Istat, a luglio produzione in calo

produzione industrialeSembra un paradosso: l’occupazione in crescita e la produzione in discesa. Anche se l’Istat ha comunicato oggi entrambi i dati, quelli sull’occupazione si riferiscono al secondo trimestre del 2018 (cioè al 30 giugno 2018), mentre i dati sulla produzione si riferiscono al luglio 2018 (cioè al 31 luglio 2018). La differenza di un mese potrebbe essere significativa e dovremo aspettare i dati sull’occupazione del mese di luglio per poterli relazionare allo stesso periodo con i dati sulla produzione.

Secondo l’Istat, nel secondo trimestre del 2018 si è raggiunto e superato il numero degli occupati del secondo trimestre 2008 e il tasso di occupazione 15-64 anni non destagionalizzato è tornato allo stesso livello (59,1% in entrambi i periodi). Allo stesso livello di occupati del 2008 corrisponde una maggiore presenza di dipendenti (77%; +2,8 punti), in particolare a termine (13,4%; +3,1 punti) e di lavoratori a tempo parziale (18,7%; +4,1 punti). Il tasso di disoccupazione è sceso al 10,7% nel secondo trimestre 2018 ed ha toccato il livello più basso da sei anni.  Per trovare un risultato più basso bisognerebbe tornare al secondo trimestre del 2012 (10,6%). Rispetto al trimestre precedente il calo è stato di 0,2 punti percentuali e rispetto all’anno precedente di 0,3 punti. Nel confronto tendenziale, per il quinto trimestre è proseguita, con minore intensità, la diminuzione dei disoccupati (-34 mila in un anno, -1,2%) che riguarda solo il Sud. Bisogna anche notare che dieci anni fa il numero degli occupati a tempo determinato era minore.

Invece, a luglio 2018 c’è stata una brusca discesa per la produzione industriale. L’Istat ha registrato un calo dell’1,8% rispetto al mese precedente e una flessione dell’1,3% anche rispetto a luglio 2017 (nei dati corretti per effetti di calendario). Si tratterebbe della prima contrazione tendenziale a partire da giugno 2016 e del risultato peggiore da oltre tre anni, a partire da gennaio 2015 (-1,8%). I dati grezzi hanno segnato, invece, +1,8%.  Nella media dei primi sette mesi la produzione è cresciuta del 2% su base annua. Nella media del trimestre maggio-luglio, invece, il livello della produzione ha registrato una flessione dello 0,2% rispetto ai tre mesi precedenti. L’indice destagionalizzato mensile dell’Istat ha mostrato diminuzioni congiunturali in tutti i comparti: variazioni negative hanno segnato i beni strumentali (-2,2%), i beni di consumo (-1,7%) e i beni intermedi (-1,2%); in misura più contenuta è diminuita l’energia (-0,8%). Gli indici corretti per gli effetti di calendario hanno registrato a luglio 2018 una lieve crescita tendenziale solamente per il raggruppamento dei beni strumentali (+0,7%); variazioni negative sono registrate, invece, per i beni intermedi (-2,2%), i beni di consumo (-1,9%) e l’energia (-1,4%). I settori di attività economica che hanno registrato la maggiore crescita tendenziale sono stati l’attività estrattiva (+2,8%), la fabbricazione di apparecchiature elettriche e apparecchiature per uso domestico non elettriche (+1,8%) e la fabbricazione di macchinari e attrezzature n.c.a. (+1,3%). Le maggiori flessioni hanno riguardato, invece, la fabbricazione di coke e prodotti petroliferi raffinati (-6,4%), l’industria del legno, della carta e stampa (-5,8%), la metallurgia e prodotti in metallo (esclusi macchine e impianti) (-2,8%) e la fabbricazione di articoli in gomma e materie plastiche, altri prodotti della lavorazione di minerali non metalliferi (-2,8%).

Anche nell’area euro c’è stata una nuova e netta contrazione della produzione dell’industria. A Luglio ha registrato un calo dello 0,8 per cento rispetto al mese precedente, una diminuzione della stessa entità di quella segnata a giugno, secondo i dati di Eurostat, l’ente di statistica dell’Unione europea. In questo modo la variazione su base annua della produzione è piombata a valori negativi, un meno 0,1 per cento a fronte del più 2,3 per cento di giugno.

Si tratterebbe della prima variazione negativa su base annua da due anni a questa parte. Secondo Eurostat, per trovare un altro calo bisognerebbe risalire al luglio del 2016, quando la produzione registrò un meno 0,2 per cento.

Tornando alla variazione mensile, spicca il fatto che a determinare la flessione generale è stata una pesante contrazione della produzione sui beni di consumo: meno 1,9 per cento su quelli durevoli e meno 1,3 per cento di quelli non durevoli. I beni intermedi, invece, così come quelli strumentali, hanno segnato un più 0,8 per cento, l’energia un più 0,7 per cento.

Tra le grandi economie dell’area euro solo la Francia è scampata al calo generale, con un più 0,7 per cento su mese. In Germania la produzione è calata dell’1,8 per cento, così come in Italia, e si tratta dei due primi paesi per il manifatturiero europeo, mentre in Spagna è scesa dello 0,3 per cento.

Anche per l’occupazione, come in Italia, si registra un record di occupati in Europa. I dati diffusi da Eurostat indicano che nell’area euro i lavoratori ammontano a 158 milioni nel secondo trimestre dell’anno e 238,9 milioni nell’Europa a 28. L’Ufficio statistico di Bruxelles ha sottolineato: “Sono i numeri più alti mai registrati nelle due aree”.

Ma i dati si riferiscono al secondo trimestre dell’anno in cui è proseguito il trend positivo dell’occupazione nel vecchio continente con una crescita dello 0,4% degli occupati rispetto ai primi tre mesi dell’anno sia nell’Eurozona che nei 28 paesi Ue. Su base annuale nel club dell’euro l’occupazione è aumentata dell’1,5% mentre nell’Ue dell’1,4%.

Nel periodo aprile-giugno le migliori performance sono state registrate da Malta ed Estonia con una crescita dell’1,3%, a seguire la Polonia (+1,2%), Cipro (+1%) e Lussemburgo (+0,9%). In Lettonia, Portogallo e Romania l’occupazione ha accusato una battuta d’arresto con una flessione dello 0,3% sul trimestre precedente e in Bulgaria -0,2%.

Tra le maggiori economie del continente, in Italia gli occupati hanno registrano un aumento dello 0,5% sul primo trimestre e +0,9% sullo stesso periodo dello scorso anno. Incrementi più modesti in Germania (+0,2%) e Francia (+0,1%).

A conferma di un trend positivo anche le previsioni di Manpower hanno previsto per l’ultimo trimestre dell’anno una crescita degli occupati in Italia pari al 2%, la seconda più alta dal 2011. Riccardo Barberis, ceo di ManpowerGroup Italia, ha dichiarato: “Le previsioni di assunzione da parte delle imprese italiane sono positive e riflettono un buon livello di ottimismo, in un momento caratterizzato anche dalla transizione politica e dalle nuove misure introdotte sul mercato del lavoro con la recente approvazione del Decreto Di Maio. Crediamo, che la definizione di una strategia mirata all’attrazione e alla preparazione dei talenti debba essere una priorità, dal momento che in Italia il tasso di Talent Shortage registra il livello più alto degli ultimi 12 anni. Non solo attrarre e trattenere i migliori talenti, ma lavorare in sinergia con le imprese e le istituzioni per costruire le professionalità adeguate, deve essere un obiettivo chiave, nei prossimi mesi. Un’attenzione particolare dovrà essere posta a favorire l’ingresso dei giovani nel mondo del lavoro. L’Istat ha recentemente sottolineato come il livello degli under25 in cerca di occupazione sia uno dei più altri degli ultimi 10 anni (32,6%). Urgono misure che consentano ai giovani di sviluppare le competenze richieste dal mercato e di sviluppare un’occupabilità di lungo termine”.

Ieri, il ministro dell’Economia, Giovanni Tria, ha rotto gli indugi sul taglio dell’Irpef annunciando l’intenzione, compatibilmente con gli spazi di bilancio, di procedere con la riduzione e l’accorpamento delle aliquote per i redditi familiari. Un’operazione che, secondo le intenzioni del titolare dell’Economia, dovrà essere fatta in modo equilibrato, coerente e graduale.

Allo studio ci potrebbe quindi essere una revisione più ampia rispetto all’ipotesi circolata nei giorni scorsi di tagliare solo l’aliquota più bassa dal 23 al 22% fino a 15mila euro. L’intervento, già di per sé, sarebbe molto costoso: servirebbero circa 3 miliardi di euro e avrebbe effetti maggiori sul primo scaglione, cioè su circa 18,4 milioni di contribuenti (ma poco più di 10 milioni di questi soggetti sono già nella no-tax area). Proprio per gli elevati costi dell’operazione era anche trapelata l’ipotesi di un rinvio al 2020 dell’intero pacchetto intervenendo successivamente ma in maniera più corposa.

