Banche. Il grido di allarme dei socialisti

santoro buemi del bue

Alla sala Caduti di Nassiriya del Senato conferenza stampa sulla crisi delle banche promossa dall’Avanti!, con la partecipazione del direttore Mauro Del Bue, del presidente dell’associazione Interessi comuni Angelo Santoro e del senatore Enrico Buemi. Del Bue nella sua introduzione ha ricordato i tre temi che i socialisti intendono mettere sul tappeto. Il primo si riferisce alla proposta di legge che ha come primo firmatario proprio Buemi, per la istituzione di una commissione d’indagine sulle banche, e che é stata presentata già nel dicembre del 2015. Si tratta di un’iniziativa che poneva l’esigenza di un’indagine sistemica sulla situazione di crisi degli istituti di credito italiani prima della vicenda delle quattro banche e del dramma Mps. Il secondo si riferisce al diniego della competente commissione del Senato a fornire i nomi dei grandi debitori insolventi del Mps e delle altre banche.

Quello dei socialisti è un grido di protesta e di allarme. Il terzo é attinente la proposta di una amnistia finanziaria rispetto alle segnalazioni della Centrale rischi bancaria dove i micro debitori vengono non solo schedati e impossibilitati a utilizzare una qualsiasi banca, ma in molti casi devono per questo chiudere la loro attività, mentre i macro debitori vengono coperti e mai segnalati continuando cosi a far danni al sistema. Santoro ha richiamato il fatto che in questa crisi è venuta meno la fiducia dei cittadini nei confronti delle banche e ha approfondito il tema dell’amnistia finanziaria. A suo giudizio è una questione di equità. I pesci grossi non possono continuare a nuotare mangiandosi quelli piccoli. Santoro ha anche aperto una riflessione sulle banche diventate private, vedasi Banca d’Italia, che si comportano ancora come se fossero pubbliche. E Buemi ha evidenziato in particolare la necessità di una riforma complessiva del sistema bancario. Ha dichiarato in particolare la necessità di tornare alla distinzione tra banche di regolamentazione dei prestiti e dei risparmi e quelle d’affari. La contraddizione consiste nell’utilizzare il risparmio privato in attività a rischio. Questo ha generato una funzione del settore bancario in cui la prima é assolutamente secondaria rispetto alla seconda. Sulla proposta di legge per la costituzione della commissione d’indagine, con poteri giudiziari, Buemi ha messo in risalto, infine, che le proposte di legge, in tutto diciassette, sono di natura parziale e che solo quella socialista punta l’indice contro l’intero sistema.

Terremoto. Buemi: “Ora norme per i lavoratori”

Terremoto NorditaliaIl premier Paolo Gentiloni si è recato oggi nelle zone colpite dal terremoto. “Una parte del nostro paese è stata ripetutamente colpita in modo molto grave. Non si è trattato solo di un episodio ma purtroppo di una sequenza. Questo non deve incrinare la coesione delle nostre comunità e la fiducia nel futuro. Però bisogna lavorare e lavorare in fretta perché solo se le Istituzioni saranno veramente unite e rapide questo potrà consentire di restituire fiducia ai nostri territori”. Ha detto il premier nel corso della sua visita.

Nello stesso giorno i rettori delle Università di Camerino e Macerata, Flavio Corradini e Francesco Adornato, hanno sposato l’iniziativa per l’istituzione di una zona franca nei comuni delle aree del cratere sismico presentata dai socialisti una decina di giorni fa.

“Sfugge però ai magnifici rettori – spiegano i parlamentari Enrico Buemi, Serenella Fucksia e Remigio Ceroni – che da mesi ci stiamo occupando del terremoto portando avanti tutte le necessità del territorio marchigiano e che sin da subito abbiamo chiesto per i nostri conterranei case e non casette provvisorie. Ricordiamo ai magnifici rettori che lo Stato ha promesso la sospensione delle tasse che, terminata l’emergenza, si dovranno comunque pagare. Che questa popolazione martoriata dovrà pagare tasse e imposte ‘vecchie’ a cui si aggiungeranno quelle ‘nuove’ e che per le piccole aziende questo rappresenterà un ulteriore terremoto”.

Fucksia, Ceroni e Buemi spiegano quindi che “l’istituzione di una zona franca è fondamentale per consentire ai lavoratori autonomi e alle piccole e micro imprese, localizzati nei comuni del cratere, di beneficiare di agevolazioni fiscali per far ripartire la vita, l’economia, la normalità. La proposta di questo disegno di legge da noi sottoscritta, che indica in un triennio il periodo congruo di esenzione dalle imposte durante il quale si spera che l’opera di ricostruzione possa ripristinare quanto perduto, ci appare una misura efficiente ed efficace, oltre che doverosa, per dare un supporto adeguato a chi ha subito gravi perdite e si troverà ad operare nel prossimo futuro in una situazione di estrema difficoltà. In questo modo – concludono – i piccoli centri colpiti dal sisma potranno rinascere perché non è sufficiente ricostruire le case se contemporaneamente non si propongono norme specificatamente dedicate a garantire il lavoro e i lavoratori. A questo, a testa bassa e senza tanti proclami, stiamo lavorando”.

PM A GIUDIZIO

giudicicassazioneInaugurazione dell’anno giudiziario con il botto e… le scintille. Per la prima volta nella storia dell’apertura dell’anno giudiziario manca l’Anm (Associazione nazionale magistrati), mentre il Procuratore generale della Cassazione Ciccolo bacchetta i Pubblici ministeri.

