“Una vita spericolata” di Marco Ponti: tre giovani alle prese con il destino

vita spericolata filmÈ uscito nelle sale il 21 giugno scorso il film per la regia di Marco Ponti: “Una vita spericolata”. Nel cast: Lorenzo Richelmy, Matilda De Angelis, Eugenio Franceschini (che ha sostituito nel ruolo Domenico Diele, che inizialmente doveva avere la parte prima dei suoi problemi giudiziari e della condanna). Compaiono, però, anche Antonio Gerardi, Massimiliano Gallo e Michela Cescon.
Una storia di giovani e per giovani. Una commedia realistica (molto poco comica e più realistica), in cui non mancano gag divertenti e battute esilaranti, grazie anche alla verve spontanea degli attori, ma che è soprattutto una denuncia sociale aspra della situazione di stallo attuale che vive il nostro Paese, in cui soprattutto le nuove generazioni non trovano né un futuro né un possibile sbocco (professionale e umano di realizzazione). Per loro sembra quasi non esserci possibilità di trovare una propria identità e un proprio ruolo nella società. Tutto parte, come suggerisce il titolo, dalla citazione dell’omonima canzone di Vasco Rossi: “Una vita spericolata”, piena di difficoltà e di problemi da superare. Perché la vera protagonista è proprio la vita, in toto, a 360 gradi. “Forse questo film parla di una cosa sola: di quanto sia importante avere una vita intensa, dignitosa, generosa e, ovviamente, spericolata. Ho voluto incentrarmi -ha spiegato il regista Marco Ponti- sulla fase dell’esistenza in cui la vita stessa ti arriva addosso con la massima velocità possibile, adottando e descrivendo il tutto con uno spirito e un carattere adolescenziale”, che desse freschezza al film.
E la storia parte proprio da quando uno dei protagonisti si reca in banca. Roberto Rossi (Lorenzo Richelmy) è un meccanico la cui officina è in fallimento; gli pignorano la casa e perde tutto (anche la fidanzata Eva, Desirée Noferini, che lo lascia). Considerato da tutti un fallito e un buono a nulla, decide di prendersi il suo riscatto tentando proprio di chiedere un prestito alla banca. Lì incontra una giovane ragazza (Matilda De Angelis); ma il loro incontro si trasformerà prima in una lite con il personale e i responsabili della banca (rappresentati dal direttore interpretato da Michele De Virgilio), poi in una rapina non voluta, nata accidentalmente. Sorta per “divergenze di veduta”. I giovani partiranno in fuga, accompagnati dall’amico di Rossi (Bartolomeo, detto BB, alias Eugenio Franceschini), uno sfaticato ma buono d’animo e generoso. Inseguiti dalla polizia sognano di fuggire lontano: ci riusciranno? Arriveranno a coronare il loro sogno di libertà?
La situazione che si presenta è tragicomica, direi tragica, ma fa’ ridere dal nervosismo e dalla tensione palpabile. La banca non concede il prestito ai “poveretti” come Rossi; non vuole venirgli incontro ed investire (dando fiducia) – come dice il ragazzo- “nella vera risorsa del Paese: i giovani”. Quelli che lavorano in banca diventano degli “sciacalli”; non c’è giustizia: la polizia non è in grado di risolvere casi di corruzione e di traffico illecito di soldi riciclati (che tra l’altro circolano all’interno della stessa banca) o di droga; ma non è solo la corruzione, con l’arrivismo o il solo interesse personale privato che guidano ogni azione, il male dell’Italia. Il fatto è che neppure l’economia può crescere se “pochi hanno tanto e molti hanno poco”. E non è neppure il solo divario esistente (quello economico fra ricchi e poveri, fortunati e sfortunati), l’unico gap a dividere a metà il nostro Stato. C’è anche appunto il divario Nord-Sud, ma se si dice che “tutto il mondo è Paese” è vero che la situazione di stallo non cambia da Nord a Sud. Si parte da Torino e si arriverà in Puglia, ma non è che cambi poi molto. Inoltre non è devastata solo l’economia, il nostro Paese non è martoriato solo economicamente, ma anche dal punto di vista ambientale: “prima tracciano una riga sulla cartina, che poi diventa l’alta velocità che spazza via i piccoli paesi come il nostro” ragionano insieme Rossi e BB. E non sono solo i piccoli centri cittadini a ‘sparire’: intere fabbriche chiudono e un sacco di lavoratori vengono mandati a casa. La disoccupazione imperversa. E non è l’unico scempio. I ragazzi, disperati, si ‘vendono’, buttano via i loro sentimenti e la loro umanità, o finendo in mano alla malavita organizzata oppure sognando di andare a “L’isola dei famosi” o in tv, magari da Maria De Filippi. Questo è il loro sogno: la fama e la gloria, diventare noti sul piccolo e grande schermo; ma sono successi effimeri. Il personaggio di Matilda De Angelis, infatti, è una nota giovane attrice prodigio di telenovele di successo che non tutti riconoscono, ma che molti sfruttano. Il suo nome d’arte è “Soledad Agramante”. Soledad appunto, solitudine, come sono ‘sole’ e ‘solitarie’ le anime dei tre ragazzi protagonisti; loro sono alla ricerca della loro identità e il film è intramezzato da brevi narrazioni della loro vita vera: la verità sulla loro vita; ma non sappiamo mai davvero chi siano, soprattutto Soledad, che racconta tante storie, quante ne ha sentite, quante le bugie che le hanno raccontato. Eppure sono ragazzi che sognano solamente una vita normale. Ogni caso di cronaca è strumentalizzato dai media (la cui icona è la giornalista tv di cui veste i panni Stella Novari), dediti solamente allo scoop. Eppure al momento della rapina in banca, che non voleva fare, Rossi continua a gridare: “Non voglio i soldi! Non voglio niente!”, “Voglio solo andare via!”. E, prima di scappare, alle telecamere che li inquadravano e cercavano di strappargli una dichiarazione loro dicono solamente: “Siamo innocenti!”. È il grido sommesso, disperato e quasi rassegnato di una generazione allo sbaraglio. Non manca, poi, la pittura del mondo delle escort (di cui un po’ Soledad fa parte). Corpi venduti quasi al miglior prezzo e al miglior offerente in cambio del niente che hanno indietro se non delusioni, amarezza, rimpianti, dolore, umiliazione, frustrazione, vergogna, repulsione per se stesse di donne ‘mercificate’. Rimpiazzate subito poco dopo da altre vittime come loro: per quanto giovane talento prodigio, a soli 23 (o 25) anni Soledad è già vecchia, a lei si preferisce una 17enne uscita da Disney Channel che ha un botto di followers su Instagram. E così si sente una fallita, una che “ha avuto la sua grande occasione e l’ha sprecata”. D’altronde è lo stesso Vasco a ricordare in “Delusa” che: “Ehi tu ‘delusa’ attenta che chi troppo ‘abusa’ rischia poi di più”. E allora ci si chiede: appurato che “il mondo fa schifo”, un dato di fatto ormai purtroppo, ma “che cosa è successo a questo mondo?” ci si domanda. Se nessuno crede più in loro giovani (la banca non dà credito, crede solo alla burocrazia), nessuno la cerca e la vuole più per fare contratti (Soledad), per loro sembra finita. È davvero la fine di ogni speranza? Eppure lei (Soledad) non chiede poi tanto alla vita: sogna solo di avere l’ultimo I-phone 5 come desiderio massimo. Se la polizia (impersonificata dal capitano Greppi, alias Massimiliano Gallo) è incapace e corrotta essa stessa (almeno qui nel film nella parodia viene un po’ ridicolizzata per estremizzare i connotati tragici della situazione nazionale) e se l’interesse che sembra regnare è solo