L’Europa dopo le elezioni
in Francia e Germania

Pierre-Yves Le Borgn

Pierre-Yves Le Borgn

Un terremoto elettorale rischia di stravolgere gli equilibri politici in Europa. I prossimi mesi non saranno segnati solo dalle elezioni presidenziali e legislative in Francia e da quelle federali in Germania, ma si voterà anche in Norvegia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia e Portogallo. Senza dimenticare le elezioni locali in Regno Unito, che promettono di portare a galla tutte le tensioni del post-Brexit e l’Italia, dove si voterà al più tardi nel 2018.

Mai come prima d’ora il processo di integrazione europea è stato tanto al centro della contesa elettorale. L’Europa è diventata un tema su cui si costruiscono le campagne e si impernia il dibattuto politico.

Quale sarà il volto dell’Europa dopo le elezioni in Francia e Germania? La domanda sta facendo il giro del continente. Hanno provato a rispondervi mercoledì scorso, a Strasburgo, presso l’Associazione Parlamentare Europea, Günter Krichbaum (Cdu), presidente della commissione affari esteri del Bundestag, e Pierre-Yves Le Borgn’ (Partito Socialista), presidente del gruppo di amicizia franco-tedesco all’Assemblea Nazionale, giunti nella capitale europea per discutere con un gruppo di eurodeputati di vari schieramenti politici.

La situazione politica in Germania e Francia è molto diversa. “Nel prossimo Bundestag, più dell’80% degli eletti sarà europeista. Questo è un segnale di speranza”, ha dichiarato Krichbaum. Lo stesso, però, non si può dire in Francia. A tal proposito, Pierre-Yves Le Borgn’ ha lamentato che “secondo i sondaggi, più del 50% degli elettori sarebbe pronto a votare al primo turno per un candidato che è contro l’euro e l’Unione europea, come Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, che mettono apertamente in discussione le quattro libertà fondamentali (di circolazione di persone, di merci, servizi e dei capitali, ndr) dell’Unione europea”.

Sono tante le sfide che minacciano il futuro dei cittadini europei. C’è la guerra in Ucraina, la situazione fragile in Turchia, il dramma in Siria, la Brexit da gestire e il cambiamento climatico che causa l’esodo di migliaia di persone verso l’Europa. La situazione di profonda incertezza è responsabilità anche degli Stati Uniti. “Una volta il segretario di Stato americano, Henry Kissinger, si chiedeva ironicamente quale fosse il numero dell’Europa. Oggi la situazione si è invertita. Non sappiamo cosa attenderci degli Stati Uniti: l’amministrazione parla spesso in modo diverso da Trump”, ha riconosciuto il presidente della commissione affari esteri del Bundestag.

“All’incertezza si deve rispondere con più Europa”, hanno concordato il deputato Cdu e quello socialista. “I cittadini europei sono il 7% della popolazione mondiale e a fine secolo saranno solo il 4%… Se vuoi andare veloce vai da solo, ma se vuoi andare lontano vai in compagnia”, ha suggerito Krichbaum, criticando la scelta dei britannici di lasciare l’Unione e, in particolare, la decisione dell’ex premier David Cameron, di indire un referendum. “C’è differenza tra un capo di stato e uno statista. Se dopo la guerra fosse stato chiesto ai francesi di esprimersi sulla possibilità di collaborare con la Germania nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio, questi avrebbero probabilmente detto di no. I leader politici di quel periodo fecero delle scelte coraggiose, David Cameron no”, questo il verdetto del deputato tedesco.

Non è solo Cameron ad aver commesso degli errori. Negli ultimi anni, anche l’alleanza franco-tedesca, vero motore del processo di integrazione, ha dato segni di inceppamento. La responsabilità, secondo Krichbaum, sarebbe in buona parte dell’attuale presidente francese, François Hollande. “Hollande ha sofferto a causa di un bassissimo indice di gradimento tra la popolazione e questo gli ha impedito di portare avanti i suoi programmi – questa l’analisi del deputato tedesco – In Europa bisogna dividersi i compiti. Se la Francia è debole, gli altri Paesi hanno l’impressione che sia solo la Germania a dare la carte”.

Chi sarebbe allora il candidato ideale a rilanciare l’intesa franco-tedesca? “Emmanuel Macron”, rispondono all’unisono Krichbaum e Le Borgn’. “Macron ammira il dinamismo dell’economia tedesca e, se eletto, ricercherà delle soluzioni economiche nel segno della coalizione esistente o, in caso di sconfitta della Merkel, con un governo guidato da Martin Schulz”, ha dichiarato Le Borgn’, uno dei tanti socialisti che hanno scelto di stare con Macron e non con il candidato ufficiale del partito, Benoît Hamon. Le Borgn’ ha riconosciuto che le divisioni interne al suo partito hanno radici lontane e rimontano alla deindustrializzazione che ha preso piede negli anni Ottanta.

Anche Krichbaum ha speso parole di elogio per candidato di En Marche. “Macron, con la legge che porta il suo nome, è stato l’unico in Francia che ha tentato di fare riforme. In Francia i sindacati sono meno cooperativi che in Germania e spesso bloccano lo sviluppo della competitività. È nell’interesse di ogni Stato membro cercare di aumentare la propria competitività. Bisogna smetterla col dire che lo facciamo perché è la Germania o l’Unione europea che ce lo chiede”, ha messo in chiaro il deputato cristiano-democratico.

L’Unione europea deve ripartire dal motore franco-tedesco e deve farlo approfittando dello spazio di manovra offerto dai trattati esistenti. Sia Il deputato francese che quello tedesco hanno elogiato il concetto di doppia velocità, secondo cui gli Stati membri desiderosi di procedere verso un’integrazione più stretta avrebbero ogni diritto di farlo. “Dobbiamo però stare attenti a non frammentare l’Unione”, ha messo in guardia Krichbaum.

La maggior parte degli eurodeputati presenti all’incontro non ha sollevato particolari obiezioni alle parole di Krichbaum e Le Borgn’. Con l’eccezione di Roger Helmer, eurodeputato dell’UKIP, il partito che più di tutti ha fatto campagna per la Brexit.

“Qui tutti dicono che per essere forti sulla scena mondiale bisogna essere grandi e integrati, ma non è necessariamente così. Guardate Singapore e la Corea del Sud – ha provocato il britannico – il Regno Unito una volta fuori dall’Unione sarà il più grande acquirente di prodotti europei. Se non troveremo un accordo, a restare senza lavoro saranno tanti lavoratori tedeschi, francesi o belgi. È nel vostro interesse negoziare un accordo di libero scambio con noi, molto più di quanto lo è istituirne uno con Canada e Corea del Sud”.

