Interrogazione caso Marra di Enrico Buemi

Interrogazione sul caso Marra e il Fatto Quotidiano presentata dal Senatore socialista Enrico Buemi al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando.

INTERROGAZIONE A RISPOSTA SCRITTA
Al Ministro della giustizia. – Premessa la seguente scansione della copertura offerta dal “Fatto quotidiano”, in rapporto allo scandalo Marra:
– il 16 dicembre 2016 un articolo a firma Marco Lillo e Valeria Pacelli dà conto, come tutti gli altri organi d’informazione di quel giorno, del fatto che “intercettando così Scarpellini e una sua collaboratrice, (…), vengono fuori i contatti con Marra. Il 30 giugno il funzionario chiama (…): teme di essere rimosso dal suo incarico a causa di una “campagna di stampa” e chiede un intervento di Scarpellini – che non ci sarà – sull’editore del Messaggero, Francesco Gaetano Caltagirone”;
– il 17 dicembre 2016, in un articolo di prima pagina a firma Marco Travaglio (“Sala di rianimazione”) si dichiara, in ordine al Marra, che la sindaca Raggi “l’aveva nominato senza sapere – né poter sapere – nulla di quel fatto, scoperto dalla Procura di Roma con intercettazioni” e che i vertici del Campidoglio “non sono accusati né indagati di nulla e non si sa bene di che debbano rispondere, a parte dell’essersi fidati di un dirigente mai inquisito né sospettato di corruzione fino all’altroieri” (…) Su Marra invece nulla risultava, né sotto il profilo penale né sotto quello amministrativo”;
– il 17 dicembre 2016 un altro articolo (Antonio Massari, “Così parlò Marra: le bugie e l’incontro con Di Maio”) rivela i due tagli imposti dal Fatto quotidiano ad una intervista resa il 5 novembre precedente da Raffaele Marra al Fatto quotidiano. In un caso, si trattò di un “dettaglio che, per ragioni di spazio, rimase fuori dalla nostra intervista”. In un secondo caso, “altro non fu pubblicato perché non ci aveva convinto. A partire dalla menzogna oggi più evidente. Mentiva, Marra, quando diceva che non sentiva “da tre o quattro anni” l’uomo che due giorni fa è stato arrestato con lui per corruzione. Se non ci parlava direttamente, gli atti di indagine dimostrano che solo sei mesi fa, il 30 giugno, si rivolgeva alla sua segretaria, (…), per chiedere l’intercessione dell’immobiliarista nei confronti dei giornali del gruppo Caltagirone, che lo avevano preso di mira. Non se l’è bevuta Il Fatto Quotidiano che non riportò questa frase nell’intervista, e l’inchiesta ci ha dato ragione”;
– il 17 novembre 2016 un terzo articolo sullo stesso giornale (Marco Lillo e Valeria Pacelli, “Marra, gli strani affari a Malta tra contanti, scommesse e barche”) afferma che “il 5 novembre esce un’intervista a Marra di Valeria Pacelli e Antonio Massari che non ha fatto sconti a Marra, costretto a rispondere su tutto”;
si chiede di sapere:
– come facesse la redazione del Fatto quotidiano a considerare menzognera l’affermazione del Marra, circa l’assenza di rapporti recenti con lo Scarpellini, se non disponendo direttamente – al momento dell’intervista del 5 novembre – degli atti di indagine compiuti il 30 giugno (come di fatto ammesso nell’articolo “Così parlò Marra: le bugie e l’incontro con Di Maio”);
– chi siano i pubblici ufficiali che – dall’addetto all’intercettazione al titolare del fascicolo processuale nel quale i suoi contenuti sono stati riversati, compresi tutti i soggetti intermedi coinvolti nella procedura – erano a conoscenza il 5 novembre 2016 delle parole di Raffaele Marra, captate nella giornata del 30 giugno 2016;
– se una conclusione così dirompente per la deontologia giornalistica, quale la scelta di non pubblicare una parte del contenuto di un’intervista, non abbia potuto mettere sull’avviso l’intervistato e, pertanto, se essa, assunta consapevolmente, configuri dolo eventuale di fattispecie ulteriori e più gravi, rispetto alla mera divulgazione del contenuto di atti di indagine coperti da segreto.

