Nencini: una coalizone coesa per vincere

Riforma-legge-elettorale“Dico due cose. Cose che i giornalisti italiani omettono di dire continuamente. Ma la fotografia in circa la metà dei comuni italiani è che i sindaci del centro-snistra vanno al ballottaggio su un asse formato da Pd, Psi liste civiche. Campo progressista non esiste, non ha liste proprie, Mdp era in una quindicina di comuni, Scelta civica non c’è e Sinistra italiana c’è raramente e non sempre in alleanza con il centro-sinistra. Questo è il quadro vero. Nei comuni dove noi ci siamo presentati con liste nostre o con liste di area socialista, prendiamo una percentuale del 4,4%”.

Lo afferma Riccardo Nencini, segretario del Partito socialista italiano parlando delle elezioni amministrative e in vista dei ballottaggi di domenica prossima.

Quindi si può dire che nel centro-sinistra dopo il Pd c’è il Psi…
È esattamente così. E direi che aver presentato liste nostre o di area socialista in una cinquantina di comuni, è un buon test.

Un test che dovrà essere utilizzato per le politiche…
È un mio auspicio. Da qui questa nostra pressione continua sul Partito democratico perché ci sia una coalizione coesa. Renzi ha ragione a dire che non deve esserci una nuova Unione. Una nuova Unione con 11 partiti che sono la rappresentazione delle divisioni, non ha senso. Ma una coalizione coesa, Pd, Psi, Radicali, liste civiche democratiche, mondo cattolico democratico, è indispensabile per essere competitivi. Ecco perché serve una legge elettorale maggioritaria. Quindi una sorta di facsimile del Mattarellum.

Ma sappiamo come è andato a finire il tentativo di modificare la legge elettorale. Come procedere?
Vedo due strade. O l’armonizzazione delle due leggi, Camera e Senato, che è il minimo indispensabile giustamente imposto dal presidente della Repubblica, oppure l’approvazione di una legge che abbia una prospettiva lunga. E questa la dà una legge elettorale simile a quella che era stata discussa: il cosiddetto rosatellum, in larga parte maggioritario. Io sono convinto che oggi quella legge avrebbe larga maggioranza anche al Senato.

Mentre Berlusconi rilancia sul sistema tedesco….
Vedo più una di queste due ipotesi. Io spingo perché sia la seconda perché mette gli italiani nelle condizioni di fare scelte definite.

I Cinque stelle sono stati annoverati come i grandi sconfitti di queste elezioni. Un giudizio forse affrettato. Non credi?
È un giudizio affrettato che è stato dato già negli anni passati. Anche in passato alle amministrative i grillini ebbero un pessimo risultato. Ma le amministrative sono diverse delle politiche. Ma se non affrontiamo in modo diverso il tema del lavoro e di un’altra Europa, non siamo in grado di rintuzzare questa onda populista che monta. Quella dei grillini è una Caporetto ma il centrosinistra non ha ancora vinto a Vittorio Veneto.

Accennavi al populismo e una politica per arginarlo. Non è una cosa facile…
Il populismo lo fermi non con un populismo di segno diverso, ma solo affrontando i problemi. E i primi problemi che si presentono sono il lavoro, il lavoro e ancora il lavoro. Il superamento di una fragilità economica in cui sono precipitati i ceti medi e le famiglie più indigenti. Ecco perché parlo di un’altra Europa. Non solo perché debba essere rivisitato il trattato di Dublino sui migranti. Ma perché da lì devono venire le prime risposte che riguardano gli investimenti. Quindi bisogna abbandonare la politica del rigore per lavorare di più sulla politica degli investimenti, dando ad esempio maggiore libertà al patto di stabilità, oppure lavorando sugli Eurobond e su una politica fiscale unitaria. Queste sono le scelte che un’altra Europa deve fare. Ma la condizione che un’altra Europa ci sia, è che accanto a Macron ci sia un’Italia che non venga consegnata a Grillo e a Salvini. In questo caso sarebbe finita l’Europa.

Le primarie delle idee si sono appena concluse. Un tuo giudizio…
Per la prima volta si è parlato di programmi anziché di persone. Mentre spesso si fa il contrario. Ed è un doppio errore. Prima ragione. Siamo di fronte a un mondo che sta cambiando canone. Alla fine dell’800 siamo passati dall’agricoltura all’industria. Ora, tra l’altro in modo molto più veloce, dalla società industriale a quella tecnologica. La globalizzazione obbliga a strumenti di lettura diversi. Ecco perché i programmi sono fondamentali. Poi certo che serve un leader e una coalizione. Ma la domanda è per fare cosa. Quindi serve una sorta di patto con l’Italia e un programma per l’italia.

Daniele Unfer

 Ue: dal Senato ok alla risoluzione di maggioranza

Immigrati/Migranti, Gentiloni: Ue troppo lenta, serve politica comuneL’Aula del Senato ha approvato la risoluzione di maggioranza sulle comunicazioni del presidente del Consiglio in vista del prossimo Consiglio europeo con 154 si, 56 no e 34 astenuti. Ma ha approvato anche quella che ha come prima firma quella del capogruppo di FI, Paolo Romani, che è stata decisamente la più votata con 228 sì, 9 no e 10 astenuti. È passata anche quella di Ala riformulata con 172 sì e 20 no. Mentre sono state respinte quelle di Lega e M5S.

“Ci troviamo in un frangente per l’Europa di grandissimo interesse: non c’è stato il crollo che molti avevano temuto o auspicato, ma non deve esserci l’illusione che l’Europa se l’è cavata e va bene così”. Lo ha detto il premier Paolo Gentiloni in Aula al Senato nel suo intervento sulle comunicazioni in vista del Consiglio Ue. “Questo è il momento di investire per cambiare e far crescere il progetto europeo. C’è una grande opportunità e se avrà il sostegno del Parlamento, con le distinzioni ovvie tra maggioranza e opposizione, il governo italiano in questa grande opportunità potrà svolgere il ruolo che compete a uno dei grandi Paesi fondatori”.

