PIÙ EUROPA

Giovani europei

È soprattutto merito del trattato fatto dall’Italia con la Libia che, finalmente, sono venute alla luce le problematiche relative alle gravi violazioni di diritti umani sui migranti in Libia. Lo dice il presidente del Consiglio Paolo Gentiloni che, al Senato per le sue comunicazioni in vista del Consiglio europeo, respinge le critiche rivolte da alcune parti all’Italia sul trattato firmato col governo di Tripoli per il pattugliamento delle coste. E spiega che anzi “è grazie al nostro accordo che oggi le organizzazioni internazionali hanno potuto svelare certe situazioni, e organizzare i rimpatri volontari assistiti”. Più in generale, secondo il premier sulle politiche migratorie “il punto di partenza è che l’Italia non da oggi si presenta con le carte in regola e a testa alta, per via dei risultati che abbiamo ottenuto in questo periodo. Se ci fosse una epidemia di onestà intellettuale lo riconoscerebbero tutti i Paesi: gli arrivi si sono ridotti su base annua del 33% e negli ultimi 5 mesi del 63%, che significa una riduzione di 80mila unità. Non grazie alla bacchetta magica ma a uno straordinario lavoro del governo”.

Il premier non ha parlato solo di immigrazione. Molti i temi toccati nel suo intervento. Il prossimo Consiglio europeo dovrà anche ratificare la conclusione della prima parte dei negoziato con la Gran Bretagna: “A un anno dal referendum sulla Brexit, dobbiamo dire che i problemi rilevanti sono stati più che altro per il Regno Unito – spiega Gentiloni – Era l’apice di una fase di crisi, è stato il suono del risveglio per l’Unione Europea. Non mi pare che dopo il referendum siano proliferate le voglie di scissione, tutt’altro. I negoziati hanno raggiunto progressi soddisfacenti”. Che sono poi questi: “Sulla questione irlandese si è arrivati a una scelta che non prevede l’esistenza di confini tra Belfast e il resto del Regno Uniti, si è risolta con soddisfazione la questione delle somme dovute dalla Gran Bretagna per il bilancio dell’Unione Europea. In terzo luogo si è risolta la questione dello status dei cittadini comunitari che risiedono nel Regno Unito riconoscendone i diritti acquisiti”. Ma la partita non è finita qui. “Bisogna tuttavia essere consapevoli che la seconda parte dei negoziati sarà più complicata. Noi dobbiamo porci in maniera amichevoli verso questa trattative, sapendo che un ‘no deal’ sarebbe una opzione del tutto negativa sia per l’Europa che per la Gran Bretagna”.

Gentiloni ha parlato anche di ambizioni. Quelle legittime di ogni Paese e in particolare italiane ma soprattutto europee che non devono essere deluse. “L’Italia – ha detto – ha tutto l’interesse ad evitare un 2018 in cui le prospettive, le ambizioni degli ultimi mesi finiscano per essere delusi. Per questo è importante che si vada a queste discussioni con propositi e idee piuttosto risoluti”. Un 2018 cruciale, il momento, lo ha definito, dei passi concreti. “La posta in gioco è particolarmente alta” ha detto, perché, dopo gli ultimi due anni che hanno visto prima il “doppio shock” della Brexit e delle elezioni americane e dopo il 2017 che è stato l’anno “della risposta e ripresa della speranza”, ora “siamo alla vigilia di un anno che può rivelarsi decisivo: alla fine si vedrà se dal risveglio europeista” si “passerà alla fase dei passi concreti oppure se saremo condannati a un anno di surplace a causa della durata della formazione del governo tedesco o della mancanza di determinazione e coraggio da parte dei governi”.

Un punto essenziale la cui discussione si trascina da anni è quello della doppia velocità. “La cooperazione rafforzata sulla difesa – ha affermato il premier – è un primo passo incoraggiante e riguarda un certo numero di Paesi, non tutti i 27”, ponendosi come “prima, significativa traduzione in pratica del principio che, nella famiglia dei 27, è possibile, anzi a volte necessario, che ci siano livelli di integrazione diversa”. E sulla crescita si è detto ottimista: “Siamo ancora sotto la media europea di crescita nel 2017. Ma il rapporto dell’Ocse parla di velocità, di ritmo di questa crescita. Ed è una condizione incoraggiante, se lavoriamo bene”.

Per i socialisti è intervenuta in Aula la presidente del gruppo del Psi Pia Locatelli. La Commissione europea ha varato cinque progetti “per il completamento della Unione economica e monetaria” tra cui in prima battuta, l’inserimento del fiscal compact nei Trattati, poi nel diritto europeo. La delegazione dei Socialisti e Democratici al Parlamento europeo ha considerato dannosa questa iniziativa. Sul tema il Presidente del Consiglio, ha affermato qualche giorno fa che l’Unione Monetaria “deve mirare a più crescita e convergenza”, cauto nella forma, ma pronunciando sostanzialmente un No alle politiche di austerità e quindi, a parere dei socialisti, anche all’iniziativa della Commissione. Mentre è giusta la strada imboccata sulla Difesa Comune Europea, l’inserimento del fiscal compact nei Trattati rafforzerebbe i poteri già eccessivi, della Commissione, poteri regolatorio-amministrativo-burocratici che le danno il controllo dell’agenda di Bruxelles. Per i socialisti “il nostro debito pubblico condiziona, anche in prospettiva, la nostra capacità di incidere sull’agenda politica di Bruxelles, ma non si può continuare a realizzare il progetto europeo a compartimenti stagni, implementando sempre solo quello economico-finanziario e non quello politico”. Infine una questione di rappresentanza democratica. Le linee di sviluppo economico non possono essere determinate da istituzioni che non hanno una legittimazione democratica attraverso il voto. Questo allarga il fossato fra i cittadini e istituzioni e non ci difende dalle pulsioni nazionalistiche e populiste.

Migranti, Amnesty attacca l’Europa: complici degli abusi

ITALY-IMMIGRATION-REFUGEES-RESCUEAmnesty International accusa i leader europei, e soprattutto l’Italia, di essere consapevolmente complici dello sfruttamento e delle torture che decine di migliaia di migranti subiscono in Libia da parte della guardia costiera sostenuta e addestrata dall’Ue e di coloro che gestiscono i campi di detenzione. L’organizzazione ha diffuso un lungo rapporto intitolato ‘Libia: un oscuro intreccio di collusione’, che descrive come i governi europei, pur di bloccare gli arrivi, con gli accordi culminati nel Memorandum d’intesa del febbraio 2017 tra Italia e Libia e adottato il giorno dopo a Malta dall’Ue, stiano attivamente sostenendo un ramificato sistema di violenza. Amnesty ricorda che quasi mezzo milione di persone è riuscito a raggiungere l’Europa negli ultimi tre anni, mentre più di 10mila sono morte nel viaggio e altre 500mila sono bloccate in Libia.

Qui subiscono “terribili abusi”, su cui i riflettori si sono di recente accesi quando Cnn ha diffuso un video che mostra un moderno mercato di schiavi: uomini vengono battuti all’asta e comprati dal miglior offerente. Ma i migranti subiscono anche violazioni “da parte di ufficiali e forze di sicurezza libici”, gruppi armati e gang criminali, ricorda Amnesty, e “tortura, maltrattamenti e detenzione arbitraria in condizioni spaventose, estorsione, lavoro forzato e uccisioni per mano di autorità libiche, milizie e trafficanti”.

In questo contesto, l’organizzazione ha indagato sul ruolo delle autorità europee. “Le scoperte – si legge nel rapporto – hanno fatto luce sulle responsabilità europee, mostrando come l’Ue e i suoi Stati membri, l’Italia in particolare, abbiano perseguito il loro obiettivo di limitare il flusso di rifugiati e migranti nel Mediterraneo, con poco pensiero” per “le conseguenze su chi è rimasto quindi intrappolato in Libia”. Gli Stati del blocco comunitario, secondo Amnesty, “sono entrati in una serie di accordi cooperazione con le autorità libiche responsabili di gravi violazioni dei diritti umani”. E le loro azioni, sottolinea, “hanno avuto successo: il numero di arrivi in Italia è calato del 67% tra luglio e novembre 2017”, “ma i Paesi Ue non dovrebbero fingere schock o sdegno per il costo umano”. “Non possono sostenere in modo credibile di non essere a conoscenza delle grave violazioni commesse da alcuni responsabili della detenzione e della Guardia costiera libica con cui stanno assiduamente collaborando”, né “di aver insistito su meccanismi e garanzie sui diritti da parte delle autorità libiche perché in realtà non lo hanno fatto”. Quindi, conclude, “sono complici in questi abusi”.

Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni (Oim), alla fine di settembre i migranti bloccati in Libia erano 416.556, ma per molte stime il numero sarebbe in realtà molto più alto. Inoltre, altre stime quantificano in 20mila le persone rinchiuse nei centri di detenzione gestiti dalla divisione Dcim del ministero dell’Interno. Altre migliaia sono però imprigionate da gang criminali e milizie, sottoposti a ricatti, estorsione, tortura e violenze, anche sessuali. “In etrambi i casi, le persone sono detenute in modo illegale”, specifica Amnesty International, ricordando che molti centri detentivi restano off-limit per le agenzie internazionali, che quando sono ammesse lo sono soltanto su base occasionale. A proposito dei soccorsi in mare, l’organizzazione sottolinea che “la Guardia costiera libica è stata responsabile di vari incidenti che hanno messo in pericolo la vita dei migranti e degli operatori delle ong in mare”. Tra essi, ricorda il caso della nave Aquarius del maggio 2017, quando l’azione dei libici “causò il panico” e spinse 60 persone a gettarsi in acqua. Più di recente, il 6 novembre scorso, quello della nave Sea-Watch 3, testimoniata da un video e dai volontari che lo hanno esposto alle autorità italiane ed europee. L’intervento dei libici ha contribuito a un bilancio di cinque morti accertati e 50 persone scomparse. “La nave della Guardia costiera libica responsabile dell’incidente sembra essere Ras Jadir, una delle navi Classe Bigliani donate dall’Italia alle autorità libiche”, sottolinea Amnesty. L’Italia, aggiunge, “per garantire che la Guardia costiera libica sia il primo attore a intercettare i migranti e li riporti in Libia, ha anche agito per limitare il lavoro delle ong che conducono operazioni di soccorso in mare, di nuovo con il sostegno di altri governi e istituzioni Ue”.”Aiutando le autorità libiche a intrappolare le persone in Libia senza chiedere che pongano fine alle sistematiche violenze contro rifugiati e migranti o come minimo che riconoscano l’esistenza dei rifugiati, i governi europei stanno mostrando quale sia la loro reale priorità: la chiusura della rotta del Mediterraneo centrale, con poco riguardo per la sofferenza che ne deriva”, ha sottolineato John Dalhuisen, direttore di Amnesty per l’Europa. “I governi europei devono ripensare la cooperazione con la Libia” e “consentire l’ingresso in Europa attraverso percorsi legali, anche attraverso il reinsediamento di decine di migliaia di rifugiati”, “devono insistere che le autorità libiche pongano fine all’arresto e alla detenzione di natura arbitraria di rifugiati e migranti, rilascino tutti i cittadini stranieri che si trovano nei centri di detenzione e consentano piena operatività all’Alto commissariato Onu per i rifugiati”, ha concluso Dalhuisen.

Luigi Grassi

La governance unitaria dell’area euro pilastro della crescita inclusiva

europa

Dopo le celebrazioni dei sessant’anni dell’UE, celebrate a Roma nel marzo scorso, è stato rilanciato l’antico tema dell’Europa a più velocità, presentato ora nella forma di “pluralità di cooperazioni rafforzate”, o di “integrazione differenziata”. Queste formule, ancora più che nel passato, sono proposte oggi al fine di favorire la convergenza dei sistemi economici dei Paesi membri, considerata strumentale rispetto alla ripresa del processo di unificazione politica dell’Europa.

Le formule, al di là del proposito condivisibile che esse si prefiggono, ovvero di porre in cima all’agenda delle Istituzioni europee la ripresa accelerata del processo di unificazione che la Grande Recessione ha quasi completamente interrotto, esprimono, però, un concetto ossimorico; nel senso che esse contengono intrinsecamente una contraddizione, al pari di quella un tempo espressa dal leader comunista Palmiro Togliatti nella forma di “unità nella diversità”, con la quale egli riteneva che il suo partito, pur continuando a rimanere ancorato al “centralismo democratico”, dovesse cominciare a sentire l’esigenza di rendere visibili quelle che, al suo interno, erano le diverse sensibilità e opzioni politiche.

Si deve, però, tenere presente che il motto “unità nella diversità” appartiene, si può dire, al DNA dell’Unione Europea; oggi, pur modificato in “uniti nella diversità”, il motto è scritto nella bozza della Costituzione europea, apparendo anche nei siti web ufficiali dell’Unione. Inoltre, il motto è adottato da molti Paesi per esprimere la loro unità. Tuttavia, un conto è adottare il motto per comunicare un ideale condiviso, un altro conto è adottarlo come “stella polare” delle decisioni politiche dei Paesi membri dell’Unione, al fine di perseguire la convergenza sul piano economico ed eliminare le differenza esistenti tra i Paesi membri, che sinora, già da prima dell’inizio della crisi iniziata nel 2007/2008, ha fatto segnare il passo al processo di unificazione politica dell’Europa.

Paolo Guerrieri, economista dell’Università “La Sapienza” di Roma, in “La governance dell’area euro: un passaggio cruciale per l’Europa a diverse velocità” (“Italianieuropei, n. 3/2017), affronta l’argomento in una prospettiva diversa da quella che sembra essere quella prevalente; nel senso che, egli, a differenza di chi sceglie la via della diversità per suggerire l’opportunità di una leadership europea assegnata a un “Direttorio” espresso dai Paesi economicamente “più forti”, oppure per indicare i settori specifici che potrebbero essere oggetto di politiche differenziate, Guerrieri, al contrario, afferma che è responsabilità collettiva di tutti i Paesi dell’Eurozona affrontare il problema delle differenti situazioni economiche tra loro esistenti.

Guerrieri sottolinea che, in parte, un’Europa a più velocità esprime una situazione che di fatto già esiste; basti pensare alla diverse situazioni che sono nate all’interno del contesto dell’Unione Europea, a seguito della rinuncia di un dato Paese ad adottare una certa regola decisa dall’Unione stessa. In generale, il diritto dell’Unione europea è valido in tutti i Paesi membri dell’UE; in alcuni casi però gli Stati membri hanno negoziato degli “opt-out” dalla legislazione o dai trattati dell’Unione, ovvero hanno rinunciano a partecipare alle strutture comuni in un determinato campo (è il caso, dopo l’uscita dall’Unione del Regno Unito, di Danimarca, Irlanda, Polonia e Svezia).

Pur essendo diverse le materie riguardo alle quali i Paesi membri possono trovare ulteriori compromessi implicanti situazioni differenziate, nessun compromesso, implicante “velocità differenziate”, è possibile raggiungere riguardo “ai temi dell’economia europea e della governance dell’area euro”; ciò, perché, a parere di Guerrieri, non è possibile “dividere in due l’area euro, arrivando a creare due monete, un euro di serie A e un altro di serie B […]. Qualunque rilancio dell’area dell’euro potrà avvenire solo garantendone la coesione interna. […] Se è vero che con la moneta unica si è fatto un passo decisivo vero l’integrazione dell’Europa, è altrettanto vero che ora occorre fare un passo successivo, quello del completamento dell’Unione Monetaria Europea”. Obiettivo, questo, prioritario, se si vuole, previa rimozione delle differenze economiche esistenti tra i Paesi dell’Eurozona, riprendere il tanto agognato processo di unificazione politica dell’Europa.

Il completamento dell’unione monetaria, infatti, consentirebbe, non solo di dotare l’Europa di una maggiore “resilienza dell’Eurozona”, cioè di una maggiore capacità delle economie europee di resistere ai fenomeni destabilizzanti provenienti dal suo esterno, ma anche, da un lato, di sostenere una crescita comune e, dall’altro lato, di rendere tale crescita “inclusiva”, cioè a vantaggio di tutti (inclusi i Paesi estranei all’euro, ma facenti parte dell’Unione), non solo di pochi.

Per il completamento dell’unione monetaria – afferma Guerrieri – è soprattutto necessario varare e completare le misure idonee a “diminuire la fragilità dell’area euro”, al fine di evitare che, nel caso di una nuova crisi finanziaria, sul tipo di quella della quale l’Europa sta ancora subendo gli effetti negativi, sia attrezzata per affrontarla. A tal fine, si tratta, soprattutto, per un verso, di completare la riforma bancaria e, per un altro verso, di disciplinare a livello europeo il processo di indebitamento degli Stati, nonché di rafforzare, sempre a livello europeo, il meccanismo di stabilizzazione.

Il completamento della riforma bancaria rappresenterà l’indispensabile complemento dell’Unione Economica e Monetaria e del mercato interno; essa consentirà di rafforzare la capacità del settore bancario europeo di resistere agli shock, di migliorare la gestione del rischio e di garantire normali attività di prestito anche durante i periodi di instabilità economica. A tal fine, l’Unione europea ha adottato una serie di direttive comuni, tra le quella spiccano quelle relative al regolamento sui requisiti patrimoniali delle banche; al rafforzamento dei sistemi di vigilanza sugli istituti di credito, che riunirà in capo alla Banca Centrale Europea il controllo dell’intero settore bancario; al risanamento degli enti creditizi in dissesto, con la costituzione di un fondo di risoluzione comune, finanziato dal settore bancario. In fine, la Commissione europea ha proposto l’istituzione di un sistema unico di garanzia dei depositi, che dovrà condurre gradualmente ad un sistema di condivisione piena dei rischi connessi ai depositi bancari, attraverso la creazione di un fondo comune, obbligatorio per tutti i Paesi della zona euro, ugualmente finanziato dal sistema bancario.

