Salvini e Di Maio affondano le borse. Risale lo spread

Borsa-rialzo-Letta

Ancora un governo non c’è. Dopo oltre due mesi di trattative i vincitori delle elezioni non sono ancora astati in grado di raggiungere un accordo per Palazzo Chigi. E gli effetti di questo prolungato stallo si stanno manifestando. Ieri la tirata di orecchie dell’Unione Europa preoccupata per la tenuta dei conti del paese. Un monito che ha lasciato un segno nonostante M5S e Lega abbiano assicurato che la trattativa per il governo è in chiusura. Ieri il contratto di governo era stato pubblicato dall’Huffington Post. “È una versione vecchia che è stata già ampiamente modificata nel corso degli ultimi due incontri del tavolo tecnico” assicurano i vertici dei partiti. Eppure il solo adombrare l’ipotesi delle uscita dall’Euro, ha fatto agitare le acque della borsa ed è bastato per far balzare lo spread Btp-Bund decennali in avvio a 137 punti in una Piazza Affari in affanno che scende di quasi tre punti percentuali.

Ma a pesare sui mercati anche il monito arrivato dall’Europa, che ha richiamato l’Italia al rispetto delle regole del patto di stabilità. A Milano il Ftse Mib ha segnato un calo dello 0,70% a 24.133 punti, mentre Londra ha guadagnato lo 0,20%, Francoforte lo 0,18% e Parigi lo 0,07%. È evidente che le rassicurazioni da parte di Lega e Cinquestelle non sono bastate. Nel Vecchio Continente, così come dall’altra parte dell’Atlantico, le preoccupazioni per il contenuto della bozza di contratto restano forti. In particolare, sono le parti sulla finanza pubblica, elencate a pagina 38 del documento, a scuotere maggiormente le sale operative. Nella bozza, Lega e M5S chiedono alla Banca centrale europea di Mario Draghi di cancellare 250 miliardi di titoli di Stato. “La loro cancellazione vale circa 10 punti percentuali”, si legge nel documento.

Ieri sera Wall Street ha chiuso in calo, con il Dow 30 in flessione dello 0,78% a 24.706 punti e il Nasdaq dello 0,81% a 7.351. A Tokyo il Nikkei 225 ha perso lo 0,44% a 22.717. Sull’indice principale della borsa milanese soffrono i bancari, con ribassi oltre il punto percentuale per Ubi Banca e Banco Bpm. Unicredit cede lo 0,78% e Intesa Sanpaolo lo 0,83%. Male le utility, con ribassi oltre l’1% per Snam, A2A ed Enel. Vendite su Atlantia, Prysmian, Generali, Recordati e Moncler. Corrono, invece, Saipem, in rialzo del 2,44%, e Mediaset, in progresso del 2%.

L’aumento dello spread si è poi accompagnato a quello dei carburanti alla pompa, con il barile che prosegue il cammino verso gli 80 dollari. Stamattina Ip ha aumentato di un centesimo al litro i prezzi consigliati di benzina e diesel. In base alle elaborazioni di Staffetta quotidiana sulle medie dei prezzi praticati e comunicati dai gestori all’Osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico, il prezzo medio di benzina self service è di 1,615 euro/litro (+2 millesimi, pompe bianche 1,591), diesel a 1,487 euro/litro (+3, pompe bianche 1,466). Benzina servito a 1,728 euro/litro (+3, pompe bianche 1,632), diesel a 1,603 euro/litro (+3, pompe bianche 1,507). Gpl a 0,635 euro/litro (+1, pompe bianche 0,621), metano a 0,961 euro/kg (-1, pompe bianche 0,952).

Insomma il governo ancora non c’è, ma gli effetti del sodalizio tra Cinque stelle e Lega già si fa sentire.

Nencini: “Un disegno nuovo per il centrosinistra”

Psi-Bandiera

“I socialisti ritengono sia giunto il momento di far pesare il loro patrimonio politico-culturale troppo a lungo negletto dalle altre componenti dell’area di centrosinistra per proporre ai cittadini una visione del futuro del nostro paese che sappia coniugare i valori del socialismo democratico e le emergenze storiche in cui ci troviamo”. È quanto si legge nell’appello pubblicato sul sito del partito socialista. Un appello con molte firme, a cominciare da quella del segretario del Partito Riccardo Nencini, a cui si aggiungono quelle di molte personalità del mondo socialista.

Dal 4 marzo, giorno delle elezioni, il Paese sta entrando un vicolo sempre più stretto la cui via di uscita è sempre più stretta. “Una scelta di irresponsabilità” come la ha definita il segretario del Psi Riccardo Nencini, “fatta da Salvini e Di Maio crea lo scenario preoccupante di una ‘Repubblica prigioniera’ di due forze che vogliono giocare un derby sulla pelle degli italiani”. Nencini ha inviato questa mattina una lettera aperta a tutti i leader dei partiti del Centrosinistra, invitando a mettere da parte il passato e a trovare, in vista del voto, “le ragioni della maggiore unità possibile”. Inoltre ha rivolto un appello, rivolto oltre che a tutta la sinistra italiana, anche al mondo cattolico, laico, democratico, dei radicali e degli ambientalisti contiene una chiamata alle armi per “conferire sovranità ad un disegno nuovo”, spiega Nencini.