Enrico Buemi

ETERNA CITTA’ FERMA

roma-cittaLa Città Eterna sembra finita nel ‘pantano’ dell’Amministrazione e non riesce a muoversi. Un bilancio disastroso per la Capitale, da tutti i punti di vista. Stavolta nel mirino proprio il Bilancio del Campidoglio, l’Oref, l’Organismo di Revisione Economica e Finanziaria del Comune di Roma ha bocciato il bilancio di previsione 2017-2019 in discussione in Assemblea Capitolina. L’Oref, nel documento con cui valuta con un parere “non favorevole” il testo del bilancio, ritiene “non sufficienti gli spazi di finanza pubblica necessari al rispetto dell’equilibrio finanziario in relazione alle necessità che potrebbero rivelarsi rispetto al riconoscimento dei debiti fuori bilancio”. Nel testo, si legge ancora, i revisori contabili del Campidoglio valutano anche le possibili criticità legate alle “passività potenziali comunque presenti e a tutte le altre criticità evidenziate nel presente parere”. Nel suo documento, l’OREF ha scritto che il comune di Roma ha sopravvalutato le entrate “non strutturali”, cioè quelle non regolari, come multe e recupero dell’evasione fiscale, e ha abbandonato il piano – iniziato dal precedente sindaco Ignazio Marino e proseguito dal commissario Francesco Paolo Tronca – che prevedeva la razionalizzazione e la vendita delle partecipazioni del comune in una serie di società che non c’entrano molto con l’amministrazione cittadina (come la società assicurativa Assicurazioni di Roma). A questo proposito, i revisori scrivono che non sono state rispettate «le raccomandazioni del ministero dell’Economia e le previsioni del piano di rientro in riferimento alla razionalizzazione e/o all’alienazione delle società partecipate», in particolare quelle che: «non svolgono attività per il raggiungimento dei fini istituzionali dell’Ente».
Un fatto senza precedenti che ora rischia di avere conseguenze gravissime per la città: con questa decisione, infatti, l’iter deve ripartire da capo e con ogni probabilità si andrà all’esercizio provvisorio.
C’è però un’altra via di uscita, ma sempre a breve termine, che dà un po’ più di tempo al sindaco in carica. Prima della crisi di governo, l’allora Residente del Consiglio, Matteo Renzi, il 4 dicembre aveva concordato con l’Anci, l’associazione dei Comuni italiani di inserire una proroga fino al 31 marzo per andare incontro alle città più problematiche, come Roma Capitale. Una decisione che doveva essere inserita nella legge di Bilancio, già approvata dalla Camera. Ma dopo il referendum, con la crisi di governo in corso, al Senato la legge di bilancio passò velocemente e senza alcuna modifica. Col risultato che la norma non venne stata inserita. “Probabilmente lo sarà – spiega Guido Castelli, delegato alla finanza locale dell’Anci e sindaco di Ascoli – non credo il governo abbia problemi a trasformarla in un decreto. Credo ci sia l’accordo di tutti”.
Virgina Raggi ha quindi tempo fino al 28 febbraio per rivedere e uniformare il bilancio del Comune di Roma.
L’ironia della sorte vuole poi che proprio lo scorso anno, il 21 giugno 2015, Virginia Raggi dai banchi dell’opposizione attaccava la giunta Marino sul Bilancio: “L’Oref è un organo indipendente, che noi dovremmo ascoltare molto attentamente quando ogni volta che ci invia relazioni sui bilanci e formula queste eccezioni e riserve che ci dovrebbero indurre a fare qualche passo indietro e a modificare il tiro”. L’attuale sindaco di Roma proseguiva: “Il sindaco ha chiamato il Mef ma non ascolta l’Oref. Un sindaco che fa parte del sistema e che vuole demolire il sistema fa rabbrividire. Sembra Tommasi di Lampedusa”.
Ma la bocciatura del bilancio di previsione della giunta Raggi ha scatenato una nuova polemica in Campidoglio, tra i quali non poteva mancare Roberto Giachetti, che è intervenuto a Radio accusano Campus: “Siamo allo sbando, ora dobbiamo capire cosa succede, anche perché non è che è stata fatta una correzione o un rilievo, è stato detto che va smontato e rimontato il bilancio, il che significa che deve ricominciare a fare tutti i giri, tra giunta e municipi. Il problema più grande è che sono sei mesi che si discute soltanto di poltrone, di nomi, di faide interne al Movimento Cinque Stelle, la città è ferma e noi questa cosa non ce la possiamo permettere”. Aggiungendo: “C’è stata una sottovalutazione del grande lavoro che c’è da fare a Roma. E poi c’è arroganza, scarsa umiltà. Tutto si è girato dando la colpa esclusivamente alle responsabilità del passato. Il tema delle responsabilità del passato, che ovviamente ci sono, può essere usato una settimana, quindici giorni, un mese. Dopo sei mesi diventata scontato”.
Nel frattempo la Giunta continua a perdere i pezzi, Daniele Frongia e Salvatore Romeo dicono addio ai loro incarichi di vicesindaco e capo della segreteria di Virginia Raggi, che esce di fatto commissariata dalla crisi aperta dall’arresto di Raffaele Marra. Proprio sul caso Marra e sui rapporti con il Fatto Quotidiano, il senatore Enrico Buemi ha presentato oggi un’interrogazione a risposta scritta al Ministro della Giustizia, Andrea Orlando su come facesse la redazione a sapere “degli atti di indagine compiuti il 30 giugno” sui contatti tra Sergio Scarpellini, uno dei più noti immobiliaristi di Roma e Raffaele Marra.

Inchieste Roma e Milano. Buemi: “Controlli preventivi”

roma-e-milanoNon solo la Capitale, in questi giorni un’altra città importante come Milano è finita nella bufera delle indagini. L’inchiesta sugli appalti durante l’Expo è arrivata al punto da andare a toccare proprio la figura del Primo cittadino Sala. Gli eventi incalzano e le diverse inchieste coinvolgono personaggi di spicco delle amministrazioni locali, come a Roma dove è finito agli arresti l’attuale capo del personale del Campidoglio, Raffaele Marra.
“Sono anni che i controlli amministrativi sugli enti locali sono venuti meno in ossequio a un malinteso federalismo o a un malaccorto regresso della funzione di vigilanza dello Stato”. Così il senatore Enrico Buemi, Capogruppo socialista in commissione giustizia, ha commentato le recenti inchieste sulle amministrazioni locali. “Ne sono derivate supplenze della magistratura penale che, in questi giorni, paralizzano l’operato dei principali Comuni d’Italia”, ha spiegato. “Fermo restando che i socialisti attendono con la massima fiducia il celere responso delle inchieste, non possiamo che lamentare con forza l’assenza di una funzione preventiva del dissesto amministrativo, in fase di controlli sugli enti locali”, ha continuato il senatore socialista. “Questo ruolo non può essere affidato alla sola ANAC, che opera su segnalazione – ha spiegato Buemi – occorre una vigilanza a tappeto su tutti gli atti degli amministratori locali, mediante una serie di organismi decentrati che siano composti da magistrati a rotazione e che siano responsabili di un visto di legittimità e di economicità delle scelte dei dirigenti di comuni e regioni”. “Proporrò un disegno di legge in tal senso e mi auguro che la sede di riflessione – riaperta dalla Corte costituzionale con la sentenza di parziale incostituzionalità della legge Madia – consenta al Parlamento di impiegare la fase finale della legislatura: prevenire è meglio che curare”, ha concluso Buemi.
Ma mentre a Milano è rientrato lo scandalo dopo gli accertamenti e il ritorno di Sala al Municipio, Roma continua a essere al centro del ciclone giudiziario e mediatico. Un’inchiesta del settimanale L’Espresso aveva rivelato già come Marra e la moglie fossero riusciti a comprare a prezzi bassi case da privati ed enti come la Fondazione Enasarco. Marra negli uffici del Campidoglio veniva definito come ‘il vero sindaco di Roma’, mentre la sindaca di Roma Virginia Raggi più volte in passato si era spesa in sua difesa, affidandogli la carica di capo del personale del Campidoglio. L’ennesimo scossone per la giunta a guida Cinque stelle, ma non sono i soli a dover fare i conti con inchieste e malaffare.

