Europee. Nencini: difendere Ue da nazionalismi

Parlamento-Europeo-StrasburgoFermare il blocco sovranista e populista che alle elezioni europee del prossimo maggio potrebbe prendere la maggioranza dei seggi di Bruxelles. Una internazionale nera. Una saldatura tra movimenti e partiti xenofobi che incarnano l’opposto dei principi che hanno guidato e illuminato l’Europa dalla sua fondazione ad oggi. I sondaggi sono preoccupanti. Da Salvini in Italia alla destra estrema della Le Pen in Francia fino ai paesi del gruppo Visegard verso i quali non solo la Lega guarda con simpatia. Sono coloro che puntano sulla chiusura e l’isolazionismo a crescere nelle intenzioni di voto. In Francia il fronte di destra supera nelle intenzioni di voto il partito del presidente Emmanuel Macron. Il dato emerge da un sondaggio Ifop che attribuisce a La Republique en marche, il movimento fondato da Macron, il 19% dei consensi, in calo di un punto percentuale rispetto a fine agosto, mentre il Rassemblement National della Le Pen riscuote il 21%, in crescita di tre punti.

Dati che allarmano e che danno ulteriore linfa alla destra. Le ragioni sono molteplici. A cominciare dalla paura del cambiamento. Paura che i populisti cavalcano e che sfruttano. Non propongono soluzioni. Ma innescano meccanismi pericolosi basati su non-risposte. Questo il quadro che sarà sempre più evidente fino alle elezioni europee. “Tra un mese esatto – ha scritto Riccardo Nencini, segretario del Psi, in una lettera indirizzata a Maurizio Martina – parteciperemo assieme al congresso del PSE a Lisbona. Entrambi sosteniamo la candidatura di Timmermans  alla Presidenza della Commissione  europea, entrambi abbiamo applaudito il messaggio lanciato da Pedro Sànchez a Milano, teso a costruire una larga coalizione che si opponesse all’Internazionale nera e alle tante culture populiste che stanno crescendo in tutta Europa. Singole personalità, a cominciare da Romano Prodi, ci incitano a percorrere la stessa strada”.

Per Nencini, “dovremmo presentarci al congresso del PSE sostenendo la costituzione, in ogni paese dell’Unione, di una concentrazione europeista, ispirata ad un riformismo radicale, che vada da Tsipras a Macron, ai partiti socialisti, socialdemocratici e laburisti. Non c’è solo la scadenza delle Elezioni Europee del 2019. C’è molto di più. La difesa di un’idea di giustizia e di libertà che rischiano di essere infangate. E c’è il dovere di cambiare l’Unione Europea per poterla meglio difendere dall’assalto del nazionalismo sovrano. Su questa strada,  ne sono certo, troveremmo anche nuove energie.  Dobbiamo semplicemente metterci in cammino”  ha concluso.

