con cui la siberiana si riscatta del 5-7 6-4 6-2 incassato agli Us Open dalla lettone Sevastova. E la lezione pare averla imparata bene. Presentatasi con un completino semplice (canottiera leggermente lavorata, ma interamente bianca e gonnellina plissettata tinta unita verde petrolio) -rispetto al vistoso abitino elegante e sexy, nella versione in nero e in quella più chiara, con Swarovsky- sembra proprio essere l’umiltà ad aver compreso. Partita che va sempre al terzo set, con Maria che vince il primo set a fatica (un tie break o 7/5 come a Flushing Meadows). Poi si fa rimontare e rischia di perdere, commettendo lo stesso errore: rimane nell’area di tre quarti e non avanza a rete, non approfitta delle potenti accelerazioni, soprattutto di rovescio. Cala un po’ nel servizio, perde il controllo del dritto e la partita sembra sfuggirle. Non impeccabile a rete, commette errori sugli smash e sulle volées. Ma stavolta a Pechino si è ripresa in tempo per esultare stremata. Apparsa visibilmente stanca, quasi senza energie, tutti ormai la davano fuori dal torneo -memori del risultato degli Us Open e dopo la rimonta nel secondo set della Sevastova per 7/5. Terzo set, che continua in equilibrio; fino ad un altro tie-break decisivo. Sino al 7 punti pari. La siberiana riuscirà a concludere per 9 punti a 7; ma in questa circostanza non si risparmia, anzi dà tutto. Con le ultime risorse fisiche che le sono rimaste, si convince e costringe a venire in avanti a rete, lanciandosi in qualche attacco; che la premia, meritatamente. Dopo un lieve black out dimostra di aver davvero giocato bene i punti decisivi e di aver dato il massimo impegno, anche per reagire alle micidiali palle corte dell’avversaria che voleva spezzarle il ritmo con smorzate di massima precisione.