DOPPIA FIDUCIA

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Dopo aver incassato la fiducia alla Camera, Gentiloni fa il bis al Senato con 169 voti favorevoli, 99 voti contrari e 0 astenuti. Ala e Lega non hanno partecipato al voto mentre il M5S ha votato contro. Il governo di Matteo Renzi, il 25 febbraio del 2014, ottenne la prima fiducia del Senato con lo stesso numero di voti favorevoli.

“Per il tempo necessario in questa delicata transizione servirò con umiltà gli interessi del Paese – ha detto il presidente del Consiglio in Aula per la fiducia.  “Una fiducia un po’ particolare”, come ha detto lo Gentiloni, avendo “condiviso pienamente la riforma costituzionale approvata ripetutamente in questa Aula” e che avrebbe eliminato il bicameralismo paritario, se fosse stata ratificata dalla consultazione popolare. Quindi ribadisce alcuni punti programmatici già espressi martedì a Montecitorio – “lavoro, lavoro, lavoro” e poi “Sud per cui servono risposte credibili” – e, in generale, indica due obiettivi: “dare stabilità al Paese” e completare “le riforme avviate”.

La prova del Senato è quella più difficile, con i mal di pancia di Ala insoddisfatta dalla lista dei ministri che la ha lasciata a bocca asciutta contrariamente alle sue aspettative. Ala non parteciperà al voto, spera evidentemente che le loro rimostranza possano dare frutto più avanti. Ci sono in ballo la vicepresidenza dell’Aula del Senato e la presidenza di commissione affari costituzionali lasciate libere rispettivamente dai neo ministri Fedeli e Finocchiaro.  Il senatore di Ala-Sc Riccardo Mazzoni ha parlato del principio “della dignità politica che non ci ha voluto riconoscere sulla base di una conventio ad excludendum che non comprendiamo”.

Gentiloni è intervenuto nella replica della discussione sulla fiducia. “Non siamo innamorati della continuità – ha detto ancora il presidente – abbiamo anzi rivolto una proposta all’insieme delle forze parlamentari per individuare una convergenza più larga. C’è stata una indisponibilità: non un amore della continuità ma la presa d’atto di questa situazione ha spinto le forze che hanno sostenuto questa maggioranza a dar vita a questo governo, per responsabilità”. Non è un governo di inizio legislatura ma innanzitutto deve completare la eccezionale opera di riforma, innovazione, modernizzazione di questi ultimi anni”.  Il premier ha anche sottolineato con forza la necessità di una riforma della legge elettorale “a prescindere da quanto durerà la legislatura”. Nella conclusione del suo intervento citando Carlo Azeglio Ciampi, Gentiloni ha ribadito la sua intenzione “per quanto durerà questa delicata transizione” di “servire con umiltà il Paese”.

E proprio sulla durata del Governo è il ministro Poletti a porre subito un limite. L’occasione viene dalla notizia secondo la quale la Corte costituzionale esaminerà nella camera di consiglio dell’11 gennaio 2017 l’ammissibilità delle richieste relative a tre referendum abrogativi tutte concernenti disposizioni in materia di lavoro, comprese misure presenti nel Jobs Act. “Se si vota prima del referendum –  ha commentato Poletti – il problema non si pone. Ed è questo, con un governo che fa la legge elettorale e poi lascia il campo, lo scenario più probabile. Sulla data dell’esame della Consulta è tutto come previsto”.

Per i Socialisti è Leggi l’intervenuto del Senatore Enrico Buemi: “Quanto è accaduto in queste settimane – ha detto – dimostra che si può uscire rapidamente da una crisi di governo e che si può rapidamente approvare nelle due Camere leggi importanti come la legge di bilancio, senza eliminare la doppia approvazione di Camera e Senato”. “Per quanto riguarda la prospettiva di questa legislatura – ha aggiunto – resto fedele all’imperativo di conseguire il più possibile la razionalizzazione e modernizzazione del meccanismo decisionale all’interno dell’assetto costituzionale esistente, fermo restando l’auspicio che la revisione costituzionale sia affidata, se si ritiene utile procedere a cambiamenti, a una futura legislatura secondo il metodo condiviso e proporzionale dell’Assemblea costituente”. “Da ora fino a fine legislatura le garantiamo l’appoggio sui provvedimenti che riguardano i problemi del Paese, i terremotati, la crisi economica e bancaria, il lavoro e la creazione di nuove opportunità per le nuove e vecchie generazioni, la legge elettorale, che oggi è sulla bocca di tutti, ma che in passato veniva tralasciata mentre noi abbiamo presentato in epoca non sospetta una proposta che recuperasse l’esperienza degli anni Novanta e Duemila con il Mattarellum, con il quale – ha concluso Buemi – si erano sperimentate maggioranze di vario tipo e su cui si possono apportare modifiche”.

