Vince Macron, chiamata
di appello per salvare l’Euro

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Un po’ di sinistra e un po’ di destra: Emmanuel Macron ha infilato la scelta giusta. Il giovane centrista tecnocratico è il nuovo presidente della Repubblica francese. Ha conquistato l’Eliseo con il 65,98% dei voti contro il 34,02% di Marine Le Pen. Già durante le votazioni di ieri si era capito che il vento soffiava in suo favore. Quando Macron ha votato al suo seggio elettorale è stato accolto da un’ovazione di centinaia di sostenitori. Applausi, grida, strette di mano, abbracci, richieste di foto. In molti hanno urlato: “Macron president!”. E così è andata a finire mentre tutti facevano gli scongiuri contro il rischio di un attentato dei terroristi islamici.

Marine Le Pen, la sua antagonista di estrema destra, invece ha votato in un seggio quasi deserto. Nessun sostenitore, nessun applauso, nessun incoraggiamento. Il clima era di sconfitta. Già alle 18 gli exit poll davano il 62%-67% dei voti al nuovo astro della politica francese. Difatti Macron ha vinto il ballottaggio contro l’artefice della trasformazione del Front National da partito neo fascista a forza nazionalista e anti elites, anti Unione europea ed anti immigrati islamici.

Si sono scontrati due mondi. Ha vinto Macron, 39 anni, ex banchiere, ex ministro dell’Economia socialista. Ha vinto su una piattaforma elettorale coraggiosa, europeista, promettendo una “rivoluzione” liberal progressista. Ha vinto con un partito, En Marche! costruito su di lui (porta anche le iniziali del suo nome), fondato appena un anno fa promettendo radicali riforme per far tornare “grande” la Francia. Ha perso Marine Le Pen, grande interprete della protesta politica e sociale contro la globalizzazione e la crisi economica, che prometteva l’uscita della Francia dall’euro, dalla Ue e dalla Nato.

Lo scontro è stato tra europeisti e anti europeisti, tra i difensori del sistema e i contestatori del sistema. Gli elettori di centro hanno votato per Macron. Invece gran parte degli elettori di sinistra e di destra ha votato contro la figlia di Jean Marie Le Pen più che per il giovane centrista, espressione della classe dirigente nazionale. Anche chi era poco convinto delle sue ricette politiche, economiche ed internazionali (vedi articolo di Sfoglia Roma del 29 aprile) ha preferito evitare “il salto nel buio” isolazionista di Marine Le Pen.

Il tradizionale panorama politico francese esce sconvolto da questo voto. Sia i neo gollisti sia i socialisti, i due pilastri sui quali si è retta per quasi 60 anni la Quinta Repubblica, sono miseramente crollati e non hanno nemmeno partecipato al ballottaggio per l’Eliseo. François Fillon e Benoit Hamon, rispettivamente il campione del centrodestra e dei socialisti, sono stati eliminati al primo turno del 23 aprile con il 20% e con il 6,4% dei voti. Macron aveva commentato: i partiti tradizionali “sono morti”.

Marine Le Pen ha riconosciuto la vittoria di Macron, ma ha quasi raddoppiato i voti ottenuti al primo turno. Ha promesso battaglia per i prossimi cinque anni: «Al primo turno è stata frantumata la vecchia politica francese. Ora si parla di patrioti da una parte e di mondialisti dall’altra». Continuerà a combattere: «Porterò avanti la battaglia per coloro che vogliono scegliere la sicurezza e l’identità della Francia». L’obiettivo sembra quello di costruire un nuovo partito conservatore dei “patrioti”, cambiando nome al Front National e puntando a scalzare i neo gollisti.

Il nuovo presidente della Repubblica non si nasconde gli ostacoli che ha davanti: è «un compito immenso e ci impone di essere audaci». Ha tracciato la strada: «L’Europa e il mondo si aspettano da noi che proteggiamo illuminismo e libertà, portando avanti un nuovo umanesimo, un mondo di crescita e più giustizia». Lavorerà per superare le divisioni politiche: «Conosco fratture sociali, impasse democratici, garantirò l’unità della nazione». Condurrà questa battaglia assieme a quella per difendere «l’Europa e le sue speranze». Ha assicurato: «Vi servirò con amore».

Con il successo di Macron l’euro, almeno per ora, è salvo. Ma adesso il nuovo presidente della Repubblica francese dovrà fare i conti con i gravi problemi del paese: la disoccupazione, la bassa crescita economica, la scarsa competitività del sistema produttivo, il deficit pubblico, l’immigrazione, il terrorismo islamico. Come ha promesso dovrà rilanciare l’occupazione, aumentare gli investimenti pubblici soprattutto nella scuola, tutelare i precari, tranquillizzare il ceto medio impaurito, tagliare le tasse ai cittadini e alle imprese, aiutare l’integrazione degli immigrati, garantire la difesa esterna e la sicurezza interna.

La chiave di volta è il rapporto con la Germania, lo stato egemone dell’Unione europea. L’Europa e l’euro si salvano solo se si volta pagina: una politica comune non può essere limitata solo alla moneta e alla linea del rigore finanziario, ma deve essere allargata anche all’occupazione, agli investimenti, alla crescita economica e all’immigrazione.

Siamo all’ultima chiamata per l’euro. Se Macron riuscirà a convincere la cancelliera Angela Merkel a seguire una politica di condivisione dei problemi non limitata alla moneta unica, allora il processo di unità europea potrà progredire e si potrà consolidare. In caso contrario la disoccupazione, il malessere sociale, l’insicurezza dei cittadini europei faranno vincere i vari populismi nazionali, causando il naufragio prima dell’euro e poi dell’Unione europea.