Al centro del discorso ovviamente il terrorismo: “Gli ultimi attentati ci dicono che il terrorismo è una minaccia comune che ha bisogno di risposte comuni. Con lo scambio di informazioni” e con una linea “molto esigente dell’Ue”, sulla scia della dichiarazione del G7 di Taormina, “verso i grandi player del web perché la radicalizzazione può essere contrastata da chi detiene le chiavi di un numero impressionante di dati. La Rete, luogo di libertà, non puo’ diventare una minaccia per la nostra sicurezza”.

E sulla Brexit: “Il Consiglio europeo che si riunisce domani e dopodomani, si riunisce esattamente a un anno di distanza dal referendum britannico che si tenne il 23 giugno 2016. Doveva essere un anno orribile per l’Unione europea e le previsioni non sono state del tutto rispettate, viviamo in un clima certamente complicato ma molte delle previsioni di quelle settimane si sono rivelate infondate”. “Lunedì si sono aperti formalmente i negoziati per l’uscita del Regno Unito e sono iniziati in un clima in cui chi esce non si presenta al tavolo con una forza contrattuale particolare. L’Italia non è favorevole né a una hard Brexit né a una soft Brwexit ma serve chiarezza nei rapporti tra un Paese così importante e l’Ue e in particolare chiarezza sui diritti e sul destino delle centinaia di migliaia di nostri concittadini che risiedono nel Regno Unito”. Comque, ha proseguito “la Brexit più che una campana a morto per il progetto dell’Ue è stata una robustissima sveglia. Forse ricorderemo il voto inglese più che come inizio della fine, come un campanello di allarme che ha messo il progetto dell’Unione al centro della discussione pubblica del nostro Continente. Quel progetto ha confermato la propria vitalità e resta centrale per il nostro futuro”.

Punto che non poteva mancare nel suo intervento la crescita economica che per il premier “non può essere soffocata da regole concepite in un periodo diverso, quando sarebbe stato difficile pensare a una crescita dell’Europa del 2%. Non bastano i numeri, non bastano i decimali”. Servono “lavoro, inclusione, crescita: è questo che determina il successo dell’Unione europea a livello internazionale. Noi lo diciamo da tempo e ci auguriamo che non sia più solo una battaglia italiana: l’Europa deve cambiare, dobbiamo avere la forza di farla cambiare”.

Altro tema caldo quello sui migranti: “Sull’immigrazione dobbiamo dirci onestamente che nonostante qualche passo in avanti la velocità con cui l’Ue si muove sul terreno delle politiche comuni resta drammaticamente al di sotto delle esigenze di governo e gestione di questo fenomeno. Lo diremo apertamente anche a Bruxelles. Qualche risultato almeno simbolico è stato ottenuto: la Commissione ha annunciato una procedura d’infrazione per i tre Paesi che non accettano gli impegni. Ma non ci consola questa soddisfazione morale”. “Quel che vogliamo sapere dall’Ue è se sulla strada” della gestione dei flussi migratori “c’è l’Ue o se noi dobbiamo continuare a cavarcela da soli. L’Italia è in grado di gestire la questione, sia pure con difficoltà crescenti, ma l’Europa se vuole recuperare la sua vitalità e scommettere sul proprio futuro deve avere una politica migratoria comune: lo pretendiamo a Bruxelles”.

E infine una considerazione: “L’Unione deve cambiare e dobbiamo avere il coraggio di dire: ci riconosciamo nel carattere strategico dell’Unione, ma perché si sviluppi, l’edificio dell’Unione ha bisogno di essere cambiato. Mi auguro che questa missione possa essere rafforzata dalla nuova leadership francese”.

Vaccini. Italia ha 43% casi di morbillo in UE

Vaccini-sanzioni mediciI casi di morbillo che sono verificati in Italia rappresentano il 43% d’Europa. Sono i dati diffusi dell’Oms per l’anno 2017 secondo i quali sono 5.483 i casi di morbillo riportati nella regione europea. “In anni recenti, la copertura vaccinale in Italia per tutti i tipi di vaccini sta mostrando tendenze stagnanti o in certe aree persino declinanti” lo sottolinea, in una lettera inviata alla Commissione Sanità del Senato, impegnata nelle audizioni sul decreto vaccini, l’Ufficio europeo dell’Organizzazione mondiale della sanità. L’ufficio regionale dell’Oms Europa esprime, inoltre, “preoccupazione per la situazione attuale e per l’espansione dei casi di morbillo e di altre malattie prevenibili sul territorio Italiano”. Però c’è un lato positivo in quanto l’Oms riconosce gli “importanti sforzi dell’Italia per invertire questo trend”.

Infatti l’intevento italiano sulle vaccinazioni obbligatorie non è passato inosservato a livello

internazionale. “Il direttore regionale dell’Oms Europa, Zsuzsanna Jakab, plaude al ministero della Salute che ha intrapreso un intervento attivo” a tutela della salute delle comunità, “chiudendo i gap” in termini di immunità. L’Oms Europa sottolinea l’accelerazione dell’intervento italiano “per

bloccare la trasmissione del morbillo ed è pronta a offrire tutto il necessario supporto tecnico per aiutare il miglioramento dei tassi di copertura vaccinale nel Paese e arrivare a un controllo della

malattia”.

Rivolgendosi ai membri della Commissione Igiene e sanità del Senato, l’Oms Europa ricorda che il Piano di azione globale per i vaccini approvato nel 2012 dall’Assemblea mondiale della sanità

ed il Piano Strategico Globale per il Morbillo per il 2012-2020 “prevedono l’eliminazione del morbillo, della rosolia e della sindrome da rosolia congenita”. Nel 2016, la regione delle Americhe è stata certificata come prima al mondo ad aver eliminato il morbillo. Ma l’eliminazione sia del morbillo che della rosolia è una delle priorità dei 53 Stati membri dell’ufficio regionale dell’Oms per l’Europa: “A oggi il morbillo sta circolando in molti Paesi della regione Europea, inclusa l’Italia”.

Nella missiva si sottolinea che la vaccinazione è “uno degli interventi di sanità pubblica di maggior costo-beneficio”. E che in Europa un report pubblicato nel 2011 “mostra che 15 dei 27 Paesi dell’Unione Europea (più Islanda e Norvegia) non hanno un sistema di vaccinazione obbligatorio. I rimanenti 14 stati hanno almeno una vaccinazione obbligatoria nel loro programma sanitario”. Inoltre “la vaccinazione contro la poliomielite è obbligatoria sia per bambini che per adulti in 12 Paesi; le vaccinazioni contro difterite e tetano sono obbligatorie in 11 e quella contro l’epatite B in 10 Paesi”.

