Infanzia di serie B, dopo la tragedia di Rebibbia

bambini carcere“Adesso i miei figli sono liberi, gli ho dato la libertà”, ha detto al suo avvocato dopo il gesto la donna di 33 anni, detenuta a Rebibbia che lo scorso 18 settembre ha gettato i due figli dalla tromba delle scale. La piccola di sei mesi è morta sul colpo, mentre il bambino di un anno e mezzo è morto ieri sera in ospedale. Il gesto ha riportato alla memoria il problema della situazione nelle carceri in Italia, ma soprattutto ha portato alla luce le problematiche a molti sconosciuti, di bambini che passano scontano le pene con le loro madri.
Nel XIII rapporto di Antigone al 30 giugno 2016 sono ancora 41 i bambini conviventi in istituto con la madre, 38 le madri detenute con figli in carcere e 8 quelle incinte. Inoltre, stando al dettaglio delle presenze al 31 dicembre 2016, su un totale di 33 madri detenute, presenti in Emilia-Romagna, Lazio, Lombardia, Piemonte, Sardegna e Veneto, 23 (più di due terzi) sono cittadine straniere, mentre le cittadine italiane sono 106.
Il Governo che sta facendo battaglie per la tutela della famiglia e dei figli pare aver dimenticato questi bambini, ma non è il solo. Esiste la legge per le “Misure alternative alla detenzione a tutela del rapporto tra detenute madri e figli minori”, che è stata pubblicata, simbolicamente, l’8 marzo 2001. Il testo prevede, per le madri con figli di età inferiore ai dieci anni, l’applicazione di due tipi di provvedimenti: detenzione speciale domiciliare ed assistenza esterna dei figli minori. Purtroppo i primi mesi di applicazione della nuova legge non hanno portato a risultati significativi. Sono infatti pochissime le detenute che ne hanno potuto usufruire. Ciò è dovuto soprattutto al fatto che la legge in questione riguarda soltanto le donne che scontano una condanna definitiva, quindi appena la metà sul totale delle recluse.
Nel 2011 poi è stata approvata la legge 21 aprile 2011 n. 62 sulle detenute madri, un provvedimento che sarebbe dovuto servire a interrompere la barbarie dei bambini reclusi in un strutture carcerarie, inadeguate a una crescita sana. A qualche anno dall’entrata in vigore della suddetta legge, gli esperti del settore sostengono che il testo normativo presenta dei limiti, e che sinora non è stato capace di risolvere la questione.
Tornando al caso di Rebibbia, il ministro della Giustizia Alfonso Bonafede ha deciso per la ‘linea dura’ dopo quanto accaduto e ha sospeso la direttrice e la vicedirettrice della sezione femminile del carcere e inoltre il vicecomandante del reparto di Polizia Penitenziaria.
“Non so di quale errore siano responsabili. So però che non meritavano, alla luce della loro preziosa carriera, tale sospensione dall’incarico”, ha commentato Patrizio Gonnella, presidente Associazione Antigone che ha spiegato: “Di certo, da oggi le detenute del carcere romano non staranno meglio di prima. Una volta che il capro espiatorio è servito dovremo affrontare un altro tema, ossia cosa vogliamo che accada quando una madre di un bimbo piccolo finisce in carcere. Sono molti i Paesi dove i bambini sono destinati all’istituzionalizzazione”.