Ginevra Matiz

Manovra, Di Maio minaccia il Governo

di maio occhiataIl tempo incalza ed il Governo non ha ancora chiarito il contenuto della manovra finanziaria che resta ballerina. Le dichiarazioni dei vari rappresentanti di governo si susseguono repentinamente su posizioni diverse manifestando palesemente le divisioni endogene presenti.
Il vicepremier, ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, in una intervista a Radio Capital, ha affermato: “Sulla manovra e il livello di deficit si discute sicuramente su più dell’1,6 per cento. Siamo ben consapevoli che ci sono degli equilibri finanziari e dei conti da tenere in ordine. Ma non si possono solo tenere in ordine i numeri. Prima soddisfiamo le esigenze dei cittadini, qui la sfida non è sul deficit, ma sul mantenere le promesse. In base alla spesa supplementare si opereranno dei tagli, ad esempio alle banche o sulle piattaforme petrolifere, quello che avanza sarà un po’ di deficit positivo perché le misure faranno crescere l’economia oltre quello che prevedono le tabelle. In generale sono giornate importanti, perché noi vogliamo fare una manovra del popolo, con il superamento della riforma Fornero sulle pensioni e il reddito di cittadinanza. Tanta roba e tanti soldi, le abbiamo quantificate credo che queste cose possano entrare nella legge di Bilancio. Per con il reddito di cittadinanza dal primo gennaio 2019 i pensionati minimi non dovranno avere meno di 780 euro al mese. E se così non fosse, l’ho detto in tempi non sospetti: questo governo si differenzierà nel mantenere le promesse. Il Movimento Cinque Stelle vota una manovra coraggiosa. Il 2% del rapporto deficit-pil nel 2019 non è un tabù ma sia chiaro che voglio affrontare questo tema con la massima responsabilità”.
Il vicepremier Di Maio, però, non si è sbilanciato su cifre precise del disavanzo in vista della Nota di aggiornamento al Def attesa domani in Cdm.
Il ministro Di Maio ha anche aggiunto: “Le misure che stiamo mettendo in piedi produrranno crescita anche negli anni a venire. Il livello del pil? Dipende dagli investimenti che faremo. Per quanto riguarda la pace fiscale, che il governo Conte dovrebbe inserire nella Legge di Bilancio 2019, non può essere un condono perché non lo voteremo. Inoltre non ci saranno scudi e no alla soglia di un milione di euro perché per noi non è accettabile – aggiunge – spiegando che la pace fiscale dovrà andare incontro ai contribuenti onesti che vorrebbero mettersi in regola ma non hanno sufficienti risorse economiche”.
Sul decreto per Genova, ha detto: “In giornata questo decreto andrà al Quirinale, deve andare al Quirinale”.
Il decreto su Genova è finito ieri al centro delle polemiche per le presunte carenze di coperture finanziarie che sarebbero all’origine di un blocco da parte della Ragioneria e del conseguente ritardo della sua trasmissione al Colle per l’esame del presidente della Repubblica.
Su questa polemica, Luigi Di Maio ha detto: “Il lavoro alla Rgs per inserire e definire cifre e coperture del dl non lo interpreto come se si volesse fermare il decreto, il fatto è semmai che la Ragioneria generale dello Stato sta lavorando anche al Def e alla Legge di bilancio. Ad ogni modo il decreto è pronto”.
Quanto al nome del commissario per Genova ha precisato: “Ci sarà non appena il decreto verrà pubblicato in Gazzetta ufficiale”.
Di Maio non ha fatto il nome del commissario da designare e quindi si può pensare che ancora non è stato scelto dal governo.
Per quanto riguarda la relazione della commissione del Ministero dei Trasporti sul crollo del viadotto genovese, dalla quale è emersa una irresponsabile minimizzazione dei necessari interventi da parte di Autostrade, il ministro del Lavoro ha detto: “Il documento pubblicato ieri è inquietante in quanto si dice che Autostrade sapeva tutto e non ha fatto niente. La relazione ci apre una prateria per revocare la concessione ad Autostrade”.
In merito al rapporto con il ministro dell’economia Giovanni Tria Di Maio ha risposto: “Noi ci fidiamo, ma lo sanno tutti cittadini che dentro questi ministeri ci sono una serie di persone messe da quelli di prima che ci remano contro”.
Nella riunione con i ministri del M5S, il vicepremier Luigi Di Maio ha posto le condizioni: “La nota al Def non coraggiosa e senza reddito di cittadinanza, pensione di cittadinanza, quota 100 Fornero, risarcimento dei truffati dalle banche, non avrà i voti del M5s”.
Resta dunque alta la tensione sulla Manovra perché non bisogna parlare solo di deficit ma pensare alla crescita.
Nella trasmissione Porta a Porta il ministro Di Maio ha annunciato: “Da metà marzo 2019 saranno avviati i centri per l’impiego e sarà erogato il reddito di cittadinanza. Aboliremo la povertà. La Fornero ha ancora il coraggio di parlare per dire che non si può abbassare l’età pensionabile, come vogliamo fare noi. Lei ha sulla coscienza milioni di italiani, ha creato i poveri di oggi. Il superamento della sua legge è certo, come è certa l’introduzione della pensione di cittadinanza che aumenta la pensione minima a 780 euro”.
Il ministro agli Affari europei, Paolo Savona ha commentato: “Se il presidente francese Emmanuel Macron annuncia che il rapporto tra deficit e Pil sarà al 2,8 per cento, noi staremo ben al di sotto: il fianco scoperto del nostro Paese è il debito pubblico”.
Quello che ancora non è affatto certo è l’entità della manovra. Quello che è certo sono le divisioni interne al governo. Tra non molto, sapremo se, dalla legge di bilancio per il 2019 in corso di definizione, miglioreranno o peggioreranno le condizioni di vita degli italiani. Il rischio maggiore con il reddito di cittadinanza è l’aumento del lavoro nero. Inoltre, non è ancora chiaro come verrà considerato il reddito di cittadinanza ai fini pensionistici. Poi, per quanto riguarda le pensioni, con il superamento della legge Fornero, il rischio è quello di avere più pensionati che però sarebbero anche più poveri.

Fassina a sinistra tifa per Savona pro Ue

Stefano Fassina arriva nella sede del Partito Democratico per la Direzione nazionale, Roma 09 aprile 2014. ANSA/ANGELO CARCONI

