Trieste, Mussolini e le leggi razziali

fascisti a triesteL’Assessore alla Cultura di Trieste ha negato agli organizzatori del Liceo cittadino “Petrarca” la sala per avviare un dibattito sulle leggi razziali proclamate da Mussolini il 18 settembre 1938 contro gli Ebrei, a seguito del “Manifesto della Razza” pubblicato sul “Giornale d’Italia”. L’invito, rivolto dagli studenti liceali, non ha ricevuto largo consenso dalla Giunta di destra, che ha “censurato il manifesto del progetto culturale”. Eppure la città di Trieste è stata un centro importante dell’ebraismo europeo, restando la “Porta di Sion” per gli esuli del Centro Europa in transito verso la Palestina o le Americhe.

Appoggiati dalla Preside, gli studenti liceali hanno espresso il desiderio di organizzare una mostra nella città dove il duce annunciò il provvedimento con solenni parole: “Triestini! …. nei riguardi della politica interna il problema di scottante attualità è quello razziale. Anche in questo campo noi adotteremo le soluzioni necessarie”, volte alla “conquista dell’Impero” e dettate da “una severa coscienza razziale che stabilisca non soltanto delle differenze ma delle superiorità nettissime”. Il provvedimento, comprensivo di un corpus di leggi antiebraiche, rimase in vigore fino al 25 luglio 1943 ed ebbe una chiara impronta razzistica biologica, costringendo le persone di “razza ebraica” ad allontanarsi dall’Italia e vietando loro di svolgere qualsiasi attività lavorativa.

A Trieste gli Ebrei si erano distinti per la loro operosità e per il loro senso di patriottismo italiano dal Risorgimento fino al successo del fascismo cittadino. Insigni storici come Tullia Catalan e da Michele Sarfatti hanno sottolineato l’efficienza organizzativa del Comitato italiano di assistenza agli emigranti ebrei, che ricevettero grande sostegno durante il regime fascista: nel periodo 1933-36 si ebbero 17-26 mila imbarchi annui. In quegli anni Mussolini, prima del suo cedimento al nazismo, non professò un acceso antisemitismo, come si può rilevare dal suo comportamento contraddittorio e da alcuni episodi riconducibili alla sua attività politica. L’8 marzo 1934 egli chiese informazioni al prefetto di Trieste per nominare senatore Edgardo Morpurgo, presidente e amministratore delegato delle Assicurazioni Generali.

Uno dei più attivi e apprezzati podestà di Trieste era stato Paolo Emilio Salem (nato nel 1884) che – come amministratore comunale dall’ottobre 1933 all’agosto 1938 – legò il suo nome al riordino urbanistico del centro storico con la demolizione di case fatiscenti e la costruzione di nuovi edifici. La destituzione di Salem come podestà era stata richiesta sin dalla sua nomina da autorevoli giornalisti come Ottavio Dinale che il 4 ottobre 1933 – sul quotidiano “Il Popolo d’Italia” – deplorò il fatto che a Trieste gli Ebrei detenessero “cariche, funzioni di comando e posti di controllo nella proporzione del cento per cento”.

Altri casi di fascisti triestini possono essere ricondotti a quelli di Piero Jacchia, uno dei fondatori dei fasci locali, che morì in combattimento il 14 gennaio 1937 contro la dittatura di Franco. Oppure quello di Enrico Rocca, anch’egli fascista della prima ora e insigne studioso di letteratura tedesca, morto suicida a causa delle leggi razziali. Il 17 giugno 1937 il presidente della Provincia di Trieste consegnò a Mussolini un lungo elenco degli ebrei triestini, identificati sulla base “della razza e non della religione professata”. Era il preludio della promulgazione delle leggi razziali, che furono invocate proprio a Trieste nel suo discorso del 18 settembre 1938, quando Mussolini definì l’ebraismo mondiale “un nemico irreconciliabile del fascismo” per il suo antifascismo, promulgando così quel corpus di leggi che confluì nell’esclusione degli Ebrei dalle cariche pubbliche e dall’esercito proprio a significare la loro identità etnica e la lontananza dalla patria italiana.

