Europee. Nencini: difendere Ue da nazionalismi

Parlamento-Europeo-StrasburgoFermare il blocco sovranista e populista che alle elezioni europee del prossimo maggio potrebbe prendere la maggioranza dei seggi di Bruxelles. Una internazionale nera. Una saldatura tra movimenti e partiti xenofobi che incarnano l’opposto dei principi che hanno guidato e illuminato l’Europa dalla sua fondazione ad oggi. I sondaggi sono preoccupanti. Da Salvini in Italia alla destra estrema della Le Pen in Francia fino ai paesi del gruppo Visegard verso i quali non solo la Lega guarda con simpatia. Sono coloro che puntano sulla chiusura e l’isolazionismo a crescere nelle intenzioni di voto. In Francia il fronte di destra supera nelle intenzioni di voto il partito del presidente Emmanuel Macron. Il dato emerge da un sondaggio Ifop che attribuisce a La Republique en marche, il movimento fondato da Macron, il 19% dei consensi, in calo di un punto percentuale rispetto a fine agosto, mentre il Rassemblement National della Le Pen riscuote il 21%, in crescita di tre punti.

Dati che allarmano e che danno ulteriore linfa alla destra. Le ragioni sono molteplici. A cominciare dalla paura del cambiamento. Paura che i populisti cavalcano e che sfruttano. Non propongono soluzioni. Ma innescano meccanismi pericolosi basati su non-risposte. Questo il quadro che sarà sempre più evidente fino alle elezioni europee. “Tra un mese esatto – ha scritto Riccardo Nencini, segretario del Psi, in una lettera indirizzata a Maurizio Martina – parteciperemo assieme al congresso del PSE a Lisbona. Entrambi sosteniamo la candidatura di Timmermans  alla Presidenza della Commissione  europea, entrambi abbiamo applaudito il messaggio lanciato da Pedro Sànchez a Milano, teso a costruire una larga coalizione che si opponesse all’Internazionale nera e alle tante culture populiste che stanno crescendo in tutta Europa. Singole personalità, a cominciare da Romano Prodi, ci incitano a percorrere la stessa strada”.

Per Nencini, “dovremmo presentarci al congresso del PSE sostenendo la costituzione, in ogni paese dell’Unione, di una concentrazione europeista, ispirata ad un riformismo radicale, che vada da Tsipras a Macron, ai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti. Non c’è solo la scadenza delle Elezioni Europee del 2019. C’è molto di più. La difesa di un’idea di giustizia e di libertà che rischiano di essere infangate. E c’è il dovere di cambiare l’Unione Europea per poterla meglio difendere dall’assalto del nazionalismo sovrano. Su questa strada,  ne sono certo, troveremmo anche nuove energie.  Dobbiamo semplicemente metterci in cammino”  ha concluso.

Ginevra Matiz

Elezioni europee,
questione di democrazia

parlamento-europeo

Alle prossime elezioni europee voteremo, oltre che per il Parlamento, anche per il futuro Presidente della Commissione europea, una novità introdotta sommessamente già nelle elezioni nel 2014 ma di cui quasi nessuno si è era accorto, pur avendo i partiti europei anticipato la candidatura che avrebbero sostenuto per quella posizione. L’obiettivo era di avvicinare elettori ed elettrici alle istituzioni europee, nel tentativo di invertire il trend in discesa della partecipazione al voto.

Infatti, se la percentuale dei votanti aveva subito un leggero ma costante declino di elezione in elezione per quasi trent’anni, con il nuovo millennio il numero di elettori ed elettrici si è ridotto in modo preoccupante, per arrivare al 43% nel 2009. Nella settima elezione del Parlamento europeo non andò a votare soprattutto chi nel passato aveva votato per i partiti di sinistra, lanciando un messaggio che suonava più o meno così: il Parlamento europeo è una istituzione inutile e senza potere perché l’Unione è dominata da tecnocrati conservatori.

Il popolo della sinistra aveva perso la fiducia nell’Europa e Paul Rasmussen, allora leader del PSE, aveva così commentato l’esito delle elezioni europee del 2009: ha vinto il partito del sofà, di chi ha scelto di rimanere a casa anziché andare ai seggi.

Fu insieme una lezione dura da digerire ed uno scossone salutare.

