Il nostro futuro
si chiama Europa ed euro

Sembra crescente l’orientamento di scegliere l’Euro come capro espiatorio delle nostre difficoltà ad imprimere alla ripresa economica un’adeguata accelerazione in grado di far recuperare al nostro paese tassi di sviluppo e livelli di occupazione in linea con quelli dei paesi che si trovano oltre le alpi.

Mercoledì scorso la trasmissione “La Gabbia” condotta da Paragone è stata in larga parte dedicata a screditare l’euro con affermazioni e servizi che attribuivano alla moneta unica la causa della decadenza dell’Europa e soprattutto la perdurante crisi economica del nostro paese. Le argomentazioni erano a mio parere  largamente infondate e tendenziose. Ben più autorevoli, meglio motivate e perciò più preoccupanti le posizioni di Giorgio La Malfa e Paolo Savona, sul “Corriere della Sera” dei 27 dicembre e che tuttavia vanno nella medesima direzione. I nostri sostengono la tesi dell’abbandono della moneta unica e il ritorno alle monete nazionali a cambi fissi ma aggiustabili lasciando all’euro la funzione di  mera moneta di riferimento. In altre parole : fine della moneta unica che, così come è stata realizzata sarebbe stato un errore. Per motivare questa affermazione i due autori del breve saggio citano le regole volute dalla Germania che impongono ai soli paesi in deficit l’onere dell’aggiustamento e non richiedono alcun impegno di solidarietà ai paesi in surplus.

Da ciò i vantaggi per la Germania e i prezzi enormi pagati dal nostro paese. Per uscire da questa situazione il nostro paese dovrebbe chiedere che si ponga fine alla moneta unica, attraverso due modalità tra loro alternative. La prima consisterebbe nell’uscita della Germania che farebbe fluttuare la propria moneta consentendo così agli altri paesi, a cominciare dal nostro, di rafforzare i relativi apparati produttivi. Poiché questa strada non sarebbe mai imboccata dalla Germania si potrebbe ripiegare sul meccanismo delle singole monete nazionali legate da cambi fissi e aggiustabili. E se la Germania rifiutasse anche questa soluzione i vari paesi dovrebbero svincolarsi da ogni accordo e seguire politiche monetarie e fiscali del tutto autonome.

Tutto il ragionamento lascia molto perplessi. Se il nostro paese perde competitività la moneta non c’entra. Le ragioni sono  nella nostra bassa produttività e nei costi unitari di molti nostri prodotti. Le colpe sono tutte e solo nostre. Si tratta dunque di condizioni create da noi e che solo noi possiamo modificare. Esse hanno connotati noti e più volte ricordati dalla parte più illuminata del nostro paese. Si chiamano debolezza dell’esecutivo e instabilità del sistema di governabilità che danno luogo a politiche  spesso di corto respiro e non orientate a trasformazioni profonde del meccanismo di sviluppo. Le politiche che modificano profondamente il sistema guardano il lungo periodo  e richiedono quindi governi forti e stabili in grado di resistere a pressioni di parte e lobbistiche spesso intrise di populismo ed elettoralismo. La nave Italia naviga a vista ma al suo interno non mancano esempi  positivi di imprese di successo internazionale che confermano quanto la moneta unica non c’entri nulla con il loro saper accettare e vincere le sfide che la globalizzazione pone. Un esempio per tutti, la Fiat che da una situazione semifallimentare è stata riportata tra i gruppi automobilistici maggiori a livello mondiale, con miglioramenti di produttività, incrementi dell’occupazione, delle retribuzioni e della qualità dei prodotti. Non risulta che la Fiat e tante altre imprese che competono spesso con grande successo sui mercati mondiali chiedano l’uscita dall’euro e conseguente svalutazione monetaria. Certamente esse ne trarrebbero vantaggio con la riduzione dei salari e quindi dei costi che la svalutazione produrrebbe. Ma l’effetto svalutazione sarebbe di breve periodo perché il Sindacato non tollererebbe una riduzione del potere d’acquisto delle retribuzioni. Si rimetterebbero  in moto i noti meccanismi sperimentati nella cosiddetta prima repubblica: inflazione elevata, lotte sindacali a difesa dei salari, di nuovo svalutazione monetaria per riguadagnare competitività. Insomma una situazione di instabilità permanente dove non converrebbe investire un euro da parte degli operatori internazionali. E con la droga della svalutazione continua non affronteremmo mai i veri nodi strutturali che non ci permettono di avere uno sviluppo stabile e un futuro migliore e certo per le giovani generazioni. E tutto ciò per sottacere del terremoto finanziario che provocherebbe già l’indizione di un referendum per l’uscita dall’Euro.

Chi ha qualche risparmio, temendo una sua erosione con il  ritorno alla lira sarebbe indotto a proteggerlo in qualche maniera e certamente non lo lascerebbe in banca. Si potrebbe verificare l’assalto agli sportelli, fuga di capitali,  forse fallimenti bancari e fermiamoci qui. Insomma fine del sogno della stabilità e delle riforme tanto accarezzato dai Ciampi, Prodi, Amato,etc. Ma non sarebbe più semplice dire la verità sulle cause che impediscono una maggior crescita e ritrovare una più forte coesione intesa a rimuoverle quelle cause? E allora ci troveremmo il problema della scarsa produttività, dei bassi investimenti pubblici e privati, dell’eccesso di spesa corrente,dell’inefficienza dei servizi di pubblica utilità, dell’eccessiva tassazione dei fattori della produzione (lavoro e imprese) cui fa da riscontro il basso prelievo sui consumi legato alla eccessiva dispersione delle aliquote IVA  Non inseguiamo false soluzioni. Seguiamo l’esempio dei maggiori paesi europei che hanno insieme all’Euro la piena (o quasi) occupazione e una qualità della vita che non si riscontra in altre zone del mondo.

Nicola Scalzini

Dieselgate. Continua il braccio di ferro Berlino-Fca

dieselContinua il braccio di ferro sul dieselgate. La Germania insiste infatti sulla richiesta di richiamare i modelli diesel di Fca. Nel mirino del governo tedesco ci sono Fiat 500, Doblò e Jeep Renegade. Per questo modelli il ministero dei Trasporti chiede alla Ue di porre delle modifiche in quanto le loro emissioni sarebbero superiori ai limiti imposti dalle norme europee. Lo ha chiarito oggi il portavoce del ministero, in conferenza stampa a Berlino. “I modelli testati sono Fiat 500, Fiat Doblò e Jeep Renegade”, ha detto. Anche la portavoce della Commissione europea per l’Industria, Lucia Caudet, ha ribadito la richiesta all’Italia di presentare “risposte convincenti al più presto. Il tempo si sta esaurendo, perché vogliamo concludere le discussioni sulla conformità della Fiat a breve”. La Commissione europea starebbe, infatti, cercando di fissare una data per un incontro con le due parti per gli inizi di febbraio, perché è intenzionata a chiudere il dossier entro le prossime settimane.

