Macron, il sistema francese e le riforme istituzionali

macronProseguono, con il secondo appuntamento, la serie di approfondimenti in merito ai principali sistemi elettorali, connessi ai sistemi istituzionali, in vigore nelle democrazie europee.

La stabilità e la coerenza della forma di governo e del sistema elettorale rappresentano degli elementi fondamentali per garantire la funzionalità e un alto rendimento delle democrazie rappresentative.

Oggi, mi occuperò della forma di governo semipresidenziale e del sistema elettorale francese da lungo tempo considerati, da diversi politici e studiosi, Giovanni Sartori in primis, come un modello da seguire per la stabilità e la governabilità.

Il termine semipresidenzialismo fu coniato, nel 1978, dal politologo Maurice Duverger. Venne introdotto in Francia dal generale Charles De Gaulle, con la Costituzione del 1958 che inaugurò, in un contesto di crisi politica e nel pieno della guerra d’Algeria, la Quinta Repubblica.

La forma di governo francese è una repubblica semipresidenziale: un sistema nel quale il Presidente della Repubblica viene eletto direttamente dai cittadini e, forte della legittimità popolare, gode di ampi e reali poteri quali la scelta e la revoca del Primo Ministro, nonché lo scioglimento dell’Assemblea Nazionale, ovviamente, nei limiti costituzionali; il Primo Ministro necessita, insieme all’esecutivo, del voto di fiducia e di una maggioranza nell’Assemblea Nazionale.

Nella Quinta Repubblica, il potere legislativo spetta alle Assemblee Parlamentari. L’Assemblea nazionale ha il compito, con il Senato, di approvare le disposizioni legislative.

Il bicameralismo è differenziato e razionalizzato, l’Assemblea Nazionale ha un ruolo preminente rispetto al Senato. Tra queste funzioni si evidenzia come il primo ministro debba avere la fiducia, o il tacito assenso, dell’Assemblea Nazionale, così come solo i deputati possono presentare una mozione di censura al Governo.

Il potere esecutivo è bicefalo, cioè condiviso tra il capo del Governo e il capo dello Stato. Questa caratteristica del semipresidenzialismo “ad assetto variabile” può comportare la coabitazione: l’elezione di un Presidente della Repubblica di un partito e la vittoria, in termini di seggi, alle elezioni legislative di un partito diverso.

Questa situazione, verificatasi diverse volte, ha comportato il successo o meno di una Presidenza.

A questo proposito, è evidente che esistono differenti margini di azione di cui può disporre il Capo dello Stato: da un verso lo stesso colore politico permette l’esercizio di poteri decisionali in capo al presidente e relega il primo ministro ad un ruolo tendenzialmente secondario (come avviene con l’attuale presidenza di Emmanuel Macron); dall’altro, in caso di coabitazioni di maggioranze non coincidenti, il presidente e il primo ministro tendono a bilanciarsi a vicenda e ad essere rigidamente rispettosi della divisione dei poteri.

Proprio al fine di rendere difficile la coabitazione, dalle elezioni del 2002, il mandato presidenziale è stato ridotto a cinque anni, la durata di una legislatura, e le elezioni presidenziali si svolgono poco prima delle elezioni legislative; in questo modo, sfruttando un cosi breve periodo tra le due elezioni, risulta più difficile che gli elettori scelgano, in maggioranza, schieramenti opposti tra loro.

Il sistema elettorale è fortemente legato a quest’assetto costituzionale.

Si tratta di un maggioritario a doppio turno, sia per le elezioni presidenziali che per le elezioni legislative: se, al primo turno, un candidato ottiene il 50% più uno dei voti nel collegio, si aggiudica il seggio; viceversa, se nessun candidato raggiunge questa percentuale, si tiene un secondo turno in cui partecipano i candidati che hanno ottenuto oltre il 12,5% dei consensi alla prima tornata elettorale.

L’unica eccezione è rappresentata dalle elezioni al Parlamento europeo, dove è utilizzato il sistema proporzionale con sbarramento di lista al 5%.

Durante l’ultima campagna presidenziale nel 2017, Macron ha promesso l’avvio di un’incisiva stagione riformatrice; nell’aprile di quest’anno, il primo ministro francese, Edouard Philippe, ha esposto le linee generali del progetto di riforma istituzionale.

