Trump, i midterm sono io. Un referendum sul presidente

trump dazi“In un certo senso io sono nella scheda elettorale”. Queste le parole di Donald Trump in una chiamata telefonica a 200mila sostenitori una settimana prima delle elezioni di midterm. Il 45esimo presidente non era ufficialmente candidato ma con le sue azioni e parole ha fatto molto per intromettersi nell’elezione cercando una disperata conferma sul suo mandato.

La conquista democratica della Camera come pure di una mezza dozzina di nuovi governatori democratici rappresentano un rifiuto di Trump nonostante il fatto che i repubblicani abbiano mantenuto e persino ampliato la loro maggioranza al Senato. Il 45esimo presidente non ha però riconosciuto la sconfitta esaltando l’esito elettorale come una grande vittoria, riflettendo la sua fantasiosa capacità di deformare o inventare la realtà.

È tipico che nelle elezioni di metà mandato il presidente in carica perda consensi. Era successo anche a Barack Obama nel 2010. In generale, dopo due anni di presidenza, gli inquilini alla Casa Bianca spendono una buona parte del loro capitale politico e gli elettori li “puniscono”. Nel caso di Obama l’approvazione della riforma sanitaria, Obamacare, rappresentò questa spesa politica. I repubblicani sono stati molto efficaci a demonizzare la riforma e hanno ottenuto ottimi risultati alle elezioni del 2010.

Nel caso di Trump qualcosa di simile è successo ma in questo caso brucia di più perché le dinamiche hanno trasformato le elezioni in un referendum sul presidente in carica. Il 45esimo presidente avrebbe potuto seguire l’esempio di Obama nelle elezioni del 2010 rimanendo a bordo campo. Trump, da egocentrico qual è, ha deciso di sottomettersi alla prova. Infatti, 2 terzi degli elettori, nel bene e nel male, hanno indicato il 45esimo presidente come la ragione principale per recarsi alle urne in massa. Centodieci milioni di americani hanno votato, ossia il 47 percento aventi diritto, cifra apparentemente bassa, ma in realtà molto più alta delle altre elezioni di metà mandato (52 percento democratici, 46 percento repubblicani, 2 percento altri). Per raggiungere un livello simile bisogna ritornare alle elezioni di metà mandato del 1966.

L’insistenza di Trump di partecipare attivamente alle elezioni di midterm, credendo di potere fare la differenza, si è aggiunta alla strategia sbagliata di non ricalcare l’economia rosea, scegliendo invece di rimanere nella sua campagna di odio e anti-immigranti. Nelle due settimane prima delle elezioni il 45esimo presidente ha fatto più di una dozzina di rally inveendo contro l’immigrazione illegale. In particolar modo l’attuale inquilino della Casa Bianca ha tuonato contro la minaccia “dell’invasione” della carovana di migranti dell’America centrale che si sta dirigendo verso gli Stati Uniti. Per contrastarla Trump ha deciso di mandare più di diecimila soldati al confine per impedire loro di entrare nel Paese.

L’invasione dei migranti non è stata vista tale da nessuno eccetto la base dei seguaci di Trump. Persino un commentatore della Fox News, la rete televisiva amica di Trump, ha detto che non c’è nessuna invasione. Il 45esimo presidente ha però cercato di costruire un castello di sabbia accusando i democratici di volere fare entrare i criminali nel Paese senza però offrire alcuna prova. Nel fuoco della campagna le falsità di Trump sono aumentate notevolmente. Il Washington Post ha calcolato che Trump ha già detto più di 6mila asserzioni false o fuorvianti.

Trump ha bisogno di nutrirsi dell’amore dei suoi sostenitori ma ha anche una grande fede nel suo intuito politico che lo ha portato alla Casa Bianca. Lo speaker della Camera, Paul Ryan, gli aveva telefonato suggerendo di abbassare i toni sull’immigrazione e concentrarsi sull’economia in ascesa come cuore della campagna politica. Trump però ha deciso che la strada giusta per proteggere le maggioranze al Senato e alla Camera si trovava nella mobilitazione della sua base la quale richiede il solito Trump battagliero.

Ha sbagliato in parte perché l’America continua a cambiare. Il 41 percento è già formato da membri di gruppi minoritari. Inoltre, le donne bianche istruite nelle periferie del Paese hanno cominciato ad abbandonare Trump e il Partito Repubblicano. Continuare a vedere le vittorie politiche basandosi sul numero sempre in riduzione dei bianchi, soprattutto i maschi, non promette futuri risultati politici positivi.

Il giorno dopo l’elezione Trump ha usato parole dolci verso i democratici offrendosi pronto a negoziare, congratulandosi con Nancy Pelosi, la probabile speaker della Camera a cominciare da gennaio 2019. Ciononostante nella conferenza stampa il giorno dopo le elezioni ha chiaramente dato l’impressione di non avere abbandonato il tono battagliero che ha indirizzato ai cronisti accusandoli di domande improprie. In particolar modo ha etichettato di razzista una domanda rivoltagli da Yamiche Alcindor della Pbs e ha attaccato Jim Acosta della Cnn, definendolo “una persona terribile” dopo un scontro verbale. Per punirlo Trump gli ha fatto togliere l’accesso alla Casa Bianca. Gli scontri con i media sono all’ordine del giorno per Trump.

Ciononostante l’azione più chiara di essere stato ferito dall’elezione consiste del licenziamento di Jeff Sessions, il ministro della giustizia, il quale si era ricusato dall’inchiesta di Russiagate. Il 45esimo presidente aveva interpretato quest’azione di Sessions come debole per non averlo protetto dal pericolo rappresentato dal procuratore speciale Robert Mueller. Il sostituto di Sessions avrebbe dovuto essere Rod Rosenstein, l’attuale vice al ministero di giustizia. Trump però ha deciso di nominare un ministro nuovo temporaneo. Il nuovo ministro è Matthew Whitaker, il quale ha in passato messo in dubbio l’inchiesta di Mueller che dovrebbe concludersi in tempi non lontani. La nomina di Whitaker, però, è stata interpretata da alcuni costituzionalisti come illegale persino da Andrew Napolitano, opinionista legale alla Fox News, perché bypassa l’obbligata conferma del Senato. Poco importa per Trump. Mettendo un uomo di fiducia alla leadership della giustizia chiarisce che le commissioni alla Camera, finora protettrici di Trump, finiranno con la conquista democratica della Camera.