Fonti europee riferiscono che in mancanza di una risposta dell’Italia Bruxelles potrebbe intraprendere azioni, che potenzialmente includono anche la procedura di infrazione. Secondo il ministero tedesco ci sarebbe uno scostamento tra dati “reali” e valori in fase di omologazione a causa di un software che interverrebbe sulla cosiddetta “finestra termica”. Vale a dire nel range di temperature entro le quali è lecito che la centralina di gestione motore disattivi i sistemi di trattamento dello scarico onde evitare danni dovuti, per esempio, dalla condensa.

Si tratterebbe dunque di un sistema come quello usato da Vw quando è scoppiato il caso dieselgate. “Al giorno d’oggi – ha insistito il portavoce – non ci sono prese di posizione e risposte dell’Italia”, alle richieste delle istituzioni europee sui risultati dell’inchiesta degli enti tedeschi sulle violazioni in materia di emissioni delle auto Fca. “Quando dopo più mesi non ci sono reazioni, né alle nostre domande né a quelle della Ue, questo non rende certo felici”, ha concluso. “La richiesta della Germania alla Ue di una campagna di ritiro delle Fca è totalmente irricevibile” ha commentato Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti. “Abbiamo accettato di istituire una commissione di mediazione presso la Commissione europea a Bruxelles esattamente perché non abbiamo niente da nascondere. I nostri test – ha aggiunto Delrio – dimostrano che non esistono dispositivi illegali e comportamenti anomali. Questa interpretazione della Germania va contro le regole che ci siamo dati, di responsabilità di ogni nazione verso le proprie case produttrici. Noi non abbiamo chiesto nessuna ulteriore indagine da parte di Volkswagen, ci siamo fidati di loro, ed è giusto che il confronto avvenga sulla fiducia e il rispetto reciproco. Presenteremo a Bruxelles i risultati dei nostri test e lì confronteremo i nostri dati con quelli di tutti i produttori. L’Italia ha una posizione di totale trasparenza”.

Redazione Avanti!

DEBITO SENZA FINE

PIL 2008 IN CALO - SOLDI E BANCONOTENon smette di salire il debito pubblico italiano. Il dato di novembre, infatti, indica un debito delle amministrazioni pubbliche pari a 2.229,4 miliardi di euro, quindi in aumento di 5,6 miliardi rispetto al mese precedente. Bankitalia ha spiegato che l’incremento è dovuto al fabbisogno mensile delle amministrazioni pubbliche per 7,1 miliardi, parzialmente compensato dalla diminuzione delle disponibilità liquide del Tesoro per 1,6 miliardi.

Considerando i primi undici mesi del 2016, il debito delle amministrazioni pubbliche è aumentato di 56,7 miliardi. L’incremento riflette il fabbisogno di 52,4 miliardi e l’aumento delle disponibilità liquide del Tesoro per 10,4 miliardi. In senso opposto ha operato, per 6 miliardi, l’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione del tasso di cambio.

Per l’economista Nicola Scalzini si tratta del solito allarmismo di chi non sa o fa finta di non saper leggere i numeri. “Ma è la solita bufala sul nostro debito. Ogni volta che la Banca d’Italia dà i dati – continua Scalzini – tutti i giornali parlano di record dando ovviamente una falsa rappresentazione della verità. Voglio dire che se il debito aumenta, questo è normale in tutto il mondo. Quello che va segnalato come allarme è l’aumento del rapporto tra debito e Prodotto Lordo e questo lo vedremo quando avremo i consuntivi del 2016. Tornando al dato di novembre che risulta pari a 2229 miliardi,  esso va interpretato positivamente. Infatti la cifra è superiore di soli 12 miliardi a quella del novembre del 2015. L’aumento percentuale è di appena lo 0,5%.Se questa percentuale venisse confermata anche a fine anno noi vedremmo ridursi il rapporto debito/PIL dopo tanti anni. Ed è questo – conclude –  l’indicatore che conta e non già l’aumento del volume del debito. Staremo a vedere fra meno di un mese”.

Per quanto riguarda le entrate tributarie a novembre hanno registrato una flessione a 33,8 miliardi dai 34,6 miliardi nello stesso mese del 2015. Nei primi undici mesi del 2016 il dato è però risultato in crescita su base annua del 4,3% a 368,4 miliardi. In ogni caso, al netto di alcune disomogeneità contabili e temporali, riguardanti principalmente l’iva, le ritenute Irpef e l’imposta di bollo virtuale, si può stimare che la dinamica sia stata più contenuta.

Infine, a ottobre, l’ultimo dato disponibile, su un debito pubblico pari a 2.223 miliardi la quota in mano all’estero, ovvero ai soggetti non residenti, è risultata pari a 737,8 miliardi. Sulla quota di debito in mano estera 689,9 miliardi sono rappresentati da titoli pubblici, in aumento di quasi 2 miliardi rispetto al mese di ottobre.

Dal febbraio 2014 ad oggi il debito è salito di 122,243 mld in 33 mesi, al ritmo di 3,71 mldi di euro al mese. Nel 2017 l’Italia si aggiudica il triste primato nella classifica del debito pubblico tra i paesi dell’area euro. L’Ufficio parlamentare di bilancio, nel focus che propone un confronto tra gli obiettivi di finanza pubblica riportati nei documenti programmatici di bilancio dei 18 paesi, ricorda infatti che la Grecia è esclusa della lista, essendo soggetta al programma di aggiustamento. Dalle tabelle contenute nel rapporto si evince, inoltre, che il 2017 sarà il terzo anno consecutivo in cui l’Italia si aggiudica il primo posto. Nel 2017, rileva intanto l’autorità indipendente, la ripresa economica dell’area euro ”è destinata a restare debole e che la fase ciclica avrà ancora un accento negativo”. Dall’analisi emerge che ”nessuno dei 18 paesi presenta rischi di grave non conformità al Patto di stabilità e crescita”. Tuttavia per otto paesi, tra cui l’Italia, secondo la commissione la conformità ”è a rischio”.

L’EUROPA DA COSTRUIRE

EUROPA-elezioni

“Di priorità ne vedo due e investono l’iniziativa socialista in tutta Europa. Noi dobbiamo fare la nostra parte nella battaglia contro il populismo, le diseguaglianze e la superficialità. E dobbiamo fare la nostra parte per riscrivere i canoni del socialismo al tempo della rivoluzione tecnologica e della globalizzazione. Perché le chiavi di lettura del ‘900 non servono più. E la ragione per la quale abbiamo ripetutamente chiesto un Congresso straordinario del Pse come sede nella quale elaborare un pensiero nuovo”. Lo afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini fresco di riconferma come Viceministro alle infrastrutture.

