La storia di Adrano ripresa (malamente) a scopo elettorale

adrano

Ho ascoltato un discorso sulla Storia di Adrano da un designato Assessore alla cultura della città etnea nella contesa elettorale che si concluderà il 24 giugno prossimo. Il discorso, che circola come video sui social network, è stato pronunciato il 17 giugno verso le 20:30 dal noto otorinolaringoiatra Antonio Politi con la finalità di riscuotere il consenso per la sua coalizione di Centro-destra. Nondimeno esso contiene presentazioni storiche poco chiare e valutazioni personali non sempre conformi alla realtà storica. Ammiro quelli che si interessano alla storia locale per un legame affettivo inscindibile tra persone e luoghi della loro infanzia e giovinezza. Ma durante l’ascolto mi sono chiesto per quale motivo un chirurgo di fama europea si inoltra in territori così lontani dalla sua professione e dai suoi impegni medico-scientifici.

Il discorso, visualizzato più di 4190 volte, nuoce alla conoscenza della storia di Adrano per le diverse omissioni, contraddizioni e incongruenze. Encomiabile il suo appello iniziale, là dove l’oratore medico dice: «La prima cosa che farò, consiglierò ai professori di insegnare la storia di Adrano per dare quell’orgoglio, quell’identità di essere Adraniti». Ma mi sono chiesto su quale testo i giovani devono studiare la storia della cittadina etnea, se non esiste nessun libro che inquadri la sua storia?

I due volumi dell’ex senatore comunista Pietro Maccarrone, su La battaglia di Adrano (1988-89) sono impregnati di luoghi comuni e inficiati da una visione vetero-marxista che la rende una storia poco seria e attendibile. Tuttavia le sue disquisizioni storiche dimostrano uno sforzo interpretativo: il Risorgimento è presentato come un fenomeno storico sorto per realizzare l’indipendenza nazionale che si conclude con lo sbarco di Giuseppe Garibaldi in Sicilia. I suoi seguaci, contrariamente a quanto sostiene l’oratore, furono accolti da una sparuta minoranza di Adraniti, che non manifestarono alcuna simpatia verso i garibaldini. La loro marcia verso Catania fu ignorata dalla popolazione e dalle autorità cittadine, che per l’occasione non esposero alcuna bandiera negli edifici pubblici.

Su una popolazione di 13.161 abitanti, rilevata dal censimento del 1861 e segnalata da Gaetano Branca nel suo «Dizionario geografico universale» (Torino 1865, p. 6), Adernò – diventata nel 1929 Adrano – si presentava sullo scenario unitario con gravi difficoltà economiche per la miseria diffusa tra la popolazione contadina e per la collusione tra il nuovo governo italiano e i baroni ex borbonici diventati fedeli della Corona sabauda. Che cosa trova di così strano il medico adranita, se la popolazione si trovò ex abrupto «sotto uno Stato sabaudo» monarchico autoritario non dissimile a quello borbonico?
Il patriota Benedetto Guzzardi Moncada (nato il 23 febbraio 1841), considerato astrattamente «fondatore del benemerito Circolo Operai», fu massone, venerabile della loggia di Catania e autore dell’opuscolo Le cinque giornate di Adernò in settembre ed ottobre 1866 (Catania 1866, pp. 23). Di quelle tragiche giornate e della popolazione in preda al panico per «l’annunzio dello sviluppo del Morbo Asiatico» (p. 4), l’oratore svolge considerazioni superficiali e compie omissioni storiche rilevanti. La tassa sul macinato, istituita a decorrere dal 1° gennaio 1868, non c’entra nulla con la rivolta sociale di Adrano, scoppiata per altre cause connesse all’annuncio del colera e alle lotte intestine dei notabili locali «in questa terra Italiana» (p. 5) dove un’intera famiglia «massacrata (?)», quella di Domenico Crucillà, fu uccisa dai carabinieri in una casa di campagna ubicata nella cosiddetta contrada Camerone (p. 21).

Da quel triste episodio, meglio inquadrato da Antonino Sanfilippo in un altro opuscolo del medesimo anno, l’oratore compie «un volo pindarico» sul ruolo svolto da Agatino Chiavaro (1885-1938), definito «un mezzo gangster … che aveva un’idea moderna della città» per avere istituito il centro dei pompieri e avviato i bagni pubblici. Egli passa poi alla presentazione del canonico Vincenzo Bascetta (1879-1959), «che sposò le idee rivoluzionarie del Cristianesimo sociale di Luigi Sturzo». Così sembra ignorare che il Partito popolare non sorse come partito rivoluzionario, ma come organizzazione politica volta a salvaguardare l’integrità della famiglia, l’unità sindacale, la riforma tributaria ed altri aspetti della vita sociale come la tutela dell’emigrazione e lo «sviluppo commerciale del Paese».

Il noto otorino dimentica anche di dire che Chiavaro e Bascetta sono due Personaggi diametralmente opposti, perché il primo si arricchì durante il suo soggiorno a New Orleans con proventi illeciti come affiliato all’associazione criminale «Mano nera»: una notizia riportata nel libro Novecento Siciliano. Da Garibaldi a Mussolini (Edizioni del Prisma, Catania 2008, p. 222) da Pietro Castiglione che riporta una diceria popolare conforma alla realtà; il secondo fu un grande amico dei braccianti, che applicò la lezione di Sturzo sul piano concreto con l’istituzione di cooperative e di banche per incoraggiare la piccola proprietà rurale.

Sull’«azione sociale e politica» di Vincenzo Bascetta esiste la biografia di Giuseppe e Pietro Scarvaglieri (Edizioni Dehoniane, Napoli 1979, pp. 179), senza dubbio un’opera innovativa e pionieristica che rende giustizia al seguace di Sturzo, vittima di violenza da parte del sindaco e poi podestà adranita. Il 16 marzo 1924 Chiavaro partecipò infatti alla sparatoria contro il sacerdote, impadronendosi con la violenza dell’amministrazione comunale, dando vita al periodo più fosco per la comunità adranita: altro che «grande sindaco» e protagonista «di cose straordinarie per quell’epoca». Una rilettura del libro dei fratelli Scarvaglieri, certamente salutare per coloro che esaltano il futuro podestà adranita per la descrizione puntuale della sparatoria e il successivo isolamento di Padre Bascetta (p. 123). Ma le malefatte del fascista adranita emersero nel gennaio 1928 con l’arresto «per concussione, peculato, minacce ed abuso di autorità» tanto da costringere lo stesso Mussolini ad intervenire per revocargli tre anni dopo «le onorificenze di cavaliere e ufficiale dell’Ordine della Corona d’Italia», come si legge in un documento ufficiale coevo.

Sulle comparazioni assurde tra il «grande» Giorgio Almirante ed «il gigante della politica» Enrico Berlinguer è meglio sorvolare per le imprecisioni compiute dal noto otorino, che in un passaggio del suo discorso dice che a scrivere «Don Camillo e Peppone» sarebbe stato un certo Giovanni Ungaretti. Rimane prezioso il suo invito alla stesura di una storia di Adrano, che attende ancora uno storico vero nella convinzione che possa contribuire alla crescita civile dei cittadini, vittime della delinquenza e della nefasta politica di una destra conservatrice poco sensibile ai valori culturali e alle necessità della popolazione.

Nunzio Dell’Erba

Rivoluzione russa: il tradimento dei bolscevichi

La nostra Ernesta Bittanti – l’indomita socialista compagna di Cesare Battisti – lo definì un delirio della «barbarie russa». Parliamo del pronunciamento politico-militare bolscevico che esattamente tra il 7 e 8 novembre di cento anni fa (ma la vulgata storica ha tramandato le date del 25 e il 26 ottobre 1917 riferendosi al calendario “giuliano” allora vigente in Russia) rovesciò il governo del socialista Aleksandr Kerenskij instaurando la dittatura leninista. Mente la Bittanti e tanti altri democratici si dolevano di quei fatti, in Occidente gli estremisti massimalisti e comunisti si infiammarono al grido di voler fare «come la Russia». Magari fosse stato un riferimento alla Rivoluzione di Febbraio, quando – sempre nel 1917 – una sollevazione spontanea di operai, donne e militari di Pietrogrado provocò la caduta dello zar! In previsione dell’elezione dell’Assemblea Costituente, venne varato un governo rappresentativo delle forze che appoggiavano la rivoluzione: esponenti parlamentari della Duma, Costituzionalisti democratici, Socialisti rivoluzionari e menscevichi. Sottaciuto è il fatto che mentre si metteva fine all’autocrazia zarista, i leader bolscevichi fossero estranei e assenti ai fatti: Lenin era a Zurigo, Trotskij a New York, Stalin lontano in Siberia. Partecipe attivo fu invece il fiero avvocato antizarista Kerenskij, difensore di tanti perseguitati politici e vicepresidente del soviet di Pietrogrado: dapprima membro del governo, ne divenne presidente dal luglio 1917; lo fece cadere il colpo di mano dei capi bolscevichi dell’autunno 1917, i quali – tornati in Russia – infiammarono le folle con grandissime ‘promesse’ di pane, pace, terre ai contadini, controllo operaio delle fabbriche, potere democratico alla Assemblea Costituente.

Spiega lo storico Geoffrey Hosking che invece di pane «affamarono il popolo a un livello che non si era visto da tre secoli»; invece di terra  «i contadini vennero privati a forza dei frutti di quella terra»; invece di controllo operaio e potere ai soviet «instaurarono la dittatura di un partito unico»; concessero una pace sbrigativa agli Imperi centrali alleati contro le democrazie occidentali, ma gettarono il loro popolo «in una nuova terrificante guerra civile» che tra il 1917 e il 1922 porterà a circa 9 milioni di morti. Avevano promesso di accettare il trasferimento dei poteri alla nuova Assemblea Costituente, ma appena fu eletta la sciolsero: e anche qui viene sottaciuto che a questa elezione nel novembre 1917 oltre il 40 per cento dei suffragi andò ai Socialisti rivoluzionari – che avevano un forte radicamento nelle campagne – mentre i bolscevichi ottennero circa il 25 per cento; il resto finì ripartito tra menscevichi, costituzionali democratici e liste di minoranze nazionali. L’affossamento della Costituente, instaurò la dittatura. E non sarà un risentito conservatore ma la socialdemocratica rivoluzionaria tedesca Rosa Luxemburg a dare fin dal 1918 la definizione più pregnante della nuova tirannia: «La guida effettiva è in mano a una dozzina di teste superiori; e una élite di operai viene di tempo in tempo convocata per battere le mani ai discorsi dei capi, votare unanimemente risoluzioni prefabbricate: in fondo dunque un predominio di cricche, una dittatura certo; non la dittatura del proletariato, tuttavia, ma la dittatura di un gruppo di politici»

Ora, in questa ricorrenza del 2017 è stato Michael Walzer a fare un bilancio risoluto, tanto più importante perché formulato da uno dei massimi filosofi progressisti contemporanei: «La verità è che la Rivoluzione bolscevica è stata un disastro: per il popolo russo, per l’Europa, per la sinistra». Sono verità negate «per troppo tempo» dalla sinistra occidentale pro-sovietica, che per lunghi decenni ha osannato il potere comunista costituitosi sulla sopraffazione della sinistra socialdemocratica, dei valori di libertà e sulle purghe di intere popolazioni.  Walzer lo scrive meritoriamente a cento anni di distanza, ma riconoscenza maggiore va ai militanti e pensatori che intravidero presto la gravità del sopruso bolscevico. Dalla citata Luxemburg allo scrittore Joseph Roth che descrivendo nel 1926 il suo Viaggio in Russia dichiarò tutto il suo sconforto: «sono partito bolscevico e ritornato monarchico»; a Bertrand Russel che fin dal 1920 era stato categorico: il fanatismo del nuovo regime era destinato «a portare nel mondo oscurità e inutile violenza»; all’anarchico Alexander Berkman che nel 1921 aveva tirato conclusioni analoghe: «Ho visto la lotta di classe diventare una guerra di vendetta e di sterminio. Ho visto gli ideali di ieri traditi, il senso della rivoluzione invertito, la sua essenza capovolta in reazione. Ho visto gli operai sottomessi, l’intero paese zittito dalla dittatura del partito e dalla sua brutalità organizzata».