Viceversa quest’anno era presente tra il pubblico, accanto al Capo dello Stato Sergio Mattarella, Paolo Gentiloni a differenza dell’ex presidente del Consiglio Matteo Renzi, che negli anni scorsi non aveva mai partecipato all’appuntamento.
“Una scelta sofferta e simbolica, che non deve essere letta come uno sgarbo istituzionale”: così i vertici dell’Anm spiegano la loro diserzione della cerimonia di inaugurazione dell’anno giudiziario, che si è appena tenuta in Cassazione. Si è trattato della “ferma risposta agli impegni politici non mantenuti” da parte del governo e della “manifestazione del dissenso verso l’intervento normativo che ci preoccupa”. Il riferimento esplicito è al decreto del governo che ha prorogato il mantenimento in servizio fino a 72 anni di “pochissimi magistrati”, 18 in tutto, e tutti con incarichi di vertice alla Corte di Cassazione.

Da parte della Cassazione invece non sono mancati rimproveri verso i pubblici ministeri colpevoli del “fenomeno grave della fuga di notizie”.

“Dinanzi al fenomeno della fuga di notizie – spiega l’alto magistrato, il Pg della Cassazione, Pasquale Ciccolo -, fenomeno grave perché rischia di ledere il principio costituzionale di non colpevolezza, più volte viene invocato l’intervento del mio ufficio, che risulta quasi sempre sterile per la obiettiva difficoltà di individuare le singole responsabilità”. Altro tema “delicato” sollevato dal Pg “è quello del riserbo, sul quale già l’anno scorso mi sono soffermato ricordando che la stessa Corte di Strasburgo ha ribadito che ai magistrati è imposta la massima discrezione anche là dove si sia trattato di sostenere pubblicamente le ragioni e la bontà dell’attività giudiziaria svolta”.
Ma l’auspicio del Procuratore Generale della Cassazione, Paquale Ciccolo, è soprattutto che i magistrati parlino il meno possibile delle loro indagini. Ciccolo definisce “particolarmente delicate, ma solo raramente suscettibili di sindacato in sede disciplinare, le esternazioni di carattere politico e quelle concernenti vicende processuali in corso, potendo esse ingenerare nella collettività il convincimento, non importa se erroneo, che l’attività istituzionale del magistrato possa essere guidata da opinioni personali”. “Pericolo tanto maggiore – sottolinea Ciccolo – quanto più il magistrato sia conosciuto, stante il maggior impatto mediatico delle sue dichiarazioni. Anche questo anno, però, la conclusione del mio intervento vuole essere fiduciosa che l’istituzione giudiziaria farà fronte ai propri compiti, essenziali in ogni contesto sociale”.
Ma non è solo la sferzata contro la mancanza di riserbo e i conseguenti processi mediatici a preoccupare la Cassazione. Il presidente della Cassazione Giovanni Canzio critica nel suo intervento anche le indagini “troppo lunghe”. “Le Corti d’Appello – ricorda il primo presidente – denunciano un incremento esponenziale dei procedimenti legati all’ingresso di migranti, molti dei quali richiedenti protezione internazionale, insieme con la presenza di migliaia di minori non accompagnati. Il fenomeno nella sua complessità pone problemi di natura umanitaria, culturale, economica e sociale ma ha anche ripercussioni considerevoli a carico dell’amministrazione della giustizia, sia per la gravosa gestione dei procedimenti sia per gli alti costi che comporta”. Da qui “l’esigenza di un’urgente ridefinizione legislativa delle relative procedure in termini di semplificazione e accelerazione”. Canzio difende poi l’utilità della riforma penale e ribadisce il suo no al reato di clandestinità, pur sottolineando la necessità di un adeguato sistema repressivo contro il terrorismo internazionale. Canzio si sofferma anche sul tema della prescrizione, irrisoria in Cassazione (colpisce solo l’1,3% dei processi) ma che secondo lui andrebbe bloccata dopo la condanna in primo grado. Pochi dice ancora, sono i processi per corruzione. Nel Paese è molto avvertita la “percezione di una diffusa corruzione sia nella Pubblica amministrazione che tra i privati”, Canzio spiega che però tale percezione “non trova riscontro nelle rilevazioni delle statistiche giudiziarie. Il dato nazionale registra, infatti, un numero esiguo di giudizi penali per siffatti gravi delitti, con appena 273 procedimenti definiti nel 2016 in Cassazione, pari allo 0,5%”.

E sulle adozioni gay ribadisce che la Cassazione “non può e non intende sottrarsi al dovere di apprestare tutela ai diritti fondamentali della persona”, seguendo il “criterio guida dell’interesse preminente del minore”, ma “demandare il via esclusiva alla giurisdizione” la soluzione di questioni su scelte etico-sociali “non è la via preferibile”, sarebbe “da privilegiare il percorso ermeneutico disegnato sulla base di una chiara ed esplicita volontà legislativa”. Canzio chiede una legge per le adozioni e i figli di coppie ‘same sex’.

A ringraziare la Cassazione il ministro della giustizia, Andrea Orlando: “Il Presidente Canzio ha ben illustrato in quale direzione abbia proceduto l’attività di questa Corte, nei molti ambiti nei quali i pronunciamenti della Cassazione hanno inteso accompagnare l’evoluzione di una società sempre più complessa, assicurando congruenza con l’impianto costituzionale e uniforme saldezza degli indirizzi interpretativi”.
“Un compito cruciale, che compete in ultima istanza a questa Corte e dipende, quindi, dal suo funzionamento. Ha giovato – ricorda Orlando – in questo senso, l’adozione di nuovi moduli organizzativi. La riforma del processo civile in Cassazione, varata lo scorso anno, ha rappresentato una prima, rilevante risposta nella direzione auspicata di una riduzione delle pendenze”.
“Il decreto legge n. 168 del 2016 – spiga il Guardasigilli – ha previsto importanti strumenti deflattivi e significative modifiche di rito, anche al fine di favorire il ricorso a forme sintetiche di motivazione. Da questo punto di vista stiamo accompagnando questa indicazione con una serie di sforzi e con un confronto costante con la Procura Generale, con la Corte di Cassazione, con il Consiglio Nazionale Forense e con l’Avvocatura dello Stato. Aggiungo che il disegno di legge di riforma del processo civile, in discussione in Parlamento, si ispira ai medesimi principi di semplificazione”. E conclude sull’operato dell’Esecutivo: “Dovevamo misurarci con tre emergenze: il sovraffollamento carcerario, le carenze di personale, la mole dell’arretrato e i tempi della giustizia. Le abbiamo affrontate”.