Tria, dalla Summer School di Confartigianato, ha, invece, reso pubblica l’intenzione dell’esecutivo di procedere da subito nella legge di bilancio (che dovrà essere approvata entro il 20 ottobre) alla riduzione dell’Irpef.

Il ministro dell’Economia ha detto: “Bisogna trovare spazi in modo molto graduale per una partenza di un primo accorpamento delle aliquote e una riduzione per i redditi familiari”.

Invece, per quanto riguarda la flat tax prevista dal contratto di governo, Tria ha ammesso: “Si tratta di un processo complesso che richiede tempo, perché va finanziata con le tax expenditures (detrazioni e deduzioni fiscali). E in Italia c’è una complessità di aliquote alte e di tax expenditure: non si capisce mai chi vince e chi perde”. Il responsabile dell’Economia, inoltre, ha detto: “Ci sarà una pace fiscale, tanto più motivata perché collegata alla riforma fiscale e alla riduzione della pressione fiscale che sarà strutturale. Mentre sui redditi minimi probabilmente si alzerà la soglia di un pò, ma è ancora in discussione fino a quanto”.

La Lega, che si è tornata a riunire con Matteo Salvini, per mettere a punto le proprie proposte, punta a partire proprio con l’ampliamento del regime dei minimi, applicando l’aliquota piatta del 15% fino a 65mila euro e del 20% sui redditi aggiuntivi fino a 100mila euro. Tra le altre opzioni, il viceministro del Carroccio, Massimo Garavaglia, ha confermato la maxi-detassazione Ires per le imprese che investono gli utili in beni, macchinari, capannoni e assunzioni. E’ allo studio, ha detto, l’introduzione di “una dual tax Ires, al 24% per quello che tiri fuori e al 15% strutturale su quello che resta dentro l’azienda”. Dopo gli ultimi interventi normativi l’aliquota Ires è oggi al 24% dal precedente 27,5%.

Da giorni, comunque, tutti i rappresentanti del governo giallo-verde insitono sul fatto che le tre riforme (fisco, pensioni e reddito di cittadinanza) devono coesistere in manovra. Anche per Tria, che ha smentito qualsiasi contrasto all’interno dell’esecutivo, le tre riforme previste nel contratto devono andare di pari passo. Ma il reddito di cittadinanza per avere effetti sulla crescita “deve essere disegnato bene”.

Tria ha concluso: “Sarebbe equilibrato fare un pò di tutto e vedere se le misure hanno una coerenza, ma il centro della manovra sono gli investimenti, la botta alla crescita deve venire dagli investimenti”.

L’ottimismo del Governo nel proseguire il percorso ed anche le previsioni di ManpowerGroup Italia (in controtendenza con molte altre analisi economiche), non sappiamo fino a che punto tengono conto degli effetti congiunturali derivanti dai dazi statunitensi e dalla cessazione del QE della Bce a fine anno, i cui effetti non saranno certamente positivi. I dati sulla produzione di luglio potrebbero essere un primo segnale.

Salvatore Rondello

Lotta al precariato e tante buone intenzioni

precariato1Di Maio annuncia l’agognata revisione del Jobs Act tramite un “Decreto di Dignità” il cui obiettivo principale sarà “la fine della precarietà infinita”: un colpo duro ai Contratti a termine. Peccato che i contratti a temine non siano normati dal Jobs Act, ma il merito della questione è terribilmente serio.

Come abbiamo già osservato, se si vuole ridurre i Contratti a Termine (per un attimo tralasciamo se sia opportuno farlo) gli strumenti per disincentivarli ci sono, sia rendendoli più costosi (ad esempio. elevando la contribuzione a carico dell’azienda per compensare i periodi di non contribuzione) o stabilendo limiti quantitativi stringenti. Tuttavia il Ministro sembra accontentarsi di molto meno, almeno se i giornali riportano correttamente le sue intenzioni: primo, il divieto di splafonare i 36 mesi, cosa che attualmente può essere fatta con accordo sindacale. Pochissimi concretamente gli interessati: ma il proponimento chiarisce quale sia la considerazione del Ministro del Lavoro per l’autonomia negoziale delle Parti Sociali. Secondo: ripristinare l’obbligo di dichiarare le causali del contratto a termine. E’ un esercizio un po’ complesso: esiste sempre una causale accettabile (l’italiano è lingua dalle molteplici sfumature, e Consulenti del Lavoro e Uffici del Personale sanno usarla benissimo!).
Ma soprattutto non è detto che gli effetti prodotti siano quelle desiderati, l’obiettivo (perseguito) della riduzione dei contratti a termine potrebbe non coincidere con l’aumento (auspicato) dei contratti a tempo indeterminato. Sarebbe un bel guaio se il risultato finale di tanto ingegno fosse proprio il contrario di quello voluto!

Vale la pena fare un attimo il punto sulla realtà dei Contratti a Termine, utilizzando, per poter fare un paragone utile, il Database di Eurostat.
In primo luogo quanti sono: in Italia, pur essendo cresciuti considerevolmente dal 2008, quando rappresentavano il 12,8% del totale dell’impiego, sono arrivati al 15,1% del 2017, pari sostanzialmente all’Area Euro (15%); per un raffronto più preciso, in Francia sono il 15,5%, in Olanda il 18%, in Spagna il 26,4%, in Finlandia il 14,6%, in Germania il 13%. Quindi, come già detto, il “boom” dei Contratti a Termine resta del tutto all’interno della media dei Paesi Europei.

Seconda questione, che attiene alla durata “infinita” dei contratti a termine: in Italia nel 2016 i contratti con durata inferiore al mese erano 79.000 (in Francia 531.000). Quelli con durata tra 1 mese e 3 mesi sono stati 463.000 (in Francia 576.000) con un incremento significativo dal 2008, quando erano 330.600, ma esattamente in linea con l’incremento dell’area euro. Nella fascia tra i 4 e 6 mesi sono stati 613.100, in aumento lineare con la fascia precedente, ma in questo caso in controtendenza con l’area euro, che è calata lievemente. Nella fascia tra i 7 e i 12 mesi viceversa i contratti a termine italiani diminuiscono: 681.000 contro i 791.000 del 2008. Anche rispetto all’area euro il dato italiano è in controtendenza. Nella fascia tra i 12 e 18 mesi abbiamo un drastico calo del numero dei contratti (21.500) gli anni 2016 e 2017 sono inferiori della metà al 2008. Identica tendenza per la fascia 18-24 mesi; addirittura qui il numero dei contratti è poco più di 1/3 del 2001 e i numeri sono esigui:poco più di 60.000 contro i 337.000 della Francia e i 603.000 della Germania. La fascia tra i 24 e i 36 mesi (quella “limite”) registra 201.000 contratti, molto superiori ai 74.000 del 2001 ma anche ai 145.800 del 2008; da notare che in questa fascia di durata la Francia fa registrare 191.700 contratti, e la Germania 1.215.000 (!) Veniamo infine alla fascia over 36 mesi, quella che in Italia è accessibile solo con accordo sindacale: i contratti in questa fascia nel 2016 erano 89.400, in netto calo rispetto al 2008 (erano oltre 185.000) e agli anni successivi; tanto per fare un raffronto in Francia erano 118.800 e in Germania 583.900.
Tirando le somme in Italia i contratti a termine pari o inferiori a 1 anno sono oltre 1.850.000, quelli superiori meno di 370.000, e in particolare quelli che superano i 36 mesi sono meno di 90.000. Blindare i 36 mesi, ma anche i 24 o i 12, produrrebbe esiti davvero marginali!

Un altro parametro interessante è la percentuale di trasformazione, ossia la percentuale di contratti a termine che nel corso dell’anno si trasformano in contratti definitivi: nel 2017 in Italia era il 7% (più o meno costante dal 2011, quando è iniziata questa rilevazione), esattamente pari al dato francese e spagnolo (manca il dato tedesco). E’ facile notare che il tasso di trasformazione basso per questi tre Paesi coincide con un lavoro a termine che si concentra sui tempi molto brevi; quando il lavoro a termine funziona come “periodo di prova” per l’assunzione definitiva ha durate più lunghe, che in Italia, come abbiamo visto, non sono molte.

Ma val la pena anche indagare il perché i lavoratori a termine hanno acconsentito a questo tipo di contratto.
Coloro che lo hanno accettato per mancanza di alternative sono in Italia sono 11,2%: più della media UE (poco sotto il 9) e comunque in continua salita dal 2001. Se lo rapportiamo al numero totale di contratti a termine la percentuale è del 72,4%, e ben superiore alla media europea che si aggira comunque attorno al 53%. Soltanto il 2,3% dei lavoratori temporanei afferma che si è trattato di una propria scelta, contro una media europea del 9-10%. Invece il 16,4% ha accettato perché è inserito in un percorso formativo (media perfettamente in linea con quella europea). Infine, l’8,5% dichiara che lo ha accettato perché rappresentava esplicitamente un periodo di prova in funzione dell’assunzione definitiva (media europea 7,9%). Esiste in sostanza un’area frizionale che corrisponde al lavoro a termine involontario, comune a tutte le economie, che può ridursi ma non scomparire.