Cure diverse per il Pd da Zingaretti e Calenda

zingaretti calendaL’impensabile è successo. Il Pd ai ballottaggi comunali del 24 giugno ha perso perfino le sue città gioiello in Toscana, in Emilia Romagna e in Umbria. C’è stato un terremoto, le roccaforti rosse non esistono più. Ha ceduto anche “l’alleanza larga” tra i democratici e gli altri partiti del centro-sinistra: Siena, Massa e Pisa in Toscana, la regione dell’ex segretario democratico Matteo Renzi, sono state conquistate dal centro-destra a trazione leghista. Una vera ecatombe: nel 2013 il centro-sinistra in Toscana amministrava ben 10 capoluoghi su 11, ora invece conta appena su 3 sindaci.
Perfino a Siena ha abbassato la bandiera: la crisi e la nazionalizzazione del Monte dei Paschi, un tempo banca onnipotente, ha avuto conseguenze devastanti. Imola, in Emilia Romagna, è stata espugnata dal M5S, nonostante al primo turno del 10 giugno fosse in vantaggio il centro-sinistra con il 10% dei voti. È scattata l’alleanza grillo-leghista, quella del governo nazionale, e non c’è stato niente da fare.
È una disfatta ad alto contenuto simbolico e segue il tracollo al 18% dei voti subito dal Pd nelle elezioni politiche di tre mesi fa. Malissimo anche il tandem Bersani-D’Alema, già alle politiche Liberi e Uguali aveva appena superato il 3%. Il centro-sinistra ai ballottaggi comunali riesce a spuntarla sono in alcune città, come Brindisi ed Ancona, e in due municipi di Roma grazie all’effetto Raggi. Nella capitale il centro-sinistra è riuscito a vincere alla Garbatella e al Nomentano (circa 300 mila abitanti), per la fallimentare amministrazione della sindaca grillina (il M5S non è stato ammesso neppure al ballottaggio).
Ancora è presto per capire dove si sono diretti precisamente gli elettori in fuga dal Pd e dal centro-sinistra, ma certamente si è aperta una nuova fase politica che ha azzerato la Seconda repubblica. Molti cittadini progressistinei ballottaggi comunali si sono ancora rifugiati nell’astensione (i votanti sono stati appena il 47,61% nei ballottaggi comunali, in calo rispetto al già al basso dato del 60,7% del primo turno). Ma tanti elettori di centro-sinistra sembra siano rimasti affascinati perfino dalla destra sovranista e nazionalista di Matteo Salvini, facendo vincere i sindaci del centro-destra non solo nel nord Italia (come a Ivrea e a Sondrio), ma anche nelle regioni per 70 anni con un cuore rosso (è andata all’alleanza Salvini-Berlusconi-Meloni anche Terni, la città umbra dell’acciaio, un simbolo dell’industria siderurgica italiana e della sua crisi).
Già, la chiusura di tante fabbriche determinata dalla globalizzazione economica, ha assestato un nuovo colpo alla sinistra, o meglio alle tante sinistre divise. Nelle elezioni politiche del 4 marzo, il beneficiario della crisi è stato soprattutto il M5S di Luigi Di Maio (nel Sud devastato dalla desertificazione produttiva ha incassato circa il 50% dei voti totali), nei ballottaggi comunali invece è premiato l’attivismo di Salvini, vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno e segretario della Lega.
Hanno fatto breccia le tante promesse populiste giallo-verdi tutte da mantenere: blocco dell’immigrazione in Italia, “pace fiscale” (di fatto un condono), flat tax, superamento della legge Fornero, reddito di cittadinanza, abolizione dei vitalizi ai parlamentari e agli ex onorevoli, taglio delle “pensioni d’oro” e aumento di quelle minime, tutela dei lavoratori precari come i rider (i fattorini per la consegna a domicilio dei pasti), aumento degli investimenti pubblici e dell’occupazione.
La politica seduttiva quotidiana degli annunci verso i ceti popolari e contro le élite ha premiato più il segretario del Carroccio che il capo del M5S. I disoccupati, i precari, i piccoli imprenditori e i professionisti tartassati dalle tasse, il ceto medio impaurito e i lavoratori hanno voltato le spalle al centro-sinistra e hanno dato fiducia nelle elezioni politiche soprattutto ai cinquestelle e, adesso nelle comunali, i loro consensi sono andati in particolare ai leghisti. Lega e M5S hanno inghiottito e distrutto il centro-sinistra.
Ora il Pd e la sinistra rischiano l’estinzione e si è aperta la discussione su cosa fare, come rimediare al disastro. C’è da riflettere sui tanti errori, su come risolvere l’esplosione delle disuguaglianze, la compressione dei diritti e l’immigrazione incontrollata.
Al capezzale del Pd accorrono medici con cure diverse. Maurizio Martina, segretario reggente democratico, è prudente: «C’è bisogno di leadership nuove ma il centrosinistra non può prescindere al Pd». Secondo Nicola Zingaretti, governatore del Lazio, possibile candidato alla segreteria del partito su una impostazione socialdemocratica, «un ciclo storico si è chiuso» e «va ripensata» con coraggio l’intera strategia. C’è chi pensa, invece, a un superamento dello stesso Pd e a una nuova aggregazione liberaldemocratica sul modello di Emmanuel Macron in Francia. L’ex ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda ha indicato la strada di un nuovo inizio: «Andare oltre il Pd subito, verso un fronte repubblicano». Su posizioni analoghe il Psi. Riccardo Nencini ha proposto di rivedere tutto costruendo una alleanza riformista repubblicana «aperta e inclusiva». Certo sarebbe singolare una Italia senza più la sinistra e il centro-sinistra.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Le Case della Salute, obiettivo mancato nel Lazio

casa della saluteContinua la polemica sulle Case di Salute. Dopo il caso sollevato in Emilia Romagna dal sindacato, ora le critiche sulla mancanza di Case di Salute arriva nel Lazio.
I sindacati infatti lamentavano il fatto che le Case della Salute siano importanti e che quindi devono essere sviluppate in tutta la Regione Emilia Romagna: “Quelle realizzate fino ad ora coprono circa il 45 % della popolazione di riferimento – si leggeva nel comunicato – e quindi CGIL -CISL -UIL credono che si debba procedere celermente per la piena realizzazione di quelle programmate e per far si che tutti i cittadini della nostra regione possano avere punti intermedi territoriali a cui accedere invece di andare verso le strutture ospedaliere e i pronti soccorso quando non è necessario”.

La stessa mancanza di realizzazione delle strutture territoriali adeguate è stata evidenziata anche nella Regione Lazio: nel 2016 ad esempio solo 9 delle 48 “Case della Salute” annunciate nel 2013 dalla Regione hanno aperto i battenti, nel 2017 qualcosa si muove, ma la quota è ancora bassa: appena 12 su 48. I “Programmi Operativi 2013–2015” avevano fissato «l’obiettivo di attivare una Casa della Salute presso ciascun distretto» e di «attivare nell’area romana 5 case della salute entro il 31.12.2014».
“Se dovessimo giudicare l’azione della giunta Zingaretti sulla sanità, o meglio, sulla medicina territoriale – cavallo di battaglia del governatore – non avremmo esitazioni a decretarne una sonora bocciatura. Le Case della salute che dovevano essere uno dei ‘pilastri’ del settore, dimostrano a pieno titolo quanto inconsistenti siano gli annunci di parte regionale”. Lo dichiara il presidente di AssoTutela Michel Emi Maritato che insiste: “Nel 2013 ne furono promesse 48, a tutt’oggi ne abbiamo 12 in tutto il Lazio e una soltanto a Roma. Per giunta, quelle esistenti mancano delle linee guida che individuano le modalità di accesso ai servizi. Per non parlare dei fondi investiti: soltanto per la cartellonistica ci sono costate 48 mila euro al momento dell’inaugurazione delle prime quattro. Si tratta di 12mila euro per ogni presidio o si intendeva lo stanziamento per tutte? E ancora, ci chiediamo se, oltre ai 4 milioni di finanziamento totale destinati all’uopo nel 2014 dalla giunta regionale ci siano stati altri impegni economici. Ad esempio, la retribuzione dei medici di medicina generale è costituita da fondi aggiuntivi o le loro prestazioni nelle Case sono dovute contrattualmente, come avviene in altre regioni? Attendiamo risposte immediate da Zingaretti perché si tratta di risorse e, ancora più importante, della tutela della salute di tutti i cittadini”, chiosa Maritato.