Sono pensatori libertari, che si affiancano ai socialisti democratici nella contestazione del nuovo potere. Va menzionato il caso italiano dove, di fronte agli estremisti che volevano «fare come in Russia», si levarono i socialisti riformisti di Matteotti, Treves e Turati, con quest’ultimo tempestivo nel considerare la fazione comunista che si staccò dal Psi nel gennaio 1921 come «la corrente reazionaria del socialismo»: definizione di una pregnanza senza tempo.

Resta da spiegare come grandi partiti e una schiera di intellettuali delle società civili occidentali abbiano guardato con entusiasmo alle vicende sovietiche. Ad esempio per il segretario del Pci Enrico Berlinguer la «spinta propulsiva» della rivoluzione bolscevica andò avanti per almeno 60 anni, fin quando nel 1981 si dovette constatare «la fine» di tale slancio. Ma quando la spinta era ancora “propulsiva” – oltre alle vittime della guerra civile 1917/1922 in cui «Lenin fu maestro di Stalin nella pratica del terrore» – ci furono altri 50 milioni di vittime delle purghe staliniane, cifre tratte dalla ricerca della storica A. Salomoni, La Rivoluzione russa : parlando a Rovereto il recente 4 novembre il prof. L. Canfora ha biasimato la tendenza a inserire in questi elenchi – come avrebbe fatto il Libro nero del comunismo – anche i milioni di morti russi della Seconda guerra mondiale: a scanso di equivoci la ricerca di Salomoni precisa che dai citati 50 milioni sono escluse le morti «dovute alla Seconda guerra mondiale»!

Incredibile la devozione riservata ai sovietici, tanto che ancora nel 1977 – altro fatto assi silenziato – “la metà dei militanti del Pci riteneva i diritti individuali meglio garantiti in Urss che in Italia”. Questo per dire quanti danni alla capacità di discernimento abbia fatto la propaganda pro-sovietica della “corrente reazionaria del socialismo”, il comunismo. Sul piano storico ideale ha vinto la visione della “corrente democratica del socialismo”, benché in Russia allora sia stata sopraffatta: sarebbe «politicamente utile» – sostiene ora M. Walzer – scrivere una storia su come sarebbero state la Russia, l’Europa e la sinistra se questa corrente avesse vinto nella Russia del 1917. Costituirebbe un buon allenamento per pensare alle sfide della politica democratica di fronte alle ‘promesse’ di populismi ora rimontanti, non lorde di sangue ma tanto demagogiche e false quanto lo furono allora quelle bolsceviche.

Nicola Zoller

Il Grande Vecchio.
La P1, la P2 e la P38

Facciamo un’altra interessante conversazione con il grande Gianfranco Carpeoro. Questa volta la nostra chiacchierata ci porta nel torbido mondo della P2, della meno nota P1, della mafia e dell’ ostilità, del resto ricambiata, di questa zona grigia nei confronti del Psi di Craxi e del Partito radicale di Marco Pannella

massoneriaBettino Craxi parlando del “Grande Vecchio” a un certo punto dichiarò che era il caso di cercarlo tra coloro che avevano fatto politica giovanile in area socialista. Esiste una connessione tra i militanti della fu FGSI ed il terrorismo rosso?

Ma sa ce n’erano tanti. Quand’ero ragazzo c’era il “Gruppo Astolabio” che operava a Cosenza e che faceva capo a Franco Piperno. Ci scrivevo anch’io su quel giornale, si chiamava “Gruppo Astrolabio” perché faceva parte della corte di Giacomo Mancini. Li ho visti passare tutti: Lanfranco Pace, Franco Piperno (entrambi ex militanti di Potere Operaio n.d.r.), ce n’erano tanti insomma. Bettino Craxi è vero che inizialmente indicò il “Grande Vecchio” come qualcuno che aveva fatto politica giovanile in area socialista, come è vero che ci fu una connessione tra FGSI e il “partito armato” ma è anche vero che in seguito tornò sui suoi passi dicendo che il “Grane Vecchio” non era mai esistito. Senza contare che poi è intervenuta sui gruppi armati la “sovragestione”, cioè il cambio dei vertici delle BR fu funzionale alla gestione Santovito (Giuseppe Santovito, generale dell’esercito il cui nome fu trovato negli elenchi della P2 n.d.r.) che doveva realizzare gli scopi di quella tremenda organizzazione che fu “Stay Behind”, il cui obiettivo era impedire che i partiti comunisti prendessero il potere e quindi considerare la lotta armata ideologicamente schierata a sinistra  come il miglior strumento di lotta anticomunista. Il mondo era diviso in aree di influenza. Il  motivo per cui l’Unione Sovietica aveva potuto mandare i carri armati a Praga nel ’68 fu lo stesso per cui il Pci non poteva raggiungere il potere in Italia.

Stiamo parlando quindi di una sovragestione di marca atlantista, non sovietica?

Ma certo, le Br del resto hanno fatto comodo agli Americani, non ai Russi. C’entra la P1, è sempre lei. La P2 era solo uno strumento per altro limitato  il cui anello di collegamento era Gelli ed era uno strumento che metteva in fila politici di secondo piano, tutti i vice.

In Italia proprio su questi fatti, dal 2002 al 2006, ha indagato la commissione parlamentare “Mitrokhin”, il cui presidente era il senatore Paolo Guzzanti. Che ne pensa dei risultati prodotti da quell’esperienza?

A tal proposito la commissione “Mitrokhin” azzeccò la metà delle cose, non le cose intere. Nel senso che la grande connessione tra servizi segreti non l’ha azzeccata, ha portato a casa il minimo sindacale perché poi si è rivelata uno zero. Questo perché il potere era determinato affinché su queste inchieste non si andasse troppo a fondo. C’era una specie di saldatura per la quale i problemi gestiti a livello  d’intelligence  dovevano rimanere un affare dell’intelligence.

Cosa può dirmi in merito alla P1?

Il GOI non ha mai mostrato i provvedimenti relativi  alla P1: la bolla di riconoscimento, quando è stata ricostituita… nessuno ha mai messo il GOI alle strette sul problema delle logge Propaganda.

Perché si chiamava Propaganda? Perché dovevano entrarci personaggi di primo piano il cui livello doveva fare propaganda alla Massoneria, in questo senso doveva essere un emblema della dottrina massonica. Quindi la loggia Propaganda nasce con lo scopo opposto dall’essere segreta, perché non avrebbe molto senso fare propaganda attraverso una loggia segreta.

Nel mio libro (Dalla Massoneria al terrorismo, rEvoluzione Edizioni, 2016. N.d.r.) tra le righe indico anche chi era il Venerabile della P1, cioè Eugenio Cefis.

Probabilmente la Propaganda vera e propria è nata subito dopo la guerra, dopodiché la Propaganda 2 la ritroviamo operante ufficialmente dal 1970 , nonostante poi in realtà tutte le fonti riportano che Gelli ci entrò nel 1967. È probabile a questo punto che Gelli, affiliato alla Massoneria nel 1962,  nel ’67 entra nella P1 e dal 1970 iniziano le attività della P2. Una carriera garantita da uno sponsor potente quale era il Maestro Aggiunto Roberto Ascarelli (Avvocato, uomo di spicco della comunità ebraica romana,  vicino politicamente al Partito radicale di Pannunzio e in seguito aderente al PSDI, n.d.r.) che lo fa entrare prima nella loggia (riservata n.d.r.) “Hod” e poi lo sposta nella loggia Propaganda.

Sembra quasi che la “sovragestione”, per dirla con Lei, abbia scelto la forma della loggia massonica per operare in Italia

È una forma che hanno adoperato dappertutto. Pensi che anche per far fuori Salvador Allende hanno utilizzato la Massoneria, perché Augusto Pinochet era membro della stessa loggia del leader socialista cileno (Pinochet era “Primo Sorvegliante” della Gran Loggia del Cile n.d.r.). Non è una particolarità italiana.

La P1 vive e lotta insieme (o meglio contro) a noi?

Secondo me si ed è il motivo per cui si è messo su il teatrino della P3 della P4 e molto probabilmente su alcune cose riesce ad influire e su altre no. Sicuramente con la globalizzazione è molto meno potente di prima. Tutto in Italia è meno potente di prima

Quindi anche la Mafia?

Chi domina sono ormai i rapporti internazionali non quelli nazionali, nella misura in cui la Mafia è entrata negli uffici affari riservati delle grandi banche europee e mondiali sicuramente si muove anche usando il canale della finanza. Ma voglio dire è un contesto di estrema debolezza perché è tutto il Paese ad essere debole

Cioè Lei dice che nel contesto in cui stiamo vivendo anche la parte peggiore del Paese si è indebolito

Precisamente. Ci rifletta: domani mattina Draghi si alza, chiude i rubinetti e noi siamo di nuovo nei guai

La Mafia ha un’origine di società segreta ma anche di cultura esoterica? Mi vengono in mente i tre leggendari cavalieri che si narra abbiano fondato la ‘Ndrangheta: Osso, Malosso e Carcagnosso

Guardi, sicuramente le strutture mafiose, ndranghetiste e camorriste, hanno dovuto “schiavizzare” delle persone nel loro esercito,  hanno dovuto avvalersi anche di argomenti di questo tipo. I capi bastone hanno avuto bisogno anche di argomentazioni religiose/esoteriche anche per poter attirare persone a sé. Ma non è il legame più importante

E qual è il più importante?

La gestione del potere sicuramente. E per gestire il potere devo avere 1000 picciotti che mi obbediscono perché pensano di dovere la vita a Santa Rosalia e Santa Rita, allora uso queste credenze. Non è l’aspetto fondamentale però. Poi l’origine di queste organizzazioni è molto meno misteriosa di quello che sembra: gli esseri umani si associano per raggiungere uno scopo, in questo caso il potere.

Le risulta che il vecchio PSI abbia mai avuto rapporti con queste realtà?

La Mafia in meridione tende ad avere rapporti con chi gli serve: che sia un massone, un politico, un giornalista, una suora… nel periodo di cui stiamo parlando la Mafia era siciliana par exellence. Ebbene, mi citi un solo Siciliano che ha fatto carriera all’interno del PSI. Non gliene viene in mente nessuno vero? Sa perché? Perché Craxi ha sempre ostacolato la crescita del partito in Sicilia tanto è vero che il cartello siciliano lo hanno fatto assieme democristiani e comunisti. La “rete” di Orlando era questo.

Martelli da Guardasigilli nel ’91 chiamò Falcone al ministero per tradurre l’esperienza del Pool di Palermo in leggi dello Stato…

L’unico partito che ha cercato di non avere rapporti con la Mafia è stato il Partito socialista, vale a dire l’unico partito senza referenti siciliani

…E i radicali

Ma i radicali sono una storia a parte. Pannella tra le righe lo diceva che esisteva la P1. Quando diceva “la P2 e la P38” si riferiva ad Eugenio Cefis, il quale  aveva l’abitudine di girare armato. Pannella riusciva a dire queste cose solo perché nessuno le capiva, Cefis sapeva che una frase del genere poteva capirla solo lui e quindi lasciava correre. Marco non era furbo per fregare il prossimo ma lo era sufficientemente per difendersi

Pannella godeva di qualche protezione?

La sua purezza ero lo scudo più resistente che si potesse avere. Era totalmente avulso rispetto al sistema. Non lo potevi colpire sui soldi, non lo potevi colpire sul malaffare, non lo potevi colpire in nulla. Anzi se lo avessero colpito sarebbe diventato pericolosissimo. Era la volta buona che i Radicali prendevano il 50% dei voti.

Sarebbe stato certamente un altro Paese. Come lo sarebbe stato se i tre politici che hanno incentrato la propria attività politica al servizio del concetto di Autonomia, sia del Paese rispetto alla logica dei blocchi e sia  nella politica interna, non avessero fatto una fine prematura. Mi riferisco al già citato Bettino Craxi, ad Aldo Moro e ad Enrico Berlinguer. Della fine di  Moro e Craxi bene o male si è sempre discusso pubblicamente, mentre sulla morte di Enrico Berlinguer solo da poco tempo gira, quasi sussurrata, una tesi complottista. Che ne pensa?