Nel caso degli Ebrei triestini fu approntato un elenco con le relative partenze e gli spostamenti da un luogo ad un altro per esercitare un controllo capillare sulle loro attività produttive. Così alla fine del 1938 le ditte ebraiche triestine furono censite e sottoposte al vaglio di specifiche commissioni nazionali. Il risultato fu quello di una loro svendita o di un passaggio fittizio a prestanome “ariani” delle ditte, molti delle quali mai restituite. Pittori e scultori furono esclusi dalle mostre e privati di ogni forma di sostentamento: nel settembre 1940 il museo comunale di Trieste rimosse dalle sale pubbliche le opere di artisti ebrei e ritirò il catalogo che ne illustrava la presenza. L’8 ottobre dell’anno successivo cominciò una sequela di atti intimidatori contro gli ebrei triestini, che quasi provocò venti giorni dopo l’incendio della sinagoga.

L’applicazione delle leggi razziali sconvolse infatti la comunità ebraica triestina, che fu privata dei suoi esponenti più autorevoli. Addirittura durante l’occupazione nazista molti ebrei furono arrestati dai tedeschi e concentrati a Trieste prima nel carcere del Coroneo e poi con la deportazione nella Risiera di San Sabba, l’unico forno crematorio esistente in Italia. Per gli Ebrei la Risiera divenne un centro di raccolta per la deportazione: almeno 1173 ebrei furono deportati da Trieste con 23 convogli o piccoli trasporti compiuti tra il 7 dicembre 1943 e il 24 febbraio 1945 (si vedano le molteplici pagine scritte da L. Picciotto Fargion, Il libro delle memoria. Gli Ebrei deportati dall’Italia (1943-1945), Milano 1991).

Questi episodi incresciosi, messi in rilevo dagli studenti liceali nella loro mostra, potrebbero sviluppare una benefica azione pedagogica e frenare i rigurgiti razzisti in atto in alcuni ambienti culturalmente degradati del nostro Paese. La conoscenza delle cosiddette “leggi della vergogna” dovrebbe essere meglio stimolata in molte città con mostre e attività culturali più di quanto sia stata fatta dalla Giunta di Trieste.

Nunzio Dell’Erba

“1938, vite spezzate”. A Roma una mostra a 80 anni dalle leggi razziali

ottaviaIl 14 luglio 1938 il quotidiano “Giornale d’Italia” pubblica “Il manifesto della razza” una pseudo ricerca firmata da dieci scienziati dove si afferma che “gli ebrei non appartengono alla razza italiana”. La ricerca è commissionata dal ministero della cultura popolare ma il vero sponsor è Benito Mussolini che vuole adeguarsi alle teorie degli alleati nazisti.

Si replica il 5 agosto nel primo numero della rivista “La difesa della razza”, con tanto di firme degli illustri (per l’epoca) scienziati.

Questo “manifesto” darà il via a una campagna di persecuzioni contro gli ebrei, con l’appoggio di quasi tutta la stampa dell’epoca, che tra il 1938 e il 1939 produrrà 420 tra leggi e decreti (firmati da Benito Mussolini come capo del governo e promulgati dal re Vittorio Emanuele III), circolari di varia natura e 8mila decreti di confisca.

La persecuzione, inoltre, porterà al censimento degli ebrei, ad arresti, eccidi e deportazioni. Nei lager nazisti, infatti, verranno internati 8.569 ebrei italiani, e solo in mille riusciranno a sfuggire alla morte per fame o alle camere a gas.

Vediamo nel dettaglio alcune di queste leggi. Nel settembre 1938 gli ebrei vengono esclusi dall’insegnamento e non possono più iscriversi alle scuole pubbliche. Nelle librerie arriva il divieto di esporre libri israeliti

Ottobre 1938: gli ebrei non possono iscriversi al partito fascista, non possono essere proprietari di aziende con più di cento dipendenti, non possono più prestare servizio militare.

Nel novembre 1938 vengono licenziati tutti i dipendenti di razza ebraica dagli uffici pubblici statali e parastatali, scuole private, banche e imprese private di assicurazione.

Nell’agosto 1939 arriva il divieto di esercitare la professione di giornalista. Successivamente agli ebrei sarà proibito svolgere qualunque attività.

Abbiamo già parlato della mostra “1938 – 2018 Ottant’anni dalle leggi razziali in Italia. Il mondo del fumetto e dell’animazione ricorda l’orrore dell’antisemitismo” con 160 disegnatori che hanno partecipato con tavole e disegni inediti. Ma non è l’unica realizzata per l’occasione.

Un’altra mostra che racconta diffusamente una delle pagine più nere della storia italiana è “1938 Vite spezzate 80° Leggi razziali”, a cura di Marcello Pezzetti e Sara Berger, organizzazione generale C.O.R. Creare Organizzare Realizzare, e allestita nella sede della Fondazione Museo della Shoah – Casina dei Vallati, in via del Portico d’Ottavia n. 29 a Roma.

