Francia. Stop definitivo ai cellulari a scuola

cellulare-a-scuolaIl Parlamento francese ha dato il via libera definitivo al divieto che entrerà in vigore a settembre, di usare il cellulare nelle scuole primarie e secondarie di primo grado e nelle scuole superiori fino ai 15 anni di età degli studenti. Canta vittoria il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron: “Impegno mantenuto”. Le scuole superiori avranno la possibilità, ma non l’obbligo, di adottare il divieto nei loro regolamenti interni.

La legge approvata oggi è una rivoluzione che cambierà le abitudini degli alunni francesi: il 93% dei ragazzi transalpini tra i 12 e i 17 anni possiede infatti un cellulare. Si tratta però di una rivoluzione a metà: l’utilizzo degli smartphone è in teoria già proibito in classe dal 2010 in seguito all’approvazione del Codice dell’educazione. Molte scuole però non avevano approvato i regolamenti propri interni che dovevano disciplinare lo stop e in diversi casi il divieto veniva aggirato. Ora l’uso sarà consenti solo ai docenti a meno di indicazioni differenti. Macron è già intervenuto a gamba tesa sui cellulari anche sul fronte del governo: in tutte le riunioni del Consiglio dei ministri è vietato portare con sé i telefonini, che devono essere lasciati su un apposito scaffale all’ingresso dell’Eliseo.

AMICI COME PRIMA

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Dopo che la tensione tra Francia e Italia era salita alle stelle, oggi si apre una tregua tra i due paesi con le cancellerie impegnate a far tornare i rapporti a un livello di normalità. Nella notte tra il presidente Conte e il presidente francese Emmanuel Macron vi è stata una lunga e cordiale telefonata. Confermata la visita di Conte che sarà domani a Parigi. Il presidente francese – si legge in una nota diffusa dall’Eliseo – nel corso del colloquio telefonico ha “sottolineato di non aver mai fatto alcuna dichiarazione con l’obiettivo di offendere l’Italia e il popolo italiano”. “Il Presidente francese – si legge in una nota – e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno confermato l’impegno della Francia e dell’Italia a prestare i soccorsi nel quadro delle regole di protezione umanitaria delle persone in pericolo”.

Il presidente francese nel colloquio ha detto di “aver sempre difeso la necessità di una maggiore solidarietà europea con il popolo italiano”: lo si legge in una nota dell’Eliseo. “L’Italia e la Francia – prosegue la nota – devono approfondire la loro cooperazione bilaterale ed europea per condurre una politica migratoria efficace con i Paesi d’origine e di transito, attraverso una migliore gestione europea delle frontiere e attraverso un meccanismo europeo di solidarietà e di assistenza dei rifugiati”.

Con Macron, ha detto Conte, “siamo tutti e due consapevoli che Italia e Francia lavorino fianco a fianco, anche con gli altri partner Ue”. Conte è tornato sulla chiamata con il presidente francese: “c’è stato un chiarimento in cui ha precisato che le espressioni ingiuriose rivolte all’Italia e al popolo italiano” non erano state da lui pronunciate. Conte ha ribadito che i toni con Macron erano “molto cordiali”.

Il premier italiano ha anche ricordato che nell’incontro con Macron si parlerà anche della modifica “del Regolamento di Dublino, come pure dell’unione bancaria e monetaria”. “Quel che pensiamo – ha detto la ministra per gli Affari europei Nathalie Loiseau – è che l’Europa non sia stata abbastanza vicina all’Italia nella crisi migratoria. Il peso dell’accoglienza e dell’esame delle domande di asilo ha poggiato troppo sull’Italia, ci sarebbe voluta una presenza europea molto più forte. Bisogna mettere a punto un meccanismo europeo per aiutare l’Italia, un’idea che la Francia ha sempre difeso, e per fare questo dobbiamo lavorare insieme”.

Ma Di Maio continua a puntare i piedi e a fare i capricci: “Finché non arriveranno le scuse” dal Presidente francese Macron, “noi non indietreggiamo” aveva detto questa mattina il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, a Rtl, spiegando che “questo deve essere chiaro per questa vicenda e per il futuro” circa i prossimi tavoli che ci saranno in Europa. “È finita l’epoca in cui si pensava che l’Italia la puoi sempre abbindolare”, ha sottolineato. “Scuse o non scuse – ha detto il Ministro degli Interni Salvini – bado alla sostanza non alla forma. Bene il chiarimento con la Francia”. Mentre da Moavero, ministro degli etseri, i toni sono più pacati: “Tocca alla Francia vedere di riportare a toni più urbani le sue dichiarazioni sulla questione migranti”. “Per quanto riguarda invece le questioni di fondo – ha aggiunto Moavero – dobbiamo discuterne nelle sedi europee”.