Quanto alla vaccinazione contro il morbillo, la posizione ufficiale dell’Oms “raccomanda il controllo della storia vaccinale di ogni bambino per l’iscrizione a scuola. I bambini senza prova evidente di aver ricevuto due dosi di vaccino per il morbillo – continua l’Oms Europa – dovrebbero essere vaccinati”.

Anche perché “le strategie di vaccinazione legate all’iscrizione scolastica hanno dimostrato di essere efficaci in molto Paesi per evitare epidemie nelle scuole e ottenere un’alta copertura vaccinale. In base alle informazioni disponibili all’ufficio regionale Europeo dell’Oms, 12 paesi europei nel 2015 richiedevano la prova di vaccinazione per l’iscrizione scolastica”. Non solo. “E’ estremamente importante dare informazioni basate su dati reali di benefici e sicurezza dei vaccini – ricorda l’Oms Europa – in modo che si possano prendere decisioni consapevoli per sé e per i propri figli”. Infine l’ufficio regionale dell’Oms Europa plaude all’attuale “importante sforzo per fermare la trasmissione del morbillo in Italia” e rimane a disposizione per offrire “supporto tecnico necessario al nostro Paese, per migliorare la copertura vaccinale e raggiungere il controllo della malattia e i target di eliminazione”.

Fmi, in Europa più luci che ombre

Lagarde-Grecia-GermaniaAl  termine   della   missione  annuale dei tecnici  del  Fondo  Monetario Internazionale, dalla  dichiarazione conclusiva  emerge  un  quadro economico  tra  luci  ed  ombre.  Le luci, adesso,  sembrerebbero  più  presenti delle  ombre.

Nella  dichiarazione  conclusiva  del  FMI si  legge:  “La ripresa  dell’Eurozona  ha preso slancio  grazie a un circolo virtuoso di consumi privati e creazione di lavoro.  I  paesi  con un  elevato  debito  pubblico,  dall’Italia  al  Portogallo,  ma  anche  la  Francia,  dovrebbero sfruttare  la  finestra  di  opportunità  ancora  offerta  dalle  politiche  monetarie ‘accomodanti’  varate  dalla   BCE   per andare avanti sulla strada del consolidamento e delle riforme strutturali. In generale  l’Eurozona, che registra la minore divergenza nei tassi di crescita fra i suoi paesi membri dall’introduzione dell’euro, ha una eccellente opportunità di approfondire l’Unione Economica e Monetaria. Sul fronte bancario, l’Fmi sottolinea come in alcuni paesi (e anche qui è chiaro il riferimento all’Italia)  i  passi  in  avanti  nella riduzione  dei  prestiti non  performanti sono stati lenti e la qualità degli asset  pone una sfida a livello europeo ma  gli interventi sul fronte della vigilanza sono incoraggianti”.

Per quanto riguarda   l’Italia, il  Fmi conferma la necessità di  varare   ulteriori   riforme  nel mercato  del  lavoro   ed  in  quello   dei  prodotti   e  dei  servizi , per  mantenere  la crescita  della produttività oltre a quella dei salari.  Inoltre, in quanto paese ad alto debito, all’Italia è indirettamente   inviato  un monito sulla possibilità di differenziali  in crescita sui propri titoli quando la politica monetaria  accomodante verrà ridotta (anche se per il momento, l’invito del Fondo  alla  Bce  è  a  mantenere  questa linea).

Se   ci   sono   finalmente  dei   buoni   motivi  per  essere   ottimisti,   il   rigore   e l’attenzione,  tuttavia   debbono   essere   sempre  presenti.   Il   Fmi,   con   le   sue dichiarazioni  ha   indirettamente   lodato  la  politica  monetaria   della  Bce.   Le indicazioni  che   provengono  dal  FMI  e   dalla  BCE   sulle  scelte  di  politica  economica   per  l’Europa  e  le  raccomandazioni   per  l’Italia   sono  analoghe.

Spetta   ai   politici   raccogliere   le   indicazioni   delle  due  importanti  istituzioni monetarie   ed  agire  di  conseguenza   per   dare  ad   intere   popolazioni   la  prospettiva  di  un  futuro  migliore.

Salvatore   Rondello

LA MEDIAZIONE

G7 summit

Donald Tusk, Justin Trudeau, Angela Merkel, Donald Trump, Paolo Gentiloni, Emmanuel Macron, Shinzo Abe, Theresa May Jean-Claude Juncker

Si è aperto ufficialmente, con la foto di famiglia nella suggestiva cornice del Teatro greco, il vertice del G7 di Taormina. Dopo la strage di Manchester di lunedì, la lotta al terrorismo è finita inevitabilmente in alto nella nell’agenda del lavori. Più difficile sarà trovare un’intesa sugli altri temi, dai cambiamenti climatici al commercio internazionale, al centro della ‘rivoluzione’ portata da Donald Trump nei primi quattro mesi alla Casa Bianca. “Chiediamo risultati”, ha spiegato il padrone di casa, Paolo Gentiloni, in un videomessaggio. “Sappiamo che non sarò un confronto semplice ma lo spirito di Taormina ci può aiutare nella direzione giusta”. In particolare, il premier ha ribadito che “su terrorismo e sicurezza, dal summit ci sarà una dichiarazione importante”. “È il vertice più difficile”, ha ammesso in una conferenza stampa il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk che ha evidenziato le divergenze nelle posizioni su clima, commercio, sicurezza promettendo che “la Ue farà di tutto per un accordo e lavorerà per l’unità”. Tusk ha anche auspicato che il G7 mostri unità sull’Ucraina e che le sanzioni alla Russia siano confermate fino alla completa applicazione degli accordi di Minsk.