Ci interrogammo per mesi noi socialisti europei per trovare la risposta alla richiesta di dare nuovo significato al voto. Bisognava “politicizzare” le elezioni europee ed europeizzarle: le elezioni fatte su liste nazionali con candidati tutti nazionali, spesso con campagne elettorali dominate da temi nazionali -ne è buon esempio il referendum sulla Brexit- “nazionalizzavano” le elezioni allontanandole sempre più da una visione europea che aveva ispirato il progetto nato a Ventotene per una Europa della pace, della solidarietà, della democrazia, dei diritti umani, cioè una Europa all’opposto di quella che predicano i sovranisti di oggi, come Salvini, Orban, Le Pen….

Pensammo fosse utile dare il senso di un impegno comune, con un programma unico e costruito insieme da tutti i partiti socialisti, socialdemocratici, laburisti dell’Unione, e con una campagna comune, identificabile come nostra in tutte le città dell’Unione; soprattutto ci impegnammo a scegliere e sostenere una candidatura socialista unica per la Presidenza della Commissione europea che, legittimata dal voto, avesse titolo per difendere il programma sul quale avevamo chiesto il voto.

Nel congresso del PSE di Praga del dicembre 2009 decidemmo per programma e campagna comuni per l’appuntamento elettorale del 2014 e per l’avvio di un percorso aperto, trasparente, soprattutto democratico per individuare il candidato o la candidata alla Presidenza della Commissione europea che rappresentasse il popolo socialista, socialdemocratico, laburista dell’intera Unione. Per il 2014 indicammo Martin Schulz; i Popolari europei indicarono Jean Claude Junker.

Una novità e insieme una sfida democratica perché per quasi 60 anni, fino al 2014, il Presidente della Commissione era stato scelto in una sorta di conclave tra Capi di Stato e di Governo, tenendo conto, ma senza nessun vincolo, dell’esito elettorale. In questo modo furono eletti i dodici presidenti della Commissione europea, che si succedettero dal 1957 al 2014, tra questi Jacques Delors e gli italiani Malfatti e Prodi.

L’elezione del 13° Presidente, Jean Claude Junker, fu diversa, grazie soprattutto all’iniziativa dei socialisti impegnati a contenere il “deficit democratico”: per la Presidenza doveva essere proposta la persona indicata come “Spitzenkandidat” cioè “candidato principale” dal partito europeo con il migliore risultato in termini di seggi al Parlamento. Fu così stabilito un legame tra la scelta del Presidente della Commissione e l’esito delle elezioni europee.

Le elezioni del 2019 saranno l’occasione per consolidare questa prassi condivisa da gran parte dei partiti e votata dal Parlamento europeo il 7 febbraio 2018, pur non essendo prevista dal Trattato di Lisbona. Con questa decisione il Parlamento si è impegnato a non considerare nessuna candidatura che non sia frutto di questo processo.

Alle elezioni del 26 maggio voteremo liste per il Parlamento europeo e candidato o candidata alla Presidenza della Commissione attraverso un processo democratico, trasparente e partecipato.

Per noi socialisti europei il processo si aprirà il 19 ottobre con la presentazione delle candidature avanzate dai partiti membri del PSE, cui seguirà una campagna elettorale veramente europea per la scelta del nostro candidato o candidata alla Presidenza della Commissione che si concluderà con il voto nella stessa giornata in tutta l’Unione. La data indicata dovrebbe essere il prossimo 1° dicembre.

Il nostro impegno comune è per una Unione europea che sostenga il principio della solidarietà contro gli egoismi nazionali, che contrapponga alla chiusura di porti e frontiere una gestione controllata e condivisa dei flussi migratori, che si dia una politica estera comune fondata sulla difesa dei diritti umani, che promuova i diritti delle donne e la democrazia paritaria, che contrapponga alla democrazia illiberale di Orban la democrazia partecipata che veda protagoniste in primis le giovani generazioni, insomma tutto il contrario di quello che i nuovi sovranisti alla Salvini stanno predicando e promuovendo. Noi li contrasteremo forti dei nostri valori e convinzioni.

Nencini: “L’anno zero
del centrosinistra”

risultati elettorali

“Ecco l’anno zero. Non vince il centro destra, stravince Salvini con un’idea dell’Italia della paura. Serve una costituente riformista e democratica che trasformi l’opposizione in alternativa credibile”. Così Riccardo Nencini, segretario del Psi, commenta i risultati delle elezioni amministrative dopo il turno di ballottaggio. Nencini ribadisce la necessità di una “assemblea per la Repubblica aperta e inclusiva. Un leader e un disegno politico nuovo. La Toscana faccia da battistrada. Proprio dove la sconfitta è stata più dura, da lì vengano i segnali più forti. Bisogna che il partito più grande della sinistra riveda le sue strutture politiche e organizzative”.

