Schulz cerca il rilancio: più investimenti e aiutare l’Italia

schulzDa grande speranza dei socialdemocratici, a sconfitto, Martin Schulz tenta di rilanciare la propria campagna elettorale. L’obiettivo? Presentarsi come una vera alternativa alla stabilità rappresentata da Angela Merkel. Al centro della sua nuova strategia, presentata nelle ultime settimane, immigrazione, solidarietà europea e investimenti.

Man mano che si avvicina il 24 settembre, il giorno delle elezioni federali tedesche, la vittoria di Angela Merkel sembra essere sempre più scontata. Eppure, ancora a marzo, la “grande speranza” socialdemocratica, Martin Schulz, da poco ottenuta la nomina a candidato cancelliere, era riuscito a portare il proprio partito a quota 33,1%  nei sondaggi, superando di quasi un punto l’Unione CDU/CSU dell’attuale Cancelliere. Ora, però, a meno di due mesi dalle elezioni, Schulz è dato al 22%, diciotto punti in meno del 40% attribuito ad Angela Merkel.

Il tracollo nei sondaggi ha spinto la SPD e Schulz a cambiare strategia presentando un nuovo programma che vada ad attaccare Angela Merkel sul suo punto di forza: quella stabilità che, all’interno della campagna socialdemocratica, diventa il “mantenimento dello status quo” ed un freno al progresso della Germania e dell’Europa.

Quest’obiettivo, sostiene la dirigenza socialdemocratica, può essere raggiunto soltanto toccando i temi dell’immigrazione, del futuro dell’Europa e gli investimenti statali.

Immigrazione e cooperazione. Il via alla nuova fase è iniziato con un intervista domenicale al popolare quotidiano Bild am Sonntag. Qui, Martin Schulz ha apertamente criticato la contestata “apertura” ai rifugiati avviata dal Governo Merkel nell’estate del 2015, una decisione avallata, ai tempi, dalla stessa SPD.

Schulz non contesta la necessità dell’apertura, considerata dalla SPD centrale per garantire l’accesso al centro-nord Europa ai rifugiati bloccati in Italia, Spagna ed Ungheria, quanto il come il governo tedesco ha applicato la stessa: senza un previo accordo con gli stessi partner europei. Questo, argomenta il leader socialdemocratico avrebbe provocato un effetto domino, estremizzando la posizione di chiusura dei governi dell’Europa Orientali da una parte ed aggravando, dall’altra, l’emergenza in Italia, in Grecia ed in Spagna.

La visita in Italia. La soluzione migliore, dicono i vertici socialdemocratici, sarebbe un nuovo accordo di mutua solidarietà fra i partner europei. Rimangono ancora ignote le modalità, ma, alludono i vertici del partito, una bozza potrebbe essere presentata durante o dopo il viaggio di Schulz in Italia, previsto per l’ultima settimana di Luglio, in cui il possibile accordo verrà discusso col Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni.

“Non è possibile”, dice Schulz, lasciare il peso dell’accoglienza sulle spalle dell’Italia, della Spagna e della Grecia. Allo stesso tempo, non è possibile che alcuni paesi europei, argomenta sempre il candidato socialdemocratico, non è possible che alcuni paesi, ovvero Austria, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, si rifiutino di accettare la propria quota di rifugiati.

Per evitare questa palese violazione del principio di solidarietà interno alla UE, Schulz ha sottolineato come il suo eventuale governo voglia proporre l’introduzione di sanzioni economiche, come la sospensione dei finanziamenti europei, a quei paesi UE che si rifiutassero di accettare la propria quota di rifugiati.

“Il modo in cui Angela Merkel vuole condurre la propria politica europea rimane scandaloso”

Martin Schulz, su Merkel ed Europa

Basta fare i “professorini”. Martin Schulz è tornato alla carica di Angela Merkel lunedì, grazie ad una seconda intervista rilasciata, stavolta, al quotidiano francese Le Monde. Riprendendo il concetto di solidarietà e cooperazione, Schulz, ha dichiarato come non sia più ammissibile che la Germania e, per converso, tutto il blocco nordico (soprattutto Olanda e Finlandia) “dettino condizioni” in materia di politica-economica agli altri paesi europei.

La Francia, continua il candidato socialdemocratico, sarebbe l’esempio più recente di quanto questo tipo di approccio possa essere deleterio. Per Schulz, il Presidente francese Emmanuel Macron dovrebbe essere lasciato libero di lavorare al processo di riforma dello stato secondo modalità e tempistiche che egli ritenga più opportune e non quelle stringate indicate da Bruxelless o, peggio ancora, da Berlino.

Chiedere alla Francia, continua Schulz, di tagliare il rapporto deficit/PIL ed allo stesso tempo di riformare il mercato del lavoro, “non può che non funzionare” e, anzi, rischia di alimentare tensioni politiche e sociali, quali le proteste attualmente in atto in Francia sia a livello istituzionale – i tagli di fondi alla Forze Armate – che sociale.

La Germania, conclude Schulz, dovrebbe assumere un atteggiamento più lungimirante, soprattutto alla luce di quanto successo negli anni 90, quando a Gerhard Schröder è stato concesso di “ignorare le norme sul rapporto deficit/PIL” allo scopo di finanziare le riforme senza pesare troppo sull’apparato produttivo del paese.

“La Germania è un grande paese, ma [in Europa] potrebbe fare molto di più”

Martin Schulz, sul ruolo della Germania nella UE

Il rilancio degli investimenti. Ultimo punto del complesso programma di rilancio della candidatura di Martin Schulz, sarebbe il rilancio degli investimenti nel paese. L’obiettivo sarebbe, come scritto nel piano in dieci punti della SPD presentato a metà luglio, l’inserimento nella costituzione dell’obbligo di investire una parte del proprio surplus commerciale annuale. Questo permetterebbe il rilancio degli investimenti infrastrutturali nel paese (soprattutto scuole ed austrostrade), un settore fermo da prima della crisi finanziaria.

I nuovi fondi verrebbero poi usati per la tanto attesa digitalizzazione dell’amministrazione pubblica, punto perseguito anche dalla CDU di Angela Merkel, e per l’istituzione di un “Chancekonto”: un credito (dai 5.000 Euro iniziali fino ad un massimo di 20.000) garantito dalla stato con cui finanziare l’avviamento al lavoro o alla libera professione.

Il piano riguarda anche l’Europa, dove Schulz, sulla falsariga di Macron, vede nella costituzione di un “Ministro dell’Economia e delle Finanze” europeo, il principio su cui procedere verso una maggiore integrazione dei paesi dell’Eurozona.

In questo scenario, la Germania, continua il candidato cancelliere, potrebbe decidere di aumentare la propria contribuzione al budget comunitario, reinvestendo così parte del proprio surplus commerciale estero a livello europeo. Questo è certamente il punto più complesso e rischioso dal punto di vista elettorale per Martin Schulz, data la tradizionale refrattarietà dell’elettorato tedesco a usare i propri soldi in Europa.

Dopo il tracollo primaverile, in questa seconda, ed ultima, fase della campagna elettorale tedesca, Martin Schulz sembra aver riscoperto la propria vena europeista.

Qualora questo servirà a far cambiare idea all’elettorato tedesco, lo si vedrà alla riapertura della campagna elettorale in agosto. Quello che rimane è il messaggio di fondo, che Angela Merkel, e qualunque alleato di governo essa possa avere a Settembre, dovrebbero memorizzare: la Germania non può continuare a prosperare senza l’Europa.

