Turchia, la crisi finanziaria sembra senza fine

turchiaSi è aggravata la crisi finanziaria della Turchia e i mercati finanziari sono spaventati. Il crollo della lira turca sembra senza fine mentre vola il rendimento dei titoli di Stato. Il mercato azionario ha limitato i danni con una flessione intorno al mezzo punto percentuale.

Le vendite a piene mani della valuta turca ha avuto riflessi anche sui bond governativi. La lira turca ha perso in pochissimo tempo, dopo l’apertura dei mercati, il 7% sul dollaro scivolando a 5,97 mentre il cambio con l’euro precipita a 6,84.

Sul reddito fisso il bond governativo a 10 anni ha toccato il massimo storico con il rendimento schizzato al 22,82% rispetto al precedente 18,85%.

Adesso, la Turchia è diventata l’investimento più rischioso al mondo. Il premio richiesto per acquistare titoli di Stato del paese è il più elevato sul pianeta. Dai mercati è considerato più prudente acquistare bond governativi di Egitto, Uganda e Kenya.

La curva dei rendimenti si è invertita. In sostanza il rischio a breve è superiore su quello a lungo termine.

Sui bond governativi con scadenza a un anno il rendimento è volato al 19,95%. Forte pressione anche sul rendimento triennale che è schizzato al 23,53%.

Dal Bollettino trimestrale della Banca dei Regolamenti apprendiamo che alla fine del 2017 le banche italiane erano esposte nei confronti della Turchia per 16,8 miliardi di dollari con ulteriori 5 miliardi di dollari di potenziale esposizione determinati da contratti in derivati, estensione di garanzie e linee di credito.

In totale l’esposizione delle banche estere in Turchia ammonta, sempre a fine 2017, a 264,7 miliardi di dollari che sale a oltre 330 miliardi considerando altre esposizioni potenziali come i derivati (3,6 miliardi di dollari) e estensione garanzie (56 miliardi).

L’esposizione verso la Turchia nel corso del 2017 è aumentata di oltre 20 miliardi di dollari. Quella delle banche italiane è salita di oltre 3 miliardi. Gli istituti spagnoli hanno la leadership con quasi 84 miliardi di dollari, pari a circa un terzo del totale. Sull’esposizione degli istituti iberici pesa Bbva che detiene la Garanti bank, terza banca turca. Infatti sull’esposizione totale spagnola la metà è in valuta locale a differenza delle altre banche estere che hanno una modesta esposizione in lira turca (per le banche italiane solo 264 milioni di dollari).

Rilevanti anche le esposizioni delle banche francesi con oltre 37 miliardi, seguite da quelle della Gran Bretagna con 18,7 miliardi, Stati Uniti con 17,7 miliardi e Germania 17,4 miliardi.

Secondo il Financial Times, la Bce sarebbe preoccupata per l’esposizione di alcune banche dell’area euro verso la Turchia, e il quotidiano cita Bbva, Bnp Paribas e UniCredit. Tra le banche con rilevanti esposizioni figurano anche Ing, Hsbc e Citybank che hanno una presenza diretta nel paese.

Bbva è la banca più esposta nei confronti della Turchia con un totale di attività di 78 miliardi di euro a fine 2017 secondo il bilancio del gruppo spagnolo.

Eppure solo due anni fa, dall’ufficio del presidente Erdogan veniva diffuso un comunicato nel quale il governo turco era interessato a promuovere l’acquisizione di Deutsche Bank.

Il settore bancario turco in ogni caso ha attirato il forte interesse da parte di gruppi esteri ma anche di fondi sovrani in particolare del Medio oriente. Tra le operazioni più recenti il gruppo Abraaj ha rilevato il 10% della turca Fibabanka, mentre il fondo sovrano del Kazakhstan è il principale azionista di Sekerbank dopo il fondo pensione dei dipendenti.

Per quanto riguarda UniCredit, dal bilancio 2017 emerge che il totale di attività denominate in lira turca ammonta a 18,2 miliardi considerando attività, passività e derivati. Sul totale 11,8 miliardi rappresentano finanziamenti alla clientela e 2,4 miliardi sottoforma di titoli di debito.

Esposizioni rilevanti anche per istituti che non fanno parte dell’area euro come il colosso americano Citibank con 9 miliardi. Più consistenti sono le esposizioni di Hsbc che vanta un attivo di 32 miliardi in Turchia e Ing Bank con 12 miliardi.

Il gruppo del Qatar Qnb possiede la Finansbak che detiene asset per 28 miliardi di euro in Turchia, il gruppo Burgan con sede in Kuwait controlla la Burgan Bank con attività per 6 miliardi di euro mentre la russa Sberbank controlla il 99% di Denizbank che vanta asset per 27 miliardi di euro.

Come se non bastasse, il presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump, commentando la crisi turca con la valuta nazionale in caduta libera, ha scritto su Twitter: “Ho appena autorizzato il raddoppio dei dazi su acciaio e alluminio della Turchia, visto che la loro valuta, la lira turca, è scesa rapidamente contro il nostro dollaro forte! L’alluminio sarà ora al 20% e l’acciaio al 50%. I nostri rapporti con la Turchia non sono buoni, al momento!”. Figuriamoci cosa avrebbe potuto fare Trump se i rapporti con la Turchia non fossero stati buoni.