Intervento di Enrico Buemi sulla fiducia al Governo Gentiloni al Senato

 “Signor presidente, colleghi, Signor Presidente del Consiglio Paolo Gentiloni, desidero esprimere l’apprezzamento dei socialisti per lo sforzo che sta compiendo e per le fatiche che attendono Lei e il suo Governo. Esecutivi che piacciano al 100 per cento è difficile averne: i Governi sono come le camicie confezionate su misura al momento e tendono a rispondere a esigenze del tempo ma a volte hanno qualche grinza. Tuttavia anche le grinze, se non posizionate in maniera sconveniente, possono avere e dare carattere.

Apprezziamo le sue messe a punto rispetto al dibattito prevalentemente portato avanti fuori dalle Camere, in particolare da parte di quanti non hanno voce in capitolo in Parlamento, ma giocano, magari cambiando casacca, la partita dei gufi e dei cosiddetti antigufi.

Concordo con lei sulle sue messe a punto costituzionali. Dobbiamo tornare al rispetto della Costituzione scritta e confermata dal referendum del 4 dicembre.

Signor Presidente, quanto è accaduto in queste settimane dimostra che si può uscire rapidamente da una crisi di Governo e che si può rapidamente approvare nelle due Camere leggi importanti come la legge di bilancio, senza eliminare la doppia approvazione di Camera e Senato. In particolare, il Senato, dopo la conferma del referendum, oltre a essere un’istituzione millenaria, ha dimostrato di essere un ventenne che è in grado di fare rapidamente chilometri di corsa che, in altre epoche, sono state risolte nell’arco di un giorno. La sua abilità a rimettere in campo verve e senso di responsabilità è evidente. Credo che dobbiamo fare in modo che lei possa lavorare e che il Parlamento possa lavorare. A questo proposito, non so se per volontà di dio, della cui esistenza personalmente ho qualche dubbio, ma di altri della cui esistenza ho grande evidenza, è meglio che si superi il cincischiamento di questi ultimi mesi per l’attesa del grande evento che avrebbe dovuto cambiare la stagione di questo nostro Paese. Come Parlamento dovremmo occuparci di alcune questioni di cui si parla da tempo e che riguardano direttamente la nostra capacità di muoverci con chiarezza e rapidità. Signor Presidente, su questi provvedimenti chiedo la sua benevola attenzione. I provvedimenti partono dalla considerazione che le grandi riforme, a volte, sono piccole cose rispetto alla fatica, ma di grande significato.

Per quanto riguarda la prospettiva di questa legislatura, resto fedele all’imperativo di conseguire il più possibile la razionalizzazione e modernizzazione del meccanismo decisionale all’interno dell’assetto costituzionale esistente, fermo restando l’auspicio che la revisione costituzionale sia affidata, se si ritiene utile procedere a cambiamenti, a una futura legislatura secondo il metodo condiviso e proporzionale dell’Assemblea costituente. Da ora fino a fine legislatura le garantiamo l’appoggio sui provvedimenti che ha annunciato e sui quali concordiamo pienamente, che riguardano i problemi del Paese, i terremotati, la crisi economica e bancaria, il lavoro e la creazione di nuove opportunità per le nuove e vecchie generazioni, la legge elettorale, che oggi è sulla bocca di tutti, ma che in passato veniva tralasciata mentre noi abbiamo presentato in epoca non sospetta una proposta che recuperasse l’esperienza degli anni Novanta e Duemila con il Mattarellum, con il quale si erano sperimentate maggioranze di vario tipo e su cui si possono apportare modifiche. Comunque, si è trattato di una sperimentazione positiva. Nella presente legislatura vi è la possibilità di procedere mediante riforme regolamentari – in questo senso mi rivolgo agli assenti che erano per il no perché alcune modifiche di sostanza si potevano anche fare attraverso i Regolamenti e adesso è l’ora di modificare queste regole – per soddisfare le esigenze di immediata messa a punto del procedimento legislativo. Ecco perché, alla proposta di modifica del Regolamento del Senato, già da noi avanzata con il documento II, n. 19, per la salvaguardia delle esigenze di governabilità del Paese, abbiamo aggiunto questa mattina un ulteriore contributo al dibattito per conseguire sin da subito un regime a parlamentarismo razionalizzato. Per questo motivo, si introduce per via regolamentare l’istituto della sfiducia costruttiva salvaguardando i poteri del Capo dello Stato, ma nel contempo vincolando i senatori a confermare per iscritto il nome del candidato Premier su cui intenderebbero dare la fiducia, in modo da alleviare anche la fatica del nostro Presidente della Repubblica, che ha ben operato dando l’incarico a lei, signor Presidente, ma cui coloro che sono chiamati a votare in questa e nell’altra Assemblea credo debbano dare un contributo esplicito, senza ulteriori mediazioni.

Si snellisce il procedimento legislativo con la prevalenza, in via ordinaria, della sede redigente. Si valorizza la stanza di compensazione nella negoziazione sugli atti amministrativi generali tra Stato e autonomie locali, anche mediante partecipazioni miste ai lavori degli organi di emanazione dei relativi esecutivi: in primis, la Conferenza Stato-Regioni.

Si consente l’effetto acceleratorio, che finora è stato garantito dalla posizione della questione di fiducia, con un miglior regime di contingentamento dei tempi e con un regime di urgenza che attiene alla trattazione dei soli disegni di legge provenienti dall’altra Camera.