La “grandeur” fa della Francia la potenza “più immateriale del pianeta”

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“Per esistere la Francia deve apparire più di quel che è”; cosi inizia l’Editoriale di “Limes”, n. 3/2918. Non si può certo dire che l’incipit non colga nel segno. Il Paese a noi vicino è vittima delle sindrome della “Grandeur”; questa – afferma Pascal Gauchon, direttore delle rivista “Conflits”, in “Non c’è Francia senza grandeur” (“Limes” n. 3/2018) – “non è ovviamente solo questione di taglia”, dato che la Repubblica transalpina ha una “storia che nutre abbondantemente i fantasmi dei francesi, i quali hanno controllato il continente europeo in tre momenti decisivi”

La supremazia della Francia in Europa è iniziata all’”apice del medioevo”, con l’estensione dei suoi domini e la partecipazione delle sue signorie alle crociate, mentre dinastie di origine francese regnavano in molte parti del Vecchio Continente. Tutto ciò ha favorito la diffusione della lingua francese, mentre “lo stile gotico, partendo dall’Île-de-France, si [è diffuso] in tutta l’Europa centrale e settentrionale”. La supremazia francese si è consolidata nel XVII secolo, tanto da provocare contro di essa una coalizione per contenerne le ambizioni. Infine, a sancirne la definitiva affermazione sarà una terza tappa, culminata con la Grande Rivoluzione, che consentirà alla Repubblica di proclamarsi “Grande Nation”, con la pretesa di “trasmettere all’Europa – afferma Gauchon – le proprie grandi idee, di sfruttare l’occasione per estendere il proprio dominio”. Disegno, quest’ultimo, che è sembrato destinato ad avere successo, allorché Napoleone, approfittando anche del fatto che la Francia, ai suoi tempi era il Paese europeo dotato della demografia più cospicua dopo la Russia, “ha portato la potenza nazionale allo Zenit”.

La storia ha pertanto consentito di forgiare “un’idea persistente della grandeur francese” che, per le classi dirigenti transalpine succedutesi nel tempo poteva essere validamente utilizzata per accrescere il prestigio del loro Paese, rinvenendo nella “francofonia” il motore utile a supportarne la diffusione nel mondo.

La ragione che spinge oggi la Francia a persistere nel pensarsi potenza mondiale è quella d’essere depositaria di una grande forza militare; l’indice di potenza stimato dalla rivista “Conflits” colloca la Francia, al quarto posto in un’ipotetica classifica mondiale, prima di Germania e Giappone, ma dopo Stati Uniti, Cina e Russia; con l’apparato militare di cui dispone, la Francia si illude di poter giocare “su tutti gli scacchieri”, in base a rapporti di forza che, pur collocandola dietro le tre potenze globali, la vedono superata nettamente dalla Germania rispetto alla quale, pur imponendosi quanto a forza militare, deve comunque “cederle il passo” in campo economico e tecnologico.

In sostanza, – afferma Gauchon – i francesi intrattengono “una relazione ossessiva con la grandeur, ma sono in terapia. Sono stati obbligati a prenderne contezza dal 1815, poiché da quella data la loro pretesa di essere il primo Paese d’Europa è stata ridimensionata, anche dopo l’illusoria vittoria del 1918”; ma anche, si può aggiungere, dopo i rovesci patiti nel corso della Seconda guerra mondiale, poi con la Guerra d’Indocina nel 1946-1954, con la disfatta del Canale di Suez nel 1956 e con la guerra d’indipendenza dell’Algeria (1954-1962).

Per via delle vicissitudini patite nel corso di quasi centocinquant’anni, la Francia ha cercato di porre rimedio all’infrangersi dei suoi sogni di grandezza cambiando l’orientamento della propria politica estera. Prima si è orientata alla costruzione del proprio impero coloniale, denominandolo pomposamente “la Francia più grande”; Parigi, però, ha poco curato la crescita delle proprie colonie, “traendone più soddisfazioni psicologiche che profitti materiali”, per cui, pur avendole consentito di alimentare l’idea di grandezza, in realtà l’impero “ha contribuito ben poco alla concretezza della grandeur”.

E’ stato questo, a parere di Gauchon, il motivo per cui alla fine il Generale De Gaulle ha perseguito l’abbandono delle colonie, preferendo dedicarsi alla cura della crescita interna della nazione, declinando la grandeur nel senso della modernizzazione dell’economia e dell’indipendenza tecnologica della nazione, per accrescere la potenza militare con lo sviluppo, in particolare, nei campi dell’informatica, dell’aeronautica e del nucleare; tutti comparti produttivi che però erano dominati dalla “rivale” potenza globale statunitense.

Dopo il fallimento della politica di potenza gaullista e la sconfitta patita sul piano economico nei confronti delle Germania, la Francia mitterandiana degli anni Ottanta ha ricuperato il senso della grandeur gaullista, riorientandola sull’attuazione del progetto europeo, attraverso cui, in un rapporto privilegiato con Berlino, perseguire gli obiettivi geostrategici globali che non le era stato possibile perseguire con l’impero coloniale. Parigi, però, secondo Gauchon, non è stata “in grado di intendersi con Berlino sul tema delle grandeur“, in quanto concetto, quest’ultimo, “con il quale il partner d’oltre Reno ha rotto nel 1945”, per i troppi brutti ricordi che il perseguimento di obiettivi di grandezza ha l’effetto di suscitare nelle mente dei tedeschi.

Oltre alla potenza materiale, un altro pilastro delle aspirazioni universalistiche della Francia è la “grandeur morale”, con cui la nazione d’oltralpe tende a difendere aggressivamente le proprie peculiarità culturali contro le specificità di altre culture chiuse, a suo parere, ai valori delle Grande Rivoluzione del 1789. Su questo punto, interessanti risultano le considerazioni critiche svolte dai ricercatori che compongono il “Groupe d’études géopolitiques” (GRG), un “think tank” che si propone di stabilire se l’Europa Unita sia meglio perseguibile attraverso il ruolo attivo degli Stati nazionali o attraverso uno Stato post-nazionale.

