Istat. A settembre occupazione in calo

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Dopo i dati negativi sul Pil arrivati ieri nuove conferme verso il ribasso e ulteriori segnali d’allarme emergono dalla pubblicazione degli ultimi dati dell’Istat sugli occupati e i disoccupati del mese di settembre. La fotografia mese su mese evidenzia che la stima degli occupati a settembre 2018 torna a calare leggermente (-0,1% su base mensile, pari a -34 mila unità). Mentre dopo due mesi di diminuzione torna a crescere la stima delle persone in cerca di occupazione.

Secondo i dati diffusi oggi dall’Istat il tasso di disoccupazione è risalito al 10,1%. Le persone in cerca di lavoro sono 2.613.000, in aumento di 81 mila unità (+3,2%) rispetto ad agosto e in calo di 288mila unità su settembre 2017. Un dato su cui pesa anche il calo degli inattivi, coloro che non hanno un impiego né lo cercano, calati di 41 mila unità. Male anche il dato sui giovani: la disoccupazione giovanile risale al 31,6%, in aumento di due decimi di punto rispetto al mese precedente. Colpisce poi il dato sugli occupati, diminuiti di 34 mila unità su agosto (-0,1%). Un calo concentrato soprattutto sui dipendenti permanenti (-77 mila) mentre aumentano gli occupati a termine (+27 mila) e i cosiddetti indipendenti, cioè imprenditori, liberi professionisti, lavoratori autonomi (+16 mila).

Al di là delle singole variazioni mensile, a livello più generale si conferma il trend di diminuzione dei posti di lavoro stabili, scesi di 184 mila unità, e il balzo degli occupati a termine, saliti in un anno di 368 mila, e ormai stabili sopra quota 3 milioni.

Peggiora lievemente anche il dato sul tasso di occupazione, cioè il numero di persone con un impiego sul totale della popolazione. Un dato che posizione tradizionalmente il nostro Paese tra i posti più bassi dell’Unione europea. Dopo essere salito lo scorso mese il dato è tornato a scendere al 58,8%. Il dato è particolarmente preoccupante se si guarda alle donne: il tasso di occupazione femminile si attesta al 49,6% (in calo dello 0,1% rispetto ad agosto).

Joel Mokyr, le innovazioni e le origini dell’economia moderna

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Il mondo di oggi è più prospero che mai; si conoscono bene le trasformazioni economiche e sociali che sono seguite al processo di crescita avviato con la prima Rivoluzione industriale, a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo; si sa anche dove la prosperità è cresciuta. Restano però, misteriose, a parere di Joel Mokyr, docente di Economia e storia nella Northwestern University di Evanston nell’Illinois, le ragioni per cui ciò sia potuto accadere nelle forme che tutti ora conosciamo: in “Una cultura della crescita”, egli tenta di disvelare il mistero, cercando di individuare le diverse condizioni culturali, istituzionali e personali del perché la prosperità si sia concentrata solo in particolari aree e non sempre con la stessa intensità.

I fatti fondamentali che hanno accompagnato l’aumento della prosperità “sono indiscussi. La Rivoluzione industriale britannica del tardo XVIII secolo innescò un fenomeno che nessuna società [aveva] mai conosciuto, nemmeno da lontano”. Ovviamente, osserva Mokyr, le innovazioni sono state un fatto ricorrente nella storia; ma in tutti i momenti in cui esse si sono verificate, se ne è potuto valutare l’accadimento grazie a un impiego più efficiente delle risorse, i cui effetti in termini di reddito, però, sono stati molto limitati e, in molti casi, non sufficienti a compensare l’aumento della popolazione. Inoltre, le innovazioni, una volta incorporate nei processi produttivi, si sono normalmente interrotte, mancando di sostenere ogni altro possibile ulteriore avanzamento sulla via della prosperità.

Prima che prendesse il via la Rivoluzione industriale, alla fine del XVIII secolo, nessuna innovazione aveva innescato qualcosa che somigliasse a un continuo progresso tecnologico autosostenuto, al punto che – come ricorda Mokyr – il filosofo David Hume, all’inizio dell’industrializzazione dell’Inghilterra, poteva riassumere la storia economica del mondo sino alla sua epoca affermando che, “se l’ordine generale delle cose, e naturalmente la società umana, subiscono tali graduali rivoluzioni, esse sono tuttavia troppo lente per essere osservate” nel periodo in cui si verificano; per cui “la forza del corpo, la durata della vita, persino il coraggio e la potenza dell’ingegno sembrano quindi essere stati in tutte le epoche quasi completamente uguali”.

La descrizione di Hume dell’esperienza del passato in fatto di innovazioni può risultare valida ancora oggi, riguardo alla percepibilità dei processi innovativi; ma se la sua analisi fosse stata utilizzata come previsione di quello che sarebbe avvenuto di li a poco, rispetto al momento in cui egli scriveva, essa si sarebbe dimostrata del tutto errata. Ciò perché le innovazioni che si sono verificate all’inizio della Rivoluzione industriale (basta pensare all’introduzione del vapore come forma di energia alternativa a quella della forza meccanica prodotta dagli uomini, dagli animali, oppure dall’acqua e dal vento) nel XIX secolo si sono trasformate – afferma Mokyr – “in una cascata di innovazioni autosostenute”; per cui, se prima della Rivoluzione industriale la crescita della prosperità “è stata in gran parte guidata dal commercio, da mercati più efficaci e da migliori allocazioni delle risorse, la crescita dell’età moderna è stata sempre più sovente guidata dall’espansione da ciò che nell’età dell’Illuminismo ha ricevuto il nome di ‘conoscenza utile’”.

Alla fine del XIX secolo, le innovazioni che hanno caratterizzato l’inizio della Rivoluzione industriale e quelle succedutesi nei decenni successivi hanno trasformato le economie di gran parte dei Paesi europei e di quelle di alcuni Paesi non occidentali; da fenomeno eccezionale e discontinuo, le innovazioni si sono convertite in fenomeno continuo ed di routine, cioè in qualcosa di atteso; si poteva ignorare , afferma Mokyr, “dove si sarebbe manifestata la successiva ondata di progressi tecnologici, ma ci si era abituati a questo fenomeno”, al punto di attendersi abitualmente che, prima o poi, le precedenti innovazioni sarebbero state seguite da delle nuove.

E’ stato così che la crescita della prosperità nelle economie dei secoli XIX e XX è divenuta persistente e continua e, ”nonostante una serie di disastri politici ed economici autoinflitti nel XX secolo, l’Occidente industrializzato ha recuperato miracolosamente dopo il 1950 ed è stato in grado di raggiungere livelli di vita che sarebbero stati impensabili nel 1914, per non parlare del 1800”. Il ritmo con cui è aumentata la prosperità dei Paesi industrializzati ha dato luogo alla “grande divergenza”, con cui oggi si è soliti descrivere la “leadership dell’Occidente nel trionfo della crescita moderna”. Si tratta di una leadership acquisita grazie a “qualcosa” che Mokyr chiama “cultura” e che riguarda soprattutto l’Europa. Al fine di sottrarre la sua interpretazione della grande divergenza dall’accusa d’essere eurocentrica, il concetto di cultura che Mokyr adotta è di natura antropologica, in quanto comprende come sue componenti fondamentali, sia le istituzioni, sia gli incentivi che motivano all’agire economico.

A parere di Mokyr, un’economia che cresce richiede istituzioni favorevoli: diritti di proprietà ben definiti e rispettati, contratti cogenti, legge e ordine, un basso livello di opportunismo e parassitismo, un alto grado di coinvolgimento nel processo decisionale, la condivisione dei benefici della crescita e un’organizzazione politica in cui il potere e la ricchezza siano separati il più possibile. Tuttavia, l’esistenza di istituzioni favorevoli non è sufficiente di per sé a promuovere una moderna crescita economica, la quale da sola non spiega “la crescita della creatività tecnologica e dell’innovazione”, per la cui diffusione (com’è accaduto negli anni successivi alla fine del Settecento) sono stati necessari incentivi strumentali a motivare gli uomini all’azione.

I motori del progresso tecnologico e dell’innovazione sino, a parere di Mokyr, l’atteggiamento e l’attitudine: “il primo determina la volontà e l’energia con cui le persone cercano di comprendere il mondo naturale intorno a loro; il secondo determina il successo nel trasformare tale conoscenza in una maggior produttività e in più elevati standard di vita”. Mokyr assume che il progresso tecnologico in Occidente sia stato determinato dai cambiamenti della cultura (intesa in senso antropologico), sia direttamente, mutando l’atteggiamento verso il mondo naturale, sia indirettamente, creando e perfezionando istituzioni per stimolare e sostenere l’accumulazione e la diffusione della “conoscenza utile”.

Per capire come cambia la cultura, occorre, secondo Mokyr, tenere presente che, da un punto di vista antropologico, essa è “un insieme di credenze, valori e preferenze in grado di influenzare il comportamento socialmente (non geneticamente) e trasmessi e condivisi da determinati sottoinsiemi della società”. Le “credenze” contengono proposizioni fattuali di natura condivisa riguardo allo stato del mondo e le relazioni sociali; i “valori” concernono proposizioni normative sulla società e sulle relazioni sociali; le “preferenze, infine, sono proposizioni normative riguardanti questioni individuali. Le istituzioni si rapportano positivamente a credenze, valori e atteggiamenti (cioè alla cultura), solo se esse sono aperte, attraverso il regime politico adottato, alla libertà e all’inclusione sociale nei processi decisionali; mentre se le comunità “incappano in governanti predatori”, che creano istituzioni cattive, ostacolano la crescita economica, causando la conservazione dell’arretratezza e la diffusione della povertà.