Arriva Spid, una password per tutti i servizi online

fila alla posta pubblica amministrazioneUna sola password che dà accesso ai servizi online della pubblica amministrazione. Si tratta della Spid, acronimo di Sistema pubblico d’identità digitale, che parte dal 15 marzo. Una chiava unica di acceso per avere accesso a servizi pubblici come che vanno dal pagamento della Tasi al bollo auto. Ma anche le prestazioni sanitarie o il fascicolo dell’Inps sono gestibili via web, tramite pc, tablet o smartphone. Per ora sono 114 i servizi dell’Istituto nazionale di previdenza (riscatto della laurea, richiesta degli assegni familiari), a cui si aggiungono 103 servizi dell’Inail (consultazione Cud, richiesta bollettini) e molti dell’Agenzia delle entrate.

Al momento sono 6 le Regioni già pronte con alcuni servizi locali: Friuli Venezia Giulia, Piemonte, Liguria, Emilia Romagna, Marche e Toscana (con la possibilità di saldare tributi, mensa scolastica e ticket sanitari via web). Ma fanno sapere dall’Agid, l’Agenzia per l’Italia digitale, che altre amministrazioni sarebbero pronte a breve ad annunciare la propria partenza. Per proteggere la privacy così come disposto dal garante, sono stati disegnati tre livelli di sicurezza, a seconda del servizio. Al livello base serve solo il pin unico (username e password), al secondo gradino si affianca una “one time password” (usa e getta, come quelle degli home banking), al terzo si aggiunge una sorta di “smart card”, un supporto fisico (è il caso di operazioni come il trasferimento di fondi o lo scambio di documenti con dati sensibili).

A un solo pin si associa anche un unico link, un “bottone” telematico contraddistinto da un logo, la sigla Spid in blu e bianco. Non sarà solo una questione di grafica, Agid ha lavorato affinché il sistema fosse semplice e accessibile per tutti i cittadini, partendo dal fatto che spesso i servizi digitali non vengono sfruttati proprio perché difficili e poco chiari. Il governo sta anche lavorando a costruire un portale, un’interfaccia per tutta la pubblica amministrazione digitale e il progetto ha già un nome: Italia login. D’altra parte Spid è la punta di diamante di un nuovo corso in cui rientrano anche l’Anagrafe unica i pagamenti elettronici e il domicilio digitale.

Lo Spid arriva per raccomanda o per mail. Ma l’invio non sarà automatico, si deve fare richiesta al gestore dell’identità digitale: un’operatore dedicato, accreditato dalla pa e iscritto in un apposito albo (per ora Tim, Poste e Infocert). Per ottenere lo Spid occorre dare dati anagrafici: nome, cognome, sesso, luogo e data di nascita, codice fiscale, estremi del documento d’identità, mail, numero di cellulare. Tutto sarà poi sottoposto a verifica (a vista o per vie digitali). L’Agid, l’Agenzia per l’Italia digitale che guida le operazioni, assicura che lo Spid è a costo zero, “smart card”esclusa.

Una chiave di accesso che dovrà essere aggiornata ogni 6 mesi, avrà una lunghezza di almeno 8 caratteri di cui un simbolo speciale (%, #, $) e vedrà l’inserimento di lettere minuscole e maiuscole. La password va aggiornata ogni sei mesi. Sarà comunque il gestore dell’identità digitale, a dettagliare gli standard.

Redazione Avanti!

 

Dipendenti province: su 15mila 2mila in mobilità

provinceromaArriva la prima mappa del ministero della Pubblica Amministrazione sui dipendenti delle Province, per i quali sta partendo il ricollocamento. I dati finora ne vedono coinvolti oltre 15mila, di cui 5.575 verranno direttamente presi dalle Regioni, poco meno andranno all’Agenzia del Lavoro, per altri 2.889 scatta la pensione, mentre la mobilità riguarderebbe 1.957 persone. Il ministero precisa che si tratta di uno screening iniziale, che si basa sulle informazioni comunicate da Province e Regioni entro il 2 novembre, termine previsto per l’inserimento sul portale Mobilità del Governo dei dati su soprannumerari e posti liberi, così da incrociare domanda e offerta di lavoro. Al ministero risulta la partecipazione di 12 regioni a statuto ordinario su 15 (80% del totale) ed 85 enti di area vasta, che subentrano alle Province, su 86 (98,8% del totale).

Inoltre, fa sapere sempre il ministero, le regioni Emilia Romagna, Veneto e Marche hanno indicato di procedere direttamente al ricollocamento di tutto il personale interessato dai processi di mobilità dei rispettivi enti di area vasta. Nel dettaglio le Regioni, che assumono le funzioni non fondamentali delle ex-Province, sono pronte a ricollocare 5.575. Ne resterebbero fuori, sempre considerando i dati finora arrivati, 9.610. Per oltre la metà (5.337) però sarebbe già stato individuato posto nella nuova Agenzia per il Lavoro (punto di raccordo dei centri per l’impiego). Inoltre entro il 31 dicembre del 2016 2.889 dipendenti delle ex-Province andranno in pensione.

C’è poi lo sbocco degli uffici giudiziari (sono ora in corso le procedure per la ricollocazione di 92 persone, ma i posti in palio sono molti di più, tra i 3 e i 4 mila). Ecco che rimarrebbero 1.957 trasferimenti da gestire attraverso il ministero della Pubblica Amministrazione secondo i criteri fissati in un apposito decreto, uscito a settembre (vicinanza all’ufficio di origine, considerazione di problemi legati alla disabilità). Poco meno di duemila quindi, di cui 744 appartengono al canale della polizia provinciale.

Redazione Avanti!

Istat. Vicino alla pensione 2 milioni di persone

Gli occupati tra i 58 e i 63 anni, la platea dei potenziali destinatari delle misure di flessibilità in uscita dal lavoro, sono quasi due milioni, due terzi dei quali uomini. Lo afferma l’Istat nell’audizione alla Commissione lavoro della Camera. L’Istat sottolinea che in questa fascia è aumentato il numero delle persone in cerca di lavoro. I disoccupati in questa fascia di età sono 111.000 e sono passati dal 3% del 2008 al 5,3% del 2015. – Gli occupati tra i 58 e i 63 anni, la platea dei potenziali destinatari delle misure di flessibilità in uscita dal lavoro, sono quasi due milioni, due terzi dei quali uomini. Lo afferma l’Istat nell’audizione di oggi alla Commissione lavoro della Camera. L’Istat sottolinea che in questa fascia è aumentato il numero delle persone in cerca di lavoro. I disoccupati in questa fascia di età sono 111.000 e sono passati dal 3% del 2008 al 5,3% del 2015.