E ricordate: “Noi concluderemo un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti prima di voi”, questo lo schiaffo finale dell’eurodeputato britannico.

Europa a due velocità 
e debito sovrano

Ciò che appare sempre più chiaro, nonostante le celebrazioni, invero in tono minore, del Trattato di Roma, costitutivo della Comunità Economica Europea nel 1957, che dovevano dare nuovo smalto alla prospettiva federalista, è che alla fine la Germania della “Cancelleria di ferro” imporrà l’”Europa a due velocità” e, con essa, un’Unione di tipo confederale. Se questo sarà è indispensabile rivedere da subito l’austerity che sta strangolando i cittadini italiani e di molti paesi europei, cancellando la camicia di Nesso dei parametri di Maastricht, il debito pubblico in primo luogo.

Non è un’eresia economica affermare, infatti, che nella storia dell’economia si sono verificati periodici annullamenti dei debiti sovrani, per non portare in rovina le popolazioni e per rinnovare le basi di un’economia produttiva.
Il caso più famoso? Certamente quello della Nazione di Frau Merkel, con l’annullamento pressoché totale dell’ingente debito verso l’estero della Germania, a causa delle pesanti sanzioni imposte ai tedeschi dopo la sconfitta nella prima e nella seconda guerra mondiale. La Conferenza di Londra del 1953 infatti, decise di azzerare quasi integralmente, da parte delle Nazioni vincitrici, i debiti della Germania, con l’importante opera svolta da Herman Josef Abs, grande banchiere un tempo al fianco di Hitler. Il miracolo economico della Germania Federale prima e di quella riunificata dopo il crollo del Muro di Berlino affonda le radici in questa decisione economica internazionale, che rispondeva anche e soprattutto, ad esigenze di geopolitica.

Avvenimento ricordato, invano, dal governo greco di Alexis Tsipras, a fronte della posizione draconiana della Germania sul debito pubblico ellenico e sulla severa politica economica, basata sui tagli sociali, imposta dalla Troika.

Ciò che non si dice è che nessuno degli attuali debiti sovrani potrà mai essere ripagato. Peraltro, sono proprio i paesi più ricchi a livello globale, che hanno i debiti pubblici, ma anche privati, maggiori: Stati Uniti, Giappone, Cina e in Europa la Germania, che predica rigore ma ha un debito pubblico pari a 2.284 miliardi di euro, superiore a quello dell’Italia.

E’ chiaro, dunque, che le maggiori economie del mondo sono fondate sul debito, ma la loro stabilità deriva dalla capacità di generale ricchezza, di cui il Pil è solo uno degli strumenti di misurazione.

Appare necessario superare questa finzione economica e dichiarare che si potranno mai ripagare questi enormi debiti sovrani, se, almeno, non si blocca la loro corsa: è il costo degli interessi che lo Stato paga ai suoi creditori, per lo più di natura istituzionale, che autoalimenta la crescita costante del debito.
Se si guarda il bilancio dello Stato italiano si vedrà come gli interessi sul debito pubblico costituiscono la terza voce di spesa dopo pensioni e sanità.

E allora, perché non promuovere una conferenza internazionale sulla ristrutturazione dei debiti sovrani?

Maurizio Ballistreri

Scrive Celso Vassalini:
Buon compleanno Europa

L’Unione Europea celebra in questo mese il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma. I motivi per festeggiare sono indubbiamente tanti. Dopo secoli di guerre, sconvolgimenti politici e uccisioni di massa, per l’Europa si è aperti un periodo di pace e di democrazia. L’Europa torna a discutere di sé stessa. Se si ipotizzano forme diverse di integrazione, va evitato il rischio di ricadere nel modello intergovernativo. Mentre nell’Eurozona serve un equilibrio più ragionevole tra necessità di ridurre e quella di consentire una crescita più omogenea. “Non bisogna arrendersi a una narrazione negativa. Oggi serve più Europa sociale e più investimenti per la crescita e il lavoro, con l’obiettivo di andare verso un più efficace rafforzamento dell’Unione ed evitare qualsiasi sentimento di disgregazione. Un progetto europeo che, a partire da ‘visioni lungimiranti’, abbia il coraggio di ritrovare quella forza e quella efficacia necessarie ad affrontare le rinnovate sfide alle quali è sottoposto. Concordo al Manifesto per gli Stati Uniti d’Europa, perché tutti abbiano la consapevolezza che il nostro impegno a sostegno di questo progetto europeo, infatti, è un progetto inclusivo che ha saputo garantire e tutelare per decenni i diritti e le opportunità di diverse generazioni, portando pace e sicurezza e migliorando la qualità della vita di tutti, senza distinzione tra Nord e Sud, centro e periferia.Da questi principi occorre ripartire per far sì che questa visione ‘sociale’ dell’Europa s’imponga come centrale nel dibattito della politica e delle istituzioni dell’Unione. Un’aspirazione ambiziosa alla quale l’Italia dovrà continuare a dare il proprio fondamentale contributo, perché solo così – e non con gli opposti sentimenti nazionalistici – potremo assicurare il benessere della nostra popolazione e sostenere chi è più in difficoltà. “Ed è importante riprendere i fili di questo discorso, proprio in occasione della celebrazione dei sessant’anni dalla firma dei Trattati europei. Da quella data è cambiato il mondo e si è profondamente modificato anche il nostro Paese: per rispondere alle nuove sfide è necessario un cambio di rotta. Spetta anche a noi come Italia cambiare l’agenda politica dell’Europa, per mettere a punto un nuovo welfare per favorire l’inclusione sociale e l’accoglienza dei profughi. Tutto questo per riprendere un rapporto di fiducia con i cittadini e riavviare il processo verso l’integrazione politica perché altrimenti saremmo condannati all’irrilevanza e alla marginalizzazione”. Un breve passaggio di papa Francesco durante la visita al Parlamento europeo. Signor Presidente, Signore e Signori Vice Presidenti, Onorevoli Eurodeputati, Persone che lavorano a titoli diversi in quest’emiciclo, Cari amici, Eurodeputati, è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili; l’Europa che abbraccia con coraggio il suo passato e guarda con fiducia il futuro per vivere pienamente e con speranza il suo presente. È giunto il momento di abbandonare l’idea di un’Europa impaurita e piegata su sé stessa per suscitare e promuovere l’Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede. L’Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l’Europa che guarda e difende e tutela l’uomo; l’Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità! Un breve passaggio di discorso di San. Giovanni Paolo II durante la visita al Parlamento europeo. Concludendo, enuncerò tre campi in cui mi sembra che l’Europa unita di domani, aperta verso l’Est del continente, generosa verso l’altro emisfero, dovrebbe riprendere un ruolo di faro nella civilizzazione mondiale: – Innanzitutto, riconciliare l’uomo con la creazione, vegliando sulla preservazione dell’integrità della natura, della sua fauna e della sua flora, della sua aria e dei suoi fiumi, dei suoi sottili equilibri, delle sue risorse limitate, della sua beltà che loda la gloria del Creatore. – Poi, riconciliare l’uomo con i suoi simili, accettandosi gli uni gli altri quali europei di diverse tradizioni culturali o correnti di pensiero, accogliendo gli stranieri e i rifugiati, aprendosi alle ricchezze spirituali dei popoli degli altri continenti. – Infine, riconciliare l’uomo con se stesso: sì, lavorare per la ricostruzione di una visione integrale e completa dell’uomo e del mondo, contro le culture del sospetto e della disumanizzazione, una visione in cui la scienza, la capacità tecnica e l’arte non escludono ma suscitano la fede in Dio.