Le istituzioni (cioè la cultura) non sono di per sé garanzia di crescita economica; per esserlo, afferma Mokyr, occorre che esse creino l’ambiente sociale adatto a favorire l’evoluzione della cultura, tenendo conto che tale evoluzione, essendo il risultato di continui conflitti sociali, deve contribuire a conservarne i costi sociali entro limiti il più possibile bassi. Per raggiungere questo risultato occorre che le istituzioni favoriscano la formazione e la diffusione di un crescente livello di fiducia e di cooperazione tra i diversi gruppi sociali; oppure, che esse (le istituzioni) contribuiscano alla formazione di una crescente “coscienza civica”, utile a fare interiorizzare ai diversi gruppi sociali “la volontà di astenersi da comportamenti sregolati” e a supportare una maggiore offerta di beni pubblici e più alti “investimenti infrastrutturali rispetto a quanto altrimenti sarebbe possibile”.

Mokyr ritiene che la maggior parte delle ricerche sulla cultura condotte nell’ottica degli economisti abbiano principalmente privilegiato gli aspetti attinenti le “istituzioni formali e informali che favoriscono la cooperazione, la reciprocità, la fiducia e l’efficiente funzionamento dell’economia; mentre hanno trascurato, quasi del tutto, l’“atteggiamento nei confronti della natura e della disponibilità e la capacità di sfruttarla in funzione delle esigenze materiali umane”. In altre prole, nelle loro ricerche sulla cultura, gli economisti avrebbero trascurato di considerare l’interesse per la ricerca utile, come fattore di crescita dello sviluppo tecnologico.

E’ nella volontà e capacità di acquisire e valorizzare la ricerca sulle “conoscenza della natura” che, a parere di Mokyr, vanno ricercate le radici della crescita della prosperità; in particolare – egli sostiene – queste radici vanno ricondotte agli eventi che hanno preceduto “l’Illuminismo e la Rivoluzione industriale settecentesca nei secoli che, nel bene o nel male, sono detti ‘Europa della prima età moderna’, approssimativamente compresi tra il primo viaggio di colombo in America [1492] e la pubblicazione dei Philosophiae Naturalis Principia Mathematica (Principia) di Newton [1687]”. Le istituzioni europee, conclude Mokyr, sono state modellate proprio nell’arco di tempo compreso tra la scoperta dell’America e la pubblicazione dei “Principia”, fino a diventare lo strumento con cui sono stati plasmati gli atteggiamenti e le attitudini degli uomini cui si devono i “cambiamenti economici epocali che hanno creato le economie moderne”, dando il via a quel processo che darà origine alla “grande divergenza” tra Paesi economicamente avanzati e Paesi arretrati.

Quale giudizio può essere formulato riguardo alla tesi di Mokyr? L’Illuminismo ha segnato senz’altro l’età della scoperta dell’importanza della “conoscenza utile” ai fini della crescita, ma l’impiego di tale conoscenza ha potuto produrre nel tempo la differenziazione crescente tra Paesi prosperi e Paesi arretrati, solo perché la cultura dei primi è stata sorretta da due idee innovative: da un lato, quella secondo cui la “conoscenza e la comprensione della natura possono e devono essere usate per migliorare le condizioni materiali dell’umanità”; dall’altro lato, l’idea che “il potere e il governo non siano lì per servire i ricchi e i potenti ma la società in generale”.

In altri termini, l’Illuminismo ha concorso a creare le condizioni perché fosse attuato un processo di crescita continuo ed autosostenuto, solo perché le istituzioni, attraverso le quali esso è stato interiorizzato, sono state politicamente inclusive e non estrattive; ovvero perché esse hanno lentamente coinvolto nei processi decisionali e nella fruizione dei risultati della crescita la generalità dei componenti delle popolazione, e non solo i componenti di ristretti gruppi sociali privilegiati. E’ questa una verità della quale i “poteri forti”, dominanti all’interno dei sistemi economici contemporanei, sembrano aver smarrito il senso, oscurando in parte ciò di cui l’Illuminismo era stato portatore.

Gianfranco Sabattini

Istat, a luglio produzione in calo

produzione industrialeSembra un paradosso: l’occupazione in crescita e la produzione in discesa. Anche se l’Istat ha comunicato oggi entrambi i dati, quelli sull’occupazione si riferiscono al secondo trimestre del 2018 (cioè al 30 giugno 2018), mentre i dati sulla produzione si riferiscono al luglio 2018 (cioè al 31 luglio 2018). La differenza di un mese potrebbe essere significativa e dovremo aspettare i dati sull’occupazione del mese di luglio per poterli relazionare allo stesso periodo con i dati sulla produzione.

Secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2018 si è raggiunto e superato il numero degli occupati del secondo trimestre 2008 e il tasso di occupazione 15-64 anni non destagionalizzato è tornato allo stesso livello (59,1% in entrambi i periodi). Allo stesso livello di occupati del 2008 corrisponde una maggiore presenza di dipendenti (77%; +2,8 punti), in particolare a termine (13,4%; +3,1 punti) e di lavoratori a tempo parziale (18,7%; +4,1 punti). Il tasso di disoccupazione è sceso al 10,7% nel secondo trimestre 2018 ed ha toccato il livello più basso da sei anni.  Per trovare un risultato più basso bisognerebbe tornare al secondo trimestre del 2012 (10,6%). Rispetto al trimestre precedente il calo è stato di 0,2 punti percentuali e rispetto all’anno precedente di 0,3 punti. Nel confronto tendenziale, per il quinto trimestre è proseguita, con minore intensità, la diminuzione dei disoccupati (-34 mila in un anno, -1,2%) che riguarda solo il Sud. Bisogna anche notare che dieci anni fa il numero degli occupati a tempo determinato era minore.

Invece, a luglio 2018 c’è stata una brusca discesa per la produzione industriale. L’Istat ha registrato un calo dell’1,8% rispetto al mese precedente e una flessione dell’1,3% anche rispetto a luglio 2017 (nei dati corretti per effetti di calendario). Si tratterebbe della prima contrazione tendenziale a partire da giugno 2016 e del risultato peggiore da oltre tre anni, a partire da gennaio 2015 (-1,8%). I dati grezzi hanno segnato, invece, +1,8%.  Nella media dei primi sette mesi la produzione è cresciuta del 2% su base annua. Nella media del trimestre maggio-luglio, invece, il livello della produzione ha registrato una flessione dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti. L’indice destagionalizzato mensile dell’Istat ha mostrato diminuzioni congiunturali in tutti i comparti: variazioni negative hanno segnato i beni strumentali (-2,2%), i beni di consumo (-1,7%) e i beni intermedi (-1,2%); in misura più contenuta è diminuita l’energia (-0,8%). Gli indici corretti per gli effetti di calendario hanno registrato a luglio 2018 una lieve crescita tendenziale solamente per il raggruppamento dei beni strumentali (+0,7%); variazioni negative sono registrate, invece, per i beni intermedi (-2,2%), i beni di consumo (-1,9%) e l’energia (-1,4%). I settori di attività economica che hanno registrato la maggiore crescita tendenziale sono stati l’attività estrattiva (+2,8%), la fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (+1,8%) e la fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (+1,3%). Le maggiori flessioni hanno riguardato, invece, la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-6,4%), l’industria del legno, della carta e stampa (-5,8%), la metallurgia e prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-2,8%) e la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-2,8%).

Anche nell’area euro c’è stata una nuova e netta contrazione della produzione dell’industria. A Luglio ha registrato un calo dello 0,8 per cento rispetto al mese precedente, una diminuzione della stessa entità di quella segnata a giugno, secondo i dati di Eurostat, l’ente di statistica dell’Unione europea. In questo modo la variazione su base annua della produzione è piombata a valori negativi, un meno 0,1 per cento a fronte del più 2,3 per cento di giugno.

Si tratterebbe della prima variazione negativa su base annua da due anni a questa parte. Secondo Eurostat, per trovare un altro calo bisognerebbe risalire al luglio del 2016, quando la produzione registrò un meno 0,2 per cento.

Tornando alla variazione mensile, spicca il fatto che a determinare la flessione generale è stata una pesante contrazione della produzione sui beni di consumo: meno 1,9 per cento su quelli durevoli e meno 1,3 per cento di quelli non durevoli. I beni intermedi, invece, così come quelli strumentali, hanno segnato un più 0,8 per cento, l’energia un più 0,7 per cento.

Tra le grandi economie dell’area euro solo la Francia è scampata al calo generale, con un più 0,7 per cento su mese. In Germania la produzione è calata dell’1,8 per cento, così come in Italia, e si tratta dei due primi paesi per il manifatturiero europeo, mentre in Spagna è scesa dello 0,3 per cento.

Anche per l’occupazione, come in Italia, si registra un record di occupati in Europa. I dati diffusi da Eurostat indicano che nell’area euro i lavoratori ammontano a 158 milioni nel secondo trimestre dell’anno e 238,9 milioni nell’Europa a 28. L’Ufficio statistico di Bruxelles ha sottolineato: “Sono i numeri più alti mai registrati nelle due aree”.

Ma i dati si riferiscono al secondo trimestre dell’anno in cui è proseguito il trend positivo dell’occupazione nel vecchio continente con una crescita dello 0,4% degli occupati rispetto ai primi tre mesi dell’anno sia nell’Eurozona che nei 28 paesi Ue. Su base annuale nel club dell’euro l’occupazione è aumentata dell’1,5% mentre nell’Ue dell’1,4%.

Nel periodo aprile-giugno le migliori performance sono state registrate da Malta ed Estonia con una crescita dell’1,3%, a seguire la Polonia (+1,2%), Cipro (+1%) e Lussemburgo (+0,9%). In Lettonia, Portogallo e Romania l’occupazione ha accusato una battuta d’arresto con una flessione dello 0,3% sul trimestre precedente e in Bulgaria -0,2%.