Rodolfo Ruocco
(sfogliaroma)

Francia, l’allerta terrorismo sul voto

Francia: due arresti; allerta terrorismo su voto
polizia-franceseL’ombra del terrorismo sulla campagna elettorale per le presidenziali in Francia. A cinque giorni dal primo turno di domenica prossima, le forze di sicurezza hanno arrestato a Marsiglia due persone sospettate di preparare un attentato. I due uomini, di 29 e 23 anni, secondo le autorita’ francesi, stavano predisponendo un’azione alla vigilia del primo turno delle elezioni. I due arrestati sono di nazionalità francese, originari della Francia del nord e si sarebbero radicalizzati in carcere. Secondo le autorita’ di sicurezza francesi l’attentato da parte dei due estremisti islamici era “certo e imminente”. Durante le perquisizioni effettuate a Marsiglia dopo gli arresti sono state trovate armi ‘lunghe’ e ‘corte’ e materiale esplosivo. Il ministro dell’Interno, Matthias Fekl, ha detto che l’intenzione dei presunti attentatori era quello di portare a termine un attacco “nei prossimi giorni sul territorio francese”. Alcuni dei candidati erano stati allertati giovedì scorso della minaccia di un attentato terroristico imminente sulla campagna elettorale: agli uomini della scorta dei singoli candidati erano state distribuite le foto dei due uomini arrestati a Marsiglia.

La fotografia dei due sospettati era stata distribuita la settimana scorsa agli uomini della scorta di Emmanuel Macron e di Marine Le Pen: “Il mio servizio di sicurezza ha ricevuto le foto giovedì”, ha confermato la leader del Fn. E lo stesso staff di Macron ha fatto sapere di avere avuto l’informazione venerdì scorso. Erano stati allertati anche gli uomini del candidato della destra repubblicana, Francois Fillon. E dopo l’arresto dei due sospetti le autorità di sicurezza hanno deciso di rafforzare la scorta allo stesso Fillon. Secondo fonti investigative uno dei due arrestati aveva un fotomontaggio con l’immagine di Fillon, una bandiera dell’Isis e un mitragliatore e la scritta “La legge del taglione”. Dall’inizio del 2016, secondo fonti del governo citate da France presse, le forze di sicurezza hanno sventato una ventina di progetti di attentato: più di 50 mila poliziotti e gendarmi, con l’appoggio dei militari impegnati nell’operazione ‘Sentinelle’, saranno mobilitati nei prossimi giorni per garantire la sicurezza dei seggi. La Francia si trova in stato di massima allerta terrorismo a partire dagli attentati del 2015 contro la redazione del settimanale satirico Charlie Hebdo, ma secondo i sondaggi le principali preoccupazioni dei francesi non sono la sicurezza o il terrorismo ma il lavoro e il potere d’acquisto. Ma gli analisti avvertono che nel caso in cui il paese dovesse trovarsi di nuovo di fronte ad una ondata di attentati come quelli di due anni fa, le decisioni dei francesi potrebbero cambiare.

Potenza. Il Psi elegge un consigliere provinciale

urna elettoraleI socialisti eleggono un consigliere provinciale a Potenza dove il compagno Rocco Guarino è stato il primo degli eletti. “Voglio esprimere – ha detto la portavoce del PSI, Maria Pisani – tutta la mia soddisfazione per l’elezione del neo consigliere provinciale Rocco Guarino, certa che saprà al meglio rappresentare le istanze dei cittadini potentini”. “La sua elezione conferma che esiste, senza alcun dubbio, lo spazio politico per una articolazione plurale del centrosinistra, e ci riconsegna la possibilità di rimettere in campo un partito unito e finalmente rappresentativo di tutte le sue aree”- ha aggiunto Pisani. “L’auspicio quindi è che l’elezione di Rocco sia il primo passo per una riflessione profonda sulle dinamiche che, negli ultimi anni, hanno portato all’allontanamento dal partito di diversi compagni, per alcuni anche sofferto. Auguri a Rocco e al Presidente della Provincia, Nicola Valluzzi, sicura che questa nuova collaborazione politica sarà foriera per tutti i potentini di professionalità e competenza”- ha concluso.rocco guarino

Grande soddisfazione arriva anche da Livio Valvano, Segretario regionale PSI della Basilicata. “Esprimo grande soddisfazione – ha detto – per l’elezione a consigliere provinciale di Rocco Guarino”. “Innanzitutto – continua – per il successo personale che Rocco merita in pieno per la sua dedizione all’attività di Sindaco di Albano di Lucania. Ma è soprattutto il significato politico dell’elezione di Rocco, su cui riusciamo a mettere insieme tutti gli amministratori dell’area socialista, dentro e fuori il PSI lucano. Il primo posto conseguito all’interno della lista del PD in questa circostanza rappresenta un primo segnale su cui riflettere per aggregare le forze ispirate alla cultura laica, socialista, liberale e democratica della Basilicata. Per questo – ha concluso – voglio ringraziare tutti gli amministratori che fanno capo al PSI lucano e quelli che sono legati all’associazione Socialisti e Riformisti Lucani di Franco Adamo e Rocco Vita. Unità e coerenza pagano sempre”.

Eccolo!

