Politeia, Savona contro il crollo Ue

paolo savonaPoliteia, la parola non esiste. Non se ne trova traccia né sfogliando il dizionario della lingua italiana Devoto-Oli né consultando il vocabolario Zingarelli. Ma è un termine che presto potrà diventare di uso comune in Italia e in Europa. Il nome lo lancia Paolo Savona, scavando nella cultura dell’antica Grecia, per indicare la sua proposta: una politica diretta a perseguire l’interesse generale, per delineare la costruzione di una Europa dei popoli e non delle banche.
La svolta è arrivata ai primi di settembre. Il ministro degli Affari europei ha inviato a Bruxelles un documento dal titolo: «Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa». L’economista sardo ha presentato un documento di 17 pagine, proponendo le scelte per “completare” l’unità europea, recuperando la fiducia dei cittadini colpiti dalla crisi economica, in rivolta contro una Ue più attenta al rigore della finanza che alle necessità delle persone.
Assegna un profondo senso alla parola politeia. Il ministro del governo Lega-M5S ha spiegato in un comunicato stampa: il riferimento lessicale a una “politeia”, anziché alla consueta “governance” è perché «la prima esprime una politica per il raggiungimento del bene comune, mentre la seconda -mutuata dalle discipline di management- indica le regole di gestione delle risorse. Politeia è quindi qualcosa di più di governance».
Rilancia quanto disse a maggio, quando la sua candidatura a ministro dell’Economia (proposta con determinazione da Matteo Salvini e sostenuta da Luigi Di Maio) fu bocciata dal presidente della Repubblica per il suo euroscetticismo comprendente anche l’idea di un Piano B su una eventuale uscita dalla moneta comune nel caso della comparsa del «cigno nero, lo choc straordinario». L’economista argomentò: «Voglio una Europa diversa, più forte, ma più equa». Successivamente Sergio Matterella nominò Giovanni Tria ministro dell’Economia e Savona ministro degli Affari europei.
Adesso, con il documento inviato a Bruxelles, l’economista ha proposto un progetto per cambiare la Ue costruendo una unione politica vera dotata anche di una solida moneta comune. Ha proposto «un Gruppo di lavoro» per esaminare «la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati».
Teoria e decisioni operative marceranno insieme. Il ministro punta su 50 miliardi di euro d’investimenti in Italia per sostenere l’occupazione e lo sviluppo. Enel, Eni, Terna e Leonardo potrebbero investire fino a 36 miliardi mentre gli altri 14 arriverebbero dal governo Conte. In questo modo nel 2019, è il suo ragionamento, potrebbe raddoppiare al 2% la zoppicante crescita del Pil (Prodotto interno lordo) italiano permettendo anche un consistente aumento delle entrate fiscali. Solo la crescita «può sventare il collasso» dell’Italia e della Ue.
Ad agosto il ministro è andato a Francoforte a trovare Mario Draghi, il presidente della Bce (Banca centrale europea) fiero difensore della Ue, dell’”irreversibilità” dell’euro, autore del piano di espansione monetario osteggiato dalla Germania di Angela Merkel e ormai agli sgoccioli. Savona, 81 anni, ministro dell’Industria del governo Ciampi, professore di Politica economica, già direttore dell’ufficio studi della Banca d’Italia e stretto collaboratore di Guido Carli, ha avviato un difficile dialogo con Draghi sui malandati conti pubblici italiani in vista della prossima manovra economica dai possibili contenuti molto costosi (reddito di cittadinanza, flat tax, modifiche alle legge Fornero sulle pensioni). Ha più volte ripetuto di non vuoler distruggere l’Europa ma di volerla forte, unita e interprete degli interessi dei cittadini. Con il populismo della Lega e del M5S non sembra avere nulla da spartire: vuole dare uno sbocco europeo alla protesta sociale. Non vuole confini nazionali chiusi: «Non sono un sovranista, sono un duro trattativista».
È una corsa contro il tempo. Servono profonde e urgenti riforme della Ue a trazione tedesca dominata da severe regole finanziarie e non di sviluppo, pervasa da pericolose spinte autoritarie. Occorre fare presto perché i tempi sono stretti. Entro ottobre il governo Conte-Salvini-Di Maio dovrà presentare la Legge di bilancio 2019 e a maggio si terranno le elezioni europee.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

La Rai e il governo del cambiamento

RAI-Riforma

“Merito” e “capacità”. Tante promesse contro la lottizzazione Rai e delle aziende pubbliche. Lega e M5S da metà giugno si sono scontrati, prima sotto traccia e poi apertamente, declamando contro la lottizzazione ma trattando sulla divisione delle poltrone. Ma alla fine è andata in porto la spartizione. La prima palla ad andare in buca è stata la guida della Cassa depositi e prestiti: Fabrizio Palermo, gradito a Luigi Di Maio, è stato insediato dal governo M5S-Lega come amministratore delegato della “cassaforte” nella quale sono custodite le azioni delle più importanti aziende pubbliche (Eni, Enel, Poste, Telecom, Fincantieri, Terna, Saipem e Italgas).

Poi è arrivato l’accordo sulla lottizzazione Rai: Fabrizio Salini, apprezzato dai cinquestelle, amministratore delegato (la figura è prevista al posto del direttore generale dalla legge di riforma fatta approvare dal governo Renzi nel 2015), Marcello Foa, sostenuto dai leghisti, presidente. Contatti, riunioni informali, vertici di maggioranza e Consigli dei ministri; la strada della divisione delle nomine è stata faticosa è tortuosa. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato al ‘Fatto Quotidiano’ il suo metodo per uscirne indenne: «Il ministro competente fa le proposte, io ne parlo con i due vicepremier, poi le decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore».

E così è andata, ma certamente non è stata cancellata la tanto demonizzata lottizzazione Rai in nome della “candidatura migliore”. Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri del 27 luglio ha difeso le scelte assunte dal “governo del cambiamento” sulle nomine: «Abbiamo appena nominato i vertici della Rai. Oggi inizia una nuova rivoluzione culturale con i due nomi, Marcello Foa presidente e Fabrizio Salini Ad». Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, ha usato parole forti e offensive: queste nomine «il presidente del consiglio e il Cdm hanno ritenuto all’altezza di questa grande sfida per liberarci dei raccomandati e dei parassiti».

Niente male. Matteo Salvini è stato più pacato. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ha messo da parte le critiche del passato: «Sono molto soddisfatto, ci sarà spazio per tutte le voci, finalmente. Siamo solo all’inizio».

Strano. Roberto Fico, presidente cinquestelle della Camera, aveva detto basta alle lottizzazioni e aveva messo i partiti fuori della porta: «Deve finire l’era delle appartenenze politiche, dell’influenza del governo sui giornalisti Rai e viceversa. Deve cambiare tutto».

Invece di “cambiare tutto” sono cambiati solo gli autori della spartizione: adesso è stata varata la lottizzazione gialloverde, quella del “governo del cambiamento”. Ma non è detto che la spartizione della Rai decisa dal governo Conte-Di Maio-Salvini vada in porto. Il problema è “il presidente di garanzia”. La legge stabilisce che il presidente dell’azienda radiotelevisiva pubblica sia eletto dalla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai con una maggioranza qualificata dei due terzi dei voti: M5S e Lega non raggiungono questa soglia e sperano nel soccorso essenziale di Forza Italia per evitare un flop, ma non è per niente scontato il sì dei forzisti. Silvio Berlusconi ha ritenuto le nomine avanzate «un pessimo segnale» perché assunte in maniera unilaterale da parte della maggioranza grilloleghista.

Il centro-sinistra ha sollecitato il presidente di Forza Italia ad evitare un “soccorso azzurro” ed ha annunciato una durissima opposizione. Maurizio Martina ha attaccato: «Va in onda la spartizione tra la Lega e Cinque Stelle». Il segretario del Pd ha ricordato la necessità dei due terzi dei voti per eleggere “il presidente di garanzia” voluto invece solo dai cinquestelle e dai leghisti che «per le poltrone calpestano anche le regole». Insorgono anche i sindacati dei giornalisti. Vittorio Di Trapani (Usigrai), Raffaele Lorusso e Beppe Giulietti (Fnsi) con una lettera aperta ai 7 consiglieri di amministrazione Rai hanno contestato l’indicazione da parte del governo del presidente di viale Mazzini perché «si configura come una palese violazione di legge».

La battaglia si deciderà mercoledì primo agosto. Quando si riunirà la commissione di Vigilanza si vedrà se e come passerà la spallata Salvini-Di Maio sul “presidente di garanzia”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Ocse, l’Italia di adulti poco ‘digitalizzati’ e giovani Neet