Tra le maggiori economie del continente, in Italia gli occupati hanno registrano un aumento dello 0,5% sul primo trimestre e +0,9% sullo stesso periodo dello scorso anno. Incrementi più modesti in Germania (+0,2%) e Francia (+0,1%).

A conferma di un trend positivo anche le previsioni di Manpower hanno previsto per l’ultimo trimestre dell’anno una crescita degli occupati in Italia pari al 2%, la seconda più alta dal 2011. Riccardo Barberis, ceo di ManpowerGroup Italia, ha dichiarato: “Le previsioni di assunzione da parte delle imprese italiane sono positive e riflettono un buon livello di ottimismo, in un momento caratterizzato anche dalla transizione politica e dalle nuove misure introdotte sul mercato del lavoro con la recente approvazione del Decreto Di Maio. Crediamo, che la definizione di una strategia mirata all’attrazione e alla preparazione dei talenti debba essere una priorità, dal momento che in Italia il tasso di Talent Shortage registra il livello più alto degli ultimi 12 anni. Non solo attrarre e trattenere i migliori talenti, ma lavorare in sinergia con le imprese e le istituzioni per costruire le professionalità adeguate, deve essere un obiettivo chiave, nei prossimi mesi. Un’attenzione particolare dovrà essere posta a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. L’Istat ha recentemente sottolineato come il livello degli under25 in cerca di occupazione sia uno dei più altri degli ultimi 10 anni (32,6%). Urgono misure che consentano ai giovani di sviluppare le competenze richieste dal mercato e di sviluppare un’occupabilità di lungo termine”.

Ieri, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha rotto gli indugi sul taglio dell’Irpef annunciando l’intenzione, compatibilmente con gli spazi di bilancio, di procedere con la riduzione e l’accorpamento delle aliquote per i redditi familiari. Un’operazione che, secondo le intenzioni del titolare dell’Economia, dovrà essere fatta in modo equilibrato, coerente e graduale.

Allo studio ci potrebbe quindi essere una revisione più ampia rispetto all’ipotesi circolata nei giorni scorsi di tagliare solo l’aliquota più bassa dal 23 al 22% fino a 15mila euro. L’intervento, già di per sé, sarebbe molto costoso: servirebbero circa 3 miliardi di euro e avrebbe effetti maggiori sul primo scaglione, cioè su circa 18,4 milioni di contribuenti (ma poco più di 10 milioni di questi soggetti sono già nella no-tax area). Proprio per gli elevati costi dell’operazione era anche trapelata l’ipotesi di un rinvio al 2020 dell’intero pacchetto intervenendo successivamente ma in maniera più corposa.

Tria, dalla Summer School di Confartigianato, ha, invece, reso pubblica l’intenzione dell’esecutivo di procedere da subito nella legge di bilancio (che dovrà essere approvata entro il 20 ottobre) alla riduzione dell’Irpef.

Il ministro dell’Economia ha detto: “Bisogna trovare spazi in modo molto graduale per una partenza di un primo accorpamento delle aliquote e una riduzione per i redditi familiari”.

Invece, per quanto riguarda la flat tax prevista dal contratto di governo, Tria ha ammesso: “Si tratta di un processo complesso che richiede tempo, perché va finanziata con le tax expenditures (detrazioni e deduzioni fiscali). E in Italia c’è una complessità di aliquote alte e di tax expenditure: non si capisce mai chi vince e chi perde”. Il responsabile dell’Economia, inoltre, ha detto: “Ci sarà una pace fiscale, tanto più motivata perché collegata alla riforma fiscale e alla riduzione della pressione fiscale che sarà strutturale. Mentre sui redditi minimi probabilmente si alzerà la soglia di un pò, ma è ancora in discussione fino a quanto”.

La Lega, che si è tornata a riunire con Matteo Salvini, per mettere a punto le proprie proposte, punta a partire proprio con l’ampliamento del regime dei minimi, applicando l’aliquota piatta del 15% fino a 65mila euro e del 20% sui redditi aggiuntivi fino a 100mila euro. Tra le altre opzioni, il viceministro del Carroccio, Massimo Garavaglia, ha confermato la maxi-detassazione Ires per le imprese che investono gli utili in beni, macchinari, capannoni e assunzioni. E’ allo studio, ha detto, l’introduzione di “una dual tax Ires, al 24% per quello che tiri fuori e al 15% strutturale su quello che resta dentro l’azienda”. Dopo gli ultimi interventi normativi l’aliquota Ires è oggi al 24% dal precedente 27,5%.

Da giorni, comunque, tutti i rappresentanti del governo giallo-verde insitono sul fatto che le tre riforme (fisco, pensioni e reddito di cittadinanza) devono coesistere in manovra. Anche per Tria, che ha smentito qualsiasi contrasto all’interno dell’esecutivo, le tre riforme previste nel contratto devono andare di pari passo. Ma il reddito di cittadinanza per avere effetti sulla crescita “deve essere disegnato bene”.

Tria ha concluso: “Sarebbe equilibrato fare un pò di tutto e vedere se le misure hanno una coerenza, ma il centro della manovra sono gli investimenti, la botta alla crescita deve venire dagli investimenti”.

L’ottimismo del Governo nel proseguire il percorso ed anche le previsioni di ManpowerGroup Italia (in controtendenza con molte altre analisi economiche), non sappiamo fino a che punto tengono conto degli effetti congiunturali derivanti dai dazi statunitensi e dalla cessazione del QE della Bce a fine anno, i cui effetti non saranno certamente positivi. I dati sulla produzione di luglio potrebbero essere un primo segnale.

Salvatore Rondello

Confindustria: decreto Dignità parte da presupposti sbagliati

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Il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, in audizione nella Commissione Finanze del Senato, ha affermato: “Pace fiscale non significa varare nuovi condoni  ma pensare a un fisco amico del contribuente, che favorisca l’estinzione dei debiti. In Italia gli oneri amministrativi per i contribuenti sono già molto elevati. La loro presenza spesso finisce con favorire le attività sommerse e le organizzazioni produttive informali”.

Il ministro Tria, in merito al rallentamento dell’economia, ha affermato: “Quanto alle previsioni, quelle più recenti degli organismi internazionali per il 2019 indicano un rallentamento dell’economia dei principali Paesi europei, pur mantenendo tassi di crescita ampiamente positivi, che evidentemente avrà effetti anche sull’economia italiana. Nell’anno in corso è ancora possibile conseguire una crescita non lontana da quella programmata”.

Sono in arrivo novità per l’Irap, l’imposta regionale sulle attività produttive. Il ministro, alla domanda se all’interno della riforma strutturale del fisco c’è anche l’Irap, ha risposto: “Certo. Si tratta di un’imposizione che non ha mai goduto del mio favore, da un punto vita della logica economica. Deve rientrare nel pacchetto della riforma che si sta studiando”.

Poi sulla flat tax il ministro dell’Economia ha detto: “La task force istituita per attuare il programma di governo ha l’obiettivo di analizzare i profili di gettito e distributivi del sistema in vista della definizione della flat tax, in un quadro coerente di politica fiscale e in armonia con i principi costituzionali di progressività dell’imposta. Principi che, invece, l’attuale struttura dell’Irpef fa difficoltà a garantire”.

Secondo il titolare di via XX Settembre: “In Italia occorre ripristinare condizioni di stabilità e certezza per attrarre investimenti esteri e per sostenere i consumi delle famiglie e gli investimenti delle imprese. Per raggiungere questi obiettivi è necessario adottare azioni strutturali fortemente orientate a: rendere la tassazione più favorevole alla crescita, perseguire la semplificazione degli adempimenti, migliorare la tax compliance, preparare il terreno alla riduzione della pressione fiscale”.

Parlando anche del reddito di cittadinanza, Tria ha detto: “Non costa, sarà finanziato con strumenti di welfare già esistenti. Il costo della misura non può essere considerato addizionale ma in parte sostitutivo di altre misure. Si dovrebbe quindi parlare di costo differenziale che dipenderà dal disegno specifico della norma che introdurrà il reddito di cittadinanza”.

Ma allora, il ‘reddito di cittadinanza’ potrebbe essere soltanto la ridenominazione di altre forme di welfare assistenziale già esistenti senza produrre un sostanziale impatto sia sul bilancio che sulla distribuzione della ricchezza.

Già adesso, con il cosiddetto ‘decreto dignità’, la polemica con la Confindustria assume toni sempre più aspri.

Nella relazione di Confindustria presentata in occasione dell’audizione di alcuni suoi rappresentanti, tra cui il direttore generale, Marcella Panucci, davanti alle Commissioni riunite di Lavoro e Finanze alla Camera, si legge: “Il fatto che per contratti tra i 12 e i 24 mesi sia richiesto alle imprese di indicare le condizioni del prolungamento, esponendole all’imprevedibilità di un’eventuale contenzioso, finisce nei fatti per limitare a 12 mesi la durata ordinaria del contratto a tempo determinato, generando potenziali effetti negativi sull’occupazione oltre quelli stimati nella Relazione tecnica al Decreto (in cui si fa riferimento a un abbassamento della durata da 36 a 24 mesi)”. Il direttore generale di Confindustria, Marcella Panucci, ha commentato: “Pensiamo che il decreto dignità  parta da presupposti sbagliati e non tenga in considerazione i dati effettivi degli ultimi anni. C’è il presupposto di aumento eccessivo della precarietà. Noi condividiamo la lotta agli abusi, ma nel decreto ci sono misure eccessive rispetto all’obiettivo.  I dati non mostrano un aumento della precarietà. Secondo l’associazione degli industriali, la migliore strada è agire sul costo del contratto a tempo indeterminato, con una riduzione netta del costo del lavoro. Il punto critico   è la reintroduzione delle causali, che non costituiscono un vero meccanismo di tutela, ma un onere e un rischio sia per l’impresa che per il lavoratore. Siamo dell’idea che dovrebbero essere eliminate almeno per i contratti fino a 24 mesi. Le novità introdotte sull’indennità di licenziamento, rendono più difficile l’applicazione di contratti a termine e scoraggiano quelli a tempo indeterminato. Sarebbe opportuno, aggiunge, evitare brusche retromarce sulle riforme già avviate, mentre serve che il quadro delle norme sia assicurato da stabilità e certezza. Attraverso l’esame del decreto in Parlamento, si potranno approvare correzioni che garantiranno una crescita sostenibile e inclusiva dell’Italia, favorendo la competitività delle imprese e la valorizzazione del lavoro. Il decreto dignità  di fatto non distingue la delocalizzazione buona da quella selvaggia  che va contrastata, per il quale le misure contenute nel decreto renderanno più incerto e più imprevedibile il quadro di regole in cui operano le imprese, disincentivando gli investimenti e limitando la crescita.

