TERREMOTO BREXIT

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Il governo britannico è nel caos. Dopo il sì del consiglio dei ministri di ieri alla bozza di accordo sulla Brexit raggiunta da May con le autorità europee, stamattina sono arrivate le dimissioni di quattro membri dell’esecutivo euroscettici che ora mettono a serio rischio il futuro politico di Theresa May.

La perdita più importante è l’addio del ministro della Brexit Dominic Raab, che era il caponegoziatore del Regno Unito nelle trattative con l’Unione Europea. Un addio clamoroso, perché Raab non era dato negli ultimi giorni come tra i più ribelli dell’esecutivo. Invece no, ha mollato con una lettera formale ma pesantissima su Twitter: “Non posso sostenere l’accordo con l’Ue”, ha scritto lui stesso che ha negoziato quell’accordo, “la soluzione proposta per l’Irlanda del Nord rappresenta una minaccia reale all’integrità del Regno Unito”. A seguire Raab poco dopo anche la sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman.

Insomma il governo May, dopo l’accordo sulla Brexit, perde pezzi.  Il capo negoziatore dell’Unione, Michel Barnier, ha detto: “Sulla Brexit è un momento molto importante. L’accordo concordato è giusto ed equilibrato, assicura le frontiere dell’Irlanda e getta le basi per un’ambiziosa relazione futura. Ma abbiamo ancora una lunga strada davanti”.

Il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha annunciato: “Un vertice straordinario sull’accordo per la Brexit è convocato per il 25 novembre”.

Theresa May, dopo cinque ore di riunione con i suoi ministri ha annunciato: “Il Consiglio dei Ministri del governo britannico, convocato per discutere la bozza di accordo con l’Unione Europea sulla Brexit, ha dato il proprio benestare. Il governo britannico ha deciso collettivamente di adottare la bozza d’accordo sulla Brexit definita a Bruxelles.  Non è stata una decisione leggera, ma il migliore possibile nell’interesse nazionale”. Secondo Therea May, la bozza consentirà a Londra di recuperare il controllo sull’uscita, mentre l’alternativa sarebbe stata quella di tornare al punto di partenza e rischiare di non attuare il mandato referendario.

Ma, a poche ore dal via libera all’intesa, sono arrivate le dimissioni in serie dal governo. Si sono dimessi il ministro per la Brexit Raab, la sottosegretaria alla Brexit Suella Braverman, la ministra del lavoro Esther McVey, brexiteer convinta, e il sottosegretario  britannico per l’Irlanda del Nord, Shailesh Vara.

La sterlina è in caduta libera. Dopo il sofferto via libera a un accordo sulla Brexit con l’Ue da parte del governo della Gran Bretagna, la divisa britannica è scesa a 1,2866 dollari a metà mattina, mentre ieri a tarda serata si attestava sopra 1,30.

La premier May comunque ha avvertito: “La Brexit ci sarà, un nuovo referendum è escluso”.

Il leader laburista Corbyn ha attaccato: “Intesa flop, non ha consenso nel Paese”. Altre critiche per le promesse violate, sono arrivate dagli unionisti nordirlandesi del Dup.

Theresa May continua a difende l’intesa raggiunta con l’Ue come una scelta fatta nell’interesse nazionale, affermando che essa garantirà l’uscita dall’Ue del Regno Unito nei tempi previsti e che l’unica alternativa sarebbe un no deal o nessuna Brexit ed è decisa ad andare avanti malgrado le dimissioni di alcuni ministri del suo governo. La premier ha fatto notare che il negoziato ha comportato scelte difficili ed esprime rispetto per le decisioni di Dominic Raab e di chi s’è dimesso, ma afferma di non condividerle.

La premier britannica ha espresso le sue motivazioni ai Comuni, ammettendo che la soluzione indicata per garantire un confine aperto fra Irlanda e Irlanda del Nord può suscitare perplessità, ma che sarebbe stato irresponsabile rifiutarla. May ha insistito che l’obiettivo è evitare l’entrata in vigore del meccanismo di salvaguardia del backstop, sostenendo tuttavia che non sarebbe stato possibile escluderlo come clausola da alcun tipo di accordo.

Rispondendo al leader liberaldemocratico, Vince Cable, che ai Comuni è tornato a invocare oggi l’opzione di un secondo referendum in alternativa all’accordo proposto da May o a un ‘no deal’, Theresa May May ha detto: “Il governo britannico non intende prepararsi allo scenario di una no Brexit. E’ mio dovere attuare il mandato referendario stabilito dal popolo nel giugno del 2016”. Alternativa che la premier ha nuovamente respinto categoricamente replicando anche alla deputata Tory filo-Ue Anna Soubry.

Il leader laburista Jeremy Corbyn ha denunciato la bozza d’intesa sulla Brexit proposta da May come un enorme e dannoso fallimento. Corbyn ha affermato che la bozza lascerebbe la Gran Bretagna in un limbo a tempo indeterminato senza dare certezze sui rapporti futuri definitivi con l’Ue sulla questione irlandese. Il leader laburista ha criticato anche ‘la falsa scelta fra questo cattivo accordo e un no deal che non può essere una opzione reale’. Secondo Corbyn, sull’intesa proposta il governo non ha il consenso del Parlamento, né del popolo del Regno Unito.

Un’altra tegola per il governo di Theresa May sono gli unionisti nordirlandesi del Dup, vitali per la maggioranza, hanno denunciato la bozza d’intesa sulla Brexit come una violazione delle promesse fatte in termini di garanzia del legame fra Londra e Belfast. Il capogruppo Nigel Dodds ha sostenuto che l’intesa farà del Regno Unito uno Stato vassallo destinato alla fine a disgregarsi. Critiche che la premier ha respinto, ribadendo le garanzie all’Ulster e sull’integrità futura del Regno e invitando il Dup a nuovi colloqui.

Raab, figura chiave nell’ultima fase dei negoziati e brexiteer convinto, ha affermato di non poter sostenere in buona coscienza i termini dell’accordo con l’Ue proposto. Nella sua lettera di dimissioni indirizzate alla premier Theresa May ha affermato di comprendere i motivi per i quali il governo abbia deciso a maggioranza di sposare la bozza d’intesa e di rispettare il diverso punto di vista espresso che ha spinto la premier e altri colleghi a dare il via libera al testo in buona fede. Personalmente, ha affermato, tuttavia, di non poter accettare un accordo che a suo dire nella soluzione proposta per l’Irlanda del Nord rappresenta una minaccia reale all’integrità del Regno Unito, né un meccanismo di backstop indefinito. Raab, è il secondo ministro per la Brexit a lasciare il governo dopo David Davis, ma non ha chiesto le dimissioni di May. Il suo forfait rappresenta comunque un duro colpo per il governo e per il contesto negoziale, mentre non si escludono altre possibili defezioni di altri ministri Tory dissidenti.

Il D-Day della Brexit è scattato ieri sera da Downing Street, con il faticoso sì strappato da Theresa May ai ministri del suo governo, o alla maggioranza dei presenti, sulla bozza d’intesa definita ieri con Bruxelles dopo due anni di negoziati. Ma lo sbarco è ancora tutto da portare a termine sotto il fuoco nemico ingaggiato da tutti i lati del fronte interno britannico, a cominciare dalle trame per una mozione di sfiducia contro la leadership della premier agitate stanotte dai falchi Tory ultrà.

Evitando al contempo una rottura traumatica con i 27, chiamati adesso a loro volta a sancire la svolta, innescando con un vertice straordinario convocato per il 25 novembre ed il successivo iter verso le ratifiche parlamentari, entro il termine fissato da Londra per la sua uscita formale dall’Ue il 29 marzo 2019.

