Politeia, Savona contro il crollo Ue

paolo savonaPoliteia, la parola non esiste. Non se ne trova traccia né sfogliando il dizionario della lingua italiana Devoto-Oli né consultando il vocabolario Zingarelli. Ma è un termine che presto potrà diventare di uso comune in Italia e in Europa. Il nome lo lancia Paolo Savona, scavando nella cultura dell’antica Grecia, per indicare la sua proposta: una politica diretta a perseguire l’interesse generale, per delineare la costruzione di una Europa dei popoli e non delle banche.
La svolta è arrivata ai primi di settembre. Il ministro degli Affari europei ha inviato a Bruxelles un documento dal titolo: «Una politeia per un’Europa diversa, più forte e più equa». L’economista sardo ha presentato un documento di 17 pagine, proponendo le scelte per “completare” l’unità europea, recuperando la fiducia dei cittadini colpiti dalla crisi economica, in rivolta contro una Ue più attenta al rigore della finanza che alle necessità delle persone.
Assegna un profondo senso alla parola politeia. Il ministro del governo Lega-M5S ha spiegato in un comunicato stampa: il riferimento lessicale a una “politeia”, anziché alla consueta “governance” è perché «la prima esprime una politica per il raggiungimento del bene comune, mentre la seconda -mutuata dalle discipline di management- indica le regole di gestione delle risorse. Politeia è quindi qualcosa di più di governance».
Rilancia quanto disse a maggio, quando la sua candidatura a ministro dell’Economia (proposta con determinazione da Matteo Salvini e sostenuta da Luigi Di Maio) fu bocciata dal presidente della Repubblica per il suo euroscetticismo comprendente anche l’idea di un Piano B su una eventuale uscita dalla moneta comune nel caso della comparsa del «cigno nero, lo choc straordinario». L’economista argomentò: «Voglio una Europa diversa, più forte, ma più equa». Successivamente Sergio Matterella nominò Giovanni Tria ministro dell’Economia e Savona ministro degli Affari europei.
Adesso, con il documento inviato a Bruxelles, l’economista ha proposto un progetto per cambiare la Ue costruendo una unione politica vera dotata anche di una solida moneta comune. Ha proposto «un Gruppo di lavoro» per esaminare «la rispondenza dell’architettura istituzionale europea vigente e della politica economica con gli obiettivi di crescita nella stabilità e di piena occupazione esplicitamente previsti nei Trattati».
Teoria e decisioni operative marceranno insieme. Il ministro punta su 50 miliardi di euro d’investimenti in Italia per sostenere l’occupazione e lo sviluppo. Enel, Eni, Terna e Leonardo potrebbero investire fino a 36 miliardi mentre gli altri 14 arriverebbero dal governo Conte. In questo modo nel 2019, è il suo ragionamento, potrebbe raddoppiare al 2% la zoppicante crescita del Pil (Prodotto interno lordo) italiano permettendo anche un consistente aumento delle entrate fiscali. Solo la crescita «può sventare il collasso» dell’Italia e della Ue.
Ad agosto il ministro è andato a Francoforte a trovare Mario Draghi, il presidente della Bce (Banca centrale europea) fiero difensore della Ue, dell’”irreversibilità” dell’euro, autore del piano di espansione monetario osteggiato dalla Germania di Angela Merkel e ormai agli sgoccioli. Savona, 81 anni, ministro dell’Industria del governo Ciampi, professore di Politica economica, già direttore dell’ufficio studi della Banca d’Italia e stretto collaboratore di Guido Carli, ha avviato un difficile dialogo con Draghi sui malandati conti pubblici italiani in vista della prossima manovra economica dai possibili contenuti molto costosi (reddito di cittadinanza, flat tax, modifiche alle legge Fornero sulle pensioni). Ha più volte ripetuto di non vuoler distruggere l’Europa ma di volerla forte, unita e interprete degli interessi dei cittadini. Con il populismo della Lega e del M5S non sembra avere nulla da spartire: vuole dare uno sbocco europeo alla protesta sociale. Non vuole confini nazionali chiusi: «Non sono un sovranista, sono un duro trattativista».
È una corsa contro il tempo. Servono profonde e urgenti riforme della Ue a trazione tedesca dominata da severe regole finanziarie e non di sviluppo, pervasa da pericolose spinte autoritarie. Occorre fare presto perché i tempi sono stretti. Entro ottobre il governo Conte-Salvini-Di Maio dovrà presentare la Legge di bilancio 2019 e a maggio si terranno le elezioni europee.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Libia, ambasciata aperta e smentito intervento italiano

The tricolor flag is flown back to the Italian Embassy in Tripoli today, September 2, 2011 ANSA/CIRO FUSCO

The tricolor flag is flown back to the Italian Embassy in Tripoli today, September 2, 2011
ANSA/CIRO FUSCO

L’ambasciata italiana rimane aperta, ma una parte del personale che vi lavora e alcuni italiani che lavorano nella città sono stati evacuati. “Siamo pronti ad ogni evenienza, reagiamo in modo flessibile”, spiegano fonti della Farnesina.
Fonti della ministero della Difesa hanno assicurato che i militari italiani nel paese stanno bene e in sicurezza e che nessun problema è riscontrato all’ospedale da campo a Misurata. La ministra Elisabetta Trenta sta seguendo costantemente l’evolversi dei fatti, anche perché proprio stamattina sono caduti diversi colpi di mortaio e sono avvenuti violenti scontri nella zona di Alhadba Alkhadra, poco distante dalla sede diplomatica di Roma.
Nel frattempo una nota di Palazzo Chigi smentisce categoricamente “la preparazione di un intervento da parte dei corpi speciali italiani in Libia. L”Italia – si legge – continua a seguire con attenzione l”evolversi della situazione sul terreno e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché l”invito a cessare immediatamente le ostilità assieme a Stati Uniti, Francia e Regno Unito”. Rassicurazioni arrivano anche dall’Eni che fa sapere tramite un portavoce del gruppo italiano aggiungendo che in Libia lavora solo personale locale: “Al momento l’attività si svolge regolarmente e non c’è personale espatriato a Tripoli”.
La situazione però è nel caos e nella capitale gli scontri tra le milizie proseguono da ormai oltre una settimana e il tentativo del premier Fayez al-Sarraj, che proprio per fermare le violenze ha dichiarato lo stato di emergenza, non ha sortito effetto. Il governo di Accordo Nazionale della Libia, l’unico riconosciuto dalla comunità internazionale, è sotto assedio. La Settima Brigata, che riunisce tribù vicine all’ex regime di Gheddafi e ora legate al maresciallo Khalifa Haftar, avanzano verso il centro della città. Secondo alcune indiscrezioni, proprio il Generale della Cirenaica, avrebbe l’appoggio dei francesi. “La Francia, storicamente, agisce fuori dai propri confini perseguendo gli interessi nazionali, anche andando contro, come in questo caso, a quelli della coalizione di cui fa parte – spiega Andrea Margelletti, presidente del Centro Studi Internazionali, su Il Fatto Quotidiano – un atteggiamento più spregiudicato che l’Italia, invece, non ha mai avuto”.
Ma in realtà l’uomo forte di Bengasi non ha mai fatto mistero di voler riprendere il controllo della Libia contro la Comunità internazionale, rappresentata in quel territorio dall’Italia. Il Generale non sembra aver gradito la recente missione a Tripoli del ministro Salvini. In quell’occasione, il titolare del Viminale ha fatto una apertura di credito totale a Serraj e ai suoi uomini, promettendo mezzi alla Guardia costiera fedele al governo di Tripoli, e garantendo che una parte delle risorse finanziarie del Africa Fund Ue. Mentre Macron pochi mesi prima aveva dato maggior credito all’uomo della Cirenaica che nel vertice di Parigi del 29 maggio, aveva invitato sia il presidente al Sarraj sia il Generale Haftar dando lo stesso ‘valore’ ad entrambi e alle loro istituzioni.