Baptiste Roger-Lacan, uno dei componenti del GEG, in una conversazione tenuta su “Una certa idea d’Europa” (il cui testo è stato pubblicato a cura di Sofia Scialoja su “Limes”, n. 3/2018) osserva che, usare i famosi valori del 1789, senza però chiedersi oggi in che cosa consistano è paradossale; ciò perché si manca di tenere conto che essi, nonostante siano stati utilizzati dalla Francia e dal suo esercito per dare corpo alla pretesa di emancipare i popoli che venivano colonizzati attraverso la propagazione di ideali di natura filosofica e giuridica, non hanno consentito di raggiungere alcun effetto positivo, perché, di fatto, non sono stati seguiti da un’azione militare e diplomatica vincente. Le sconfitte militari, infatti, hanno reso inefficace la pretesa civilizzatrice della Francia e inappropriato il ricorso ai valori del 1789.

Senza un grande disegno transnazionale, questi valori, a parere di Roger-Lacan, dal punto di vista di una qualsiasi politica estera di una sola nazione, non possono che risultate obsoleti e contestabili. Ciò non ostante, la Francia è ancora convinta della loro validità e, sulla loro base, di potersi dare una missione universale; missione che porta spesso il suo universalismo a risultare in contrapposizione con quello americano. Tra le due forme di universalismo, però, esistono delle differenze che si traducono in netto sfavore della Francia. Per quale ragione?

La risposta di Roger-Lacan è che ciò accade perché le due forme di universalismo hanno avuto origini diverse: da un lato, la fondazione dello Stato americano e il suo ingresso nella modernità politica sono avvenute con la dichiarazione d’indipendenza nel 1776, mentre la modernità politica francese è avvenuta alcuni anni dopo, con la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel 1789. La modernità politica francese è stata “caratterizzata sin dall’inizio dall’ambizione universalistica, mentre gli Stati Uniti si sono convertiti all’universalismo soltanto dopo la Seconda guerra mondiale”; nel caso di questi ultimi, l’“esportazione” all’estero dei propri valori è stata attuata sull’ala del capitalismo e del cristianesimo, la cui funzione principale è stata la giustificazione della conquista di una posizione economica egemone globale. Per questa ragione, l’universalismo statunitense è risultato più malleabile e flessibile di quello francese; ciò ha consentito agli USA di potersi richiamare al loro universalismo “anche quando si sono mossi in senso isolazionista”.

Infatti, secondo Roger-Lacan, mentre negli USA il ridimensionamento della loro posizione egemone, non è stato vissuto come una retrocessione, nel Paese transalpino, invece, il ricordo mitizzato del passato è valso a rinforzare il trauma del declino sulla scena internazionale e della messa in discussione, da parte dei partner europei, del permanere nelle élite francesi delle ambizioni universalistiche; è proprio questo trauma, a parere di Roger-Lacan, che rimane “all’origine del risentimento francese nei confronti dell’”hyperpuissance américaine”. L’impatti negativo di tale trauma sui rapporti intercorrenti tra Francia e Stati Uniti, è provato, ad esempio, da quanto ha avuto modo di dichiarare un uomo considerato non sospetto di spinte sciovinistiche, qual è stato François Mitterrand, il quale, poco prima di morire, confessava, al giornalista George-Marc Benamou, che la “Francia non lo sa, ma noi siamo un guerra con l’America. Sì, una guerra permanente, una guerra vitale, una guerra economica, una guerra apparentemente senza morti. Sì, sono molto duri gli americani, sono voraci, vogliono un potere non condiviso sul mondo. E’ una guerra sconosciuta […] e tuttavia una guerra mortale”.

Alla palese nostalgia per la perduta grandeur non si sono certo sottratti, forse con la sola eccezione del penultimo Presidente delle Repubblica, François Holland, né Jaques Chirac, né Nicolas Sarkozy, né, Emmanuel Macron, il quale, subito dopo essersi insediato all’Eliseo, non ha tardato a ridare – afferma Gauchon – “alla funzione presidenziale la sua dignità e il suo rango”, rinnovando “le locuzioni solenni nei grandi luoghi della storia parigina”; ne è un esempio il famoso discorso del Louvre, che tanto aveva impressionato favorevolmente Jürgen Habermas, per l’impegno che Macron aveva dichiarato di voler assumere nel rilanciare, congiuntamente con gli altri Paesi, il processo languente dell’unificazione dell’Europa comunitaria.

Tutto inutile, perché in Macron il sogno fuori tempo della grandeur è tornato a prevalere, come stanno a dimostrare gli ultimi avvenimenti riguardanti la “punizione” inflitta alla Siria per l’uso di armi chimiche contro i rivoltosi. Nella fretta Macron, senza consultare gli altri Paesi europei, si è proposto all’America di Trump come unico partner credibile, nonostante la Francia sia impegnata, secondo le parole di Mitternad, in una guerra “permanete” con gli USA.

