Brexit, Macron fa fare pressioni alla May sull’Ulster

may tridentNon è un buon momento per la Premier Theresa May che si ritrova con un accordo in alto mare per il divorzio europeo. La proposta di Londra, secondo la premier May è l’unica seria e credibile, e prevede allo stato attuale una zona di libero scambio con l’Ue dei beni, ma non delle persone. Bruxelles invece vuole evitare che la contiguità con l’Ulster crei problemi doganali alla repubblica irlandese. La questione è intricata e il divorzio è previsto a fine marzo 2019. Theresa May ha annunciato che sul problema irlandese avanzerà delle nuove proposte, ma che non è possibile una soluzione che crei differenze doganali fra l’Ulster e il resto della Gran Bretagna. Ma nel frattempo si alzano gli scudi europei, “siamo scettici e critici sulle proposte” della Gran Bretagna, ha detto Donald Tusk, serve “chiarezza” e se non arriverà un segnale “concreto” entro il vertice europeo del prossimo ottobre, il summit straordinario del 17 e 18 novembre non verrà neppure convocato
In realtà è stato il presidente francese Emmanuel Macron a convincere i partner europei che era giunto il momento di mettere alle strette Theresa May sulla Brexit, dopo che la premier britannica aveva detto pubblicamente che l’unica opzione possibile è il suo «piano dei Chequers». Con questo piano il Regno Unito vuole restare allineato alle regole del mercato unico nel settore manifatturiero e dei prodotti agricoli (quello dei beni), in modo da evitare il ripristino di controlli alla frontiera in Irlanda del Nord, ma intende uscire dal quadro della regolamentazione europea sul fronte dello scambio di servizi, capitali e persone. Secondo fonti diplomatiche citate da Le Figaro, c’era inizialmente un consenso sulla scelta di non mettere in difficoltà la May in vista del Congresso del suo partito conservatore fra il 30 settembre e il 3 ottobre. Ma Macron si è adoperato per convincere gli altri che era tempo di “fare pressione sul Regno Unito perché facesse delle vere proposte”. “È venuto il momento di essere chiari. Non serve a niente dirci fra noi che le proposte non funzionano e raccontare all’esterno che le cose non vanno così male”, ha detto il presidente francese.
Ma la premier britannica non si lascia certo intimidire. “Siamo nell’impasse” e per Londra “nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”, ha detto May in un discorso alla nazione pronunciato da Downing Street all’indomani del vertice Ue di Salisburgo. Il governo britannico ha sempre trattato l’Ue “con nient’altro se non rispetto” e “il Regno Unito si attende lo stesso” da Bruxelles, ha detto ancora la premier lasciando trasparire la sua irritazione per i toni e l’atteggiamento tenuto dei leader dei 27.

Immigrazione. Tusk: “Ora basta con la retorica”

tusk ue

Va in soffitta il principio delle redistribuzione obbligatoria dei migranti. Dopo mesi di battaglie, il Consiglio europeo di Salisburgo archivia d fatto un sistema che non era stato mai accettato soprattutto dai paesi del nord Europa. Ieri era stato il presidente della Commissione Jean Claude Juncker ad annunciare per primo il nuovo meccanismo per la gestione degli sbarchi e di redistribuzione che non riguarderà tutti i Paesi con le stesse modalità. “Chi non partecipa alla redistribuzione partecipa finanziariamente”, aveva ribadito ieri notte Giuseppe Conte rientrando in hotel dal vertice.

In buona sostanza il governo italiano accetta la linea della monetizzazione della solidarietà purché, questo il senso delle parole del premier, siano pochi gli Stati che non accettano quote di redistribuzione dei migranti e si impegnano, in alternativa, a un contributo finanziario. Quanti al massimo dovranno essere questi Stati affinché si possa parlare di meccanismo europeo, non si sa. Conte ha usato il termini ‘residuale”riferendosi al numero tollerabile. Grossomodo si può indicare che sceglierebbero la via “finanziaria” i quattro di Visegrad più Austria, probabilmente i tre Stati baltici, la Finlandia. Dunque, una decina su 27. Tutto dipenderà però anche dalla consistenza delle ‘quote” redistribuite. La possibilità del sostegno finanziario agli Stati più esposti alla migrazione, Italia, Grecia e Spagna, come alternativa alla ripartizione obbligatoria, era stata più volte sollevata dai paesi di Visegrad.

Insomma comincia sotto i peggiori auspici il vertice sui migranti di Salisburgo. Dopo un lungo silenzio è tornato a parlare il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk: “Basta al gioco delle colpe sull’immigrazione, non possiamo più essere divisi tra coloro che vogliono risolvere i problemi e coloro che vogliono usarli per un guadagno politico”, ha ammonito. “Bisogna affrontare il tema dell’immigrazione – ha aggiunto – senza retorica e puntare a risolverlo cooperando tra i diversi Paesi”. Un chiaro attacco ai sovranisti, e alle politiche del nostro Paese.

 

Vertice sui Migranti. Europa ancora divisa

Italian Prime Minister Giuseppe Conte talks with Foreign Minister Enzo Moavero Milanesi during his first session at the Lower House of the Parliament in RomeL’Italia, con il pressing del premier Giuseppe Conte e del ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, insiste nel chiedere una risposta europea alla gestione dei flussi migratori del Mediterraneo. Ma perché questa risposta arrivi, se arriverà, bisogna aspettare ancora. Di certo non c’è nulla di decisivo, né sulla questione dei porti di sbarco delle missioni europee, né sulla riforma del regolamento di Dublino sull’asilo. Dal vertice informale dei leader dell’Ue in programma oggi e domani a Salisburgo potrebbe arrivare qualche risposta. All’appuntamento, gli Stati del Vecchio Continente si presentano ancora una volta divisi.

Delle questioni poste in discussione, nel recente incontro a Roma, Conte ne ha parlato con il cancelliere austriaco Sebastian Kurz, il cui Paese ha fino a dicembre la presidenza di turno dell’Unione. Kurz, dopo avere incontrato Merkel e Macron, a Roma ha fatto l’ultima tappa del suo tour organizzato per tastare il polso dei diversi Paesi in vista del vertice. Conte lo ha incalzato: “Se non vogliamo un altro caso Diciotti abbiamo bisogno di una risposta europea”. Conte ha anche ribadito al premier austriaco la posizione fortemente contraria dell’Italia su un’altra questione: quella dei doppi passaporti che Vienna vorrebbe per i cittadini altoatesini di lingua tedesca e ladina. Sulle migrazioni, il premier italiano ha ribadito la richiesta di più investimenti in Nord Africa e di rivedere le missioni europee, per far sì che anche i porti di altri Paesi rivieraschi siano coinvolti negli sbarchi. Kurz ha sottolineato ancora una volta la necessità di rafforzare quanto prima Frontex, l’agenzia Ue per il controllo delle frontiere, come propone la Commissione europea, anche se l’idea ha già suscitato perplessità in vari Stati membri. Nel blocco dei Paesi Visegrad, ad esempio, nel mirino delle critiche c’è sia il rafforzamento del mandato dell’agenzia perché svolga compiti all’interno dei Paesi, sia il fatto di destinarle più finanziamenti. La Repubblica Ceca ha già dichiarato: “Meglio dare i fondi direttamente agli Stati”.