I contenuti della bozza, si leggono in ben 500 pagine e sono sintetizzati in un libro bianco diffuso ieri sera. Si sapeva già l’essenziale. Sono stati confermati gli impegni sulla tutela dei diritti dei cittadini ospiti. Il conto del divorzio britannico ammonta a 39 miliardi di sterline, su una fase di transizione improntata allo status quo di (almeno) 21 mesi. Viene illustrato nei dettagli anche la soluzione ‘a tappe’ architettata per assicurare il mantenimento d’un confine senza barriere fra Irlanda e Irlanda del Nord, con una permanenza temporanea dell’intero Regno nell’unione doganale in attesa di un successivo accordo complessivo sulle relazioni future post Brexit fra Londra e Bruxelles. Si tratterebbe di soluzioni di compromesso che qualcuno già liquida come un patchwork destinato a non funzionare.

Raab che non ha partecipato all’ultima tornata di negoziati, ha detto: “Nessuna nazione democratica ha mai firmato per essere vincolata da un regime così ampio, imposto esternamente senza nessun democratico controllo sulle leggi applicate, né la possibilità di decidere di uscire dall’accordo”. L’accordo viene considerato anche un punto di partenza per negoziare un’alleanza futura economica. Raab ha anche aggiunto: “Se lo accettiamo, questo pregiudicherà severamente contro di noi una seconda fase di negoziati. Soprattutto io non posso conciliare i termini dell’accordo con le promesse che abbiamo fatto al Paese nel nostro manifesto alle ultime elezioni”.

Iain Duncan Smith, un ex leader dei Tory ed uno dei principali esponenti dei Brexiteer, ha detto che le dimissioni di Raab sul governo hanno un impatto devastante. E che la sua lettera alla May prova che le sue posizioni sono state ignorate.

Anche il 58enne conservatore Vara, esponente dei Tory, ha annunciato oggi le sue dimissioni a causa del suo disaccordo con il progetto di accordo dichiarando: “Con molta tristezza e rammarico ho presentato la mia lettera di dimissioni da ministro dell’Irlanda del Nord al premier. Siamo una nazione orgogliosa e ci siamo ridotti ad obbedire alle regole fatte da altri Paesi che hanno dimostrato di non avere a cuore i nostri migliori interessi. Possiamo e dobbiamo fare meglio di questo. Il popolo del Regno Unito merita di meglio. Ecco perché non posso sostenere questo accordo”.

Dopo le notizie delle dimissioni degli esponenti del governo britannico, Michel Barnier ha dichiarato:  “Sotto l’autorità del presidente Juncker e con il sostegno della Commissione, la scorsa notte abbiamo raggiunto un importante passo nei negoziati sulla Brexit. Rimaniamo decisi a procedere con un divorzio ordinato con il Regno Unito. Questo accordo rappresenta una tappa determinante per concludere questi negoziati sulla Brexit con la Gran Bretagna. Considero che questa sera sono stati fatti progressi decisivi per un ritiro ordinato della Gran Bretagna dall’Ue e per gettare le basi per la relazione futura. Sarà possibile estendere il periodo di transizione della Brexit di 21 mesi previsto dal 29 marzo 2019 al 31 dicembre 2020 attraverso un accordo congiunto. Nel caso in cui non saremo pronti per il luglio 2020 a un accordo definitivo sulla frontiera irlandese, allora scatterà il backstop sui cui è ora stata trovata un’intesa tra Ue e Gran Bretagna”.

Un vertice straordinario sull’accordo per la Brexit è convocato per il 25 novembre, alle 9,30. Lo ha annunciato il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk in una conferenza stampa congiunta col capo negoziatore dell’Unione Michel Barnier.

Tusk ha spiegato: “Nei prossimi giorni proseguiremo come segue. L’accordo ora viene analizzato dagli Stati membri. Alla fine di questa settimana, gli ambasciatori dei 27 si incontreranno per condividere la loro valutazione sull’intesa. Spero non ci siano troppi commenti. Discuteranno anche il mandato alla Commissione per la finalizzazione della dichiarazione politica congiunta sulla relazione futura tra l’Ue ed il Regno Unito. I ministri europei saranno coinvolti in questa procedura. La Commissione intende concordare la dichiarazione sulla relazione futura col Regno Unito entro martedì. Nelle 48 ore successive, gli Stati membri avranno il tempo di valutarla. Questo significa che gli sherpa dei 27 devono concludere il loro lavoro per giovedì. A quel punto, se non succede niente di straordinario, terremo una riunione del Consiglio europeo, per finalizzare e formalizzare l’accordo sulla Brexit. Prendo atto dell’accordo sulla Brexit ma non condivido l’entusiasmo di Theresa May. Ho pensato fin dall’inizio che questa sia una situazione ‘lose-lose’, e che occorresse lavorare per controllare i danni a conseguenza di questo divorzio”.

Nigel Farage, l’europarlamentare euroscettico, ha così commentato l’accordo sulla Brexit definito a Bruxelles:  “Ogni membro del gabinetto che è un autentico Brexiteer deve dimettersi subito o non sarà più attendibile, questo è il peggior accordo della storia”.

Guy Verhofstadt, il leader dei liberali (Alde) al Parlamento europeo, ha così commentato: “Mentre spero che un giorno il Regno Unito tornerà, nel frattempo questo accordo renderà possibile la Brexit, pur mantenendo una stretta relazione tra l’Ue e il Regno Unito, una protezione dei diritti dei cittadini ed evitare un confine irlandese duro”.

La partita della Brexit è ancora aperta ed il popolo inglese potrebbe tornare ad essere nuovamente arbitro delle sue decisioni per i rapporti con l’Unione europea. Nel Regno Unito, per la Brexit, oggi c’è un governo in crisi ed un paese spaccato in due con i Brexiteer in diminuzione e la maggioranza degli inglesi che vorrebbe restare nell’Unione europea contrariamente a quanto è risultato due anni fa.

Salvatore Rondello

Libia, il nulla di fatto della Conferenza di Palermo

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Si è conclusa oggi la Conferenza sulla Libia a Palermo con la stretta di mano tra l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, e il capo del governo di unità nazionale Al Sarraj davanti al premier italiano Conte. Una perfetta immagine scenica che non sancisce la soluzione dei problemi sul tavolo della Conferenza. Haftar, ha disertato la plenaria, ed è subito ripartito dall’Italia. Secondo fonti diplomatiche, durante l’incontro, il generale avrebbe assicurato che Sarraj potrà restare al suo posto fino alle elezioni. Haftar avrebbe detto ad al Sarraj: “Non si cambia cavallo mentre si attraversa il fiume”.

Le stesse fonti ritengono ci sia una buona possibilità che la Conferenza Nazionale della Libia, primo passo nella road map Onu per le elezioni, si possa svolgere a gennaio. Conte esulta: “L’Italia riunisce i protagonisti del dialogo. Riteniamo fondamentale cogliere questa occasione per sostenere il cessate il fuoco a Tripoli e facilitare le discussioni per l’attuazione dei nuovi assetti di sicurezza che abbiano come obiettivo il superamento del sistema basato sui gruppi armati. In questa sede la Comunità internazionale potrà anche esprimere un sostegno concreto alla creazione e al dispiegamento di forze di sicurezza regolari. Dobbiamo fare in modo che gli esiti di questa Conferenza e lo spirito di Palermo, mi piace chiamarlo così, non si esauriscano oggi e qui, bensì si traducano in un impegno concreto a portare avanti l’agenda con costanza e determinazione. L’Italia continuerà ad assicurare il suo massimo impegno e mi auguro che tutti i partecipanti possano fare altrettanto”.