No è morto di emorragia cerebrale, non c’è spazio per nessuna dietrologia. Anche perché Berlinguer in realtà era doppio: con la mano destra prendeva i soldi del PCUS e con l’altra faceva segno di no. Berlinguer prima di morire fa con Craxi il cosiddetto “incontro delle Frattocchie” nel quale stendono il piano per cui il Pci avrebbe dovuto essere riconosciuto dai socialisti, così da garantire ai comunisti la rimozione del veto per l’entrata nl PSE. Il problema è che poi Berlinguer e il Partito comunista non solo non si attennero minimamente a quanto fu deciso con Craxi in quell’incontro ma anzi fecero tutto l’opposto (nell’ottica della chiusura dell’esperienza comunista così da compiere “un ritorno a casa”, cioè all’unità precedente alla scissione del 1921. n.d.r.) . La solita “doppiezza togliattiana”. Del resto Craxi fu fatto fuori non per motivi inerenti alla sua persona, ma piuttosto relativamente allo spazio che occupava. Era l’ostacolo alla legittimazione definitiva del Partito comunista

1985: l’ultimo referendum che spaccò l’Italia

Il 9 e 10 giugno del 1985 l’Italia andò alle urne per cancellare o confermare il decreto varato il 14 febbraio 1984 da Bettino Craxi che tagliava 4 punti (poi diventati tre) di scala mobile (il meccanismo che adeguava automaticamente i salari all’aumento del costo della vita). Quella vicenda è raccontata in un libro scritto da Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie e portato in libreria dalle Edizioni Bibliotheka in questi giorni caldi pre-referendari. Titolo: “Il divorzio di San Valentino. Così la scala mobile divise l’Italia”. Si tratta di una terza edizione arricchita con documenti inediti e una analisi dei flussi elettorali realizzata da Antonio Agosta. Quello che presentiamo è il capitolo (“la resa dei conti”) dedicato al referendum (riuscì a prevalere, a sorpresa, il “sì”), alle polemiche che lo accompagnarono e a un clima generale non molto diverso da quello che stiamo vivendo in questi giorni. In realtà il libro, prendendo spunto da quello che venne ribattezzato il decreto di San Valentino analizza un decennio, dal 1975 (anno in cui venne siglato l’accordo sul punto unico di contingenza) all’85 (l’anno del referendum) raccontando le vicende drammatiche non solo sindacali che caratterizzarono quel periodo difficile e i protagonisti che furono al centro di quegli avvenimenti, da Bettino Craxi a Enrico Berlinguer, da Ciriaco De Mita, a Giovanni Spadolini, da Luciano Lama a Pierre Carniti, da Vittorio Merloni a Luigi Lucchini, da Bruno Trentin a Sandro Pertini. Un racconto unico costruito, però, come la somma di tanti racconti legati da un unico “filo rosso”.

-di GIORGIO BENVENUTO e ANTONIO MAGLIE*-

(Blog Fondazione Nenni)

La prima sorpresa di quella giornata la regalarono gli industriali che prima di conoscere i risultati, decisero la disdetta della scala mobile. La seconda, forse anche spiazzando gli imprenditori, la regalarono le urne. Il decreto che aveva diviso l’Italia, creato enormi tensioni, spaccato a metà come una mela il sindacato, offerto ai terroristi la macabra motivazione per imbracciare nuovamente la mitraglietta Skorpion e scaricare un caricatore addosso a una vittima innocente, Ezio Tarantelli, era uscito intatto dalla verifica popolare, «più bello e più superbo che pria», avrebbe detto un Ettore Petrolini travestito da Nerone. Ma la sorpresa non era tanto (o non solo) nell’esito finale, ma per i modi in cui quell’esito si era manifestato. Il Nord, quello industriale, si era schierato per il mantenimento del decreto; il sud e le isole, con l’eccezione di Puglia, Abruzzo, Molise e Sicilia, per l’abrogazione. La sintesi migliore la offrì Carmelo Barbagallo, all’epoca segretario della camera sindacale di Palermo: «Ha votato contro la contingenza chi ce l’ha e a favore chi non ce l’ha».

Il voto fece venir meno tantissime certezze. La prima a cadere fu quella relativa alla partecipazione. Tutti immaginavano che quel provvedimento non avrebbe portato alle urne tanti elettori non avendo la questione quel carattere popolare e trasversale, dal punto di vista sociale, che avevano avuto altri due appuntamenti referendari, quelli sul divorzio del ‘74 e sull’aborto dell’81. Una bassa affluenza avrebbe potuto favorire i “promotori”, i sostenitori del “Sì”, cioè il Pci. I favorevoli al provvedimento, però, avrebbero potuto fare campagna a favore del non voto perché, di converso, l’obiettivo per il non raggiungimento del quorum, sarebbe stato a portata di mano. E la seconda ipotesi all’interno del “partito del No” rimase in piedi quasi sino alla vigilia del voto. Tanto è vero che ancora il 4 maggio, cioè trentanove giorni prima dell’apertura delle urne, avvenuta il 10 giugno del 1985, in occasione della prima manifestazione nazionale favorevole al mantenimento del decreto (vi parteciparono Franco Marini, Ottaviano Del Turco, Giorgio Benvenuto, i vice-segretari di Dc e Psi, Vincenzo Scotti e Claudio Martelli), la posizione a favore dell’invito ad «andare al mare» era ancora fortissima. La sosteneva in maniera estremamente convinta Pierre Carniti (e questo fu un motivo di contrasto tra lui e Benvenuto) e il presidente del Consiglio, Bettino Craxi (che poi attuerà la strategia nel referendum elettorale proposto da Mario Segni, rimediando una bruciante sconfitta che si trasformò nel segnale più evidente del suo definitivo declino).

Era accaduto, infatti, che Marco Pannella, all’epoca massimo stratega referendario, con due grandi successi alle spalle (ma anche qualche insuccesso), incontrando il premier, fosse riuscito a convincerlo che non vi erano altre strade per evitare una sconfitta che a tutti appariva scritta nella roccia con il bulino dell’antipatia popolare contro un provvedimento che, come si dice spesso oggi ma si diceva molto meno allora, «metteva le mani in tasca alla gente». In una lettera aperta del 10 aprile 1985 il leader radicale rendeva pubblica questa posizione invitando i partiti da un lato a «non sottovalutare il grave danno conseguente al tentativo di impedire la tenuta dei referendum regolarmente richiesti e convalidati dalla Corte Costituzionale con espedienti legislativi», dall’altro a prendere atto che «è assolutamente impossibile non vincere la prova referendaria facendo ricorso all’ipotesi – politica oltreché numerica prevista dall’art. 75 della Costituzione – del rifiuto del voto di oltre il 50% degli aventi diritto, mentre sarebbe pressoché impossibile vincerla percorrendo la strada del “no”. Infatti nel primo caso si tratta di aggiungere al massimo un 25 % (ma in realtà molto meno) di astensioni dal voto spontaneo. Nell’altro si tratta di rinunciare a fare pesare come disinteressate o ostili al referendum tutte le persone che non si recheranno a votare, per andare a confrontarsi, invece con la totalità di coloro che sono invece favorevoli».

Benvenuto (e anche Franco Marini), invece, la pensava diversamente e lo disse tanto a Craxi quanto a Carniti: «La sconfitta è quasi certa ma non possiamo pensare di vincere con l’astuzia». Non si trattava di un ingenuo moto di fiducia nei confronti della maturità dell’elettorato perché in quel momento i segnali erano tutti contrari. Era una questione di chiarezza: era stato fatto un negoziato, era stato raggiunto un accordo, quell’accordo aveva trovato forma in un decreto che aveva evitato in qualche maniera di dare un carattere ufficiale alla rottura sindacale (le firme su un pezzo di carta), bisognava comportarsi di conseguenza di fronte agli italiani, assumersi tutte le responsabilità che la vicenda imponeva.

Gli spazi erano più che ridotti, erano inesistenti. Almeno tali apparivano. Anche all’epoca i sondaggisti sbagliavano le previsioni un po’ come i meteorologi. A pochi giorni dal voto, nelle segreterie circolavano numeri che non lasciavano dubbi sull’esito della consultazione, in alcuni casi si parlava di un ottanta per cento a favore della cancellazione del decreto. Il settimanale “Panorama” pubblicò un significativo sondaggio il 31 marzo del 1985, cioè una settantina di giorni prima della consultazione. Lo aveva realizzato la Swg ponendo semplicissime domande a un campione di 1.561 cittadini rappresentativi della vasta e complessa realtà sociale italiana; il campione era stato testato alla metà del mese, cioè il 15, 16 e 17 marzo. Craxi, Carniti e Benvenuto potevano solo essere presi dallo sconforto. Il 50,2 per cento diceva che avrebbe votato per la cancellazione; appena il 10,1 per la conferma del decreto. In mezzo un 40 per cento di indecisi. Risultato in bilico? Per nulla visto che i sondaggisti sottolineavano che il divario tra favorevoli e contrari era tale che non poteva essere, a poco più di due mesi, ribaltato, anche perché non tutti gli indecisi avrebbero optato per la conferma del decreto, molti avrebbero deciso per la sua cancellazione. Ma l’analisi diceva anche altre cose che sembravano confortare i promotori del referendum.

Tanto per cominciare, i comunisti sembravano avere ragione: il 73,1 per cento degli operai erano contro il provvedimento di Craxi. Ma mica solo gli operai erano così compatti. Per un tratto di penna sul decreto erano anche il 60 per cento degli impiegati pubblici, il 59,4 per cento dei privati, il 58,6 per cento degli insegnanti e, addirittura, un 56,5 per cento dei lavoratori autonomi. Sembravano venir meno tutte le teorie sulla nuova stratificazione sociale, sui nuovi lavori, sull’appiattimento che penalizzava i portatori di maggiori competenze. Dal sondaggio emergeva, insomma, un’Italia ancora ferma all’operaio-massa, semmai avviata verso un lavoratore-massa. Tanto è vero che favorevoli all’abolizione del provvedimento craxiano si dichiarava il 63,3 per cento degli occupati nell’industria e il 57,9 degli occupati nel terziario. Immaginare che in queste condizioni dalle urne potesse uscire un risultato diverso della sconfessione di quel che a Palazzo Chigi era stato fatto il giorno di San Valentino, era molto più di una pia illusione, era come credere alla befana ben oltre la maggiore età.

Che le cose potessero andare solo in una maniera ne erano convinti a Botteghe Oscure. Achille Occhetto in interviste successive ha fornito l’immagine di un Alessandro Natta preoccupato, poco convinto, ma il clima che si respirava nel palazzone a due passi da Piazza Venezia era decisamente euforico. Lo ha descritto in maniera molto puntuale proprio Luciano Lama, in quella sua lunga intervista rilasciata a Giampaolo Pansa. Nelle riunioni il segretario della Cgil sosteneva spesso che il referendum poteva essere un «bagno di sangue», poteva risolversi in una clamorosa sconfitta con conseguenze incalcolabili sull’unità sindacale. Lo ripeteva per provare a raffreddare gli animi di chi, al contrario, sosteneva che «il referendum va fatto per molte ragioni, e anche per una in più, che tanto lo vinciamo! Io replicavo ai miei compagni: guardate che non è per niente sicuro che lo vinciamo. Può darsi che la maggioranza dei lavoratori dipendenti sia d’accordo con noi. Ma siccome il referendum non è tra i lavoratori dipendenti, bensì tra i cittadini della Repubblica Italiana, il rischio di perdere è molto forte, perché quelli interessati alla difesa della scala mobile sono una minoranza robusta, ma sempre una minoranza. Alla fine, la mia, è risultata una previsione persino troppo ottimistica. È successo che siamo andati peggio proprio nelle regioni dove il numero di lavoratori dipendenti è più alto».