I capi di Stato e di governo dell’Ue parleranno del punto specifico di Frontex in una discussione ad hoc prevista per domani durante il vertice in Austria. Gli altri dossier relativi al nodo delle migrazioni saranno invece affrontati già stasera a cena. Ma secondo fonti europee non c’è da attendersi alcuna svolta o passo in avanti. L’unica speranza potrebbe essere quella di recuperare un clima costruttivo, come ha chiesto il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, il quale ha ammonito: “La crisi rimarrà irrisolvibile finché ci sarà qualcuno che non vuole risolverla e che di fatto la usa per i propri tornaconti di consenso”. Nei palazzi delle istituzioni europee è palpabile il fastidio nei confronti di certe prese di posizioni muscolari contro l’Ue. Anche il ministro degli Esteri, Moavero, volato a Bruxelle per una riunione del Consiglio Affari Generali, ammettendo che il clima non sia dei migliori per una soluzione condivisa, sui migranti ha detto: “Siamo molto divisi, anche aspramente. Ma si tratta di una questione reale, politica e concreta, con un’incidenza sui flussi elettorali”. Un tema, insomma, su cui potrebbe giocarsi una buona fetta di campagna elettorale per le europee in calendario la prossima primavera.

In concomitanza dell’incontro di Salisburgo, l’Unione Africana ha espresso ‘sconcerto’ per le frasi del vice premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini. L’Organizzazione Africana, in un comunicato ha scritto: “Nella recente conferenza a Vienna ha paragonato gli immigrati africani agli schiavi. L’Unione Africana chiede al vice premier italiano di ritirare la sua sprezzante affermazione sui migranti africani”. Già nei giorni scorsi il ministro aveva tuttavia precisato il senso della sua frase spiegando di non aver mai definito schiavi i migranti.

L’ufficio stampa del ministro Salvini aveva scritto: “E’ necessario smentire seccamente alcune ricostruzioni della stampa internazionale, secondo le quali il ministro Salvini avrebbe definito ‘schiavi’ gli immigrati africani. Come è facilmente verificabile dai numerosi video e dalle dichiarazioni del ministro, Salvini non ha mai insultato gli africani, ma anzi ha censurato l’idea di farli arrivare in Europa per costringerli a lavorare e/o a vivere in condizioni così degradate da ricordare, appunto, la schiavitù. Esattamente il contrario di quanto riportato da alcuni organi di informazione stranieri”.

Criticando la posizione del vice premier e ministro dell’Interno Matteo Salvini sulla questione dei migranti, nel comunicato dell’Organizzazione Africana si legge anche: “L’Unione Africana invita l’Italia a seguire l’esempio e sostenere altri Paesi membri dell’Unione europea, come la Spagna, che hanno dato sostegno e protezione ai migranti in difficoltà, indipendentemente dalla loro origine e status legale, prima che il loro status per l’ammissione venisse determinato. L’emigrazione dall’Italia, negli ultimi due secoli, è stata il più importante caso di migrazione di massa nella Storia moderna dell’Europa, poiché dal 1861 al 1976 oltre 26 milioni di persone hanno lasciato il Paese e l’Italia ha beneficiato grandemente di questa gigantesca diaspora attraverso le rimesse e il commercio”.

Domani sapremo come si concluderà il summit europeo a Salisburgo. Ma sembrerebbe che non ci saranno passi avanti nella UE per regolamentare un fenomeno che è sempre esistito tra i diversi popoli della terra e che l’Italia aveva ottimamente risolto con la legge ‘Martelli’.

Salvatore Rondello

Migranti, l’Ue raffredda gli entusiasmi di Salvini

migrantiLa risposta non è stata quella che si aspettava il ministro Salvini. La linea dura contro l’Europa si scontra con la Commissione. Il coordinameto chiesto a gran voce dal governo Conte infatti sarà possibile solo a sbarco avvenuto. Non prima. La Commissione europea, si legge in un comunicato potrà “coordinare gli Stati membri” solo dopo che i migranti “saranno sbarcati”. Lo ha detto una portavoce dell’esecutivo comunitario, Natasha Bertaud, soffermandosi sulla lettera di Jean-Claude Juncker al presidente del Consiglio, Giuseppe Conte. “La Commissione – ha spiegato – può agire solo nel quadro delle sue competenze e la Commissione non ha competenza in materia ricerca e soccorso in mare e nella determinazione del punto di sbarco”.

Gli sbarchi “non sono qualcosa che possiamo coordinare e che coordineremo”. Per contro, quello che la Commissione può fare “una volta che le persone siano sbarcate è coordinare tra gli Stati membri per prendere una parte di quelli che sono stati sbarcati”. Insomma la Commissione condivide “il sentimento di urgenza dell’Italia” e lavorerà tutta l’estate “per rafforzare la guardia di frontiera e costiera europea” e concorda “sulla necessità di meccanismi coordinamento” più strutturato. Al tempo, stesso, però, fissa qualche paletto rispetto alle pretese italiane: le soluzioni “ad hoc” come quelle dei 450 migranti di Pozzallo non sono sostenibili e la Ue non ha competenza per determinare il “porto sicuro” degli sbarchi dopo i salvataggi in mare. Jean-Claude Juncker nella lettera inviata al premier italiano Giuseppe Conte  raffredda i facili entusiasmi di Salvini. Il documento, sottoposto anche all’attenzione del presidente dell’Eurogruppo Donald Tusk, risponde alla doppia missiva di Conte per fare pressing su Bruxelles in vista di una soluzione comunitaria per la questione migratoria. La sintesi sembra essere che la Commissione comprende e ascolta le istanze italiane, ma non può forzare le competenze della Ue e ribadisce l’urgenza di una soluzione condivisa. Anche se il mezzo flop del consiglio Ue del 28-29 giugno lascia intendere che la strada di un progetto unitario sia abbastanza accidentata.