Si vota con la pancia, non con la testa. E la paura ingrossa la pancia, non la testa. Globalizzazione e rivoluzione tecnologica hanno aperto una fase antagonista con i pilastri che hanno sorretto la vita delle democrazie parlamentari figlie della rivoluzione industriale: stato sociale, espansione dei diritti civili, tendenza all’uguaglianza. Non c’è dubbio. La paura dei ceti medi in difficoltà e dei nuovi poveri di aver perso per sempre la speranza – speranza di emergere, di trovare un lavoro adeguato, di sicurezza – alimenta la rincorsa ‘al passato’. Trump è il passato. Con le sue teorie sulla supremazia dei bianchi, con le sue teorie sulla supremazia dell’uomo sulla donna, con le sue teorie sul pugno forte dell’America.

È già accaduto, sempre nei periodi di passaggio, quando si aprono profonde faglie e la storia gira. Non durerà. Intendiamoci, se fotografi stamane il mondo, l’immagine che si presenta ai tuoi occhi fa un certo effetto: Russia, India e Turchia nelle mani di uomini forti, la Cina guidata da un partito unico, gli USA sotto il cappello di Trump. A difesa delle democrazie rappresentative tradizionali restano l’Europa, in particolare l’Occidente d’Europa, e grandi stati quali il Canada e l’Australia. Non molto. Significa che le culture politiche attorno alle quali si è costruito il dopoguerra hanno non poche difficoltà a rappresentare questo tempo nuovo.

C’è n’è abbastanza per mettersi profondamente in discussione. La prima cosa da fare è rinnovare l’anima della sinistra riformista. Più attenzione alle povertà, leggi contro il dominio incontrastato della finanza, protezioni e opportunità per meritevoli e bisognosi. È alla periferia sociale che bisogna guardare.
Hic Rodhus hic salta.

Riccardo Nencini

Elezioni Berlino. La fine della grande coalizione

angela-merkelLe elezioni di domenica scorsa 18 settembre hanno segnato la fine della grande coalizione che governva Berlino. Per i due maggiori partiti tedeschi è stato un tracollo, assieme hanno perso oltre l’11% dei voti; la Spd è scesa dal 28,3 del 2011 al 21,6, la Cdu dal 23,3 al 17,6. Per i Cristiano democratici si tratta del peggiore risultato della storia berlinese del dopo guerra. L’effetto Merkel è stato pesante come nelle regionali del 4 settembre scorso in Meclemburgo-Pomerania.

I socialdemocratici si possono consolare per essere rimasti il primo partito e per potere confermare nella carica il borgomastro uscente, Michael Mueller. A parte questi due risultati positivi, il presidente socialdemocratico e vicecancelliere Simom Gabriel, ha espresso il suo malcontento per il risultato raggiunto, per di più, in un contesto in cui la partecipazione elettorale è fortemente aumentata (dal 60,2 del 2011 a circa il 67%) per cui non può essere chiamato in causa a giustificazione l’assenteismo.

Lo stesso Gabriel ha espresso preoccupazione per il risultato dell’Afd (Alternative fuer Deutchland) che ha raggiunto il 14,2%. È vero che i populisti di destra sono ancora soltanto il quinto partito e hanno inglobato quasi completamente un altro movimento di destra (i Pirati)  già presente con l’8,9% nel Senato berlinese e questa volta rimasti al palo.
Ma è un risultato che li pone molto vicino alla sinistra (15,6 dall’11,7 del 2011 con una buona affermazione) e ai Verdi, scesi dal 17,6 al 15,2 e la stessa Cdu con il 17,6 non è lontana. Materia di preoccupazione quindi ce ne è abbastanza e anche se è vero che la stragrande maggioranza ha votato per partiti democratici, non è ragione sufficiente per rimanre del tutto tranquilli in una situazione così fluida e incerta legata alle ondate di immigrazione. Va notato infine il buon risultato del vecchio partito liberale (Fdp) che è riuscito questa volta con un buon 6,7% a superare il quorum.

Bocciata la grande coalizione, che non raggiunge più maggioranza assoluta. Si aprano due scenari: un governo Spd, Cdu e Verdi oppure un più coraggioso e innovativo Spd, Verdi e Sinistra, che molti socialdemocratici vedono come la scelta giusta per le politiche del 2017. Ma Gabriel ha invitato chiaramente a non trasferire a livello nazionale il risultato di Berlino, il che significa, probabilmente, nessuna apertura alla Linke.
Ma è anche vero che non è possibile presentarsi alle politiche del settembre 2017 senza scelte chiare e coraggiose. La Grosse Koalitioin è morta a Berlino città, a Berlino capitale è moribonda e la sua leader a livella nazionale Angela Merkel, sta affondando in acque sempre più agitate.

“Il voto di Berlino – è il commento del Segretario del PSI Riccardo Nencini – sancisce la sconfitta non della sola Merkel ma della Grande Coalizione. Lì è la straordinaria novità. Proiettate Berlino sul piano nazionale e ne vedrete delle belle”. “ Ce n’è abbastanza perché socialisti e popolari europei rivedano i cardini dell’U.E.” – ha aggiunto. “Ognun per sé non va più bene nemmeno per i tedeschi” – ha concluso Nencini.

I continui “ce la facciamo, ce la facciamo” della Merkel non convincono più, sono accolti con insofferenza. I Cristiano democratici sono probabilmente divisi al proprio interno. L’ala bavarese della Csu vuole la testa della Merkel, la cui ricandidatura a cancelliere diventa ogni giorno improbabile. Il dopo Merkel è di fatto cominciato; con la fine del monopolio dei due partiti maggiori, Cdu e Spd, si apre un interrogativo sulla tradizionale stabilità tedesca. Si aprono nuovi equilibri di cui in questo momento si vedono più i rischi che le promesse.