“La mia impressione – ha detto il presidente del Consiglio Ue Donald Tusk – è che sull’Ucraina siamo più o meno sulla stessa linea con Trump e Tillerson. Sono meno ottimista sui piani e le intenzioni di Trump. Ma sull’Ucraina penso che possiamo raggiungere una posizione comune con gli Usa e possiamo continuare la nostra linea comune verso la Russia, incluse le sanzioni”. Stessa unità di veduta sul terrorismo. Tusk si è detto d’accordo con Trump sul pugno duro.

La discussione vera sarà quella sui migrati. Tema quale si profila un compromesso. “Un buon compromesso” hanno affermato fonti diplomatiche. “Si riconosce l’approccio globale al problema, anche a lungo periodo con il coinvolgimento dei paesi di origine e la responsabilità condivisa”. Si continua a lavorare sui due paragrafi ad hoc del testo finale, ma “non ci sono problemi” con gli americani, che hanno chiesto maggiore attenzione alla sicurezza. Nella bozza di documento finale ancora in fase di negoziazione si legge: “Pur sostenendo i diritti umani dei migranti e rifugiati riaffermiamo i diritti sovrani degli Stati di controllare i loro confini e fissare chiari limiti ai livelli netti di immigrazione, come elementi chiave della loro sicurezza nazionale e del loro benessere economico”. E ancora: “La gestione e il controllo dei flussi di migranti richiede – pur tenendo conto della distinzione fra rifugiati ed emigrati economici – sia un approccio d’emergenza che uno di lungo termine”. E per quest’ultimo i leader del G7 “sono d’accordo nello stabilire partnership per aiutare i Paesi a creare nei loro confini le condizioni che risolvano le cause della migrazione”.

Gli occhi del mondo al summit sono ovviamente puntati su Trump, al suo esordio al G7 anche per le notizie rimbalzate dagli Usa sul ‘Russiagate’, in cui appare implicato anche il 36enne genero e super consigliere del presidente americano, Jared Kushner. Imponenti le misure di sicurezza, con 10.000 uomini a proteggere i leader di Canada, Francia, Germania, Giappone, Gran Bretagna, Italia e Stati Uniti: nella cittadina siciliana le strade sono completamente deserte, i negozianti hanno ‘blindato’ le vetrine con assi di legno e lamiere, per il timore dell’arrivo degli antagonisti che potrebbero decidere di manifestare sul lungomare di Giardini Naxos, non lontano dall’Hotel San Domenico in cui si tengono le riunioni dei leader. Insomma terrorismo migrati e clima. “Per noi l’accordo di Parigi è da applicare interamente” ha detto il presidente della Commissione Ue Jean-Claude Juncker. Stesso tenore da parte di Tusk che mira a “mantenere il G7 unito sulla considerazione che l’immigrazione è una questione globale, e non regionale. Sul clima le posizioni di Europa e Usa sono molto diverse. Ma il consigliere economico del presidente americano, Gary Cohn ha assicurato che Trump è “disponibile ad

ascoltare con chiarezza cosa i leader europei hanno da dire sull’accordo sul clima di Parigi”.”Abbiamo avuto un incontro molto amichevole e costruttivo con il presidente Trump” ha aggiunto Jean-Claude Juncker . “Non è vero che ha un approccio molto aggressivo sul surplus commerciale” riferendosi al confronto fra Washington e l’Europa, e in particolare la Germania, sul surplus commerciale. “Ho chiarito al presidente Trump che non può raffrontare la posizione commerciale degli Usa con quella di un singolo Paese ma piuttosto con quella complessiva dell’Europa”. Una nota di colore e un piccolo giallo è arrivato dal settimanale tedesco Der Spigel secondo il quale Donald Trump, nel criticare il surplus commerciale della Germania ha detto che “i tedeschi sono cattivi, molto cattivi”. A riportare il virgolettato del capo della Casa Bianca è stato lo Spiegel on line, che lo ha appreso da fonti che hanno partecipato al summit con i vertici Ue. “Guardate quanti milioni di auto vendono negli Usa. Spaventoso. Questo lo fermeremo”, avrebbe detto anche. Jean-Claude Juncker è corso ai ripari cercato di smorzare i toni : “E’ solo un problema di traduzione: Trump non ha voluto dire che i tedeschi sono cattivi, ma che con la Germania e con i tedeschi ci sono dei problemi”. Episodio che il governo tedesco comunque non ha voluto commentare in quanto si tratta di “presunte dichiarazioni che emergono da incontri confidenziali”.

Fuori dal G7 le proteste con Greenpeace e Oxfam che nel giorno dell’apertura del G7 hanno dato vita a due flash mob sul lungomare di Giardini Naxos: “Stop climate exchange” era scritto su degli striscioni che gli attivisti di Greenpeace hanno srotolato in mare a bordo di alcune canoe, mentre sulla spiaggia una statua della libertà con indosso un salvagente componeva la scritta “climate justice now”.

L’Europa dopo le elezioni
in Francia e Germania

Pierre-Yves Le Borgn

Pierre-Yves Le Borgn

Un terremoto elettorale rischia di stravolgere gli equilibri politici in Europa. I prossimi mesi non saranno segnati solo dalle elezioni presidenziali e legislative in Francia e da quelle federali in Germania, ma si voterà anche in Norvegia, Repubblica Ceca, Ungheria, Slovenia e Portogallo. Senza dimenticare le elezioni locali in Regno Unito, che promettono di portare a galla tutte le tensioni del post-Brexit e l’Italia, dove si voterà al più tardi nel 2018.

Mai come prima d’ora il processo di integrazione europea è stato tanto al centro della contesa elettorale. L’Europa è diventata un tema su cui si costruiscono le campagne e si impernia il dibattuto politico.

Quale sarà il volto dell’Europa dopo le elezioni in Francia e Germania? La domanda sta facendo il giro del continente. Hanno provato a rispondervi mercoledì scorso, a Strasburgo, presso l’Associazione Parlamentare Europea, Günter Krichbaum (Cdu), presidente della commissione affari esteri del Bundestag, e Pierre-Yves Le Borgn’ (Partito Socialista), presidente del gruppo di amicizia franco-tedesco all’Assemblea Nazionale, giunti nella capitale europea per discutere con un gruppo di eurodeputati di vari schieramenti politici.