Celso Vassalini

Mattarella: “Europa incerta. Ora serve coraggio”

Mattarella“Il messaggio lanciato dal Presidente della Repubblica è stato chiaro: un’Europa che non si chiude, che recupera l’anima visionaria dei fondatori, politica e non burocratica. Competitiva nella globalizzazione. Equa. La nostra Europa”. E’ quanto ha affermato il segretario del Psi, Riccardo Nencini commentando le parole del presidente della repubblica Sergio Mattarella che ha parlato davanti le camere riunite in seduta Comune in occasione dell’inizio delle celebrazioni per i 60 anni dei Trattati di Roma. Il Presidente della Repubblica ha tracciato il profilo di un Continente sfibrato più che dalle sfide e dalle difficoltà, dalla propria mancanza di visione, di intuizione, di coraggio. La Brexit è effetto e non solo causa di tutto questo. Le radici di questo mal sottile affondano nei particolarismi, nei settarismi e nella facile fuga verso muri da costruire e un passato che, sia chiaro, era ben meno allettante del presente. Sei volte il Presidente viene interrotto dagli applausi. Soprattutto quanto cita una profetica pagina di Luigi Einaudi, in cui (ed era il 1947, dieci anni ancora prima dei Trattati di Roma) si individuava chiaramente un doppio rapporto di causa-effetto tra il chiudere le frontiere alle merci e poi agli uomini.

“I padri dell’Europa, che dettero vita ai Trattati – ha detto Matterallea – con il consenso democratico dei loro Paesi, non erano dei visionari bensì degli uomini politici consapevoli delle sfide e dei rischi, capaci di affrontarli. Uomini che hanno avuto il coraggio di trasformare le debolezze, le vulnerabilità, le ansie dei rispettivi popoli in punti di forza”. “L’Europa che abbiamo conosciuto in questi anni è stata uno strumento essenziale di stabilita’ e di salvaguardia della pace, di crescita economica e di progresso, di affermazione di un modello sociale sin qui ancora ineguagliato, fatto di diritti e civiltà”.

Mattarella ha parlato di una Eurpa piccola piccola davanti giganti mondo. “L’Unione e i suoi Stati membri – ha detto – nell’anno 2000 hanno prodotto il 26,5% del Prodotto Interno Lordo mondiale. Questa percentuale è scesa, nel 2015, di ben quattro punti. La popolazione dell’intero continente europeo è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi venti anni. Al contempo la popolazione africana, che oggi si aggira intorno al miliardo, potrebbe raddoppiare in appena venticinque anni. Già questi due soli elementi rendono evidente che l’Europa nel suo complesso rischia di diventare più piccola sullo scacchiere internazionale, mentre, nel mondo, gli stati ‘giganti’ continuano a crescere”.

Infine un appello all’unità perché nessun paese europeo può farcela da solo. “Nessun Paese europeo può garantire, da solo, la effettiva indipendenza delle proprie scelte. Nessun ritorno alle sovranità nazionali potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità, perché nessun Paese europeo, da solo, potrà mai affacciarsi sulla scena internazionale con la pretesa di influire sugli eventi, considerate le proprie dimensioni e la scala dei problemi”.

Ginevra Matiz

FUTURO EUROPEO

europaUna strana Europa, quella che nel giro di pochi giorni celebrerà i 60 anni dei Trattati di Roma e subito dopo affronterà il divorzio con la Gran Bretagna. Sabato prossimo i 27 disegneranno il futuro per i prossimi anni dell’Europa. Un futuro senza Londra, ma che dovrà essere ancora fondato sull’unità pena “l’emarginazione dalle dinamiche globali”, come è scritto nella bozza della Dichiarazione di Roma analizzata dagli ‘sherpa’ dei governi riuniti a Bruxelles. Un gran lavoro, con continue limature e modifiche al testo, che alla fine ha portato i suoi frutti. Infatti le trattative per stendere il testo della dichiarazione che sarà siglata il 25 marzo al Campidoglio si sono concluse positivamente: è stato raggiunto un compromesso per riavvicinare i Paesi dell’Est Europa del gruppo di Visegrad, scettici sulla formula dell”Ue a più velocità.

Era stata ancora una volta la Polonia a puntare i piedi e ad uscire dal coro. Jaroslaw Kaczynski, leader del partito populista al governo ‘Diritto e Giustizia’ (Pis), in un’intervista ad un settimanale polacco aveva ribadito che il governo di Beata Szydlo si sarebbe opposto al progetto di un’Europa a più velocità lanciato due settimane fa da Francia, Germania, Italia e Spagna a Versailles. Ma Varsavia, che già aveva subito un 27 a 1 nello scontro per la rielezione di Tusk, si è trovata nuovamente isolata. Ma secondo Kaczynski la Polonia deve “difendere i propri interessi in modo deciso”. Ma alle fine il rappresentante polacco ha confermato che anche Szydlo firmerà la Dichiarazione di Roma.

Il testo conferma la formula che prevede di “agire insieme ogni qualvolta possibile, a ritmi e intensità diversi dove necessario, come fatto in passato nell’ambito del quadro del Trattato”. Permane quindi una doppia velocità. Anche se la formula ne lima la portata.