Una donna su due sotto 1.000 euro al mese – Nel 2014 la maggioranza delle pensionate (52,8%) aveva redditi da pensione inferiori a 1.000 euro al mese contro appena un terzo degli uomini. Lo afferma l’Istat in una audizione alla Camera spiegando che il 15,3% delle pensionate ha redditi inferiori a 500 euro. Solo il 10,2% delle pensionate percepisce un reddito da pensione superiore a 2.000 euro contro il 23,9% dei pensionati uomini. Le donne sono la maggioranza dei pensionati (il 52,9%) ma percepiscono un importo medio mensile di 1.095 euro contro i 1.549 degli uomini.

30% donne lascia lavoro dopo figlio – Il 30% delle donne occupate ha lasciato il lavoro dopo la gravidanza. Lo afferma l’Istat in una audizione alla Camera spiegando che il tasso di abbandono del lavoro per le donne nate dopo il 1964 è al 25%. Il dato risente anche della crisi: tra il 2005 e il 2012 il tasso di abbandono è passato dal 18,4% al 22,3%. “Il problema delle interruzioni del lavoro è critico per le donne – spiega Linda Laura Sabatini – perchè si traducono in uscite prolungate di almeno 5 anni in almeno il 60% dei casi”. Oltre ad avere più interruzioni per motivi familiari – sottolinea l’Istat – i percorsi lavorativi delle donne sono più spesso caratterizzati da lavori atipici: tra gli occupati, di età compresa tra i 16 e i 64 anni nel 2009 solo il 61,5% delle donne ha avuto un percorso interamente standard, contro il 69,1% degli uomini. Inoltre, dagli anni ’90 è progressivamente aumentato il part-time femminile (dal 21% del 1993 al 32,2% del 2014), con conseguenti minori livelli medi di retribuzione e importi più bassi dei contributi versati. A ciò va aggiunto che la quota delle lavoratrici irregolari è superiore a quella maschile, con un valore pari all’11,1% contro l’8,9% (media triennio 2010-2012). L’Italia – avverte l’Istat – ”continua a essere un Paese caratterizzato da un’elevata asimmetria dei ruoli nella coppia (il 72% delle ore di lavoro di cura della coppia con figli sono svolte dalle donne), da una bassa offerta dei servizi per l’infanzia e una crescente difficoltà di conciliazione, soprattutto per le neomadri (dal 38,6% del 2005 al 42,7% del 2012). I differenziali di genere nelle pensioni non verranno colmati fintanto che non saranno superate le disuguaglianze di genere nel mercato del lavoro, nell’organizzazione dei tempi di vita, e non sarà disponibile una rete adeguata di servizi sociali per l’infanzia”.

52,7% in pensione in 2015 con oltre 40 anni contributi – Nel secondo trimestre 2015 oltre la metà delle persone andate in pensione aveva versato contributi per più di 40 anni (il 52,7%). Lo rileva l’Istat spiegando che la percentuale era al 10,6% nel 2005. La percentuale di coloro che si è ritirato con meno di 30 anni di contributi è inferiore al 7% mentre era al 17,2% nel 2005. L’aumento dell’età necessaria per l’assegno di vecchiaia ha determinato l’aumento della percentuale di chi ha versato più di 40 anni di contributi soprattutto tra le donne portandola dal 7% al 54,8%.

Boeri no a stillicidio misure parziali – L’auspicio del presidente dell’Inps, Tito Boeri, più volte dichiarato è che sulle pensioni “si faccia un intervento organico e strutturale”. A Napoli, a margine della presentazione del bilancio sociale della Campania, il numero uno dell’Istituto di previdenza ha ribadito che “sulle pensioni bisogna intervenire non con lo stillicidio di misure parziali”. “Ci vorrebbe davvero un’ultima riforma delle pensioni per poi non dovere più intervenire in seguito”, ha sottolineato. “Preferisco non esprimermi sulla legge di stabilità fino a quando non ci sarà un testo definitivo, ormai manca poco tempo quindi aspettiamo di vedere cosa emergerà. È chiaro – ha concluso Boeri – che ci sono dei vincoli molto stringenti. Io mi auguro che ci sia uno spazio per fare un intervento serio in materia pensionistica”.

Sicurezza e prevenzione a 360 gradi

INAIL AD AMBIENTE LAVORO

La consueta attenzione ai temi della prevenzione, ma anche un interesse crescente per il benessere lavorativo e la sicurezza ambientale. Si è presentata sinteticamente così l’edizione 2015 di “Ambiente Lavoro”, la rassegna annuale svoltasi alla Fiera di Bologna da mercoledì 14 a venerdì 16 ottobre 2015. Anche l’Inail è stato tra i partner della manifestazione, presente con un suo stand e con un’ampia offerta di convegni, seminari e workshop.

Un’occasione importante per il trasferimento di saperi e conoscenze.
Giunto alla sua 16° edizione, il salone ha voluto rinnovare i dati positivi dello scorso anno, che ha visto la presenza di 181 espositori diretti e 35 partner tra istituzioni e associazioni coinvolte, più di 14mila visitatori, oltre 500 prodotti e servizi presentati, 248 tra corsi, convegni e seminari e 756 ore di formazione erogate. Per l’Inail – copromotore e coorganizzatore dell’appuntamento insieme all’Azienda sanitaria locale di Modena, alla Regione Emilia Romagna e al Coordinamento interregionale della prevenzione nei luoghi di lavoro – la partecipazione a “Ambiente Lavoro” è stata come al solito un’occasione importante per il trasferimento di saperi e conoscenze, nonché di diffusione di buone pratiche e linee guida, nel quadro del suo ruolo istituzionale all’interno del Polo nazionale di salute e sicurezza sul lavoro.