neetI ministri delle politiche sociali dei 35 paesi dell’Ocse e dei paesi partner si sono incontrati oggi a Montréal per una riunione su “Politica sociale per la prosperità condivisa: abbracciare il futuro”. Le questioni trattate sono centrali: modernizzare i sistemi di protezione sociale per incorporare al meglio le persone che svolgono lavori non standardizzati, promuovere diversità e inclusione sociale per tutti, garantire a bambini e giovani pari opportunità di riuscita nella vita, integrare l’uguaglianza di genere nella progettazione e nella riforma delle politiche.
Le profonde trasformazioni in corso (tecnologiche e culturali) stanno ridisegnando il mondo del lavoro, in termini di: organizzazione, identità, appartenenza e tutele. Aumenta la quota di lavori non-standard e la relativa percentuale di lavoratori autonomi, con conseguente necessità di prevedere maggiore protezione sociale per tutti. È necessario adeguare regole e politiche pensate per un tempo ormai passato. Il lavoro autonomo può essere visto come una strategia di sopravvivenza, per coloro che non riescono a trovare altri mezzi per guadagnare un reddito, o come prova di spirito imprenditoriale e desiderio di esplorare nuovi lavori e possibilità. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi esiste una relazione negativa tra il tasso di lavoro autonomo e il tasso di disoccupazione.
Nella classifica dei Paesi Ocse e dei Paesi partner sui lavoratori autonomi rispetto al totale, l’Italia è all’ottavo posto con circa il 24% di lavoratori autonomi (media Ocse 16%).
Come sottolinea l’Ocse, sono necessarie riforme cruciali per riuscire ad adattare i sistemi di protezione sociale al nuovo mondo del lavoro. Ad esempio, i diritti dovrebbero essere collegati agli individui, piuttosto che ai posti di lavoro, in modo che siano trasferibili da un lavoro all’altro. Le opportunità di formazione dovrebbero essere ampiamente disponibili e non necessariamente collegate al proprio status lavorativo o al posto di lavoro.
Ma quanti adulti partecipano alla formazione e all’apprendimento? L’Italia è tra gli ultimi paesi, con ben il 75% delle persone tra i 25 e i 64 anni che non partecipa a corsi di formazione formali o informali.
Forme di apprendimento permanente potrebbero trovare risposta anche nelle opportunità offerte dalla digitalizzazione (i Mooc e le risorse educative aperte rappresentano importanti risorse), ma rimangono sottoutilizzate. Le nuove forme di organizzazione e di lavoro aumentano la domanda di persone con abilità matematiche, capacità di risoluzione dei problemi, competenze Ict di base, capacità relazionali e competenze trasversali.
Nei processi di cambiamento è fondamentale prestare attenzione ai gruppi più svantaggiati che tendono a restare indietro nell’uso delle tecnologie, nell’acquisizione di competenze e nell’adattamento durante la vita lavorativa.
Uno dei segmenti della popolazione dove è più evidente lo scollamento ed è prioritario agire, è quello dei giovani tra i 15 e i 29 anni. Gli intensi aumenti della disoccupazione giovanile e della sottoccupazione, dovuti a ostacoli strutturali di lunga data, impediscono a molti giovani dei paesi dell’Ocse e delle economie emergenti di passare con successo dalla scuola al lavoro.
Circa 40 milioni di giovani nei paesi dell’Ocse, pari al 15% dei giovani tra 15 e 29 anni, non frequentano corsi di istruzione, impiego o formazione, i cosiddetti Neet. Due terzi di loro non sono nemmeno alla ricerca di lavoro. Il 40% di tutti i giovani sperimenta un periodo di inattività o di disoccupazione nell’arco di un periodo di quattro anni e per metà di essi questo periodo durerà un anno o più e può portare allo scoraggiamento e all’esclusione.
L’Italia, purtroppo, è tra le prime classificate per numero di Neet: nel 2016 erano il 25.4% (media Ocse 14%). La proporzione dei giovani Neet è aumentata considerevolmente durante la crisi. Prima del 2007 il tasso di Neet in Italia era già alto, intorno al 20%. Tra il 2007 e il 2014 ha continuato ad aumentare, raggiungendo ben il 27%. Ha registrato una modesta riduzione nel 2015 (corrispondente a quasi 2.5 milioni di Neet), rimanendo però negli anni successivi, significativamente sopra i livelli pre-crisi.
Come in altri paesi Ocse, la maggioranza dei giovani Neet (60%) non cerca nemmeno un lavoro e il fenomeno dei Neet è più diffuso fra i giovani con bassi livelli di istruzione, rispetto ai giovani più istruiti. Il tasso di abbandono scolastico resta molto elevato in Italia, dove circa il 30% degli uomini e il 23% delle donne di età compresa fra i 25 e i 34 anni non ha un titolo di studio di scuola secondaria superiore (rispetto a una media Ocse del 18% per gli uomini e del 14% per le donne). Nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni, il dato sui Neet si evidenzia maggiormente se incrociamo la variabile età e la variabile genere. In Italia quasi il 30% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni è disoccupato o inattivo.
I contesti economici e sociali sono in rapida evoluzione e numerose sono le sfide da affrontare per andare verso una crescita inclusiva. Quella canadese rappresenta un’occasione importante per pensare il futuro e programmare delle buone politiche.
Tuttavia, nonostante lo spread Bpt-Bund salito a 134-140 punti ed il ritardo dell’Italia nell’Eurozona, l’economia italiana è in ripresa.
Nei primi tre mesi dell’anno, lo dimostra il pieno di utili per le maggiori aziende del Paese come Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Ubi, Generali, Eni, Enel, Fiat Chrysler, Poste, Carige, Mediobanca.
Per molte di queste, i dati di bilancio sono andati oltre le previsioni degli analisti, raggiungendo ricavi e utili record (Mediobanca), altre hanno potuto completare il percorso di risanamento.
Se le aziende ridono, molti lavoratori piangono. Si allarga da luglio la platea potenziale del Rei, il reddito di inclusione sociale ma le domande all’Inps anche senza i requisiti sulla composizione del nucleo familiare potranno essere presentate dal primo giugno (il beneficio si ottiene a partire dal mese successivo). Apprendiamo dall’Inps, in un messaggio per ricordare che da luglio, come previsto dalla legge, non sarà più necessario per ottenere il sussidio avere in famiglia almeno un minore, un disabile, una donna in stato di gravidanza o un disoccupato over 55. Fino a giugno la platea potenziale è di circa 500.000 famiglie per 1,8 milioni di persone mentre da luglio passerà a 700.000 nuclei per 2,5 milioni di persone.
Il beneficio economico va da un massimo di 187,5 euro per una persona sola in situazione di povertà a 539,8 euro nel caso di famiglia con almeno sei componenti (importi inferiori ai limiti di sopravvivenza).
Tra i requisiti per avere il Rei c’è un Isee non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro.
Il Rei è compatibile con un’attività lavorativa (fermi restando i requisiti economici) ma non con la Naspi.
Il disagio sociale non diminuirà con gli utili delle aziende, perchè gli utili prodotti, molto probabilmente, verranno reinvestiti per produrre altri utili e non per creare nuova occupazione. Anzi, a seguito dei nuovi investimenti potrebbe essere necessario l’impiego di un minore numero di lavoratori.
Si pone, dunque, il problema di una politica sociale per l’occupazione e per la distribuzione della ricchezza. Compito che storicamente è politicamente appartiene al socialismo riformista. Le problematiche sociali hanno cambiato aspetto, ma sono rimaste fondamentalmente immutate nella loro natura esistenziale.

Scandalo bollette, onesti che pagano per i furbi

bolletteIl giorno di san Valentino non si può dire che dal Sole24Ore sia arrivato un messaggio d’amore. La notizia diffusa riguarda tutti i consumatori di energia elettrica. Infatti, con la delibera numero 50 dello scorso 1° febbraio di Arera, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, ha stabilito che il buco creato dagli evasori dovrà essere ripianato dai contribuenti.
Si premiano i furbi che se la svignano, mentre gli onesti dovrebbero pagare pure per i furbi.
Incredibile ma è così: chi è in regola con i pagamenti dovrà pagare di più perchè gli evasori non si riescono a prendere e a fargliela pagare.
La decisione è stata presa dopo una serie di sentenze che non avrebbero lasciato scampo all’Arera che si è dunque dovuta muovere scontentando gli ‘onesti’.
La novità principale ruota intorno a quelli che si chiamano ‘oneri generali di sistema’ delle bollette inevase, e dunque non i consumi effettivi, che fino ad oggi venivano coperti dalle imprese di vendita.
Adesso la musica cambia e quella fetta di evasione dovrà essere coperta dai clienti finali, ovvero i consumatori.
La sentenza spiega però che gli oneri sono a carico degli utenti e non della ditta ma non dice che quegli stessi utenti debbano suddividersi anche gli oneri dei morosi.

Una differenza non da poco che potrebbe persino portare qualcuno ad estendere la portata di questo principio per nulla equo a dire: “allora perché non facciamo pagare le tasse evase a chi le tasse le paga?”.

È caos per la questione delle morosità sulle bollette elettriche che si vorrebbero spalmare sugli utenti in regola, quelli che pagano sempre in tempo senza lasciare in giro ‘pendenze’.
Una notizia vera  che però in queste ore si sta intrecciando con una bufala che sta circolando via web e via WhatsApp, in merito ad un presunto addebito di 35 euro nella bolletta di aprile.
No, questa parte non è vera e rischia di essere pericolosissima  perché oltre a diffondere una falsa notizia invita a non pagare la bolletta in attesa di una non meglio specificata sentenza del Tar, e a decurtare questi 35 euro dal bollettino postale.
Si tratta di una bufala a tutti gli effetti, che solo in parte si fonda su un aspetto reale.
La deliberazione dell’Autorità per l’energia si prefigge l’obiettivo di spalmare sugli utenti finali le morosità,  ma solo relativamente agli oneri di sistema non pagati dagli operatori ai distributori dell’energia. Resta piuttosto vago il concetto di ‘oneri di sistema’ nei contratti di somministrazione.
Un principio che ad un primo sguardo sembra palesemente ingiusto perché, al di là degli importi e dell’entità dei ricarichi in bolletta, spalma sui consumatori onesti parte dei debiti accumulati sulle bollette elettriche.
Proprio in tal senso  il Codacons sta preparando un ricorso al Tar della Lombardia, dove si impugnerà la delibera dell’Autorità per l’energia chiedendone l’annullamento nella parte in cui addebita all’intera collettività gli oneri di sistema non pagati.

La notizia diffusa per prima dal Sole 24 ore circola ormai da quasi dieci giorni e probabilmente, finora, la reazione delle associazioni dei consumatori è sembrata debole.
Parallelamente sono nate anche altre iniziative come quello del deputato Mauro Pili, ex presidente della Regione Sardegna, che ha organizzato una raccolta firme per contrastare il provvedimento.
Più di 100 mila persone hanno già firmato una petizione.
Gli aumenti in bolletta per tappare i buchi degli evasori, dal 1° gennaio 2019, subirebbero altri aumenti fino al 46% per l’energia elettrica.