quello per il denaro, loro invece hanno ancora degli ideali: “sono i buoni”, come sottolinea più volte BB, che ama donare il denaro della rapina a tutti e sogna di poterne regalare un po’ anche ai bimbi poveri e bisognosi dell’Albania dove andranno a fuggire. Non solo, ma anche la donna più perfida (Elena Castiglioni, alias Michela Cescon), cattiva e ‘avida di sangue e di sofferenza’, odia ‘la violenza gratuita’ (cioè che non porta soldi), ma poi forse ci ripenserà. A tale proposito da notare il bacio (tipo quello di stampo mafioso di fedeltà al clan) che concede a Soledad: che sia lei (la Castiglioni) la sua vera madre, o lei (Soledad) è solo la figlia putativa che si è concessa per trovare una strada? In realtà ciò che accomuna i personaggi è che tutti cerano ‘amore’. Se il tema delle escort ad esempio ci ricorda quando Massimiliano Bruno lo affrontò con ironia in “Nessuno mi può giudicare” con Paola Cortellesi, sicuramente Ponti lo racconta in modo più serioso. Inoltre tutti i temi sono affrontati in maniera rapida, in rapida successione e sequenza senza soffermarvisi troppo, quasi accennati e non approfonditi (il che appesantirebbe i toni). Quasi a dire “Veloce come il vento” per citare il film che vede protagonista Matilda De Angelis con Stefano Accorsi. Forse perché lei stessa, va “veloce come il vento” (come dice Vasco nella canzone “Rewind”: “perché tu vai vai, veloce come il vento”); quasi a riavvolgere la sua vita (e quella degli altri due con lei), a ricominciare tutto da capo, da zero, azzerando e annullando tutta la sofferenza. E non è la sola. Infatti i tre si ritroveranno “a ridere e sorridere dei guai, proprio come non hanno fatto mai” (sempre per mantenere la linea tracciata dai brani del Blasco) perché “vogliono trovare un senso a questa vita anche se non ce l’ha e se non ha un senso domani arriverà, ormai è qua” (sempre per parafrasare le sue parole): loro tre insieme in fuga. Su una macchina a tutta velocità, guidata come un pilota di rally o di formula Uno da Eugenio Franceschini (BB). Allora potremmo pensare a un nuovo progetto che li vede protagonisti in “Veloce come il vento due” con Stefano Accorsi. Sicuramente essere al volante di quell’auto da corsa sarà stata un’esperienza emozionante indescrivibile, molto eccitante per il giovane attore. Ma non si può neppure escludere un sequel di “Una vita spericolata”, visto il finale aperto: magari lei incinta, in attesa di un figlio che non sa di chi dei due sia, a cui deve dare un futuro e dovrà affrontare le difficoltà di trovare un lavoro quale giovane madre con figlio a carico. E tutto ricomincia di nuovo. Perché, come ricorda Vasco, “stammi vicino e poi col tempo tutto si aggiusterà”. Se lo scenario sembra quello descritto da Vasco Rossi in “Sono innocente…ma”, a proposito della frase pronunciata proprio da Rossi nel film, loro capiscono bene che alla fine la lezione che più hanno imparato è che: “buoni o cattivi non è la fine, prima c’è il giusto o sbagliato da sopportare”.
Se sembra che “qui non arrivano gli angeli” (per dirla alla Vasco Rossi), c’è chi è ancora integerrimo ed agisce con integrità morale e fa rispettare le regole e viene in soccorso. Per ironia della sorte, se paiono esserci invece che angeli due demoni (gli uomini della Castiglioni Rambo e Rambo due la vendetta, alias rispettivamente Mirko Frezza e Alessandro Bernardini) loro agiscono “sempre in buona fede” (per citare una battuta del film). E saranno proprio la musica e la fede (cioè la religione) a salvarli -o forse no?-: la banda musicale durante la festa per il santo patrono in un paese della Puglia. E forse dunque non è un caso che il nome (o meglio il cognome) del protagonista interpretato da Lorenzo Richelmy (Roberto Rossi) possa essere al contempo un tributo al rocker Vasco oppure una citazione (solidale) al noto donatore benefico citato sempre nelle offerte per beneficenza (Mario Rossi) per donare il 5X1000 ad esempio alla Chiesa Cattolica (come un po’ sogna, come detto, BB). Del resto, se un minimo di romanticismo è accennato è rappresentato proprio da Soledad: “anima fragile” come canterebbe Vasco Rossi, delicata e sensibile in fondo, anche se si cela dietro la maschera della ‘cinica dura’. Se “non è niente male essere qui con voi” – dice a Rossi e BB -, si prende coscienza con amarezza che (nel bene e nel male però) “Niente è mai come te lo aspettavi”; parafrasando, potremmo dire, “Tutto può succedere” per citare un film in cui compare Matilda De Angelis (che si dimostra sempre più attrice giovane ma adatta a ruoli impegnati, che molto l’hanno fatta maturare artisticamente, professionalmente ed umanamente e che con coraggio ha fortemente voluto e ricercato; tra l’altro nel film “Una vita spericolata” c’è un’altra attrice della fiction con Matilda: Benedetta Porcaroli). Del resto tutto il repertorio di Vasco Rossi andrebbe bene e si potrebbe citare per questo film, lui sempre così attento al disagio giovanile. Qui, certo, questa problematica regna sovrana accanto a crisi economica, di valori morali, disoccupazione e quant’altro. Come poter riuscire a superare tutto questo? Si capisce che l’arma vincete è una sola: il coraggio, anche per (voler) andare via e fuggire. E questi tre ragazzi ne hanno da vendere, non hanno paura di affrontare nulla. Basterà? Soledad è la nuova “Sally” che sogna di vivere “Come nelle favole”. Sarà in grado di trasformare in realtà vera la favola che ha disegnato nella sua mente con la sua fantasia? Sicuramente un primo passo è la fuga da tutto ‘il male’: per far sì che si inizi ad avere una situazione di cambiamento per cui “c’è chi dice no” alla corruzione, al malaffare; come fanno loro tre, in un certo qual modo, scappando via. Per disegnare davvero “un mondo migliore”. Ma quanta strada c’è da fare, quanta fatica, non è affatto facile: “Eh già!” verrebbe da esclamare con Vasco. Ognuno dei tre sembra pensare il messaggio racchiuso nel brano: “Come vorrei”. Hanno bisogno di “Cambia-menti”, ma non è semplice attuarli. Per loro è tutto un andare e venire come ne “Il mondo che vorrei”. I giovani come Soledad e i suoi amici sono in grado di insegnare agli adulti come il suo manager Leonardi (Antonio Gerardi) ‘lezioni morali’ importanti proprio coi loro esempi di coraggio; ma Gerardi stesso non si dimostrerà da meno, anzi sarà e si comporterà come un vero padre per Soledad. E questo film sembra proprio disegnato sul repertorio musicale di Vasco Rossi: un viaggio attraverso le sue canzoni per conoscere meglio il disagio giovanile; un regalo indiretto (o forse voluto?), dunque, del regista, per tutti i fans del Blasco; che sicuramente avrà successo. Per promuoverlo al meglio forse basterebbe un pensiero di Matilda De Angelis per tutte le giovani ragazze come lei che sognano di intraprendere la sua strada. La giovane attrice non ha nascosto -in un’intervista a Mattia Pasquini di “Amica”- di “odiare l’ipocrisia” e amare viceversa la correttezza, la precisione e il rigore (compresa la puntualità agli appuntamenti). Già questo basterebbe, anche se le recenti parole di Anna Falchi hanno rincarato molto la dose inasprendo i connotati della vicenda (reclutamento giovani talenti e attrici): “per fare tv oggi ti ci vuole un potente, come manager o come amante” ha asserito senza mezzi stermini a “Tv fan page”.