 Edoardo Gianelli

Australia. Il Labour è tornato, probabili nuove elezioni

bill-shortenOltreoceano arriva un brutto colpo per i conservatori. Il premier uscente Malcolm Turnbull del partito liberale, che aveva convocato le elezioni anticipate convinto di rafforzare la sua posizione, si ritrova ora con un Parlamento ancora più bloccato. Anzi, secondo gli ultimi sondaggi ci sarebbe un testa a testa, con un leggero vantaggio dell’opposizione laburista. Senza contare poi il calo drastico della coalizione dei partiti liberale e nazionale, per ora sono solo i 65 seggi rispetto ai 90 che deteneva prima delle elezioni. Mentre dalla parte opposta i laburisti salgono da 55 a 67, con un seggio mantenuto dai verdi e quattro andati a partiti minori e indipendenti, mentre 13 seggi restano ancora in bilico. I risultati definitivi delle elezioni non sono ancora arrivati in quanto restano decisivi i voti per corrispondenza per i quali sarà necessario attendere la fine della settimana prossima, mentre ancora più tempo richiede il conteggio dei voti al Senato, eletto con il proporzionale, per il quale si aspetteranno cinque settimane.

Intanto per il Governo restano decisivi i partiti minori, tanto che entrambi i Partiti, Labour e Liberale, hanno cominciato i colloqui con i parlamentari indipendenti per la formazione di un governo di minoranza. Tuttavia resterebbe una soluzione che il premier prima del voto aveva descritto come una calamità nazionale, che non avrebbe mai contemplato, in effetti anche se con una scelta simile, Turnbull si ritroverebbe a dover fronteggiare sia l’ingovernabilità in Parlamento, sia l’opposizione interna al proprio partito che non gli ha mai perdonato le sue uscite “progressiste”, come quella sulle unioni gay. Inoltre Turnbull è stato incauto quando prima delle elezioni quando ha detto che votare per gli indipendenti e piccoli partiti sarebbe un “lancio di dadi”. I partiti indipendenti e piccoli partiti invece sono riusciti a raccogliere ben il 23% dei voti, e saranno decisivi nelle prossime alleanze.

Ora, mentre si attendono i risultati, il Premier ha affermato di essere “fiducioso nella possibilità di un governo di maggioranza quando il conteggio sarà terminato anche con il voto per corrispondenza”. E ha assicurato gli australiani che “dedicheremo i nostri sforzi per assicurare che il nuovo parlamento si formi senza divisioni o rancori”. Dall’altra parte però abbiamo già un vincitore, Bill Shorten, che è riuscito a far risalire la china a un Partito, riprendendo vecchi punti di forza della sinistra quali l’istruzione e la sanità pubblica. “Amici, noi non conosceremo l’esito di questa elezione, stasera,” Bill Shorten ha affermato subito dopo il voto. “Infatti, non possiamo saperlo per alcuni giorni a venire”. E ha aggiunto: “Ma c’è una cosa di sicuro. Il partito laburista è tornato!”

Renzi: “Non è un voto di protesta ma di cambiamento”

Matteo Renzi“Non è un voto di protesta ma di cambiamento non solo nei comuni in cui ha vinto M5S. Ha vinto chi ha interpretato meglio l’ansia di cambiamento”. Ha detto Matteo Renzi commentato il voto amministrativo. E ancora: “Confermiamo che il voto ha ragioni di forte valenza territoriale ma c’è un elemento nazionale: una vittoria netta e indiscutibile nei comuni dei 5 stelle contro di noi”. E sulla legge elettorale: “L’Italicum non è un tema all’ordine del giorno”. “Siccome – ha continuato Renzi commentato il voto – in alcuni comuni abbiamo perso e in altri abbiamo avuto risultati positivi dovremo cercare di riflettere e dare il meglio perché la prossima volta non succeda. È normale che dopo due anni di governo in alcuni Comuni siamo andati bene, in altri male, non vedo particolari novità. Novità è se una volta finita la campagna elettorale i cittadini vedono i risultati se no è solo il gioco della politica. Chi vuole collaborare con noi ci siamo”.
E sul proprio partito ha aggiunto: “Nel Pd faremo un confronto ampio e articolato, una discussione franca, a viso aperto, su tutte le questioni” rinviando il confronto (o lo scontro) alla direzione di venerdì prossimo.

Dalla minoranza interna Roberto Speranza ha attaccato il “doppio incarico di segretario e premier non fa bene al Pd. Non voglio usare questo argomento contro la leadership: Renzi deve ancora fare la sua valutazione, lo ascolterò. Ma dico che bisogna cambiare rotta o facciamo un errore non recuperabile”. “Bisogna cambiare rotta sulle politiche, come la scuola o l’abolizione della tassa sulla prima casa ai miliardari, e riorganizzare un partito che appare sfilacciato. Da segretario Renzi non l’ha fatto in maniera efficace”.

Chi ha vinto e chi ha perso è abbastanza chiaro. Il Movimento 5 Stelle raccoglie più di quanto immaginava, aggiudicandosi Roma e Torino. Roma era una città che usciva da un vuoto politico senza precedenti dove gli scandali degli ultimi anni avevano affievolito ancora di più la fiducia degli elettori nella classe dirigente locale. Almeno quella che aveva guidato la città nei tempi recenti. Ma a Torino questo vuoto non c’era. La conferma che viene dalle urne è che quanto al ballottaggio vanno i grillini, la destra li vota e lo stesso fa la sinistra radicale riuscendo a rompere uno schema che ha ingessato a lungo la nostra politica. I presupposti del partito della nazione di scontrano con questa realtà. I voti della destra  e della sinistra che non si riconosce del Pd, al secondo turno, sono finiti ai 5 Stelle.