Concludendo:
l’aumento delle assunzioni a termine nel periodo della crisi è una realtà: oltre il 20% in più rispetto al 2008. Tuttavia il lavoro a termine in Italia ha le stesse dimensioni che ha in Europa e grosso modo nei Paesi a noi paragonabili (Francia e Germania).
I contratti a termine successivi al 2008 (ultimo anno prima della crisi) sono in grandissima maggioranza di breve durata (meno di un anno, prolungamenti e rinnovi compresi). Il contratto a termine “eterno” non esiste. Apporre un limite alla sua durata non ha effetti concreti,
il tasso di trasformazione in contratti definitivi è piuttosto basso, segno che l’utilizzo del contratto a termine come periodo di prova è abbastanza marginale, più che altro riscontrabile nei contratti di maggior durata (che sono appunto una minoranza). Da notare che il tasso di trasformazione nel 2017 era del 7%, e la percentuale di coloro che dichiaravano di avere accettato un contratto a termine in funzione di una assunzione definitiva era di poco più dell’8%: sostanzialmente coincidente.

La stragrande maggioranza di chi ha accettato un contratto a termine in Italia lo ha fatto perché non aveva alternativa. Questo dato mette in luce il mismatch che esiste tra domanda e offerta di lavoro e che, ovviamente, non può essere sanato in via normativa ma essere oggetto di interventi sul versante della formazione del capitale umano e sull’efficienza del matching tramite investimenti sui servizi al lavoro che si traduca in crescita economica.

Perciò la gran parte dell’aumento dei contratti a termine si concentra in periodi brevi presumibilmente di basso profilo professionale. Il che si riconduce ad un quadro economico in cui la maggioranza delle imprese (fanno eccezione quelle digitalizzate, che creano occupazione stabile crescente) preferisce non immobilizzare investimenti in capitale variabile (o umano, se preferite) se non nei profili indispensabili, in attesa di verificare se la crescita continua o no. D’altra parte è noto che nelle fasi positive del ciclo economico all’inizio si determina l’assunzione i lavoratori non specializzati e che soltanto nei tempi medio-lunghi l’occupazione tende a stabilizzarsi. Forzare questo iter è difficile: non bastano gli incentivi fiscali, come dimostra (purtroppo) l’esito modesto della decontribuzione 2018 prevista per le assunzioni a tempo indeterminato.
Tanto più sarebbero del tutto inutili interventi che pongano limiti alla durata dei contratti, a meno di apporre limiti inverosimili (tre mesi, due?)
Più fastidiosi, efficaci forse, sarebbero interventi che restaurino l’obbligo di una causale rigorosamente restrittiva, ma sarebbe comunque illusorio pensare che in questo caso i contratti a termine resi impossibili si trasformerebbero in contratti stabili. L’occupazione non si crea per decreto!

Il governo DiMaio-Salvini, che si accinge a correggere un clamoroso infortunio sui vouchers del governo Gentiloni, rischia di ricadere negli stessi errori?

Milano,21 giugno 2018

a cura di Claudio Negro
Fondazione Anna Kuliscioff

Neet, un triste primato
per i giovani italiani

neet

Un altro triste primato per i giovani italiani. Purtroppo non siamo solamente il Paese con la più alta percentuale di giovani disoccupati, ma anche la quello in cui è più alto il numero di giovani che non studiano, non lavorano e neppure cercano il lavoro. I cosiddetti Neet: “not (engaged) in education, employment or training”.

Lo sentenzia Eurostat. Il termine è stato usato per la prima volta nel luglio 1999 in un report della Social Exclusion Unit del governo della Gran Bretagna, per classificare una determinata fascia di popolazione, in quel caso tra 16 e i 24 anni. Ed è proprio questo range che varia a seconda dei contesti nazionali. In Italia, ad esempio, l’indicatore statistico si riferisce alla fascia tra i 15 e i 29 anni, anche se in alcuni usi si amplia fino a 35 anni, se i giovani vivono ancora con i genitori.

I dati diffusi oggi da Eurostat si riferiscono al 2017 e prendono in esame la fascia tra i 18 e i 24 anni. Nel nostro Paese lo scorso anno, in questo ‘range’, i Neet erano il 25,7%, più di uno su quattro, contro una media europea pari al 14,3%. Il dato è in crescita rispetto al 2016 e non lontano dal massimo registrato nel 2014 (26,2%)

Una percentuale simile si registra a Cipro, dove (22,7%), seguono poi Grecia (21,4%), Croazia (20,2%), Romania (19,3%) e Bulgaria (18,6%). Un tasso Neet superiore al 15% è stato registrato anche in Spagna (17,1%), seguito da Francia (15,6%) e Slovacchia (15,3%). Il dato più basso è stata invece registrato nei Paesi Bassi (5,3%), davanti a Slovenia (8%), Austria (8,1%), Lussemburgo e Svezia (entrambi a 8,2%), Repubblica Ceca (8,3 %), Malta (8,5%), Germania (8,6%) e Danimarca (9,2%). A livello Ue, nel 2017 circa 5,5 milioni di giovani di età compresa tra i 18 e i 24 anni (pari al 14,3%) non erano né occupati né in istruzione o formazione.

Occupazione. L’Italia penultima in Europa

eurostatL’Italia continua ad indietreggiare anche per quanto riguarda l’occupazione. Il nostro Paese si classifica penultimo nell’Unione europea per il livello di occupazione, attestatosi al 62,3% nel 2017, peggio di noi solo la Grecia, col 57,8%. Lo riferisce Eurostat, precisando che il nostro Paese si rivela fanalino di coda anche per lo scarto occupazionale tra uomini e donne (19,8%), categoria in cui a superarci è soltanto a Malta col 26,1%. L’Italia è inoltre il penultimo Paese europeo, sempre dopo la Grecia, per donne occupate (appena il 52,5%).
Appare molto lontano pertanto al momento il raggiungimento dell’obiettivo Ue 2020 di un tasso d’occupazione complessivo del 67%. La strategia Europa 2020 mira a raggiungere un tasso d’occupazione totale per la fascia d’età 20-64 di almeno il 75% entro il 2020. Il target, ha ricordato Eurostat, è stato tradotto in diversi obiettivi nazionali per riflettere la situazione e le possibilità dei vari Stati membri di contribuire all’obiettivo comune. La media europea del tasso di occupazione nella fascia d’età 20-64 nel 2017 ha raggiunto il 72,2%, in crescita rispetto al 71,1% del 2016.
Nel confronto tra i Paesi dell’Unione, il tasso di occupazione nella fascia d’età tra i 20 e i 64 anni è cresciuto con particolare forza tra 2016 e 2017 in vari Paesi dell’Europa centro-orientale. Infatti dai dati emerge un rialzo di 3,6 punti percentuale in Bulgaria, 3,3 in Slovenia, 2,5 in Romania, 2,2 in Croazia, 2,1 in Estonia.
Il numero di occupati in Italia sono però in moderato aumento, con +0,7% su anno rispetto al 61,6% del 2016. In maggior crescita (+0,9%), però, sono le donne che lavorano, passate dal 51,6% del 2016 al 52,5% del 2017. Salgono in modo deciso (+1,9%) anche gli occupati over 55, passati su anno dal 50,3% al 52,2%, con differenze significative tra uomini (62,8% nel 2017) e donne (42,3%) – che sono però in più decisa crescita rispetto alla controparte maschile (+2,6% annuo contro 1,1%).

Reddito di cittadinanza. Boeri: “Quello del M5S costa 38 miliardi di euro”

Boeri (Inps)

REDDITO DI CITTADINANZA COSTA 38MLD

Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S riapre la mischia. Proprio di recente il presidente dell’Inps, Tito Boeri, ha riacceso le polemiche relativamente al costo che lo Stato dovrebbe sostenere per questo strumento universale. “Il reddito di cittadinanza proposto dal M5S costerebbe alle casse dello Stato tra i 35 e i 38 miliardi di euro. Una cifra molto consistente”, ha detto Boeri che ha formulato la stima sulla base del ddl presentato dai 5 stelle al Parlamento tre anni fa.

Immediata la replica dei deputati 5 Stelle. “Basta bugie”, hanno risposto a una sola voce i capigruppo di Camera e Senato, Giulia Grillo e Danilo Toninelli. “L’Istat ha calcolato in 14,9 miliardi di euro la spesa annua, più 2 miliardi d’investimento il primo anno per riformare i Centri per l’Impiego”, hanno spiegato.

Ma all’Inps i conti non tornano. “L’avevamo valutata già nel 2015 e sarebbe costata allora 29 miliardi. Ora abbiamo rifatto queste stime alla luce dei dati più recenti, combinando le nostre informazioni con quelle dell’Agenzia delle Entrate, e riteniamo che possa costare tra i 35 e i 38 miliardi”, ha argomentato ancora Boeri che nella stessa occasione ha presentato i dati del primo trimestre del Reddito di inclusione.