Rotoli: “Fare rete per il più ampio e condiviso sostegno alle politiche di prevenzione”. “Le istituzioni pubbliche, le parti sociali e tutti gli attori del sistema di prevenzione del nostro Paese hanno la responsabilità di fare rete, per il più ampio e condiviso sostegno alle politiche di sviluppo della cultura in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro – ha affermato in proposito Ester Rotoli, direttore centrale Prevenzione Inail – favorendo la sistematizzazione delle relazioni e la socializzazione delle conoscenze, come del resto auspicato nella recente “Comunicazione della Commissione Europea relativa ad un quadro strategico dell’Ue in materia di salute e sicurezza sul lavoro 2014-2020”.

Dall’Inail uno strumento per calcolare la “non sicurezza”. Tra gli eventi realizzati promossi dall’Inail, da segnalare un interessante seminario dedicato ai costi della “non sicurezza” organizzato da direzione centrale Prevenzione, Consulenza tecnica accertamento rischi e prevenzione centrale e Consulenza statistico attuariale. Nel corso dell’incontro si è cercato di mettere in luce come sia fondamentale per le imprese conseguire una maggiore consapevolezza degli alti costi che gravano sul bilancio in caso di eventi infortunistici e di malattie professionali. In questo contesto, è stato presentato il software “Co&Si” (Costi e Sicurezza), l’applicativo che mette insieme una serie di parametri utili per contabilizzare le spese che l’azienda sostiene per la mancata sicurezza sul lavoro, qualificandosi come uno strumento in più per far comprendere che la sicurezza e la salute sono impieghi di risorse preziose anche per la competitività e la produttività delle aziende. “Investire in sicurezza conviene – ha continuato Rotoli – perché sostiene l’aumento della produttività, migliora la qualità della vita dei lavoratori, migliorando i luoghi di lavoro e, di conseguenza, sostiene anche la crescita”.

Dall’Istituto un calendario articolato di convegni, seminari e workshop. L’offerta formativa/informativa Inail a “Ambiente Lavoro” 2015 ha incluso anche altri temi. Oltre a essere presente con un proprio stand, in cui è stato offerto ai visitatori informazioni e materiale promozionale, l’Istituto ha disposto una serie di sessioni, suddivise in convegni, seminari e workshop, organizzati da direzione centrale Prevenzione in collaborazione con altre strutture dell’ente (Contarp, Csa, Cte, Ditsipia, DiMeila), che si sono svolte lungo tutto l’arco delle tre giornate dell’evento e hanno fornito una panoramica ampia e articolata delle sue attività. A partire proprio dai tre convegni nazionali, che si sono occupati della gestione della sicurezza sul lavoro come strategia per la riduzione di infortuni e malattie professionali, dell’applicazione dei regolamenti Europei delle sostanze chimiche in ambito sanitario e dell’applicazione dei regolamenti Reach e Clp nei luoghi di lavoro.

Dal Piano nazionale prevenzione alla sicurezza dei prodotti chimici. Scorrendo brevemente i temi dei seminari prodotti, giova annotare in particolare l’esame delle ultime novità normative sugli allestimenti temporanei di fiere, mostre ed eventi; che ha analizzato il benessere organizzativo nel Piano nazionale di prevenzione e la discussione sulla sicurezza sui ponteggi metallici fissi. Ancora, si è affrontata l’importanza dell’elemento umano nella gestione sistemica del rischio organizzativo e si è dibattuto su temi specifici come la sicurezza delle perforatrici, le vibrazioni nel settore delle macchine, i sistemi di della sicurezza nell’adozione di prodotti chimici pericolosi nelle piccole e medie imprese, la sicurezza delle macchine agricole o forestali.

Atmosfera, antifumo, rischi chimici: alcuni dei temi dei workshop Inail. Altrettanto interessanti per gli operatori gli altri argomenti proposti nei workshop, che hanno tutti avuto luogo presso la saletta dello stand Inail al Padiglione 36: dall’utilizzo dell’elettromiografia di superficie nella valutazione del rischio biomeccanico alle proposte migliorative in materia di organizzazione e formazione degli addetti al primo soccorso nei luoghi di lavoro; dalla valutazione del rischio negli impianti di protezione contro le scariche atmosferiche alle tematiche legate al divieto di fumo e ai programmi di promozione della salute contro il tabagismo; dai rischi architettonici all’impatto della popolazione straniera in Italia e alle sue ricadute su salute e prevenzione; dai rischi chimici e dispositivi di protezione all’esposizione ai campi elettromagnetici negli ambienti di lavoro.

Inail

VIA ALLA NUOVA RILEVAZIONE DI CUSTOMER SATISFACTION

Si è svolta dal 12 al 23 ottobre scorso negli uffici territoriali dell’Inail la rilevazione periodica di customer satisfaction, l’appuntamento a cadenza annuale finalizzato a conoscere il giudizio dell’utenza e a misurare il grado di soddisfazione rispetto ai servizi forniti dall’Istituto, con l’obiettivo di promuovere una strategia orientata alla qualità e al miglioramento continuo. Sono stati invitati alla compilazione dei questionari tutti coloro che usufruiscono, o hanno usufruito, dei servizi Inail nell’ultimo anno. Il monitoraggio – oltre al canale “Sportello” – è stato effettuato anche attraverso i canali a distanza del web e del contact center telefonico, con possibilità di una proroga fino a due settimane.

Le modalità di partecipazione. Nelle sedi territoriali gli utenti delle categorie “aziende” (datori di lavoro, consulenti e associazioni di categoria ) e “lavoratori” (infortunati, tecnopatici, titolari di rendita e patronati) sono stati invitati alla compilazione di un questionario, disponibile anche in inglese, francese, tedesco e sloveno, e hanno potuto usufruire dell’assistenza del personale incaricato. Il monitoraggio delle opinioni dell’utenza aziende è avvenuto, invece, via web, attraverso l’invio di un messaggio di posta elettronica contenente un link per la compilazione online del questionario o direttamente dal portale dell’Istituto, tramite un apposito link collocato nel menu di accesso ai servizi online. I lavoratori e i loro rappresentanti sono stati, infine, intervistati al telefono dagli operatori del contact center multicanale.