“Vite spezzate” racconta un’ampia panoramica di storie di studenti e docenti espulsi dalle università italiane, di impiegati e di professionisti cacciati brutalmente da un giorno all’altro dal luogo di lavoro, di intellettuali e uomini di cultura emarginati.

Storie di persone comuni e di nomi eccellenti, tutti accomunati dall’appartenenza a una razza diventata per legge inferiore dal punto di vista “biologico”. Molti decisero di restare nella loro patria anche se “matrigna”, altri emigrarono e alcuni scelsero il suicidio come estrema via di fuga.

La mostra ricostruisce alcune di queste storie con fotografie, manifesti, documenti, giornali, oggetti e filmati in gran parte inediti e originali, raccolti in tutta la Penisola, provenienti da archivi e collezioni private.

La mostra è divisa in tre sezioni: Esempio di biografie di vittime, Esempi di biografie di persecutori e Destini collettivi.

Nei Destini collettivi vengono raccontate le espulsioni dalle scuole, dagli impieghi lavorativi e l’internamento.

Tra le biografie delle vittime delle persecuzioni vengono proposti nomi eccellenti e persone comuni, tipo Rita Levi Montalcini (scienziati/universitari) e i Salonicchio, una famiglia di rigattieri.

Per le diverse biografie dei persecutori citiamo solo Benito Mussolini, razzismo e antisemitismo di regime, e Telesio Interlandi, propaganda antisemita.

“Vite spezzate” ha il patrocinio della presidenza del consiglio dei ministri, dei ministeri degli affari esteri, dell’istruzione e dei beni culturali, della regione Lazio, di Roma capitale, della Fondazione centro di documentazione ebraica contemporanea, dell’Unione delle comunità ebraiche italiane, e della Comunità ebraica di Roma con il sostegno di Acea.

La mostra, che resterà aperta sino al prossimo 18 novembre, è visitabile gratuitamente dalla domenica al giovedì dalle 10 del mattino alle 5 del pomeriggio, il venerdì dalle 10 all’1 del pomeriggio, escluse le festività ebraiche.

Antonio Salvatore Sassu

Storie come favole, come i danesi salvarono i loro ebrei dai nazisti

re cristianoLa storia degli ebrei danesi è una di quelle storie che, tra le tante tragedie, spicca per il suo lieto fine. Essa dimostra come le cose non succedono per caso, succedono per scelte compiute più o meno consapevolmente. Nulla nella storia è infatti inevitabile e necessario. Tuttavia è raro che le scelte dell’uomo, animale sociale, siano prese in completa autonomia. Sono influenzate dal contesto sociale sia nel male sia, come nel caso della storia che stiamo per raccontare, nel bene.

La Danimarca era stata invasa militarmente nel 1940, senza neanche tentare una difesa che sarebbe stata controproducente. Divenne allora il “protettorato modello”, uno stato considerato in armonia con l’occupazione nazista, disposto a collaborare e ricevendo in cambio il rispetto per la propria identità nazionale. Il sostegno della Danimarca era fondamentale per la guerra dei nazisti. Da lì infatti arrivavano molti prodotti alimentari come la carne e il latte. Il problema, per i gerarchi, era che la monarchia danese, spalleggiata dal suo governo, si era sempre categoricamente rifiutata di inserire le leggi razziali nella loro legislazione. E nel 1943, la cosa iniziava a non essere più tanto gradita.

Nel 1942, dopo la cosiddetta “crisi dei telegrammi”, quando il re Cristiano X rispose ad un lungo messaggio di Hitler con uno striminzito ringraziamento scatenando la furia del Fürer, venne inviato come nuovo plenipotenziario il generale Werner Best, ex membro della Gestapo, prima impegnato in Francia per il governo di Vichy, poi trasferito a Copenaghen per occuparsi dell’amministrazione del paese.

Best era un nazista convinto. È sua la metafora medica del nazista che deve estirpare dalla società gli agenti patologici come gli ebrei e i comunisti. In Danimarca però, sapeva che le cose erano diverse e che la deportazione degli ebrei non sarebbe potuta essere imposta senza gravi conseguenze. Perdere il “protettorato modello” significava perdere importanti rifornimenti. Best in breve tempo imparò a conoscere la popolazione danese, i suoi politici, la sua cultura.