Inps

AIUTI A 900MILA POVERI

Sono quasi 900mila le persone che fino al primo trimestre 2018 hanno percepito misure di contrasto alla povertà tra il Sia, sostegno inclusivo attivo, e il Rei, reddito di inclusione: circa il 50% della platea potenziale. Per quello che riguarda il solo Reddito di inclusione a beneficiarne sono state 317mila persone pari a 110mila nuclei familiari.

E 7 nuclei beneficiari su 10 sono al Sud, Campania in testa seguita da Sicilia e Calabria. È quanto emerge da un Rapporto Inps.

L’importo medio mensile del Rei è stato pari a 297 euro anche se risulta variabile a livello territoriale con un range, annota ancora l’Inps, che va da 225 euro per i beneficiari della Val d’Aosta a 328 euro per la Campania. Complessivamente le regioni di Sud hanno un valore medio del beneficio più alto di quello del Nord (+20%) e del Centro (+14%).

L’importo medio varia sensibilmente per numero di componenti il nucleo familiare passando dai 117 euro per i nuclei monoparentali ai 429 euro per i nuclei con 6 o più persone.

Rispetto alla composizione delle famiglie beneficiarie l’Inps registra come siano 57mila i nuclei familiari con minori che rappresentano il 52% dei nuclei beneficiari che coprono il 69% delle persone interessate. Sono invece 21mila 500 i nuclei con disabili che rappresentano il 20% dei nuclei beneficiari e coprono il 20% delle persone interessate.

Boeri – Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, si rivolge di fatto alla politica, a chi “ha voluto imbracciare la bandiera del reddito minimo”. L’Italia infatti “sul contrasto alla povertà ha recuperato un ritardo di 70 anni rispetto ad altri Paesi”, ha detto presentando i dati sul Rei.

“Oggi c’è un reddito minimo ai primi passi, ancora sottofinanziato, ma c’è. Tanto più da luglio prossimo, data in cui la platea dei beneficiari salirà a 2,5 milioni di persone cioè circa 700mila famiglie”, ha concluso.

Rei

SOLLECITO MINISTERO PUNTI D’INCONTRO DEI COMUNI

Il Ministero del Lavoro e delle politiche sociali con nota 3480 del 21 marzo ha sollecitato gli ambiti territoriali, che non si sono ancora conformati alle disposizioni del decreto legislativo 147 del 2017, a comunicare i punti di accesso al Rei.

Presso tali punti, viene offerta informazione, consulenza e orientamento ai nuclei familiari, sulla rete integrata degli interventi e dei servizi sociali e qualora ne ricorrano le condizioni, assistenza nella presentazione della richiesta dei benefici assistenziali.

Oltre ai punti per l’accesso la normativa prevede che, trattandosi di servizi a titolarità pubblica, i comuni possano identificare anche altre strutture ai fini della presentazione delle domande Rei. I punti per l’accesso avrebbero dovuto essere comunicati da ciascun ambito territoriale all’Inps, alla regione e al Ministero del Lavoro e delle politiche sociali entro novanta giorni dall’entrata in vigore del decreto legislativo.

Il Ministero ha anche annunciato l’ implementazione nella piattaforma Inps-Rei della specifica funzione di gestione da parte dei comuni e degli ambiti delle deleghe agli enti terzi con riferimento alla trasmissione telematica delle domande Rei ad Inps.

A decorrere dal 13 marzo, l’Inps ha reso disponibile nella versione internet della procedura, nuove funzionalità che consentono ai Comuni di delegare ai Caf (che prima si limitavano alla sola raccolta delle domande), una serie di funzioni attraverso l’accesso diretto alla piattaforma Rei. Inoltre sono state inserite la funzionalità di cancellazione e revoca delle domande Rei da parte dei Comuni.

Con il messaggio 1326 le strutture sono invitate a favorire la condivisione del contenuto della nota di sollecito del Ministero del Lavoro e delle politiche sociali ai soggetti istituzionalmente coinvolti.

Economia

GIOVANI SENZA LAVORO NON SI SCHIODANO DA CASA

Sei giovani disoccupati italiani su 10 non sono disposti a trasferirsi per cercare un lavoro, nemmeno rimanendo in Italia. E’ uno dei dati che emergono da un’indagine Eurostat sui giovani disoccupati europei tra i 20 e i 34 anni. I giovani italiani senza lavoro stanziali, comunque, sono in buona compagnia: in media nell’Ue il 50% delle persone tra i 20 e i 34 anni non è disposta a spostarsi per trovare un lavoro (per contro, il 50% si sposterebbe: il 21% all’interno del proprio Paese, il 12% in un altro Paese Ue e il 17% fuori dall’Unione) e ci sono Paesi dove i giovani disoccupati sono ancora più stanziali degli italiani, come la Danimarca (il 62% non è disponibile a trasferirsi), Cipro (il 68%), Malta (il 73%), l’Olanda (il 69%), la Romania (il 63%).

Persino nel dinamico Regno Unito ben il 57% dei giovani non è pronto a spostarsi per lavorare, preferendo aspettare di trovare un posto di lavoro a casa. I Paesi dove i giovani sono più aperti alla prospettiva di muoversi sono il Belgio (solo il 38% preferisce stare dove sta), la Spagna (il 36%; per questo Paese però i dati sono poco attendibili a causa delle poche risposte), il Portogallo (il 29%), la Finlandia (39%) e la Svezia (34%). Per non parlare della Svizzera, fuori dall’Ue, dove solo il 17% dei giovani disoccupati preferisce rimanere a casa.

In Italia, comunque, a fronte del 60% dei giovani senza lavoro che non si sposterebbe per trovare un’occupazione, c’è un 40% più dinamico: il 20% si trasferirebbe rimanendo in Italia, il 7% andrebbe in un altro Paese Ue pur di lavorare e il 13% si sposterebbe fuori dall’Ue. Il nostro Paese, comunque, ha la mobilità più bassa dell’Ue tra gli occupati: il 98% dei 20-34enni occupati non si è trasferito per il lavoro che fa attualmente, l’1% si è spostato all’interno dell’Italia, mentre una percentuale trascurabile si è spostata in un altro Paese.

Fisco

IL 45% DEGLI ITALIANI DICHIARA UN REDDITO SOTTO I 15MILA EURO

Il 45% dei contribuenti italiani dichiara fino a 15.000 euro e versa il 4,2% dell’Irpef totale mentre i “Paperoni” con oltre 300.000 euro di reddito sono 35.000 mila (lo 0,1%). E’ quanto emerge dalle rilevazioni del Mef sulle ultime dichiarazioni Irpef delle persone fisiche presentate nel 2017 (anno di imposta 2016).

Nella fascia tra 15 e 50mila euro si colloca invece il 50% dei contribuenti che dichiara il 57% dell’Irpef. Il 5,3% dichiara invece oltre 50.000 euro (39% dell’Irpef totale).

Il reddito complessivo totale denunciato dagli italiani nel 2017 ammonta a circa 843 miliardi di euro (+10 miliardi rispetto all’anno precedente) per un valore medio di 20.940 euro, in aumento dell’1,2% in confronto al reddito complessivo medio dichiarato l’anno precedente. La regione con reddito medio più alto è la Lombardia (24.750 euro, mentre la maglia nera va alla Calabria (14.950 euro).

Carlo Pareto

Povertà. Aumenta il rischio anche per chi lavora

Pensioni

PENSIONI, PARTE IL RECUPERO CREDITI

Arrivano le indicazioni in materia di indebiti derivanti da prestazioni pensionistiche e da trattamenti di fine servizio/fine rapporto.

Indicazioni relative alla procedura che sono state riepilogate nella circolare Inps n. 47 dello scorso 16 marzo, alla luce del regolamento approvato con determinazione presidenziale il 26 luglio 2017 – n. 123 – e in relazione alle innovazioni normative.

Il regolamento stabilisce anche i criteri, i termini e le modalità di gestione del recupero dei crediti Inps nelle fasi antecedenti l’iscrizione a ruolo del lavoratore.

Tfr – “Il recupero delle prestazioni pensionistiche e di fine servizio o di fine rapporto (Tfs/Tfr) indebitamente corrisposte dall’Inps ha carattere di doverosità” si legge sul sito dell’Istituto, riferendosi alle somme non erogabili o erogate in eccedenza.

Ministero – La circolare ha acquisito il parere favorevole del ministero del Lavoro con protocollo 947 del 6 febbraio 2018, rappresentando un primo passo del processo di armonizzazione del settore.

Due parti – Tale circolare consta di due parti: la prima parte fornisce un quadro complessivo del sistema normativo degli indebiti (tenendo conto di tutte le gestioni confluite in Inps e ricondotte per sintesi a ‘Gestione Privata’ e ‘Gestione Pubblica’); la seconda parte, invece, è dedicata al procedimento di recupero degli indebiti secondo quanto previsto dal nuovo Regolamento.