Mauro Pili, nella petizione rivolta al Presidente dell’Autorità per l’energia Elettrica e il gas elenca una serie di motivi per i quali quello che è stato deciso di fare andrebbe fermato.
Nel primo punto il deputato richiama  l’articolo 23 della Costituzione secondo cui ‘nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla Legge’.
Ma Pili parla anche di totale violazione del principio costituzionale di equità, considerato che quello che si vorrebbe portare a compimento imporrebbe la ripetizione di una tassa in capo ad uno stesso soggetto.
La decisione, inoltre, secondo Pili  ‘è palesemente in contrasto con il principio stabilito dal codice tributario che prevede che tasse ed imposte possono essere decise ed applicate solo ed esclusivamente con legge dello Stato’. In questo caso, come dice la sentenza del Consiglio di Stato alla quale si è dovuta attenere l’Arera, la legge prescrive proprio che gli oneri statali siano da addebitare al cliente finale e non all’azienda ma nessuno dice che chi paga debba sobbarcarsi anche la cifra dei morosi.
La petizione  pone l’attenzione anche sul divieto di introdurre  ‘il principio illegittimo di retroattività’  (art. 3, L. 212/00 dello statuto dei contribuenti),  considerato che le norme tributarie non hanno e non possono avere effetto retroattivo.
Si violerebbe anche il codice del consumo, per quanto riguarda buona fede, correttezza, e informazione del consumatore nel contratto.
Insomma, la battaglia sembra aperta anche grazie alla consapevolezza degli utenti che si stanno informando e vogliono capire cosa sta accadendo, senza subire inconsapevolmente un provvedimento che potrebbe piovere dall’alto.
Il pericolo, però, è che il continuo imperversare di bufale utili solo a confondere le idee, facciano perdere vigore alla battaglia che a questo punto sembra tutta da giocare.
E mentre i consumatori si interrogano su cosa accadrà, le aziende fanno i conti con la discesa del fatturato complessivo del settore energetico in Italia che nel 2016 è stato di 247,4 miliardi di euro, in diminuzione di 28,5 miliardi (- 10,3%) rispetto ai 275,9 del 2015 che resta però, considerando le società che producono, distribuiscono, vendono elettricità, gas, petroli e carburanti, quello di maggiore dimensione di tutta l’economia italiana.
Anche il margine operativo netto è sceso a 19,1 miliardi di euro (-9%, ovvero 1,9 miliardi) sui 21 miliardi del 2015.
Il Centro Studi CoMar ha rilevato, come pur in presenza di una diminuzione dei valori assoluti, il rapporto tra margine operativo netto e fatturato, sia salito dal 7,6% del 2015 al 7,7% del 2016.
Scendono invece gli addetti delle società considerate di 4.890 unità, da 182.083 a 177.193 (-2,68%).
Per quanto riguarda le classifiche delle singole aziende esaminate nello studio, sempre con riferimento ai bilanci 2016: nei primi dieci posti per fatturato, vi sono 7 società italiane: nell’ordine Enel, Eni, Gse, Edison, Esso Italiana, Saras Raffinerie Sarde, Kuwait petroleum Italia, A2A, Hera, Total Herg.
Le Società con il migliore rapporto margine operativo netto-fatturato sono Snam e Terna; le società con il migliore rapporto fatturato per dipendente risultano Edelweiss Energy Holding, Energy.com, GSE Gestore Servizi Energetici.
Il Movimento UNIDOS e il deputato Mauro Pili hanno promosso la seguente petizione, rivolta all’Autorità per l’Energia elettrica e il gas, che interviene, con tutti i sottoscrittori, nella procedura di consultazione sulla delibera 52/2018:
1. L’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha avviato la consultazione 52/2018, ancora in corso (possono partecipare tutti, anche i singoli cittadini, scadrà il 26 febbraio), che si pone l’obiettivo di spalmare sugli utenti finali le morosità relative agli oneri di sistema lasciate dagli operatori insolventi nei confronti dei distributori di rete.
2. In pratica le bollette non pagate dai furbetti saranno pagate dai cittadini utenti che hanno sempre pagato.
3. Si tratta di una proposta inaudita che lede i più elementari principi del diritto, a partire dal rapporto contrattuale tra utente ed erogatore.
4. A questo si aggiunge la violazione del principio secondo il quale l’utente deve pagare solo ed esclusivamente ciò che ha consumato al costo pattuito contrattualmente senza unilaterali, irragionevoli e illegali incrementi di costo.
5. I mancati pagamenti da parte dei morosi non possono in alcun modo essere scaricati sugli utenti regolari perchè questo genererebbe automaticamente un invito ad uniformarsi alla regola del non pagare perchè tanto pagano gli altri!
6. I debiti dei morosi per 1,4 mld sono addebitabili ai consumatori domestici, i restanti 4,6 mld si riferiscono a utenti di altri usi e media tensione, principalmente PA, Partite Iva e soggetti diversi dal consumatore domestico.
7. Tutto questo è in capo alle società erogatrici che devono perseguire, semmai, il ristoro dei debiti proprio da chi non ha pagato e non paga.
8. L’obiettivo di questa petizione è quello di partecipare attivamente alla consultazione esprimendo la totale contrarietà alla deliberazione con il preannuncio dell’ attivazione di un’apposita class-action in caso di approvazione della stessa.
9. Le fonti di diritto di gerarchia superiore ai regolamenti dell’Authority fanno ritenere il provvedimento deliberato nullo.
10. Il provvedimento  viola la Costituzione della Repubblica, in quanto secondo l’art. 23 “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla Legge”.
11. L’Authority è un’autorità amministrativa indipendente, che può imporre nell’interesse pubblico, il pagamento dei cosiddetti “oneri di gestione” solo se tale potere impositivo è descritto in una norma di Legge.
12. È in totale violazione del principio costituzionale di equità considerato che impone la ripetizione di una tassa in capo ad uno stesso soggetto.
13. È palesemente in contrasto con il principio stabilito dal codice tributario che prevede che  tasse ed imposte possono essere decise ed applicate solo ed esclusivamente con legge dello Stato.
14. È fatto assoluto divieto di introdurre il principio illegittimo di retroattività – art. 3, L. 212/00 (cd. statuto dei contribuenti), considerato che le norme tributarie non hanno e non possono avere effetto retroattivo.
15. Costituisce palese violazione del  codice civile in materia di contratti e diritti e le conseguenti obbligazioni che da esso sorgono.
16. È palesemente violato il codice del consumo, in riferimento alla buona fede, correttezza, e informazione del consumatore nel contratto.
17. Si chiede la non adozione e la conseguente revoca del disposto della delibera 52/2018 considerata la sua palese illegittimità e irragionevolezza
18.  Si chiede di revocare ogni atto e proposta tesa a scaricare sui cittadini/utenti/onesti ogni ulteriore aggravio dei costi di sistema e riequilibrare i costi tenendo anche conto dei divari strutturali e infrastrutturali, compresi quelli insulari.

