Lombardia, laboratorio
del neofascismo

fascisti milanoLa Lombardia è tornata ad essere da tempo laboratorio privilegiato del neofascismo. Da Varese a Pavia, da Monza a Cantù e a Como è un fiorire di iniziative e di propaganda.

Milano e i Comuni della Città metropolitana sono stati da tempo scelti dalle organizzazioni neofasciste e neonaziste come luoghi di incontro, di convegni e manifestazioni anche a livello europeo. Il fenomeno sta sempre più assumendo dimensioni che destano profonda preoccupazione in tutti noi.

Il blitz del 29 giugno 2017 a Palazzo Marino da parte di militanti di CasaPound, resisi protagonisti di saluti romani, violenze ed aggressioni, mentre era in corso la seduta del Consiglio Comunale democraticamente eletto dai cittadini, ha costituito un fatto di una gravità senza precedenti. L’assalto a Palazzo Marino e la contestazione al Sindaco Sala hanno rappresentato un salto di qualità nella sfida alle istituzioni nella città Medaglia d’oro della Resistenza.

Un blitz che aveva registrato un suo preambolo il 9 aprile 2017, quando alcuni militanti di CasaPound avevano inscenato una protesta contro l’accoglienza dei migranti durante una seduta del Consiglio Comunale di Monza. Una prova di forza che ha avuto il suo fondamento in quanto accaduto il 29 aprile 2017 al Cimitero maggiore di Milano, quando un migliaio di neofascisti sono andati a commemorare al campo X i caduti della Repubblica di Salò.

Da allora è stato un crescendo di iniziative, manifestazioni, provocazioni neonaziste e neofasciste.

Nella notte tra il 24 e il 25 settembre 2017, al Parco Nord di Milano, è stato devastato da neofascisti il Monumento al Deportato, realizzato su progetto dell’architetto Lodovico Barbiano di Belgiojoso, deportato a Mauthausen e dal figlio Alberico.

Nella giornata del 29 aprile, in cui ricorre l’anniversario della sanguinosa uccisione del giovane Sergio Ramelli, vittima di una aggressione squadristica del Cub di medicina di Avanguardia Operaia, e di Enrico Pedenovi, consigliere provinciale dell’Msi, assassinato dal gruppo terrorista Prima Linea, omicidi efferati, da sempre condannati dall’Anpi e dalle forze democratiche, i neofascisti inscenano a Milano manifestazioni di aperta apologia del fascismo. Il 29 aprile di quest’anno, un gruppo di circa 200 appartenenti a CasaPound, Forza Nuova e Lealtà e Azione hanno compiuto un’ignobile parata in piazzale Loreto per ricordare Mussolini e il nefasto e tragico ventennio fascista. La provocazione neofascista conclusasi con saluti romani è avvenuta proprio nel luogo dove sorge il Monumento dedicato ai Quindici Martiri, partigiani e antifascisti, prelevati dal carcere di San Vittore per ordine del capitano della Gestapo Theodor Saevecke e fucilati all’alba del 10 agosto 1944 da un plotone della Muti.

Il giorno prima, il 28 aprile 2018, due donne che, per tutelare il decoro della loro abitazione, avevano provveduto a staccare un manifesto abusivo incollato sul loro edificio, per la sfilata a ricordo di Ramelli e Pedenovi, sono state aggredite da neofascisti. Le due signore hanno dovuto ricorrere alle cure mediche e hanno sporto denuncia alla Questura di Milano. Ricordiamo, infine, la decisione del Comune di Cologno Monzese di organizzare, nei giorni immediatamente precedenti la ricorrenza del 73° anniversario della Liberazione, un campo militare tedesco che avrebbe offeso la memoria dei cittadini di Cologno Monzese che lottarono per la libertà e che furono vittime della deportazione nei lager nazisti. L’intervento dell’Anpi, che si è rivolta al Prefetto di Milano, la dottoressa Lucia Lamorgese, ha evitato questo ulteriore oltraggio.