Domenico Maceri
PhD, è professore emerito all’Allan Hancock College, Santa Maria, California. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Democratici Usa. Obama in campo contro Trump

Obama-Hillary Clinton Israele-treguaIl boom dell’economia? «Di chi pensate sia il merito?» Alla domanda lanciata da Barack Obama alla vigilia delle elezioni del 6 novembre la platea dei militanti democratici ha risposto con una valanga di applausi, urla, cori di consenso. Quasi è venuta giù la sala per l’entusiasmo incontenibile quando l’ex presidente degli Stati Uniti d’America ha parlato a Chicago polemizzando con i repubblicani e il suo successore Donald Trump.
Obama ha portato fortuna ai democratici: hanno conquistato la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti mentre i repubblicani hanno mantenuto e rafforzato il controllo del Senato. Le cosiddette elezioni di medio termine, a metà del mandato del presidente, sono una battuta d’arresto per Trump e i repubblicani, il suo partito. Wall Street e le Borse mondiali hanno brindato ai risultati elettorali con vistosi rialzi perché è garantita la stabilità politica e il bilanciamento dei poteri negli Usa.

Il presidente repubblicano si è detto soddisfatto su Twitter: «Formidabile successo, grazie a tutti». In realtà si è trattato di un referendum su Trump, il presidente populista e sovranista, nemico dell’establishment, alfiere dei dazi per combattere la concorrenza di paesi avversari (la Cina) ed amici (Unione europea, Giappone, Corea del sud), avversario degli immigrati ispanici e musulmani, critico con l’Onu, teorico della politica muscolare sulla sicurezza esterna ed interna degli Usa, allergico al multilateralismo da sostituire con rapporti bilaterali con nazioni grandi e piccole, sostenitore del forte taglio delle tasse soprattutto agli alti redditi.

Barack Obama, una visione opposta a quella di Trump, a lungo quasi non si è fatto più sentire dopo aver lasciato la Casa Bianca nel gennaio 2017. Poi si è impegnato nella campagna per le elezioni di medio termine. Un caso o un segnale? Ancora non è chiaro. Di sicuro il Partito democratico non è riuscito finora a contrapporre a Trump un leader credibile. I democratici sono ancora scioccati, non si sono ripresi dal trauma subito quando l’imprenditore miliardario a sorpresa vinse le elezioni per la presidenza alla fine del 2016, sconfiggendo Hillary Clinton favorita dai pronostici.

Obama, 57 anni, nel pieno delle forze, con i capelli un po’ più grigi, ha parlato con un volto tirato e in maniche di camicia a Chicago suscitando la passione e l’entusiasmo della base, come si vede in un video girato dall’agenzia Vista Tv. Ha rivendicato tutte le scelte di solidarietà sociale, in testa la riforma della sanità pubblica per oltre 20 milioni di persone, chiave del successo dei democratici. Ha rivendicato il rilancio dell’economia americana (un massiccio piano d’investimenti pubblici contro la crisi scoppiata nel 2008). Ha rivendicato le riforme varate nei suoi otto anni alla Casa Bianca. Quando fu eletto presidente dieci anni fa si trovò davanti la più grave recessione economica americana dalla Grande depressione del 1929: le fabbriche chiudevano e la disoccupazione dilagava, «ho dovuto prendere la scopa e ripulire il casino» lasciato dall’amministrazione repubblicana precedente e a prezzo di grandi sforzi «abbiamo ricominciato a crescere».

Analogo discorso ha svolto qualche giorno prima a Miami. Ha attaccato Trump: «Mente e si inventa le cose». Ha bocciato la sua politica della mano dura contro gli immigrati: «Non ha compassione, questa non è l’America». Il primo presidente afro-americano, il quarantaquattresimo nella storia degli Stati Uniti contrappone la solidarietà all’egoismo sociale, la tolleranza al razzismo, lo sviluppo economico rispettoso dell’ambiente allo sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, il dialogo internazionale allo scontro. Sono riecheggiati gli slogan dei suoi due mandati di presidente: «Il cambiamento può ancora avvenire, la speranza non è ancora morta». È riapparso il suo slogan: «Yes, we can», si può fare.

L’avvocato di colore, difensore dei diritti civili, non si è ritirato a vita privata, è ancora in campo. In caso di necessità il mondo progressista può ancora fare conto su di lui. Obama non è nuovo alle imprese impossibili: prima fu eletto a sorpresa senatore dell’Illinois, poi presidente degli Stati Uniti. Tra due anni, nel 2020, si tornerà a votare per la Casa Bianca e già si parla di tanti possibili candidati democratici da opporre a Trump. La Costituzione americana, con una modifica del 1951, vieta un terzo mandato presidenziale per evitare una concentrazione troppo forte di potere. Ma potrebbe essere introdotta anche la possibilità di un incarico ter sia pure non consecutivo. Nel 2011 Bill Clinton, già presidente democratico con due mandati sulle spalle, tanto amato quanto discusso, lanciò la proposta: «Ho sempre pensato che questa dovrebbe essere la regola». Tuttavia l’idea restò lettera morta.

Leo Sansone
SfogliaRoma

Le parole incendiarie di Trump: fonte di violenza?

donald trump

“È un grande, un duro”. In un recentissimo comizio Donald Trump ha descritto con queste parole il deputato Greg Gianforte del Montana il quale l’anno scorso aveva messo al tappeto il giornalista Ben Jacobs del Guardian. La folla ha reagito con gioia come si trattasse di una bellissima battuta a uno spettacolo.

Il linguaggio incendiario di Trump come possibile fonte di violenza è stato messo nuovamente in discussione nelle ultime due settimane. La quindicina di pacchi bombe inviate a leader democratici, tutti avversari politici di Trump, e la strage alla sinagoga Tree of Life di Pittsburgh hanno ricalcato il legame fra linguaggio politico provocatorio e gli atti di violenza. Nessuno è morto a causa dei pacchi bomba ma nel caso della sinagoga 11 persone hanno perso la vita, uccisi da un individuo avvelenato dall’odio verso gli ebrei. Il rabbino Jeffrey Myers della sinagoga ha dichiarato che tutto “comincia con le parole” e si è diretto a tutti i politici in modo uguale, incoraggiandoli a “mettere fine alle parole di odio”.

Il rabbino non ha additato Trump come responsabile ma ovviamente il suo linguaggio incendiario nei due anni di campagna politica e nei suoi due anni di presidenza richiede delle considerazioni. I responsabili delle azioni abominevoli sono solo loro ma è difficile credere che il clima politico di parole incendiarie non li avrà incoraggiati ad agire.