Nella petizione, forse, si sarebbe dovuto aggiungere il principio di rischio d’impresa che con il provvedimento dell’Autorità per l’energia viene annullato.
Attualmente, si stima attorno al miliardo di euro l’insoluto totale delle bollette elettriche non pagate dai morosi, non i ‘morosi’ (termine dialettale veneto) che s’inteneriscono per San Valentino ma quelli di ben altra specie che evadono la fattura della corrente. Al posto loro ne pagheranno una parte tutti gli altri consumatori elettrici, quelli che saldano con regolarità il conto della luce.
L’hanno stabilito ricorsi e sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, e l’Autorità dell’energia ha formalizzato: sarà distribuita fra tutti i consumatori una prima fetta di “oneri generali” elettrici pari a circa 200 milioni arretrati.
Diverse aziende elettriche erano entrate in crisi, e qualcuna aveva addirittura dovuto chiudere i battenti, quando si è trattato di saldare ai fornitori alcune voci parafiscali della bolletta che erano state fatturate ai consumatori ma non erano state incassate. Altre aziende erano state colpite da politiche commerciali poco indovinate.
In sostanza, sulle bollette dell’energia elettriche già cariche di risarcimenti, di oneri, di voci e di incentivi si aggiunge un nuovo capitolo, ovvero saremo noi consumatori a rimborsare alle società elettriche di distribuzione della luce una parte del buco creato negli oneri parafiscali delle aziende in crisi da chi evade la bolletta per l’elettricità consumata.
Una delibera dell’Autorità dell’energia, appena ribattezzata Arera da quando ha rilevato oltre agli acquedotti anche l’area rifiuti, ha stabilito come ripartire fra tutti gli oneri generali di sistema, una parte parafiscale della fattura elettrica, non pagati dai consumatori morosi. Insomma, una socializzazione di una fetta degli insoluti.
Già da gennaio l’elettricità è in aumento del 5,3% ed il gas del 5%.
Diverse società del mercato libero stavano traballando e qualcuna, esposta alla drammatica crescita delle bollette non pagate, aveva addirittura dovuto chiudere, a cominciare, anni fa, dall’Esperia creata dall’imprenditore Filippo Giusto. Ma il mancato pagamento delle bollette e in alcuni casi anche politiche commerciali poco indovinate nei mesi scorsi avevano buttato fuori dal mercato un plotone di altre società fra le quali un nome forte come Gala, l’azienda di vendita di energia più esposta al fenomeno dei mancati pagamenti.
A quanto ammonta il valore da saldare? Per ora è impossibile dare una cifra esatta: le morosità complessive rivendicate dalle società elettriche ammontano a cifre superiori al miliardo di euro, ma per ora questa delibera sfilerà dalle nostre tasche una prima fetta di circa 200 milioni.
Altre delibere ancora allo studio dovrebbero essere messe a punto nei prossimi mesi per completare le procedure con cui noi consumatori rimborseremo ciò che non è stato pagato dai furbetti della bolletta.
Alcuni dati però sono sicuri. Nel 2016 il controvalore complessivo del mercato finale dell’elettricità si aggirava sui 61 miliardi di euro (fonte: «Electricity Market Report», Politecnico di Milano, ottobre 2017).
Per quello stesso anno l’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente aveva censito richieste di distacchi per morosità per il 2,8% dei consumatori del segmento “maggior tutela” (quello con le tariffe regolate dallo Stato). Sul mercato libero nel 2016 il numero di contatori sigillati per mancato pagamento era arrivato addirittura al 4,7%, il 5,8% di richieste di distacco per i consumatori non domestici come i negozi e gli uffici. (fonte: «Monitoraggio retail», autorità Arera, 2017).
Gli oneri generali in bolletta, tra i quali gli incentivi alle fonti rinnovabili e agli “energìvori”, sono pagati dai consumatori ai venditori di corrente, i quali poi devono rigirarli alle società di distribuzione elettrica che consegnano i chilowattora ai consumatori tramite i fili elettrici.
Il problema dei morosi e delle aziende di vendita in crisi si era presentato con l’imposta radio tv (il cosiddetto canone Rai). Il canone dei consumatori morosi non poteva essere pagato dalle società di vendita che fatturavano le bollette non incassate. È stato necessario intervenire con un atto normativo.
Lo stesso si è ripetuto con gli oneri. I fornitori di energia si accollavano gli oneri non riscossi dai clienti finali. Dovevano cioè versarli ai distributori anche se non incassati.
Ci sono stati ricorsi e sentenze finché il Consiglio di Stato ha deciso: l’obbligato al versamento degli oneri di sistema è il cliente finale.
Il fenomeno delle morosità è più ricorrente nel Mezzogiorno ed è più forte sul mercato libero, dove si può cambiare fornitore di corrente con un clic del mouse. Viene chiamato “turismo dell’elettricità”, e si basa sul fatto che prima di poter portare a conclusione la sigillatura del contatore ci vogliono numerose bollette non pagate. Il “furbetto della bolletta” straccia un po’ di bollette bimestrali e prima che si attivi la procedura di recupero credito cambia vittima, cioè cambia società di fornitura elettrica, con la quale ricomincia.
Il fenomeno sarà frenato quando saranno disponibili i dati su noi consumatori raccolti nella banca dati del Sii, il Sistema informativo integrato, nel quale le società elettriche potranno consultare se il nuovo cliente è corretto oppure se è un fuggitivo delle bollette non saldate.
Un fenomeno simile accade per esempio con i telefonini, con la differenza che nel segmento elettrico non ci sono ancora i contratti prepagati e soprattutto che alla base della fornitura ci sono i costi orgogliosi dell’energia realmente prodotta da una centrale elettrica alimentata con un combustibile costoso.
Massimo Bello, presidente dell’Aiget, l’associazione dei grossisti e rivenditori di energia ha detto: “Il nuovo assetto dovrà evitare che chi svolge un puro servizio di incasso per il sistema (ovvero i fornitori di energia) si ritrovino a sostenere un costo improprio. Qualsiasi iniziativa in tal senso, come i recenti provvedimenti dell’Arera, va nella direzione giusta”.
Marco Bernardi, presidente di Illumia, una delle aziende del mercato libero ha aggiunto: “Il principio secondo il quale le aziende che vendono energia elettrica non saranno più chiamate a riscuotere parti della bolletta, su cui tra l’altro non hanno mai avuto né controllo né vantaggi, è un primo importante passo verso una modalità che rispecchi appieno le responsabilità dei soggetti della filiera: venditori e distributori”.
Protestano alcune associazioni dei consumatori. Luigi Gabriele dell’associazione ‘Codici’ ha affermato: “Quando ci sono da socializzare i profitti si chiamano in causa le aziende, quando invece si devono spalmare i debiti si chiama il consumatore”. Marco Vignola dell’Unione nazionale consumatori ha aggiunto: “Questa delibera sarebbe solo un incentivo per non perseguire i furbetti del quartierino”.
L’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente (Arera) ha specificato che “il provvedimento citato (deliberazione 50/2018) riguarda solo una particolare casistica, limitata numericamente, e solo una parte degli oneri generali di sistema previsti per legge. In particolare, il riconoscimento individuato dall’Autorità per i soli distributori è parziale e attiene ai soli oneri generali di sistema già da loro versati ma non incassati da quei venditori con cui, a fronte della inadempienza di questi ultimi, i distributori hanno interrotto il relativo contratto di trasporto di energia, di fatto sospendendo così a tali soggetti la possibilità di operare nel mercato dell’energia. Il meccanismo, parziale e circoscritto finalizzato a garantire il gettito degli oneri di sistema da assicurare per legge, che l’Autorità ha strutturato in tal modo per adempiere ad una serie di sentenze della giustizia amministrativa che hanno annullato le precedenti disposizioni dell’Autorità in tema. La regolazione precedente imponeva ai venditori la prestazione di garanzie finanziarie in favore delle imprese distributrici anche a copertura degli oneri generali di sistema. Le pronunce della giustizia amministrativa sostengono che la legge pone in capo esclusivamente ai clienti finali, e non alle imprese di vendita, ne ai percettori degli incentivi, gli oneri generali di sistema, con la conseguenza che l’Autorità non avrebbe il potere di imporre il citato sistema di garanzie alle imprese di vendita negando che il rischio di mancato incasso degli oneri generali di sistema da parte dei clienti finali sia dei venditori”.
La problematica è sicuramente complessa. Ma, come sovente avviene quando si produce un’ingiustizia sociale, immediatamente si innescano meccanismi di deresponsabilizzazione.

“Facebook ci blocca
per troppa attività”

BLOCCO-FACEBOOK“Azione bloccata”. Facebook è uno strumento di comunicazione digitale tanto potente quanto prepotente. Improvvisamente stamattina mi è comparso sullo schermo del computer questo strano messaggio inviato da Facebook: “Azione bloccata”.

Da mesi mettiamo su alcuni gruppi di Facebook degli articoli di www.sfogliaroma.it, il nostro foglio d’informazione su internet, ma oggi non è stato possibile, l’accesso è stato vietato. Cosa succede? L’avviso semplicemente annuncia: “Ti è stato temporaneamente impedito di iscriverti e pubblicare nei gruppi. La restrizione durerà fino al 15 novembre alle ore 7:49”.  È indicato il periodo di sospensione (“fino al 15 novembre”), è precisato perfino l’orario, compresi ore e minuti fino a quando durerà il blocco (“ore 7:49”). All’inizio non si capisce il perché. Poi c’è un’aggiunta: “Se ritieni di visualizzare questo messaggio per errore, comunicacelo”. Seguita da una precisazione: la pubblicazione è stata bloccata perché un articolo “sembra uno spam”.

Abbiamo subito contestato il blocco e l’errore a Facebook, comunicando che il post era un articolo e non uno spam, tuttavia è stato inutile. La risposta è stata del tutto formale: il post verrà esaminato “nuovamente per verificare se non rispetta i nostri Standard della community e ti invieremo un messaggio qui in Messaggi di assistenza se avremo un aggiornamento”. Poi sono seguite due frasi kafkiane: “Questo blocco non può essere rimosso per alcun motivo”; “Per evitare che ti venga impedito di usare nuovamente la funzionalità, fanne un uso più moderato o interrompi il comportamento in questione (ad es. invia meno messaggi al giorno)”.

In sintesi: 1) la nostra contestazione dell’errore non serve a nulla perché comunque “Questo blocco non può essere rimosso per alcun motivo”; 2) in realtà il motivo del blocco è la grande attività di www.sfogliaroma.it su Facebook (“fanne un uso più moderato…”).

Mi è venuto di pensare alle partire di calcio. Quando un calciatore, fuoriclasse compresi, commette un fallo particolarmente grave si può arrivare all’espulsione e alla sospensione dal gioco per una o più giornate. Ma in questo caso c’è “una sospensione” per oltre una settimana perché l’arbitro (già, qui chi è l’arbitro?) punisce il calciatore non perché commette un fallo ma perché gioca troppo e fa troppi gol. Nel nostro caso non c’è alcun motivo vero di sospensione, non ci sono falli da punire. Un assurdo burocratico alla Franz Kafka.

Facebook è un colosso mondiale dell’industria digitale, è uno dei più grandi e potenti gruppi globali. È un’azienda multinazionale statunitense stimata oltre 500 miliardi di dollari, una cifra enorme, circa 30 volte superiore alla manovra economica decisa dal governo Gentiloni per il 2018. È mai possibile che Facebook appellandosi ai “nostri Standard della community” (Standard con la S maiuscola come il Sistema) mantenga la sospensione del blocco non prendendo atto dell’errore? È mai possibile che Facebook sia una grande isola indipendente autoregolamentata nell’importantissimo regno delle comunicazione web? In Italia ci sono solo la Camera dei Deputati o il Senato ad avere il diritto a delle regole speciali di autogestione (la cosiddetta autodichia) del tutto autonome dalla comune legislazione. Ma i due rami del Parlamento sono espressione della volontà popolare manifestata con le elezioni.

Le stranezze sono tante. L’”Azione bloccata” riguarda solo la possibilità di pubblicare articoli sui gruppi Facebook, ma www.sfogliaroma.it può continuare a lanciare i suoi post sulla sua pagina della rete amministrata dall’azienda statunitense. Un paradosso enorme. È come se l’Enel, all’utente in regola, avesse bloccato la corrente elettrica solo a una parte della casa: nello studio ma non nella cucina!

L’”azione bloccata” da Facebook, anche se solo parzialmente, è un bel danno per il nostro foglio artigianale d’informazione digitale. Da più di sei mesi scriviamo e mandiamo su internet un “taccuino” di notizie e di analisi che sta riscuotendo un notevole successo di lettori. L’informazione, definita preziosa nei solenni proclami, può essere azzoppata in questo modo?

R.Ru.
(Sfogliaroma)

TAP, una storia lunga
quattromila chilometri

TAPIl progetto internazionale TAP (Trans Adriatic Pipeline) è parte di un progetto più grande che comprende diversi Paesi, tra cui la Turchia.

Come nasce questo progetto e chi sono gli attori?

Nel 2003, su iniziativa della Elektrizitäts-Gesellschaft Laufenburg (EGL), ora denominata Axpo, società attiva soprattutto nel trading di elettricità, gas e prodotti finanziari energetici, iniziò un lungo studio di fattibilità che si concluse nel 2006 con parere positivo circa la realizzabilità tecnica, economica e ambientale di un grande gasdotto.

Il 28 giugno 2013 il Consorzio Shah Deniz II ha selezionato TAP come progetto vincente per il trasporto del gas dell’Azerbaigian in Italia e in Europa, preferendolo al progetto concorrente Nabucco West. Il 19 settembre 2013 Enel, Hera, Shell, E.ON, Gas Natural Fenosa, Gdf Suez, Axpo, Bulgargaz e Depa hanno firmato a Baku con il Consorzio Shah Deniz II i contratti di fornitura per la più importante vendita nella storia del gas (stima: 130 miliardi di Euro).