“La strada di casa”: in dodici episodi la via per giungere alla verità

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Su Rai Uno è andata in onda un’altra serie televisiva: “La strada di casa”, per la regia di Riccardo Donna; in dodici episodi. Altro ruolo drammatico per Alessio Boni, dopo “La ragazza nella nebbia” di Donato Carrisi. In quest’ultimo film interpretava il professor Loris Martini, principale indiziato della scomparsa (e forse dell’omicidio) di una giovane ragazza (Anna Lou) ad Avechot, su cui indaga l’agente Voegel (Toni Servillo).

In “La Strada di casa” c’è lo stesso tono di giallo-poliziesco, quasi un thriller al tempo stesso realistico e drammatico. Siamo a Torino (dove sono avvenute gran parte delle riprese). La location è quella della cascina Morra, dove il proprietario dell’azienda (Fausto Morra, Alessio Boni), con la sua famiglia, coltiva pannocchie da destinare al suo bestiame. Tutto bene finché un giorno non riceve un controllo a sorpresa di Paolo Ghilardi, ispettore veterinario della ASL di Torino; durante la verifica Ghilardi scopre che un bovino è affetto da tubercolosi. Però non farà in tempo a denunciare il tutto perché verrà trovato morto, ucciso prima di poter parlare. Principale indiziato è proprio, ovviamente, Fausto Morra. Soprattutto quando si risveglia dal coma, dopo cinque anni; perché –nel frattempo- ha un brutto incidente che lo getta in stato comatoso, da cui si riprende. L’indagine che ne nasce per scoprire la verità mobiliterà (come in “La ragazza nella nebbia” tutto il paese di Avechot) tutti coloro che ruotano intorno alla cascina, che è il principale interesse in gioco. Ognuno deve chiarire la sua posizione, avere un alibi, è ugualmente indiziato. Anche se tutte le colpe ricadono su Fausto. Un caso poliziesco, ma anche realistico dicevamo; perché, durante il periodo del suo coma, il controllo dell’azienda lo prende il figlio Lorenzo (Eugenio Franceschini), che -però- adotta un altro tipo di sistema di produzione e di coltivazione, più all’avanguardia, più tecnologico e più “bio”. Dunque un modo per mettere a confronto i due tipi di produzione e coltivazione, molto diffusi e in voga attualmente, e di cui ancora adesso si disquisisce parecchio.

