“La spirale della vita”, in memoria delle vittime di mafia

fontana della vita

PALERMO – Una grande installazione a forma di spirale, in memoria di tutte le vittime di mafia. È l’ultimo lavoro dell’artista veneziano Gianfranco Meggiato. Un’opera inserita nel programma di I-design tra i collaterali di Manifesta 12 e in Palermo Capitale Italiana della Cultura e a cura di Daniela Brignone. Dal 19 luglio, giorno in cui ricorre il 26esimo anniversario della strage di via D’Amelio in cui persero la vita il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina, l’installazione sarà visibile e visitabile in piazza Bologni a pochi passi da Palazzo Belmonte Riso – sede del Polo Museale Regionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Palermo – e dal No Mafia Memorial, la nuova istituzione culturale nata a Palermo per custodire la memoria dell’antimafia ed essere al contempo un luogo di incontro ed elaborazione sui diritti umani.

“La Spirale della vita”, l’opera creata utilizzando come materia prima 2000 sacchi militari, ha un diametro di 10 metri e rappresenta la prima installazione temporanea di grandi dimensioni realizzata a Palermo in memoria delle vittime di Cosa Nostra. Tra i patrocinatori dell’evento oltre al Comune e al Museo Riso ci sono il No Mafia Memorial presieduto da Umberto Santino, il Centro Paolo Borsellino presieduto da Rita Borsellino, il Marca (Museo delle Arti di Catanzaro) e la Fondazione Rocco Guglielmo.
Su progetto di Dario Scarpati, esperto di accessibilità museale, l’opera è concepita per consentire l’ingresso alle persone con disabilità motoria e agli ipovedenti in autonomia, grazie alla presenza di guide in braille, coniugando così gli aspetti legati all’arte e all’accessibilità. L’installazione sarà accompagnata da un catalogo pubblicato da Editoriale Giorgio Mondadori, con interventi istituzionali e saggi della curatrice Daniela Brignone e del critico Luca Nannipieri.

“Solo il libero pensiero, l’acquisizione di consapevolezza e non le armi – sottolinea l’artista Gianfranco Meggiato – possono salvare l’uomo da se stesso. L’uomo non ha bisogno di sovrastrutture ma, direttamente, con l’umiltà dell’apprendista, dovrà percorrere il proprio individuale labirinto per arrivare alla conoscenza”. Un progetto dal valore fortemente simbolico che parte dalla forma della spirale come rappresentazione del flusso vitale: quel percorso tortuoso che ognuno intraprende alla nascita, a volte tormentato da prove e fatiche, che conduce alla contemplazione e alla consapevolezza della verità e della giustizia. Valori rappresentati dall’imponente scultura – alta 4 metri – posta come punto di arrivo al centro dell’opera. Un’esperienza immersiva e multisensoriale che risulterà ancora più intensa per il visitatore che sarà investito dall’odore sprigionato dai sacchi di juta”.

“L’opera di Meggiato simboleggia la rinascita di un pensiero e di una coscienza che risveglia valori sopiti – dice la curatrice Daniela Brignone – Partendo dalla storia egli riscrive idealmente il futuro di un territorio, ridando un senso alla lotta per la libertà individuale. Attraverso l’espressione artistica, Meggiato traccia un percorso iniziatico, sospeso spazialmente e temporalmente, per ridestare gli animi dall’indifferenza al fine di intravedere la luce. La Spirale della vita coniuga così il valore dell’arte e della cultura a quelli dell’umanità”.

Scrive sul catalogo il critico d’arte Luca Nannipieri: “L’arte moltiplica la vita, anche quando affronta la materia più brutale dell’Italia democratica: i morti ammazzati per mafia. L’opera forse più civile di Gianfranco Meggiato dimostra che l’arte non è lontana dalle tragedie della storia. Le centinaia di vittime della mafia, trascritte una ad una sui sacchi militari, custodiscono questa spirale che culmina nella grande scultura di Meggiato, per testimoniare che l’arte è memoria della vita: è innalzamento della vita sulle macerie della morte. Se l’arte fosse soltanto estetica, sarebbe perdutamente ornamento, decorazione, cioè cosa superflua. In verità Meggiato dimostra, con quest’installazione, che l’arte è anche interrogazione viva sulle problematiche più brucianti e drammatiche del presente”.