La riforma è suddivisa in tre differenti testi: un progetto di revisione costituzionale, una legge organica e una legge ordinaria.

Su alcune proposte di modifica, come la riforma del Consiglio supremo della magistratura si registra un ampio consenso; viceversa, sulle proposte più pregnanti non è stato trovato un accordo con le forze politiche di minoranza.

Tra queste proposte troviamo: la riduzione del 30 per cento del numero dei senatori e dei deputati (244 senatori rispetto agli attuali 348; 404 deputati contro i 577 odierni). Se passasse la riforma, la Francia sarebbe considerata uno dei paesi d’Europa con il maggior numero di abitanti per parlamentare.

Un’altra proposta divisiva è l’introduzione, dalle prossime elezioni del 2022, di una quota del 15 per cento di deputati eletti con il metodo proporzionale.
La quota proporzionale unita alla riduzione del numero dei parlamentari sono le misure che, secondo i critici, maggiormente minacciano di snaturare il sistema francese, maggioritario e a doppio turno, poiché potrebbe allentare il legame tra l’eletto e il territorio.

Tuttavia sembra una preoccupazione esagerata, almeno rispetto all’introduzione di una quota proporzionale; essa può garantire una maggiore rappresentanza di forze politiche minori, come in questa fase il Partito Socialista francese, e temperare la netta sovra-rappresentazione in termini di seggi della forza di maggioranza relativa.

Un terzo elemento, molto contestato e tacciato di autoritarismo è la limitazione alla quantità degli emendamenti stabilita in base alla dimensione dei gruppi parlamentari, la proposta è stata, successivamente, ritirata.

Poche settimane fa, dopo giorni di paralisi in parlamento, in seguito al “Caso Benalla”, i lavori sul progetto di riforma della Carta fondamentale sono stati rinviati a dopo la pausa estiva.

Questo si spiega con le difficoltà della contingenza politica ma, soprattutto, perché molte delle riforme, per essere approvate, richiedono una revisione della Costituzione, quindi il voto favorevole anche del Senato che ha una maggioranza neogollista.

La modifica del sistema elettorale rientra invece in una legge ordinaria, per la quale ha l’ultima parola l’Assemblea Nazionale, dove En Marche! gode di un’ampia maggioranza.

Tuttavia, per evitare il problema del Senato, l’esecutivo potrebbe organizzare un referendum.

Potrebbe trattarsi di un azzardo: i francesi avrebbero la possibilità di esprimere un dissenso rispetto alla forza di governo, a prescindere dai contenuti della riforma. In qualche maniera, ripetendo quello che è successo in Italia con la vicenda del referendum costituzionale del 2016.

Per tutte queste ragioni, il Presidente della Repubblica non intende sottoporsi a un referendum politico preferendo per il momento tentare la strada parlamentare e trovare un accordo con il Senato.

Resta da capire se la forte personalizzazione, la leaderizzazione e il superamento di forme tradizionali di mediazione con parti sociali e soggetti politici, tratti caratteristici della scalata politica e del modo di governare incarnato da Macron, possano essere compatibili con la necessità di creare un clima di dialogo con le altre forze politiche, trovare accordi e superare in maniera condivisa le numerose criticità emerse.

Paolo D’Aleo

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BANDIERE UE ITALIA

Il debutto del governo italiano in Europa è di quelli che non passano inosservati. Dopo la decisione di Salvini di chiudere i porti, dopo la diatriba con Malta e il “soccorso” spagnolo alla Aquarius, da diversi Paesi europei si è levato un coro di critiche contro la politica migratoria del governo giallo-verde. Dalla Francia hanno definito “vomitevoli” le posizioni del leghista e in Spagna si ipotizza che l’Italia abbia in qualche modo violato il diritto internazionale. Conte, Salvini e Di Maio hanno già rispedito al mittente le accuse e ora chiedono le scuse a Parigi. Alla luce degli ultimi sviluppi nelle relazioni tra l’Italia e la Francia il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha deciso di cancellare il viaggio a Parigi, dove avrebbe dovuto incontrare l’omologo Bruno Le Maire. Lo confermano fonti governative. Resta confermato invece l’incontro di domani a Berlino con il ministro delle Finanze Olaf Scholz. La decisione del titolare di via XX settembre sarebbe giunta mentre il ministro stava per raggiungere l’aeroporto dove avrebbe preso il volo per Parigi nel primo pomeriggio.