Infine, il contrasto alla ludopatia contenuto nel dl dignità è condivisibile ma il divieto assoluto della pubblicità ci sembra eccessivo. Quelle prese di mira dal documento sono attività lecite che se troppo vincolate rischiano di dare spazio a quelle illecite. Si potrebbero immaginare meccanismi differenti, chiarendo meglio gli spot. La pubblicità ha un valore informativo”.

Di Maio ha replicato a Confindustria dicendo: “Terrorismo psicologico sul ‘Dl Dignità’. Sono gli stessi che gridavano alla catastrofe se avesse vinto il ‘No’ al referendum”.

I sindacati non si sarebbero ancora espressi, mentre l’attuale Governo sembrerebbe avviarsi in un pericoloso percorso giustizialista di matrice giacobina in cui facilmente possono perdersi i ‘lumi della ragione’ tra incoerenze e contraddizioni.

Salvatore Rondello

Istat e Fmi vedono l’economia in rallentamento

istat pil mezzogiornoL’Istat ha diffuso oggi i dati sull’inflazione. A giugno l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente e dell’1,3% su base annua (in crescita dal +1,0% registrato a maggio). La stima preliminare era +1,4%. L’accelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (da +5,3% di maggio a +9,4%) ed è sostenuta anche da quelli dei Beni alimentari non lavorati (da +2,4% a +3,4%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +1,7% a +2,9%).

Pertanto l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari a +0,8% (stabile rispetto a maggio) e quella al netto dei soli beni energetici è in accelerazione da +0,8% registrato nel mese precedente a +1,0%. L’aumento congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo è dovuto principalmente ai rialzi dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+2,3%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+2,2%), i cui effetti sono solo in parte mitigati dai cali congiunturali di quelli dei beni alimentari non lavorati (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-1,4%).

L’inflazione accelera sia per i beni (da +1,0% registrato nel mese precedente a +1,5%) sia, in misura lieve, per i servizi (da +0,9% a +1,0%); il differenziale inflazionistico tra servizi e beni rimane negativo ma di ampiezza più marcata rispetto a maggio (da -0,1 punti percentuali a -0,5 punti percentuali). L’inflazione acquisita per il 2018 è +1,0% per l’indice generale e +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano un calo dello 0,2% su base mensile e un aumento del 2,2% su base annua (da +1,7% registrato a maggio). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto salgono dello 0,2% in termini congiunturali e del 2,7% in termini tendenziali (da +2,0% del mese precedente).

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) aumenta dello 0,2% in termini congiunturali e dell’1,4% in termini tendenziali (da +1,0 di maggio). La stima preliminare era +1,5%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su base mensile e dell’1,2% rispetto a giugno 2017. Secondo l’Istat, l’inflazione a giugno continua a crescere nelle componenti legate maggiormente agli acquisti quotidiani delle famiglie. Infatti l’accelerazione della crescita dei prezzi al consumo è di nuovo trainata dai prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (in particolare carburanti insieme con frutta fresca e vegetali freschi), che registrano un aumento su base annua più che doppio di quello generale. Un contributo inflazionistico deriva anche dai prezzi dei trasporti, che da inizio anno mostrano tensioni crescenti.

Per il Fondo Monetario Internazionale, nel 2018 l’economia italiana crescerà solo dell’1,2% con un ulteriore rallentamento a +1,0% il prossimo anno. Le nuove stime del Fmi fornite nell’aggiornamento del World Economic Outlook sono state riviste al ribasso: rispetto alle valutazioni dello scorso aprile, la crescita italiana è stata tagliata di 0,3 punti quest’anno e di 0,1 punti nel 2019. A spingere il Fondo al ribasso è il peso sulla domanda interna legato all’aumento dello spread sui titoli di Stato e alle più rigide condizioni finanziarie, provocate dalla recente incertezza politica.

Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato le stime non solo dell’Italia ma anche delle maggiori economie mondiali. Per Germania, Francia e come abbiamo visto l’Italia il Fondo ha rivisto al ribasso di 0,3 punti la stima di crescita Pil del 2018 mentre per Regno Unito e Giappone il taglio è di 0,2 punti. In particolare, ha segnalato un aumento dei rischi al ribasso anche nel breve termine, con una espansione economica, che sebbene confermata a livello globale al 3,9% sia quest’anno che nel 2019, sta diventando meno omogenea. In dettaglio, la crescita delle economie avanzate dovrebbe confermarsi quest’anno al +2,4%, stesso livello del 2017, per poi scendere a +2,2% il prossimo anno. Il dato relativo al 2018 è stato pertanto rivisto al ribasso di 0,1 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Per gli Usa il Fondo conferma un Pil a +2,9% nel 2018 e a +2,7% il prossimo anno mentre l’eurozona dovrebbe registrare una crescita del 2,4% quest’anno e del 2,2% il prossimo con una revisione al ribasso rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti.

Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura a luglio, ha confermato il cambio di marcia del Paese, in linea con l’andamento delle maggiori economie avanzate (?). Nella nota dell’Upb si legge: “La ripresa economica in Italia ha parzialmente perso slancio e rischia di avere un effetto trascinamento anche sul 2019. Le stime dei modelli di breve periodo dell’Upb segnalano un rallentamento dell’attività economica, che si potrebbe protrarre nel corso dell’estate, determinando un lieve peggioramento delle previsioni di crescita per l’anno in corso e influenzando, in considerazione del minor effetto di trascinamento, anche i risultati del 2019”.

Nella media del 2018, l’espansione del Pil si attesterebbe all’1,3%, lievemente al di sotto della previsione Upb dello scorso maggio (1,4%). Per effetto della minore crescita acquisita anche l’incremento previsto per il 2019 registrerebbe una correzione al ribasso con una crescita del Pil di poco superiore all’1%.

Secondo quanto ha osservato l’Upb: “Nei primi mesi dell’anno, a un buon andamento dei consumi ha fatto riscontro quello negativo di investimenti ed esportazioni. Nonostante un leggero calo del potere di acquisto delle famiglie (0,2 per cento nel primo trimestre) la dinamica dei consumi ha registrato un recupero nel primo trimestre dell’anno (0,4 per cento in termini congiunturali). Questo andamento ha beneficiato del clima di fiducia delle famiglie e delle dinamiche occupazionali, che consolidandosi potrebbero continuare a sostenere nel breve termine i piani di spesa delle famiglie. Nei primi tre mesi dell’anno, inoltre, la dinamica congiunturale dell’accumulazione del capitale ha subito una battuta d’arresto (dell’1,4 per cento), riassorbendo parte de i progressi conseguiti nel 2017. A pesare sulle decisioni di investimento, ha verosimilmente influito l’incertezza relativa al prolungamento per quest’anno delle agevolazioni fiscali per l’acquisto di impianti e macchinari, in contrazione del 2,4 per cento nei primi tre mesi del 2018. È risultato negativo anche l’apporto all’attività economica da parte degli scambi con l’estero. Nel primo trimestre il volume delle esportazioni, in crescita dalla metà del 2016, ha scontato un calo del 2,1 per cento. Le prospettive di breve termine, secondo le più recenti indagini sugli ordini dall’estero, restano deboli”.

L’esame fatto dall’Ufficio parlamentare di bilancio conferma le valutazioni di rallentamento dell’economia elaborate anche da Istat e dal Fondo Monetario Internazionale.

A quanto già indicato, si aggiungono i deboli segnali di crescita su base mensile del fatturato e ordini dell’industria a maggio scorso, confermando la tendenza di rallentamento su base annua. Secondo i dati dell’Istat, il fatturato ha registrato un aumento per il terzo mese consecutivo, pari all’1,7% rispetto ad aprile mentre nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo cresce dello 0,4% sui tre mesi precedenti. Anche gli ordinativi registrano una variazione congiunturale positiva (+3,6% di cui un più 5,5% per l’estero), che segue la flessione del mese precedente (-0,6%). Nella media degli ultimi tre mesi sui tre mesi precedenti si registra, tuttavia, una riduzione pari all’1,1%. Fa eccezione il fatturato dell’industria automobilistica diminuito rispetto al 2017 (-6,1%).

Nella nota dell’Istat si legge: “Gli indici destagionalizzati del fatturato e degli ordinativi raggiungono a maggio i livelli più alti da inizio anno sia per il fatturato interno sia per quello estero. L’incremento congiunturale del fatturato coinvolge tutti i principali settori, con una spinta ulteriore proveniente dalla vivace dinamica dei prodotti energetici. In volume, il comparto manifatturiero registra un incremento congiunturale dell’1,5%, rimanendo sostanzialmente stabile nella media degli ultimi tre mesi”.