“Il Polo Museale d’Arte Moderna e Contemporanea – dice la Direttrice del Polo Museale, Valeria Patrizia Li Vigni – ha aderito con entusiasmo all’ iniziativa di Daniela Brignone, inserita tra gli eventi collaterali di Manifesta 12, perché ben si allinea con gli obiettivi del Riso.  Il concetto di arte pubblica, condivisa e sociale, il lavorare in rete e fare sistema sono i principi perseguiti dal Riso e presenti nel progetto che vede la realizzazione dell’opera di Gianfranco Meggiato, artista di fama internazionale, a piazza Bologni.  Spazio esterno condiviso dal Riso, dal No Mafia Memorial e da I-design che dà luogo a un’opera concepita come percorso labirintico accessibile a tutti, simbolo del cammino impervio della vita. Si tratta del secondo evento del Riso inserito nei programmi di Manifesta 12 per la sezione Educational, dopo la mostra  “Breaking Myth” realizzata con lo SCAD University di Atlanta al Museo d’Aumale di Terrasini, altra sede del Polo Museale”.

GIANFRANCO MEGGIATO
Gianfranco Meggiato nasce il 26 agosto 1963 a Venezia. Nella sua opera guarda ai grandi maestri del 900: Brancusi per la sua ricerca dell’essenzialità, Moore per il rapporto interno-esterno delle sue maternità e Calder per l’apertura allo spazio delle sue opere. Lo spazio entra nelle opere di Meggiato e il vuoto diviene importante quanto il pieno. L’artista modella le sue sculture ispirandosi al tessuto biomorfo e al labirinto, che simboleggia il tortuoso percorso dell’uomo teso a trovare se stesso e a svelare la propria preziosa sfera interiore. Meggiato inventa così il concetto di “introscultura“ in cui lo sguardo dell’osservatore viene attirato verso l’interiorità dell’opera, non limitandosi alle superfici esterne. “A livello formale lo spazio e la luce non delimitano l’opera, scivolandole addosso come fosse un tuttotondo, ma penetrano al suo interno avvolgendone i reticoli e i grovigli arrivando ad illuminare la sfera centrale quale ideale punto di arrivo”.

A partire dal 1998 Meggiato partecipa ad esposizioni in Italia e all’estero, tra cui in USA, Canada, Gran Bretagna, Danimarca, Germania, Belgio, Olanda, Francia, Austria, Svizzera, Spagna, Portogallo, Principato di Monaco, Ucraina, Russia, India, Cina, Emirati Arabi, Kuwait, Corea del Sud, Singapore, Taipei, Australia. Nel 2007 le sue sculture monumentali sono presenti all’OPEN10 di Venezia – Esposizione Internazionale di Sculture ed Installazioni. Tra il 2007 e il 2009 gli vengono dedicate diverse mostre personali: dal Museo degli Strumenti Musicali di Roma, al Palazzo del Senato a Milano e al Museo Correr (Biblioteca Marciana) a Venezia.
Nel 2009 partecipa alla mostra di sculture monumentali “Plaza” di Milano, (ventesimo anniversario del crollo del Muro di Berlino) mentre nel 2010 installa una sfera monumentale sul Breath Building GEOX a Milano ed è invitato ad una mostra personale all’ UBS BANK di Lugano.

Nel 2011 e 2013 è alla Biennale di Venezia nei padiglioni nazionali. Nel 2012 in occasione di Art Bre a Cap Martin la sua Sfera Enigma viene presentata al Principe Alberto di Monaco e successivamente esposta sul porto di Montecarlo. Nel 2014 il Lu.C.C.A. Center of Contemporary Art ospita una personale dell’artista e lo invita a partecipare alla collettiva ”Inquieto Novecento”: Vedova, Vasarely, Christo, Cattelan, Hirst e la genesi del terzo millennio. Nel dicembre 2016 espone una scultura monumentale: Sfera Sirio diam. 2 metri nel parco Bayfront di Miami.