Però il tema centrale non è questo esclusivamente del sistema produttivo. E la serie non è neppure meramente un giallo. Ci sono due connotazioni su cui si muove. Una è quella che riprende un po’ quella del film (in cui compare sempre Alessio Boni): “Di padre in figlia”, in cui (a Bassano del Grappa, in luogo di Torino) lui lasciava in eredità il ‘birrificio’ di famiglia alla figlia maggiore (Maria Teresa Franza, Cristiana Capotondi), delle tre avute dalla moglie (Franca Franza, Stefania Rocca). Diverse le analogie. In “Di padre in figlia” è Giovanni Franza, uomo rude e non molto benvisto per i suoi modi burberi e per le sue ambizioni prive di scrupoli. Tanto da litigare con il socio e amico Enrico Sartori (Denis Fasolo), estremamente onesto e che voleva adottare un altro modo di produrre birra, più artigianale ma più genuino; ma Giovanni gli ruberà la sua idea, che brevetterà. In “La strada di casa”, il divario tra i due sistemi di produzione compare lo stesso, anche se è rappresentato grazie alla presenza del figlio Lorenzo. Però c’è un contrasto tra soci dato da Fausto e dall’amico Michele (Thomas Trabacchi). Al posto di Franca Franza (Stefania Rocca) c’è la moglie Gloria (Lucrezia Lante Della Rovere) che, tra l’altro, ha un ruolo preponderante in quanto tradirà (durante il coma) il marito proprio con Michele. E poi ci sono le figlie; da una parte (in “Di padre in figlia”) avevamo Maria Teresa (come detto, Cristiana Capotondi) –diligente, seria, equilibrata, posata, che ama studiare e che si occuperà di riprende in mano il birrificio di famiglia- ed Elena (la minore, Matilde Gioli) -più effervescente e incosciente, che si metterà nei guai-. In “La strada di casa” abbiamo: Milena Morra (Benedetta Cimatti) e Viola Morra (Sabrina Martina). La prima rinuncerà a studiare medicina e a partire con il fidanzato (il fisioterapista Bashir, Alberto Boubakar Malanchino) per il Canada, per stare vicino al padre -come farà un po’ Maria Teresa in “Di padre in figlia”, che si riavvicinerà al padre dopo una dura lite e diverbio-. La seconda si metterà nei guai come Elena in “Di padre in figlia” (che rimane incinta), subendo una violenza dal suo professore: il professor Riccardi (Marco Cocci). E poi ci sono i figli maschi ultimogeniti. In “Di padre in figlia”, Giovanni Franza voleva un figlio maschio in eredità cui lasciare il birrificio. Finalmente lo avrà perché nasceranno due gemelli (un maschio, che chiamerà Antonio come suo padre, e una femmina, a cui daranno il nome di Elena); sarà proprio la nascita di questo figlio maschio il motore di tutto, poiché avrà tutte le attenzioni di Giovanni e le sorelle (soprattutto Maria Teresa) si sentiranno ferite, trascurate e ignorate. In “La strada di casa”, invece, la monetina da dieci lire ritrovata dal piccolo Martino Morra (Andrea Lobello) salverà il padre, permettendogli di fuggire dalla macchina in cui lo avevano rinchiuso (riuscendo ad aprire il portabagagli dove era stato messo). In più c’è una relazione sentimentale che unisce in modo particolare due protagonisti. In “Di padre in figlia” erano Maria Teresa e il figlio del socio del padre (Enrico Sartori), ovvero Riccardo Sartori; lei ne è da sempre innamorata, ma il ragazzo è attratto anche dalla sorella Elena, che rimarrà incinta non si sa se di lui o del figlio del sindaco Filippo Biasolin (Domenico Diele). In “La strada di casa”, Lorenzo Morra è fidanzato con Irene Ghilardi (Silvia Mazzieri), sorella di quel Paolo Ghilardi (l’ispettore della Asl trovato morto). E sarà lei con Lorenzo, come Maria Teresa e Riccardo, che cercheranno di fare chiarezza e rimettere in piedi i pezzi del puzzle della ditta o cascina. Non sarà facile, perché ognuno ha i suoi segreti e vi sono molti tradimenti. Se Gloria tradisce il marito con Michele, anche lui prima la tradiva con la moglie di un suo ex dipendente morto: Veronica (Christiane Filangieri), come -del resto- molto tradiva la moglie Franca, Giovanni Franza. E poi c’è chi, come l’agente Voegel de “La ragazza nella nebbia” (interpretato da Toni Servillo), indaga come un poliziotto – per lui è un caso di vita o di morte-: Ernesto Baldoni (Sergio Rubini), ex dirigente della Asl. A loro si unirà il redivivo Fausto Morra, che vuole scoprire la verità ad ogni costo, facendone una questione di principio.

Se “la strada di casa” riprende i filoni tracciati da “Di padre in figlia” (fiction per la regia di Riccardo Milani), aggiunge un connotato nuovo. Innanzitutto si muove su due presupposti di fondo: “non si costruisce niente con i segreti”. Dunque se si vuole scoprire la verità, devono cadere tutte le maschere e ognuno non deve più mentire, non devono esserci più segreti, ma sincerità; perché -in mezzo ai molteplici tradimenti- per tornare ad avere fiducia l’uno nell’altro occorre parlarsi con chiarezza e trasparenza. Infatti tutto potrà cambiare quando padre e figlio si parlano e si confessano reciprocamente le loro posizioni, scoprendosi entrambi innocenti e allora -da quel momento- potranno procedere insieme alla ricerca della verità e della giustizia. E poi che “la vera vergogna è nascondersi”, ossia non riconoscere le proprie colpe, non confessare liberamente e apertamente, sinceramente, gli errori commessi e gli sbagli fatti. Fausto Morra diventerà un esempio per la figlia Viola quando dichiarerà dove ha peccato; così come lei denuncerà la violenza subita, senza più vergogna (e infatti la frase è pronunciata proprio da Viola).

Ma a tutto questo si aggiunge un’ultima nota aggiuntiva diversa che dà la serie tv (rispetto agli altri prodotti cinematografici citati). Con il fatto che Fausto Morra si risveglierà dal coma dopo cinque anni, si sollevano molti interrogativi. La perdita di memoria può far dimenticare tutto o vi sono cose che rimangono indelebili? Con la perdita di memoria, mutano anche i propri sentimenti? La perdita di memoria cancella anche l’onestà e l’integrità morale di una persona? Se l’assenza per coma cambia gli eventi, è azzerato tutto, si deve ripartire da zero o c’è sempre qualcosa, un appiglio da cui ricominciare? Il coma e la perdita di memoria, cambiano solo gli eventi o pure le persone con la loro identità e moralità, oppure queste rimangono eterne e sempre le stesse immutate e immutabilmente? Fausto deve recuperare la memoria con l’aiuto della psicanalista: la dottoressa Madrigali (Magdalena Grochowska), però c’è una scena che gli si ripresenta sempre davanti agli occhi e che deve cercare di ricostruire in toto. Allora vuol dire che la verità è immortale e non potrà mai essere cancellata, perché prima o poi verrà comunque a galla e si scoprirà? Possibile ricostruire un rapporto dopo un’assenza così lunga come quella sua di cinque per il coma? Di certo anche questo pone scelte etiche e morali. Ci si deve occupare esclusivamente del malato in coma o si è legittimati a ricostruirsi una vita (come fa Gloria)? Un po’ a richiamare le scelte aziendali: per il bene della cascina (che rappresenta però anche un po’ un bene di famiglia, una tradizione antica, le proprie origini), è giusto scendere a compromessi e corrompere anche o fare affari loschi? Giusto usare tecnologie più avanzate che aumentano la produzione, o bisogna sempre mantenere una linea produttiva più artigianale, ma più ridotta? Si devono fare sacrifici e rinunciare alla propria strada per salvaguardare questa proprietà che è un bene e un affare di famiglia (come fa Milena Morra)? In poche parole, come fare a trovare la propria strada? O meglio: la strada di casa? Cioè il proprio senso di identità e di appartenenza, un posto in cui riconoscersi. Dove tutto non è come sembra, come fare a riconoscere chi è sincero e chi no, di chi ci si può fidare e di chi no? Quando e quanto si deve essere sinceri? Si può mantenere un segreto a fin di bene, per proteggere una persona cui si tiene? Oppure mentire e dire una bugia è sempre negativo? Un po’ il segreto che distrugge, logora, dilania Lorenzo Morra (nei confronti di Irene Ghilardi).