La situazione politica in Germania e Francia è molto diversa. “Nel prossimo Bundestag, più dell’80% degli eletti sarà europeista. Questo è un segnale di speranza”, ha dichiarato Krichbaum. Lo stesso, però, non si può dire in Francia. A tal proposito, Pierre-Yves Le Borgn’ ha lamentato che “secondo i sondaggi, più del 50% degli elettori sarebbe pronto a votare al primo turno per un candidato che è contro l’euro e l’Unione europea, come Marine Le Pen e Jean-Luc Mélenchon, che mettono apertamente in discussione le quattro libertà fondamentali (di circolazione di persone, di merci, servizi e dei capitali, ndr) dell’Unione europea”.

Sono tante le sfide che minacciano il futuro dei cittadini europei. C’è la guerra in Ucraina, la situazione fragile in Turchia, il dramma in Siria, la Brexit da gestire e il cambiamento climatico che causa l’esodo di migliaia di persone verso l’Europa. La situazione di profonda incertezza è responsabilità anche degli Stati Uniti. “Una volta il segretario di Stato americano, Henry Kissinger, si chiedeva ironicamente quale fosse il numero dell’Europa. Oggi la situazione si è invertita. Non sappiamo cosa attenderci degli Stati Uniti: l’amministrazione parla spesso in modo diverso da Trump”, ha riconosciuto il presidente della commissione affari esteri del Bundestag.

“All’incertezza si deve rispondere con più Europa”, hanno concordato il deputato Cdu e quello socialista. “I cittadini europei sono il 7% della popolazione mondiale e a fine secolo saranno solo il 4%… Se vuoi andare veloce vai da solo, ma se vuoi andare lontano vai in compagnia”, ha suggerito Krichbaum, criticando la scelta dei britannici di lasciare l’Unione e, in particolare, la decisione dell’ex premier David Cameron, di indire un referendum. “C’è differenza tra un capo di stato e uno statista. Se dopo la guerra fosse stato chiesto ai francesi di esprimersi sulla possibilità di collaborare con la Germania nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio, questi avrebbero probabilmente detto di no. I leader politici di quel periodo fecero delle scelte coraggiose, David Cameron no”, questo il verdetto del deputato tedesco.

Non è solo Cameron ad aver commesso degli errori. Negli ultimi anni, anche l’alleanza franco-tedesca, vero motore del processo di integrazione, ha dato segni di inceppamento. La responsabilità, secondo Krichbaum, sarebbe in buona parte dell’attuale presidente francese, François Hollande. “Hollande ha sofferto a causa di un bassissimo indice di gradimento tra la popolazione e questo gli ha impedito di portare avanti i suoi programmi – questa l’analisi del deputato tedesco – In Europa bisogna dividersi i compiti. Se la Francia è debole, gli altri Paesi hanno l’impressione che sia solo la Germania a dare la carte”.

Chi sarebbe allora il candidato ideale a rilanciare l’intesa franco-tedesca? “Emmanuel Macron”, rispondono all’unisono Krichbaum e Le Borgn’. “Macron ammira il dinamismo dell’economia tedesca e, se eletto, ricercherà delle soluzioni economiche nel segno della coalizione esistente o, in caso di sconfitta della Merkel, con un governo guidato da Martin Schulz”, ha dichiarato Le Borgn’, uno dei tanti socialisti che hanno scelto di stare con Macron e non con il candidato ufficiale del partito, Benoît Hamon. Le Borgn’ ha riconosciuto che le divisioni interne al suo partito hanno radici lontane e rimontano alla deindustrializzazione che ha preso piede negli anni Ottanta.

Anche Krichbaum ha speso parole di elogio per candidato di En Marche. “Macron, con la legge che porta il suo nome, è stato l’unico in Francia che ha tentato di fare riforme. In Francia i sindacati sono meno cooperativi che in Germania e spesso bloccano lo sviluppo della competitività. È nell’interesse di ogni Stato membro cercare di aumentare la propria competitività. Bisogna smetterla col dire che lo facciamo perché è la Germania o l’Unione europea che ce lo chiede”, ha messo in chiaro il deputato cristiano-democratico.

L’Unione europea deve ripartire dal motore franco-tedesco e deve farlo approfittando dello spazio di manovra offerto dai trattati esistenti. Sia Il deputato francese che quello tedesco hanno elogiato il concetto di doppia velocità, secondo cui gli Stati membri desiderosi di procedere verso un’integrazione più stretta avrebbero ogni diritto di farlo. “Dobbiamo però stare attenti a non frammentare l’Unione”, ha messo in guardia Krichbaum.

La maggior parte degli eurodeputati presenti all’incontro non ha sollevato particolari obiezioni alle parole di Krichbaum e Le Borgn’. Con l’eccezione di Roger Helmer, eurodeputato dell’UKIP, il partito che più di tutti ha fatto campagna per la Brexit.

“Qui tutti dicono che per essere forti sulla scena mondiale bisogna essere grandi e integrati, ma non è necessariamente così. Guardate Singapore e la Corea del Sud – ha provocato il britannico – il Regno Unito una volta fuori dall’Unione sarà il più grande acquirente di prodotti europei. Se non troveremo un accordo, a restare senza lavoro saranno tanti lavoratori tedeschi, francesi o belgi. È nel vostro interesse negoziare un accordo di libero scambio con noi, molto più di quanto lo è istituirne uno con Canada e Corea del Sud”.

E ricordate: “Noi concluderemo un accordo di libero scambio con gli Stati Uniti prima di voi”, questo lo schiaffo finale dell’eurodeputato britannico.

Europa a due velocità 
e debito sovrano

Ciò che appare sempre più chiaro, nonostante le celebrazioni, invero in tono minore, del Trattato di Roma, costitutivo della Comunità Economica Europea nel 1957, che dovevano dare nuovo smalto alla prospettiva federalista, è che alla fine la Germania della “Cancelleria di ferro” imporrà l’”Europa a due velocità” e, con essa, un’Unione di tipo confederale. Se questo sarà è indispensabile rivedere da subito l’austerity che sta strangolando i cittadini italiani e di molti paesi europei, cancellando la camicia di Nesso dei parametri di Maastricht, il debito pubblico in primo luogo.