Il 1° luglio si è verificata un’ulteriore gravissima provocazione nel quartiere di Niguarda: la distruzione della targa dedicata a Gina Galeotti Bianchi, la partigiana Lia, alla quale è intestato il giardino di via Hermada. Gina Galeotti Bianchi è stata la prima caduta dell’insurrezione a Milano contro i nazifascisti. Niguarda fu il primo quartiere ad insorgere, il 24 aprile 1945 e la partigiana Lia mentre era uscita insieme con la staffetta e amica Stellina Vecchio per portare ai partigiani l’ordine di insurrezione, venne colpita e uccisa da una raffica di mitra sparata da un camion carico di soldati tedeschi in fuga. Gina Galeotti Bianchi era incinta e aveva appena riferito a Stellina Vecchio di essere contenta perché “il nostro bambino nascerà in un paese libero”.

In questo quadro si inserisce il provocatorio evento organizzato il 6 e 7 luglio da Lealtà e Azione nella città di Abbiategrasso. La “festa del sole” ad Abbiategrasso è stata promossa dall’organizzazione neonazista e antisemita Lealtà e Azione che si ispira al generale nazista delle Waffen SS Leon Degrelle e a Corneliu Codreanu, fondatore della Guardia di ferro rumena, movimento ultranazionalista e antisemita, protagonista di spaventosi pogrom antiebraici negli anni 30 e 40.

Nonostante il tentativo di Lealtà e Azione di presentarsi sotto una veste dialogante e insospettabile, traspare la vera natura degli organizzatori. Sul manifesto di indizione vi compare l’immagine di un lupo, uno degli emblemi di Lealtà e Azione, con una rosa rossa in bocca, a ricordare lo stemma della X Mas, dove la rosa era posta tra i denti di un teschio al fine di esaltare la bella morte. Infine, immancabile, il concerto nazi rock, con band che inneggiano ai “martiri” della Repubblica di Salò, al suprematismo bianco e ai pogrom degli ebrei. Tra i gruppi che si sono esibiti i “Bullets”, autori dell’inno di Lealtà e Azione, in cui si esalta l’antisemita Corneliu Codreanu (“i valori che cerchiamo/noi li troviamo in Corneliu Zelea Codreanu”).

All’iniziativa, svoltasi in uno spazio pubblico, colpevolmente concesso a Lealtà e Azione dall’amministrazione comunale, hanno partecipato due assessori della Giunta regionale lombarda, esponenti di primo piano di Forza Italia, di Fratelli d’Italia e numerosi parlamentari della Lega.

Ciò che ci ha lasciato profondamente sbalorditi, tra le altre cose, è l’atteggiamento dell’assessore leghista alla cultura della Regione Lombardia che è intervenuto l’11 maggio scorso ad un importante convegno sull’ottantesimo anniversario della emanazione delle famigerate leggi antisemite, alla presenza di Liliana Segre, del Rabbino Capo di Milano Alfonso Arbib, del giornalista Ferruccio de Bortoli, dell’Arcivescovo di Milano, e che con grande disinvoltura e indifferenza ha voluto partecipare alla festa realizzata da una associazione neonazista e antisemita.

L’aspetto più grave e inquietante della manifestazione di Abbiategrasso è rappresentato, appunto, dallo stretto rapporto stabilitosi tra Lealtà e Azione e Lega di Salvini.

Stiamo assistendo in Lombardia, al preoccupante progetto di stabilire tutte le interlocuzioni possibili dell’estrema destra, soprattutto, con la Lega guidata da Salvini. D’altra parte non è una novità quella costituita dal collegamento di realtà neofasciste con la Lega. Lealtà e Azione ha scelto di appoggiare candidati della Lega o candidare propri militanti nel partito di Salvini, alle elezioni del 4 marzo scorso. E ora, i neofascisti lombardi vanno all’incasso “politico”.