Stefano Fassina ANSA/ANGELO CARCONI

Una parte della sinistra, a sorpresa, fa il tifo per Paolo Savona. Stefano Fassina è sceso in campo lodando Savona, noto come l’economista grande teorico degli euroscettici (per questo motivo Sergio Mattarella stoppò la sua candidatura a ministro dell’Economia avanzata da Matteo Salvini). Il fatto nuovo si chiama politeia, il documento inviato ai primi di settembre dal ministro degli Affari europei a Bruxelles con le proposte per ricostruire una Ue all’insegna delle esigenze dei cittadini e non dei mercati finanziari.
Piace la proposta di Savona di rinnovare e di rafforzare l’unità europea e non di distruggerla. In particolare ha apprezzato l’iniziativa Stefano Fassina, dirigente di Sinistra Italiana, ex Pd, anche lui economista. Il vice ministro dell’Economia nel governo di Enrico Letta è soddisfatto: un esecutivo “per la prima volta” vuole modificare le regole della Ue, dell’euro e delle istituzioni europee a sostegno dell’occupazione e della crescita economica. «Il documento Savona propone una rotta keynesiana per la crescita e la riduzione del debito pubblico -ha scritto su www.huffingtonpost.it– attraverso il rilancio degli investimenti pubblici e un obiettivo di “deficit dinamico”».
Savona si batte per riformare in chiave democratica e popolare l’Unione europea, una lotta che avrebbe dovuto intraprendere il centro-sinistra. La critica di Fassina è ustionante: l’iniziativa del ministro dell’esecutivo Lega-M5S l’avrebbe dovuta prendere nel 2014 «il governo Renzi forte, a maggio di quattro anni fa, del 40,8% dei voti raccolti alle elezioni europee».
Tuttavia andò in maniera diversa. Ora Fassina spera che la bandiera alzata da Savona venga issata anche dai due combattivi vice presidenti del Consiglio Salvini e Di Maio e appoggiata dall’opposizione. Così, nell’ambito della Legge di bilancio, ha sollecitato «un atto parlamentare, approvato all’unanimità, di sostegno alla proposta del governo italiano elaborata dal ministro Savona».
L’impresa è molto difficile. Serve compattezza e determinazione perché si tratta di rivedere, quasi di ribaltare, l’impostazione di rigore finanziario sostenuta dalla Germania di Angela Merkel e dai suoi alleati, finora sempre vincente. Il dialogo con Savona è sbocciato improvvisamente a metà settembre, con l’invito al ministro di partecipare al Festival Proxima di Sinistra Italiana tenuto a Torino.
Nessuna rottura con la Ue, ha assicurato l’economista sardo: «L’Europa è utile al nostro Paese, l’euro è una parte indispensabile. Solo che a mio avviso la costruzione non è perfetta». La Ue “non perfetta” è un eufemismo. Secondo il ministro servono radicali cambiamenti, diretti a far rinascere l’Europa delle origini, quella espressione dei popoli e non delle banche. Serve «subito una modifica dei Trattati», è da percorrere immediatamente la strada degli investimenti per creare occupazione, combattere la povertà ed evitare una pericolosa disgregazione europea. Savona ha preso le distanze dai sovranisti, da chi rivendica il ritorno alle nazioni e ai confini statali: «Con la vittoria dei sovranisti le mie proposte avrebbero vita più difficile».
Vedremo quale sarà la risposta della commissione europea, della Germania della Merkel, della Francia di Emmanuel Macron e quella complessiva dell’esecutivo Conte-Salvini-Di Maio, il suo governo sovranista e populista. Vedremo anche se in Italia l’opposizione appoggerà o no la proposta di Savona, cosa dirà il frammentato centro-sinistra e il disastrato Pd.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Brexit, Macron fa fare pressioni alla May sull’Ulster

may tridentNon è un buon momento per la Premier Theresa May che si ritrova con un accordo in alto mare per il divorzio europeo. La proposta di Londra, secondo la premier May è l’unica seria e credibile, e prevede allo stato attuale una zona di libero scambio con l’Ue dei beni, ma non delle persone. Bruxelles invece vuole evitare che la contiguità con l’Ulster crei problemi doganali alla repubblica irlandese. La questione è intricata e il divorzio è previsto a fine marzo 2019. Theresa May ha annunciato che sul problema irlandese avanzerà delle nuove proposte, ma che non è possibile una soluzione che crei differenze doganali fra l’Ulster e il resto della Gran Bretagna. Ma nel frattempo si alzano gli scudi europei, “siamo scettici e critici sulle proposte” della Gran Bretagna, ha detto Donald Tusk, serve “chiarezza” e se non arriverà un segnale “concreto” entro il vertice europeo del prossimo ottobre, il summit straordinario del 17 e 18 novembre non verrà neppure convocato
In realtà è stato il presidente francese Emmanuel Macron a convincere i partner europei che era giunto il momento di mettere alle strette Theresa May sulla Brexit, dopo che la premier britannica aveva detto pubblicamente che l’unica opzione possibile è il suo «piano dei Chequers». Con questo piano il Regno Unito vuole restare allineato alle regole del mercato unico nel settore manifatturiero e dei prodotti agricoli (quello dei beni), in modo da evitare il ripristino di controlli alla frontiera in Irlanda del Nord, ma intende uscire dal quadro della regolamentazione europea sul fronte dello scambio di servizi, capitali e persone. Secondo fonti diplomatiche citate da Le Figaro, c’era inizialmente un consenso sulla scelta di non mettere in difficoltà la May in vista del Congresso del suo partito conservatore fra il 30 settembre e il 3 ottobre. Ma Macron si è adoperato per convincere gli altri che era tempo di “fare pressione sul Regno Unito perché facesse delle vere proposte”. “È venuto il momento di essere chiari. Non serve a niente dirci fra noi che le proposte non funzionano e raccontare all’esterno che le cose non vanno così male”, ha detto il presidente francese.
Ma la premier britannica non si lascia certo intimidire. “Siamo nell’impasse” e per Londra “nessun accordo è meglio di un cattivo accordo”, ha detto May in un discorso alla nazione pronunciato da Downing Street all’indomani del vertice Ue di Salisburgo. Il governo britannico ha sempre trattato l’Ue “con nient’altro se non rispetto” e “il Regno Unito si attende lo stesso” da Bruxelles, ha detto ancora la premier lasciando trasparire la sua irritazione per i toni e l’atteggiamento tenuto dei leader dei 27.