Nell’agosto del 1943 tuttavia, una rivolta della resistenza danese diede ai nazisti il pretesto per introdurre la legge marziale nel paese ed imporre un governo più compiacente, mettendo il re nella condizione di non poter fare nulla. Quello, era il momento per avviare la deportazione, e a suggerirlo è Best, come emerge da un telegramma datato 8 settembre 1943 rivolto al ministro degli esteri di Hitler.

È a questo punto che la storia prende una piega sensazionale. Gli storici non concordano su quale sia stata la scintilla che ha fatto partire il passaparola, se la volontà dello stesso Best o la rabbia di uno dei suoi amici e consiglieri Georg Duckwitz, attendente navale presso l’ambasciata tedesca molto inserito nella società danese e contrario alla deportazione degli ebrei. Fatto sta che iniziò l’operazione di salvataggio che avrebbe messo al sicuro la vita ai più di 7300 ebrei danesi. Il piano era quello di avvisarli che la retata avrebbe avuto luogo il primo ottobre, e quindi dargli la possibilità di nascondersi e fuggire in Svezia passando per lo stretto di Oresund. Determinante fu la posizione della Svezia, che si dimostrò aperta ad accogliere i fuggitivi danesi, contrariamente a quanto era accaduto in precedenza con i francesi. Qualche mese prima infatti, era saltato un accordo che la Svezia, paese neutrale, aveva preso con la Germania e quindi fu possibile per il governo socialdemocratico di Hansson aprire le porte a coloro che erano in pericolo.

Ma ancora più incredibile fu l’atteggiamento della popolazione danese. Non solo i politici, i membri della resistenza e i leader della comunità ebraica contribuirono a diffondere il passaparola, ma cittadini rimasti alla storia senza un nome e senza un volto camminavano per strada e passavano furtivamente le chiavi delle loro case agli ebrei che sapevano essere in cerca di rifugio.

Non mancò chi cercò di arricchirsi. Il passaggio sui mercantili che sarebbero approdati in Svezia aveva un prezzo spesso ben alto e, come oggi accade con gli scafisti, molte famiglie spesero tutto quello che avevano nella speranza di avere salva la vita, e, fortunatamente, così fu per molti.

Quando i nazisti si resero conto della fuga di notizie inviarono pattuglie a controllare i porti e il traffico navale. La cosa sensazionale è che molti chiusero un occhio, probabilmente su richiesta dello stesso Best. Fa scalpore anche che il comandante supremo delle forze tedesche in Danimarca, il generale Von Hannecken, fin da subito rifiutò di inviare i suoi uomini per collaborare alla retata degli ebrei.

Sebbene molti passaggi della vicenda non siano ancora oggi chiari, anche considerando che molte testimonianze risalgono a processi successivi e dunque non è facile capire dove sia la verità, è indubbio che nel caso della Danimarca le scelte dei singoli hanno fatto la differenza.

Giulia Clarizia

Blog Fondazione Nenni

Paura a Milano dopo l’accoltellamento di Nathan Graff

milano

Allerta a Milano dopo l’accoltellamento giovedì sera di un esponente della comunità ebraica. Il Partito socialista ha espresso solidarietà alla comunità ebraica  per l’aggressione.  “In Italia, si registra sempre troppa timidezza nella condanna all’antisemitismo”, così Federico Parea, della segreteria nazionale del Psi.

Milano sotto la lente d’ingrandimento dopo la vicenda di ieri sera. Il 40enne israeliano Nathan Graff, genero del rabbino della comunità locale Hetzkia Levi è stato aggredito da un uomo con il capo semi coperto. Nathan Graff è ora in prognosi riservata all’ospedale Niguarda dove è stato operato, ma non è in pericolo di vita. L’uomo, aggredito alle spalle in via San Gimignano, nel quartiere ebraico del capoluogo lombardo, è stato poi gettato a terra per essere pugnalato, la ferita più grave è di sette centimetri, al volto, e rischia di rovinargli il nervo ottico. La prima indagine non esclude che l’uomo sia stato aggredito in quanto ebreo riconoscibile con la kippah.

Il Dipartimento di pubblica sicurezza, già a poche ore dal ferimento di Nathan Graff, ha inviato a questori e prefetti una circolare che invita a “intensificare la vigilanza e il controllo” sugli obiettivi sensibili riferibili a Israele e alla religione ebraica.

“Non voglio azzardare ipotesi sul movente di Milano, però è del tutto evidente che c’è una tendenza europea ad abbracciare posizioni antisemite con la criminalizzazione dello Stato di Israele. L’Europa, insomma, è percorsa dall”Israelofobia’”. Questo l’allarme lanciato dalla giornalista e scrittrice Fiamma Nirenstein.