Val la pena a questo punto, fare un flash back partendo, però, da un dato di quel referendum. A Milano, capitale dell’Italia industriale, secondo le raffigurazioni degli anni del boom economico, e, quindi, anche in un immaginario collettivo che spesso fatica ad adeguarsi ai fatti nuovi, il “sì” all’abolizione del decreto raccolse il 42,9 per cento dei voti; il “no” con il 57,1 per cento spazzò via molte illusioni, anche quelle più trinariciute che, ad esempio, erano venute drammaticamente allo scoperto il 21 novembre del 1984. Palcoscenico: piazza del Duomo. La Uil il 26 giugno aveva lanciato la campagna «Io pago le tasse e tu?» pubblicando un elenco di nomi dal quale risultava che commercianti e professionisti guadagnavano, secondo le dichiarazioni ufficiali dei redditi, meno dei loro dipendenti. Nonostante San Valentino, nonostante le polemiche e la difficoltà a ritrovare un punto di incontro sulla questione della contingenza e della riforma della struttura del salario, le confederazioni ebbero sul fisco un sussulto di unità. Il 15 novembre, poi, la Confindustria annunciò pure che non avrebbe pagato gli annosi decimali. Di lì la proclamazione di quattro ore di sciopero. A Giorgio Benvenuto venne affidato il compito di chiudere la manifestazione milanese, proprio sotto la “Madunina”.

Il segretario della Uil ebbe appena il tempo di cominciare a parlare e immediatamente dai settori della piazza occupati da Democrazia Proletaria, dalla Lega dei Comunisti Rivoluzionari e da Lotta Comunista, partì una violenta contestazione. Fischi, urla, poi lattine, bulloni, biglie d’acciaio. Carlo Tognoli, il sindaco di Milano, con prontezza di riflessi, evitò che una di queste biglie (avvolta in una palla di carta) colpisse Benvenuto. Molto peggio andò al segretario regionale della Uil, Loris Zaffra (un bullone in testa) e al segretario provinciale della stessa confederazione, Amedeo Giuliani (un oggetto nell’occhio sinistro). Deliranti le reazioni dei contestatori. Dp scrisse in una nota: «Di rilevante dimensione è stata la contestazione della piazza verso Giorgio Benvenuto, il cui ruolo nel famigerato accordo del 14 febbraio non è stato dimenticato da nessuno». I comunisti rivoluzionari, a loro volta, quasi riecheggiando certi volantini brigatisti, aggiunsero con orgoglio (anch’esso, evidentemente, rivoluzionario): «Rivendichiamo la partecipazione, peraltro insieme alla maggioranza della piazza, alla contestazione a Benvenuto». Tognoli parlò senza mezzi termini di «gruppi di provocatori bene e preventivamente organizzati». Chiese le scuse ufficiali ai comunisti locali ma la richiesta cadde nel vuoto. Il segretario della Uil, invece, in una conferenza stampa si limitò a dire: «Quanto è accaduto oggi non può essere strumentalizzato dagli oppositori del progetto Visentini, dai falchi della Confindustria e dalla Confcommercio… La contestazione era diretta contro l’accordo del 14 febbraio sulla scala mobile. Una intesa che sta dando i suoi frutti sul piano dell’abbassamento dell’inflazione e della ripresa dell’economia». Diverso, molto diverso rispetto a quello degli allievi di Mario Capanna, fu l’atteggiamento di Luciano Lama: «È assolutamente deplorevole che in una giornata costata tanto lavoro e tanta fatica alle forze unitarie del sindacato, sia stato impedito di parlare a un segretario nazionale… Chi si comporta così lavora per la causa opposta a quella per cui hanno manifestato oggi i lavoratori».

I risultati milanesi del referendum scardinarono probabilmente le certezze di quella minoranza rumorosa e aggressiva, dotata di buona mira ma di scarso intelletto: non erano i depositari di un sentire diffuso, avevano semplicemente confuso l’autoreferenzialità ottusa con la rappresentatività. La migliore risposta a certi abbagli politici e storici è forse nel pacato racconto di Lama: «Il vertice del Pci era convinto di vincere il referendum sulla scala mobile. E anche attraverso questa strada, pensava di riacquistare una forte influenza sulla politica nazionale. Se avessimo vinto il referendum, il Pci avrebbe potuto dire al governo Craxi, ai socialisti, alla Dc: vedete, voi avete preso delle decisioni, ma il vostro decisionismo non piace alla maggioranza degli italiani e questa maggioranza è schierata con il Pci. L’illusione della vittoria appannava anche i timori per l’unità sindacale. Si diceva ancora: Lama ha paura che si spacchi il sindacato, ma quando il referendum sarà vinto, anche la Cisl e la Uil dovranno tornare sui loro passi, capiranno che hanno preso una strada che le porta alla sconfitta».

Quello di piazza del Duomo, fu uno degli episodi che avvelenò la lunga marcia verso la catarsi del referendum. Non l’unico, purtroppo nemmeno il più tragico. Perché quelli erano ancora Anni di Piombo, anni in cui fra sparutissime minoranze albergava l’idea che si potesse mestare nel torbido delle problematiche sociali per realizzare un humus rivoluzionario. Logiche fuori dalla ragione e dentro una idea di “guerra di popolo” senza, però, il popolo, schierato, fortunatamente, da un’altra parte.

Ezio Tarantelli era un giovane e brillante economista, di idee e formazione culturale progressiste. Collaborava con Pierre Carniti, aveva ottimi rapporti con Walter Galbusera e Giorgio Benvenuto, votava comunista pur non condividendo tutte le posizioni di quel partito. Era perfettamente dentro quella Cisl fatta, in buona parte, di “cani sciolti” alla Carniti, gente che immaginava che dal sociale potesse nascere una sinistra di governo, senza compromessi, senza cedimenti ai “poteri forti”. Una sinistra che sapesse parlare di compatibilità e di politica dei redditi, di equità ma anche di profitto, di tutele per i più deboli ma anche di innovazione tecnologica, di orari di lavoro inseriti in una riorganizzazione strutturale. Alla questione della scala mobile aveva offerto una soluzione, quella poi adottata da Craxi (che il giorno dell’agguato mortale disse: «Uno degli economisti più aperti alla sfera del possibile, tra i meno faziosi. Dobbiamo purtroppo constatare che proprio questa sua scienza, questa sua intelligenza, questa sua generosità ne hanno segnato la condanna a morte»): la predeterminazione. E l’atteggiamento della Cgil lo aveva disorientato: «Il punto è che la Cgil ha difficoltà ad accettare non la centralizzazione della contrattazione, che dovrebbe essere normale per un sindacato marxista, ma la categoria dello scambio politico, almeno fino a quando, purtroppo a mio avviso, il Pci è all’opposizione. Ma questo è un errore fatale che toglie alla sinistra qualsiasi possibilità di intervenire per la trasformazione sociale del paese».

Aveva messo la sua conoscenza al servizio della politica e del sindacato ma guardava alle cose con atteggiamento distaccato: «Io vengo considerato il padre della proposta della predeterminazione ma ci tengo a dire che non ho alcuna intenzione di essere considerato il padre del decreto». Poi, però, aggiungeva: «Io non avrei certo desiderato che la mia proposta passasse per decreto. Ma in quale altro modo sarebbe potuta passare? Una parte importante della sinistra italiana, purtroppo, non solo ha combattuto il principio della predeterminazione, ma in tre anni di dibattito non è stata in grado di fornire un’alternativa degna di questo nome». Quel decreto lo difese, sino all’ultimo. Nella borsa che aveva accanto quando gli scaricarono addosso il caricatore della mitraglietta Skorpion centrandolo con diciassette proiettili fatali, aveva il documento che stava mettendo a punto insieme a Pietro Craveri e Gino Giugni. Qualche sera prima del terribile 27 marzo ne aveva parlato con Carniti e Benvenuto. Si era preoccupato di spiegare in quei pochi fogli gli effetti negativi che sarebbero potuti derivare a livello economico dalla cancellazione del decreto. Quel documento vide la luce esattamente una settimana dopo la sua uccisione. Il titolo era: «No al referendum, no nel referendum».

L’occhiello sottolineava: «Appello degli intellettuali». Si confidava ancora in un accordo che, trasformato in legge, potesse impedire l’apertura dei seggi. Ma nessuno scommetteva cifre cospicue su un simile esito. Nel documento si leggeva: «La sola proposizione del referendum ha già prodotto conseguenze gravi. Ha distolto le forze politiche e sociali dal proseguire l’azione economica positivamente avviata in seguito all’accordo del 22 gennaio del 1983 e al protocollo del 14 febbraio 1984, che hanno contribuito ad abbassare l’inflazione con il consenso di larga parte del movimento sindacale, garantendo al contempo la difesa del potere di acquisto dei lavoratori occupati e dei pensionati e che hanno favorito dopo anni di crisi, la ripresa dello sviluppo. Il confronto sul referendum ha già fatto perdere mesi preziosi, ostacolando la continuazione di quell’impegno sui più gravi problemi economici tuttora aperti: la lotta contro la disoccupazione; il consolidamento della ripresa e della produttività del nostro sistema economico; la tenuta ulteriore del potere d’acquisto, tramite il controllo dell’inflazione e della spesa pubblica; la continuazione della battaglia per un più equo sistema fiscale… Con essa (la campagna referendaria, n.d.a.) si possono indebolire le posizioni riformatrici, favorendo una demagogia populista basata su false promesse e senza sbocchi politici e facilitando, per la prima volta dopo tanti anni, il coagularsi delle forze conservatrici intorno a un progetto di pura e semplice stabilizzazione liberista.., Per il sindacato in particolare la proposizione del referendum in materia salariale ha segnato una espropriazione del proprio ruolo di soggetto contraente… Un prevalere del sì nel referendum, cioè un eventuale esito abrogativo, determinerebbe ancor più gravi conseguenze economiche, sociali e politiche, quali l’occasione data alla Confindustria per bloccare la contrattazione collettiva e per disdire la scala mobile; l’inevitabile accentuazione delle tensioni inflattive, che pregiudicherebbe il valore reale del risparmio delle famiglie e la difesa del potere d’acquisto, in particolare dei meno abbienti; il conseguente indebolimento della nostra moneta sul piano internazionale, con la prospettiva finora mai verificatasi di una caduta dei salari reali, l’inevitabile pregiudizio di una più efficace politica dell’occupazione, che è il problema nazionale più urgente, a partire dal Mezzogiorno». Quel documento venne sottoscritto da studiosi come Luciano Gallino, Carlo Dell’Aringa, Valerio Castronovo, Massimo Severo Giannini, Andrea Manzella, Federico Mancini, Luciano Cafagna, Francesco Alberoni.

Sull’Avanti! quattro giorni dopo l’agguato, Giorgio Benvenuto scrisse: «La nostra società non deve fermarsi, ma abbiamo il dovere morale e politico, tutti, di attenuare i toni di scontro, di tornare a ragionare… Non c’entra per nulla il ragionamento che mette in rapporto lotte sociali e azioni terroristiche. Sono due termini che non confinano: è assurdo pensare che ci sia una contiguità. Se questo è fuori discussione come ignorare però che, in particolare da un anno, l’aria nelle fabbriche è irrespirabile per colpa di un settarismo che impedisce ogni discussione… Eppure c’è chi soffia continuamente sul fuoco, nella sinistra, nei luoghi di lavoro e aggiunge danno a danno, contribuendo a incancrenire tensioni che finiscono con lo svilire anche manifestazioni unitarie su temi di grande valore come è successo a Milano e a Bari sul fisco… Perciò il problema dei guasti che un linguaggio settario e violento, una continua demonizzazione delle idee degli avversari, una rancorosa intolleranza stanno creando nelle fabbriche, nel sindacato, nel tessuto sociale del Paese va posto e subito. Può essere vero che il referendum sia solo un voto per il “sì” o per il “no”, come è stato detto, ma occorre vedere su cosa poggia questa vicenda referendaria: se essa si snodi lungo una tranquilla coscienza democratica o se, invece, essa approfondisca le lacerazioni sociali e riduca l’autonomia, la forza e la proposta del sindacato. Basta dunque con la storiella che col referendum possa risorgere un sindacato più forte e più libero… In questi ultimi cinque anni praticamente tutti i dirigenti sindacali sono stati fatti oggetto di atti di una preconcetta contestazione che nulla ha a che vedere con l’espressione di un legittimo dissenso… C’è un clima terribile nel movimento operaio italiano ed è umiliante osservare che quando Amendola lucidamente lo inchiodò alle sue prime avvisaglie fu isolato nel suo stesso partito… La nostra insistenza sul tema del linguaggio e dei comportamenti non va quindi travisata come un elemento di contrapposizione politica. Si compia una riflessione su questo fenomeno, per esempio interrogandosi su quanto tutto questo abbia nuociuto all’esperienza di un movimento operaio che gradatamente da forza di progresso generale della società, ha perso vitalità ed alleati importanti… intellettuali e forze vive del paese… Tarantelli è rimasto, lo abbiamo sostenuto in molti per dare un contributo di idee svincolato da calcoli di parte. Ora non c’è più, ma è giusto dire che non solo la sua lezione può continuare, ma che dobbiamo ridare alle parole il senso del rispetto reciproco».