US Open 2017: big Nadal e derby tra americane in finale alla Stephens

rafael-nadal-us-open-first-roundChe cosa è successo quest’anno agli US Open? Di tutto e di più. Difficile descrivere quale sia stato il momento topico e più caratterizzante di un’edizione 2017 ricca di emozioni contrastanti. Innanzitutto subito ha fatto notizia la wild card concessa a Maria Sharapova; poi l’attesa è salita quando si è saputo che al primo turno la russa si sarebbe scontrata con la numero 2 al mondo (che inseguiva la prima posizione nel ranking mondiale), ovvero Simona Halep; entusiasmo successivamente montato alle stelle quando la siberiana ha vinto sulla rumena in tre set (per 6-4, 4-6, 6-3) e tutti già vedevano Masha lanciata in semifinale, per via di un tabellone accessibile (invece al secondo turno ha battuto la Babos faticando al terzo set, poi la Kenin in due set, per poi perdere dalla Sevastova, sempre al terzo set). Dall’altra parte, il tabellone maschile incuriosiva per i forfait di Murray (molti hanno avuto da ridire perché si è tirato indietro a tabelloni già formati nel primo giorno di qualificazioni), Djokovic e Raonic: il primo per problemi all’anca, il secondo per l’infortunio al gomito e il terzo per l’operazione al polso. Ma il serbo è stato, comunque, al centro delle attenzioni con la notizia della nascita della sua secondogenita (chiamata Tara), avuta dalla moglie Jelena (dopo il piccolo Stefan); così come anche Serena Williams, nonostante l’assenza, ha fatto parlare di sé diventando anche lei mamma per la prima volta di una bambina. Viceversa, notizie meno buone sono venute dalle condizioni meteo: la pioggia ad inizio torneo ha fatto giocare solamente con il campo centrale coperto e provocato diverse interruzioni e sospensioni dei match; nel finale l’arrivo e il passaggio dell’uragano Irma sulla Florida ha destato preoccupazione: molti giocatori hanno dedicato un pensiero alle vittime, in primis Venus Williams che lì ha la famiglia, ma anche il vincitore del tabellone maschile.  Ed è stato proprio lo spagnolo Rafael Nadal a replicare l’impresa compiuta al Roland Garros: se lì era salito a quota dieci edizioni vinte, con la conquista quest’anno del titolo allo Slam americano si porta a sedici vinti in tutto. Il campione di Maiorca ha dominato in finale l’americano Kevin Anderson per 6/3 6/3 6/4, togliendogli il tempo, con un’aggressività e un’incisività notevoli: non solo è venuto molto spesso a rete, ma è stato velocissimo negli spostamenti, nel raggiungere il net e le palle dell’avversario e, soprattutto, a non dargli ritmo, rispondendo con passanti micidiali ai suoi attacchi; superiore in tutto, le sue percentuali parlano chiaro: quelle di servizio sono molto più alte e positive di quelle dell’americano, i vincenti pure, le palle break sfruttate e realizzate lo stesso; viceversa non ha funzionato il servizio di Anderson, che ha realizzato molti meno aces del previsto e non è stato brillante nelle volées come al solito. Nadal, infatti, ha avuto molte chances di chiudere prima e più facilmente la partita. Lui ha detto di essere sempre stato convinto di poter vincere, ha voluto ricordare tutti i cittadini americani in difficoltà a causa di Irma, si è detto entusiasta per questa vittoria in uno Slam straordinario che gli dà una carica incredibile. Se prima del match aveva detto che -a suo avviso- avrebbe vinto chi avrebbe giocato meglio, la risposta non ha tardato ad arrivare: lui ha completamente dominato una finale che sarebbe potuta essere anche più equilibrata. Curiosità: correva l’anno 1998 quando i due si scontrarono, giovanissimi, allo Stuttgart Junior Mastres. Quella femminile non ha regalato meno emozioni. Se nel 2015 c’era stata quella tra due italiane, quest’anno -per la gioia di tutti gli statunitensi- è stata la volta di due americane. Non accadeva dal 2002, quando si affrontarono le sorelle Williams. Ed in semifinale erano state addirittura quattro (Coco Vandeweghe, Venus Williams, Madison Keys e Sloane Stephens). Sono state le ultime due ad arrivare in finale: la “pargola” della Davenport aveva eliminato la prima delle quattro citate per 6/1 6/2, l’altra la maggiore delle sorelle Williams (con il punteggio, lottatissimo, di 6/1 0/6 7/5). Sloane, poi, ha giocato la migliore delle sue partite proprio in finale, aggiudicandosi un assegno di circa tre milioni di dollari. Viceversa l’emozione ha bloccato Madison, che è stata molto fallosa e non è riuscita minimamente ad impensierire l’avversaria, che è stata perfetta mettendo a segno passanti e accelerate (soprattutto di dritto e incrociate, anche in cross stretto) impressionanti. Giocatrice inaspettata, ha impressionato tutti a sorpresa, giungendo prima in finale e poi conquistando il titolo (è il suo primo ed unico Slam). Netto e severo il parziale inflitto a una Keys in confusione, visibilmente emozionata e commossa (in lacrime, quasi amareggiata, dispiaciuta e delusa di non riuscire ad imprimere il suo miglior gioco), di 6/3 6/0. La Keys era testa di serie n. 16 del tabellone, mentre non era testa di serie Sloane; ma non è nuova a buoni exploit negli Slam: ricordiamo che arrivò in finale in doppio nel 2008 con la Burdette proprio qui agli Us Open e che, l’anno successivo, al Roland Garros del 2009, nel singolare donne perse in semifinale da Kristina Mladenovic. Giocatrice simpatica, tornava da un lungo infortunio e, soprattutto, ben conosceva la Keys e la Davenport. È stata anche commentatrice per TennisChannel e ciò l’ha aiutata a studiare e conoscere meglio le avversarie, oltre a divertirsi molto. A provocare la standing ovation del pubblico, però, in finale contro la Keys è stata la splendida e sincera amicizia (confermata apertamente dalle due) delle tenniste, che si sono prima abbracciate a fine partita e poi si sono messe a chiacchierare tranquillamente sulla panchina in attesa della premiazione, scambiandosi bei sorrisi reciproci. Lungo l’applauso del pubblico per loro.