Sui mercati finanziari pesano i timori legati non solo allo stato di salute finanziaria della Turchia, ma anche all’esposizione ad Ankara delle banche europee. Il crollo della lira turca rispetto al dollaro è arrivato con un calo del 12 per cento in un solo giorno.

Nel 2017 l’Italia è stata il quinto partner commerciale della Turchia con 19,8 miliardi di dollari di interscambio totale (+11,1% rispetto al 2016), di cui 11,3 miliardi di dollari in esportazioni e 8,5 miliardi di dollari in importazioni e una quota di mercato del 5,1%. Per quanto riguarda gli investimenti diretti esteri sempre nel 2017, secondo i dati di ‘info mercati esteri’, l’Italia ha fatto investimenti per 124 milioni di dollari, in aumento del 42,5% rispetto al 2016, e ha confermato la propria presenza nel paese con oltre 1.418 aziende.

Nei primi 5 mesi del 2018 l’Italia è diventata il quarto partner commerciale con 9 miliardi di interscambio totale (+17,0%) rispetto ai primi cinque mesi del 2017, di cui 4.814 milioni di import (+14,5%) e 4.231 milioni di export (+20,1%) determinando un saldo negativo per la Turchia di 582 milioni di Usd. Sempre nei primi 5 mesi dell’anno in corso l’Italia si conferma quinto fornitore della Turchia dopo Cina, Russia, Germania e Stati Uniti e il terzo cliente dopo Germania e Regno Unito. Il flusso di vendite è aumentato del 9% rispetto al 2016 e i primi mesi del 2018 sembrano confermare questa ascesa, con un incremento del 6% nei primi due mesi di quest’anno in particolare per i beni di consumo (alimentari e bevande, abbigliamento) e beni di investimento e intermedi (macchinari, metalli, gomma e plastica).

Il confronto fra i primi cinque mesi del 2018 e il 2017 mostra un incremento del deficit commerciale della Turchia con il resto del mondo, cresciuto del 41,4% da Usd 24,9 miliardi a Usd 35,2 miliardi. Le esportazioni sono aumentate del 7,9% passando da Usd 64,3 a Usd 69,3 miliardi, mentre le importazioni hanno registrato una crescita maggiore pari a 17,2%, passando da usd 89,1 a Usd 104,5 miliardi. Nel complesso l’interscambio totale ha registrato un aumento del 13,3%, da Usd 153,4 a Usd 173,8 miliardi.

Il presidente turco, Erdogan, ha invitato i suoi cittadini a non farsi prendere dal panico per il crollo della lira turca sui mercati valutari denunciando campagne contro il suo Paese. Erdogan ha detto: “Ci sono diverse campagne in corso, non prestate loro alcuna attenzione. Non dimenticate questo: se loro hanno i dollari, noi abbiamo la nostra gente, il nostro diritto, il nostro Allah”.

Il populismo nazionalista e sostanzialmente antidemocratico di Erdogan non ha certamente migliorato la Turchia. Le controriforme strutturali messe in atto da Erdogan per modificare il processo democratico attuato cento anni fa dall’Ataturk, hanno prodotto gli effetti devastanti in atto.

Salvatore Rondello

Turchia. Locatelli: “Risultato Hdp dà sollievo”

locatelli turchiaNessuna sorpresa sul fronte orientale, Erdogan vince di nuovo con il 52 % di voti sullo sfidante Muharrem Ince, sconfitto, che ha ottenuto comunque un ottimo risultato personale, raggiungendo il 30 per cento dei voti. Un successo doppio per il Sultano, ottenuto sia alle presidenziali, sia alle parlamentari.
Nonostante la Turchia sia ormai sempre più un Paese in mano agli islamici e ai conservatori radicali, nell’Assemblea di Ankara riesce a mantenere l’ingresso la formazione filo curda di Selahattin Demirtas, leader in carcere, portandovi una settantina di deputati. l’Hdp ha superato la fatidica soglia di sbarramento del 10% che gli permette di entrare in Parlamento. Un importante risultato per il partito di Demirtas messo a dura prova dal dopo golpe e che dal 4 novembre 2016 ha visto dodici dei suoi parlamentari arrestati e posti in custodia cautelare con l’accusa (senza prove) di terrorismo.
“Mi trovo rinchiuso tra quattro mura, ma so che qui fuori ci sono migliaia di Demirtas. Demirtas siete voi, credete in voi stessi, date valore alle vostre azioni e al vostro voto. Non dimenticate che con il voto le cose possono cambiare. Prepariamoci a giorni migliori, prepariamoci a vincere”, aveva detto il leader curdo dal carcere pochi giorni fa.
“Nella delusione profonda del risultato generale, il risultato dell’Hdp è l’unico che dà sollievo”, ha detto Pia Locatelli, già presidente del Comitato permanente sui diritti umani della Camera che nel novembre del 2016 insieme agli eurodeputati socialisti del Pse si recà a far visita al leader curdo, ma le autorità di Ankara vietarono la visita nella prigione di Edirne, nel nord del Paese.
“È davvero difficile capire come Erdogan abbia potuto vincere ancora, in Turchia l’economia vive una profonda crisi con il 13% di inflazione e il 13% disoccupazione, senza dimenticare la pesante svalutazione della lira turca rispetto al dollaro. Questo risultato è veramente difficile da capire e qualcosa me non quadra come il risultato del referendum dello scorso anno”, ha continuato la socialista Locatelli che ha spiegato: “Questo Paese è spaccato a metà e resta forte la preoccupazione che ora tutto il potere sarà nelle mani di Erdogan”.
“Infine continuo a pensare che aver spinto la Turchia ad allontanarsi dalla Ue sia stato un grave errore”, ha concluso Pia Locatelli.