Le amministrative hanno dato un segnale allarmante. Quello di un Paese che si sposta a destra. Roccaforti che erano del centrosinistra hanno ceduto. Gli esempi sono tanti. La bassa affluenza non è una giustificazione. Come commenti questo turno di ballottaggio?
Sono state completamente disarticolate le regioni rosse. Non c’è più nemmeno l’attaccapanni della storia. Una ragione in più, dopo la sconfitta alla politiche, per rivedere completamente la stessa idea di sinistra. Noi siamo pronti a farlo. Il 7 di luglio facciamo un primo incontro aperto a tutti i riformisti e democratici, ma soprattutto rivolgiamo un appello a tutti i movimenti democratici, civili, ma il Pd sopra agli altri. Il tutto affinché la volontà di far presto emerga già prima dell’estate.

La lettera di Martina al Corriere della Sera è un appello che segna anche il clima di una sinistra impotente.  Martina parla di una lista unica alle Europee. Tu che ne pensi?
Penso che si debbano preparare da subito le Europee e le prossimi amministrative. Però non lasciando le cose invariate. Credo che il progetto decennale del Partito democratico sia destinato a tramontare. E quindi c’è bisogno di un disegno nuovo della sinistra italiana.

Un disegno quindi che non deve partire dal Pd come perno centrale…
Gli italiani hanno soprattutto voltato la faccia la Pd. Quindi ripartire dal Partito democratico sarebbe un errore. Servono leadership nuove e serve soprattutto un disegno nuovo perché l’opposizione divenga alternativa credibile. Lo ripeto: il nostro è un tempo molto simile al triennio ‘19 – ‘22. Quindi chi pensa che questa pancia che ribolle degli italiani sia destinata a spegnersi, non ha capito. Noi lo diciamo ormai dal congresso di Venezia che andava affrontato il tema migranti in maniera diversa da quel cattocomunismo peloso che ha avuto un rimbalzo soltanto con Minniti.

Calenda addirittura parla di andare oltre al Pd. Di un fronte repubblicano. I socialisti come si pongono? Quale ruolo possono avere in una fase in cui le basi fondanti del centrosinistra sembravo venir meno?
La posizione di Calenda è la posizione nostra. Noi abbiamo lanciato l’idea di una assemblea repubblicana che costruisca  un bacino di resistenza. Se in Italia avesse vinto una destra europea, alcuni valori fondamentali dello Stato non sarebbero stati messi in discussione. Ma qui ha vinto una destra irragionevole, antieuropea, autartica. Che vorrebbe trasformare l’Italia in italietta. C’ un punto però.

Quale?
Vi è una serie di argomenti che questa destra ha manipolato. Sono argomenti che in maniera diversa deve governare anche la sinistra dando risposte diverse a una comunità che si è smarrita. Il Pd deve fuoriuscire dalla logica che lo ha portato a nascere dieci anni fa. Quello era un partito che era nato per stare in uno schema bipolare ove vi era Forza Italia e Berlusconi.

Una Italia che non esiste più…
Appunto. E vorrei ricordare a Martina che Berlusconi è all’opposizione del Governo. E questa ragione, insieme a quella della sconfitta alle politiche e alla sconfitta alle amministrative, insiste come le altre sullo stesso punto.

Quale punto?
Non c’è tempo da perdere. Bisogna ripensare le leadership, creare nuove organizzazioni, coinvolgere l’associazionismo civico, perché conservo una forte paura:  il traguardo conquistato dalla destra trainata da Salvini potrebbe non essere l’ultima meta.

Nel senso che non sia punto di arrivo?
Esattamente. Ma un punto di partenza.

Mentre il Pd sta ancora cercando di capire le ragione della sconfitta non solo delle elezioni ma anche del referendum di due due anni fa…
Lo dico ancora: non c’è più tempo. Se avessimo davanti una destra conservatrice europea sarebbe diverso. Abbiamo davanti avversari che ogni giorno grattano la pancia degli italiani. E presentano al mondo l’Italia della paura. Le pistole elettriche, la discussione sui vaccini, la legittima difesa che permette di sparare in maniera non proporzionale rispetto alla minaccia ricevuta. È l’immagine di una Italia chiusa in se stessa. Che non ha futuro. Nell’immediato può apparire a chi soffre di nostalgia anche come positiva. Ma non ha gambe.