Conte, in merito alle richieste di assistenza tecnica, anche sul piano del training, ha detto che ‘il governo farà la sua parte’. Tra i presenti alla Conferenza anche il premier russo, Dimitri Medvedev, il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, il presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, il premier algerino, Ahmed Ouyahia, il rappresentante speciale dell’Onu in Libia, Ghassan Salame’ e il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, il ministro degli Esteri europeo, Federica Mogherini, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi.

Le fonti di governo hanno comunicato la partecipazione al summit di 38 delegazioni. Al tavolo sulla Libia hanno partecipato, inoltre, le delegazioni di Lega Araba, Fmi e Banca Mondiale. Sono stati 450 i giornalisti accreditati.

Gli Stati Uniti hanno fatto sapere di apprezzare il ruolo della missione dell’Onu nel consolidare il cessate il fuoco in Libia e sostengono la Conferenza nazionale libica per elezioni pacifiche e credibili. Questo è stato il messaggio che il capo della delegazione americana per la conferenza di Palermo sulla Libia , l’ambasciatore David Satterfield, ha portato al Rappresentante speciale dell’Onu Ghassam Salamè nell’incontro che hanno avuto in Sicilia. Satterfield, arrivato ieri a Palermo, ha avuto un colloquio con Salamè assieme al Rappresentante aggiunto per gli Affari politici in Libia, Stephanie Williams.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi è arrivato a Villa Igiea a Palermo per partecipare alla Conferenza sulla Libia. Il capo di Stato egiziano è tra i principali sponsor del generale libico Khalifa Haftar, anche lui presente a Palermo.

L’Italia sperava che l’uomo forte della Cirenaica potesse sedersi al tavolo con gli altri protagonisti della scena politica libica per discutere della stabilizzazione del Paese nordafricano.

Invece, in una nota pubblicata su facebook, si legge: “Il comando smentisce le notizie circolate sui media locali e internazionali riguardo la partecipazione del maresciallo Khalifa Haftar ai lavori della Conferenza per la Libia che si tiene a Palermo. Il maresciallo è arrivato in Italia lunedì sera per avere una serie di incontri che partiranno martedì con i capi di Stato e i leader della regione per discutere gli ultimi sviluppi regionali e globali”. Il post è accompagnato da due foto del colloquio bilaterale di Haftar con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Sui lavori del summit è aleggiata questa presenza-assenza. E così il secondo giorno della Conferenza è iniziato con il controvertice voluto da Haftar, con l’aggiunta imposta dall’Italia della presenza di Al-Serraj per la sceneggiata della stretta di mano. Comunque, il generale Haftar non ha partecipato ai lavori ufficiali della plenaria.

Il vicepresidente turco Fuat Oktay, abbandonando Villa Igea, a lavori non ancora conclusi, ha detto: “Il meeting informale di stamattina è stato presentato come un incontro tra i protagonisti del Mediterraneo. Ma questa è un’immagine fuorviante che noi condanniamo. Per questo lasciamo questo incontro profondamente delusi. Qualcuno all’ultimo minuto ha abusato dell’ospitalità italiana. Sfortunatamente la comunità internazionale non è stata capace di restare unita”. Il riferimento del vicepresidente turco è stato rivolto, senza mai citarlo, alla presenza del generale Haftar.

In una bozza di dichiarazione finale, diffusa dall’agenzia russa Ria Novosti, si legge: “I partecipanti della conferenza di Palermo per la Libia chiedono la creazione al più presto di nuovi meccanismi in grado di garantire la sicurezza a Tripoli. I partecipanti lanciano un appello a tutte le parti affinchè venga perseguita la piena e tempestiva creazione di nuovi meccanismi in grado di garantire la sicurezza a Tripoli, basata su un nuovo dispiegamento dell’esercito regolare e delle forze di polizia, con l’obiettivo di sostituire le formazioni armate”.

Tuttavia, gli esperti hanno notato che la Conferenza è stata promossa, un po’ in solitario, dal governo italiano. In realtà, dopo le conclusioni, sembrerebbe confermato il timore, paventato sin dall’annuncio, che l’iniziativa potesse risolversi in un’altra passerella riservata agli addetti ai lavori. Infatti, salvo improbabili sorprese, nessuno fra i capi di Stato invitati, specie quelli di maggior peso europeo e internazionale, è stato presente al tavolo di Villa Igiea.

Anche la presenza del generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, con solidi addentellati internazionali, senza il quale diventa velleitario ogni discorso di soluzione della difficile situazione libica non ha rappresentato una partecipazione ufficiale.

Non c’è stata neanche la presenza della signora Angela Merkel che era data per certa. La sua presenza, oltre a dare tono, avrebbe conferito una certa credibilità politica all’iniziativa visto che la cancelliera rappresenta un Paese assai importante, l’unico fra le potenze Nato che rifiutò di partecipare all’aggressione contro la Libia di Gheddafi e/o contro gli interessi italiani in Libia e nel Mediterraneo.

Insomma, mentre tutti gli altri (Francia, Gb, Italia, USA, Russia, Cina, ecc) intrigano perché interessati alla spartizione del ‘bottino’ di guerra, la Germania ha mantenuto un profilo politico più sobrio, distaccato e pertanto potrebbe costituire, dal versante europeo, un riferimento politico e diplomatico più attendibile.

Nonostante le dichiarazioni di parte (Cicero pro domo sua) del governo italiano, di fatto, c’è stato un nuovo fallimento della bizzarra politica estera di questo governo che, nel caso della Libia, ha dovuto perfino registrare la fuga del suo ambasciatore da Tripoli senza riuscire ad inviarne uno nuovo, possibilmente più gradito alle forze e alle istituzioni locali.

I vari rappresentanti governativi, consapevoli del possibile flop, hanno messo le mani avanti, tutti protesi a ridimensionare il ruolo e gli esiti della Conferenza.

D’altra parte, il disagio è comprensibile: quali impegni potevano essere assunti al tavolo del confronto quando gli attori convenuti, di fatto, hanno solo preso nota per riferire?

Insomma, dopo un lungo lavorio in giro per il mondo (e anche una considerevole spesa) l’esito della Conferenza si è trasformato in una ‘tavolata’ ossia a una sontuosa “cena di lavoro tra i partecipanti, una sorta di “welcome dinner” per preparare il terreno al vertice vero e proprio che forse si farà in sede Onu”.

Dal tavolo dei colloqui alla tavolata il passo è stato davvero breve! Pranzi e passerelle vanno bene se servono a qualcosa. Altrimenti meglio evitarli poiché possono risultare indigesti e rischiano di bruciare quel tanto di credibilità residua di un governo che non sappiamo se riuscirà a giungere alla prossima Pasqua di resurrezione.

La realtà della Libia, del mite popolo libico resta drammatica, in preda al caos politico, al terrorismo, alle divisioni tribali, alle violenze di ogni tipo.

Assistiamo alla conseguenza di una guerra improvvida quanto asimmetrica che è stata vinta facilmente sul terreno militare, ma che si rischia di perdere sul terreno diplomatico e politico. La Libia è solo l’espressione più vicina all’Italia di problematiche umane e politiche estese all’intero continente africano.

