Madri detenute, una stella nel mondo carcerocentrico

Bambino con madre dietro sbarre

I recenti fatti di cronaca hanno riaperto una delle profonde ferite del diritto penale: il (grossissimo) problema-sociale e, soprattutto, giuridico-delle madri detenute. Lo ius puniendi, infatti, nel caso in esame, oltreché “tendere alla rieducazione del condannato (1)”, deve essere mitigato dai diritti-doveri posti, dalla costituzione, a salvaguardia della maternità e dell’infanzia (2): come è facile comprendere, ad oggi, un vero equilibrio tra l’esecuzione della pena e la tutela delle madri carcerate e dei loro figli non è stato raggiunto.

Tale problematica non è da sottovalutare perché i dati ufficiali, attualmente, fotografano la presenza di ben 52 detenute madri-con 62 figli al seguito-all’interno degli istituti penitenziari italiani (3) e questi numeri, dal 93 ad oggi, sono tra i più elevati. Occorre ricordare, inoltre, che la famiglia è una “comunità di persone, che preesiste, di fatto, allo stato e all’ordinamento ed è deputata a svolgere un ruolo primario anche in ambito sociale (4)”: approntare una tutela a favore delle detenute madri e dei loro figli è, pertanto, imprescindibile.

La normativa di riferimento, al fine di fornire tale tutela, prevede espressamente che “alle madri è consentito di tenere presso di sé i figli fino all’età di tre anni. Per la cura e l’assistenza dei bambini sono organizzati appositi asili nido (5)”. Il designato punto di equilibrio tra l’esigenza di punire dello stato ed il rapporto madre-figlio pare, tuttavia, un po’ (troppo?) paradossale: se è vero, ed è vero, che il limite dei tre anni è sorto a seguito della presa d’atto della nocività del carcere, allora, non si comprende come si possa consentire ad un bambino di vivere i primi tre anni della propria vita in tale contesto. “Che si debba punire la colpa dei padri nei figli?”: verrebbe da dire. Fuori dalle (facilissime) provocazioni viene da dire che, come in altri casi, il carcere persegue finalità altre rispetto alla rieducazione e, nel caso de quo, prevarica i diritti costituzionali della maternità.

Le riflessioni sul problema delle madri detenute devono, tuttavia, essere operate tenendo conto dei due differenti piani della “carcerazione”: la fase cautelare va, infatti, distinta nettamente da quella esecutiva della pena. Per quanto attiene all’esecuzione della pena si deve, anzitutto, sottolineare che quest’ultima è differita “se deve avere luogo nei confronti di madre di infante di età inferiore ad anni uno (6)”: un bambino di sei mesi, quindi, potrà trovarsi ristretto insieme alla madre solo se quest’ultima è sottoposta a custodia cautelare in carcere. Se, invece, “una pena restrittiva della libertà personale deve essere eseguita nei confronti di madre di prole di età inferiore a tre anni (7)” la pena può, e non deve, essere differita: già si ravvisa, in tali parole, l’esistenza di una forte discrezionalità in capo al magistrato di turno. Per quanto concerne le misure alternative alla detenzione si potrebbe, al di là della detenzione domiciliare “standard” ex art. 47ter (8), citare la detenzione domiciliare speciale ex art. 47quinquies per la quale “quando non ricorrono le condizioni di cui all’articolo 47ter le condannate madri di prole di età non superiore ad anni dieci, se non sussiste un concreto pericolo di commissione di ulteriori delitti e se vi è la possibilità di ripristinare la convivenza con i figli, possono essere ammesse ad espiare la pena nella propria abitazione (9)”: un’altra norma che, al di là delle facili astrazioni, concede un’eccessiva discrezionalità alla magistratura e, per tale ragione, può divenire di rara applicazione.

Il paradosso della disciplina delle detenute madri si evince, forse ancor di più, allorquando si osservino i vincoli ai quali queste ultime sono sottoposte in funzione cautelare, piuttosto che esecutiva della pena. A tal proposito l’art. 275 comma IV c.p.p. stabilisce che “quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età non superiore a sei anni con lei convivente […] non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza”. In tali ipotesi, a seguito dell’art. 1 comma III della l. 62 del 2011, “il giudice può disporre la custodia presso un istituto a custodia attenuata per detenute madri, ove le esigenze cautelari di eccezionale rilevanza lo consentano (10)”. Si può dire, in estrema sintesi, che, di default, le madri di prole di età non superiore ai sei anni non possono essere sottoposte alla custodia cautelare in carcere: così è, tuttavia, fino a che non sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza. Qualora sussistano, viceversa, il giudice può, sempre se le eccezionali esigenze cautelari lo consentano, sostituire la custodia cautelare in carcere con la custodia presso le “ICAM”: sperimentali e sporadici luoghi di detenzione che, seppure non ne possiedano il nome, rimangono tali. Non occorre sottolineare che nelle misure cautelari, forse ancor più che nell’esecuzione della pena, il magistrato sembra divenire depositario di un’eccessiva discrezionalità avendo riguardo alla tematica de quo: si ragiona, infatti, sempre e comunque in un’ottica cautelare saltando, a piè pari, qualsiasi disquisizione sui diritti ed i doveri costituzionalmente garantiti della maternità.

L’osservazione complessiva della disciplina delle detenute madri-nella fase esecutiva della pena ed in quella cautelare-sembra dimostrare che l’enorme problematica ad essa associata è, in realtà, figlia di una più ampia e complessa immagine del diritto penale: si potrebbe dire, con una metafora, che non è altro se non una stella (cadente?) dell’universo carcerocentrico.

Si può dire, infatti, che il carcere venga dipinto, sempre e comunque, come la pena maggiormente idonea a fronteggiare la pericolosità sociale e, conseguentemente, più adeguata a tutelare le esigenze di sicurezza dei consociati: questa concezione si riflette, indubbiamente, nella tematica delle madri detenute. La normativa sul tema, infatti, può “reggere costituzionalmente” fintantoché ci si trovi innanzi a detenute madri che abbiano commesso (o siano indagate per) reati di modesta entità: che dire, tuttavia, quando le detenute siano ritenute socialmente pericolose? Nella tragica realtà dei fatti non è, infatti, peregrino sostenere che la pericolosità sociale si desume, per lo più, dalla gravità del reato oggetto del giudizio: ed è proprio quando quest’ultimo è grave che il sistema carcerocentrico e la disciplina delle madri detenute entrano in cortocircuito.

Nel momento in cui si ritiene sussistente la pericolosità sociale, infatti, le madri, quasi sicuramente si vedranno catapultate in carcere insieme ai propri figli di età pari od inferiore a tre anni. Questa riflessione, ahimè, vale in entrambi i binari della carcerazione: l’unica differenza tra i due è che nella fase dell’esecuzione la madre ed il figlio entreranno in carcere solo se quest’ultimo è di età pari o maggiore ad un anno. Successivamente alla condanna, infatti, molto difficilmente un giudice deciderà di differire l’esecuzione della pena nei confronti di una madre con prole di età inferiore a tre anni: non dissimilmente sarà assai arduo ottenere una misura alternativa al carcere come la detenzione domiciliare speciale. Non dissimilmente, per quanto attiene alla fase cautelare, quale giudice, in presenza di pericolosità sociale, eviterà alla madre la custodia in carcere? In buona sintesi, in tal caso, soltanto la madre di infante di età inferiore ad anni uno si eviterà-momentaneamente-il carcere, poiché in tal caso l’esecuzione della pena è differita ex art. 146 c.p.: non è differibile, tuttavia, la custodia cautelare in carcere.