Ma le finali sono legate un po’ anche all’Italia. È stato, infatti, Kevin Anderson (nel maschile) a sconfiggere il migliore degli azzurri a questo Grand Slam: Paolo Lorenzi, al quarto turno, per 6/4 6/3 6/7 6/4. Lorenzi ha fatto il massimo contro un americano ispirato; precedentemente era stato protagonista di uno dei due derby italiani con Fabbiano (che aveva battuto per 6/2 6/4 6/4); l’altro era stato quello tra Stefano Travaglia e Fabio Fognini. Il ligure è uscito di scena per mano dell’altro con il punteggio di 6-4, 7-6, 3-6, 6-0, ma la peggiore delle conseguenze è stato l’insieme di sanzioni per gli insulti che ha rivolto alla giudice di linea (per cui si è scusato pubblicamente): ha perso i punti e i soldi di questo Grand Slam, non ha potuto giocare neppure il doppio con Simone Bolelli di terzo turno, ha dovuto pagare una multa di 24mila dollari (pari a circa 20mila euro), rischia la radiazione da tutti i Grand Slam. Il tennista ha riconosciuto di aver sbagliato, ma non sarà facile riprendersi. Come noto, è legato da tempo a Flavia Pennetta (da cui ha avuto il piccolo Federico) che qui vinse nel 2015 contro Roberta Vinci (uscita al primo turno, ma che è come avesse trionfato tornando in possesso di una copia del piatto conquistato in quanto finalista e che le era stato rubato, che gli organizzatori le hanno donato quest’anno). Quindi al caso Sharapova si è affiancato quello Fognini. Alle brutte notizie dell’uragano Irma e della sanzione per il ligure, le buone notizie non solo delle nuove nascite per alcuni dei campioni più amati, ma anche di storie a lieto fine (sia nel maschile che nel femminile). Il nostro Stefano Travaglia, infatti, ha avuto in passato un episodio simile a quello di cui è stata vittima Petra Kvitova, ovvero l’incidente a una mano che sembrava destinarli a tenerli per sempre lontano dai campi da tennis e che invece li vedono ancora qui sempre più in forma. La ceca è stata una delle tenniste più al top in questi Us Open: è stata sconfitta da Venus per 6/3 3/6 6/7, dopo aver eliminato per 7/6 6/3 la Muguruza, che non ha vinto, ma è diventata numero uno; spodestando, così, la Pliskova. Karolina ha annunciato le sue prossime nozze e, soprattutto, di voler devolvere circa 200 euro per ogni ace segnato durante il torneo al Centro di Ematologia e Oncologia per bambini del Motol University Hospital di Praga; sono stati in tutto 28, per un totale pari a circa 5.600 dollari. Come la Kvitova, nel maschile si è segnato il grande ritorno di Juan Martin Del Potro (arrestatosi solamente davanti a Nadal in semifinale al quarto set, dopo aver vinto il primo per 6/4). Inevitabile per Kvitova e Del Potro un riconoscimento: il premio per la correttezza e la sportività in campo assegnato qui a Flushing Meadows, ovvero due Sportsmanship Awards. Se la lettone Sevastova, l’estone Kanepi e la giovane Kenin (eliminata per 7/5 6/2 dalla Sharapova), sono state quasi delle rivelazioni del torneo femminile, l’edizione 2017 degli Us Open è stata in assoluto quella dei giovani.