Si delimita la possibilità che i Gruppi siano strutture volatili che operano a copertura di fenomeni di trasformismo parlamentare. Si rimette la disciplina della struttura del rapporto tra risorse umane e logistiche e beni strumentali alla normativa esterna. Questo, signor Presidente, perché l’autonomia di queste Camere deve essere rispetto ai contenuti delle leggi e non ai procedimenti amministrativi interni, che devono essere sottoposti alle leggi dello Stato. Non c’è extraterritorialità per nessuno, neanche per queste Camere. Almeno, questo è il mio punto di vista.

Al Consiglio di Presidenza potrà essere consentito di approvare discipline derogatorie di singoli aspetti e della disciplina generale del pubblico impiego, motivate caso per caso per esigenze strettamente funzionali all’attività parlamentare e pubblicate immediatamente, per consentirne l’immediata attuazione. Al di là di qualsiasi autodichia, rigidamente esclusa, l’eventuale sindacato giurisdizionale è su iniziativa di chiunque abbia interesse.

Come vede, signor Presidente, c’è un lavoro, non solo per il suo Governo, non solo per questo Parlamento sui provvedimenti che lei riterrà opportuno debbano essere approvati, ma anche per una iniziativa autonoma del Parlamento rispetto alle questioni che nel dibattito referendario sono state poste e per le quali il sì e il no non potevano avere una risposta definitiva e assoluta rispetto a una posizione piuttosto che a un’altra.

Il buon senso deve portare a raccogliere le posizioni positive dell’una e dell’altra parte. Così come ha fatto lei, signor Presidente del Consiglio, recuperando una presenza di Ministri, di autorevoli colleghi, che hanno ben lavorato nel periodo precedente e che possono continuare a fare bene il loro lavoro fino alla fine della legislatura o, come ha detto lei, rispettando la Costituzione, fino a quando la fiducia del Parlamento ci sarà”.

UN ALTRO NO

cassazioneArriva un altro ‘NO’ ai ricorsi presentati per il Referendum costituzionale. Le Sezioni unite della Cassazione hanno respinto come inammissibile il ricorso del Codacons contro il quesito referendario e l’ordinanza dell’Ufficio centrale per il referendum. Tale ordinanza – hanno stabilito le Sezioni unite – non ha natura di atto giurisdizionale e quindi non può essere impugnata per via giurisdizionale, “men che mai dinanzi alla corte di Cassazione” di cui l’Ufficio per il referendum “costituisce un’articolazione interna”, si legge nella sentenza. No al Codacons anche dalla Corte Costituzionale che aveva convocato una camera di consiglio straordinaria per esaminare un’istanza dell’associazione di difesa dei consumatori che chiedeva di sollevare un conflitto d’attribuzione tra l’Ufficio centrale per il referendum presso la Cassazione e i cittadini elettori rappresentati dallo stesso Codacons. La Consulta ha dichiarato inammissibile il ricorso ritenendo che i ricorrenti non avessero i requisiti per esercitare l’azione, non essendo “poteri dello Stato” come richiede l’art. 134 della Costituzione.
In sostanza, secondo l’associazione dei consumatori l’Ufficio centrale, nel dichiarare la conformità del quesito, avrebbe superato i limiti interni della propria giurisdizione invadendo la sfera del governo. Ma nella sentenza redatta dal giudice Angelina Maria Perrino, depositata oggi, le Sezioni unite hanno stabilito da una parte che l’Ufficio centrale per il referendum ha natura giurisdizionale, essendo formato da giudici e incardinato presso la Cassazione, e che esso “svolge la propria attività in condizioni di neutralità”.
Dall’altra, però, le sue decisioni “hanno natura soltanto formale di atti giurisdizionali”. In realtà, infatti, il suo compito non è quello di “accertare l’avvenuta violazione di doveri e obblighi” ne’ di “comporre un contrasto” tra parti contrapposte; e neppure quello di “dare certezza definitiva a una situazione giuridica autonoma che la richieda” o di “gestire specifici e distinti interessi”. In particolare l’ordinanza che ammette il referendum “è immediatamente funzionale al decreto del Presidente della Repubblica” di indizione del referendum e si qualifica come “definitiva”. Per questo la stessa Corte Costituzionale ricorda la sentenza ritiene che nei confronti dell’Ufficio centrale sia ammissibile solo il conflitto d’attribuzione di fronte alla Consulta.
A meno di una settimana dalla data del Referendum continua la battaglia di entrambi gli schieramenti (favorevoli e contrari) alla Riforma Costituzionale. Ieri in Piazza del Popolo a Roma, circa 50mila persone arrivate da tutta Italia per dire No al referendum del 4 dicembre. Studenti e cassintegrati, anziani e famiglie con bambini in passeggino, movimenti per la casa e contro le grandi opere, italiani e immigrati, tutti sotto l’insegna di una manifestazione ‘C’è chi dice No’ per denunciare anche l’occupazione di governo e sostenitori del Sì delle reti Rai (con annesso bavaglio al No).
Sempre per quanto riguarda la ‘questione’ del Servizio Pubblico televisivo è intervenuto il senatore Enrico Buemi che ha lamentato la mancanza della ‘voce’ socialista in Rai, annunciando un’interrogazione parlamentare in proposito.
“Con un’unica eccezione, non c’è rete televisiva pubblica che in oltre due mesi abbia invitato i socialisti a dire la loro in una trasmissione dedicata al referendum. Quando non eravamo in parlamento ci rispondevano che l’assenza da Camera e Senato pregiudicava la possibilità di essere invitati. Ora che ci siamo, devono aver cambiato i criteri”. Sono le parole del senatore Enrico Buemi, membro della Segreteria nazionale del PSI, riguardo la mancanza di una quota di spazio per i socialisti sulle reti pubbliche durante la campagna elettorale.
“Ha un peso la rappresentanza parlamentare? – aggiunge – Bene, e allora perché si accolgono a braccia aperte esponenti solitari di partiti assenti dalle Camere? Perché sono amici di qualcuno? È un quesito che porrò alla Commissione di Vigilanza Rai. Un’interrogazione a risposta immediata”.
E mentre si avvicina la data del voto che sta spaccando l’opinione pubblica e infervorendo la propaganda politica di entrambi gli schieramenti, arriva un avvertimento dal mondo finanziario. Dal Financial Times arriva un nuovo affondo a favore del Sì al referendum italiano, stavolta analizzando i rischi per la tenuta del sistema bancario italiano.
Se il prossimo 4 dicembre “il premier Matteo Renzi perderà il referendum costituzionale fino a 8 banche italiane, quelle con più problemi, rischiano di fallire”, scrive il quotidiano britannico, secondo il quale, citando funzionari e banchieri di alto livello, l’eventuale vittoria del No tratterrebbe “gli investitori dal ricapitalizzare” gli istituti in difficoltà.
“Renzi – continua Ft – ha promosso una soluzione di mercato per risolvere i problemi da 4.000 miliardi di euro del sistema bancario italiano”. E nel caso di dimissioni di Renzi i banchiere temono “la protratta incertezza durante la creazione di un governo tecnico”. Secondo il Financial Times gli otto istituti a rischio sono Monte dei Paschi di Siena, la Popolare di Vicenza, Veneto Banca, Carige, Banca Etruria, CariChieti, Banca delle Marche e CariFerrara.
Ma l’avvertimento del famoso quotidiano invece di rincuorare il Governo preoccupa per le dichiarazioni attinenti alle banche. “Le banche citate sono casi ben noti, non c’è notizia. Sono casi diversi da trattare con prospettive diverse”. Lo dice il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan rispondendo a chi gli chiede di commentare l’articolo del Financial Times sui rischi post referendum per le banche italiane. Padoan sottolinea come non ci sia “nulla di strano in quello che viene scritto”.
Secondo Padoan, i “problemi sono diversi e le strategie specifiche sono già a diversi stadi implementazioni. In taluni casi, sono in fase conclusione. Ciascun fase si gestisce da sola e in alcuni casi i management hanno già deciso e deliberato”.