Rispondendo alla domanda di un cronista sulla possibile responsabilità di Trump, la portavoce del presidente, Sarah Huckabee Sanders ha smentito. La Sanders ha fatto il paragone con la sparatoria contro un numero di parlamentari a una partita di baseball nel 2017 in Virginia, nella quale fu ferito il parlamentare Steve Scalise, dicendo che non si poteva incolpare Bernie Sanders per l’ideologia di sinistra dell’individuo responsabile. C’è ovviamente una differenza che Huckabee Sanders ignora. Bernie Sanders nella sua campagna politica non ha mai usato linguaggio che inciti o esalti la violenza come ha fatto Trump.

Si ricorda che durante la campagna elettorale il 45esimo presidente aveva incoraggiato i suoi sostenitori a “prendere a botte” alcuni manifestanti, offrendo di pagare loro le eventuali spese legali. Aveva intimato che se Hillary Clinton avesse vinto l’elezione i fedelissimi del secondo emendamento avrebbero potuto agire, senza capire che qualcuno lo avrebbe potuto interpretare ad usare armi contro la leader democratica. Anche da presidente il suo linguaggio incendiario è continuato soprattutto contro i media accusandoli di essere i “nemici del popolo”, specialmente la Cnn. Gli attacchi alla Cnn sono stati anche suggeriti in un video durante la campagna elettorale nel quale si vede Trump che mette al tappeto una figura della Cnn in una scena rassomigliante alla lotta libera. Infatti, uno dei pacchi bombe era proprio stato inviato alla rete televisiva. Uno dei suoi cronisti più noti, Jim Acosta, è stato vittima di aggressioni ai comizi di Trump. Uno dei sostenitori del 45esimo presidente gli ha persino fatto il segno con un dito che la sua gola potrebbe essere tagliata. Il pacco bomba alla Cnn ha causato una forte reazione da Jeff Zucker, presidente della rete televisiva, il quale ha accusato la Casa Bianca di “una mancanza completa di capire la serietà” dei commenti negativi sui media.

Rispondendo alla domanda di un cronista se lui dovesse abbassare i toni, Trump ha risposto smentendo ogni responsabilità per il clima divisivo del Paese. Ha di nuovo additato la stampa come responsabile e ha aggiunto che potrebbe persino “aumentare” i toni. Ciononostante, il 45esimo presidente, spronato dalla figlia Ivanka e il genero Jared Kushner, ha condannato gli attacchi alla sinagoga come anti-semiti, aggiungendo che “bisogna unirsi” e mandare “un messaggio chiaro” contro la violenza politica. Poche ore dopo però a uno dei suoi comizi ha attaccato i democratici e i media addossando loro la colpevolezza.

Victor Hugo ha scritto ne “I miserabili” che “Il colpevole dei peccati commessi nell’oscurità non è colui che li commette ma colui che causa quest’oscurità”. Donald Trump non è responsabile per l’oscurità che già esisteva ma lui la ha annerito. Non preme il grilletto per azioni di violenza ma con la sua costante retorica le incoraggia direttamente o indirettamente perché è la sua strategia politica dal primo giorno della sua campagna elettorale. Le parole feriscono e Trump non sembra capirlo. O forse lo capisce troppo bene perché nella sua visione del mondo vede solo nemici da sopraffare e le parole sono state e continuano ad essere il suo strumento più efficace.

Domenico Maceri

Gli Usa aprono alla Cina. Volano le borse

US President Donald J. Trump administration to accept the One China policy

È un momento molto importante per le banche europee, in attesa di conoscere i risultati complessivi degli stress test. Gli stress test, effettuati da organizzazioni collegate alla Banca centrale europea, permettono di stabilire se le banche europee possiedono un capitale sufficiente a sostenere una situazione economica che può peggiorare. Nel momento in cui scrivo, viene reso noto che le banche italiane: Intesa Sanpaolo, Unicredit, Ubi e Banco Bpm hanno superato gli ultimi stress test; lo spread tra Btp e Bund tedeschi è in calo, oscillando per tutta la giornata sotto quota 300.

Stamane Piazza Affari ha registrato un +1,2%, allineandosi alle principali borse europee, che seguono il buon andamento di Wall Street di ieri e delle Piazze asiatiche. Queste ultime si avviano a chiudere la settimana con il migliore recupero da aprile 2016.

Uno dei motivi degli indici così positivi è rinvenibile nella riduzione delle tensioni commerciali tra Stati Uniti e Cina, e alla recente apertura della Cina agli investimenti stranieri.

Dalla fine di luglio, gran parte dei divieti, rivolti a proteggere le compagnie cinesi dalle acquisizioni estere, hanno perso efficacia.

Si tratta di una policy adottata dal governo del gigante asiatico per salvaguardare la crescita economica del Paese dalle ripercussioni della “guerra” commerciale con gli Usa: il governo statunitense ha imposto dei dazi da prodotti provenienti dai principali paesi asiatici, in particolare la Cina, ad esempio in materia di pannelli solari e lavatrici.

Tuttavia, recentemente, sembra aprirsi una distensione commerciale e sono in corso dei colloqui tra le istituzioni americane e quelle cinesi.

Il presidente americano Donald Trump ha tenuto una lunga conversazione con il presidente della Repubblica popolare Cinese, Xi Jinping e ha dichiarato che gli incontri “stanno procedendo bene”.

Di contro, Xi ha auspicato che i due Paesi possano promuovere stabili relazioni, volte ad espandere la cooperazione commerciale bilaterale, lasciandosi alle spalle le tensioni commerciali del passato più recente.

Secondo indiscrezioni di stampa, si rende sempre più probabile la preparazione di una bozza di accordo Usa- Cina sul commercio internazionale, da presentare in occasione del G20, che si terrà il 30 novembre e il 1 dicembre, a Buenos Aires, in Argentina.

Dalle dichiarazioni dei rappresentanti del governo americano emerge la volontà di ritirare alcune tasse e dazi, qualora le discussioni politiche con la controparte proseguissero con successo.

Si vedrà, nelle prossime settimane se il dialogo tra gli Usa e la Cina proseguirà, quali saranno le effettive misure concordate e se la bozza di accordo sarà presentata durante il G20.

Da queste importanti decisioni economiche e finanziarie dipenderà, in misura significativa, la situazione commerciale a livello globale e le conseguenti ricadute nelle economie dei paesi europei.