ROMANTICI A MILANO

milano san babilaMilano risponde con un’imponente e pacifica manifestazione di dissenso al progetto politico anti-immigrazione di Salvini e Orban riuniti in Prefettura. Una manifestazione chiamata “Europa senza muri”, a cui hanno partecipato migliaia di persone – tremila secondo la Questura, quindicimila secondo gli organizzatori – ieri pomeriggio, in piazza San Babila a Milano.
Al corteo hanno aderito anche partiti politici, come il Pd con Emanuele Fiano, il Psi con la socialista Pia Locatelli, LeU con la Boldrini, Possibile e il suo fondatore Pippo Civati, ma anche Anpi, sindacati, centri sociali, collettivi studenteschi, oltre ai Sentinelli di Milano, che sono fra gli organizzatori. In piazza anche i ragazzi della ‘St Ambroeus Fc’, la prima squadra composta da rifugiati iscritta alla Figc.
Nel frattempo dalle stanze della Prefettura arrivano le dichiarazioni di profondo idillio tra il Capo del Viminale e il premier ungherese che arriva a dire: “Salvini è il mio eroe”. Lo ha detto uscendo dal ristorante in cui ha pranzato a Milano prima dell’incontro ufficiale in prefettura. “È un mio compagno di destino – ha aggiunto – sono molto curioso di conoscere la sua personalità. Sono un grande estimatore e ho alcune esperienze che forse potrei condividere con lui. Ho questa sensazione”, ha concluso Orbàn.
“La migrazione può essere fermata e Salvini lo ha dimostrato”. Lo ha detto il premier ungherese Viktor Orban dopo l’incontro con Matteo Salvini a Milano. “Con il ministro – ha aggiunto Orban – abbiamo parlato del futuro dell’Europa, dove oggi il problema più grave è proprio quello dei migranti. La nostra politica è quella di portare aiuto dove ci sono i guai e non portare i guai da noi. E con Salvini abbiamo trovato un punto d’incontro in merito”.
“Siamo vicini a una svolta storica per il futuro dell’Europa: oggi comincia un percorso di incontri, ce ne saranno tanti altri”, ha detto il Ministro dell’Interno.
La vera sintonia tra i due leader di destra è ancora una volta sui migranti e in netta contrapposizione alle politiche europee di integrazione, dagli elogi a Salvini Orban arriva alle accuse verso Macron di essere “alla guida delle forze politiche che sostengono l’immigrazione”. Il prossimo scontro tra le due anime dell’Europa è in programma al consiglio europeo che si terrà il 20 settembre a Salisburgo.
“Hanno ragione, sono il loro oppositore principale”, il presidente francese, Emmanuel Macron, dalla Danimarca risponde così al premier ungherese Viktor Orban e al ministro dell’Interno italiano, Matteo Salvini. “Restiamo fedeli ai nostri valori – aggiunge Macron – come il diritto d’asilo, con una vera politica europea nei confronti dei Paesi d’origine e interna”.
“È chiaro che oggi c’è davvero una forte contrapposizione tra nazionalisti e progressisti. Non concederò nulla ai nazionalisti e a coloro che sostengono discorsi di odio. Hanno ragione a vedermi come il loro principale avversario”, ha detto il capo dell’Eliseo.
Non tarda ad arrivare la risposta di Matteo Salvini. “Il principale avversario di Macron, sondaggi alla mano, – ha dichiarato il ministro dell’Interno – è il popolo francese. Anziché dare lezioni agli altri governi spalanchi le proprie frontiere, a partire da quella di Ventimiglia. E la smetta di destabilizzare la Libia per interessi economici”.
Ma mentre si solidifica l’alleanza tra Salvini e il Presidente ungherese, l’altro vertice italiano presieduto da Giuseppe Conte si rivela un fiasco. Il premier italiano ha ricevuto ieri a Palazzo Chigi il primo ministro della Repubblica Ceca Andrej Babis, che ha condiviso la necessità di aiutare l’Italia nella gestione dei migranti, ma ha anche ribadito il suo “no” all’accoglienza. Babis ha dunque confermato in pieno la linea che i Paesi del gruppo di Visegrad (oltre alla Repubblica Ceca ne fanno parte Polonia, Ungheria e Slovacchia) portano avanti ormai da tempo, senza alcun cenno di ripensamento.

Psf, con dimissioni Hulot cade maschera di Macron

Il più popolare dei ministri del governo francese, Nicolas Hulot, responsabile dell’Ambiente, si è dimesso ieri a sorpresa, con questo assestando un duro colpo al presidente Emmanuel Macron e all’immagine ‘ambientalista’ che ha cercato di proiettare al suo mandato sin dal suo arrivo all’Eliseo. Hulot, senza preavvertire né il presidente né il premier Eduard Philippe, ha annunciato le dimissioni in radio, a France Inter: “Ho preso la decisione di lasciare il governo. Non voglio mentire oltre, non voglio mantenere l’illusione che la mia presenza al governo significhi che siamo all’altezza delle sfide” in tema ambientale. Il ministro dimissionario ha elencato una serie di politiche, tra cui la restrizione all’utilizzo di alcuni pesticidi, su cui si sono registrati solo “piccoli passi”. E “questi piccoli passi sono sufficienti? La risposta è no”, ha ammesso l’ex giornalista impegnato sin dagli anni Novanta nelle battaglie sull’ambiente.