Inps

IMMOBILI ALL’ASTA

Al via la dismissione di immobili dell’Inps. E, a questo proposito, è stata siglata una convenzione tra l’Istituto e il consiglio nazionale del Notariato per la gestione della dismissione del patrimonio immobiliare attraverso aste telematiche e tradizionali.

La collaborazione triennale – sottoscritta tra Tito Boeri e Salvatore Lombardo (in linea con i piani di investimento e disinvestimento Inps) – permetterà di svolgere aste on line attraverso la ‘Rete Aste Notarili’ (Ran).

Tale strumento consentirà così la più ampia partecipazione dei soggetti interessati, “che potranno presentare la propria offerta anche da remoto presso lo studio di uno dei notai abilitati” sul territorio nazionale, “in piena trasparenza e sicurezza e con un conseguente risparmio di costi”, si legge in un comunicato dell’Istituto.

I bandi – Sono 63 i bandi d’asta di enti pubblici gestiti attraverso la Ran per un valore di aggiudicazione di oltre 156 milioni di euro. Le aste pubbliche delle unità immobiliari principali Inps (appartamenti, negozi, uffici) saranno interamente gestite attraverso la Ran mentre quelle delle unità secondarie (cantine, soffitte, box e posti auto) potranno essere gestite anche mediante aste tradizionali, con modalità semplificate.

Le aste – La prima fase del programma di dismissione mediante asta pubblica del patrimonio immobiliare dell’Istituto riguarderà immobili liberi, sia ad uso residenziale che ad uso non residenziale, e verrà avviata entro la prima metà del 2018. Gli avvisi d’asta e le indicazioni utili per la partecipazione alle aste saranno disponibili sul sito dell’Inps e sui siti del Notariato.

Civ Inps

APPROVATO IL BILANCIO PREVENTIVO 2018

Il Consiglio di Indirizzo e Vigilanza dell’Inps ha approvato all’unanimità, nella seduta del 13 marzo scorso, il bilancio di previsione dell’Istituto per l’anno 2018. Un bilancio preventivo che sarà comunque oggetto di una prossima variazione per gli effetti della legge di bilancio dello Stato per il 2018.

Il Civ ha evidenziato l’esigenza di risolvere gli elementi di criticità organizzativa e funzionale per riconoscere le prestazioni pensionistiche e previdenziali nei termini previsti dalla carta dei servizi. A tale scopo devono concorrere politiche deflattive del contenzioso: la più puntuale applicazione della ratio della normativa e un efficiente funzionamento del contenzioso amministrativo può contribuire a ridurre le troppe ingenti risorse impegnate nel contenzioso in sede giurisdizionale.

Sotto il profilo della razionalizzazione del patrimonio immobiliare funzionale alla attività, bisogna agevolare l’utenza e diffondere la presenza dell’Inps sul territorio, anche mediante modelli come quello della Casa del Welfare. Il Civ ha anche sottolineato come sia necessaria una verifica dei contratti in scadenza delle sedi dell’Istituto, con particolare riferimento agli immobili Fip, per ridurre i costi di locazione.

Infine, nella logica della crescente trasparenza che caratterizza l’attività dell’Istituto, il Civ riconosce l’indispensabilità di mettere a disposizione sia di tutti gli organi dell’Istituto che del mondo accademico i dati di archivio dell’Inps, in modo da garantire il migliore accesso degli stessi per lo svolgimento di compiti istituzionali e permettere all’opinione pubblica di avere una reale fotografia dello stato del nostro sistema di welfare.

Quasi uno su otto

A RISCHIO POVERTA’ ANCHE CHI LAVORA

Cresce il lavoro precario e part time e aumenta il fenomeno dei “working poor”, ovvero di coloro che pur avendo un’occupazione sono a rischio povertà. Secondo i dati Eurostat riferiti al 2016 l’11,7% degli occupati in Italia, quasi uno su 8, pari a circa 2,6 milioni di persone, è a rischio povertà. La percentuale è in crescita rispetto al 2015 (era l’11,5%) e soprattutto sul 2010 (+2,2 punti percentuali) mentre si fissa largamente al di sopra della media europea (il 9,6% degli occupati). Punta il dito sull’occupazione precaria anche la Cgil che con uno studio ha evidenziato la crescita del fenomeno affermando che circa 4,5 milioni di occupati (tra chi ha un contratto a tempo determinato e chi ne ha uno di part time ma involontario) sono da considerare nell’area del disagio.

Chiaramente le due analisi non sono sovrapponibili dato che solo una parte di quelli che hanno contratti precari e part time ricade nell’area di povertà (magari perchè ha uno stipendio adeguato anche se temporaneo o c’è un coniuge che guadagna di più). E d’altra parte ci sono persone con contratti a tempo pieno e indeterminato che sono comunque in una situazione di povertà.

Il dato italiano sui lavoratori a rischio povertà è tra i più alti in Ue (fanno peggio solo Romania, Grecia, Spagna e Lussemburgo). Il rischio – spiega Eurostat – è influenzato fortemente dal tipo di contratto con un dato complessivo doppio per coloro che lavorano part time (15,8%) rispetto a quelli che lavorano a tempo pieno (7,8%) e almeno tre volte più alto nel complesso tra coloro che hanno un impiego temporaneo (16,2%) rispetto a quelli con un contratto a tempo indeterminato (5,8%).

Gli uomini sono più a rischio povertà (10%) rispetto alle donne (9,1%). In Italia per chi lavora part time il rischio di povertà è del 19,9% (uno su cinque) in crescita di quasi cinque punti e mezzo rispetto al 2010, a fronte del 10% per chi lavora con un contratto a tempo pieno.

Se si guarda invece al tipo di contratto di lavoro, in Italia i lavoratori dipendenti con un contratto a tempo indeterminato a rischio povertà sono il 7,5%, in aumento dal 6,7% del 2010. Nel caso di lavoratori con contratto temporaneo il rischio di povertà è del 20,5% a fronte del 16,2% in Ue con una crescita di oltre un punto dal 2010 ma di oltre cinque punti dal 2008. Guardando ai dati di contabilità nazionale la Cgil sottolinea come rispetto al periodo pre crisi (il 2008) siano diminuite sia le ore di lavoro (-5,8%) sia le Ula, le unità di lavoro a tempo pieno,(-4,7%). “Il numero totale degli occupati, pur importante – dice il presidente della Fondazione Di Vittorio, Fulvio Fammoni, rappresenta un’immagine molto parziale della condizione del lavoro in Italia, dove la qualità dell’occupazione è in progressivo e consistente peggioramento. E’ evidente dai dati, che la ripresa non è in grado di generare occupazione quantitativamente e qualitativamente adeguata, con una maggioranza di imprese che scommette prevalentemente su un futuro a breve e su competizione di costo”.

Carlo Pareto

Donne e lavoro. Noi penultimi in Europa e ancora lontani dall’obiettivo della strategia di Lisbona

Evasione contributiva Inps

DEPENALIZZAZIONE RIDOTTA

Per l’evasione contributiva Inps ambito applicativo ristretto della depenalizzazione. L’imprenditore è infatti punibile se, nell’arco dell’anno (da dicembre a novembre dell’anno successivo), ha un debito con l’Inps che supera 10 mila euro. È quanto hanno sancito le Sezioni unite penali della Corte di cassazione che, con la recente sentenza n. 10424 del 7 marzo 2018, ha risolto una questione della massima particolare importanza.

La questione è approdata sul tavolo del Massimo consesso di Piazza Cavour non per un contrasto ma per mancanza di chiarezza della riforma sulla depenalizzazione, in particolare l’articolo 3 del dlgs 8 del 2016. La terza sezione penale ha quindi sottoposto al Primo presidente la seguente questione: «se, in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei dipendenti, l’importo complessivo superiore a euro 10.000 annui, rilevante ai fini del raggiungimento della soglia di punibilità, debba essere individuato con riferimento alle mensilità di pagamento delle retribuzioni, ovvero a quelle di scadenza del relativo versamento contributivo».

Con una lunga quanto complessa motivazione le Sezioni unite prospettano le differenti conseguenze fra un calcolo che fa riferimento alle singole mensilità e uno che si riferisce invece all’intero anno. A pagina dieci della sentenza i Supremi giudici arrivano alla conclusione per cui «in tema di omesso versamento delle ritenute previdenziali ed assistenziali operate dal datore di lavoro sulle retribuzioni dei dipendenti, l’importo complessivo superiore ad euro 10.000 annui, rilevante ai fini del raggiungimento della soglia di punibilità, deve essere individuato con riferimento alle mensilità di scadenza dei versamenti contributivi». Sul punto la Cassazione ha spiegato che se è vero che il debito previdenziale sorge a seguito della corresponsione delle retribuzioni, al termine di ogni mensilità, è altrettanto vero che la condotta del mancato versamento assume rilievo solo con lo spirare del termine di scadenza indicato dalla legge.