Simone Bonzano

BCE, Nessuna sorpresa dal Consiglio Direttivo

BCE- viglianzaNessuna sorpresa dal Consiglio Direttivo della BCE. Con fermezza e determinazione la Banca Centrale Europea lascia invariata la politica monetaria tracciata. Come largamente previsto, i tassi d’interesse restano fermi a zero.

Più specificatamente, nella riunione odierna, la BCE ha deciso che i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rimarranno invariati rispettivamente allo 0%, allo 0,25% e al -0,40%.

Il Consiglio Direttivo si attende che i tassi di interesse di riferimento della BCE si mantengano su livelli pari a quelli attuali per un prolungato periodo di tempo e ben oltre l’orizzonte degli acquisti netti di attività.

Per quanto concerne le misure non convenzionali di politica monetaria, il Consiglio Direttivo ha confermato che intende proseguire con gli acquisti netti di attività, all’attuale ritmo mensile di 60 miliardi di euro (QE), sino alla fine di dicembre 2017 o anche oltre se necessario, e in ogni caso finché non riscontrerà un aggiustamento durevole dell’evoluzione dei prezzi, coerente con il proprio obiettivo di inflazione.

Contestualmente agli acquisti netti è reinvestito il capitale rimborsato sui titoli in scadenza nel quadro del programma di acquisto di attività. Se le prospettive diverranno meno favorevoli o se le condizioni finanziarie risulteranno incoerenti con ulteriori progressi verso un aggiustamento durevole del profilo dell’inflazione, il Consiglio direttivo è pronto a incrementare il programma in termini di entità e/o durata.
Dopo il comunicato stampa della BCE, il cambio dell’euro è sceso ai minimi della giornata di contrattazioni, mentre le borse consolidano l’andamento rialzista.

Nel primo trimestre 2017 il debito italiano è salito al 134,7%, e si conferma il più alto dell’Ue dopo la Grecia. Lo comunica Eurostat. Per l’Italia significa un aumento di 2,1 punti percentuali, rispetto al 132,6% del quarto trimestre 2016.

Per Draghi, la ripresa procede ma viene frenata da riforme lente. In proposito il Presidente della Bce ha detto: “ I rischi sulla crescita dell’ area euro sono in gran parte bilanciati, ma la ripresa che procede e’ rallentata dal lento tasso delle riforme. Poi, Mario Draghi ha anche sottolineato: “Il board della Bce ha deciso all’unanimità di non fissare una data precisa per quando considerare cambi al programma di stimoli. Il confronto al riguardo potrebbe avvenire in autunno.  Il quantitative easing proseguirà fino a quando la Bce non vedrà un sostenuto aumento dell’inflazione”. Le affermazioni del presidente della Bce, Mario Draghi, sono coerenti con la strategia già illustrata in altre circostanze per tutto il 2017.

Per il presidente della Bce:  “Dopo un periodo lungo stiamo finalmente sperimentando una ripresa robusta: ora dobbiamo aspettare che i prezzi e i salari seguano. L’area euro ha ancora bisogno di stimoli perché l’ultima cosa che la Bce vuole sono condizioni finanziarie stringenti. L’inflazione non è dove vorremmo e dove dovrebbe essere. Sull’inflazione ancora non ci siamo: la Bce deve essere tenace, paziente e prudente.  Un sostanziale grado di politica monetaria accomodante e’ ancora necessario per favorire una ripresa dell’inflazione”.

Oltre alla lentezza delle riforme necessarie a rendere più efficiente il funzionamento degli apparati della pubblica amministrazione, un altro elemento frenante le aspettative della BCE è la robotizzazione dei processi produttivi che rallenta la crescita occupazionale e frena la domanda. Il fenomeno dell’automazione dei processi produttivi, non è riportato nel comunicato della BCE.

Salvatore Rondello

REMAKE EUROPEO

Padoan-Dijsselbloem (1)

Ancora scontro con Ue, Renzi ‘film visto, vinceremo’. “Un film già visto, ma vinceremo la partita” afferma il segretario del Pd, Matteo Renzi che non si lascia scomporre dal muro innalzato dall’Ue alla sua proposta sul deficit, forte anche del pieno appoggio che arriva dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. È dunque ancora teso il clima tra Renzi e Bruxelles: al centro dello scontro le politiche economiche dell’Unione europea e il Fiscal compact, con i rigidi paletti imposti sul deficit.

“Chiunque sarà presidente del Consiglio – afferma Renzi – la mia proposta” di superamento del fiscal compact e ritorno ai parametri di Maastricht con il deficit al 2,9% “sarà presa in considerazione. È importante che altri partiti e le altre forze politiche italiane capiscano che non è solo la proposta del Pd e di Renzi ma serve agli italiani: se potessimo con la riduzione del debito avere un margine di 30 miliardi, potremmo allargare la platea degli 80 euro, o introdurre l’assegno universale per i figli. Intervenire sui figli, sul
costo del lavoro, sul ceto medio si può fare se si abbassano 30miliardi di tasse”. Per Renzi “questa idea funziona e sono convinto che anche altri partii, dalla destra alla sinistra, dovrebbero prenderla in considerazione”.

Anche il ministro dell’Agricoltura e numero due del Pd, Maurizio Martina, fa quadrato attorno a Renzi, e stigmatizza la bocciatura di Dijsselbloem alla proposta di Renzi di portare il limite del deficit al 2,9%: “Io non accetto semplificazioni, le proposte vanno lette. No a semplificazioni di un ragionamento serio, noi vogliamo costruire delle proposte che impegnino il Paese per i prossimi cinque anni. Proviamo a ragionare su come attraverso il debito possiamo creare crescita”.

Per il Psi il la priorità è il rientro dal debito: “Gli atteggiamenti sprezzanti e di ostentata sufficienza – afferma Federico Parea, responsabile economico del Partito – con cui il presidente della Commissione Juncker e il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem hanno reagito alle proposte di Renzi in materia di fiscal compact non aiutano né la riflessione su temi così importanti né, aspetto forse anche più delicato, l’autorevolezza delle istituzioni che essi rappresentano”. “Quanto al merito della discussione stimolata dal segretario del Pd – continua Parea -, vincoli o non vincoli di bilancio, i socialisti sono aperti al confronto su ogni misura sia in grado di ridare slancio al sistema produttivo nazionale e sostanza ai redditi degli italiani” . “A noi risulta comunque evidente che – conclude Parea – ogni riflessione in materia di conti pubblici non possa aprirsi se non affrontando con rigore l’urgenza del rientro dal debito pubblico”.