Il 17 dicembre 2013, il Consorzio Shah Deniz II ha annunciato la Decisione Finale di investimento per sviluppare il giacimento di Shah Deniz II e gli azionisti di TAP hanno confermato la Risoluzione a costruire per lo sviluppo e la realizzazione del progetto Trans Adriatic Pipeline.

Il 1º dicembre 2015 Snam S.p.A. ha sottoscritto con Statoil un accordo di esclusiva per l’acquisto della quota del 20% nella Trans Adriatic Pipeline.

Il 17 dicembre 2015 Snam ha perfezionato l’acquisizione della quota del 20% detenuta da Statoil Holding Netherlands B.V. nella Trans Adriatic Pipeline AG, al prezzo di 130 milioni di Euro.

Snam (Società Nazionale Metanodotti) è una società con sede centrale a San Donato Milanese. Nel 2015 ha fatturato 3.649 milioni di euro con un utile netto di 1.209 milioni di euro.

Statoil era un’azienda petrolifera norvegese istituita nel 1972. E’ stata la maggiore compagnia del paese ed occupa circa 25.000 persone. Nonostante la Statoil fosse quotata nel listino della borsa di Oslo e della borsa di New York, lo stato norvegese ne manteneva la maggioranza con una quota pari al 70,9%. Il 18 dicembre 2006 Statoil rivelò una proposta di fusione con la divisione del gas e petrolio della Norsk Hydro, un conglomerato norvegese. La fusione è stata attuata e ora questa compagnia petrolifera è la più grande al mondo tra quelle che hanno giacimenti in mare aperto.

Guardiamo la parte anatolica del progetto

Esattamente come succede nel lato TAP del grande progetto di gasdotto, nascono e crescono anche dal lato TANAP (Trans-Anatolian gas pipeline) una serie di collaborazioni e partnership tra le aziende energetiche.

Il 26 dicembre del 2011 è stato firmato il primo accordo tra Turchia e Azerbaijan su questo progetto. Il 17 marzo del 2015 sono stati poi inaugurati i primi lavori di costruzione nella città di Kars in Turchia. Erano presenti i Presidenti delle Repubbliche di Turchia, Georgia ed Azerbaijan. TANAP attraversa dall’est all’ovest tutta la Turchia, passando sui territori di ben 20 città. Questa parte di progetto si concluderà nel 2018 e avrà un costo di circa 7 miliardi di euro.

Nella parte turca di questo progetto transnazionale sono coinvolte 9 aziende: 7 di queste sono turche, mentre 2 sono straniere. Tra quelle turche salta all’occhio un nome famoso e particolare: Limak. Insieme all’azienda indiana Punj Lloyd hanno vinto il bando per costruire la quarta parte del gasdotto che attraverserà la Turchia: stiamo parlando del tratto che inizia nella città di Eskisehir e finisce in località Ipsala, al confine con la Grecia.

Chi è Limak?

Limak è un’azienda edile che nasce nel 1976. Oltre che del settore edile si occupa anche di turismo, energia, infrastruttura, aeroporti e gestione portuale. Secondo la rivista Engineering News Record, nel 2012 risultava la numero 181 tra le aziende più grandi del mondo. Il suo proprietario, Nihat Ozdemir, secondo la rivista Forbes nel mese di giugno 2016 possedeva un’azienda con un fatturato che superava i 3 miliardi di euro.

Tra i lavori pubblici che realizza l’azienda ci sono: l’aeroporto Sabiha Gokcen di Istanbul, la metropolitana Tandogan-Kecioren di Ankara, l’aeroporto di Pristina in Albania, 7 centrali idroelettriche in Turchia ed 8 alberghi di lusso tra Turchia e Cipro, il rinnovo di una parte dell’aeroporto del Cairo in Egitto, l’aeroporto di Yuzhny in Russia, la costruzione del nuovo terminal dell’aeroporto internazionale del Kuwait e la stazione ferroviaria ad alta velocità di Ankara. Limak Holding è anche una delle cinque aziende che stanno costruendo il terzo aeroporto di Istanbul insieme a Cengiz, Mapa, Limak, Kolin e Kalyon.

Analizziamo le opere in costruzione del Limak

Il terzo aeroporto sorge nel cuore della foresta più grande di Istanbul, che comprende tre laghi grandi, fonte di circa il 25% dell’acqua potabile di Istanbul. Oltre a questi tre, saranno prosciugati 70 laghetti e 3 insenature. La zona del cantiere è anche una fonte di guadagno, dato che quasi il 6% di questo territorio è agricolo e coltivato. A causa della distruzione di questa foresta scomparirà una grande zona che fa da casa a circa 70 specie animali. Infine nelle foreste settentrionali di Istanbul saranno tagliati 657.950 alberi, e ne saranno spostati 1.855.391 dei 2.513.341 esistenti.

Esattamente come tante altre opere pubbliche, anche questa sarà realizzata con la logica costruisci-gestisci-cedi. Ossia le aziende costruttrici realizzano l’opera con il loro investimento, la gestiscono per un certo numero di anni e poi la cedono allo Stato. Per la costruzione di tutte queste opere spesso le aziende non hanno abbastanza capitale, dunque prendono dei soldi in prestito dalle banche private con la garanzia dello Stato, oppure direttamente dalle banche statali. Affinché le aziende abbiano una garanzia sul rientro delle spese iniziali durante il periodo di gestione, lo Stato assicura un incasso economico attraverso un contratto. Solo per il terzo aeroporto di Istanbul sono previsti 150 milioni di passeggeri all’anno, mentre l’aeroporto più grande del mondo – ovvero quello di Atlanta – vede viaggiare 95 milioni di passeggeri all’anno. La promessa per il momento parrebbe al di sopra dei numeri realizzabili. Per concludere, come si può vedere sul sito del progetto, non si tratta soltanto di un aeroporto ma di una cittadella con ospedali, residence, centri commerciali, alberghi e porti marittimi. Si tratta di un progetto di cementificazione, più che di trasporto.

Guardiamo da vicino i partner dI Limak

Tra i collaboratori dI Limak per la costruzione del terzo aeroporto ci sono Kalyon, proprietario di un grosso gruppo di media, ossia Turkuvaz Medya, che possiede 4 canali televisivi (Atv, aHaber, Yeni Asir Tv, Minika), 2 canali radiofonici, 4 quotidiani nazionail (Sabah, Takvim, Yeni Asır, Pas Fotomaç), 11 riviste nazionali e 2 portali di notizie. Kalyon è un’altra realtà cresciuta con importanti appalti pubblici negli anni del governo AKP, come la costruzione del Palazzo di Giustizia di Istanbul, la linea bus Metrobus, lo stadio olimpico di Basaksehir, il terzo aeroporto di Istanbul e il famoso progetto di riqualificazione urbanistica che avrebbe coinvolto il Parco Gezi. Si tratta di grandi lavori di cementificazione criticati per il loro impatto ambientale. A tutto ciò si aggiunge l’evidente rapporto d’amicizia con il mondo politico: l’attuale Presidente della Repubblica, Recep Tayyip Erdogan, nel 2014 ha fatto da testimone di nozze al figlio del proprietario del gruppo. Inoltre il fondatore storico del gruppo, Hasan Kalyoncu, mancato nel 2008, è stato uno dei personaggi più illustri del movimento conservatore Milli Gorus, che ha dato vita alle esperienze di partito Refah, Saadet ed AKP.

La Turkuaz Medya, appartenente al gruppo Kalyon, ha come vice amministratore delegato Serhat Albayrak, figlio della famiglia Albayrak, rappresentante di un altro gruppo imprenditoriale celebre in Turchia. Albayrak è dal 2008 membro del consiglio d’amministrazione del gruppo Calik Holding. Nello stesso gruppo, dal 1999 al 2013, ha lavorato in veste di presidente generale della società un altro membro della famiglia Albayrak: stiamo parlando di Berat Albayrak, l’attuale Ministro dell’Energia, fratello di Serhat e genero dell’attuale Presidente della Repubblica. Inoltre, Berat Albayrak scrive dal 2013 per il quotidiano nazionale Sabah, che prima apparteneva al gruppo Calik ed ora appartiene al gruppo Kalyon-Turkuaz.

I mezzi di comunicazione di massa di questo gruppo sono famosi per la loro fedelissima linea editoriale alle politiche sociali ed economiche dell’AKP, il partito che governa il paese da più di 15 anni. Nel 2016 il canale televisivo aHaber si è impegnato mediaticamente – disinformando – per sostenere il governo nella rimozione dell’immunità parlamentare a tutti i parlamentari del partito HDP. I due quotidiani nazionali Sabah e Takvim avevano invece aiutato a diffondere una notizia falsa, resa pubblica all’epoca dall’ex primo ministro (l’attuale presidente della repubblica) durante la rivolta del Parco Gezi nel 2013. Si tratta di un’azione di molestia, mai accaduta in realtà, subita da una donna velata con i suoi bambini. Secondo questi quotidiani e l’ex primo ministro i molestatori erano circa 50 manifestanti maschi, a petto nudo e con guanti di pelle. Alcuni mesi dopo gli ex giornalisti di questi quotidiani hanno ammesso che era stata tutta una messa in scena creata ad hoc su richiesta di alcuni rappresentanti del potere politico.

Limak nei suoi affari coopera spesso con un’altra azienda: la Cengiz Insaat. Il proprietario dell’azienda si chiama Mehmet Cengiz, coinvolto nelle operazioni anti-corruzione del 2014 (operazioni successivamente definite come un tentativo di colpo di stato dal governo). Quest’azienda è diventata famosa anche a livello internazionale per gli scontri con una determinata resistenza popolare a Cerattepe nei pressi della città di Artvin, nel nord della Turchia. Cengiz Insaat, nonostante numerose relazioni avverse, con il sostegno del governo voleva costruire una struttura mineraria all’interno di una riserva naturale dove, nel 1998, il governo locale aveva fermato i primissimi lavori specificando come la zona fosse ad altissimo rischio di frana. Nonostante 250 giorni di presidio, numerose manifestazioni locali e nazionali, un incontro con l’ex primo ministro ed un lungo percorso legale, l’azienda aveva avviato i primi lavori con l’ausilio della gendarmeria e della polizia, che ha caricato e arrestato i manifestanti/contadini locali. Gli stessi contadini che successivamente sono stati definiti “piccoli manifestanti come quelli del Parco Gezi” dall’attuale presidente della Repubblica.