Paolo D’Aleo

Soccorso populista da Trump e Putin

giuseppe conte 2Cala un po’ la paura, spunta il soccorso populista. I titoli del debito pubblico italiano e la Borsa di Milano, dopo un mese disastroso, risalgono la china: il 29 ottobre è stato un lunedì di speranza. Lo spread è ridisceso sotto quota 300, chiudendo la seduta a 295 punti dai 311di venerdì. A gonfie vele Piazza Affari che ha guadagnato l’1,91%.
Qualcuno nei mercati internazionali non ha più venduto ma invece ha comprato Bpt, Bot, titoli ed azioni italiani. Il governo Lega-M5S, in allarme rosso, ha tirato un sospiro di sollievo. Probabilmente alcuni grandi fondi d’investimento americani hanno comprato a piene mani. Giuseppe Conte aveva scommesso sull’aiuto di Donald Trump dopo l’amichevole incontro del 30 luglio alla Casa Bianca. Il presidente del Consiglio ai primi di agosto aveva fatto riferimento a possibili investimenti americani: «Steven Mnuchin, segretario al Tesoro Usa, ha dichiarato che l’Italia non rappresenta un fattore di rischio. Stesso concetto lo ha espresso anche Jp Morgan. In mezzo a tante voci che alimentano un dannoso allarmismo, queste invece confermano la solidità dei fondamentali dell’economia italiana».
Soccorso populista. Il presidente statunitense con un tweet aveva rincuorato Conte: «Sta lavorando molto duramente sull’economia italiana. Avrà successo». Trump aveva elogiato Conte prima al vertice del G7 tenuto a giugno in Canada («Ha ragione al 100% Giuseppe» sull’ingresso della Russia nel G8) e poi nei colloqui alla Casa Bianca: «Io e Conte siamo entrambi due outsider della politica». Il presidente del Consiglio concordava: «Siamo due leader estranei all’establishment».
Sarà un caso ma la sera di venerdì 26 ottobre Standard & Poor’s, al contrario di Moody’s, non ha declassato l’Italia. L’agenzia di rating americana, pur criticando le linee della manovra economica 2019 grillo-leghista, per ora non ha abbassato l’affidabilità dei titoli del debito pubblico. Così l’incubo della bancarotta si è allontanato.
Il governo giallo-verde è mobilitato a caccia di tutti i possibili, impavidi acquirenti di Btp e Bot. Le simpatie politiche dei populisti Vladimir Putin e Donald Trump per l’esecutivo populista italiano, ampiamente ricambiate, possono essere una soluzione.
Soccorso populista. Putin è ancora più pronto di Trump ad aprire il portafogli. Il 24 ottobre, nell’incontro a Mosca con Giuseppe Conte ha annunciato la sua disponibilità: «Non c’è nessuna remora politica all’acquisto dei vostri titoli di Stato» perché «l’Italia ha basi economiche molto solide». Il presidente del Consiglio ha aperto la porta all’offerta: se la Russia «volesse comprarli farebbe un affare. Visto che la nostra economia è solida».
Il presidente della Federazione russa apprezza soprattutto un fatto: il governo penta-leghista è l’esecutivo che più si è speso e si spende per l’abolizione delle sanzioni economiche occidentali contro Mosca causate dall’annessione della Crimea, una delle regioni dell’Ucraina. Il capo del Cremlino è molto apprezzato dai cinquestelle e, soprattutto, dai leghisti. Matteo Salvini non ne fa mistero. Quando il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno a metà ottobre è andato a Mosca ha proclamato: «In Russia mi sento a casa mentre in alcuni Paesi europei no». Quindi, tra il serio e il faceto, ha invitato ad acquistare Btp e Bot: «Se avete titoli di Stato da comprare, noi abbiamo bisogno di venderne per qualche miliardo alle prossime aste». Soccorso populista.
Lo spread fa paura. La commissione europea ad ottobre ha bocciato la bozza di manovra economica del governo Conte-Salvini-Di Maio sollecitando “una revisione” perché è una deviazione “senza precedenti” delle regole sull’euro: e lo spread, già in aumento da maggio, è esploso fino a 340 punti (il livello più alto dal 2013). Anche se smentita dal “governo del cambiamento” riemerge l’ipotesi di una patrimoniale. Karsten Wenddorff, economista della Bundesbank, ha proposto un investimento forzoso: i risparmiatori italiani dovrebbero usare il 20% del loro patrimonio finanziario per comprare titoli di Stato “di solidarietà”. Sarebbe un investimento forzoso, con un rendimento, che dimezzerebbe il debito pubblico.
Lo scontro con Bruxelles è rovente, il dialogo per una mediazione è appeso a un filo. Matteo Salvini e Luigi Di Maio hanno rispedito al mittente le critiche con toni bellicosi: intendono realizzare le costose promesse elettorali che «aspettano 60 milioni di italiani». Il capo politico cinquestelle ha attaccato il presidente della Bce Mario Draghi: «Avvelena il clima ulteriormente». Il segretario leghista se l’è presa con la commissione europea: «Non attaccano un governo, ma un popolo».
L’Italia rischia il crac finanziario se lo spread varcherà quota 400-500. I populisti Putin e Trump hanno interesse a trasformare l’Italia populista, isolata in Europa, in un loro alleato subalterno. L’Italia, l’Unione europea e l’euro rischiano.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

L’esodo di centroamericani sfonda i confini messicani

esodo in usa

Le immagini della folla di centroamericani sul ponte attraversando la frontiera tra Guatemala e Messico sono un segno emotivo intraducibile del linguaggio dell’esodo.

La carovana di circa 4.000 migranti honduregni a cui si sono aggiunti – e tutto ci dice che ne arriveranno ancora – nicaraguensi guatemaltechi e salvadoregni, si è affollata contro le recinzioni dei due ponti di confine tra il Guatemala e il Messico nella città di Tecún Umán.

Questa settimana un gruppo di donne, bambini e anziani è finalmente riuscito ad entrare nel territorio messicano dopo aver abbattuto il recinto sul lato guatemalteco e aver attraversato il fiume Suchiate. Infatti, la frontiera sud ha vissuto una mattinata ad alta tensione quando migliaia di persone hanno infranto le barriere della polizia a Tecun Uman riuscendo ad entrare per il ponte che collega il Guatemala col Messico.

Sono migliaia di persone alla ricerca di un’esistenza migliore che i loro rispettivi paesi gli hanno proibito. In Honduras gli indici di criminalità sono altissimi, secondo dati dell’Osservatorio della Violenza tra il 2015 e il 2016 il numero solo dei femminicidi ha superato il migliaio e il 20% del Prodotti Interno Lordo del paese viene dal dinero spedito dai migranti alle famiglie. e in Salvador la violenza de las maras dilaga, il Nicaragua di Ortega non smette di mietere vittime ledendo i diritti fondamentali della sua stessa gente, e in Guatemala la mancanza di risorse economiche e gli spostamenti forzati hanno distrutto la vita di molte comunità costringendole a migrare.