Da dove nasce questo appello?
Il sistema politico italiano è di fronte a una svolta. Due forze che hanno contrabbandato agli italiani di aver vinto le elezioni e irresponsabilmente non lavorano per formare un governo ma lavorano esclusivamente per interessi di parte. Lo scenario è di elezioni in tempi rapidi. Sarebbe una impostura votare di luglio, perché una parte delle forze politiche, dovendo presentare le firme, non sarebbe in grado di presentarsi alle elezioni. E ciò significa una lesione insopportabile per la democrazia italiana. Inoltre avremmo un ulteriore abbassamento della partecipazione al voto. Bisogna che il centrosinistra italiano si prepari a costruire una concentrazione repubblicana per fronteggiare il pericolo di un doppio populismo che porterebbe l’Italia in una posizione marginale in Europa e rappresenterebbe una profonda lesione per la democrazia italiana per la forte carica di bonapartismo che entrambe le forze manifestano.

Quindi come deve strutturarsi il centrosinistra?
Bisogna che il centrosinistra dalla sinistra di Leu fino ai cattolici democratici, metta insieme, coinvolgendo la società di mezzo e l’associazionismo, coinvolgendo i sindaci civici di molte città italiane, parte della loro sovranità da conferire a un disegno nuovo. E devono farlo rapidamente per mettere in campo un progetto che sia competitivo e faccia da sbarramento rispetto questi due populismi differenti.

Si può dire che Lega e 5 Stelle si sono presentati come i salvatori della patria e invece hanno portato il Paese alla paralisi?
Certo. Anche perché ad oggi sono venuti meno ad ogni forma di responsabilità. Anche perché agli italiani va ricordata una cosa. Prima chi prendeva il 40% dei voti conquistava la maggioranza. Ora non è più così. Quindi il risultato più probabile di elezioni anticipate è che si ricrei la stessa situazione di ora. Per questo abbiamo proposto un governo istituzionale che sbarrasse la strada all’aumento dell’Iva, preparasse l’Italia al vertice europeo di giugno in modo tale da porre con forza la revisione del trattato di Dublino, modificasse la legge elettorale oltre che affrontare alcuni temi di riforma istituzionale. Poi andare al voto.

Ad oggi i numeri per questa ipotesi non ci sono…
Ma questo non vuole dire che non sia una buona proposta. Ma entrambi, Di Maio e Salvini, giocano una partita che è quella della irresponsabilità. Non sono statisti, sono capi di forze politiche. L’appello a tutti i socialisti nasce da qui. Vi sono due passi da fare. Il primo passo è quello di riportare dentro la stessa casa tutto il mondo socialista. Ma questo ritorno a casa è propedeutico a tenere insieme una comunità che lavori con più determinazione per mettere in campo un centrosinistra più competitivo e diverso da quello delle ultime elezioni.

Quanto è forte il rischio di una Italia che diventa marginale in Europa?
Vedo due rischi. Una lesione grave per il sistema istituzionale italiano, che è già fragile. Infatti aveva un senso già 40 anni fa parlare di grande riforma, ma il significato è ancora valido. E inserire elementi di bonapartismo in un sistema che ha le sue fragilità, rischia di portare il paese davanti al precipizio. Seconda preoccupazione è quella di portare l’Italia ai margini dell’Unione europea nel momento in cui si continua a minacciare il referendum sull’Euro, si continua a minacciare l’uscita dall’Unione . Questo ci rende più deboli e rende marginale un sistema politico economico e ricordo anche che gran parte della campagna elettorale Salvini la ha fatta sui dazi. Su un protezionismo che sarebbe lesivo degli interessi italiani.

In Germania hanno trovato un accordo dopo un anno dalle elezioni pur di non tornare al voto.
Vi è una differenza abissale. Da loro hanno discusso a lungo due forze politiche figlie di due tradizioni culturali forti in Europa: quella cattolica e quella socialista. Qui hanno vinto due populismi. Gli italiani li hanno scelti. Ora formino un governo. Ma non pretendano di riportare gli italiani al voto con una legge elettorale immutata e quindi con il risultato che salvo variazioni marginali, non produrrebbe effetti diversi. Non sarebbe dissimile da quello che è successo tre il 1915 e il ‘18 sul fronte francese, dove un giorno avanzava di un chilometro la truppa tedesca e il giorno dopo quel chilometro veniva riconquistato dai francesi.

Daniele Unfer

UN DISEGNO NUOVO

Psi-Bandiera

“I socialisti ritengono sia giunto il momento di far pesare il loro patrimonio politico-culturale troppo a lungo negletto dalle altre componenti dell’area di centrosinistra per proporre ai cittadini una visione del futuro del nostro paese che sappia coniugare i valori del socialismo democratico e le emergenze storiche in cui ci troviamo”. È quanto si legge nell’appello pubblicato sul sito del partito socialista. Un appello con molte firme, a cominciare da quella del segretario del Partito Riccardo Nencini, a cui si aggiungono quelle di molte personalità del mondo socialista.