Giudizio positivo è stato espresso anche dal Senatore Enrico Buemi, responsabile giustizia del Psi e membro della commissione Giustizia: “Il Procuratore generale e il Presidente della Cassazione con le loro relazioni hanno evidenziato hanno sì evidenziato i mali e i limiti della magistratura, come la fuga delle notizie e i casi di intercettazione, ma – aggiunge – molto è stato fatto in materia in questi ultimi anni”. E aggiunge: “C’è un clima nuovo di collaborazione con l’avvocatura civile e penale. L’Esecutivo inoltre si sta occupando proprio di questi problemi e sta producendo normative per sciogliere gli ultimi nodi”. Inoltre sulla polemica dell’Anm: “Pesa su questo clima positivo il sindacato dei magistrati che non vuole riconoscere e avere una visione più oggettiva della realtà”.

Per quanto riguarda l’assenza dell’Anm, è il vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura (Csm) Giovanni Legnini a lanciare un appello alla distensione nei rapporti fra Anm e governo: “Auspico fortemente – dice rivolto alla platea- che si possano superare le difficoltà proseguendo un percorso di innovazione nell’amministrazione della giustizia”. Ma il presidente dell’Anm PierCamillo Davigo nella conferenza stampa convocata subito dopo l’inaugurazione dell’anno giudiziario in Cassazione afferma per quanto riguarda il decreto che si tratta di “un vulnus senza precedenti in storia repubblica per quanto riguarda l’indipendenza e l’autonomia magistratura”.

Non basta una via per Craxi

Via Craxi a Milano?
Si tratta di una questione che, fosse per me, non sarebbe nemmeno da discutere. Il compagno Bettino Craxi merita tale riconoscimento, anzi penso meriti anche di più. Non voglio snocciolare le motivazioni. Sarei noioso, ripetitivo e, essendo nato nel 1993, ho potuto solo leggere i suoi scritti e studiare i suoi interventi. Quindi, lascerei questo compito a chi lo ha conosciuto direttamente. Voglio, però, elaborare alcune riflessioni… Mi fa piacere che il Sindaco Sala abbia raccolto la proposta e aperto un dibattito. Non posso dire lo stesso osservando, invece, l’opposizione a priori di alcuni esponenti della maggioranza milanese, primo fra tutti l’assessore PD Majorino che, così facendo, porta avanti le sue istanze insieme a Matteo Salvini. Una versione 2.0 dei lanciatori di monetine, simile a coloro che protestavano contro la proposta di intitolazione, promossa dall’ex Sindaco Moratti (corteo di protesta, formato da gruppi di estrema destra e sinistra, leghisti, Di Pietro e “giustizialisti” vari). Non credo ci sia altro da aggiungere, ma ritengo sia l’ulteriore dimostrazione di quanto sia complicato dialogare con alcune parti di PD. Al contrario, ho letto, con interesse, l’apertura di un mio corregionale, il Ministro Andrea Orlando. Proprio perché credo che Bettino Craxi meriti di più, vorrei lanciare un appello al Ministro Orlando. Infatti, credo che il modo migliore per sottolineare le innovazioni (termine utilizzato da Orlando), portate da Bettino Craxi sia intraprendere alcune iniziative fondamentali.
Perché non partire da una riforma della giustizia vera, netta e senza mediazioni? Durante questa legislatura, sono stati fatti passi avanti e il Ministro Orlando ha dimostrato sensibilità nei confronti di tematiche che socialisti (e anche Radicali) affrontano da molto tempo. Argomenti, sui quali i gruppi parlamentari del PSI (ed in particolare il Sen. Buemi) hanno offerto un importante contributo. Quindi, ben venga via Craxi a Milano, ma si ricordino e si tragga esempio da idee e azione politica del Compagno Bettino Craxi. Idee che non hanno neanche bisogno di essere attualizzate. Coraggio, Ministro Orlando. Sono sicuro che i socialisti, o almeno il sottoscritto, raccoglierebbero molto volentieri una sfida simile.