La pericolosità sociale e la gravità del reato oggetto di giudizio sono, in buona sintesi, le scosse in grado di destabilizzare l’intero sistema del diritto penale carcerocentrico: se, infatti, il carcere si considera come la pena “regina” al fine di arginare i “mali della società” allora, ogniqualvolta ci si trovi innanzi ad uno di questi ultimi il primo dovrà, sempre e comunque, essere chiamato in causa, in sfregio ad ogni ulteriore diritto-dovere costituzionalmente garantito. È per tale ragione che occorre “superare il sistema sanzionatorio di tipo carcerocentrico, ingessato nella bipolarità detentivo-non detentivo. La detenzione non deve, cioè, essere concepita quale unica alternativa alla non punizione e la variegatura delle possibili sanzioni […] avrebbe il duplice vantaggio, se attuata con attenzione ed intelligenza, non soltanto di alleviare la situazione carceraria, ma soprattutto di elidere l’effetto criminogeno della struttura carceraria (11)”.

Spesso le grandi innovazioni del diritto penale sono sorte a seguito della loro sperimentazione nel terreno del diritto minorile: perché non smettere di vedere il carcere come la migliore delle pene partendo proprio da qui? Il carcere, infatti, pare godere di un’aura di sacralità idonea a gettarlo, all’interno dell’universo giuridico, in posizione baricentrica: un po’ come se fosse quella terra immaginata dal sistema tolemaico. “Eppur si move”: verrebbe, allora, da dire. Il carcere, infatti, “come accade per tutti i modelli consueti di azione sociale […] si [è

] circondato di un senso di inevitabilità che è contemporaneamente legittimazione dello status quo (12)”: è, tuttavia, nei singoli riflessi di tale visione del diritto penale, tra i quali si annovera il problema delle madri detenute, che si coglie la fallacia della stessa. Fino a che il carcere sarà visto, o si farà finta di vederlo, come la pena più idonea a garantire la sicurezza dei consociati, molto probabilmente, continuerà ad esistere il problema delle madri detenute: i recenti fatti di cronaca, infatti, hanno unicamente creato l’effetto zoom su uno dei rami dell’albero carcerocentrico che, come è facile capire, ha radici ben più nascoste e profonde.

Restiamo in attesa di una rivoluzione copernicana in ambito penale che sappia dimostrare che il carcere non è al centro dell’universo punitivo poiché è soltanto una delle pene possibili (e, molto probabilmente, quella meno efficace) e provi che, casomai, tale posizione è occupata dall’uomo e dalla sua rieducazione. Occorre, infatti, “prendere coscienza del fatto che il diritto penale si basa su una sorta di incanto, su una sorta di illusione [poiché esiste una] trascendenza che fa credere a una differenza tra vendetta, sacrificio e sistema punitivo [e che] consente di ingannare anche la violenza e rompere il rischio di una ritorsione infinita (13)”: se, tuttavia, la pena cardine dell’intero sistema-il carcere-non raggiunge i risultati che promette, allora, l’illusione cessa di esistere e rimane unicamente la tragica realtà conosciuta da tutti.

Daniel Monni

Note
1 Art. 27 Costituzione
2 Artt. 30,31 Costituzione
3 Cfr.
4 MASTROPASQUA G., La legge 21 aprile 2011 n. 62 sulla tutela delle relazioni tra figli minori e genitori detenuti o internati: analisi e prospettive, in Diritto Famiglia, fascicolo IV, 2011, pagina 1853
5 Art. 11, l- 26 luglio 1975, n. 354
6 Art. 146 c.p.
7 Art. 147 c.p.
8 Cfr. l. 354 del 1975
9 Ibidem
10 Art. 285bis c.p.p.
11 CIANI G. Intervento del procuratore generale della corte suprema di cassazione, Roma, 24 gennaio 2014
12 GARLAND D., Pena e società moderna. Uno studio di teoria sociale, Milano, 1999, pagina 41
13 BARTOLI R., Nella colonia di Franz Kafka: Dann ist das gericht zu ende, in Rivista italiana di Diritto e Procedura Penale, fascicolo III, Milano, 2014, pagine 1598 e seguenti

Donne e lavoro. Noi penultimi in Europa e ancora lontani dall’obiettivo della strategia di Lisbona

Evasione contributiva Inps

DEPENALIZZAZIONE RIDOTTA

Per l’evasione contributiva Inps ambito applicativo ristretto della depenalizzazione. L’imprenditore è infatti punibile se, nell’arco dell’anno (da dicembre a novembre dell’anno successivo), ha un debito con l’Inps che supera 10 mila euro. È quanto hanno sancito le Sezioni unite penali della Corte di cassazione che, con la recente sentenza n. 10424 del 7 marzo 2018, ha risolto una questione della massima particolare importanza.

La questione è approdata sul tavolo del Massimo consesso di Piazza Cavour non per un contrasto ma per mancanza di chiarezza della riforma sulla depenalizzazione, in particolare l’articolo 3 del dlgs 8 del 2016. La terza sezione penale ha quindi sottoposto al Primo presidente la seguente questione: «se, in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei dipendenti, l’importo complessivo superiore a euro 10.000 annui, rilevante ai fini del raggiungimento della soglia di punibilità, debba essere individuato con riferimento alle mensilità di pagamento delle retribuzioni, ovvero a quelle di scadenza del relativo versamento contributivo».

Con una lunga quanto complessa motivazione le Sezioni unite prospettano le differenti conseguenze fra un calcolo che fa riferimento alle singole mensilità e uno che si riferisce invece all’intero anno. A pagina dieci della sentenza i Supremi giudici arrivano alla conclusione per cui «in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei dipendenti, l’importo complessivo superiore ad euro 10.000 annui, rilevante ai fini del raggiungimento della soglia di punibilità, deve essere individuato con riferimento alle mensilità di scadenza dei versamenti contributivi». Sul punto la Cassazione ha spiegato che se è vero che il debito previdenziale sorge a seguito della corresponsione delle retribuzioni, al termine di ogni mensilità, è altrettanto vero che la condotta del mancato versamento assume rilievo solo con lo spirare del termine di scadenza indicato dalla legge.

Convenzione Inps – Ministero della Salute

COMUNICAZIONE DELLO STATO DI RICOVERO

L’Istituto Nazionale Previdenza Sociale e il Ministero della Salute hanno adottato una convenzione per la comunicazione dello stato di ricovero dei titolari di indennità di accompagnamento, indennità di frequenza, assegno sociale e assegno sociale sostitutivo di invalidità civile.

Grazie a tale convenzione, l’Inps acquisirà le informazioni in possesso del Ministero della Salute sullo stato di ricovero, allo scopo di operare la verifica del diritto delle prestazioni nei confronti dei soggetti che non presentano la prevista dichiarazione di responsabilità e il controllo di veridicità delle dichiarazioni o certificazioni presentate.

Il ricovero in strutture con oneri a carico del Ssn (di durata superiore a 29 giorni), infatti, implica la sospensione o la riduzione di alcune prestazioni erogate dall’Istituto.

I dati acquisiti permetteranno di ridurre gli adempimenti per i cittadini, in quanto le informazioni relative a ricoveri gratuiti – che attualmente sono trasmesse dagli utenti all’Inps tramite la presentazione del Modello Invalidità Civile Ricovero (Icric) – saranno inviate direttamente dal Ministero della Salute all’Istituto.

Questo consentirà all’Inps di risparmiare fino a 9 milioni all’anno, attualmente spesi per il servizio offerto dai Caf in relazione alla presentazione dei moduli Icric.

La semplificazione consentita dal protocollo, inoltre, faciliterà l’Istituto nel contrasto agli abusi.