Trump, Putin e le nuove relazioni multilaterali

trump putinLe alleanze internazionali, che hanno garantito pace e stabilità per un cinquantennio, sembrano spazzate via dalle misure isolazioniste prese dall’Amministrazione americana, guidata dal Presidente Donald Trump. Ormai nessun commentatore si stupisce, più di tanto, delle affermazioni del tycoon. Alla Cbs News, a proposito del ruolo degli Usa nello scacchiere globale, Trump ha affermato: “penso che abbiamo molti nemici, credo che l’Unione europea sia un nemico per quello che fa a livello commerciale. La Russia è un nemico per certi aspetti, la Cina è un nemico economicamente. Certamente sono nemici, ma questo non significa che siano cattivi. Non significa niente, significa che sono competitivi”.

Leggendo queste dichiarazioni, si comprende il recente attivismo delle Istituzioni europee, i cui massimi rappresentanti, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker e il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, hanno incontrato la delegazione cinese e, in seguito, hanno partecipato alla firma dell’Economic Partnership Agreement tra Ue e Giappone.

Entrambi gli avvenimenti rappresentano una forte risposta dell’Europa al protezionismo americano e al “ritrovato feeling” tra Donald Trump e il presidente russo Vladimir Putin. Emerge la necessità, da parte dell’Ue, di ritagliarsi uno spazio autonomo dallo storico alleato, che mai come adesso risulta ondivago e contraddittorio nello scacchiere internazionale. Anche per questo, in patria, il presidente Trump viene fortemente criticato dal mondo dell’informazione e, in modo bipartisan, da esponenti democratici e repubblicani.

Le nuove relazioni multilaterali dell’Unione Europea guardano ad Oriente, ai mercati asiatici e alle enormi opportunità offerte dalla Cina e dal Giappone. Dell’Accordo di partenariato economico con il Giappone, firmato il 17 luglio, a Tokyo, si è scritto, anche sul nostro quotidiano, sottolineando come questo sia il più rilevante trattato mai negoziato tra le due aree economiche.

In esso si prevede la graduale eliminazione dei principali dazi sulle importazioni: il Giappone li toglierà sul 94% dei prodotti esportati dall’Unione europea, mentre quest’ultima cancellerà le imposte sul 99% delle merci giapponesi.

Tuttavia, quest’accordo ha suscitato diverse criticità, ad esempio da parte dell’intergruppo “No Ceta”, costituitosi nelle assemblee parlamentari italiane della passata legislatura e formato da esponenti di tutti gli schieramenti, cosi come è stata espressa contrarietà da Greenpeace e da altre organizzazioni sociali.

Secondo i critici, l’accordo tutelerebbe un modesto numero di denominazioni di origine, non proteggendo, sufficientemente, il Made in Italy. Inoltre, si critica il controllo inadeguato che l’Unione Europea sarebbe legittimata a fare sulle importazioni di prodotti alimentari giapponesi, con il rischio della presenza di Ogm.

Infine, si accusa l’accordo di abbassare le tutele sul lavoro, poiché il Giappone non ha ancora ratificato due delle otto convenzioni dell’Organizzazione internazionale del lavoro, un’agenzia specializzata dell’ONU che si occupa di promuovere i diritti umani e la giustizia sociale con una particolare attenzione al tema del lavoro, in tutti i suoi aspetti.

Queste obiezioni dovranno essere affrontate per evitare che gli accordi si rivelino infruttuosi o, peggio ancora, controproducenti per le produzioni locali e i mercati europei.

Per quel che riguarda il ventesimo summit Ue-Cina, si è concordato di sviluppare ulteriormente la partnership strategica, tramite una serie di misure connesse ai “cambiamenti climatici e all’energia pulita”. In conclusione del summit è stata firmata, dai leader Ue e dal premier cinese Li Keqiang, una “dichiarazione congiunta” sui temi che costituiscono la partnership.

Cina e Unione Europea hanno ribadito il sostegno per la risoluzione pacifica della questione nucleare nordcoreana attraverso mezzi diplomatici e per una completa denuclearizzazione della penisola coreana; così come l’impegno a favore della piena attuazione dell’accordo nucleare in Iran.

Di contro, persistono rilevanti differenze sul tema dei diritti umani, ciò nonostante si è deciso di “intensificare gli scambi in seguito al recente dialogo sui diritti umani”.

Sui temi del summit euro-cinese, il Presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk ha dichiarato: “nello stesso giorno in cui l’Europa incontra la Cina a Pechino, il presidente americano Trump e il presidente russo Putin si parleranno a Helsinki, siamo tutti consapevoli del fatto che l’architettura del mondo sta cambiando sotto i nostri occhi. Ed è nostra responsabilità comune fare che sia un cambiamento per il meglio”.

Tusk ha ricordato, “che il mondo che per decenni abbiamo costruito, a volte con contrasti, ha portato la pace per l’Europa, lo sviluppo della Cina e la fine della Guerra fredda. E’ un dovere comune non distruggere quest’ordine, ma migliorarlo”.

Infine, il Presidente del Consiglio Europeo ha esortato i presidenti di Usa, Russia e Cina ad “avviare congiuntamente il processo di riforma dell’Organizzazione mondiale del commercio, al fine di prevenire conflitti e caos”, scongiurando guerre tariffarie a favore di comuni soluzioni basate su regole eque.

Soluzioni comuni che passano dal superamento di rigidità e chiusure nazionalistiche, dall’abbandono dei sovranismi e dalla riscoperta di relazioni internazionali guidate da spirito di leale collaborazione e cooperazione.

In questo senso è preoccupante che il rapporto tra Usa e Ue si stia deteriorando, a causa della mediocrità dell’amministrazione statunitense nell’affrontare le grandi sfide geopolitiche ed emerge la necessità di un rapido cambio di passo in direzione della difesa di un rinnovato multilateralismo.

Paolo D’Aleo

Istat e Fmi vedono l’economia in rallentamento

istat pil mezzogiornoL’Istat ha diffuso oggi i dati sull’inflazione. A giugno l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente e dell’1,3% su base annua (in crescita dal +1,0% registrato a maggio). La stima preliminare era +1,4%. L’accelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (da +5,3% di maggio a +9,4%) ed è sostenuta anche da quelli dei Beni alimentari non lavorati (da +2,4% a +3,4%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +1,7% a +2,9%).