Intanto a Città del Messico, il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Mike Pompeo, appoggiato dal suo omologo messicano Luis Videgaray, ha insistito su come il Messico dovesse fermare l’incontenibile folla, la cui avanguardia è nata a San Pedro Sula, considerata una delle capitali più violente del mondo. L’alto Commissariato per i Rifugiati delle Nazioni Unite, non smentito dalle autorità messicane, dichiara che le prime richieste di rifugio sono iniziate giovedì. Richieste che si sono moltiplicate per più di 11 in cinque anni nel paese, da 1.296 nel 2013 a 14.596 nel 2017, anche se i numeri delle risposte positivi sono solo 1.907, il 13%.

Lo scontro decisivo come sempre non avviene nelle strade delle città di frontiera ma nelle stanze del potere tra i governi degli Stati Uniti, Messico, Guatemala, Honduras e il Salvador. In ballo il viaggio di migliaia di persone che non hanno alcuna intenzione di fermarsi: il fenomeno dei centroamericani in transito è esploso, diventando imprescindibile e la risposta non può essere ridotta a minacce o magniloquenze istituzionali.

La grande domanda è cosa accadrà nelle alte sfere. La carovana ha già dimostrato la sua forza oltreumana affrontando momenti difficili, come quando i migranti sono stati trattenuti in Guatemala, mentre Jimmy Morales cercava di rassicurare Trump promettendo il rientro di 2500 honduregni. La potenza della folla e la porosità del confine tra Ciudad Hidalgo (Messico) e Tecún Umán hanno fatto crollare ogni tentativo di contenimento da parte delle istituzioni messicane. Davanti a questa situazione il neoeletto presidente Manuel Lopez Obrador, anche detto AMLO, ha promesso a partire dalla sua installazione definitiva a dicembre protezione e lavoro grazie a un programma di regolarizzazione attraverso il rilascio di visti lavorativi. “Offriremo lavoro ai migranti centroamericani. È un piano che abbiamo: chi vuole lavorare nel nostro paese avrà supporto, avrà un visto di lavoro. Non vogliamo affrontare la questione con le misure di forza, ma dando opzioni, alternative” ha dichiarato in una conferenza stampa lo scorso mercoledì.

Contemporaneamente sul fronte è stato arrestato l’attivista Irineo Mujica, della ONG Pueblos Sin Fronteras, che da anni organizza le svariate carovane che transitano da una frontiera all’altra del Messico. Una detenzione arbitraria, denunciano i vari centri di diritti umani presenti nel territorio, come il Fray Matias de Cordova e Voces Mesoamericanas, che stanno pretendendo il suo immediato rilascio.

Davanti a questo flusso migratorio di ineguagliate proporzioni nella regione la politica internazionale è obbligata a prendere delle decisioni sostenibili.

Pressenza

Trump e Kavanaugh: macchie sulla Corte Suprema

Trump Kavanaugh

“È mai svenuto dopo avere bevuto alcol?” Questa una delle domande della senatrice Amy Klobuchar (Democratica, Minnesota) a Brett Kavanaugh durante la sua seconda testimonianza alla Commissione Giudiziaria del Senato per la possibile conferma alla Corte Suprema degli Stati Uniti. Kavanaugh, evidentemente adirato dalla domanda, ha ribattuto domandando se la senatrice era svenuta in un caso simile.

La Klobuchar, con tono molto pacato, ha pressato il possibile giudice della Corte Suprema ottenendo una risposta negativa. Dopo la pausa del pranzo il giudice Kavanaugh ha chiesto scusa alla senatrice avendo capito il suo sbaglio. Kavanaugh ha anche riconosciuto il suo sbaglio pochi giorni dopo in un suo intervento nelle pagine del Wall Street Journal, noto quotidiano che pende a destra. Nel suo intervento, Kavanaugh mette in risalto le sue qualifiche ma ammette che la sua testimonianza è stata colorata da troppa emotività e ha “detto cose che non avrebbe dovuto dire”.

La reazione inappropriata di Kavanaugh con la senatrice Klobuchar non è stata l’unica asserzione fuori posto. Nel suo discorso di introduzione, il giudice Kavanaugh aveva fatto dichiarazioni che non si addicono alla personalità e temperamento di un giudice né tantomeno di un possibile giudice della Corte Suprema. Kavanaugh aveva dichiarato che nelle ultime due settimane era stato vittima di un “un assassinio politico”,  “alimentato  da rabbia per la vittoria di Trump nel 2016”,  “ con milioni di dollari spesi dalla sinistra per ottenere la vendetta dei Clinton”. Per Kavanaugh la colpa era tutta dei membri democratici della Commissione Giudiziaria al Senato.

Si tratta di dichiarazioni completamente estranee al tenore giudiziario ricordandoci in effetti i toni di una campagna politica. La reazione politica di Kavanaugh è stata spiegata dai suoi sostenitori come sdegno giustificato, considerando le accuse di molestie sessuali nei suoi confronti venute a galla, secondo lui, all’ultimo minuto per silurare la sua candidatura. Comunque sia, la reazione di Kavanaugh non ha riflesso la personalità necessaria per servire nella Corte Suprema che negli ultimi venti anni è divenuta sempre più dominata dalla politica, allontanandosi dalla giustizia che dovrebbe essere imparziale e basata sulle leggi.

Si sa ovviamente che il legame fra politica e sistema giudiziario esiste. I giudici della Corte Suprema vengono nominati dal presidente in carica in buona parte per ideologia politica. Donald Trump nella sua campagna del 2015-16 aveva promesso  che se eletto avrebbe nominato giudici conservatori. Infatti le sue due nomine sono giudici che tendono a destra. Ma la nomina di Neil Gorsuch (confermato l’anno scorso) e quella di Kavanaugh ci ricordano altre colorate da politica e polemiche come  quella clamorosa di Clarence Thomas del 1991. Si ricorda che Thomas, nonostante le accuse di molestie sessuali  di Anita Hill, fu alla fine confermato. Una conferma che rappresenta in un certo modo una macchia nella solennità della Corte Suprema. Alla quale bisogna aggiungere la macchia rappresentata da Gorsuch che è riuscito ad approdare alla Corte per il fatto che i senatori repubblicani, che controllano la Camera Alta, si rifiutarono di prendere in considerazione Merrick Garland che l’allora presidente Barack Obama aveva nominato per rimpiazzare Antonin Scalia. In effetti, i repubblicani, con la loro ostruzione, crearono il posto per Gorsuch.