Riguardo alle modalità attraverso le quali completare l’Unione bancaria, esistono però dei contrasti che Guerrieri riassume nella contrapposizione tra le tesi di alcuni Paesi, quali la Germania ed altri Paesi del Nord dell’Europa, che sostengono la necessità di una riduzione dei rischi connessi ai debiti sovrani di alcuni Paesi del Sud dell’Europa, ed altri membri dell’Eurozona, tra i quali l’Italia, i quali ritengono che riduzione e condivisione dei rischi costituiscano “due processi da portare avanti in parallelo”; la contrapposizione evidenzia che, per la prima categoria di Paesi (in particolare per la Germania), “per rafforzare la stabilità finanziaria si dovrebbero prevedere in primo luogo misure per limitare l’esposizione dei sistemi bancari dei singoli Paesi nei confronti dei possibili default del debito sovrano”. Al riguardo, a parere di Guerrieri, malgrado la persistenza delle posizioni contrapposte, esistono reali possibilità di un compromesso tra le posizione dei due gruppi di Paesi che, peraltro, si sono sempre “scontrati” sul tentativo di pervenire al possibile compromesso.

L’unione monetaria dovrebbe inoltre essere supportata da una riforma della governance dell’area dell’euro, finalizzata a promuovere la crescita e a contrastare le “divergenti performance” esistenti tra i Paesi membri dell’Eurozona. La crescita dei Paesi dell’intera area, dopo una prolungata fase di ristagno, ha ripreso a manifestarsi e a consolidarsi, sia pure secondo ritmi differenti; essa però – afferma Guerrieri – “rimane su ritmi relativamente modesti se confrontati con tutte le fasi di espansione degli ultimi tre decenni”. Di qui l’urgenza di riforme per introdurre nuovi strumenti utili al sostegno della crescita; le riforme strutturali possono costituire un primo passo importante per “accrescere il prodotto potenziale”, ma acconto ad esse devono essere avviate politiche fiscali espansive, sia per sostenere la domanda globale aggregata, che per sostenere l’incremento degli investimenti europei finalizzati ad accrescere la capacità di offerta di lungo periodo dell’intera area dell’euro; favoriti, questi investimenti, da un’integrazione del “patto di stabilità”, utile a consentire “ai governi nazionali il finanziamento di investimenti pubblici anche attraverso l’accensione di debiti”.

Infine, sempre nella prospettiva di potenziare l’area dell’unione monetaria, occorre considerare che il rilancio della crescita in termini puramente quantitativi non sarà sufficiente, in quanto sarà necessario che la crescita sia di natura inclusiva, “caratterizzata allo stesso tempo da più efficienza e più equità”; ciò, perché sarà inevitabile – afferma Guerrieri – rimuovere la piaga dell’esclusione diffusasi negli ultimi decenni con l’approfondimento e l’allargamento delle disuguaglianze sociali, a causa del fatto che gli incrementi del prodotto lordo dei singoli Paesi si è progressivamente concentrato a vantaggio solo di alcuni gruppi sociali.

Per realizzare, all’interno dei singoli Paesi, una più equa distribuzione del prodotto nazionale servirà una pluralità di misure pubbliche, volte a contrastare la disoccupazione e a rinnovare e rilanciare il welfare State. La maggior parte dei Paesi europei, a parere di Guerrieri, sarebbe d’accordo sulle necessità di queste politiche, solo che, come sempre, sono divisi tra quelli “che affermano una competenza solo nazionale per la realizzazione di queste politiche” e quelli che ritengono esistano “spazi anche importanti per interventi comuni a livello europeo e dell’Eurozona”.

In conclusione, secondo Guerrieri, gli europei devono prendere coscienza che la situazione in cui versa il Vecchio Continente oggi è tale da comportare la necessità che essi si rendano conto che per superare l’empasse in cui versa il processo di unificazione dei Paesi aderenti al progetto europeo occorre “un salto di qualità” nella cooperazione e nel rilancio dell’integrazione”. L’analisi di Guerrieri, condivisibile per le critiche formulate nei confronti delle tesi di chi si illude di poter realizzare l’unità dell’Europa nella diversità delle situazioni dei Paesi (o di gruppi di Paesi) che ancora hanno interesse a realizzare l’obiettivo originario dei Trattati europei, poco convincente, se non illusoria, è l’idea che il rilancio del progetto europeo possa dipendere dai risultati elettorali dei principali Paesi.

Ciò, perché, se è vero che prima le elezioni in Olanda e poi in Francia (e prossimamente, si spera, in Germania) hanno segnato la sconfitta dei movimenti antieuropei, non è meno vero che le forze che hanno concorso al successo di quelle favorevoli all’Europa sono quelle che, più dei movimenti che hanno concorso a sconfiggere, sono sempre state portatrici di pretese nazionali esclusive, interessate alla conservazione dello status quo e di una struttura sociale iniqua sul piano distributivo. Con queste forze è difficile pensare che le idee avanzate da Guerrieri, malgrado i risultati elettorali che stanno assicurando il consenso a presunte forze progressiste, possano essere accolte favorevolmente.

Gianfranco Sabattini

Fmi, in Europa continua la ripresa

Draghi-ripresa economicaLa ripresa c’è. E continua. Lo conferma il Fmi che registra la ripresa dell’Italia di quest’anno al +1,5%. Nel Regional Economic Outlook per l’Europa, il Fondo conferma l’accelerazione in un contesto di crescita rafforzata in Europa e nell’Eurozona. Il pil italiano crescerà dell’1,1% nel 2018 e dello 0,9% nel 2019. Ribadite anche le stime per la disoccupazione, che calerà all’11,4% nel 2017. Il debito quest’anno è atteso al 133%, per scendere al 131,4% nel 2018 e al 128,8% nel 2019. Il deficit è stimato al 2,2% nel 2017, per scendere all’1,3% nel 2018 e allo 0,3% nel 2019.

Allo stesso tempo arriva una raccomandazione. Quella di stringere il controllo sul debito pubblico. Anzi a maggior ragione secondo il Fondo le economie avanzate del Vecchio Continente con un elevato debito pubblico dovrebbero approfittare di questo momento positivo per ridurlo senza mettere a rischio la crescita. Una raccomandazione questa rivolta a Belgio, Francia, Italia, Portogallo, Spagna e Regno Unito. Il Fmi ribadisce per il debito italiano le stime presentate nel World Economic Outlook di ottobre, dove ha stimato un debito quest’anno al 133% del pil.

”Tutte le economie europee – si legge nel Regional Economic Outlook per l’Europa – crescono, e il continente è diventato uno dei motori degli scambi commerciali globali”. La ripresa europea – mette in evidenza il Fondo – si sta facendo sentire nel resto del mondo tramite il commercio, con il ”contributo dell’Europa alla crescita globale delle importazioni nel 2016-2017 simile a quello di Stati Uniti e Cina insieme”.

Ma anche se la ripresa economica dell’Ue si sta rafforzando e ampliando, contribuendo in modo significativo alla crescita globale, il Fondo Monetario mette in guardia per i rischi al ribasso. “I rischi sono più bilanciati – avverte – ma continuano a essere al ribasso nel medio termine”. Un monito dal quale parte l’invito a ad approfittare della ripresa per ricostruire cuscinetti fiscali e rafforzare la capacità dell’economia di assorbire eventuali shock. L’attuazione delle riformestrutturali – mette in evidenza il Fondo – è un elemento centrale per rafforzare l’economia aumentandone la produttività, rendendo più competitivo il mercato dei prodotti e migliorando quello del lavoro e dell’istruzione. Nel rapporto il Fmi infatti ribadisce i dati presentati nel World Economic Outlook di ottobre per l’Europa, che sperimenterà una crescita del 2,4% nel 2017, in rialzo rispetto al +1,7% del 2016, per poi rallentare al +2,1%.

”L’attuale ripresa dell’Europa non è interamente paragonabile con la passate riprese che sono seguite a recessioni. Il problema fondamentale è la difficoltà del separare le componenti cicliche e quelle strutturali, soprattutto dopo periodi prolungati di crescita debole. I recenti indicatori mostrano che l’attuale ripresa dell’Europa sia trainata anche da fattori strutturali” afferma il Fmi, sottolineando che la crescita riflette in parte l’accelerazione degli investimenti che, se sostenuta, può aiutare a migliorare la cresciuta potenziale”.