“Non solo carcere”. La finalità rieducativa della pena

Suicidi-carcere“Non solo carcere”, un convegno, quello promosso dal Senatore socialista Enrico Buemi, che si ispira all’ultimo lavoro dell’architetto Domenico Alessandro De Rossi sulle “norme, storie e architettura dei modelli penitenziari”. Il convegno ha come titolo: “Ruolo dell’architettura penitenziaria nell’attuazione del principio costituzionale della finalità rieducativa della pena” e vi hanno partecipato, oltre all’autore del libro Domenico De Rossi e il senatore Enrico Buemi, Felice Casson, Luigi Manconi, Nico D’Ascola e Francesco Nitto Palma.  A moderare il dibattito Errico Novi, giornalista de “Il Dubbio”.

Un convegno che ruota attorno a un concetto portante: la funzione rieducativa della pena. In Italia le carceri sono sovraffollate, invivibili non solo per i detenuti ma anche per coloro che per lavoro vivono molte ore della loro vita in quegli ambienti. Il problema giace irrisolto da decenni sui tavoli della politica nonostante svariati e spesso improvvisati tentativi di soluzione. Non si può affronate il problema delle carceri oggi se non “si adotta una visione alta e sistemica” che tenga conto di tutti gli aspetti normativi, architettonici, economici, sociologici e politici.

Il Senatore Nico D’Ascola, presidente della commissione giustizia, ha sottolineato che serve una riforma che non sia solo di settore ma di sistema. “Serve una intera legislatura per mettere mano al diritto penale e al suo sistema punitivo tradizionale. Una logica basata sulle sanzioni amministrative punitive potrebbe essere una strada per la semplificazione più rapida e anche efficace. Insomma una riforma da ripensare nel suo complesso. Il diritto penale deve fortemente dimagrire e trovare un’alternativa al carcere con metodi sanzionatori che siano punitivo ma non per forza detentivi”.  “Una pena esorbitante – continuato D’Ascola – non è rieducativa. Le pene previste dal nostro ordinamento sono mediamente superiori di un terzo rispetto alla media europea. Poi vi è la annosa questione della custodia cautelare. Chi si trova in questa condizione infatti subisce il carcere e le sue condizioni senza che su di sé gravi una sentenza”.

buemi-carceriIl responsabile giustizia del Psi Enrico Buemi ha finalizzato il suo intervento sulla finalità educativa della pena, concetto scritto chiaramente in Costituzione. “Questa finalità – si è chiesto Buemi – è rispettata o no? Io – ha detto – penso assolutamente di no. Perché  non c’è solo il principio, ma la sua applicazione, mai concretizzata però. Il carcere sequestra il tempo. Ma di quel tempo cosa di può fare? Come può essere utilizzato? È questo il tema. Quel tempo va utilizzato per preparare il soggetto a una educazione positiva”. Buemi ha poi ricordato alcuni dati: “Ogni detenuto costa 180 Euro al giorno. Complessivamente sono due miliardi all’anno. E senza nessuna funzione educativa da parte dello Stato”. “La mia esperienza, è quella di una situazione detentiva drammatica. Non si può prevedere il diritto penale senza detenzione, però servono nuovi strumenti. Il carcere deve essere concepito non come luogo che impedisce ma che favorisce – ha concluso – la rieducazione superando il pregiudizio della funzione ritorsiva degli istituti di pena”

Il senatore Luigi Manconi, presidente della Commissione Diritti Umani, ha disegnato un quadro della vita all’interno dei penitenziari: “Il numero dei detenuti è stato  ridotto ma il sovraffollamento esiste ancora in molti istituti. In numerose celle, quasi il 50%, il numero di detenuti presenti impone di stare sdraiati sulle brande per consentire agli altri di stare in piedi e muoversi, lo spazio-giorno e lo spazio-notte si sovrappongono. E dentro questa dimensione di promiscuità coatta la possibilità di conservare la dignità viene costantemente messa alla prova”.