Che sarebbe stato un Grand Slam diverso e “speciale” lo si era intuito sin a subito; ma forse nessuno avrebbe pensato sarebbe stato così particolare. Ề stato il Grand Slam dei giovani, per questo ancor più “fresco”. Nuovo innanzitutto perché, sin dagli esordi nelle qualificazioni ad esempio, si testavano nuove regole di gioco (che verranno riprese alle NextGen Atp Finals); si tratta del cosiddetto shot-clock, che prevede 2 minuti per il sorteggio, 5 per il palleggio di riscaldamento, 1 fra il riscaldamento e il primo punto del match, 5 per cambiarsi i vestiti (effettivi in quanto partono da quando il giocatore è arrivato negli spogliatoi), 3 per il medical time-out, 25 secondi (con un’aggiunta di 5 secondi rispetto ai 20 precedenti e che parte da quando è stato annunciato il punteggio dal giudice di sedia) tra un punto e l’altro per servire la prima, infine è permesso il coaching, cioè la possibilità per i giocatori di parlare con i propri allenatori quando sono dalla parte di campo dove questi ultimi siedono, ma saranno permessi anche segnali purché silenziosi. Molti i nomi dei giovani talenti emersi qui a Flushing Meadows: oltre ad Alexander Zverev, Borna Coric (i due si sono scontrati e sono stati protagonisti di un match molto entusiasmante che ha rischiato di andare al quinto set: il croato ha avuto la meglio per 3/6 7/5 7/6 7/6; poi ha perso da Anderson) e Dominic Thiem, Andrey Rublev e Diego Schwartzman (per loro i quarti: il primo ha eliminato tra l’altro Dimitrov, Dzumhur, Goffin, fermato poi da Rafa suo mito, tanto da giocare a 11 anni con lo stesso completo dello spagnolo), Pablo Carreno Busta (giunto sino alla semifinale, ha sorpreso la sua solidità e continuità con la regolarità dei colpi), Denis Shapovalov (che ha convinto tutti al quarto turno contro Carreno Busta, uscito dopo tre duri tie break); oppure Radu Albot (che ha eliminato il padrone di casa Sam Querrey) o John Millman (che si è liberato in tre set del tedesco Kohlschreiber). Ma gli Us Open 2017 segnano il ritorno alla vittoria di una ex numero uno: Martina Hingis, che ha conquistato sia il doppio misto con Jamie Murray, che quello femminile con la Chan (che aveva affrontato contro nel misto precedentemente citato). Soddisfacenti i quarti per Federer che si è arreso a Del Potro.

Sfida tra giovani emergenti all’Atp di Nizza. Thiem si conferma campione

dominic-thiem-nizza-achtelfinaleL’Atp 500 di Nizza ha visto protagonisti della finale i due giovani più promettenti del momento: Alexander Zverev e Dominic Thiem. Quest’ultimo si conferma il campione e vince il torneo confermando il successo dello scorso anno. Una partita conclusasi solo dopo tre set (6/4 3/6 6/0), in cui entrambi si sono alternati al comando del gioco. Soprattutto un match terminato con l’abbraccio dei due, pressoché quasi coetanei, che sono molto amici; tanto da giocare insieme in doppio, formando una coppia molto equilibrata e forte, ben compensandosi: la maggiore ponderatezza tattica di Thiem, all’estemporaneità dei colpi talentuosi improvvisi di Zverev. L’austriaco comunque è apparso decisamente più solido e avere principalmente maggiore tenuta fisica e mentale. Il KO finale nel terzo set incassato da Zverev dimostra proprio questo, indice di una stanchezza che ha preso il sopravvento togliendo lucidità e incisività ai colpi del tedesco. D’altronde ha compiuto da poco tempo 