Dal 4 marzo, giorno delle elezioni, il Paese sta entrando un vicolo sempre più stretto la cui via di uscita è sempre più stretta. “Una scelta di irresponsabilità” come la ha definita il segretario del Psi Riccardo Nencini, “fatta da Salvini e Di Maio crea lo scenario preoccupante di una ‘Repubblica prigioniera’ di due forze che vogliono giocare un derby sulla pelle degli italiani”. Nencini ha inviato questa mattina una lettera aperta a tutti i leader dei partiti del Centrosinistra, invitando a mettere da parte il passato e a trovare, in vista del voto, “le ragioni della maggiore unità possibile”. Inoltre ha rivolto un appello, rivolto oltre che a tutta la sinistra italiana, anche al mondo cattolico, laico, democratico, dei radicali e degli ambientalisti contiene una chiamata alle armi per “conferire sovranità ad un disegno nuovo”, spiega Nencini.

Da dove nasce questo appello?
Il sistema politico italiano è di fronte a una svolta. Due forze che hanno contrabbandato agli italiani di aver vinto le elezioni e irresponsabilmente non lavorano per formare un governo ma lavorano esclusivamente per interessi di parte. Lo scenario è di elezioni in tempi rapidi. Sarebbe una impostura votare di luglio, perché una parte delle forze politiche, dovendo presentare le firme, non sarebbe in grado di presentarsi alle elezioni. E ciò significa una lesione insopportabile per la democrazia italiana. Inoltre avremmo un ulteriore abbassamento della partecipazione al voto. Bisogna che il centrosinistra italiano si prepari a costruire una concentrazione repubblicana per fronteggiare il pericolo di un doppio populismo che porterebbe l’Italia in una posizione marginale in Europa e rappresenterebbe una profonda lesione per la democrazia italiana per la forte carica di bonapartismo che entrambe le forze manifestano.

Quindi come deve strutturarsi il centrosinistra?
Bisogna che il centrosinistra dalla sinistra di Leu fino ai cattolici democratici, metta insieme, coinvolgendo la società di mezzo e l’associazionismo, coinvolgendo i sindaci civici di molte città italiane, parte della loro sovranità da conferire a un disegno nuovo. E devono farlo rapidamente per mettere in campo un progetto che sia competitivo e faccia da sbarramento rispetto questi due populismi differenti.

Si può dire che Lega e 5 Stelle si sono presentati come i salvatori della patria e invece hanno portato il Paese alla paralisi?
Certo. Anche perché ad oggi sono venuti meno ad ogni forma di responsabilità. Anche perché agli italiani va ricordata una cosa. Prima chi prendeva il 40% dei voti conquistava la maggioranza. Ora non è più così. Quindi il risultato più probabile di elezioni anticipate è che si ricrei la stessa situazione di ora. Per questo abbiamo proposto un governo istituzionale che sbarrasse la strada all’aumento dell’Iva, preparasse l’Italia al vertice europeo di giugno in modo tale da porre con forza la revisione del trattato di Dublino, modificasse la legge elettorale oltre che affrontare alcuni temi di riforma istituzionale. Poi andare al voto.

Ad oggi i numeri per questa ipotesi non ci sono…
Ma questo non vuole dire che non sia una buona proposta. Ma entrambi, Di Maio e Salvini, giocano una partita che è quella della irresponsabilità. Non sono statisti, sono capi di forze politiche. L’appello a tutti i socialisti nasce da qui. Vi sono due passi da fare. Il primo passo è quello di riportare dentro la stessa casa tutto il mondo socialista. Ma questo ritorno a casa è propedeutico a tenere insieme una comunità che lavori con più determinazione per mettere in campo un centrosinistra più competitivo e diverso da quello delle ultime elezioni.

Quanto è forte il rischio di una Italia che diventa marginale in Europa?
Vedo due rischi. Una lesione grave per il sistema istituzionale italiano, che è già fragile. Infatti aveva un senso già 40 anni fa parlare di grande riforma, ma il significato è ancora valido. E inserire elementi di bonapartismo in un sistema che ha le sue fragilità, rischia di portare il paese davanti al precipizio. Seconda preoccupazione è quella di portare l’Italia ai margini dell’Unione europea nel momento in cui si continua a minacciare il referendum sull’Euro, si continua a minacciare l’uscita dall’Unione . Questo ci rende più deboli e rende marginale un sistema politico economico e ricordo anche che gran parte della campagna elettorale Salvini la ha fatta sui dazi. Su un protezionismo che sarebbe lesivo degli interessi italiani.

In Germania hanno trovato un accordo dopo un anno dalle elezioni pur di non tornare al voto.
Vi è una differenza abissale. Da loro hanno discusso a lungo due forze politiche figlie di due tradizioni culturali forti in Europa: quella cattolica e quella socialista. Qui hanno vinto due populismi. Gli italiani li hanno scelti. Ora formino un governo. Ma non pretendano di riportare gli italiani al voto con una legge elettorale immutata e quindi con il risultato che salvo variazioni marginali, non produrrebbe effetti diversi. Non sarebbe dissimile da quello che è successo tre il 1915 e il ‘18 sul fronte francese, dove un giorno avanzava di un chilometro la truppa tedesca e il giorno dopo quel chilometro veniva riconquistato dai francesi.