Invece il sottosegretario agli Affari Europei Sandro Gozi parla di unione sociale: “L’unione sociale è scritta nei trattati ma nessuno di noi ha preso l’impegno politico. Questo deve essere il nostro obiettivo vero”. Il sottosegretario agli Affari Europei inoltre invita a cogliere l’opportunità della Brexit. “Usiamo i 73 seggi che saranno lasciati dalla Gran Bretagna per eleggere deputati transnazionali così da cominciare a colmare il divario tra le decisioni europee e i dibattiti a livello nazionale”. Londra ha infatti annunciato che la notifica della richiesta di divorzio, ovvero la lettera di Theresa May che ufficializzerà la richiesta del governo britannico di attivare l’art.50 per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sarà inviata il 29 marzo. Non rovinerà le celebrazioni, ha osservato Angela Merkel, consapevole che l’Unione europea è “pronta a cominciare il negoziato”, come è tornato a sottolineare oggi il portavoce della Commissione Ue, mentre il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, da poco riconfermato, ha ribadito che “entro 48 ore” dal ricevimento della lettera britannica potrà presentare ai 27 le “linee guida” e convocare il vertice straordinario che formalizzerà il mandato negoziale per Michel Barnier.

Rientrato il dissenso della Polonia, a minacciare di non siglare dichiarazione di Roma è Atene. Fonti citate dal quotidiano “Kathimerini” infatti evidenziano questa possibilità, dopo che i creditori internazionali hanno detto chiaramente che dalla Grecia non sono stati fatti progressi sufficienti e che quindi il piano di salvataggio sarebbe a rischio. Secondo le fonti citate dal quotidiano ellenico, gli esponenti del governo di Atene coinvolti nei negoziati per predisporre la bozza della dichiarazione di Roma sulla riforma del progetto europeo hanno dichiarato che non possono siglare un tale documento mentre la Grecia viene messa sotto pressione da domande completamente “irrealistiche” da parte del Fondo monetario internazionale. Insomma appena chiusa una crepa se ne apre un’altra.

Scheda. Le tappe di 60 anni di storia

Nata nel 1957 con i trattati di Roma, l’Unione Europea ha cambiato la nostra storia e il nostro modo di vivere, regalandoci un lungo periodo di pace e prosperità economica. Una storia scandita da una serie di tappe importanti che ne hanno segnato l’allargamento, ma anche da una rottura come la Brexit:

25 marzo 1957: i Trattati di Roma istituiscono la Comunità Economica Europea. I sei paesi fondatori – Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Olanda e Germania ovest – sono gli stessi che dal 1951 erano già riuniti nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio. La seconda guerra mondiale è finita da appena 12 anni, ma l’Europa è già divisa dalla cortina di ferro della guerra fredda. L’ideale europeo si ispira al manifesto di Ventotene, scritto nel 1944 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, ed è stato portato avanti da statisti come Alcide De Gasperi, Robert Schumann, Jean Monnet, Konrad Adenauer e Paul Henry Spaak.

1 gennaio 1973: primo allargamento di quella che si chiama ancora la Cee. Con l’adesione della Danimarca, dell’Irlanda e del Regno Unito, il numero degli Stati membri sale a nove.

7-10 giugno 1979: per la prima volta i cittadini europei possono eleggere direttamente i deputati del Parlamento europeo.

1 gennaio 1981: La Grecia aderisce alla Cee. I paesi membri sono ormai dieci.

1 gennaio 1986: Portogallo e Spagna aderiscono alla Cee. I paesi membri diventano 12.

1987: nasce il progetto Erasmus. Il programma di mobilità studentesca fra le università europee diventerà uno dei simboli più popolari dell’Europa unita.

3 ottobre 1990: dopo il crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1990, la Germania torna ad essere unita e l’ex Ddr entra quindi nella Cee. E’ l’inizio di una nuova fase storica che porterà all’estensione dell’Unione in quasi tutto il continente.

7 febbraio 1993: viene firmato il trattato di Maastricht nell’omonima città olandese, che sancisce la nascita dell’Unione Europea. Si passa dall’unione economica a quella politica, ponendo le basi per il nuovo assetto istituzionale comunitario che conosciamo oggi e che verrà ulteriormente definito nei trattati di Amsterdam. (1997), Nizza (2000) e Lisbona (2007). Vengono definite le tappe e i parametri dell’Unione monetaria.

1 gennaio 1995: Austria, Finlandia e Svezia aderiscono all’Unione europea. I paesi membri diventano 15.

26 marzo 1995: in Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Germania, Spagna e Portogallo entrano in vigore gli accordi di Schengen per la libera circolazione dei cittadini. In Italia entrano in vigore il 6 ottobre 1997. Oggi lo spazio Schengen comprende 26 stati (22 stati membri dell’Ue oltre a Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein).

1 gennaio 2002: L’euro diventa la valuta corrente di dodici paesi dell’Unione, oltre che di San Marino, Vaticano, Monaco e Andorra. Dal primo giugno 1998 è in attività la Banca centrale europea (BCE). Oggi i paesi della zona euro sono 19.

1 gennaio 2003: L’Unione Europea succede all’ONU, in Bosnia ed Erzegovina, alla guida del contingente di pacificazione della regione.

1 maggio 2004: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria aderiscono all’UE. I paesi membri diventano 25.

1 gennaio 2007: Bulgaria e Romania aderiscono all’UE. I paesi membri diventano 27.

12 ottobre 2012: L’UE riceve il Nobel per la pace.

1 luglio 2013: La Croazia entra nell’Unione europea. I paesi membri arrivano a 28.

23 giugno 2016: i cittadini della Gran Bretagna approvano in un referendum l’uscita dall’Unione Europea. La richiesta di avvio dei negoziati per la Brexit, in base all’articolo 50 del trattato di Lisbona, sarà presentata il 29 marzo. (Fonte AdnKronos)

Prodi sulla Ue: “Ok doppia velocità, ma senza chiusure”

romano-prodiLe “cooperazioni rafforzate” possono servire a ridare slancio al progetto europeo ma solo se “si lascia aperta la porta a tutti gli altri Stati membri”. Così l’ex presidente della Commissione europea, Romano Prodi parlando questa mattina a Montecitorio nel corso del primo evento celebrativo per i 60 anni dei Trattati di Roma.