Quando i senatori repubblicani adesso accusano i loro colleghi democratici di ostruzione non hanno tutti i torti perché fanno il lavoro di opposizione. Ma i “maestri” dell’opposizione sono proprio loro, i repubblicani. Avevano iniziato con la presidenza  di Obama rifiutandosi di confermare un folto numero di giudici alle Corti federali nominati da Obama. Poi, per ottenere più potere, hanno ridotto la voce della minoranza eliminando la procedura del filibuster che richiedeva 60 voti per procedere ai voti della conferma dei giudici. In passato, questa tradizione del Senato spingeva i presidenti a nominare giudici meno estremisti sapendo che la conferma richiedeva voti del partito di minoranza. In sintesi, la tossicità politica di Washington con l’aspra opposizione a Obama, è stata riversata anche sulla Corte Suprema.

Non sorprendono dunque tutti i battibecchi evidenti nella conferma di Kavanaugh. In questo caso però la posta è troppo alta. Una conferma di Kavanaugh significherebbe la netta maggioranza conservatrice in seno alla Corte Suprema con buone possibilità di future decisioni che potrebbero influenzare la politica americana per un cinquantennio. A cominciare dalla legge sull’aborto ma anche su tanti altri temi sociali per i quali Kavanaugh con il suo attacco politico si è dimostrato chiaramente  poco capace di obiettività. Il professor Laurence Tribe, eminente professore di diritto costituzionale alla Harvard, basandosi sugli attacchi di Kavanaugh, ha rilevato una serie di temi sui quali Kavanaugh dovrebbe ricusarsi perché li ha descritti come suoi avversari implacabili. Il professor Tribe include fra questi casi di molestie sessuali, i democratici, i gruppi liberal ecc. Ricusarsi da casi che toccano questi temi non sarebbe legalmente obbligatorio ma lo sarebbe dal punto di vista etico.

Al momento di scrivere queste righe siamo informati che il Senato ha approvato la mozione procedurale con 51 voti favorevoli e 49 contrari. Il voto finale non dovrebbe essere diverso anche se qualche remota possibilità di ribaltarlo potrebbe esistere. Non si sa con completa certezza l’esito finale ma sappiamo però che la probabile conferma di Kavanaugh ha già aggiunto altre macchie che riducono la legittimità della Corte Suprema.

Domenico Maceri

Kavanaugh inciampa: la Fbi indagherà sulle accuse

kavanaugh

“Il tweet del presidente mi ha sconcertata”. Questo il commento della senatrice Susan Collins (repubblicana, Maine) all’attacco del presidente Donald Trump lanciato contro la dottoressa Christine Blasey Ford la quale aveva accusato Brett Kavanaugh di molestie sessuali nel 1982 quando i due erano studenti liceali. Trump aveva resistito per cinque giorni ma alla fine non ha potuto contenersi e ha attaccato l’accusatrice di Kavanaugh che il 45esimo presidente ha nominato alla Corte Suprema per rimpiazzare il giudice Anthony Kennedy.

Tutto sembrava procedere bene per Kavanaugh dopo le sue testimonianze alla Commissione Giudiziaria nonostante le ovvie obiezioni dei senatori democratici. Poi l’accusa di molestie sessuali della dottoressa Blasey Ford hanno bloccato tutto. Dopo difficili negoziazioni, ambedue Blasey Ford e Kavanaugh hanno testimoniato davanti alla Commissione Giudiziaria del Senato. Pochi giorni prima delle testimonianze la situazione di Kavanaugh è peggiorata poiché altre due donne hanno dichiarato di avere subito molestie sessuali da parte del candidato a sostituire Kennedy alla Corte Suprema.

Durante la sua testimonianza Blasey Ford ha riassunto il presunto attacco subito da Kavanaugh. A una festa studentesca tenutasi nel 1982, Blasey Ford ha dichiarato che Kavanaugh la rinchiuse in una camera da letto in presenza di Mark Judge, amico di Kavanaugh, e le saltò sopra cercando di toglierle i vestiti e coprendole la bocca per impedirle di gridare. I due ragazzi erano ubriachi, secondo Blasey Ford, e Judge saltò su di loro e alla fine rotolarono a terra. Svincolatasi dalla presa, Blasey Ford si rinchiuse in un bagno mentre i due scesero al piano di sotto. Alla fine la giovane liceale riuscì a sfuggire.

La Blasey Ford ha iniziato la sua testimonianza spiegando di essere terrorizzata. Non è riuscita a dimenticare quell’episodio nonostante i tanti anni passati e nonostante il suo successo professionale che l’ha condotta a un dottorato in psicologia e insegnamento alla Palo Alto University e anche Stanford University. Rispondendo a una domanda del senatore democratico Patrick Leahy, la Blasey Ford ha detto che il ricordo più vivido della sua esperienza consiste delle “fragorose risate” e che i due “si stavano divertendo” sulla sua pelle.

Nella sua testimonianza Kavanaugh ha smentito l’accusa della Blasey Ford sottolineando le sofferenze subite dalla sua famiglia che hanno infangato il suo nome. Kavanaugh, parlando con un tono battagliero tipico di un politico alla Trump invece di giudice pacato, ha gridato al complotto attaccando la sinistra e la commissione giudiziaria per la situazione. Ovviamente, i senatori repubblicani lo hanno difeso mentre i democratici hanno cercato di difendere la Blasey Ford.

A peggiorare la situazione di Kavanaugh sono state le accuse di altre due donne e non si sa fino al momento se altre ne verranno a galla. La principale però è quella di Blasey Ford che la maggioranza repubblicana alla Commissione giudiziaria temeva. Gli undici membri repubblicani, tutti uomini, non volevano ripetere il massacro di Anita Hill la quale aveva accusato di molestie sessuali Clarence Thomas, nominato alla Corte Suprema da George W. H. Bush nel 1991. Nelle sue testimonianze i senatori repubblicani fecero del tutto per dipingerla come non credibile attaccando la sua persona.

Questa volta, nel clima di #metoo, i senatori repubblicani hanno invitato la procuratrice Rachel Mitchell, responsabile della divisione speciale vittime della procura di Maricopa County, Arizona, a interrogare Blasey Ford. Se invece lo avessero fatto i senatori, come è tipico, il contrasto avrebbe peggiorato ancor di più la situazione di una donna vittima attaccata da uomini come lei sostiene le era già avvenuto con Kavanaugh.