Interrogazione caso Marra di Enrico Buemi

Interrogazione sul caso Marra e il Fatto Quotidiano presentata dal Senatore socialista Enrico Buemi al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA
Al Ministro della giustizia. – Premessa la seguente scansione della copertura offerta dal “Fatto quotidiano”, in rapporto allo scandalo Marra:
– il 16 dicembre 2016 un articolo a firma Marco Lillo e Valeria Pacelli dà conto, come tutti gli altri organi d’informazione di quel giorno, del fatto che “intercettando così Scarpellini e una sua collaboratrice, (…), vengono fuori i contatti con Marra. Il 30 giugno il funzionario chiama (…): teme di essere rimosso dal suo incarico a causa di una “campagna di stampa” e chiede un intervento di Scarpellini – che non ci sarà – sull’editore del Messaggero, Francesco Gaetano Caltagirone”;
– il 17 dicembre 2016, in un articolo di prima pagina a firma Marco Travaglio (“Sala di rianimazione”) si dichiara, in ordine al Marra, che la sindaca Raggi “l’aveva nominato senza sapere – né poter sapere – nulla di quel fatto, scoperto dalla Procura di Roma con intercettazioni” e che i vertici del Campidoglio “non sono accusati né indagati di nulla e non si sa bene di che debbano rispondere, a parte dell’essersi fidati di un dirigente mai inquisito né sospettato di corruzione fino all’altroieri” (…) Su Marra invece nulla risultava, né sotto il profilo penale né sotto quello amministrativo”;
– il 17 dicembre 2016 un altro articolo (Antonio Massari, “Così parlò Marra: le bugie e l’incontro con Di Maio”) rivela i due tagli imposti dal Fatto quotidiano ad una intervista resa il 5 novembre precedente da Raffaele Marra al Fatto quotidiano. In un caso, si trattò di un “dettaglio che, per ragioni di spazio, rimase fuori dalla nostra intervista”. In un secondo caso, “altro non fu pubblicato perché non ci aveva convinto. A partire dalla menzogna oggi più evidente. Mentiva, Marra, quando diceva che non sentiva “da tre o quattro anni” l’uomo che due giorni fa è stato arrestato con lui per corruzione. Se non ci parlava direttamente, gli atti di indagine dimostrano che solo sei mesi fa, il 30 giugno, si rivolgeva alla sua segretaria, (…), per chiedere l’intercessione dell’immobiliarista nei confronti dei giornali del gruppo Caltagirone, che lo avevano preso di mira. Non se l’è bevuta Il Fatto Quotidiano che non riportò questa frase nell’intervista, e l’inchiesta ci ha dato ragione”;
– il 17 novembre 2016 un terzo articolo sullo stesso giornale (Marco Lillo e Valeria Pacelli, “Marra, gli strani affari a Malta tra contanti, scommesse e barche”) afferma che “il 5 novembre esce un’intervista a Marra di Valeria Pacelli e Antonio Massari che non ha fatto sconti a Marra, costretto a rispondere su tutto”;
si chiede di sapere:
– come facesse la redazione del Fatto quotidiano a considerare menzognera l’affermazione del Marra, circa l’assenza di rapporti recenti con lo Scarpellini, se non disponendo direttamente – al momento dell’intervista del 5 novembre – degli atti di indagine compiuti il 30 giugno (come di fatto ammesso nell’articolo “Così parlò Marra: le bugie e l’incontro con Di Maio”);
– chi siano i pubblici ufficiali che – dall’addetto all’intercettazione al titolare del fascicolo processuale nel quale i suoi contenuti sono stati riversati, compresi tutti i soggetti intermedi coinvolti nella procedura – erano a conoscenza il 5 novembre 2016 delle parole di Raffaele Marra, captate nella giornata del 30 giugno 2016;
– se una conclusione così dirompente per la deontologia giornalistica, quale la scelta di non pubblicare una parte del contenuto di un’intervista, non abbia potuto mettere sull’avviso l’intervistato e, pertanto, se essa, assunta consapevolmente, configuri dolo eventuale di fattispecie ulteriori e più gravi, rispetto alla mera divulgazione del contenuto di atti di indagine coperti da segreto.

Enrico Buemi

ETERNA CITTA’ FERMA

roma-cittaLa Città Eterna sembra finita nel ‘pantano’ dell’Amministrazione e non riesce a muoversi. Un bilancio disastroso per la Capitale, da tutti i punti di vista. Stavolta nel mirino proprio il Bilancio del Campidoglio, l’Oref, l’Organismo di Revisione Economica e Finanziaria del Comune di Roma ha bocciato il bilancio di previsione 2017-2019 in discussione in Assemblea Capitolina. L’Oref, nel documento con cui valuta con un parere “non favorevole” il testo del bilancio, ritiene “non sufficienti gli spazi di finanza pubblica necessari al rispetto dell’equilibrio finanziario in relazione alle necessità che potrebbero rivelarsi rispetto al riconoscimento dei debiti fuori bilancio”. Nel testo, si legge ancora, i revisori contabili del Campidoglio valutano anche le possibili criticità legate alle “passività potenziali comunque presenti e a tutte le altre criticità evidenziate nel presente parere”. Nel suo documento, l’OREF ha scritto che il comune di Roma ha sopravvalutato le entrate “non strutturali”, cioè quelle non regolari, come multe e recupero dell’evasione fiscale, e ha abbandonato il piano – iniziato dal precedente sindaco Ignazio Marino e proseguito dal commissario Francesco Paolo Tronca – che prevedeva la razionalizzazione e la vendita delle partecipazioni del comune in una serie di società che non c’entrano molto con l’amministrazione cittadina (come la società assicurativa Assicurazioni di Roma). A questo proposito, i revisori scrivono che non sono state rispettate «le raccomandazioni del ministero dell’Economia e le previsioni del piano di rientro in riferimento alla razionalizzazione e/o all’alienazione delle società partecipate», in particolare quelle che: «non svolgono attività per il raggiungimento dei fini istituzionali dell’Ente».
Un fatto senza precedenti che ora rischia di avere conseguenze gravissime per la città: con questa decisione, infatti, l’iter deve ripartire da capo e con ogni probabilità si andrà all’esercizio provvisorio.
C’è però un’altra via di uscita, ma sempre a breve termine, che dà un po’ più di tempo al sindaco in carica. Prima della crisi di governo, l’allora Residente del Consiglio, Matteo Renzi, il 4 dicembre aveva concordato con l’Anci, l’associazione dei Comuni italiani di inserire una proroga fino al 31 marzo per andare incontro alle città più problematiche, come Roma Capitale. Una decisione che doveva essere inserita nella legge di Bilancio, già approvata dalla Camera. Ma dopo il referendum, con la crisi di governo in corso, al Senato la legge di bilancio passò velocemente e senza alcuna modifica. Col risultato che la norma non venne stata inserita. “Probabilmente lo sarà – spiega Guido Castelli, delegato alla finanza locale dell’Anci e sindaco di Ascoli – non credo il governo abbia problemi a trasformarla in un decreto. Credo ci sia l’accordo di tutti”.
Virgina Raggi ha quindi tempo fino al 28 febbraio per rivedere e uniformare il bilancio del Comune di Roma.
L’ironia della sorte vuole poi che proprio lo scorso anno, il 21 giugno 2015, Virginia Raggi dai banchi dell’opposizione attaccava la giunta Marino sul Bilancio: “L’Oref è un organo indipendente, che noi dovremmo ascoltare molto attentamente quando ogni volta che ci invia relazioni sui bilanci e formula queste eccezioni e riserve che ci dovrebbero indurre a fare qualche passo indietro e a modificare il tiro”. L’attuale sindaco di Roma proseguiva: “Il sindaco ha chiamato il Mef ma non ascolta l’Oref. Un sindaco che fa parte del sistema e che vuole demolire il sistema fa rabbrividire. Sembra Tommasi di Lampedusa”.
Ma la bocciatura del bilancio di previsione della giunta Raggi ha scatenato una nuova polemica in Campidoglio, tra i quali non poteva mancare Roberto Giachetti, che è intervenuto a Radio accusano Campus: “Siamo allo sbando, ora dobbiamo capire cosa succede, anche perché non è che è stata fatta una correzione o un rilievo, è stato detto che va smontato e rimontato il bilancio, il che significa che deve ricominciare a fare tutti i giri, tra giunta e municipi. Il problema più grande è che sono sei mesi che si discute soltanto di poltrone, di nomi, di faide interne al Movimento Cinque Stelle, la città è ferma e noi questa cosa non ce la possiamo permettere”. Aggiungendo: “C’è stata una sottovalutazione del grande lavoro che c’è da fare a Roma. E poi c’è arroganza, scarsa umiltà. Tutto si è girato dando la colpa esclusivamente alle responsabilità del passato. Il tema delle responsabilità del passato, che ovviamente ci sono, può essere usato una settimana, quindici giorni, un mese. Dopo sei mesi diventata scontato”.
Nel frattempo la Giunta continua a perdere i pezzi, Daniele Frongia e Salvatore Romeo dicono addio ai loro incarichi di vicesindaco e capo della segreteria di Virginia Raggi, che esce di fatto commissariata dalla crisi aperta dall’arresto di Raffaele Marra. Proprio sul caso Marra e sui rapporti con il Fatto Quotidiano, il senatore Enrico Buemi ha presentato oggi un’interrogazione a risposta scritta al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando su come facesse la redazione a sapere “degli atti di indagine compiuti il 30 giugno” sui contatti tra Sergio Scarpellini, uno dei più noti immobiliaristi di Roma e Raffaele Marra.