A febbraio 2017, nel complesso monumentale della Misericordia a Venezia, viene inaugurata una grande mostra antologica con più di 50 opere. Sempre nello stesso anno, a giugno, il museo MARCA di Catanzaro inaugura una grande mostra dedicata al suo lavoro in quattro location della città: Museo Marca, Scolacium, Musmi (Museo Militare) e Marca Open con ”Il Giardino delle Muse Silenti” una installazione di grandi dimensioni con otto opere monumentali all’interno di un labirinto. Ad Ottobre 2017 a Gianfranco Meggiato viene conferito il prestigioso premio ICOMOS-UNESCO ”per aver magistralmente coniugato l’antico e il contemporaneo in installazioni scultoree di grande potere evocativo e valenza estetica” Sempre nello stesso mese, in occasione di Pistoia capitale della cultura, Meggiato viene invitato ad esporre in piazza duomo con una sua installazione: Il Mio Pensiero Libero-Le Muse Silenti.

“In punta di piedi” di D’Alatri: la danza per dire ‘no’ alla mafia

In-punta-di-piedi“In punta di piedi”, per la regia di Alessandro D’Alatri, è un altro di quei film che raccontano la lotta alla mafia in modo diverso, commovente e profondo, ma non struggente o straziante. Sulla linea seguita da quelli di “Liberi sognatori” su Canale Cinque. “‘In punta di piedi’ è una storia di donne”, ha spiegato Bianca Guaccero – una delle attrici protagoniste con Cristiana Dell’Anna – presentando il film a “I soliti ignoti”. Il suo personaggio, Lorenza, è un po’ un’eroina moderna e contemporanea per la sua volontà ferrea di dire ‘no’ al potere mafioso, esattamente come Emanuela Loi (con Greta Scarano) e Renata Fonte (con Cristiana Capotondi) in “Liberi sognatori”. Senza paura e rischiando la vita. Ma non sarà sola. Nella sua battaglia sarà seguita da Nunzia (Cristiana Dell’Anna), madre della piccola Angela – che sogna di diventare una ballerina come la sua amica del cuore Lucia -. Entrambe le piccole hanno undici anni e amano danzare, da qui il titolo “In punta di piedi”; esso, però, si riferisce non solo al fatto di indossare le scarpette e ballare sulle punte dei piedi a danza, ma anche all’espressione – ad esempio – ‘entrare in punta di piedi’, ossia piano piano, lentamente, poco a poco. Ed è quello che fa la mafia, che si infila nella vita quotidiana e semplice delle persone comuni e cerca di controllarla con le intimidazioni, i ricatti, la violenza; anche a scapito di vittime innocenti, come la piccola Lucia; lei morirà in un agguato diretto a Vincenzo (padre di Angela) da parte della camorra, che voleva colpire sua figlia – che era insieme a Lucia appunto, ferita a morte per errore -; invece lui farà in tempo a salvarla, almeno quella volta, mentre per l’altra non ci sarà nulla da fare. Omicidio in pieno giorno di quella che “era solo una bambina”, “non c’entrava nulla”; e anche se la sua amica Angela era la figlia di un camorrista, pure lei non ha colpa, come tutti i figli dei camorristi, diceva la madre di Lucia al marito a proposito di Angela, che non voleva che la figlia la frequentasse, quando andava a casa loro. Le due erano amiche (vere amiche, sincere, innocenti e schiette, al di là di ogni interesse che non fosse quello umano) e studiavano insieme oltre ad andare nella stessa scuola di danza (Angela ne avrebbe potute scegliere altre, ma volle frequentare quella dove andava la sua migliore amica, anche litigando con il padre, per diventare brava come lei). Il parroco, al suo funerale, dirà che i camorristi sono: “degli assassini che impongono con il terrore le loro regole di un sistema fallato e malato”. Infatti Vincenzo era diventato un ‘delinquente’, aveva ucciso per mostrare fedeltà al clan degli Scissionisti, di cui diventerà capo. Dunque, da quel momento per Angela è rischioso girare, perché tutti loro sono presi di mira e i camorristi si possono rivalere in ogni istante su di loro a loro insaputa, in maniera inaspettata, perché la mafia colpisce di spalle, a tradimento, per un regolamento di conti insensato. Diventa pericoloso persino andare a danza, per questo il padre non ce la vuole mandare. Ma Angela non sente ragioni e fugge di casa, e si incontra con la sua amica Lucia. Purtroppo, però, ormai il padre ha scatenato la ‘guerra’ e i mafiosi non sentono ragioni. Per gli uomini come Vincenzo in posti come Secondigliano non ci sono possibilità: o con la mafia o contro di essa, a proprio rischio e pericolo. Nessun compromesso, non c’è modo di mediare: la fedeltà e sudditanza ad essa deve essere massima. Ma che vita è quella per cui ci si deve sempre nascondere, fuggire e scappare per non farsi prendere e uccidere? – si chiede Nunzia, moglie di Vincenzo e madre di Angela -. Per i giovani come sua figlia qui a Secondigliano non c’è niente, non ci sono prospettive per il futuro. Se si rincorre una speranza, è solo nell’andare lontano per trovarla. Lei sognava di andare a Parigi in viaggio con il marito; ora spera che la figlia possa andarvi con Lorenza (che è stata ballerina della Scala) e che la danza la possa portare via da tutto questo orrore, questo dolore e questa sofferenza di questa violenza indiscriminata a fratricida: perché la mafia e la camorra uccidono come la droga che ha portato via il figlio Alberto a Lorenza poco prima di incontrare Angela e la mamma. Ma, di fronte a questa camorra che vuole impedire a questa gente di vivere, di ballare e