Elezioni Turchia, una donna contro Erdogan

meral_aksenerinPer giocare la partita politica contro Erdogan, in Turchia scende in pista una donna. Il politico di destra della Turchia, Meral Aksener, è considerato da alcuni il principale sfidante del presidente Tayyip Erdogan, che è al potere dal 2014. Aksener ha sempre espresso il suo dissenso contro la maggior parte delle politiche di Erdgan in un paese in cui i gruppi, che difendono i diritti umani, sostengono che il governo sta reprimendo la libertà di parola e gli oppositori politici.

All’inizio di quest’anno Meral Aksener si è fermata vicino a una statua del fondatore della repubblica turca, Mustafa Kemal Ataturk, nella città di Giresun, nel Mar Nero, per affermare che avrebbe messo in difficoltà il presidente Recey Tayyip Erdogan con la sua candidatura. Poco prima, nell’ottobre scorso, ha creato un nuovo partito chiamando Iyi Party, il Buon Partito. I media hanno “battezzato” Meral Aksener come “la donna di ferro turca”, visto che il popolo turco l’ha incontrata con un grande applauso e con un banner con scritto: “Salvaci, donna di ferro”.

Aksener, descritta come una devota musulmana, era in prima linea nella campagna del “No” nel referendum dell’aprile 2017 che modificava la costituzione per garantire a Erdogan nuovi poteri.

Faceva parte del partito dell’opposizione, movimento nazionalista (MHP) dal 2007. Lasciò il team nel 2017 accusando il suo leader Devlet Bahceli di aver aiutato Erdogan a vincere il referendum. Solo dopo questo allontanamento diventa capo del Buon Partito.

La Aksener non sarà da sola nell’opposizione di Erdogan. I principali partiti di opposizione della Turchia hanno annunciato un’ampia alleanza elettorale prima delle elezioni generali di giugno, un passo che potrebbe rappresentare una sfida significativa al predominio del partito al governo di Recep Tayyip Erdogan. L’accordo, che includerà i maggiori blocchi di opposizione laici e nazionalisti del paese, rischia di diluire il controllo della legislatura del partito di Giustizia e Sviluppo (AKP) e di superare il regolamento secondo cui ogni partito deve ricevere il 10% del voto nazionale per vincere un seggio in parlamento, una regola che ha rafforzato la lunga maggioranza di Erdogan.

La coalizione sarà composta dal Partito Popolare Repubblicano (CHP) che rappresenta il più grande gruppo laico di opposizione in parlamento, dal Buon Partito della candidata Aksener, dal Partito Democratico (DP) e dal Partito islamico della Felicità (Saadet Partisi, SP).

Erdogan ha indetto elezioni presidenziali e parlamentari il 24 giugno 2018 un anno e mezzo prima del previsto. Chiunque sarà eletto presidente assumerà poteri radicali che sono stati ampliati dal referendum dell’anno scorso.

Il sistema elettorale della Turchia assegna i seggi in parlamento basandosi su una formula di rappresentanza proporzionale che tende a premiare i partiti e le coalizioni più grandi. A marzo, il parlamento dominato dall’AKP ha approvato una legge che consentiva per la prima volta alleanze elettorali nelle elezioni turche. La legge consente alle parti più piccole di superare la soglia del 10% entrando in una coalizione.

Magda Lekiashvili
Blog Fondazione Nenni

Erdogan annuncia attacco contro il Pkk… in ritirata

Turkey's President Recep Tayyip Erdogan adjusts his sunglasses before a wreath-laying ceremony at the Jose Marti monument in Havana February 11, 2015.  REUTERS/Enrique De La Osa

Turkey’s President Recep Tayyip Erdogan adjusts his sunglasses before a wreath-laying ceremony at the Jose Marti monument in Havana February 11, 2015. REUTERS/Enrique De La Osa

La strategia del Presidente turco continua a cambiare, ma al centro restano i curdi. Ieri Erdogan ha annunciato che se l’esercito iracheno non riesce a cacciare le milizie del partito dei Lavoratori del Kurdistan turco (PKK) dalla città di Sinjar nel Nord-ovest dell’Iraq, “ci penserà” l’esercito turco. Ma il comando delle operazioni congiunte dell’Iraq ha negato che qualsiasi forza straniera abbia attraversato il confine con l’Iraq, nello stesso tempo già venerdì in un comunicato l’Unione delle comunità del Kurdistan, l’ombrello politico del Pkk, ha detto che ritirerà le milizie dalla regione di Sinjar, nel nord dell’Iraq, dopo avere concluso che gli Yazidi non sono più in pericolo.
E anche se inizialmente il ministro degli Esteri iracheno, Ibrahim al-Jafaari, ha avvertito che Baghdad “risponderà” a un’incursione in profondità nel suo territorio, sembra che sia ormai in vista un’operazione militare congiunta che Turchia e Iraq per maggio prossimo nel nord del paese arabo contro i curdi del Partito dei lavoratori del Kurdistan (Pkk) stanziati nell’area.
È stato previsto un incontro con Baghdad così come annunciato proprio dal Presidente turco “un responsabile iracheno arriverà in giornata in Turchia per colloqui sulla questione Sinjar”. Attraverso un attacco congiunto con Ankara contro il Pkk il governo di Baghdad potrebbe rafforzare l’asse con Ankara, contribuendo al ritorno dell’Iraq sullo scacchiere regionale su un piano di parità sugli altri Stati, obiettivo lungamente perseguito dal governo iracheno.
Nel frattempo però l’Iraq è è prudente in vista delle elezioni di maggio, anche per questo negli ultimi giorni, le autorità di Baghdad hanno condannato le incursioni dell’Aviazione turca contro il Pkk nel nord dell’Iraq. Ma dopo il referendum curdo e l’idea di un Kurdistan indipendente, che per Ankara era una minaccia alla propria sicurezza e per l’Iraq e il suo governo federale un attentato all’integrità territoriale del paese, potrebbe esserci un punto di leva comune per riavvicinare i due Stati.

