Contro l’ideologia neoliberale l’impegno diretto dei popoli

liberismoPaolo Maddalena, già giudice costituzionale, in “Contro il liberismo la Costituzione!” (MicroMega, n. 5/2017), sostiene che per capire le condizioni in cui versano le società democratiche ad economia di mercato, al fine di uscire dalla situazione di crisi sul piano “ordinamentale ed economico”, occorre volgere “lo sguardo al passato e riflettere, sia pur fugacemente, sulle origini della ‘comunità politica’ o ‘Stato’, che dir si voglia”.

Ai tempi in cui l’uomo viveva di caccia e di raccolta non si poteva parlare di civiltà; questa nasce “circa diecimila anni fa con l’insediamento di aggregati umani su territori delimitati da confini, entro i quali si cominciarono a rispettare delle regole comuni e a dar vita così alle prime ‘città Stato’”, con cui sono nati tre “concetti giuridici fondamentali che tuttora sono gli elementi costitutivi degli Stati costituzionali: il “popolo”, il “territorio” e la “sovranità”.

Didatticamente, Maddalena ricorda che il “popolo” è costituito dall’insieme degli individui che si riconoscono come “aggregato unitario e permanente nel tempo”, sulla base dell’dea che ciascun individuo “possa agire – secondo le parole di Maddalena – in giudizio”, per difendere le condizioni della propria esistenzialità e di quelle della comunità di appartenenza, senza “fare ricorso al concetto di rappresentanza”. Il “territorio” è costituito dal suolo compreso entro i confini della comunità costituitasi come organizzazione politica permanente; esso è proprietà collettiva del popolo, implicante, a parere di Maddalena, sensibile ai problemi di salvaguardia dell’ambiente, un “rapporto di cura e di tutela, poiché […] è dal territorio che provengono i mezzi di sussistenza” per l’intero popolo. La “sovranità”, infine, è l’insieme di poteri esercitati dallo Stato per “dettare le regole del vivere civile […], e cioè l’’ordinamento giuridico’”. All’interno delle antiche comunità, quando la proprietà collettiva del territorio apparteneva al popolo, per la cessione di una parte di essa ai privati (in linea di principio, incluso tra questi lo stesso Stato) occorreva un’”esplicita dichiarazione del popolo stesso”.

I tre elementi, osserva Maddalena, che compongono le basi dell’organizzazione politica della comunità sono tra loro strettamente interconnessi; la considerazione dell’interconnessione è indispensabile per considerare la natura fondativa dei tre elementi costitutivi dello Stato. Di ciò si può avere immediata contezza, sol che si consideri il fatto che la proprietà collettiva del territorio è parte della sovranità, “per cui il popolo che è sovrano, è anche ‘proprietario collettivo’ del territorio”.

Il collegamento tra la titolarità della sovranità e il territorio è stato conservato nei secoli, finanche nel Medioevo, se si considera che quando la sovranità si è “spostata dal popolo al sovrano”, anche il territorio è diventato bene patrimoniale del sovrano. Il rapporto tra sovranità e territorio è stato scisso al tempo di Napoleone dopo la Rivoluzione francese, una rivoluzione borghese che ha assegnato la sovranità allo Stato e la proprietà del territorio, incluse le risorse in esso presenti, ai privati.

La scissione – afferma Maddalena – è stata un “gravissimo errore, poiché il territorio fu distolto dal fine fondamentale di giovare a tutti e finì per essere soggetto al volere dei singoli proprietari privati, mentre lo stesso diritto di proprietà privata ebbe il sopravvento sulla proprietà collettiva del popolo, come dimostra la cultura giuridica borghese ancora oggi persistente”. In linea di principio, la scissione è stata superata dalle Costituzioni moderne, soprattutto da quelle che sono state scritte all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale.

La Costituzione repubblicana italiana, ad esempio, ricorda Maddalena, ha riportato il territorio e le risorse in esso presenti nel “dominio del popolo”, statuendo che la proprietà può essere pubblica e privata, distinguendo perciò una forma di proprietà che appartiene solo al popolo (la cosiddetta proprietà collettiva demaniale) ed un’altra che può appartenere, a titolo privato, allo Stato, ad altri enti pubblici o a singoli cittadini. La Costituzione repubblicana ha anche sottolineato che “l’utilità pubblica deve essere perseguita anche dal proprietario privato, la cui tutela viene meno qualora […] egli si comporti in modo tale che il ‘bene’ oggetto del suo dominio non persegua la funzione sociale che gli è propria”, cioè la cura degli intessi dei singoli componenti del popolo e di quelli dell’intera comunità. La nostra vigente Costituzione, perciò, “pone il principio fondamentale – afferma Maddalena – secondo il quale i beni, e in primis il territorio, devono giovare a tutti”.

La narrazione della storia sulla nascita dell’organizzazione politica delle comunità serve, a parere dell’ex giudice costituzionale, ad evidenziare come, da un lato, l’economia sia sorta con la formazione delle prime comunità politiche e, da un altro lato, che le convenzioni universalmente accettate [il diritto, come sottolinea Maddalena] abbiano sempre prevalso sull’economia, fino al punto di stabilire quali beni potevano essere oggetto di compravendita e quali altri non potevano esserlo, come, ad esempio, i beni demaniali, o beni comuni; i beni, cioè, in grado di assicurare per la loro stessa natura il “soddisfacimento dei bisogni primari dell’essere umano”. Anche per i beni che possono costituire oggetto di atti di scambio, il loro uso è sempre subordinato al soddisfacimento del benessere dei cittadini; essi sono il territorio, le risorse in esso dislocate e i servizi della forza lavoro dell’uomo. Nell’insieme, tali beni costituiscono i “fattori produttivi”, sui quali è fondata l’”economia reale e, quindi, il progresso della società”.

Per attivare i rapporti economici e favorire la circolazione dei fattori produttivi è stato necessario introdurre la moneta, originariamente strumento di mediazione degli scambi e che, successivamente, è divenuta anche strumento di misura del valore delle risorse e dei beni scambiati, nonché riserva di valore. Essa, nel tempo, è sempre stata una convenzione accettata da tutti e sino a quando ha svolto le tre funzioni indicate (di intermediazione, di misura del valore e di riserva di valore) è sempre stata lo “specchio” della ricchezza reale del sistema economico; in altre parole, come sottolinea Maddalena, ha sempre costituito “il corrispettivo della reale ricchezza nazionale a essa sottostante”.

Perché la moneta potesse svolgere correttamente le funzioni indicate, è stato necessario assicurare, attraverso un’autorità specifica (la Banca centrale), un suo razionale governo, affinché ne circolasse una quantità sufficiente ad assicurare un equilibrio “tra il valore dei beni in commercio e la quantità della moneta necessaria alla loro circolazione”, in condizione di stabilità dei prezzi, al fine di evitare sue indesiderate variazioni di valore e i conseguenti fenomeni dell’inflazione o della deflazione.

In un sistema economico perfettamente funzionante – afferma Maddalena – la moneta emessa e regolata dalla Banca centrale per conto dello Stato, “in quanto corrispondente alla reale ricchezza nazionale sottostante, è proprietà collettiva del popolo e va distribuita in modo che possa circolare tra i cittadini secondo il fondamentale principio di uguaglianza, sancito dal secondo comma dell’art. 3 della Costituzione”. Questo sistema, che l’ex giudice costituzionale definisce “naturale”, implica perciò uno “stretto legame tra beni reali e moneta”. Negli ultimi decenni, a seguito del prevalere dell’ideologia neoliberista, il sistema è stato alterato, facendo venir meno l’”equilibrio tra merci e danaro circolante”.