Salvatore Rondello

Brexit, ancora nessun accordo in vista

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Ancora una fumata nera sulla Brexit.. Al Vertice Ue al termine della cena dei capi di Stato e di governo riuniti a Bruxelles, la trattativa tra Unione europea e Regno Unito resta ferma al palo. I 27 annullano il vertice straordinario annunciato per novembre e si preparano allo scenario del ‘non accordo’.

I leader della Ue constatando che non sono stati fatti “sufficienti progressi” nelle trattative con il Regno Unito, hanno deciso di cancellare il Vertice straordinario del 17 e 18 novembre, fanno sapere in serata fonti Ue, ma “sono pronti a convocare un Consiglio europeo, se e quando il negoziatore dirà che sono stati fatti progressi decisivi”. “Per ora l’Ue a 27 non ha intenzione di organizzare un vertice straordinario a novembre”, ha aggiunto la stessa fonte. Durante la discussione a cena, i leader dei 27 hanno ribadito “la loro fiducia” in Michel Barnier come negoziatore e la loro “determinazione a restare uniti”. E hanno chiesto a Barnier di “continuare il suo sforzo per raggiungere un accordo sulla base delle linee guida” già adottate dall’Ue. “Non ci siamo ancora, serve molto più tempo”, aveva detto lo stesso Barnier subito dopo l’intervento di Theresa May all’inizio della cena.

Nel merito delle trattative, mentre il nodo continua a essere legato al cosiddetto ‘backstop’ sulla frontiera tra Irlanda e Irlanda del Nord su cui le parti restano distanti, il primo ministro britannico non avrebbe chiuso la porta alla possibilità di estendere di un anno il periodo di transizione. Secondo fonti di Bruxelles, May sarebbe pronta a accettare di allungare il periodo transitorio durante il quale il Regno Unito applicherà le regole Ue anche dopo la Brexit, oltre il 31 dicembre 2020. Durante il suo discorso questa sera agli altri capi di Stato e di governo dell’Ue, May ha detto che “il Regno Unito è pronto a considerare un’estensione del periodo transitorio”, hanno aggiunto le fonti Ue. La premier britannica – secondo un altra fonte – avrebbe anche chiesto ai leader Ue di aiutarla a trovare un accordo che possa essere approvato dal suo governo e dalla Camera dei Comuni, dove i suoi piani per la Brexit stanno incontrando una crescente resistenza. Un’apertura parzialmente confermata dal presidente del Parlamento europeo, Antonio tajani, secondo cui l’opzione è emersa nel dibattito anche se May sul punto ha avuto un atteggiamento ‘neutrale’.

Francia e Germania continuano a mostrare “fiducia” ma allo stesso tempo si preparano allo scenario ‘no-deal’, eventualità che il presidente del Consiglio Ue, Donald Tusk alla vigilia del vertice ha definito come “mai cosi’ probabile”. E che con il passare delle settimane si sta concretizzando. Anche l’olandese Mark Rutte ha detto di essere “cautamente ottimista”, aggiungendo che “Non ci aspettiamo e non ci auguriamo” un mancato accordo, ma “abbiamo chiesto alla Commissione di lavorare con maggiore vigore su uno scenario di no-deal”. La verità, sintetizza la presidente lituana Dalia Grybauskaite, “che non c’è ancora da parte di May una posizione chiara su cosa voglia la Gran Bretagna, Nel governo May “non c’e’ una posizione chiara o una proposta chiara, ci dicano cosa vogliano.

Brexit, Macron fa fare pressioni alla May sull’Ulster

may tridentNon è un buon momento per la Premier Theresa May che si ritrova con un accordo in alto mare per il divorzio europeo. La proposta di Londra, secondo la premier May è l’unica seria e credibile, e prevede allo stato attuale una zona di libero scambio con l’Ue dei beni, ma non delle persone. Bruxelles invece vuole evitare che la contiguità con l’Ulster crei problemi doganali alla repubblica irlandese. La questione è intricata e il divorzio è previsto a fine marzo 2019. Theresa May ha annunciato che sul problema irlandese avanzerà delle nuove proposte, ma che non è possibile una soluzione che crei differenze doganali fra l’Ulster e il resto della Gran Bretagna. Ma nel frattempo si alzano gli scudi europei, “siamo scettici e critici sulle proposte” della Gran Bretagna, ha detto Donald Tusk, serve “chiarezza” e se non arriverà un segnale “concreto” entro il vertice europeo del prossimo ottobre, il summit straordinario del 17 e 18 novembre non verrà neppure convocato
In realtà è stato il presidente francese Emmanuel Macron a convincere i partner europei che era giunto il momento di mettere alle strette Theresa May sulla Brexit, dopo che la premier britannica aveva detto pubblicamente che l’unica opzione possibile è il suo «piano dei Chequers». Con questo piano il Regno Unito vuole restare allineato alle regole del mercato unico nel settore manifatturiero e dei prodotti agricoli (quello dei beni), in modo da evitare il ripristino di controlli alla frontiera in Irlanda del Nord, ma intende uscire dal quadro della regolamentazione europea sul fronte dello scambio di servizi, capitali e persone. Secondo fonti diplomatiche citate da Le Figaro, c’era inizialmente un consenso sulla scelta di non mettere in difficoltà la May in vista del Congresso del suo partito conservatore fra il 30 settembre e il 3 ottobre. Ma Macron si è adoperato per convincere gli altri che era tempo di “fare pressione sul Regno Unito perché facesse delle vere proposte”. “È venuto il momento di essere chiari. Non serve a niente dirci fra noi che le proposte non funzionano e raccontare all’esterno che le cose non vanno così male”, ha detto il presidente francese.
Ma la premier britannica non si lascia certo intimidire. “Siamo nell’impasse” e per Londra “nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”, ha detto May in un discorso alla nazione pronunciato da Downing Street all’indomani del vertice Ue di Salisburgo. Il governo britannico ha sempre trattato l’Ue “con nient’altro se non rispetto” e “il Regno Unito si attende lo stesso” da Bruxelles, ha detto ancora la premier lasciando trasparire la sua irritazione per i toni e l’atteggiamento tenuto dei leader dei 27.

Immigrazione. Tusk: “Ora basta con la retorica”

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Va in soffitta il principio delle redistribuzione obbligatoria dei migranti. Dopo mesi di battaglie, il Consiglio europeo di Salisburgo archivia d fatto un sistema che non era stato mai accettato soprattutto dai paesi del nord Europa. Ieri era stato il presidente della Commissione Jean Claude Juncker ad annunciare per primo il nuovo meccanismo per la gestione degli sbarchi e di redistribuzione che non riguarderà tutti i Paesi con le stesse modalità. “Chi non partecipa alla redistribuzione partecipa finanziariamente”, aveva ribadito ieri notte Giuseppe Conte rientrando in hotel dal vertice.

In buona sostanza il governo italiano accetta la linea della monetizzazione della solidarietà purché, questo il senso delle parole del premier, siano pochi gli Stati che non accettano quote di redistribuzione dei migranti e si impegnano, in alternativa, a un contributo finanziario. Quanti al massimo dovranno essere questi Stati affinché si possa parlare di meccanismo europeo, non si sa. Conte ha usato il termini ‘residuale”riferendosi al numero tollerabile. Grossomodo si può indicare che sceglierebbero la via “finanziaria” i quattro di Visegrad più Austria, probabilmente i tre Stati baltici, la Finlandia. Dunque, una decina su 27. Tutto dipenderà però anche dalla consistenza delle ‘quote” redistribuite. La possibilità del sostegno finanziario agli Stati più esposti alla migrazione, Italia, Grecia e Spagna, come alternativa alla ripartizione obbligatoria, era stata più volte sollevata dai paesi di Visegrad.