Turchia: gruppo pro-Erdogan compra media opposizione

Erdogan-terrorismoLa holding del magnate turco Aydin Dogan avrebbe concluso un accordo per la vendita di alcuni tra i principali media di opposizione in Turchia, tra cui Hurriyet e la Cnn turca, a un gruppo di imprenditori vicini al presidente Recep Tayyip Erdogan per 1,25 miliardi di dollari. La notizia viene riportata dal sito indipendente T24. Un’operazione che renderebbe ancora più limitata la libertà di espressione e di dissenso in Turchia dove, dopo il fallito golpe di due anni fa, il pugno di Erdogan si è già abbattuto con forza sui media e la libera informazione con migliaia di giornalisti arrestai e diverse testate giornalistiche chiuse.

Tra i media oggetto della cessione, ci sarebbero i quotidiani laici Hurriyet e Posta, tra i più venduti nel Paese, quello sportivo Fanatik, anch’esso molto diffuso, nonché le tv Cnn turca e Kanal D. A guidare la cordata di acquirenti sarebbe la holding che fa capo a Yildirim Demiroren, ex proprietario della squadra di calcio del Besiktas e attuale presidente della Federazione calcistica turca, che nel 2011 aveva già assunto il controllo dei quotidiani di opposizione Milliyet e Vatan, che hanno da allora cambiato la propria linea editoriale. Se confermata ufficialmente, la notizia segnerebbe un’ulteriore fortissima concentrazione di potere mediatico nelle mani di gruppi pro-Erdogan.

Dopo la notizia della vendita le azioni della holding Dogan hanno avuto un vero e proprio boom con un balzo in avanti che è arrivato fino al 17%, mentre quelle del gruppo editoriale, Hurriyet Gazetecilik, fino al 19%. Secondo media locali, l’accordo – il cui annuncio ufficiale è atteso in a breve – è stato confermato anche da un dirigente del gruppo acquirente, che farebbe capo al magnate Yildirim Demiroren.

Siria. Rex Tillerson cambia idea e accusa i russi

tillersonFari puntati sul Segretario di Stato americano, Rex Tillerson, che non solo difende la Turchia dopo l’attacco ai curdi che ha imbarazzato il mondo occidentale, ma punta di nuovo il dito contro Mosca. Nella guerra siriana per il segretario di Stato è la Russia che si deve “assumere la responsabilità” di un sospetto attacco di armi chimiche in un’enclave ribelle in Siria, afferma Rex Tillerson. “Alla fine la Russia si assuma la responsabilità delle vittime nella Ghouta orientale e di innumerevoli altri siriani presi di mira con armi chimiche da quando la Russia è stata coinvolta in Siria”, ha detto Tillerson dopo una conferenza sulle armi chimiche a Parigi. “Più di 20 civili – molti dei quali erano bambini – sono stati colpiti dall’attentato”, ha detto il Segretario di Stato che ha aggiunto che l’incidente ha sollevato “serie preoccupazioni” sul fatto che il presidente siriano Bashar al-Assad possa continuare a utilizzare armi chimiche contro il suo stesso popolo.
Eppure appena tre giorni fa (sabato scorso) Rex Tillerson ha voluto discutere del conflitto siriano con il ministro degli esteri russo, Sergei Lavrov. Nella telefonata sono stati discussi in particolare i modi per portare stabilità nel nord del paese e di come affrontare la crisi siriana sotto l’egida delle Nazioni Unite, oltre a una possibile agenda per i colloqui siriani dovuti nella località russa russa di Sochi.
Ma a far discutere in queste ore è soprattutto la presa di posizione equidistante degli Stati Uniti nei confronti della guerra di Erdogan contro i curdi, chiedendo ad Ankara ‘moderazione’, ma legittimando il diritto di Erdogan di difendere il proprio Stato.
Gli Stati Uniti chiedono di dare prova di “moderazione” a “tutte le parti” coinvolte nell’offensiva avviata dalla Turchia in Siria settentrionale il 20 gennaio scorso. Lo ha affermato oggi a Londra il segretario di Stato degli Usa, Rex Tillerson, durante la conferenza stampa congiunta con l’omologo britannico, Boris Johnson. Il capo del dipartimento di Stato si trova nella capitale del Regno Unito per l’inaugurazione della nuova ambasciata degli Usa. Allo stesso tempo il capo della diplomazia degli Stati Uniti ha riconosciuto il “legittimo diritto all’autodifesa” della Turchia. “Gli Stati Uniti sono in Siria per sconfiggere lo Stato islamico”, ha proseguito Tillerson, “con una coalizione di alleati e con le Forze democratiche siriane” (Sdf). Di questo gruppo che si oppone al governo di Damasco con l’appoggio degli Usa, fanno parte anche le Unità di protezione del popolo (Ypg). Queste ultime sono le milizie del partito dell’Unione democratica (Pyd) contro le cui posizioni ad Afrin e Azaz la Turchia ha avviato l’operazione “Ramo d’ulivo”.