Preoccupazioni arrivano anche dalla CNA sulla pressione fiscale. Analogamente all’allarme recentemente lanciato dalla Cgia di Mestre, nel rapporto 2018 dell’Osservatorio Cna sulla tassazione delle piccole imprese in Italia, giunto alla quinta edizione, dal titolo ‘Comune che vai, fisco che trovi’ in cui si analizza il peso del fisco sul reddito delle piccole imprese in 137 comuni tra cui tutti i capoluogo di provincia, è stata elaborata la seguente proiezione: “La pressione fiscale media sulle piccole imprese, se non interverranno correttivi, quest’anno tornerà a salire. Lievemente, lontana dal picco del 2012, ma con un segno “più” che non può certo rallegrare l’ossatura portante del sistema produttivo italiano. Il dato di sintesi, inoltre, non fotografa le profonde differenze nella tassazione locale. La realtà italiana è molto complessa. Tanto da far emergere non una pressione fiscale, ma numerose pressioni fiscali”.

L’Osservatorio ha calcolato il Total tax rate (Ttr), vale a dire l’ammontare di tutte le imposte e di tutti i contributi sociali obbligatori che gravano sulle imprese espresso in percentuale sui redditi. Individua, inoltre, il Tax free day (Tfd), cioè il giorno della liberazione dalle tasse, la data fino alla quale l’imprenditore deve lavorare per l’ingombrante ‘socio’ pubblico. A differenza di altri organismi, anche internazionali, l’Osservatorio CNA ha basato la sua analisi sull’impresa tipo italiana , con un laboratorio e un negozio, ricavi per 431mila euro, un impiegato e quattro operai di personale, 50mila euro di reddito.

La pressione fiscale media sulla piccola impresa tipo italiana, salita nel 2017 dello 0,3% al 61,2%, nel 2018 è destinata a crescere ancora, portandosi al 61,4%. Un incremento compiutamente ascrivibile all’aumento programmato della contribuzione previdenziale dell’imprenditore. Di conseguenza, il giorno della liberazione fiscale media si allungherà di altre ventiquattr’ore, per arrivare all’11 agosto, contro il 10 agosto del 2017 e il 9 agosto del 2016. Intanto si va ampliando il divario tra la pressione fiscale che grava sulle piccole imprese e quella media nazionale. Nel 2017 è andata dal 61,2% sulle piccole imprese al 42,4% sulla totalità dei contribuenti: un’ingiustizia, per CNA, che vale 18,8 punti percentuali.

Oltre alle problematiche economiche endogene evidenziate, bisogna tenere conto anche della componente esogena dettata dall’espansione del protezionismo.

In tal senso, in merito alle tensioni commerciali, nella conferenza stampa congiunta con il premier cinese Li Keqiang ed il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha lanciato un appello affermando: “E’ comune dovere di Ue, Cina, Usa e Russia non iniziare guerre commerciali. C’è ancora tempo per prevenire il conflitto e il caos”.

La Cina ha deciso di ricorrere al Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, contro la minaccia di dazi aggiuntivi al 10% annunciati dagli Usa sull’import ‘made in China’ per 200 miliardi di dollari ex art.301 dello Us Trade Act. La mossa, annunciata con un post sul sito del ministero del Commercio, cade nel giorno in cui Cina e Ue, nel loro 20/mo summit annuale, hanno ribadito l’impegno congiunto per il multilateralismo e il libero scambio.

Gli Stati Uniti fanno ricorso alla Wto contro cinque dei suoi membri per ‘dazi illegali’. Gli Usa puntano il dito contro Cina, Unione Europea, Canada, Messico e Turchia per le misure ritorsive decise dopo i dazi all’alluminio e l’acciaio imposti dagli Usa. In un comunicato del rappresentante per il Commercio degli Usa, si legge: “I dazi sull’acciaio e l’alluminio imposti dal presidente Trump sono giustificati sulla base degli accordi internazionali approvati fra gli Usa e i suoi partner”.

Il lettore dovrà comunque ricordarsi che per il 2018, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, l’incremento del Pil viaggia per l’Italia all’1,2%, mentre per gli Stati Uniti d’America la proiezione è al 2,9%.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, recentemente ha manifestato preoccupazione per il propagarsi del protezionismo nel mondo. Sullo stesso argomento, ancora non sappiamo quale posizione intenderà assumere il Governo Conte.

S. R.

Economia. L’Italia rallenta ma continua a crescere

produzione industriale

L’economia italiana continua a crescere, ma più lentamente. “Si rafforzano i segnali di rallentamento delineando uno scenario di minore intensità della crescita” scrive l’Istat nell’ultima nota mensile sull’andamento dell’economia italiana relativa al mese di aprile.In particolare la produzione del settore manifatturiero e le esportazioni hanno registrato alcuni segnali di flessione, l’occupazione è tornata ad aumentare, anche se quella femminile ha segnato una pausa; l’inflazione infine si è confermata moderata e in ripiegamento.

L’indicatore anticipatore dell’Istat si mantiene su livelli elevati anche se si rafforzano i segnali di rallentamento, “delineando uno scenario di minore intensità della crescita economica”, scrive la Nota mensile dell’istituto, che fotografa un primo trimestre in cui la crescita ha avuto lo stesso ritmo dei trimestri precedenti. Ad aprile la fiducia di imprese e famiglie è caratterizzata da una generale tendenza al peggioramento. Il clima di fiducia dei consumatori è lievemente diminuito mantenendosi sui livelli comunque elevati mentre l’indice composito del clima di fiducia delle imprese ha evidenziato un peggioramento influenzato dai giudizi negativi delle imprese del commercio mentre quelle delle costruzioni sono le uniche a fornire un quadro positivo. In particolare nel settore manifatturiero “il peggioramento della fiducia è attribuibile quasi interamente alla componente degli ordini”.

L’Istat nella Nota ricorda come il ritmo di crescita dell’economia italiana si mantenga stabile (+0,3% la crescita congiunturale nel primo trimestre 2018), sostenuto dalla domanda interna, mentre la componente estera netta ha fornito un contributo negativo. Con il valore aggiunto dell’industria che registra una variazione pressoché nulla, “interrompendo il percorso di crescita degli ultimi trimestri”. Tra l’altro gli indicatori congiunturali dell’industria avevano già manifestato segnali di flessione: nei primi due mesi dell’anno sia l’indice della produzione industriale che il volume delle esportazioni erano diminuiti (-0,5% e -0,6% le variazioni congiunturali a febbraio rispetto al mese precedente). In controtendenza come detto il settore delle costruzioni che mostra segnali di ripresa. Nel terzo trimestre i permessi di costruire hanno registrato una variazione moderatamente positiva sia in termini di numero di abitazioni in nuovi fabbricati residenziali (+1,0%) sia di superficie utile abitabile residenziale (+0,2%). Con l’andamento dei permessi per nuova edilizia non residenziale che è tornato vivace, con un forte aumento nel terzo trimestre (+14,4%).

A marzo riprende la crescita dell’occupazione, trainata dal miglioramento della componente maschile (+0,6% rispetto al mese precedente), dagli indipendenti (+1,1%) e dalla classe di età 25-34 anni. Si arresta quindi il contributo positivo alla crescita dell’occupazione fornito dalla componente femminile. Sia il tasso di occupazione sia la disoccupazione migliorano ma si mantengono ancora sotto la media europea. Con riferimento alla media del 2017, il tasso di occupazione per la popolazione 20-64 anni era pari al 62,3% (72,2% la media europea). La componente femminile è risultata più distante dalla media europea (rispettivamente 52,5% e 66,5%).

A marzo infine il tasso di disoccupazione italiano è rimasto stabile all’11,0% (8,5% la media dell’area euro). Sul fronte dell’inflazione l’economia italiana rimane caratterizzata dall’assenza di significative pressioni sui prezzi in tutte le fasi della loro formazione. In aprile la stima preliminare dell’indice al consumo segnala un rallentamento dell’inflazione. E così il tasso di incremento su base annua torna al livello di febbraio (+0,5%), con una riduzione di 3 decimi di punto rispetto a marzo.

Dalla Bri segnali allarmanti per l’economia globale

bri-675La Banca dei Regolamenti Internazionali ha lanciato un segnale potenzialmente allarmante sull’economia globale. Con la presentazione del rapporto trimestrale, il capo economista Claudio Borio ha voluto proporre dei parallelismi inquietanti con la situazione che si registrava nei primi anni del 2000, nota come “enigma di Greenspan” e che precedette la crisi, prima finanziaria e poi globale, del 2007.

Claudio Borio ha fatto notare: “Allora le condizioni finanziarie complessive erano rimaste pressoché stabili, e per certi versi si erano allentate, mano a mano che la Federal Reserve aumentava i tassi. Oggi è come se il tempo si fosse fermato. Nel trimestre precedente gli operatori del mercato finanziario si erano crogiolati nelle condizioni favorevoli dell’economia e hanno continuato a farlo anche in quest’ultimo trimestre. Il contesto macroeconomico si è ulteriormente rasserenato. L’espansione si è ampliata e ha acquisito slancio. Ma soprattutto, nonostante lo svanire della capacità inutilizzata, l’inflazione è rimasta generalmente molto contenuta. La fase di propensione al rischio si è intensificata. Gli indici generali dei mercati azionari s i sono avvicinati ai massimi del passato o li hanno superati. Ora non ci sarebbe nulla di sorprendente in questo scenario, se non che questa effervescenza è emersa nonostante la Federal Reserve portasse avanti una politica di inasprimento. Vero che Bce, Banca d’Inghilterra e Banca del Giappone hanno mostrato orientamento non così restrittivi come si sarebbe potuto pensare. Ma qui arriva il paradosso. Anche se la Fed ha applicato misure di inasprimento, le condizioni finanziarie complessive si sono allentate”.