Valutate tutte le prestazioni erogate a livello centrale e locale. In coerenza con la strutturazione dello scorso anno e con la metodologia di individuazione degli standard di qualità 2015, agli utenti è stato chiesto di esprimere una valutazione in merito ai servizi generali complessivi gestiti a livello centrale (sito istituzionale, servizi online ed erogati dal contact center) e ai servizi di sede (organizzazione e accoglienza degli ambienti, adeguatezza e chiarezza delle informazioni ricevute, disponibilità, competenza e professionalità del personale).

Domande mirate per tipologie di utenza. Ciascun gruppo di utenza ha potuto, inoltre, esprimere il proprio giudizio su alcuni servizi specifici: il rapporto assicurativo, i processi di certificazione e verifica e la prevenzione e sicurezza nel caso di datori di lavoro, consulenti e associazioni di categoria; i servizi di sportello, le prestazioni economiche assicurative e quelle sanitarie nel caso dei lavoratori. L’indagine relativa ai servizi del settore Ricerca, certificazione e verifica ha avuto, anche quest’anno, carattere sperimentale. I risultati, oltre a garantire il monitoraggio della qualità dei servizi erogati, concorreranno a definire la quota del salario accessorio del personale dell’Istituto legata al grado di soddisfazione degli utenti.

Carlo Pareto

Allarme sfratti, Uil: “Situazione drammatica”

Sfratti-UILInsieme alla disoccupazione, giovanile e non, un altro elemento drammatico va a toccare la nuova povertà italiana negli ultimi tempi, ed è quello che riguarda la perdita della casa. Secondo gli ultimi dati sugli sfratti, resi noti dal Ministero degli Interni, nel 2014 sono stati emessi 77.278 provvedimenti di sfratto (un incremento del 5% rispetto all’anno 2013) di cui 69.015 per morosità. Gli ultimi dati sono stati commentati dal segretario della Uil, Guglielmo Loy: “Le cause di questa espressione di fortissimo disagio sono, sia il crescente numero di persone in sofferenza economica, dovuto in gran parte dalla mancanza di occupazione più o meno stabile, sia la ridotta offerta di abitazioni a costi compatibili con ciò che sono in grado di spendere moltissime famiglie”.

“È desolante – spiega Loy – che la Politica e chi ha una responsabilità di Governo, non aggredisca questo tema con forza, coniugandolo con l’altra grande emergenza che sta colpendo la nostra economia: il crollo, in termini di contributo alla crescita del Pil, del comparto delle costruzioni. Un grande, rapido, efficace piano di recupero e risanamento urbano, contribuirebbe, significativamente alla, almeno parziale, soluzione sia alla domanda di alloggi che alla ripresa di un settore decisivo della nostra economia”.

I dati sull’aumento degli sfratti nel nostro Paese riguardano anche le richieste, ben 150.076 esecuzioni presentate all’Ufficio Giudiziario. La Lombardia risulta essere la regione con il maggior numero di sfratti emessi con 14.533 provvedimenti (18% del totale nazionale), seguita dal Lazio con 9.648 (12,5%), il Piemonte con 8.256 (10,7%), l’Emilia Romagna con 6,800 (8,8%). Dallo studio emerge che la maggiore variazione rispetto al periodo precedente di sfratti emessi lo hanno avuto le regioni: Molise (+98,75%), Emilia Romagna (+38,11%), Trentino Alto Adige (+37,57%). Nel territorio dell’Emilia Romagna è stato calcolato che durante quest’anno sono “state presentate 20.750 richieste di sfratto, delle quali 5.472 eseguite”. Questi numeri “si traducono, nel territorio bolognese in uno sfratto ogni 319 famiglie”.  Spesso poi, le conseguenze sono tragedie come quella di ieri a Bologna, dove un un uomo si è tolto la vita alla vigilia dell’esecuzione dello sfratto.

Dati drammatici anche nel ricco Trentino Alto Adige, la regione con la variazione molto alta rispetto all’anno precedente, gli sfratti sono aumentati del 35%, e anche qui la Uil ha lanciato l’allarme: “Serve un Fondo di garanzia per i proprietari, ed un piano serio di edilizia sociale”.

Inoltre il dato sull’aumento degli sfratti raggiunge stime significative soprattutto per quanto riguarda le grandi città. Con 4693 provvedimenti di sfratto nel 2014 Torino ad esempio è la seconda città per numero di sfratti rapportati alla popolazione. Tanto che poche ore fa in Giunta, il capogruppo Pd al Comune, ha chiesto la sospensione degli sfratti esecutivi a Torino.
“Chiediamo alla Prefettura e a tutte le istituzioni coinvolte, dalle banche alle società, di valutare insieme, nel rispetto delle norme vigenti, una sospensione degli sfratti esecutivi – dice Michele Paolino – nei casi di morosità non colpevole”. Un provvedimento che non andrebbe a toccare i piccoli proprietari, ma “gli alloggi di proprietà delle società e imprese”.
La sospensione, secondo il capogruppo Pd in Comune, consentirebbe all’amministrazione di “poter predisporre tutte le soluzioni adeguate per superare questa grave emergenza”.

Maria Teresa Olivieri

Caso Aldrovandi. Giovanardi verso il processo

Aldrovandi-GiovanardiA pochi giorni dalla decisione della Corte dei Conti dell’Emilia-Romagna che ha condannato i quattro agenti responsabili della morte di Federico Aldrovandi (il 18enne brutalmente ucciso all’alba del 25 settembre 2005, nei pressi dell’ippodromo a Ferrara durante un controllo della polizia, ndr) a risarcire il ministero dell’Interno – che pagò i danni alla famiglia – arriva il via libera a procedere contro il senatore Ndc-Ap, Carlo Giovanardi da parte della Giunta per le immunità parlamentari del Senato. La decisione dovrà poi essere confermata dall’Aula di Palazzo Madama. Continua a leggere

Un referendum consultivo
perchè sopravviva Parma

Duomo_e_Battistero_di_ParmaParma, 7 febbraio 2015 – E’ antica la questione dei rapporti fra Parma e la Regione Emilia Romagna. Il nostro approccio fa perno su questa constatazione di carattere generale: il bilancio di quasi cinquant’anni di regionalismo è disastroso, perché caratterizzato da scarso buongoverno, costi esorbitanti, legislazione mediocre e proliferazione di scandali. La diserzione delle urne che ha caratterizzato le elezioni nella nostra regione nell’autunno scorso (la nuova Giunta gode del consenso del 17 per cento dei cittadini) ha contraddetto l’immagine dell’Emilia-Romagna felix, modello di buongoverno e di partecipazione. La situazione è peggiorata dopo la riforma del titolo quinto della Costituzione, che ha attribuito alle regioni nuovi compiti, anche nel settore del commercio estero e della politica estera, sostanzialmente non esercitati, tanto che l’assessore Patrizio Bianchi, parlando in occasione del conferimento della laurea ad honorem a Bernardo Bertolucci, ha affermato che occorre un riposizionamento della Regione nei confronti dell’Europa.