Dirà Pierre Carniti, venticinque anni dopo, il 26 marzo del 2010, in occasione di un convegno internazionale su Ezio Tarantelli organizzato dalla “sua” facoltà di Economia e Commercio alla Sapienza: «Purtroppo un fatto, più precisamente un misfatto separa come un macigno da venticinque anni le nostre parole ed il suo silenzio. Per la sua morte non ci sono parole, tranne quelle che speravamo avrebbero pronunciato i giudici nei confronti degli assassini. O meglio, è accaduto tardivamente e solo parzialmente. Lasciando dolorosamente irrisolto il bisogno di verità e giustizia. Per quel che mi riguarda posso solo dire che ai sicari che hanno compiuto quel crimine orrendo non si potrà mai concedere la simulazione di un significato politico. Non si potrà mai stabilire una relazione – sia pure antagonistica – tra Tarantelli e chi lo ha trucidato. Anche per questo penso che la solitudine della sua morte vada tutelata. Perché sia ancora più chiaro che il più alto onore della vittima è quello di non poter venire mai accostato, neanche indirettamente, ai suoi carnefici».

Quel referendum fu lungo, troppo lungo. Durò un anno. Un anno di tensioni, in cui, come aveva scritto Tarantelli (con Giugni e Craveri) il mondo si era fermato. A volte rumorosamente, in maniera assordante. Come quando a Bari, Franco Marini subì la stessa sorte di Benvenuto a Milano: costretto a interrompere il suo intervento a causa dei tumulti esplosi in piazza in maniera certo non improvvisa né imprevedibile. Lo stesso giorno in cui la Corte Costituzionale decise che il referendum andava fatto. Era il 7 febbraio. Anni dopo, Franco Marini, in tono un po’ divertito (d’altro canto, il tempo stempera le tensioni e addolcisce i ricordi) ha raccontato quel che avvenne nel capoluogo pugliese. Ecco il suo ricordo: «Mentre stavo parlando a un certo punto spuntarono due, trecento persone che cominciarono a marciare verso il palco agitando la prima pagina di un giornale. “L’Unità”, infatti, era uscita con un titolo a caratteri cubitali: “Referendum”. Noi sindacalisti alle piazze un po’ agitate siamo abituati e poi a Bari la Cgil era forte ma lo era anche la Cisl. E così mi interruppi e dissi: “Se volete parlare di referendum, parliamone”. A quel punto la piazza cominciò a rumoreggiare. Io continuai a parlare con il commissario di Ps che doveva gestire l’ordine pubblico che mi diceva di chiudere perché la situazione stava diventando complicata. Continuai ma quando vidi volare giù dal palco un dirigente sindacale, decisi che era il momento di smettere». Ricordando quella fase di grandi lacerazioni, l’ex segretario generale della Cisl aggiunge: «Si è parlato di rottura eppure già cinque, sei mesi dopo San Valentino noi tornammo a fare accordi unitari. Nella Cisl, negli anni Settanta, ero tra quelli che non ritenevano possibile, a causa dei condizionamenti internazionali e nazionali, l’unità organica. Forse sbagliavo, ma la pensavo così. Quei condizionamenti, però, non ci sono più, la situazione dei lavoratori è diventata estremamente più difficile e fare il sindacalista adesso è più complicato, molto più complicato di allora perché nelle aziende ritrovi dipendenti con contratto a tempo indeterminato, a tempo determinato, a partita Iva, ti muovi insomma in una vera e propria giungla di tipologie contrattuali. Lo dico con grande sincerità: oggi l’unità io la farei».

Il 12 dicembre, la Corte di Cassazione aveva già detto che, dal suo punto di vista non esistevano impedimenti alla chiamata a raccolta del «popolo sovrano». Nei confronti del decreto erano state sollevate anche questioni di legittimità costituzionale dagli stessi promotori del referendum. Se una di quelle eccezioni fosse stata accolta, ufficializzando la tesi che gli effetti del provvedimento erano cessati il 31 luglio dell’84, i punti sarebbero stati immediatamente recuperati e il referendum sarebbe venuto meno.

In quella sentenza (la numero 35), adottata il 6 febbraio e pubblicata il 7 (a firma del presidente, Leopoldo Elia e del futuro presidente, Livio Paladin) si sosteneva che «stando così le cose non giova discutere se gli effetti giuridici del “taglio” si siano esauriti allo scadere del semestre febbraio-luglio 1984, lasciando perdurare i soli effetti economici… o se, viceversa, la ridotta operatività del meccanismo della scala mobile continui a ripresentarsi, in termini giuridicamente rilevanti sulle retribuzioni periodicamente dovute ai lavoratori subordinati. Qualunque sia la risposta, è infatti palese che non può essere la Corte a fornirla».

La Consulta, insomma, preferì trasferire la questione agli elettori e lo fece motivando la sua decisione in questo modo: «Da un punto di vista formale è incontroverso che le misure di politica economica prefigurate nel decreto-legge n. 10 e quindi realizzate nel decreto-legge n. 70 non sono state puntualmente precisate dalla legge finanziaria 1984… né recepite dalla legge finanziaria del 1985». In sostanza, l’Avvocatura dello Stato aveva sostenuto che quei provvedimenti erano da considerare alla stregua di leggi di bilancio e, quindi, non sottoponibili al referendum. La Corte Costituzionale non accettò questa tesi e aggiunse: «Dal punto di vista sostanziale poi, le disposizioni in esame non riguardano in modo specifico la “manovra di bilancio”, né il fabbisogno della finanza pubblica, bensì hanno di mira… “il contenimento dell’inflazione nei limiti del tasso programmato per l’anno 1984, al fine di favorire la ripresa economica generale e mantenere il potere di acquisto delle retribuzioni”». Venne anche respinta un’altra obiezione e cioè che con il referendum si chiedeva agli elettori di esprimersi solo su un pezzo del provvedimento. Spiegava la Consulta: «Del pari, non ha pregio sul piano giuridico la tesi per cui la richiesta in esame sarebbe incongruamente formulata, e dunque dovrebbe venire dichiarata inammissibile per non aver coinvolto l’intero complesso dei provvedimenti adottati con il decreto-legge n. 70. Queste misure si differenziano profondamente, infatti, sia per i loro contenuti sia per i soggetti che vi sono interessati; sicché non si riscontra, nel presente caso, quella “contraddittorietà ed incoerenza abrogativa di alcune norme e la prevista permanenza di altre nello stesso contesto normativo”». Conclusione: «Si dichiara ammissibile la richiesta di referendum popolare per abrogazione dell’articolo unico della legge 12 giugno 1984, n. 219 (conversione in legge con modificazioni del decreto legge 17 aprile 1984, n. 70 contenente misure urgenti in materia di tariffe, di prezzi amministrati e di indennità di contingenza)… e dichiara legittima l’ ordinanza 7-12 dicembre 1984 dell’ufficio centrale per il referendum, costituito presso la Corte di Cassazione».

La sentenza della Consulta suscitò le perplessità di un giurista illustre come Norberto Bobbio che con un articolo su “La Stampa” del 14 aprile prendeva due piccioni con una fava nel senso che esprimeva il suo dissenso rispetto all’operato dei giudici ma anche rispetto all’atteggiamento di Marco Pannella che chiedeva di non far ricorso a “espedienti legislativi” per evitare la consultazione. Bobbio nel suo intervento sottolineava che «in un referendum la questione da risolvere non può essere posta ai votanti se non sotto forma di “aut aut” o di “sì” o di “no”. Un tale modo di porre la domanda può valere per le grandi questioni di principio, monarchia o repubblica, matrimonio o divorzio, liceità o illiceità dell’aborto, domani dell’eutanasia. Non vale o vale molto meno quando sono in gioco interessi economici contrapposti, che consentono anzi esigono in una democrazia pluralista che si fonda sull’equilibrio, se pure dinamico, delle parti in contrasto, soluzioni di compromesso». Una analisi che induceva a una conclusione: era stato «se non un errore, una decisione discutibile l’accoglimento della richiesta da parte della Corte Costituzionale, giacché in futuro qualsiasi categoria che si ritenga danneggiata da un provvedimento di politica economica potrà chiederne l’abrogazione». Conclusione: «Ora l’errore più grande sarebbe quello di non riuscire ad evitarlo (il referendum, n.d.a.), la decisione più discutibile quella di lasciarlo svolgere». L’articolo induceva Giorgio Benvenuto a scrivere a Bobbio una lettera personale il 22 aprile in cui manifestando il suo consenso alle analisi del grande giurista, affermava: «Ancora una volta il tuo pensiero esprime un coraggio intellettuale ed una chiarezza d’opinione che giustamente non può collocarsi all’interno di nessuna logica di parte». Ma concludeva, manifestando un certo scoramento per la piega che le cose stavano prendendo: «L’appuntamento referendario appare difficilmente eludibile e soluzioni sicuramente soggettive come quelle avanzate dai radicali non appaiono facilmente praticabili, anche perché occorre fare ogni sforzo fino all’ultimo per evitare il voto referendario. Per questo ti confermo la decisione della scelta compiuta da parte della Uil del “doppio no al referendum e nel referendum”, scelta confortata come saprai dalla adesione di decine di intellettuali all’appello promosso dai professori Craveri, Giugni e Treu anche a nome dello scomparso Ezio Tarantelli».

Ad ogni modo, sulla base di quella sentenza, il consiglio dei ministri il 3 aprile provvide a convocare il referendum per il 9-10 giugno, a metà strada tra le elezioni amministrative (12-13 maggio) e quelle presidenziali (il 24 giugno Francesco Cossiga subentrò a Sandro Pertini). In virtù delle decisioni della Consulta si provvide a stampare il quesito referendario che, si può presumere, nella cabina elettorale quasi nessuno si preoccupò di leggere anche perché scritto in stretto burocratese, lingua piuttosto misteriosa dal punto di vista dei canoni classici dell’italiano: la comprensione sarebbe risultata impossibile. La domanda diceva: «Volete voi l’abrogazione dell’articolo unico della legge 12 giugno 1984, n. 219 (pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 163 del 14 giugno 1984) che ha convertito in legge il decreto-legge 17 aprile 1984 n.70 (pubblicato in Gazzetta ufficiale n. 107 del 17 aprile 1984) concernente misure urgenti in materia di tariffe, di prezzi amministrati e di indennità di contingenza, limitatamente al primo comma, nella parte che ha convertito in legge senza modificazioni l’art. 3 del decreto-legge suddetto che reca il seguente testo: “per il semestre febbraio-luglio” 1984 i punti di variazione della misura dell’indennità di contingenza e di indennità analoghe, per i lavoratori privati, e della indennità integrativa speciale di cui all’art. 3 del decreto legge 29 gennaio 1983, n.79, per i dipendenti pubblici, restano determinati in due dal 1 febbraio 1984 e non possono essere determinati in più di due dal 1 maggio 1984″, nonché al penultimo comma limitatamente a quelli di cui all’art. 3 di quest’ultimo decreto-legge, che reca il seguente testo: “Restano validi gli atti e i provvedimenti adottati e sono salvi gli effetti prodotti ed i rapporti giuridici sorti sulla base del decreto legge 15 febbraio 1984, n.10 (pubblicato in Gazzetta Ufficiale n. 47, del 16 febbraio 1984)“». Per un amante di cruciverba, un vero divertimento. In realtà, però, tutti sapevano di cosa si trattava: un taglio di quattro punti di contingenza.