Dimissioni del ministro francese dell’ecologia Nicolas Hulot: la posizione del partito socialista francese

nicolas hulotIl partito socialista francese (PSF) ha definito il gesto di Hulot una scelta coraggiosa e denuncia il tradimento, del partito la Rèpublique en marche! che ha abbandonato ogni riferimento al progressismo e all’ecologia. Il PSF aggiunge che le maschere sono cadute una ad una: ecologia, fiscalità, politiche migratorie. La lista degli arbitraggi perduti da l’ex ministro è stata troppo lunga e l’impotenza ad agire insopportabile: il rinvio dell’interdizione del glifosato, l’importazione di 300 000 tonnellate per anno di olio di palma, il rinvio del ribilanciamento del mix energetico, l’applicazione anticipata della CETA e il rifiuto di trasformare in principio costituzionale la difesa dei beni comuni contro le multinazionali; inoltre le scelte a venire sull’energia minacciavano di essere ancora più negative.
Secondo il PSF l’allarme di Nicola Hulot deve essere ascoltato, poiché l’emergenza ecologica esige un nuovo modello di sviluppo che dia priorità a un’economia circolare, a basse emissioni di carbonio, allo sviluppo di energie rinnovabili, alla lotta contro il riscaldamento globale e allo sviluppo di un approccio che leghi le questioni ambientali a quelle sanitarie. Occorre raggiungere una rivoluzione dei modi di produzione.
Il Partito Socialista Francese intende prendere parte a questo dibattito perché il sociale e l’ecologia sono intimamente legati. Sono sempre gli individui, le regioni, i paesi più deboli ad essere le prime vittime, mentre il modello di sviluppo liberistico ha voltato le spalle all’essenziale: la conservazione dell’umanità, la qualità della vita e la salute delle persone.

Francia. Stop definitivo ai cellulari a scuola

cellulare-a-scuolaIl Parlamento francese ha dato il via libera definitivo al divieto che entrerà in vigore a settembre, di usare il cellulare nelle scuole primarie e secondarie di primo grado e nelle scuole superiori fino ai 15 anni di età degli studenti. Canta vittoria il Presidente della Repubblica francese, Emmanuel Macron: “Impegno mantenuto”. Le scuole superiori avranno la possibilità, ma non l’obbligo, di adottare il divieto nei loro regolamenti interni.

La legge approvata oggi è una rivoluzione che cambierà le abitudini degli alunni francesi: il 93% dei ragazzi transalpini tra i 12 e i 17 anni possiede infatti un cellulare. Si tratta però di una rivoluzione a metà: l’utilizzo degli smartphone è in teoria già proibito in classe dal 2010 in seguito all’approvazione del Codice dell’educazione. Molte scuole però non avevano approvato i regolamenti propri interni che dovevano disciplinare lo stop e in diversi casi il divieto veniva aggirato. Ora l’uso sarà consenti solo ai docenti a meno di indicazioni differenti. Macron è già intervenuto a gamba tesa sui cellulari anche sul fronte del governo: in tutte le riunioni del Consiglio dei ministri è vietato portare con sé i telefonini, che devono essere lasciati su un apposito scaffale all’ingresso dell’Eliseo.