La Rai e il governo del cambiamento

RAI-Riforma

“Merito” e “capacità”. Tante promesse contro la lottizzazione Rai e delle aziende pubbliche. Lega e M5S da metà giugno si sono scontrati, prima sotto traccia e poi apertamente, declamando contro la lottizzazione ma trattando sulla divisione delle poltrone. Ma alla fine è andata in porto la spartizione. La prima palla ad andare in buca è stata la guida della Cassa depositi e prestiti: Fabrizio Palermo, gradito a Luigi Di Maio, è stato insediato dal governo M5S-Lega come amministratore delegato della “cassaforte” nella quale sono custodite le azioni delle più importanti aziende pubbliche (Eni, Enel, Poste, Telecom, Fincantieri, Terna, Saipem e Italgas).

Poi è arrivato l’accordo sulla lottizzazione Rai: Fabrizio Salini, apprezzato dai cinquestelle, amministratore delegato (la figura è prevista al posto del direttore generale dalla legge di riforma fatta approvare dal governo Renzi nel 2015), Marcello Foa, sostenuto dai leghisti, presidente. Contatti, riunioni informali, vertici di maggioranza e Consigli dei ministri; la strada della divisione delle nomine è stata faticosa è tortuosa. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato al ‘Fatto Quotidiano’ il suo metodo per uscirne indenne: «Il ministro competente fa le proposte, io ne parlo con i due vicepremier, poi le decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore».

E così è andata, ma certamente non è stata cancellata la tanto demonizzata lottizzazione Rai in nome della “candidatura migliore”. Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri del 27 luglio ha difeso le scelte assunte dal “governo del cambiamento” sulle nomine: «Abbiamo appena nominato i vertici della Rai. Oggi inizia una nuova rivoluzione culturale con i due nomi, Marcello Foa presidente e Fabrizio Salini Ad». Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, ha usato parole forti e offensive: queste nomine «il presidente del consiglio e il Cdm hanno ritenuto all’altezza di questa grande sfida per liberarci dei raccomandati e dei parassiti».

Niente male. Matteo Salvini è stato più pacato. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ha messo da parte le critiche del passato: «Sono molto soddisfatto, ci sarà spazio per tutte le voci, finalmente. Siamo solo all’inizio».

Strano. Roberto Fico, presidente cinquestelle della Camera, aveva detto basta alle lottizzazioni e aveva messo i partiti fuori della porta: «Deve finire l’era delle appartenenze politiche, dell’influenza del governo sui giornalisti Rai e viceversa. Deve cambiare tutto».

Invece di “cambiare tutto” sono cambiati solo gli autori della spartizione: adesso è stata varata la lottizzazione gialloverde, quella del “governo del cambiamento”. Ma non è detto che la spartizione della Rai decisa dal governo Conte-Di Maio-Salvini vada in porto. Il problema è “il presidente di garanzia”. La legge stabilisce che il presidente dell’azienda radiotelevisiva pubblica sia eletto dalla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai con una maggioranza qualificata dei due terzi dei voti: M5S e Lega non raggiungono questa soglia e sperano nel soccorso essenziale di Forza Italia per evitare un flop, ma non è per niente scontato il sì dei forzisti. Silvio Berlusconi ha ritenuto le nomine avanzate «un pessimo segnale» perché assunte in maniera unilaterale da parte della maggioranza grilloleghista.

Il centro-sinistra ha sollecitato il presidente di Forza Italia ad evitare un “soccorso azzurro” ed ha annunciato una durissima opposizione. Maurizio Martina ha attaccato: «Va in onda la spartizione tra la Lega e Cinque Stelle». Il segretario del Pd ha ricordato la necessità dei due terzi dei voti per eleggere “il presidente di garanzia” voluto invece solo dai cinquestelle e dai leghisti che «per le poltrone calpestano anche le regole». Insorgono anche i sindacati dei giornalisti. Vittorio Di Trapani (Usigrai), Raffaele Lorusso e Beppe Giulietti (Fnsi) con una lettera aperta ai 7 consiglieri di amministrazione Rai hanno contestato l’indicazione da parte del governo del presidente di viale Mazzini perché «si configura come una palese violazione di legge».

La battaglia si deciderà mercoledì primo agosto. Quando si riunirà la commissione di Vigilanza si vedrà se e come passerà la spallata Salvini-Di Maio sul “presidente di garanzia”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Ocse, l’Italia di adulti poco ‘digitalizzati’ e giovani Neet