La maggioranza repubblicana alla Commissione Giudiziaria del Senato aveva fretta di concludere per arrivare al voto. Alla fine si è trattato di un confronto fra due individui ambedue dichiarandosi vittime senza però raggiungere un chiarimento. Molte altre informazioni non sono state utilizzate o esplorate. Judge, l’amico di Kavanaugh, e le altre due donne cha hanno accusato Kavanaugh, non sono stati interpellati a testimoniare.

Il giorno dopo le testimonianze di Blasey Ford e Kavanaugh la Commissione Giudiziaria ha votato per la conferma. In dubbio era il voto del senatore Jeff Flake il quale alla fine ha deciso di votare con il suo partito ottenendo però il rinvio del voto del Senato di una settimana per consentire alla Fbi di indagare le accuse di molestie sessuali. Kavanaugh ha superato il primo ostacolo ma rimane ancora in dubbio quello del Senato totale che avverrà tempestivamente dove la maggioranza risicata dei repubblicani (51-49) potrebbe silurare Kavanaugh. Comunque vada, una conferma di Kavanaugh alla Corte Suprema riflette un totale di tre giudici macchiati. Clarence Thomas, confermato nel 1991, fu accusato da Anita Hill di molestie sessuali. Neil Gorsuch, confermato l’anno scorso, ha preso il posto che i repubblicani hanno “rubato” a Merrick Garland, che per nove mesi il Senato non prese in considerazione. Inoltre, Gorsuch è stato nominato da Trump, un presidente la cui elezione è stata macchiata dall’interferenza russa. Kavanaugh, se confermato, potrebbe in un caso remotissimo subire l’impeachment se alcune delle accuse dovessero procedere come atto criminale.

La “sconfitta” di Blasey Ford e dei democratici però potrebbe rivelarsi un altro tassello per energizzare gli elettori, specialmente le donne, a presentarsi in massa alle elezioni di midterm che si svolgeranno fra poche settimane.

Domenico Maceri

In salita la conferenza sulla Libia in Sicilia

Italian Prime Minister Giuseppe Conte talks with Foreign Minister Enzo Moavero Milanesi during his first session at the Lower House of the Parliament in RomeFayez al-Sarraj fa fatica a restare in sella in Libia. La conferenza sulla Libia in Sicilia, se non salterà, rischia a novembre la partecipazione di al-Sarraj azzoppato. Il premier del governo di accordo nazionale non controlla né il paese nord africano, né la Tripolitania, né perfino Tripoli, la sua capitale. Per un mese, dalla fine di agosto, la città è stata in preda al terrore e al caos dei mitra, degli attentati e dei cannoni. In un mese di scontri si sono contati più di cento morti e centinaia di feriti. Il primo settembre un colpo di mortaio ha perfino sfiorato l’ambasciata italiana a Tripoli cadendo su un albergo distante poco più di cento metri, l’Hotel Al Waddan. Il bilancio è stato di tre feriti. Per alcuni l’obiettivo della bomba era proprio la sede diplomatica italiana.
Al-Sarraj traballa, però per ora resta in piedi. Le forze leali verso il primo ministro sono riuscite a contenere le milizie ribelli. Lo scontro per il potere e per il petrolio in Libia sembra arrivato alla battaglia finale. I principali contendenti sono due. Da una parte c’è Sarraj, dall’altra c’è il generale Khalifa Haftar, comandante dell’Esercito nazionale libico, uomo forte del governo di Tobruk, ben saldo nella Cirenaica. Al-Sarraj è sostenuto dall’Onu, dalla Ue, dall’Italia e dagli Usa. Haftar conta sull’appoggio dell’Egitto, della Francia e della Russia. Ha un esercito ben addestrato, formato in prevalenza di soldati provenienti dai reparti militari di Muammar Gheddafi. Tutta la Libia dal 2011, da quando è caduto il rais Muammar Gheddafi, è in preda all’anarchia: spadroneggiano 150 diverse milizie, i terroristi dell’Isis ogni tanto mettono a segno un colpo sanguinoso dopo la cocente disfatta subita a Sirte, le organizzazioni criminali lucrano sul traffico di migranti africani verso l’Italia e sul contrabbando del petrolio.

L’anarchia e il caos dominano soprattutto nel Fezzan, l’ampia regione desertica nel sud della Libia, abitata dai Tuareg, dai Tebu dagli Awlad e dai Qadhadhfa. Le bande criminali fanno il bello e il cattivo tempo senza che una autorità nazionale sia in grado di contrastarle. Dal Niger, dal Ciad e dal Sudan arrivano migliaia di migranti africani: attraversano il confine con il sogno di andare in Europa e finiscono nelle mani dei trafficanti di esseri umani.

Italia e Francia si fronteggiano per affermare le rispettive leadership. Emmanuel Macron, che ha un rapporto stretto con Haftar (ad aprile il generale è andato a curarsi a Parigi in un clima di stretto riserbo), in una conferenza sulla Libia tenuta a maggio nella capitale francese, ha proposto di tenere il 10 dicembre le elezioni nel paese distrutto dalla guerra civile. Sarraj e Haftar erano presenti, tuttavia mancavano diversi rappresentanti delle milizie e delle municipalità: l’incontro di Parigi terminò senza la firma di un documento sulla pacificazione. Il presidente della Repubblica francese a fine settembre ha ripetuto all’Onu: «Solo» organizzando elezioni subito a Tripoli si «può accelerare la strada verso una soluzione duratura. Lo status quo fa guadagnare terreno solo ai trafficanti e ai terroristi».

Anche l’Italia è favorevole alle elezioni, ma non si può votare mentre si spara e senza l’accordo tra tutte le forze politiche libiche. La parola chiave della strategia italiana è “inclusione”. L’obiettivo di Giuseppe Conte è di organizzare una conferenza sulla Libia ai primi di novembre in Sicilia, probabilmente a Sciacca o a Taormina. Quando il presidente del Consiglio è andato alla assemblea dell’Onu a New York ha premuto su Donald Trump, per convincere il presidente degli Stati Uniti a partecipare alla conferenza di pace sulla Libia in Sicilia: «Voi sapete che novembre è un periodo delicato perché c’è il voto di Midterm. Vedremo se potrà venire in Sicilia, c’è la massima attenzione per la cabina di regia Italia-Usa per Mediterraneo e Libia». Il ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, che tesse buoni rapporti anche con Haftar, ha spiegato perché la scelta dell’incontro internazionale sia caduta sulla Sicilia: è «una terra che vuole simboleggiare la mano tesa al di là del Mediterraneo».