Convenzione Inps – Ministero della Salute

COMUNICAZIONE DELLO STATO DI RICOVERO

L’Istituto Nazionale Previdenza Sociale e il Ministero della Salute hanno adottato una convenzione per la comunicazione dello stato di ricovero dei titolari di indennità di accompagnamento, indennità di frequenza, assegno sociale e assegno sociale sostitutivo di invalidità civile.

Grazie a tale convenzione, l’Inps acquisirà le informazioni in possesso del Ministero della Salute sullo stato di ricovero, allo scopo di operare la verifica del diritto delle prestazioni nei confronti dei soggetti che non presentano la prevista dichiarazione di responsabilità e il controllo di veridicità delle dichiarazioni o certificazioni presentate.

Il ricovero in strutture con oneri a carico del Ssn (di durata superiore a 29 giorni), infatti, implica la sospensione o la riduzione di alcune prestazioni erogate dall’Istituto.

I dati acquisiti permetteranno di ridurre gli adempimenti per i cittadini, in quanto le informazioni relative a ricoveri gratuiti – che attualmente sono trasmesse dagli utenti all’Inps tramite la presentazione del Modello Invalidità Civile Ricovero (Icric) – saranno inviate direttamente dal Ministero della Salute all’Istituto.

Questo consentirà all’Inps di risparmiare fino a 9 milioni all’anno, attualmente spesi per il servizio offerto dai Caf in relazione alla presentazione dei moduli Icric.

La semplificazione consentita dal protocollo, inoltre, faciliterà l’Istituto nel contrasto agli abusi.

Lavoro

POCHE DONNE OCCUPATE

Nello scorso otto marzo in cui le lavoratrici hanno ribadito il loro “no” alla violenza, i dati sull’occupazione femminile – pur in crescita secondo le ultime rilevazioni Istat a livelli da record – hanno fatto lanciare l’allarme anche sulla futura posizione previdenziale delle donne. Come ha ricostruito l’Osservatorio statistico dei Consulenti del Lavoro, con il 48,1% di occupazione femminile (49,3% nell’aggiornamento dell’Istituto da poco pubblicato) l’Italia è ancora ben lontana dall’obiettivo del 60% al 2010 indicato dalla strategia di Lisbona.

Le italiane tra i 15 e i 64 anni sono distanti – per occupazione – oltre tredici punti dalla media europea. Solo le greche sono “messe peggio”, mentre francesi, tedesche e inglesi sono ben oltre la soglia di 60 occupate su cento. Altre preoccupazioni emergono se si guarda alla qualità del lavoro, soprattutto delle madri. L’Osservatorio annota che “le poche donne che lavorano hanno per lo più carriere discontinue e con redditi inferiori agli uomini per il largo uso del part-time”. Osservazioni che si vedono direttamente in busta paga.

Secondo l’Osservatorio JobPricing, che ha redatto un rapporto sul gender gap salariale insieme al Progetto Libellula – network di aziende unite contro la violenza sulle donne – il divario di stipendio aggiornato al 2017 tra uomini e donne è di 2.900 euro annui, il 10,4%. Un dato migliore in confronto al 12,7% censito l’anno prima, ma è come se rispetto a un collega maschio una donna iniziasse a lavorare ugualmente al primo dell’anno, per incassare però lo stipendio dalla seconda settimana di febbraio. ( secondo Eurostat, il gap salariale italiano è tra i più bassi (6,1%) in Europa. Jobpricing considera solo i dipendenti del settore privato e la retribuzione annua lorda effettivamente erogata dall’azienda, non quella oraria).

Di nuovo l’Osservatorio dei Consulenti del Lavoro ha aggiunto che il 40,1% delle mamme tra 25 e 49 anni è a tempo parziale, contro il 26,3% delle donne senza figli e una percentuale inferiore al 10% per gli uomini. Così risulta difficile alimentare le posizioni previdenziali per la pensione di vecchiaia, dicono gli esperti. Basta guardare i dati Inps per capire come ciò si traduca in realtà: nonostante le donne che incassano assegni dall’Istituto siano più degli uomini (8,4 milioni, circa 860mila più dei maschi), solo un terzo di loro beneficia di pensioni di vecchiaia frutto della propria storia contributiva, contro i due terzi degli uomini. Le donne con assegno di sola vecchiaia prendono 14.960 euro l’anno, gli uomini 23.409 euro.

Altra correlazione chiara nei dati: più è alto il numero dei figli e minore è il tasso di istruzione, più è facile che una donna sia nella popolazione “inattiva”, quella che non ha né cerca lavoro. Le donne senza figli sono occupate al 70,8%, quando ne arriva uno si scende a 62,2%, con il secondo si passa al 52,6% e dal terzo si precipita a 39,7%. Se in presenza di una laurea la tenuta occupazionale è netta (il tasso di occupazione resta superiore al 70% anche in presenza di più figli), con una licenza media e piccoli in famiglia il tasso precipita al 35%. Chiara la spiegazione dei dati: a maggiore livello di istruzione corrispondono salari familiari più alti, che coprono i costi sostitutivi alla cura dei figli che vanno sotto il nome di asili nido o baby sitter. Senza questa possibilità, il lavoro di cura ricade ancora pesantemente sulle spalle delle donne.

Lavoro donne

ITALIA PENULTIMA IN UNIONE EUROPEA

Il tasso di occupazione femminile italiano (48,1%) è ancora distante dall’obiettivo che la strategia di Lisbona indicava del 60% per il 2010.

Attualmente l’Italia occupa il penultimo posto tra i paesi europei nella classifica dei tassi di occupazione delle donne dai 15 ai 64 anni con 13,2 punti percentuali di differenza rispetto alla media europea (61,3%). È messa peggio solo la Grecia (43,3%), mentre in Francia, Germania e Regno Unito, oltre 60 donne su 100 sono occupate. L’Osservatorio Statistico dei Consulenti del Lavoro, in occasione della scorsa Festa delle donne dell’8 marzo, ha analizzato i riflessi della bassa partecipazione delle donne, ed in particolare delle madri, al mercato del lavoro ed ha messo a fuoco le gravi conseguenze anche sul piano pensionistico. Le poche donne che lavorano, infatti, hanno per lo più carriere discontinue e con redditi inferiori agli uomini per via del largo uso del part time: il 40,1% delle mamme 25-49 anni è impiegata a tempo parziale (contro il 26,3% delle donne senza ruolo genitoriale) mentre per gli uomini è una condizione residuale non arrivando al 10%. Carriere discontinue e orario di lavoro ridotto rappresentano condizioni che non consentono di alimentare in modo continuo le posizioni previdenziali utili all’accesso alla pensione di vecchiaia. In base ai dati Inps, nonostante le donne beneficiarie di prestazioni pensionistiche siano 8,4 milioni (862 mila in più degli uomini), solo il 36,5% beneficia della sola pensione di vecchiaia frutto della propria storia contributiva, contro il 64,2% degli uomini. Mentre l’assegno medio mensile delle donne con la sola pensione di vecchiaia è di 14.690 euro annui, con un gap di oltre un terzo rispetto a quello degli uomini (23.409 euro annui).

La gestione dei tempi di lavoro e di cura dei figli rappresenta una dimensione rilevante per il tema dell’occupazione femminile. Le donne con almeno un figlio registrano un tasso di occupazione inferiore di oltre 15 punti percentuali rispetto a quello delle donne senza figli. Al crescere del numero di figli diminuisce proporzionalmente il tasso di occupazione femminile. Prendendo a riferimento il tasso di occupazione delle donne senza figli (70,8%), questo scende di oltre 8 punti per le mamme con un solo figlio (62,2%), di oltre 18 punti in caso di due figli (52,6%) e di oltre 22 punti percentuali (39,7%) nel caso di almeno tre figli. Il livello di inattività delle donne fra i 25 e 49 anni è infatti speculare alle dinamiche occupazionali appena osservate: la presenza di figli porta una gran parte delle mamme (né occupate, né disoccupate) ad uscire dalle forze di lavoro entrando nella popolazione degli inattivi.

Nelle dinamiche occupazionali al femminile ha una sua rilevanza l’istruzione. Per le donne laureate la maternità non ha un impatto così significativo sulla partecipazione al mercato del lavoro. Il tasso di occupazione femminile per le donne laureate senza carichi familiari raggiunge l’83,8%. Le mamme laureate hanno una perdita di soli 7,2 punti percentuali del tasso di occupazione (76,6%). Anche con l’aumentare del numero di figli i livelli occupazionali delle donne laureate restano superiori al 70%. La disponibilità di risorse economiche permette alle donne occupate con alti stipendi di poter far fronte alla cura dei minori acquistando i servizi di cura sul mercato dei servizi privati. Dinamica molto diversa si osserva per le diplomate e per le donne con la sola licenza media. Ogni 100 diplomate senza figli ne risultano occupate 70,9, mentre in caso di almeno un figlio la percentuale scende al 59,4% (-11,5%). Ancora più grave è la condizione delle donne con la licenza media, che hanno un tasso di occupazione molto basso in mancanza di figli (51,6%), che scende ulteriormente di quasi 17 punti percentuali (35%) se sono mamme. Per le madri di famiglie numerose (con oltre 2 figli) meno istruite, il tasso di occupazione arriva a livelli minimi (23,6%). In questi casi i costi sostitutivi alla cura dei figli (asili nido e baby-sitter) non sono coperti dai livelli di reddito delle donne con medio o basso livello di istruzione.