In questo modo, Macron, vittima anch’egli della sindrome della grandeur, anziché impegnarsi a dotare l’Europa di una propria identità politica e militare, ha preferito, come afferma Andrea Bonanni (su Repubblica del 17 aprile scorso) “ballare da solo”, alla ricerca di un protagonismo fuori tempo. In conclusione, se le élite politiche francesi vorranno realmente impegnarsi nella realizzazione del progetto transnazionale europeo, dovranno iniziare a liberarsi del trauma che le affligge per la perdita della passata grandezza del loro Paese; ciò, anche per convincersi definitivamente che l’attuazione di una politica estera europea compatibile con la “stazza” militare della quale la Francia dispone richiede ora un più sano realismo.

Gianfranco Sabattini

 

Macron negli Usa, scontro con Trump sull’Iran

French President Emmanuel Macron and U.S. President Donald Trump react in the courtyard after a joint news conference at the Elysee Palace in Paris

Per Donald Trump, l’accordo sul nucleare iraniano resta “un disastro”. Il presidente Usa lo ha detto chiaramente accogliendo alla Casa Bianca il suo omologo francese Emmanuel Macron, al secondo giorno della sua missione americana. Una missione tra i cui obiettivi c’era, appunto, quello di convincere Washington a non abbandonare l’intesa firmata nel luglio 2015 con Teheran. Almeno per ora, la strategia dell’amicizia non sembra aver premiato il capo dell’Eliseo, secondo cui “non esistono opzioni migliori” rispetto all’accordo con l’Iran.
Il presidente francese Emmanuel Macron e moglie Brigitte sono arrivati negli Usa per la prima visita di stato ufficiale dell’era Trump. “Questo è il momento per essere forti. Siamo forti e uniti, onorando il nostro passato e guardando al futuro con fiducia e orgoglio. I nostri paesi siano sempre amici nella nobile causa della pace e della solidarietà”, ha detto il presidente degli Stati Uniti ricevendo il capo di stato francese.
Sul tavolo ovviamente la lotta al terrorismo: “Insieme Stati Uniti e Francia vinceranno, entrambi lo affrontano in varie forme nei nostri territori, in Medioriente o in Africa, ed è insieme che combatteremo la proliferazione delle armi di distruzione di massa, sia in Iran che in Corea del Nord” ha detto Macron, che ha aggiunto: “Assieme saremo in grado di resistere ai nazionalismi aggressivi, che negano la storia e dividono il mondo. Costruiremo un nuovo multilateralismo che difenda democrazia e pluralismo”.
Trump ha criticato fortemente l’accordo nucleare con l’Iran definendolo “un disastro, un accordo terribile che non avrebbe mai dovuto essere fatto”, avvertendo il paese mediorientale che “se rilancia il programma nucleare avrà grossi problemi”. Di parere diverso Macron, che ha parlato di “intesa importante, e parte di una più ampia questione di sicurezza della regione”. Sulla situazione siriana il presidente Usa ha poi ringraziato la Francia per il suo appoggio al recente raid: “Con i nostri amici britannici, Usa e Francia hanno di recente intrapreso un’azione di risposta all’uso di armi chimiche da parte del regime siriano. Voglio ringraziare personalmente Macron, l’esercito francese e il popolo francese per la loro solida parthership”.
Restano tutti i contrasti sulle politiche ambientali. I due presidenti. “Non sempre andiamo d’accordo sulle soluzioni – ha detto Macron – Bisogna però agire perché in gioco c’è il destino dei nostri figli”.

Renzi-Macron. Ex socialisti temono di uscire dal PSE

macron renziIl segretario del PD Matteo Renzi è arrivato all’Eliseo per incontrare il presidente della Repubblica francese Emmanuel Macron. Renzi, accompagnato dal sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi e dal presidente del think tank “Volta” Giuliano da Empoli, ha lasciato il palazzo presidenziale dopo circa un’ora di colloquio. I due giovani leader condividono l’esigenza di porre “un argine ai populismi, quello di Le Pen in Francia e quello di Salvini in Italia”. Secondo quanto viene riferito da fonti italiane che hanno partecipato all’incontro che si è svolto questa mattina, tuttavia a preoccupare i ‘fuoriusciti’ dal Psi sembra un’altra notizia, quella che Macron punta alla creazione di un terzo polo nel parlamento europeo, nel quale potrebbero rientrare anche forze politiche oggi legate al Pse, il Partito socialista europeo.

“Leggiamo di un’improbabile proposta macroniana di uscita del Partito Democratico dal Pse. Siamo certi che Renzi, che ha avuto il merito dell’adesione nel 2014, non ci pensi neanche lontanamente: il Pd è oggi la principale forza nel Pse e noi crediamo che sia interesse reciproco rafforzare i legami”. Così in una nota congiunta i deputati socialisti del Pd Marco Di Lello, Tonino Cuomo, Federico Massa e Lello di Gioia, usciti dal Partito socialista e che oggi cercano il socialismo… fuori dal Psi.

Ma Gianni Pittella, presidente del Gruppo dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo, dopo aver parlato con il Segretario del Pd, Matteo Renzi, assicura: “Il Partito democratico non si muove da nessuna parte, è e resta uno dei pilastri fondamentali del Pse”.