Daniele Unfer

PROVE DI DIALOGO

fico-mattarella

Positivo l’esito del mandato esplorativo. Lo ha riferito oggi pomeriggio Roberto Fico al presidente della Repubblica. Adesso ci vorrà ancora qualche giorno per capire se esistono davvero le condizioni per un accordo tra 5Stelle e Pd. “In questi giorni ci sarà dialogo in seno alle due forze politiche. Credo sia importante, ragionevole e responsabile rimanere sui temi e sui programmi”, spiega lo stesso presidente della Camera. Il confronto, dunque, è aperto.

A rischiare di più in questa guerra di nervi è il Partito Democratico. La base dem è in rivolta. Alla maggior parte degli iscritti non è piaciuta l’apertura di Maurizio Martina al mondo grillino. Agli esponenti delle correnti di Franceschini, Orlando ed Emiliano, invece, andrebbe bene un Governo con i 5Stelle. Il redde rationem andrà in scena il 3 maggio prossimo, durante la Direzione Nazionale che, a questo punto, rischia di trasformarsi in una conta sanguinosa destinata a mietere vittime illustri. Dopo aver caldeggiato l’accordo con il M5s il segretario reggente, in caso di sconfitta, sarebbe costretto ad un passo indietro. E considerata la maggioranza renziana in Direzione, assolutamente contraria al patto con Di Maio, la minaccia è più che concreta.

Annusato il pericolo, dopo il secondo incontro con Fico, Martina ha riconosciuto “le difficoltà e le differenze che animano il confronto ed è giusto dirlo per serietà e responsabilità. Siamo forze diverse con punti di vista a volte molto diversi”. Non mancano i problemi, dunque. Anche se sono stati compiuti “passi avanti importanti che vogliamo riconoscere”. Ben accolte, però, le frasi di Di Maio, che ha chiuso una volta per tutte il forno con la Lega: “Su questo sono state dette parole molto importanti che vogliamo riconoscere”. Gelo dalle truppe renziane. Per ora i colonnelli dell’ex premier si dicono favorevoli al confronto, ma la linea resta quella di sempre: “Mai ad un accordo con i 5 Stelle”.

Sulla stessa lunghezza d’onda gli alleati del Pd. “Non ho motivo di cambiare opinione. Dai 5 Stelle ci divide una visione della politica e, aggiungo, la rapidità trasformista rispetto ai programmi da realizzare”, ha detto Riccardo Nencini, segretario del Psi. Il leader socialista chiede con urgenza un confronto con gli altri componenti della coalizione di centrosinistra: “Ciascuno valuterà nei propri organi la posizione da assumere. Bisogna convocare la coalizione per verificare se ci sia una linea comune. Qualcuno mi spieghi se c’è una ragione per non farlo”.

Anche Luigi Di Maio ha i suoi problemi da risolvere. Prima il tentativo con la Lega, poi l’abboccamento con il Pd: gli attivisti pentastellati cominciano a storcere il naso. Ora è il capo politico a chiedere responsabilità. “Abbiamo il 32 per cento – dice Di Maio –. Non siamo autonomi e stiamo cercando di portare un buon contratto al rialzo non al ribasso che possa risolvere i problemi degli italiani. Ai cittadini interessa avere un reddito di cittadinanza che gli consenta di integrare il loro reddito oppure che due forze politiche litighino per l’eternità?”. Il messaggio a Mattarella è chiaro: “Se si riescono a fare le cose, bene. Altrimenti si torna al voto”.

F.G.

Governo. Damato: “Soluzione crisi lontana”

Palazzo Chigi

“L’ultimo giro ? Non direi. Ritengo ancora lontana la soluzione della crisi. Non si riesce a capire se sia davvero chiusa, come annunciato da Di Maio, la ricerca di un’intesa fra il movimento 5 Stelle e la Lega, senza Forza Italia, o con Forza Italia domata al ruolo ancillare sino ad ora rifiutato da Berlusconi anche a costo di insulti”. È quanto afferma Francesco Damato, giornalista e noto commentatore politico, a cinquanta giorni dal voto e dopo i tentativi falliti di un accordo tra il movimento cinquestelle e la lega ci si interroga se siamo ormai all’ultmo giro. “D’altronde, le intenzioni e dichiarazioni dell’ancora aspirante ufficiale delle 5 Stelle a Palazzo Chigi andrebbero sottoposte ogni volta alla macchina della verità, secondo una battuta attribuita a Matteo Renzi. Se non fosse vera, sarebbe un peccato”.

Quante possibilità di riuscita ha il tentativo del presidente Fico?
La strada da esplorare indicata da Mattarella al presidente della Camera è oggettivamente molto stretta sia per la contraddittorietà del programma grillino, più volte modificato strada facendo, sia per il rischio che il Pd correrebbe, in caso di accordo, di cadere in un trappolone, lasciando alle cinque stelle i meriti degli eventuali provvedimenti positivi e facendosi accollare le responsabilità dei provvedimenti malriusciti o mancati, sia per i margini ristretti dell’eventuale maggioranza in Parlamento, specie al Senato. E’ una circostanza, questa, sulla quale di solito si riflette poco, come poco si è riflettuto per una maggioranza limitata alle 5 stelle e alla Lega, risicatissima anch’essa, sino a quando Di Maio non ha smesso, o fatto finta di smettere di cercarla. Non dimentichiamo poi le condizioni di obiettiva  difficoltà interne al Pd, per non parlare del magma grillino agitato come una maionese al solo comparire della possibilità che capiti ad un esponente diverso da Di Maio di giocarsi la carta di Palazzo Chigi.