“In carcere si parla della vita in carcere, i criminali parlano di crimini. Come pensare che tutto ciò non scolpisca la mente? Spazi angusti producono pensieri stretti. La dimensione – ha aggiunto – costituisce una prigione della ragione”.  Secondo Manconi, “il più volte prospettato trasferimento di Regina Coeli fuori dal centro città corrisponde all’allontanamento dalla vista del carcere, luogo deputato a ospitare il male. Di questa istituzione avvertiamo l’intollerabilità alla vista. Tutta l’ingegneria e l’architettura hanno operato nelle direzione di sottrazione dalle relazioni sociali, dalla comunicazione tra il dentro e il fuori”.

BASTA POPULISMO

aula-camera-vuotaTorna in commissione alla Camera il ddl sul trattamento economico e previdenziale dei membri del Parlamento. È la decisione presa dall’Assemblea di Montecitorio con 109 voti di differenza. Ha votato a favore del rinvio in commissione la maggioranza. Contro tutte le altre forze politiche tranne i deputati di Conservatori e riformisti che si sono astenuti. Fuori, in piazza Montecitorio, gli attivisti dei Cinque Stelle, erano già pronti a montare la protesta con i deputati pentastellati, a cominciare da Alessandro Di Battista, pronti a improvvisare un comizio

“L’indennità parlamentare – ha commentato il segretario del Psi Riccardo Nencini – non può prescindere dalla presenza e dal lavoro svolto dal deputato in Aula e nelle commissioni. Tante assenze, tanto abbattimento dell’indennità. Abbattimento non simbolico, ma concretissimo. Quanto al rimborso delle spese, sacrosanto distinguere il parlamentare che risiede a Roma o nel Lazio da chi risiede altrove.  Questa la posizione che terranno i deputati socialisti”. Ha concluso Nencini. “Riguardo all’indennità parlamentare – ha aggiunto il deputato socialista Oreste Pastorelli – non bisogna prendere in giro i cittadini lasciandosi andare a demagogia e populismi. Di certo è che lo stipendio di un parlamentare non può prescindere dal lavoro svolto dallo stesso in Aula e nelle commissioni. Altro discorso riguarda i rimborsi, che vanno riconosciuti a chi risiede fuori Roma. Allo stesso tempo, però, sarebbe corretto che i deputati presentassero tutta la rendicontazione inerente alle spese di mandato”.

Il ddl era a stato presentato dai deputati dei 5 Stelle e per l’occasione  anche Beppe Grillo era a Montecitorio per assistere ai lavori parlamentari sul provvedimento. “Questa non è una legge per tagliare, che è una brutta parola, una parola violenta, un atto di buona volontà di cui anche la Chiesa è contenta… Pensate il Papa come ne sarebbe contento”, aveva detto Grillo.

Durissimo il commento del Senatore del Psi Enrico Buemi: “Di fronte a questa sarabanda di invidiosi e nullafacenti, di amorali percettori di indennità parlamentare che altro non fanno se non invocare la moralità verso degli altri, che predicano male e razzolano peggio, sodali di Grillo e associati, dico, si cominci a dare risposta ai problemi veri del Paese invece di metterla in caciara tutte le volte”. Il senatore socialista Buemi, a cui è attribuito da Open polis un indice di presenza dell’83 per cento, pur essendo entrato in Senato con due mesi di ritardo, e con un indice di produttività di 634, undicesimo su 324 senatori, ha poi aggiunto: “A Grillo dico, dimezzi i propri cachet teatrali e separi i propri interessi artistico – economici da quelli politici di cui c’è a tutt’oggi una commistione indescrivibile. Chi ha bisogno di approfondimenti consulti i fuoriusciti dal M5S – ha concluso – che possono raccontare la realtà vista dal di dentro e vissuta direttamente”.

Il blog di Grillo, con un post di Di Maio, aveva chiesto a Renzi di presentarsi in aula e di dare ai suoi indicazione di voto favorevole, e allo stesso tempo aveva  annunciato per il pomeriggio “un sit-in in piazza a Montecitorio di incoraggiamento al Pd prima della votazione in Aula”.

Dopo il voto dell’aula della Camera che ha stabilito il ritorno in commissione della pdl targata M5S, i 5 Stelle puntano a riportare in aula a Montecitorio la proposta di legge nel mese di novembre.  La prima firmataria della pdl, Roberta Lombardi, ha spiegato che “nella conferenza dei capigruppo di oggi abbiamo già chiesto di prevedere per l’aula di novembre l’esame della nostra proposta di legge, ove concluso in commissione. Perché già sapevamo come sarebbe andata a finire e che il Pd e gli altri avrebbero votato per il rinvio in commissione”.