Francia, da Benoit Hamon
schiaffo a Manuel Valls

Manuel-Valls-Francia-HollandeSchiaffo a Manuel Valls. L’ex capo di governo francese, in lizza per correre alle prossime Presidenziali è stato superato dal suo avversario Benoit Hamon, sconfitto di circa quattro punti percentuali (31% contro 35%)

Ieri, le primarie dei socialisti francesi hanno quindi incoronato il frondista di sinistra, un outsider critico nei confronti delle posizioni assunte dal presidente Hollande e dallo stesso governo di Valls, specie riguardo alla Loi Travail, il Jobs Act francese.

Alta la partecipazione popolare, di poco inferiore ai 2 milioni di elettori. Non bene quanto le primarie dei Républicains né quanto quelle che incoronarono Hollande sei anni fa, ma nemmeno il tracollo annunciato nel quale si voleva far versare il Parti Socialiste.

Proprio Hollande è stato invece il grande assente. In visita ufficiale in Cile, il presidente francese ha voluto ostentare il suo mancato voto, quasi a dissociarsi dalle bagarre interne – forse stizzito per essere diventato, non senza colpe, il capo di stato transalpino meno popolare della storia.

Il ballottaggio, domenica prossima, sarà dunque un duello tra Valls e Hamon, tra una sinistra moderata e una tendenzialmente più radicale, tra un socialista liberale e il fautore del reddito di cittadinanza.

Valls si auspica che il voto della prossima domenica possa essere un momento storico di pacificazione, nel quale tutte le differenze possano essere da parte per correre insieme, senza fingere di non sapere che la sua fazione potrebbe essere destinata ad un lungo periodo d’isolamento all’interno del partito. A conferma di tutto ciò, anche la presa di posizione del terzo contendente, Arnaud Montebourg, che si è già schierato con Hamon e sembra ormai spianargli la strada verso la corsa all’Eliseo.

Giuseppe Guarino

Francia, pure le inondazioni dopo il Jobs Act

A pochi giorni dagli Europei di calcio, Francia alle prese con scioperi e proteste contro il Jobs Act, un’ondata di maltempo che rischia di far straripare la Senna e un allarme terrorismo che arriva dagli Usa. Valls tenta di ricucire il dialogo con la Cgt mentre Hollande (14%) precipita nei sondaggi per le presidenziali doppiato da Marine Le Pen (28%). La sua presidenza oggi ‘piace’ solo a 5 francesi su 100.Francia inondazione Senna a Nemours


 

Brutto periodo per i cugini d’Oltralpe alle prese con manifestazioni, scioperi e proteste contro la ‘loi travail’, il loro Jobs Act, e anche con un’ondata inusitata di maltempo che rischia addirittura di far straripare la Senna. L’unica speranza per tornare a sorridere è appuntata ormai sugli Europei che avranno il calcio di inizio venerdì 10.

La Senna alla periferia di Parigi ha cominciato da ieri a fare davvero paura perché dopo settimane di pioggia sulla capitale che ha battuto ogni record di precipitazioni dal 1873, Meteo France ha lanciato un allarme meteo per la ‘Seine-et-Marne’ la zona orientale della banlieue parigina.
Il massimo grado di allarme era già scattato per la regione a sud della capitale, il Loiret. Ieri sera, alle porte di Orlreans, 650 automobilisti sono rimasti imprigionati sull’autostrada A10, con le auto sommerse dall’acqua e una precipitosa fuga sui mezzi inviati dalla protezione civile che li hanno portati nel Palazzo dello sport dove hanno trascorso la notte. Nella Seine-et-Marine, dove i corsi d’acqua hanno raggiunto un livello mai raggiunto dalla storica piena del 1910 che toccò anche la capitale, centinaia di persone sono state evacuate, le strade nazionali sono interrotte, le scuole sono rimaste chiuse.

Il leader della Cgt Philippe Martinez

Il leader della Cgt Philippe Martinez

Una situazione davvero difficile che si inserisce nel quadro delle proteste che stanno interessando tutta la Francia – a Parigi è stato bloccato uno dei più grandi impianti di trattamento dei rifiuti urbani con il rischio concreto di avere la capitale sommersa dalle immondizie proprio quando si inaugurano gli Europei di calcio – e che oggi ha visto le contro proteste di artigiani e commercianti sempre più preoccupati per l’andamento degli affari.
A Rennes il leader della Cgt, il sindacato più importante, di sinistra, Philippe Martinez è stato accolto dalle proteste dei dimostranti secondo le manifestazioni e gli scioperi contro la riforma dellea legge sul lavoro minaccerebbe l’attività delle piccole imprese. In questo senso si era già espresso Pierre Gattaz, il leader del Medef, la Confindustria francese, che aveva definito in un’intervista gli attivisti della Cgt come ‘terroristi e delinquenti’, beccandosi una querela per diffamazione dal sindacato. La Cgt ha argomentato che definire come terrorismo le agitazioni sindacali in un Paese che ha vissuto quello che ha vissuto è assolutamente scandaloso e Gattaz è responsabile delle sue affermazioni nel momento in cui alimenta l’odio contro un’organizzazione sindacale. E il Medef ha risposto esortando i suoi aderenti a sporgere denuncia per il pregiudizio subito nella loro libertà di lavoro dai picchetti sindacali.