Con il venir meno di questo equilibrio, si è assistito alla crescente finanziarizzazione dei mercati, che ha determinato la “trasformazione del sistema economico”, nel quale gli aspetti produttivi sono stati sacrificati in pro di quelli finanziari; in corrispondenza di questi, il capitale a disposizione della comunità ha cessato d’essere considerato come “un insieme di beni reali”, per divenire un “accumulo di danaro” per lo più fittizio. In tal modo, la trasformazione del sistema economico ha comportato che l’attività produttiva fosse trasformata in attività speculativa; così, la moneta ha smarrito la sua originaria essenza di strumento di intermediazione negli scambi, per divenire un “diritto di prelievo” dalla ricchezza nazionale, determinando il “passaggio da un sistema economico produttivo a un sistema economico predatorio”, che ha cessato di produrre benessere per tutti, promuovendo, al contrario, un disagio esistenziale per molti e una crescente concentrazione della ricchezza prodotta a vantaggio di pochi.

Al fine di promuovere la crescente finanziarizzazione dell’economia, l’ideologia neoliberista ha sostenuto la validità del ricorso alla “creazione del danaro dal nulla”, da parte di soggetti privati, sino ad esporre la collettività al rischio di subire gli esiti negativi dell’instabilità del sistema economico, fuori da ogni possibilità di controllo. Alla creazione di nuova moneta dal nulla si è anche aggiunta la cartolarizzazione dei diritti di credito, nel senso che è stato consentito che i diritti della banca potessero circolare come titoli monetari; così, è accaduto che il valore della quantità dei mezzi monetari in circolazione sia divenuto un multiplo del valore del prodotto interno lordo globale, cioè del valore della ricchezza prodotta ogni d’anno nel mondo. Il punto di arrivo del processo di finanziarizzazione dei mercati è stata una crisi generalizzata che ha colpito tutti Paesi democratici ad economia di mercato.

Nel caso dell’Italia, gli effetti dalla crisi sono stati appesantiti dalle condizioni restrittive poste alla possibilità di attuare politiche pubbliche anti-crisi da parte dei Paesi partner europei economicamente forti, interessati questi ultimi, solo alle prospettive di arricchimento che la globalizzazione, sulla base della finanziarizzazione, offriva loro, nonostante l’approfondirsi e l’allargarsi della crisi. Malgrado il perdurare delle difficoltà, afferma Maddalena, i nostri governi hanno continuato “ad affermare di voler seguire le prescrizioni europee”, trascurando il possibile rischio finale. Sono state, infatti messe in ballo – afferma Maddalena, forse esagerando – “l’appartenenza agli italiani del territorio italiano e la stessa probabilità di sopravvivenza dell’intero popolo”. Come sventare questo Pericolo?

Maddalena avanza una proposta, in parte condivisibile e in parte molto “piena di desiderio”, sebbene possa toccare la sensibilità di chi ha a cuore un forte senso di giustizia e una forte aspirazione alla stabilità e alla pace sociale. Intanto, malgrado le critiche e le riserve che Maddalena non manca di formulare nei confronti dell’Europa, egli è del parere che non si debba rinunciare al “disegno europeo”, ma si debbano rivedere i Trattati, almeno da Maastricht in poi; in secondo luogo, e principalmente, si tratta di “stabilire se e come è possibile dare attuazione alla nostra Costituzione”; in particolare, a quella parte dedicata ai “Rapporti economici”, nei quali sarebbe descritto un “vero e proprio programma di governo, che, per essere fondato su principi keynesiani, è certamente in grado di fare riemergere il nostro Paese dalla grave recessione nella quale è stato spinto dagli opposti principi neoliberisti”.

Ciò sarebbe tanto più necessario, in quanto l’invadenza della finanza internazionale, “in ossequio al pensiero neoliberista”, ha connotato di sé l’intero spazio comunitario, per cui, nell’attesa che i Trattati europei siano riformati, occorre riflettere come attuare i principi sanciti dalla Costituzione repubblicana, con l’obiettivo di “rispondere agli errori del pensiero neoliberista globalizzato”, riportando nel pubblico ciò che, con la distruzione dell’economia pubblica, è stato privatizzato.

Nella prospettiva di un ricupero degli obiettivi fissati nella Costituzione occorre che i cittadini s’impegnino concretamente a “fermare una volta per tutte la creazione del danaro dal nulla, e cioè la finanziarizzazione dei mercati, le privatizzazioni, le liberalizzazioni […], al fine di ricostruire quel patrimonio, che è stato così selvaggiamente depauperato”. In altre parole, occorre che il popolo italiano – afferma Maddadlena – reagisca, assumendo “come principio inderogabile la nazionalizzazione delle banche e delle imprese salvate dal fallimento con danaro pubblico”, a tutte le sopraffazioni delle quali è stato sinora vittima; con ciò, mirando a costituire delle cooperative per prendere “nelle loro mani le sorti dell’economia nazionale”, per il ricupero del lavoro, uno dei fattori produttivi dei quali il popolo italiano è stato spogliato.

Se del discorso complessivo di Maddalena si può essere coinvolti dalla semplicità e spigliatezza con cui egli ha descritto la situazione di crisi economica ed istituzionale nella quale versa da anni il Paese, ben al di là di quelli che sono ormai trascorsi dall’inizio della Grande Recessione, poco convincente risulta in sostanza il nucleo centrale della sua proposta. E’ vero che i Trattati europei sono in netto contrasto con i principi fondamentali della nostra Costituzione; ma non è meno vero che, se si pretendesse di contrastare le modalità di funzionamento dell’economia moderna con “cooperative di lavoro”, per consentire agli operai, oltre che prendere nelle loro mani le sorti dell’economia nazionale, di ricuperare le opportunità di lavoro che con la finanziarizzazione dei mercati sono state distrutte, presumibilmente il Paese andrebbe incontro a un numero di problemi di gran lunga maggiore rispetto a quello che Maddalena, con la sua proposta, pensa possano essere risolti. Il lavoro è stato, sì, perso; esistono però seri dubbi che ora la promessa costituzionale del lavoro per tutti possa essere “onorata” attraverso la trasformazione del sistema economico in un prevalente sistema di cooperative.

Gianfranco Sabattini

La destra in Europa alimentata dal vento dell’est

maghiari-extermisti-budapestaLe elezioni in Germania hanno segnato l’ascesa del partito di estrema destra AfD e le conseguenti analisi allarmiste degli analisti dell’Europa occidentale, ancora scossi dallo scampato pericolo delle elezioni olandesi prima, austriache poi ed, infine, di quelle francesi. Una attenta analisi del voto, tuttavia, se guardato con una prospettiva “da Est”, rivela un dato ancora più allarmante per il futuro dell’Europa: ossia che siano stati prevalentemente i territori della vecchia DDR a fornire il bacino di voti necessari al partito neo-nazista per scalare il terzo posto alle spalle dei partiti tradizionali. (25% degli elettori, mentre la media nazionale è del 13,1%).

Su Bruxelles, e non da oggi, soffia da Est un vento molto pericoloso, fatto di movimenti nazionalisti, teoricamente anti-europeisti, che hanno saputo scalare il potere con un cinico e ipocrita strabismo politico: mentre mettevano le mani su una fetta consistente di aiuti finanziari, giocavano in casa la carta della sindrome da assedio da “assimilazionismo” imposto da Bruxelles.

Mentre la svolta a destra dell’Europa occidentale sembra essere sociologicamente traducibile da una serie incredibili di errori strutturali dell’Unione Europea, da politiche neo-liberaliste spinte che hanno creato insoddisfazione diffusa nella popolazione (soprattutto giovanile), dalla crisi economica degli ultimi anni e dal diffuso senso di impunità ed insicurezza (aggravato dalla crisi immigrazione); assai meno comprensibile appare la deriva dei “nuovi” paesi dell’Unione, ossia di quelli entrati nella prima fase di allargamento.

Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca da tempo ormai sono governati da movimenti ultra-nazionalisti dichiaratamente di destra, ma antiliberali, ostili all’integrazione Europea, allergici alle direttive di Bruxelles.