Già c’è chi vede le Europee come un ulteriore trampolino per Salvini che in caso di ulteriore affermazione potrebbe assumere un vero e proprio controllo della coalizione magari passando anche attraverso le elezioni anticipate.
È un rischio che vedo anch’io. Ogni esecutivo che in Europa è giunto alla fine della sua esperienza di governo è stato battuto alle elezioni. Non escludo che Salvini possa muovere le carte anticipatamente rispetto alla sua scadenza. Ma il problema è se si va a votare in un clima come questo. Questo è preoccupante. Sono tutte ragioni in più per muoversi con rapidità. Quello che sta emergendo è la fotografia di una Italia lugubre. Non si parla più di misure che riguardano il mondo del lavoro. Il Ministro Tria sta dicendo che i soldi per il reddito di cittadinanza non ci sono. Le promesse elettorali della Lega e dei Cinque Stelle non ci sono più. Si sono confermate solo come promesse elettorali.
Inoltre con questo governo la nostra posizione in Europa sta diventando sempre più complicata. Sempre più isolata. Siamo in un momento di grandi crisi. E problemi di questa portata non si risolvono con la voce grossa. Un esempio chiaro viene dalla posizione italiana sull’immigrazione. È necessario rivere il trattato di Dublino. Il dibattito è su questo. Ma il governo che fa? Ha assunto una posizione strabica. Bivalente. In Europa i risultati si ottengono sedendo con autorevolezza ai tavoli che contano. Invece noi siamo ostili verso quella parte di Europa con cui storicamente abbiamo avuto rapporti consolidati. Francia e Germania per intenderci. Con loro e solo con loro possiamo arrivare a una intesa per rivedere Dublino. Invece il governo stringe improbabili alleanze con i paesi Visegrad che non hanno nessuna intenzione di cambiare una sola virgola a quel trattato.

Daniele Unfer

ANNO ZERO

risultati elettorali

“Ecco l’anno zero. Non vince il centro destra, stravince Salvini con un’idea dell’Italia della paura. Serve una costituente riformista e democratica che trasformi l’opposizione in alternativa credibile”. Così Riccardo Nencini, segretario del Psi, commenta i risultati delle elezioni amministrative dopo il turno di ballottaggio. Nencini ribadisce la necessità di una “assemblea per la Repubblica aperta e inclusiva. Un leader e un disegno politico nuovo. La Toscana faccia da battistrada. Proprio dove la sconfitta è stata più dura, da lì vengano i segnali più forti. Bisogna che il partito più grande della sinistra riveda le sue strutture politiche e organizzative”.

Le amministrative hanno dato un segnale allarmante. Quello di un Paese che si sposta a destra. Roccaforti che erano del centrosinistra hanno ceduto. Gli esempi sono tanti. La bassa affluenza non è una giustificazione. Come commenti questo turno di ballottaggio?
Sono state completamente disarticolate le regioni rosse. Non c’è più nemmeno l’attaccapanni della storia. Una ragione in più, dopo la sconfitta alla politiche, per rivedere completamente la stessa idea di sinistra. Noi siamo pronti a farlo. Il 7 di luglio facciamo un primo incontro aperto a tutti i riformisti e democratici, ma soprattutto rivolgiamo un appello a tutti i movimenti democratici, civili, ma il Pd sopra agli altri. Il tutto affinché la volontà di far presto emerga già prima dell’estate.

La lettera di Martina al Corriere della Sera è un appello che segna anche il clima di una sinistra impotente.  Martina parla di una lista unica alle Europee. Tu che ne pensi?
Penso che si debbano preparare da subito le Europee e le prossimi amministrative. Però non lasciando le cose invariate. Credo che il progetto decennale del Partito democratico sia destinato a tramontare. E quindi c’è bisogno di un disegno nuovo della sinistra italiana.

Un disegno quindi che non deve partire dal Pd come perno centrale…
Gli italiani hanno soprattutto voltato la faccia la Pd. Quindi ripartire dal Partito democratico sarebbe un errore. Servono leadership nuove e serve soprattutto un disegno nuovo perché l’opposizione divenga alternativa credibile. Lo ripeto: il nostro è un tempo molto simile al triennio ‘19 – ‘22. Quindi chi pensa che questa pancia che ribolle degli italiani sia destinata a spegnersi, non ha capito. Noi lo diciamo ormai dal congresso di Venezia che andava affrontato il tema migranti in maniera diversa da quel cattocomunismo peloso che ha avuto un rimbalzo soltanto con Minniti.