Una situazione tesa e difficile perché il Governo teme di perdere la faccia se modifica la legge dopo aver fatto ricorso anche al voto di fiducia – una procedura assolutamente irrituale in Francia – per bypassare l’Assemblea senza passare dal dibattito e dal voto parlamentare. Per tentare di ricucire il dialogo, dopo giorni di silenzio, lo stesso premier Manuel Valls, dopo la ministra del lavoro Myriam El Khomri, che ha dato mil suo nome alla legge, ha telefonato a Martinez.

E come se non bastasse, l’ultima mazzata è arrivata dall’America col Dipartimento di Stato che ha emesso uno ‘sconsiglio’ a recarsi in Francia. Un’allerta viaggi in Europa citando potenziali rischi di attacchi nel corso di “eventi importanti e siti turistici”, citando specificatamente gli Europei di calcio.

Nell’allerta, il Dipartimento di Stato cita anche la giornata mondiale della gioventù che si terrà a Cracovia, in Polonia dal 26 al 31 luglio. “Nell’ambito dei continui sforzi del Dipartimento di Stato per offrire agli americani che viaggiano all’estero informazioni sugli eventi rilevanti, avvertiamo i cittadini americani del rischio di potenziali attacchi terroristici in Europa, con nel mirino eventi importanti, siti turistici, ristoranti, centri commerciali e trasporti. L’allerta scade il 31 agosto 2016”, insomma alla fine del periodo delle vacanze estive.

Obiettivi possibili sono “gli stadi, le aree per i tifosi in Francia e in Europa” e la Francia, da parte sua, ha già esteso lo stato d’emergenza fino al 26 luglio per coprire il periodo degli Europei e per il Tour de France che si terrà dal 2 al 24 luglio.
“L’attenzione è alta – ha commentato Lamberto Giannini, direttore del Servizio centrale antiterrorismo italiano – ma non ci sono segnali specifici o evidenze particolari”.

In questo panorama, nulla di cui stupirsi se i sondaggi in vista delle presidenziali del 2017 indicano un profondo rosso per François Hollande. Secondo un sondaggio Ipsos su un campione di ben 19.455 persone, pubblicato oggi dal quotidiano Le Monde, votando oggi, il capo dello Stato otterrebbe appena il 14% delle preferenze, record storico negativo per un presidente della Quinta Repubblica. Al contrario, ma neppure questa è una sorpresa, verrebbe doppiato dalla leader del Front National. Nel primo turno della corsa all’Eliseo Marine Le Pen staccherebbe Hollande di 14 punti, con il 28% delle intenzioni di voto, mentre Alain Juppé con il suo 35% continua a essere il favorito della destra neogollista.

Da débâcle i numeri sul gradimento della presidenza Hollande: insoddisfatti al 72%, così-così al 23% e appena il 5% soddisfatti.
Sondaggio Ipsos su presidenziali Francia 2017

“Sei personaggi in cerca d’autore”. Pirandello
torna all’Eliseo

lavia_pirandelloTre giorni. Tanti ne servirono a Pirandello per scrivere “Sei personaggi in cerca d’autore”, l’opera teatrale più famosa del drammaturgo e Premio Nobel italiano. Qualcuno ha detto che nel Teatro esiste la commedia, esiste la tragedia e poi i drammi di Pirandello. Un’opera filosofeggiante, quando non metafisica, che Pirandello scrisse nel 1921 e rappresentò  lo stesso anno per la prima volta al Teatro Valle di Roma.  Alla prima romana, la platea si divise tra entusiasmo convinto e chi urlò “Manicomio! Manicomio!”. Gli spettatori indignati addirittura attesero in strada lo stesso autore, che si allontanò dall’uscita degli attori nel cosiddetto ‘vicolo dei gatti morti’, per lanciargli insulti e monetine. Ma qualche mese dopo a Milano i “Sei personaggi” furono applauditi senza riserve,  iniziando il cammino che li porterà a diventare un successo internazionale anche a Parigi, Londra e York. Nonostante questo i “personaggi” continuarono a reclamare riscritture e revisioni a Pirandello, che ne definì la composizione nell’edizione del 1925.

Ed è questa edizione che troviamo in scena all’Eliseo di Roma, con protagonista e regista Gabriele Lavia, che spiega : “E’ tra gli spettacoli più difficili che abbia mai fatto. Quando ho cominciato a studiarlo ne ho avuto subito la sensazione. Siamo sempre in 21 in scena. Sempre.”. L’effetto è quello di una costante tensione narrativa, un recitare anche solo facendo respirare il personaggio, o l’attore, o entrambi.

laviaLa scena si apre con un palcoscenico in apparente allestimento. Le luci sono soffuse, all’angolo troviamo un pianoforte, qualche leggio, dei tavoli e delle sedie, pochi elementi scenici sistemati, apparentemente, alla buona dal direttore di scena e dal suo assistente. Il capocomico e la sua compagnia stanno provando proprio un’opera di Pirandello, il suggeritore è nella sua buca, quando nel teatro irrompono sei personaggi, nati dalla fantasia di un autore che poi però non ha scritto il copione: il Padre, la Madre, il Figlio, la Figliastra, il Giovinetto, la Bambina. Ciascuno di loro porta in sé un dramma per fatti che sono avvenuti nel passato. Pian piano, mentre i personaggi raccontano gli antefatti, che in realtà sono la vera rappresentazione, emerge in vari frammenti la storia di cui sono portatori. Il capocomico, dapprima perplesso, si lascia convincere a diventare autore di questi strani personaggi e quindi a ricostruire e rappresentare il racconto fattogli. Gli “attori” presenti sul palcoscenico cominciano così a provare questa nuova opera, ma i “personaggi” se ne fanno beffe e li guardano a loro volta perplessi, non riconoscendosi in tale rappresentazione.