Inchieste Roma e Milano. Buemi: “Controlli preventivi”

roma-e-milanoNon solo la Capitale, in questi giorni un’altra città importante come Milano è finita nella bufera delle indagini. L’inchiesta sugli appalti durante l’Expo è arrivata al punto da andare a toccare proprio la figura del Primo cittadino Sala. Gli eventi incalzano e le diverse inchieste coinvolgono personaggi di spicco delle amministrazioni locali, come a Roma dove è finito agli arresti l’attuale capo del personale del Campidoglio, Raffaele Marra.
“Sono anni che i controlli amministrativi sugli enti locali sono venuti meno in ossequio a un malinteso federalismo o a un malaccorto regresso della funzione di vigilanza dello Stato”. Così il senatore Enrico Buemi, Capogruppo socialista in commissione giustizia, ha commentato le recenti inchieste sulle amministrazioni locali. “Ne sono derivate supplenze della magistratura penale che, in questi giorni, paralizzano l’operato dei principali Comuni d’Italia”, ha spiegato. “Fermo restando che i socialisti attendono con la massima fiducia il celere responso delle inchieste, non possiamo che lamentare con forza l’assenza di una funzione preventiva del dissesto amministrativo, in fase di controlli sugli enti locali”, ha continuato il senatore socialista. “Questo ruolo non può essere affidato alla sola ANAC, che opera su segnalazione – ha spiegato Buemi – occorre una vigilanza a tappeto su tutti gli atti degli amministratori locali, mediante una serie di organismi decentrati che siano composti da magistrati a rotazione e che siano responsabili di un visto di legittimità e di economicità delle scelte dei dirigenti di comuni e regioni”. “Proporrò un disegno di legge in tal senso e mi auguro che la sede di riflessione – riaperta dalla Corte costituzionale con la sentenza di parziale incostituzionalità della legge Madia – consenta al Parlamento di impiegare la fase finale della legislatura: prevenire è meglio che curare”, ha concluso Buemi.
Ma mentre a Milano è rientrato lo scandalo dopo gli accertamenti e il ritorno di Sala al Municipio, Roma continua a essere al centro del ciclone giudiziario e mediatico. Un’inchiesta del settimanale L’Espresso aveva rivelato già come Marra e la moglie fossero riusciti a comprare a prezzi bassi case da privati ed enti come la Fondazione Enasarco. Marra negli uffici del Campidoglio veniva definito come ‘il vero sindaco di Roma’, mentre la sindaca di Roma Virginia Raggi più volte in passato si era spesa in sua difesa, affidandogli la carica di capo del personale del Campidoglio. L’ennesimo scossone per la giunta a guida Cinque stelle, ma non sono i soli a dover fare i conti con inchieste e malaffare.

DOPPIA FIDUCIA

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Dopo aver incassato la fiducia alla Camera, Gentiloni fa il bis al Senato con 169 voti favorevoli, 99 voti contrari e 0 astenuti. Ala e Lega non hanno partecipato al voto mentre il M5S ha votato contro. Il governo di Matteo Renzi, il 25 febbraio del 2014, ottenne la prima fiducia del Senato con lo stesso numero di voti favorevoli.