A preoccuparsi degli effetti dello scontro in atto è il ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi. Persona accorta e prudente, cresciuta nelle istituzioni europee e grande conoscitore delle dinamiche interne all’Unione. Il ministro degli Esteri ha convocato alla Farnesina l’ambasciatore di Francia in Italia per avere chiarimenti sul durissimo giudizio espresso dal portavoce di En Marche. Moavero ha sottolineato come le accuse della Francia “compromettono le relazioni”. Il ministro, si legge in una nota della Farnesina “ha chiarito che simili dichiarazioni stanno compromettendo le relazioni tra Italia e Francia. I toni impiegati sono ingiustificabili, tenuto conto che da molti mesi ormai il nostro paese ha pubblicamente denunciato l’insostenibilità dell’attuale situazione di latitanza di un approccio coordinato e coeso a livello europeo circa la gestione dei flussi migratori, rispetto ai quali l’Italia non si è mai tirata indietro. Comprendo – fa sapere Moavero Milanesi – che anche uno Stato amico e alleato possa dissentire dalle posizioni di un altro Stato, ma tale dissenso dovrebbe essere espresso in forme e modi coerenti con tale rapporto di amicizia, in particolare tenendo a mente che anche in tempi recenti l’Italia non ha fatto mancare alla Francia il proprio aiuto per fornire la necessaria assistenza a persone migranti”.

Oggi è stato il giorno dell’intervento di Salvini al Senato per una informativa su Aquarius. “Macron passi dalle parole ai fatti e domani mattina accolga i 9mila migranti che si era impegnato ad accogliere”. Ha detto il ministro dell’Interno sottolineando che la Francia ha accolto solo 340 dei 9.816 migranti che dovevano essere ricollocati in tre anni. “La Francia ci dice che siamo cinici – ha aggiunto – ma dal 1 gennaio al 31 maggio ha respinto alle frontiere 10.249 persone, comprese donne e bambini disabili”.

“Giusto e condiviso sdegno per le dichiarazioni francesi” è giunto anche dall’ex premier, Romano Prodi, in un’intervista a InBlu Radio. “Dire quello che ha detto il governo francese – ha aggiunto Prodi – è intollerabile soprattutto da parte di un governo che ha causato l’inizio di questa tragedia. La guerra in Libia l’ha fatta la Francia. Noi ci siamo incredibilmente accodati, non ho mai visto qualcuno fare un guerra contro i propri interessi”. “La Francia in questi anni – ha concluso Prodi – ha gestito le cose in Libia con iniziative assolutamente proprie non curandosi degli interessi generali. Macron, in questo unico caso, non ha fatto altro che mettere insieme le forze politiche italiane”.

Redazione Avanti!

Macron e il contagio italiano. La morte dei vecchi partiti

macron philippeEdouard Philippe, 46 anni, è il Primo ministro del governo francese scelto da Emmanuel Macron all’indomani del suo insediamento all’Eliseo. Il primo consiglio dei ministri, presieduto da Macron, è stato già fissato per mercoledì mattina.


Emmanuel Macron sale le scale dell’Eliseo e stringe la mano a François Hollande. Il volto del neo presidente della Repubblica francese e del suo predecessore sono imbarazzati e tirati. Segue il passaggio di consegne tra i due statisti, tra il giovane Macron, 39 anni, e il maturo Hollande, 62 anni.

L’imbarazzo è comprensibile. Macron è stato un allievo di Hollande, prima è stato il suo consigliere economico e poi è divenuto ministro dell’Economia nel governo socialista. È seguita una forte divaricazione. Macron ha lasciato il Partito socialista e poco più di un anno fa ha fondato una sua forza politica, En Marche!, con l’obiettivo di realizzare una “rivoluzione progressista”, battere i populismi e divenire presidente della Repubblica. La difficile impresa è riuscita, mentre i socialisti sono crollati e il loro candidato non è arrivato nemmeno al ballottaggio per l’Eliseo.

Il neo capo dello Stato francese promette: l’Europa «sarà rifondata e rilanciata» perché essa «protegge» i propri cittadini. Aggiunge: «L’Unione europea diffonde nel mondo i nostri valori», «la Francia è forte quando cresce».