sognare, c’è chi come Lorenza sarebbe potuta allontanarsi e invece ha deciso di restare perché qui ci è nata e vorrebbe regalare la speranza di un domani migliore a tutti i ragazzi del posto in particolare. “Il mio sogno -dice – era far capire ai ragazzi che si può ancora sognare, si deve sperare e avere fiducia e soprattutto non smettere mai di sognare appunto e rincorrere i propri desideri”. A Secondigliano si muore e basta, imbruttiti dalla violenza della criminalità organizzata e della camorra, non a caso il verbo ‘salvare’ viene più volte ripetuto da donne come Nunzia e Lorenza: donne forti e coraggiose che hanno saputo prendere l’iniziativa di opposizione e contrasto a questi soprusi, in maniera diversa. Per dare una visione nuova, non più offuscata dal pessimismo di una distruzione totale.
Nunzia saprà proteggere la figlia, ma al contempo la porterà di nascosto a danzare da Lorenza e la farà andare con lei sino a Parigi, saprà capire ciò che è giusto fare. Angela “ha un talento naturale” per la danza – le spiega Lorenza – e delle volte, “anche se è pericoloso, vale la pena rischiare e correre il pericolo e il rischio (di lottare per la propria libertà metaforicamente)” – aggiunge, riferendosi al fatto che deve continuare a ballare a tutti i costi l’insegnante -. E lei così farà, seguirà il suo consiglio, anche andando contro il volere del marito e del suo clan.
Lorenza, da parte sua, fa anche dell’altro, oltre a dare questo suggerimento prezioso, lancerà un messaggio sociale molto importante nella sua scuola. La sua palestra è una specie di roccaforte contro la mafia, a difesa della libertà e dei diritti di ciascun essere umano. Come mostrato in altri film quali “L’oro di Scampia” con Beppe Fiorello, spesso lo sport salva molti giovani dal “perdersi” in questi posti e “vendersi” alla mafia. Un po’ come hanno fatto vedere a “Prodigi-la musica è vita” per molti Paesi del Terzo Mondo, in Africa ad esempio, in cui la musica e la danza hanno dato speranza contro la povertà a queste terre e popolazioni che non hanno niente se non il sorriso e la voglia di vivere e ridere; per questo molti progetti dell’Unicef sono stati finalizzati a far sì che le scuole di musica e danza nate spontaneamente potessero continuare a vivere, come le scuole costruite per insegnare e dare istruzione ai più piccoli, perché anch’esse sono scuola di vita per loro e simbolo di speranza e di sviluppo. Nella sua ‘enclave di umanità’, Lorenza vuole costruire la sua fortezza sicura di amore, con la danza emblema di questa battaglia in nome di una giusta causa: quella di ritrovare fiducia nel domani. Qui lei non si fa sottomettere, qui “si fanno le cose come vanno fatte” (e non secondo come vuole o vorrebbe la mafia, dettando le sue regole). Qui lei insegna a modo suo, cercando di educare nella maniera più corretta, costruttiva e positiva le sue giovani allieve. Per lei la danza è bellezza (in libertà), ma è anche sacrificio e rispetto; la danza, però, diventa bellezza quando è veramente libera di esprimersi, libertà pura in movimento, senza costrizioni né vincoli. Ma non si ferma qui, a fare cioè della danza la sua arma vincente e di forza, per una battaglia non violenta; va oltre istruendo le sue ragazze su un rapporto diverso, anche con e nell’amore. Perché esistono diverse forme di amore, ovvero di passione: quello per la danza, così come quello per un ragazzo. Però, spiega, se un ragazzo vuole impedire loro di ballare, il suo non è vero amore: è prepotenza; non vuol dire che non voglia bene alla sua fidanzata, le vuole bene, ma in modo sbagliato; tuttavia, spetta a loro ragazze dire quello che provano quando danzano. Perché, spesso, spiega una ballerina della scuola, “quando danzo mi sento come se le cose brutte non ci fossero più”.
La forza del film di D’Alatri non è solo la straordinaria interpretazione delle attrici (in una scena la commozione fino alle lacrime sul volto di Bianca Guaccero è sembrata davvero reale, conoscendo la sua sensibilità; e impossibile non credere che sia vero, immedesimandosi nella situazione di lei che deve farsi carico di Angela, che la madre affida a lei con un ultimo quasi sacrificio). C’è anche l’associare e mettere in parallelo, avvicinando e affiancando, la delicatezza della danza e della gioventù alla feroce violenza della mafia; l’amicizia forte e vera delle due undicenni Angela e Lucia e l’opprimente e soffocante legame (di finto rispetto) che unisce Vincenzo al clan degli Scissionisti e della camorra, che annulla ogni tratto di umanità e della sua persona. Usare uno strumento quale il ballo, così sofisticato ed elegante, magnificente, per affrontare e trattare il tema della mafia (che è il contrario, il suo esatto opposto), delle conseguenze negative che porta e della distruttività che comporta il suo operato e per mostrare il suo agire attraverso un’azione criminale e terroristica quasi disumana e disumanizzante, è un artificio interessante e molto ricercato, curioso, che rende il tutto più fruibile; la semplicità realistica della recitazione degli attori protagonisti fa tutto il resto. “In punta di piedi” è un film – dunque – semplice, efficace, reale, riuscito, non banale; essenziale eppure esemplificativo al massimo, che entra nel cuore dello spettatore ‘in punta di piedi’, in maniera delicata, ma altrettanto profonda e intensa.