“Per il tempo necessario in questa delicata transizione servirò con umiltà gli interessi del Paese – ha detto il presidente del Consiglio in Aula per la fiducia.  “Una fiducia un po’ particolare”, come ha detto lo Gentiloni, avendo “condiviso pienamente la riforma costituzionale approvata ripetutamente in questa Aula” e che avrebbe eliminato il bicameralismo paritario, se fosse stata ratificata dalla consultazione popolare. Quindi ribadisce alcuni punti programmatici già espressi martedì a Montecitorio – “lavoro, lavoro, lavoro” e poi “Sud per cui servono risposte credibili” – e, in generale, indica due obiettivi: “dare stabilità al Paese” e completare “le riforme avviate”.

La prova del Senato è quella più difficile, con i mal di pancia di Ala insoddisfatta dalla lista dei ministri che la ha lasciata a bocca asciutta contrariamente alle sue aspettative. Ala non parteciperà al voto, spera evidentemente che le loro rimostranza possano dare frutto più avanti. Ci sono in ballo la vicepresidenza dell’Aula del Senato e la presidenza di commissione affari costituzionali lasciate libere rispettivamente dai neo ministri Fedeli e Finocchiaro.  Il senatore di Ala-Sc Riccardo Mazzoni ha parlato del principio “della dignità politica che non ci ha voluto riconoscere sulla base di una conventio ad excludendum che non comprendiamo”.

Gentiloni è intervenuto nella replica della discussione sulla fiducia. “Non siamo innamorati della continuità – ha detto ancora il presidente – abbiamo anzi rivolto una proposta all’insieme delle forze parlamentari per individuare una convergenza più larga. C’è stata una indisponibilità: non un amore della continuità ma la presa d’atto di questa situazione ha spinto le forze che hanno sostenuto questa maggioranza a dar vita a questo governo, per responsabilità”. Non è un governo di inizio legislatura ma innanzitutto deve completare la eccezionale opera di riforma, innovazione, modernizzazione di questi ultimi anni”.  Il premier ha anche sottolineato con forza la necessità di una riforma della legge elettorale “a prescindere da quanto durerà la legislatura”. Nella conclusione del suo intervento citando Carlo Azeglio Ciampi, Gentiloni ha ribadito la sua intenzione “per quanto durerà questa delicata transizione” di “servire con umiltà il Paese”.

E proprio sulla durata del Governo è il ministro Poletti a porre subito un limite. L’occasione viene dalla notizia secondo la quale la Corte costituzionale esaminerà nella camera di consiglio dell’11 gennaio 2017 l’ammissibilità delle richieste relative a tre referendum abrogativi tutte concernenti disposizioni in materia di lavoro, comprese misure presenti nel Jobs Act. “Se si vota prima del referendum –  ha commentato Poletti – il problema non si pone. Ed è questo, con un governo che fa la legge elettorale e poi lascia il campo, lo scenario più probabile. Sulla data dell’esame della Consulta è tutto come previsto”.

Per i Socialisti è Leggi l’intervenuto del Senatore Enrico Buemi: “Quanto è accaduto in queste settimane – ha detto – dimostra che si può uscire rapidamente da una crisi di governo e che si può rapidamente approvare nelle due Camere leggi importanti come la legge di bilancio, senza eliminare la doppia approvazione di Camera e Senato”. “Per quanto riguarda la prospettiva di questa legislatura – ha aggiunto – resto fedele all’imperativo di conseguire il più possibile la razionalizzazione e modernizzazione del meccanismo decisionale all’interno dell’assetto costituzionale esistente, fermo restando l’auspicio che la revisione costituzionale sia affidata, se si ritiene utile procedere a cambiamenti, a una futura legislatura secondo il metodo condiviso e proporzionale dell’Assemblea costituente”. “Da ora fino a fine legislatura le garantiamo l’appoggio sui provvedimenti che riguardano i problemi del Paese, i terremotati, la crisi economica e bancaria, il lavoro e la creazione di nuove opportunità per le nuove e vecchie generazioni, la legge elettorale, che oggi è sulla bocca di tutti, ma che in passato veniva tralasciata mentre noi abbiamo presentato in epoca non sospetta una proposta che recuperasse l’esperienza degli anni Novanta e Duemila con il Mattarellum, con il quale – ha concluso Buemi – si erano sperimentate maggioranze di vario tipo e su cui si possono apportare modifiche”.

Intervento di Enrico Buemi sulla fiducia al Governo Gentiloni al Senato

 “Signor presidente, colleghi, Signor Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, desidero esprimere l’apprezzamento dei socialisti per lo sforzo che sta compiendo e per le fatiche che attendono Lei e il suo Governo. Esecutivi che piacciano al 100 per cento è difficile averne: i Governi sono come le camicie confezionate su misura al momento e tendono a rispondere a esigenze del tempo ma a volte hanno qualche grinza. Tuttavia anche le grinze, se non posizionate in maniera sconveniente, possono avere e dare carattere.

Apprezziamo le sue messe a punto rispetto al dibattito prevalentemente portato avanti fuori dalle Camere, in particolare da parte di quanti non hanno voce in capitolo in Parlamento, ma giocano, magari cambiando casacca, la partita dei gufi e dei cosiddetti antigufi.

Concordo con lei sulle sue messe a punto costituzionali. Dobbiamo tornare al rispetto della Costituzione scritta e confermata dal referendum del 4 dicembre.