Nell’anno intercorso tra il decreto e il referendum, qualche segnale positivo era arrivato dagli indicatori economici: al 31 dicembre del 1984 l’inflazione era scesa al 10,8 per cento con contemporanea crescita del Pil nella misura del 2,6 per cento. Restava, invece, altissimo il tasso di disoccupazione. Cosa che induceva Giorgio Benvenuto, il 25 marzo dell’85, a scrivere sull’Avanti!: «Quello che abbiamo alle spalle non è un anno sprecato. Tutt’altro: sono arrivati importanti risultati per la nostra economia… Ma per qualcuno rischia di essere un altro anno perduto. Lo è per i giovani, i disoccupati, i cassintegrati se la battaglia referendaria, sempre più imminente finirà per fare da carta assorbente nei confronti dell’occupazione… Non si condanni questo paese all’immobilismo per le prossime settimane. Ci sono molte cose da chiarire, molte di più da fare in fretta: tutti i provvedimenti per l’occupazione, innanzitutto, vera e propria questione morale per il Governo, il Parlamento, le forze sociali».

Ci sarebbe voluta un’intesa per aggirare l’ostacolo, cioè per evitare il referendum. Tutti dichiaravano il proprio impegno a trovarla ma alla fine non fu trovata. In realtà ci fu un gran fervore di incontri ufficiali e ufficiosi. E se Carniti aveva provato a convincere Berlinguer a ripensarci (con scarsi risultati), Benvenuto aveva contatti continui con Gerardo Chiaromonte, esponente di spicco dell’area liberal, per provare a indirizzare la storia verso un altro epilogo trovandosi sempre di fronte alla medesima risposta: a una sola condizione il Pci poteva retrocedere, ritiro del decreto e un negoziato che lo coinvolgesse e che poteva portare anche a un accordo «più generoso». Nel frattempo, agli inizi dell’85 la Confindustria proseguiva nel consolidamento della sua linea Maginot, cioè il rifiuto del pagamento dei decimali (confermato a marzo, poi, dalla Federmeccanica), nonostante gli inviti di Craxi a comportarsi diversamente. La ricerca di una intesa si fece frenetica: il 3 aprile Lama, Del Turco, Carniti, Marini, Benvenuto e Veronese in un incontro con il ministro del lavoro misero sul tavolo la proposta di semestralizzazione della scala mobile in cambio, però, di un impegno del governo su fisco e occupazione, e della Confindustria sul pagamento dei decimali. Il 20 maggio la Cgil rilanciò la sua proposta di mediazione (che non essendo equivalente dal punto di vista economico, non riusciva a coagulare la totalità dei consensi) cinque giorni dopo ci provò anche De Michelis beccandosi il rifiuto degli industriali ormai determinati ad andare alle urne perché, come vedremo nel prossimo capitolo, avevano una strategia, come dire, alternativa.

Il ministro del lavoro aveva pensato di mettere sul tavolo la semestralizzazione della scala mobile prevedendo una indicizzazione totale del sessanta per cento dei «salari minimi conglobati» o «quella equipollente in termini di copertura, di un minimo indicizzato al cento per cento di 615.000 lire sommato ad una indicizzazione del quindici per cento della parte residua rispetto ai minimi tabellari conglobati». Inoltre proponeva, nell’arco di vigenza contrattuale, la riduzione di due ore degli orari di lavoro. Una mediazione evidentemente poco affascinante non solo per gli industriali (che, per giunta, di riduzioni degli orari non volevano sentir parlare), ma anche per la Cgil che con una lettera a De Michelis del 26 maggio, firmata da Luciano Lama e Ottaviano Del Turco, chiuse di fatto le danze: «In ordine alla revisione del meccanismo della scala mobile, constatando le distanze che esistono fra le ultime posizioni manifestate dalla Cgil e l’ipotesi da Lei formulata, la delegazione della Cgil chiede al Governo se è in condizione di presentare nuove proposte e di riprendere il confronto nelle prossime ore».

Furono settimane e mesi di contatti, di proposte, di ipotesi. Ad esempio, quella di una legge concordata tra democristiani e comunisti che Benvenuto bocciò così sull’Espresso il 27 gennaio: «Un simile accordo tra i partiti comporterebbe l’emarginazione del sindacato. E oltretutto non capisco l’atteggiamento schizofrenico della Dc che con Goria invoca il rigore e con Scotti ipotizza modifiche sostanziali all’accordo anti-inflazione del 14 febbraio 1984». Contemporaneamente Felice Mortillaro, direttore generale della Federmeccanica (un “falco”, lo si definiva all’epoca) faceva sapere che gli industriali erano interessati solo a una soluzione che comportasse il sostanziale azzeramento della scala mobile: «Penso semplicemente che gli industriali e l’economia italiana non possono permettersi nessun aggravio del costo del lavoro. Una legge simile (quella ipotizzata da Dc e Pci, n.d.a.) sarebbe inaccettabile». Tutti incontravano tutti. Natta, segretario del Pci, incontrava Carniti il 18 febbraio, senza cavare un ragno dal buco. «Pensano a un negoziato che sconfessi sostanzialmente l’accordo del 14 febbraio e pensano, con accattivante candore, che questo negoziato si possa fare con la Cisl», dicevano gli uomini di Pierre Carniti che nelle riunioni sindacali ribadiva: «L’unità sindacale funziona se scontenta tutti i partiti». Qualche giorno prima, precisamente il 15 febbraio, sempre Natta aveva visto Benvenuto che alla fine diceva: «Natta mi è sembrato attento ai problemi che il referendum solleverebbe. Ha detto di apprezzare la posizione della Cgil e il tentativo della Uil di trovare una soluzione. Ha aggiunto che il Pci appoggerà un accordo sindacale». Poi aggiungeva: «Senza il Pci non si fa un governo di stampo socialdemocratico europeo. Allora perché scavare un solco tra i due partiti della sinistra storica?». Dall’altra parte, Lama vedeva Spadolini e illustrava a Ciriaco De Mita (il 6 febbraio) la proposta della Cgil per far ripartire il negoziato. Una proposta la lanciava anche Claudio Martelli: una parte del salario totalmente protetta dalla scala mobile, una seconda tutelata in misura decrescente con il crescere del reddito; restituzione dei quattro punti ma non in busta-paga bensì per finanziare un fondo per l’occupazione alimentato per un terzo dallo Stato, per un terzo dai lavoratori e per un terzo dalle imprese (una ipotesi che risentiva molto delle elaborazioni di Carniti). Anche i repubblicani cercavano una via d’uscita proponendo un salario con una fascia totalmente protetta ma una scala mobile che sarebbe scattata solo una volta all’anno. Alla fine fu più un esercizio di stile. Perché mancavano gli uomini giusti e i tempi altrettanto giusti per evitare il referendum. Enrico Berlinguer, che aveva l’autorevolezza per prendere una decisione coraggiosa, non c’era più. Nel frattempo, incombevano le elezioni amministrative che per Alessandro Natta erano il primo banco di prova da segretario.

Alla fine tutti accettarono una sfida che, a parole, nessuno voleva. L’accettò Natta, che pure nutriva qualche perplessità, ma sentiva intorno a sé l’ottimismo dei militanti, l’ottimismo di un partito che confidava di bissare il successo dell’anno prima all’Europee, sottovalutando l’effetto emotivo della scomparsa di un leader molto amato da chi votava per il Pci e molto stimato anche da chi non votava quel partito o, addirittura, lo avversava (diceva di lui Indro Montanelli, un giornalista che non ha mai coltivato simpatie di sinistra: «Uomo introverso e malinconico, di immacolata onestà e sempre con una coscienza esigente, solitario di abitudini spontanee, più turbato che allettato dalla prospettiva del potere, e in perfetta buona fede»). La sfida l’accettò anche chi sembrava destinato a perderla. Perché alla fine Benvenuto vinse la sua battaglia convincendo i partiti favorevoli al “no” a puntare sulla scommessa delle urne e non sulle “scappatoie vacanziere”. Il 27 maggio, infatti, in un vertice decisero di marciare a ranghi (quasi) compatti verso il referendum.

Con qualche tentennamento e qualche colpo basso. Biagio Agnes, direttore generale della Rai, uomo di Ciriaco De Mita, ad esempio, impedì a Bettino Craxi di presentarsi alla tribuna elettorale che concludeva il ciclo tele-referendario per l’appello finale (consueto all’epoca). Il Presidente del Consiglio fece, però, una mossa a sorpresa che ebbe notevoli conseguenze sul voto: annunciò che si sarebbe dimesso se il decreto fosse stato cancellato, inducendo Alessandro Natta a escludere un simile automatismo. Doveva, insomma, restare al suo posto anche nel caso di sconfitta referendaria. Dal canto suo, Luciano Lama lasciò a una Cgil divisa, la libertà di coscienza. Aveva firmato per il referendum e la cosa era stata presa molto male dai suoi colleghi, Carniti e Benvenuto. Lui si è poi difeso così: «Firmando legittimavo sia i comunisti della Cgil per la firma, sia i socialisti della Cgil per l’ostilità alla firma, e per la propaganda contro il referendum. Firmando aprivo la strada a Ottaviano Del Turco e agli altri compagni socialisti che volevano esprimersi pubblicamente in modo contrario al mio. Se mi fossi astenuto dal firmare, loro sarebbero stati meno liberi di muoversi di come si son mossi contro il referendum». Ma i socialisti della Cgil avevano anche un’altra paura: cosa sarebbe accaduto all’interno della Confederazione se la cancellazione del decreto fosse passata? Quali spazi avrebbero avuto con un “garante” come Lama in uscita? Lama, però, si comportò da grande leader e aprì gli spazi televisivi anche a chi all’interno della Cgil dissentiva: «La Rai-Tv aveva invitato i segretari delle confederazioni, uno alla volta, perché esprimessero la loro opinione sul referendum. Io dissi: ci vado, in tivvù, soltanto se viene anche Del Turco».

I sondaggi, come abbiamo sottolineato inizialmente, non confortavano la speranza del “partito del No”. Quello di “Panorama” veniva commentato così da Giorgio Benvenuto, sullo stesso settimanale: «Il test fotografa lo stato del dibattito. La verità è che il Pci ha già da tempo iniziato una martellante campagna elettorale per il “Sì”, mentre finora noi, la Cisl e lo stesso governo siamo stati impegnati a evitare che il referendum si facesse. In definitiva, la campagna elettorale per il “No” deve ancora iniziare ed è abbastanza logico che il sondaggio registri questo ritardo». Il venerdì 7 giugno il “fronte del No” riuscì a organizzare una manifestazione in Piazza Navona: per dare un effetto di grande partecipazione venne invasa dai taxi che con il loro colore giallo “impastavano” in un magma indistinto i monumenti barocchi e le persone. Lo stato d’animo, però, rispetto al sondaggio di marzo era un po’ diverso. Alla base di questo cambiamento di umore, i risultati elettorali. I dati non sembravano confortare le scelte del Pci che perdeva colpi sia alle comunali che alle regionali: il 33,3 delle Europee si era trasformato (nei comuni con oltre cinquemila abitanti) in un misero 28,5 e alle regionali (statuto ordinario) nel 30,2; risaliva leggermente la Dc (dal 33 delle Europee al 34 delle comunali al 35 delle regionali); cresceva il Psi (dall’11,2 dell’anno prima, arrivava nelle comunali al 14,9 e nelle regionali al 13,3); arretrava il Pri che continuava a beneficiare solo parzialmente dell’effetto-Spadolini (4 per cento alla regionali, 4,8 alle comunali).

Numeri che aprirono all’interno del Pci un “processo” contro Lama: «C’era chi pensava che le elezioni amministrative le avevamo perse anche per gli errori miei alla Cgil, per gli errori del gruppo dirigente sindacale, per il mio dissenso troppo manifesto rispetto al referendum e, soprattutto, per il modo in cui avevo preso le distanze dall’ultima fase della segreteria Berlinguer».