Ma oltre agli attori principali queste amministrative hanno avuto altri interpreti di cui si è parlato meno: Lega e Forza Italia. Il centrodestra nel suo complesso ha ottenuto più sindaci del centrosinistra. Ha sfiorato la conquista di Milano, ha ripreso Trieste, dopo anni di amministrazione del centrosinistra, e ha preso Benevento con Clemente Mastella. A conti fatti ha portato a casa 10 amministrazioni contro le 9 del Pd. Ma la grande sconfitta della destra è la Lega che perde a Varese. Salvini ha usato queste elezioni per lanciarsi alla guida del centrodestra. Una sorta di primarie. E questa corsa la ha persa dimostrando di non essere in grado di guidare una colazione. A Milano ha avuto un ruolo marginale e a Roma ha giocato per rompere la coalizione per poi prenderne la guida, ma i cocci sono ancora tutti per terra.

Da segnalare il ritorno di Clemente Mastella che dopo un lungo periodo di assenza dalla scena politica è stato eletto al ballottaggio sindaco di Benevento, sostenuto da liste civiche, Fi e Udc.

Ginevra Matiz

LA SCELTA

APERTURA-Ballottaggio Comunali

Domenica si vota per i ballottaggi. Un voto amministrativo certo. Ma i riferimenti a livello nazionale sono facili a farsi soprattutto guardando alle grandi città: Roma, Milano, Torino, Bologna. Il segretario del Psi Riccardo Nencini ha scritto una lettera al presidente del consiglio. Un lettera in cui afferma che è ora di inaugurare un secondo tempo del Governo per intervenire laddove c’è disagio sociale e cresce antipolitica. “Ti scrivo – ha affermato Nencini nella lettera – a quarantotto ore dal voto, perché qualsiasi sia il risultato nei ballottaggi non vedo che una strategia per dare forza e speranza all’Italia: inaugurare un secondo tempo nella vita del governo, precisare l’agenda delle priorità declinandola meglio sul versante della lotta alle povertà, parlare agli italiani il linguaggio della verità (il verso è cambiato, si intuiscono segni di ripresa, eppure la missione per sconfiggere l’emergenza, per riuscire a pieno, deve essere condivisa, dai corpi intermedi fino ai singoli cittadini), proseguire con determinazione lungo la frontiera delle riforme”. (A fine pagina il testo integrale della lettera).

L’opposizione cerca e spera in un passo falso da parte dei canditati appoggiati dalla maggioranza che sostiene anche il governo. Mentre una loro conferma sarebbe un segno di apprezzamento del lavoro svolto fino ad oggi. Renzi non è mai entrato pienamente in partita. Se ne è tenuto, per quanto poteva, distante, affermando dal primo momento che la battaglia vera è quella sul referendum di ottobre sulle riforme istituzionali.

“Il mio primo appello – scrive nella sua newsletter Pia Locatelli capogruppo del Psi alla Camera – quello di andare a votare, di mettere da parte la rassegnazione, l’indifferenza, il ‘tanto non cambia nulla’. Il voto è importante perché è l’unico modo concreto che abbiamo per determinare le scelte politiche del luogo in cui viviamo. E’ un diritto che è costato la vita di molti uomini e di molte donne, è un privilegio che ancora viene negato in alcune parti del mondo. Non andare a votare e lamentarsi dell’attuale classe politica è una contraddizione, una non scelta che porta solo allo stallo. Il secondo appello è quello di votare con la testa e non con la rabbia. Si tratta di dare dei sindaci e delle sindache alle nostre città per cinque anni. E’ una scelta troppo importante perché possa essere dettata dal risentimento, dal desiderio di mandare un segnale a un politico che non ci piace, dal ‘tanto peggio, tanto meglio'”.

“In questa campagna elettorale – ha aggiunto il segretario della federazione romana del Psi Loreto Del Cimmuto – si sono scontrate due visioni della politica e del governo della città radicalmente diverse. La prima, incarnata da Roberto Giachetti e dalla coalizione di centrosinistra, ha fatto leva sulla ragione, sulla responsabilità, sulla ricostruzione di un legame di fiducia con i romani basato su cose concrete da fare e sulla credibilità di chi deve farle. La seconda visione, incarnata da Virginia Raggi, ha fatto leva invece sulla paura, sul rancore sociale, sulla divisione, sull’agitazione astratta di temi e proposte completamente disancorate da un necessario rapporto con la realtà. Come socialisti – ha concluso Del Cimmuto – dobbiamo fare ogni sforzo, in questo rush finale, per assicurare la vittoria a Roberto Giachetti e scongiurare il rischio che il governo di Roma venga appaltato a chi costruisce il proprio consenso elettorale sulla divisione e la demagogia, preparando un pessimo futuro alla città”.

Il centrodestra, che con i 5 Stelle ha stretto un tacito accordo in chiave antirenziana, ha usato queste elezioni come una sorta di primarie per misurare il proprio peso all’interno della coalizione. Ora le ultime battute. Gli ultimi comizi. Gli ultimi documenti, come quelli pubblicati dal “Fatto Quotidiano” sull’attività professione del candidato sindaco del M5S a Roma Virginia Raggi che avrebbe avuto delle consulenze dalla Asl di Civitavecchia, comune a guida grillina, mentre era consigliere comunale. “Non lavorava solo come consigliera? Quanti altri buchi nella sua memoria? La trasparenza e la Raggi non vanno proprio d’accordo”, attacca la vice capogruppo del Pd Alessia Morani. Ma ad andare giù ancora più duro è Matteo Orfini. “Se quello che scrive il Fatto è vero quella della Raggi non è una dimenticanza, è un reato”.