Insomma comincia sotto i peggiori auspici il vertice sui migranti di Salisburgo. Dopo un lungo silenzio è tornato a parlare il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk: “Basta al gioco delle colpe sull’immigrazione, non possiamo più essere divisi tra coloro che vogliono risolvere i problemi e coloro che vogliono usarli per un guadagno politico”, ha ammonito. “Bisogna affrontare il tema dell’immigrazione – ha aggiunto – senza retorica e puntare a risolverlo cooperando tra i diversi Paesi”. Un chiaro attacco ai sovranisti, e alle politiche del nostro Paese.

 

Vertice sui Migranti. Europa ancora divisa

Italian Prime Minister Giuseppe Conte talks with Foreign Minister Enzo Moavero Milanesi during his first session at the Lower House of the Parliament in RomeL’Italia, con il pressing del premier Giuseppe Conte e del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, insiste nel chiedere una risposta europea alla gestione dei flussi migratori del Mediterraneo. Ma perché questa risposta arrivi, se arriverà, bisogna aspettare ancora. Di certo non c’è nulla di decisivo, né sulla questione dei porti di sbarco delle missioni europee, né sulla riforma del regolamento di Dublino sull’asilo. Dal vertice informale dei leader dell’Ue in programma oggi e domani a Salisburgo potrebbe arrivare qualche risposta. All’appuntamento, gli Stati del Vecchio Continente si presentano ancora una volta divisi.

Delle questioni poste in discussione, nel recente incontro a Roma, Conte ne ha parlato con il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il cui Paese ha fino a dicembre la presidenza di turno dell’Unione. Kurz, dopo avere incontrato Merkel e Macron, a Roma ha fatto l’ultima tappa del suo tour organizzato per tastare il polso dei diversi Paesi in vista del vertice. Conte lo ha incalzato: “Se non vogliamo un altro caso Diciotti abbiamo bisogno di una risposta europea”. Conte ha anche ribadito al premier austriaco la posizione fortemente contraria dell’Italia su un’altra questione: quella dei doppi passaporti che Vienna vorrebbe per i cittadini altoatesini di lingua tedesca e ladina. Sulle migrazioni, il premier italiano ha ribadito la richiesta di più investimenti in Nord Africa e di rivedere le missioni europee, per far sì che anche i porti di altri Paesi rivieraschi siano coinvolti negli sbarchi. Kurz ha sottolineato ancora una volta la necessità di rafforzare quanto prima Frontex, l’agenzia Ue per il controllo delle frontiere, come propone la Commissione europea, anche se l’idea ha già suscitato perplessità in vari Stati membri. Nel blocco dei Paesi Visegrad, ad esempio, nel mirino delle critiche c’è sia il rafforzamento del mandato dell’agenzia perché svolga compiti all’interno dei Paesi, sia il fatto di destinarle più finanziamenti. La Repubblica Ceca ha già dichiarato: “Meglio dare i fondi direttamente agli Stati”.

I capi di Stato e di governo dell’Ue parleranno del punto specifico di Frontex in una discussione ad hoc prevista per domani durante il vertice in Austria. Gli altri dossier relativi al nodo delle migrazioni saranno invece affrontati già stasera a cena. Ma secondo fonti europee non c’è da attendersi alcuna svolta o passo in avanti. L’unica speranza potrebbe essere quella di recuperare un clima costruttivo, come ha chiesto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, il quale ha ammonito: “La crisi rimarrà irrisolvibile finché ci sarà qualcuno che non vuole risolverla e che di fatto la usa per i propri tornaconti di consenso”. Nei palazzi delle istituzioni europee è palpabile il fastidio nei confronti di certe prese di posizioni muscolari contro l’Ue. Anche il ministro degli Esteri, Moavero, volato a Bruxelle per una riunione del Consiglio Affari Generali, ammettendo che il clima non sia dei migliori per una soluzione condivisa, sui migranti ha detto: “Siamo molto divisi, anche aspramente. Ma si tratta di una questione reale, politica e concreta, con un’incidenza sui flussi elettorali”. Un tema, insomma, su cui potrebbe giocarsi una buona fetta di campagna elettorale per le europee in calendario la prossima primavera.

In concomitanza dell’incontro di Salisburgo, l’Unione Africana ha espresso ‘sconcerto’ per le frasi del vice premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini. L’Organizzazione Africana, in un comunicato ha scritto: “Nella recente conferenza a Vienna ha paragonato gli immigrati africani agli schiavi. L’Unione Africana chiede al vice premier italiano di ritirare la sua sprezzante affermazione sui migranti africani”. Già nei giorni scorsi il ministro aveva tuttavia precisato il senso della sua frase spiegando di non aver mai definito schiavi i migranti.

L’ufficio stampa del ministro Salvini aveva scritto: “E’ necessario smentire seccamente alcune ricostruzioni della stampa internazionale, secondo le quali il ministro Salvini avrebbe definito ‘schiavi’ gli immigrati africani. Come è facilmente verificabile dai numerosi video e dalle dichiarazioni del ministro, Salvini non ha mai insultato gli africani, ma anzi ha censurato l’idea di farli arrivare in Europa per costringerli a lavorare e/o a vivere in condizioni così degradate da ricordare, appunto, la schiavitù. Esattamente il contrario di quanto riportato da alcuni organi di informazione stranieri”.

Criticando la posizione del vice premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini sulla questione dei migranti, nel comunicato dell’Organizzazione Africana si legge anche: “L’Unione Africana invita l’Italia a seguire l’esempio e sostenere altri Paesi membri dell’Unione europea, come la Spagna, che hanno dato sostegno e protezione ai migranti in difficoltà, indipendentemente dalla loro origine e status legale, prima che il loro status per l’ammissione venisse determinato. L’emigrazione dall’Italia, negli ultimi due secoli, è stata il più importante caso di migrazione di massa nella Storia moderna dell’Europa, poiché dal 1861 al 1976 oltre 26 milioni di persone hanno lasciato il Paese e l’Italia ha beneficiato grandemente di questa gigantesca diaspora attraverso le rimesse e il commercio”.

Domani sapremo come si concluderà il summit europeo a Salisburgo. Ma sembrerebbe che non ci saranno passi avanti nella UE per regolamentare un fenomeno che è sempre esistito tra i diversi popoli della terra e che l’Italia aveva ottimamente risolto con la legge ‘Martelli’.

Salvatore Rondello

Migranti, l’Ue raffredda gli entusiasmi di Salvini

migrantiLa risposta non è stata quella che si aspettava il ministro Salvini. La linea dura contro l’Europa si scontra con la Commissione. Il coordinameto chiesto a gran voce dal governo Conte infatti sarà possibile solo a sbarco avvenuto. Non prima. La Commissione europea, si legge in un comunicato potrà “coordinare gli Stati membri” solo dopo che i migranti “saranno sbarcati”. Lo ha detto una portavoce dell’esecutivo comunitario, Natasha Bertaud, soffermandosi sulla lettera di Jean-Claude Juncker al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. “La Commissione – ha spiegato – può agire solo nel quadro delle sue competenze e la Commissione non ha competenza in materia ricerca e soccorso in mare e nella determinazione del punto di sbarco”.