Meral Akşener, la ‘lupa’ che sfida Erdogan da destra

meral_aksenerinDurante il suo primo discorso pubblico al Nazim Hikmet Cultural Center di Ankara, Meral Akşener è stata più volte interrotta dai cori dei presenti che ripetevano a squarciagola lo slogan “Meral primo ministro”. “No, non primo ministro ma presidente”, aveva subito replicato la Akşener. La “Lupa”, come la chiamano i suoi sostenitori, ha deciso di mostrare i denti e sfida il Sultano in vista delle elezioni del 2019. Una sfida ufficializzata il 25 ottobre scorso con la nascita dell’Iyi Parti, il Buon Partito, e che promette di ridisegnare lo scenario politico turco.
Sessantun anni, un dottorato in storia e un passato di primo piano nel governo di Necmettin Erbakan come ministro degli interni, nell’autunno del 2016 la Akşener è stata espulsa dal Partito del Movimento Nazionalista (MHP) dopo il tentativo fallito di ribaltare la leadership di Devlet Bahçeli, accusato di essere sempre più vicino alle posizioni del Sultano e fin troppo solerte a rinfiancarlo a ogni scricchiolio di maggioranza. Una comunione d’intenti quella fra l’anziano esponente del partito ultranazionalista e il presidente Erdoğan suggellata dal sostegno dei nazionalisti al referendum costituzionale dello scorso 16 aprile, determinante per la vittoria del “sì” e la conseguente trasformazione della Turchia in una repubblica presidenziale.
Ma per poter trarre beneficio dalle modifiche costituzionali e puntare dritto al traguardo del 2029, Erdoğan deve assicurarsi la maggioranza sia alle parlamentari che alle presidenziali del 2019. Ma la Akşener potrebbe rivelarsi più pericolosa del previsto. E Erdoğan ha avuto un assaggio dei denti della Lupa proprio durante campagna per il referendum costituzionale, che ha visto l’ex ministro schierarsi per il “no”. Un morso che ha costretto il presidente a non concedere alla Akşener nessuno spazio televisivo e a proibire alcuni dei suoi comizi. In un hotel in cui si doveva tenere un suo discorso è stata addirittura tagliata la luce. “Per lui sono una seccatura ̶ aveva detto a maggio in un’intervista al Time ̶ perché sa che sono una minaccia reale”.
E mentre l’opposizione si sfarina tra tintinnii di manette e cambi di casacca, il partito del sole ha già lanciato la sua campagna. Salvaguardia della democrazia e della libertà di stampa, rilancio economico e revisione del sistema giudiziario: sono questi i tasti principali su cui la Akşener premerà.
L’obiettivo della Lupa è, infatti, quello di conquistarsi non solo l’elettorato nazionalista e di centrodestra ma anche i democratici, puntando a un programma che possa risultare appetibile anche agli elettori più esigenti. E proprio l’indecisione dell’elettorato di destra potrebbe giocare a favore del partito del sole. Ma per il momento la partita resta aperta.

Turchia. Locatelli:
“Una marcia per i diritti”

turchia marcia1“È stato uno di quegli eventi che fanno la storia. Era importante esserci per dimostrare solidarietà e vicinanza ai cittadini e alle cittadine turche nella loro lotta per la giustizia”. Pia Locatelli, capogruppo del PSI e presidente del comitato Diritti umani della Camera, è appena tornata da Istanbul dove ha partecipato all’ultima tappa della marcia di 450 chilometri che domenica è arrivata nel distretto Malpete dove si trova la prigione nella quale è detenuto uno dei deputati del CHP Partito Repubblicano del Popolo, Enis Berberoglu, condannato a metà giugno a 25 anni di prigione per aver diffuso un video sui servizi.
La marcia, partita il 15 giugno da Ankara per iniziativa del leader del CHP, Kemal Kilicdaroglu, ha visto la partecipazione centinaia di migliaia di persone che con il passare dei giorni si sono unite alla manifestazione. “Che nessuno pensi che questa sarà l’ultima marcia: il 9 luglio segna il giorno della rinascita”, ha detto Kilicdaroglu a conclusione della manifestazione davanti al carcere di Malpete. “Abbiamo marciato – ha aggiunto – per la giustizia, per i diritti degli oppressi, per i deputati e per i giornalisti in carcere, per i professori universitari licenziati, abbiamo marciato per denunciare che il potere giudiziario e sotto il monopolio dell’esecutivo, abbiamo marciato perché ci opponiamo al regime di un solo uomo. Romperemo i muri della paura”.