La pagella nera di Limak

Il proprietario dell’azienda che contribuirà alla realizzazione del Tanap, Nihat Ozdemir, nel 2014 (nell’ambito delle maxi inchiesta anti-corruzione) è stato accusato di aver contribuito all’acquisto del quotidiano nazionale Sabah e del canale televisivo Atv mettendo nelle tasche di Turkuaz Medya 100 milioni di Euro. Secondo i giudici è stata costruita una sorta di cassa virtuale tra alcuni imprenditori: questi si aiutavano a vicenda per monopolizzare i media in Turchia, con l’obiettivo di controllare l’informazione così da eliminare eventuali critiche ai progetti. Secondo i giudici, numerosi ministri e parlamentari del partito al governo erano coinvolti in questa rete. Successivamente Ozdemir ha ammesso di aver dato questi soldi, ma in prestito. Questa versione di Ozdemir è stata assunta e difesa anche da parte dell’ex primo ministro, anch’egli accusato di corruzione.

In questi giorni Nihat Ozdemir appare in televisione con dichiarazioni a favore del referendum costituzionale in arrivo. Secondo Ozdemir, il passaggio al sistema presidenziale, attraverso l’approvazione di questo referendum, aiuterebbe la realizzazione dei progetti economici governativi. Ozdemir sottolinea come la rivolta del Parco Gezi abbia rallentato il raggiungimento di questi obiettivi. Secondo il noto imprenditore l’unica soluzione è quella di sostenere le linee politiche ed economiche del governo.

Limak Holding nei primi mesi del 2017 ha vinto l’appalto per la costruzione del ponte sullo stretto dei Dardanelli. Si tratta di un altro progetto che ha subito pesanti critiche. Secondo un’analisi pubblicata dal portale di notizie T24 nel 2014, questo lavoro triplicherebbe la popolazione nella zona interessata, tanto da porre le basi di una speculazione edile finalizzata all’aumento dei prezzi delle case. Inoltre potrebbero aumentare le costruzioni di alberghi, villaggi turistici e impianti industriali lungo tutta la costa. Infatti, con l’appalto del ponte è stato dato il permesso di costruire in alcune zone prima protette perché riserve naturali. Secondo il Presidente della Camera degi Ingegneri Urbanistici di Bursa, Hakan Karademir, si tratterebbe di una devastazione ambientale.

Quindi…

Questa è una storia lunga di circa 4 mila chilometri. Un progetto che devasta l’ambiente da Lecce a Baku passando dalla Turchia. Questa è un’opera che rappresenta la cultura della progettistica che cerca di fare affari a tutti i costi. Qui si parla di una decisione che in realtà unisce gli ulivi di Lecce con gli abeti ed i faggi di Cerattepe. Questa è un’occasione affinché i paesi non si uniscano soltanto per ospitare un lungo tubo che porta gas da una parte all’altra, ma si uniscano nella stessa lotta per difendere gli esseri viventi, le risorse naturali e l’ambiente. Il futuro.

Pressenza

Pubblicità, l’Udi premia quelle amiche delle donne

Un frame dello spot della Lines

Un frame dello spot della Lines

Erano solo pochi anni fa quando le donne degli spot televisivi venivano presentate solo come casalinghe ossessionate dalla pulizia dei pavimenti e dal bianco delle camicie dei loro mariti o come oggetti sessuali per promuovere prodotti che nulla avevano a che fare con l’esibizione dei loro corpi.  Poi le cose sono cominciate a cambiare, lentamente e con difficoltà, ma sono cambiate. In parte lo si deve alla risoluzione del Parlamento europeo votata il 3 settembre 2008, sull’impatto del marketing e della pubblicità sulla parità fra donne e uomini, in gran parte a una campagna avviata dall’UDI (Unione donne in Italia) nel 2010 che ha dato vita al “Premio immagini Amiche” con l’obiettivo di contrastare la tendenza di televisione e pubblicità ad abusare dell’immagine delle donne fino a lederne la dignità, e di valorizzare una comunicazione che, al di là degli stereotipi, veicoli messaggi creativi positivi.

Da sinistra, Emilia Costantini, Daniela Brancati, Laura Boldrini, Vittoria Tola

Da sinistra: Emilia Costantini, Daniela Brancati, Laura Boldrini, Vittoria Tola

Oggi il Premio è giunto alla sesta edizione e nella cerimonia, aperta dalla presidente della Camera Laura Boldrini, che si è svolta presso l’Auletta dei Gruppi Parlamentari, alla presenza di quasi 300 persone, il cambiamento si è visto tutto.  “Spesso le immagini pubblicitarie – ha detto la Boldrini – non sono quelle di una donna reale ma di una donna che non esiste. Fare un premio per le immagini pubblicitarie che rispettano il femminile  è una cosa molto importante. Vuol dire che le cose stanno cambiando e che c’è una oggi anche un tipo di pubblicità che non strumentalizza le donne per far vendere i propri prodotti e che ci sono imprese responsabili che vogliono partecipare a questo cambiamento”.

La cerimonia della premiazione, presentata dalla giornalista del Corriere della Sera, Emilia Costantini, ha visto sei spot finalisti, tre per la categoria web e tre per quelli televisivi. Gli spot erano tutti non solo rispettosi dell’immagine della donna, ma anche molto belli. Scelta difficile per la giuria presieduta dalla giornalista e scrittrice Daniela Brancati,  che ci ha tenuto a ricordare che non basta “fare uno spot che non strumentalizzi il corpo delle donne, ma che questo deve essere anche bello e efficace”. Alla fine hanno vinto la Lines con uno spot realizzato dall’Agenzia Armando Testa e H&M, ma tutti i finalisti Citroen, Barilla, Mattel e Edison avrebbero meritato ugualmente un premio.

“Questa volta – ha detto Brancati – abbiamo avuto la possibilità di scegliere, cosa che fino a qualche anno fa non avveniva e ci piace pensare che questo è merito anche nostro”.

“La campagna dell’UDI – ha aggiunto Vittoria Tola coordinatrice nazionale dell’Unione Donne italiane, a cui va il merito di aver svolto un enorme lavoro di sensibilizzazione sulle scuole e sui Comuni – ha dato i suoi frutti, non solo sul fronte degli spot, ma anche su quello delle affissioni che era il punto più dolente. Ci sono stati anni in cui non abbiamo assegnato alcun premio, perché le pubblicità erano davvero molto brutte”. E invece anche per questa categoria vinta da Poste italiane, c’è stata una bella terna di finalisti con Enel e Conad.

La terza categoria di premiati riguardava i programmi televisivi e la scelta è caduta sulla fiction della Rai “Lea”, film di Marco Tullio Giordana, ispirato alla vera storia di Lea Garofalo, la donna che seppe opporsi allo strapotere della mafia e per questo uccisa e il suo corpo fatto sparire, e di sua figlia Denise, minorenne all’epoca dei fatti, che testimoniò contro il padre, mandante dell’omicidio. Menzione speciale anche a Pio D’Emilia il corrispondente del TG di SKY per i suoi servizi dedicati alla rotta dei Balcani.

Emilia Costantini con Pia Locatelli

Emilia Costantini con Pia Locatelli

Una menzione inoltre è stata assegnata, dalla presidente del Comitato Diritti umani della Camera Pia Locatelli, alla campagna di Human Rights Wacht sulla situazione delle donne in Arabia Saudita. “La situazione delle donne in Arabia Saudita è tristemente nota, ma purtroppo non isolata. Ci sono tantissimi Paesi dove le donne non hanno diritti e dove la parità è ancora molto lontana. Anche quando una donna riesce a raggiungere posizioni di vertice nelle istituzioni, soprattutto negli Stati islamici, questa è sempre sottomessa a un padre, un fratello, un marito. Non è questione di velo o di burkini. Una donna può vestirsi come vuole. La cosa fondamentale è che sia libera di scegliere e di decidere e non che questa decisione venga imposta dagli altri”.

Tra le categorie premiate anche le città di Medolla, Imperia e Bergamo, comuni “virtuosi” che hanno messo in atto politiche a favore e in difesa delle donne, e le scuole  che hanno partecipato in maniera massiccia al premio inviando i loro lavori. Il Liceo Calvi di Padova, l’istituto comprensivo Elisa Springher di Lecce e la scuola elementare di Bologna R.Sanzio, tra i finalisti: tutti troppo bravi per premiarne uno solo…e tutti premiati.

Cecilia Sanmarco

Artigiani a commercianti, ecco le indicazioni per la contribuzione agevolata

Artigiani e commercianti
REGIME CONTRIBUTIVO AGEVOLATO
L’Inps, con circolare n. 35 del 19 febbraio 2016, ha fornito le indicazioni per aderire alla contribuzione agevolata prevista per il nuovo regime forfettario.
Il nuovo regime è, infatti, opzionale ed è accessibile esclusivamente a domanda, inoltre, ai fini della determinazione della contribuzione dovuta alle gestioni artigiani e commercianti, la base imponibile è costituita dal reddito forfetario individuato ai fini fiscali.
La novità rispetto al regime precedente consiste nel fatto che la contribuzione dovuta – sia quella sul reddito entro il minimale, sia quella sul reddito eventualmente eccedente – viene ridotta del 35%.

Accesso al regime previdenziale agevolato
Specifica l’Istituto che l’accesso al regime previdenziale agevolato deve avvenire sulla base di apposita dichiarazione che il contribuente ha l’onere di presentare all’Istituto.
Per i soggetti già esercenti attività d’impresa, la presentazione del modulo di adesione dovrà avvenire entro il 28 febbraio dell’anno per il quale intendono usufruire del regime agevolato (per quest’anno entro il 28 febbraio 2016).
Qualora il termine non venga rispettato occorrerà presentare nuova domanda entro il 28 febbraio dell’anno successivo e l’agevolazione sarà concessa con decorrenza 1° gennaio del relativo anno.
Lo stesso termine decadenziale vale anche per coloro che, pur esercitando attività d’impresa prima dell’entrata in vigore della nuova normativa, non risultino ancora titolari di posizione attiva presso le gestioni autonome; nel caso di specie dovrà essere compilato e consegnato l’apposito modello allegato alla circolare stessa.
I soggetti che hanno intrapreso una nuova attività d’impresa dal 1° gennaio 2016 e presumono di essere in possesso dei requisiti richiesti, devono presentare apposita dichiarazione telematica di al regime agevolato con la massima tempestività rispetto alla data di ricezione della delibera di avvenuta iscrizione alla gestione previdenziale.