Ginevra Matiz

Torino. Fare chiarezza
sul salone del libro

salone-internazionale-libro-torinoIl Senatore Enrico Buemi, su proposta del responsabile nazionale del PSI per l’editoria, le arti e lo spettacolo, Mario Michele Pascale, ha presentato un’interrogazione al Ministro dei beni e delle attività culturali, Dario Franceschini. Oggetto dell’interpellanza  è il destino del salone del libro di Torino, che una parte di editori milanesi, con l’interessamento di Fiera Milano spa, che si dovrebbe occupare dell’organizzazione dell’evento, vorrebbero trasferire in gran parte a Milano, lasciando alla sede Torinese solo alcune attività culturali marginali.

Il salone del libro, giunto alla sua XXIX edizione, oltre a d essere un evento commerciale di carattere internazionale è anche il cuore pulsante della cultura italiana. Dividerlo, dislocarlo in due sedi, vorrebbe dire depotenziarlo. Separare la parte commerciale da quella intellettuale vorrebbe dire fare della sede di Torino un ghetto.

I due esponenti socialisti esprimono la loro preoccupazione sia per l’incertezza della situazione a pochi mesi dalla data di apertura della fiera che per la mediazione operata dal Ministro Franceschini, il quale, nel tentativo di raggiungere, anche giustamente, una pace sociale nell’editoria italiana, ha proposto la dislocazione nelle due sedi, Milano e Torino, contemporaneamente. Nessun editore raddoppierà i costi per essere presente in ambedue le città e sarà molto difficile che gli utenti si diano al pendolarismo sulla tratta Milano-Torino. Così facendo c’è il rischio che l’intera manifestazione si tramuti in un flop, a fronte di una storia fatta di successi ininterrotti.

L’interrogazione chiede, prendendo atto del fatto che gli editori che postulano lo spostamento della fiera a Milano sono effettivamente rappresentativi sia in termini di mercato che di offerta culturale, e che il salone del libro è radicato nella storia del capoluogo piemontese e lì ha creato un indotto di tutto rispetto la cui scomparsa sarebbe un grave danno per la città,  se non sia possibile, dotando l’evento di un’unica cabina di regia e di un’unica organizzazione, che esso si svolga nella sua integrità in maniera itinerante, ad anni alterni, ora a Torino, ora  a Milano.

L’interrogazione e la proposta socialista si inseriscono all’interno di un dibattito ancora aperto, nella speranza che il tavolo tecnico convocato dal Ministro per la giornata di martedì 22 settembre, finalmente decida e che deliberi non sulla base del desiderio dei campanili, ma per il bene dell’editoria e della cultura italiana.

Marilena Selva

La terza generazione dei diritti

terza-generazione-buemiLa terza generazione dei diritti, è il titolo dell’ultimo dibattito della seconda giornata della Festa del Psi. Introduce: Maria Cristina Pisani, Portavoce PSI.

Enrico Buemi, Segreteria nazionale PSI; Cosimo Ferri, Sottosegretario alla Giustizia, Franz Caruso, responsabile Giustizia Psi.

Maria Cristina Pisani

Per il nostro partitp i diritti e la giustizia sono temi di rilevanza assoluta. Si è parlato di diritti civili e sono state affrontate diverse questioni che riguardano la giustizia come diritto a vivere nella normalità alcune condizioni, come l’autodeterminazione, come la dignità umana e l’eutanasia. Un approccio laico è necessario, e come partito noi siamo in primo piano. Il tema dei diritti viene sempre relegato in secondo grado, si mettono sempre in primo piano il lavoro e altre questioni economiche.
Noi vogliamo rimettere sul tavolo i diritti partendo dal diritto all’amore, a quello della dignità umana, e anche a quello dei detenuti.

Cosimo Ferri

Al centro di questo governo c’è proprio il tema dei diritti. Il tema dell’equiparazione del figlio naturale, ad esempio, adesso è una realtà. Dobbiamo pensare a chi non può esercitare alcuni diritti da solo, come i minori, o ai pazienti psichiatrici. Questo governo ha chiuso gli ospedali psichiatrici, intervenendo però anche sul tema del diritto alla salute. Inoltre ci stiamo impegnando per il sovraffollamento delle carceri con diverse misure, tra depenalizzazioni per fatti tenui e processi veloci. Ridiamo forza e importanza al processo penale e puntiamo a trasferire i detenuti stranieri a scontare le pene nei propri paesi d’origine. Da fanalino di coda e dopo le riprese dall’Ue siamo riusciti a fare grandi passi avanti. Vogliamo un cambio culturale con pena certa e garanzia di educazione che non porti alla recidiva. Con una serie di norme siamo riusciti a trovare soluzione al sovraffollamneto dei carceri senza costruirne di nuovi

Enrico Buemi
Si è invertita la tendenza di disattenzione alla problematica dei detenuti.
I diritti sono già scritti nella Costituzione, ma spesso inapplicati, semmai non sono stati riconosciuti dalle generazioni precedenti. Il tempo è un diritto, dal riconoscimento del debito fino ai tempi di un processo, è un diritto una giustziia con tempi brevi che non è riconosciuta in maniera adeguata.
Non dobbiamo allungare i tempi della prescrizione ma ridurre quelli dei processi. Il diritto ad avere una risposta da parte dello stato, ad esempio, per avere una risposta dalla pubblica amministrazione. Le amministrazioni devono essere ‘case di vetro’. Esiste il diritto alla verità, non solo della sentenza, ma anche sui dati reali, su come stanno le cose.

Franz Caruso
Auguro che la discussione sulla giustizia si apra e non si chiuda. Noi da socialisti da sempre abbiamo affrontato in modo serio il problema della giustizia, dai tempi di Tortora. Abbiamo sempre lottato non contro qualcuno, ma per un’uguaglianza seria. Le riforme sulla giustizia si sono fermate nel 1992 con la cultura giustizialista.