Pia Locatelli

Pia Locatelli

I giornali italiani, che hanno dedicato pochissimo spazio alla marcia, parlano di manifestazione contro Erdogan. Secondo te il presidente turco ne esce indebolito?
Gli inviati dei media italiani a Istanbul erano pochissimi e quindi tanti hanno commentato l’evento da lontano. È chiaro che dalle redazioni era impossibile capire il coinvolgimento della manifestazione: bisognava esserci. Non era affatto una marcia “contro” ma una marcia “per”, così come non era la marcia di un partito dell’opposizione ma una marcia di tutti e aperta a tutti, anche a chi non ne condivideva lo spirito. Erdogan, dopo i risultati del referendum, vinto grazie ai brogli, sta perdendo progressivamente il consenso popolare che lo ha sostenuto negli ultimi anni, questa manifestazione è stato un forte segnale da parte di una fetta della popolazione che non vuole rinunciare alla giustizia, ai diritti e alla democrazia. Io sono convinta, e credo di aver ragione, che si sia trattato di un importante passo verso il cambiamento.

Chi erano le persone che partecipavano alla marcia e quale era il clima?
C’era veramente gente di tutti i tipi, dai militanti del Partito Repubblicano del Popolo, alle persone comuni che si sono aggregate alla marcia spontaneamente. Tanti giovani, ma anche anziani, donne con bambini. Non c’era nessuna tensione o paura, ma un clima gioioso, come a una grande festa. Kilicdaroglu si era raccomandato di essere accoglienti, di non rispondere alle provocazioni e nonostante l’imponente dispiegamento delle forze di polizia non c’è stato nessun incidente.

In molti erano convinti che Erdogan avrebbe bloccato la marcia, procedendo ad arresti di esponenti delle opposizioni, così come ha fatto dopo il fallito colpo di Stato dello scorso anno. Questo però non è avvenuto.
Erdogan non è uno stupido, ha preferito tollerare la manifestazione contando sul fatto che tutti i media nazionali che sostengono il governo (gli altri sono stati messi a tacere) l’avrebbero ignorata. Non poteva invece rischiare un’azione di forza che avrebbe scatenato l’indignazione della comunità sia nazionale sia internazionale.

A questo proposito qual è stata la partecipazione da parte dei partiti socialisti europei alla manifestazione?
Non era una manifestazione rivolta ai partiti, ma una manifestazione della gente. Io stessa ho partecipato da cittadina europea alla marcia, certo l’ho fatto anche come socialista e come presidente del comitato Diritti umani, ma lo spirito era proprio quello di non avere sigle di partito. Non è vero, invece, che non c’è stata attenzione internazionale. Penso all’adesione di Luis Ayala, Segretario Generale dell’Internazionale Socialista, alle manifestazioni di solidarietà che si sono svolte a Parigi, a Lione e a New York, all’appello che ha mandato il PSE a tutti i partiti aderenti per partecipare alla manifestazione.

La marcia si è conclusa proprio all’indomani dell’approvazione da parte del Parlamento europeo di una risoluzione e che chiede la sospensione dei negoziati per l’adesione della Turchia alla Ue. È la strada giusta per fare pressioni su Erdogan?
No, io credo sia un grandissimo errore. Già quando ero stata in Turchia nel novembre scorso con una missione del PSE ci avevano chiesto con forza di non sospendere i negoziati. Questa posizione isola la Turchia e lascia mani libere a Erdogan peggiorando la situazione dello Stato di diritto dei diritti umani. La nostra posizione di netta condanna nei confronti del governo, non deve comunque mettere fine al dialogo e i negoziati. Dobbiamo o essere allo stesso tempo fermi e dialoganti, non smettere di denunciare le violazioni dello Stato di diritto, ma la nostra reazione deve scongiurare ogni ulteriore peggioramento.

Che sensazioni hai per il futuro della Turchia dopo il successo di questa manifestazione?
Sento che si è imboccata una strada nuova. Il tentativo di mettere l’opposizione a tacere non è riuscito, sento che c’è la possibilità e la speranza di cambiare le cose.

Turchia. Locatelli partecipa alla marcia per i diritti

pia-locatelli-schermata“La mia partecipazione alla marcia è un segnale di solidarietà. È importante che l’Italia e l’Europa facciano sentire la loro vicinanza ai cittadini e alle cittadine turche e sostengano la loro richiesta di giustizia”, così Pia Locatelli, Capogruppo Psi alla Camera, annuncia la sua partecipazione sabato e domenica alle tappe finali della marcia per la giustizia e lo Stato di diritto che sta portando centinaia di migliaia di persone da Ankara a Istanbul fino alla prigione di Malpete dove è detenuto uno dei deputati del Chp, Enis Berberoglu, condannato a metà giugno a 25 anni di prigione per spionaggio.
La “Marcia per la giustizia” iniziata il 15 giugno scorso dal partito di opposizione laica CHP, prima forza d’opposizione al presidente turco Recep Tayyip Erdogan, all’indomani dell’arresto del suo deputato Enis Berberoglu. Guidati dal leader Kemal Kilicdaroglu, al 23° giorno di cammino, i manifestanti sono entrati nella provincia di Istanbul dopo aver percorso circa 400 dei 430 km previsti dal percorso. Il corteo, formato da migliaia di persone, arriverà domenica nel quartiere di Maltepe, alla periferia della metropoli sul Bosforo dove si trova la prigione in cui è detenuto Berberoglu.
“Noi socialisti seguiamo con attenzione e apprensione quanto sta succedendo in Turchia. Facciamo parte della famiglia dell’Internazionale Socialista e del PSE. Della stessa famiglia fanno parte il Partito Repubblicano del Popolo HDP, i cui due co-leaders Selahattin Demirtas e Figen Yuksekdag, sono in prigione da mesi essendo stata sospesa l’immunità per i parlamentari sottoposti a indagine”. Aveva spiegato pochi giorni fa la deputata socialista Locatelli e Presidente del Comitato Diritti umani della Camera, accogliendo la deputata turca (CHP) Safak Pavey.
Nel frattempo continua il pugno duro di Erdogan, proprio ieri la polizia turca ha arrestato 12 attivisti di primo piano, tra cui la direttrice di Amnesty International nel Paese, Idil Eser, e 2 stranieri. Il tutto è avvenuto durante un workshop che riuniva i rappresentanti di alcune delle principali organizzazioni per la tutela dei diritti umani. Le accuse nei confronti degli arrestati restano ignote e non hanno ancora potuto incontrare i loro legali.