In pillole è il programma di Macron: rifondare la Ue divenuta a guida tedesca, proteggere gli europei spaventati dalla globalizzazione e dal terrorismo islamico, sbloccare l’economia francese in forte difficoltà competitiva. È la coraggiosa piattaforma europeista sulla quale ha vinto le elezioni con il 66% dei voti contro il 34% di Marine Le Pen, la candidata di estrema destra ostile agli immigrati, favorevole all’uscita della Francia dall’euro, dalla Ue e dalla Nato.

Lui, ex banchiere, il più giovane presidente della Repubblica della storia francese ha vinto e i neo gollisti e i socialisti, le due forze cardine della Quinta Repubblica, sono state quasi annientate. Françoise Fillon e Benoit Hamon, i rispettivi candidati all’Eliseo, sono stati sonoramente battuti e non hanno superato nemmeno il primo turno elettorale.

Macron ha precisato: i partiti tradizionali “sono morti”. Anche Marine Le Pen, dal fronte opposto, ha commentato: «Al primo turno è stata frantumata la vecchia politica francese. Ora si parla di patrioti da una parte e di mondialisti dall’altra». Ora l’obiettivo di entrambi è fare tabula rasa dei vecchi partiti francesi nel voto di giugno per eleggere il nuovo Parlamento. Il neo presidente della Repubblica, forte dei voti centristi, punta ad ampliare il 24% dei voti raccolti al primo turno e ha già lanciato la lista République En Marche! per confermare e consolidare il 66% dei consensi conquistati sia a destra sia a sinistra nel ballottaggio. Cercherà di vincere candidando all’Assemblea nazionale giovani, volti nuovi espressione della società civile, dicendo no ai vecchi nomi dei politici d’Oltralpe. Non a caso En Marche! ha stoppato l’ingresso dell’ex presidente del Consiglio Manuel Valls, che ha rotto i ponti con il Partito socialista scompaginato. Una parallela operazione di rinnovamento la sta tentando la Le Pen, cambiando il nome al Front National, il partito fondato dal padre Jean Marie, su posizioni neo fasciste.

L’obiettivo è cancellare i partiti tradizionali francesi ed introdurre un nuovo bipolarismo tra europeisti e anti europeisti rispetto alla tradizionale contrapposizione tra sinistra e destra. È un po’ il risultato del contagio politico italiano. L’Italia è stato un precursore. Già nelle elezioni politiche del 1994, dopo Tangentopoli, nella Penisola furono azzerati i partiti storici (Dc, Psi e forze laiche) e si affermarono forze nuove: Forza Italia di Silvio Berlusconi, la Lega Nord di Umberto Bossi, An postmissina di Gianfranco Fini, il Pds postcomunista di Massimo D’Alema. In seguito il terremoto è proseguito: hanno conquistato l’egemonia il Pd europeista critico di Matteo Renzi e il M5S anti europeista di Beppe Grillo. Renzi, dopo la sonora sconfitta al referendum costituzionale del 4 dicembre, sta cercando di allargare i consensi dal centro-sinistra al centro-destra. Grillo, definendo i cinquestelle né di sinistra né di destra ma post ideologici, sta tentando di ampliare i consensi verso tutti i fronti, compresi i cattolici progressisti e conservatori.

Il voto di giugno sarà una sfida difficile per Macron: il traguardo è ottenere una autonoma maggioranza di governo. Gli elettori francesi, però al ballottaggio, più che per Macron hanno votato contro Marine Le Pen, leader del Front National, partito nazionalista e populista anti europeo e anti globalizzazione. Adesso dovrà convincere gli elettori a votare per lui nelle elezioni di giugno per il nuovo Parlamento. Dovrà il giovane tecnocrate progressista dovrà convincere soprattutto i disoccupati, i precari, gli operai, gli artigiani, i trenta-quarantenni, chi sta peggio. Non a caso un sondaggio è illuminante: ha votato per lui al secondo turno solo il 31% di chi giunge a fine mese molto faticosamente e il 61% di chi ci arriva faticosamente. Invece ha votato per il giovane ex banchiere il 79% delle persone che arrivano facilmente a fine mese.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)