Love in Famiglia: “La Cena di Natale” di Ponti, sequel di “Io che amo solo te”

cena di nataleTempo di Natale, anche il cinema mostra film natalizi: non solo cine-panettoni. Rai Due manda in onda Frozen con Olef alla ricerca delle tradizioni natalizie da riscoprire; mentre Rai Uno punta su un film del 2016: il sequel di “Io che amo solo te” di Luca Bianchini (tratto dall’omonimo libro), ovvero “La cena di Natale” (sempre con Riccardo Scamarcio, Laura Chiatti, Michele Placido, Maria Pia Calzone, Eva Riccobono); per la regia di Marco Ponti. Sempre una commedia sentimentale.
Ne succederanno delle belle a Polignano a Mare, la sera della cena di Natale; organizzata dalla moglie di Don Mimì, Matilde (Antonella Attili), per mostrare a tutti il prezioso gioiello (un anello di smeraldo enorme, simbolo di amore eterno) che le ha regalato il marito. Ciò farà riflettere sull’importanza della famiglia, di ritrovarsi tutta unita. Del perdono, anche dopo il tradimento e le ostilità; infatti Ninella riceverà la visita della sorella da Milano Pina (Veronica Pivetti), con cui aveva litigato e con cui si riappacificherà ritrovando una forte intesa; ma non solo.
Il film vuole mostrare a superare le incomprensioni e, soprattutto, che ci sono diversi tipi di amore. Quelli clandestini, oppure eterni anche se non riescono a sbocciare – come quello tra Mimì e Ninella -; quelli apparentemente di facciata, ma che poi riescono a diventare più veri – come quello tra Don Mimì e Matilde -; quelli autentici ed immortali, indistruttibili nonostante tutto e tutti – come quello di Damiano (Ricardo Scamarcio) e Chiara (Laura Chiatti) -; quelli superficiali e volatili, di qualche notte, di un tradimento – come quelli tra Damiano e Deborah (Giulia Elettra Gorietti) -; quelli che durano poco e quelli che superano persino la morte; quelli tra simili, tra un ex ladro e un’ex prostituta, come quello tra il fratello di Ninella, Franco Torres (Antonio Gerardi), e la cameriera degli Scagliusi; quelli impossibili, mere tentazioni cui si cede per un attimo, tra Franco Torres e Matilde; quelli omosessuali tra Orlando Scagliusi (Eugenio Franceschini) e Mario (Dario Aita); oppure quello di Daniela (Eva Riccobono) e la sua compagna lesbica; quello di puro sesso e quello dedito al concepimento, come quello tra Orlando ed Eva e tra Damiano e Chiara; e se una vita potrà nascere (come sarà, poiché Chiara è incinta e darà alla luce una splendida bambina), sarà perché il sentimento è reale. Nonostante comporti delle rinunce, dei sacrifici: lasciare tutto e partire per seguirlo (come vorrebbe Ninella, a cui don Mimì voleva regalare un viaggio a Parigi per loro due soltanto). E poi ci sono l’amore di un padre e di una madre per un figlio, o quello dei nonni per i nipoti, che vanno oltre tutto. Bella l’immagine finale in cui Ninella tiene in mano e abbraccia la nipotina appena nata. Infine c’è l’amore che unisce un’intera collettività, anche degli sconosciuti: la solidarietà dello spirito natalizio. Ma per avere unione ed amore, occorre andare oltre il tradimento, pentirsi degli errori, chiedere scusa e perdonare – come fanno in primis, rispettivamente, Damiano e Chiara -. “L’amore è come un bambino, nasce da solo, bisogna solo aiutarlo a tirare fuori la testa” – afferma il ginecologo -; ovvero ad uscire (allo scoperto), a palesarsi, a dichiararsi.
Se il noto brano “Io che amo solo te” (sempre sullo sfondo comunque anche nel sequel), faceva da colonna sonora al film omonimo del 2015 di Luca Bianchini, quello per la regia di Marco Ponti (“La cena di Natale”, del 2016) vanta la canzone di Emma Marrone: “Quando le canzoni finiranno”; spesso le canzoni parlano di amori, di storie finite o che nascono, spesso quasi raccontano di noi; ma, come l’amore, anche la musica e le canzoni non finiranno mai anche quando sembrano finire, non poter dire più nulla.