“Da quel che si apprende – sottolinea il responsabile giustizia del Pd – la candidata dei 5 Stelle al comune di Roma, Virginia Raggi, ha agito in contrasto con la Legge Severino”. “La legge anticorruzione impone ai candidati di dichiarare ogni rapporto professionale con enti pubblici: un obbligo che lei ha dimenticato di adempiere. E’ una brutta storia per una candidata che vuole fare della trasparenza la propria bandiera”. Secondo la senatrice Dem Pina Maturani la Raggi potrebbe essere addirittura “ineleggibile in base alla legge Severino”.

“Questa è l’ultima goccia di fango prima del ballottaggio” è stata la difesa di Virginia Raggi. “Continuano ad attaccarmi sul mio lavoro perché non hanno argomenti. Noi siamo più forti ed andiamo avanti. Mancano 48 ore e avremo finalmente la possibilità di voltare pagina”. “Nel 2012 non era necessario essere iscritti nell’albo speciale se non ovviamente a quello degli avvocati – spiega la pentastellata – L’incarico era fiduciario. Il mio mandato era quello di mettere in esecuzione una sentenza della Corte dei conti per far recuperare soldi alla Asl che era stata sostanzialmente truffata”.

Intanto tutti i candidati sono impegnati negli ultimi comizi a caccia degli indecisi. E si teme, ancor più che per il primo turno, l’astensionismo.


Il testo integrale della lettera del segretario del Psi Riccardo Nencini inviata al presidente del Consiglio Matteo Renzi:

“Signor Presidente,
Ti scrivo oggi, a quarantotto ore dal voto, perché qualsiasi sia il risultato nei ballottaggi non vedo che una strategia per dare forza e speranza all’Italia: inaugurare un secondo tempo nella vita del governo, precisare l’agenda delle priorità declinandola meglio sul versante della lotta alle povertà, parlare agli italiani il linguaggio della verità (il verso è cambiato, si intuiscono segni di ripresa, eppure la missione per sconfiggere l’emergenza, per riuscire a pieno, deve essere condivisa, dai corpi intermedi fino ai singoli cittadini), proseguire con determinazione lungo la frontiera delle riforme.

Non ho nessun dubbio: spetta alla sinistra riformista muovere, agire. La fragilità di una destra di taglio europeo e la prevalenza di partiti populisti e anti sistema carica di responsabilità l’universo riformatore. E spetta intanto alla coalizione che guida il Paese, e al suo Presidente, tracciare la strada maestra.
Convincere e ricucire, questa è la strada, informando i cittadini fino alla noia che l’Italia trovata due anni fa teneva il mare con la difficoltà di una zattera.
Non verrà meno il tentativo di mettere in un angolo questa nuova esperienza facendo del ‘fattore R.’ la causa di ogni male. Prima le mozioni di sfiducia, poi le alleanze nei ballottaggi, domani l’assalto referendario. Con una differenza rispetto al passato: alle opposizioni si sono aggiunti pezzi del Pd. L’obiettivo: tornare rapidamente al voto. Insomma, elezioni anticipate!

Siccome è nel disagio sociale e nella crisi del ceto medio che crescono i sentimenti dell’antipolitica, dell’apatia o della ribellione, è li che bisogna innanzitutto intervenire. Non è solo opportuno. È giusto. L’occasione è la prossima legge di stabilità. Misure per accrescere il numero degli alloggi popolari, per rendere più dignitose le pensioni minime traendo fondi dal gioco d’azzardo, per restituire vivibilità alle periferie, per investire su studenti meritevoli ma con famiglie in condizioni di bisogno (gli atenei del Sud si stanno svuotando…). Insomma, dare organicità ai provvedimenti già presi e raddoppiare gli sforzi in questa direzione. Daremmo maggior respiro alla campagna referendaria. Daremmo un orizzonte credibile ai tanti che non ce la fanno.

Referendum inglese e i turni elettorali franco-tedeschi hanno il potere di modificare cornice istituzionale e contenuti politici dell’Unione Europea. L’Italia può svolgere un ruolo decisivo. Bisogna prepararsi. Come sai, non c’è tempo da perdere”.

Consultazioni elettorali. Come funzionano i congedi previsti per i lavoratori

I congedi previsti per i lavoratori impegnati nella prossima consultazione elettorale

LE ASSENZE PER ELEZIONI
E’ un vero e proprio esercito abbastanza numeroso formato da presidenti, da scrutatori e da rappresentanti di lista dei partiti quello che sarà formalmente impegnato nei seggi elettorali per le elezioni amministrative che si svolgeranno il 5 giugno 2016. Tra questi ci saranno anche tanti lavoratori dipendenti, che, volentieri o meno, dovranno lasciare aziende e uffici per espletare di tutte le operazioni legate a questo delicatissimo e irrinunciabile compito. L’occasione è quanto mai opportuna per ricapitolare che cosa deve fare chi, ritornato alla consueta attività, si appresta alla solita querelle con il reparto personale della propria ditta per stabilire i diritti nel caso di mancata presenza al lavoro motivata dall’importante incarico svolto presso l’urna di assegnazione. Circa il titolo ad assentarsi dal lavoro e il trattamento spettante in tema di riposi compensativi, è fuor di dubbio che i giorni dedicati agli adempimenti previsti di cui si tratta, siano considerati a tutti gli effetti periodi di attività lavorativa secondo quanto dispone l’articolo 119 del Testo Unico n. 361/57, modificato dalla legge n. 53/90. Ciò comporta il conseguente obbligo per il datore di lavoro, non solo di permettere l’assenza, ma di retribuirla. Per di più, la stessa legge n. 53 del 1990 ha precisato che il diritto ai riposi compensativi e alle assenze retribuite compete anche ai rappresentanti di lista.