La conferenza sulla Libia in Sicilia sembra camminare in salita. Al-Sarraj è prudente. Al Corriere della Sera ha annunciato il suo disco verde, ma vanno superati molti ostacoli: la riunione «va pensata bene: inutile incontrarsi senza risultati, sarebbe controproducente. E occorre che la comunità internazionale si organizzi. Francia e Italia devono risolvere le loro dispute bilaterali riguardo alla Libia. Qui la situazione è già gravissima, inutile gettare altra benzina sul fuoco».

Haftar, travolto a giugno “l’ultimo bastione dei terroristi” a Derna, controlla la Cirenaica e ambisce a impadronirsi di tutta la Libia: «Il nostro esercito nazionale libererà Tripoli dalle milizie al momento opportuno». Ha ammonito: «L’85% dei libici è con me. Io credo nel voto, sono pronto a sostenere le elezioni, così come formulate all’ultima conferenza di Parigi. Ma se non saranno libere e trasparenti, allora l’esercito interverrà a bloccarle».

Leo Sansone
SfogliaRoma

I valori di McCain e Trump: due Americhe

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“L’America di John McCain non ha bisogno di essere rifatta grande perché lo è sempre stata”. Queste le parole di Meghan McCain, figlia di John McCain, agli elogi funebri del senatore americano tenutosi alla National Cathedral di Washington. Solo poche ore dopo è arrivato il tweet di Donald Trump che in lettere maiuscole ripeteva “MAKE AMERICA GREAT AGAIN”.

Due frasi diverse che rappresentano due Americhe, quella di McCain e l’altra del 45esimo presidente.

L’America di John McCain era presente nella cattedrale di Washington e abbracciava tutto l’establishment politico americano incluso gli ex presidenti George W. Bush e Barack Obama. McCain, sapendo che era in fin di vita, alcuni mesi fa aveva chiesto ad ambedue di pronunciare elogi funebri al suo funerale. La scelta non è stata casuale rivelandoci la forza e il coraggio di McCain. Sia Bush che Obama lo avevano sconfitto in dure campagne politiche. Il primo per la nomination nel 2000 e il secondo nella corsa alla presidenza nel 2008. I rapporti bipartisan però per McCain erano più importanti dei risultati delle elezioni. Come ha detto Obama nel suo elogio, al di là delle differenze politiche, ambedue erano americani e formavano parte della stessa “squadra”. Obama e Bush hanno lodato McCain per il suo eroismo in Vietnam dove sofferse la prigionia nel cosiddetto Hanoi Hilton. Una volta che i Viet Cong si resero conto che era figlio di un ammiraglio americano gli offrirono la libertà mettendolo davanti alla fila dei prigionieri da liberare. McCain si rifiutò decidendo di aspettare il suo turno, decisione che gli costò ulteriori torture.

La scelta dei due ex presidenti e degli elogi funebri è stata strategica e mirava a mandare un messaggio all’attuale residente della Casa Bianca, un uomo i cui comportamenti McCain disdegnava. In uno dei suoi ultimi dissensi, McCain aveva aspramente criticato  il comportamento di Trump all’incontro con Vladimir Putin in Helsinki. Si ricorda che il presidente americano non riconobbe il lavoro dell’intelligence americana che aveva confermato l’interferenza russa nell’elezione del 2016. Trump dichiarò nella conferenza stampa che Putin gli aveva dato ragionamenti convincenti per l’innocenza russa.

McCain aveva capito che la nazione viene prima del partito e che bisogna sacrificare per il bene comune. Trump, invece, vede il suo bene personale come guida. Ce lo conferma anche il suo attacco più feroce a McCain  durante la campagna elettorale quando l’allora candidato alla nomination repubblicana mise in dubbio l’eroismo di McCain. Trump disse che a lui piacciono “quelli che non si fanno catturare” e che McCain non era un eroe. Una blasfemia ovviamente poiché tutti gli americani riconoscono i sacrifici e contributi di McCain al paese. Nel caso di Trump, non corse il pericolo di essere catturato perché non servì nelle forze armate americane. Non andò in Vietnam perché ottenne quattro rinvii e alla fine fu esentato per una lieve deformazione ai talloni.

L’incapacità di Trump di vedere in faccia la realtà e il suo uso di attacchi personali come arma politica colorano la sua America. Come ha detto Obama nel suo elogio a McCain “la politica attuale americana finge di essere coraggiosa ma infatti nasce dalla paura”. La frase non menziona Trump direttamente ma la stoccata è chiara e diretta all’attuale inquilino della Casa Bianca. Nella campagna politica per la presidenza e in quasi due anni di mandato Trump le spara grosse dicendo di esser coraggioso e grande difensore del paese con la sua politica di “America first”, prima gli americani.

I fatti importano poco nell’America di Trump. I fatti si possono ricreare per confermare il successo personale. E quando la logica presenta un panorama negativo gli attacchi si riversano sui messaggeri. I media che riportano la realtà sono attaccati di “fake news” e in tempi recentissimi di nemici del popolo. Un’espressione che  ci fa subito pensare a leader autoritari per cui Trump ha espresso ammirazione dimenticando che i loro valori si trovano diametralmente opposti a quelli americani incarnati da McCain.

La miopia di Trump pervade la sua politica, che a differenza di McCain, è guidata dalla sopravvivenza personale anche a costo di sbarazzarsi di principi etici e morali. Dalle bugie quasi quotidiane che il Washington Post ha calcolato a più di 4 mila in meno di due anni di mandato a pagamenti di pornostar per silenziarle, prima smentiti, ma poi confermati dai suoi collaboratori, alcuni dei quali stanno per andare in galera.

Meghan McCain, nel suo elogio ha detto che la scomparsa del padre significa “la morte della grandezza americana, di quella vera… non  quella di individui che hanno vissuto una vita di conforti e privilegi mentre lui soffriva e serviva”. Non menziona Trump, ma la stoccata, è chiarissima.

Nel suo messaggio di addio McCain ha reiterato la “fede negli americani” esortandoci a non “disperare per i problemi attuali ma di credere sempre nella promessa e grandezza dell’America”. Un messaggio positivo che mentre l’America perdeva un pezzo importante ci ricorda che il Paese è molto  più grande  e non dipende da un singolo individuo. McCain sapeva benissimo che, nonostante la sua grandezza, l’America non ha ancora raggiunto il punto più alto ma la fede negli ideali vi ci condurranno un giorno.

Domenico Maceri