Il 10 giugno, quando le urne vennero aperte, la sorpresa fu straordinaria, almeno quanto quella che il 12 maggio, contemporaneamente alle amministrative, si era prodotta sui campi di calcio con la vittoria dello scudetto da parte di una squadra di provincia, il Verona, ai danni della potentissima Juventus dell’Avvocato Agnelli (che poi in quello stesso mese visse il dramma dell’Heysel, la vittoria di una Coppa Campioni con trentanove morti ai bordi del campo, trentadue italiani). Fu tutto sorprendente. L’affluenza, ad esempio, notevolmente alta: 34.959.404 italiani su 44.904.290 (il 77,9 per cento); il risultato finale: 18.384.788 italiani, cioè il 53,3 per cento si era opposto alla cancellazione del decreto di San Valentino; 15.490.855, quindi il 45,7 aveva risposto positivamente all’invito a cancellare il provvedimento (le bianche e le nulle furono in tutto 1.113.761). Ma la sorpresa era anche nella scomposizione del dato: il “no” vinceva nelle regioni industriali (Lombardia, Liguria, Piemonte); il sì resisteva nelle roccaforti elettorali del Pci (Emilia-Romagna, Toscana, Umbria). La regione che in massa votava per il mantenimento del decreto era il Trentino Alto Adige: 75 per cento; la città che in percentuale esprimeva il maggior numero di “no” era Bolzano, 82,1. Ma la conferma del decreto poteva contare su un buon dato regionale in Lombardia (61,3) e su un buon dato comunale a Milano (57,1). Il “sì” otteneva in Calabria (55,2) le stesse percentuali della Toscana, faceva il pieno a Siena (61,4). Con una circolare a tutte le strutture, Giorgio Benvenuto, però, «invitava a non fare trionfalismi». E aggiungeva: «Vogliamo mettere l’accento sul fatto che il dato referendario deve favorire una riflessione da parte di tutti… È necessario ridare spazio all’autonomia del movimento sindacale, dando nuove regole alla democrazia sindacale, in modo da recuperare il rapporto con i lavoratori, e rendere possibile la partecipazione reale alle scelte che il sindacato dovrà compiere». Luciano Lama con franchezza ha spiegato anni dopo che la sconfitta nel referendum non lo sorprese: «In qualche modo l’avevo previsto. M’è dispiaciuto perdere. Se l’avessimo vinto, il Pci avrebbe avuto in seguito meno difficoltà. Ma non sono sicuro neppure di questo. Sì, i risultati materiali del decreto sulla scala mobile sarebbero stati annullati. Però avremmo ristabilito con più lentezza e forse con maggiori problemi i rapporti unitari con la Cisl e la Uil».

* Dal libro di Giorgio Benvenuto e Antonio Maglie: “Il divorzio di San Valentino. Così la scala mobile divise l’Italia”, con un saggio di Antonio Agosta: “Referendum, un’analisi”. Terza edizione. Bibliotheka Edizioni, 2016, pp 617, euro 35,00

Nencini: Craxi ebbe
il coraggio dell’eresia

Craxi_Bettino_microfoni 960x350Riccardo Nencini aveva solo 16 anni quando Craxi, nel luglio del 1976, divenne segretario nazionale del Psi dopo la sconfitta demartiniana alle elezioni del mese prima. Aveva solo 34 anni quando Craxi scelse l’espatrio a seguito dell’indagine del pool ‘Mani pulite’. Dunque parliamo con lui come si parla di vicende seguite in parte indirettamente e in parte invece vissute in prima persona.

Cominciamo dall’inizio, e cioè dalla prima fase della leadership di Craxi sul Psi. Dalla fase che va dal 1976 al 1983. La fase dell’attacco, della ripresa dell’iniziativa autonoma socialista, degli anni più creativi che ci fornirono i congressi di Torino, di Palermo, la conferenza di Rimini, gli affondi su Proudhon e sulla grande riforma. Tu come li hai vissuti, Riccardo?

Mi sono iscritto al Psi nel 1978 anche a seguito della posizione che Craxi aveva tenuto sul caso Moro. Ne parlavo al Liceo Classico e mi consideravano uno che cantava fuori dal coro. D’altronde non avevo una famiglia politicamente omogenea. Mia madre era comunista, mia nonna era invece socialista turatiana, come mio padre che lo era più superficialmente. Ero stato impressionato anche dal saggio su Proudhon, che contestava il marxismo-leninismo. Lo sentivo come uno strappo interessante, innovativo, necessario per una sinistra troppo comunista, dunque conservatrice.

Questo per un giovane toscano, come d’altronde per un giovane emiliano, era particolarmente complicato. Eravamo mosche bianche in una giovane generazione allora infatuata dai miti rivoluzionari e in parte anche da assurde deduzioni che portavano alla lotta violenta. Andare poi contro il Pci in quel momento era come combattere un mostro sacro. A Reggio Emilia come a Firenze.

Pensa che nel mio paese, Barberino del Mugello, il Pci aveva circa il 70 per cento e il il Psi il 9. Il conflitto era pura temerarietà, ma il Psi di Craxi aveva il coraggio dell’eresia, quello di contestare l’egemonia del Pci nella sinistra italiana. Si trattava di un’intenzione di certo ardita. Devo dire che nello stesso paese, nel 1990, noi arrivammo al 20 per cento e il Pci sotto il 50. A volte il coraggio, anzi la follia, premia.

Tuttavia oggi la nostra storia, che è storia anche della nostra generazione di socialisti, viene quasi negata. Si parte da Gramsci, che ha fondato l’Unità, ma anche il Pcdi, si arriva a Togliatti, collaboratore di Stalin, poi a Berlinguer, che pare aver inventato il Pd.

La storia alla fine verrà rimessa a posto. Oggi è ancora raccontata dai vincitori, anche se rispetto a vent’anni fa i giudizi sono cambiati. Si stanno riconsiderando perfino le crociate.

Speriamo di non dovere aspettare mille anni.

No di certo. Penso che quasi tutte le nostre intuizioni siano oggi recuperate. La ‘Grande Riforma’ delle Istituzioni che Craxi lanciò nel 1979, allora accusata di essere proposta sovrastrutturale, oggi è diventato il leitmotiv di tutti. E la Rimini dei ‘meriti’ e dei ‘bisogni’, con le sue intuizioni anche sul patto sociale e sul made in Italy, è diventato programma di molti. Sai cosa Craxi sapeva essere e oggi nessuno lo è? Autonomo dal potere economico e finanziario. Voleva portare al centro di tutto, e sopra tutto, la politica.

Dal 1983 si può parlare di una seconda fase, quella della presidenza del Consiglio. Craxi arriva a guidare il governo, con Pertini presidente della Repubblica. E guida l’Italia fino al 1987, quasi alla vigilia delle elezioni che sanciscono il più grande successo del Psi, dopo quello del 1946. I socialisti arrivano al 14.3%.

I successi del governo Craxi vengono ancora ricordati. La politica estera, con la posizione assunta nei confronti degli americani: un’alleanza, mai una subalternità. Disse no ai bombardamenti su Tripoli e Bengasi, negando le basi agli americani. Aveva accettato l’installazione dei missili Cruise a Comiso d’accordo con l’Spd tedesca. Ma a Sigonella fece capire agli Usa che in Italia comandavano gli italiani. Poi la grande battaglia sulla scala mobile, con un referendum che proponeva qualche punto in meno e dunque meno soldi in tasca in cambio di una promessa di minor inflazione, dunque di un recupero del potere d’acquisto. Gli italiani gli diedero fiducia e l’inflazione, che era a due cifre, passò al 4%.

Poi l’ultima fase, quella che inizia col ritorno di Craxi al partito e finisce con Tangentopoli. Quella meno felice, meno creativa, quella in cui il Psi, che era stato il partito delle riforme e della novità, apparve come partito della conservazione, a fronte di un mondo che proprio in quegli anni cambiò radicalmente.

Certo. L’errore politico, hai ragione, fu quello. Cadde il comunismo e con esso il muro di Berlino, finiva il Pci che diventava prima la “cosa”, poi il Pds, chiedendo l’adesione all’Internazionale socialista. Craxi diede l’impressione di stare in difesa, forse solo preoccupato di tornare alla presidenza del Consiglio dopo il quinquennio democristiano. Magari per pilotare l’ingresso del Pds al governo.

Esattamente. Me lo disse. Mi disse proprio che pensava ad un processo di avvicinamento degli ex comunisti al governo, simile a quello che aveva assunto il Psi. Ma con la fine del Pci non c’era più la conventio ad excludendum. Il Pds non aveva bisogno di lasciapassare.

Crollò l’intero sistema politico italiano per errori di valutazione, e poi a causa dell’iniziativa giudiziaria. Mi ricordo che nel 1992 – prima che si entrasse nella bufera di Tangentpoli – Craxi mi chiamò assieme a Caldoro e a Garesio, e ci disse che il partito era morto e che bisognava pensare a un nuovo Midas. Era cosciente della natura di un partito non più motivato alla politica.

Tangentopoli fece il resto con un’indagine di stampo politico che aveva obiettivi politici con lo scopo di colpire alcuni e non altri. Questo però non assolve il Psi.

Non lo assolve perché non si è mai visto un partito che sparisce in sei mesi. Dalle elezioni del 1992, quando ottenemmo il 13,7 per cento, all’autunno di quell’anno quando alle amministrative parziali eravamo ridotti a una percentuale stile Pri. Poi c’è stato il fuggi-fuggi. Ognuno ha pensato a sé e questo ci ha costretto a ripartire con enorme fatica.

Pare a volte che siamo noi stessi a continuare a porci dei veti. Ferrara, che è stato un dirigente del Psi, sostiene che Amato difficilmente farà il presidente della Repubblica perché ha un handicap, cioè è stato un dirigente socialista. Stefania dichiara che Amato non può farlo perché è stato il vice di suo padre e fino a che non sarà rivalutato Bettino nemmeno Amato potrà assumere quel ruolo …

A Ferrara vorrei rispondere che la sua valutazione non è solo ingenerosa, ma anche banale e da lui non me l’aspettavo. A Stefania rispondo con le parole di Nenni: non si fa politica col rancore.

Mauro Del Bue

La memoria da non perdere: Carmelo Battaglia

Chi potrebbe mai commemorare il martirio di San Bartolomeo senza dire che era cristiano o Martin Luther King senza ricordare che era di colore o Anna Frank senza dire che era ebrea? Eppure, Laura Boldrini, il 10 giugno scorso, è riuscita in un’impresa simile. Ricorreva il 90° anniversario della morte di Giacomo Matteotti, una delle figure più importante della storia del socialismo italiano, ucciso da una squadraccia fascista per la sua forte opposizione parlamentare al regime e la presidente della Camera, commemorandolo, ha dimenticato di ricordare agli italiani in quale partito e in quale idea politica si riconoscesse Matteotti. La Boldrini ha ricordato l’impegno riformista di Matteotti in Parlamento, ma senza alcun riferimento alla militanza socialista nel Partito Socialista unitario di Filippo Turati, del quale fu segretario.

La Boldrini però, non ha avuto gli stessi problemi di memoria quando, un paio di giorni dopo, ha fatto un intervento in occasione dei 30 anni dalla scomparsa di Enrico Berlinguer. In quella circostanza la Boldrini ha evidenziato l’appartenenza di Berlinguer al partito comunista, ricordando “l’importante stagione di conquiste sociali e civili” della sua segreteria e la “svolta” democratica eurocomunista“. Siamo in presenza di una vera e propria manipolazione da ministero della Verità, che George Orwell nel romanzo “1984” descrive come metafora del comunismo sovietico.

D’altronde, i socialisti sono abituati ai tentativi di oblio, tra cui le vicende del dopoguerra legate alla tragica scia di sangue dei sindacalisti siciliani trucidati. Una drammatica sequenza di assassinii che collega con un “filo rosso” ideale dirigenti sindacali di sinistra, l’eccidio di Portella della Ginestra, l’assassinio di Pio La Torre, dei magistrati Scaglione e Costa, dei commissari Boris Giuliano e Beppe Montana sino al cratere di Capaci e alla strage di via D’Amelio, con l’uccisione dei magistrati Falcone e Borsellino e delle loro scorte.