I Medici. Una vera e propria serie epica per la regia di Mimica-Gezzan

i-medici-anticipazioni-trama-25-ottobreLa rivoluzione culturale ed economico-finanziaria di una famiglia nel nome della lealtà e del bene di Firenze. Con protagonista Cosimo de’ Medici.
Una serie televisiva in otto episodi su una delle famiglie più potenti d’Italia: quella de “I medici”; prodotta da Rai Fiction e Lux Vide, con il sostegno di Big Light Productions. Padroni di Firenze, mirarono a costruire una Signoria incentrata sulla democrazia. Ma le insidie saranno molte. A capo di questa battaglia Cosimo de’ Medici, che nel 1434 fu eletto gonfaloniere di Firenze. Per la regia di Sergio Mimica-Gezzan, “I Medici” vantano un cast d’eccezione: Dustin Hoffman (nei panni del patriarca Giovanni); Richard Madden (Cosimo de’ Medici, doppiato da un valido Lino Guanciale), Stuart Martin (Lorenzo de’ Medici, doppiato da Fabio Boccanera), Annabel Scholey (Contessina de’ Bardi, doppiata da Chiara Colizzi), Alessandro Sperduti (Piero de’ Medici, figlio di Cosimo e Contessina), Valentina Bellè (Lucrezia Tornabuoni, moglie di Piero), Alessandro Preziosi (Filippo Brunelleschi), Eugenio Franceschini (Ormanno degli Albizzi), Sarah Felberbaum (Maddalena, amante di Cosimo), Miriam Leone (Bianca, lavandaia romana e prima donna di Cosimo).
Martedì prossimo, 8 novembre, l’ultima puntata con gli ultimi due episodi e dal 15 novembre usciranno i dvd in edicola. Una storia avvincente e profondamente religiosa, al cui centro c’è quella personale di Cosimo de’ Medici, protagonista assoluto. “Tutti peccatori in cerca del perdono di Dio”, è una vicenda di intrighi, tradimenti, alleanze, tranelli, insidie, sommosse, complotti, tentazioni, soprusi. Si racconta in modo struggente, a volte passionale e violento, l’ascesa di questa famiglia facoltosa. Un casato che portò lustro a Firenze e una vera e propria rivoluzione culturale in questa città, che iniziò ad accogliere alcuni degli artisti più rinomati e prestigiosi di tutti i tempi. I Medici ne vollero fare una Signoria basata sulla democrazia, in grado di competere con Venezia e con Roma, a cui si collegò fortemente. Stretto il legame con la Capitale, con la Chiesa e con il Papato. Non a caso se Roma aveva la Basilica di S. Pietro, enclave del cattolicesimo, Firenze ebbe la sua Cupola edificata proprio dal Brunelleschi: divenne la copertura della volta a crociera del Duomo di Firenze e simbolo della religiosità della famiglia de’ Medici e della lotta individuale di Cosimo de’ Medici, che combatté la sua Guerra Santa in nome della lealtà. Per affermare la sua innocenza, una volta per tutte e per sempre, dall’accusa di tradimento e di usura. Una battaglia rivoluzionaria perché ricorda quella moderna e ancora attuale contro la corruzione politica contemporanea (come il fenomeno dell’usura stesso purtroppo, sommerso ma non scomparso). Nulla di desueto, dunque. Anzi, l’avanguardia stessa sta nel fatto che lui era un uomo di mondo, libero, che gridava la libertà dell’individuo, il libero arbitrio del singolo. Per il padre Giovanni contavano solamente denaro e politica, in linea con la sete e la bramosia di potere tipica dell’epoca: perché il denaro procura potere e il potere moltiplica il denaro. Per Cosimo contava invece, al contrario, solamente il fatto che “un uomo deve poter (essere libero di) vivere la sua vita”. Per questo volle palesare il complotto e la cospirazione ai suoi danni (un po’ come accade oggi con le intercettazioni telefoniche). Chiese perdono e giustizia (anche in nome di Dio), lo avrà e lo darà; così come donerà pietà al più acerrimo dei suoi nemici, un tempo suo amico: Rinaldo degli Albizzi (interpretato da Lex Shrapnel e doppiato da Alessio Cigliano), perché a suo avviso “chi è senza peccato scagli la prima pietra”. Ma per lui Firenze era molto di più, era la sua famiglia, era la sua città, era la sua casa. Gli stava molto a cuore il bene del popolo e per esso fece edificare una biblioteca. Diffusione di cultura e di economia floride, tanto che sembra di sentire Lorenzo il Magnifico (figlio di Lucrezia Tornabuoni e Piero de’ Medici) con la sua corte splendente: per Cosimo l’arte doveva essere il “nuovo linguaggio” di Firenze. Finito davanti al tribunale per quello che oggi definiremmo “un processo all’intenzione”, non a caso il suo fu un caso simile a quello di Socrate, accusato anch’egli di tradimento. Come noto, il filosofo è famoso per il suo motto “conosci te stesso”, per l’idea della maieutica (l’arte del tirare fuori da dentro di noi la verità, con la dialettica e l’oratoria) e per l’esaltazione del concetto di paideia, ovvero lo spirito di cittadinanza e di appartenenza. Perché, in fondo, è questo che farà Cosimo.
Ma il suo sarà “un cammino lungo e polveroso” e “la strada stretta e tortuosa”. Per lui Firenze sarà “come una madre da cui desidera tornare”; ma da cui dovrà rimanere lontano per tutto il tempo decennale dell’esilio. Storia tormentata, pertanto, è raccontata un po’ manzonianamente (fosse altro che per il medesimo episodio della peste che invase Firenze, narrato approfonditamente da Alessandro Mazoni ne “I promessi Sposi”). La peste è vista come “la colera di Dio per i peccati dell’uomo, di cui la gente è responsabile”. Se Cosimo è definito “un tiranno, colpevole di usura, la cui conseguenza è aver sottratto i potenti alla legge di Dio, che si nasconde dietro il denaro e che cerca di comprare Dio come gli uomini”, la sua punizione più degna è l’esilio. Distante dalla “grande e forte vite” della famiglia dei Medici, di cui lui è il ramoscello da cui tutto dovrà e potrà ripartire (o almeno così sembra, anche se suo alter ego forte sarà la moglie Contessina de’ bardi, paradossalmente una donna) come ne “Il profumo del mosto selvatico” (dopo l’incendio, che ricorda metaforicamente le fiamme dell’Inferno diabolico della corruzione appunto). La mancanza che sentirà dovrà servire per placare l’ira di Dio: “più cresce l’impunità dei Medici, maggiore sarà la collera di Dio”, è il pensiero collettivo; di una città in rivolta, di una ribellione sollevata da un popolo oppresso, impoverito e sofferente a causa della malattia. Mentre ci si muove tra presente e passato, andando a ritroso di 20 anni con flash-back sul passato di Cosimo, quest’ultimo diventa capro espiatorio, agnello sacrificale, nuovo Cristo martire e Salvatore, il Messia che risorge per annunciare il Rinascimento della città di Firenze, afflitta da una Guerra Santa fratricida che ci immerge in un contesto assolutamente dantesco. Il suo è un sacrificio personale per la città. In nome del crocifisso che porta al collo, come un frate francescano che con il suo saio annuncia il Vangelo, egli comunica la rivoluzione in atto: “il mondo sta cambiando e non solo per Firenze; ma per scrivere la storia occorre andare oltre le proprie singole ed individuali esistenze. Firenze non può tornare al passato con l’aristocrazia dei nobili e dei loro dipendenti; deve diventare una Signoria repubblicana e democratica fondata sui suoi talenti per costruire il suo futuro”. Ai piedi di quel simbolo religioso, che è la Cupola del Duomo. Per questo Cosimo è disposto a non mettere i suoi desideri davanti al bene della famiglia e della città, ma a lottare per affermare la nuova immagine di Firenze. Uno scenario apocalittico, evangelico che sa di Annunciazione quasi. Eppure così storico. Forte il rimando alla Guerra tra Guelfi e Ghibellini dell’epoca di Dante, alla sua “Divina Commedia” che fu il suo esilio, costretto come Cosimo a lasciare la sua città. Come il famoso e nobile letterato, anch’egli vive la sua Odissea. Il tono è epico come quello del poema di Omero. Cosimo è il nuovo Ulisse che compie la sua Odissea appunto per tornare a casa, alla sua Itaca (Firenze) come un neo Ulisse. Il richiamo è esplicito anche all’epocale (reale e leggendaria al contempo) Guerra di Troia tra Sparta e Atene. Qui emblematica è la figura di Maddalena (interpretata da Sarah Felberbaum). Definita “bella come Elena di Troia, attirerà l’ira e la colera della gelosa Contessina de’ Bardi”, dice Piero de’ Medici: e, come la Penelope di Ulisse, la vediamo intenta a tessere la tela, come faceva la moglie del re di Itaca (che la tesseva di giorno e la disfaceva di sera per resistere all’insistente richiesta dei Proci). Il cammino “lungo e polveroso” e periglioso, ricorda quello dei primi versi della “Divina Commedia”: “nel mezzo del cammin di nostra vita mi ritrovai per una selva oscura ché la dritta via era smarrita di Dante”; e si potrebbe continuare col resto della strofa dei versi 1-12 del Canto dell’Inferno, vera summa della storia di Cosimo de’ Medici: “Ahi quanto a dir qual era è cosa dura, esta selva selvaggia e aspra e forte, che nel pensier rinova la paura! Tant’è amara che poco è più morte; ma per trattar del ben ch’i’ vi trovai, dirò de l’altre cose ch’i’ v’ho scorte. Io non so ben ridir com’i’ v’intrai, tant’era pien di sonno a quel punto che la verace via abbandonai”. Ma questi non sono l’unico richiamo metaforico del personaggio di Maddalena.
Come noto, Maria Maddalena, detta anche Maria di Magdala, è stata, secondo il Nuovo Testamento (ma la sua figura viene descritta sia nel Nuovo Testamento sia nei Vangeli apocrifi), un’importante seguace di Gesù; è venerata come santa dalla Chiesa cattolica e si celebra la sua festa il 22 luglio. Considerata appunto una delle più importanti e devote discepole di Gesù, fu tra le poche a poter assistere alla Crocifissione e, secondo alcuni Vangeli, divenne la prima testimone oculare e la prima annunciatrice dell’avvenuta Resurrezione. Ovvero, per associazione, il Rinascimento fiorentino.
Schiava usata per spiare Cosimo de’ Medici, rappresenta la visione dell’immaginario collettivo dell’epoca della donna oggetto, usata dall’uomo che la possiede, che ne è il padrone e di cui ne dispone la vita; a tale proposito, per contrasto, Cosimo de’ Medici dirà: “chi siamo noi per avere il diritto di toglierli la vita?”, rivolto a Rinaldo degli Albizzi. Alle sue dipendenze non ha diritti né riconoscimenti. Viene data a Cosimo in dono dal Doge, come un bottino di guerra da spartirsi e contendersi volendo, da difendere solo se simbolo di forza, ricchezza, potere, prestigio o se utile per scovare qualche segreto sul nemico. In contrasto con l’intraprendenza femminile delle figure di donne della famiglia de I Medici, come Contessina de’ Bardi ad esempio (anche se rea, a suo avviso, di avergli slavato la vita, o meglio di averlo cacciato da Firenze in pieno subbuglio). Tenace (e un po’ spregiudicata, perfettamente alla pari di Cosimo, che affronta a testa alta senza intimorirsi o assoggettarsi), ella prende in mano le redini della situazione durante l’assenza di Cosimo, durante la quale –dirà- sarà “impegnata a portare avanti la casa e i nostri affari”. Sono donne di mondo (mondane) che hanno imparato a vivere in società e a divertirsi come Lucrezia Tornabuoni (Valentina Bellè): “quello è il nostro mondo e dobbiamo abituare a starci anche se non ci piace”. Un mondo corrotto in cui occorre vendersi per avere favori. Tra l’altro anche il nome Lucrezia non è casuale: fu la figlia di Spurio Lucrezio Tricipitino e moglie di Collatino, è una figura mitica della storia di Roma legata alla cacciata dalla città dell’ultimo re Tarquinio il Superbo. Una Lucrezia importante a Firenze come nella Capitale di nuovo; pertanto, dunque, c’è ancora una volta il binomio inscindibile Roma-Firenze.
Tutto ciò fa de “I Medici” una fiction religiosa, ma una serie che ha un tono anche profondamente drammatico. Un po’ come quello de “La Dama Velata”. In questo aiuta molto l’evidente riferimento a Lino Guanciale, che doppia Richard Madden (che interpreta Cosimo De’ Medici), e che nell’altra fiction recitò come protagonista con Miriam Leone, qui presente come Bianca, prima donna di Cosimo. Un pathos, una suspense, un senso di sospensione dato dall’intrigo che nasce dal continuo essere divisi tra senso di dovere e di giustizia, di lealtà, di servizio alla città di Firenze e le continue tentazioni oscure che nasconde l’universo della corte, trappola e minaccia per la gloria e il prestigio della città, quanto per il buon nome del casato, quanto per la fama, la dignità, il rispetto, l’onore dei singoli membri della famiglia. Questo, probabilmente, il fascino secolare che avvolge il nucleo de I Medici da sempre. E che persiste tuttora. Non per nulla, dal 1434 fino al 1737, dettero i natali a tre papi (Leone X, Clemente VII, Leone XI[4]) e due sovrane di Francia (Caterina e Maria de’ Medici). Divenendo, così, una delle più note famiglie d’Europa, e protagonista a pieno regime della storia d’Italia dal XV al XVIII secolo.