Gli sbarchi “non sono qualcosa che possiamo coordinare e che coordineremo”. Per contro, quello che la Commissione può fare “una volta che le persone siano sbarcate è coordinare tra gli Stati membri per prendere una parte di quelli che sono stati sbarcati”. Insomma la Commissione condivide “il sentimento di urgenza dell’Italia” e lavorerà tutta l’estate “per rafforzare la guardia di frontiera e costiera europea” e concorda “sulla necessità di meccanismi coordinamento” più strutturato. Al tempo, stesso, però, fissa qualche paletto rispetto alle pretese italiane: le soluzioni “ad hoc” come quelle dei 450 migranti di Pozzallo non sono sostenibili e la Ue non ha competenza per determinare il “porto sicuro” degli sbarchi dopo i salvataggi in mare. Jean-Claude Juncker nella lettera inviata al premier italiano Giuseppe Conte  raffredda i facili entusiasmi di Salvini. Il documento, sottoposto anche all’attenzione del presidente dell’Eurogruppo Donald Tusk, risponde alla doppia missiva di Conte per fare pressing su Bruxelles in vista di una soluzione comunitaria per la questione migratoria. La sintesi sembra essere che la Commissione comprende e ascolta le istanze italiane, ma non può forzare le competenze della Ue e ribadisce l’urgenza di una soluzione condivisa. Anche se il mezzo flop del consiglio Ue del 28-29 giugno lascia intendere che la strada di un progetto unitario sia abbastanza accidentata.

Trump, Putin e le nuove relazioni multilaterali

trump putinLe alleanze internazionali, che hanno garantito pace e stabilità per un cinquantennio, sembrano spazzate via dalle misure isolazioniste prese dall’Amministrazione americana, guidata dal Presidente Donald Trump. Ormai nessun commentatore si stupisce, più di tanto, delle affermazioni del tycoon. Alla Cbs News, a proposito del ruolo degli Usa nello scacchiere globale, Trump ha affermato: “penso che abbiamo molti nemici, credo che l’Unione europea sia un nemico per quello che fa a livello commerciale. La Russia è un nemico per certi aspetti, la Cina è un nemico economicamente. Certamente sono nemici, ma questo non significa che siano cattivi. Non significa niente, significa che sono competitivi”.

Leggendo queste dichiarazioni, si comprende il recente attivismo delle Istituzioni europee, i cui massimi rappresentanti, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno incontrato la delegazione cinese e, in seguito, hanno partecipato alla firma dell’Economic Partnership Agreement tra Ue e Giappone.

Entrambi gli avvenimenti rappresentano una forte risposta dell’Europa al protezionismo americano e al “ritrovato feeling” tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Emerge la necessità, da parte dell’Ue, di ritagliarsi uno spazio autonomo dallo storico alleato, che mai come adesso risulta ondivago e contraddittorio nello scacchiere internazionale. Anche per questo, in patria, il presidente Trump viene fortemente criticato dal mondo dell’informazione e, in modo bipartisan, da esponenti democratici e repubblicani.

Le nuove relazioni multilaterali dell’Unione Europea guardano ad Oriente, ai mercati asiatici e alle enormi opportunità offerte dalla Cina e dal Giappone. Dell’Accordo di partenariato economico con il Giappone, firmato il 17 luglio, a Tokyo, si è scritto, anche sul nostro quotidiano, sottolineando come questo sia il più rilevante trattato mai negoziato tra le due aree economiche.

In esso si prevede la graduale eliminazione dei principali dazi sulle importazioni: il Giappone li toglierà sul 94% dei prodotti esportati dall’Unione europea, mentre quest’ultima cancellerà le imposte sul 99% delle merci giapponesi.

Tuttavia, quest’accordo ha suscitato diverse criticità, ad esempio da parte dell’intergruppo “No Ceta”, costituitosi nelle assemblee parlamentari italiane della passata legislatura e formato da esponenti di tutti gli schieramenti, cosi come è stata espressa contrarietà da Greenpeace e da altre organizzazioni sociali.

Secondo i critici, l’accordo tutelerebbe un modesto numero di denominazioni di origine, non proteggendo, sufficientemente, il Made in Italy. Inoltre, si critica il controllo inadeguato che l’Unione Europea sarebbe legittimata a fare sulle importazioni di prodotti alimentari giapponesi, con il rischio della presenza di Ogm.

Infine, si accusa l’accordo di abbassare le tutele sul lavoro, poiché il Giappone non ha ancora ratificato due delle otto convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro, un’agenzia specializzata dell’ONU che si occupa di promuovere i diritti umani e la giustizia sociale con una particolare attenzione al tema del lavoro, in tutti i suoi aspetti.

Queste obiezioni dovranno essere affrontate per evitare che gli accordi si rivelino infruttuosi o, peggio ancora, controproducenti per le produzioni locali e i mercati europei.

Per quel che riguarda il ventesimo summit Ue-Cina, si è concordato di sviluppare ulteriormente la partnership strategica, tramite una serie di misure connesse ai “cambiamenti climatici e all’energia pulita”. In conclusione del summit è stata firmata, dai leader Ue e dal premier cinese Li Keqiang, una “dichiarazione congiunta” sui temi che costituiscono la partnership.

Cina e Unione Europea hanno ribadito il sostegno per la risoluzione pacifica della questione nucleare nordcoreana attraverso mezzi diplomatici e per una completa denuclearizzazione della penisola coreana; così come l’impegno a favore della piena attuazione dell’accordo nucleare in Iran.

Di contro, persistono rilevanti differenze sul tema dei diritti umani, ciò nonostante si è deciso di “intensificare gli scambi in seguito al recente dialogo sui diritti umani”.

Sui temi del summit euro-cinese, il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha dichiarato: “nello stesso giorno in cui l’Europa incontra la Cina a Pechino, il presidente americano Trump e il presidente russo Putin si parleranno a Helsinki, siamo tutti consapevoli del fatto che l’architettura del mondo sta cambiando sotto i nostri occhi. Ed è nostra responsabilità comune fare che sia un cambiamento per il meglio”.

Tusk ha ricordato, “che il mondo che per decenni abbiamo costruito, a volte con contrasti, ha portato la pace per l’Europa, lo sviluppo della Cina e la fine della Guerra fredda. E’ un dovere comune non distruggere quest’ordine, ma migliorarlo”.

Infine, il Presidente del Consiglio Europeo ha esortato i presidenti di Usa, Russia e Cina ad “avviare congiuntamente il processo di riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, al fine di prevenire conflitti e caos”, scongiurando guerre tariffarie a favore di comuni soluzioni basate su regole eque.

Soluzioni comuni che passano dal superamento di rigidità e chiusure nazionalistiche, dall’abbandono dei sovranismi e dalla riscoperta di relazioni internazionali guidate da spirito di leale collaborazione e cooperazione.

In questo senso è preoccupante che il rapporto tra Usa e Ue si stia deteriorando, a causa della mediocrità dell’amministrazione statunitense nell’affrontare le grandi sfide geopolitiche ed emerge la necessità di un rapido cambio di passo in direzione della difesa di un rinnovato multilateralismo.

Paolo D’Aleo

Istat e Fmi vedono l’economia in rallentamento

istat pil mezzogiornoL’Istat ha diffuso oggi i dati sull’inflazione. A giugno l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente e dell’1,3% su base annua (in crescita dal +1,0% registrato a maggio). La stima preliminare era +1,4%. L’accelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (da +5,3% di maggio a +9,4%) ed è sostenuta anche da quelli dei Beni alimentari non lavorati (da +2,4% a +3,4%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +1,7% a +2,9%).

Pertanto l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari a +0,8% (stabile rispetto a maggio) e quella al netto dei soli beni energetici è in accelerazione da +0,8% registrato nel mese precedente a +1,0%. L’aumento congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo è dovuto principalmente ai rialzi dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+2,3%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+2,2%), i cui effetti sono solo in parte mitigati dai cali congiunturali di quelli dei beni alimentari non lavorati (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-1,4%).