Ma veniamo ai nostri giorni. Sono trascorse alcune settimane dalla formazione del nuovo governo regionale, senza che siano percepibili atti concreti della Giunta volti ad affrontare l’emergenza idrogeologica che riguarda l’intera nostra provincia, devastata dalle frane a monte, preannuncio dell’alluvione che ha poi sconvolto Parma. La Regione è titolare di competenze proprie in campo agricolo e idraulico-forestale. Essa doveva, e deve ancora, elevare la difesa del suolo a priorità delle priorità, con il varo di un piano organico volto alla messa in sicurezza dell’intero nostro territorio.

Ma c’è di più. Il primo atto del nuovo presidente, Stefano Bonaccini riguarda il fumoso progetto delle cosiddette “aree vaste”, in vista della futura abolizione delle Province con legge di rango costituzionale. Il lancio con frastuono mediatico di questa “grande riforma” ha creato confusione e molteplici ragioni di giustificato allarme. Il Presidente ha annunciato che la nostra ”area vasta” comprenderà Parma e Piacenza ed ha aggiunto che in futuro (Se saremo bravi? Se sapremo correggere la naturale gravitazione di Piacenza verso Milano?) faremo parte della Grande Emilia, insieme a Modena e Reggio. Non è stata compiuta, né preannunciata alcuna consultazione con i comuni e quel che resta delle province.

Nessuno, e tanto meno il Presidente, ha spiegato la natura di questa nuova creatura istituzionale, chiamata anche “ambito”, a somiglianza degli “ambiti venatori”. Chi ha voluto documentarsi ha constatato, anche sulla base dell’esperienza di altre Regioni, che l’area vasta è semplicemente il territorio destinatario della pianificazione regionale, finora principalmente in campo sanitario. Su questa corposa novità ci saremmo aspettati un chiarimento esaustivo non solo dal presidente, ma anche da parte dei consiglieri regionali eletti nella nostra provincia, tutti esclusi dalla nuova Giunta, ed anche dal sindaco di Parma e dal presidente della Provincia. Siamo invece al cospetto di un silenzio assordante. E tacciono anche i massimi esponenti nostrani del PD. L’unica notazione critica l’ha motivata Pino Agnetti su questo giornale.

Per parte nostra, riteniamo che la trovata dell’area vasta incorpori la propensione egemonica della Regione, volta ad accentrare a Bologna ogni decisione rilevante, a detrimento delle nostre istituzioni locali. Viene quasi alla mente la pianificazione centralizzata dei gross plan di sovietica memoria. Intanto, la nostra Provincia, tenuta provvisoriamente in vita dalla legge Del Rio, viene considerata un’entità in liquidazione, sostanzialmente abbandonata dalla Regione, con umiliazione del personale, peraltro dotato di una qualificazione tecnica ragguardevole, ma potenzialmente dirottato verso il Palazzo di Giustizia.

Noi disapproviamo questa scelta demagogicamente e dannosamente soppressiva. La nostra Provincia, nata nel 1859 con l’editto di Carlo Farini, appartiene alla storia della nostra comunità. Può e deve continuare ad operare nel suo attuale assetto istituzionale e territoriale, a beneficio delle nostre popolazioni, esercitando le sue storiche funzioni e giovandosi, delle deleghe e dei finanziamenti della Regione.

Intendiamo dunque promuovere un referendum consultivo a sostegno della continuità operativa della nostra Provincia. In ogni caso, se si debbono identificare gli ambiti amministrativi delle aree vaste, siano i cittadini della nostra provincia a decidere se preferiscono l’accorpamento con Reggio Emilia, piuttosto che con Modena o Piacenza. Non è democratica una decisione calata dall’alto ed assunta a Bologna, in Viale Aldo Moro, non si sa da chi ed in base a quali criteri.

Nel contempo, chiederemo al Presidente della nostra Provincia, Filippo Frittelli, di promuovere un incontro con il collega presidente della Provincia di Reggio, per proporre la realizzazione di comuni progetti interregionali di sviluppo, riguardanti, oltre ai territori delle nostre due province, la Lunigiana, il Parco Nazionale dell’Appennino Tosco-Emiliano, l’arco portuale tirrenico, la bassa Lombardia.

Ricordiamo inoltre, anzitutto a noi stessi, che durante la vituperata prima Repubblica, quando i socialisti erano alla guida degli enti locali, Parma ha vissuto una stagione di intenso progresso, accrescendo la propria caratura europea. In quegli anni hanno preso vita le grandi Fiere internazionali, fra cui svetta Cibus, l’Autocisa, il CEPIM, l’Aeroporto, la Pontremolese, il raccordo Tirreno-Brennero.

Parma non è mai stata un sobborgo di Bologna, e non deve diventarlo. In questo spirito vogliamo concorrere a suscitare un ampio dibattito fra quanti intendono operare per fermare il declino, che trova recentemente riscontro nella “degradazione” della Biblioteca Palatina e delle altre istituzioni culturali elencate nella recente intervista del Presidente del Circolo “Il Borgo”, Paolo Scarpa.