Da dove partire?
La lotta alle diseguaglianze e le grandi migrazioni. Sono questi i due fattori che destabilizzano le società e alimentano ovunque una destra radicale e populista. Vi è un sentimento mondiale che necessita una risposta e rispetto a questo sentimento la sinistra riformista non ha risposte efficaci.

Manca una risposta perché i partiti si sono indeboliti?
C’è molto di più. Lo scenario è più preoccupante. Mentre i socialisti seppero per primi interpretare le chiavi, che erano nuove per il tempo della società industriale, oggi sono il movimento culturale più in difficoltà perché i canoni del ‘900 sono profondamente cambianti. Non siamo più in una società dal benessere diffuso come dagli anni ‘60 alla seconda metà degli anni  ’90 quando per un quarantennio l’Europa si è distinta come società del benessere. Oggi c’è una crisi forte del ceto medio e c’è un allargamento della forbice tra pochi detentori di ricchezza e molte nuove povertà. Quindi la piramide ha allargato la sua base e ristretto il suo vertice. Ed è l’esatto contrario di quello che è successo nella seconda parte del Novecento grazie soprattutto al governo riformista con i socialisti in testa in Europa. Ma anche molte forze cattoliche hanno avuto una funzione di questa natura.

E ora?
Ora questo aspetto si è modificato ma le risposte ancora non le abbiamo. Altro punto: quando parlo di migrazioni mi riferisco a un fenomeno che sarà durevole nel tempo. Non c’è temporaneità, per questo va governato. Ma il sistema di governo non è il multiculturalismo un po’ cialtrone che si è manifestato in questi anni. Noi dobbiamo essere accoglienti ma nella valorizzazione dei nostri valori che sono basati sull’uguaglianza e la libertà a cominciare dalla parità uomo donna. Quindi il multiculturalismo deve essere consentito nel rispetto di questi principi fondamentali. Non può essere il fai come ti pare.

Ma c’è ancora bisogno di riformismo oggi?
Ha cambiato segno. Ma la necessità è ugualmente forte. Oggi si hanno aree di disagio anche nel mondo dei professionisti, del commercio, degli artigiani. Fino a 15 anni fa un professionista, un avvocato un architetto, era considerato la crema della società. Molto spesso oggi, o paghi la cassa forense o paghi l’affitto dell’abitazione. Quindi il livello del disagio è diventato trasversale, è diventato mutevole. Si sta ovviamente meglio rispetto al primo novecento, ma si sta peggio rispetto a venti anni fa. E questo peggioramento non ha riguardato soltanto il proletariato del nostro tempo, ma pezzi di queste classi sociali che sono precipitate nel disagio sociale. Quella che era l’ossatura dell’Italia negli anni ‘80 e ‘90, il terziario, oggi non vive una stagione felice. L’ha vissuta ma non la vive più. Terza condizione, c’è stata un’interruzione brusca dell’ascensore sociale e questo riguarda soprattutto le giovani generazioni. Se a un ragazzo di venti anni lo privi delle opportunità gli togli il futuro.

E a questo serve una risposta da parte della politica…
La prima cosa da fare, almeno a livello europeo, è la necessità di prendere misure che Nencini-Psiriguardano il modo della grande finanza. Sono misure obbligatorie. La crisi della politica ha aperto un oceano davanti ai grandi poteri finanziari. E sono poteri in gran parte incontrollati. Non solo non sono eletti, ma non subiscono nessuna forma di controllo. Siccome non è possibile renderli eleggibili, sono obbligatorie almeno forme di controllo. Però sono misure che i singoli stati singolarmente hanno difficoltà a prendere perché sarebbero inefficaci. Servono accordi come minimo comunitari.

Mentre l’Europa latita.
L’Europa non sta partecipando in nulla nella definizione della cornice internazionale di questo secolo. La partita se la stanno giocando gli Stati Uniti, la Cina e mi pare che si stia consolidando la Russia. Questo è a oggi il triangolo. Manca il quarto lato, quello dell’Europa. Manca una visione di una leadership europea, che in passato c’è stata: i Mitterrand, i Kohl, i Craxi, i Gonzalez. La stessa Thatcher. Erano leader che avevano una visione internazionale. E una visione di orizzonte con un intuito del futuro. Oggi si discute soltanto di quanto rigore debba essere immesso quotidianamente sulla scena comunitaria.

E anche sulla gestione dell’immigrazione la mancanza di Europa si è sentita.
L’Europa di fatto con i trattati di Dublino ha delegato all’Italia, per sua condizione geografica il ruolo di piattaforma per i migranti. Ed è una delega irresponsabile. La seconda piattaforma l’aveva individuata nella Turchia di Erdogan. Una piattaforma a pagamento. Quindi in questo caso la revisione del trattato di Dublino è la priorità. La seconda è la valorizzazione dei suoi valori. Cioè una norma che obblighi chi arriva in Europa a giurare sulle nostre Costituzioni e a conoscere la lingua del paese che lo ospita per godere degli stessi diritti e avere le stesse responsabilità. Questo è decisivo. Noi, ormai un anno fa, abbiamo presentato un disegno di legge di questo tipo.

Il dibattito sulla legge elettorale sta entrando nel vivo. Il Psi cosa propone?
Prenderemo presto una iniziativa con i Radicali e con quanti sostengono la nostra proposta di legge. Che è un sistema di tipo maggioritario, la cui partenza può essere anche il Matterellum.

Passiamo al Partito…
Si è concluso il tesseramento 2016 del PSI. Pur mancando gli ultimi dati dei versamenti postali, abbiamo superato la soglia dei 19.000 iscritti. Aperta una nuova federazione estera a San Paolo in Brasile. Un risultato in perfetta linea con il tesseramento degli scorsi anni, nonostante il calo di attenzione verso i partiti e la politica. Grazie davvero per la vostra lealtà. Dobbiamo mettere da parte i tribunali e occuparci esclusivamente di politica. Noi saremmo leali con il governo Gentiloni, ma saremo più liberi soprattutto sulle misure che riguardano il mondo del lavoro e il disagio sociale.

In ogni caso le elezioni non saranno più lontane del 2018. Il Psi come si sta organizzando per questo appuntamento?
Intanto voglio sottolineare  che il tesseramento è andato molto bene. C’è stata una risposta molto positiva in tutta Italia. Secondo: ricucire lo strappo referendario. Nei prossimi tre mesi ci dedicheremo a disagio sociale, periferie e immigrazione con una nuova lettura del riformismo in Italia che affidiamo al Convegno meriti e bisogni che stiamo organizzando. Nello stesso periodo teniamo in Sicilia una nostra iniziativa sui migranti. Vanno preparate tante costituenti regionali a partire dal coinvolgimenti del Nuovo Psi. C’è già un’iniziativa in Campania che sta dando ottimi frutti. Qui dovremmo fare un censimento di tutte le forze, uomini e donne, che si rifanno al socialismo italiano: dal sindacato a chi è rimasto al focolare in questi anni. Quindi vanno previste tra gennaio e marzo tante Costituenti regionali. Tante Epinay. Terzo ed ultimo: a patire dalle regioni e dalle città importanti che vanno al voto, penso alla Sicilia, a Palermo e a Genova, per le quali bisogna pensare di mettere in campo dei rassemblement socialisti, laici, ambientalisti e civici.