Dalle carte processuali relative ai sindacalisti siciliani martirizzati dalla mafia dopo la fine della seconda guerra mondiale e agli albori dell’Italia repubblicana, emergono figure nitide ed esemplari, i cui nomi, tra i quali i socialisti Placido Rizzotto, Salvatore Carnevale, Calogero Cangelosi ed Epifanio Li Puma, sono stati a lungo, e a ben ragione, tra i simboli della sinistra nell’Isola, prima che il “nuovismo” e l’acritica accettazione del “culto” del mercato facessero tabula rasa di una storia e di una tradizione legate alle lotte sociali e alle battaglie contadine, strumenti fondamentali di riscatto per i ceti più deboli, contro le inconfessabili alleanze tra il notabilato aristocratico e borghese isolani e Cosa nostra, passando per pezzi dell’apparato istituzionale, avvenute dal 1944 sino agli anni ’80 del Novecento. La gran parte di quei drammatici delitti vide come “scenario” le zone dei feudi in provincia di Palermo: il Corleonese, il Partinicese e le Madonie. Si consumò a Portella della Ginestra (tra Piana e S. Giuseppe) la strage del 1° Maggio ’47; Epifanio Li Puma fu assassinato a Petralia il 2 marzo, Placido Rizzotto a Corleone il 10 marzo e Calogero Cangelosi a Camporeale il 1° aprile di quel terribile 1948; Salvatore Carnevale fu trucidato il 16 maggio 1955, mentre si recava al lavoro in una cava di pietre a Sciara, in provincia di Palermo.

E tra queste mirabili figure di dirigenti sindacali socialisti trucidati dalla mafia si deve ricordare Carmelo Battaglia, ucciso all’alba del 24 marzo 1966.

Carmelo Battaglia, sindacalista socialista dei Nebrodi in provincia di Messina (uno dei territori siciliani fondamentali delle lotte contadine nel dopoguerra), era stato dirigente della Camera del lavoro di Tusa e socio fondatore della cooperativa “Risveglio alesino”, nata nel 1945 per la concessione delle terre incolte. Nel 1965, i contadini e coltivatori cooperatori, insieme a quelli di una cooperativa di Castel di Lucio, erano riusciti ad acquistare dalla baronessa Lipari, il feudo Foieri, che si estendeva per 270 ettari. Un’iniziativa di grande rilevanza sociale, che poneva un ulteriore tassello alla fine della gestione feudale delle terre, ma che venne immediatamente contrastata dai gabellieri dell’epoca, i quali avevano gestito il feudo sino ad allora. Nel quadro del forte conflitto scaturito, maturò, probabilmente, il delitto Battaglia.

Carmelo Battaglia, assieme agli altri sindacalisti socialisti uccisi, dovrebbe essere recuperato non solo alla memoria storica, ma anche all’attualità politica, per illustrare una via alla sinistra legata ai valori di democrazia, di legalità, del lavoro, di diritti sociali, che si possono sintetizzare in un modo soltanto: socialismo!

Maurizio Ballistreri

Berlinguer, la storia raccontata dai vincitori

Ieri sera, mettendo da parte qualsiasi pregiudizio, sono andato a vedere “Quando c’era Berlinguer”. Un bel film, non c’è che dire. Walter Veltroni (almeno) in questo è stato in gamba. La storia di un Politico come lui devo dire che mi ha fatto emozionare ed a tratti è stata anche commovente. Solo una persona che mette davvero passione in quel che fa può continuare un comizio fino alla fine malgrado quel malore che poi lo avrebbe portato alla morte. Non posso dire sino in fondo che fosse onesto, almeno prima di definire meglio la parola “onestà”, però era sicuramente una gran persona (come tante certo) da cui prendere esempio. 

Solo una cosa mi fa ancora pensare e mi rende seriamente triste. Veltroni, nella presentazione, ha detto che questo film lo dedica ai giovani (non mi stupisco, ma in fondo condivido) i quali, nella stragrande maggioranza dei casi, ignorano chi fosse Berlinguer. Giusto, ma quanti sono i grandissimi personaggi della politica o no, che sono quasi completamente dimenticati? Anche dai più anziani! Ora, forse direte che sono un “tifoso” o un “fissato”, ma tra i tanti che nella prima parte del film ridevano divertiti (qualcuno anche con una certa aria di superiorità) alle affermazioni errate dei ragazzi intervistati su chi fosse Berlinguer, quanti sapevano ad esempio chi fosse Pietro Nenni? O Ugo La Malfa, che nel film sembra quasi presentato come uno dei più accaniti comunisti, o i fratelli Rosselli, dei quali la concezione di “liberal socialismo” sembra essere stata ereditata (e io lì mi sono arrabbiato) dal PCI dell’epoca piuttosto che da Craxi!

Insomma Veltroni (e chi lo segue) ha concepito questo film come una “missione” per far conoscere lo sconosciutissimo Berlinguer al mondo, quando però in realtà la “cultura egemone” che c’è ora in Italia è proprio la sua! Il comunismo ha fallito, ma in Italia i comunisti hanno vinto. La socialdemocrazia ha trionfato, ma i socialisti hanno perso. È questa la verità che chi come me fa parte di questi ultimi, deve ingoiare a fatica. Persino da parte di chi è entrato da poco nella casa del socialismo europeo, e che dovrebbe quindi essere chiamato “compagno”.

Non è una lamentela. È la triste realtà delle cose. Va cambiata certo: la mia passione politica si deve (anche!) a questo, ma non rendersene conto è un grave errore. Se le cose in Italia fossero andate diversamente ora su quel palco ci sarebbe di certo un film dedicato a qualcun altro. Ma pazienza. Ognuno racconta la propria storia come può e soprattutto come vuole. È così per tutti! Loro giustamente raccontano la loro. Noi, compagni, raccontiamo la nostra.

Enrico Pedrelli

 

Il sindacato arretra
come la democrazia

Il Primo Maggio 2014 è stato celebrato all’insegna della grave crisi del lavoro nel nostro Paese: la disoccupazione è diffusa e ormai strutturale, soprattutto per i giovani e nel Mezzogiorno, mentre il lavoro esistente è segnato da precarizzazione e insicurezza. Le cause vanno ricercate certamente nella globalizzazione economica che ha imposto il fenomeno delle delocalizzazioni e del dumping sociale, mentre è venuta meno il tradizionale lavoro fordista e gran parte dell’Europa, tra cui l’Italia, è sotto il peso di politiche monetariste e fiscali rigoriste, che hanno provocato una recessione dai costi sociali insopportabili.

Ma la Festa del lavoro di quest’anno ha evidenziato anche la crisi della rappresentanza sindacale, in un certo senso simmetrica a quella del lavoro.

Un flashback rende bene l’idea: il 6 luglio 1970: il governo presieduto dal democristiano Mariano Rumor si dimette dopo la proclamazione di uno sciopero generale per le riforme da parte di Cgil, Cisl, Uil; il 28 marzo 2014: il premier Matteo Renzi dichiara a proposito della riforma del lavoro che introduce nuova flessibilità: “basta veti dei sindacati”, nel mentre annuncia la soppressione del Cnel, il “parlamentino” delle organizzazioni dei lavoratori e delle imprese previsto dalla Costituzione e il taglio dei permessi sindacali nel pubblico impiego, puntando l’indice contro le grandi risorse economiche gestite dai sindacati; d’altronde, già Mario Monti nel 2012 aveva realizzato una “controriforma” sulle pensioni senza consultare i sindacati, che, in verità neppure avevano promosso azioni conflittuali. Tra una data e l’altra si consuma quella che uno dei più autorevoli sociologi del lavoro, Aris Accornero, ha definito la “parabola del sindacato” in Italia. Dagli “anni ruggenti” dell’Autunno caldo, con le grandi conquiste sociali (tra cui lo Statuto dei lavoratori, l’adeguamento trimestrale dei salari, la contrattazione sull’organizzazione del lavoro in azienda, l’intervento su tutti i grandi temi economici e sociali nazionali e sul territorio), che fecero parlare di “pansindacalismo” e di sindacato “soggetto politico”, con governi e imprenditori spesso subalterni delle confederazioni sindacali, alle prime esperienze di concertazione negli anni ’80 del Novecento, sino al successivo decennio, con il ruolo fondamentale, a partire dall’accordo del 23 luglio 1993, nelle politiche dei redditi per il risanamento della finanza pubblica, tutelando retribuzioni e Stato sociale.

Un ciclo lungo di potere e conflittualità sindacale, solo scalfito nell’autunno del 1980 dalla sconfitta nella “Vertenza-Fiat” e dalla drammatica divisione tra Cisl e Uil da una parte e Cgil dall’altra, dopo che il Pci guidato da Enrico Berlinguer aveva posto il veto, il 14 febbraio 1984, sulla riforma della scala mobile proposta dal governo presieduto dal leader socialista Bettino Craxi, per battere, così come avvenne, l’inflazione e rilanciare lo sviluppo economico e sociale del Paese.

A partire dal 2001 la parabola comincia a discendere, con una fase di divisioni tra le confederazioni, che passa per gli accordi separati di Cisl e Uil con il governo di centrodestra di Berlusconi, il 5 luglio 2001, con Confindustria sulla struttura contrattuale il 22 gennaio 2009 e alla Fiat tra il 2010 e il 2012: un sindacato stretto tra la disponibilità, comunque, di queste organizzazioni sindacali a sottoscrivere accordi con governi, associazioni datoriali e aziende, e, di converso, il rifiuto pregiudiziale della Cgil a qualunque intesa.

Le tre centrali sindacali sembrano ormai espunte dai tavoli del confronto con i governi, con il potere d’acquisto ritornato a quello del 1973, il welfare ridotto e l’occupazione in drammatica diminuzione. Nella crisi della rappresentanza politica si inserisce anche quella delle organizzazioni collettive, parte costitutiva della “società di mezzo” tra individuo e Stato; le rappresentanze d’impresa, del lavoro, degli enti locali sottoposte ad un processo di delegittimazione, a fronte della quale si sviluppano, da parte di piccole organizzazioni di base, le spinte all’autorappresentanza quale contraltare al dominio della finanza globale e del monetarismo europeo germanocentrico.

Un mal sottile che il segretario della Fiom, Maurizio Landini, identifica nell’esigenza che “o il sindacato cambia o è destinato a morire”, affermando: “Se è vero che sempre più cittadini non vanno a votare, è anche vero che la maggior parte dei lavoratori non è iscritto ad alcun sindacato” e che è anche assenza del “carisma” weberiano: non è più il tempo di leader indiscussi e prestigiosi come Lama, Trentin, Carniti e Benvenuto.

E così, la democrazia, già vulnerata dal primato della finanza sulla politica, subisce un nuovo arretramento a causa della crisi delle organizzazioni dei lavoratori.

 Maurizio Ballistreri

Da Occhetto a Renzi: come ha deragliato la sinistra

Intervista a MarxDonald Sassoon, professore di Storia europea comparata e allievo di Eric Hobsbawm, in “Intervista immaginaria con Karl Marx” chiede al celebre scienziato sociale dell’Ottocento alcune valutazioni sul merito dell’azione politica dei rappresentanti della sinistra attuale e su tante altre questioni concernenti le società moderne. Per molti tra coloro che si considerano rivoluzionari “duri e puri”, il testo di Sassoon, che riporta le ipotetiche critiche di Marx alla crisi dei partiti della sinistra, è una “summa di giudizi storico-politici errati e di luoghi comuni che ben chiarisce perché l’autore abbia così ascolto in Italia”. Al contrario, l’esperienza che le società moderne sono costrette a vivere loro malgrado, a causa della crisi dei partiti della sinistra, dimostra solo che le interpretazioni integralistiche del pensiero marxiano sono venate di stalinismo e giustifica la condanna dei loro autori ad essere relegati tra i “rifiuti della storia”; ciò non perché non sia vero, come affermano, che i partiti della sinistra tradizionale sono in crisi perché divenuti incapaci di risolvere i problemi delle società attuali, ma perché la loro crisi, anziché essere ricondotta alla mancata interpretazione dei problemi sociali moderni, secondo la prospettiva del metodo del materialismo storico, si sarebbero allontanati dall’interpretazione fanatica dei testi marxiani, propria della tradizione leninista-stalinista. Continua a leggere