Poiché le funzioni di presidente e scrutatore dei seggi sono del tutto equiparate all’espletamento dell’attività lavorativa, non è consentito alle aziende di richiedere prestazioni professionali nei giorni coincidenti con le operazioni elettorali, pure se l’eventuale turno di lavoro fosse collocato in orario diverso da quello di presenza disposto per la nomina ricevuta. Per quanto attiene i riposi compensativi la Corte Costituzionale ha riaffermato il principio secondo cui il lavoratore ha titolo al recupero delle giornate festive (la domenica) o non lavorative (il sabato, nel caso di settimana corta) destinate alle operazioni elettorali, nel periodo immediatamente successivo ad esse. In altre parole, i soggetti interessati hanno diritto a restare a casa, ovviamente pagati, nei due giorni successivi all’effettuazione del mandato ricevuto (se il sabato è lavorativo), o nel giorno successivo (se non viene osservata la settimana corta) in forza della parificazione legislativa tra attività al seggio elettorale e prestazione professionale, rispetto alla quale la garanzia del congedo è precetto costituzionale. Ove gli adempimenti connessi all’ufficio ricoperto per designazione abbiano termine di lunedì, come è stato durante le ultime consultazioni politiche, le giornate di diritto al riposo dovrebbero essere il martedì (ed eventualmente il mercoledì, se il sabato non è lavorativo).

Per avere titolo ai riposi o, in sostituzione, alla retribuzione e ai benefici di cui si è accennato, il lavoratore dovrà produrre all’azienda l’attestazione del presidente del seggio elettorale, regolarmente timbrata con il bollo della sezione e dalla quale risulti la data e l’ora di inizio e di conclusione delle funzioni.

Sulla materia delle assenze dei lavoratori per elezioni, anche la Fondazione Studi dei consulenti del lavoro ha recentemente approntato un utile vademecum per gestire al meglio le assenze dei lavoratori impegnati nella ‘macchina’ elettorale: presidenti di seggio, segretari e scrutatori, nonché rappresentanti di lista o gruppo e rappresentanti dei partiti o gruppi politici (o promotori dei referendum). I giorni di assenza sono considerati dalla legge, a tutti gli effetti, giorni di attività lavorativa. “Ciò significa – spiega la Fondazione Studi – che i lavoratori hanno diritto al pagamento di specifiche quote retributive, in aggiunta all’ordinaria retribuzione mensile, ovvero a riposi compensativi, per i giorni festivi o non lavorativi eventualmente compresi nel periodo di svolgimento delle operazioni elettorali. Per i giorni in cui non era prevista prestazione lavorativa, invece, l’interessato avrà diritto a tante ulteriori quote giornaliere di retribuzione che si andranno ad aggiungere a quelle normalmente spettanti”. “Per tali giornate di mancato riposo, tuttavia, il lavoratore potrà optare per il godimento di giornate di riposo compensativo – si precisa – al posto della retribuzione aggiuntiva”.

Il titolo alla retribuzione compete per le singole giornate di partecipazione al seggio, a prescindere dal numero di ore di impegno. “I giorni festivi e quelli non lavorativi (ad esempio il sabato nella settimana corta) – proseguono i consulenti del lavoro – sono compensati con quote giornaliere di retribuzione in aggiunta alla retribuzione normalmente percepita o, in alternativa, recuperati con una giornata di riposo compensativo”. La legge in proposito non chiarisce le modalità di scelta tra riposo compensativo e retribuzione. “Per quanto riguarda invece i riposi compensativi, secondo l’orientamento della Corte Costituzionale, il lavoratore ha diritto al recupero delle giornate festive (la domenica), o non lavorative (il sabato, nel caso di settimana corta), destinate alle operazioni elettorali – puntualizza la Fondazione Studi – nel periodo immediatamente successivo ad esse”. In altri termini, gli interessati avranno diritto a restare a casa e ad essere retribuiti nei due giorni successivi alle operazioni elettorali (se il sabato è non lavorativo), o nel giorno successivo (se il sabato è lavorativo). “In base ai principi in tema di riposo settimanale – si ricorda – il riposo compensativo deve essere goduto con immediatezza, cioè subito dopo la fine delle operazioni al seggio. La rinuncia al congedo in questione deve comunque essere validamente accettata dal lavoratore”.

Per la cronaca ricordiamo infine che domenica 5 giugno 2016 dalle ore 7.00 alle 23.00 in oltre 1.300 comuni si voterà per l’elezione del sindaco e del consiglio comunale. L’eventuale ballottaggio, nei comuni con oltre 15.000 abitanti, si svolgerà il 19 giugno. Curiosità particolare, Il comune più piccolo interessato alle elezioni è Morterone (LC), un borgo locale che conta soltanto 38 abitanti al 31 dicembre 2014, data dell’ultimo bilancio demografico annuale Istat.

Carlo Pareto

Comuni  senza  futuro

A differenza dalle regioni, organismi senza passato e senza futuro (e perciò luogo deputato della politica politicante), i comuni sono, da sempre, parte viva della storia del paese e portatori di sempre nuove forme di sperimentazione politico-economica e di convivenza civile. Testimoni della loro crescita nei momenti alti della nostra collettività nazionale; e del loro declino nella fasi di riflusso e di crisi.