19 anni e questo potrebbe essere l’anno decisivo per la maturazione e la crescita tennistica definitive. Mentre i 22 anni di Thiem iniziano a pesare e far sentire la differenza. Quello anagrafico é, infatti, l’elemento differenziale che li distingue ancora. Non a caso Thiem già ha sei titoli all’attivo ed ha raggiunto, lo scorso marzo, la posizione n. 13 del mondo: suo best ranking. Trenta le posizioni in più per Zverev, che comunque può tranquillamente aspirare ad entrare tra i primi 20. Mentre il Roland Garros potrebbe regalare la top ten a Thiem.
Ed è proprio il tedesco a partire meglio, più aggressivo sin dal primo game (anche se l’austriaco riesce a mantenere il servizio). Si porta in vantaggio fino al 4-2, poi si fa recuperare dall’avversario sul 4-4. A quel punto, al campione uscente riesce anche un altro break che lo porta a servire per il set sul 5-4, che infatti chiude per 6/4.
Se il primo parziale ha visto una breve interruzione perché è uscito del sangue dal naso a Zverev, nel secondo é stato Thiem ad accusare qualche problema alla spalla destra: fastidio per cui chiederà il medical time out nel terzo set per un massaggio. Anche nel secondo set l’austriaco parte bene e strappa subito il servizio al tedesco, portandosi sul 2-0. Poi un nastro aiuta Alexander che, complice un dritto in sventaglio mandato fuori da Dominic (che ne sbaglierà molti altri) in fase di attacco, fa il contro-break all’avversario. Si prosegue così fino al 3-3. Se Zverev fatica a tenere il servizio, Thiem per tutto il torneo ha dovuto lottare per portare a casa i match, conquistati molti proprio al terzo set come contro il tedesco. Quest’ultimo c’è e non molla, tanto da procurarsi tre palle break per il 4-3 e servizio. Sarà ancora un rovescio fatale all’austriaco, che vede il 19enne portarsi sul 5-3. Con un servizio un po’ in calo come rendimento, Thiem perde il secondo set: una risposta di dritto lungolinea vincente di Zverev, un doppio fallo dell’austriaco, che sbaglia anche una palla corta, regalano al tedesco un set point. Il tedesco chiude il secondo set con un passante di rovescio incrociato in risposta vincente, sul servizio in slice di Thiem ad uscire che tenta persino il serve&volley (non riuscito).
Poi, il terzo set, nell’Atp a Nizza sulla Costa Azzurra, prende improvvisamente una piega inaspettata. Quasi un crollo fisico di Zverev, il rovescio lungolinea vincente a una mano ritrovato (che lascia partire a tutto braccio con accelerate improvvise, veloci e potenti), aiutano Thiem a recuperare aggressività e regolarità. Avendo di nuovo un rendimento alto e il controllo del campo, l’austriaco tiene facilmente tutti i servizi a 0 o a 15. Strappa altrettanto facilmente a Zverev i suoi, che prova ad attaccare, ma si fa trovare troppo distante dalla rete e in ritardo sulle volée (che sbaglia) e su palle basse a metà campo, tra i piedi, che non riesce a sollevare. Il primo match point a disposizione di Thiem è quello buono: Zverev butta via malamente e manda lunga la risposta di rovescio, quasi a volersi sbrigare a finire e terminare l’umiliazione del 6-0, ormai rassegnato come se avesse già mollato; stremato dalla stanchezza, senza più forze né idee mentali e trovate di gioco ad effetto e sorpresa da realizzare. Siamo sicuri, però, che potrà avere la sua occasione di riscatto, ma si deve rafforzare anche fisicamente e mentalmente.