Pertanto l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari a +0,8% (stabile rispetto a maggio) e quella al netto dei soli beni energetici è in accelerazione da +0,8% registrato nel mese precedente a +1,0%. L’aumento congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo è dovuto principalmente ai rialzi dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+2,3%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+2,2%), i cui effetti sono solo in parte mitigati dai cali congiunturali di quelli dei beni alimentari non lavorati (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-1,4%).

L’inflazione accelera sia per i beni (da +1,0% registrato nel mese precedente a +1,5%) sia, in misura lieve, per i servizi (da +0,9% a +1,0%); il differenziale inflazionistico tra servizi e beni rimane negativo ma di ampiezza più marcata rispetto a maggio (da -0,1 punti percentuali a -0,5 punti percentuali). L’inflazione acquisita per il 2018 è +1,0% per l’indice generale e +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano un calo dello 0,2% su base mensile e un aumento del 2,2% su base annua (da +1,7% registrato a maggio). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto salgono dello 0,2% in termini congiunturali e del 2,7% in termini tendenziali (da +2,0% del mese precedente).

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) aumenta dello 0,2% in termini congiunturali e dell’1,4% in termini tendenziali (da +1,0 di maggio). La stima preliminare era +1,5%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su base mensile e dell’1,2% rispetto a giugno 2017. Secondo l’Istat, l’inflazione a giugno continua a crescere nelle componenti legate maggiormente agli acquisti quotidiani delle famiglie. Infatti l’accelerazione della crescita dei prezzi al consumo è di nuovo trainata dai prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (in particolare carburanti insieme con frutta fresca e vegetali freschi), che registrano un aumento su base annua più che doppio di quello generale. Un contributo inflazionistico deriva anche dai prezzi dei trasporti, che da inizio anno mostrano tensioni crescenti.

Per il Fondo Monetario Internazionale, nel 2018 l’economia italiana crescerà solo dell’1,2% con un ulteriore rallentamento a +1,0% il prossimo anno. Le nuove stime del Fmi fornite nell’aggiornamento del World Economic Outlook sono state riviste al ribasso: rispetto alle valutazioni dello scorso aprile, la crescita italiana è stata tagliata di 0,3 punti quest’anno e di 0,1 punti nel 2019. A spingere il Fondo al ribasso è il peso sulla domanda interna legato all’aumento dello spread sui titoli di Stato e alle più rigide condizioni finanziarie, provocate dalla recente incertezza politica.

Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato le stime non solo dell’Italia ma anche delle maggiori economie mondiali. Per Germania, Francia e come abbiamo visto l’Italia il Fondo ha rivisto al ribasso di 0,3 punti la stima di crescita Pil del 2018 mentre per Regno Unito e Giappone il taglio è di 0,2 punti. In particolare, ha segnalato un aumento dei rischi al ribasso anche nel breve termine, con una espansione economica, che sebbene confermata a livello globale al 3,9% sia quest’anno che nel 2019, sta diventando meno omogenea. In dettaglio, la crescita delle economie avanzate dovrebbe confermarsi quest’anno al +2,4%, stesso livello del 2017, per poi scendere a +2,2% il prossimo anno. Il dato relativo al 2018 è stato pertanto rivisto al ribasso di 0,1 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Per gli Usa il Fondo conferma un Pil a +2,9% nel 2018 e a +2,7% il prossimo anno mentre l’eurozona dovrebbe registrare una crescita del 2,4% quest’anno e del 2,2% il prossimo con una revisione al ribasso rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti.

Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura a luglio, ha confermato il cambio di marcia del Paese, in linea con l’andamento delle maggiori economie avanzate (?). Nella nota dell’Upb si legge: “La ripresa economica in Italia ha parzialmente perso slancio e rischia di avere un effetto trascinamento anche sul 2019. Le stime dei modelli di breve periodo dell’Upb segnalano un rallentamento dell’attività economica, che si potrebbe protrarre nel corso dell’estate, determinando un lieve peggioramento delle previsioni di crescita per l’anno in corso e influenzando, in considerazione del minor effetto di trascinamento, anche i risultati del 2019”.

Nella media del 2018, l’espansione del Pil si attesterebbe all’1,3%, lievemente al di sotto della previsione Upb dello scorso maggio (1,4%). Per effetto della minore crescita acquisita anche l’incremento previsto per il 2019 registrerebbe una correzione al ribasso con una crescita del Pil di poco superiore all’1%.

Secondo quanto ha osservato l’Upb: “Nei primi mesi dell’anno, a un buon andamento dei consumi ha fatto riscontro quello negativo di investimenti ed esportazioni. Nonostante un leggero calo del potere di acquisto delle famiglie (0,2 per cento nel primo trimestre) la dinamica dei consumi ha registrato un recupero nel primo trimestre dell’anno (0,4 per cento in termini congiunturali). Questo andamento ha beneficiato del clima di fiducia delle famiglie e delle dinamiche occupazionali, che consolidandosi potrebbero continuare a sostenere nel breve termine i piani di spesa delle famiglie. Nei primi tre mesi dell’anno, inoltre, la dinamica congiunturale dell’accumulazione del capitale ha subito una battuta d’arresto (dell’1,4 per cento), riassorbendo parte de i progressi conseguiti nel 2017. A pesare sulle decisioni di investimento, ha verosimilmente influito l’incertezza relativa al prolungamento per quest’anno delle agevolazioni fiscali per l’acquisto di impianti e macchinari, in contrazione del 2,4 per cento nei primi tre mesi del 2018. È risultato negativo anche l’apporto all’attività economica da parte degli scambi con l’estero. Nel primo trimestre il volume delle esportazioni, in crescita dalla metà del 2016, ha scontato un calo del 2,1 per cento. Le prospettive di breve termine, secondo le più recenti indagini sugli ordini dall’estero, restano deboli”.

L’esame fatto dall’Ufficio parlamentare di bilancio conferma le valutazioni di rallentamento dell’economia elaborate anche da Istat e dal Fondo Monetario Internazionale.

A quanto già indicato, si aggiungono i deboli segnali di crescita su base mensile del fatturato e ordini dell’industria a maggio scorso, confermando la tendenza di rallentamento su base annua. Secondo i dati dell’Istat, il fatturato ha registrato un aumento per il terzo mese consecutivo, pari all’1,7% rispetto ad aprile mentre nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo cresce dello 0,4% sui tre mesi precedenti. Anche gli ordinativi registrano una variazione congiunturale positiva (+3,6% di cui un più 5,5% per l’estero), che segue la flessione del mese precedente (-0,6%). Nella media degli ultimi tre mesi sui tre mesi precedenti si registra, tuttavia, una riduzione pari all’1,1%. Fa eccezione il fatturato dell’industria automobilistica diminuito rispetto al 2017 (-6,1%).