Senza fornire conclusioni definitive, Borio ha proposto due considerazioni. Innanzitutto permane incertezza e si percepisce che l’inasprimento non è ancora veramente iniziato. Più durerà la fase di assunzione di rischio, più potrebbero crescere le esposizioni in bilancio, ma la quiete sul breve periodo si ottiene a scapito di possibili turbolenze nel lungo periodo. L’altro punto è se in base alla mancata risposta del mercato, si dovesse ritenere la politica monetaria non efficace, diventerebbe sempre più pressante l’interrogativo sul cosa dovrebbero fare le banche centrali.

Il pessimismo della Banca dei Regolamenti Internazionali non è nuova. Anche tre mesi fa la BRI ha parlato del perché l’inflazione rimane testardamente bassa, nonostante la ripresa della crescita globale e i continui stimoli monetari.

A settembre scorso, Borio ha paragonato la situazione da ‘Aspettando Godot’, una situazione, dunque, da teatro dell’assurdo se si pensa a tutta la liquidità iniettata dalle banche centrali e all’inflazione che, se non latitante, rimane decisamente al di sotto dei target per cui tutte le misure sono state varate.

Forse ha ragione Claudio Borio, ma bisognerebbe capire chi è il Godot da aspettare. Poi, bisognerebbe capire perché la liquidità immessa dagli Istituti di emissione non alimenta l’inflazione.

Le motivazioni sono sempre le stesse già individuati in diversi articoli pubblicati sulle pagine di questo giornale. Per uscire dalla crisi, il Godot che tutti stanno aspettando dovrebbe essere una più equa distribuzione della ricchezza. Attualmente, per effetto del meccanismo insito nelle teorie neoliberiste di Friedman e della scuola di Chicago, la ricchezza tende a polarizzarsi gradualmente nel tempo sempre più nelle mani di pochi. Tale meccanismo, nel lungo e lunghissimo periodo, per estremizzazione, potrebbe portare al dominio economico di pochissime persone su una moltitudine di altre persone costrette a vivere con redditi molto bassi. Pertanto, la propensione ad alimentare la domanda resterebbe bassa producendo effetti tendenzialmente deflattivi. Le iniezioni di liquidità delle Banche Centrali avrebbero l’effetto di paliativi insufficienti a curare le cause del male, ma risulterebbero utili per attenuare gli effetti dolorosi.

Salvatore Rondello

Svimez, il Sud riparte ma resta alta la povertà assoluta

lavoroIl Mezzogiorno è uscito dalla lunga recessione e la ripresa si consolida. Il rimbalzo non si è però ancora tradotto in un miglioramento del contesto sociale: un cittadino meridionale su 10 resta in povertà assoluta e tripla è la possibilità di caderci. Il reddito pro-capite resta poco più della metà di quello del Centro-Nord e il 66% di quello nazionale. Il quadro emerge dal Rapporto Svimez 2017, secondo cui il Pil del Sud aumenterà quest’anno dell’1,3%, contro una media nazionale dell’1,5%, mentre nel 2018 la crescita si attesterà all’1,2% contro l’1,4% medio dell’economia italiana.

“Le previsioni per il 2017 e il 2018”, si legge nel Rapporto, “confermano che il Mezzogiorno è in grado di agganciare la ripresa, facendo segnare tassi di crescita di poco inferiori a quelli del Centro-Nord. Tuttavia la ripresa congiunturale è insufficiente ad affrontare le emergenze sociali. Il tasso di occupazione nel Mezzogiorno è ancora il più basso d’Europa (35% inferiore alla media Ue), nonostante nei primi 8 mesi del 2017 siano stati incentivati oltre 90 mila rapporti di lavoro nell’ambito della misura ‘Occupazione Sud’. La povertà e le politiche di austerità deprimono i consumi. Il Sud è un’area non più giovane né tantomeno il serbatoio di nascite del Paese”.

LA CRESCITA PROSEGUE: Secondo la Svimez, il Pil italiano crescerà quest’anno dell’1,5%, sintesi del +1,6% del Centro-Nord e del +1,3% del Sud. Nel 2018 il saggio di crescita del Pil nazionale si collocherà invece al1’1,4% con una variazione territoriale dell’1,4% nel Centro-Nord e dell’1,2% al Sud. A trascinare l’evoluzione positiva del Pil l’andamento della domanda interna. Nel 2018 la Svimez prevede un significativo aumento sia delle esportazioni che degli investimenti totali, che cresceranno più nel Mezzogiorno che al Centro-Nord: le esportazioni del 5,4% rispetto a +4,3%, gli investimenti del 3,1% rispetto a +2,7%. Aumento apprezzabile dell’occupazione: +0,7% al Sud sia nel 2017 che nel 2018 e +0,8% in entrambi gli anni al Centro Nord.

CAMPANIA E BASILICATA LE REGIONI PIÙ BRILLANTI: Nello specifico delle singole Regioni meridionali, il Pil 2016 più performante è quello della Campania (+2,4%), seguita da Basilicata (+2,1%), Molise (+1,6%), Calabria (+0,9%), Puglia (+0,7%), Sardegna (+0,6%), Sicilia (+0,3%), Abruzzo (-0,2%).

PIL PRO CAPITE ANCORA BASSO: Nel 2016 il prodotto per abitante è stato nel Mezzogiorno pari al 56,1% di quello del Centro Nord (66% di quello nazionale). Il Pil per abitante della regione più ricca d’Italia, il Trentino Alto Adige, con i suoi 38.745 euro pro capite, è più che doppio di quello della regione più povera, la Calabria, che è pari a 16.848 euro ad abitante.

CONSUMI E INVESTIMENTI: I consumi delle famiglie meridionali sono aumentati dell’1,2%, contro l’1,3% del Centro Nord: in particolare, la spesa alimentare e quella per abitazioni cresce al Sud meno che nel resto del Paese. Nel 2016 gli investimenti sono cresciuti nel Mezzogiorno del 2,9%, un incremento sostanzialmente in linea con quello del Centro Nord. Nell’industria il prodotto è cresciuto al Sud (+3%) più che al Centro Nord (+1%). Positivo nel Mezzogiorno anche il valore aggiunto delle costruzioni (+0,5%), rispetto al centro Nord (-0,3%). Nel terziario il valore aggiunto del Mezzogiorno con +0,8% ha superano quello del Centro Nord (+0,5%).

INTERDIPENDENZA TRA SUD E NORD: La domanda interna del Sud, data dalla somma di consumi e investimenti, attiva circa il 14% del Pil del Centro-Nord (nel 2015, un ammontare di circa 177 miliardi di euro). I recenti referendum in Lombardia e Veneto hanno riaperto la discussione sul tema del residuo fiscale. I flussi redistributivi verso le regioni meridionali sono in calo di più del 10%, da oltre 55,5 a circa 50 miliardi. Peraltro le risorse che, sotto diverse forme, affluiscono al Sud, non restano circoscritte al solo Mezzogiorno, ma hanno effetti economici che si propagano all’Italia intera. Secondo la Svimez, su 50 miliardi di residui fiscali di cui beneficia il Mezzogiorno, 20 ritornano direttamente al Centro-Nord, altri contribuiscono a rafforzare un mercato che resta, per l’economia dell’intero Paese, ancora rilevante.

SEMPRE MENO INVESTIMENTI PUBBLICI: Nel 2016 gli investimenti pubblici hanno toccato il punto più basso della serie storica: la spesa in conto capitale è stata il 2,2% del Pil, nel Mezzogiorno appena lo 0,8%. Il crollo della spesa per infrastrutture nell’ultimo cinquantennio è stato del 2% medio annuo a livello nazionale, sintesi di un -0,8% nel Centro-Nord e -4,8% nel Sud. In termini pro capite, gli investimenti in opere pubbliche nel 1970 erano pari a livello nazionale a 529,6 euro, con il Centro-Nord a 450,8 e il Mezzogiorno a 673,2 euro. Nel 2016 si è passati a 231 euro a livello nazionale, con il Centro-Nord a 296 e il Mezzogiorno a meno di 107 euro pro capite.

CALANO I DIPENDENTI PUBBLICI: Il Sud, si legge nel Rapporto, resta un’area penalizzata nel godimento di alcuni diritti di cittadinanza e nell’offerta dei servizi pubblici. C’è un forte ridimensionamento della P.A., in termini di risorse umane e finanziarie, tra il 2011 e il 2015: -21.500 dipendenti pubblici (nel Centro-Nord sono calati di -17.954 unità) e una spesa pro capite corrente consolidata della P.A. pari al 71,2% di quella del Centro-Nord. Un divario in valore assoluto di circa 3.700 euro a persona. Ciò a dispetto dei luoghi comuni che descriverebbero un Sud inondato di risorse e dipendenti pubblici.

LA RIPRESA NON MIGLIORA IL CONTESTO SOCIALE: Nel 2016 10 meridionali su 100 risultano in condizioni di povertà assoluta, contro poco più di 6 cittadini nel Centro Nord. L’incidenza aumenta nelle periferie delle aree metropolitane e nei comuni più grandi. Il rischio di cadere in povertà è triplo al Sud rispetto al resto del Paese. Nelle due regioni più grandi, Sicilia e Campania, sfiora il 40%. L’emigrazione sembra essere l’unico canale di miglioramento delle condizioni economiche delle famiglie meridionali.

CREDITO, I DEPOSITI AL SUD FINANZIANO L’ECONOMIA DEL CENTRO-NORD: Il rapporto tra impieghi – incluse le sofferenze – e i depositi è strutturalmente più elevato nel Centro-Nord rispetto al Mezzogiorno: nel 2016 esso è pari a 1,14 al Sud contro 1,74 nel resto del Paese. Questo divario evidenzia il trasferimento della raccolta dalle regioni meridionali a quelle centro-settentrionali. Nel 2016 nel Mezzogiorno, a fronte di depositi raccolti dalle banche operanti nell’area per 283 miliardi, ci sono solo 278 miliardi di impieghi. Livelli di impieghi inferiori ai depositi si riscontrano in tutte le regioni del Mezzogiorno, a eccezione delle Isole. Il rapporto tra impieghi e depositi risulta particolarmente basso in Molise, Basilicata e Calabria. Al contrario, nelle regioni centro-settentrionali, si osserva un fenomeno opposto: a fronte di 959 miliardi di depositi raccolti, ci sono 1.610 miliardi di impieghi.