“In Italia, si registra sempre troppa timidezza nella condanna all’antisemitismo”, così Federico Parea, della segreteria nazionale del Psi.
“L’accoltellamento di Nathan Graff a Milano è un episodio non solo raccapricciante in sé ma inquietante per le modalità dell’aggressione, quasi di importazione, che trasmettono il senso di un salto di qualità, sul nostro suolo nazionale, nel capitolo della violenza a matrice religiosa e, più in particolare, come in questo caso, dell’antisemitismo. A simili accadimenti non dovrebbe seguire unicamente, come ci auguriamo, una repressione puntuale ed efficace da parte dell’autorità pubblica, ma soprattutto una reazione culturale e civile intransigente della società. Speriamo, ‘almeno’ in questa occasione, sia così, ma la verità – conclude Parea – è che in Italia la voce della condanna all’antisemitismo è sempre troppo timida e la solidarietà alla comunità ebraica sempre troppo formale e di maniera”.

La Comunità ebraica, non solo quella milanese, teme il ripetersi di episodi come quello che accadde a Roma nel 1982, il terribile attentato di matrice palestinese alla Sinagoga di lungotevere Cenci, quando furono ferite 37 persone e morì il piccolo Stefano Gaj Taché.
“Ciò che preoccupa è proprio la possibilità di un’imitazione di avvenimenti descritti dai media, soprattutto in televisione”. Dice Ruth Dureghello, presidente della Comunità ebraica di Roma.
“La nostra è una condanna senza se e senza ma – dice il presidente dell’Istituto culturale Islamico, Abdel Hamid Shaari – Poi dobbiamo vedere se quanto successo possa essere legato all’Isis o alla questione palestinese, che vanno tenuti fuori dal contesto italiano”. Parla di “un atto vile, da condannare” l’imam di Segrate Ali Abu Shwaima. Ma “non creiamo ipotesi sul caso, non accusiamo la nostra comunità, che non c’entra niente”.
“La componente socialista esprime vicinanza alla comunità ebraica per questo grave atto di violenza che l’ha colpita, e cogliamo questa occasione per ribadire che gli atti di odio e di razzismo non fanno che alimentare altro odio”. È il commento della deputata socialista Pia Locatelli.
“A questo proposito faccio un riferimento preciso all’intervista che ha rilasciato ieri il Presidente Rouhani e alle sue parole nei confronti dello Stato di Israele, che ha diritto all’esistenza e ha diritto di esistere in sicurezza”. Aggiunge la Locatelli
“Voglio ricordare, però – precisa la deputata – che non possiamo utilizzare strumentalmente il gravissimo fatto di Milano per alimentare nuove campagne contro gli immigrati o contro gli islamici: soltanto i fondamentalismi di qualsiasi parte devono essere condannati”.

L’indagine è stata affidata al procuratore aggiunto di Milano, Maurizio Romanelli, che coordina il pool antiterrorismo. Da quanto si è saputo gli inquirenti, prima di decidere per quale reato iscrivere il fascicolo e se contestare o meno l’aggravante di odio razziale, vogliono valutare attentamente le carte e gli accertamenti della Digos. Al momento, l’ipotesi di reato privilegiata dalla procura di Milano è quella di “tentato omicidio”.

Redazione Avanti!

Turchia. Nulla
su cui (sor)ridere

BattagliadelsorrisoPillole di storia: Mons. Angelo Roncalli, il futuro Papa Giovanni XXIII, è anche ricordato per il periodo in cui fu Nunzio apostolico in Turchia, periodo eroico, nel quale riuscì a salvare dalla deportazione nei campi di sterminio nazista migliaia di ebrei in fuga dall’Europa orientale. Le immagini che lo ritraggono in quel periodo lo mostrano in abiti civili senza alcun segno di riconoscimento religioso. Continua a leggere

27 gennaio: il giorno della Memoria

Giorno della MemoriaIl 27 di gennaio si celebra la Giornata della Memoria, ricorrenza internazionale in cui si commemorano le vittime dell’Olocausto e del nazismo. La data venne scelta per ricordare quando il 27 gennaio del 1945 un’avanguardia dell’Armata Rossa, che si stava spingendo come un cuneo attraverso la Polonia, calando dall’Alta Slesia in direzione Berlino, giunse nei pressi di Auschwitz, dove la marcia dei soldati si arrestò e si squarciò il velo dell’orrore.