Il dato politico interessante, al di là di un semplice ritratto della realtà, è quello di comprendere come questo sia potuto accadere in paesi che hanno beneficiato di finanziamenti a pioggia, economie galoppanti, tassi di disoccupazione irrisori, monete nazionali (eccetto la Slovacchia) che hanno retto la sfida della crisi internazionale e hanno avuto poco o nulla a che fare (Ungheria a parte) con il problema migratorio.

Pur nelle logiche differenze tra nazioni e nazioni il caso della Polonia sembra essere paradigmatico della fallita integrazione dei paesi dell’Est nel cammino di un Europa Unita. Sino a pochi anni fa Varsavia ambiva a voler divenire la terza gamba che, con Parigi e Berlino, doveva garantire la stabilità del vecchio continente. Oggi è un paese politicamente isolato, mal gradito a Bruxelles e che ha spinto l’acceleratore del conflitto interno ed esterno ben oltre il già pericoloso crinale a cui si era avvicinato Orban in Ungheria. Eppure nonostante le numerose proteste di strada, il cambio in senso autoritario della costituzione, il tentativo di attacco alla giustizia parzialmente fallito, l’epurazione di giornalisti scomodi nei confronti dei quali gli editti bulgari di berlusconiana memoria sarebbero classificabili come scherzi puerili, l’attacco alla libertà delle donne, etc… Ecco, nonostante una deriva che avvicina la Polonia alla Turchia di Erdogan, il sostegno al governo di Giustizia e Libertà cresce invece di diminuire.

Anche in questo caso l’analisi del voto suggerisce scenari sorprendenti. Se il dato della scolarizzazione in un paese prevalentemente composto da villaggi di piccole-medie dimensioni sembra determinante, supportato da una presenza invasiva di preti-guerrieri infuocati da radio Maria, un elemento appare però sorprendente: sono soprattutto i 50enni ed i giovani a votare il PiS. Ossia le due sfere della società che più dovrebbero aver goduto della caduta del muro di Berlino prima, e delle libertà dell’Unione poi. Come è possibile che le sfere che più hanno tratto vantaggio da un Europa unita siano quelli che più se ne oppongano? Da cosa dipende il fatto che mentre il voto di protesta in Europa occidentale arrivi sempre alla soglia del potere per poi esserne escluso, qui invece governi in tutti i più rilevanti paesi post-comunisti? E se l’Europa avesse sbagliato ad allargare così velocemente i propri confini ad Est senza assicurarsi che le democrazie di quei paesi fossero sufficientemente stabili? E se “L’Europa a due velocità” proposta da Macron fosse davvero la soluzione? Interrogativi le cui rispose non possono che essere complesse ed articolate. Ma non ci sono dubbi sul fatto che da Est sta per abbattersi su Bruxelles una tempesta, e l’Europa centrale ed occidentale, molto autoreferenziale, sbaglia nel non voler volgere il proprio sguardo a quanto stia avvenendo nell’Europa dell’Est.

Diego Audero
gabrydiego@gmail.com

Vantaggi e pericoli dell’integrazione in un’Europa a più velocità

europa

L’ipotesi di un’Europa a più velocità non è nuova; ora, di fronte al grave processo di involuzione che da anni sta subendo la realizzazione del “progetto europeo”, l’ipotesi viene riproposta nella forma di una “pluralità di cooperazioni rinforzate”. Ciò, a parere di Massimo D’Alema, in “Un salto di qualità” (Italianieuropei, n. 3/2017), prefigurerebbe una “via di uscita” dal problema delle differenze esistenti tra i diversi Paesi membri sul piano economico e sociale, nell’empasse che connota al presente il processo di unificazione politica dell’Europa. Per la realizzazione dell’ipotesi – afferma D’Alema – sarebbe però essenziale che il salto di qualità “abbia una guida forte”, che egli identifica in “una rinnovata collaborazione tra Germania e Francia”.

Mai, nel corso del dopoguerra, sostiene il presidente della Fondazione Italianieuropei, si è verificata una crisi cosi profonda; la crisi risulta particolarmente grave anche perché, dopo l’elezione alla presidenza degli USA di Donald Trump, sono peggiorate le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico, cui si aggiunge “il nazionalismo assertivo di Putin e la rinnovata politica di potenza della Russia”, con lo scopo di indebolire e disgregare l’Unione Europea, attraverso l’aperto sostegno dei “movimenti nazionaliste populisti nel Vecchio Continente”. Si tratta, a parere di D’Alema, di “uno scenario allarmante”, inserito in un “quadro internazionale in cui nazionalismo, protezionismo e politica di potenza tendono confusamente a soppiantare il tentativo di realizzare una governance multilaterale e condivisa della globalizzazione”.

A parte l’idea, avanzata da D’Alema, che l’Europa possa essere aiutata, sempre nel quadro di una logica di potenza, dalla crescente forza economica della Cina, egli tuttavia sottolinea l’urgenza che i Paesi del Vecchio Continente riconoscano finalmente le proprie responsabilità riguardo a quanto sin qui è stato fatto relativamente al processo di unificazione politica; quindi, proprio per questo, essi abbiano la consapevolezza che, al presente, sono privi di “una visione strategica comune” su come l’Europa possa opporsi alla nuova situazione, venutasi a creare con le conseguenze sul piano politico, oltre che economico, della Grande Recessione e del peggioramento delle relazioni internazionali.

Il dibattito che si è aperto sulla situazione esistente in Europa e sulla prospettiva di un suo superamento sarebbe portatore di “accenti nuovi e proposte coraggiose”, quali quelle del neo-presidente francese, Emmanuel Macron; secondo D’Alema, pur potendosi avere riserve sulla impostazione della politica economica e sociale di Macron, resterebbe però il fatto che egli rappresenterebbe “senza dubbio un salto di qualità europeista rispetto al tradizionale nazionalismo francese”. Al riguardo, viene subito da osservare, che D’Alema deve aver formulato questo giudizio sul conto del neo-presidente francese prima del suo insediamento all’Eliseo, perché l’attivismo di Macron, non appena sostituito il predecessore, ha subito dato modo di constatare quanto poca sia la distanza che lo separa dal tradizionale nazionalismo del suo Paese.

A parere di D’Alema, il salto di qualità richiesto ai Paesi europei, in presenza del quadro politico creatosi con l’esito delle recenti elezioni francesi, dovrebbe essere compiuto sul terreno dell’integrazione politica. A tal fine, però, è evidente, per il presidente della Fondazione Italianieuropei, che “sino a quando un gruppo di Paesi fondamentali non deciderà di porre effettivamente in comune la politica estera e di difesa, realizzando al tempo stesso uno stretto coordinamento e una forte solidarietà in materia dei flussi dei rifugiati e degli immigrati, l’Europa resterà una potenza dimezzata […], in particolare negli scenari di crisi dove sono in gioco i nostri interessi vitali”. Questa posizione di stallo, a parere di D’Alema, imporrebbe una “forma di collaborazione rafforzata” che non si contrapponga alle istituzioni europee esistenti, ma al contrario dia loro “maggior forza e autorevolezza”.

Però, il salto di qualità nella politica europeista non appare possibile senza che preventivamente sia compiuta una più forte integrazione economica tra i Paesi membri e senza che si inaugurino nuove scelte orientate a realizzare in essi la “piena occupazione”, la “riduzione delle disuguaglianze” e una “maggiore inclusione sociale”; ma, soprattutto, senza che sia compiuto quel salto di qualità, il processo d’integrazione non appare votato al successo, se si trascura che la ripresa economica europea, dopo la Grande Recessione, risulta moderata e distribuita in modo diseguale tra i “diversi Paesi dell’Unione” e tale da minare gravemente la stessa coesione europea, a causa della persistente presenza dei movimenti populisti. Tutto ciò renderebbe evidente che la ripresa del processo europeista potrà essere supportata, non da un ulteriore compressione della domanda interna, ma da una “politica espansiva che punti a una redistribuzione più equa delle risorse e a un forte incremento degli investimenti e dei consumi interni”.