Il dramma che viene rappresentato offre lo spunto per riflessioni filosofiche, come del resto tipico del teatro pirandelliano: forse quella più significativa è che la finzione diventa realtà, mentre la realtà altro non è che finzione. Chi ha la ventura di nascere “personaggio” vivo non morrà più, essendo stata data una fotografia imperitura della sua anima, mentre un uomo, un “attore”, che oggi appare reale in realtà domani non sarà uguale a se stesso, ed i suoi pensieri, le sue emozioni, le sue illusioni e la sua fisicità di oggi non saranno quelle di domani.

Gabriele Lavia porta in scena magistralmente i “Sei Personaggi” all’Eliseo. Ottima l’interpretazione di Lucia Lavia, nel ruolo della Figliastra e quella del capocomico Michele Demaria. E’ soprattutto tramite i dialoghi tra questi interpreti, ora urlati, ora concitati, ora accorati, ora sussurrati, che si ricostruisce il dramma. Ma è soprattutto la forza espressiva che Gabriele Lavia sa conferire al Padre che consente allo spettatore di immergersi nella rappresentazione. Il giudizio è comunque positivo per tutti e 21 gli interpreti presenti sulla scena.

Come nella migliore tradizione pirandelliana, l’allestimento al teatro Eliseo è quello tipico del teatro nel teatro, e anche l’interruzione fra i due atti appare come una interruzione casuale. Le musiche, curate da Giordano Corapi, fungono da simpatico intermezzo tra una scena e l’altra e consentono anche di avere qualche secondo per meglio riflettere sulle battute filosofeggianti dei “personaggi”. Nel solco dell’ortodossia pirandelliana, se così si può paradossalmente definire, anche i costumi elaborati da Andrea Viotti: di toni chiari pastello quelli degli “attori”, dai colori scuri, a lutto, quelli dei “personaggi”.

“Questa bizzarra commedia nera è un’opera unica nella Storia del Teatro” – prosegue il regista e protagonista Gabriele Lavia – “Ci sono opere, grandi opere, opere immortali e poi c’è Sei personaggi in cerca d’autore, l’opera teatrale che non ha paragoni. Unica nella concezione, nella struttura, nell’argomento. Sofocle, con l’Edipo Re, nel V secolo a.C. definisce il Teatro occidentale. Pirandello e i suoi Sei personaggi, nel 1921, sono responsabili del suo smontaggio definitivo: la trama e la narrazione improvvisamente non sono più l’oggetto principale del testo: i colpi di scena, i canonici nodi drammatici sono posti in secondo piano, messi da parte – sappiamo già qual è il destino di ognuno dei Sei personaggi fin dalle prime battute. L’intreccio è così ridotto al minimo e, con esso, sono dimenticate quasi tutte le strategie di scrittura che per secoli gli autori hanno impiegato per comporre un dramma.”. L’obiettivo del teatro pirandelliano è mettere in crisi l’idea stessa di rappresentazione: “Il palcoscenico è il luogo dove si gioca a fare sul serio”, farà dire ad uno dei “personaggi”. Chi è chiamato a recitare altro non è che un fantoccio, il fatto non è la verità, ma lo spettacolo può e deve aiutare a svelare la realtà. Notevole il successo di pubblico alla prima all’Eliseo, i “Sei personaggi in cerca d’autore” saranno replicati fino al 24 gennaio.

Al. Sia.

BLITZ A SAINT DENIS

Terrorismo St Denis Isis

La Francia passa all’attacco, anche sul territorio nazionale.
È iniziato tutto grazie a un’intercettazione per cercare l’autore della strage di Parigi, Abdelhamid Abaaoud, e così nel cuore di Saint-Denis, città di 110mila abitanti nella cintura Nord di Parigi, all’alba di questa mattina è scattato il blitz in cui sono state arrestate sette persone e altre due sono morte: una donna (cugina di Abaaoud) si è fatta saltare in aria e un uomo è stato colpito dagli agenti.
L’intero quartiere per ore è stato blindato dall’esercito, i trasporti sono stati interrotti, alla gente è stato impedito di uscire, mentre le teste di cuoio setacciavano il quartiere appartamento per appartamento.


A fare il punto della situazione è stato il procuratore capo dell’antiterrorismo francese Francois Molins: “L’inchiesta partita dopo gli attacchi di Parigi ha condotto a questo appartamento. Grazie alle informazioni raccolte dai telefoni trovati e dalla sorveglianza abbiamo pensato che Abbaoud fosse dentro la casa. Tre terroristi sono stati arrestati una ragazza si è fatta esplodere, un uomo è stato trovato morto, colpito da proiettili e bombe. Altre due persone che si nascondevano fra le macerie sono state arrestate”. Nonostante gli arresti, le forze dell’ordine e fonti giudiziarie affermano che Abaaoud non è tra gli arrestati.
Però secondo il Washington Post in realtà  Abaaoud sarebbe una delle vittime del blitz. Il quotidiano statunitense basa le sue affermazioni su fonti dei servizi francesi.
Il giovane belga (classe 1987) ha precedenti per reati comuni e dopo essersi arruolato nell’Isis si fa chiamare Abu Omar Sussi o Abu Omar al-Baljiki. Ma prima di aver organizzato la strage a Parigi era già diventato noto due anni fa, quando rapì il fratello Younes, all’epoca tredicenne, per portarlo in Siria, tanto da essere denunciato dal padre, costituendosi parte civile. L’anno scorso i giornali belgi definirono Younes “il più giovane jiadhista al mondo” e ritratto mentre spara in testa a un ostaggio americano.