IN ‘FUGA’ 200.000 LAUREATI, IN 15 ANNI PERSI 30 MLD: Negli ultimi 15 anni circa 200 mila laureati meridionali hanno abbandonato il loro territorio. Se si moltiplica questa cifra per il costo medio che serve a sostenere un percorso di istruzione elevata, la perdita netta in termini finanziari del Sud ammonterebbe a circa 30 miliardi, trasferiti alle regioni del Centro Nord e in piccola parte all’estero. Quasi 2 punti di Pil nazionale. E si tratta di una cifra al ribasso, che non considera altri effetti economici negativi indotti. Nel complesso il Mezzogiorno continua a presentare un saldo migratorio profondamente negativo. Alla fine del 2016 il Mezzogiorno ha perso altri 62 mila abitanti. Il saldo migratorio totale del Sud sfiora le 28 mila unità in meno, mentre nel Centro Nord è in aumento di 93.500. In particolare, nel 2016 la Sicilia perde 9.300 residenti, la Campania 9.100, la Puglia 6.900. Il pendolarismo nel Mezzogiorno nel 2016 ha interessato circa 208 mila persone, di cui 54 mila si sono spostate all’interno del Sud, mentre ben 154 mila sono andate al Centro-Nord o all’estero. Questo aumento di pendolari spiega circa un quarto dell’aumento dell’occupazione complessiva del Mezzogiorno di circa 101 mila unità nel 2016.

IL PIL VEDE ROSA

cantiereContinua la crescita dell’economia italiana che prosegue da dieci trimestri di fila, ovvero dai primi tre mesi del 2015, e tocca il livello più alto da sei anni. A certificare nero su bianco la ripresa in corso è l’Istat: nel secondo trimestre il prodotto interno lordo – corretto per gli effetti di calendario – è cresciuto dello 0,4% rispetto ai tre mesi precedenti e dell’1,5% rispetto al secondo trimestre 2016.

L’istituto di statistica conferma le stime diffuse il 16 agosto scorso e come già rilevato allora, per trovare un aumento tendenziale maggiore bisogna tornare al primo trimestre del 2011. La variazione acquisita del Pil, quella che si registrerebbe in caso di crescita nulla nella restante metà dell’anno, è dell’1,2% per il 2017. Ipotizzando, un terzo e quarto trimestre in linea con i primi due trimestri, la crescita potrebbe raggiungere l’1,5%. Una spinta per la manovra autunnale che il governo si appresta a mettere in campo.

Le previsioni ufficiali dell’esecutivo, contenute nel Documento di economia e finanza varato ad aprile, indicano una crescita dell’1,1% per l’anno in corso e dell’1% per il 2018. Ma, con tutta probabilità, saranno ritoccate al rialzo nella Nota di aggiornamento al Def che il governo dovrà varare entro fine settembre, in linea con le revisioni al rialzo condotte da tutti le principali istituzioni internazionali, ultima l’agenzia di rating Moody’s che per quest’anno e l’anno prossimo stima un aumento del Pil dell’1,3% contro lo 0,8% e l’1% indicati in precedenza.

“Anche oggi arrivano buoni segnali dal punto di vista dell’economia, e mi auguro questo ci consenta di proseguire nei prossimi mesi sulla strada per dare maggiori risorse per i poveri e gli esclusi”, ha commentato il presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni.

La crescita del Pil nel secondo trimestre, segnala l’Istat, è stata trainata anche dalla spesa delle famiglie. Su base congiunturale, cioè rispetto al primo trimestre, è salita dello 0,3% mentre su base annua, e cioè rispetto al secondo trimestre 2016, è cresciuta dell’1,2%. Rispetto al trimestre precedente, tutti i principali aggregati della domanda interna registrano aumenti, con una crescita dello 0,2% dei consumi finali nazionali e dello 0,7% gli investimenti fissi lordi. Le importazioni e le esportazioni sono cresciute, rispettivamente, dello 0,7% e dello 0,6%.

La domanda nazionale al netto delle scorte ha contribuito per 0,3 punti percentuali alla crescita del Pil (+0,2 i consumi delle famiglie e delle istituzioni sociali private Isp, +0,1 gli investimenti fissi lordi e contributo nullo della spesa della pubblica amministrazione). Anche la variazione delle scorte ha contribuito positivamente (+0,1 punti percentuali), mentre il contributo della domanda estera netta è risultato nullo. La crescita è stata determinata anche da andamenti congiunturali positivi per il valore aggiunto dell’industria (+0,6%) e dei servizi (+0,4%), rialzi controbilanciati dalla diminuzione del valore aggiunto dell’agricoltura (-2,2%) e delle costruzioni (-0,4%).

“Se i risultati riguardanti l’occupazione – sostiene Fabrizio Cicchitto di Alternativa Popolare – sono positivi è anche il frutto dell’azione di Governo nel quale Alternativa Popolare ha svolto un ruolo importante per ciò che riguarda alcune voci della pressione fiscale e il sostegno alle famiglie”. “L’attacco del centrodestra e’ destituito di fondamento ed una dimostrazione di estremismo. E’ dal 2010-2011 che il Paese è stato investito da una durissima recessione i cui effetti non è che possono essere tutti superati con un colpo di bacchetta magica”.

Per le associazioni dei consumatori e le organizzazioni di categoria del commercio si tratta di segnali incoraggianti. Guglielmo Loy, della Uil, afferma che i dati sull’economia “fotografano uno stato di moderata, ma costante espansione dell’economia. Ora, però, bisogna consolidare questi risultati, con scelte coraggiose nella prossima Legge di Bilancio, in quanto il miglior toccasana per tenere sotto controllo il debito pubblico è l’aumento in valori nominali del Pil”. “Auspichiamo che il ‘tesoretto’, dovuto alla maggiore crescita di quest’anno del Pil, sia destinato veramente a misure per lo sviluppo che stimolino gli investimenti, soprattutto al sud, concentrando le risorse su pochi obiettivi. Taglio strutturale del costo del lavoro – conclude- per sostenere l’occupazione stabile, una graduale riduzione della pressione fiscale e misure per il benessere sociale sono le misure che riteniamo prioritarie per la crescita e lo sviluppo”.