Il Fondo nota come a sostenere la crescita sia anche una ripresa del credito in molti paesi. ”Nelle economie avanzate dell’Europea e in Eurolandia, il credito delle banche al settore privato è in aumento, spinto dal credito alle famiglie. La crescita del credito alle imprese resta irregolare ed è particolarmente debole nei paesi con un elevato livello di prestiti deteriorati”.

Ue. Il Pil ai massimi da dieci anni. L’occupazione ferma

commissione_berlaymontLa Commissione europea vede rosa sulla crescita economica di Eurolandia, che con un più 2,2 per cento atteso sul 2017 raggiungerà i massimi dell’ultimo decennio. Il dato è decisamente superiore rispetto alle previsioni di primavera (1,7%), rileva l’esecutivo comunitario notando come anche l’Ue nel suo complesso dovrebbe oltrepassare quest’anno le aspettative, con una crescita vigorosa del 2,3 per cento.

“Nel complesso l’economia dell’Ue sta andando bene. La crescita economica e la creazione di posti di lavoro sono solide, aumentano gli investimenti e calano gradualmente il disavanzo e il debito pubblico. Vi sono inoltre segnali di ripresa del processo di convergenza dei redditi reali”, ha commentato Valdis Dombrovskis, vicepresidente responsabile per l’euro e il dialogo sociale. “Esistono, tuttavia, differenze significative tra gli Stati membri, alcuni dei quali continuano a registrare una notevole stasi nel mercato del lavoro. Le nostre politiche devono rimanere fortemente incentrate su una crescita basata sulla sostenibilità e sull’inclusione. Per questo servono politiche macroeconomiche orientate alla stabilità e riforme che stimolino la produttività e la capacità di adattamento ai cambiamenti e che garantiscano un’ampia redistribuzione dei benefici della crescita nelle nostre società”.

Secondo Pierre Moscovici, Commissario per gli Affari economici e finanziari, la fiscalità e le dogane “dopo cinque anni di ripresa moderata, la crescita in Europa registra ora un’accelerazione. Le buone notizie giungono da diversi fronti, e riguardano tra l’altro la creazione di un maggior numero di posti di lavoro, l’aumento degli investimenti e il consolidamento delle finanze pubbliche. Restano, tuttavia, alcune difficoltà legate agli elevati livelli di debito e alla scarsa crescita dei salari. Serve un preciso impegno da parte degli Stati membri per garantire che l’espansione in corso sia duratura e che i suoi frutti siano distribuiti equamente”.

La ripresa ciclica, che prosegue ininterrottamente da 18 trimestri, rimane incompleta, poiché si accompagna ad un mercato del lavoro ancora poco dinamico e ad una crescita dei salari insolitamente bassa. Per questo la crescita del Pil e l’inflazione dipendono ancora dal sostegno politico. La Banca centrale europea ha mantenuto una politica monetaria molto accomodante, mentre alcune altre banche centrali nel mondo hanno iniziato ad aumentare i tassi d’interesse. Nel 2018 alcuni Stati membri della zona euro dovrebbero adottare politiche di bilancio espansionistiche, rileva ancora l’Ue, ma l’orientamento globale della zona euro in questo ambito dovrebbe rimanere sostanzialmente neutro.

L’ACCUSA

APRE CATALOGNA“Alla comunità internazionale, e in particolare all’Europa, chiedo di reagire. Bisogna comprendere che la causa dei catalani è la causa dei valori sui quali è fondata l’Europa: la democrazia, la libertà, la libera espressione, l’accoglienza, la non violenza”. Lo dice il presidente destituito della Generalitat de Catalunya Carles Puigdemont, in conferenza stampa a Bruxelles, nella sede del Press Club di Rue Froissart, a due passi dai palazzi del Consiglio e della Commissione Europea, peraltro semivuoti in questi giorni semifestivi (le scuole in Belgio sono chiuse per la pausa autunnale, dal 30 ottobre al 5 novembre, quindi molte famiglie sono andate in vacanza). “Permettere al governo spagnolo di non dialogare, di tollerare la violenza dell’estrema destra, di imporsi militarmente, di metterci in prigione per 30 anni significa farla finita con l’idea dell’Europa ed è un errore enorme, che pagheremo tutti”, conclude Puigdemont.

Puigdemont nella conferenza stampa ha parlato in catalano, francese, castigliano e inglese. “Con il governo, di cui sono il presidente legittimo – ha detto ancora – ci siamo trasferiti a Bruxelles per rendere evidente il problema catalano nel cuore istituzionale dell’Europa e denunciare anche la politicizzazione della giustizia spagnola, l’assenza di imparzialità, la volontà di perseguire non i delitti e i crimini, ma le idee” Il trasferimento a Bruxelles è stato deciso “anche – aggiunge Puigdemont – per rendere evidente al mondo il grave deficit democratico che c’è oggi nello Stato spagnolo, nonché l’impegno e la risolutezza del popolo catalano per il diritto all’autodeterminazione, per il dialogo e per una soluzione concordata”.

“Non sono qui per chiedere asilo politico. Questa non è una questione belga: sono qui a Bruxelles perché è la capitale d’Europa. Non è una questione che riguarda la politica belga, non c’è alcuna relazione. Sono qui per agire con libertà e in sicurezza”. “Siamo qui – ha detto ancora – alla ricerca di garanzie che per ora alla Catalogna non vengono date in Spagna avete notato quale è il titolo del documento del procuratore generale? ‘Màs dura serà la caìda’ (‘La caduta sarà più dura’): questo denota non un desiderio di giustizia, ma un desiderio di vendetta. E dunque, finché ci sarà il rischio di non avere un processo che garantisca tutti, e in particolare coloro che sono stati presi di mira da gruppi molto violenti, non ci saranno le condizioni oggettive” per tornare in Spagna. “Non scartiamo la possibilità – continua – ma vogliamo poter agire in modo libero e tranquillo. Insisto: non stiamo sfuggendo alle nostre responsabilità davanti alla giustizia”, ma siamo qui a Bruxelles “per avere garanzie giuridiche, nel quadro dell’Unione Europea. Siamo qui come cittadini europei, che possono girare liberi per tutta l’Europa. Dovremo lavorare come governo legittimo e abbiamo deciso che il modo migliore per comunicare al mondo quello che succede in Catalogna era quello di andare nella capitale d’Europa”, conclude Puigdemont.

“Quanto a lungo resterò qui – ha concluso – dipende dalle circostanze. Certo, se ci fosse la garanzia di un trattamento equo e se fosse garantito un processo giusto, con la separazione dei poteri, non ci sarebbero dubbi: tornerei immediatamente. Ma dobbiamo poter continuare a lavorare ed è per questo che venerdì sera abbiamo deciso per questa strategia”, il trasferimento a Bruxelles.

“Vittimista, pieno di incongruenze e di falsità” è il commento di Eva Granado, portavoce del Psc, il partito socialista catalano, che con queste parole ha definito l’intervento di Carles Puigdemont a Bruxelles. “E’ stato un insulto all’intelligenza dei catalani – ha aggiunto – l’esponente socialista – molti indipendentisti non capiscono come sia possibile che il primo che ha abbandonato la nave è responsabile per averci portato fino a questo punto”.

Per il momento dalla Ue non è arrivato nessun commento “Questo è e rimane una questione interna spagnola” ha detto la portavoce della Commissione europea Mina Andreeva. Puigdemont ha tirato in causa esplicitamente le istituzioni Ue, chiedendo durante la sua conferenza stampa a Bruxelles che intervengano nella questione catalana che è “una questione europea”. Dello stesso tenore le parole del premier belga Charles Michel per il quale Carles Puigdemont “sarà trattato come un qualsiasi cittadino europeo”. “Il signor Puigdemont non è in Belgio né su invito, né su iniziativa del governo belga. La libera circolazione nello spazio Schengen gli permette di essere presente in Belgio senza altre formalità”, ha spiegato Michel, ricordando che l’ex presidente della Generalitat disporrà “degli stessi diritti e degli stessi doveri di ciascun cittadino europeo, né più né meno”. Michel ha sottolineato che il suo governo avrà “contatti diplomatici regolari con la Spagna nel quadro delle circostanze attuali”.

Intanto, il ministro degli esteri spagnolo Alfonso Dastis ha detto che “sarebbe sorprendente” se Puigdemont ottenesse l’asilo politico in Belgio. Fra paesi Ue “non sarebbe una situazione di normalità”, ha aggiunto. La decisione ha però ammesso non sarebbe presa dal governo ma dalla giustizia belga. Dastis ha detto anche di avere scambiato messaggi con il collega belga Didier Reynders.

La Germania perno dell’Unione Europea
o potenza egemone?