Il segretario del Pd difende la proposta e attraverso i social network rilancia: ridurre il debito pubblico e tornare ai criteri di Maastricht “è una scelta, alla quale stiamo lavorando da anni. Non è una trovata last minute, può essere realizzata solo se l’Italia è forte, con un governo di legislatura davanti. Vantaggi: una riduzione di almeno trenta miliardi di tasse, da decidere in modo intelligente e selettivo per continuare il lavoro iniziato con la flessibilità. Nei fatti questa operazione è il secondo tempo della battaglia sulla flessibilità. E fateci caso: le reazioni degli europei sono le stesse, identiche anche nelle parole, alle reazioni di tre anni fa”. “Quando iniziammo a parlare di flessibilità tutti ci guardarono come fossimo pazzi. Tutti ci dissero: sarà impossibile, è contro le regole. Eppure l’Italia ce l’ha fatta, abbiamo ottenuto il risultato. Ce la faremo anche stavolta, amici”, è la convinzione di Renzi, che rimarca: “Essere europeisti non significa dire sempre sì a tutto quello che chiedono da Bruxelles, ma fare proposte a cominciare dagli investimenti in ricerca, dal servizio civile per giovani europei, dagli eurobond, dall’elezione diretta del Presidente della Commissione”.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è “pienamente d’accordo con l’idea che il debito si abbatte con la crescita e che lo spazio fiscale che ogni paese ha a disposizione sia usato per decidere quali sono le misure che sostengono la crescita meglio di altre”. Per il titolare del dicastero di via XX Settembre mantenere il deficit al 2,9% per cinque anni “è una cosa che riguarda la prossima legislatura: l’attuale governo proporrà una legge di bilancio per il 2018 in coerenza con quanto già definito nel Def”.

“La nostra base di lavoro è il programma di stabilità presentato dal governo italiano, cioè il Documento di Economia e Finanza”, è la gelida replica del vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, rifiutandosi di commentare la proposta di Matteo Renzi. “Stiamo lavorando con il governo italiano, il suo primo ministro e il ministro Padoan”. Il Def “è quel che forma la base del nostro lavoro e servirà per la nostra valutazione dei progressi dell’Italia”, ha spiegato Dombrovskis. Padoan ha anche difeso la scelta della “coerenza” per il 2018: “Questo governo – ha detto – produrrà una legge di bilancio in coerenza con quello che è stato fatto per la semplice ragione che, a mio avviso, quello che è stato fatto va nella direzione giusta in termini di più crescita e meno debito”.

Ma sulla specifica proposta dell’ex premier Matteo Renzi, di mantenere il deficit al 2,9% per cinque anni in chiave espansiva, il ministro, incalzato dalle domande, non ha voluto rispondere. “Questo non mi riguarda – ha sbottato – mi state chiedendo un commento su un giudizio espresso esternamente al governo” e che riguarda la prossima legislatura, come aveva già detto ieri: “La mia risposta è del tutto evidente: se è la prossima legislatura, non è questa”.

Turchia. Locatelli:
“Una marcia per i diritti”

turchia marcia1“È stato uno di quegli eventi che fanno la storia. Era importante esserci per dimostrare solidarietà e vicinanza ai cittadini e alle cittadine turche nella loro lotta per la giustizia”. Pia Locatelli, capogruppo del PSI e presidente del comitato Diritti umani della Camera, è appena tornata da Istanbul dove ha partecipato all’ultima tappa della marcia di 450 chilometri che domenica è arrivata nel distretto Malpete dove si trova la prigione nella quale è detenuto uno dei deputati del CHP Partito Repubblicano del Popolo, Enis Berberoglu, condannato a metà giugno a 25 anni di prigione per aver diffuso un video sui servizi.
La marcia, partita il 15 giugno da Ankara per iniziativa del leader del CHP, Kemal Kilicdaroglu, ha visto la partecipazione centinaia di migliaia di persone che con il passare dei giorni si sono unite alla manifestazione. “Che nessuno pensi che questa sarà l’ultima marcia: il 9 luglio segna il giorno della rinascita”, ha detto Kilicdaroglu a conclusione della manifestazione davanti al carcere di Malpete. “Abbiamo marciato – ha aggiunto – per la giustizia, per i diritti degli oppressi, per i deputati e per i giornalisti in carcere, per i professori universitari licenziati, abbiamo marciato per denunciare che il potere giudiziario e sotto il monopolio dell’esecutivo, abbiamo marciato perché ci opponiamo al regime di un solo uomo. Romperemo i muri della paura”.

Pia Locatelli

Pia Locatelli

I giornali italiani, che hanno dedicato pochissimo spazio alla marcia, parlano di manifestazione contro Erdogan. Secondo te il presidente turco ne esce indebolito?
Gli inviati dei media italiani a Istanbul erano pochissimi e quindi tanti hanno commentato l’evento da lontano. È chiaro che dalle redazioni era impossibile capire il coinvolgimento della manifestazione: bisognava esserci. Non era affatto una marcia “contro” ma una marcia “per”, così come non era la marcia di un partito dell’opposizione ma una marcia di tutti e aperta a tutti, anche a chi non ne condivideva lo spirito. Erdogan, dopo i risultati del referendum, vinto grazie ai brogli, sta perdendo progressivamente il consenso popolare che lo ha sostenuto negli ultimi anni, questa manifestazione è stato un forte segnale da parte di una fetta della popolazione che non vuole rinunciare alla giustizia, ai diritti e alla democrazia. Io sono convinta, e credo di aver ragione, che si sia trattato di un importante passo verso il cambiamento.

Chi erano le persone che partecipavano alla marcia e quale era il clima?
C’era veramente gente di tutti i tipi, dai militanti del Partito Repubblicano del Popolo, alle persone comuni che si sono aggregate alla marcia spontaneamente. Tanti giovani, ma anche anziani, donne con bambini. Non c’era nessuna tensione o paura, ma un clima gioioso, come a una grande festa. Kilicdaroglu si era raccomandato di essere accoglienti, di non rispondere alle provocazioni e nonostante l’imponente dispiegamento delle forze di polizia non c’è stato nessun incidente.

In molti erano convinti che Erdogan avrebbe bloccato la marcia, procedendo ad arresti di esponenti delle opposizioni, così come ha fatto dopo il fallito colpo di Stato dello scorso anno. Questo però non è avvenuto.
Erdogan non è uno stupido, ha preferito tollerare la manifestazione contando sul fatto che tutti i media nazionali che sostengono il governo (gli altri sono stati messi a tacere) l’avrebbero ignorata. Non poteva invece rischiare un’azione di forza che avrebbe scatenato l’indignazione della comunità sia nazionale sia internazionale.

A questo proposito qual è stata la partecipazione da parte dei partiti socialisti europei alla manifestazione?
Non era una manifestazione rivolta ai partiti, ma una manifestazione della gente. Io stessa ho partecipato da cittadina europea alla marcia, certo l’ho fatto anche come socialista e come presidente del comitato Diritti umani, ma lo spirito era proprio quello di non avere sigle di partito. Non è vero, invece, che non c’è stata attenzione internazionale. Penso all’adesione di Luis Ayala, Segretario Generale dell’Internazionale Socialista, alle manifestazioni di solidarietà che si sono svolte a Parigi, a Lione e a New York, all’appello che ha mandato il PSE a tutti i partiti aderenti per partecipare alla manifestazione.

La marcia si è conclusa proprio all’indomani dell’approvazione da parte del Parlamento europeo di una risoluzione e che chiede la sospensione dei negoziati per l’adesione della Turchia alla Ue. È la strada giusta per fare pressioni su Erdogan?
No, io credo sia un grandissimo errore. Già quando ero stata in Turchia nel novembre scorso con una missione del PSE ci avevano chiesto con forza di non sospendere i negoziati. Questa posizione isola la Turchia e lascia mani libere a Erdogan peggiorando la situazione dello Stato di diritto dei diritti umani. La nostra posizione di netta condanna nei confronti del governo, non deve comunque mettere fine al dialogo e i negoziati. Dobbiamo o essere allo stesso tempo fermi e dialoganti, non smettere di denunciare le violazioni dello Stato di diritto, ma la nostra reazione deve scongiurare ogni ulteriore peggioramento.