LA VERSIONE DI MOSCA

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Mentre il conflitto siriano continua a mietere vittime, dall’altra parte alle Nazioni Unite va in scena l’ennesimo scontro tra i Paesi membri. Da una parte Stati Uniti, Francia e Regno Unito che hanno presentato al Consiglio di Sicurezza una bozza di risoluzione che condanna l’attacco e chiede un’inchiesta sull’uso di armi chimiche contro la popolazione civile attribuito all’aviazione siriana, dall’altra il Cremlino che respinge la bozza e difende il Governo siriano. La proposta di risoluzione presentata da Usa, Francia e Gran Bretagna condanna l’attacco chimico attribuendolo al regime di Assad e chiede che “i responsabili siano chiamati a risponderne”. Si esprime poi pieno sostegno alla missione di inchiesta dell’Opac (Organizzazione per la proibizione delle armi chimiche), domandando che “riporti i risultati dell’indagine il più presto possibile”. Il presidente siriano Assad dovrà inoltre “organizzare gli incontri richiesti, tra cui con generali o altri ufficiali, entro e non oltre cinque giorni dalla data in cui viene fatta domanda”. E al segretario generale Onu Guterres si chiede di riferire se verranno fornite dal regime di Damasco le informazioni richieste ogni 30 giorni. Viene sottolineato anche che il presidente Assad deve “cooperare pienamente con il meccanismo di inchiesta e con Onu e Opac. Deve fornire i dati dei voli militari del giorno dell’attacco, i nomi degli individui al comando di squadre ed elicotteri, e accesso alle basi aeree da cui si crede siano state lanciate le armi chimiche”. La decisione di agire è stata riaffermata anche stamani dal numero uno dell’Onu, Antonio Guterres: “L’orribile evento di ieri dimostra che in Siria si commettono crimini di guerra e che la legge umanitaria internazionale viene violata frequentemente. Il Consiglio di sicurezza si riunirà oggi. Abbiamo chiesto che si risponda dei crimini commessi e sono sicuro che il Consiglio di sicurezza si prenderà le sue responsabilità”
Ma Mosca, membro permanente dell’Onu dispone del potere di veto, ha respinto totalmente la risoluzione bollandola come falsa. “Gli Usa hanno presentato una risoluzione basata su rapporti falsi – ha detto la portavoce del ministero degli Esteri Maria Zakharova – la bozza di risoluzione complica i tentativi di una soluzione politica alla crisi, è anti-siriana e può portare a una escalation in Siria e nell’intera regione”.
Anzi la Russia difende Assad e dà la propria versione della strage di ieri: all’origine dell’attacco chimico a Idlib, per il Cremlino, vi sarebbe stato il bombardamento da parte dell’aviazione siriana di un “deposito terroristico” in cui erano contenute “sostanze tossiche” usate per produrre proiettili contenenti agenti chimici.

Il bombardamento del 4 aprile

Si riaffaccia la Siria nella visuale della Comunità internazionale e lo fa riportando l’ennesimo orrore di cui è vittima la sua popolazione. Sono state infatti diffuse le immagini di un nuovo bombardamento nel nord-ovest della Siria nel quale sarebbero stati utilizzati gas chimici: la notizia è stata diffusa oggi dall’ong Osservatorio siriano per i diritti umani. Il raid è avvenuto nell’area di Khan Shaykhun, una cittadina della provincia di Idlib controllata da milizie ribelli. Tantissime altre persone stanno soffrendo per gli effetti dell’attacco, con fonti mediche che segnalano problemi respiratori e sintomi come svenimento, vomito e bava alla bocca, ha spiegato l’ong. Testimoni locali fanno sapere che gli ospedali della regione sono saturi e non sono più in grado di accogliere altri intossicati a causa dell’inalazione dei gas tossici, soprattutto dopo gli attacchi da parte dell’aviazione governativa siriana e di quella russa sua alleata cui si è assistito la settimana scorsa contro diversi ospedali della provincia e in quella confinante di Hama, tra cui Maaret al-Numan, Talmanes e Latamneh.

Successivamente un ospedale da campo dove venivano curate le vittime dell’attacco è stato colpito in un altro raid, secondo fonti degli attivisti. Il capo del servizio di difesa civile dell’opposizione a Khan Seikhun, citato dall’agenzia Ap, ha detto che la struttura è stata “presa di mira dopo l’attacco”.

Stamani il sito di notizie vicino all’opposizione ‘Shaam’ aveva parlato di bombe al cloro, ma per la Direzione sanità si tratterebbe invece di gas sarin, entrambi vietati a livello internazionale. Il bilancio intanto continua tristemente a salire: 100 morti e 400 feriti, tra cui tantissimi bambini e immagini a dir poco raccapriccianti. Inoltre tra i feriti ci sono anche membri dei Caschi Bianchi, il corpo di volontari che rischiano la vita per salvare i civili sotterrati dalle macerie.