neetI ministri delle politiche sociali dei 35 paesi dell’Ocse e dei paesi partner si sono incontrati oggi a Montréal per una riunione su “Politica sociale per la prosperità condivisa: abbracciare il futuro”. Le questioni trattate sono centrali: modernizzare i sistemi di protezione sociale per incorporare al meglio le persone che svolgono lavori non standardizzati, promuovere diversità e inclusione sociale per tutti, garantire a bambini e giovani pari opportunità di riuscita nella vita, integrare l’uguaglianza di genere nella progettazione e nella riforma delle politiche.
Le profonde trasformazioni in corso (tecnologiche e culturali) stanno ridisegnando il mondo del lavoro, in termini di: organizzazione, identità, appartenenza e tutele. Aumenta la quota di lavori non-standard e la relativa percentuale di lavoratori autonomi, con conseguente necessità di prevedere maggiore protezione sociale per tutti. È necessario adeguare regole e politiche pensate per un tempo ormai passato. Il lavoro autonomo può essere visto come una strategia di sopravvivenza, per coloro che non riescono a trovare altri mezzi per guadagnare un reddito, o come prova di spirito imprenditoriale e desiderio di esplorare nuovi lavori e possibilità. Tuttavia, nella maggior parte dei paesi esiste una relazione negativa tra il tasso di lavoro autonomo e il tasso di disoccupazione.
Nella classifica dei Paesi Ocse e dei Paesi partner sui lavoratori autonomi rispetto al totale, l’Italia è all’ottavo posto con circa il 24% di lavoratori autonomi (media Ocse 16%).
Come sottolinea l’Ocse, sono necessarie riforme cruciali per riuscire ad adattare i sistemi di protezione sociale al nuovo mondo del lavoro. Ad esempio, i diritti dovrebbero essere collegati agli individui, piuttosto che ai posti di lavoro, in modo che siano trasferibili da un lavoro all’altro. Le opportunità di formazione dovrebbero essere ampiamente disponibili e non necessariamente collegate al proprio status lavorativo o al posto di lavoro.
Ma quanti adulti partecipano alla formazione e all’apprendimento? L’Italia è tra gli ultimi paesi, con ben il 75% delle persone tra i 25 e i 64 anni che non partecipa a corsi di formazione formali o informali.
Forme di apprendimento permanente potrebbero trovare risposta anche nelle opportunità offerte dalla digitalizzazione (i Mooc e le risorse educative aperte rappresentano importanti risorse), ma rimangono sottoutilizzate. Le nuove forme di organizzazione e di lavoro aumentano la domanda di persone con abilità matematiche, capacità di risoluzione dei problemi, competenze Ict di base, capacità relazionali e competenze trasversali.
Nei processi di cambiamento è fondamentale prestare attenzione ai gruppi più svantaggiati che tendono a restare indietro nell’uso delle tecnologie, nell’acquisizione di competenze e nell’adattamento durante la vita lavorativa.
Uno dei segmenti della popolazione dove è più evidente lo scollamento ed è prioritario agire, è quello dei giovani tra i 15 e i 29 anni. Gli intensi aumenti della disoccupazione giovanile e della sottoccupazione, dovuti a ostacoli strutturali di lunga data, impediscono a molti giovani dei paesi dell’Ocse e delle economie emergenti di passare con successo dalla scuola al lavoro.
Circa 40 milioni di giovani nei paesi dell’Ocse, pari al 15% dei giovani tra 15 e 29 anni, non frequentano corsi di istruzione, impiego o formazione, i cosiddetti Neet. Due terzi di loro non sono nemmeno alla ricerca di lavoro. Il 40% di tutti i giovani sperimenta un periodo di inattività o di disoccupazione nell’arco di un periodo di quattro anni e per metà di essi questo periodo durerà un anno o più e può portare allo scoraggiamento e all’esclusione.
L’Italia, purtroppo, è tra le prime classificate per numero di Neet: nel 2016 erano il 25.4% (media Ocse 14%). La proporzione dei giovani Neet è aumentata considerevolmente durante la crisi. Prima del 2007 il tasso di Neet in Italia era già alto, intorno al 20%. Tra il 2007 e il 2014 ha continuato ad aumentare, raggiungendo ben il 27%. Ha registrato una modesta riduzione nel 2015 (corrispondente a quasi 2.5 milioni di Neet), rimanendo però negli anni successivi, significativamente sopra i livelli pre-crisi.
Come in altri paesi Ocse, la maggioranza dei giovani Neet (60%) non cerca nemmeno un lavoro e il fenomeno dei Neet è più diffuso fra i giovani con bassi livelli di istruzione, rispetto ai giovani più istruiti. Il tasso di abbandono scolastico resta molto elevato in Italia, dove circa il 30% degli uomini e il 23% delle donne di età compresa fra i 25 e i 34 anni non ha un titolo di studio di scuola secondaria superiore (rispetto a una media Ocse del 18% per gli uomini e del 14% per le donne). Nella fascia d’età tra i 18 e i 24 anni, il dato sui Neet si evidenzia maggiormente se incrociamo la variabile età e la variabile genere. In Italia quasi il 30% dei ragazzi tra i 18 e i 24 anni è disoccupato o inattivo.
I contesti economici e sociali sono in rapida evoluzione e numerose sono le sfide da affrontare per andare verso una crescita inclusiva. Quella canadese rappresenta un’occasione importante per pensare il futuro e programmare delle buone politiche.
Tuttavia, nonostante lo spread Bpt-Bund salito a 134-140 punti ed il ritardo dell’Italia nell’Eurozona, l’economia italiana è in ripresa.
Nei primi tre mesi dell’anno, lo dimostra il pieno di utili per le maggiori aziende del Paese come Intesa San Paolo, Unicredit, Monte dei Paschi di Siena, Ubi, Generali, Eni, Enel, Fiat Chrysler, Poste, Carige, Mediobanca.
Per molte di queste, i dati di bilancio sono andati oltre le previsioni degli analisti, raggiungendo ricavi e utili record (Mediobanca), altre hanno potuto completare il percorso di risanamento.
Se le aziende ridono, molti lavoratori piangono. Si allarga da luglio la platea potenziale del Rei, il reddito di inclusione sociale ma le domande all’Inps anche senza i requisiti sulla composizione del nucleo familiare potranno essere presentate dal primo giugno (il beneficio si ottiene a partire dal mese successivo). Apprendiamo dall’Inps, in un messaggio per ricordare che da luglio, come previsto dalla legge, non sarà più necessario per ottenere il sussidio avere in famiglia almeno un minore, un disabile, una donna in stato di gravidanza o un disoccupato over 55. Fino a giugno la platea potenziale è di circa 500.000 famiglie per 1,8 milioni di persone mentre da luglio passerà a 700.000 nuclei per 2,5 milioni di persone.
Il beneficio economico va da un massimo di 187,5 euro per una persona sola in situazione di povertà a 539,8 euro nel caso di famiglia con almeno sei componenti (importi inferiori ai limiti di sopravvivenza).
Tra i requisiti per avere il Rei c’è un Isee non superiore a 6.000 euro e un valore del patrimonio immobiliare, diverso dalla casa di abitazione, non superiore a 20.000 euro.
Il Rei è compatibile con un’attività lavorativa (fermi restando i requisiti economici) ma non con la Naspi.
Il disagio sociale non diminuirà con gli utili delle aziende, perchè gli utili prodotti, molto probabilmente, verranno reinvestiti per produrre altri utili e non per creare nuova occupazione. Anzi, a seguito dei nuovi investimenti potrebbe essere necessario l’impiego di un minore numero di lavoratori.
Si pone, dunque, il problema di una politica sociale per l’occupazione e per la distribuzione della ricchezza. Compito che storicamente è politicamente appartiene al socialismo riformista. Le problematiche sociali hanno cambiato aspetto, ma sono rimaste fondamentalmente immutate nella loro natura esistenziale.