Che sensazioni hai per il futuro della Turchia dopo il successo di questa manifestazione?
Sento che si è imboccata una strada nuova. Il tentativo di mettere l’opposizione a tacere non è riuscito, sento che c’è la possibilità e la speranza di cambiare le cose.

Il passato che non serve

Qualche cosa non va. In Europa nessuno si meraviglia che i paesi del nord accettano i rifiuti di alcune regioni italiane poco virtuose. Li pigliano tal quali senza altro dire, tranne il pagamento del servizio. Invece se si tratta di persone, no, nessuno li vuole. Siamo nella strana condizione per cui il “rifiuto” lo scarto del vivere è “accettabile”, la richiesta di “umana speranza” non è neanche possibile. Esiste l’idea di uno “scarto” umano che fa regredire. Gli austriaci, ad un certo punto, hanno annunciato l’invio di blindati al confine con l’Italia, non contro blindati stranieri ma contro uomini inermi, contro ragazzi. Poi sono tornati sui loro passi, ma la gravità è averlo pensato.

La paura genera un problema che monta su se stesso e fa fragile l’idea stessa di Europa. A Parigi Macron, visto da una certa sinistra italiana che si dice riformista ma odia il riformismo, riapre la reggia di Versailles, torna ai borboni. Confini chiusi, riscoperta di simboli vecchi e i rifiuti accettabili ma gli uomini no. Cosa accade? Accade che c’è qualcosa che non va pezzi di convivenza saltati, i porti italiani sono “aperti” gli altri no, vanno tenuti puliti. Versailles deve restare immacolata, grande, ma grande di una monarchia assoluta che non ci può più essere, Macron non era un opzione “riformista”. In Austria si chiudono in una “felicità” danubiana che fa il paio con i muri ungheresi. Cerchiamo di fermare il tempo, siamo al regresso. Noi socialisti siamo internazionalisti, ci stanno strette anche le regioni, ma ci stanno strette le strettoie della paura, e l’ipocrisia di far finta. Sugli immigrati si giocano due partite: una apparente, buoni cattivi ad uso di una opinione pubblica che “si fa cattiva”; l’altra è l’idea di una “salvezza” egoistica nella riproposizione del passato, il giglio di Francia e la dolcezza del Danubio, due anacronismi.

La soluzione? Nell’immediato la condivisione dei flussi in una Europa ” gia piccola” se unità (la sola Francia, seppur gigliata, e la sola Austria seppur blindata, sono niente nel mondo), nel medio lungo periodo con la “redistribuzione delle ricchezze tra nord e sud del mondo”. Quest’ultima idea strategica dei socialisti dagli anni ’80 del secolo scorso. L’alternativa? La paura che ripresenta antichi mostri.

Sonia Gradilone
Responsabile nazionale immigrazione Psi

Ius soli, slitta esame. Minniti: “Impegno Ue scarso”

minniti 4Era tutto pronto per oggi, ma alla fine l’iter sullo ius soli in Aula al Senato slitta alla prossima settimana. Non vi era in effetti momento peggiore per discuterne dopo l’attrito con l’Europa sulla redistribuzione e i continui sbarchi che rischiano solo di aizzare ancora di più le polemiche. La discussione generale sul provvedimento sul cosiddetto “ius soli”, cioè il diritto a diventare cittadini per coloro che nascano in Italia, anche se da genitori stranieri, non riuscirà ad arrivare in aula oggi pomeriggio come previsto. A rallentare l’iter, il percorso ad ostacoli del codice Antimafia che – sempre nelle previsioni – doveva essere approvato già entro la mattinata e invece così non è stato per problemi di una norma ‘sbagliata’ relativa alle coperture finanziarie. Questo intoppo ha fatto slittare il prosieguo dell’esame del codice Antimafia alle 16.30 e non è neppure scontato che questo provvedimento venga approvato entro oggi. A seguire, tra l’altro, c’è l’esame del ddl che prevede il trasferimento del comune di Sappada dal Veneto al Friuli Venezia Giulia. Quindi, solo al terzo punto ci sarebbe lo Ius soli. Ma oggi, alle 18.30, il ministro dell’Interno Marco Minniti terrà l’informativa urgente sulla gestione degli sbarchi di migranti nei porti italiani. Per questo, lo Ius soli è destinato ad arrivare all’attenzione dell’Assemblea soltanto la prossima settimana.

Proprio sull’impegno italiano e la disattenzione europea nella questione migranti ha posto l’accento il Viminale. Il ministro dell’Interno Marco Minniti ha sottolineato, intervenendo alla Camera, la “sproporzione evidente tra quello che si è investito nella rotta balcanica e quello che si sta investendo oggi per il Mediterraneo centrale. Una sproporzione a mio avviso ingiustificata”.

L’impegno della Ue per la gestione del fenomeno migratorio “è insufficiente punto di vista finanziario” e “c’è bisogno di un impegno diretto dei singoli Stati membri”. “Il 94% delle persone salvate vengono dalla Libia, ma non c’è un libico, lì va affrontato il problema”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Marco Minniti, in un’informativa alla Camera. “È importante, molto importante, che l’Ue, Francia e Germania abbiano deciso di rafforzare con noi il loro impegno in Libia”, ha aggiunto e ha puntato ancora il dito contro l’Ue: “L’Italia ha dato magnifica prova di accoglienza” dei profughi in fuga dalle coste africane, perché questo “è nel nostro Dna”. Ma, ha aggiunto, “non si può separare la salvezza in mare dalla terra di accoglienza: senza la terra che accoglie la salvezza è solo temporanea”. Per il ministro infatti “è impossibile pensare che la salvezza sia opera di molti paesi, e l’accoglienza sia affidata ad un solo”, come l’Italia. Da Minniti è arrivato quindi un appello perché i Paesi partner riscoprano “l’etica della responsabilità: l’Europa che non comprende questo è un’Europa che rischia di perdere un pezzo importante di se stessa”.

Sulle comunicazioni di Minniti è intervenuta la capogruppo socialista alla Camera Pia Locatelli: “Ho sentito molte critiche dentro e fuori quest’Aula alle misure messe a punto con la Commissione europea che verranno discusse nel prossimo vertice di Tallin. E’ stato detto che la UE ci volge le spalle, che abbiamo sbagliato e che sbagliamo a salvare vite umane e a raccogliere per mare i disperati che scappano a situazioni drammatiche, che le nostre politiche di accoglienza e il lavoro delle ONG hanno incentivato gli sbarchi, che il piano Ue ‘è una ridicola presa in giro’. E’ singolare che questo avvenga proprio quando qualcosa comincia a muoversi; quando si inizia a porre le basi per europeizzare i flussi migratori”.