“Siamo di fronte alla crisi delle istituzioni europee. Dopo la crisi economica, siamo entrati in un periodo di stanchezza, il senso comunitario si è affievolito. Abbiamo bisogno di altre umiliazioni, di essere emarginati ancor di più per poter reagire? Ricordiamoci – ha detto prodi – che nessun Paese europeo può essere protagonista della nuova globalizzazione”.

Per Prodi le “elezioni olandesi hanno dimostrato che il popolo europeo è desideroso di stare insieme,quando arriva il momento del pericolo, al momento del rischio vota la saggezza e credo che gli altri due grandi appuntamenti elettorali di quest’anno daranno lo stesso risultato”.

Intervenendo nel dibatto sull’Europa a due velocità, l’ex presidente della Commissione Ue ha detto: “Non vogliamo un’Europa a più velocità con chiusure, ma un’Europa a più velocità che sia esperimento del nuovo, che con il suo successo rende possibile a tutti in un momento successivo di partecipare”. “Cammino – ha avvertito – che non sarà né breve, né facile”. E ancora: “Penso che quest’anno sarà un anno di attesa, è inutile che pensiamo di fare salti in avanti di fronte a due appuntamenti elettorali” come quello in Germania e Francia. Ma sono successi dei fatti nuovi: da un lato la Merkel ha dato vita a un progetto che avevamo già fatto, quello delle cooperazioni rafforzate. Dall’altro lato uscita la Gran Bretagna è cambiata radicalmente la situazione: l’unico Paese che ha l’arma nucleare e che ha diritto di veto all’Onu è rimasta la Francia mentre Trump ha
detto che gli europei devono provvedere per la difesa. Allora si è aperta la porta ad una cooperazione rafforzata in campo militare: unificando i comandi l’efficacia si moltiplica”.

“Nessun paese europeo può entrare da solo nella leadership mondiale, non lo può fare l’Italia, né la Francia e nemmeno la grande Germania”, ha spiegato Prodi sottolineando che “uniti siamo ancora la più grande potenza industriale del mondo e il più grande esportatore del mondo. Uniti abbiamo il più grande patrimonio scientifico potenziale
del mondo”. “Oggi i protagonisti del mondo sono sempre più Usa e Cina, le nuove reti che legano il mondo sono Gioogle, Apple, Ali Baba, Ebay e potrei continuare a lungo senza citare un nome europeo”.

E sulla doppia moneta ha detto che “l’ipotesi dei matti sono sempre possibili, possiamo immaginare anche quattro monete”. L’ipotesi di una doppia moneta in Italia è stata avanzata anche da Silvio Berlusconi. “Ma – ha aggiunto Prodi – se stiamo nel campo della razionalità non è possibile”

Boldrini-Renzi-scontroE sul fronte interno l’ex presidente del Consiglio ha “escluso il fatto di scendere in campo, per il resto ricordatevi che sono capace di tutto”. Infine interviene con una battuta sul centrosinistra: “In tempi di xylella si salva l’Ulivo eh…”.  “Adesso domina la xylella, che è
fastidiosa”, osserva Prodi che, a chi gli chiede chi rappresenti, oggi per il Pd, la xylella, replica: “Non l’hanno ancora scoperta la xylella, siamo nella stessa situazione…”.

Alla conferenza dei presidenti dei Parlameti Ue è intervenuta anche il presidente della Camera dei deputati, Laura Boldrini che è stata sempre una paladina dell’unità. L’Europa rischia una divisione netta, non sul piano territoriale ma bensì sul punto di vista degli obiettivi. Il Vecchio Continente, dopo la seconda guerra mondiale, ha voluto una grande unione, con l’obiettivo di creare una Comunità europea forte e stabile. “Oggi più che mai, in questa sede, abbiamo anche il dovere – ha sottolineato Laura Boldrini – di interrogarci sulle ragioni per le quali il progetto europeista sta progressivamente perdendo la sua spinta propulsiva. Bisogna prendere atto – spiega – che, nonostante i traguardi raggiunti, l’Europa attuale non funziona. Sembra una macchina con il freno a mano tirato, costretta a procedere a velocità ridotta. Ne sono prova la disoccupazione e le diseguaglianze crescenti, così come l’incapacità di gestire in modo solidale i flussi migratori e di parlare con un’unica voce nelle numerose aree di conflitto ai nostri confini esterni”. Con queste parole, la Boldrini fa intendere di come sia prezioso il recupero di certi valori. Purtroppo negli ultimi anni, in  Europa è cresciuto in modo esponenziale un sentimento pericolosamente anti europeo. “Si tratta di problemi ai quali, per la loro scala globale, solo l’Unione potrebbe dare risposta. Nessun Paese europeo può affrontare da solo queste ed altri grandi sfide. Nel tempo che viviamo nessun Paese è un’isola. E’ dunque paradossale prospettare oggi, in piena globalizzazione, la disgregazione dell’Unione e il ritorno ad assetti istituzionali ottocenteschi. Senza una risposta comune il nostro continente è condannato ad una progressiva e pericolosa marginalizzazione. Chi ha a cuore l’Europa non può chiudere gli occhi su questi problemi sperando che la bufera passerà da sola. Perché la bufera passerà soltanto se sapremo riportare il sereno. Soltanto se sapremo dotare l’Unione di mezzi e forza necessari a rispondere alle aspettative. Occorre reagire, ponendo al centro il rinnovamento della nostra casa comune: l’Europa per prima, Europe first”, spiega il presidente della Camera. Intanto sul fronte Olanda, essa è convinta che alzare i toni in modo così radicale come ha fatto Wilders non paga, si va oltre qualsiasi rispetto, oltre qualsiasi accettabile provocazione. “I cittadini – conclude – comprendono che quelle non sono ricette che mirano alla soluzione dei problemi. Sono sollevata come europeista e come persona che crede in una società che rispetta i diritti di tutti. Spero di non assistere ancora a queste polemiche, perché distruggono ogni forma di rispetto”. Assistere ad una disgregazione europea significherebbe rinnegare pienamente i principi dei nostri padri fondatori.