In quell’inferno, che aveva raggiunto i rilevanti confini di quaranta chilometri quadrati di estensione, le stime recenti dicono che vennero uccise oltre un milione di persone. Per la gran parte le vittime erano ebrei provenienti da tutta Europa. Quando i russi entrarono nel lager non incontrarono nessuna opposizione, i tedeschi lo avevano evacuato alcuni giorni prima, il 18 di gennaio, trascinando con loro anche le ultime migliaia di prigionieri, si parla di 60 o 70mila, molti dei quali morirono di stenti prima di raggiungere gli altri campi di concentramento ai quali erano stati destinati.

La macchina di sterminio nazista di Auschwitz, la più grande nel suo genere, nacque per ordine del numero uno delle SS, Heinrich Himmler, a seconda guerra mondiale in corso già da alcuni mesi. Correva la primavera del 1940, era il 27 di aprile, quando fu deciso di costruire in un’area ritenuta strategica un nuovo campo di concentramento. Venne così individuata la zona di Oswiecim (Auschwitz in tedesco), piccola località polacca che sorge al confine con la Germania. In quel luogo erano disseminate strutture dell’esercito polacco in stato di abbandono, mentre tutto attorno pulsavano le miniere carbonifere e i giacimenti di ferro dell’Alta Slesia, già resi  facilmente raggiungibili da numerosi collegamenti ferroviari.

Il complesso fu considerato perfetto dal punto di vista logistico, ma al contempo alla giusta distanza di sicurezza e abbastanza appartato dai veri e propri centri urbani. Per di più si poteva prestare a trasformarsi, contemporaneamente, sia in un campo di concentramento, nel quale i prigionieri lavoravano per i nazisti sino a consumarsi mortalmente, sia in un campo di sterminio. L’area infatti, per la sua vastità, fu divisa in parti distinte: a Monowitz (Auschwitz III), dove sorgevano decine di sottocampi, furono predisposti gli agglomerati di raggruppamento dei prigionieri, a Birkenau (Auschwitz II), invece, lo sterminio. Birkenau, dunque, il cui significato è “bosco di betulle”, a imperitura memoria si è guadagnata il ricordo di luogo sinistro e sinonimo di atrocità, morte e sofferenza.

Nel 1940, inviati sul posto per compiere un sopralluogo e per dare il definitivo benestare alla costruzione della struttura, furono Rudolf Hoss, poi comandante del lager, e Adolf Eichmann, figura chiave nelle deportazioni dei nazisti e principale collaboratore di Reinhard Heydrich, il gerarca nazista promotore della conferenza di Wannsee durante la quale venne pianificata la “soluzione finale della questione ebraica”.

Rudolf Hoss, già esperto di campi di concentramento per avere prestato la sua opera a Dachau e Sachsenhausen, si diede un gran da fare per rendere operativa al più presto la nuova macchina di morte con l’ambizione di farla diventare la più sofisticata e funzionale possibile perché potesse assolvere al più presto e al meglio alla direttiva nazista dello sterminio di massa. I soldati tedeschi, impiegati sul fronte sovietico per l’operazione Barbarossa, eliminavano già i nemici e gli ebrei con un colpo di proiettile alla nuca, e anche con metodi più brutali, gettando poi i corpi in fosse comuni. Ma presto giunse da Berlino l’ordine di velocizzare le operazioni, vi era la necessità di programmare in modo più scientifico la strage.

Per esempio il comandante di Auschwitz, già nel dicembre del 1941, per primo sperimentò gli effetti  letali del gas Ziklon B su un certo numero di prigionieri, dicendosi poi soddisfatto della rapidità d’azione del veleno e apprezzandone da subito la capacità di ridurre il margine degli sprechi sugli omicidi. Quella sostanza, divenuta devastante per l’uomo e strumento di strage di massa, venne originariamente brevettata dall’industria chimica tedesca come disinfestante e poi etichettata quale insetticida. I piani di potenziamento del lager, di pari passo con l’espansione della guerra, crebbero in modo esponenziale. La massima accelerazione arrivò in coincidenza del 20 gennaio del 1942, con la conferenza di Wannsee, quando Reinhard Heydrich comunicò al “ragioniere dello sterminio”, Adolf Eichmann, che avrebbe dovuto organizzare nelle terre dell’Est la deportazione di oltre 11 milioni di persone. E fu pochi giorni dopo, da febbraio, che cominciarono ad arrivare i primi contingenti di prigionieri destinati a morire nelle camere a gas.