Carlo Pareto

Stakanov non vive in Italia. Penultimi in Europa per ore lavorate

Inps

I NUOVI IMPORTI DI PENSIONE DEL 2018

Nel 2018, per recuperare l’inflazione misurata dall’Istat, le pensioni sono salite dell’1,2%. Il meccanismo di rivalutazione è previsto dalla legge 147/2013 (comma 483), in vigore fino a fine 2018, in base al quale recuperano l’inflazione in misura piena solo le i trattamenti pensionistici fino a tre volte il minimo. Per l’ufficialità sugli incrementi 2018 è stato necessario attendere l’apposito decreto ministeriale; ma vediamo nel dettaglio come è stato calcolato l’aumento per i diversi trattamenti previdenziali.

Pensioni fra tre e quattro volte il minimo: la rivalutazione è stata del 95%, con un aumento dell’1,14%

Pensioni fra quattro e cinque volte il minimo: l’adeguamento è stato del 75%, con un incremento dello 0,9%

Pensioni fra cinque e sei volte il minimo: l’indicizzazione è stata del 50%, con un innalzamento dello 0,6%

Pensioni sopra sei volte il minimo: la perequazione è salita al 45%, con un progresso dello 0,54%

Sulle pensioni 2018 però è stato calcolato il conguaglio della maggior rivalutazione 2015, anno in cui gli assegni sono stati superiori dello 0,1% rispetto all’inflazione (l’indice provvisorio 2014 era pari allo 0,3%, l’inflazione effettiva è stata poi registrata allo 0,2%, il recupero non è stato mai effettuato prima perché negli anni successivi l’inflazione era pari a zero, e di conseguenza l’indicizzazione avrebbe comportato un abbassamento delle prestazioni previdenziali che è stato evitato.

Dal 2019, si ricorda, torna il vecchio meccanismo di indicizzazione prefigurato dalla legge 388/200 con la rivalutazione operata fino al 100% per le pensioni fino a tre volte il minimo,

al 90% per quelle comprese fra tre e cinque volte il minimo,

al 75% per gli assegni più elevati.

Giova infine evidenziare che da quest’anno è stato rivalutato interamente anche il trattamento minimo che è passato a 507,92 euro al mese (dai pregressi 501,89), così come la pensione sociale che è arrivata a 373,69 euro al mese ed il trattamento assistenziale per gli ultra65enni privi di reddito, che è salito a 453,45 euro.

L’anniversario

I 120 ANNI DELL’INPS

Nei due giorni romani di avvio delle celebrazioni per i 120 anni dell’Istituto, in un “viaggio” tra passato, presente e futuro, è stata raccontata la storia dello stato sociale del nostro Paese, le sfide affrontate, i risultati raggiunti e quelli da raggiungere.

Gli incontri tematici che si sono tenuti nella splendida cornice di Palazzo Wedekind in piazza Colonna, a Roma, e presso la Direzione generale dell’Istituto di via Ciro il Grande, insieme all’esposizione di opere di valore storico e artistico di proprietà dell’Istituto, sono oggi la testimonianza che l’Inps non è solo uno dei più grandi enti pubblici d’Europa, ma rappresenta un modello di innovazione e di e-government.

I temi affrontati il 25 gennaio scorso, la trasparenza, l’informazione e la consapevolezza previdenziale, evidenziati dal presidente Boeri, rappresentano oggi gli obiettivi da raggiungere, così come la necessità auspicata dal direttore generale Di Michele di conferire il giusto rilievo alle persone ed ai loro bisogni.

Non sono state tralasciate ovviamente le testimonianze del passato dell’Inps, che hanno trovato vita anche in un’esposizione delle opere d’arte dell’Istituto, presentata dal direttore centrale Relazioni esterne, Giuseppe Conte.

Nella seconda giornata si sono svolti convegni e relazioni sulla storia e gli sviluppi della protezione sociale. A conclusione la premiazione delle eccellenze dell’Istituto.

Diversi sono stati i temi affrontati dai relatori in mattinata: dalla storia della protezione sociale italiana, attraverso evoluzioni e prospettive, al tema della distribuzione del reddito nella storia d’Italia. In tale contesto, apprezzata da tutti la qualità e la fruibilità dell’Archivio storico dell’Inps.

Discusse anche le nuove sfide per la protezione sociale. Dalle prospettive innovative a garanzia dei bisogni assistenziali, illustrate da Massimo Piccioni, coordinatore generale medico legale Inps, al progetto illustrato da Giorgio Fiorino, direttore centrale Patrimonio, per la valorizzazione delle strutture immobiliari dell’Istituto.

La giornata è terminata con le premiazioni delle eccellenze dell’Istituto. Con l’iniziativa l’Istituto ha voluto riconoscere il valore del personale, premiando alcuni dipendenti che si sono distinti nelle strutture territoriali e centrali. Sono stati presi in considerazione alcuni aspetti prioritari rispetto al ruolo sociale rivestito dall’Inps: la progettualità in favore dell’utenza, con particolare riguardo alle fasce più deboli, i casi di elevata innovazione organizzativa e procedurale, le iniziative per la prevenzione ed il contrasto alle truffe ai danni dell’Istituto, quelle per la gestione delle situazioni ambientali di particolare criticità con l’utenza, nonché le iniziative in favore del benessere psico-fisico del personale, ivi comprese quelle contro la violenza di genere.

In un apposito dossier dedicato l’Istituto ha raccontato nel dettaglio le due giornate: il resoconto, gli interventi, i video e le immagini.

La lettera di Mattarella

“La celebrazione dei 120 anni dell’Istituto Nazionale di Previdenza Sociale, significativo traguardo nell’affermazione dei diritti dei cittadini, sottolinea la rilevanza di un istituto che, nato per iniziativa delle parti sociali, ha contribuito alla storia del nostro Paese”. Così è stato scritto nel messaggio che il Presidente della Repubblica ha inviato al Presidente Tito Boeri, in occasione delle celebrazioni dei 120 anni dell’Inps. “Il tema del welfare appartiene, di buon diritto, alla delineazione dell’orizzonte del bene comune e da esso non è possibile prescindere”, ha continuato il Presidente “incaricato di responsabilità plurali nel campo della previdenza e della assistenza, Inps rappresenta un attore pubblico centrale nella gestione delle somme ad esso affidate dai lavoratori in vista della pensione, e nella rappresentazione alle istituzioni delle sfide vecchie e nuove di fronte alle quali si trova la società italiana, investita, al pari di quelle europee, dalle trasformazioni avvenute nella struttura produttiva e dei servizi.

La funzione di protezione sociale dell’Inps, da un lato nella difesa della previdenza di ciascuno dei lavoratori iscritti, dall’altro nella oculata gestione delle risorse destinate dallo Stato alle politiche assistenziali di inclusione sociale, è più che mai determinante, anche alla luce delle disposizioni costituzionali di cui ricorre quest’anno il 70° anniversario”. Il Capo dello Stato ha concluso inviando “un incoraggiamento a confermare, nell’azione quotidiana, i valori che sono alla base del nostro modello sociale”.

Penultimi in Ue per ore lavorate

ITALIANI POCO STAKANOVISTI

Gli italiani sono poco stakanovisti e si piazzano al penultimo posto in Europa per media di ore lavorate la settimana. A rilevarlo di dati di Eurostat secondo i quali un lavoratore dipendente a tempo pieno in Italia lavora in media 38,8 ore la settimana, circa un’ora e mezza in meno della media europea. Tra i lavoratori indefessi invece gli inglesi, che registrano una media di 42,3 ore la settimana. Gli ultimi in classifica sono i danesi con 37,8 ore.

A incidere sulla performance degli italiani è però l’orario di lavoro del pubblico impiego, fissato per contratto nel nostro Paese a 36 ore e in particolare i risultati del settore dell’educazione. Se si guarda all’industria, infatti, i lavoratori dipendenti del Belpaese con 40,5 ore medie lavorate alla settimana si trovano nella media europea (40,4) e risultano più ore in fabbrica anche rispetto ai tedeschi (39,8 ore).