Nella nota dell’Istat si legge: “Gli indici destagionalizzati del fatturato e degli ordinativi raggiungono a maggio i livelli più alti da inizio anno sia per il fatturato interno sia per quello estero. L’incremento congiunturale del fatturato coinvolge tutti i principali settori, con una spinta ulteriore proveniente dalla vivace dinamica dei prodotti energetici. In volume, il comparto manifatturiero registra un incremento congiunturale dell’1,5%, rimanendo sostanzialmente stabile nella media degli ultimi tre mesi”.

Preoccupazioni arrivano anche dalla CNA sulla pressione fiscale. Analogamente all’allarme recentemente lanciato dalla Cgia di Mestre, nel rapporto 2018 dell’Osservatorio Cna sulla tassazione delle piccole imprese in Italia, giunto alla quinta edizione, dal titolo ‘Comune che vai, fisco che trovi’ in cui si analizza il peso del fisco sul reddito delle piccole imprese in 137 comuni tra cui tutti i capoluogo di provincia, è stata elaborata la seguente proiezione: “La pressione fiscale media sulle piccole imprese, se non interverranno correttivi, quest’anno tornerà a salire. Lievemente, lontana dal picco del 2012, ma con un segno “più” che non può certo rallegrare l’ossatura portante del sistema produttivo italiano. Il dato di sintesi, inoltre, non fotografa le profonde differenze nella tassazione locale. La realtà italiana è molto complessa. Tanto da far emergere non una pressione fiscale, ma numerose pressioni fiscali”.

L’Osservatorio ha calcolato il Total tax rate (Ttr), vale a dire l’ammontare di tutte le imposte e di tutti i contributi sociali obbligatori che gravano sulle imprese espresso in percentuale sui redditi. Individua, inoltre, il Tax free day (Tfd), cioè il giorno della liberazione dalle tasse, la data fino alla quale l’imprenditore deve lavorare per l’ingombrante ‘socio’ pubblico. A differenza di altri organismi, anche internazionali, l’Osservatorio CNA ha basato la sua analisi sull’impresa tipo italiana , con un laboratorio e un negozio, ricavi per 431mila euro, un impiegato e quattro operai di personale, 50mila euro di reddito.

La pressione fiscale media sulla piccola impresa tipo italiana, salita nel 2017 dello 0,3% al 61,2%, nel 2018 è destinata a crescere ancora, portandosi al 61,4%. Un incremento compiutamente ascrivibile all’aumento programmato della contribuzione previdenziale dell’imprenditore. Di conseguenza, il giorno della liberazione fiscale media si allungherà di altre ventiquattr’ore, per arrivare all’11 agosto, contro il 10 agosto del 2017 e il 9 agosto del 2016. Intanto si va ampliando il divario tra la pressione fiscale che grava sulle piccole imprese e quella media nazionale. Nel 2017 è andata dal 61,2% sulle piccole imprese al 42,4% sulla totalità dei contribuenti: un’ingiustizia, per CNA, che vale 18,8 punti percentuali.

Oltre alle problematiche economiche endogene evidenziate, bisogna tenere conto anche della componente esogena dettata dall’espansione del protezionismo.

In tal senso, in merito alle tensioni commerciali, nella conferenza stampa congiunta con il premier cinese Li Keqiang ed il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha lanciato un appello affermando: “E’ comune dovere di Ue, Cina, Usa e Russia non iniziare guerre commerciali. C’è ancora tempo per prevenire il conflitto e il caos”.

La Cina ha deciso di ricorrere al Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, contro la minaccia di dazi aggiuntivi al 10% annunciati dagli Usa sull’import ‘made in China’ per 200 miliardi di dollari ex art.301 dello Us Trade Act. La mossa, annunciata con un post sul sito del ministero del Commercio, cade nel giorno in cui Cina e Ue, nel loro 20/mo summit annuale, hanno ribadito l’impegno congiunto per il multilateralismo e il libero scambio.

Gli Stati Uniti fanno ricorso alla Wto contro cinque dei suoi membri per ‘dazi illegali’. Gli Usa puntano il dito contro Cina, Unione Europea, Canada, Messico e Turchia per le misure ritorsive decise dopo i dazi all’alluminio e l’acciaio imposti dagli Usa. In un comunicato del rappresentante per il Commercio degli Usa, si legge: “I dazi sull’acciaio e l’alluminio imposti dal presidente Trump sono giustificati sulla base degli accordi internazionali approvati fra gli Usa e i suoi partner”.

Il lettore dovrà comunque ricordarsi che per il 2018, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, l’incremento del Pil viaggia per l’Italia all’1,2%, mentre per gli Stati Uniti d’America la proiezione è al 2,9%.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, recentemente ha manifestato preoccupazione per il propagarsi del protezionismo nel mondo. Sullo stesso argomento, ancora non sappiamo quale posizione intenderà assumere il Governo Conte.

S. R.

LA CONTROFFENSIVA

LIBERO SCAMBIO GIAPPONEDopo l’abbraccio tra Putin e Trump le reazioni americani e non solo, sono arrivate come era doveroso aspettarsi. Un accordo che in Usa viene definito come una “vergogna”, “poco meno di un tradimento”, “scandaloso”. L’immagine di un presidente che si schiera con un capo di Stato straniero, e per giunta sospettato da un’indagine ufficiale in corso di attività antiamericana, rifiutandosi di appoggiare le proprie stesse agenzie di intelligence impegnate nell’inchiesta sul Russiagate, ha sconvolto i commentatori delle reti televisive nazionali, politici repubblicani e democratici e naturalmente gli stessi funzionari dell’amministrazione coinvolti. L’immagine di un presidente che appoggia e sostiene le tesi antiamericane di Putin in netto contrasto con quelle della amministrazione Usa non poteva lasciare indifferenti. Un gioco di sponda tra i due. Putin per uscire dall’isolamento internazionale, Trump per uscire indenne dal Russiagate con una battaglia isolazionista iniziata con i dazi che si arricchisce quotidianamente di nuove tariffe e minacce.

Una guerra dichiarata alla quale l’Europa, Cina e  il Giappone hanno dato una controffensiva imboccando la strada opposta. Il vertice Ue-Cina di ieri e quello Ue-Giappone di oggi lanciano un messaggio forte in direzione della difesa del multilateralismo da un lato, e della volontà di incrementare le relazioni economiche reciproche dall’altro. L’accordo di libero scambio firmato oggi è maggiore mai siglato tra Europa e Giappone. A firmare, il presidente della Commissione Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e il premier giapponese Shinzo Abe. Una sigla che arriva all’indomani della visita della delegazione del Vecchio continente in Cina, dove altri impegni – molto meno stringenti, ma politicamente rilevanti – sono stati presi.