LA NUOVA EUROPA

hollande-merkel_1217

“Il messaggio da parte nostra sull’Europa a più velocità è molto semplice: non stiamo parlando di un’Europa ‘a’ la carte’, stiamo parlando di una realtà che è già in atto. E’ una direzione di marcia necessaria perché consente di fare passi in avanti a gruppi di Paesi, qualora ci sia tra loro un’intesa. Ma è una scelta che si fa nell’ambito dei Trattati, consentendo a tutti di aderire e senza alcuna logica di esclusione”. Così il premier Paolo Gentiloni al termine del vertice di Bruxelles. L’Unione europea a più velocità, ha insistito il premier Paolo Gentiloni al termine del vertice europeo è una “direzione di marcia necessaria”. L’unione a più velocità, ha proseguito Gentiloni, “è  già la realtà dell’Europa ma è un messaggio che dice l’Europa deve rispondere alle richieste cittadini e lo deve fare con una flessibilità e rapidità che non può dipendere dal fatto che uno o due paesi abbiano il potere di impedirlo”.

Il vertice di Roma
Gentiloni si è detto ottimista. “Esco da questa riunione con un relativo ottimismo perché, pur essendo consapevole delle difficoltà dell’Unione europea che la giornata di ieri ha messo plasticamente in evidenza, penso ci sia anche la consapevolezza comune del fatto che l’incontro di Roma” il prossimo 25 marzo “possa essere un’occasione di rilancio per l’Ue”. Al vertice di Roma ci sarà l’indicazione di quattro grandi priorità con una prospettiva di dieci anni per il futuro dell’Europa. Le 4 priorità sono un’Europa della Difesa e della sicurezza nella gestione dei flussi dei migranti, della crescita e dello sviluppo sostenibile e del lavoro, un’Europa sociale e un’Europa che abbia un ruolo nel mondo di scambi e di mercato.

Ottimista anche la cancelliera tedesca Angela Merkel:  “Se guardo agli input arrivati” da Italia, Malta, Juncker e Tusk “sono ottimista che avremo una buona dichiarazione di Roma”, che indicherà “la direzione generale” per l’Ue ma “non vogliamo scrivere un nuovo Trattato”. Merkel, che ha precisato che oggi non è stato discusso il testo ma i principi generali. “Il motto” resta “che siamo uniti nella diversità” e questo deve essere assicurato “dando spazio a creatività e innovatività” nei vari settori, ha aggiunto.

L’Europa a due velocità
Di Europa a due velocità ha parlato anche il presidente della Commissione Juncker. “Ho constatato non senza sorpresa che per qualcuno” l’idea di una Europa a diverse velocità marcherebbe “una linea di divisione tra est e ovest” come “una nuova cortina di ferro”. Ma “non è questa l’intenzione”, che invece è quella di permettere che “chi vuole fare di più possa fare di più”. Questo perché secondo Jean Claude Juncker “ l’Europa a più velocità esiste già”. Sullo stesso argomento la Cancelliera Angela Merkel ha aggiunto: “È già prevista dai Trattati: per esempio abbiamo l’euro e l’area Schengen di cui non fanno parte alcuni Stati membri, e ci sono già le regole di opt-out per giustizia e affari interni, e cooperazioni rafforzate su brevetto, divorzio e ora anche il Procuratore europeo”. “Non vogliamo escludere nessuno, non ci sono cerchi chiusi, gli Stati membri possono decidere”, ha sottolineato.

Il presidente del Consiglio europeo appena riconfermato, Donald Tusk, intende proporre ai capi di Stato e di governo che l’Europa a due velocità sia la seconda scelta da subordinare all’obiettivo dell’unità dei 27 Stati membri che resteranno dopo la Brexit. “L’Europa a più velocità non può essere un obiettivo in sé, ma uno strumento”, ha spiegato una fonte europea. Agli occhi di Tusk, l’Europa a più velocità può essere solo “la seconda scelta”, ha detto la fonte, sottolineando che già oggi è possibile ricorrere alle cooperazioni rafforzate.

Nella discussione in corso tra i capi di Stato e di governo sulla bozza della dichiarazione di Roma sul futuro dell’Europa, diverse delegazioni hanno espresso la loro opposizione all’Europa a più velocità. Sono soprattutto i paesi dell’Est a essere ostili, per il timore di essere marginalizzati dai vecchi Stati membri.

Lo scontro con la Polonia
Scambio di punture tra Francia e Polonia al termine dei lavori. ”Si può prendere seriamente il  ricatto di un presidente che ha solo il 4% di sostenitori e che  presto lascerà suo incarico? La Polonia non ha paura di alcun ricatto di alcun Paese. I Paesi dell’Est hanno lavorato duro per  costruire l’Ue, abbiamo stessi diritti e obblighi. Queste sono cose che approfondiscono le divisioni”. Così la premier polacca Beata Szydlo alla conferenza stampa di fine vertice commenta la  battuta del presidente francese Hollande che, rivolto alla premier polacca, aveva detto: “Voi avete i principi e noi i  fondi strutturali” E sull’Europa a due velocità inevitabilmente ha la premier polacca ha marcato la propria posizione: “I Paesi del V4 non saranno mai  d’accordo a parlare di un’Europa a più velocità”.  “La condizione che noi poniamo è l’unità”, afferma Szydlo, ricordando la dichiarazione congiunta dei V4 dei giorni scorsi, che suggerisce come “base per la dichiarazione di Roma”. Tra le “linee rosse” evidenziate: “non approveremo cambiamenti che  possano portare peggioramenti a mercato unico o a Schengen”.  E aggiunge: “la dichiarazione di Roma avrà un senso solo se  punterà al futuro e se sarà firmata da tutti”. Intanto in Polonia il partito di opposizione Piattaforma civica (Po) ha chiesto oggi il voto di sfiducia al  governo del premier Beata Szydlo, dopo la “brutta figura” fatta  ieri a Bruxelles, nell’ambito della votazione per il rinnovo del  mandato del presidente del Consiglio europeo Donald Tusk. Il governo ha agito “contro le ragioni di Stato”, ha detto, e ha  “rovinato l’immagine della Polonia sull’arena internazionale”,  rendendo “ridicolo” l’operato della diplomazia polacca. “Szydlo  ci ha screditati”, ha detto.

L’Europa o il caos

E’ nota la folgorante frase con cui Pietro Nenni invitò gli italiani a votare per la Repubblica, oggi siamo di fronte alla stessa essenziale domanda e decisione, un’angoscia quasi esistenziale quella che dovrebbero provare i popoli europei di fronte a quanto sta accadendo al progetto europeo. O l’Europa si farà nella sua versione completa politica e federale o regnerà il caos nella regione geografica europea.