D’Alema ritiene che, per avere successo, queste scelte dovrebbero essere accompagnate da un nuovo programma europeo in grado di affrontare alcuni temi, che egli considera di fondamentale importanza: il completamento dell’unione bancaria, l’aumento del budget dell’Unione, l’armonizzazione del trattamento fiscale dei redditi di capitale e, soprattutto, la creazione di un fondo europeo per l’abbattimento dei debiti nazionali; tutto ciò, al fine di favorire la diffusione, almeno tra i Paesi dell’Eurozona, di una maggior solidarietà e un più forte sostegno alla crescita e alla giustizia sociale.

Il nuovo programma europeo sarà, però, efficace, solo se si riuscirà ad “avviare una pluralità di cooperazioni rafforzate”, da svilupparsi sulla base di diversi raggruppamenti di Paesi. Perché tale programma possa essere inaugurato, occorrerà che la sua attuazione abbia una “guida forte”, da realizzarsi attraverso una “rinnovata collaborazione tra la Germania e la Francia”. D’Alema conclude affermando di non sottovalutare il ruolo che potranno svolgere nell’attuazione del nuovo programma europeo gli altri Paesi fondatori, fra i quali l’Italia, sulla cui classe dirigente però, egli nutre il dubbio che sia all’altezza delle sfide che l’Europa deve affrontare.

Tuttavia, considerata la mancanza di alternative all’unificazione politica del Vecchio Continente, se si crede ancora nel progetto europeo, occorre affrontare le sfide mediante un “riformismo coraggioso e radicale, pena il rischio che prevalgano la sfiducia, la rabbia, lo smarrimento e la chiusura nazionalistica”. Sin qui D’Alema; ma la sua proposta di un salto di qualità nella politica europeistica, fondato su una “pluralità di cooperazioni rinforzate” è desiderabile? E, quel che più conta, è priva di rischi?

Agli interrogativi, risponde Pasquale Ferrara, diplomatico e professore di Diplomazia e negoziato all’Università LUISS Guido Carli; egli, sullo stesso n. 3/2017 di Italianieuropei, in “Integrare le differenze. Incognite e possibilità dell’Europa plurale”, afferma che, nelle condizioni attuali dell’Unione, l’avvio di una pluralità di cooperazioni differenziate può implicare per i Paesi membri solo un “destino strutturalmente disgiunto”. A sessant’anni “dalla firma dei Trattati di Roma, è difficile stabilire se l’Unione Europea sia alla ricerca di un elisir di lunga vita o, più modestamente, di un kit di sopravvivenza”. Perché tanto scetticismo?

Ferrara sembra non avere dubbi, osservando che i problemi davanti ai quali si trova l’Europa attuale sono gli stessi che essa si sta trascinando irrisolti da anni, quali principalmente: la questione del ruolo che l’Europa deve svolgere per sostenere la crescita economica, soprattutto dei Paesi dell’Eurozona; quindi, i nodi dell’immigrazione, della sicurezza e della difesa comune, per meglio affrontare la turbolenza nelle relazioni internazionali. Si tratta di problemi, la cui soluzione avrebbe dovuto rinsaldare – sostiene Ferrara – la coesione interna tra i Paesi che compongono l’Unione, mentre invece “hanno sinora prevalso le scorciatoie sovraniste”.

Data la mancata soluzione di tutti questi problemi, non è sicuro che la riproposizione del “metodo del Direttorio” possa avere successo, in quanto la “stabilità interna” nei rapporti tra gli Stati membri dell’Unione sembra non suscitare più gli stessi entusiasmi di un tempo; per quegli Stati che dovessero essere portatori delle idee di D’Alema, ciò significherebbe che – come afferma Ferrara – per affrontare la crisi attuale del progetto europeo non basti un “processo di manutenzione ordinaria”, ma occorra una profonda ristrutturazione dell’Unione, da realizzarsi attraverso la creazione di una pluralità di cooperazioni rafforzate per realizzare una “integrazione differenziata” dei Paesi membri, che tenga conto delle potenzialità economiche di ognuno di essi, nonché delle loro particolari condizioni strutturali.

A ben riflettere, l’integrazione differenziata, da realizzarsi attraverso una pluralità di cooperazioni rafforzate, altro non è, afferma Ferrara, che “un ossimoro che segna un cambiamento radicale nella ‘narrativa’ sul processo politico europeo”; la parola integrazione, nell’ortodossia del linguaggio europeista, ha espresso sinora l’obiettivo comune che l’Europa unita doveva raggiungere, ovvero una generalizzata condivisione di sovranità. Se ora l’Europa smarrisce questo obiettivo e l’integrazione si differenzia, allora le “sue finalità non sono più necessariamente convergenti”; ciò potrà essere anche una necessità storica e politica, ma, a parere di Ferrara, non ci si potrà rallegrare di “questo esito dalle conseguenze incerte”. Se l’Europa scegliesse di perseguire un’integrazione differenziata, l’Unione si avvierebbe verso una “differenziazione integrata”; come dire che andrebbe a realizzare un’”unità nella diversità”, e con ciò, sempre secondo Ferrara, la diversità verrebbe “inserita in modo strutturale nella dinamica europea”.

La proposta di D’Alema non nasce dal nulla; essa, in realtà, non è che una riproposizione di ipotesi già avanzate nel passato, come ad esempio, quella che prospettava la creazione di un’”Europa a più velocità”, implicante una specifica forma di integrazione differenziata per il perseguimento di obiettivi comuni, guidato da un nucleo di stati forti, nell’assunto che quelli deboli potevano essere opportunamente trainati; oppure, come quella che prefigurava un’”Europa à la carte”, dove l’opzione per la forma dell’integrazione differenziata era lasciata alla libera discrezionalità dei singoli Paesi di scegliere, “come da un menù“, a quali politiche partecipare, “condividendo al contempo solo un numero minimo di obiettivi comuni”.

Nelle condizioni in cui versa attualmente l’Unione Europea, il “disallineamento” sarebbe amplificato dal fatto che con esso aumenterebbe la “complessità di una costruzione istituzionale e normativa che già appare scarsamente intelligibile, senza parlare dei problemi di governance […] e le tensioni che inevitabilmente si porrebbero”.

In conclusione, secondo Ferrara, l’integrazione differenziata, pur contribuendo a rendere più “flessibile” la governance dell’Unione, sarebbe ben lontana dal garantire la possibile soluzione dei tanti problemi che la stessa Unione si è lasciata alle spalle insoluti; una “repubblica di repubbliche” – afferma Ferrara – è “una repubblica composita”, esprimente un processo non un possibile risultato finale; si tratterebbe tra l’altro, di un processo caratterizzato dalla presenza di una pluralità di centri di poteri, che non consentirebbero di affrontare congiuntamente le questioni politiche ereditate e quelle che nel frattempo stanno emergendo. Questioni, queste che sarebbero destinate a conservare la loro natura di “forze centrifughe, […] quale che sia l’ingegneria istituzionale escogitata per superare lo stallo”.

A ciò si deve aggiungere che la direzione dell’ipotetica “pluralità di cooperazioni rinforzate”, esercitata col metodo del Direttorio espresso dalla Germania e dalla Francia, non farebbe che rafforzare le spinte centrifughe; infatti, entrambi i supposti Paesi forti dell’Unione non hanno mai manifestato, soprattutto da Maastricht in poi, di volere realmente operare per un’effettiva convergenza delle posizioni economiche dei Paesi membri dell’Eurozona: la Francia, per l’eccesso di nazionalismo che ha sempre caratterizzato la sua presenza all’interno dell’Unione; la Germania, perché pervasa dal convincimento che la stabilità dei prezzi debba fare premio su ogni altra urgenza della stessa Unione.