25 anni fa l’ultimo viaggio di Falcone

Mafia: strage Capaci; ergastolo per 2 boss

Venticinque anni fa moriva Giovanni Falcone. Ucciso dalla mafia. Era il 23 maggio 1992, stava rientrando a Palermo, da Roma, insieme alla sua scorta. A pochi chilometri dalla sua città, il viaggio è finito per sempre. Quasi mezza tonnellata di tritolo li hanno fatto saltare in aria l’autostrada all’altezza dello svincolo di Capaci. Oggi è stata una giornata di celebrazioni. A Palermo i cortei partiti nel pomeriggio dall’aula bunker del carcere Ucciardone e da via D’Amelio sono arrivati all’albero Falcone in via Notarbartolo. Gli studenti hanno aspettato sotto l’abitazione del giudice Falcone fino alle 17,58, ora della strage di Capaci, hanno osservato un minuto di silenzio. Nel frattempo, musica, bandiere, cartelloni e palloncini colorati. “Nel ’92 non c’eravamo – dicono i ragazzi – ma oggi ci siamo e ci saremo”. Energie in marcia contro il grigiore della criminalità.

In testa al corteo, lo striscione “Palermo chiama Italia… la scuola risponde #23 maggio”, dal titolo dell’iniziativa promossa da Miur e Fondazione Falcone per commemorare le vittime delle stragi. Ai balconi, decine di lenzuoli bianchi appesi dai cittadini palermitani.

In mattinata dall’aula bunker, il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha ricordato i magistrati Giovanni Falcone, Francesca Morvillo, Paolo Borsellino e gli agenti della scorta Vito Schifani, Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Claudio Traina, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina. “Il risultato, così importante, del maxiprocesso – ha detto – non fu dovuto a una concomitanza di circostanze favorevoli ma all’impegno, alla determinazione, al coraggio anzitutto dei suoi ideatori; e di chi lo condusse”.