Barbara Conti

Internazionali BNL,
‘nuovo’ Federer per il Foro

Dominic Thiem fist Muncih 2015.640x389

Dominic Thiem

Gli Internazionali BNL d’Italia al Foro Italico non sono solo tennis, big, autografi, selfie e foto rubate a giocatori e giocatrici durante gli incontri. C’è molto altro che spesso non viene abbastanza colto. Soprattutto quest’anno e in questa edizione. Infatti la grossa novità è stata l’installazione di un campo in terra per esibizioni dimostrative o altro a piazza del popolo a Flaminio. Vi rimarrà per tutta la settimana del torneo a titolo esemplificativo, a ricordare che nella Capitale non c’è solo il calcio, ma anche il tennis che si lega alla solidarietà, alla salute e tanto altro ancora. Posizionato nel cuore di Roma appositamente, qui sono stati sorteggiati i tabelloni femminile (padrini Paolo Lorenzi e Stan Wawrinka) e maschile (madrine Sara Errani e Svetlana Kutznesova). I big poi si sono cimentati in un palleggio simbolico. Un modo per acquisire più visibilità, che permette di porre l’accento su tematiche sociali. Roberta Vinci stessa è stata madrina della solidarietà in un certo qual modo durante il match sul centrale contro la Konta. In campo infatti è sceso un bambino affetto da una malattia genetica rara e se ne è approfittato per invitare ad andare a visitare lo stand di Telethon e donare, potendo e volendo. Senza dimenticare che il 18 maggio, a due passi, allo stadio Olimpico, si giocherà la ‘Partita del cuore’.
E poi anche quest’anno, a conclusione del torneo, sabato 14 e domenica 15 (dalle ore 10 alle ore 18), si terrà una nuova edizione di “Tennis&Friends”.
Gli Internazionali sono anche spettacolo, però. Il 2016 forse ne ha regalato più che in passato. Si è cominciato il primo giorno con “Roma cares”, esibizione amatoriale di tennisti e giocatori della Roma: da Roberta Vinci, a Francesca Schiavone, a Nick Kyrgios, a Fabio Fognini e Flavia Pennetta, ad Andreas Seppi. Per i giallorossi: il Capitano Francesco Totti, Alessandro Florenzi, Daniele De Rossi, El Shaarawi.
Proprio Flavia Pennetta, poi, è stata al centro, nella seconda giornata, di un tributo per il suo addio al tennis, che ha voluto dare proprio qui al Foro.
Tuttavia gli Internazionali sono anche informazione: quella che viaggia in tempo reale con le news Ansa del Messaggero, sullo schermo dove viene dato il punteggio delle partite: una sorta di breaking news aggiornate che permettono di essere sempre al corrente degli eventi che accadono.
Questa manifestazione significa però anche turismo, con supporter stranieri (inglesi, americani, francesi, giapponesi), venuti da lontano a sostenere i loro beniamini. Ma anche nostri connazionali provenienti da Milano o Torino, arrivati per il giovane Sonego persino ad esempio, che hanno sfruttato il servizio navetta e i pacchetti offerti da Frecciarossa. Certo i collegamenti dentro la città, con bus costipati, qualche disagio e rallentamento lo creano, ma per il tennis si sopporta questo ed altro.
Protagonisti, ad ogni modo, non sono solo i giocatori, ma anche i raccattapalle: applauditi scherzosamente quando prendono al volo palline scansate dai tennisti.
Soprattutto ad essere stato il principale artefice dell’andamento dei tabelloni é stato il meteo: il forte caldo torrido dei primi giorni, ha portato allo svenimento di un raccattapalle durante il match d’esordio di primo turno sul Pietrangeli di Venus Williams. Poi la pioggia ha infastidito e interrotto qualche incontro con quello tra Raonic e Kyrgios.
Questo ha fatto sì che le condizioni del campo cambiassero e sia stato difficile adattarsi a giocare in situazioni diverse. Per di più, molti prima hanno giocato un incontro in serale e poi il successivo nell’ora più calda del giorno; così i tabelloni hanno visto l’uscita di molte teste di serie.
Tra cui Roger Federer per mano del giovane austriaco Dominic Thiem, vera rivelazione. Due set sono bastati per veder uscire lo svizzero, che ha trovato un suo possibile erede: stessa tenacia e carattere, stessa aggressività e gioco d’attacco, stessa classe e precisione e completezza di colpi e fondamentali simili (tutti e due giocano il rovescio a una mano), servizio potente per entrambi e solidità di gioco. Il loro match è stata un’occasione per ricordare che il tennis è anche per i più piccoli. Durante il sorteggio con la monetina preliminare è sceso in campo Snoopy come mascotte a sancire la regolarità dello stesso.
Per Federer uno striscione citava: “No Roger, no party”; poi è stato rimosso, ma sicuramente, nonostante la delusione per la sconfitta del campione elvetico, si continuerà a far festa per tutta la notte nell’area adibita appositamente per i momenti più glamour.
Tuttavia qui al Foro è immancabile l’intrattenimento. Musiche ad ogni pausa di game o set, ma c’è stato anche un simpatico sketch del team “We are tennis”, vestito tutto di verde, mentre giocavano Raonic e Cecchinato al primo turno. Come un coro, si sono cimentati in canti e danze improntando un balletto costruito e divertente, quasi da spot pubblicitario.
Certo gli allenamenti sul Centrale dei big sono stati i più seguiti e non hanno avuto paragoni. L’organizzazione sicuramente può reputarsi soddisfatta di tutti i campioni che è riuscita a portare, nonostante qualche assenza passata un po’ in sordina e nel silenzio: come quella di Simone Bolelli. In compenso c’è stato il ritorno di Volandri, sebbene abbia perso da Ferrer con onore. Di sicuro una recuperata Kutznesova. E Djokovic super favorito, con un Nishikori in buona forma e un Thiem temibile che fa pressione.
Più che parlare di tabelloni, tranne che per sommi capi poco fa, abbiamo voluto raccontare curiosità, lati inediti degli Internazionali per cercare di comunicare quale è la vera esperienza che si respira e si vive qui al Foro.

Barbara Conti