Signor Presidente, quanto è accaduto in queste settimane dimostra che si può uscire rapidamente da una crisi di Governo e che si può rapidamente approvare nelle due Camere leggi importanti come la legge di bilancio, senza eliminare la doppia approvazione di Camera e Senato. In particolare, il Senato, dopo la conferma del referendum, oltre a essere un’istituzione millenaria, ha dimostrato di essere un ventenne che è in grado di fare rapidamente chilometri di corsa che, in altre epoche, sono state risolte nell’arco di un giorno. La sua abilità a rimettere in campo verve e senso di responsabilità è evidente. Credo che dobbiamo fare in modo che lei possa lavorare e che il Parlamento possa lavorare. A questo proposito, non so se per volontà di dio, della cui esistenza personalmente ho qualche dubbio, ma di altri della cui esistenza ho grande evidenza, è meglio che si superi il cincischiamento di questi ultimi mesi per l’attesa del grande evento che avrebbe dovuto cambiare la stagione di questo nostro Paese. Come Parlamento dovremmo occuparci di alcune questioni di cui si parla da tempo e che riguardano direttamente la nostra capacità di muoverci con chiarezza e rapidità. Signor Presidente, su questi provvedimenti chiedo la sua benevola attenzione. I provvedimenti partono dalla considerazione che le grandi riforme, a volte, sono piccole cose rispetto alla fatica, ma di grande significato.

Per quanto riguarda la prospettiva di questa legislatura, resto fedele all’imperativo di conseguire il più possibile la razionalizzazione e modernizzazione del meccanismo decisionale all’interno dell’assetto costituzionale esistente, fermo restando l’auspicio che la revisione costituzionale sia affidata, se si ritiene utile procedere a cambiamenti, a una futura legislatura secondo il metodo condiviso e proporzionale dell’Assemblea costituente. Da ora fino a fine legislatura le garantiamo l’appoggio sui provvedimenti che ha annunciato e sui quali concordiamo pienamente, che riguardano i problemi del Paese, i terremotati, la crisi economica e bancaria, il lavoro e la creazione di nuove opportunità per le nuove e vecchie generazioni, la legge elettorale, che oggi è sulla bocca di tutti, ma che in passato veniva tralasciata mentre noi abbiamo presentato in epoca non sospetta una proposta che recuperasse l’esperienza degli anni Novanta e Duemila con il Mattarellum, con il quale si erano sperimentate maggioranze di vario tipo e su cui si possono apportare modifiche. Comunque, si è trattato di una sperimentazione positiva. Nella presente legislatura vi è la possibilità di procedere mediante riforme regolamentari – in questo senso mi rivolgo agli assenti che erano per il no perché alcune modifiche di sostanza si potevano anche fare attraverso i Regolamenti e adesso è l’ora di modificare queste regole – per soddisfare le esigenze di immediata messa a punto del procedimento legislativo. Ecco perché, alla proposta di modifica del Regolamento del Senato, già da noi avanzata con il documento II, n. 19, per la salvaguardia delle esigenze di governabilità del Paese, abbiamo aggiunto questa mattina un ulteriore contributo al dibattito per conseguire sin da subito un regime a parlamentarismo razionalizzato. Per questo motivo, si introduce per via regolamentare l’istituto della sfiducia costruttiva salvaguardando i poteri del Capo dello Stato, ma nel contempo vincolando i senatori a confermare per iscritto il nome del candidato Premier su cui intenderebbero dare la fiducia, in modo da alleviare anche la fatica del nostro Presidente della Repubblica, che ha ben operato dando l’incarico a lei, signor Presidente, ma cui coloro che sono chiamati a votare in questa e nell’altra Assemblea credo debbano dare un contributo esplicito, senza ulteriori mediazioni.

Si snellisce il procedimento legislativo con la prevalenza, in via ordinaria, della sede redigente. Si valorizza la stanza di compensazione nella negoziazione sugli atti amministrativi generali tra Stato e autonomie locali, anche mediante partecipazioni miste ai lavori degli organi di emanazione dei relativi esecutivi: in primis, la Conferenza Stato-Regioni.

Si consente l’effetto acceleratorio, che finora è stato garantito dalla posizione della questione di fiducia, con un miglior regime di contingentamento dei tempi e con un regime di urgenza che attiene alla trattazione dei soli disegni di legge provenienti dall’altra Camera.

Si delimita la possibilità che i Gruppi siano strutture volatili che operano a copertura di fenomeni di trasformismo parlamentare. Si rimette la disciplina della struttura del rapporto tra risorse umane e logistiche e beni strumentali alla normativa esterna. Questo, signor Presidente, perché l’autonomia di queste Camere deve essere rispetto ai contenuti delle leggi e non ai procedimenti amministrativi interni, che devono essere sottoposti alle leggi dello Stato. Non c’è extraterritorialità per nessuno, neanche per queste Camere. Almeno, questo è il mio punto di vista.

Al Consiglio di Presidenza potrà essere consentito di approvare discipline derogatorie di singoli aspetti e della disciplina generale del pubblico impiego, motivate caso per caso per esigenze strettamente funzionali all’attività parlamentare e pubblicate immediatamente, per consentirne l’immediata attuazione. Al di là di qualsiasi autodichia, rigidamente esclusa, l’eventuale sindacato giurisdizionale è su iniziativa di chiunque abbia interesse.

Come vede, signor Presidente, c’è un lavoro, non solo per il suo Governo, non solo per questo Parlamento sui provvedimenti che lei riterrà opportuno debbano essere approvati, ma anche per una iniziativa autonoma del Parlamento rispetto alle questioni che nel dibattito referendario sono state poste e per le quali il sì e il no non potevano avere una risposta definitiva e assoluta rispetto a una posizione piuttosto che a un’altra.

Il buon senso deve portare a raccogliere le posizioni positive dell’una e dell’altra parte. Così come ha fatto lei, signor Presidente del Consiglio, recuperando una presenza di Ministri, di autorevoli colleghi, che hanno ben lavorato nel periodo precedente e che possono continuare a fare bene il loro lavoro fino alla fine della legislatura o, come ha detto lei, rispettando la Costituzione, fino a quando la fiducia del Parlamento ci sarà”.