Da gennaio Guterres, un socialista vecchia maniera, sarà a guida dell’Onu. Cosa significa questa scelta?
Vorrei che fosse l’inizio di una di una controtendenza. Anche perché non è vero che i partiti sono in crisi, sono in crisi i partiti tradizionali. Però dove esistono vincono le elezioni. Quello di Grillo è un partito nuova maniera, ma è un partito. Tsipras, che vince le elezioni in Grecia, ha un partito. I conservatori inglesi che cambiano leader nell’arco di un mese con un referendum interno, sono un partito. Podemos, in Spagna, è un partito. Non sono movimenti generici di cittadini. Però sono movimenti che aggrediscono la società con sistemi diversi del partito ottocentesco.

Ma se il rischio è quello di Roma con i 5 Stelle…
Il Senato romano ordinò Carthago delenda est. Pare che la parola d’ordine della sindaca sia invece delenda Roma.

Daniele Unfer

Putin nel mondo…
Nel bene e nel male

putinSecondo un sondaggio realizzato dall’Ispi, dall’Ipsos e da Rainews 24 alla fine del 2016, Vladimir Putin è l’uomo politico più influente del mondo, con una percentuale di indicazioni quattro volte superiore a quella di Donald Trump. Nello stesso periodo del 2015 era Barack Obama. Sempre nello stesso sondaggio, la Russia è al primo posto nell’elenco dei paesi che contano, superando Stati Uniti e Cina appaiate al secondo posto; mentre l’Europa è indicata da meno del 20% dei sondati (in questo caso erano possibili più indicazioni).
Umori populisti? Reazioni irrazionali? Tutt’altro. Anche perché, sugli altri quesiti del sondaggio, le risposte riflettono il più elementare buon senso (molte più preoccupazioni per la crisi economica che per il terrorismo; un atteggiamento sull’immigrazione che rifiuta sia il “facciamo entrare tutti” che il “non facciamo entrare nessuno”; Germania indicata ad un tempo come la maggiore risorsa e come il maggiore problema per il nostro paese e così via).
Ammirazione per l’uomo forte o magari per il suo regime? Non direi. Semmai, ammirazione per una persona e, per la proprietà transitiva, per un paese che hanno obbiettivi chiari, razionali e comprensibili e strategie visibili e concrete per realizzarli. In un universo di riferimento, tanto per capirci, che non hanno nulla a che vedere con gli schemi Bene/Male Amico/ Nemico radicati nell’immaginario collettivo americano.
E così, nell’anno di grazia 2016, Mosca ha potuto segnare a pieno titolo, nell’area mediorientale: il riconoscimento della priorità della lotta al jihadismo rispetto a quella della caduta di Assad, convertendo al suo punto di vista paesi come la Turchia e il futuro presidente della repubblica francese, al secolo François Fillon; il suo riconoscimento come naturale protettore dei cristiani d’oriente, sinora vittime collaterali di tutte le “crociate”scatenate dall’Occidente (dall’Iraq alla Libia alla stessa Siria); i contatti permanenti ristabiliti con Israele ed Egitto, Arabia saudita e regime di Tobruk; il reintegro del regime di Damasco come elemento ineliminabile nello scacchiere politico della regione; l’accordo umanitario, i cui garanti non sono stati ne l’Onu, ne gli Stati Uniti, nè l’Europa ma Russia, Turchia e Iran, che ha permesso l’uscita da Aleppo dei civili e delle milizie islamiche.
A fronte di tutto questo il bilancio dell’Occidente è zero carbonella: e, attenzione, non mi riferisco qui alle campagne militari. Del passato o del presente, con il loro esiti disatrosi (Iraq, Libia, Yemen); in corso, ma condotte, giustamente, con estrema cautela ( Isis, Mosul); o, infine, giustamente abortite (come l’intervento diretto dell’Occidente nel conflitto civile siriano). Ma ai progetti costruttivi mai arrivati a buon fine: intesa con il mondo islamico, insieme, democratico e moderato, risistemazione della Libia, reinserimento dell’Iran nell’ordine internazionale e, infine, accordo di pace tra israeliani e palestinesi (una perla, a questo riguardo, la dichiarazione del nuovo ambasciatore americano a Gerusalemme “capitale eterna di Israele”; ” i fautori dei due stati due popoli sono dei kapo’”.
Un totale fallimento. Riassumibile nel fatto che gli Stati uniti dell’ultimo Obama e del primo, e speriamo unico Trump vorrebbero disimpegnarsi dal disastro mediorientale ma non sono in grado di farlo, perchè non trovano luogotenenti locali disponibili a seguire le loro direttive. Israele va per conto suo ed è in una condizione di forza e di sicurezza senza precedenti, l’Arabia saudita sta impazzendo, la Turchia si sta sganciando dall’ancoraggio occidentale.
Perché tutto questo? Che cosa si è fatto e non si doveva fare; e cosa non è stato fatto di quello che si doveva fare?
Discutere di questo o di quello ci porterebbe lontano. E senza raggiungere opinioni condivise. Ma forse il difetto, anzi i difetti stanno nel manico. E cioè da una parte nel manicheismo ideologico americano; e dall’altra nel progressivo disimpegno europeo.
Il primo fenomeno ha radici molto antiche, al punto di diventare una seconda natura. Ed è e sarà sempre più al centro del dibattito, negli stessi Stati uniti: anche come effetto collaterale di una variante potenzialmente assai pericolosa, con l’avvento di Trump.
Il secondo, invece, rimane ancor oggi al centro di generiche lamentazioni: “l’Europa che non c’è” e via litaniando.
Pure un’Europa c’è eccome. Ed è quella che abbiamo costruito sull’onda delle illusioni del 1989 e dei principi di Maastricht. Nel primo caso, nel convincimento che, con la caduta del muro di Berlino, l’Europa potesse guidare ed ispirare non solo la ricostruzione liberaldemocratica dell’intero continente ma anche l’adeguamento progressivo al nostro modello dell’area mediterranea e mediorientale. E questo senza curarci minimamente di ridefinire, con gli Stati uniti le modalità, gli strumenti e le scelte politiche funzionali alla costruzione del nuovo ordine mondiale .Nel secondo caso, sostituendo l’economia alla politica come luogo della costruzione dell’Europa unita.
Il risultato, in Medio oriente come altrove, è stato di averne in campo molte; e cioè, appunto, nessuna.