Un Fondo Monetario per il futuro dell’Europa

lagarde draghiL’integrazione politica dell’Europa è pensata dagli europeisti come un evento positivo di per sé, o una possibile alternativa alla marginalizzazione degli Stati ai quali gli europeisti appartengono, perché convinti che solo la realizzazione degli Stati Uniti d’Europa possa evitare la disaggregazione del Vecchio Continente.
Dopo l’interruzione che il processo d’integrazione ha accusato con la crisi del 2007/2008 e il diffondersi di movimenti antieuropei, nati come reazione agli esiti negativi della crisi, la proposta di istituire un Fondo Monetario Europeo è stata considerata positivamente dalla Commissione Europea, perché ritenuta strumentale rispetto al processo interrotto, che può essere rilanciato attraverso il preventivo approfondimento dell’integrazione dell’area euro con l’istituzione di un ministero dell’economia e delle finanza e la trasformazione del Meccanismo Europeo di Stabilità (ESM – acronimo dell’espressione inglese European Stability Maechanism) in un Fondo Monetario.
La creazione del “Fondo” è oggetto di attenzione da parte degli analisti dei problemi europei, non solo perché essa è uno dei punti dell’accordo tra i partiti che daranno luogo al nuovo governo in Germania, ma anche perché la proposta di istituire il “Fondo” è stata avanzata inizialmente dal Presidente francese Emmanuel Macron, che sin dal suo insediamento all’Eliseo ha manifestato la ferma intenzione di rilanciare il processo di integrazione, con un impegno non riscontrabile in molti dei suoi predecessori politici francesi.
La proposta, fatta propria dalla Commissione, è valutata dagli analisti secondo due differenti prospettive: per alcuni di essi, la proposta di Macron dovrebbe essere realizzata in funzione della costruzione di un’Europa “protettiva”, contraddistinta da una maggiore solidarietà; secondo altri, per la Germania (o almeno per una parte consistente della classe politica tedesca) la proposta dovrebbe essere lo strumento per il potenziamento del controllo dei bilanci degli Stati membri, al fine di rendere più efficaci le regole fiscali dell’Eurozona e di favorire l’aumento della competitività europea.
Le differenti visioni che i due principali Paesi dell’Unione Europea hanno della costituzione del “Fondo” dimostrerebbe, a parere dell’analista Hans Kundnani (“L’Unione Europea è la brutta copia del Fondo Monetario”, Limes n. 1/2018), che una maggiore integrazione, realizzata attraverso l’adozione di un Fondo Monetario, potrebbe risultare non “automaticamente giovevole” per tutti i Paesi membri dell’Eurozona. “La trasformazione dell’ESM in un Fondo Monetario Europeo – afferma Kundnani – potrebbe inserirsi nel filone dell’allarmante mutazione dell’UE innescata dalla crisi dell’euro. Benché da allora l’integrazione sia proseguita – gli Stati membri hanno di fatto ceduto quote di sovranità in modi prima impensabili – vi è ragione di credere che questa fase del progetto comunitario sia qualitativamente differente da quelle che l’hanno preceduta. Non è da escludere che, sullo slancio dello slogan ‘più Europa’, emerga una UE profondamente dissimile dal progetto idealizzato nell’immaginario europeista”. I timori di Kundnani non sono del tutto infondati.
La Germania è sicuramente aperta all’idea di istituire, per l’Europa, un Fondo Monetario; lo dimostra il fatto che di esso viene fatta menzione, come si è detto, nell’accordo di programma della “grande coalizione” destinata ad esprimere il governo tedesco per i prossimi anni; sulla sua costituzione, però, pesa il pensiero dell’ex ministro delle finanze Wolfgang Schäuble. Questi, pur escluso dal nuovo governo, prima di lasciare l’incarico, non ha mancato di indicare quali dovrebbero essere i compiti dell’”Fondo”, se mai sarà istituito. In un documento non ufficiale, Schäuble ha auspicato che il fine del “Fondo” sia quello di prefigurare il rischio di default per quei Paesi che dovessero mancare di mantenere i loro conti pubblici in regole.
A tal fine, la Germania, secondo Schäuble, dovrebbe proporre, all’interno del “Fondo”, l’istituzione di «un meccanismo di ristrutturazione dei debiti” dotato delle forza necessaria a garantire in caso di necessità una plausibile condivisione degli oneri fra il “Fondo” e gli Stati i cui conti pubblici accusassero un deficit. In altri termini, mentre l’obiettivo esplicito per la Germania dovrebbe essere quello di introdurre una disciplina idonea a motivare gli Stati a ridurre i loro debiti, quello implicito delle raccomandazioni di Schäuble, invece, sembra essere, secondo Kundnani, non tanto la realizzazione di un’”Europe qui protège”, secondo la proposta di Macron, quanto quello di ridurre l’esposizione tedesca a futuri salvataggi simili a quelli effettuati nei confronti di Grecia, Spagna, Portogallo, Irlanda e Cipro.
Al riguardo, non va dimenticato che Schauble, nelle sue esternazioni contrarie all’adozione di una politica europea di solidarietà nei confronti degli Stati maggiormente in crisi, ha sempre riflesso un atteggiamento critico largamente condiviso dall’opinione pubblica tedesca. Basti ricordare – come fa Kundnani – che alla vigilia del summit straordinario tenuto a Bruxelles nel 2015 per discutere della crisi greca, l’inflessibile Schäuble proponeva, nel caso la Grecia avesse rifiutato di accettare le condizioni dei creditori, “di trasferire 50 miliardi di beni pubblici patrimoniali greci in un fondo fiduciario in Lussemburgo, per poi privatizzarli. E di espellere ‘temporaneamente’ la Grecia dall’Eurozona”.
Un’altra esternazione di Schäuble, sulle finalità che il Fondo Europeo dovrebbe avere, non è meno intransigente di quella manifestata nel documento non ufficiale, fatto circolare prima di abbandonare l’incarico di ministro delle finanze; a suo parere, al “Fondo”, dotato del potere di regolari ispezioni e raccomandazioni, dovrebbe essere trasferita la vigilanza sui bilanci degli Stati; inoltre, all’interno dei suoi organi collegiali di gestione, il diritto di voto dovrebbe essere proporzionale al reddito dei singoli Stati, e solo chi ha più del 20% delle quote dovrebbe avere diritto di veto: in sostanza, secondo Schäuble, solo Berlino e Parigi.
Se ciò avvenisse, nell’area euro sarebbero definitivamente stabilite differenze fra livelli diversi di sovranità politica dei Paesi in base al censo, consentendo solo ai governi economicamente più influenti di usare il loro potere per far fare agli altri ciò che trovano più conveniente per sé.
Qualora la ripresa del processo di integrazione politica dell’Europa avvenisse sull’onda della crisi dell’euro e secondo le raccomandazioni di Schäuble, si avrebbe ragione di pensare che l’Unione Europea sia destinata a divenire – afferma Kundnani – “più coercitiva, oltre che più tedesca”; se ciò accadesse, nella ripresa del processo di integrazione diverrebbe centrale l’impiego della condizionalità esterna.
Il “principio di condizionalità”, collegato ai programmi di accesso alle risorse del Fondo Monetario Internazionale allo scopo di garantirne un uso adeguato, a partire dal 2002 è entrato a far parte delle linnee guida del governo dell’Eurozona; esso è stato accolto, in tempi precedenti la Grande Recessione, ad integrazione della procedura di indirizzo e verifica delle “performances” degli Stati richiedenti solidarietà e sostegno finanziario alle istituzioni comunitarie.
Il principio è stato applicato, dapprima, alla concessione degli aiuti alla Grecia nel 2010, e successivamente, soprattutto dopo l’adozione del Meccanismo Europeo di Stabilità, nella forma di “stretta condizionalità” nell’esercizio delle procedure di controllo seguite dall’Unione sulle politiche economiche degli Stati membri dell’Eurozona. L’intromissione nella sovranità statale, conseguente ai controlli comunitari e fondati sulla stretta condizionalità è stata tradizionalmente giustificata, sostenendo che ad essa si ricorreva per proteggere e garantire l’interesse “comune” alla stabilità nella zona euro.
Le limitazioni ai poteri sovrani degli Stati, seguite alla rigida applicazione del principio della stretta condizionalità, sono state poste in essere, però, in assenza di qualsiasi condizione di reciprocità, sulla quale è fondata l’appartenenza degli Stati membri all’Unione, e quindi all’Eurozona. Ciò ha spinto molti di essi a lamentare il fatto che le procedure condizionali implichino una cessione di sovranità statale, non solo perché avviene in assenza di reciprocità tra gli Stati, ma anche perché effettuata nell’ambito di un rapporto bilaterale tra gli Stati in condizioni di necessità e quelli chiamati a rispondere alla richiesta di aiuto; rapporto, nel quale la garanzia è costituita, non da uno specifico asset patrimoniale, bensì da un trasferimento di poteri sovrani dei Paesi richiedenti aiuto a soggetti istituzionali non legittimati ad esercitarli, com’è accaduto, è il caso di ricordarlo, in occasione della lettera Trichet-Draghi al governo italiano ai tempi della presidenza Monti.
La costituzione di un Fondo Monetario Europeo, a somiglianza del Fondo Monetario Internazionale, renderebbe particolarmente preoccupante l’estensione della condizionalità esterna per le sorti dei Paesi della cosiddetta “periferia”, costituita da quelli economicamente più deboli; il rischio infatti è che l’Europa diventi il veicolo di “trasmissione e imposizione” della volontà della Germania e degli altri Paesi enucleati intorno ad essa; o, più specificamente, che l’Eurozona, coincidente con il cosiddetto “nucleo”, emerso a partire dalla crisi dell’euro, si identifichi nel gruppo degli Stati non disposti a spingersi oltre nel processo di integrazione sin qui raggiunto, nella prospettiva di una “nuova Europa”, il cui principio legittimante non sia più quello della solidarietà, ma quello della competitività.
Quale che sia la composizione del governo espresso dalla “Große Koalition”, è indubbio che il Paese che più incarna la trasfigurazione dell’Europa sognata dai “padri fondatori” sia la Germania. Angela Merkel, destinata a presiedere il nuovo governo di coalizione, ha negli ultimi tempi sempre vagheggiato – afferma Kundnani – un’Europa competitiva”; un’Europa, cioè, “capace di competere economicamente, e pure geopoliticamente, con altre regioni del globo”, anche a costo di “sacrificare quello stesso modello che l’Unione una volta rappresentava”.
Conclusivamente, la proposta di rilanciare il progetto di integrazione dell’Europa, con la costituzione di un Fondo Monetario Europeo simile al Fondo Monetario Internazionale, se si considera quanto è accaduto a seguito della crisi dell’euro, è inevitabile che, più che un’”Europe qui protège”, si prospetti, per i Paesi economicamente più deboli, un’”Europe qui surveille et punit”, come vuole la logica esclusiva e neoliberista di Wolfgang Schäuble.