Lavoro

POCHE DONNE OCCUPATE

Nello scorso otto marzo in cui le lavoratrici hanno ribadito il loro “no” alla violenza, i dati sull’occupazione femminile – pur in crescita secondo le ultime rilevazioni Istat a livelli da record – hanno fatto lanciare l’allarme anche sulla futura posizione previdenziale delle donne. Come ha ricostruito l’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro, con il 48,1% di occupazione femminile (49,3% nell’aggiornamento dell’Istituto da poco pubblicato) l’Italia è ancora ben lontana dall’obiettivo del 60% al 2010 indicato dalla strategia di Lisbona.

Le italiane tra i 15 e i 64 anni sono distanti – per occupazione – oltre tredici punti dalla media europea. Solo le greche sono “messe peggio”, mentre francesi, tedesche e inglesi sono ben oltre la soglia di 60 occupate su cento. Altre preoccupazioni emergono se si guarda alla qualità del lavoro, soprattutto delle madri. L’Osservatorio annota che “le poche donne che lavorano hanno per lo più carriere discontinue e con redditi inferiori agli uomini per il largo uso del part-time”. Osservazioni che si vedono direttamente in busta paga.

Secondo l’Osservatorio JobPricing, che ha redatto un rapporto sul gender gap salariale insieme al Progetto Libellula – network di aziende unite contro la violenza sulle donne – il divario di stipendio aggiornato al 2017 tra uomini e donne è di 2.900 euro annui, il 10,4%. Un dato migliore in confronto al 12,7% censito l’anno prima, ma è come se rispetto a un collega maschio una donna iniziasse a lavorare ugualmente al primo dell’anno, per incassare però lo stipendio dalla seconda settimana di febbraio. ( secondo Eurostat, il gap salariale italiano è tra i più bassi (6,1%) in Europa. Jobpricing considera solo i dipendenti del settore privato e la retribuzione annua lorda effettivamente erogata dall’azienda, non quella oraria).

Di nuovo l’Osservatorio dei Consulenti del Lavoro ha aggiunto che il 40,1% delle mamme tra 25 e 49 anni è a tempo parziale, contro il 26,3% delle donne senza figli e una percentuale inferiore al 10% per gli uomini. Così risulta difficile alimentare le posizioni previdenziali per la pensione di vecchiaia, dicono gli esperti. Basta guardare i dati Inps per capire come ciò si traduca in realtà: nonostante le donne che incassano assegni dall’Istituto siano più degli uomini (8,4 milioni, circa 860mila più dei maschi), solo un terzo di loro beneficia di pensioni di vecchiaia frutto della propria storia contributiva, contro i due terzi degli uomini. Le donne con assegno di sola vecchiaia prendono 14.960 euro l’anno, gli uomini 23.409 euro.

Altra correlazione chiara nei dati: più è alto il numero dei figli e minore è il tasso di istruzione, più è facile che una donna sia nella popolazione “inattiva”, quella che non ha né cerca lavoro. Le donne senza figli sono occupate al 70,8%, quando ne arriva uno si scende a 62,2%, con il secondo si passa al 52,6% e dal terzo si precipita a 39,7%. Se in presenza di una laurea la tenuta occupazionale è netta (il tasso di occupazione resta superiore al 70% anche in presenza di più figli), con una licenza media e piccoli in famiglia il tasso precipita al 35%. Chiara la spiegazione dei dati: a maggiore livello di istruzione corrispondono salari familiari più alti, che coprono i costi sostitutivi alla cura dei figli che vanno sotto il nome di asili nido o baby sitter. Senza questa possibilità, il lavoro di cura ricade ancora pesantemente sulle spalle delle donne.

Lavoro donne

ITALIA PENULTIMA IN UNIONE EUROPEA

Il tasso di occupazione femminile italiano (48,1%) è ancora distante dall’obiettivo che la strategia di Lisbona indicava del 60% per il 2010.

Attualmente l’Italia occupa il penultimo posto tra i paesi europei nella classifica dei tassi di occupazione delle donne dai 15 ai 64 anni con 13,2 punti percentuali di differenza rispetto alla media europea (61,3%). È messa peggio solo la Grecia (43,3%), mentre in Francia, Germania e Regno Unito, oltre 60 donne su 100 sono occupate. L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, in occasione della scorsa Festa delle donne dell’8 marzo, ha analizzato i riflessi della bassa partecipazione delle donne, ed in particolare delle madri, al mercato del lavoro ed ha messo a fuoco le gravi conseguenze anche sul piano pensionistico. Le poche donne che lavorano, infatti, hanno per lo più carriere discontinue e con redditi inferiori agli uomini per via del largo uso del part time: il 40,1% delle mamme 25-49 anni è impiegata a tempo parziale (contro il 26,3% delle donne senza ruolo genitoriale) mentre per gli uomini è una condizione residuale non arrivando al 10%. Carriere discontinue e orario di lavoro ridotto rappresentano condizioni che non consentono di alimentare in modo continuo le posizioni previdenziali utili all’accesso alla pensione di vecchiaia. In base ai dati Inps, nonostante le donne beneficiarie di prestazioni pensionistiche siano 8,4 milioni (862 mila in più degli uomini), solo il 36,5% beneficia della sola pensione di vecchiaia frutto della propria storia contributiva, contro il 64,2% degli uomini. Mentre l’assegno medio mensile delle donne con la sola pensione di vecchiaia è di 14.690 euro annui, con un gap di oltre un terzo rispetto a quello degli uomini (23.409 euro annui).

La gestione dei tempi di lavoro e di cura dei figli rappresenta una dimensione rilevante per il tema dell’occupazione femminile. Le donne con almeno un figlio registrano un tasso di occupazione inferiore di oltre 15 punti percentuali rispetto a quello delle donne senza figli. Al crescere del numero di figli diminuisce proporzionalmente il tasso di occupazione femminile. Prendendo a riferimento il tasso di occupazione delle donne senza figli (70,8%), questo scende di oltre 8 punti per le mamme con un solo figlio (62,2%), di oltre 18 punti in caso di due figli (52,6%) e di oltre 22 punti percentuali (39,7%) nel caso di almeno tre figli. Il livello di inattività delle donne fra i 25 e 49 anni è infatti speculare alle dinamiche occupazionali appena osservate: la presenza di figli porta una gran parte delle mamme (né occupate, né disoccupate) ad uscire dalle forze di lavoro entrando nella popolazione degli inattivi.

Nelle dinamiche occupazionali al femminile ha una sua rilevanza l’istruzione. Per le donne laureate la maternità non ha un impatto così significativo sulla partecipazione al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione femminile per le donne laureate senza carichi familiari raggiunge l’83,8%. Le mamme laureate hanno una perdita di soli 7,2 punti percentuali del tasso di occupazione (76,6%). Anche con l’aumentare del numero di figli i livelli occupazionali delle donne laureate restano superiori al 70%. La disponibilità di risorse economiche permette alle donne occupate con alti stipendi di poter far fronte alla cura dei minori acquistando i servizi di cura sul mercato dei servizi privati. Dinamica molto diversa si osserva per le diplomate e per le donne con la sola licenza media. Ogni 100 diplomate senza figli ne risultano occupate 70,9, mentre in caso di almeno un figlio la percentuale scende al 59,4% (-11,5%). Ancora più grave è la condizione delle donne con la licenza media, che hanno un tasso di occupazione molto basso in mancanza di figli (51,6%), che scende ulteriormente di quasi 17 punti percentuali (35%) se sono mamme. Per le madri di famiglie numerose (con oltre 2 figli) meno istruite, il tasso di occupazione arriva a livelli minimi (23,6%). In questi casi i costi sostitutivi alla cura dei figli (asili nido e baby-sitter) non sono coperti dai livelli di reddito delle donne con medio o basso livello di istruzione.