Barbara Conti

Tv, “Fango e Gloria”.
Storie di eroi di guerra
senza tempo

Fangoegloria-TiberiNel centenario dell’entrata in guerra dell’Italia nel primo conflitto mondiale, Rai Uno manda in onda un film che è una storia moderna ambientata a quei tempi, con materiale d’epoca dell’Istituto Luce sottoposto a colorazione e sonorizzazione. “Quel conflitto fu a colori e non in bianco e nero”, cioè pieno di emozioni e sensazioni, di un’umanità pregna di significato che intendeva riportare, ha spiegato il regista di “Fango e gloria”, Leonardo Tiberi. Protagonisti sono tre giovani: Mario (Eugenio Franceschini), Agnese (Valentina Corti) ed Emilio (Francesco Martino).

Se in questa circostanza tutte le figure istituzionali hanno parlato di una Guerra che ha unito e unificato il Paese, l’immagine è proprio quella di un fronte dove non esistevano differenze di nazionalità od etnia. E se a partire dal presidente della Repubblica viene reso omaggio in tale occasione alla tomba del Milite Ignoto, è proprio quest’ultimo la voce narrante della storia di “Fango e Gloria”. Una scelta inedita ed indovinata che, sebbene sia la voce di Mario, è quella di “uno qualunque”, uno qualsiasi di tutti quei giovani partiti per il fronte e armati di buone speranze. Presto disilluse. Uno di quei 650mila morti che fece la I guerra mondiale, unitamente a circa un milione di feriti, cui il film è giustamente dedicato. Perché a fare un eroe di una persona semplice e comune non è la fama o la gloria, il prestigio dell’identità riconosciuta o riconoscibile, ma le sue azioni, i suoi gesti clamorosi per il loro coraggio e valore umano, morale, sociale. Un conflitto mondiale sentito da tutte le nazioni e ricordato persino all’Eurovision Song Contest 2015 dalla cantante della Francia Lisa Angeli, che ha interpretato il profondo brano “N’oubliez pas”, invitando a non dimenticare quel conflitto e quelle vittime, con un testo incentrato non solo sulla I Guerra Mondiale, ma su tutte le guerre.