Gianfranco Sabattini

 

Ungheria chiede a Ue di pagare muro anti-migranti

Orban-e-junckerUna richiesta che ha sorpreso non poco l’Ue, il premier ungherese Viktor Orban ha inviato un conto di 400 milioni di euro per la costruzione di un muro che dovrebbe proteggere il confine dall’arrivo dei migranti. Ieri il viceministro ha annunciato di aver spedito il conto al presidente della Commissione europea, Jean-Claude Juncker. L’Ungheria pretende 400 milioni di euro, e cioè la metà del costo dell’opera avviata nell’autunno del 2015 quando, in piena emergenza profughi, il leader di Fidesz pensò di risolvere la questione nel modo più drastico, mentre Angela Merkel apriva le porte della Germania e chiedeva solidarietà, attirandosi l’ostilità dei partner europei dell’est.
“Se parliamo di solidarietà europea, dobbiamo parlare anche di protezione delle frontiere – ha affermato Janos Lazar, Primo Ministro ungherese – e questa solidarietà va considerata in modo pragmatico. Di conseguenza l’Ue deve partecipare ai costi”. L’Ungheria ha invece sempre avversato la politica delle “quote”, che prevede una redistribuzione dei migranti aventi diritto, in arrivo nei paesi situati alle porte dell’Unione, in tutti gli stati membri.
Anche stavolta l’Ue ha risposto in modo tollerante e pacifico alle richieste magiare: “Analizzeremo le richieste”, ma “la Commissione europea sostiene la gestione delle frontiere esterne europee, ma non finanzia barriere”. Così un portavoce della Commissione Ue a chi chiede se Bruxelles pagherà il conto da 400 milioni di euro annunciato da Orban. “Ma non si dimentichi che la solidarietà è una strada a doppio senso. Tutti gli Stati devono essere pronti a contribuire. Non è un menu ‘à la carte’ in cui si sceglie la gestione delle frontiere, e si rifiuta quando occorre rispettare le decisioni sui ricollocamenti concordati”, ha concluso il portavoce.
Il muro ungherese, circa 170 km, ultimato a maggio, consiste in una doppia recinzione in ferro spinato, dotata di sensori per intercettare chi tentasse abusivamente di superarlo, costruita lungo il confine sud del Paese, alle frontiere con Serbia e Croazia, da dove provenivano i profughi.

Schulz cerca il rilancio: più investimenti e aiutare l’Italia

schulzDa grande speranza dei socialdemocratici, a sconfitto, Martin Schulz tenta di rilanciare la propria campagna elettorale. L’obiettivo? Presentarsi come una vera alternativa alla stabilità rappresentata da Angela Merkel. Al centro della sua nuova strategia, presentata nelle ultime settimane, immigrazione, solidarietà europea e investimenti.

Man mano che si avvicina il 24 settembre, il giorno delle elezioni federali tedesche, la vittoria di Angela Merkel sembra essere sempre più scontata. Eppure, ancora a marzo, la “grande speranza” socialdemocratica, Martin Schulz, da poco ottenuta la nomina a candidato cancelliere, era riuscito a portare il proprio partito a quota 33,1%  nei sondaggi, superando di quasi un punto l’Unione CDU/CSU dell’attuale Cancelliere. Ora, però, a meno di due mesi dalle elezioni, Schulz è dato al 22%, diciotto punti in meno del 40% attribuito ad Angela Merkel.

Il tracollo nei sondaggi ha spinto la SPD e Schulz a cambiare strategia presentando un nuovo programma che vada ad attaccare Angela Merkel sul suo punto di forza: quella stabilità che, all’interno della campagna socialdemocratica, diventa il “mantenimento dello status quo” ed un freno al progresso della Germania e dell’Europa.

Quest’obiettivo, sostiene la dirigenza socialdemocratica, può essere raggiunto soltanto toccando i temi dell’immigrazione, del futuro dell’Europa e gli investimenti statali.

Immigrazione e cooperazione. Il via alla nuova fase è iniziato con un intervista domenicale al popolare quotidiano Bild am Sonntag. Qui, Martin Schulz ha apertamente criticato la contestata “apertura” ai rifugiati avviata dal Governo Merkel nell’estate del 2015, una decisione avallata, ai tempi, dalla stessa SPD.

Schulz non contesta la necessità dell’apertura, considerata dalla SPD centrale per garantire l’accesso al centro-nord Europa ai rifugiati bloccati in Italia, Spagna ed Ungheria, quanto il come il governo tedesco ha applicato la stessa: senza un previo accordo con gli stessi partner europei. Questo, argomenta il leader socialdemocratico avrebbe provocato un effetto domino, estremizzando la posizione di chiusura dei governi dell’Europa Orientali da una parte ed aggravando, dall’altra, l’emergenza in Italia, in Grecia ed in Spagna.

La visita in Italia. La soluzione migliore, dicono i vertici socialdemocratici, sarebbe un nuovo accordo di mutua solidarietà fra i partner europei. Rimangono ancora ignote le modalità, ma, alludono i vertici del partito, una bozza potrebbe essere presentata durante o dopo il viaggio di Schulz in Italia, previsto per l’ultima settimana di Luglio, in cui il possibile accordo verrà discusso col Presidente del Consiglio italiano Paolo Gentiloni.

“Non è possibile”, dice Schulz, lasciare il peso dell’accoglienza sulle spalle dell’Italia, della Spagna e della Grecia. Allo stesso tempo, non è possibile che alcuni paesi europei, argomenta sempre il candidato socialdemocratico, non è possible che alcuni paesi, ovvero Austria, Ungheria, Polonia, Slovacchia e Repubblica Ceca, si rifiutino di accettare la propria quota di rifugiati.

Per evitare questa palese violazione del principio di solidarietà interno alla UE, Schulz ha sottolineato come il suo eventuale governo voglia proporre l’introduzione di sanzioni economiche, come la sospensione dei finanziamenti europei, a quei paesi UE che si rifiutassero di accettare la propria quota di rifugiati.

“Il modo in cui Angela Merkel vuole condurre la propria politica europea rimane scandaloso”

Martin Schulz, su Merkel ed Europa

Basta fare i “professorini”. Martin Schulz è tornato alla carica di Angela Merkel lunedì, grazie ad una seconda intervista rilasciata, stavolta, al quotidiano francese Le Monde. Riprendendo il concetto di solidarietà e cooperazione, Schulz, ha dichiarato come non sia più ammissibile che la Germania e, per converso, tutto il blocco nordico (soprattutto Olanda e Finlandia) “dettino condizioni” in materia di politica-economica agli altri paesi europei.

La Francia, continua il candidato socialdemocratico, sarebbe l’esempio più recente di quanto questo tipo di approccio possa essere deleterio. Per Schulz, il Presidente francese Emmanuel Macron dovrebbe essere lasciato libero di lavorare al processo di riforma dello stato secondo modalità e tempistiche che egli ritenga più opportune e non quelle stringate indicate da Bruxelless o, peggio ancora, da Berlino.

Chiedere alla Francia, continua Schulz, di tagliare il rapporto deficit/PIL ed allo stesso tempo di riformare il mercato del lavoro, “non può che non funzionare” e, anzi, rischia di alimentare tensioni politiche e sociali, quali le proteste attualmente in atto in Francia sia a livello istituzionale – i tagli di fondi alla Forze Armate – che sociale.

La Germania, conclude Schulz, dovrebbe assumere un atteggiamento più lungimirante, soprattutto alla luce di quanto successo negli anni 90, quando a Gerhard Schröder è stato concesso di “ignorare le norme sul rapporto deficit/PIL” allo scopo di finanziare le riforme senza pesare troppo sull’apparato produttivo del paese.