UN ALTRO NO

cassazioneArriva un altro ‘NO’ ai ricorsi presentati per il Referendum costituzionale. Le Sezioni unite della Cassazione hanno respinto come inammissibile il ricorso del Codacons contro il quesito referendario e l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum. Tale ordinanza – hanno stabilito le Sezioni unite – non ha natura di atto giurisdizionale e quindi non può essere impugnata per via giurisdizionale, “men che mai dinanzi alla corte di Cassazione” di cui l’Ufficio per il referendum “costituisce un’articolazione interna”, si legge nella sentenza. No al Codacons anche dalla Corte Costituzionale che aveva convocato una camera di consiglio straordinaria per esaminare un’istanza dell’associazione di difesa dei consumatori che chiedeva di sollevare un conflitto d’attribuzione tra l’Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione e i cittadini elettori rappresentati dallo stesso Codacons. La Consulta ha dichiarato inammissibile il ricorso ritenendo che i ricorrenti non avessero i requisiti per esercitare l’azione, non essendo “poteri dello Stato” come richiede l’art. 134 della Costituzione.
In sostanza, secondo l’associazione dei consumatori l’Ufficio centrale, nel dichiarare la conformità del quesito, avrebbe superato i limiti interni della propria giurisdizione invadendo la sfera del governo. Ma nella sentenza redatta dal giudice Angelina Maria Perrino, depositata oggi, le Sezioni unite hanno stabilito da una parte che l’Ufficio centrale per il referendum ha natura giurisdizionale, essendo formato da giudici e incardinato presso la Cassazione, e che esso “svolge la propria attività in condizioni di neutralità”.
Dall’altra, però, le sue decisioni “hanno natura soltanto formale di atti giurisdizionali”. In realtà, infatti, il suo compito non è quello di “accertare l’avvenuta violazione di doveri e obblighi” ne’ di “comporre un contrasto” tra parti contrapposte; e neppure quello di “dare certezza definitiva a una situazione giuridica autonoma che la richieda” o di “gestire specifici e distinti interessi”. In particolare l’ordinanza che ammette il referendum “è immediatamente funzionale al decreto del Presidente della Repubblica” di indizione del referendum e si qualifica come “definitiva”. Per questo la stessa Corte Costituzionale ricorda la sentenza ritiene che nei confronti dell’Ufficio centrale sia ammissibile solo il conflitto d’attribuzione di fronte alla Consulta.
A meno di una settimana dalla data del Referendum continua la battaglia di entrambi gli schieramenti (favorevoli e contrari) alla Riforma Costituzionale. Ieri in Piazza del Popolo a Roma, circa 50mila persone arrivate da tutta Italia per dire No al referendum del 4 dicembre. Studenti e cassintegrati, anziani e famiglie con bambini in passeggino, movimenti per la casa e contro le grandi opere, italiani e immigrati, tutti sotto l’insegna di una manifestazione ‘C’è chi dice No’ per denunciare anche l’occupazione di governo e sostenitori del Sì delle reti Rai (con annesso bavaglio al No).
Sempre per quanto riguarda la ‘questione’ del Servizio Pubblico televisivo è intervenuto il senatore Enrico Buemi che ha lamentato la mancanza della ‘voce’ socialista in Rai, annunciando un’interrogazione parlamentare in proposito.
“Con un’unica eccezione, non c’è rete televisiva pubblica che in oltre due mesi abbia invitato i socialisti a dire la loro in una trasmissione dedicata al referendum. Quando non eravamo in parlamento ci rispondevano che l’assenza da Camera e Senato pregiudicava la possibilità di essere invitati. Ora che ci siamo, devono aver cambiato i criteri”. Sono le parole del senatore Enrico Buemi, membro della Segreteria nazionale del PSI, riguardo la mancanza di una quota di spazio per i socialisti sulle reti pubbliche durante la campagna elettorale.
“Ha un peso la rappresentanza parlamentare? – aggiunge – Bene, e allora perché si accolgono a braccia aperte esponenti solitari di partiti assenti dalle Camere? Perché sono amici di qualcuno? È un quesito che porrò alla Commissione di Vigilanza Rai. Un’interrogazione a risposta immediata”.
E mentre si avvicina la data del voto che sta spaccando l’opinione pubblica e infervorendo la propaganda politica di entrambi gli schieramenti, arriva un avvertimento dal mondo finanziario. Dal Financial Times arriva un nuovo affondo a favore del Sì al referendum italiano, stavolta analizzando i rischi per la tenuta del sistema bancario italiano.
Se il prossimo 4 dicembre “il premier Matteo Renzi perderà il referendum costituzionale fino a 8 banche italiane, quelle con più problemi, rischiano di fallire”, scrive il quotidiano britannico, secondo il quale, citando funzionari e banchieri di alto livello, l’eventuale vittoria del No tratterrebbe “gli investitori dal ricapitalizzare” gli istituti in difficoltà.
“Renzi – continua Ft – ha promosso una soluzione di mercato per risolvere i problemi da 4.000 miliardi di euro del sistema bancario italiano”. E nel caso di dimissioni di Renzi i banchiere temono “la protratta incertezza durante la creazione di un governo tecnico”. Secondo il Financial Times gli otto istituti a rischio sono Monte dei Paschi di Siena, la Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige, Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara.
Ma l’avvertimento del famoso quotidiano invece di rincuorare il Governo preoccupa per le dichiarazioni attinenti alle banche. “Le banche citate sono casi ben noti, non c’è notizia. Sono casi diversi da trattare con prospettive diverse”. Lo dice il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan rispondendo a chi gli chiede di commentare l’articolo del Financial Times sui rischi post referendum per le banche italiane. Padoan sottolinea come non ci sia “nulla di strano in quello che viene scritto”.
Secondo Padoan, i “problemi sono diversi e le strategie specifiche sono già a diversi stadi implementazioni. In taluni casi, sono in fase conclusione. Ciascun fase si gestisce da sola e in alcuni casi i management hanno già deciso e deliberato”.