Migranti, quella Europa suicida

Chi tocca i fili muore, il cartello riportava, tanto per chiarire ancor di piu’, il teschio e due ossa. Oggi il movimento politico che “solidarizza” con una umanità “migrante” rischia di essere cancellato. C’è una emergenza morale, culturale. Noi socialisti non possiamo derogare ai nostri valori che sono di “umanità”, non saremmo quello che siamo da oltre un secolo. Ma l’umanità è umana se trova soluzioni, non lamenti, non generica bontà. Solo pochi giorni fa sono venuti da noi 14.000 persone, in un giorno. Esiste un problema di dignità e di gestione di queste persone, e non è un problema solo italiano, ma anche italiano, è un problema di solidità della solidarietà tra europei. In troppi in Europa tengono ai conti, troppo pochi ai bisogni. Oggi l’Europa deve accogliere la sfida dell’umanità migrante, deve creare una rete di condivisione del problema, l’Italia da sola rischia il collasso, rischia anche il “blocco culturale”. L’opinione pubblica italiana era favorevole in maggioranza allo jus soli, oggi non è più così. Non possiamo non andare a capire, non possiamo non porci il “nodo culturale”, perchè la pressione dei migranti non schiaccia i primi della società, ma coinvolge gli ultimi. Non possiamo dare la stura a questa nuova barbarie della guerra tra ultimi, dobbiamo governare il fenomeno.

Come? Dobbiamo essere europei, non ospiti in Europa, e gli stati europei debbono pretendere la medesima dignità, dobbiamo affrontare insieme il problema dell’immigrazione e i paesi del nord non possono trincerarsi dietro i numeri della loro immigrazione storica, perchè quello che abbiamo davanti non è un flusso governato e razionale, ma è un esodo dal nord al sud del mondo. Se l’Europa non ci ascolta, mette la faccia sotto la sabbia, non fa che rimandare il dramma: miglia di ragazzi giovani, e vitali, tenteranno in tutti i modi, anche a rischio della vita, di arrivare dove debbono e quello che accade oggi sulle coste italiane accadrà lungo i confini interni dell’Europa, con piu’ rabbia. Oggi abbiamo tempo e risorse per governare il fenomeno, tra poco no. L’Europa si sta suicidando e dimostra di restare il nano politico che è. L’Italia deve alzare la voce, e l’Europa deve fare l’Europa o salta la coesione sociale di tutti.

Sonia Gradilone

 

POPOLO DI SINISTRA

bari giada apreTra Brexit e sovranismi “non possiamo essere soddisfatti di questa Europa. Questa Europa, questa Italia, le si cambiano solo se adottiamo canoni diversi per interpretare questa società, io non sono stupefatto se il centrodestra vince nella Stalingrado italiana che era Sesto San Giovanni”. Lo ha detto Riccardo Nencini, segretario del Psi a Bari durante il convegno sui 125 anni della storia del Partito Socialista. “È soprattutto la povera gente, chi è in difficoltà – argomenta Nencini – che ha timore per la propria sicurezza, per quella dei propri figli, che sceglie il centrodestra. Perché individua nel centrosinistra una lacuna sul tema della sicurezza personale. O la sinistra torna a conciliarsi con il popolo oppure la vedo dura”.

plateaNumerosi anche nella sessione di oggi del convegno ‘L’eresia dei liberi’ gli esponenti della storia passata e recente del socialismo italiano, da Gennaro Acquaviva a Fabrizio Cicchitto, presidente della commissione Esteri della Camera, da Stefania Craxi alla senatrice Maria Rosaria Manieri, da Damiano Poti a Mauro del Bue a Gianfranco Schietroma, con un contributo video di Gianni Pittella da Bruxelles.

“Il socialismo italiano e il socialismo europeo – ha aggiunto Nencini – hanno sempre convissuto tagliati da due linee, da una frontiera al di là della quale c’era il massimalismo e al di qua il riformismo, la scelta riformista del socialismo italiano, che risale agli anni 60 è stata bene interpretata da Craxi e trasferita in Europa: allora era il modello del socialismo italiano che veniva ripetuto in Francia, poi nella Spagna di Felipe Gonzales fino alla Gran Bretagna di Tony Blair. Sconfitto quel modello, si è passati a una terza via o a un rigurgito di forze massimaliste che hanno provocato qualche danno, come si vede ancora oggi”.
Ha poi destato una forte commozione nella platea di simpatizzanti, anziani e giovani, riuniti alla Fiera del Levante, un montaggio video di alcuni interventi pubblici di Bettino Craxi, con parole ‘profetiche’ sui temi dell’Europa, “i Patti firmati a Maastricht non sono scritti nella Bibbia e l’Italia ha il dovere di rinegoziarli” oppure sul fenomeno dell’immigrazione: Già nel 1992, in un convegno a Venezia, Craxi affermava che ‘il tasso di crescita demografica dei paesi poveri è molto alto, sono iniziate correnti migratorie che, in assenza di un accelerato processo di sviluppo che abbracci tutta la riva sud del Mediterraneo, sono destinate a gonfiarsi in modo impressionante e saranno tendenze inarrestabili’.

I lavori completi su Radio Radicale

La prima giornata

La seconda giornata

Gli effetti negativi
dei “luoghi comuni” sull’economia

boitaniLa crisi che ancora grava sulla società e l’economia del nostro Paese ha dato la stura a un insieme di luoghi comuni in fatto di economia, originati dal vezzo intenzionale di utilizzare i teoremi economici per condannare o approvare questa o quella misura di politica economica, evidenziando alcuni aspetti di quei teoremi, ma tacendo su quelli “sconvenienti”. Ciò ha dato luogo, afferma Andrea Boitani, in “Sette luoghi comuni sull’economia”, ad una serie di espressioni quali: “L’economia va male perché c’è l’euro”; “Se il debito pubblico è alto ci vuole l’austerità”; “Senza le riforme non si esce dalla crisi”: “Per rilanciare l’economia servono grandi investimenti infrastrutturali”; e così via. Si tratta di espressioni che, a furia di essere ripetute, sono diventate “espressioni sacre”, dei mantra, pronunciate per esorcizzare la società dagli esiti “malefici” della persistenza della crisi economica e politica.

Considerato che alcuni dei luoghi comuni più ricorrenti hanno un impatto, a volte positivo, ma normalmente negativo sulla “vita e il benessere di milioni di individui, o addirittura di intere comunità nazionali e sopranazionali”, l’autore è del parere che sulle espressioni economiche divenute infondatamente quasi degli atti di fede occorra un esame razionale, per disvelarne i limiti, oppure per evidenziarne, quando possibile, il poco di verità che esse contengono. La riflessione critica su quelle espressioni è tanto più necessaria, se si pensa che decisioni di politica economica poco equilibrate, assunte sulla base di esse, finiscono con l’affermarsi come un’”ideologia insidiosa”, fuorviante per le decisioni responsabili che dovrebbero invece essere assunte.

Tra i luoghi comuni discussi da Boitani, alcuni in particolare hanno colpito l’immaginario collettivo, per la frequenza con cui essi in questi ultimi anni sono stati insistentemente ripetuti, sino quasi a trasformarli in recite scaramantiche; si tratta dei luoghi comuni che hanno avuto un rilievo politico riguardante l’intera comunità, quali quelli che di continuo hanno ripetuto, e continuano a ripetere, che l’“economia è entrata in crisi a causa dell’euro” e che per rimediare all’alto debito pubblico occorreva l’”austerità”, ovvero un drastico contenimento della spesa pubblica.

Riguardo all’euro, i suoi sostenitori lo hanno sempre magnificato, sostenendo che la moneta unica ha “contribuito a proteggere le economie europee da una serie di shock economici globali” e, grazie alla stabilità monetaria da esso garantita nel suo primo decennio di circolazione, sarebbe stato possibile garantire all’interno dell’Unione Europea la realizzazione di un notevole incremento di nuovi posti di lavoro. A parere di Boitani, rispetto a questi risultati, dal punto di vista dell’Italia, l’euro non sarebbe stato decisivo, né in senso positivo, né in senso negativo. “Se l’Italia – afferma l’autore – ha rallentato la crescita in concomitanza con l’ingresso nell’euro non è colpa dell’euro, visto che altri Paesi non hanno rallentato o addirittura hanno accelerato.