Oggi l’Europa vive una fase di crisi estrema, crisi di credibilità, di legittimazione democratica, economica e comunicativa. Soprattutto l’aspetto comunicativo e culturale della costruzione europea è venuto a mancare negli ultimi anni. Si sono create fratture sociali che minano la stessa permanenza del progetto europeo. Pensiamo alla linea orizzontale che divide i paesi del nord da quelli del sud, austeri contro cicale possiamo dire, oppure la linea che divide metaforicamente i paesi occidentali da quelli orientali usciti dal regime sovietico, oppure pensiamo alla rottura fra i popoli e le burocrazie, le classi politiche, od alle nazioni che ostinate riemergono e reclamano potere e competenze sempre più importanti. L’Europa colpita dalla crisi economica non ha saputo e potuto orientarsi su un progetto diverso in vero, ma ha accettato il terreno di battaglia economico senza preoccuparsi di reagire a livello sociale culturale e politico. Il dominio dei mercati (che sono notoriamente globali) ha in tal senso esteso la sua forza anche e soprattutto sugli stati europei e l’Europa non ha saputo unirsi per reagire e governare il cambiamento.

E’ mancato un progetto educativo scolastico culturale e una adeguata campagna comunicativa per rendere l’Europa un progetto condiviso, compreso, capito, affinché cittadini europei si sentissero tali, un’identità condivisa. L’Europa resta però il progetto dei progetti, il fine ultimo cui tende il nostro continente, perché la CECA – la prima forma di unione europea – nasce per garantire la pace tra i contendenti francesi e tedeschi dopo la seconda guerra mondiale e prosegue con grandi balzi amministrativi in avanti, attraverso trattati e norme che entrano e si insinuano nei nostri ordinamenti giuridici fino a pervaderli, come oggi, in ogni dettaglio piu’ di quanto pensiamo. Una costruzione giuridica economica molto avanzata, cui solo i demagoghi possono pensare di porre una retromarcia.

L’Europa è oggi necessaria perché il mondo è più grande, più collegato ed i grandi players come USA Cina India Brasile Russia esigono un interlocutore unito ed europeo, piuttosto che singoli e piccoli stati nazionali. La globalizzazione è un dato di fatto ma i popoli non sono pronti, spesso sono spaventati e, di conseguenza, reagiscono chiudendosi, votando contro, come se restando soli ed isolati si risolvessero i problemi.

In questo scenario hanno trovato facile terreno di crescita movimenti e partiti che si ispirano al più conservatore dei nazionalismi, il mito della nazione, nato nel XVI secolo e giunto fino ad oggi e che tende a far coincidere lo stato con la nazione, cioè con l’insieme di lingua tradizione e cultura. Un mito che già Einstein definiva una malattia infantile dell’umanità e che Mitterand preoccupato nella sua ultima seduta a Strasburgo apostrofò con le parole “il nazionalismo è guerra”. Il binomio nazionalismo ed antipolitica ha pertanto causato un corto circuito nel progetto di integrazione europea e la Commissione non ha potuto e saputo reagire agli attacchi delle opposizioni nazionaliste ed antipolitiche, come non ha saputo riallineare gli stati membri spesso vittime di classi dirigenti tiepide sull’Europa, di corto respiro, che flirtano coi nazionalisti e sono guidati da classi dirigenti nazionali e poco avvezzi alla realtà europea.

Prima che gli eventi precipitino, e siamo già vicini al burrone, occorre reagire, invertire la tendenza, creando quel senso di appartenenza all’Europa ed amore per un progetto che è il compito e la missione della nostra generazione, votata non solo a social media e playstation, ma alla realizzazione di un grande progetto di pace e benessere: gli Stati Uniti d’Europa.

Spetta alla generazione erasmus soprattutto, ed a tutti coloro che vivono cross borders, realizzare il sogno europeo. Spetta specialmente, anche se non solo ovviamente, a chi l’Europa l’ha vissuta, capita, studiata veicolare il messaggio e la necessità di un’Europa unita.

Spetta a tutti gli ex erasmus il compito storico di diffondere il messaggio europeo, parlare spiegare l’europa, la differenza culturale dei paesi membri, la loro bellezza, l’aspirazione all’unità culturale, sociale, della letteratura, della musica del teatro europeo, dello sport europeo, del cinema europeo, un lavoro immenso e bellissimo, che gli erasmus possono realizzare senza difficoltà.

Occorre pertanto costituire un erasmus della politica, che avvicini i due mondi quello dei giovani europei e quello dell’impegno politico, necessario step per la realizzazione di un progetto politico come quello europeo. Scambi di lavoro fra istituzioni parlamenti e governi dei vari paesi membri, una proposta di legge arriverà a breve.

Quote erasmus per consentire l’osmosi di conoscenze e best practices tra gli erasmus o italians o altri lavoratori cross borders affinché rientrino – anche temporaneamente – nei paesi di provenienza e lavorino presso pubbliche amministrazioni o privati e reimmettano conoscenze nella società.

Occorre l’unificazione del sistema scolastico europeo, dei programmi educativi, le materie da insegnare, la costruzione europea, la cultura di altri paesi, la loro musica, letteratura, tradizioni, spiegate in modo dettagliato. Oggi il Trattato di Lisbona affida agli stati nazionali scuola e cultura, senza appello. Un errore attribuire solo il mercato unico alla competenza europea e la cultura a quella nazionale.

Occorre l’istituzione di un servizio civile europeo, per tutti i cittadini, spendere un anno in un altro paese europeo è un’opportunità unica di conoscenza e apertura, contro le chiusure, si crea la base per una vera cittadinanza e identità europea (anche il servizio militare potrebbe essere un’opzione, molti paesi hanno creato un’identità intorno a questo).

La necessità di trovare una lingua unica per l’Europa, che sia standard e consenta a tutti di parlarsi, dalla Finlandia alla Spagna, senza dover eliminare le lingue tradizionali che restano, come restarono in vita i dialetti regionali dopo l’unificazione d’Italia.

In breve, la Commissione deve utilizzare il suo esiguo budget (forse è il caso di aumentarlo visto che il PIL di 500 milioni di europei è consistente) per propagandare e creare l’identità europea e veicolare la bontà la necessità ed i vantaggi dell’integrazione europea.