Usa-Ue, arriva la tregua nella guerra sui dazi

trump juncker

Finalmente una tregua tra Donald Trump e l’Europa dopo che ad Helsinki, nell’incontro con Putin, il presidente Usa aveva detto che ‘il nemico è l’Europa’. Jean Claude Juncker è andato alla Casa Bianca nella speranza di disinnescare le tensioni commerciali con gli Usa che rischiano di incrinare in maniera irreversibile le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico. Il presidente della Commissione Ue è riuscito a strappare un accordo.

Dopo l’incontro, Donald Trump ha detto:    “Oggi è un grande giorno, abbiamo lanciato una nuova fase nei rapporti tra Usa ed Europa.    L’obiettivo è quello di zero tariffe, zero barriere commerciali non tariffarie e zero sussidi sui beni industriali che non siano auto”.

Visibilmente soddisfatto anche Juncker, che è riuscito lì dove non erano riusciti Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Juncker ha affermato: “Ero venuto qui per trovare un’intesa e l’abbiamo trovata”.

Dalla Germania sono arrivati commenti positivi all’accordo di tregua, stipulato ieri dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker con il presidente Usa Donald Trump, sulle dispute commerciali. Un’intesa costruttiva, secondo Berlino che ribadisce il suo pieno appoggio all’esecutivo Ue.

La portavoce di Angela Merkel, Ulrike Demmer, ha affermato: “Il governo saluta l’accordo per una azione costruttiva sul commercio. La Commissione può continuare a contare sul nostro sostegno”.

L’intesa prevede che l’Ue si impegna a aumentare le importazioni di soia e gas liquefatto statunitensi, assieme a una tregua sui dazi mentre Bruxelles e Washington negozieranno un percorso per azzerare le tariffe nei servizi, nella chimica, nella farmaceutica, nei beni industriali, salvo le auto (nodo sensibile agli occhi della Germania).

Dalla Francia, inverosimilmente, sono arrivati commenti freddi all’accordo di tregua raggiunto ieri da Jean-Claude Juncker e Donald Trump sul nodo del commercio. Il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha affermato: “Parigi vuole chiarimenti sull’intesa raggiunta. La Francia ha sempre detto che bisognava evitare una guerra commerciale, che avrebbe fatto solo perdenti. Quindi è un bene tornare al dialogo con gli americani”. Tuttavia l’esponente transalpino Le Maire ha detto: “L’agricoltura deve restare fuori dalle discussioni e che l’Europa non transigerà sulle sue regole. Abbiamo delle norme sanitarie, alimentari e ambientali a cui teniamo perché garantiscono la salute dei consumatori”.