La moneta unica era nata con gli “obiettivi della bassa inflazione e dell’integrazione finanziaria”. Se il controllo dell’inflazione è stato raggiunto, non c’è da stupirsi, in quanto il suo perseguimento era “iscritto nei geni dell’euro fin dalla definizione dei criteri di accesso alla moneta unica con il Trattato di Maastricht”; anche l’integrazione finanziaria, fino allo scoppio della crisi del 2007/2008, si è potuta perseguire con successo, perché l’eliminazione dei rischi di cambio, consentita dall’introduzione della moneta unica, ha permesso una maggiore integrazione finanziaria tra i Paesi membri dell’Unione.

L’integrazione ha promosso una rapida convergenza al ribasso dei tassi ai quali le banche dei diversi Paesi si prestavano reciprocamente risorse finanziarie, contribuendo a fare diminuire gli interessi sui titoli di Stato a lunga scadenza. Inoltre, la riduzione dei tassi bancari ha consentito un miglioramento del deficit primario del bilancio pubblico (differenza tra entrate pubbliche e spese, al netto del pagamento degli interessi sul debito pubblico esistente); ciò ha reso possibile all’Italia di ridurre il rapporto debito/PIL, portandolo, alla vigilia dello scoppio della crisi, al disotto del 100% (99,7% nel 2007). La riduzione dell’incidenza del debito pubblico sul prodotto interno lordo avrebbe dovuto creare le condizioni perché fosse possibile ridurre la pressione fiscale e/o aumentare la quantità delle prestazioni sociali offerte ai cittadini tramite la spesa pubblica; se ciò non è avvenuto, afferma Boitani, non è certo colpa dell’euro.

Nel primo decennio di vita dell’euro, l’accresciuta integrazione finanziaria ha consentito di finanziare crescenti deficit della bilancia commerciale dei Paesi del Sud dell’Europa, tra i quali l’Italia; ciò è avvenuto senza considerare che, da un lato, tutto ciò poteva non creare delle difficoltà, sin tanto che la situazione economica internazionale fosse stata caratterizzata da una sostanziale stabilità; dall’altro lato, che gli squilibri nella partite correnti della bilancia commerciale potevano rivelarsi una “pesante eredità”, non appena fosse venuto meno la stabilità economica internazionale. Scoppiata la crisi, le banche dei Paesi del Nord dell’Eurozona, riempiendo i loro portafogli di attività finanziarie emesse dai Paesi e dalla Banche del Sud, si sono trovate in uno stato di insolvenza, trasformandosi in “motore” di moltiplicazione e di diffusione degli effetti della crisi stessa. L’insolvenza, a parere di Boitani, è imputabile al fatto che i banchieri del Nord Europa hanno commesso un errore di valutazione del rischio di credito concesso ai paesi del Sud, e un “errore nella stima di un rischio è sempre ‘colpa’ di chi lo compie”. Sarà pure così, ma vien fatto di osservare che sull’”innocenza” di chi induce a compiere quell’errore è lecito nutrire qualche dubbio.

Ad ogni buon conto, perché è scoppiata la crisi? La risposta – afferma Boitani – va ben oltre il convincimento che la colpa sia stata dell’euro in sé e per sé considerato. “Il punto è che con la crisi sono emersi tutti i difetti di costruzione dell’euro” e di tutte le istituzioni che lo hanno accompagnato. “L’unione monetaria era stata pensata come tappa di un lungo processo di unificazione del Vecchio Continente, una tappa che […] avrebbe dovuto spontaneamente portare a quella successiva: l’unione politica e quindi fiscale”. Ai difetti originari di costruzione dell’euro si è aggiunta poi la lettura che della crisi hanno dato, soprattutto dopo il 2010, le massime autorità europee, non disinteressatamente rispetto agli interessi dei Paesi del Nord Europa, trovatisi immobilizzate per gli eccessivi crediti concessi ai Paesi del Sud.

Secondo la lettura datane, la crisi dell’Eurozona, era l’inevitabile risultato dell’eccesso di debito pubblico dei Paesi del Sud Europa; tale debito, però, era “schizzato” verso l’alto solo dopo l’inizio della crisi, non perché, come alcuni economisti tedeschi pensavano, questi Paesi fossero continuamente in “festa”, ma perché avevano ricapitalizzato le proprie banche, contribuendo così a “salvare” quelle del Nord Europa (della Germania, in particolare, ma anche della Francia) che avevano sbagliato le loro valutazioni del rischio di credito; una verità che – afferma Boitani – “suscita sempre nervosismo a Berlino […] perché smentisce il mito della ‘generosità’ dei risparmiatori del Nord Europa”, evidenziando che buona parte dell’aumento del debito pubblico dei Paesi del Sud è stata causata dal rifinanziamento delle loro banche, a salvaguardia dei crediti di quelle del Nord.

In tutto quello che è accaduto, perciò, l’euro non c’entra; c’entra invece il fatto che l’”Eurozona è stata costruita come area sui generis, nel senso che anziché aver creato un’area istituzionalmente unitaria, è risultata essere solo un mercato interno, con l’euro ridotto a pura e semplice unità di conto, dove i Paesi partecipanti sono rimasti sovrani e responsabili dei propri debiti esteri, ma senza il controllo della propria valuta. L’euro, perciò, non ha colpe della crisi dell’Italia e degli altri Paesi del Sud Europa; la colpa è attribuibile al “come” è stata concepita e realizzata l’Eurozona, cioè all’aver pensato che l’unione monetaria potesse reggersi “senza bilancio federale, senza unione bancaria e senza unione politica, convinti che bastassero regole di finanza pubblica stringenti e strumenti per farle rispettare agli Stati più riottosi e indisciplinati”.

In questo modo, nella “disunione finanziaria ed economica” sono tornati a riproporsi gli egoismi nazionali, con la Germania trasformatasi in Paese ossessionato dal pericolo dell’inflazione, dalla necessità di introdurre una stretta politica fiscale nei Paesi ad alto debito pubblico e di assegnare a questi ultimi gravosi “compiti a casa”, il principale dei quali è stata l’imposizione di un “consolidamento fiscale”, ovvero di un’”austerità” gravosa (con cui porre fine alla presunta “festa” a causa della quale gli italiani si erano indebitati), al fine di ricuperare le risorse da destinare alla riduzione del debito pubblico, senza alcuna considerazione per i costi sociali che l’austerità avrebbe determinato. Tutti i Paesi creditori membri dell’unione monetaria hanno condiviso l’ossessione della Germania, convinti che non esistessero alternative percorribili: bisognava immediatamente procedere al consolidamento fiscale, “ovvero a una robusta sommatoria di tagli alla spesa pubblica (a partire dai salari dei dipendenti pubblici e dalle pensioni) e di aumenti delle tasse”.