I risultati economici non possono essere il solo elemento di unione, lo stesso Fischer ex Ministro degli Esteri tedesco ricordava che l’Euro é un progetto politico. I risultati economici non possono precedere l’unificazione politica e culturale perché da essi dipendono. I problemi migratori, di sicurezza interna ed esterna, la crisi bancaria sono derivati dalla mancanza di unità di azione europea, dalla mancanza di un’Europa unita  politicamente capace di esprimere una politica fiscale unica, una politica economica unica, una politica estera e di difesa unica e democraticamente fondata. Le istituzione non saranno rese democratiche se le classi dirigenti e le popolazioni non saranno rese europee, capaci di perseguire un interesse europeo, e non più nazionale. I 5 milioni di Erasmus in giro per l’Europa, i 2 milioni e mezzo di italiani emigrati in Europa, sono una buona base di partenza per creare un popolo europeo ed una classe dirigente europea capace di sconfiggere il rinascere di pericolosi nazionalismi.

Per questo oggi ci sentiamo di dire che si avrà l’Europa o il caos! Avanti.

Leonardo Scimmi
Coordinatore italiani all’estero PSI (Europa)

Mps, la ricapitalizzazione resta complicata

mps-uLa vicenda di ricapitalizzazione del MPS resta sempre complicata. Per l’intervento del capitale pubblico nell’aumento di capitale del MPS è stato necessario chiedere l’autorizzazione all’Esecutivo comunitario. Tuttora la richiesta è in esame all’UE. Oggi da Bruxelles, Ricardo Barroso, portavoce per la politica di concorrenza della Commissione europea, rispondendo ai giornalisti durante il briefing quotidiano dei lavori, ha precisato: “L’Italia ci ha chiesto l’autorizzazione per il piano di ricapitalizzazione precauzionale del Monte dei Paschi di Siena, e noi stiamo lavorando in contatto con le autorità italiane e con il supervisore europeo (un ramo della Bce, ndr) per stabilire se il piano è compatibile con le regole Ue sugli aiuti di Stato”.

Secondo il Financial Times di oggi, c’è una situazione di stallo fra la Commissione e il Supervisore unico (il “Single Supervisory Mechanism”, stabilito presso la Banca centrale europea) su chi debba dare per primo il via libera al piano del governo italiano per la ricapitalizzazione precauzionale di Mps.

Il nocciolo della questione, a quanto si apprende a Bruxelles, sta nel fatto che è il Supervisore europeo, che conosce bene i bilanci delle banche, a dover certificare se sono effettivamente presenti le tre condizioni necessarie affinché l’antitrust comunitario possa concludere che l’aiuto di Stato per la ricapitalizzazione preventiva è compatibile con le regole Ue.

Le tre condizioni sono: 1) che la banca sia solvibile; 2) che vi sia un ammanco di capitale registrato dagli stress test delle autorità bancarie europee in caso di “scenario avverso”; 3) che l’aumento di capitale non sia impiegato per coprire perdite già subite o probabili da parte della banca interessata.

Dopo che la BCE, in quanto supervisore, avrà verificato la sussistenza delle tre condizioni richieste, la Commissione per la politica della concorrenza dovrebbe dare il via libera all’operazione. Tuttavia, sarebbe opportuno ricordare che l’intervento dello Stato per salvare il MPS stride con le regole di libero mercato preferite dall’Unione Europea.

Salvatore Rondello

L’ATTESA

La Commissione europea domani darà tempo all’Italia fino alla fine di aprile per prendere i provvedimenti legislativi per la correzione dello 0,2% del Pil. Ma se non sarà rispettato questo termine, il Collegio dei commissari è pronto ad aprire la procedura di infrazione per deficit eccessivo nella prima riunione di maggio. Pare che nel dibattito interno alla Commissione si sia tenuto conto delle “valutazioni politiche” sull’opportunità o meno di insistere affinché l’Italia dia subito seguito alle promesse fatte dal ministro Padoan il 2 febbraio in risposta alla richiesta di correzione dello 0,2% del Pil inviata dal vicepresidente Dombrovskis e dal Commissario Moscovici il 17 gennaio.

Nel collegio dei Commissari sarebbero infatti emerse valutazioni anche di segno opposto a quello desiderato dall’Italia, sul fatto che dare ulteriore tempo, quando la violazione è considerata “conclamata”, potrebbe essere controproducente in altri paesi. In ogni caso a Bruxelles si fa notare che l’Italia ha preso precisi impegni per aprile e quindi finora prevarrebbe la linea di dare fiducia e attendere i provvedimenti che dovranno essere adottati da Roma. Nel mentre dalla Germania arriva una puntura di spillo all’Italia. Con il ministro delle Finanze tedesco, Wolfgang Schaeuble, anch’egli a Bruxelles per i lavori dell’Ecofin dice che il suo paese non intende ammonire pubblicamente l’Italia per il suo deficit.

Il primo a sentirsi tirato in causa è il ministro dell’Economia Padoan che al termine dell’Ecofin osserva: “Il rapporto sul debito di domani non rischia di essere un passo ulteriore verso la procedura d’infrazione”. Non è un nuovo passo verso la procedura perché, spiega, “come è già stato detto pubblicamente l’Italia si è impegnata a fare la correzione di cui abbiamo parlato anche ieri, confermo che si farà e quindi questa è una cosa che toglierà ogni dubbio sulla coerenza dell’Italia con le regole”. Quindi l’aggiustamento si farà.

Su debito Padoan ha poi assicurato che non ci sono dubbi sulla sua sostenibilità. “Questi dubbi sui mercati non li vedo, sui mercati ci sono dei prezzi, quello dello spread si è alzato da circa un mese anche a seguito dell’effetto Trump che ha numerose implicazioni”, ma poi “si è stabilizzato, non sta andando su quindi questo mi dice che sui mercati che funzionano non ci sono dubbi in tal senso”, ha concluso il ministro.

Dopo le voci di un passo indietro, poi smentite, che lo hanno riguardato oggi il presidente della Commissione Europa Jean Claude Juncker è tornato su un vecchio argomento mai passato del tutto di moda. Quello dell’Europa a due velocità. “Non è il momento di lanciare in Europa un dibattito istituzionale, alla gente non interessa”. Juncker si dice invece “a favore di un ricorso più frequente a cooperazioni rafforzate, chiamatela Europa a più velocità, che già abbiamo”. “Non possiamo più accettare – ha  proseguito Juncker – che ad esempio sulla crisi migratoria certi Stati non partecipino agli impegni cui hanno preso parte a definire. Non voglio più che certi Stati membri blocchino quelli che vogliono andare più lontano, frenandone le ambizioni. Il fossato enorme che c’è tra la Ue e la gente – ha comunque sottolineato – è lo stesso che c’è a livello di sistemi nazionali”. Juncker ha quindi rivendicato la linea seguita dalla sua Commissione di “concentrarsi sull’essenziale”.