Lo scenario che si profila per la nostra regione e a livello nazionale, dove la Lega ha un ruolo determinante nel governo, è preoccupante e inquietante. A livello nazionale i primi passi del governo salviniano fanno felici i neofascisti per i porti chiusi, il fronte anti-Ong, la proposta del censimento dei Rom. Si rivela così la vera natura del fascismo, profondamente razzista sin dalle origini. È sotto gli occhi di tutti che la questione immigrazione diventa terreno di coltura per i germi del fascismo. Ci sono persone a cui si mette in testa che le ideologie nazifasciste e razziste sconfitte dalla Resistenza italiana ed europea siano ancora oggi la risposta alle problematiche attuali, scaricando su chi fugge dalle guerre e dalla fame la responsabilità della crisi della società contemporanea. La discriminazione razziale e l’odio per lo straniero così come la purezza etnica sono risposte tragicamente già date nel secolo appena trascorso.

L’Anpi provinciale di Milano e l’Anpi nazionale hanno aderito all’appello e al presidio unitario svoltosi, con successo, ad Abbiategrasso. Oltre all’Anpi hanno aderito: la senatrice Liliana Segre, Aned, Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, Comunità Ebraica di Milano, Associazione Italia Israele di Milano, Forum dei Musulmani Laici, Fiap, Anppia, Aicvas, Anpc, Cgil-Cisl-Uil, Acli, Libera, Comunità di Sant’Egidio, Pd, Liberi e Uguali, Partito socialista, Rifondazione comunista, Potere al popolo.

La senatrice Liliana Segre ha rivolto una interrogazione urgente al ministro dell’Interno Salvini con la quale ha chiesto la “revoca delle autorizzazioni, così da scongiurare la realizzazione di una iniziativa di patente carattere anticostituzionale, che offende i valori di fondo della nostra Repubblica e di ogni forma di convivenza civile.” All’appello si è aggiunta una lettera di 22 sindaci, di centrosinistra, ma anche di centrodestra, del territorio sud Milano, con la richiesta di cancellare il raduno neofascista.

Il presidio antifascista ad Abbiategrasso contro la festa di Lealtà e Azione ha visto la partecipazione di oltre 400 persone, alla presenza di Carla Nespolo, presidente nazionale dell’Anpi, che è intervenuta nel corso della manifestazione.

Da registrare anche la presenza della consigliera regionale lombarda del Movimento 5stelle, Monica Forte, e di numerosi attivisti pentastellati.

L’aspetto forse più interessante e significativo dell’intera vicenda è proprio costituito dall’ampio e unitario fronte antifascista mobilitatosi contro la provocatoria iniziativa di Lealtà e Azione.

Non è più tollerabile che a 73 anni dalla Liberazione dal nazifascismo si ripetano iniziative e vengano concessi spazi pubblici a organizzazioni neofasciste come Lealtà e Azione, CasaPound e Forza Nuova.

Le leggi ci sono (la Scelba e la Mancino), ma vanno applicate. Compito dello Stato è di adoperarsi per contenere e respingere ogni tentativo, oggi purtroppo ricorrente, di esaltazione del fascismo, per far conoscere cosa è stato il fascismo durante il ventennio e negli anni della strategia della tensione. Ci dimostri questo Stato di essere finalmente quello Stato antifascista delineato dalla Costituzione repubblicana, nata dalla Resistenza, sciogliendo gruppi dichiaratamente nazifascisti e infliggendo a chi fa apologia di fascismo e diffonde intolleranza e razzismo esemplari condanne.

La mobilitazione unitaria contro le provocazioni neofasciste e neonaziste è fondamentale, ma non basta. Se tutto questo avviene vuol dire che qualche cosa di profondamente grave si è verificato nel nostro tessuto sociale. Il ventre molle del Paese contaminato dal razzismo e dal fascismo non è mai del tutto scomparso. Solo che nel secondo dopoguerra ci si vergognava di tirarlo fuori. Il lutto e la disperazione provocati dal nazifascismo creavano una sorta di pudore intorno a certe tendenze. Il tempo ha cancellato la memoria delle tragedie. Ed ecco ora riaffacciarsi violentemente queste pulsioni razziste e xenofobe. Ma tutto ciò ha una spiegazione ben precisa. Se il fascismo in Italia è stato sconfitto militarmente il 25 aprile 1945, non lo è stato culturalmente, idealmente e storicamente. Riteniamo, infatti, che accanto all’impegno per rinnovare profondamente lo Stato sia essenziale vincere e combattere l’indifferenza che troppe volte si registra di fronte allo svilupparsi e al rifiorire di movimenti neofascisti e razzisti. Nostro compito è quello di continuare a sviluppare una intensa controffensiva di carattere ideale, culturale e storico soprattutto nei confronti dei giovani, per ricordare le tragedie provocate dal nazifascismo nel corso del Novecento e per combattere la sempre più preoccupante deriva xenofoba, razzista e antisemita che sta investendo l’Europa e il nostro Paese.