Germania-bandiera europa

Angelo Bolaffi e Pierluigi Ciocca, in “Germania/Europa. Due punti di vista sulle opportunità e i rischi dell’egemonia tedesca”, attraverso due analisi condotte secondo prospettive diverse (prevalentemente culturale quella di Bolaffi, economica quella di Ciocca), spiegano cos’è la Germania di oggi. Dalla lettura del titolo del libro potrebbe sembrare che le due analisi siano tra loro complementari. Niente di tutto questo; si tratta in realtà dell’esposizione di cosa sia oggi la Germania secondo due punti di vista opposti, ma non perché siano il risultato di esposizioni condotte secondo prospettive diverse. Quella di Bolaffi è un’apologia dei risultati conseguiti dalla Germania dopo centocinquant’anni di storia travagliata; mentre l’esposizione di Ciocca, pur senza disconoscere i grandi risultati conseguiti, “inchioda” la Germania sulle proprie responsabilità, riguardo alle difficoltà che le scelte di politica economica di Berlino oppongono al completamento del disegno europeo; responsabilità, le cui origino sono riconducibili proprio ad alcuni aspetti delle cultura tedesca. che tanto entusiasmano Bolaffi.

bolaffi germania copertinaSecondo il germanista Bolaffi, la Germania “è stata la croce della storia moderna europea: Oggi, invece, grazie alla sua stabilità istituzionale, alla sua potenza economica e alla sua vivacità culturale, del Vecchio continente è non solo il core stability, il baricentro di stabilità geopolitico, ma anche il Paese leader”. Egli, a supporto di questo giudizio, sottolinea il fatto che, secondo molti analisti, la Germania, dopo essere stata la nazione che aveva tenuto col fiato sospeso l’intera Europa, sia diventata un Paese tra i più pacifici, democratici e non nazionalisti del mondo. Nonostante questa “metamorfosi”, sottolinea Bolaffi, “alcuni dei suoi vicini europei, prigionieri del loro vittimismo e del loro risentimento, faticano a prendere atto”, preferendo “l’illusoria certezza del pregiudizio anziché scoprire com’è la Germania oggi”.

Bolaffi si chiede se i vicini europei della Germania saranno mai capaci di superare il pregiudizio che li rende indisponibili a prendere atto che non è possibile continuare a rispolverare “vecchi fantasmi”, per giudicare al presente la nazione tedesca; e si chiede anche se “il bisogno di futuro aiuterà i popoli d’Europa a rielaborare la memoria del passato con lo stesso coraggio e la stessa lungimiranza” di cui, nell’immediato secondo dopoguerra, hanno dato prova i Padri fondatori dell’attuale Unione Europea.

Ciò che oggi s’impone, secondo il filosofo germanista, “è prendere atto che non solo non esiste un’Europa senza e contro la Germania, ma che solo attorno alla Germania è possibile (forse) costruire l’unione dell’Europa”; riconoscere ciò, a parere di Bolaffi, significa considerare come velleitarie le possibili e immaginifiche “alleanze mediterranee” in funzione antitedesca, respingendo a priori la convenienza di instaurare un rapporto tra centro e periferia, considerandoli come poli tra loro integrati e senza scale di valori che privilegino l’uno oppure l’altro.

La rimozione del pregiudizio antitedesco s’imporrebbe oggi, anche in considerazione del fatto che, a parere di Bolaffi, in Germania “la quasi totalità della classe dirigente (a differenza di quanto accade oggi in molti altri Paesi europei del Sud e in primo luogo purtroppo in Italia) sa benissimo di non avere un futuro senza e contro l’Europa”. Ciononostante, le vicende dell’euro e le scelte di politica economica inducono molti Paesi europei, in particolare quelli maggiormente in crisi, a rinvenire nella Germania “un comodo capro espiatorio su cui scaricare le responsabilità dei propri fallimenti”, imputando al suo rigorismo monetario d’essere la causa degli esiti negativi patiti dai Paesi europei economicamente più deboli, seguiti allo scoppio della Grande Recessione.

Secondo Bolaffi, solo pochi sarebbero consapevoli che l’antikeynesismo di Wolfgang Schäuble, il “cane da guardia” del rigorismo monetario del governo tedesco, ha il suo riferimento teorico nella “scuola ordoliberale”, nata col prevalente contributo di autori tedeschi, divenuta “uno dei momenti più rilevanti della riflessione tedesca su cause e conseguenze della catastrofe degli anni Trenta”. Riguardo all’ordoliberismo, Bolaffi manca di sottolineare che esso, quando è stato formulato alla fine degli anni Trenta, aveva come principale obiettivo la critica del paleoliberismo originario “laissezfairista”.

La sua novità, come Bolaffi afferma, è consistita nel ritenere necessaria la “costruzione e la difesa di un ordinamento della concorrenza per impedire uno svuotamento dell’economia di mercato”, ma anche nel porre un valido presidio contro le dittature che stavano stravolgendo l’ordine politico delle democrazie europee. All’origine, perciò, l’ordoliberismo non si è tanto caratterizzato in termini di “contrasto” tra scuole economiche alternative, quanto in termini di “opposizione” a tutte quelle forze che, alterando le leggi del mercato, erano all’origine dell’instabilità della vita economica e delle conseguenti proteste sociali che legittimavano l’affermazione delle dittature.

Chi, invece, darà all’ordoliberismo una connotazione che è valsa a caratterizzarlo in termini di contrasto tra scuole economiche alternative sarà, dopo il secondo conflitto mondiale, Friedrich Hayek, per averlo tradotto, in seno alla Mont Pelerin Society, in un’ideologia che diverrà dominante alla fine dei “Gloriosi anni Trenta (1945-1975)”; è stata, infatti, l’ideologia neoliberista a ipotizzare e a radicare il convincimento dell’esistenza di un presunto contrasto tra la “scuola keynesiana”, che predicava l’assunzione di debiti “senza sapere come estinguerli” e la “scuola ordoliberista” in salsa neoliberista, che predicava la conservazione di un equilibrio sacrale tra entrate e uscite dei bilanci pubblici.

La Germania, divenuta potenza europea egemone sul piano economico, ha imposto il suo rigorismo monetario antikeynesiano agli altri Paesi europei, non curandosi delle conseguenze negative che in essi si sono avute, oltre che sul piano economico, su quello sociale. Così, conclude in sostanza Bolaffi, la Germania, “che si era illusa di ‘aver fatto pace con se stessa e col mondo’, si [è riscoperta] sul banco degli imputati, oggetto di perplessità, interrogativi e persino sospettata di aver voluto una moneta unica […] a sua immagine e somiglianza su ‘misura dell’interesse nazionale tedesco’ al fine di assicurarsi un cospicuo vantaggio finanziario o addirittura uno strumento di ricatto politico”. Questo sospetto è estraneo all’analisi di Bolaffi, ma non a quella di Ciocca, il quale dimostra che il pericolo che il resto d’Europa possa essere esposto al ricatto politico tedesco è intrinseco alla logica mercantilistica con cui la Germania, dopo la sua ricostruzione, ha incessantemente ispirato la propria politica economica.

Secondo Ciocca, il “neomercantilismo tedesco rischia di precipitare l’Unione Europea in una crisi senza precedenti, che potrebbe rivelarsi esiziale. La Germania non solo accetta, persegue abnormi surplus della bilancia dei pagamenti”; ciò è causa dentro e fuori della Germania di “fattori di costo, tensioni, spinte centrifughe che, drammatizzati da movimenti e partiti demagogici, populisti, nazionalisti, fascisti, fanno rischiare alla costruzione europea una vera implosione” e alla Germania stessa di sacrificare la propria crescita e il proprio benessere.

Alle radici della politica economica tedesca vi sono due ordini di fattori, che, sebbene siano indicati da Ciocca in termini di probabilità, inducono a sospettare che essi siano alla base della cultura politica ed economica della Germania: da un lato, “valori che rendono l’opinione pubblica disposta a sacrificare la crescita al rifiuto dell’inflazione e del debito”; dall’altro lato, “una scelta metaeconomica, geopolitica, delle classi dirigenti la quale lega una, da sempre anbita, primazia della Germania in Europa alla condizione creditoria della sua economia”.

Fra i maggiori Paesi dell’Occidente, la Germania “spicca per l’inaudita violenza dei traumi economici e ancor più sociali, umani, vissuti nella prima metà del Novecento, scanditi da due guerre mondiali”; entrambe perse dalla stessa Germania. La disfatta nella Grande guerra è stata subita per ragioni interne prima ancora che per ragioni militari; il primo dopoguerra è stato caratterizzato, oltre che dall’instabilità economica, dalla grave instabilità della Repubblica di Weimar, cui ha fatto seguito, dopo lo scoppio della Grande Depressione del 1929-1932, l’ascesa al potere di Hitler e il secondo conflitto mondiale; quest’ultimo contrassegnato da disastri militari ed economici, con un PIL che nel 1946 è risultato meno di un terzo di quello del 1938. Ricostruitasi dopo la guerra e riunificata nel 1990, la Germania – afferma Ciocca – è tornata ad affermarsi fra le più efficienti economie del globo, leader in Europa, “perno dell’area euro e dell’Unione Europea”.