Migranti, il ricatto turco all’Europa di aprire le frontiere

Turkey's President Recep Tayyip Erdogan adjusts his sunglasses before a wreath-laying ceremony at the Jose Marti monument in Havana February 11, 2015. REUTERS/Enrique De La Osa

Turkey’s President Recep Tayyip Erdogan adjusts his sunglasses before a wreath-laying ceremony at the Jose Marti monument in Havana February 11, 2015. REUTERS/Enrique De La Osa

Dopo l’invito europeo alla sospensione dei negoziati con la Turchia arriva puntuale, e forse scontata, la risposta del Presidente Erdogan. Il presidente Tayyip Erdogan oggi ha avvertito che la Turchia potrebbe aprire le frontiere ai migranti diretti in Europa se spinta dall’Ue, all’indomani del voto del Parlamento europeo sulla sospensione dei negoziati per l’ingresso di Ankara.
“Se andate avanti, i cancelli della frontiera verranno aperti. Né io né il mio popolo subiremo gli effetti di queste minacce. Non avrebbe importanza se tutti voi approvaste il voto (del Parlamento europeo)”, ha detto Erdogan a un congresso a Istanbul.
E insiste: “Non avete mai trattato l’umanità in modo onesto e non vi siete occupati delle persone in modo giusto. Non avete raccolto i bambini quando (dopo essere annegati, ndr) nel Mediterraneo arrivavano sulle coste. Siamo noi che stiamo nutrendo circa 3,5 milioni di rifugiati in questo Paese. Voi non avete mantenuto le promesse. Quando 50mila rifugiati sono arrivati a Kapikule (la frontiere tra Turchia e Bulgaria, ndr) vi siete messi a urlare e a dire ‘Che faremo se la Turchia apre i valichi di frontiera?’”, ha aggiunto il presidente turco che, in caso di approvazione della bozza della Costituzione, potrebbe rimanere al potere fino al 2029.
Erdogan ha aggiunto che la controversa proposta del partito al governo di consentire agli uomini accusati di abusi sessuali di evitare una condanna non è stata predisposta attentamente, e ritiene che la questione sarà riportata in Parlamento con un più ampio consenso.
La proposta avrebbe consentito il rinvio indefinito della condanna in caso di abuso sessuale commesso “senza la forza, minaccia o raggiro” prima del 16 novembre 2016 se l’autore dell’abuso ha sposato la vittima.
Da parte europea interviene la Germania, da sempre in testa nei trattati con Ankara. Il governo tedesco, però, decide di rispondere diplomaticamente e valuta “un comune successo” l’accordo Ue-Turchia sui migranti. Un patto che “è nell’interesse di tutte le parti”, ha detto a Berlino la portavoce Ulrike Demmer, ribadendo che l’Ue “resta ferma sui propri doveri dell’accordo e li adempie”. “Le difficoltà e le questioni critiche vanno affrontate e risolte attraverso il dialogo”, ha concluso Demmer.

Schulz lascia il Parlamento europeo e torna a Berlino

Merkel-SchulzLa sfida alla Cancelliera Angela Merkel stavolta potrebbe arrivare direttamente dagli scranni del Parlamento europeo, anzi dalla Presidenza. Martin Schulz conferma le indiscrezioni delle ultime ore e annuncia la chiusura della sua esperienza politica a Bruxelles per dedicarsi alla politica tedesca. Lo ha annunciato lo stesso politico alla redazione europea di Ard, secondo quanto riporta anche la Dpa. “Ho preso la mia decisione, l’anno prossimo correrò al Bundestag come capolista del mio partito, l’Spd, nel Land del Nordreno-Vestfalia. Continuerò a battermi per l’Europa dal livello nazionale”. Viene così confermata l’indiscrezione che compare questa mattina sulla prima pagina della Sueddeutsche Zeitung.
Schulz viene considerato, insieme al leader dei socialdemocratici tedeschi Sigmar Gabriel, tra i possibili candidati del partito per competere con la cancelliera cristianodemocratica Angela Merkel, che ha già confermato di correre per un altro mandato, la ritirata di Schulz dall’Europa arriva infatti giusto in tempo, poiché la designazione del candidato socialdemocratico alla Cancelleria è prevista in gennaio.
“In tutto il mio mandato – ha detto Schulz – mi sono sforzato di rendere più influente il Parlamento, unica istituzione europea i cui membri sono eletti direttamente”. Schulz ha ringraziato i colleghi deputati e il presidente della Commissione europea Jean Claude Juncker, “amico e vero europeo”. “Più che mai il mondo ha bisogno di un’Europa forte e unita – ha aggiunto – e la Germania, lo Stato più grande dell’Unione, ha una responsabilità tutta particolare”.
Tuttavia la scelta ‘personale’ e nazionale di Schulz rischia di influire negativamente su un’Europa già barcollante e incerta. La scelta di una sua successione apre una partita che potrebbe coinvolgere non solo l’Europarlamento ma anche il Consiglio Europeo e la Commissione. La conquista della guida degli eurodeputati, metterebbe in totale minoranza i socialisti, in un’Europa ormai a guida quasi esclusiva dei popolari farebbero che hanno la presidenza sia del Consiglio Europeo (con Donald Tusk) che della Commissione (con Jean-Claude Juncker). Di conseguenza se la presidenza degli eurodeputati finisse in mano ai popolari, a farne le spese potrebbe essere Tusk o Juncker.
Ma nemmeno il tempo di vedere uscire dalla porta Schulz che arriva l’ennesima doccia fredda per l’Europa. Il candidato presidenziale dell’estrema destra austriaca, Norbert Hofer, ha affermato che spingerà per un referendum sulla appartenenza alla Ue, se l’Unione diverrà più centralizzata in seguito alla Brexit.
Anche se l’Ue è importante per l’Austria, ha detto Hofer alla Bbc, egli voleva “una Unione Europea migliore”.
Le nuove elezioni presidenziali austriache sono in programma per il 4 dicembre e i sondaggi indicano attualmente una situazione di parità.

L’Europa fissa gli obiettivi di sviluppo per tutti

Patto stabilita-EuropaPer la prima volta nella storia, ieri, l’Unione Europea ha fissato l’obiettivo di sviluppo per l’eurozona in +0,5% del PIL. Significa che per i Paesi dell’Eurozona il PIL dovrebbe crescere in media dello 0,5%. Alcuni Paesi supereranno la media prefissata di sviluppo, altri Paesi si troveranno al di sotto di tale media. La Commissione dell’UE ha fissato le regole. Chi si troverà sopra la media verrà premiato, chi si troverà nella media o ad un livello inferiore verrà penalizzato. Paesi come la Germania che potrebbero trovarsi molto probabilmente ad un livello di sviluppo maggiore, potranno utilizzare la differenza in eccedenza per alimentare una domanda interna e per nuovi investimenti. I Paesi che non avranno un surplus del PIL rispetto all’obiettivo, dovranno fare i conti con i problemi di bilancio per rispettare i parametri fissati dalla UE. Facilmente si può dedurre che i Paesi con l’incremento più alto del PIL avranno più possibilità di crescita futura della propria economia, mentre i Paesi della UE con una economia più debole continueranno ad essere penalizzati nella costruzione di un loro sviluppo economico. Questo segnale è in controtendenza rispetto ai principi fondanti dell’Unione Europea. Gli accordi originari si fondano sul concetto di solidarietà tra i popoli.