L’inflazione accelera sia per i beni (da +1,0% registrato nel mese precedente a +1,5%) sia, in misura lieve, per i servizi (da +0,9% a +1,0%); il differenziale inflazionistico tra servizi e beni rimane negativo ma di ampiezza più marcata rispetto a maggio (da -0,1 punti percentuali a -0,5 punti percentuali). L’inflazione acquisita per il 2018 è +1,0% per l’indice generale e +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano un calo dello 0,2% su base mensile e un aumento del 2,2% su base annua (da +1,7% registrato a maggio). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto salgono dello 0,2% in termini congiunturali e del 2,7% in termini tendenziali (da +2,0% del mese precedente).

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) aumenta dello 0,2% in termini congiunturali e dell’1,4% in termini tendenziali (da +1,0 di maggio). La stima preliminare era +1,5%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su base mensile e dell’1,2% rispetto a giugno 2017. Secondo l’Istat, l’inflazione a giugno continua a crescere nelle componenti legate maggiormente agli acquisti quotidiani delle famiglie. Infatti l’accelerazione della crescita dei prezzi al consumo è di nuovo trainata dai prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (in particolare carburanti insieme con frutta fresca e vegetali freschi), che registrano un aumento su base annua più che doppio di quello generale. Un contributo inflazionistico deriva anche dai prezzi dei trasporti, che da inizio anno mostrano tensioni crescenti.

Per il Fondo Monetario Internazionale, nel 2018 l’economia italiana crescerà solo dell’1,2% con un ulteriore rallentamento a +1,0% il prossimo anno. Le nuove stime del Fmi fornite nell’aggiornamento del World Economic Outlook sono state riviste al ribasso: rispetto alle valutazioni dello scorso aprile, la crescita italiana è stata tagliata di 0,3 punti quest’anno e di 0,1 punti nel 2019. A spingere il Fondo al ribasso è il peso sulla domanda interna legato all’aumento dello spread sui titoli di Stato e alle più rigide condizioni finanziarie, provocate dalla recente incertezza politica.

Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato le stime non solo dell’Italia ma anche delle maggiori economie mondiali. Per Germania, Francia e come abbiamo visto l’Italia il Fondo ha rivisto al ribasso di 0,3 punti la stima di crescita Pil del 2018 mentre per Regno Unito e Giappone il taglio è di 0,2 punti. In particolare, ha segnalato un aumento dei rischi al ribasso anche nel breve termine, con una espansione economica, che sebbene confermata a livello globale al 3,9% sia quest’anno che nel 2019, sta diventando meno omogenea. In dettaglio, la crescita delle economie avanzate dovrebbe confermarsi quest’anno al +2,4%, stesso livello del 2017, per poi scendere a +2,2% il prossimo anno. Il dato relativo al 2018 è stato pertanto rivisto al ribasso di 0,1 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Per gli Usa il Fondo conferma un Pil a +2,9% nel 2018 e a +2,7% il prossimo anno mentre l’eurozona dovrebbe registrare una crescita del 2,4% quest’anno e del 2,2% il prossimo con una revisione al ribasso rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti.

Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura a luglio, ha confermato il cambio di marcia del Paese, in linea con l’andamento delle maggiori economie avanzate (?). Nella nota dell’Upb si legge: “La ripresa economica in Italia ha parzialmente perso slancio e rischia di avere un effetto trascinamento anche sul 2019. Le stime dei modelli di breve periodo dell’Upb segnalano un rallentamento dell’attività economica, che si potrebbe protrarre nel corso dell’estate, determinando un lieve peggioramento delle previsioni di crescita per l’anno in corso e influenzando, in considerazione del minor effetto di trascinamento, anche i risultati del 2019”.

Nella media del 2018, l’espansione del Pil si attesterebbe all’1,3%, lievemente al di sotto della previsione Upb dello scorso maggio (1,4%). Per effetto della minore crescita acquisita anche l’incremento previsto per il 2019 registrerebbe una correzione al ribasso con una crescita del Pil di poco superiore all’1%.

Secondo quanto ha osservato l’Upb: “Nei primi mesi dell’anno, a un buon andamento dei consumi ha fatto riscontro quello negativo di investimenti ed esportazioni. Nonostante un leggero calo del potere di acquisto delle famiglie (0,2 per cento nel primo trimestre) la dinamica dei consumi ha registrato un recupero nel primo trimestre dell’anno (0,4 per cento in termini congiunturali). Questo andamento ha beneficiato del clima di fiducia delle famiglie e delle dinamiche occupazionali, che consolidandosi potrebbero continuare a sostenere nel breve termine i piani di spesa delle famiglie. Nei primi tre mesi dell’anno, inoltre, la dinamica congiunturale dell’accumulazione del capitale ha subito una battuta d’arresto (dell’1,4 per cento), riassorbendo parte de i progressi conseguiti nel 2017. A pesare sulle decisioni di investimento, ha verosimilmente influito l’incertezza relativa al prolungamento per quest’anno delle agevolazioni fiscali per l’acquisto di impianti e macchinari, in contrazione del 2,4 per cento nei primi tre mesi del 2018. È risultato negativo anche l’apporto all’attività economica da parte degli scambi con l’estero. Nel primo trimestre il volume delle esportazioni, in crescita dalla metà del 2016, ha scontato un calo del 2,1 per cento. Le prospettive di breve termine, secondo le più recenti indagini sugli ordini dall’estero, restano deboli”.

L’esame fatto dall’Ufficio parlamentare di bilancio conferma le valutazioni di rallentamento dell’economia elaborate anche da Istat e dal Fondo Monetario Internazionale.

A quanto già indicato, si aggiungono i deboli segnali di crescita su base mensile del fatturato e ordini dell’industria a maggio scorso, confermando la tendenza di rallentamento su base annua. Secondo i dati dell’Istat, il fatturato ha registrato un aumento per il terzo mese consecutivo, pari all’1,7% rispetto ad aprile mentre nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo cresce dello 0,4% sui tre mesi precedenti. Anche gli ordinativi registrano una variazione congiunturale positiva (+3,6% di cui un più 5,5% per l’estero), che segue la flessione del mese precedente (-0,6%). Nella media degli ultimi tre mesi sui tre mesi precedenti si registra, tuttavia, una riduzione pari all’1,1%. Fa eccezione il fatturato dell’industria automobilistica diminuito rispetto al 2017 (-6,1%).

Nella nota dell’Istat si legge: “Gli indici destagionalizzati del fatturato e degli ordinativi raggiungono a maggio i livelli più alti da inizio anno sia per il fatturato interno sia per quello estero. L’incremento congiunturale del fatturato coinvolge tutti i principali settori, con una spinta ulteriore proveniente dalla vivace dinamica dei prodotti energetici. In volume, il comparto manifatturiero registra un incremento congiunturale dell’1,5%, rimanendo sostanzialmente stabile nella media degli ultimi tre mesi”.

Preoccupazioni arrivano anche dalla CNA sulla pressione fiscale. Analogamente all’allarme recentemente lanciato dalla Cgia di Mestre, nel rapporto 2018 dell’Osservatorio Cna sulla tassazione delle piccole imprese in Italia, giunto alla quinta edizione, dal titolo ‘Comune che vai, fisco che trovi’ in cui si analizza il peso del fisco sul reddito delle piccole imprese in 137 comuni tra cui tutti i capoluogo di provincia, è stata elaborata la seguente proiezione: “La pressione fiscale media sulle piccole imprese, se non interverranno correttivi, quest’anno tornerà a salire. Lievemente, lontana dal picco del 2012, ma con un segno “più” che non può certo rallegrare l’ossatura portante del sistema produttivo italiano. Il dato di sintesi, inoltre, non fotografa le profonde differenze nella tassazione locale. La realtà italiana è molto complessa. Tanto da far emergere non una pressione fiscale, ma numerose pressioni fiscali”.