Roberto Cenati
Presidente del Comitato provinciale Anpi di Milano
(Patriaindipendente.it)

Come nasce il ‘Caso Balzerani’. Fari sulla Lotta Armata

balzeraniTutto ha inizio il 9 gennaio scorso con il post che Barbara Balzerani pubblica sul suo profilo: “Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale?”. Il riferimento dell’ex brigatista, ora scrittrice di romanzi, è riferito alla ricorrenza del quarantesimo anniversario del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro, l’uno compiuto da un commando terrorista il 16 marzo 1978 e l’altro commessa il 9 maggio dello stesso anno. L’ironico messaggio desta la dura risposta di Raimondo Etro (Roma, 2 gennaio 1957) e di Enrico Galmozzi (Sesto San Giovanni, 5 luglio 1951), entrambi ex terroristi all’epoca militante della colonna romana delle Brigate rosse.
Il 14 gennaio Etro scrive una lettera all’ex brigatista: «Signora Barbara Balzerani, mi rivolgo a lei per “chiederle di tacere semplicemente in nome dell’umanità verso le vittime, inclusi quelli caduti tra noi”». La lettera è inviata anche a Giovanni Ricci, figlio Domenico, e all’ex deputato Gero Grassi, autore di molti libri sul “caso Moro” e membro della Commissione parlamentare d’inchiesta sul delitto Moro. Oggi Etro vende libri e francobolli su eBay, ma – dopo 16 anni di carcere per concorso nella strage di via Fani – si è dissociato dalla lotta armata. Così critica il commento “goliardico” della Balzerani, dichiarando di vergognarsi verso se stesso e di provare una “profonda pena verso di lei, talmente piena di sé da non rendersi neanche conto di quello che dice”.
Su Facebook interviene anche Enrico Galmozzi, ex terrorista e uno dei fondatori di Prima linea, che definisce Etro “uno psicopatico oltre che un ignobile pentito” e critica “la pasionaria” Balzerani di avere riacceso i riflettori sul caso Moro nel quarantennale del suo sequestro. Galmozzi, condannato a ventisette anni di carcere per gli omicidi di Enrico Pedenovi e di Giuseppe Ciotta, “è salito alla ribalta delle cronache anche per avere concepito i figli, con la compagna Giulia Borelli, nelle gabbie dell’aula bunker ricavata nell’ex carcere femminile di Santa Verdiana, durante il processo per le attività di Prima linea in Toscana”. Oggi Galmozzi è “grossista di scatole per gioielli a Milano”, ha scritto un libro Il soggetto senza limite. Interpretazione sul dannunzianesimo (Milano 1994) e un saggio introduttivo ad un altro Il nostro bolscevismo (Milano 1996), di M. Carli e pubblica post nel suo profilo con commenti amari e stravaganti: “incarno perfettamente il tipo medio di quella parte della mia generazione che ha assommato la rovina pubblica a quella privata. Studi interrotti, carriere professionali troncate o mai iniziate, progetti mai portati a termine, edificazione di profili incerti di soggetti senza arte né parte senza arte né parte ai quali i più sagaci di noi hanno pure trovato un nome accattivante: cognitariato. Praticamente chiunque non sappia fare un cazzo rientra nella categoria di cognitaro. In questo siamo sempre stati imbattibili: trovare nomi irresistibili per le minchiate che spariamo” (dal suo profilo).