Petrolio, aumento dei prezzi della benzina

petrolio prezziIeri l’Eni ha deciso il rialzo dei prezzi dei prodotti petroliferi. Subito dopo è partita una raffica di rialzi sulla rete carburanti nazionale anche perché sui mercati petroliferi internazionali il barile ha toccato ieri nuovi massimi dal 2014, mentre continuano a salire anche le quotazioni dei prodotti raffinati in Mediterraneo.
Secondo la consueta rilevazione fatta da Staffetta Quotidiana, hanno aumentato di un centesimo al litro i prezzi consigliati di benzina e gasolio Esso, Italiana Petroli (TotalErg) e Q8, mentre IP ha deciso un rialzo di +0,7 cent su entrambi i prodotti e Tamoil di 1,2 cent sulla benzina e di un cent sul gasolio.
Le medie dei prezzi dell’Osservatorio prezzi del ministero dello Sviluppo economico ed elaborati dalla Staffetta Quotidiana vedono la benzina self service a 1,576 euro/litro, il diesel a 1,445 euro/litro e il Gpl a 0,632 euro/litro con il metano a 0,963 euro/kg.
Oggi è iniziato il vertice Opec in Arabia Saudita, con l’accordo sui tagli alla produzione che continua a vedere una buona compattezza nonostante il rialzo dei prezzi petroliferi ai massimi da tre anni. Alexander Novak, ministro dell’Energia russo che partecipa agli incontri perché l’accordo sui tagli riguarda anche altri grandi produttori non-Opec come la Russia, ha spiegato ai giornalisti al suo ingresso al vertice di Jeddah che occorre ancora vedere una stabilizzazione dei prezzi per alcuni mesi prima di valutare qualsiasi cambiamento ai tagli di produzione: a giugno l’Opec+, che riunisce il cartello e gli altri produttori, potrebbe tornare a parlarne ma solo se sarà ritenuto necessario.
Khalid Al-Falih, ministro saudita, ha spiegato che l’Opec+ continuerà la sua collaborazione nel 2019 e che la domanda di greggio ancora non sta mostrando alcun impatto dai prezzi tornati intorno ai 70 dollari al barile.
L’Opec e la Russia non sembrano tuttavia sul punto di invertire la rotta, attenuando i tagli di produzione in vigore da gennaio 2017. All’epoca il barile valeva 55 dollari ed un anno prima era addirittura sceso sotto 30 dollari. Nonostante il rally dei prezzi, il comitato di monitoraggio della coalizione Opec-non Opec, riunito a Jeddah, non dovrebbe cambiare nulla nella strategia. La coalizione sembra anzi orientata a prorogare i tagli, in scadenza a fine anno, in modo da proseguire anche nel 2019.
Ad alimentare gli acquisti sui mercati petroliferi nelle ultime settimane sono state soprattutto le tensioni geopolitiche. Preoccupano in particolare i blitz in Siria e la possibilità di nuove sanzioni Usa contro l’Iran, su cui Washington dovrebbe decidere a maggio. Anche in Venezuela la situazione sta precipitando, insieme alla produzione di greggio. L’offerta di petrolio potrebbe a questo punto subire una riduzione eccessiva rispetto alla domanda, che resta molto forte.
Nel frattempo le scorte petrolifere, a lungo eccessive, sono tornate in linea con la media degli ultimi 5 anni, come volevano l’Opec e i suoi alleati.
Gli ultimi dati dagli Stati Uniti confermano la riduzione accelerata degli stock: la settimana scorsa c’è stato un calo di 1,1 milioni di barili per il greggio, secondo l’Eia. Ma a sorprendere sono stati soprattutto i carburanti:  -3 mb per le benzine e -3,1 mb per i distillati, in seguito al rallentamento delle raffinerie (le manutenzioni stanno cominciando), ma anche a consumi intensi. L’umore degli investitori è tornato ad essere decisamente rialzista, tanto che gli hedge funds hanno accumulato posizioni lunghe (all’acquisto) nette da primato sul Brent.
Nonostante l’aumento delle quote di mercato dei prodotti ‘green’, il cartello dei paesi produttori di petrolio continua a tenere i prezzi alti.

L’Eni investe sette miliardi in Italia

eni

L’ENI ha presentato il piano strategico 2018-2021 alla comunità finanziaria italiana. L’amministratore delegato, Claudio Descalzi, illustrando il piano ha detto: “L’Italia è il primo paese a livello di investimenti per il gruppo Eni: 7 miliardi di euro nei prossimi quattro anni, di cui 1 miliardo destinato alle attività green, incluse le spese per la ricerca e sviluppo al servizio del processo di decarbonizzazione. Lavoriamo in decine di paesi nel mondo e in ogni paese integriamo le nostre competenze e la nostra passione con quelle delle popolazioni che ci ospitano, con risultati straordinari ma le nostre radici sono in Italia ed è proprio qui che vediamo il potenziale per investire di più”.

Descalzi ha trattato anche il tema della sicurezza delle attività e della loro compatibilità ambientale affermando: “Nel 2017 abbiamo confermato il primato nell’ambito della sicurezza nel lavoro, con un numero di eventi registrati per milioni di ore lavorate (Total Recordable Injury Rate) pari a 0,33, in miglioramento del 7% rispetto al 2016. A livello ambientale, abbiamo ridotto l’intensità delle emissioni dalle nostre attività upstream del 3% rispetto al 2016 e del 15% rispetto al 2014, compiendo significativi progressi verso l’obiettivo di riduzione del 43% nel 2025 rispetto al 2014”.

L’Amministratore delegato di Eni si è poi soffermato sul Progetto Italia, iniziativa di riqualificazione industriale che implica la realizzazione di impianti per la produzione di energia rinnovabile nell’ambito di terreni Eni bonificati. L’energia rinnovabile prodotta sarà destinata prevalentemente a soddisfare gli autoconsumi degli asset industriali di Eni, consentendo alla compagnia di ridurne i consumi energetici. Finora Eni ha identificato in questo ambito 25 progetti per una potenza complessiva pari a 220 megawatt, pari a 0,4 terawatt/ore all’anno di energia elettrica, e che entreranno in esercizio nel 2021.

Sempre in ambito green, Descalzi ha ricordato l’impegno della compagnia per la realizzazione di prodotti bio nell’ambito del downstream: Eni è stata la prima compagnia a convertire una raffineria tradizionale in bioraffineria, a Venezia, e completerà entro fine anno la conversione della raffineria di Gela; i due impianti, insieme, produrranno 1 milione di tonnellate all’anno di green diesel entro il 2021, facendo di Eni uno dei principali produttori d’Europa. La società, infine, ha lanciato una serie di progetti legati alla chimica verde come prodotti intermedi da olio vegetale e piantagioni sperimentali di Guayule per produrre gomma naturale.

Nel campo delle rinnovabili,  ENI  concentrerà la propria ricerca prevalentemente sul solare, sullo stoccaggio dell’energia, su biocarburanti avanzati, sulle biomasse e sull’energia eolica.

Per contribuire alla mobilità sostenibile, oltre alla tecnologia Ecofining per la produzione del green diesel, la società sta lavorando allo sviluppo di processi per la conversione del gas naturale in metanolo, progetto legato al memorandum firmato alla fine del 2017 con  FCA e volto allo sviluppo di una serie di progetti di ricerca e applicazioni tecnologiche per la riduzione delle emissioni di CO2 nei trasporti su strada: tra gli ambiti della collaborazione vi è proprio l’utilizzo del metanolo tra le nuove tecnologie per l’utilizzo del gas nei trasporti, che consente di ridurre significativamente le emissioni. A questo scopo,  ENI ha già sviluppato una nuova benzina composta per il 20% da carburanti alternativi (15% di metanolo e 5% bioetanolo).

Descalzi ha anche affermato: “Nell’arco del nuovo Piano spenderemo oltre 750 milioni di euro in ricerca e sviluppo. Grazie alla ricerca abbiamo consolidato e arricchito il nostro know how, formando nuove e importanti competenze interne. Lavoriamo con più di 50 istituiti tra Università e centri di ricerca, per un totale di oltre 220 progetti, di cui oltre la metà in Italia, promuovendo un profondo scambio di conoscenze tra  ENI  e il Paese. Dal 2009 al 2017, abbiamo speso in ricerca e sviluppo 1,7 miliardi di euro, costruendo un portafoglio di tecnologie nei più svariati ambiti, dall’upstream al downstream, dalle rinnovabili alla salvaguardia ambientale fino alla sicurezza, per un totale di oltre 6 mila brevetti”.

La multinazionale italiana guarda al futuro, all’ambiente ed allo sviluppo del Paese di origine. Se tutte le multinazionali con origini italiane potessero seguire l’esempio di Eni, in Italia ci sarebbero sicuramente meno problemi da affrontare.