Le dinamiche del raid non sono chiare. La zona di Idlib è controllata da gruppi di ribelli e dai qaedisti dell’organizzazione Fatah al Sham, contraria al governo di Damasco. E proprio la Coalizione siriana, il gruppo delle opposizioni con sede all’estero, ha puntato il dito contro gli aerei governativi, accusandoli di essere i responsabili del bombardamento.
Damasco però ha subito smentito l’uso di armi chimiche, asserendo che l’esercito siriano “non le usa e non le ha usate, prima di tutto perché non le ha”. Un’indagine congiunta di Nazioni unite e osservatorio sulle armi chimiche aveva però in passato aveva accusato il governo di Damasco di attacchi con gas tossici, tanto che l’amministrazione Obama nell’estate del 2013 stava per intervenire contro il Governo di Damasco.
“La comunità internazionale, dopo sei anni di inferno, deve porre fine a questo calvario. Non ci sono figli di Assad e dei ribelli, sono tutti vittime di una guerra che non hanno voluto”, ha affermato Andrea Iacomini, portavoce di Unicef Italia, facendo appello anche ai politici italiani perché esprimano la loro condanna.
Nel frattempo sono arrivate le dichiarazioni di denuncia della Comunità internazionale. Il ministro degli Esteri della Francia, Jean-Marc Ayrault, ha chiesto un incontro di emergenza del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. “Un nuovo e particolarmente grave attacco chimico è avvenuto questa mattina nella provincia di Idlib. Le prime informazioni suggeriscono un grande numero di vittime, anche bambini. Condanno questo atto disgustoso”, ha detto il ministro sottolineando che queste azioni gravi “minacciano la sicurezza internazionale”. L’Alto rappresentante Ue per gli Affari esteri e la Politica di sicurezza, Federica Mogherini, ha puntato il dito contro il regime di Bashar al-Assad. “Oggi la notizia è tremenda”, ha detto Mogherini parlando con i media a Bruxelles a margine della conferenza Ue-Onu.
“L’Unione europea – ha detto ieri Mogherini alla vigilia alla vigilia della Conferenza sulla Siria che si tiene oggi e domani a Bruxelles – ritiene che in Siria sia impossibile tornare alla stessa situazione di sette anni fa. Dopo sei anni e mezzo di guerra sembra del tutto irrealistico credere che il futuro della Siria sarà esattamente uguale al passato”. In questo modo viene auspicata l’idea di una Siria senza Assad, ma è stato più esplicito il tedesco Sigmar Gabriel, che si oppone alla posizione assunta di recente dagli Stati Uniti: “Il processo politico, che alla fine dovrà portare Assad a non essere più il presidente della Siria, e che significa riforme elettorali, riforme costituzionali, elezioni e riconciliazione all’interno del paese, non deve essere messo da parte. E questo nonostante ci sia ora chi dice: adesso abbiamo un nemico peggiore, i terroristi, e se necessario dobbiamo collaborare con Assad e con il suo regime e nel caso cedergli aree che sono state liberate, sottraendole ai terroristi”.
L’orrore in Siria è stato denunciato anche da Ankara che ha inviato nella zona dell’attacco 30 ambulanze dalla provincia frontaliera di Hatay. Inoltre il presidente turco Erdogan ha chiamato al telefono il presidente russo Vladimir Putin. Il presidente ha condannato l’attacco, definendolo “disumano” e “inaccettabile”. Per Erdogan, l’attacco mette a rischio il processo di pace Astana. Entrambi i leader, stando ai media turchi, hanno ribadito l’importanza del rispetto del “cessate il fuoco” in Siria concordato lo scorso dicembre.  Ma la difesa russa ha negato di aver effettuato bombardamenti nell’area di Khan Sheikun: “Gli aerei dell’aeronautica russa non hanno effettuato alcun raid nei pressi di Khan Sheikhun nella provincia di Idlib” afferma un comunicato del ministero della Difesa di Mosca.
Anche il ministro degli Esteri turco, Mevlut Cavusoglu, ha definito l’attacco “un crimine contro l’umanità che merita una punizione” e che “può distruggere l’intero processo” di pace avviato ad Astana. Sulla stessa linea turca persino Israele: Benyamin Netanyahu ha condannato l’attacco: “Le immagini terribili dalla Siria dovrebbero scuotere ogni essere umano. Ci appelliamo al mondo per tenere le armi chimiche fuori dalla Siria”.

Per il momento a Bruxelles si è aperta la conferenza internazionale di due giorni sulla Siria, in cui è atteso che i donatori prometteranno di versare miliardi di dollari di aiuti per i rifugiati siriani e in cui secondo l’Unione europea si dovrebbe impegnare a contribuire a porre fine agli oltre sei anni di guerra. Quest’anno le Nazioni unite hanno lanciato un appello a raccogliere 8 miliardi di dollari per gestire la crisi umanitaria, guardando sia ai donatori del Golfo che ai tradizionali donatori europei. Qatar e Kuwait si sono uniti a Ue, Norvegia e Nazioni unite come organizzatori di questa ultima conferenza internazionale dei donatori, che giunge dopo quelle di Berlino, Londra e Helsinki.