Per risolvere la crisi cronica dell’UE, bisognerebbe superare il clima da consorteria che aleggia tra i Governi presenti nella Commissione Europea. Bisognerebbe continuare seriamente il processo di unificazione e di integrazione per la costruzione di una Unione Europea in Stato Federato. Si dovrebbe iniziare a lavorare al più presto possibile per definirne la Costituzione, per omogeneizzare il costo della vita tra i diversi paesi aderenti, unificare il welfare, la contrattazione del lavoro, la politica fiscale, la difesa e la politica estera. Certamente ci vorrà del tempo, ma è indispensabile che gli atti della UE siano gradualmente finalizzati al raggiungimento di tale obiettivo. Invece, oggi, si alimentano tensioni e spinte centrifughe come se ci fosse una volontà recondita e perversa finalizzata allo sgretolamento dell’Unione Europea. L’Europa Nazione consentirebbe, nel tempo, notevoli risparmi sulla spesa della pubblica amministrazione liberando risorse che potrebbero essere investite in una diversa politica di sviluppo economico in cui il PIL dell’eurozona potrebbe crescere con valori percentuali interi superando la marginalità degli obiettivi conseguibili attualmente. Se l’Italia si è astenuta per l’approvazione del bilancio dell’UE, ha ragioni ben fondate. Sono troppo esigue le risorse messe a disposizione dell’Italia per sostenerla sulle questioni di cui l’Italia necessita.

Oltre ai fondi per lo sviluppo sostenibile, non si riscontrano aiuti significativi per le calamità naturali che hanno colpito l’Italia e sono insufficienti le risorse messe a disposizione per fronteggiare le problematiche dell’immigrazione di massa dall’Africa e da altre zone del mondo.

Salvatore Rondello

GIUDIZIO SOSPESO

commissione europa

In arrivo il giudizio sulla manovra italiana. La decisione finale sarà presa domani durante il collegio dei commissari: lo ha detto il portavoce della Commissione europea Margaritis Schinas rispondendo a chi gli chiedeva se le opinioni attese per mercoledì fossero già stata finalizzate oppure sarà il collegio di domani  a prendere la decisione.

Ottimista il sottosegretario Gozi. Sul documento programmatico di bilancio per il 2017, il governo si aspetta “una posizione ampiamente favorevole da parte della Commissione” Europea, ha detto, a margine del Consiglio Affari generali. “Siamo molto tranquilli sul negoziato sulla legge di bilancio – ha affermato – siamo convinti che sia una legge di bilancio che risponde alle esigenze degli italiani, le esigenze di competitività, dei giovani, e soprattutto alle esigenze più immediate dell’immigrazione e del terremoto”. Insomma, ha
chiosato , “siamo convinti vada nella direzione giusta e ci aspettiamo anche una posizione ampiamente favorevole da parte della Commissione”, anche se, ha precisato, “chi ha il pallino in mano del negoziato è il ministro Padoan”.

Per alcune fonti invece bisognerà aspettare i primi mesi del 2017 per un parere definito da parte della Commissione europea. Il che darebbe al governo una boccata di ossigeno fino al nuovo anno e affrontare il referendum sulle modifiche alla Costituzione senza preoccuparsi di rispondere ai rilievi dell’Europa sulla manovra del 2017. Lo “spirito costruttivo e positivo” con cui in queste settimane il governo italiano e la Commissione europea hanno dialogato sul documento programmatico di bilancio sarebbe sul punto di produrre i suoi risultati: mercoledì, secondo quanto si apprende a Bruxelles, dovrebbe essere confermata dalla Commissione la decisione di rinviare ai primi mesi del 2017 un giudizio definitivo sui conti pubblici italiani.

Il bilancio italiano per l’anno prossimo rischia di non rispettare le regole del patto di Stabilità e crescita su deficit e debito pubblico, ma l’approccio di Bruxelles sembra orientato non solo a tenere in considerazione tutte le richieste di scorporo delle spese straordinarie dal computo del deficit, ma anche a chiudere momentaneamente un occhio sui punti critici già individuati, come le misure “una tantum” e non strutturali da cui dipende una parte delle entrate e il ritardo nel raggiungimento dell’obiettivo di medio termine di un pareggio strutturale.

Nelle previsioni economiche della scorsa settimana si era evidenziato uno scostamento significativo fra le stime della Commissione e quelle di Roma soprattutto sul debito pubblico, stimato l’anno prossimo al 133,1% del Pil, ancora in crescita, anche se di poco, rispetto al 133% di quest’anno, mentre il governo lo stimava al 132,6% nel 2017, in calo rispetto al 132,8% del 2016. Nei due ultimi anni, inoltre, l’Italia ha già beneficiato di 19 miliardi di flessibilità impegnandosi in cambio a far scendere il deficit dal 2,4% del Pil del 2016 all’1,8% l’anno prossimo. Nel documento programmatico però, a causa dei costi straordinari per le emergenze migranti e terremoto, il deficit/Pil per il 2017 è stimato al 2,3%, che secondo le previsioni Ue sale al 2,4%.

Le dichiarazioni “concilianti” del commissario Moscovici, sulla volontà di “ridurre il divario” fra le stime italiane e quelle europee e sull’intenzione di concedere al governo la possibilità di affrontare “extra deficit” i costi degli eventi straordinari corrispondono con un approccio comunitario che fin dall’inizio del mandato dell’attuale Commissione si è voluto meno rigido sulle politiche di austerità e più incline al rilancio dell’economia con altri mezzi. Oltre al commissario per l’Economia e la Finanza, il socialista francese Pierre Moscovici, responsabile del dossier, a sostenere questa linea e a lavorare a favore delle richieste italiane è stata, in queste settimane, la stessa vicepresidente Federica Mogherini, che la scorsa settimana ha incontrato a Bruxelles il ministro Pier Carlo Padoan. Lo stesso presidente Jean-Claude Juncker rivendica la rottura dell’attuale esecutivo rispetto alla linea “pro austerita’” che aveva caratterizzato la precedente gestione del presidente Josè Manuel Barroso.