Carlo Pareto

8 marzo. Le donne che hanno fatto la Costituzione

donne e costituzione

“Possiamo dirlo con forza nel settantesimo della Costituzione: le donne sono state artefici della Repubblica. E sono oggi artefici del suo divenire. La nostra comunità nazionale, il nostro modello sociale, le nostre stesse istituzioni non sarebbero quello che sono senza il contributo creativo, fondativo, delle donne italiane”. Lo ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia per la giornata internazionale della donna al Quirinale quest’anno dedicata al tema “Donne e Costituzione”. Tanti gli interventi: la professoressa Linda Laura Sabbadini, la Sottosegretaria alla Presidenza del Consiglio Maria Elena Boschi. L’attrice Valeria Solarino ha quindi letto alcuni brani significativi di interventi delle onorevoli Angela Guidi Cingolani e Teresa Mattei e della senatrice Angela Merlin, in rappresentanza delle prime 21 donne elette alla Costituente.

Un intervento ampio quello di Matterella che ha ricordato la orribile piaga delle molestie sessuali di cui le cronache sono ancora troppo piene. “Le molestie, le violenze fisiche e morali che talvolta irrompono nei rapporti professionali e di lavoro o tra le mura domestiche, ferendo le coscienze, prevaricando libertà e speranze, costituiscono una realtà inaccettabile, e purtroppo tuttora presente”, ha detto ancora Mattarella che ha ricordato i tanti progressi legislativi degli ultimi decenni. Ma non basta. Il progresso prima di tutto deve essere culturale.

“La pari opportunità tra uomini e donne – ha detto ancora Mattarella – sono uno degli antidoti alle chiusure oligarchi che è alle disuguaglianze economiche” nel momento in cui “persistono barriere da superare, squilibri da colmare”. “Dunque “soltanto la piena partecipazione delle donne poteva rendere davvero credibile, e possibile, l’ideale di pari opportunità tra tutti i cittadini”.

“L’Italia di oggi – nella stessa pubblica amministrazione, nei ruoli dirigenti – ha detto ancora – presenta un’immagine decisamente diversa da quella di pochi decenni or sono. Ma persistono lacune, svantaggiando le donne e svantaggiando il Paese”. “Oggi le donne sono più consapevoli. Più presenti e responsabili nella politica, nella cultura, nell’impresa, nella scuola, in tutti gli altri luoghi di lavoro”.

Anche nella politica italiana l’ingresso delle donne è stato lento e in ritardo rispetto ad latri paesi europei. Ma ora nel Parlamento la presenza delle donne aumenta costantemente, anche se non rapidamente, la loro quota come componenti del governo resta bassa. Nessuna donna, è noto, ha mai ricoperto l’incarico di presidente del Consiglio ma neanche è mai stata titolare del ministero dell’Economia, o delle Infrastrutture. Alla maggior parte delle ministre della storia repubblicana (la prima fu Tina Anselmi, che nel terzo governo Andreotti guidò il dicastero del Lavoro) sono stati affidati prevalentemente incarichi nei settori sociali, dalla Sanità all’Istruzione. Uno studio dell’Ufficio valutazione impatto del Senato intitolato ‘Parita’ vo cercando’, ricorda che nei 64 governi che si sono succeduti nelle scorse diciassette legislature le donne ministro sono state solo 78, più due interim.

Un dato non entusiasmante se si pensa che in 70 anni i ministri sono stati oltre 1.500 e che quasi la metà degli incarichi affidati alle donne (38) sono stati per ministeri senza portafoglio. I governi composti esclusivamente da uomini sono stati 13 e solo con il quarto governo Fanfani (era il 1983) la presenza delle donne in Consiglio dei ministri è diventata costante. Gli esecutivi più ‘rosa’ sono stati quelli il Prodi II, il Berlusconi IV e quelli retti da Enrico Letta e da Matteo Renzi, che riuscì a formare un governo equamente composto da uomini e donne. Delle 8 ministre presenti all’avvio, però, 3 – dopo le loro dimissioni – furono sostituite da uomini. Più massiccia la presenza femminile in Parlamento, ma solo dal 2006. Nella quindicesima legislatura le deputate superarono per la prima volta quota 100 (erano 112 per l’esattezza), nella XVI salirono a 140 e nell’ultima 206. In Senato erano 45 nella XV, 62 nella successiva e 93 nell’ultima.

Intanto la Camera commercio Roma, ricorda che in città ci sono oltre 100mila imprese rosa. Esattamente a 100.424, e costituiscono il 20,4% del totale delle imprese romane. A livello nazionale, le aziende “rosa” della capitale rappresentano il 7,5% del totale femminile.

E il ministro della Difesa, Roberta Pinotti ricorda che “a più di diciassette anni dal primo reclutamento, la presenza delle donne nelle forze armate ha apportato nello strumento militare il cambiamento culturale e organizzativo che l’intera società richiedeva”. “Le esperienze finora accumulate sono molto positive – ha sottolineato Pinotti -. Sono quasi 15 mila le donne nelle forze armate e oltre 250 i militari italiani donna impiegate nei teatri operativi e il ruolo delle donne, in alcuni casi, e’ determinante per il raggiungimento degli scopi della missione”.

Pensionati, la maggioranza sono donne. Ma oltre la metà sotto i mille euro

Aspettativa di vita
ITALIA TRA I PAESI LEADER
L’Italia è al “quarto posto” dei Paesi Ocse per aspettativa di vita, con 82,6 anni nel 2015: è quanto afferma l’organismo internazionale per lo sviluppo e la cooperazione economica nel rapporto Panorama della Salute 2017. Per l’Ocse, questo solleva diverse sfide legate all’invecchiamento. Ad esempio, precisa, l’Italia ha il “secondo più alto tasso di demenza” tra i Paesi presi in esame, al 2,3% della popolazione nel 2017 e dovrebbe raggiungere il 3,4% entro il 2037. Il sistema sanitario in Italia offre una “copertura universale” e i costi sono generalmente “bassi” rispetto ad altri Paesi Ocse: è quanto afferma l’organismo per la cooperazione e lo sviluppo economico nel Panorama Salute 2017. Secondo l’Ocse, un numero “relativamente basso di italiani ha rinunciato ad una consultazione medica a causa del costo” (4,8%), mentre “i tempi di attesa per la chirurgia della cataratta sono più brevi rispetto alla maggior parte degli altri paesi equivalenti dell’Ocse”. Quanto all’assistenza sanitaria di base è “generalmente di alta qualità”. L’Italia realizza buoni risultati anche in termini di sopravvivenza al cancro e agli attacchi cardiaci acuti. La spesa sanitaria è pari a 3391 dollari a persona, leggermente inferiore alla media Ocse. Mentre il taglio del numero di posti letto negli ospedali è in “coerenza con una tendenza generale nell’insieme dei paesi Ocse”. Male, invece, il rapporto nel numero medici-infermieri: 1,4 infermieri per medico
In Italia “le disuguaglianze regionali destano ancora grande preoccupazione”: è quanto scrive l’Ocse nel Panorama Salute 2017. In un contesto di pesanti vincoli di bilancio dovuti alla crisi finanziaria – continua l’Ocse -l’Italia ha realizzato una riforma per ampliare i benefici dell’offerta sanitaria. Ma rimane una “preoccupazione rispetto alla capacità delle singole regioni di assicurare la fornitura dei servizi ampliati”. “Malgrado la copertura universale – avverte l’Ocse – le regioni meridionali sono storicamente meno in grado di fornire l’assistenza adeguata come definita al livello nazionale”. Il che contribuisce ad un “ampliamento delle disparità”.