I riferimenti polemici appaiono diretti all’impegno, annunciato da Juncker ieri dopo l’incontro alla Casa Bianca, ad aumentare le importazioni di soia Usa, senza precisare se questo includa anche soia Ogm.

La presa di posizione francese si accomuna al pensiero dei movimenti populisti europei che anche in Italia avversano fortemente le coltivazioni Ogm.

Invece, una autorevole francese, Christine Lagarde, direttore del Fmi, ha così commentato: “Sono lieta di sapere che gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno raggiunto un accordo  per lavorare insieme e ridurre le barriere commerciali e, insieme con altri partner, rafforzare la WTO. L’economia globale può avere solo benefici quando i paesi si impegnano a risolvere in modo costruttivo i disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali”.

Da diverso tempo, il Fmi manifesta preoccupazioni per il diffondersi del protezionismo nel mondo.

Saro

Salvini, l’uomo forte vuole espugnare la Ue

salvini pontidaPugno di ferro con Bruxelles, con i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo, con i mafiosi, con gli assassini e gli stupratori. Matteo Salvini ha assicurato tra le ovazioni all’assemblea della Lega a Pontida: «La pacchia è finita». Promesse latte e miele, invece, per gli aspiranti pensionati: va cancellata la legge Fornero perché è «ingiusta e disumana». L’altolà dell’Unione europea sul deficit dei conti pubblici italiani è respinto con un afflato populista: «Prima viene la felicità dei popoli».

Salvini s’immerge nel bagno di folla di Pontida in una triplice veste: segretario del Carroccio, vice presidente del Consiglio, ministro dell’Interno. L’ha sparata grossa: «Si rassegnino i compagni: l’Italia che noi governeremo per i prossimi 30 anni, è un’Italia che non ha paura di niente». È vero che l’opposizione di centro-sinistra e quella di Forza Italia è muta e irrilevante davanti all’esecutivo Lega-M5S, ma la certezza di Salvini di poter governare per «i prossimi 30 anni» è un po’ troppo avventata. Stesso discorso vale per la confermata promessa di «cancellare» la Fornero, quando basterebbe rispettare almeno la proposta di correggere il provvedimento introducendo anche il pensionamento alla cosiddetta “quota 100” (somma tra età e anni di contributi).

Per ora le popolarissime promesse, determinanti per il successo nelle elezioni politiche, continuano a prosperare, ma non si vedono le realizzazioni concrete. Gli immigrati continuano a sbarcare in gran parte in Italia: con Bruxelles non è stato spuntato alcun risultato sostanziale (se c’è una riduzione dei flussi si deve agli accordi con la Libia dell’ex ministro dell’Interno Marco Minniti). Manca “la cancellazione”, o “il superamento”, o “la correzione” (secondo le varie promesse) della legge Fornero. Non si vede la flat tax. Non c’è traccia del reddito di cittadinanza, mentre questo progetto era al centro della campagna elettorale dei cinquestelle.

Salvini, comunque, viaggia con il vento in poppa. Punta al tris: vuole vincere le elezioni europee del 2019 dopo aver trionfato in quelle politiche di marzo e nelle comunali di giugno. I sondaggi gli danno ragione: la Lega sarebbe schizzata a oltre il 30% dei voti dal 17% ottenuto alle politiche.

Il boom ha tante ragioni. Salvini è abile nella comunicazione, ha saputo cogliere le paure degli italiani verso gli immigrati. La scomparsa delle opposizioni, incapaci di proporre una alternativa credibile, gli ha spianato la strada. Giancarlo Giorgetti, braccio destro di Salvini, l’ha capito e lo ha detto a Pontida. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio ha illustrato una tesi fino a poco tempo fa impensabile: «Non abbiamo più opposizione qui perché il popolo è con noi». Salvini ha vinto in Italia mentre in Francia Emmanuel Macron ha sconfitto l’anno scorso la sua alleata Marine Le Pen.

Adesso, secondo Salvini, la vera opposizione da battere è l’Europa delle multinazionali e della finanza. Ha annunciato: le elezioni europee del 2019 saranno «un referendum fra noi e le élite europee». Il disegno è di portare al successo la destra sovranista e nazionalista europea: «Facciamo cadere il muro di Bruxelles». Ha delineato una grande alleanza delle destre europee: «Io penso a una Lega delle Leghe d’Europa che mette insieme tutti i movimenti liberi e sovrani, che vogliono difendere la propria gente e i propri confini».

È una seria minaccia anche per il Partito popolare europeo di Angela Merkel. Non si sa come andrà a finire. Molto dipenderà dalla capacità delle forze di centro-sinistra e progressiste di dare una risposta alle paure, all’impoverimento del ceto medio e della classe lavoratrice.

Per ora c’è da fare i conti con la politica muscolare, dell’uomo forte, lanciata da Salvini. C’è qualcuno anche nel Carroccio che nutre dei dubbi. Umberto Bossi, critico con Salvini, non si è fatto vedere alla 32° edizione di Pontida. Non è andato all’annuale raduno leghista nemmeno Roberto Maroni. I due ex segretari della Lega hanno dato forfait per la prima volta. Non è un buon segno.

La linea di Salvini per ora paga, ma se non arriveranno i risultati con il reddito di cittadinanza, il taglio delle tasse e la modifica della Fornero, il vento potrebbe cambiare in fretta. Molto in fretta.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)