Pare ormai definitivamente chiuso il forno che Di Maio aveva aperto con la Lega. Chi ha più responsabilità nel fallimento della trattativa?
Le responsabilità della crisi, direi, non ancora del sicuro fallimento dei rapporti fra Di Maio e la Lega, Salvini in particolare, sono di entrambi. Di Maio per avere scambiato il suo pur notevole 32 per cento dei voti del 4 marzo per il 51 per cento, dichiarandosi quindi indisponibile a discutere la sua ambizione alla presidenza del Consiglio. Salvini per avere fatto credere più volte a Di Maio, al di là dei rifiuti verbali, di poter rompere con Berlusconi: cosa che lo renderebbe prigioniero dei rapporti con Di Maio e gli farebbe saltare tutto il quadro delle amministrazioni locali del Nord

Ora se va male anche questo tentativo rimane solo un governo di garanzia con quali sbocchi?
Un governo di garanzia, come lo chiami, variante di tanti altri di cui si parla, tutti attivati praticamente da una iniziativa del capo dello Stato dettata dalle urgenze e scadenze, interne e internazionali, da lui stesso indicate nella denuncia dello stallo della crisi, rimane per me la previsione più logica. Che si è arricchita nelle ultime ore di uno scenario dirompente per il movimento grillino. E’ lo scenario di un governo istituzionale, o come altro vorremo e potremo chiamarlo, affidato al presidente della Camera. Che osa farebbero i grillini in quel caso? Voterebbero contro di lui? O lui rinuncerebbe per non essere processato, tra virgolette, dai compagni di partito?

Ci sarebbe anche un’altra strada: il voto anticipato a ottobre facendo proseguire il governo Gentiloni per le emergenze. Che ne pensi?
Il voto anticipato in ottobre col governo uscente di Gentiloni lo vedo difficile per due motivi. Primo, perché si dovrebbe tornare a votare probabilmente con questa legge elettorale, a rischio quindi di un altro risultato a vuoto. Secondo motivo, perché obiettivamente, al di là degli indubbi meriti di Gentiloni, il governo uscente è obiettivamente e politicamente obsoleto, a dir poco. Fargli gestire le elezioni anticipate sarebbe un regalo troppo grosso sia ai grillini sia ai leghisti.

Ida Peritore

Elezioni Molise. Riedizione del 4 marzo

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Il voto regionale del Molise conferma sostanzialmente il risultato delle elezioni politiche del 4 marzo: la vittoria va alla coalizione di centrodestra che sostiene Donato Toma, ma i Cinquetelle sono la lista più votata. Male il centrosinistra.

Donato Toma, con i risultati di tutte le 394 sezioni, è il vincitore con la coalizione di centrodestra delle elezioni regionali in Molise. Una nuova tornata elettorale attende domenica prossima il Friuli Venezia Giulia. A Toma del centrodestra sono andate 73.229 preferenze pari al 43,46%. Al pentastellato Andrea Greco 64.875 voti (38,50%), a Carlo Veneziale del centrosinistra 28.818 (17,10%), 707 ad Agostino Di Giacomo di Casapound pari a 0.42%. Gli elettori molisani erano 331.253, di questi i votanti sono stati 172.823 (52,17%). Le schede non valide sono state 2.860, quelle bianche 1.462, quelle contestate 3.

I leader del centrodestra, alle prese con la formazione del governo nazionale, colgono questa occasione per chiedere al Capo dello Stato di assegnare alla stessa coalizione la guida di un esecutivo nazionale, conteso con i grillini, primo partito a livello nazionale dopo le elezioni del 4 marzo. Il neo-governatore molisano, Donato Toma, ha detto che si sta “preparando a lavorare per i molisani. Mi sono candidato per vincere e questo è il risultato per una campagna elettorale corretta, fatta spiegando cosa vogliamo fare per il Molise”, ha sottolineato Toma. “Al M5s dico basta polemiche – ha continuato – mettiamoci a lavorare”. Il risultato del Molise “farà capire ai nostri leader che il centrodestra è unito e non si può spaccare”.

“Il nostro Andrea Greco – afferma Luigi Di Maio – da solo, supera il 38%. Il Movimento 5 Stelle si conferma anche in Molise prima forza politica della Regione. Questo risultato è la dimostrazione che una larga parte del Paese ci chiede con forza di archiviare la vecchia politica e di far partire un governo del cambiamento”. Luigi Di Maio, capo politico e candidato presidente del Consiglio M5S, lo scrive su Facebook commentando il voto in Molise. “Non intendo lasciare questa richiesta inascoltata- dice Di Maio- Rimaniamo concentrati su questo obiettivo, fiduciosi di poter arrivare a dare al Paese un governo che finalmente lavori per i cittadini”. Salvini: da Italia idee chiare, Pd cancellato non può essere al governo “Italiani hanno le idee chiare, sinistra e Pd cancellate dalla faccia della terra”. Così Matteo Salvini, oggi a Trieste, prima tappa del suo tour odierno in Friuli Venezia Giulia ha commentato il voto in Molise. “Io penso – ha aggiunto – che il partito democratico per dignità non possa far parte di nessun governo”