“La Germania è un grande paese, ma [in Europa] potrebbe fare molto di più”

Martin Schulz, sul ruolo della Germania nella UE

Il rilancio degli investimenti. Ultimo punto del complesso programma di rilancio della candidatura di Martin Schulz, sarebbe il rilancio degli investimenti nel paese. L’obiettivo sarebbe, come scritto nel piano in dieci punti della SPD presentato a metà luglio, l’inserimento nella costituzione dell’obbligo di investire una parte del proprio surplus commerciale annuale. Questo permetterebbe il rilancio degli investimenti infrastrutturali nel paese (soprattutto scuole ed austrostrade), un settore fermo da prima della crisi finanziaria.

I nuovi fondi verrebbero poi usati per la tanto attesa digitalizzazione dell’amministrazione pubblica, punto perseguito anche dalla CDU di Angela Merkel, e per l’istituzione di un “Chancekonto”: un credito (dai 5.000 Euro iniziali fino ad un massimo di 20.000) garantito dalla stato con cui finanziare l’avviamento al lavoro o alla libera professione.

Il piano riguarda anche l’Europa, dove Schulz, sulla falsariga di Macron, vede nella costituzione di un “Ministro dell’Economia e delle Finanze” europeo, il principio su cui procedere verso una maggiore integrazione dei paesi dell’Eurozona.

In questo scenario, la Germania, continua il candidato cancelliere, potrebbe decidere di aumentare la propria contribuzione al budget comunitario, reinvestendo così parte del proprio surplus commerciale estero a livello europeo. Questo è certamente il punto più complesso e rischioso dal punto di vista elettorale per Martin Schulz, data la tradizionale refrattarietà dell’elettorato tedesco a usare i propri soldi in Europa.

Dopo il tracollo primaverile, in questa seconda, ed ultima, fase della campagna elettorale tedesca, Martin Schulz sembra aver riscoperto la propria vena europeista.

Qualora questo servirà a far cambiare idea all’elettorato tedesco, lo si vedrà alla riapertura della campagna elettorale in agosto. Quello che rimane è il messaggio di fondo, che Angela Merkel, e qualunque alleato di governo essa possa avere a Settembre, dovrebbero memorizzare: la Germania non può continuare a prosperare senza l’Europa.

Simone Bonzano

BCE, Nessuna sorpresa dal Consiglio Direttivo

BCE- viglianzaNessuna sorpresa dal Consiglio Direttivo della BCE. Con fermezza e determinazione la Banca Centrale Europea lascia invariata la politica monetaria tracciata. Come largamente previsto, i tassi d’interesse restano fermi a zero.

Più specificatamente, nella riunione odierna, la BCE ha deciso che i tassi di interesse sulle operazioni di rifinanziamento principali, sulle operazioni di rifinanziamento marginale e sui depositi presso la banca centrale rimarranno invariati rispettivamente allo 0%, allo 0,25% e al -0,40%.

Il Consiglio Direttivo si attende che i tassi di interesse di riferimento della BCE si mantengano su livelli pari a quelli attuali per un prolungato periodo di tempo e ben oltre l’orizzonte degli acquisti netti di attività.

Per quanto concerne le misure non convenzionali di politica monetaria, il Consiglio Direttivo ha confermato che intende proseguire con gli acquisti netti di attività, all’attuale ritmo mensile di 60 miliardi di euro (QE), sino alla fine di dicembre 2017 o anche oltre se necessario, e in ogni caso finché non riscontrerà un aggiustamento durevole dell’evoluzione dei prezzi, coerente con il proprio obiettivo di inflazione.

Contestualmente agli acquisti netti è reinvestito il capitale rimborsato sui titoli in scadenza nel quadro del programma di acquisto di attività. Se le prospettive diverranno meno favorevoli o se le condizioni finanziarie risulteranno incoerenti con ulteriori progressi verso un aggiustamento durevole del profilo dell’inflazione, il Consiglio direttivo è pronto a incrementare il programma in termini di entità e/o durata.
Dopo il comunicato stampa della BCE, il cambio dell’euro è sceso ai minimi della giornata di contrattazioni, mentre le borse consolidano l’andamento rialzista.

Nel primo trimestre 2017 il debito italiano è salito al 134,7%, e si conferma il più alto dell’Ue dopo la Grecia. Lo comunica Eurostat. Per l’Italia significa un aumento di 2,1 punti percentuali, rispetto al 132,6% del quarto trimestre 2016.

Per Draghi, la ripresa procede ma viene frenata da riforme lente. In proposito il Presidente della Bce ha detto: “ I rischi sulla crescita dell’ area euro sono in gran parte bilanciati, ma la ripresa che procede e’ rallentata dal lento tasso delle riforme. Poi, Mario Draghi ha anche sottolineato: “Il board della Bce ha deciso all’unanimità di non fissare una data precisa per quando considerare cambi al programma di stimoli. Il confronto al riguardo potrebbe avvenire in autunno.  Il quantitative easing proseguirà fino a quando la Bce non vedrà un sostenuto aumento dell’inflazione”. Le affermazioni del presidente della Bce, Mario Draghi, sono coerenti con la strategia già illustrata in altre circostanze per tutto il 2017.

Per il presidente della Bce:  “Dopo un periodo lungo stiamo finalmente sperimentando una ripresa robusta: ora dobbiamo aspettare che i prezzi e i salari seguano. L’area euro ha ancora bisogno di stimoli perché l’ultima cosa che la Bce vuole sono condizioni finanziarie stringenti. L’inflazione non è dove vorremmo e dove dovrebbe essere. Sull’inflazione ancora non ci siamo: la Bce deve essere tenace, paziente e prudente.  Un sostanziale grado di politica monetaria accomodante e’ ancora necessario per favorire una ripresa dell’inflazione”.

Oltre alla lentezza delle riforme necessarie a rendere più efficiente il funzionamento degli apparati della pubblica amministrazione, un altro elemento frenante le aspettative della BCE è la robotizzazione dei processi produttivi che rallenta la crescita occupazionale e frena la domanda. Il fenomeno dell’automazione dei processi produttivi, non è riportato nel comunicato della BCE.

Salvatore Rondello

REMAKE EUROPEO

Padoan-Dijsselbloem (1)

Ancora scontro con Ue, Renzi ‘film visto, vinceremo’. “Un film già visto, ma vinceremo la partita” afferma il segretario del Pd, Matteo Renzi che non si lascia scomporre dal muro innalzato dall’Ue alla sua proposta sul deficit, forte anche del pieno appoggio che arriva dal ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. È dunque ancora teso il clima tra Renzi e Bruxelles: al centro dello scontro le politiche economiche dell’Unione europea e il Fiscal compact, con i rigidi paletti imposti sul deficit.

“Chiunque sarà presidente del Consiglio – afferma Renzi – la mia proposta” di superamento del fiscal compact e ritorno ai parametri di Maastricht con il deficit al 2,9% “sarà presa in considerazione. È importante che altri partiti e le altre forze politiche italiane capiscano che non è solo la proposta del Pd e di Renzi ma serve agli italiani: se potessimo con la riduzione del debito avere un margine di 30 miliardi, potremmo allargare la platea degli 80 euro, o introdurre l’assegno universale per i figli. Intervenire sui figli, sul
costo del lavoro, sul ceto medio si può fare se si abbassano 30miliardi di tasse”. Per Renzi “questa idea funziona e sono convinto che anche altri partii, dalla destra alla sinistra, dovrebbero prenderla in considerazione”.

Anche il ministro dell’Agricoltura e numero due del Pd, Maurizio Martina, fa quadrato attorno a Renzi, e stigmatizza la bocciatura di Dijsselbloem alla proposta di Renzi di portare il limite del deficit al 2,9%: “Io non accetto semplificazioni, le proposte vanno lette. No a semplificazioni di un ragionamento serio, noi vogliamo costruire delle proposte che impegnino il Paese per i prossimi cinque anni. Proviamo a ragionare su come attraverso il debito possiamo creare crescita”.