Pensioni
PER GLI ITALIANI L’ASSEGNO DURA MENO DELLA MEDIA UE
Lieve apertura del Governo sulla possibilità di bloccare l’incremento dell’età pensionabile nel 2019 per chi svolge lavori gravosi: nell’ultimo incontro tecnico tra Governo e sindacati – hanno spiegato fonti sindacali – l’Esecutivo ha proposto di fissare il requisito contributivo per mantenere l’età di vecchiaia a 66 anni e sette mesi per 15 attività gravose (evitando quindi il passaggio a 67 anni) a 30 anni. In precedenza si era parlato invece dei requisiti per l’Ape (36 anni). Il lavoro gravoso per evitare l’aumento dell’età pensionabile deve essere stato svolto almeno in sette anni negli ultimi dieci prima dell’accesso alla pensione.
Una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento delle categorie previste con l’aggiunta di lavoratori agricoli, marittimi pescatori e siderurgici, “un’apertura” con un proposta sulle pensioni future, quelle dei più giovani e l’equiparazione tra pubblico e privato della fiscalità per la previdenza integrativa. Sono questi gli elementi che il governo dovrebbe ha messo sul tavolo della trattativa sulle pensioni con i sindacati. Elementi, già in parte emersi nei giorni scorsi e che indicherebbero un margine stretto per la trattativa. Come è noto infatti le richieste dei sindacati comprendevano interventi più ampi. Una proroga dell’Ape social al 2019 ed un allargamento era stato proposto nei giorni scorsi dal Pd con tre emendamenti alla manovra e prevedeva tra l’altro di estendere la platea a chi, avendo maturato almeno 30 anni di contribuzione, si trova in stato di disoccupazione senza indennità da almeno 3 mesi, a seguito di licenziamento, a prescindere dal tipo di rapporto di lavoro.
Gli italiani per fortuna godono di buona salute ed hanno un’ottima aspettativa di vita ma, visto il ritardo di 3 anni del momento di andare in quiescenza rispetto alla media europea, restano di fatto in pensione per una durata di tempo inferiore in confronto agli altri paesi Ue: gli uomini italiani percepiscono l’assegno pensionistico per una media di 16 anni e 4 mesi, 2 anni e 5 mesi in meno rispetto alla media europea, le donne per 21 anni e 7 mesi, 1 anni e 7 mesi in meno in confronto alla media europea.
Siamo praticamente all’ultimo posto tra le economie più avanzate della Ue e parecchio indietro il generale nella classifica della Ue a 28. A stilare la fotografia è stata la Uil alla vigilia del doppio incontro sul governo sulle pensioni: un’occasione per ribadire la contrarietà del sindacato all’ adeguamento automatico alle aspettative di vita. “Non c’è nessun motivo di aumentare l’età pensionabile in modo generalizzato, continuando a fare parti uguali tra diseguali”, ha ribadito il segretario confederale Domenico Proietti.

L’esperto
WELFARE AZIENDALE RISPOSTE A INEFFICIENZE SOCIALI
“Il welfare ‘privato’ è la risposta ad alcune inefficienze sociali dello Stato, tanto è vero che il governo ha previsto espressamente delle agevolazioni contributive e fiscali per chi introduce (aziende) e utilizza (i dipendenti) forma di welfare aziendali anziché retribuzione”. Lo ha recentemente affermato Simone Colombo, esperto di direzione del personale in outsourcing, che ha avvertito: “Come sempre in Italia, queste politiche funzionano per aziende strutturate, ma non sono una risposta semplice o di facile applicazione per aziende di dimensioni modeste, che però rappresentano il 90% del tessuto economico”.
“Il freno – ha ammesso – è anche culturale: se infatti alcune forme di welfare sono di competenza esclusiva delle aziende, si vedano le forme di assistenza sanitaria obbligatoria prevista dai contratti nazionali, poca cultura esiste per quanto riguarda le opportunità di spesa relative a istruzione, cultura o servizi di integrazione sociale. Inoltre, definire politiche di welfare per le aziende significa introdurre premi o mettere a disposizione dei dipendenti importi che vanno oltre le normali retribuzioni. Si tratta di un incentivo fondamentale per i lavoratori poiché i premi di produttività sono in diminuzione, spesso sono definiti ad personam e difficilmente, nelle aziende meno strutturate, i dipendenti hanno incrementi di stipendio nel corso della propria carriera oltre quelli previsti dai contratti nazionali”, ha sottolineato.
“Sostanzialmente possiamo affermare che i vantaggi sia per il dipendente che per le aziende che attivano il welfare aziendale sono molteplici: l’aumento della retribuzione reale del dipendente, che riceve il 100% del lordo, senza incidere sul costo del lavoro, con conseguente incremento della capacità d’acquisto; 100 euro di credito Welfare corrispondono a 100 euro di beni e servizi, per intenderci”, ha precisato Colombo. “A livello aziendale, i vantaggi più evidenti sono l’ottimizzazione dell’impatto fiscale, grazie alla possibilità di concedere ai dipendenti beni e servizi defiscalizzati, l’incremento della produttività dell’azienda stessa, la riduzione del turn over e l’incremento della capacità di attrarre e trattenere talenti, oltre a un miglioramento della reputazione interna e sul territorio”, ha concluso.

Ma la metà sotto i mille euro
MOLTE LE DONNE IN PENSIONE
Nel 2016 le donne rappresentano la maggioranza dei pensionati (52,7% pari a 8,5 milioni) ma percepiscono in media un importo mensile notevolmente inferiore a quello degli uomini: 1.137 contro 1.592 euro. Quasi la metà di loro (47,6%) beneficia di redditi pensionistici inferiori a mille euro, contro una quota che tra gli uomini non arriva ad un terzo (29,6%). E’ quanto si legge nel testo del Presidente Istat, Giorgio Alleva dal titolo Indagine conoscitiva sulle politiche in materia ,di parità tra donne e uomini depositato nel corso dell’audizione davanti alla Commissione Affari Costituzionali della Camera.
Gli importi medi delle pensioni di titolarità maschile invece, si legge ancora, superano del 59,2% (15.523 euro contro 9.749) quelli destinati alle pensionate. Il vantaggio maschile scende al 40% (20.697 contro 14.780) se il confronto viene effettuato sul reddito pensionistico, ottenuto cioè, cumulando i più trattamenti di cui un pensionato può beneficiare.

Carlo Pareto

QUESTIONE CULTURALE

violenza donneSette milioni di donne tra i 16 e i 70 anni hanno subito forme di violenza fisica o sessuale. Gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente i partner o ex partner: ne sono state vittime 2 milioni e 800mila donne. Lo affermano i dati dell’Istat, resi noti giovedì dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, ai quali si aggiungono quelli del quarto studio Eures sul numero dei femminicidi: 114 nel 2017. Numeri drammaticamente stabili che confermano, alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, quanto ancora ci sia da fare soprattutto sul fronte della prevenzione. Ne parliamo con Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne, che ha incentrato gran parte della sua attività politica nella difesa dei diritti delle donne e nelle battaglie per la parità di genere.

Nonostante l’enorme attenzione degli ultimi anni sul tema e le iniziative messe in campo dal Governo e dal Parlamento i numeri sulla violenza contro le donne restano costanti. Al di là dei dati cosa ci dicono queste statistiche?