Si tratta di “un messaggio potente contro il protezionismo”, dichiarano Abe e Juncker. “Quella di oggi è una data storica allorché celebriamo la firma di un accordo commerciale estremamente ambizioso tra due delle più grandi economie del mondo”, commentano ancora i due leader. “Con il più grande accordo commerciale bilaterale mai siglato – ha scritto su Twitter Donald Tusk – oggi cementiamo l’amicizia nippo-europea. Geograficamente, siamo lontani. Ma politicamente ed economicamente potremmo difficilmente essere più vicini. Condividiamo i valori della democrazia liberali, dei diritti umani e dello stato di diritto”. Anche a livello interno, a differenza del Ceta col Canada o del Ttip con gli Usa, questo accordo ha ricevuto l’appoggio del M5s. Soltanto pochi fa, sul blog delle stelle Tiziana Beghin annotava: “L’accordo di partenariato economico con il Giappone non è perfetto: se fosse stato negoziato sotto gli occhi vigili del governo MoVimento 5 Stelle sarebbe senz’altro migliore, ma le opportunità che offre alle nostre imprese e ai nostri cittadini sono immense e superano gli aspetti negativi”.

Nella comunicazione ufficiale di Bruxelles si ricorda che l’accordo, che riguarda 600 milioni di persone, ha effetto su un export europeo che già vale 58 miliardi in termini di beni e altri 28 miliardi per i servizi. Il cosiddetto accordo Jefta (Japan-Ue free trade agreeement) chiude le trattative avviate nel 2013 e copre un’area di libero scambio che riguarda quasi un terzo del Pil mondiale. “Una volta attuato completamente l’accordo, il Giappone avrà soppresso i dazi doganali sul 97% dei beni importati dall’Ue (in termini di linee tariffarie)”, per una stima di 1 miliardo l’anno di risparmi, diceva già ad aprile Bruxelles nel corso degli ultimi incontri per arrivare alla firma.

EDUCAZIONE ALL’IMMAGINE

trump putin helsinkiUn faccia a faccia che aspettavano tutti da tempo, ma si è trattato di un incontro che punta più a ridare luce all’immagine di Trump e Putin che a risolvere questioni rimaste ormai sotto al tappeto da tempo. Di fronte a cronisti e fotografi, a Helsinki, entrambi i presidenti di due Paesi in continua competizione si sono fatti immortalare mentre si stringevano amabilmente la mano.
Avere il presidente americano in casa russa, anche se Trump è arrivato con un’ora di ritardo, è molto più di un evento, tanto che il Cremlino ha definito il summit, l'”evento principale dell’estate, per quanto riguarda la diplomazia internazionale”. Putin e Trump si sono incontrati solo due volte e “a margine” di vertici internazionali, ma non era ancora stato organizzato un vero e proprio bilaterale.
Un ottimo inizio per tutti: con queste parole il presidente statunitense, Donald Trump, ha commentato l’incontro bilaterale con l’omologo russo Vladimir Putin che è terminato dopo oltre due ore. Ora, sempre presso la sede del palazzo presidenziale di Helsinki, in Finlandia, è in corso la riunione in formato esteso cui partecipano le delegazioni dei due paesi. “Penso che sia un buon inizio, un ottimo inizio per tutti”, ha detto Trump commentando l’andamento della riunione.
A far eco Putin: “Col presidente Trump abbiamo sempre mantenuto contatti regolari anche per telefono. Ora però è arrivato il momento di una discussione franca su vari problemi internazionale e temi sensibili. E ce n’è più d’uno che merita la dovuta attenzione”.
Sul tavolo delle discussioni l’Ucraina, la Siria e il New Start Treaty, il trattato sulla riduzione delle armi nucleari firmato nel 2010 e che scade nel 2021.
Nessuna dichiarazione congiunta, eccetto il “no comment” da parte dei due leader, almeno in via ufficiale, sulla questione delle presunte interferenze russe nelle elezioni americane del 2016. Ai numerosi cronisti riuniti nella sala che hanno provato a strappare a Trump una parola sulla questione, il presidente Usa non ha risposto. Lo stesso Putin ha nicchiato con un sorriso alle domande sul caso Russiagate. Ma l’inchiesta di Robert Mueller sulle ingerenze russe nelle elezioni del 2016 porta con se anche recenti strascichi, questo altri dodici funzionari dell’intelligence militare russa sono stati ufficialmente incriminati dal Dipartimento alla giustizia USA per avere, in modi diversi, cercato di influenzare il processo elettorale delle presidenziali.
The Donald anche se non ha commentato il Russiagate, lo ha usato per criticare gli avversari: “Il nostro rapporto con la Russia non è MAI stato peggio di così grazie a molti anni di follia e stupidità USA e adesso, la CACCIA ALLE STREGHE MANIPOLATA” aveva scritto questa mattina. “Siamo d’accordo” è la reazione dell’account Twitter del ministero degli Esteri russo al tweet di Donald Trump. Il riferimento del presidente Usa è a Barack Obama e al Russiagate. L’ex presidente “non ha fatto nulla” rispetto alla sospetta ingerenza della Russia nelle elezioni Usa: “Ha detto che non poteva succedere, che non era un gran problema” ha scritto Donald Trump in un tweet.
Ma la ritrovata ‘vicinanza’ tra il presidente Usa e il presidente russo innesca timore nel Vecchio Continente, Donald Trump ha infatti detto che gli Usa hanno “molti nemici”, compresa l’Ue, in particolare rispetto a “cosa fanno a noi in tema di commercio”. “Non lo si crederebbe dell’Ue, ma sono un nemico”, ha detto. Rintuzzato subito dal presidente del Consiglio Ue Donald Tusk: “L’America e l’Ue sono i migliori amici. Chiunque dica siano nemici, diffonde fake news”. Trump ha spiegato inoltre che, grazie al suo intervento a Bruxelles, la Nato si presenta a questo appuntamento “più forte che mai”.
Ma il legame con il Cremlino non piace nemmeno agli stessi americani, contro la prospettiva di Trump a qualsiasi apertura nei confronti della Russia, non sono solo i democratici, ma anche il Partito Repubblicano. Il senatore repubblicano John Kennedy ha spiegato che “non ci si può fidare di Putin” e che avere a che fare con le autorità russe è come “fare accordi con la mafia”. Mette ampi paletti il suo collega Thom Tillis, che ha spiegato che qualsiasi intesa tra Putin e Trump non avrà comunque valore, perché “prima deve passare dal Congresso”.