Così la sorte dei comuni, il loro peso e il loro ruolo sono stati, all’indomani dell’unità d’ Italia, termometri infallibili delle sorti della democrazia e della sinistra italiana. E’ lì, e non nell’aula di Montecitorio, che si afferma nel concreto il socialismo riformista; è lì, con le giunte di Milano e, soprattutto, di Roma che lo schema giolittiano si manifesta in tutta la sua potenzialità; è lì che parte e vince la reazione, politica e di classe che si coagulerà nel fascismo. E, ancora, lungo i decenni della repubblica, è lì che si consumerà, all’insaputa delle relative famiglie, il matrimonio tra comunismo e riformismo; è lì che si sperimenteranno  nuove formule e combinazioni politiche, tangibili (come le giunte di centro-sinistra e “rosse”negli ultimi decenni del secolo scorso) o più meno affabulatorie (come il movimento dei sindaci, gli “arancioni” e così via).

Oggi non è più così. Oggi, guardando ai comuni nel quadro di un appuntamento elettorale che, dopo tutto, interesserà le quattro maggiori città italiane, una cosa si può ragionevolmente prevedere: che, chiunque vinca (e a dichiararsi vincitori saranno in molti; non foss’altro perché avranno perso i loro avversari), a perdere saranno tutti coloro che continuano a vedere nei comuni i protagonisti di un qualsivoglia disegno di cambiamento della politica e della società italiana. A prescindere dalla natura di questo disegno.

Così l’appuntamento di primavera non vedrà l’affermazione, a livello locale, del “partito della nazione” preconizzato dal premier. Definendo per tale un modello che, per le sue qualità intrinseche, non consente la nascita di una opposizione politico-sociale: o, più esattamente, solo di una opposizione definibile come antisistema. “Qualità intrinseche”, poi, riassumibili nel superamento, in nome dei valori della razionalità e dell’efficienza, delle tradizionali divisioni tra sinistra e destra e, contestualmente, della separazione tra politica ed economia (con la prevalenza delle ragioni della seconda su quelle della prima).

Una sorta di denghismo (“non importa il colore dei gatti purché acchiappino i topi” aveva detto il leader cinese) all’italiana. Ma una formula che, per funzionare, aveva bisogno di un appropriato reagente chimico; leggi di un uomo di successo intenzionato a porre i suoi talenti  al servizio della collettività.

Un uomo di successo che poteva avere le più diverse qualifiche. Ma che doveva accettare ed essere accettato: in altre parole avere avuto sufficiente successo nella sua vita professionale, così da essere sollecitato a candidarsi; ma non troppo successo, così da accettare il ruolo difficile e ingrato di sindaco di una grande città abbandonando la posizione che aveva precedentemente acquisita. E, per altro verso, consentire ai quadri politici e amministrativi del Pd locale di salvare la faccia.

Un’operazione che, alla stato sembra poter riuscire solo a Milano. E per due ragioni del tutto contingenti. La buona riuscita dell’Expo con i suoi effetti collaterali; e la fragilità culturale e politica della sinistra milanese.

Fragilità culturale. Ci si poteva impegnare sull’Expo: magari per contestare un’operazione realizzata su  aree private; volta al consumo di  prodotti anziché alla riflessione sui problemi; e, infine, del tutto vaga sulle destinazioni future. Ma non lo si è fatto. Salvo a dividersi tra coloro che applaudivano e quelli che gufavano: atteggiamenti molto simili a quelli dell’opposizione interna o esterna al Pd a livello nazionale; e, come quella, perdenti.

Fragilità politica. A Milano. E non solo. Quando Pisapia, assieme ai sindaci di Genova e Cagliari, invoca il mantenimento dello schieramento “Italia bene comune”sta facendo, in realtà, accanimento terapeutico. Rispetto ad una formula di governo non solo radicalmente contrastante con il disegno renziano ma anche insostenibile per la stessa Sel (che non può  continuare ad essere ad essere all’opposizione al centro – in nome dell’ideologia –  e assieme al Pd nelle regioni e nei comuni – in nome delle poltrone). Aggiungendo che – giratela come vi pare – la sinistra di governo, a livello locale non è più, per una serie ragioni su cui torneremo in conclusione, un punto di riferimento per il suo popolo.

Né se la passano meglio i cultori dell’arancione e del movimento dei sindaci. Perché le incarnazioni di questa fantasmagoria – da  De Magistris allo stesso Pisapia, se la passano male e non ce ne sono altri all’orizzonte (a parte il “remake”di Bassolino ).

Per chiudere questo capitolo, una constatazione di assenza. Era lecito attendersi che l’opposizione di sinistra – a Renzi o, più direttamente alla giunte Pd-Sel-Si presentasse in  una forma più unitaria possibile: o attraverso la formula delle liste civiche di “sinistra larga” o attraverso liste comuni di opposizione. Ma, almeno sinora, nulla di tutto questo.

Colpa di questo? Colpa di quello? Difetto strutturale nel disegno ?

In realtà, la crisi politico-progettuale che viviamo nel presente ha radici estese e profonde e viene da lontano. Per coglierne gli aspetti essenziali, potremmo dire che stiamo assistendo ad un irrimediabile logoramento delle basi stesse della democrazia civica costruite alla fine dell’ottocento e sviluppate nel secolo scorso; ma senza  che a queste se ne siano sostituite di nuove.

Non è il tema di una discussione accademica. E’ un problema politico centrale per le sorti della nostra democrazia. E’ lo spunto per una discussione per la quale chi scrive tenterà nel suo prossimo articolo,  di fornire qualche sommario elemento.

 Alberto Benzoni