Tra il 2009 3e il 2010, l’ideologia dell’austerità, condivisa dalle forze politiche al potere e dalla generalità dei banchieri, per realizzare il rientro dall’eccessivo debito pubblico, ha trovato il supporto nel lavoro di ricerca di alcuni economisti dell’Università di Harvard, Carmen Reinhart e Ken Rogoff. Questi economisti, con una loro analisi empirica, avevano trovato una relazione tra il livello del rapporto debito/PIL e la crescita economica, relativamente a 20 economie avanzate, per il periodo 1946-2009; relazione che, a parere dei due ricercatori, consentiva di affermare che all’aumentare del debito di tali economie, il loro tasso di crescita si era ridotto significativamente e, quando il rapporto debito/PIL aveva superato il 90%, il tasso di crescita era divenuto negativo.

La ricerca economica, tuttavia, non ha tardato a dimostrare che l’austerità era “la risposta sbagliata ai problemi economici dell’Europa”, in quanto, anziché supportare la riduzione del debito pubblico dei Paesi più indebitati, come l’Italia, lo ha invece fatto aumentare, con incrementi maggiori proprio in quei Paesi dove più intense sono state le misure adottate per realizzare l’austerità. Ricerche empiriche successive a quelle di Reinhart e Rogoff hanno infatti evidenziato che “per ogni punto percentuale di miglioramento del saldo primario aggiustato per il ciclo nel periodo 2011-2014, il rapporto debito/PIL è aumentato di oltre 5 punti in media nei Paesi dell’Eurozona”; la spiegazione, a parere i Boitani, è da rinvenirsi nel fatto che l’“austerità ha finito per far ridurre la crescita del PIL reale più di quanto abbia frenato la crescita del debito pubblico”, per cui il rapporto debito/PIL è cresciuto di più proprio nei Paesi che hanno praticato una politica più intensa di austerità.

L’austerità, perciò, conclude Boitani, ha fatto sì che il deficit primario si riducesse, ma non ha permesso di migliorare il rapporto debito/PIL; di conseguenza, il tirare la cinghia per gli italiani non ha comportato, né un miglioramento della sostenibilità del debito pubblico, né un rilancio significativo della ripresa dell’economia nazionale. Vi è stato – sottolinea Boitani – persino chi, accettando le implicazioni del luogo comune che l’austerità fosse la risposta giusta all’eccessivo debito pubblico, non ha esitato ad affermare che il mancato successo del contenimento della spesa pubblica fosse da attribuirsi “alle dosi troppo piccole con cui la ‘medicina’ è stata somministrata”, rivelatesi insufficienti per invertire le aspettative degli operatori economici.

Il dramma per gli italiani è consistito nel fatto che l’accettazione acritica del luogo comune che l’austerità sarebbe stata una misura “espansiva”, in realtà si è rivelata “punitiva”; l’intero establishment del Paese ne ha accettato le implicazioni, concorrendo alla diffusione di un malcontento sociale così pervasivo da determinare complicazioni sul piano politico, per via della nascita dei cosiddetti movimenti populisti di protesta e “anticasta”, sui quali le forze politiche al potere avrebbero ora la pretesa di “scaricare” la responsabilità degli esiti negativi delle fallimentari politiche anticrisi poste in essere.

Gianfranco Sabattini

L’eurocrazia e i limiti
del governo a distanza
nel mercato interno

euroIl termine “eurocrazia” è divenuto sinonimo di “sistema di governo imperniato sulle istituzioni UE, che indirizzano a distanza, e in molti casi vincolano pesantemente, le scelte politiche nazionali”; così esordisce Maurizio Ferrera in “Governare a distanza: responsabilità democratica e solidarietà sociale nell’Eurozona” (Il Mulino, n. 2/2017). Obiettivo di tale sistema di governo è assicurare la stabilità dell’euro e del funzionamento del mercato interno europeo, subordinando ad esso ogni altra politica comunitaria.

A differenza di una qualsiasi forma di governo democratico, quello burocratico europeo è fondato su un “preciso e vincolante” sistema di priorità, adottate sulla base del convincimento che, per governare la stabilità del mercato interno, i singoli Paesi aderenti all’Eurozona debbano attenersi a “inviolabili criteri di stabilità monetaria e fiscale”; a tal fine, è imposta la necessità che tutti i Paesi membri seguano rigidamente regole “uguali per tutti”, con l’erogazione di sanzioni in caso di un loro mancato rispetto.

Questo convincimento, mutuato dal neoliberismo in “salsa tedesca”, nella forma dell’ordoliberismo, poggia – afferma Ferrera – “su una forte diffidenza nei confronti della politica democratica, considerata come sfera ove prevalgono interessi di parte e contemporaneamente opportunistici che danneggiano sistematicamente l’economia”. Sennonché, è ormai diffusa la critica di chi ritiene l’eurocrazia una forma di governo “distopico”, ovvero antiutopistico, in quanto portatore di una modalità di governo indesiderabile, contrario ai valori di una autentica democrazia; in altri termini, una forma di governo che “pretende di decidere sulla base di certezze inconfutabili”, espresse dall’ideologia ordoliberista.

Il governo a distanza dell’eurocrazia ha provocato, a parere di Ferrera, una serie di deficit sul piano dell’equità, della democrazia e della legittimità dei processi decisionali. Ciò perché, invece di attivare un “circolo virtuoso” di convergenza delle situazioni economico-sociali dei singoli Paese, ha promosso la formazione di un assetto istituzionale che ha generato una divergenza e favorito la diffusione dell’idea che “le economie politiche dei vari Paesi possano essere costrette ad adottare un unico modello per la crescita e la competitività”; in tal modo, è stato inevitabile che il governo burocratico del mercato interno europeo, anziché concorrere all’”addomesticamento” del pluralismo dei gruppi d’interesse, abbia finito con lo scatenare “i demoni dell’antipolitica e del populismo”, motivandoli a criticare e spesso ad “attaccare” la stessa Unione Europea.

Come superare gli esiti del governo a distanza?, si chiede Ferrera; egli propone di superare il “governo distopico” europeo, attraverso un’analisi critica di alcuni suoi aspetti, al fine di pervenire alla formulazione di un “modello” di governo democratico dell’Eurozona, in grado di prefigurare un auspicabile futuro dell’unione economica e monetaria, congiuntamente alle possibili vie “per conciliare integrazione economica e solidarietà sociale”.

A parere di Ferrera, le democrazie contemporanee sono portatrici dell’idea che il Governo “faccia ciò che i cittadini vogliono”, appartenendo la sovranità al popolo e dipendendo la legittimità dal consenso di quest’ultimo; tuttavia, i rappresentanti del popolo devono esercitare il loro mandato responsabilmente, nel senso che le loro decisioni devono essere sorrette da “una certa distanza dalle contingenze elettorali e [da] una capacità lungimirante di bilanciare le considerazioni di principio con accurate valutazioni delle conseguenze nel far fronte a un flusso di problemi che non possono essere ami completamente prevedibili”; in conseguenza di ciò, la rispondenza delle decisioni dei rappresentanti del popolo ai suoi “desideri” deve essere, come si è detto, sempre coniugata all’assunzione di decisioni responsabili. Perché ciò possa avvenire, sottolinea Ferrera, sono necessari “specifici incentivi istituzionali”; ciò perché, le principali sfide che, con riferimento all’Europa, i leader nazionali devono affrontare (processo d’integrazione politica dei Paesi membri dell’Unione e contenimento delle difficoltà interne che l’integrazione comporta) richiedono la loro collocazione in una prospettiva di lungo termine.