La falsa idea di restituire fiducia ai mercati per combattere la crisi

postcapitalismoL’Italia e molti altri Paesi europei si trovano ancora “impastoiati” nelle conseguenze della Grande Recessione, scoppiata nel 2007/2008. Esistono due Europe: da un lato, i Paesi poco virtuosi dell’Europa del Sud, tra i quali l’Italia, i cui conti pubblici sono largamente in deficit, la produttività dei loro sistemi economici è assai contenuta ed i tassi di crescita molto ridotti; dall’altro lato, i Paesi virtuosi dell’Europa del Nord, che rispettano i parametri di Maastricht, i cui sistemi produttivi sono caratterizzati da un’elevata produttività e da tassi di crescita più alti di quelli dei Paesi del Sud europeo. Nell’insieme, tuttavia, nonostante la diversa posizione economica di questa due classi di Paesi membri, l’Unione Europea complessivamente considerata si conserva in una situazione di grandi difficoltà economiche.
La “Troika”, costituita dalla Commissione europea, dalla Banca centrale europea e dal Fondo monetario internazionale, ha normalmente proposto, per il superamento delle difficoltà in cui versa l’Unione, che i Paesi membri, in primo luogo quelli poco virtuosi, cedano – come afferma Andrea Baranes, Presidente della Fondazione Culturale Responsabilità Etica, in “Dobbiamo restituire fiducia ai mercati. Falso!” – “una parte della loro sovranità in favore di un controllo – se non di una vera e propria ingerenza – della Commissione europea e delle istituzioni internazionali sui bilanci e sulla decisioni di politica economica”; tale controllo sarebbe l’unico modo, si sostiene, con cui può essere restituita la fiducia ai mercati, per il rilancio dell’economia ed il superamento delle difficoltà indotte dalla Grande Recessione.
Per capire perché le istituzioni che compongono la “Troika” sono arrivate a pretendere l’esercizio di un controllo esterno sui bilanci e sulle decisioni di politica economica degli Stati membri dell’Unione Europea, in particolare di quelli meridionali, occorre considerare le cause che hanno determinato le difficoltà nella gestione dei loro conti pubblici; tali cause, secondo la “Troika”, sarebbero da rinvenirsi nell’eccessivo indebitamento pubblico, esploso soprattutto a partire dal 2009.
Secondo la “Troika”, osserva Baranes, prima del 2008 tutti i Paesi europei si sarebbero comportati in modo virtuoso, “poi di colpo, a cavallo tra il 2008 e il 2009”, i governi dei Paesi dell’Unione avrebbero “iniziato a spendere come matti per lo Stato sociale”; egli ritiene tuttavia che si tratti di una spiegazione che “suonerebbe come una farsa, se non fosse una tragedia per chi non solo paga il prezzo della crisi, ma negli ultimi anni si è visto tagliare persino i servizi essenziali”.
Se la Grande Recessione che ha colpito tutti i Paesi dell’Unione Europea non è stata causata dalla “cattiva” gestione dei conti pubblici, iniziata a partire dal 2009, allora com’è realmente nata, investendo la generalità dei Paesi ad economia di mercato? L’origine è stata l’eccessivo indebitamento del sistema finanziario privato che, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, ha creato – afferma Baranes – “una sterminata montagna di debiti”, fino all’esplosione di un’inevitabile bolla speculativa: quella dei mutui subprime del mercato immobiliare americano.
Tra la fine della Seconda guerra mondiale e la prima metà degli anni Settanta, le economie di mercato del Nord America, dell’Europa e del Giappone hanno vissuto un periodo di grande prosperità e di sviluppo (il cosiddetto trentennio glorioso 1945/1975); in alcuni Paesi, come l’Italia, si è parlato di miracolo economico, mentre l’idea che l’aumento del benessere potesse essere un fenomeno inarrestabile si è consolidata nell’immaginario collettivo di tutti i Paesi che hanno fruito delle migliorate condizioni economiche e sociali. Ad interrompere la convinzione che, con la realizzazione di un welfare State universale, fosse stata trovata la “ricetta” per la realizzazione di una crescita stabile e continua sono intervenute le crisi petrolifere e i disordini monetari, che hanno messo a dura prova, sia l’ulteriore capacità di crescita e sviluppo dei sistemi economici, che la tenuta dei conti pubblici degli Stati.
L’alta spesa pubblica della fine dei “trent’anni gloriosi” è stata presto individuata come la causa principale delle scarsa capacità di reazione dei mercati alle crisi di natura energetica e monetaria; fatto, questo, che ha determinato, tra il 1979 e il 1981, con l’avvento al potere di Margaret Thatcher nel Regno Unito e di Ronald Reagan negli Stati Uniti, l’attuazione di politiche economiche ispirate alle idee neoliberiste degli economisti aderenti al sodalizio della “Mont Pelerin Society” di Friedrich Hayek e compagni.
Il neoliberismo è divenuto così l’ideologia di governo del nuovo modo di funzionare del capitalismo; secondo questa ideologia, se i mercati fossero stati lasciati liberi dagli eccessivi vincoli statali, sarebbero risultati più efficienti, in quanto dotati di “meccanismi di autoregolazione”; mentre i continui interventi pubblici, finalizzati al sostegno della domanda aggregata del sistema economico, alla realizzazione di una più equa distribuzione del prodotto sociale e alla costruzione di un sistema di protezione sociale universale, ne hanno falsato il funzionamento e, dunque, ne hanno generando l’inefficienza. Con l’avvento dell’ideologia neoliberista si è proceduto all’abolizione di regole e i controlli che, adottati dopo la Grande Depressione del 1929/1932, avevano consentito di tenere a freno gli “animal spirit” dei mercati, in particolare di quelli finanziari, e di costituire la base di partenza per la ricostruzione del mercato internazionale dopo il 1945 e il conseguimento dei successi dei “gloriosi anni trenta” post-bellici.
A partire dalla fine degli anni Settanta, ha preso corpo la primazia dei mercati finanziari rispetto a quelli reali, il cui effetto è stato quello di “drogare” l’economia attraverso “una crescita ipertrofica delle massa di denaro e di debito”. Lo strumento che ha consentito questa trasformazione è stata la sostituzione del modello di banca tradizionale, che “conservava” in bilancio i prestiti erogati fino alla scadenza, con un nuovo modello, che ha reso possibile, grazie ad una vera e propria attività di ingegneria finanziaria, il trasferimento del prestito ad altri, recuperando la liquidità e il capitale impegnato (cartolarizzazione), oppure soltanto il rischio di credito (derivati creditizi); con tali operazioni è divenuto possibile concedere altri prestiti. La massa di denaro e di debiti così originata ha alimentato la bolla speculativa dei mutui subprime, scoppiata nel 2007/2008, la cui rapida diffusione a livello internazionale ha fatto emergere la crisi dei conti pubblici dei Paesi dell’Unione Europea. Conseguentemente, la bolla speculativa dei mercati immobiliari americani non è stata la causa della crisi dei conti pubblici europei, ma il modo in cui sono stati affrontati i suoi effetti, ovvero l’enorme trasferimento di risorse pubbliche elargite al sistema bancario entrato in crisi per effetto dello scoppio della bolla speculativa dei mercati immobiliari americani.
Secondo paranes, di fronte al peggioramento della posizione debitoria degli Stati, la conclusione è risultata scontata: la crisi dei conti pubblici è stata “colpa di un apparato statale vetusto quanto sovradimensionato, di contratti di lavoro legati a un’epoca ormai tramontata”; per uscire dalla crisi, occorreva “tagliare la spesa pubblica e rendere il lavoro più flessibile per aumentare la produttività”. I cittadini perciò dovevano “scordarsi il tempo delle vacche grasse”; la strada maestra era indicata nell’”austerità”. Questo era l’unico modo per “rilanciare la crescita e l’economia”; si doveva farlo, perché occorreva “restituire fiducia ai mercati”.
Per restituire la fiducia ai mercati, di fronte all’irrompere della crisi, i governi hanno speso “migliaia di miliardi per salvare il sistema finanziario e farsi carico dei debiti eccessivi”. Nel 2010, a chi potevano rivolgersi gli Stati, schiacciati da questo eccesso di debiti, se non agli stessi mercati? “Un gioco delle tre carte – afferma Baranes – tra finanza pubblica e privata”. Sono stati quindi gli Stati che hanno fatto “irruzione” nei mercati finanziari al fine di acquisire “a condizioni durissime” le risorse di cui avevano bisogno per compiere i salvataggi a causare il loro indebitamento; mentre gli stessi mercati finanziari, a fronte dell’eccessiva esposizione degli Stati, a garanzia dei loro crediti, hanno preteso l’inaugurazione di piani di austerità dai loro clienti, arrivando così al paradosso che i mercati finanziari, oltre che essere parte in causa, sono stati nello stesso tempo i “giudici” che hanno ordinato agli Stati di “penalizzare” i loro cittadini perché loro, i mercati finanziari, fossero garantiti contro ogni pericolo di insolvenza.
E’ accaduto, infatti, che i cittadini attraverso i loro Stati siano stati chiamati a pagare il conto e rimborsare i debiti creati da un sistema finanziario privato che, da oltre trent’anni, aveva operato contribuendo a creare i presupposti della crisi del 2007/2008; in altre parole, i cittadini sono stati chiamati a “stringere la cinghia”, per restituire fiducia ai mercati finanziari, liberati da ogni forma di controllo. In una spirale perversa, perciò, è accaduto che la speculazione, avviata e sostenuta dai comportamenti dei mercati finanziari, abbia contribuito a creare una generalizzata situazione di crisi e di instabilità delle economie, dalle quali poi gli stessi mercati finanziari hanno tratto occasione per ulteriori guadagni, socializzando per di più le perdite dei loro attori, le banche.
Si è arrivati a un tale livello di dominanza dei mercati finanziari, che non sarà semplice cambiare il loro modo di funzionare. “Non basta – afferma Baranes – introdurre nuove regole e controlli, occorre ripensare l’intero sistema”; ciò perché il sistema finanziario attuale è inefficiente e provoca crisi e instabilità, drenando risorse, senza assolvere alla sua funzione di raccoglitore del risparmio per indirizzarlo verso il miglioramento dei tassi di crescita e, con questa, del livello di benessere dei cittadini. A tal fine, occorrerà limitare le operazioni della cosiddetta “finanza creativa”, perché l’attività finanziaria torni ad essere compatibile con gli stati di bisogno dell’economia reale.
In conclusione, a parere di Baranes, a fronte di un sistema finanziario “incapace di servire l’interesse generale, sono necessarie delle politiche pubbliche di indirizzo e controllo per costringere la finanza a seguire una logica meno distruttiva e autoreferenziale”. L’esigenza di un cambiamento, tuttavia, non è oggi nemmeno oggetto di discussione; alcune proposte sono nelle “agende” dei governi e delle istituzioni internazionali, ma il loro processo di approvazione, oltre che essere lento, non prevede di rimettere in discussione l’intero sistema finanziario. Ciò accade perché, da un lato, gli istituti finanziari (soprattutto le banche), attraverso i loro rappresentanti, riescono ad influenzare i processi di approvazione delle proposte di riforma, svuotandole quasi completamente dei loro contenuti; dall’altro lato, l’”ingegneria finanziaria ha tutto il tempo di studiare delle contromosse per evitare l’applicazione delle future regole”, oppure per affievolirne, se introdotte, gli esiti della loro applicazione.
Cambiare l’intero sistema finanziario attraverso un’azione di governo appropriata è possibile, in quanto, contrariamente a quanto possono pensare i sostenitori dell’ideologia neoliberista, il funzionamento di tale sistema non è regolamentato da leggi di natura; il sistema finanziario è – sottolinea Baranes – una costruzione dell’uomo e risponde alle regole ed alle funzioni che l’uomo stesso decide di dargli.
L’analisi delle cause della Grande Recessione, nonché la denuncia del “maldestro” tentativo dei neoliberisti di rinvenire la causa prima della crisi dei conti pubblici degli Stati europei nell’eccessivo livello della spesa pubblica erogata per finalità sociali, sono senz’altro condivisibili. Tutto il discorso di Baranes appare però contraddittorio, se considerato in relazione al suo convincimento che la finanziarizzazione dell’economia, scaturigine della Grande Recessione, iniziata con la crisi dei mutui subprime, non sia una “degenerazione del capitalismo, né il risultato di comportamenti individuali scorretti, o di errori nelle politiche; ma sia piuttosto il modo in cui si trasforma l’accumulazione capitalistica”, quando l’espansione della produzione di beni reali non è più sufficiente a sostenerla. Se è così, la strategia di riforma suggerita da Baranes è sostanzialmente un “palliativo”, nel senso che essa può tutt’al più attenuare gli esiti negativi della finanziarizzazione dell’economia, ma non eliminarli; a tal fine, il controllo del sistema finanziario implica ben altro delle semplici ed ordinarie politiche governative.

Gianfranco Sabattini