Non è un’eresia economica affermare, infatti, che nella storia dell’economia si sono verificati periodici annullamenti dei debiti sovrani, per non portare in rovina le popolazioni e per rinnovare le basi di un’economia produttiva.
Il caso più famoso? Certamente quello della Nazione di Frau Merkel, con l’annullamento pressoché totale dell’ingente debito verso l’estero della Germania, a causa delle pesanti sanzioni imposte ai tedeschi dopo la sconfitta nella prima e nella seconda guerra mondiale. La Conferenza di Londra del 1953 infatti, decise di azzerare quasi integralmente, da parte delle Nazioni vincitrici, i debiti della Germania, con l’importante opera svolta da Herman Josef Abs, grande banchiere un tempo al fianco di Hitler. Il miracolo economico della Germania Federale prima e di quella riunificata dopo il crollo del Muro di Berlino affonda le radici in questa decisione economica internazionale, che rispondeva anche e soprattutto, ad esigenze di geopolitica.

Avvenimento ricordato, invano, dal governo greco di Alexis Tsipras, a fronte della posizione draconiana della Germania sul debito pubblico ellenico e sulla severa politica economica, basata sui tagli sociali, imposta dalla Troika.

Ciò che non si dice è che nessuno degli attuali debiti sovrani potrà mai essere ripagato. Peraltro, sono proprio i paesi più ricchi a livello globale, che hanno i debiti pubblici, ma anche privati, maggiori: Stati Uniti, Giappone, Cina e in Europa la Germania, che predica rigore ma ha un debito pubblico pari a 2.284 miliardi di euro, superiore a quello dell’Italia.

E’ chiaro, dunque, che le maggiori economie del mondo sono fondate sul debito, ma la loro stabilità deriva dalla capacità di generale ricchezza, di cui il Pil è solo uno degli strumenti di misurazione.

Appare necessario superare questa finzione economica e dichiarare che si potranno mai ripagare questi enormi debiti sovrani, se, almeno, non si blocca la loro corsa: è il costo degli interessi che lo Stato paga ai suoi creditori, per lo più di natura istituzionale, che autoalimenta la crescita costante del debito.
Se si guarda il bilancio dello Stato italiano si vedrà come gli interessi sul debito pubblico costituiscono la terza voce di spesa dopo pensioni e sanità.

E allora, perché non promuovere una conferenza internazionale sulla ristrutturazione dei debiti sovrani?

Maurizio Ballistreri

Scrive Celso Vassalini:
Buon compleanno Europa

L’Unione Europea celebra in questo mese il sessantesimo anniversario del Trattato di Roma. I motivi per festeggiare sono indubbiamente tanti. Dopo secoli di guerre, sconvolgimenti politici e uccisioni di massa, per l’Europa si è aperti un periodo di pace e di democrazia. L’Europa torna a discutere di sé stessa. Se si ipotizzano forme diverse di integrazione, va evitato il rischio di ricadere nel modello intergovernativo. Mentre nell’Eurozona serve un equilibrio più ragionevole tra necessità di ridurre e quella di consentire una crescita più omogenea. “Non bisogna arrendersi a una narrazione negativa. Oggi serve più Europa sociale e più investimenti per la crescita e il lavoro, con l’obiettivo di andare verso un più efficace rafforzamento dell’Unione ed evitare qualsiasi sentimento di disgregazione. Un progetto europeo che, a partire da ‘visioni lungimiranti’, abbia il coraggio di ritrovare quella forza e quella efficacia necessarie ad affrontare le rinnovate sfide alle quali è sottoposto. Concordo al Manifesto per gli Stati Uniti d’Europa, perché tutti abbiano la consapevolezza che il nostro impegno a sostegno di questo progetto europeo, infatti, è un progetto inclusivo che ha saputo garantire e tutelare per decenni i diritti e le opportunità di diverse generazioni, portando pace e sicurezza e migliorando la qualità della vita di tutti, senza distinzione tra Nord e Sud, centro e periferia.Da questi principi occorre ripartire per far sì che questa visione ‘sociale’ dell’Europa s’imponga come centrale nel dibattito della politica e delle istituzioni dell’Unione. Un’aspirazione ambiziosa alla quale l’Italia dovrà continuare a dare il proprio fondamentale contributo, perché solo così – e non con gli opposti sentimenti nazionalistici – potremo assicurare il benessere della nostra popolazione e sostenere chi è più in difficoltà. “Ed è importante riprendere i fili di questo discorso, proprio in occasione della celebrazione dei sessant’anni dalla firma dei Trattati europei. Da quella data è cambiato il mondo e si è profondamente modificato anche il nostro Paese: per rispondere alle nuove sfide è necessario un cambio di rotta. Spetta anche a noi come Italia cambiare l’agenda politica dell’Europa, per mettere a punto un nuovo welfare per favorire l’inclusione sociale e l’accoglienza dei profughi. Tutto questo per riprendere un rapporto di fiducia con i cittadini e riavviare il processo verso l’integrazione politica perché altrimenti saremmo condannati all’irrilevanza e alla marginalizzazione”. Un breve passaggio di papa Francesco durante la visita al Parlamento europeo. Signor Presidente, Signore e Signori Vice Presidenti, Onorevoli Eurodeputati, Persone che lavorano a titoli diversi in quest’emiciclo, Cari amici, Eurodeputati, è giunta l’ora di costruire insieme l’Europa che ruota non intorno all’economia, ma intorno alla sacralità della persona umana, dei valori inalienabili; l’Europa che abbraccia con coraggio il suo passato e guarda con fiducia il futuro per vivere pienamente e con speranza il suo presente. È giunto il momento di abbandonare l’idea di un’Europa impaurita e piegata su sé stessa per suscitare e promuovere l’Europa protagonista, portatrice di scienza, di arte, di musica, di valori umani e anche di fede. L’Europa che contempla il cielo e persegue degli ideali; l’Europa che guarda e difende e tutela l’uomo; l’Europa che cammina sulla terra sicura e salda, prezioso punto di riferimento per tutta l’umanità! Un breve passaggio di discorso di San. Giovanni Paolo II durante la visita al Parlamento europeo. Concludendo, enuncerò tre campi in cui mi sembra che l’Europa unita di domani, aperta verso l’Est del continente, generosa verso l’altro emisfero, dovrebbe riprendere un ruolo di faro nella civilizzazione mondiale: – Innanzitutto, riconciliare l’uomo con la creazione, vegliando sulla preservazione dell’integrità della natura, della sua fauna e della sua flora, della sua aria e dei suoi fiumi, dei suoi sottili equilibri, delle sue risorse limitate, della sua beltà che loda la gloria del Creatore. – Poi, riconciliare l’uomo con i suoi simili, accettandosi gli uni gli altri quali europei di diverse tradizioni culturali o correnti di pensiero, accogliendo gli stranieri e i rifugiati, aprendosi alle ricchezze spirituali dei popoli degli altri continenti. – Infine, riconciliare l’uomo con se stesso: sì, lavorare per la ricostruzione di una visione integrale e completa dell’uomo e del mondo, contro le culture del sospetto e della disumanizzazione, una visione in cui la scienza, la capacità tecnica e l’arte non escludono ma suscitano la fede in Dio.