Uno dei traumi che hanno colpito maggiormente la società tedesca, in conseguenza delle due guerre perse, è stato l’incubo del debito pubblico; nel 1014, tale debito superava di poco il 10% del PIL, ma nel 1918 è ammontato, a causa delle spese di guerra, al 129%, per arrivare al 240% dopo la terrificate sconfitta subita nel secondo conflitto mondiale. L’incubo del debito pubblico maturato dopo il primo conflitto mondiale, così come è accaduto dopo il secondo, è stato aggravato da quello del debito estero; ciò, dopo il 1945, è avvenuto per via del fatto che la bilancia dei pagamenti di parte corrente della Germania è rimasta passiva fino al 1951.

Dal 1952 al 1960, però, ci informa Ciocca, i saldi di parte corrente della bilancia dei pagamenti sono sempre risultati attivi, per cui il Paese, da “debitore” è tornato ad essere “creditore netto del resto del mondo, qual era stato prima della guerra 1014-18. […] Dal 2002 gli attivi della bilancia di parte corrente sono stati continui. Alla fine del 2015 la posizione creditoria netta della Germania veniva ufficialmente stimata dalla Bundesbank in 1.476 miliardi di euro (49% del PIL”. Inoltre, oltre un terzo dell’avanzo commerciale tedesco è maturato nei confronti dei Paesi dell’eurozona e dal 2002 all’interno di quest’area monetaria le posizioni nette verso l’estero, in percentuale del PIL, si sono divaricate, nel senso che la Germania è divenuta sempre più creditrice rispetto alle altre economie, con l’eccezione della Francia, la quale, tuttavia, da una lieve posizione creditrice è passata anch’essa alla fine tra le economie debitrici.

Considerata la sua stabile posizione creditrice, viene spontaneo chiedersi, così come fa Ciocca, a cosa mira la Germania sul piano politico? Che cosa vorrà fare della sua grande superiorità economica in Europa? Sarà disposta a porre la sua superiorità al servizio di un’Europa coesa, ovvero la vorrà volgere “a una concreta, operativa, egemonia sui partner?”. Se la Germania persisterà nel privilegiare l’ideologia ordoliberista, per conservare in un equilibrio strutturale il proprio bilancio pubblico, continuando ad accumulare crediti sull’estero ed ignorando l’inadeguatezza della propria politica economica rispetto alla coesione dei Paesi europei, mancherà di riconoscere che la decadenza economica dei Paesi europei debitori è riconducibile alla sua cultura neomercantilista.

Sulla base di un tale comportamento – conclude Ciocca – sarà inevitabile che nei Paesi debitori europei permanga la propensione a rispolverare “vecchi fantasmi”, per giudicare al presente la nazione tedesca.

Ciò andrebbe, non solo a svantaggio del compimento del progetto europeo, ma anche della stessa credibilità della Germania; il fatto di conservarsi creditrice nei confronti dei suoi partner, costituirebbe una parziale smentita che, dopo la catarsi avvenuta nella sua cultura politica, a seguito delle due dure sconfitte, la Germania sia diventata, come afferma apologeticamente Bolaffi, uno dei Paesi non nazionalisti del mondo.

Gianfranco Sabattini

Parla Andrei Kurkov: l’Ucraina 23 anni dopo

Andrei-Kurkov

Intervista allo scrittore ucraino Andrei Kurkov in occasione della Fiera Internazionale del libro di Cracovia. Kurkov è conosciuto in Italia non solo per le sue novelle ma soprattutto per i diari scritti durante le proteste di Maidan a Kiev (Diari ucraini, ed. Keller ISBN:978-88-89767-67-2).

Nell’aprile del 2014 finivi il tuo best-seller cosi: “La guerra ibrida nel Donbass prima o poi finirà, e qualunque conclusione abbia sappiamo già che non sarà più la cara e vecchia Ucraina in cui abbiamo vissuto per 23 anni dal giorno della sua indipendenza”. Oggi a distanza di 3 anni che Ucraina vede?
Non molto è cambiato. E quel poco che è cambiato non è andato forse nel verso in cui ci si aspettava. Ma si sa, noi ucraini amiamo raccontarci le favole. E ancora oggi ci raccontiamo la favola di un principe (Europa? Stati Uniti?) che arriverà con il cavallo bianco a salvarci. In realtà dovremmo salvarci da soli, e ancora stentiamo a capirlo.

Sento un forte senso di delusione
Ci sono anche aspetti positivi. Soprattutto i giovani che sembrano non voler più accettare la corrotta nazione dei 23 anni di indipendenza. Ma questi giovani stentano a voler assumersi la responsabilità. Dopo Maidan mi sarei aspettato una nuova classe dirigente, giovane e non collusa con il passato. Ma tanto Jarosz come Parasiuk hanno deluso e ci vorrà forse una nuova generazione perché si cambi davvero pagina. E la pazienza non è la principale qualità di noi ucraini. In secondo luogo quanto accaduto ha contribuito affinché si creasse una consapevolezza nazionale che prima non esisteva. Anche se temo che questa verrà meno quando sparirà la minaccia del nemico comune.

Credi che il governo ucraino abbia un piano B senza il Donbass?
Non lo ammetteranno mai, neanche sotto tortura. Ma è ovvio che esista. Il Donbass diventerà una specie di Transnitria. Già oggi è una terra distrutta e depressa senza la quale l’Ucraina vivrebbe lo stesso. Dal mio punto di vista il governo dovrebbe fare un patto con gli ucraini del Donbass offrendo loro ospitalità e sviluppo entro i nuovi confini.

In Ucraina però vi è una certa idiosincrasia con gli sfollati da Est.
Vero. L’ho notato anche io nella zona Carpatica non più di qualche settimana fa. Ma non vedo alternative. La Russia ha voltato loro le spalle dimostrando quanto poco fosse interessata ai loro destini. Se il resto degli ucraini avessero la capacità di tendere loro la mano, si inizierebbe un cammino insieme verso la stabilità sociale e lo sviluppo economico. Ci vorrà però molto più tempo di quello che, durante la rivolta, ci si aspettasse. Sto lavorando ad un libro che spero di finire entro gennaio sulla linea grigia di quella frontiera che non esiste. Sarà una storia inventata, ma su un fondo di verità.

Da qualche mese potete entrare in Europa senza visti.
L’Europa è il nostro futuro, abbiamo bisogno dell’Europa. I giovani vanno a studiare e lavorare all’estero. E tornano con voglia di Europa e stabilità. Ma torniamo alla necessità del tempo. La fretta ci ha ingannato a Maidan, e dovremmo smettere di credere alle favole. Siamo noi da soli a dover costruire una nuova Ucraina.

Intanto non più di una settimana fa un deputato ucraino è stato quasi ucciso da una bomba a Kiev.
Si ma non credo avesse nulla a che fare con il Donbass. Sono dinamiche interne alla politica di Kiev.

Però dimostra quanta strada ci sia ancora da fare
Si. Maidan è stato solo il primo passo. Il cammino è ancora lungo. Anche perché il mondo occidentale prima o poi dovrà accettare lo status quo. E per interesse economico e geopolitico scendere a compromessi con Putin. Questo scenario non sembra poi così lontano. In quel momento noi ucraini dovremmo dimostrare di essere diventati maturi e saper camminare con le proprie gambe. Aiutati e supportati. Ma senza aspettare il principe azzurro che ci salvi la vita. Il tempo delle favole è finito.

Diego Audero

Contro l’ideologia neoliberale l’impegno diretto dei popoli

liberismoPaolo Maddalena, già giudice costituzionale, in “Contro il liberismo la Costituzione!” (MicroMega, n. 5/2017), sostiene che per capire le condizioni in cui versano le società democratiche ad economia di mercato, al fine di uscire dalla situazione di crisi sul piano “ordinamentale ed economico”, occorre volgere “lo sguardo al passato e riflettere, sia pur fugacemente, sulle origini della ‘comunità politica’ o ‘Stato’, che dir si voglia”.

Ai tempi in cui l’uomo viveva di caccia e di raccolta non si poteva parlare di civiltà; questa nasce “circa diecimila anni fa con l’insediamento di aggregati umani su territori delimitati da confini, entro i quali si cominciarono a rispettare delle regole comuni e a dar vita così alle prime ‘città Stato’”, con cui sono nati tre “concetti giuridici fondamentali che tuttora sono gli elementi costitutivi degli Stati costituzionali: il “popolo”, il “territorio” e la “sovranità”.