Salvatore Rondello

Scandalo bollette, onesti che pagano per i furbi

bolletteIl giorno di san Valentino non si può dire che dal Sole24Ore sia arrivato un messaggio d’amore. La notizia diffusa riguarda tutti i consumatori di energia elettrica. Infatti, con la delibera numero 50 dello scorso 1° febbraio di Arera, l’Autorità per l’energia elettrica e il gas, ha stabilito che il buco creato dagli evasori dovrà essere ripianato dai contribuenti.
Si premiano i furbi che se la svignano, mentre gli onesti dovrebbero pagare pure per i furbi.
Incredibile ma è così: chi è in regola con i pagamenti dovrà pagare di più perchè gli evasori non si riescono a prendere e a fargliela pagare.
La decisione è stata presa dopo una serie di sentenze che non avrebbero lasciato scampo all’Arera che si è dunque dovuta muovere scontentando gli ‘onesti’.
La novità principale ruota intorno a quelli che si chiamano ‘oneri generali di sistema’ delle bollette inevase, e dunque non i consumi effettivi, che fino ad oggi venivano coperti dalle imprese di vendita.
Adesso la musica cambia e quella fetta di evasione dovrà essere coperta dai clienti finali, ovvero i consumatori.
La sentenza spiega però che gli oneri sono a carico degli utenti e non della ditta ma non dice che quegli stessi utenti debbano suddividersi anche gli oneri dei morosi.

Una differenza non da poco che potrebbe persino portare qualcuno ad estendere la portata di questo principio per nulla equo a dire: “allora perché non facciamo pagare le tasse evase a chi le tasse le paga?”.

È caos per la questione delle morosità sulle bollette elettriche che si vorrebbero spalmare sugli utenti in regola, quelli che pagano sempre in tempo senza lasciare in giro ‘pendenze’.
Una notizia vera  che però in queste ore si sta intrecciando con una bufala che sta circolando via web e via WhatsApp, in merito ad un presunto addebito di 35 euro nella bolletta di aprile.
No, questa parte non è vera e rischia di essere pericolosissima  perché oltre a diffondere una falsa notizia invita a non pagare la bolletta in attesa di una non meglio specificata sentenza del Tar, e a decurtare questi 35 euro dal bollettino postale.
Si tratta di una bufala a tutti gli effetti, che solo in parte si fonda su un aspetto reale.
La deliberazione dell’Autorità per l’energia si prefigge l’obiettivo di spalmare sugli utenti finali le morosità,  ma solo relativamente agli oneri di sistema non pagati dagli operatori ai distributori dell’energia. Resta piuttosto vago il concetto di ‘oneri di sistema’ nei contratti di somministrazione.
Un principio che ad un primo sguardo sembra palesemente ingiusto perché, al di là degli importi e dell’entità dei ricarichi in bolletta, spalma sui consumatori onesti parte dei debiti accumulati sulle bollette elettriche.
Proprio in tal senso  il Codacons sta preparando un ricorso al Tar della Lombardia, dove si impugnerà la delibera dell’Autorità per l’energia chiedendone l’annullamento nella parte in cui addebita all’intera collettività gli oneri di sistema non pagati.

La notizia diffusa per prima dal Sole 24 ore circola ormai da quasi dieci giorni e probabilmente, finora, la reazione delle associazioni dei consumatori è sembrata debole.
Parallelamente sono nate anche altre iniziative come quello del deputato Mauro Pili, ex presidente della Regione Sardegna, che ha organizzato una raccolta firme per contrastare il provvedimento.
Più di 100 mila persone hanno già firmato una petizione.
Gli aumenti in bolletta per tappare i buchi degli evasori, dal 1° gennaio 2019, subirebbero altri aumenti fino al 46% per l’energia elettrica.

Mauro Pili, nella petizione rivolta al Presidente dell’Autorità per l’energia Elettrica e il gas elenca una serie di motivi per i quali quello che è stato deciso di fare andrebbe fermato.
Nel primo punto il deputato richiama  l’articolo 23 della Costituzione secondo cui ‘nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla Legge’.
Ma Pili parla anche di totale violazione del principio costituzionale di equità, considerato che quello che si vorrebbe portare a compimento imporrebbe la ripetizione di una tassa in capo ad uno stesso soggetto.
La decisione, inoltre, secondo Pili  ‘è palesemente in contrasto con il principio stabilito dal codice tributario che prevede che tasse ed imposte possono essere decise ed applicate solo ed esclusivamente con legge dello Stato’. In questo caso, come dice la sentenza del Consiglio di Stato alla quale si è dovuta attenere l’Arera, la legge prescrive proprio che gli oneri statali siano da addebitare al cliente finale e non all’azienda ma nessuno dice che chi paga debba sobbarcarsi anche la cifra dei morosi.
La petizione  pone l’attenzione anche sul divieto di introdurre  ‘il principio illegittimo di retroattività’  (art. 3, L. 212/00 dello statuto dei contribuenti),  considerato che le norme tributarie non hanno e non possono avere effetto retroattivo.
Si violerebbe anche il codice del consumo, per quanto riguarda buona fede, correttezza, e informazione del consumatore nel contratto.
Insomma, la battaglia sembra aperta anche grazie alla consapevolezza degli utenti che si stanno informando e vogliono capire cosa sta accadendo, senza subire inconsapevolmente un provvedimento che potrebbe piovere dall’alto.
Il pericolo, però, è che il continuo imperversare di bufale utili solo a confondere le idee, facciano perdere vigore alla battaglia che a questo punto sembra tutta da giocare.
E mentre i consumatori si interrogano su cosa accadrà, le aziende fanno i conti con la discesa del fatturato complessivo del settore energetico in Italia che nel 2016 è stato di 247,4 miliardi di euro, in diminuzione di 28,5 miliardi (- 10,3%) rispetto ai 275,9 del 2015 che resta però, considerando le società che producono, distribuiscono, vendono elettricità, gas, petroli e carburanti, quello di maggiore dimensione di tutta l’economia italiana.
Anche il margine operativo netto è sceso a 19,1 miliardi di euro (-9%, ovvero 1,9 miliardi) sui 21 miliardi del 2015.
Il Centro Studi CoMar ha rilevato, come pur in presenza di una diminuzione dei valori assoluti, il rapporto tra margine operativo netto e fatturato, sia salito dal 7,6% del 2015 al 7,7% del 2016.
Scendono invece gli addetti delle società considerate di 4.890 unità, da 182.083 a 177.193 (-2,68%).
Per quanto riguarda le classifiche delle singole aziende esaminate nello studio, sempre con riferimento ai bilanci 2016: nei primi dieci posti per fatturato, vi sono 7 società italiane: nell’ordine Enel, Eni, Gse, Edison, Esso Italiana, Saras Raffinerie Sarde, Kuwait petroleum Italia, A2A, Hera, Total Herg.
Le Società con il migliore rapporto margine operativo netto-fatturato sono Snam e Terna; le società con il migliore rapporto fatturato per dipendente risultano Edelweiss Energy Holding, Energy.com, GSE Gestore Servizi Energetici.
Il Movimento UNIDOS e il deputato Mauro Pili hanno promosso la seguente petizione, rivolta all’Autorità per l’Energia elettrica e il gas, che interviene, con tutti i sottoscrittori, nella procedura di consultazione sulla delibera 52/2018:
1. L’Autorità per l’energia elettrica e il gas ha avviato la consultazione 52/2018, ancora in corso (possono partecipare tutti, anche i singoli cittadini, scadrà il 26 febbraio), che si pone l’obiettivo di spalmare sugli utenti finali le morosità relative agli oneri di sistema lasciate dagli operatori insolventi nei confronti dei distributori di rete.
2. In pratica le bollette non pagate dai furbetti saranno pagate dai cittadini utenti che hanno sempre pagato.
3. Si tratta di una proposta inaudita che lede i più elementari principi del diritto, a partire dal rapporto contrattuale tra utente ed erogatore.
4. A questo si aggiunge la violazione del principio secondo il quale l’utente deve pagare solo ed esclusivamente ciò che ha consumato al costo pattuito contrattualmente senza unilaterali, irragionevoli e illegali incrementi di costo.
5. I mancati pagamenti da parte dei morosi non possono in alcun modo essere scaricati sugli utenti regolari perchè questo genererebbe automaticamente un invito ad uniformarsi alla regola del non pagare perchè tanto pagano gli altri!
6. I debiti dei morosi per 1,4 mld sono addebitabili ai consumatori domestici, i restanti 4,6 mld si riferiscono a utenti di altri usi e media tensione, principalmente PA, Partite Iva e soggetti diversi dal consumatore domestico.
7. Tutto questo è in capo alle società erogatrici che devono perseguire, semmai, il ristoro dei debiti proprio da chi non ha pagato e non paga.
8. L’obiettivo di questa petizione è quello di partecipare attivamente alla consultazione esprimendo la totale contrarietà alla deliberazione con il preannuncio dell’ attivazione di un’apposita class-action in caso di approvazione della stessa.
9. Le fonti di diritto di gerarchia superiore ai regolamenti dell’Authority fanno ritenere il provvedimento deliberato nullo.
10. Il provvedimento  viola la Costituzione della Repubblica, in quanto secondo l’art. 23 “nessuna prestazione personale o patrimoniale può essere imposta se non in base alla Legge”.
11. L’Authority è un’autorità amministrativa indipendente, che può imporre nell’interesse pubblico, il pagamento dei cosiddetti “oneri di gestione” solo se tale potere impositivo è descritto in una norma di Legge.
12. È in totale violazione del principio costituzionale di equità considerato che impone la ripetizione di una tassa in capo ad uno stesso soggetto.
13. È palesemente in contrasto con il principio stabilito dal codice tributario che prevede che  tasse ed imposte possono essere decise ed applicate solo ed esclusivamente con legge dello Stato.
14. È fatto assoluto divieto di introdurre il principio illegittimo di retroattività – art. 3, L. 212/00 (cd. statuto dei contribuenti), considerato che le norme tributarie non hanno e non possono avere effetto retroattivo.
15. Costituisce palese violazione del  codice civile in materia di contratti e diritti e le conseguenti obbligazioni che da esso sorgono.
16. È palesemente violato il codice del consumo, in riferimento alla buona fede, correttezza, e informazione del consumatore nel contratto.
17. Si chiede la non adozione e la conseguente revoca del disposto della delibera 52/2018 considerata la sua palese illegittimità e irragionevolezza
18.  Si chiede di revocare ogni atto e proposta tesa a scaricare sui cittadini/utenti/onesti ogni ulteriore aggravio dei costi di sistema e riequilibrare i costi tenendo anche conto dei divari strutturali e infrastrutturali, compresi quelli insulari.