Celso Vassalini

Mattarella: “Europa incerta. Ora serve coraggio”

Mattarella“Il messaggio lanciato dal Presidente della Repubblica è stato chiaro: un’Europa che non si chiude, che recupera l’anima visionaria dei fondatori, politica e non burocratica. Competitiva nella globalizzazione. Equa. La nostra Europa”. E’ quanto ha affermato il segretario del Psi, Riccardo Nencini commentando le parole del presidente della repubblica Sergio Mattarella che ha parlato davanti le camere riunite in seduta Comune in occasione dell’inizio delle celebrazioni per i 60 anni dei Trattati di Roma. Il Presidente della Repubblica ha tracciato il profilo di un Continente sfibrato più che dalle sfide e dalle difficoltà, dalla propria mancanza di visione, di intuizione, di coraggio. La Brexit è effetto e non solo causa di tutto questo. Le radici di questo mal sottile affondano nei particolarismi, nei settarismi e nella facile fuga verso muri da costruire e un passato che, sia chiaro, era ben meno allettante del presente. Sei volte il Presidente viene interrotto dagli applausi. Soprattutto quanto cita una profetica pagina di Luigi Einaudi, in cui (ed era il 1947, dieci anni ancora prima dei Trattati di Roma) si individuava chiaramente un doppio rapporto di causa-effetto tra il chiudere le frontiere alle merci e poi agli uomini.

“I padri dell’Europa, che dettero vita ai Trattati – ha detto Matterallea – con il consenso democratico dei loro Paesi, non erano dei visionari bensì degli uomini politici consapevoli delle sfide e dei rischi, capaci di affrontarli. Uomini che hanno avuto il coraggio di trasformare le debolezze, le vulnerabilità, le ansie dei rispettivi popoli in punti di forza”. “L’Europa che abbiamo conosciuto in questi anni è stata uno strumento essenziale di stabilita’ e di salvaguardia della pace, di crescita economica e di progresso, di affermazione di un modello sociale sin qui ancora ineguagliato, fatto di diritti e civiltà”.

Mattarella ha parlato di una Eurpa piccola piccola davanti giganti mondo. “L’Unione e i suoi Stati membri – ha detto – nell’anno 2000 hanno prodotto il 26,5% del Prodotto Interno Lordo mondiale. Questa percentuale è scesa, nel 2015, di ben quattro punti. La popolazione dell’intero continente europeo è rimasta sostanzialmente stabile negli ultimi venti anni. Al contempo la popolazione africana, che oggi si aggira intorno al miliardo, potrebbe raddoppiare in appena venticinque anni. Già questi due soli elementi rendono evidente che l’Europa nel suo complesso rischia di diventare più piccola sullo scacchiere internazionale, mentre, nel mondo, gli stati ‘giganti’ continuano a crescere”.

Infine un appello all’unità perché nessun paese europeo può farcela da solo. “Nessun Paese europeo può garantire, da solo, la effettiva indipendenza delle proprie scelte. Nessun ritorno alle sovranità nazionali potrà garantire ai cittadini europei pace, sicurezza, benessere e prosperità, perché nessun Paese europeo, da solo, potrà mai affacciarsi sulla scena internazionale con la pretesa di influire sugli eventi, considerate le proprie dimensioni e la scala dei problemi”.

Ginevra Matiz

FUTURO EUROPEO

europaUna strana Europa, quella che nel giro di pochi giorni celebrerà i 60 anni dei Trattati di Roma e subito dopo affronterà il divorzio con la Gran Bretagna. Sabato prossimo i 27 disegneranno il futuro per i prossimi anni dell’Europa. Un futuro senza Londra, ma che dovrà essere ancora fondato sull’unità pena “l’emarginazione dalle dinamiche globali”, come è scritto nella bozza della Dichiarazione di Roma analizzata dagli ‘sherpa’ dei governi riuniti a Bruxelles. Un gran lavoro, con continue limature e modifiche al testo, che alla fine ha portato i suoi frutti. Infatti le trattative per stendere il testo della dichiarazione che sarà siglata il 25 marzo al Campidoglio si sono concluse positivamente: è stato raggiunto un compromesso per riavvicinare i Paesi dell’Est Europa del gruppo di Visegrad, scettici sulla formula dell”Ue a più velocità.

Era stata ancora una volta la Polonia a puntare i piedi e ad uscire dal coro. Jaroslaw Kaczynski, leader del partito populista al governo ‘Diritto e Giustizia’ (Pis), in un’intervista ad un settimanale polacco aveva ribadito che il governo di Beata Szydlo si sarebbe opposto al progetto di un’Europa a più velocità lanciato due settimane fa da Francia, Germania, Italia e Spagna a Versailles. Ma Varsavia, che già aveva subito un 27 a 1 nello scontro per la rielezione di Tusk, si è trovata nuovamente isolata. Ma secondo Kaczynski la Polonia deve “difendere i propri interessi in modo deciso”. Ma alle fine il rappresentante polacco ha confermato che anche Szydlo firmerà la Dichiarazione di Roma.

Il testo conferma la formula che prevede di “agire insieme ogni qualvolta possibile, a ritmi e intensità diversi dove necessario, come fatto in passato nell’ambito del quadro del Trattato”. Permane quindi una doppia velocità. Anche se la formula ne lima la portata.