Calenda addirittura parla di andare oltre al Pd. Di un fronte repubblicano. I socialisti come si pongono? Quale ruolo possono avere in una fase in cui le basi fondanti del centrosinistra sembravo venir meno?
La posizione di Calenda è la posizione nostra. Noi abbiamo lanciato l’idea di una assemblea repubblicana che costruisca  un bacino di resistenza. Se in Italia avesse vinto una destra europea, alcuni valori fondamentali dello Stato non sarebbero stati messi in discussione. Ma qui ha vinto una destra irragionevole, antieuropea, autartica. Che vorrebbe trasformare l’Italia in italietta. C’ un punto però.

Quale?
Vi è una serie di argomenti che questa destra ha manipolato. Sono argomenti che in maniera diversa deve governare anche la sinistra dando risposte diverse a una comunità che si è smarrita. Il Pd deve fuoriuscire dalla logica che lo ha portato a nascere dieci anni fa. Quello era un partito che era nato per stare in uno schema bipolare ove vi era Forza Italia e Berlusconi.

Una Italia che non esiste più…
Appunto. E vorrei ricordare a Martina che Berlusconi è all’opposizione del Governo. E questa ragione, insieme a quella della sconfitta alle politiche e alla sconfitta alle amministrative, insiste come le altre sullo stesso punto.

Quale punto?
Non c’è tempo da perdere. Bisogna ripensare le leadership, creare nuove organizzazioni, coinvolgere l’associazionismo civico, perché conservo una forte paura:  il traguardo conquistato dalla destra trainata da Salvini potrebbe non essere l’ultima meta.

Nel senso che non sia punto di arrivo?
Esattamente. Ma un punto di partenza.

Mentre il Pd sta ancora cercando di capire le ragione della sconfitta non solo delle elezioni ma anche del referendum di due due anni fa…
Lo dico ancora: non c’è più tempo. Se avessimo davanti una destra conservatrice europea sarebbe diverso. Abbiamo davanti avversari che ogni giorno grattano la pancia degli italiani. E presentano al mondo l’Italia della paura. Le pistole elettriche, la discussione sui vaccini, la legittima difesa che permette di sparare in maniera non proporzionale rispetto alla minaccia ricevuta. È l’immagine di una Italia chiusa in se stessa. Che non ha futuro. Nell’immediato può apparire a chi soffre di nostalgia anche come positiva. Ma non ha gambe.

Già c’è chi vede le Europee come un ulteriore trampolino per Salvini che in caso di ulteriore affermazione potrebbe assumere un vero e proprio controllo della coalizione magari passando anche attraverso le elezioni anticipate.
È un rischio che vedo anch’io. Ogni esecutivo che in Europa è giunto alla fine della sua esperienza di governo è stato battuto alle elezioni. Non escludo che Salvini possa muovere le carte anticipatamente rispetto alla sua scadenza. Ma il problema è se si va a votare in un clima come questo. Questo è preoccupante. Sono tutte ragioni in più per muoversi con rapidità. Quello che sta emergendo è la fotografia di una Italia lugubre. Non si parla più di misure che riguardano il mondo del lavoro. Il Ministro Tria sta dicendo che i soldi per il reddito di cittadinanza non ci sono. Le promesse elettorali della Lega e dei Cinque Stelle non ci sono più. Si sono confermate solo come promesse elettorali.
Inoltre con questo governo la nostra posizione in Europa sta diventando sempre più complicata. Sempre più isolata. Siamo in un momento di grandi crisi. E problemi di questa portata non si risolvono con la voce grossa. Un esempio chiaro viene dalla posizione italiana sull’immigrazione. È necessario rivere il trattato di Dublino. Il dibattito è su questo. Ma il governo che fa? Ha assunto una posizione strabica. Bivalente. In Europa i risultati si ottengono sedendo con autorevolezza ai tavoli che contano. Invece noi siamo ostili verso quella parte di Europa con cui storicamente abbiamo avuto rapporti consolidati. Francia e Germania per intenderci. Con loro e solo con loro possiamo arrivare a una intesa per rivedere Dublino. Invece il governo stringe improbabili alleanze con i paesi Visegrad che non hanno nessuna intenzione di cambiare una sola virgola a quel trattato.

Daniele Unfer

Una scelta lungimirante

Una campagna elettorale portata avanti con coraggio per una scelta lungimirante. Questa la sintesi di un mese di lavoro, di confronto sul territorio con tanti compagni protagonisti di una fase di profondo cambiamento. Molte le iniziative portate avanti insieme, in un partito vivo, che quando pensa alla proposta politica piuttosto che alla polemica, risulta sicuramentea capace di trovare soluzioni riformatrici che tornano a renderci guida senza farci trainare da altri partiti, che in realtà non potranno fare altro che rincorrerci sul piano delle idee.