Uscita dal regime
Infine, la circolare Inps n. 35/2016 elenca le ipotesi in cui si può verificare l’uscita dal regime agevolato:
venir meno dei requisiti che hanno consentito l’applicazione del beneficio;
scelta del contribuente di abbandonare il regime agevolato;
comunicazione all’Istituto da parte dell’Agenzia delle Entrate in ordine al fatto che il contribuente non ha mai aderito al regime fiscale agevolato, oppure non ha mai avuto i requisiti per aderire.
N.B.: l’accesso al regime agevolato è opzionale, è accessibile esclusivamente a domanda e prevede che la contribuzione dovuta alle gestioni artigiani e commercianti avvenga in percentuale rispetto al reddito forfettario.
Pertanto il contribuente non è obbligato a versare la c.d. quota fissa ed i versamenti saranno effettuati in acconto e a saldo, alle scadenze previste per le somme dovute in base alla dichiarazione dei redditi. Inoltre, alle scadenze previste per il pagamento degli acconti, i soggetti obbligati provvederanno anche al versamento della contribuzione di maternità, che è pari ad € 7,44 annui e che verrà corrisposta in due rate uguali pari ad € 3,72.
Ai fini dell’accredito della contribuzione versata, il pagamento di un importo pari al contributo calcolato sul minimale di reddito, attribuisce il diritto all’accreditamento di tutti i contributi mensili relativi a ciascun anno solare cui si riferisce il versamento.
Qualora, invece, sia versato un contributo inferiore a quello corrispondente a detto minimale, i mesi accreditati saranno proporzionalmente ridotti.
Da notare che, nel caso in cui l’impresa sia già esistente, i contributi sono attribuiti temporalmente dall’inizio dell’anno solare, mentre nell’ipotesi di nuova impresa la decorrenza coinciderà naturalmente con il mese di inizio di imposizione contributiva.
In presenza di reddito forfetario superiore al minimale, il regime agevolato prevede che il versamento di contribuzione di importo inferiore a quanto dovuto, ma almeno pari all’importo calcolato sul minimale, faccia nascere il diritto all’accredito dell’intero anno.
Per quanto concerne, infine, la posizione di eventuali coadiuvanti o coadiutori, anch’essi compresi nel regime previdenziale agevolato cui abbia deciso di aderire il titolare d’impresa, continuano ad applicarsi le disposizioni in forza delle quali la base imponibile su cui il titolare dovrà calcolare la contribuzione dovuta è data dalla quota di reddito determinato forfetariamente ed attribuito al collaboratore medesimo sino ad un massimo del 49%, oltre a tutti gli altri redditi d’impresa che il collaboratore abbia eventualmente percepito nel periodo d’imposta.

Amianto
BENEFICI PREVIDENZIALI: PRESENTAZIONE DELLE DOMANDE
Sulla Gazzetta Ufficiale 30 dicembre 2015, n. 302 è stata pubblicata la legge 28 dicembre 2015 n.208, che riconosce ai lavoratori che hanno prestato la loro attività nel settore della produzione di materiale rotabile ferroviario, senza essere dotati degli adeguati equipaggiamenti di protezione alle polveri di amianto, i benefici  previdenziali di cui all’articolo 13, comma 8, della legge 27 marzo 1992, n. 257, per il periodo corrispondente alla medesima bonifica.
Detti benefici sono riconosciuti a domanda, da presentare all’Inps, pena di decadenza, entro sessanta giorni dalla data di entrata in vigore della presente legge, dunque dovevano essere inoltrate non oltre il 29 febbraio 2016, alle strutture dell’istituto competenti per territorio, ferme restando le integrazioni istruttorie che saranno necessarie a seguito dell’emanazione delle disposizioni applicative. Nella apposita procedura telematica che si doveva seguire per la trasmissione delle relative istanze di pensione, il nuovo prodotto è stato opportunamente reso disponibile sia per i patronati che per il cittadino.

Bando Isi 2015
INSERIMENTO ONLINE DEL PROGETTO
A partire dal 1° marzo 2016 e fino alle ore 18:00 del 5 maggio 2016 è disponibile, nella sezione “accedi ai servizi online”, la procedura informatica per l’inserimento dei progetti finalizzati al miglioramento delle condizioni di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Tramite la procedura le imprese registrate potranno:
effettuare simulazioni relative al progetto da presentare;
verificare il raggiungimento della soglia di ammissibilità;
salvare la domanda inserita;
effettuare la registrazione della propria domanda attraverso l’apposita funzione presente in procedura tramite  il tasto “invia”.

Previdenza
L’ INPS QUERELA “LIBERO”
L’Istituto Nazionale della Previdenza Sociale ha formalmente querelato il quotidiano “Libero” che, nelle ultime settimane, ha avviato una campagna di stampa dai contenuti palesemente diffamatori e gravemente lesivi della reputazione dell’Inps.
La campagna trae spunto da accertamenti nei confronti del gruppo Enel – di cui il direttore generale dell’Inps, Massimo Cioffi, è stato direttore del personale – sul versamento di contributi riguardanti l’esodo incentivato tra il 2006 e il 2015 di lavoratori del gruppo. L’Istituto, mai interpellato in sede di redazione degli articoli, ha smentito categoricamente la tesi del quotidiano secondo cui, dall’insediamento della nuova gestione, ci sarebbe stato un rallentamento dell’attività di accertamento. Al contrario l’Ente previdenziale ha agito in questo periodo con ancora maggiore celerità e trasparenza, portando avanti dal marzo 2015, dunque successivamente all’insediamento dei nuovi vertici, ulteriori accertamenti ispettivi nei confronti di tutte le 12 società del gruppo Enel in Italia. Tali verifiche e controlli si sono conclusi con contestazioni di rilevanti addebiti contributivi il 15 gennaio 2016.
La sospensione del direttore centrale della Vigilanza, terminata il 18 gennaio 2016, non è in alcun modo collegata a questi eventi, come sostenuto da Libero. Al contrario, è intervenuta a seguito di gravi violazioni disciplinari compiute durante il suo precedente incarico di direttore regionale. La sanzione disciplinare non è stata peraltro sospesa dal tribunale al quale ha fatto ricorso il dirigente.
Come precisato nella prima nota al quotidiano, il direttore generale ha disposto scrupolosamente che qualsiasi informazione riguardante i procedimenti Enel non fosse portata a sua conoscenza, bensì a quella del presidente. Ciononostante il quotidiano ha proseguito nell’azione diffamatoria nei confronti dell’Istituto e del suo direttore generale con altri articoli, senza peraltro pubblicare la successiva smentita inviata alla redazione dall’Ente assicuratore.
Nonostante il dott. Cioffi sia stato sempre estraneo agli sviluppi della vicenda, l’Inps rispetta la sua decisione di sospendersi volontariamente dall’incarico di direttore generale, scelta che gli consentirà una più libera e forte difesa per respingere le accuse infamanti di cui è oggetto.

Carlo Pareto
c.pareto@alice.it

Canone Rai in bolletta?
Ipotesi liquidata da Enel

Canone-rai-bollettaIl canone Rai in bolletta? “Mi sembra difficile da molti punti di vista”, ha risposto il presidente dell’Enel, Patrizia Greco spiegando che è “difficile sia tecnicamente, per i sistemi di fatturazione, e probabilmente anche dal punto di vista giuridico. Non so dire se questi problemi siano risolvibili o meno”. “Assoeletterica – ha aggiunto rispondendo alle domande dei cronisti a margine della presentazione dell’ingresso Enel come socio privato nella Fondazione Maxxi – ha preso posizione per tutti gli operatori, dichiarando che il canone Rai in bolletta sembra una cosa molto difficile da realizzare, sottolineando tutta una serie di problemi. Vedremo quali saranno le rispettive posizioni”.

L’annuncio dato nei giorni scorsi dal Presidente del Consiglio rischia insomma di rimanere tale e alle dichiarazioni di Greco, che evidentemente non teme di essere annoverata tra i ‘gufi’ che ‘frenano’ il lavoro del Governo, si è aggiunto oggi il ministero dell’economia con un’altra precisazione che chiarisce la portata dei problemi che sarebbero connessi all’introduzione in bolletta del canone. Questo, anche se dovesse finire nel conto della luce, resterà nominativo, insomma – chiariscono fonti ministeriali – l’utenza resterà unica e non dovrà essere quindi versata per seconde o terze case. La novità, se mai venisse introdotta, non porterebbe dunque a ‘un ampliamento del raggio dei soggetti interessati, che rimarranno esattamente quelli attuali’.

La questione comunque è complicata e al di là dell’annuncio di Renzi, perché tra ‘il dire e il fare c’è di mezzo il mare’, si è saputo che l’istruttoria e “ancora del tutto aperta e di non semplice applicazione”, mentre il Ministero dello Sviluppo Economico e quello dell’Economia e delle Finanze, continuano a lavorarci sopra con una serie di incontri che coinvolgono ora anche l’Autorità dell’Energia.

Privatizzarla tutta o in parte? Un tormentone che sembra non avere mai fine. Quello del canone Rai resta un nodo assai ingarbugliato perché se venisse abolito del tutto la Rai dovrebbe provvedere agli introiti soltanto con la sua attività imprenditoriale e soprattutto con la pubblicità che, però, in un mercato depresso come quello attuale e soprattutto dominato dal duopolio con Mediaset, incontra un’infinità di resistenze a cominciare da quelle di Berlusconi, fino a ieri al Governo.

 Redazione Avanti!

Ripresa? In Sardegna
la disoccupazione cresce

Natale-disoccupati-sardegnaUn problema che riguarda tutta l’Italia nella più totale indifferenza di tutti i media nazionali. Ogni regione coinvolta detiene un primato poco invidiabile per quanto riguarda il numero dei lavoratori collocati in CIG e in mobilità in deroga.