“Dal Molise parte un segnale nazionale importante: il centrodestra unito ha la capacità di raccogliere il consenso degli italiani per guidare le regioni e il paese”. Sono le parole di Silvio Berlusconi, che ha commentato così l’esito delle elezioni in Molise. “Il messaggio degli elettori è stato chiaro, ora dobbiamo impegnarci con tutte le nostre energie per ripetere lo stesso successo in Friuli”, continua l’ex Cavaliere, che poi attacca i Cinque Stelle: “Il loro dilettantismo esce battuto e fortemente ridimensionato, rispetto al voto di protesta espresso dagli elettori alle politiche. I grillini si confermano non del tutto credibili per una funzione di governo”.

Male il Pd e il centrosinistra: “È un bruttissimo risultato – afferma Rosato del Pd – un risultato che ci aspettavamo quello molto negativo che sta arrivando in Molise; andrà meglio in Friuli Venezia Giulia”.

Amministrative 2018, si vota il 10 giugno

elezioni-scrutatore

Elezioni amministrative 2018, il ministro dell’Interno Marco Minniti ha fissato per domenica 10 giugno la data per lo svolgimento delle consultazioni per l’elezione diretta dei sindaci e dei consigli comunali, nonché per l’elezione dei consigli circoscrizionali nelle regioni a statuto ordinario. L’eventuale turno di ballottaggio per l’elezione diretta dei sindaci – fa sapere il Viminale – avrà luogo domenica 24 giugno. Un voto tanto vasto a ridosso con le ultime elezioni politiche riveste un interesse evidente: i cittadini confermeranno la ‘vittoria’ di Movimento 5 stelle e Lega? Si vedrà.

Le elezioni riguardano in tutto 797 Comuni italiani, dei quali 203 nelle regioni a statuto speciale. In Sicilia il voto è fissato sempre il 10 giugno, mentre in Friuli Venezia Giulia, Valle d’Aosta e Trentino Alto Adige gli elettori andranno al voto rispettivamente il 29 aprile (in concomitanza con le le elezioni regionali), il 20 maggio e il 27 maggio 2018.

Dei Comuni al voto, 114 sono i cosiddetti ‘superiori’ – ovvero hanno più di 15.000 abitanti (più di 3.000 in provincia di Trento) – e 683 gli ‘inferiori’. Ancora: 21 sono i capoluoghi di provincia, mentre i consigli circoscrizionali interessati sono quelli del III e l’VIII Municipio di Roma Capitale.

Verso le consultazioni. Scintille tra Salvini e Di Maio

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A una settimana dall’avvio delle consultazioni e dopo pochi giorni dall’accordo sulle presidenze delle Camere il barometro politico tra Salvini e Di Maio torna a segnare brutto tempo.

“Io al Colle vado da solo. Così ha scelto il centrodestra, per la prima volta va bene così…poi vediamo…”. Ha detto Matteo Salvini, parlando al Senato, confermando che il centrodestra andrà alle consultazioni con delegazioni distinte. “Ma da solo – ha detto ancora – Di Maio dove va…Voglio vederlo trovare 90 voti in giro, che dalla sera alla mattina si convincono. E poi 50 voti sono molti meno di 90”.  Dichiarazioni a cui risponde il capogruppo Pd Graziano Delrio: “I voti del Pd non sono a disposizione. Decidiamo noi”.

Entrambi si candidato a Palazzo Chigi, ma la questione dirimente è con quale maggioranza. Un posizionamento tattico ovviamente. Alzare i toni ora per vedere la reazione dell’alto e per alzare la posta in gioco. Ecco perché per qualche giorno ancora assisteremo a un posizionamento delle truppe. Inoltre i due devono fare i conti con la realtà. Dalle elezioni non sono usciti vincitori. Nessuno infatti ha una maggioranza in tasca. Certo Pd e Fi sono usciti ammaccati dalle urne, ma né il centrodestra né il M5s hanno il 50% più uno dei voti. È quindi necessario trovare un accordo e una convergenza. Da qui la necessità di presentarsi al tavolo mostrando i muscoli.

La prossima settimana Luigi Di Maio e Matteo Salvini si incontreranno per la prima volta in campo neutro. Ma la tensione aumenta perché il leader dei 5 Stelle sta puntando i piedi sulla presidenza del Consiglio. Vorrebbe essere lui a ricevere l’incarico pieno da premier dal capo dello Stato perché, sostiene, rappresenta il primo partito con il 32% mentre il capo leghista “solo il 17%”, non certo tutto il centrodestra, ovvero il 37%.