Molte sono anche le proposte raccolte, che serviranno per un programma innovatore, un supporto di voti innegabile per la battaglia socialista in Europa. In un momento di evidente successo come questo, tuttavia, sentire e leggere polemiche pretestuose di chi pensa di strumentalizzare ogni situazione, fa comunque male. La solita sindrome del dividere, che non accetto. In questi 30 giorni i dirigenti che oggi criticano si sono visti solo su Facebook, in riva al mare, o nei ristoranti a sostenere altri candidati che venivano definiti di area socialista.

Non hanno ancora fatto tesoro dei loro errori passati (ricordo le elezioni del 2006 dove con i loro “comportamenti”, asserviti ai partiti che ora criticano, affossarono un progetto), continuano a voler dividere piuttosto che lavorare per un Paese nuovo. Un’ultima telegrafica considerazione sul risultato a Roma e nel Lazio del candidato del Psi nella lista Pd Pse: 2013 elezioni Senato Lazio: lista PSI, con Craxi capolista, 12000 voti – Lazio Europee 2014 15000 preferenze. 2013 elezioni comunali di Roma: lista PSI 5800 voti – Roma Europee 2014 preferenze 5400. Ma questo non è tempo di polemiche, questo è il tempo delle idee, dell’innovazione, del cambiamento. Avanti

Claudio Bucci

 

 

GROSSE KOALITION?

Juncker-Schulz-Europee

Ventitre seggi. Sono quelli che segnano la distanza tra i popolari e i socialisti in Europa. Pochi, eppure tanti. Tanti da permettere di scegliere il presidente della Commissione come sottolinea la parlamentare socialista Pia Locatelli che ricorda come «in Europa il sistema non è bizantino come quello italiano: tutto è più chiaro e immediato. Se i Popolari hanno più seggi, si andrà verso una grossa coalizione, ma saranno loro a esprimere il presidente della Commissione e a guidare la linea».

Insomma, Schulz con ogni probabilità non arriverà alla Presidenza: «Abbiamo consegnato la guida dell’Europa a Jean-Claude Juncker che ora può dire legittimamente ‘adesso tocca a me’. Poi magari non sarà Junker ma Lagarde, ma cambia poco», dice Locatelli.

Lo scenario che si apre davanti all’Europa è dunque quello della grossa coalizione. Del resto, l’ex primo ministro lussemburghese e già guida dell’euro-gruppo ha dichiarato che «nelle prossime settimane e giorni dovremo discutere non solo di posti, ma dovremo discutere in profondità e sono pronto a farlo con i socialisti perché non c’è altra maggioranza al di là della cosiddetta Grande coalizione».

Una grande coalizione che nasce dal fatto che «non si può ovviamente prescindere dai popolari che, a loro volta, non possono prescindere dai socialisti. Solo che i Popolari sono di più e, a questo, dobbiamo sommare anche che i liberali sono più affini a loro, quindi aumenteranno il peso PPE nella coalizione».

Locatelli ha espresso rammarico rispetto alla mancata «convergenza di tutti i voti su Schulz. Io stessa ho avuto una polemica con alcuni sostenitori di Tzipras in Italia perché sostenevo che era necessario corre insieme verso lo stesso obiettivo: se fossimo andati insieme saremmo arrivati a 230 deputati europei. Non avremmo scongiurato la necessità della grande coalizione che, però, sarebbe stata sotto la nostra guida».

Ottimista Riccardo Nencini, segretario del PSI, che sottolinea come «la lista dei socialisti e democratici è l’unica, in Europa, che cresce in maniera formidabile. Gli italiani hanno fatto una scelta di buonsenso, ed è una vittoria che va nella direzione di rafforzare la governabilità del Paese».

Il riferimento è ai risvolti nazionali del voto europeo in merito ai quali anche Locatelli si dice soddisfatta perché «le grandi famiglie politiche europee tengono. Certo, ero preoccupata e continuo a esserlo soprattutto quando guardo a dati come quello dell’affermazione di Nigel Farage nel Regno Unito, un dato drammatico soprattutto se unito al 14 per cento dei socialisti. Ero preoccupata per l’Italia dove temevo la distruzione di Grillo che, invece, è stata contenuta: il Movimento cinque stelle credo abbia pagato per la volgarità dei modi, ma anche la mancanza di una proposta politica».