L’Osservatorio ha calcolato il Total tax rate (Ttr), vale a dire l’ammontare di tutte le imposte e di tutti i contributi sociali obbligatori che gravano sulle imprese espresso in percentuale sui redditi. Individua, inoltre, il Tax free day (Tfd), cioè il giorno della liberazione dalle tasse, la data fino alla quale l’imprenditore deve lavorare per l’ingombrante ‘socio’ pubblico. A differenza di altri organismi, anche internazionali, l’Osservatorio CNA ha basato la sua analisi sull’impresa tipo italiana , con un laboratorio e un negozio, ricavi per 431mila euro, un impiegato e quattro operai di personale, 50mila euro di reddito.

La pressione fiscale media sulla piccola impresa tipo italiana, salita nel 2017 dello 0,3% al 61,2%, nel 2018 è destinata a crescere ancora, portandosi al 61,4%. Un incremento compiutamente ascrivibile all’aumento programmato della contribuzione previdenziale dell’imprenditore. Di conseguenza, il giorno della liberazione fiscale media si allungherà di altre ventiquattr’ore, per arrivare all’11 agosto, contro il 10 agosto del 2017 e il 9 agosto del 2016. Intanto si va ampliando il divario tra la pressione fiscale che grava sulle piccole imprese e quella media nazionale. Nel 2017 è andata dal 61,2% sulle piccole imprese al 42,4% sulla totalità dei contribuenti: un’ingiustizia, per CNA, che vale 18,8 punti percentuali.

Oltre alle problematiche economiche endogene evidenziate, bisogna tenere conto anche della componente esogena dettata dall’espansione del protezionismo.

In tal senso, in merito alle tensioni commerciali, nella conferenza stampa congiunta con il premier cinese Li Keqiang ed il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha lanciato un appello affermando: “E’ comune dovere di Ue, Cina, Usa e Russia non iniziare guerre commerciali. C’è ancora tempo per prevenire il conflitto e il caos”.

La Cina ha deciso di ricorrere al Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, contro la minaccia di dazi aggiuntivi al 10% annunciati dagli Usa sull’import ‘made in China’ per 200 miliardi di dollari ex art.301 dello Us Trade Act. La mossa, annunciata con un post sul sito del ministero del Commercio, cade nel giorno in cui Cina e Ue, nel loro 20/mo summit annuale, hanno ribadito l’impegno congiunto per il multilateralismo e il libero scambio.

Gli Stati Uniti fanno ricorso alla Wto contro cinque dei suoi membri per ‘dazi illegali’. Gli Usa puntano il dito contro Cina, Unione Europea, Canada, Messico e Turchia per le misure ritorsive decise dopo i dazi all’alluminio e l’acciaio imposti dagli Usa. In un comunicato del rappresentante per il Commercio degli Usa, si legge: “I dazi sull’acciaio e l’alluminio imposti dal presidente Trump sono giustificati sulla base degli accordi internazionali approvati fra gli Usa e i suoi partner”.

Il lettore dovrà comunque ricordarsi che per il 2018, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, l’incremento del Pil viaggia per l’Italia all’1,2%, mentre per gli Stati Uniti d’America la proiezione è al 2,9%.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, recentemente ha manifestato preoccupazione per il propagarsi del protezionismo nel mondo. Sullo stesso argomento, ancora non sappiamo quale posizione intenderà assumere il Governo Conte.

S. R.

LA CONTROFFENSIVA

LIBERO SCAMBIO GIAPPONEDopo l’abbraccio tra Putin e Trump le reazioni americani e non solo, sono arrivate come era doveroso aspettarsi. Un accordo che in Usa viene definito come una “vergogna”, “poco meno di un tradimento”, “scandaloso”. L’immagine di un presidente che si schiera con un capo di Stato straniero, e per giunta sospettato da un’indagine ufficiale in corso di attività antiamericana, rifiutandosi di appoggiare le proprie stesse agenzie di intelligence impegnate nell’inchiesta sul Russiagate, ha sconvolto i commentatori delle reti televisive nazionali, politici repubblicani e democratici e naturalmente gli stessi funzionari dell’amministrazione coinvolti. L’immagine di un presidente che appoggia e sostiene le tesi antiamericane di Putin in netto contrasto con quelle della amministrazione Usa non poteva lasciare indifferenti. Un gioco di sponda tra i due. Putin per uscire dall’isolamento internazionale, Trump per uscire indenne dal Russiagate con una battaglia isolazionista iniziata con i dazi che si arricchisce quotidianamente di nuove tariffe e minacce.

Una guerra dichiarata alla quale l’Europa, Cina e  il Giappone hanno dato una controffensiva imboccando la strada opposta. Il vertice Ue-Cina di ieri e quello Ue-Giappone di oggi lanciano un messaggio forte in direzione della difesa del multilateralismo da un lato, e della volontà di incrementare le relazioni economiche reciproche dall’altro. L’accordo di libero scambio firmato oggi è maggiore mai siglato tra Europa e Giappone. A firmare, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il premier giapponese Shinzo Abe. Una sigla che arriva all’indomani della visita della delegazione del Vecchio continente in Cina, dove altri impegni – molto meno stringenti, ma politicamente rilevanti – sono stati presi.

Si tratta di “un messaggio potente contro il protezionismo”, dichiarano Abe e Juncker. “Quella di oggi è una data storica allorché celebriamo la firma di un accordo commerciale estremamente ambizioso tra due delle più grandi economie del mondo”, commentano ancora i due leader. “Con il più grande accordo commerciale bilaterale mai siglato – ha scritto su Twitter Donald Tusk – oggi cementiamo l’amicizia nippo-europea. Geograficamente, siamo lontani. Ma politicamente ed economicamente potremmo difficilmente essere più vicini. Condividiamo i valori della democrazia liberali, dei diritti umani e dello stato di diritto”. Anche a livello interno, a differenza del Ceta col Canada o del Ttip con gli Usa, questo accordo ha ricevuto l’appoggio del M5s. Soltanto pochi fa, sul blog delle stelle Tiziana Beghin annotava: “L’accordo di partenariato economico con il Giappone non è perfetto: se fosse stato negoziato sotto gli occhi vigili del governo MoVimento 5 Stelle sarebbe senz’altro migliore, ma le opportunità che offre alle nostre imprese e ai nostri cittadini sono immense e superano gli aspetti negativi”.

Nella comunicazione ufficiale di Bruxelles si ricorda che l’accordo, che riguarda 600 milioni di persone, ha effetto su un export europeo che già vale 58 miliardi in termini di beni e altri 28 miliardi per i servizi. Il cosiddetto accordo Jefta (Japan-Ue free trade agreeement) chiude le trattative avviate nel 2013 e copre un’area di libero scambio che riguarda quasi un terzo del Pil mondiale. “Una volta attuato completamente l’accordo, il Giappone avrà soppresso i dazi doganali sul 97% dei beni importati dall’Ue (in termini di linee tariffarie)”, per una stima di 1 miliardo l’anno di risparmi, diceva già ad aprile Bruxelles nel corso degli ultimi incontri per arrivare alla firma.