Di questo mondo sbandato non è convinta la Balzerani, che è riuscita ad attirare sulla sua persona la stampa italiana, che da oltre tre mesi le dedica articoli quotidiani. Militante di primo piano della colonna romana delle Brigate rosse al tempo del sequestro Moro, ella viene cooptata l’anno prima nella direzione ed ospita Mario Moretti nella sua abitazione (P. Sidoni – P. Zanetov, Cuori rossi contro cuori neri. Storia segreta della criminalità di destra e di sinistra, Roma 2012, pp. 430 e 433). Partecipa all’agguato di via Fani, dove trovano la morte i cinque agenti della scorta del presidente Dc, e per questo viene condannata all’ergastolo nel primo processo Moro celebrato il 14 aprile 1982. Latitante dal marzo 1978, viene arrestata il 19 giugno 1985 ad Ostia, ma due anni partecipa ad un programma televisivo, concedendo un’intervista al giornalista Rai Ennio Remondino; nel 1993 manifesta “un profondo rammarico per quanti sono stati colpiti nei loro affetti a causa di quegli avvenimenti” e nel 2003 definisce “assolutamente improponibile” la lotta armata nella situazione odierna. Ma già dal 1995 usufruisce della legge Gozzini (art. 21) con l’uscita dal carcere al mattino e il rientro la sera, finché il 12 dicembre 2006 ottiene la libertà condizionale e nel 2011 ritorna libera.
Sulla base di queste notizie, bisogna sottolineare l’attenzione con cui la stampa italiana ha sempre prestato all’attività letteraria della Balzerani, che sembra godere di un immotivato privilegio giornalistico. Sul giornale “il Fatto quotidiano” (10 settembre 2014) Sciltian Gastaldi scrive che la Balzerani ha trascorso “21 anni di carcere” ed elenca i suoi libri, che sì sono “di poche pagine, ma non per questo di contenuto leggero ed inane”.
Il primo libro, forse anche il più famoso, è Compagna Luna (Feltrinelli, Milano 1998, pp. 140), che è stato al centro di una polemica tra Antonio Tabucchi (morto nel 2012) e Erri De Luca: il primo, fine scrittore e conoscitore della letteratura, stroncò il libro e minaccio l’editore milanese di scegliere i suoi libri oppure quelli della Balzerani, mentre il secondo difese l’esordiente scrittrice con riferimenti alla sua biografia (cfr. Il professore e la detenuta, “il Manifesto”, 14 luglio 1998). Non sembra, però, che entrambi abbiano colto l’inanità del volume, là dove ella scrive: “Eravamo un gruppo clandestino a cui non era consentito chiudere qualche sede, magari un giornale, restituire le chiavi al padrone di casa e aspettare, a qualche altro indirizzo, tempi migliori. Di quella guerra, che non aveva mai conosciuto il negoziato politico, avevamo introiettato la logica del tutto-niente, del vincere e morire. E in mezzo niente” (pp. 87-88). Basti solo la lettura di questo brano per convincersi come i brigatisti (o ex) professavano un’ideologia totalizzante, che – come dice giustamente Alessandro Orsini – “orientò i pensieri, i sentimenti e le azioni dei suoi militanti, in misura largamente indipendente rispetto alle condizioni politico-istituzionali in cui operarono” (cfr. Anatomia delle Brigate rosse, Soveria Mannelli 2010, p. 20). Dalle pagine del libro si coglie un odio viscerale che ricorda il “bellum omnium contra omnes” di memoria hobbesiana per la critica devastante contro l’intera società: terroristi pentiti, politici, giudici, poliziotti, giornalisti sono additati al pubblico ludibrio e considerati come responsabili dell’ingiusta situazione dell’Italia.
Nel libro successivo La sirena delle cinque (Jaca Book, Milano 2003, pp. 72; II° edizione Derive Approdi, Roma 2013, pp. 96) viene accentuato l’odio a causa della fabbrica rappresentata come “il mostro” di una società in declino e ubicata in un paese “maledetto”, da cui la protagonista vorrebbe scappare per rifugiarsi in luoghi paradisiaci senza alcun sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Un odio che si riversa verso i genitori, tacciati di servilismo verso il potere politico e padronale. Nel terzo libro Perché io, perché non tu, (DeriveApprodi, Roma 2009, pp. 112), che contiene una raccapricciante e insulsa prefazione di Erri De Luca, ella descrive la carcerazione speciale