La scorsa settimana, è proprio su questo tema che il presidente lussemburghese si è lasciato andare a un’espressione colorita, lamentandosi delle critiche italiane e rispondendo in modo piccato a chi accusa la Commissione di perseguire politiche di austerità: “Lo dicano pure, non mi interessa”, aveva detto, usando l’espressione francese “je m’en fous”, letteralmente “me ne frego”. L’opinione sui conti pubblici nazionali sarà decisa però domani durante la riunione del Collegio dei commissari, del quale fanno parte anche alcuni esponenti di una linea meno accondiscendente. Successivamente, dovrà passare l’esame ancora più difficile del consiglio Ecofin, il prossimo 5 dicembre: non tutti i ministri delle Finanze Ue sono d’accordo con la linea “morbida” decisa dalla Commissione.

Intanto l’Italia ha “confermato la riserva”, ovvero ha sostanzialmente posto il veto, alla proposta di compromesso fatta dalla presidenza slovacca per la revisione di mid-term del bilancio pluriennale della Ue e che il governo non considera accettabile perché mancano garanzie per l’aumento di risorse “a favore delle nostre priorità”: immigrazione,  sicurezza, disoccupazione giovanile o programmi per la ricerca. Lo ha annunciato il sottosegretario Sandro Gozi a margine del Consiglio Affari Generali a Bruxelles.