Delle regioni italiane coinvolte però, i numeri da ecatombe si registrano in due regioni del meridione, Sardegna e Calabria. In Sardegna i lavoratori beneficiari di ammortizzatori sociali in deroga, appunto CIG e Mobilità, hanno raggiunto la cifra di 26 mila, di cui 17600 in mobilità in deroga. In Calabria i numeri salgono a quasi 29 mila. La regione che registra meno lavoratori collocati in mobilità in deroga, nove, avete capito bene, è la Liguria che già dal 2012 ha cominciato una drastica riduzione delle concessioni di mobilità in deroga, sia in prima concessione che in deroga.

Restano invariati i numeri relativi i lavoratori in Cig e quelli riguardanti i lavoratori collocati in mobilità ordinaria. Non è chiaro come e quali politiche attive del lavoro ha attuato l’Assessorato al lavoro delle regione Liguria, ma la stessa è presa d’esempio dal Ministero del Lavoro dal 2013 quando a seguito dell’entrata in vigore – l’anno precedente – dalla legge Fornero, ha cominciato a introdurre anche modifiche al sistema vecchio e obsoleto degli ammortizzatori sociali.

Nel corso del 2014, esattamente il 1 agosto è entrato in vigore il decreto di riforma degli ammortizzatori sociali in deroga, che contiene i nuovi criteri di concessione. Lo stesso decreto legge con decorrenza dal 1 settembre 2014, esclude dal rinnovo della proroga 4 mila dei 17600 lavoratori sardi beneficiari e circa 5 mila lavoratori calabresi. Cosa dice il decreto del 1 agosto 2014? Vediamo un po’ di capirci meglio, in particolare a noi interessa quanto dice l’art. 3 comma quattro lettera a e b del decreto del 1 agosto. Articolo 3- comma 4 – “nel corso dell’anno 2014, il trattamento di mobilità in deroga alla vigente normativa può esser concesso: a) per il lavoratori che alla data di decorrenza del trattamento abbiano già beneficiato di prestazioni di mobilità in deroga per almeno tre anni, anche non continuativi (nel caso qualcuno si sia fermato per esser stato assunto poi nuovamente licenziato), per un periodo temporale che, unitamente ai periodi concessi per effetto di accordi stipulati prima della data di entrata in vigore del presente decreto, non superi complessivamente cinque mesi nell’anno 2014, non ulteriormente prorogabili, più ulteriori tre mesi nel caso di lavoratori residenti nelle aree di cui al testo unico approvato con D.P.R. ( decreto presidente della Repubblica) del 6 marzo 1978, n. 218;

b) per i lavoratori che alla data di decorrenza del trattamento abbiano beneficiato di prestazioni, di mobilità in deroga per un periodo inferiore a tre anni, il trattamento può esser concesso per ulteriori sette mesi, non ulteriormente prorogabili, più ulteriori tre nel caso di lavoratori residenti nelle aree di cui al testo unico approvato con D.P.R. del 6 marzo 1978, n. 218, per tali lavoratori il periodo di fruizione complessivo non può comunque eccedere il periodo massimo di tre anni e cinque mesi, più ulteriori tre mesi nel caso di lavoratori residenti nelle aree testo unico approvato con D.P.R. del 6 marzo 1978, n. 218.

Quindi riassumendo: per il 2014 si è stabilito un indennità pari a 8 mesi, sia che la persona abbia fatto domanda per prima concessione, che prima proroga, seconda proroga terza proroga, e via dicendo, avrà un indennità per otto mesi. Allo stato attuale il governo ha autorizzato l’Inps all’utilizzo di 17 milioni di euro che consentiranno, per ora, di pagare una sola 1 mensilità per il 2014. Chi è oltre la terza proroga percepirà gli otto mesi per l’anno in corso e cesserà; gradualmente andranno a cessare entro il 2016 anche gli altri. Allo stato attuale quattro sono i decreti di riparto fondi relativi il 2014: l’ultimo che chiude le ripartizioni è quello dell’ 8 maggio 2015 che destina 55 milioni di euro sia alla Calabria che alla Sardegna. Risorse sufficienti a malapena a pagare n. 3 mensilità relative il 2014. Nessuno sa cosa ne sarà delle restanti 5 a credito. Emblematico il caso della Sardegna; a seguito del decreto di riparto fondi del 4 dicembre 2014, l’Inps dispone di pagamenti di n. 2 mensilità 2014 per i 17 mila lavoratori in mobilità in deroga e n. 4 mensilità per i lavoratori in CIG, dando priorità ai lavoratori prossimi alla pensione. I pagamenti procedono dal 18 dicembre 2014 e cessano il 5 febbraio 2015 quando l’ Inps rende noto di esser costretta sospendere i pagamenti a causa dell’esaurimento dei fondi disponibili.

Al 28 febbraio 2015 risulta aver percepito la mobilità in deroga e la CIG appena il 40% degli aventi diritto. L’8 maggio 2015 il Ministro Poletti, in video conferenza da Roma in occasione del Sardegna Jobs Day, annuncia la firma dell’ultimo decreto di riparto fondi per un totale di 503 milioni di euro. Alla Sardegna toccano 55 milioni di euro che secondo le stime emerse dai dati Inps, Assessorato al lavoro, Agenzia regionale del lavoro e OO.SS. (organizzazioni sindacali) sono insufficienti a coprire il fabbisogno. Prima della firma del decreto, la Giunta regionale sarda aveva assunto dei provvedimenti poi disattesi.

In breve: la situazione venutasi a creare a seguito degli accordi sottoscritti in Assessorato al Lavoro in data 18/05/2015, ancora una volta hanno disatteso le speranze di oltre 17 mila lavoratori sardi coinvolti. Questi i passaggi che hanno portato all’incremento della drammaticità della situazione: 1) in data 28 aprile 2015, con delibera n. 19/19 la Giunta regionale ha approvato il disegno di legge n. 209, prevedendo l’autorizzazione all’anticipazione degli ammortizzatori sociali in deroga, con particolare riferimento alla mobilità relativa all’anno 2014; la Giunta manifestava la volontà di voler risolvere i problemi determinati dai ritardi statali nell’assegnazione delle risorse, e di conseguenza di volersi sostituire allo Stato nel pagamento dei trattamenti economici dovuti ai beneficiari (circa 17.000 lavoratori); nelle sedute della Seconda Commissione del 29 aprile 2015 era emersa con chiarezza la volontà politica di destinare le risorse economiche di cui al disegno di legge al pagamento della mobilità in deroga 2014; 2)

L’11 maggio 2015, la conferenza dei capigruppo aveva deciso di procedere alla discussione del disegno di legge n. 209, ai sensi dell’articolo 102 del Regolamento consiliare, approvando così la legge n. 12 del 2015; 3) con l’accordo sindacale siglato in data 18 maggio 2015 l’Assessore regionale del lavoro, formazione professionale, cooperazione e sicurezza sociale e le organizzazioni sindacali hanno invece sono stati disattesi tutti i provvedimenti adottati, in offesa, l’ennesima, nei confronti dei lavoratori. i 49 milioni di euro erano da usare come anticipazione per gli ammortizzatori sociali e per le politiche attive del lavoro. Invece, come si legge nel verbale, l’assessore Mura, su proposta delle OO.SS. ha accolto e destinato tutta la somma per le politiche attive del lavoro che però, di cui però allo stato attuale non è dato conoscerne le modalità ne l’avvio. In conclusione, i lavoratori calabresi, mille su 29 mila circa hanno aperto la strada a una serie di iniziative di protesta, in questo caso supportate dai sindacati, in Sardegna si terrà una manifestazione di protesta martedì 16 giugno sotto il palazzo del Consiglio Regionale in concomitanza con la seduta dello stesso.

Cinque le mozioni presentate da consiglieri di maggioranza e opposizione alla luce della mancata applicazione della legge regionale recentemente approvata. Prossima anche una class action dei lavoratori aderenti al C.L.A.S. comitato lavoratori attivi Sardegna. A tutto questo dramma, invisibile ai media, si aggiunge la beffa delle dichiarazioni di “timide riprese”. Appena alcuni giorni fa l’Assessore regionale al Bilancio, Paci, intervenendo alla presentazione del 22esimo rapporto “Crenos” alla Facoltà di Ingegneria a Cagliari, soddisfatto aveva dichiarato- “La strada tracciata dalla Giunta è quella giusta per far uscire la Sardegna dalla crisi. Qualcosa inizia a muoversi anche se far ripartire un sistema economico regionale quando ancora l’Italia è quasi ferma e l’Europa inizia appena a muoversi non è facile. Dobbiamo riuscire a estendere questi segnali di ripresa (dell’occupazione, dei cantieri, della nascita delle imprese e degli affidi bancari) a tutto il settore economico della Sardegna per fare in modo che la ripresa, ancora timida e a macchia di leopardo, diventi qualcosa di più robusto per dare risposte rapide e concrete soprattutto in termini di posti di lavoro. Ci sono timidi segnali di ripresa”.

A leggere le notizie qualcosa ci dice che per alcuni la percezione dei fatti è molto lontana dalla realtà. Di ieri l’ultima drammatica notizia proveniente ancora una volta dal quel disastrato Sulcis, ma tutta la Sardegna è oramai un gigantesco Sulcis. “Cinquanta nuovi cassintegrati tra le ditte d’appalto della centrale termoelettrica Enel di Portovesme”. Lo rendono noto i sindacati dopo averne avuto comunicazione direttamente dall’imprenditore Ninetto Deriu che con la sua ditta di occupa di manutenzioni nella centrale. “La decisione di collocare 40 lavoratori in esubero in cassintegrazione – fa sapere Deriu – è dovuta al calo di lavoro nell’impianto che da qualche giorno procede molto a singhiozzo”. A seguire la stessa sorte dei 40 – fanno sapere le OO.SS. saranno 10 lavoratori della Cosacem società che si occupa delle pulizie industriali. Cinquanta lavoratori che si andranno ad unire agli altri 26 mila tra cassintregrati e in mobilità in deroga della Sardegna. Se questo è il timido segnale di ripresa…!

Antonella Soddu