Nella petizione, forse, si sarebbe dovuto aggiungere il principio di rischio d’impresa che con il provvedimento dell’Autorità per l’energia viene annullato.
Attualmente, si stima attorno al miliardo di euro l’insoluto totale delle bollette elettriche non pagate dai morosi, non i ‘morosi’ (termine dialettale veneto) che s’inteneriscono per San Valentino ma quelli di ben altra specie che evadono la fattura della corrente. Al posto loro ne pagheranno una parte tutti gli altri consumatori elettrici, quelli che saldano con regolarità il conto della luce.
L’hanno stabilito ricorsi e sentenze del Tar e del Consiglio di Stato, e l’Autorità dell’energia ha formalizzato: sarà distribuita fra tutti i consumatori una prima fetta di “oneri generali” elettrici pari a circa 200 milioni arretrati.
Diverse aziende elettriche erano entrate in crisi, e qualcuna aveva addirittura dovuto chiudere i battenti, quando si è trattato di saldare ai fornitori alcune voci parafiscali della bolletta che erano state fatturate ai consumatori ma non erano state incassate. Altre aziende erano state colpite da politiche commerciali poco indovinate.
In sostanza, sulle bollette dell’energia elettriche già cariche di risarcimenti, di oneri, di voci e di incentivi si aggiunge un nuovo capitolo, ovvero saremo noi consumatori a rimborsare alle società elettriche di distribuzione della luce una parte del buco creato negli oneri parafiscali delle aziende in crisi da chi evade la bolletta per l’elettricità consumata.
Una delibera dell’Autorità dell’energia, appena ribattezzata Arera da quando ha rilevato oltre agli acquedotti anche l’area rifiuti, ha stabilito come ripartire fra tutti gli oneri generali di sistema, una parte parafiscale della fattura elettrica, non pagati dai consumatori morosi. Insomma, una socializzazione di una fetta degli insoluti.
Già da gennaio l’elettricità è in aumento del 5,3% ed il gas del 5%.
Diverse società del mercato libero stavano traballando e qualcuna, esposta alla drammatica crescita delle bollette non pagate, aveva addirittura dovuto chiudere, a cominciare, anni fa, dall’Esperia creata dall’imprenditore Filippo Giusto. Ma il mancato pagamento delle bollette e in alcuni casi anche politiche commerciali poco indovinate nei mesi scorsi avevano buttato fuori dal mercato un plotone di altre società fra le quali un nome forte come Gala, l’azienda di vendita di energia più esposta al fenomeno dei mancati pagamenti.
A quanto ammonta il valore da saldare? Per ora è impossibile dare una cifra esatta: le morosità complessive rivendicate dalle società elettriche ammontano a cifre superiori al miliardo di euro, ma per ora questa delibera sfilerà dalle nostre tasche una prima fetta di circa 200 milioni.
Altre delibere ancora allo studio dovrebbero essere messe a punto nei prossimi mesi per completare le procedure con cui noi consumatori rimborseremo ciò che non è stato pagato dai furbetti della bolletta.
Alcuni dati però sono sicuri. Nel 2016 il controvalore complessivo del mercato finale dell’elettricità si aggirava sui 61 miliardi di euro (fonte: «Electricity Market Report», Politecnico di Milano, ottobre 2017).
Per quello stesso anno l’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente aveva censito richieste di distacchi per morosità per il 2,8% dei consumatori del segmento “maggior tutela” (quello con le tariffe regolate dallo Stato). Sul mercato libero nel 2016 il numero di contatori sigillati per mancato pagamento era arrivato addirittura al 4,7%, il 5,8% di richieste di distacco per i consumatori non domestici come i negozi e gli uffici. (fonte: «Monitoraggio retail», autorità Arera, 2017).
Gli oneri generali in bolletta, tra i quali gli incentivi alle fonti rinnovabili e agli “energìvori”, sono pagati dai consumatori ai venditori di corrente, i quali poi devono rigirarli alle società di distribuzione elettrica che consegnano i chilowattora ai consumatori tramite i fili elettrici.
Il problema dei morosi e delle aziende di vendita in crisi si era presentato con l’imposta radio tv (il cosiddetto canone Rai). Il canone dei consumatori morosi non poteva essere pagato dalle società di vendita che fatturavano le bollette non incassate. È stato necessario intervenire con un atto normativo.
Lo stesso si è ripetuto con gli oneri. I fornitori di energia si accollavano gli oneri non riscossi dai clienti finali. Dovevano cioè versarli ai distributori anche se non incassati.
Ci sono stati ricorsi e sentenze finché il Consiglio di Stato ha deciso: l’obbligato al versamento degli oneri di sistema è il cliente finale.
Il fenomeno delle morosità è più ricorrente nel Mezzogiorno ed è più forte sul mercato libero, dove si può cambiare fornitore di corrente con un clic del mouse. Viene chiamato “turismo dell’elettricità”, e si basa sul fatto che prima di poter portare a conclusione la sigillatura del contatore ci vogliono numerose bollette non pagate. Il “furbetto della bolletta” straccia un po’ di bollette bimestrali e prima che si attivi la procedura di recupero credito cambia vittima, cioè cambia società di fornitura elettrica, con la quale ricomincia.
Il fenomeno sarà frenato quando saranno disponibili i dati su noi consumatori raccolti nella banca dati del Sii, il Sistema informativo integrato, nel quale le società elettriche potranno consultare se il nuovo cliente è corretto oppure se è un fuggitivo delle bollette non saldate.
Un fenomeno simile accade per esempio con i telefonini, con la differenza che nel segmento elettrico non ci sono ancora i contratti prepagati e soprattutto che alla base della fornitura ci sono i costi orgogliosi dell’energia realmente prodotta da una centrale elettrica alimentata con un combustibile costoso.
Massimo Bello, presidente dell’Aiget, l’associazione dei grossisti e rivenditori di energia ha detto: “Il nuovo assetto dovrà evitare che chi svolge un puro servizio di incasso per il sistema (ovvero i fornitori di energia) si ritrovino a sostenere un costo improprio. Qualsiasi iniziativa in tal senso, come i recenti provvedimenti dell’Arera, va nella direzione giusta”.
Marco Bernardi, presidente di Illumia, una delle aziende del mercato libero ha aggiunto: “Il principio secondo il quale le aziende che vendono energia elettrica non saranno più chiamate a riscuotere parti della bolletta, su cui tra l’altro non hanno mai avuto né controllo né vantaggi, è un primo importante passo verso una modalità che rispecchi appieno le responsabilità dei soggetti della filiera: venditori e distributori”.
Protestano alcune associazioni dei consumatori. Luigi Gabriele dell’associazione ‘Codici’ ha affermato: “Quando ci sono da socializzare i profitti si chiamano in causa le aziende, quando invece si devono spalmare i debiti si chiama il consumatore”. Marco Vignola dell’Unione nazionale consumatori ha aggiunto: “Questa delibera sarebbe solo un incentivo per non perseguire i furbetti del quartierino”.
L’Autorità dell’energia, delle reti e dell’ambiente (Arera) ha specificato che “il provvedimento citato (deliberazione 50/2018) riguarda solo una particolare casistica, limitata numericamente, e solo una parte degli oneri generali di sistema previsti per legge. In particolare, il riconoscimento individuato dall’Autorità per i soli distributori è parziale e attiene ai soli oneri generali di sistema già da loro versati ma non incassati da quei venditori con cui, a fronte della inadempienza di questi ultimi, i distributori hanno interrotto il relativo contratto di trasporto di energia, di fatto sospendendo così a tali soggetti la possibilità di operare nel mercato dell’energia. Il meccanismo, parziale e circoscritto finalizzato a garantire il gettito degli oneri di sistema da assicurare per legge, che l’Autorità ha strutturato in tal modo per adempiere ad una serie di sentenze della giustizia amministrativa che hanno annullato le precedenti disposizioni dell’Autorità in tema. La regolazione precedente imponeva ai venditori la prestazione di garanzie finanziarie in favore delle imprese distributrici anche a copertura degli oneri generali di sistema. Le pronunce della giustizia amministrativa sostengono che la legge pone in capo esclusivamente ai clienti finali, e non alle imprese di vendita, ne ai percettori degli incentivi, gli oneri generali di sistema, con la conseguenza che l’Autorità non avrebbe il potere di imporre il citato sistema di garanzie alle imprese di vendita negando che il rischio di mancato incasso degli oneri generali di sistema da parte dei clienti finali sia dei venditori”.
La problematica è sicuramente complessa. Ma, come sovente avviene quando si produce un’ingiustizia sociale, immediatamente si innescano meccanismi di deresponsabilizzazione.