I diktat e il dramma
di Bruxelles, la versione
di Étienne Balibar

etienne-balibarIl dramma dell’Europa è dovuto sostanzialmente al fatto che essa non ha ancora trovato il suo “momento costituente e federatore”, attraverso una spinta democratica dal basso che fosse valsa a definire una cittadinanza europea legittimata e protetta da istituzioni condivise. Étienne Balibar, autorevole filosofo della politica, in “Crisi e fine dell’Europa?”, spiega il motivo dell’impasse che affligge al presente il processo di unificazione europea; per il pensatore francese, ciò accade perché, mentre il “vecchio muore”, il “nuovo non può nascere”, per via del fatto che quanto sta accadendo dalla fine degli anni Settanta, a livello europeo ed a livello internazionale, determina il continuo cambiamento delle condizioni che dovrebbero giustificare il raggiungimento dell’obiettivo dei “padri fondatori” del progetto di un’Europa unita e solidale.
Soprattutto in questi ultimi anni, dall’inizio della Grande Recessione, le incertezze della “costruzione comunitaria” sono all’ordine del giorno. Da un lato, le Cassandre annunciano di continuo la paralisi e la dissoluzione dell’Unione, perché nessuna delle “ricette” applicate per lenire gli effetti negativi della recessione ha risolto la “contraddizione interna di una costruzione politica il cui principio ispiratore […] implica l’antagonismo permanente degli interessi dei diversi attori”. Quelle ricette, a parere di Balibar, hanno solo perpetuato “la recessione, accentuato le disuguaglianze tra nazioni, generazioni e classi sociali, bloccato i sistemi politici, prodotto una diffidenza esacerbata dei popoli nei confronti delle istituzioni e della costruzione europea in quanto tale”. Da un altro lato, i paladini del “metodo Coué” (o metodo per la conservazione della padronanza su se stessi per mezzo dell’autosuggestione cosciente) “colgono al volo ogni segnale ‘non negativo’ per annunciare che, ancora una volta, il progetto europeo approfitta delle sue crisi per rilanciarsi, facendo prevalere l’interesse comune sulle divergenze”.
Tuttavia – afferma Balibar – ciò che impedisce di “mettere in ridicolo” sia le Cassandre che i seguaci del metodo Coué è l’“argomento cogente” che le economie dei Paesi europei sono divenute ormai tanto interconnesse tra loro e le singole società che le compongono così tanto dipendenti dai “meccanismi europei”, da fare risultare evidente per tutti la natura catastrofica dello smantellamento dell’Unione. Questa evidenza, però, osserva il filosofo francese, si basa sul presupposto che nella storia, come in politica, la continuità debba sempre prevalere sul contingente, per cui la crisi attuale non possa che essere di natura congiunturale. Non è però così.
Riguardo al dramma dell’Europa, ciò che manca è, secondo Balibar, non solo la comprensione del “tipo di svolta” che segna la crisi attuale, un processo iniziato oltre cinquant’anni fa; manca anche, da un lato, un’analisi delle contraddizioni che gli effetti della Grande Recessione hanno fatto pesare sull’”intreccio tra strategie politiche e logiche economiche” che avrebbero dovuto supportare la costruzione istituzionale dell’Unione e, dall’altro lato, una valutazione, sia dei cambiamenti nella distribuzione del “potere” tra i vari attori europei, sia del terreno di scontro tra i progetti alternativi di unificazione politico-economica del Vecchio Continente.
La mancata conoscenza degli eventi esterni ed interni all’Europa, che hanno influenzato la sua trasformazione post-nazionale, impedisce di capire perché “questa trasformazione e la sua forma stessa rimangono ancora incerte”. Al fine di superare l’handicap conoscitivo, sottolinea Balibar, occorre approfondire, in particolare, la conoscenza storica su due punti: il primo, riguardante le “fasi differenti, strettamente legate alle trasformazione del ‘sistema mnondo’”; il secondo, concernente il “quadro dell’architettura giuridica”.
La conoscenza delle diverse fasi della trasformazione del “sistema mondo” che hanno influenzato il processo europeo riveste una particolare importanza perché, per un verso, consente di evidenziare la corrispondenza tra i mutamenti del sistema mondo e di quello europeo e la crescente complessità dei problemi con cui le istituzioni che dovevano gestire l’integrazione hanno dovuto confrontarsi; per un altro verso, la conoscenza storica dei mutamenti internazionali ed europei consente di capire le difficoltà che le stesse istituzioni europee devono di continuo fronteggiare nella gestione degli “equilibri instabili tra sovranità nazionale e governance comunitaria”.
La storia degli eventi che hanno influenzato il processo d’integrazione europea può dividersi in tre fasi: la prima, relativa al periodo compreso tra la costituzione, nel 1951, della “Comunità europea del carbone e dell’acciaio” e le crisi petrolifere dell’inizio degli anni Settanta; la seconda, compresa tra l’inizio degli anni settanta e la disgregazione dell’URSS e la riunificazione della Germania nel 1990; la terza fase, infine, è quella compresa tra l’allargamento dell’Unione ai Paesi dell’Est europeo e lo scoppio della Grande Recessione del 2007/2008.
La fase iniziale è stata caratterizzata inizialmente dalla ricostruzione, nel Paesi del “blocco occidentale”, del mercato e dei sistemi industriali distrutti dalla guerra e, successivamente, dall’introduzione dei regimi di sicurezza sociale universale nei Paesi europei. La fase intermedia è stata invece caratterizzata, a livello internazionale, dal lento affermasi dell’ideologia neoliberta e, in Europa, dal “condominio franco-tedesco” nella gestione dei problemi europei e dall’attivismo della Commissione presieduta da Jacques Delors; è, questo, il periodo di mezzo dell’intero processo di integrazione dei Paesi europei, durante il quale è stato “lanciato il progetto di una duplice avanzata sopranazionale”, con la creazione della moneta unica e la realizzazione dell’Europa come economia sociale di mercato. Col prevalere anche in Europa dell’ideologia neoliberista, la moneta unica è divenuta l’istituzione centrale della Comunità, mentre la creazione dell’economia sociale di mercato si è per lo più arenata – afferma Balibar – nella formulazione di direttive formali che hanno accompagnato le società europee verso la crisi della terza fase, quella culminata con la Grande Recessione, i cui effetti sono ancora oggi persistenti.
L’ideologia neoliberista, penetrata in Europa nella fase di mezzo – sostiene Balibar – ha minato il “profilo storico e morale” del Vecchio Continente. In conseguenza di ciò, è stata vanificata “la possibilità di superare gli antagonismi storici all’interno di un insieme postnazionale”, in cui la sovranità fosse condivisa e presupposta una convergenza tendenziale degli Stati dal punto di vita “della complementarietà delle loro capacità, dell’equilibrio del livello delle loro risorse e del riconoscimento reciproco dei diritti”; si è avuto invece il “trionfo del principio di concorrenza”, che ha prodotto un aumento delle disparità. In luogo di uno sviluppo armonico di tutte le regioni europee, si è affermata una crescente polarizzazione, che il sopraggiungere delle crisi della terza fase ha continuato ad accentuare. Nel sistema delle disparita dell’Unione, un ruolo di rilievo è stato acquisito e svolto dalla Germania.
A parere di Balibar, era prevedibile che la riunificazione tedesca facesse risorgere il nazionalismo, ma non era inevitabile che ciò si trasformasse in egemonia politica, peraltro rafforzata dall’”inesistenza di meccanismi di decisione e di elaborazione collettiva delle politiche economiche comunitarie” e dalla “stupidità degli atteggiamenti difensivi degli altri governi: in particolare dei francesi”, che non hanno pensato di impegnarsi per definire forme alternative di sviluppo delle istituzioni sopranazionali. Tutto ciò, oggi, secondo Balibar, è entrato a fare parte degli ostacoli strutturali con cui si scontrerà la futura, se mai ci sarà, costruzione europea.
Balibar ritiene che la conoscenza dei problemi sollevati dal “quadro dell’architettura giuridica”, debba servire a fare uscire il dibattito sull’Europa dalla mera “contrapposizione tra il discorso sovranista e il discorso federalista”; il motivo del contendere, a parere del filosofo francese, si basa sull’”opposizione di due situazioni altrettanto immaginarie”: da una parte, l’idea di conservare comunità nazionali alle quali ritornare per far valere l’espressione della volontà popolare; dall’altra parte, l’idea di un popolo europeo inesistente, chiamato a esprimere la sua volontà solo per l’esistenza di una struttura sopranazionale rappresentativa.
La prima idea – afferma Balibar – non solo fa astrazione dalle condizioni che consentono realmente di tradurre la volontà del popolo nel potere di influenzare le scelte politiche, ma ripropone anche la continuità dello Stato-nazione come unico ambito in cui i cittadini possono fare valere i loro diritti; la seconda idea si sostanzia in una concezione solo “procedurale delle legittimità”, sorvolando sui reali processi politici che hanno “conferito alla rappresentanza democratica una funzione costituente nella storia degli Stati-nazione”. La condivisione di queste idee contraddittorie impedisce che si prenda “atto del fatto che il sistema politico europeo, per quanto incoerente possa sembrare, è già un sistema misto in cui esistono diversi livelli di responsabilità e di autorità: è molto più federale di quanto percepisca la maggioranza dei cittadini, ma meno democratico di quanto pretenda, perché la divisione dei poteri tra le istanze comunitarie e nazionali permette a ciascuna parte di affermare la propria irresponsabilità”, bloccando il processo di integrazione dell’Unione.
Per superare l’ostacolo della persistenza del valore dello Stato-nazione, secondo Balibar, occorre tener presenti le cause che hanno fondato l’attaccamento dei cittadini al proprio contenitore nazionale; ciò, al fine di tener conto della possibilità che tale attaccamento, consolidatosi con la realizzazione dello stato di sicurezza sociale, possa essere superato nel momento attuale, in cui lo Stato nazione, a seguito della Grande Recessione, ha cessato di funzionare come “contenitore della cittadinanza sociale”, per ridursi a “spettatore impotente del suo degrado o come strumento zelante della sua decostruzione”. Oggi, infatti, gli Stati nazionali non hanno più né i mezzi né la volontà di difendere lo stato di sicurezza sociale realizzato; ma l’indebolimento dell’ideologia dello Stato-nazione non viene colta dall’Unione Europea, per la mancata predisposizione delle sue istituzioni “a cercare le forme e i contenuti di una cittadinanza sociale superiore”, salvo esservi costrette dalla “presa di coscienza dei rischi a cui espone l’Europa la congiunzione di una dittatura dall’alto dei mercati finanziari e di un malcontento politico nutrito dal basso dalla precarizzazione delle condizioni di vita, dal disprezzo per il lavoro e dall’assenza di futuro”. In ogni caso, conclude Balibar, l’impasse che tiene fermo il processo d’integrazione dell’Europa non è assoluta.
La democratizzazione delle istituzioni comunitarie potrebbe costituire un elemento dirompente dell’immobilismo attuale; ma le condizioni politiche che si richiedono perché ciò avvenga possono essere solo l’esito di una spinta dal basso dell’opinione pubblica europea, sorretta dai movimenti sociali e dall’indignazione morale delle società civili dei singoli Stati membri dell’Europa comunitaria. A parere di Balibar, la via d’uscita dall’impasse deve condurre l’opinione pubblica europea, i movimenti sociali e l’indignazione morale a proporre un’”altra Europa, diversa da quella dei banchieri, dei tecnocrati e dei rentiers della politica. Un’Europa del conflitto tra modelli di società antitetici, e non tra nazioni alla ricerca della loro identità perduta”.
Strana la conclusione di Balibar; come molti altri critici delle difficoltà che si oppongono alla realizzazione del progetto europeo, il filosofo francese sembra vittima del metodo di Coué che egli rimprovera a tutti coloro i quali, per i più svariati motivi, si autosuggestionano coscientemente per conservare il loro pensiero filoeuropeo, nella speranza che, a furia di parlare di Europa, il progetto si autoavveri. La verità è che le difficoltà nelle quali è “impastoiata” ora l’Europa, oltre che dipendere dalle molte cause ricordate da Balibar, dipendono soprattutto dal fatto che tutte le forze socialdemocratiche tradizionali sono state “catturate” dall’ideologia neoliberista; sin tanto che tali forze non ricupereranno alcuni dei motivi che in passato hanno caratterizzato la loro esistenza, è molto improbabile che i soli movimenti acefali dal basso possano avere un qualche effetto sui rentiers della politica degli establischment attuali.

Gianfranco Sabattini