Didatticamente, Maddalena ricorda che il “popolo” è costituito dall’insieme degli individui che si riconoscono come “aggregato unitario e permanente nel tempo”, sulla base dell’dea che ciascun individuo “possa agire – secondo le parole di Maddalena – in giudizio”, per difendere le condizioni della propria esistenzialità e di quelle della comunità di appartenenza, senza “fare ricorso al concetto di rappresentanza”. Il “territorio” è costituito dal suolo compreso entro i confini della comunità costituitasi come organizzazione politica permanente; esso è proprietà collettiva del popolo, implicante, a parere di Maddalena, sensibile ai problemi di salvaguardia dell’ambiente, un “rapporto di cura e di tutela, poiché […] è dal territorio che provengono i mezzi di sussistenza” per l’intero popolo. La “sovranità”, infine, è l’insieme di poteri esercitati dallo Stato per “dettare le regole del vivere civile […], e cioè l’’ordinamento giuridico’”. All’interno delle antiche comunità, quando la proprietà collettiva del territorio apparteneva al popolo, per la cessione di una parte di essa ai privati (in linea di principio, incluso tra questi lo stesso Stato) occorreva un’”esplicita dichiarazione del popolo stesso”.

I tre elementi, osserva Maddalena, che compongono le basi dell’organizzazione politica della comunità sono tra loro strettamente interconnessi; la considerazione dell’interconnessione è indispensabile per considerare la natura fondativa dei tre elementi costitutivi dello Stato. Di ciò si può avere immediata contezza, sol che si consideri il fatto che la proprietà collettiva del territorio è parte della sovranità, “per cui il popolo che è sovrano, è anche ‘proprietario collettivo’ del territorio”.

Il collegamento tra la titolarità della sovranità e il territorio è stato conservato nei secoli, finanche nel Medioevo, se si considera che quando la sovranità si è “spostata dal popolo al sovrano”, anche il territorio è diventato bene patrimoniale del sovrano. Il rapporto tra sovranità e territorio è stato scisso al tempo di Napoleone dopo la Rivoluzione francese, una rivoluzione borghese che ha assegnato la sovranità allo Stato e la proprietà del territorio, incluse le risorse in esso presenti, ai privati.

La scissione – afferma Maddalena – è stata un “gravissimo errore, poiché il territorio fu distolto dal fine fondamentale di giovare a tutti e finì per essere soggetto al volere dei singoli proprietari privati, mentre lo stesso diritto di proprietà privata ebbe il sopravvento sulla proprietà collettiva del popolo, come dimostra la cultura giuridica borghese ancora oggi persistente”. In linea di principio, la scissione è stata superata dalle Costituzioni moderne, soprattutto da quelle che sono state scritte all’indomani della fine del secondo conflitto mondiale.

La Costituzione repubblicana italiana, ad esempio, ricorda Maddalena, ha riportato il territorio e le risorse in esso presenti nel “dominio del popolo”, statuendo che la proprietà può essere pubblica e privata, distinguendo perciò una forma di proprietà che appartiene solo al popolo (la cosiddetta proprietà collettiva demaniale) ed un’altra che può appartenere, a titolo privato, allo Stato, ad altri enti pubblici o a singoli cittadini. La Costituzione repubblicana ha anche sottolineato che “l’utilità pubblica deve essere perseguita anche dal proprietario privato, la cui tutela viene meno qualora […] egli si comporti in modo tale che il ‘bene’ oggetto del suo dominio non persegua la funzione sociale che gli è propria”, cioè la cura degli intessi dei singoli componenti del popolo e di quelli dell’intera comunità. La nostra vigente Costituzione, perciò, “pone il principio fondamentale – afferma Maddalena – secondo il quale i beni, e in primis il territorio, devono giovare a tutti”.

La narrazione della storia sulla nascita dell’organizzazione politica delle comunità serve, a parere dell’ex giudice costituzionale, ad evidenziare come, da un lato, l’economia sia sorta con la formazione delle prime comunità politiche e, da un altro lato, che le convenzioni universalmente accettate [il diritto, come sottolinea Maddalena] abbiano sempre prevalso sull’economia, fino al punto di stabilire quali beni potevano essere oggetto di compravendita e quali altri non potevano esserlo, come, ad esempio, i beni demaniali, o beni comuni; i beni, cioè, in grado di assicurare per la loro stessa natura il “soddisfacimento dei bisogni primari dell’essere umano”. Anche per i beni che possono costituire oggetto di atti di scambio, il loro uso è sempre subordinato al soddisfacimento del benessere dei cittadini; essi sono il territorio, le risorse in esso dislocate e i servizi della forza lavoro dell’uomo. Nell’insieme, tali beni costituiscono i “fattori produttivi”, sui quali è fondata l’”economia reale e, quindi, il progresso della società”.

Per attivare i rapporti economici e favorire la circolazione dei fattori produttivi è stato necessario introdurre la moneta, originariamente strumento di mediazione degli scambi e che, successivamente, è divenuta anche strumento di misura del valore delle risorse e dei beni scambiati, nonché riserva di valore. Essa, nel tempo, è sempre stata una convenzione accettata da tutti e sino a quando ha svolto le tre funzioni indicate (di intermediazione, di misura del valore e di riserva di valore) è sempre stata lo “specchio” della ricchezza reale del sistema economico; in altre parole, come sottolinea Maddalena, ha sempre costituito “il corrispettivo della reale ricchezza nazionale a essa sottostante”.

Perché la moneta potesse svolgere correttamente le funzioni indicate, è stato necessario assicurare, attraverso un’autorità specifica (la Banca centrale), un suo razionale governo, affinché ne circolasse una quantità sufficiente ad assicurare un equilibrio “tra il valore dei beni in commercio e la quantità della moneta necessaria alla loro circolazione”, in condizione di stabilità dei prezzi, al fine di evitare sue indesiderate variazioni di valore e i conseguenti fenomeni dell’inflazione o della deflazione.

In un sistema economico perfettamente funzionante – afferma Maddalena – la moneta emessa e regolata dalla Banca centrale per conto dello Stato, “in quanto corrispondente alla reale ricchezza nazionale sottostante, è proprietà collettiva del popolo e va distribuita in modo che possa circolare tra i cittadini secondo il fondamentale principio di uguaglianza, sancito dal secondo comma dell’art. 3 della Costituzione”. Questo sistema, che l’ex giudice costituzionale definisce “naturale”, implica perciò uno “stretto legame tra beni reali e moneta”. Negli ultimi decenni, a seguito del prevalere dell’ideologia neoliberista, il sistema è stato alterato, facendo venir meno l’”equilibrio tra merci e danaro circolante”.

Con il venir meno di questo equilibrio, si è assistito alla crescente finanziarizzazione dei mercati, che ha determinato la “trasformazione del sistema economico”, nel quale gli aspetti produttivi sono stati sacrificati in pro di quelli finanziari; in corrispondenza di questi, il capitale a disposizione della comunità ha cessato d’essere considerato come “un insieme di beni reali”, per divenire un “accumulo di danaro” per lo più fittizio. In tal modo, la trasformazione del sistema economico ha comportato che l’attività produttiva fosse trasformata in attività speculativa; così, la moneta ha smarrito la sua originaria essenza di strumento di intermediazione negli scambi, per divenire un “diritto di prelievo” dalla ricchezza nazionale, determinando il “passaggio da un sistema economico produttivo a un sistema economico predatorio”, che ha cessato di produrre benessere per tutti, promuovendo, al contrario, un disagio esistenziale per molti e una crescente concentrazione della ricchezza prodotta a vantaggio di pochi.

Al fine di promuovere la crescente finanziarizzazione dell’economia, l’ideologia neoliberista ha sostenuto la validità del ricorso alla “creazione del danaro dal nulla”, da parte di soggetti privati, sino ad esporre la collettività al rischio di subire gli esiti negativi dell’instabilità del sistema economico, fuori da ogni possibilità di controllo. Alla creazione di nuova moneta dal nulla si è anche aggiunta la cartolarizzazione dei diritti di credito, nel senso che è stato consentito che i diritti della banca potessero circolare come titoli monetari; così, è accaduto che il valore della quantità dei mezzi monetari in circolazione sia divenuto un multiplo del valore del prodotto interno lordo globale, cioè del valore della ricchezza prodotta ogni d’anno nel mondo. Il punto di arrivo del processo di finanziarizzazione dei mercati è stata una crisi generalizzata che ha colpito tutti Paesi democratici ad economia di mercato.

Nel caso dell’Italia, gli effetti dalla crisi sono stati appesantiti dalle condizioni restrittive poste alla possibilità di attuare politiche pubbliche anti-crisi da parte dei Paesi partner europei economicamente forti, interessati questi ultimi, solo alle prospettive di arricchimento che la globalizzazione, sulla base della finanziarizzazione, offriva loro, nonostante l’approfondirsi e l’allargarsi della crisi. Malgrado il perdurare delle difficoltà, afferma Maddalena, i nostri governi hanno continuato “ad affermare di voler seguire le prescrizioni europee”, trascurando il possibile rischio finale. Sono state, infatti messe in ballo – afferma Maddalena, forse esagerando – “l’appartenenza agli italiani del territorio italiano e la stessa probabilità di sopravvivenza dell’intero popolo”. Come sventare questo Pericolo?