I dati resi noti ieri, che in parte già conoscevamo, ci confermano che gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente i mariti, i fidanzati o gli ex compagni delle vittime. E ci dicono anche che molte donne vittime di femminicidio avevano già denunciato o segnalato i loro aggressori. Per affrontare il fenomeno in maniera corretta bisogna partire da queste due costatazioni. Bisogna essere consapevoli che il femminicidio è solo l’ultimo atto di una serie di violenze che vanno bloccate sul nascere. Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza che giovedì è stato approvato dalla Conferenza Stato Regioni, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo.

Le forze dell’ordine spesso però non danno sufficientemente peso alle denunce delle donne.

È da loro che bisogna partire con massicce campagne di sensibilizzazione e di formazione. Non è un lavoro né facile, perché in molti casi si tratta di sradicare una cultura diffusa che porta a ritenere le violenze in famiglia bisticci tra coniugi o litigi tra fidanzati, né breve. Nell’immediato io credo però che se in ogni commissariato o stazione dei carabinieri ci fosse una donna ad accogliere e ascoltare le denunce di una donna che ha subito violenze l’attenzione darebbe diversa.

La massiccia rilevanza mediatica sul tema della violenza e le azioni messe in atto dal Governo e dal Parlamento hanno portato a qualche risultato?

Ci conforta il fatto che sia aumentata la consapevolezza femminile, che molte più donne trovino il coraggio di denunciare le violenze subite e gli episodi di stalking, che ci sia più fiducia nelle forze dell’ordine. Un passo avanti dovuto senza dubbio al preziosissimo lavoro compiuto dalle associazioni sul territorio, ma anche a questo Parlamento che si è dimostrato sin dall’inizio della legislatura particolarmente sensibile al tema, approvando la legge che ratifica la Convenzione di Istanbul e subito dopo quella contro il femminicidio.

Molto spesso però la denuncia arriva troppo tardi o a volte non arriva…

Tutto questo, infatti, non basta perché aiuta solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre, soprattutto per le giovani e le giovanissime, è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme.

C’è chi invoca altre leggi e pene più severe. Pensi che possa essere una soluzione?

Non servono nuove leggi, né, come propone qualcuno, un inasprimento delle pene. L’aspetto punitivo non risolve il problema: la nostra priorità non è che gli assassini vadano in galera, ma che non vi siano più femminicidi e violenze sulle donne. Da qui la necessità di stanziare risorse per sviluppare politiche di prevenzione, che nonostante la gravità del fenomeno stanno portando dei risultati, per sostenere servizi e centri antiviolenza e per svolgere un’azione educativa soprattutto sugli uomini e sui ragazzi, che parta dalle scuole e che non trascuri nessun aspetto a cominciare dal linguaggio che non deve essere sessista.

Giovedì Governo, Comuni, Province e Regioni, in modo unitario, hanno approvato il nuovo Piano antiviolenza per il prossimo triennio. Qual è il tuo giudizio?

Non ho letto il piano nei dettagli, ma mi sembra che contenga elementi positivi, ed è positiva l’approvazione delle linee guida nazionali per le aziende sanitarie e ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio sanitaria alle donne vittime di violenza.‎ Ci sono dei passi avanti per quanto riguarda lo stanziamento dei fondi o il fatto che non ci sia nessun obbligo di denuncia nei Pronto soccorso senza il consenso della donna. Aspetto di approfondirne i contenuti e soprattutto il parere delle donne che lavorano nei centri antiviolenza che sono le vere esperte sul tema.

Domani ci saranno una serie di manifestazioni in tutta Italia per dire basta alle violenze. Tu a quale parteciperai?

La mattina sarò alla Camera per l’evento “#InQuantoDonna, organizzato dalla Presidente Laura Boldrini: per la prima volta l’Aula di Montecitorio sarà aperta solo alle donne alle vittime di violenza e a chi le sostiene. Sono attese più di 1300 donne, invitate una per una, provenienti da tutta Italia. Nel pomeriggio parteciperò alla manifestazione di Roma promossa da “Non una di meno” che partirà alle 14 da Piazza della Repubblica. Ci saranno tantissime donne, ma mi auguro che ci siano anche tantissimi uomini, perché è da loro che deve partire il cambiamento.

Cecilia Sanmarco

Ue: parità retributiva
fra uomini e donne

commissione_berlaymontLa Commissione europea ha deciso di lanciare un “piano di azione” per la parità retributiva fra donne e uomini da completare entro la fine del suo mandato, la primavera del 2019. “In questo periodo turbolento – si legge nella nota dell’esecutivo comunitario, che fa riferimento alle rivelazioni sulle molestie e le violenze nei luoghi di lavoro – servono azioni concrete per porre fine al divario retributivo: una nuova indagine Eurobarometro conferma che la parità non è ancora stata raggiunta nei paesi europei”.

“Dobbiamo sfruttare l’attuale momento di risonanza mediatica e politica su questi temi per passare da dichiarazioni di principio ad azioni concrete – ha commentato il vicepresidente Frans Timmermans -. In tutt’Europa le donne hanno diritto alla parità di trattamento, all’emancipazione e alla sicurezza, ma questi diritti non sono ancora realtà per un numero troppo elevato di loro”.

Come ha sottolineato la commissaria alla Giustizia Vra Jourovà, “le donne sono ancora sottorappresentate nelle posizioni di vertice in ambito politico e nel mondo imprenditoriale. Continuano a guadagnare in media il 16% in meno rispetto agli uomini in tutta l’UE e la violenza nei loro confronti è ancora diffusa. Tutto ciò è ingiusto e inaccettabile e l’indipendenza economica delle donne è la loro miglior protezione contro la violenza.”

L’attuazione del piano predisposto a Bruxelles secondo gli auspici della Commissione “permetterà tra l’altro di migliorare il rispetto del principio della parità di retribuzione, valutando la possibilità di modificare la direttiva sulla parità di genere; di ridurre lo svantaggio connesso alle mansioni di accudimento familiare, sollecitando il Parlamento europeo e gli Stati membri ad adottare rapidamente la proposta dell’aprile 2017 sull’equilibrio tra vita professionale e vita privata; di infrangere il “soffitto di cristallo”, finanziando progetti volti a migliorare l’equilibrio di genere nelle imprese a tutti i livelli di gestione e incoraggiando i governi e le parti sociali ad adottare misure concrete per migliorare l’equilibrio di genere nei processi decisionali”.

Ocse, l’Italia un Paese di vecchi e di diseguaglianze

anziani

L’Italia è un Paese di vecchi. E le giovani generazioni sono messe molto peggio di quelle che le hanno precedute. Almeno in termini di politiche del lavoro, reddito e previdenza. È l’allarme lanciato dall’Ocse nel rapporto ‘Preventing Ageing Unequally’, che nel focus sull’Italia evidenzia come il Belpaese sia destinato a diventare nel 2050 la terza nazione più vecchia al mondo dopo Giappone e Spagna. “Già oggi l’Italia – scrivono gli esperti dell’organizzazione di Parigi – è uno dei più vecchi Paesi dell’Ocse”. In generale, il rapporto rileva che in due terzi dei 35 Paesi censiti crescono le ineguaglianze di reddito da una generazione all’altra. Ed evidenzia che tra le generazioni più giovani le ineguaglianze sono maggiori che tra quelle dei più anziani. In concreto, nota l’Ocse, i redditi delle persone sono più alti di quelli della generazione precedente, ma questo non è più vero a partire dai nati dal 1960 in poi, che tendono ad essere più poveri e meno tutelati rispetto a coloro che sono nati un decennio prima. Un gap che, tornando all’Italia, si è allargato negli ultimi trent’anni.