STALLO SUPERATO

Giuseppe-ConteDopo una lunghissima riunione, al summit dei ventotto Paesi Ue, si è approdati ad un accordo. L’Unione Europea è salva e potrà proseguire il suo cammino.

Il premier Giuseppe Conte, lasciando all’alba il vertice europeo, visibilmente soddisfatto, ha elencato, un articolo dopo l’altro, il testo delle conclusioni del summit per dimostrare come i partner Ue abbiano recepito e sottoscritto molte delle richieste del piano in dieci punti presentato da Roma. Conte ha detto: “E’ stato un lungo negoziato. Da questo Consiglio europeo esce un’Europa più responsabile e solidale: l’Italia da oggi non è più sola”.

Il presidente del Consiglio europeo, il polacco Donald Tusk, dopo una maratona di trattative durata tredici ore, con un laconico messaggio su Twitter poco dopo le 4,30 della notte, ha annunciato il superamento dello stallo di ieri al vertice di Bruxelles: “I leader dell’Europa a 28 hanno raggiunto un accordo sulle conclusioni del Consiglio europeo, incluso il tema delle migrazioni”.

Era stata proprio l’Italia ad opporsi alle conclusioni del Consiglio. Nella giornata di ieri, proprio la posizione italiana aveva fatto saltare la prevista conferenza stampa dello stesso Tusk con il presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker. Roma infatti aveva chiesto che fosse subordinata a un’intesa su tutti i contenuti del documento, compresa la questione della gestione dei flussi migratori. Il premier italiano, scontrandosi fra gli altri con il primo ministro svedese, Stefan Lofven che gli ha rinfacciato un atteggiamento non appropriato, ha rivendicato: “Sono un giurista e questo documento ha un solo numero di protocollo, dunque va approvato in toto o l’Italia non ci sta”.

Nella prima giornata del vertice si sono inseguite le indiscrezioni, diffuse prima da parte francese e poi da parte delle fonti governative italiane, sui possibili contenuti dell’accordo cui stavano lavorando il presidente Emmanuel Macron e il leader italiano. Illustrandoli, Conte all’alba di venerdì ha spiegato: “E’ passato il principio che il tema della regolazione dell’emigrazione e della gestione dei flussi migratori deve essere affrontato secondo un approccio più integrato, come avevamo richiesto, che riguardi sia la dimensione esterna, sia quella interna, sia il controllo delle frontiere”. Inoltre, ha sottolineato, “è affermato il principio chi arriva in Italia arriva in Europa”. Testualmente, in realtà, in questo punto delle conclusioni è scritto che la sfida dell’immigrazione “non riguarda un singolo Stato membro, ma l’Europa nel suo insieme”.

Conte ha continuato: “Nel paragrafo 3 è affermato il principio che tutte le navi che solcano il Mediterraneo devono rispettare le leggi, quindi anche le Ong, e non devono interferire con le operazioni della guardia costiera libica”. Questo punto nella prima bozza non c’era.

Il premier Conte ha poi citato il paragrafo 5, che afferma: “Il principio di un nuovo approccio per quanto riguarda il salvataggio in mare: d’ora in poi si prevedono azioni basate sulla condivisione e quindi coordinate tra gli Stati membri”. Conte ha continuato: “Sempre al paragrafo 5 è prevista poi la possibilità di creare, di istituire dei centri di accoglienza per consentire lo sbarco, e se del caso il transito dei migranti anche verso paesi terzi sotto il coordinamento e la cooperazione dell’Alto Commissariato Onu per i Rifugiati e dell’Organizzazione internazionale per le Migrazioni”. Questo punto riguarda le “piattaforme di sbarco regionali” al di fuori dell’Europa, e in particolare in Nordafrica, di cui già si parlava nella prima bozza di conclusioni. Tra le altre rivendicazioni di palazzo Chigi, i 500 milioni di finanziamento del fondo per l’Africa e la dichiarazione di principio sulla necessità di riformare il regolamento di Dublino.

Infine, il punto della possibilità di creare centri di accoglienza negli Stati membri ma su base volontaria. Si tratta, in sostanza, della prefigurazione di quella “coalizione dei volenterosi” di cui parlava nei giorni scorsi la cancelliera Merkel: un accordo fra gli Stati membri che vorranno effettivamente condividere la gestione dello smistamento dei migranti dopo il loro salvataggio in mare e sbarco nei “centri di accoglienza” (o, come vengono chiamati nelle conclusioni, “centri controllati”) che funzioneranno “con il pieno sostegno dell’Ue”.

Il presidente francese, Emmanuel Macron, all’uscita dal Consiglio, ha detto: “L’accordo sulle conclusioni del Consiglio europeo sull’immigrazione, raggiunto stamattina dopo una lunga notte di negoziati, è una tappa importante perché siamo riusciti a ottenere una soluzione europea e un lavoro di cooperazione. L’Europa vivrà ancora per lungo tempo la sfida dell’immigrazione: dobbiamo farvi fronte a restando fedeli ai mostri valori. In molti avevano previsto che non ci sarebbe stato un accordo, che sarebbe stato il trionfo delle soluzioni nazionali. Stasera siamo riusciti a trovare una soluzione europea”.

Angela Merkel ha definito ‘un buon segnale’ il fatto che sia stato raggiunto un accordo a 28. La cancelliera, che rischia la tenuta del suo governo, è riuscita ad ottenere il riferimento ai movimenti secondari. Infatti, nel documento si legge: “I paesi devono prendere tutte le misure necessarie e collaborare strettamente tra di loro per contrastare i movimenti secondari”. Si tratta ora di capire se basterà a Horst Seeheofer, il ministro tedesco falco.

Secondo il premier polacco, Mateusz Morawiecki, la chiave che ha aperto la porta ad un’intesa, è stata la volontarietà di partecipare ai meccanismi che sono stati introdotti. Di sicuro i leader sono riusciti a trovare un compromesso su cui pochi avrebbero scommesso alla vigilia della riunione e l’Italia porta a casa un segnale forte dopo una trattativa a tratti anche dura, portata avanti dall’inizio con l’intenzione di chiudere a 28.

Dal vertice è anche venuto il via libera al rinnovo delle sanzioni alla Russia, che ora dovranno essere adottate formalmente. Quindi, non è stata accolta la proposta dell’Italia, fortemente voluta da Salvini, di ridurre le sanzioni alla Russia. Anzi, c’è stata un’estensione delle sanzioni.