Per il Psi il la priorità è il rientro dal debito: “Gli atteggiamenti sprezzanti e di ostentata sufficienza – afferma Federico Parea, responsabile economico del Partito – con cui il presidente della Commissione Juncker e il presidente dell’Eurogruppo Dijsselbloem hanno reagito alle proposte di Renzi in materia di fiscal compact non aiutano né la riflessione su temi così importanti né, aspetto forse anche più delicato, l’autorevolezza delle istituzioni che essi rappresentano”. “Quanto al merito della discussione stimolata dal segretario del Pd – continua Parea -, vincoli o non vincoli di bilancio, i socialisti sono aperti al confronto su ogni misura sia in grado di ridare slancio al sistema produttivo nazionale e sostanza ai redditi degli italiani” . “A noi risulta comunque evidente che – conclude Parea – ogni riflessione in materia di conti pubblici non possa aprirsi se non affrontando con rigore l’urgenza del rientro dal debito pubblico”.

Il segretario del Pd difende la proposta e attraverso i social network rilancia: ridurre il debito pubblico e tornare ai criteri di Maastricht “è una scelta, alla quale stiamo lavorando da anni. Non è una trovata last minute, può essere realizzata solo se l’Italia è forte, con un governo di legislatura davanti. Vantaggi: una riduzione di almeno trenta miliardi di tasse, da decidere in modo intelligente e selettivo per continuare il lavoro iniziato con la flessibilità. Nei fatti questa operazione è il secondo tempo della battaglia sulla flessibilità. E fateci caso: le reazioni degli europei sono le stesse, identiche anche nelle parole, alle reazioni di tre anni fa”. “Quando iniziammo a parlare di flessibilità tutti ci guardarono come fossimo pazzi. Tutti ci dissero: sarà impossibile, è contro le regole. Eppure l’Italia ce l’ha fatta, abbiamo ottenuto il risultato. Ce la faremo anche stavolta, amici”, è la convinzione di Renzi, che rimarca: “Essere europeisti non significa dire sempre sì a tutto quello che chiedono da Bruxelles, ma fare proposte a cominciare dagli investimenti in ricerca, dal servizio civile per giovani europei, dagli eurobond, dall’elezione diretta del Presidente della Commissione”.

Il ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, è “pienamente d’accordo con l’idea che il debito si abbatte con la crescita e che lo spazio fiscale che ogni paese ha a disposizione sia usato per decidere quali sono le misure che sostengono la crescita meglio di altre”. Per il titolare del dicastero di via XX Settembre mantenere il deficit al 2,9% per cinque anni “è una cosa che riguarda la prossima legislatura: l’attuale governo proporrà una legge di bilancio per il 2018 in coerenza con quanto già definito nel Def”.

“La nostra base di lavoro è il programma di stabilità presentato dal governo italiano, cioè il Documento di Economia e Finanza”, è la gelida replica del vicepresidente della Commissione, Valdis Dombrovskis, rifiutandosi di commentare la proposta di Matteo Renzi. “Stiamo lavorando con il governo italiano, il suo primo ministro e il ministro Padoan”. Il Def “è quel che forma la base del nostro lavoro e servirà per la nostra valutazione dei progressi dell’Italia”, ha spiegato Dombrovskis. Padoan ha anche difeso la scelta della “coerenza” per il 2018: “Questo governo – ha detto – produrrà una legge di bilancio in coerenza con quello che è stato fatto per la semplice ragione che, a mio avviso, quello che è stato fatto va nella direzione giusta in termini di più crescita e meno debito”.

Ma sulla specifica proposta dell’ex premier Matteo Renzi, di mantenere il deficit al 2,9% per cinque anni in chiave espansiva, il ministro, incalzato dalle domande, non ha voluto rispondere. “Questo non mi riguarda – ha sbottato – mi state chiedendo un commento su un giudizio espresso esternamente al governo” e che riguarda la prossima legislatura, come aveva già detto ieri: “La mia risposta è del tutto evidente: se è la prossima legislatura, non è questa”.

Turchia. Locatelli:
“Una marcia per i diritti”

turchia marcia1“È stato uno di quegli eventi che fanno la storia. Era importante esserci per dimostrare solidarietà e vicinanza ai cittadini e alle cittadine turche nella loro lotta per la giustizia”. Pia Locatelli, capogruppo del PSI e presidente del comitato Diritti umani della Camera, è appena tornata da Istanbul dove ha partecipato all’ultima tappa della marcia di 450 chilometri che domenica è arrivata nel distretto Malpete dove si trova la prigione nella quale è detenuto uno dei deputati del CHP Partito Repubblicano del Popolo, Enis Berberoglu, condannato a metà giugno a 25 anni di prigione per aver diffuso un video sui servizi.
La marcia, partita il 15 giugno da Ankara per iniziativa del leader del CHP, Kemal Kilicdaroglu, ha visto la partecipazione centinaia di migliaia di persone che con il passare dei giorni si sono unite alla manifestazione. “Che nessuno pensi che questa sarà l’ultima marcia: il 9 luglio segna il giorno della rinascita”, ha detto Kilicdaroglu a conclusione della manifestazione davanti al carcere di Malpete. “Abbiamo marciato – ha aggiunto – per la giustizia, per i diritti degli oppressi, per i deputati e per i giornalisti in carcere, per i professori universitari licenziati, abbiamo marciato per denunciare che il potere giudiziario e sotto il monopolio dell’esecutivo, abbiamo marciato perché ci opponiamo al regime di un solo uomo. Romperemo i muri della paura”.

Pia Locatelli

Pia Locatelli

I giornali italiani, che hanno dedicato pochissimo spazio alla marcia, parlano di manifestazione contro Erdogan. Secondo te il presidente turco ne esce indebolito?
Gli inviati dei media italiani a Istanbul erano pochissimi e quindi tanti hanno commentato l’evento da lontano. È chiaro che dalle redazioni era impossibile capire il coinvolgimento della manifestazione: bisognava esserci. Non era affatto una marcia “contro” ma una marcia “per”, così come non era la marcia di un partito dell’opposizione ma una marcia di tutti e aperta a tutti, anche a chi non ne condivideva lo spirito. Erdogan, dopo i risultati del referendum, vinto grazie ai brogli, sta perdendo progressivamente il consenso popolare che lo ha sostenuto negli ultimi anni, questa manifestazione è stato un forte segnale da parte di una fetta della popolazione che non vuole rinunciare alla giustizia, ai diritti e alla democrazia. Io sono convinta, e credo di aver ragione, che si sia trattato di un importante passo verso il cambiamento.

Chi erano le persone che partecipavano alla marcia e quale era il clima?
C’era veramente gente di tutti i tipi, dai militanti del Partito Repubblicano del Popolo, alle persone comuni che si sono aggregate alla marcia spontaneamente. Tanti giovani, ma anche anziani, donne con bambini. Non c’era nessuna tensione o paura, ma un clima gioioso, come a una grande festa. Kilicdaroglu si era raccomandato di essere accoglienti, di non rispondere alle provocazioni e nonostante l’imponente dispiegamento delle forze di polizia non c’è stato nessun incidente.

In molti erano convinti che Erdogan avrebbe bloccato la marcia, procedendo ad arresti di esponenti delle opposizioni, così come ha fatto dopo il fallito colpo di Stato dello scorso anno. Questo però non è avvenuto.
Erdogan non è uno stupido, ha preferito tollerare la manifestazione contando sul fatto che tutti i media nazionali che sostengono il governo (gli altri sono stati messi a tacere) l’avrebbero ignorata. Non poteva invece rischiare un’azione di forza che avrebbe scatenato l’indignazione della comunità sia nazionale sia internazionale.

A questo proposito qual è stata la partecipazione da parte dei partiti socialisti europei alla manifestazione?
Non era una manifestazione rivolta ai partiti, ma una manifestazione della gente. Io stessa ho partecipato da cittadina europea alla marcia, certo l’ho fatto anche come socialista e come presidente del comitato Diritti umani, ma lo spirito era proprio quello di non avere sigle di partito. Non è vero, invece, che non c’è stata attenzione internazionale. Penso all’adesione di Luis Ayala, Segretario Generale dell’Internazionale Socialista, alle manifestazioni di solidarietà che si sono svolte a Parigi, a Lione e a New York, all’appello che ha mandato il PSE a tutti i partiti aderenti per partecipare alla manifestazione.