Fango e Gloria- Eugenio Franceschini e Alberto Lo Porto

Fango e Gloria- Eugenio Franceschini e Alberto Lo Porto

Una guerra per cui “anche l’Italia si armava perché voleva avere un ruolo a pieno titolo. Una guerra che serviva a dare dignità al popolo”, si dice nel film. Ed infatti “Fango e Gloria” parte quasi subito proprio da quel fatidico 24 maggio 1915, quando il nostro Stato è ufficialmente nella Guerra. Tutti i giornali dell’epoca non facevano altro che titolare e parlare della “mobilitazione generale” che portò e che animò tutta l’Italia. “In guerra ci andò tutto il Paese”, si ripete nel film, dove si ribadisce più volte il concetto parlando di “la nostra guerra”, “le nostre azioni” di chi era al fronte a combattere. Ed intanto, col passare del tempo, la situazione degenera e si cerca di restare uniti perché era l’unico modo per poter sperare di tornare a casa, di resistere in mezzo alla dolore, alla morte, alla sofferenza, alla distruzione di un conflitto atroce ed alienante. Mario dice espressamente: “era passato un anno dal luglio del ’14 quando tutto era cominciato, ma mi sentivo più vecchio di dieci anni. Io non ero più quello che era partito, non so se in meglio o in peggio ma mi sentivo cambiato”, diverso. Trovare un senso a tutta quella guerra ingiusta era difficile. Troppo. Se il primo conflitto mondiale ha unificato al fronte e favorito la nascita dell’unità nazionale e di un sentimento patriottico, ha diviso intere famiglie e vite. Giovani come Mario ed Agnese che progettavano di sposarsi e di comprarsi casa. O amici fraterni come Emilio e Mario.

Fango e Gloria - Eugenio Franceschini e Valentina Corti

Fango e Gloria – Eugenio Franceschini e Valentina Corti

Milioni di ragazzi come loro arrivarono al fronte. L’eroe del momento era un 19enne quale Aurelio Baruzzi, citato da Mario. Nato a Lugo (RA) il 9 gennaio 1897 e morto a Roma il 4 marzo 1985, è stato Sottotenente del 28° Regg. Fanteria Brigata Pavia, durante la I Guerra sul fronte del Carso. Si è contraddistinto soprattutto nella terza  e sesta battaglia sull’Isonzo, del 6 agosto 1916. Ma è stato quando l’8 agosto, con soli quattro soldati, riuscì a conquistare il sottopassaggio ferroviario situato alle porte di Gorizia a dargli la Gloria; poco dopo, infatti, oltrepassò il fiume Isonzo, raggiunse la stazione ferroviaria della città e vi innalzò la bandiera italiana. “Intimando audacemente la resa a ben duecento uomini”, ci viene detto. Fu, pertanto, insignito della medaglia d’oro al valor militare il 4 settembre 1917 (oltre che di due medaglie di bronzo e della croce di guerra). Restò in servizio nell’esercito dopo la conclusione del conflitto, diventando generale, e descrisse in un due libri gli eventi bellici a cui aveva preso parte: “Quel giorno a Gorizia. vol. 1 – Dall’inizio della guerra alla battaglia di Gorizia”  e “Quel giorno a Gorizia vol. 2 – Sull’Altipiano di Asiago, sul Piave, la prigionia e la fuga”, entrambi editi Gaspari (il primo nel 1999 e l’altro nel 2002). Gorizia gli conferirà nel 1926 la cittadinanza onoraria.

Fango-e-gloria-di Leonardo-Tiberi

Fango-e-gloria-di Leonardo-Tiberi

È di questi eroi che il film parla e che vuole onorare. Eroi di cui vuole ricordare la gloria e la memoria. Eroi che si sono mescolati al fango per un ideale, che rimarrà sempre immutato nel tempo. Eroi come Baruzzi o quale Vittorio Locchi, nato a Figline Valdarno l’8 marzo 1889. Quest’ultimo prese parte alle rivolte antiaustriache a Firenze. Partì volontario e fu proposto per la medaglia d’argento al valor militare, conferitagli postuma, per l’abilità nel descrivere gli stati d’animo che agitavano e tormentavano gli uomini al fronte, con un pensiero sempre rivolto ai loro cari prima della battaglia: “vedono passare – scrive – nel cielo ombre e ombre di mamme, ombre di figli, ombre di giorni lontani d’adolescenza”, che sanno che non torneranno. Parole, però, piene di libertà, come quando grida che “la città è libera, libera”. Come poi sarà l’Italia.

E se la storia tende a ripetersi, anche il film ha un andamento circolare. Sia all’inizio che alla fine, Mario ripete che non può morire perché deve fare qualcosa di importante. Come gli ha detto il padre, altra figura particolarmente significativa. Mario cerca di seguirne le orme, di impararne gli insegnamenti, anche politici, di coglierne le esperienze preziose di vita per poter scrivere il futuro, la storia, come è insito nelle nuove generazioni. Il padre faceva i tasselli dei volantini socialisti durante la Guerra, in contrasto all’analfabetismo che regnava. Ma Mario si ritroverà con il fisico dilaniato da una bomba esclamando: “non sento più niente, come se non avessi più il mio corpo”, in contrapposizione alle forti emozioni provate prima e durante la Guerra. Quest’ultima è distruzione, annienta ogni forma di sentimento, di vita, di cui era fatto il fronte, degli stati d’animo che regnavano tra gli eserciti, come tra le persone a casa, perché ora i compagni erano la nuova famiglia dei soldati, unita in nome dell’unità per cui si combatteva. Storie di giovani senza tempo. Immortali. Ed è forse per questo che, gesto simbolico ed emblematico, dal braccio di Mario gli viene strappato l’orologio che gli aveva regalato Agnese, quasi che ora la sua vita e i suoi vissuti appartenessero alla Storia e non al Tempo terreno, umano, trascorso con lei, con l’amico Emilio, col padre e con la famiglia. La dimensione temporale, come quella spaziale, vengono annullate da ogni guerra. In primis dalla Prima Guerra Mondiale.

Barbara Conti