Il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha manifestato scetticismo sugli accordi di Bruxelles, dicendo: “Non mi fido delle parole vediamo che impegni concreti ci sono perché finora è sempre stato ‘viva l’Europa viva l’Europa, ma poi paga l’Italia. Vediamo che principi, che soldi e che uomini ci sono, fermo restando che i principi fondamentali era e continua ad essere la protezione delle frontiere esterne, non lasciare sola l’Italia, in investimento vero in Africa e non a parole”. Poi, Salvini ha annunciato: “Le navi delle Ong non vedranno più l’Italia se non in cartolina, ribadendo il no all’accesso ai porti per le navi umanitarie. Ora ci sono due navi davanti alla Libia di Proactiva Open Arms. Chiedo che oggi stesso pubblichino l’elenco dei finanziatori. Loro e le altre Ong, fanno politica, mi danno del razzista e del fascista ma, come dicono i militari italiani e libici, aiutano gli scafisti. L’unico modo per bloccare l’esodo è permettere a quelle ragazze e a quei ragazzi di avere un futuro nelle loro città”. Il vicepremier e ministro dell’ Interno, Matteo Salvini, ospite di “Circo Massimo” su Radio Capital, ha così commentato i risultati del vertice europeo.

Oggi le Borse europee si presentano toniche in mattinata, in recupero dopo le recenti perdite, spinte anche dall’accordo raggiunto nella notte a Bruxelles sui migranti.

Un accordo, tuttavia, non del tutto chiaro e lacunoso che ha lasciato aperte molte problematiche gestionali. Sicuramente positivo è stato il segnale unitario dell’Ue.

Salvatore Rondello

RISPOSTA COMUNE

europa sbarchiL’Unione europea stavolta è pronta a discutere con l’Italia, dopo l’incontro tra la Cancelliera Angela Merkel e il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, si cerca una linea comune da tenere sugli sbarchi dei migranti. Domenica si terrà a Bruxelles un vertice straordinario e informale, in vista del Consiglio europeo che si terrà il 28 e 29 giugno. All’inizio era prevista la partecipazione di quattro Paesi: Germania, Francia, Italia e Spagna. Ma – dalle ultime indiscrezioni – è stato allargato a Grecia, Bulgaria ed Austria. Non è escluso che nelle prossime ore, la lista possa essere ulteriormente aggiornata. I dettagli del vertice saranno discussi oggi a Roma da Donald Tusk che incontrerà sia il capo dello Stato Sergio Mattarella, che il premier Giuseppe Conte. Ma il capo del Viminale, Matteo Salvini, non vuole sentirsi ‘escluso’ e ha fatto subito sapere che nel pomeriggio vedrà il premier Giuseppe Conte con il quale “è in perfetta sintonia” e lavoreranno alla proposta italiana che presenteranno all’incontro. “Abbiamo un incontro oggi pomeriggio con il presidente Conte, ci sarà una proposta italiana al vertice informale sui migranti, il problema non è respingere all’interno dell’Unione, ma usare uomini e soldi per difendere i confini europei”, aggiunge il leader della Lega, all’incontro ci sarà anche l’altro Vicepremier, Luigi Di Maio.
Nella prima bozza della proposta diffusa ieri del Consiglio si introduce, su proposta dell’Italia e con il sostegno dell’Alto commissario per i rifugiati Onu Filippo Grandi, il concetto di “piattaforme di sbarco regionali, in stretta collaborazione con l’Unhcr e l’Oim”. Ossia centri “per gestire quanti prendono la via del mare e sono salvati nel corso di operazioni di ricerca e salvataggio”. Dovranno servire per distinguere tra i migranti economici e quanti necessitano di protezione, “riducendo l’incentivo ad imbarcarsi per viaggi pericolosi”, domani la bozza verrà esaminata (ed eventualmente aggiornata) dagli ambasciatori dei 27 Stati membri.
Ma c’è un altro punto sul quale preme il ministro degli Interni italiano ministro, d’accordo con quello della Migrazione dei Paesi Bassi Mark Harbers che ha incontrato a Roma, i rimpatri più veloci nei paesi di provenienza.
Berlino e Parigi sembrano concordare al momento la necessità di sostenere l’Italia proprio per non creare una spaccatura a livello europeo proprio sulla questione migranti, tuttavia sia Merkel che Macron non faranno un passo indietro sul trattato di Dublino e i migranti saranno rispediti al Paese che ha effettuato la prima registrazione (di solito l’Italia).
Mentre da Parigi la risposta è stata piuttosto ‘formale’ verso Roma, Berlino appariva più disponibile a dare una mano, ma in questi giorni la Cancelliera si ritrova davanti ai problemi interni della Grosse Koalition. Il ministro degli Interni tedesco, Horst Seehofer, ha dato l’ultimatum sui migranti. Il capo della Csu ha annunciato che la Merkel deve trovare un accordo con la Ue entro due settimane oppure “do il via ai respingimenti”.
Eppure proprio oggi nella giornata mondiale del rifugiato, in quella che appare un’emergenza arrivano dati in contrasto con la percezione comune sugli sbarchi, così come evidenziato dall’Ocse.
“Per la prima volta dal 2011, i flussi migratori verso i Paesi dell’Ocse sono in leggera diminuzione, con l’ingresso di circa 5 milioni di migranti permanenti nel 2017 (contro 5,6 milioni ne 2016)”. Nessun emergenza, dunque secondo l’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico. “Questa tendenza – ha aggiunto l’organismo internazionale – si spiega essenzialmente attraverso la riduzione dell’accoglienza dei rifugiati, legata a una forte riduzione delle richieste d’asilo, con circa 1,2 milioni di richieste d’asilo registrate nel 2017 contro 1,6 milioni nel 2016”. L’Ocse fa sapere che mentre “si allontana il picco della crisi dei rifugiati, periodo durante il quale la principale sfida consisteva nel fornire aiuto d’urgenza ai richiedenti asilo e ai nuovi rifugiati, entriamo in una fase complessa di promozione dell’integrazione di chi resta”. A questo punto, ha scritto l’organismo, i leader politici devono far fronte “a due sfide principali: la prima è gestire lo stesso processo d’integrazione senza turbare il mercato del lavoro. Il secondo è rispondere alle preoccupazioni riguardanti l’uso abusivo dei canali di migrazione nonché la percezione che un numero crescente di lavoratori stranieri soggiorna o lavora illegalmente nei Paesi di accoglienza”.