In più Di Maio non vuole saperne di Forza Italia. “Siamo aperti a tutti ma non riabiliteremo certo Berlusconi” dicono i pentastellati. Salvini ovviamente parte delle considerazioni opposte: “Parto dal centrodestra con loro abbiamo preso i voti. Non è il momento per preclusioni. Se si dice ‘fuori Forza Italia’ non se ne fa niente e arrivederci”. Lo stesso discorso per Salvini vale per l’approccio alla presidenza del consigli: “Se si dice ‘o io (Di Maio ndr) premier o niente’ non è il modo giusto per partire. Altrimenti che discussione è? Io invece – ha ricordato a Porta a Porta – ho già fatto passi indietro per far partire il lavoro delle Camere, ma non è che possiamo fare passi indietro su passi indietro e gli altri nulla».

Di Maio invece insiste, afferma che gli italiani si sono espressi indicando il premier, “espressione della volontà popolare”, dimenticando che né la legge elettorale né la Costituzione prevedono la figura del candidato presidente del Consiglio. Una giravolta un po’ contraddittoria per chi, per anni, ha fatto da paladino del sistema parlamentare che porta all’elezione del premier solo con la doppia fiducia di Camera e Senato.

Entrambi minacciano la possibilità di un nuovo voto in caso di fallimento delle trattative sul governo. Premesso che indire elezioni e sciogliere le Camere spetta al presidente della Repubblica, Lega e 5 Stelle non avrebbero nulla da perdere in questa ipotesi. A temere sono le forze ammaccate dal turno elettorale, sono quelle vedono questa ipotesi, al momento abbastanza remota, come fumo negli occhi.

Insomma è obbligatorio trovare una convergenza per dar vita a una maggioranza che sostenga un governo. Leggendo i programmi, le affinità più forti si sono trovate più tra Lega e M5s che tra M5s e Pd. La settimana scorsa è quindi partito il dialogo tra i due leader nuovi, che hanno subito trovato un feeling naturale: giovani, pragmatici, dai modi spicci. Ma al momento nessuno può cedere. Che altro non è che mettere in modo chiaro sul tavolo richieste e paletti. Ed ecco perché al Quirinale Sergio Mattarella ha lasciato tempo per chiarirsi le idee e si prepara a fare più di un giro di consultazioni. Da politico saggio e paziente sa che quasi sicuramente non basterà un solo giro di consultazioni, perché il primo servirà ai partiti per dichiarare le posizioni di partenza. Solo dal secondo giro, auspicabilmente, si comincerà a fare sul serio, avviando una mediazione, piallando gli angoli e limando le asperità. Nei palazzi della politica molti attendono di vedere se spunterà un terzo uomo che potrebbe mettere d’accordo tutti e ricoprire il ruolo di premier.

Uòlter disegna la strada del dopo Renzi

Veltroni non si ricandidaWalter Veltroni, Uòlter, doveva aver fiutato il disastro. Venti giorni prima del voto del 4 marzo era andato ad una iniziativa della campagna elettorale del Pd a Milano. Spiegava: «Do una mano nei momenti difficili». Smentiva di voler tornare alla guida del partito: «In politica non si torna, si sta». Prima era stato “rottamato” da Matteo Renzi, poi era tornato in pista criticando sia la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza sia l’allora segretario, in difficoltà per la sconfitta al referendum costituzionale.

Adesso Uòlter, come è stato ribattezzato dai comici satirici Ficarra e Picone per il suo buonismo non privo di stilettate spregiudicate, ha segnato di nuovo la sua presenza in una lunga intervista al ‘Corriere della Sera’. Il primo segretario del Pd, ex segretario dei Ds, ex ministro della Cultura e già sindaco di Roma ha indicato ai democratici la strada del dopo Renzi. I toni sono cortesi, ma le parole sono dure. Punto uno: la sinistra ha perso «il rapporto con il popolo. Senza il popolo non può esistere la sinistra». Punto due: «È abbastanza incredibile la rapidità con cui si è passati sopra la più grande sconfitta della sinistra nella storia del dopoguerra». Punto tre: «All’opposizione sì. Ma deve esserci un governo».

Mentre la XVIII legislatura è cominciata faticosamente sotto il protagonismo di Di Maio, Salvini e Berlusconi, il Pd è sbandato per la sconfitta. I voti del centro-sinistra e della sinistra sono volati via verso i partiti della protesta populista; il M5S e la Lega, o verso l’astensione. Veltroni ha analizzato il perché: il Pd non ha saputo dare una risposta al mondo «dominato dalla precarietà e dalla paura». Con una delle sue riflessioni tra il politologico e il poetico ha puntato il dito contro «l’errore drammatico di togliere alla nostra comunità le emozioni e la memoria», cioè «l’idea di partecipare a qualcosa di grande» e «il desiderio del futuro». In sintesi: è mancato un progetto politico credibile per affrontare la crisi economica e le forti disuguaglianze sociali.

Il problema immediato è il nuovo governo e come rispondere alle richieste di dialogo lanciate dai cinquestelle. Veltroni ha invitato a fare attenzione alle mosse di Sergio Mattarella: il Pd “per ora” fa bene a collocarsi all’opposizione, ma se «sotto la regia del capo dello Stato, emergesse un’ipotesi a certe condizioni programmatiche… il Pd farebbe bene a discuterne».