Le decisioni che devono essere assunte nel momento presente comportano, infatti, sacrifici che possono essere compensati solo da vantaggi differiti; fatto, questo, che mal si concilia con la logica della competizione politica nei regimi democratici. Imporre, però, sacrifici attuali in cambio di probabili benefici futuri non rappresenta una “strategia efficace per vincere le elezioni” in sistemi pluralistici. In linea di principio, secondo Ferrera, l’Unione Europea dovrebbe facilitare l’azione dei leader nazionali con “incentivi e risorse per esercitare la responsabilità nei confronti sia delle interdipendenze transnazionali sia degli imperativi di lungo periodo”, il governo burocratico europeo, non solo non ha preso atto dell’esistenza delle difficoltà con cui devono confrontarsi i leader nazionali, ma le ha anche aggravate, facilitando il ricorso a livello europeo e nazionale di processi decisionali fondati su un sistema di “irresponsabilità organizzata”.

Tuttavia, secondo Ferrera, esisterebbero diversi elementi del governo a distanza che “potrebbe essere saggio e ragionevole conservare e persino migliorare”. La critica dell’eurocrazia è concorde nel sottolineare come il principio dell’austerità abbia concorso ad aggravare gli effetti destabilizzanti, soprattutto sui “regimi di cittadinanza sociale”; per questo motivo, persino “molti studiosi tedeschi […] pensano che l’euro vada in qualche modo smontato a causa delle sue perverse disfunzionalità”, sino a proporre “una rottura ordinata, negoziale e consensuale dell’Eurozona e di un ritorno al regime monetario pre-euro, basato su cambi flessibili entro bande predefinite”.

Benché si dichiari d’accordo sull’esigenza di un franco dibattito sulle disfunzionalità dell’euro, sul ritorno a un regime monetario pre-euro, Ferrera è apertamente contrario; ciò perché, a suo parere, lasciare ora l’unione monetaria, per l’economia e la società dell’Italia, significherebbe fare un “salto in mare aperto” e commettere un errore fatale, soprattutto per un motivo che egli ritiene fondamentale: l’estrema debolezza della compagine nazionale; debolezza legata principalmente al fatto d’essere una nazione tenuta assieme da uno stato ancora molto difettoso, gravato da un debito pubblico molto alto, da un sistema antiquato di relazioni industriali, dalla persistente presenza di squilibri territoriali, da una diffusa economia sommersa, da un’insostenibile evasione fiscale, dalla presenza di una criminalità sistemica e, infine, ma non ultima per gravità, dalla sopravvivenza di mercati dei prodotti e dei servizi “mal regolati e ancora fortemente protetti”.

Per Ferrera, però, “sotto il malessere italiano c’è un cuore pulsante”, nel senso che il Paese possiederebbe “ancora un’ampia e robusta base industriale”, orientata verso le esportazioni, che avrebbe bisogno d’essere potenziata dal sostegno di un settore dei servizi molto più efficiente, “nonché da un ambiente istituzionale favorevole, compreso uno Stato sociale modernizzato”. Dopo il 2014, le condizioni dell’economia nazionale sono certamente migliorate; ciò però non significa che l’Italia si sia portata fuori da ogni pericolo e che, per consolidare questa sua posizione, debba fuoriuscire dall’euro, e neppure “che le cose debbano rimanere così come sono”.

Il regime burocratico è troppo vincolante “per il tipo di modernizzazione che si addice all’Italia”, per cui diventa necessario l’approfondimento dello studio diretto a verificare come la conservazione della moneta unica possa risultare compatibile con “modalità di governance economica e fiscale” alternative a quelle sinora privilegiate. Poiché tutte le alternative implicheranno un elevato grado di solidarietà interstatale, occorrerà confrontarsi, in particolare con la classe politica tedesca, perché le modalità di governance dell’euro siano inquadrate, nell’interesse di tutti i Paesi dell’Unione, in una prospettiva più corretta, nella consapevolezza che la conservazione di “una pericolosa e autolesionista spirale di contrapposizioni nazionali non è inevitabile” e che, al contrario, è nelle aspirazioni di tutti il suo superamento.

Tra gli economisti ed i politici, sono in molti a pensare che “per rendere l’unione monetaria più rispondente alle esigenze dei vari Paesi”, sia necessario dotarla di un grado di ridistribuzione dei surplus finanziari più efficace di quella sinora attuata, nella convinzione che l’”euro avrebbe potuto e dovuto essere progettato molto meglio sin dall’inizio”. Il fatto che ciò non sia avvento non significa, però, che quanto sin qui realizzato sia da rigettare; significa, al contrario, sperimentare un processo di riforma della governance dell’euro, nel convincimento – come afferma Ferrera – che ancora esistano margini di cambiamento, più di quanto le élite attuali siano pronte o capaci di riconoscere.

Ferrera è convinto della possibilità di cambiare la govermance dell’euro, anche perché non ritiene fondata l’idea che la crisi della moneta unica europea sia da imputarsi alla sregolatezza con cui i Paesi del Sud dell’Europa hanno governato i loro conti pubblici; al fine di smentire tale idea, s’impone l’urgenza di evidenze empiriche più dettagliate e precise, in merito “ai guadagni asimmetrici” dei quali hanno goduto i Paesi maggiormente distintisi nel sostenere la necessità del rigore monetario, a partire dalla Germania e dalle rigide posizioni assunte dal suo Ministro delle finanze, Wolfgang Schäuble, e dal Presidente della Deutsche Bundesbank, Jens Weidmann.

Smentire quest’idea, che la colpa della crisi dell’euro sia da attribuirsi ai Paesi poco virtuosi nella gestione delle loro finanze pubbliche, servirebbe tra l’altro a “disvelare” la sua infondatezza morale e ad evitare ciò che spesso nella gestione della crisi è accaduto con l’imposizione di politiche di umiliazione, basate “sul castigo paternalistico gerarchico, anziché sul fraterno incoraggiamento”; al riguardo, basta ricordare il trattamento riservato alla Grecia e si potrebbe aggiungere anche la famosa lettera con la quale la Banca Centrale Europea indicava al Governo italiano le misure di politica monetaria che dovevano essere adottare, per «rafforzare la reputazione della sua firma sovrana e il suo impegno alla sostenibilità del bilancio e alle riforme strutturali».

Al fine di evitare che in futuro possano di nuovo verificarsi umiliazioni di tale natura, il primo passo da compiere deve essere quello di “una chiara affermazione dei principi”, ribadendo a chiare lettere l’uguaglianza politica di tutti i Paesi membri dell’Eurozona. Inoltre, Ferrera, sostiene la necessità di elaborare direttive di governo della moneta unica che tengano conto degli “standard sociali” esistenti all’interno dei singoli Paesi europei. Ciò potrà consentire di stabilire in modo appropriato il quantum di solidarietà e di ridistribuzione dei surplus finanziari che sarà necessario adottare per evitare il riproporsi di nuove crisi.

Cero, la sfida più difficile sarà quella di determinare gli standard ottimali di “solidarietà paneuropea”; al riguardo, tuttavia, occorrerà convincersi che, senza una prospettiva profondamente riformistica del governo a distanza dell’eurocrazia, sarà difficile procedere sulla via dell’unificazione politica dell’Europa. A tale fine, forse è giusto concludere con Ferrera, che occorreranno “massicci investimenti” di natura intellettuale, prima ancora che politici.

Gianfranco Sabattini