Ancora, però, nel lager mancavano i forni crematori e i cadaveri sepolti nelle fosse comuni rischiavano di inquinare le falde acquifere sottostanti. Tuttavia, quando il capo delle SS Heinrich Himmler, nel luglio del 1942, si recò a compiere una visita, Auschwitz Birkenau funzionava ormai a pieno regime. Nelle quattro gigantesche camere a gas potevano essere stipate sino a 2mila persone alla volta, mentre altrettanti forni crematori arrivarono a incenerire oltre 4.500 cadaveri in un giorno. Ogni pratica di eliminazione di massa poteva durare da un minimo di 5 a un massimo di dieci minuti, questo era il tempo che il micidiale Ziklon B impiegava a saturare i polmoni delle vittime che dopo una terribile agonia cedevano al soffocamento.

L’eliminazione umana, per i nazisti, aveva raggiunto i massimi livelli di razionalizzazione e pianificazione industriale sfruttando le punte della più alta e sofisticata tecnologia del tempo. La macchina che produceva morti, con i suoi forni, le sue caldaie e quelle ciminiere a sbuffo che soffiando in alto ceneri di uomini dipingevano il cielo di grigio scuro continuò a fagocitare vittime a pieno regime sino al 27 di gennaio del 1945, quando appunto l’avanguardia dell’Armata Rossa sollevò il coperchio su quei crimini contro l’umanità e la terribile verità fu svelata in modo chiaro, inequivocabile e palese a tutto il mondo.

L’SS Rudolf Hoss, durante il processo di Norimberga, spiegò con freddezza e rigida professionalità militare il funzionamento di Auschwitz. Alla giuria sembrò che il capitano si compiacesse del livello di operatività e precisione raggiunto dal lager. Poco tempo dopo l’ex comandante del lager fu spedito in Polonia. Venne quindi imprigionato a Cracovia, dove nel corso di un altro dibattimento replicò in modo impeccabile la spiegazione del funzionamento dell’inferno che i nazisti avevano domiciliato ad Auschwitz. La Corte Suprema di Varsavia lo giudicò colpevole. Rudolf Hoss, il 16 aprile del 1947, venne giustiziato per impiccagione davanti a uno dei grandi forni crematori del lager.

Ferruccio Del Bue

 

 

Ricordare l’orrore anche attraverso una partita di calcio

Pochi giorni fa si è celebrata la giornata nazionale dell’alzheimer ovvero quella tremenda malattia che colpisce gli anziani nella memoria che viene gradualmente distrutta: la persona colpita rimane in vita ma perde gradualmente la propria identità. Domenica si è tenuta la giornata mondiale della memoria, la Shoah e per molti, anzi troppi, sembrava coincidere con la giornata dell’alzheimer.

Troppi vuoti di memoria, troppi equivoci, infinite gaffes.

Il periodo più tragico dell’umanità deve essere certamente ricordato per un obbligo di restituzione storica ma contemporaneamente lo deve essere per evitare qualsiasi forma di razzismo e di nuove pulizie razziali che anche le moderne tecniche di manipolazione genetica possono rendere possibile, ce lo chiedono le migliaia di persone con disabilità che sono state le prime vittime dell’olocausto, anzi le cavie per sperimentare le tecniche di sterminio. Lo chiedono i rom, gli omosessuali e soprattutto gli ebrei che più di tutti hanno vissuto non solo l’orrore dello sterminio ma persino il tentativo di annichilimento della loro personalità.

Purtroppo accanto a una mobilitazione a macchia di leopardo nel nostro continente e nel mondo, moltissime sono state le lacune o gli imbrogli. Cominciamo da Papa Benedetto XVI che non perde occasione per criminalizzare il divorzio, l’aborto, l’omosessualità e che ha speso parole assolutamente incolori e senza reale voglia di ricreare come ogni anno attenzione su questo evento che ancora ci chiama tutti a raccolta. (Non a caso durante le festività natalizie per manifestare la propria solidarietà verso i detenuti invece di andare in un carcere qualsiasi è andato a liberare il suo maggiordomo!!)

Un “non fatelo più” assolutamente insignificante! Non per fare paragoni ma infinitamente diverse furono le parole di papa Roncalli e soprattutto di Papa Giovanni Paolo II che non solo ha urlato contro l’olocausto ma è arrivato persino a chiedere scusa come Papa e come capo dei cristiani agli ebrei.