della protagonista, che vuole distinguersi dalle recluse comuni per la sua coscienza politica per poi proseguire sulla sua nuova situazione di libertà “costantemente vigilata e ricattata”. Dal libro Cronaca di un’attesa (DeriveApprodi, Roma 2011, pp. 123) all’altro Lascia che il mare entri (DeriveApprodi, Roma 2014, pp. 102) si coglie un recupero con i suoi avi, ma la protagonista è ancora presentata come mossa da “buone azioni”, senza alcuna manifestazione di empatia verso le vittime innocenti o i loro familiari. Nell’ultimo libro L’ho sempre saputo, prefazione di Silvia De Berardinis (DeriveApprodi, Roma 2017, pp. 108) si narra dell’incontro di due donne nella cella di un carcere: una nera che sconta una pena per colpa della miseria e l’altra per “tentativo armato di comunismo”. Ma entrambi uniti dall’inganno perpetrato dalla “civiltà dei bianchi” e imposto “come superiore con la spada, la croce e il mercato”.
Da questo elenco si può dedurre che i libri della Balzerani non spiccano per originalità e non possono neppure essere considerati romanzi, ma semplici rappresentazioni di una mente deviata da una biografia percorsa da scelte erronee. Eppure appare incomprensibile lo spazio dedicato a questo personaggio da parte di quotidiani storici come il “Corriere della Sera” che ha incaricato un giornalista a seguire il suo percorso esistenziale. La Balzerani scrive un commento nel suo profilo e subito Fabrizio Caccia riporta e virgoletta le sue dichiarazioni come se fossero omelie del pontefice o dichiarazioni del presidente della Repubblica. Tutti devono conoscere il motivo per cui l’ex terrorista è stata cancellata da Facebook e tutti devono appellarsi alla libertà di stampa per permetterle di pubblicare i suoi commenti. In una serie di notizie inesatte e quasi elogiative del suo operato: “oggi è una libera cittadina che scrive libri, avendo finito di scontare la sua pena nel 2011”, l’articolista concede più spazio ai responsabili del terrorismo che alle vittime, dà più spazio ai simpatizzanti dell’ex brigatista che ai familiari dei cinque agenti barbaramente uccisi nell’agguato del 16 marzo 1978. In un articolo del 17 marzo («Eccomi!», Balzerani riammessa sui social. La rabbia di Gabrielli, pp. 20-21) si trovano ben due riferimenti al divieto di pubblicare commenti demenziali da parte di Facebook. Il commento “Chi mi ospita oltre confine per i fasti del 40ennale”, che era già reso noto due mesi prima in un altro articolo del giornalista, viene nuovamente riproposto con ampio risalto e ripreso il giorno successivo con una foto che ritrae la Balzerani durante la presentazione del suo ultimo libro a Firenze. È vero che l’articolo (Balzerani, le frasi che indignano. Offese choc alle vittime delle Br, “Corriere della Sera”, 18 marzo 2018, p. 19) riporta le voci di alcuni familiari delle vittime del terrorismo come Giovanni Ricci e di Maria Fida Moro, l’uno figlio dell’appuntato Domenico assassinato il 16 marzo 1978 e l’altra figlia dello statista Dc ucciso il 9 maggio dello stesso anno, ma la foto di quest’ultima scompare di fronte a quella che ritrae la Balzerani avvolta e protetta da una grandiosa bandiera rossa ove spicca la scritta “VIVA LENIN”. Il cronista del quotidiano milanese dovrebbe sapere che Lenin giustifica l’omicidio politico e il terrorismo, là dove scrive che il mondo “è un pantano” immerso “nella tenebre della schiavitù”, per cui è necessario che i “nemici del popolo” ci lascino “liberi di andare dove vogliamo, liberi di combattere non solo contro il pantano, ma anche contro coloro che si incamminano verso di esso” (Lenin, Che fare?, Editori Riuniti, Roma 1986, p. 39).