Ha indicato la strada per arrestare la caduta: «Il Pd ha bisogno di apparire ciò che è: una forza della sinistra con ambizioni maggioritarie». Un bel problema: significa ritessere un rapporto di fiducia e di partecipazione con i militanti e gli elettori delusi e sfiduciati. Uòlter ha criticato Matteo Renzi con una lunga perifrasi felpata ma urticante: «A Renzi non riserverò nessuna delle parole che furono riservate alle persone che in altri momenti avevano avuto responsabilità di guida a sinistra». Ha rimproverato all’ex segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio «di aver perso tutte le elezioni dal 2014», cioè dopo il 40,8% incassato alle europee. Maurizio Martina, reggente dei democratici dopo la disfatta elettorale, neppure è menzionato.

Nessun riferimento nemmeno ai suoi errori di fondatore e primo segretario del Pd: il partito kennedyano in un’Italia senza Kennedy; la sconfitta elettorale patita per mano di Berlusconi nel 2008; il 33% di voti ottenuto teorizzando e praticando il partito autosufficiente senza alleati (ad eccezione di Antonio Di Pietro) che cancellò dal Parlamento sia la sinistra critica sia quella riformista; le dimissioni all’inizio del 2009 dopo aver perso anche nelle elezioni regionali in Sardegna, Sicilia, Abruzzo e Friuli Venezia Giulia.

Adesso, ancora una volta, ha escluso una sua ricandidatura alla segreteria del Pd: «La mia passione politica si può esercitare senza potere». Per sé ha ritagliato la figura del segretario supplente. Ora tra le rovine del Pd si aggira un ex segretario (Renzi), un reggente (Martina) e un supplente (Veltroni): la ricerca di una nuova leadership appare lunga e difficile. Tra tante incertezze una sola cosa appare sicura: smentendo i molti annunci, anche questa volta Veltroni non andrà in Africa per aiutare le popolazioni povere di quel continente.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

 

LO STALLO

partita di scacchi

Impasse sui presidenti di Camera e Senato. Dopo un’iniziale fase in discesa, dove sembrava essere stata raggiunta una intesa di massima tra i due ‘vincitori’ delle elezioni, coalizione di centrodestra e M5s, che prevedeva di assegnare lo scranno più alto di palazzo Madama a Forza Italia e quello di Montecitorio ai pentastellati, la trattativa si è impantanata sul nome di Paolo Romani. Sul capogruppo uscente degli azzurri al Senato, infatti, ‘pesa’ una condanna in via definitiva. E i 5 stelle hanno posto il veto: non voteremo mai un condannato o chi è sottoposto a processo. Ma il centrodestra tiene il punto e dopo un nuovo vertice tra Silvio Berlusconi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni, la situazione resta bloccata. I tre leader del centrodestra confermano infatti la candidatura di Romani e il Movimento 5 stelle, che ieri aveva preso tempo, rispondendo picche all’invito del Cavaliere di un incontro tra tutti i big, oggi ribadisce il ‘niet’ al nome proposto.

È Luigi Di Maio in persona a far naufragare ogni possibilità di raggiungere un accordo: Per noi Romani è “invotabile”, sentenzia. Ma il capo politico del Movimento lascia uno spiraglio sulle trattative e propone, dalla sua pagina facebook, un nuovo giro di incontri tra i vari capigruppo per ristabilire un dialogo che porti all’individuazione di figure di garanzia. “Nelle ultime ore notiamo che ci sono difficoltà nel percorso che porta all’individuazione dei Presidenti delle Camere”, ammette il candidato premier M5s, che osserva: “Il Pd si è rifiutato di partecipare al tavolo di concertazione proposto dal centrodestra, e lo stesso centrodestra continua a proporre la candidatura di Romani che per noi è invotabile. Per questa ragione – dice allora Di Maio – proponiamo un nuovo incontro tra i capigruppo di tutte le forze politiche per ristabilire un dialogo proficuo al fine di un corretto processo per l’individuazione delle figure di garanzia per le presidenze delle Camere”.

Che lo stallo sia evidente viene confermato sia dall’annullamento della prima assemblea congiunta di tutti gli eletti pentastellati, ma anche dalle richieste – poi bocciate nel corso di una informale riunione con i rappresentanti di tutti i gruppi – di una pausa di riflessione dopo le prime votazioni per l’elezione dei presidenti delle Camere, per ricominciare con la roulette degli scrutini solo da lunedì. Anche il Pd mantiene la posizione: va bene al confronto solo se non c’è nulla di prestabilito. Spiega il capogruppo uscente Ettore Rosato: “Se si riparte da zero andiamo volentieri. Ma se hanno già deciso che una Camera va ai 5 stelle e l’altra al Centrodestra non chiedano a noi di fare l’arbitro”. Romani non avrà nemmeno i voti di Leu: “Per noi non è candidabile chi abbia subito una sentenza di condanna in primo grado”, afferma Pietro Grasso.

Intanto il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni è a Brixelles per il Consiglio Ue dove ha incontrato il presidente della Commissione Juncker, ha detto che “in una fase così particolare per le cose italiane, in queste settimane di transizione, è molto importante tenere un raccordo con la Commissione europea. Ottimismo di maniera quello di Juncker che si augura che in Italia si trovi presto una soluzione. “L’Italia è l’Italia – ha detto – è una vecchia democrazia. Altri decisori troveranno una soluzione per quella che non è ancora una crisi”.