Che dire poi dell’insulto di Silvio Berlusconi alla storia e alla ragione? Meglio non parlarne, se non da medico, sotto la voce psicopatologia. Le parole imbarazzate di Pacifici ne sono un test chiarissimo. In questa realtà così contraddittoria dove persino gli ex picchiatori fascisti vanno ad Auschwitz o a Dachau ma non per una richiesta intimissima di perdono, io voglio raccontare brevemente una piccola grande storia che viene da lontano ma che è esemplare perché esprime in se un paradosso gigantesco: il razzismo che ha tra i suoi frutti più fetidi il negazionismo ed il vuoto di memoria colpisce anche lo sport più popolare del mondo.

Circa 2 settimane fa per merito del direttore del Guerin Sportivo, Matteo Marani,  che ha scritto il bellissimo libro “Dallo scudetto ad Auschwitz” Ed. Aliberti frutto di 3 anni di ricerche difficilissime dell’associazione “Viva il Calcio” e delle squadre di calcio di Inter e Bologna, si è tenuta la partita di calcio Bologna – Inter alla memoria di Arpad Weisz. Chi era costui direbbe un nostro probabile Don Abbondio? Non era uno sportivo qualunque. È uno dei personaggi più significativi del calcio italiano: È l’allenatore più giovane ad aver vinto lo scudetto, quello del campionato 1929/30. Uno degli scudetti vinti è inoltre il primo assegnato con il campionato a girone unico.

Ma accadde qualcosa di incredibile. Una vera frattura della civiltà che colpì anche l’Italia molto di più di quanto ancora si voglia dire. Le leggi razziali che colpirono a fine estate del ’38 operai ed intellettuali, presidi e scienziati, amministratori e liberi professionisti lo cacciarono via dal lavoro e poi dall’Italia insieme alla moglie e ai 2 figli. Dopo un doloroso girovagare per tutta l’Europa morì all’età di 48 anni ad Auschwitz. Nessuno si ricorda più di lui, l’inventore di Meazza. Ci si ricorda della produzione dei vini, del non dire gatto se non ce l’hai nel sacco del Trap, del gioco del soldato fatto fare ai calciatori da Nereo Rocco o dello psicologo imposto ai suoi atleti da Herrera, oppure dei capelli di Conte o dei riti scaramantici del sale a terra  ed il galletto in braccio di Oronzo Pugliese e non ci si ricorda, come se non fosse esistito, di questo allenatore che ha fatto al storia del calcio, eroe e martire.

Davvero una storia esemplare la sua in positivo, ma anche un’oscura storia in mancanza della memoria del calcio e dello sport soprattutto Italiano. Se in questo periodo da parte di un’azienda privata si ricorda Jessie Howens che “mise un dito dell’occhio ad Hitler” spero che accanto al direttore… ci siano tanti ragazzi che leggano le storie di questo sportivo straordinario. La sfida della memoria inizia proprio da qui

Shoah, Pacifici: «La comunità ebraica romana commossa dalle parole di Napolitano»

Napolitano-antisemitismo

Alla presenza del Capo dello Stato, nella mattinata di ieri, la Comunità ebraica romana è salita al Colle per partecipare alla cerimonia di celebrazione del “Giorno della Memoria”. A rappresentare Roma ebraica c’era il presidente della Comunità Riccardo Pacifici. Il presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, ha espresso parole di dura condanna, rispondendo indirettamente alle recenti affermazioni di Silvio Berlusconi, che aveva parlato del Ventennio in termini giustificatori, affermando che «l’Italia non ha le stesse responsabilità della Germania, perché ci fu una connivenza che all’inizio non fu completamente consapevole». Napolitano ha, invece, ribadito senza indugi che «l’antisemitismo» introdotto «in Italia dal fascismo» fu «un’aberrazione», definendo «un’infamia» le  leggi razziali del 1938. Continua a leggere

Napolitano: «L’antisemitismo è un’aberrazione»

Napolitano-antisemitismoDopo l’uscita poco felice di Silvio Berlusconi, che aveva affermato, in merito alla persecuzione degli ebrei, che «l’Italia non ha le stesse responsabilità della Germania, ma ci fu una connivenza che all’inizio non fu completamente consapevole», arriva il Capo dello Stato a sgomberare il campo da ogni ambiguità e tentativo di riscrivere la storia. «L’antisemitismo» introdotto «in Italia dal fascismo» fu «un’aberrazione» ha detto il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, al Quirinale per la Giornata della memoria, ribadendo «l’infamia delle leggi razziali del 1938». Continua a leggere