La marcia si è conclusa proprio all’indomani dell’approvazione da parte del Parlamento europeo di una risoluzione e che chiede la sospensione dei negoziati per l’adesione della Turchia alla Ue. È la strada giusta per fare pressioni su Erdogan?
No, io credo sia un grandissimo errore. Già quando ero stata in Turchia nel novembre scorso con una missione del PSE ci avevano chiesto con forza di non sospendere i negoziati. Questa posizione isola la Turchia e lascia mani libere a Erdogan peggiorando la situazione dello Stato di diritto dei diritti umani. La nostra posizione di netta condanna nei confronti del governo, non deve comunque mettere fine al dialogo e i negoziati. Dobbiamo o essere allo stesso tempo fermi e dialoganti, non smettere di denunciare le violazioni dello Stato di diritto, ma la nostra reazione deve scongiurare ogni ulteriore peggioramento.

Che sensazioni hai per il futuro della Turchia dopo il successo di questa manifestazione?
Sento che si è imboccata una strada nuova. Il tentativo di mettere l’opposizione a tacere non è riuscito, sento che c’è la possibilità e la speranza di cambiare le cose.

Il passato che non serve

Qualche cosa non va. In Europa nessuno si meraviglia che i paesi del nord accettano i rifiuti di alcune regioni italiane poco virtuose. Li pigliano tal quali senza altro dire, tranne il pagamento del servizio. Invece se si tratta di persone, no, nessuno li vuole. Siamo nella strana condizione per cui il “rifiuto” lo scarto del vivere è “accettabile”, la richiesta di “umana speranza” non è neanche possibile. Esiste l’idea di uno “scarto” umano che fa regredire. Gli austriaci, ad un certo punto, hanno annunciato l’invio di blindati al confine con l’Italia, non contro blindati stranieri ma contro uomini inermi, contro ragazzi. Poi sono tornati sui loro passi, ma la gravità è averlo pensato.

La paura genera un problema che monta su se stesso e fa fragile l’idea stessa di Europa. A Parigi Macron, visto da una certa sinistra italiana che si dice riformista ma odia il riformismo, riapre la reggia di Versailles, torna ai borboni. Confini chiusi, riscoperta di simboli vecchi e i rifiuti accettabili ma gli uomini no. Cosa accade? Accade che c’è qualcosa che non va pezzi di convivenza saltati, i porti italiani sono “aperti” gli altri no, vanno tenuti puliti. Versailles deve restare immacolata, grande, ma grande di una monarchia assoluta che non ci può più essere, Macron non era un opzione “riformista”. In Austria si chiudono in una “felicità” danubiana che fa il paio con i muri ungheresi. Cerchiamo di fermare il tempo, siamo al regresso. Noi socialisti siamo internazionalisti, ci stanno strette anche le regioni, ma ci stanno strette le strettoie della paura, e l’ipocrisia di far finta. Sugli immigrati si giocano due partite: una apparente, buoni cattivi ad uso di una opinione pubblica che “si fa cattiva”; l’altra è l’idea di una “salvezza” egoistica nella riproposizione del passato, il giglio di Francia e la dolcezza del Danubio, due anacronismi.

La soluzione? Nell’immediato la condivisione dei flussi in una Europa ” gia piccola” se unità (la sola Francia, seppur gigliata, e la sola Austria seppur blindata, sono niente nel mondo), nel medio lungo periodo con la “redistribuzione delle ricchezze tra nord e sud del mondo”. Quest’ultima idea strategica dei socialisti dagli anni ’80 del secolo scorso. L’alternativa? La paura che ripresenta antichi mostri.

Sonia Gradilone
Responsabile nazionale immigrazione Psi

Ius soli, slitta esame. Minniti: “Impegno Ue scarso”

minniti 4Era tutto pronto per oggi, ma alla fine l’iter sullo ius soli in Aula al Senato slitta alla prossima settimana. Non vi era in effetti momento peggiore per discuterne dopo l’attrito con l’Europa sulla redistribuzione e i continui sbarchi che rischiano solo di aizzare ancora di più le polemiche. La discussione generale sul provvedimento sul cosiddetto “ius soli”, cioè il diritto a diventare cittadini per coloro che nascano in Italia, anche se da genitori stranieri, non riuscirà ad arrivare in aula oggi pomeriggio come previsto. A rallentare l’iter, il percorso ad ostacoli del codice Antimafia che – sempre nelle previsioni – doveva essere approvato già entro la mattinata e invece così non è stato per problemi di una norma ‘sbagliata’ relativa alle coperture finanziarie. Questo intoppo ha fatto slittare il prosieguo dell’esame del codice Antimafia alle 16.30 e non è neppure scontato che questo provvedimento venga approvato entro oggi. A seguire, tra l’altro, c’è l’esame del ddl che prevede il trasferimento del comune di Sappada dal Veneto al Friuli Venezia Giulia. Quindi, solo al terzo punto ci sarebbe lo Ius soli. Ma oggi, alle 18.30, il ministro dell’Interno Marco Minniti terrà l’informativa urgente sulla gestione degli sbarchi di migranti nei porti italiani. Per questo, lo Ius soli è destinato ad arrivare all’attenzione dell’Assemblea soltanto la prossima settimana.

Proprio sull’impegno italiano e la disattenzione europea nella questione migranti ha posto l’accento il Viminale. Il ministro dell’Interno Marco Minniti ha sottolineato, intervenendo alla Camera, la “sproporzione evidente tra quello che si è investito nella rotta balcanica e quello che si sta investendo oggi per il Mediterraneo centrale. Una sproporzione a mio avviso ingiustificata”.

L’impegno della Ue per la gestione del fenomeno migratorio “è insufficiente punto di vista finanziario” e “c’è bisogno di un impegno diretto dei singoli Stati membri”. “Il 94% delle persone salvate vengono dalla Libia, ma non c’è un libico, lì va affrontato il problema”. Lo ha detto il ministro dell’Interno, Marco Minniti, in un’informativa alla Camera. “È importante, molto importante, che l’Ue, Francia e Germania abbiano deciso di rafforzare con noi il loro impegno in Libia”, ha aggiunto e ha puntato ancora il dito contro l’Ue: “L’Italia ha dato magnifica prova di accoglienza” dei profughi in fuga dalle coste africane, perché questo “è nel nostro Dna”. Ma, ha aggiunto, “non si può separare la salvezza in mare dalla terra di accoglienza: senza la terra che accoglie la salvezza è solo temporanea”. Per il ministro infatti “è impossibile pensare che la salvezza sia opera di molti paesi, e l’accoglienza sia affidata ad un solo”, come l’Italia. Da Minniti è arrivato quindi un appello perché i Paesi partner riscoprano “l’etica della responsabilità: l’Europa che non comprende questo è un’Europa che rischia di perdere un pezzo importante di se stessa”.

Sulle comunicazioni di Minniti è intervenuta la capogruppo socialista alla Camera Pia Locatelli: “Ho sentito molte critiche dentro e fuori quest’Aula alle misure messe a punto con la Commissione europea che verranno discusse nel prossimo vertice di Tallin. E’ stato detto che la UE ci volge le spalle, che abbiamo sbagliato e che sbagliamo a salvare vite umane e a raccogliere per mare i disperati che scappano a situazioni drammatiche, che le nostre politiche di accoglienza e il lavoro delle ONG hanno incentivato gli sbarchi, che il piano Ue ‘è una ridicola presa in giro’. E’ singolare che questo avvenga proprio quando qualcosa comincia a muoversi; quando si inizia a porre le basi per europeizzare i flussi migratori”.