Il magistrato è stato ricordato anche alla Camera dei deputati. Per i socialisti è intervenuto Oreste Pastorelli. “Noi socialisti – ha detto il deputato del Psi nel suo intervento – siamo particolarmente affezionati alla figura di Giovanni Falcone e fin da subito gli abbiamo riconosciuto nell’opera di contrasto alla mafia una grande capacità innovativa. La sintonia con questo magistrato, fu forse determinata dall’osservare quanto fosse fitta la schiera dei suoi oppositori e quanto fosse pericolosa la marea montante delle dicerie che avrebbe alla fine portato al suo isolamento rendendolo vittima predestinata e indifesa”.

“Claudio Martelli – ha ricordato Pastorelli – lo volle con sé al ministero di Giustizia, ma la simpatia, certamente umana, era una simpatia tutta politica, nel senso alto della parola. Avevamo capito che quel magistrato stava stracciando un copione che risultava utile a tanti, ma non a combattere la mafia. Falcone e Borsellino avevano deciso che Cosa Nostra andava combattuta con metodi moderni, che bisognava seguire la traccia dei soldi, una traccia che non puzzava, ma che avrebbe portato prove inoppugnabili in tribunale. Invece, al cosiddetto ‘terzo livello’, non ci credevano per niente perché – spiegavano – è la mafia che comanda gli altri poteri e non viceversa. Oggi – ha concluso Pastorelli – li richiamiamo alla memoria a 25 anni dagli attentati in cui persero la vita. Li ricordiamo con affetto e riconoscenza”.

Media Art Festival. I vincitori dell’ultima edizione al MAXXI

Si è conclusa la cerimonia di premiazione del Media Art Festival 2017, al MAXXI.

media art festivalEcco i vincitori delle diverse categorie:

– Vincitore Hackreativity, Seangolare App, progetto realizzato dal team ApStart del liceo Lazzaro Spallanzani di Tivoli con Cinzia Dell’Omo di By the Sea, un laboratorio di design, produzione, riparazione e vendita di capi su misura per sport acquatici di superficie.

L’applicazione Seangolare App rende più immediato l’acquisto online di prodotti per sport acquatici, garantendo accessibilità, rapidità e praticità.

http://www.mondodigitale.org/it/news/hackreativity-i-vincitori

– Migliore opera realizzata con le scuole: “La sua lingua, la nostra lingua”, installazione sonora interattiva realizzata da Francesco Bianco e gli studenti dell’ITTSET Emanuela Loi di Nettuno

La sua lingua e la nostra

– Migliore opera della call internazionale: “Elektromistel” del collettivo RAUMZEITPIRATEN. Biografia. Tobias Daemgen, Jan Ehlen, Moritz Ellerich sono un collettivo artistico incentrato sul concetto di curve dello spazio e del tempo. Dal 2007 usano e uniscono vecchie e nuove tecnologie visive e uditive per architetture luminose e sonore. Le loro opere sono finalizzate all’interattività, e ai collegamenti sperimentali di suoni, immagini, oggetti, spazio e tempo per un alternately-self-expanding-multimedia-performance-surround-spaceship-laboratory-travel verso un luogo situato tra scienza e fantascienza. Opera. Un ambiente luminoso interattivo per trasformare lo spazio urbano, consentendo un nuovo approccio alla città. Diversi gruppi di sculture sonore e visive, formate da luci sensibili che reagiscono ai suoni che le circondano, sono montate temporaneamente su alberi e piante della città, proiettando sequenze animate di luce e ombra sull’architettura circostante. Ispirato al vischio europeo, una pianta parassita, il progetto gioca con le strategie parassitarie e simbiotiche. (2017, progetto Enlight)

ENLIGHT

Borsellino, a vent’anni dalla strage. Il Presidente Napolitano: «Non c’è ragion di Stato che giustifichi ritardi nella ricerca della verità»

“Come ha fermamente dichiarato il Presidente del Consiglio Monti ‘non c’e’ alcuna ragion di Stato che possa giustificare ritardi nell’accertamento dei fatti e delle responsabilita’, ritardi e incertezze nella ricerca della verita’ specie su torbide ipotesi di trattativa tra Stato e mafia”. Così il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano, in occasione del 20° anniversario del tragico attentato in cui persero la vita Paolo Borsellino e gli agenti addetti alla sua tutela, nel messaggio inviato all’odierna commemorazione promossa dall’Associazione Nazionale Magistrati a Palermo”. Continua a leggere