Invece il sottosegretario agli Affari Europei Sandro Gozi parla di unione sociale: “L’unione sociale è scritta nei trattati ma nessuno di noi ha preso l’impegno politico. Questo deve essere il nostro obiettivo vero”. Il sottosegretario agli Affari Europei inoltre invita a cogliere l’opportunità della Brexit. “Usiamo i 73 seggi che saranno lasciati dalla Gran Bretagna per eleggere deputati transnazionali così da cominciare a colmare il divario tra le decisioni europee e i dibattiti a livello nazionale”. Londra ha infatti annunciato che la notifica della richiesta di divorzio, ovvero la lettera di Theresa May che ufficializzerà la richiesta del governo britannico di attivare l’art.50 per l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea, sarà inviata il 29 marzo. Non rovinerà le celebrazioni, ha osservato Angela Merkel, consapevole che l’Unione europea è “pronta a cominciare il negoziato”, come è tornato a sottolineare oggi il portavoce della Commissione Ue, mentre il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk, da poco riconfermato, ha ribadito che “entro 48 ore” dal ricevimento della lettera britannica potrà presentare ai 27 le “linee guida” e convocare il vertice straordinario che formalizzerà il mandato negoziale per Michel Barnier.

Rientrato il dissenso della Polonia, a minacciare di non siglare dichiarazione di Roma è Atene. Fonti citate dal quotidiano “Kathimerini” infatti evidenziano questa possibilità, dopo che i creditori internazionali hanno detto chiaramente che dalla Grecia non sono stati fatti progressi sufficienti e che quindi il piano di salvataggio sarebbe a rischio. Secondo le fonti citate dal quotidiano ellenico, gli esponenti del governo di Atene coinvolti nei negoziati per predisporre la bozza della dichiarazione di Roma sulla riforma del progetto europeo hanno dichiarato che non possono siglare un tale documento mentre la Grecia viene messa sotto pressione da domande completamente “irrealistiche” da parte del Fondo monetario internazionale. Insomma appena chiusa una crepa se ne apre un’altra.

Scheda. Le tappe di 60 anni di storia

Nata nel 1957 con i trattati di Roma, l’Unione Europea ha cambiato la nostra storia e il nostro modo di vivere, regalandoci un lungo periodo di pace e prosperità economica. Una storia scandita da una serie di tappe importanti che ne hanno segnato l’allargamento, ma anche da una rottura come la Brexit:

25 marzo 1957: i Trattati di Roma istituiscono la Comunità Economica Europea. I sei paesi fondatori – Belgio, Francia, Italia, Lussemburgo, Olanda e Germania ovest – sono gli stessi che dal 1951 erano già riuniti nella Comunità europea del carbone e dell’acciaio. La seconda guerra mondiale è finita da appena 12 anni, ma l’Europa è già divisa dalla cortina di ferro della guerra fredda. L’ideale europeo si ispira al manifesto di Ventotene, scritto nel 1944 da Altiero Spinelli ed Ernesto Rossi, ed è stato portato avanti da statisti come Alcide De Gasperi, Robert Schumann, Jean Monnet, Konrad Adenauer e Paul Henry Spaak.

1 gennaio 1973: primo allargamento di quella che si chiama ancora la Cee. Con l’adesione della Danimarca, dell’Irlanda e del Regno Unito, il numero degli Stati membri sale a nove.

7-10 giugno 1979: per la prima volta i cittadini europei possono eleggere direttamente i deputati del Parlamento europeo.

1 gennaio 1981: La Grecia aderisce alla Cee. I paesi membri sono ormai dieci.

1 gennaio 1986: Portogallo e Spagna aderiscono alla Cee. I paesi membri diventano 12.

1987: nasce il progetto Erasmus. Il programma di mobilità studentesca fra le università europee diventerà uno dei simboli più popolari dell’Europa unita.

3 ottobre 1990: dopo il crollo del muro di Berlino il 9 novembre 1990, la Germania torna ad essere unita e l’ex Ddr entra quindi nella Cee. E’ l’inizio di una nuova fase storica che porterà all’estensione dell’Unione in quasi tutto il continente.

7 febbraio 1993: viene firmato il trattato di Maastricht nell’omonima città olandese, che sancisce la nascita dell’Unione Europea. Si passa dall’unione economica a quella politica, ponendo le basi per il nuovo assetto istituzionale comunitario che conosciamo oggi e che verrà ulteriormente definito nei trattati di Amsterdam. (1997), Nizza (2000) e Lisbona (2007). Vengono definite le tappe e i parametri dell’Unione monetaria.

1 gennaio 1995: Austria, Finlandia e Svezia aderiscono all’Unione europea. I paesi membri diventano 15.

26 marzo 1995: in Francia, Belgio, Lussemburgo, Olanda, Germania, Spagna e Portogallo entrano in vigore gli accordi di Schengen per la libera circolazione dei cittadini. In Italia entrano in vigore il 6 ottobre 1997. Oggi lo spazio Schengen comprende 26 stati (22 stati membri dell’Ue oltre a Islanda, Norvegia, Svizzera e Liechtenstein).

1 gennaio 2002: L’euro diventa la valuta corrente di dodici paesi dell’Unione, oltre che di San Marino, Vaticano, Monaco e Andorra. Dal primo giugno 1998 è in attività la Banca centrale europea (BCE). Oggi i paesi della zona euro sono 19.

1 gennaio 2003: L’Unione Europea succede all’ONU, in Bosnia ed Erzegovina, alla guida del contingente di pacificazione della regione.

1 maggio 2004: Cipro, Estonia, Lettonia, Lituania, Malta, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Slovenia e Ungheria aderiscono all’UE. I paesi membri diventano 25.

1 gennaio 2007: Bulgaria e Romania aderiscono all’UE. I paesi membri diventano 27.

12 ottobre 2012: L’UE riceve il Nobel per la pace.

1 luglio 2013: La Croazia entra nell’Unione europea. I paesi membri arrivano a 28.

23 giugno 2016: i cittadini della Gran Bretagna approvano in un referendum l’uscita dall’Unione Europea. La richiesta di avvio dei negoziati per la Brexit, in base all’articolo 50 del trattato di Lisbona, sarà presentata il 29 marzo. (Fonte AdnKronos)