E’ dunque tempo di proporre l’alleanza fra tutte le forze vive, che pure non mancano, per promuovere il ritorno dello sviluppo, anche contrastando l’insidia del neo-centralismo regionale. Provincia, Comune di Parma, Università e Camera di Commercio debbono acquisire piena consapevolezza dell’ora grave ed operare congiuntamente per il rilancio di Parma come Provincia d’Europa, costituendo a tal fine un Comitato di consultazione permanente. Serve insomma un sussulto di dignità e anche di orgoglio. Siamo fiduciosi che Parma risponderà.

Giampaolo Canton, Francesco Castria, Fabio Fabbri, Manuel Magnani

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SEGNALI DI PERICOLO

Bologna-stazione-incendi dolosi

Il primo evento di sabotaggio risale al 2 dicembre a Firenze in un cantiere dell’Alta Velocità dove viene trovata una bottiglia incendiaria su una gru. Il 18 dicembre sulla linea Milano-Torino vengono trovate due bottiglie incendiarie: una esplode, l’altra no. Il 21 dicembre due bottiglie di liquido infiammabile vengono sistemate fuori dalla galleria San Donato-Rovezzano. E oggi i quattro roghi dolosi ad altrettanti impianti alla stazione di Santa Viola, periferia ovest di Bologna sono solo l’ultimo episodio. Per il ministro dei trasporti Maurizio Lupi è “un nuovo atto terroristico”.

È intervenuto anche il presidente del consiglio Matteo Renzi, che ha però rassicurato: “Non torniamo a rievocare parole del passato, è  in atto un’operazione di sabotaggio e verifichiamo quanto accaduto. Quanto accaduto ricorda infatti in maniera speculare, a partire dall’orario dell’azione, i fatti di soli due giorni fa in Toscana.  Ma quello che salta all’occhio e la frequenza di azioni di questo genere. Il tutto in un momento particolare del paese segnato da episodi da scandali ed episodi di corruzione. Dal Mose, all’Expò fino a Mafia Capitale.

Quello che però non si può negare è che ci siano delle tensioni sociali che si stanno accumulando e che stanno rendendo questo 2014 un anno davvero difficile dal punto di vista sociale. Il sociologo Franco Ferrarotti ricorda che “il 2014 è il sesto anno consecutivo di depressione dopo il fallimento del 2008 della Lehman Brothers. Quello che volge al termine è stato un anno difficile, ma attenzione di una difficoltà crescente perché le aspettative di miglioramento che ogni anno vengono proposte puntualmente non si verificano. Si sono poi rinfocolate questioni di politica estera, con le tensioni tra Russia e Ucraina. Insomma il 2014 è un anno tutt’altro che breve, un passato che non passa. Si aggiunga poi un altro elemento. L’Europa vera e propria non esiste ancora: al modello cui voleva giungere è prevalso invece quello dell’Europa delle patrie con Paesi che stentano a trovare convergenze effettive. Siamo in una Europa in cui, mi si passi il paragone,  la Germania guidata dalla Merkel rischia di riuscire a raggiungere l’obiettivo di  superpotenza europea verso un nuovo ordine,  cosa che in passato non era riuscita a ottenere. Ma è una supremazia economica che non ha un’anima. E poi i numeri parlano da soli. La disoccupazione giovanile oltre il 40%. I nostri giovani studiamo in Italia e poi scappano a Londra per lavorare. Noi li formiamo e poi li regaliamo all’estero. Questo è il vero impoverimento del Paese.

Il Mose, l’Expo, Mafia Capitale. Oggi la Guardia Finanza ha sequestrato 1,2 milioni a 8 capigruppo della Emilia Romagna. Quando pesa secondo lei questo clima di sfiducia politica e di crisi economica di questi anni?
Sono cadute le ideologie, ridotte ormai a megafoni senza consenso. Ma sono venuti meno anche gli ideali. E questo è grave perché una nazione può stare insieme solo se c’è il senso di muoversi in una stessa direzione. E questo manca. Gli spettacoli che ci ha offerto il Parlamento sono offensivi per le Istituzioni. Il paradosso è che abbiamo politici che si sentono onnipotenti ma allo stesso tempo non abbiamo più la rappresentanza. E poi la corruzione. La corruzione è terribile. Intendiamoci, esiste ovunque, in ogni Paese. Nessuno ne è immune. Ma se all’estero la realizzazione di un’opera ha un prezzo da aggiungere ai costi, da noi non c’è il corrispondente. L’opera non viene realizzata e basta, Manca il vantaggio finale per la collettività. C’è solo il costo.

È molto pessimista professore…
Non del tutto perché il Paese è superiore ai suoi rappresentanti e questa è la speranza da cui partire. L’astensione imperante e crescente è un segnale allarmante che viene dalla voglia delle persone di distaccarsi da una classe dirigente da cui non si sentono rappresentati. Un segnale che si dovrebbe  prendere sul serio. Credo che siamo arrivanti in un momento in cui i sindacati assieme con i politici dovrebbero dare corso a un patto di salvezza nazionale. Un’unione di forze positive per salvare il Paese. Come nel ‘48. Mi piace ricordare il patto per il lavoro lanciato  da De Vittorio che andava al di là della lotta politica. Serve una presa di coscienza della situazione, un atto di realismo. E poi un sacrificio da parte di tutte le strutture fondamentali del Paese in nome dell’interesse generale. Mi pare però che per il momento la gravità della situazione ancora non sia stata completamente percepita dalla classe politica perché questa gode di una situazione di oggettivo privilegio che la rende sorda al reale bisogno.

Che differenza c’è con l’atmosfera degli anni di piombo?
Non c’è una somiglianza. Erano gli anni, quelli dopo il ’68, di pieno boom economico. Le azioni tragiche non si fanno con la povertà diffusa che rende conservatrici. Oggi la grande paura è l’impoverimento. Ma il pericolo è che c’è chi può cedere alla tentazione di cavalcarla.

I governi cambiamo si parala di grandi numeri ma la sensazione per i cittadini è quella di sentirti poco considerati…
È una questione che rimanda allo scollamento tra cittadino e politica. Con Renzi c’è stato un rinnovamento di facciata, anche qui però c’è lo stacco tra la promessa e la realtà vissuta. Una politica legata a modi tradizionali finisce sempre per essere in ritardo rispetto agli sviluppi della realtà.

Daniele Unfer