Maddalena avanza una proposta, in parte condivisibile e in parte molto “piena di desiderio”, sebbene possa toccare la sensibilità di chi ha a cuore un forte senso di giustizia e una forte aspirazione alla stabilità e alla pace sociale. Intanto, malgrado le critiche e le riserve che Maddalena non manca di formulare nei confronti dell’Europa, egli è del parere che non si debba rinunciare al “disegno europeo”, ma si debbano rivedere i Trattati, almeno da Maastricht in poi; in secondo luogo, e principalmente, si tratta di “stabilire se e come è possibile dare attuazione alla nostra Costituzione”; in particolare, a quella parte dedicata ai “Rapporti economici”, nei quali sarebbe descritto un “vero e proprio programma di governo, che, per essere fondato su principi keynesiani, è certamente in grado di fare riemergere il nostro Paese dalla grave recessione nella quale è stato spinto dagli opposti principi neoliberisti”.

Ciò sarebbe tanto più necessario, in quanto l’invadenza della finanza internazionale, “in ossequio al pensiero neoliberista”, ha connotato di sé l’intero spazio comunitario, per cui, nell’attesa che i Trattati europei siano riformati, occorre riflettere come attuare i principi sanciti dalla Costituzione repubblicana, con l’obiettivo di “rispondere agli errori del pensiero neoliberista globalizzato”, riportando nel pubblico ciò che, con la distruzione dell’economia pubblica, è stato privatizzato.

Nella prospettiva di un ricupero degli obiettivi fissati nella Costituzione occorre che i cittadini s’impegnino concretamente a “fermare una volta per tutte la creazione del danaro dal nulla, e cioè la finanziarizzazione dei mercati, le privatizzazioni, le liberalizzazioni […], al fine di ricostruire quel patrimonio, che è stato così selvaggiamente depauperato”. In altre parole, occorre che il popolo italiano – afferma Maddadlena – reagisca, assumendo “come principio inderogabile la nazionalizzazione delle banche e delle imprese salvate dal fallimento con danaro pubblico”, a tutte le sopraffazioni delle quali è stato sinora vittima; con ciò, mirando a costituire delle cooperative per prendere “nelle loro mani le sorti dell’economia nazionale”, per il ricupero del lavoro, uno dei fattori produttivi dei quali il popolo italiano è stato spogliato.

Se del discorso complessivo di Maddalena si può essere coinvolti dalla semplicità e spigliatezza con cui egli ha descritto la situazione di crisi economica ed istituzionale nella quale versa da anni il Paese, ben al di là di quelli che sono ormai trascorsi dall’inizio della Grande Recessione, poco convincente risulta in sostanza il nucleo centrale della sua proposta. E’ vero che i Trattati europei sono in netto contrasto con i principi fondamentali della nostra Costituzione; ma non è meno vero che, se si pretendesse di contrastare le modalità di funzionamento dell’economia moderna con “cooperative di lavoro”, per consentire agli operai, oltre che prendere nelle loro mani le sorti dell’economia nazionale, di ricuperare le opportunità di lavoro che con la finanziarizzazione dei mercati sono state distrutte, presumibilmente il Paese andrebbe incontro a un numero di problemi di gran lunga maggiore rispetto a quello che Maddalena, con la sua proposta, pensa possano essere risolti. Il lavoro è stato, sì, perso; esistono però seri dubbi che ora la promessa costituzionale del lavoro per tutti possa essere “onorata” attraverso la trasformazione del sistema economico in un prevalente sistema di cooperative.

Gianfranco Sabattini

La destra in Europa alimentata dal vento dell’est

maghiari-extermisti-budapestaLe elezioni in Germania hanno segnato l’ascesa del partito di estrema destra AfD e le conseguenti analisi allarmiste degli analisti dell’Europa occidentale, ancora scossi dallo scampato pericolo delle elezioni olandesi prima, austriache poi ed, infine, di quelle francesi. Una attenta analisi del voto, tuttavia, se guardato con una prospettiva “da Est”, rivela un dato ancora più allarmante per il futuro dell’Europa: ossia che siano stati prevalentemente i territori della vecchia DDR a fornire il bacino di voti necessari al partito neo-nazista per scalare il terzo posto alle spalle dei partiti tradizionali. (25% degli elettori, mentre la media nazionale è del 13,1%).

Su Bruxelles, e non da oggi, soffia da Est un vento molto pericoloso, fatto di movimenti nazionalisti, teoricamente anti-europeisti, che hanno saputo scalare il potere con un cinico e ipocrita strabismo politico: mentre mettevano le mani su una fetta consistente di aiuti finanziari, giocavano in casa la carta della sindrome da assedio da “assimilazionismo” imposto da Bruxelles.

Mentre la svolta a destra dell’Europa occidentale sembra essere sociologicamente traducibile da una serie incredibili di errori strutturali dell’Unione Europea, da politiche neo-liberaliste spinte che hanno creato insoddisfazione diffusa nella popolazione (soprattutto giovanile), dalla crisi economica degli ultimi anni e dal diffuso senso di impunità ed insicurezza (aggravato dalla crisi immigrazione); assai meno comprensibile appare la deriva dei “nuovi” paesi dell’Unione, ossia di quelli entrati nella prima fase di allargamento.

Polonia, Ungheria, Slovacchia e Repubblica Ceca da tempo ormai sono governati da movimenti ultra-nazionalisti dichiaratamente di destra, ma antiliberali, ostili all’integrazione Europea, allergici alle direttive di Bruxelles.

Il dato politico interessante, al di là di un semplice ritratto della realtà, è quello di comprendere come questo sia potuto accadere in paesi che hanno beneficiato di finanziamenti a pioggia, economie galoppanti, tassi di disoccupazione irrisori, monete nazionali (eccetto la Slovacchia) che hanno retto la sfida della crisi internazionale e hanno avuto poco o nulla a che fare (Ungheria a parte) con il problema migratorio.

Pur nelle logiche differenze tra nazioni e nazioni il caso della Polonia sembra essere paradigmatico della fallita integrazione dei paesi dell’Est nel cammino di un Europa Unita. Sino a pochi anni fa Varsavia ambiva a voler divenire la terza gamba che, con Parigi e Berlino, doveva garantire la stabilità del vecchio continente. Oggi è un paese politicamente isolato, mal gradito a Bruxelles e che ha spinto l’acceleratore del conflitto interno ed esterno ben oltre il già pericoloso crinale a cui si era avvicinato Orban in Ungheria. Eppure nonostante le numerose proteste di strada, il cambio in senso autoritario della costituzione, il tentativo di attacco alla giustizia parzialmente fallito, l’epurazione di giornalisti scomodi nei confronti dei quali gli editti bulgari di berlusconiana memoria sarebbero classificabili come scherzi puerili, l’attacco alla libertà delle donne, etc… Ecco, nonostante una deriva che avvicina la Polonia alla Turchia di Erdogan, il sostegno al governo di Giustizia e Libertà cresce invece di diminuire.

Anche in questo caso l’analisi del voto suggerisce scenari sorprendenti. Se il dato della scolarizzazione in un paese prevalentemente composto da villaggi di piccole-medie dimensioni sembra determinante, supportato da una presenza invasiva di preti-guerrieri infuocati da radio Maria, un elemento appare però sorprendente: sono soprattutto i 50enni ed i giovani a votare il PiS. Ossia le due sfere della società che più dovrebbero aver goduto della caduta del muro di Berlino prima, e delle libertà dell’Unione poi. Come è possibile che le sfere che più hanno tratto vantaggio da un Europa unita siano quelli che più se ne oppongano? Da cosa dipende il fatto che mentre il voto di protesta in Europa occidentale arrivi sempre alla soglia del potere per poi esserne escluso, qui invece governi in tutti i più rilevanti paesi post-comunisti? E se l’Europa avesse sbagliato ad allargare così velocemente i propri confini ad Est senza assicurarsi che le democrazie di quei paesi fossero sufficientemente stabili? E se “L’Europa a due velocità” proposta da Macron fosse davvero la soluzione? Interrogativi le cui rispose non possono che essere complesse ed articolate. Ma non ci sono dubbi sul fatto che da Est sta per abbattersi su Bruxelles una tempesta, e l’Europa centrale ed occidentale, molto autoreferenziale, sbaglia nel non voler volgere il proprio sguardo a quanto stia avvenendo nell’Europa dell’Est.

Diego Audero
gabrydiego@gmail.com