L’assalto della polizia è durato ben sette ore ed è stato seguito in diretta dall’Eliseo dal Presidente Hollande che si è congratulato con la polizia e con i cittadini di St. Denis. Parlando di fronte ai sindaci francesi, ha detto che obiettivo dell’azione erano “terroristi che avevano rapporti con autori dei crimini odiosi dei giorni scorsi. Congratulazioni per il sangue freddo e solidarietà al sindaco di St Denis, presente durante l’assalto”, ha espresso “gratitudine e ammirazione alle forze dell’ordine, ai poliziotti che hanno lanciato l’operazione: conoscevano i pericoli, forse sottostimavano la violenza, ma sono andati fino al compimento della missione. Vari di loro sono stati feriti. Ci vorrà ancora del tempo per arrivare alla conclusione di questa guerra” contro il terrorismo, che è iniziata molti anni fa, per questo “bisogna armarsi di pazienza e di fermezza. La Francia sarà implacabile contro l’odio, nessun atto xenofobo, antisemita e anti-islamico sarà tollerato”. Hollande però si rende anche conto che ha il nemico in casa, il quartiere di Saint Denis a pochi passi allo stadio dove è avvenuto uno degli attacchi, non è solo un posto con il più alto tasso di delinquenza (166 reati ogni mille abitanti), ma per molti è il vero sinonimo di banlieue. Quartieri tristemente famosi per le rivolte del 2005.
In periferie come queste, con immigrati di seconda generazione, la Francia ha dato i natali a francesi che l’hanno rinnegata. Da Drancy veniva Sami Amimour, uno dei tre stragisti del Bataclana e i fratelli Kouachi autori della strage di Charlie Hebdo sono cresciuti a pochi passi da Saint Denis, a Genevilliers.

Maria Teresa Olivieri

La Francia nega la richiesta di asilo ad Assange

Assange-asilo-FranciaLa terra di asilo per eccellenza, la Francia, che negli anni ha anche accolto rifugiati politici italiani e persino Cesare Battisti, respinge la domanda di asilo del fondatore di Wikileaks Julian Assange, rinchiuso da tre anni nell’ambasciata dell’Ecuador a Londra. In una lunga lettera aperta pubblicata oggi sul quotidiano francese Le Monde, Assange, ha chiesto al presidente francese Francois Hollande di accoglierlo in Francia.

“La mia vita è in pericolo”, scrive Assange riportando gli esempi del suo lavoro di denuncia, senza omettere i riconoscimenti di numerose associazioni internazionali in prima linea nella difesa dei diritti umani come Amnesty International e  le nomination di decine di organizzazioni giornalistiche, tra cui cinque consecutive per il premio Nobel per la pace e, più recentemente, cinque nomination dalle Nazioni Unite (Mandela ONU) quest’anno.

Assange spiega di essersi rivolto alla Francia non solo perché  “È stata a lungo portatrice di speranza e di unicità per molti popoli e individui in tutto il mondo”, ma anche perché rivela di avere un bambino da una donna francese. “Non li vedo da cinque anni, da quando la persecuzione politica contro di me ha avuto inizio. La situazione porta loro immense difficoltà. Ho dovuto tenere segreta la loro esistenza fino ad oggi, al fine di proteggerli”, spiega il fondatore di Wikileaks. Julian Assange racconta anche i pericoli e le minacce al resto della sua famiglia: “Il mio figlio maggiore, ormai adulto, e mia madre in Australia soffrono ancora le conseguenze della mia situazione. Minacce di morte, molestie” così hanno dovuto “Cambiare la loro identità e ridurre i loro contatti con me”.

Assange spiega anche la situazione in cui si trova ora: “Ho cinque metri quadrati e mezzo per il mio uso privato. L’accesso all’aria aperta, il sole, mi sono proibiti dalle autorità del Regno Unito e anche la possibilità di andare in ospedale”, ringraziando allo stesso tempo lo Stato dell’Ecuador per l’accoglienza e chiedendo al Presidente Hollande l’accoglienza come perseguitato politico. La Francia, che ha applicato la dottrina Mitterand per anni, ha però  negato la richiesta tramite un comunicato ufficiale.

“La Francia – si legge in una nota diffusa dall’Eliseo – ha effettivamente ricevuto la lettera del signor Assange”. “Da un esame approfondito emerge che considerati gli elementi giuridici e la situazione materiale del signor Assange la Francia non può dar seguito alla sua richiesta”, si conclude nel comunicato. “La situazione di Assange – si legge ancora – non presenta pericoli immediati. È inoltre oggetto di un mandato d’arresto europeo”, conclude il comunicato.

Maria Teresa Olivieri