ALLARME GIOVANI, PIÙ POVERI E SENZA LAVORO
Negli ultimi trent’anni anni, dunque, il gap tra le vecchie generazioni e i giovani in Italia si è ampliato. Il tasso di occupazione, tra il 2000 e il 2016 è cresciuto del 23% tra gli anziani di 55-64 anni, dell’1% tra gli adulti di eta’ media (54-25 anni) ed è crollato dell’11% tra i giovani (18-24 anni). Inoltre, dalla metà degli anni Ottanta il reddito degli anziani tra i 60 e i 64 anni è cresciuto del 25% più che tra i 30-34enni. E il tasso di povertà è aumentato tra i giovani mentre è calato rapidamente tra gli anziani. Più nel dettaglio, il tasso di povertà nei Paesi Ocse è dell’11,4%, contro il 13,9% tra i giovani e il 10,6% tra i 66-75enni.

In Italia, spiega l’Ocse, “le ineguaglianze tra i nati dopo il 1980 sono già maggiori di quelle sperimentate dai loro parenti alla stessa età”. E, poiché “le diseguaglianze tendono ad aumentare durante la vita lavorativa, una maggiore disparità tra i giovani di oggi comporterà probabilmente una maggiore diseguaglianza fra i futuri pensionati, tenendo conto del forte legame che esiste tra ciò che si è guadagnato nel corso della vita lavorativa e i diritti pensionistici”.

STIPENDI DONNE OLTRE 20% PIÙ BASSI DI UOMINI
In Italia le donne percepiscono stipendi più bassi di oltre il 20% rispetto agli uomini. Non solo, sono spesso costrette a lasciare il mondo del lavoro per prendersi cura dei familiari. L’organizzazione di Parigi precisa che le donne percepiscono stipendi che sono di “oltre il 20% più bassi” di quelli degli uomini, e che nel nostro Paese la percentuale di persone oltre i 50 anni (in maggioranza donne) che si prendono cura dei loro cari è del 13%, contro il 5% della Svezia.

Per prevenire, mitigare e far fronte a queste diseguaglianze, l’Ocse suggerisce, in particolare per l’Italia, di “fornire servizi di buona qualità per l’infanzia e migliorare l’educazione dei bambini, specie tra i settori più svantaggiati”. Questo, nota l’Ocse, potrebbe accrescere la partecipazione delle donne al mercato del lavoro. Inoltre occorre “assicurare una migliore transizione dalla scuola al mondo del lavoro per combattere la disoccupazione di lunga durata e migliorare le capacità di apprendimento dei lavoratori più anziani”.

Secondo l’Ocse un’altra forte disparità esistente in Italia è quella tra chi ha un’educazione di alto livello e chi ce l’ha di basso livello, che è del 40% tra gli uomini e del 50% tra le donne, un gap tra i più alti tra i Paesi Osce. A chi ha un’educazione di basso livello “non sarà facile assicurare una pensione decente”, si legge nel dossier, che evidenzia come spesso le donne debbano lasciare il lavoro per prendersi cura dei parenti più anziani. Inoltre l’Ocse suggerisce di “migliorare ulteriormente l’occupazione dei lavoratori più anziani”. A questo proposito, ricorda che i lavoratori anziani in Italia sono più benestanti che in altri Paesi, anche se ci sono “grandi potenzialità” di allungare la loro vita lavorativa, specie per quanto riguarda coloro che hanno un più basso livello di educazione, che tendono ad uscire prima dal mondo del lavoro.

MANCA UNA FORTE RETE DI SICUREZZA SOCIALE
In Italia l’ineguaglianza salariale nel corso della vita tende a trasformarsi in ineguaglianza previdenziale e questo è in larga parte dovuto alla “mancanza di una forte rete di sicurezza sociale”. Se nei paesi Ocse in media l’85% del gap salariale si trasforma in ineguaglianza previdenziale, in Italia questo rapporto percentuale “è vicino al 100%”. Gran parte della spiegazione di questo fenomeno, secondo l’Ocse, è nella mancanza di una forte rete di sicurezza sociale. Inoltre per l’organizzazione in Italia “diverse riforme pensionistiche in passato hanno rafforzato il legame tra ciò che si è guadagnato nel corso della vita lavorativa e i diritti pensionistici”. Per questo, “le ineguaglianze salariali accumulate nel corso della vita lavorativa si sono trasformate in ineguaglianze per i pensionati”.

Violenza donne. Locatelli: “Serve prevenzione”

Domestic Violence

I dati dell’Istat sono stati presentati al convegno scientifico “La violenza sulle donne: i dati e gli strumenti per la valutazione della violenza di genere” portano alla luce dati catastrofici per quanto riguarda la violenza di genere. In Italia sono oltre 8,3 milioni le donne vittime di violenza psicologica, afferma l’Istat, secondo cui 4,5 milioni di connazionali hanno subito, nell’arco della propria vita, atti sessuali degradanti e umilianti, rapporti non desiderati e subiti come violenza, abusi o molestie fisiche sessuali gravi come stupri (653mila) e tentati stupri (746mila). Il 20,2% delle donne tra i 16 e i 70 anni (4,3 milioni) è stata invece vittima di violenza fisica, minacce, schiaffi, pugni, calci.
Lo scenario evidenziato dai numeri è impietoso: le donne non solo vittime soltanto di violenza fisica, ma anche di svalutazione e sottomissione. Se il 31,5% delle italiane ha subito nella propria vita una forma di violenza fisica o sessuale (il 13,6% da parte del partner o dell’ex), l'”asimmetria di potere” può sfociare anche in gravi forme di limitazione, controllo fisico, psicologico ed economico.
“I dati diffusi dall’Istat sulla violenza sulle donne, accompagnati dai recenti fatti di cronaca, destano gravissima preoccupazione. Il fenomeno è molto più diffuso di quanto si creda, soprattutto per quanto riguarda le violenze minori e le violenze psicologiche che riguardano ben il 40,4% delle donne”. Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera e presidente del Comitato Diritti umani. “Non servono nuove leggi, né, come propone qualcuno, un inasprimento delle pene. L’aspetto punitivo non risolve il problema: la nostra priorità non è che gli assassini vadano in galera, ma che non vi siano più femminicidi e violenze sulle donne. Da qui la necessità di stanziare risorse per sviluppare politiche di prevenzione, che nonostante la gravità del fenomeno stanno portando dei risultati, per sostenere servizi e centri antiviolenza e per svolgere un’azione educativa che parta dalle scuole e che non trascuri nessun aspetto a cominciare dal linguaggio che non deve essere sessista”.