BLOCCO TURCO

C7E114C8-A9C0-4128-B5DB-F6094F2012CB“Non bisogna pensare che le ricerche di gas al largo di Cipro e le iniziative opportunistiche sulle rocce nel Mar Egeo sfuggano alla nostra attenzione. Avvertiamo quelli che hanno superato i limiti a Cipro e nel Mar Egeo di non fare calcoli sbagliati”. Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando ad Ankara al gruppo parlamentare del suo Akp. Da venerdì, la marina militare di Ankara blocca la piattaforma Saipem 12000 dell’Eni al largo di Cipro, che si stava dirigendo verso Cipro per iniziare operazioni di trivellazione su licenza del governo di Nicosia. L’unità, ha detto il portavoce del governo di Nicosia, resta bloccata a circa 50 km dal luogo previsto per le esplorazioni di idrocarburi, a sud-est dell’isola. Ieri l‘AD della società Claudio Descalzi si è detto sorpreso per la vicenda, tuttavia il presidente turco era già stato chiaro all’indomani della sua visita in Italia, dicendosi contrario alle operazioni del gruppo “nel Mediterraneo orientale”. “I lavori (di esplorazione) del gas naturale in quella regione rappresentano una minaccia per Cipro nord e per noi”, aveva sottolineato lo stesso sultano spiegando di aver espresso, nella sua missione a Roma la scorsa settimana, le “preoccupazioni turche” al presidente Sergio Mattarella ed al premier Paolo Gentiloni.
Tuttavia la vicenda sembra un pretesto per Ankara per riaccendere la tensione nel Mar Egeo con la Grecia. Le autorità di Atene hanno denunciato che la scorsa notte una pattuglia della guardia costiera di Ankara ha speronato un mezzo dei suoi guardacoste nei pressi di alcuni isolotti rocciosi contesi tra i due paesi. Nello scontro, secondo la denuncia greca, non risultano feriti, ma danni alla nave greca, colpita a poppa dalla prua di quella turca. Cipro è uno dei numerosi stati, come Israele e Libano, in competizione per sfruttare i giacimenti del Mediterraneo orientale. Le risorse naturali intorno all‘isola sono rivendicate dall‘autoproclamata Repubblica turca di Cipro Nord, che è riconosciuta solo da Ankara (la Turchia occupa militarmente la zona nord di Cipro dal 1974). Nell’interesse geopolitico di Erdogan c’è fare pressioni su Nicosia per far sì che le sue riserve energetiche siano condivise con la parte di Cipro filo-turca.
In queste ore per cercare di fermare la tensione è intervenuta anche l’Europa. L’Unione dei 28 ha chiesto ieri alla Turchia di evitare le minacce e di “astenersi da qualsiasi azione che possa danneggiare i buon rapporti di vicinato”. Mentre oggi l’Alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini ha incontrato il ministro degli Esteri turco Mevlut Casavoglu, a margine di un vertice in Kuwait, per parlare della situazione a Cipro, al largo delle cui acque la marina militare di Ankara blocca le trivellazioni della piattaforma Saipem 12000 dell’Eni. Lo ha annunciato il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas.
“Seguiamo la situazione molto da vicino”, ha spiegato Schinas, che ha ribadito l’invito alla Turchia ad evitare “frizioni” con i Paesi Ue e ad impegnarsi “ad una soluzione pacifica delle dispute, a buoni rapporti di vicinato e a rispettare la sovranità” degli Stati. Inoltre, il portavoce ha sollecitato la Turchia ad evitare “dichiarazioni negative che possono danneggiare buone relazioni di vicinato, specialmente in vista del vertice” della Turchia con le istituzioni Ue a Varna.
L’Alto rappresentante ha sollevato la questione di Cipro nel suo incontro col ministro turco, dopo ave avuto vari contatti, incluso col premier Paolo Gentiloni ed il ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano, secondo quanto si apprende da fonti europee. L’italia si aspetta una “soluzione condivisa nel rispetto del diritto internazionale e nell’interesse sia dell’Eni, sia dei paesi della regione, sia delle due comunità cipriote”. Dice il ministro degli Esteri Angelino Alfano al collega turco Mevlut Cavusoglu, incontrato oggi in Kuwait a margine della ministeriale anti-Isis.