A urne chiuse, Nencini parla della necessità di un «cambiamento dell’Europa per costruire un ‘terzo tempo’ che tenga conto di una società profondamente cambiata. Adesso non c’è alternativa alle riforme e alla velocità dell’azione di governo». Per il segretario socialista «con il 41 per cento dei consensi attribuiti dagli italiani alla sinistra riformista il governo si rafforza facendo le riforme con l’urgenza che gli italiani si aspettano. A breve l’Italia avrà la presidenza dell’Unione. Sarà quella l’occasione, con l’autorevolezza e la forza acquisite, per far condividere ai paesi membri  le nostre proposte».

Intanto Gian Franco Schietroma, coordinatore della segreteria nazionale del PSI, ha voluto ringraziare con una dichiarazione i candidati socialisti, nessuno dei quali è stato eletto, per l’impegno e il contributo portato alla vittoria della lista PD-PSI: «La straordinaria vittoria della lista PD-PSE alle elezioni europee rafforza notevolmente il ruolo del Governo italiano in Europa. Il grande successo dei socialisti e democratici in Italia è stato reso possibile dalla volontà dei cittadini di dar fiducia al tentativo di Matteo Renzi di cambiare il nostro Paese, con riforme adeguate e con interventi a favore dei più deboli. Noi socialisti della prima ora siamo lieti di aver compiuto la scelta politica giusta, contribuendo all’affermazione della lista PD-PSE, che rappresenta anche una secca battuta d’arresto dell’antipolitica e dei qualunquismi. Con l’occasione desidero ringraziare sentitamente i nostri candidati Marina Lombardi, Rita Cinti Luciani, Claudio Bucci, Mario Serpillo e tutti coloro che hanno sostenuto la loro campagna elettorale, caratterizzata da risultati davvero lusinghieri».

Euroscettici più forti dopo il voto, ma divisi

EuropaDalla Gran Bretagna alla Grecia, nelle elezioni europee di domenica 25 maggio, ha preso forza il ‘fronte degli euroscettici’ che, anche se non sarà probabilmente mai un partito e forse non avrà neppure la capacità di coagularsi in un unico gruppo parlamentare a Strasburgo, ciononostante con 142 seggi rappresenta un fenomeno di tutto rilievo.
Ecco un quadro riepilogativo dei risultati: Continua a leggere

Criteri per l’interpretazione
del voto

Questo piccolo testo, scritto a pochi giorni dal voto, non può ovviamente tenere conto dei risultati. Quando i nostri lettori li avranno a disposizione, ci saranno anche i relativi commenti – trionfalistici o comunque soddisfatti – delle varie formazioni politiche. Il nostro compito è allora oggi semplicemente quello, di aiutare a capire chi ha vinto, chi ha perso o anche pareggiato. Cominciamo dunque a dire che, tra quelli che avranno perso, ci sarà sicuramente la sinistra radicale. E’ ancora possibile, e certamente auspicabile, che la lista Tsipras superi lo sbarramento del 4%. Avere a Strasburgo il sostegno, magari fortemente critico, di forze radicali, ma europeiste è, infatti, interesse non solo del Pse ma della stessa costruzione europea. Ma l’eventuale successo della lista avverrà in un contesto di grande debolezza, elettorale ma soprattutto politica di tutta l’area. Solo sei anni fa, al tempo di Prodi, i partiti a sinistra del Pd superavano largamente il 10%; oggi, bene che vada, saranno poco oltre il 5%. In una fase storica in cui il procurato disastro economico e sociale dovrebbe giocare a loro favore.

Un bilancio disastroso. Che riflette una crisi, politica, di idee, di partiti e di gruppi dirigenti che non sembra avere mai fine. Sarebbe ora il caso di mettersi tutti in gioco; per ricominciare non da tre ma propriamente da zero. Ma veniamo al Pd. A un partito i cui dirigenti, durante tutta la campagna elettorale, si sono ben guardati di parlare di numeri; sino al punto di ipotizzare come obbiettivo da raggiungere quello di superare la percentuale di Grillo. Per chiarire i termini della questione, potremo parlare di vittoria totale se si superasse il livello raggiunto da Veltroni nel 2008 ( 33.7%; ma con il centro-destra al 48%…) e, se insieme, si staccasse il M5S di più di cinque punti percentuali. Di pareggio, se si verificasse la prima ipotesi, ma non la seconda. Di sconfitta, con il Pd intorno al 30-31%, affiancato o ( cosa meno probabile) superato dai grillini.