8 marzo, Locatelli: “Ancora discriminazioni sul lavoro”

donne-e-lavoro-in-fabbrica-814321L’8 marzo non è solo una data celebrativa, ma ci porta a riflettere su quanta strada ci sia ancora da fare per l’Italia sulla discriminazione femminile.
Per quanto riguarda la crisi, a pagare sono soprattutto le donne che subiscono maggiormente i fenomeni di precarietà e instabilità occupazionale e lavorativa. Nell’edizione 2016 del Global Gender Gap Report, la classifica sulla parità di genere redatta annualmente dal World Economic Forum (Wef), l’Italia è cinquantesima su 140 paesi analizzati. Se però il nostro Paese si colloca abbastanza bene negli indicatori legati alla salute e all’istruzione, e anche nella partecipazione alla vita politica segna importanti passi avanti, il tasto dolente è proprio quello dell’economia al femminile: limitandoci a quest’area scivoliamo al 117mo posto su 140, alle spalle di Bosnia ed Erzegovina, Cuba, Nepal e Costa d’Avorio. La situazione è addirittura peggiorata rispetto a dieci anni fa, quando ci collocavamo all’87mo posto. Secondo il World Economic Forum, sono gli stipendi il punto davvero critico nel nostro cammino per la parità tra uomo e donna. I dati raccolti dall’Istat lo confermano. In Italia la retribuzione media delle donne è di 13 euro all’ora, mentre quella degli uomini è di 14,8 euro, con un differenziale del -12,2 per cento. In Europa I’ltalia è ancora maglia nera per il gap tra gli stipendi a parità di mansioni tra uomini e donne. Una manager italiana guadagna il 33,5% in memo rispetto al suo collega uomo, nonostante poi il titolo di studio: una donna laureata in media percepisce 16,1 euro l’ora, contro i 23,2 di un uomo laureato.
“In Italia abbiamo fatto molti passi avanti verso la parità di genere, ma resta ancora una forte discriminazione soprattutto nel mondo del lavoro, soprattutto aziendale. Lo ha detto Pia Locatelli, capogruppo Psi alla Camera e presidente onoraria dell’Internazionale Socialista Donne. “Le donne vengono retribuite meno degli uomini, raramente raggiungono posizioni di vertice, sono costrette a conciliare i tempi di lavoro produttivo con quelli di cura della famiglia senza grande attenzione da parte delle aziende per facilitare la conciliazione. Non solo, le donne pagano più degli uomini per acquistare gli stessi prodotti. Non c’è solo lo scandalo degli assorbenti considerati beni di lusso e quindi tassati con un Iva al 22%, ma anche quello di prodotti di uso quotidiano, dagli shampoo ai rasoi usa getta, che se indirizzati alla donne hanno prezzi più elevati. In questo 8 marzo che vede la mobilitazione delle donne di tutto il mondo contro la violenza e non solo, vorrei che le aziende mettessero da parte i fiumi di retorica e cominciassero a fare qualcosa di concreto”.

Violenza sulle donne. La condanna della Corte europea

La Corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per non aver agito con sufficiente rapidità per proteggere una donna e suo figlio dagli atti di violenza domestica perpetrati dal marito che hanno poi portato all’assassinio del ragazzo e al tentato omicidio della moglie. Si tratta della prima condanna dell’Italia per un reato di violenza domestica. La sentenza dei giudici di Strasburgo, che diventerà definitiva tra tre mesi se nessuno presenterà ricorso, si  riferisce a un caso avvenuto il 26 novembre 2013 a Remanzacco, in provincia di Udine, quando il marito (attualmente in carcere) di Elisaveta Talpis uccise il figlio 19enne e tentò di uccidere la moglie, dopo che la donna lo aveva denunciato e anche i loro vicini avevano chiesto più volte l’intervento delle autorità.

 La Corte ha condannato l’Italia per violazione di tre articoli della convenzione europea dei diritti umani: 2, sul diritto alla vita; 3, che stabilisce il divieto di trattamenti inumani e degradanti; 14 (divieto di discriminazione). I giudici hanno riconosciuto alla donna 30.000 euro per danni morali e 10.000 per le spese legali. Nella motivazione i giudici hanno stabilito che “non agendo prontamente in seguito  a una denuncia domestica fatta dalla donna, le autorità italiane hanno privato la denuncia di qualsiasi effetto, creando una situazione di impunità che ha contribuito al  ripetersi di atti di violenza e hanno condotto infine al tentato omicidio della ricorrente e alla morte di suo figlio”.

La Corte ha rilevato inoltre che “la signora Talpis è stata vittima di discriminazione come donna a causa della mancata azione delle autorità, che hanno sottovalutato (e quindi essenzialmente approvato) la violenza in questione.

La sanzione inflitta dalla Corte di Strasburgo all’Italia per il caso di violenza su una donna di Remanzacco, dovrà essere pagata personalmente dagli agenti delle forze dell’ordine e dai funzionari del Comune che, secondo quanto stabilito dalla Corte stessa, avrebbero sottovalutato l’allarme lanciato alla vittima. Lo afferma il Codacons, che è pronto a ricorrere alla Corte dei Conti per  far si che la multa non sia pagata dalla collettività. “Nella sentenza i giudici della Corte europea dei diritti umani affermano senza mezzi termini che le autorità non hanno saputo proteggere la donna, nonostante le denunce presentate” spiega il presidente Carlo Rienzi.

Condanna che arriva il giorno dopo un’altra vera e propria violenza. Quella subita da una donna padovana che è stata costretta a girare 23 ospedali per poter abortire. Nonostante la legge 194 preveda il diritto di scegliere l’interruzione volontaria di gravidanza entro i primi 90 giorni, in Italia è spesso difficile riuscire a ottenere che tale diritto sia nei fatti rispettato. Spesso l’aborto all’interno del Servizio sanitario nazionale è quasi impossibile per una serie di ragioni che vanno dall’obiezione di coscienza dei medici alle lungaggini burocratiche. Caso diversi ovviamente, ma entrambe sono forme di violenza.

 

La scheda. Violenze donne e in famiglia, fenomeno devastante
Ogni tre giorni e mezzo avviene in media in Italia l’omicidio di una donna in ambito familiare o comunque affettivo, mentre ogni giorno, sempre ai danni di donne, si registrano 23 atti persecutori, 28 maltrattamenti, 16 episodi di percosse, 9 di violenze sessuali. Questi i dati di un fenomeno che purtroppo vede anche una preoccupante presenza di abusi su minori, con una fortissima incidenza di violenze nelle famiglie e una responsabilità pressoché esclusiva da parte degli uomini.

FEMMINICIDIO, FENOMENO DILAGANTE: 120 donne uccise nel 2016 più altre 5 solo all’inizio del 2017. Negli ultimi dieci anni le donne uccise in Italia sono state 1.740 di cui 1.251 (il 71,9%) in famiglia.

LE TROPPE VIOLENZE IN FAMIGLIA:
Un dettaglio dei dati di  tutte le forze di polizia fa emergere un quadro veramente devastante:
– gli omicidi di donne in ambito familiare sono stati 117 nel  2014, 111 nel 2015, 108 nel 2016;
– gli atti persecutori (circa il 76% in danno delle donne) 12.446 nel 2014, 11.758 nel 2015, 11.400 nel 2016;
– i maltrattamenti in famiglia (circa l’81% in danno delle donne) 13.261 nel 2014, 12.890 nel 2015, 12.829 nel 2016;
– le percosse (circa il 46% in danno delle donne) 15.285 nel 2014, 15.249 nel 2015, 13.146 nel 2016;
– le violenze sessuali (oltre il 90% in danno delle donne) 4257 nel 2014, 4000 nel 2015, 3759 nel 2016.

SEMPRE PIÙ ABUSI SU MINORI, SOPRATTUTTO RAGAZZE:
Dal 2011 diminuiscono, secondo il rapporto di Terres del Hommes, le violenze sessuali e quelle aggravate, rispettivamente -26% e -31% ma in termini assoluti (in tutto 908 minori nel 2015, per oltre l’82% femmine, pari a 770) costituiscono le tipologie con maggior numero di vittime dopo i maltrattamenti in famiglia (1.442, +24%) e la violazione degli obblighi di assistenza  familiare (8.961, +9% rispetto al 2011), dove la percentuale di femmine è abbastanza allineata all’altro sesso. Tra i primi  nemici di bambine e ragazze ci sono i coetanei: lo documentano i dati del ministero della giustizia che segnalano in carico dei Servizi sociali ben 817 minori di sesso maschile condannati per violenze sessuali; 267 invece sono responsabili di sfruttamento della pornografia e prostituzione minorile.