Esplosione Gasdotto. Nessun allarme ma prezzo sale

esplosione gas austriaUn’esplosione nell’impianto di distribuzione di gas a Baumgarten an der March, in Austria, ha interrotto, questa mattina, il flusso che dalla Russia arriva nel nostro Paese, attraverso Tarvisio, provocando la morte di una persona e il ferimento di decine di operai sul posto. Le cause dell’esplosione non sono ancora chiare e in seguito all’esplosione dell’impianto di distribuzione in Austria, i flussi di gas dalla Russia verso l’Italia si sono interrotti.
In base al Regolamento europeo e al Piano di emergenza nazionale, il Ministero ha dichiarato lo stato di emergenza e monitora costantemente la situazione, in contatto con gli operatori interessati al fine di verificare i tempi necessari per la ripresa dei flussi. Da verificare, in particolare, gli eventuali danni alle infrastrutture, che potranno essere valutati solo una volta terminata la fase di primo soccorso degli operai rimasti coinvolti nell’incendio.
“In casi come questi – sottolineano dal Mise – la procedura per lo stato di emergenza scatta automaticamente ma non c’è alcun problema di approvvigionamento”, grazie agli stoccaggi esistenti. La situazione è dunque “sotto controllo”.
Le forniture di gas “potrebbero riprendere già nella giornata di oggi, se venissero confermate le prime indicazioni sull’assenza di danni alle infrastrutture di trasporto”, spiega Snam in una nota, dove ricorda che dopo l’incidente in Austria, il “flusso di importazioni di gas dalla Russia è stato temporaneamente interrotto”. La sicurezza del sistema italiano, ricorda, è “garantita dagli stoccaggi messi a disposizione da Snam”.
Il Ministro Carlo Calenda ha voluto invece precisare: “Se avessimo il Tap, oggi non dovremmo dichiarare lo Stato di emergenza per questa mancanza di fornitura”. Il gasdotto che va dall’Azerbaijan all’Italia, “serve a diversificare queste forniture di gas”. Mentre l’ad di Eni, Claudio Descalzi, ha spiegato: “Se finisse domani non è un problema” ma anche “se dovesse durare qualche settimana è una cosa che possiamo compensare: non c’è allarmismo tra gli operatori”. Spiegando però che “il gas sta salendo di prezzo. Dipende da quanto durerà il problema”. Quanto successo si inserisce “in uno scenario che porta ad un aumento generalizzato dei prezzi”. Già nelle ultime settimane, l’improvvisa ondata di gelo che ha colpito anche il nostro paese ha fatto salire alle stelle il prezzo del gas (salito al 50%) e dopo l’incidente i prezzi sono schizzati fino a crescere del 90 per cento.

Libia. Minniti incontra Haftar, ma si teme attacco Isis

Una foto tratta dal profilo Facebook del 'Media office of lybian army' mostra Il ministro dell'Interno, Marco Minniti, con il generale Khalifa Haftar durante il loro incontro a Bengasi, 5 Settembre 2017. +++ATTENZIONE LA FOTO NON PUO' ESSERE PUBBLICATA O RIPRODOTTA SENZA L'AUTORIZZAZIONE DELLA FONTE DI ORIGINE CUI SI RINVIA+++

L’Italia corteggiava da tempo l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, ma ora a ufficializzare l’intesa tra Roma e Tobruk è stato l’incontro in via riservata tra il generale e il ministro degli Interni Marco Minniti. Il ministro dell’Interno, Marco Minniti, ha incontrato nel suo ufficio a Bengasi, in Libia, il generale Khalifa Haftar. Lo si apprende dalla pagina Facebook dell’ufficio stampa del comando generale delle forze armate arabe libiche che posta anche la foto di Minniti e Haftar che si stringono la mano e si viene anche a sapere che l’incontro è avvenuto la settimana scorsa. Il ministro degli Interni italiano, si legge sul quotidiano libico Alwasat, ha affermato che l’Algeria e Roma sono interessati alla stabilità della Libia, perché è importante per combattere il terrorismo e il traffico di esseri umani. La pacificazione è fondamentale per il capo del Viminale soprattutto per quanto riguarda l’immigrazione e il suo piano di accordo con la Libia, le milizie del generale controllano infatti il 70% della costa. L’accordo è importante non solo sul piano politico, ma anche economico. Solo oggi è stato riaperto il giacimento petrolifero di al Sharara, in Libia, dopo uno stop di due settimane e dopo la diffusione di notizie sull’evacuazione del personale straniero per la presenza di una milizia armata al suo interno. Da giorni infatti gruppi armati provenienti dalla città di Zintan (situata nel Nord-Ovest del Paese) hanno preso il controllo e bloccato il flusso di un oleodotto, imponendo l’interruzione delle attività produttive dei due giacimenti petroliferi El Sharara ed El Feel. Quest’ultimo, anche noto come Elephant Field, situato nel deserto del Murzuk (nell’area sudoccidentale della Libia), è operato da una joint-venture costituita da NOC e dall’Eni.
Tuttavia a preoccupare sono anche le notizie dell’arrivo nel territorio libico di miliziani del Sedicente Stato islamico. Un anno dopo la cacciata da Sirte, gli jihadisti in fuga hanno però trovato rifugio nelle zone desertiche dell’entroterra e ora stanno facendo ritorno circa 300 miliziani dell’Isis che si muovono liberamente a sud della valle di Sirte e nelle aree ancora più meridionali. Avrebbero anche stabilito un check Point a Wadi Al-Hamar, 90 km ad est della città portuale.
Nel frattempo oggi a il fondatore di Emergency Gino Strada a Milano ha attaccato il ministro dell’Interno Marco Minniti e gli accordi con la Libia del Governo Gentiloni che ha affermato: “Minniti ha una storia da sbirro e va avanti su quella strada lì. Per lui ributtare in mare o riconsegnare bambini, donne incinte, poveracci a quelli in Libia e farli finire nelle carceri ammazzati o torturati è una cosa compatibile con i suoi valori. Con i miei no”.