In tutti e tre i casi, Renzi dovrebbe, però, restare padrone del gioco. E questo, perché avrebbe, alla sua destra, un campo di rovine. Da una parte la sparizione, elettorale e anche politica del centro; dall’altra la scomposizione-frammentazione del centro-destra, con la probabile crisi finale dell’egemonia berlusconiana. Pochi cenni sul primo punto. Perché le cifre dovrebbero essere impietose. Poco più di un anno fa, il centro superava di un punto o due il 10%; oggi, molto probabilmente, rimarrà sotto al 4%. Politicamente sarà la fine dei Casini e di Mastella, come possibile ago della bilancia e, quindi, come costante oggetto del desiderio; e anche della pretesa vanagloriosa di Monti nella veste di salvatore della patria e di bacchettatore della destra e della sinistra. E’ probabile che la dissoluzione del centro benefici, in particolare la sinistra modello Renzi; ma anche il centro-destra, versione Alfano dovrebbe ereditare una parte del bottino.

Questo, per invitare i nostri lettori a non guardare alla somma, insomma alla percentuale di consensi raggiunta dalle varie formazioni del sullodato centro-destra; ma piuttosto ai suoi vari addendi. Ricordiamo, al riguardo, che il 29% raccolto nel 2013 era attribuibile per oltre il 21% al Pdl e per il 7/8% a tutti gli altri. Oggi, allora, i casi sono due: o Berlusconi va di poco sotto al 20% mentre tutti gli altri superano di poco il 10% ( non consentendo ad Alfano, oppure alla Lega, oppure a Fratelli d’Italia, di superare lo sbarramento); oppure il Cavaliere va ad una percentuale più o meno uguale a quella dei suoi tre concorrenti, tutti in grado di andare oltre l’asticella.

Nel primo caso, Berlusconi rimane l’unico possibile federatore del centro-destra mantenendo saldo il suo patto con Renzi, Italicum compreso. Nel secondo, salta tutto, legge elettorale compresa. Libero, a quel punto, l’ex sindaco di Firenze, di scegliere tra doppio turno di collegio e proporzionale (con sbarramento); due modelli, due strategie politiche. A pesare, in questa futura scelta, sarà il risultato raggiunto da Grillo. L’ideale, al di là delle smargiassate del Nostro, sarebbe il risultato più temuto dal Pd, una percentuale intorno al 30%, sopra il Pd meglio se di pochissimo sotto.

E, attenzione, anche una percentuale più o meno corrispondente a quella raggiunta dal centro-destra. A quel punto, tutti gli altri dovranno aggiornare tattiche e strategie; il M5S potrà permettersi di aspettare.
Chiudiamo con la questione dell’astensionismo. Come cittadini dovremmo preoccuparci se questo superasse il 40%; negli altri casi, saremmo di fronte ad un calo fisiologico (in un contesto in cui la partecipazione italiana dovrebbe rimanere superiore alla media europea). Siete pregati invece di non credere alle lacrime di circostanza dei grandi partiti tradizionali; per loro meno la gente vota meglio è. Perché, in questo caso, diminuirebbe il voto di opinione; non quello organizzato di cui si ritengono, ancora, padroni.

Alberto Benzoni

Europa, meglio con più politica e meno regole

Parlamento-europeoCon l’approssimarsi delle elezioni europee si moltiplicano gli appuntamenti di approfondimento sul tema. Tra questi, degno di nota quello recentemente organizzato dallo IAI presso la Rappresentanza in Italia della Commissione Europea. Durante l’incontro si è discusso del ruolo del Parlamento Europeo, destinato nel futuro ad essere il luogo privilegiato dell’innovazione istituzionale, quale che sia l’esito del voto del 25 maggio, anche cioè se si affermassero le forze politiche euroscettiche. Continua a leggere

Raduno di Rovetta:
Pia Locatelli interpella
il ministro dell’Interno

Rovetta ManifestazioneQuest’anno la manifestazione di commemorazione dell’uccisione da parte dei partigiani, avvenuta il 28 aprile 1945, di 43 militi della legione Tagliamento – che da quasi vent’anni si svolge a Rovetta, in provincia di Bergamo, – coinciderà con le elezioni amministrative ed europee del 25 maggio. Il giorno prima, quando scatterà il silenzio elettorale, a Lovere si ricorderanno altri due soldati della Tagliamento che furono gettati nel lago l’8 giugno 1945.  Continua a leggere