Ma se si guarda alla Pubblica amministrazione l’Italia è il Paese nel quale si lavorano meno ore la settimana (37,2 in media) a fronte delle 39,6 medie in Ue. L’Italia è ultima soprattutto per ore lavorate nel settore dell’educazione con 28,9 ore la settimana, circa dieci in meno della media Ue (38,1) e quasi 14 in meno del Regno Unito. Nel settore degli alberghi e della ristorazione i lavoratori dipendenti italiani sono impegnati in media 41,5 ore la settimana in linea con la media europea (più dei tedeschi che segnano 41,2 ore) mentre nel trasporto le ore lavorate sono 40,6 contro le 41,6 medie in Ue. Nel settore bancario e assicurativo i dipendenti italiani lavorano circa 39,4 ore (40,6 la media Ue). Nella sanità e servizi di cura i dipendenti sono impegnati per 37,5 ore in media, quasi due ore in media in meno rispetto alle 39,4 ore medie Ue (40,6 nel Regno Unito).

Il numero di ore lavorate cresce in modo consistente per i lavoratori autonomi. In Italia gli indipendenti lavorano in media 45,8 ore la settimana a fronte delle 47,4 ore medie in Ue (54,1 in Belgio). Tra questi lavorano di più in Italia quelli con dipendenti (48,7 ore a fronte delle 50,1 medie in Ue) rispetto a quelli senza dipendenti (44,5 ore a fronte delle 46,1 medie Ue).

Carlo Pareto

Novità assegni familiari. Come richiedere il Codice Spid. Disabili: bonus auto

Inps
ASSEGNI FAMILIARI 2018: I NUOVI IMPORTANTI

Stabilite le nuove soglie di reddito per richiedere l’assegno familiare, il contributo economico destinato alle famiglie di alcune categorie di lavoratori aventi un reddito complessivo al di sotto dei limiti stabiliti annualmente dalla legge. “Dal 1° gennaio 2018 – spiega l’Inps in una nota – sono stati rivalutati sia i limiti di reddito familiare ai fini della cessazione o riduzione della corresponsione degli assegni familiari e delle quote di maggiorazione di pensione, sia i limiti di reddito mensili per l’accertamento del carico ai fini dei diritto agli assegni stessi”.
Per quanto concerne i limiti di reddito mensili, gli importi da considerare ai fini del riconoscimento del diritto agli assegni familiari risultano così fissati per tutto l’anno 2018: 714,62 euro per il coniuge, per un genitore, per ciascun figlio od equiparato; 1250,58 euro per due genitori ed equiparati. “Le nuove soglie reddituali – ricorda l’Istituto – valgono anche in caso di richiesta di assegni familiari per fratelli, sorelle e nipoti”.
In merito ai limiti di reddito familiare, invece, l’Inps invita a consultare le nuove tabelle pubblicate sul sito e calcolate in base al tasso d’inflazione programmato per il 2017, pari allo 0,9%. Le nuove disposizioni vengono applicate ai soggetti esclusi dalla normativa sull’assegno per il nucleo familiare, ovvero: i coltivatori diretti, coloni, mezzadri e piccoli coltivatori diretti e i pensionati delle gestioni speciali per i lavoratori autonomi.

Innovazione
COME RICHIEDERE IL CODICE SPID INPS

Nell’era digitale anche in Italia tutti i servizi di pubblica utilità sono stati semplificati ed automatizzati con un sistema computerizzato, che consente ai cittadini di usufruirne senza più lunghe code agli sportelli di alcuni enti quindi con un sostanziale risparmio di tempo. L’Inps per esempio ha da poco introdotto il cosiddetto Spid, ovvero un sistema di identità digitale che consente di richiedere online diversi tipi di documenti. Più in dettaglio vediamo di cosa si tratta e come si richiede il codice Spid Inps.
Il codice Spid è un sistema di identità digitale
Prima di addentrarci nella spiegazione in merito allo Spid e a come ottenerlo, è opportuno sapere, sia pure sommariamente, a cosa può servire una volta ricevuto. Grazie a questo sistema di identità digitale dal computer di casa o anche da un dispositivo mobile di ultima generazione, è possibile acquisire qualsiasi tipo di documento inerente la Pubblica Amministrazione, pagare tasse e imposte di qualunque genere oppure consultare l’archivio anagrafico comunale.
Bisogna compilare un apposito modulo
Per richiedere lo Spid è possibile rivolgersi di persona oppure online a qualsiasi ente come ad esempio le Poste Italiane, la Telecom oppure ad Aruba ovvero un sito specializzato nella posta certificata. Nel caso si scelga di procedere alla richiesta tramite l’istituto previdenziale ovvero l’Inps, allora bisogna seguire un iter burocratico che però è piuttosto semplice. Nello specifico basta collegarsi al portale dell’ente e compilare un apposito modulo, inserendo le proprie generalità comprese alcune importanti informazioni come per esempio un indirizzo email valido, un numero di cellulare, gli estremi di un documento di identità e quelli della tessera sanitaria. Dopo aver scannerizzato i suddetti documenti, li inviamo per via telematica allo stesso Inps. Fatto ciò in 10 minuti il sistema viene elaborato, e si ricevono le credenziali di accesso vale a dire un nome utente ed una password.
Si possono ottenere diversi Spid
Vista la notevole utilità dello Spid che senza alcun dubbio serve a semplificare i rapporti istituzionali tra cittadini ed Enti pubblici, va sottolineato che l’erogazione da parte dell’Inps dopo l’esplicita richiesta non è da considerarsi unica; infatti, va precisato che è possibile ottenerne anche più di uno con le stesse modalità indicate, rivolgendosi ad un ente qualsiasi tra quelli citati in precedenza. Versare i contributi per colf e badanti, o ancora pagare multe automobilistiche e di qualsiasi altro genere oggi è sicuramente molto meno complicato, ricorrendo a questo sistema digitale denominato Spid.

Disabilità
BONUS AUTO CON LEGGE 104

Sono molteplici e differenti, quanto al contenuto e ai destinatari, le agevolazioni riconosciute ai soggetti disabili, la cui principale fonte normativa si rintraccia nella Legge-quadro per l’assistenza, l’integrazione sociale e i diritti delle persone handicappate (L. 104/92 e successive modifiche).
Per ottenere le agevolazioni è necessario che l’handicap sia accertato da un’apposita Commissione Medica Integrata Asl/Inps (ai sensi dell’art. 4, comma 1 L. 104/92).
Anche “la normativa tributaria mostra particolare attenzione per le persone con disabilità e per i loro familiari, riservando loro numerose agevolazioni fiscali”, ricorda l’Agenzia delle Entrate. In pratica chi ha la 104, è portatore cioè di un handicap e presenta una ridotta mobilità, può usufruire di alcuni benefici fiscali nel settore auto: detrazione Irpef del 19% della spesa sostenuta per l’acquisto; Iva agevolata al 4% sull’acquisto; esenzione dal bollo auto e dall’imposta di trascrizione sui passaggi di proprietà.
Nella guida stilata dall’Agenzia delle Entrate si legge che possono usufruire delle agevolazioni: 1. non vedenti e sordi; 2. disabili con handicap psichico o mentale titolari dell’indennità di accompagnamento; 3. disabili con grave limitazione della capacità di deambulazione o affetti da pluriamputazioni; 4. disabili con ridotte o impedite capacità motorie. Le agevolazioni, si ricorda, sono riconosciute solo se i veicoli sono utilizzati, in via esclusiva o prevalente, a beneficio delle persone disabili. Se il portatore di handicap è fiscalmente a carico di un suo familiare (possiede cioè un reddito annuo non superiore a 2.840,51 euro), può beneficiare delle agevolazioni lo stesso familiare che ha sostenuto la spesa nell’interesse del disabile.
Con i benefici della 104 non si può comprare solo un veicolo destinato al trasporto di persone ma anche autocaravan, motocarrozzette e motoveicoli.
Le agevolazioni
Per l’acquisto dei mezzi di locomozione il disabile ha diritto a una detrazione dall’Irpef. Per mezzi di locomozione si intendono le autovetture, senza limiti di cilindrata, e gli altri veicoli sopra elencati, usati o nuovi. La detrazione è pari al 19% del costo sostenuto e va calcolata su una spesa massima di 18.075,99 euro. La detrazione spetta una sola volta (cioè per un solo veicolo) nel corso di un quadriennio (decorrente dalla data di acquisto). È possibile riottenere il beneficio, per acquisti effettuati entro il quadriennio, solo se il veicolo precedentemente acquistato viene cancellato dal Pubblico Registro Automobilistico (PRA), perché destinato alla demolizione. Oltre che per le spese di acquisto, la detrazione Irpef spetta anche per quelle di riparazione del mezzo. Sono esclusi, comunque, i costi di ordinaria manutenzione e i costi di esercizio (premio assicurativo, carburante, lubrificante).
È applicabile l’Iva al 4%, anziché al 22%, sull’acquisto di autovetture nuove o usate, aventi cilindrata fino a: 2.000 centimetri cubici, se con motore a benzina; 2.800 centimetri cubici, se con motore diesel. Se il veicolo è ceduto prima che siano trascorsi due anni dall’acquisto, va versata la differenza fra l’imposta dovuta in assenza di agevolazioni (22%) e quella risultante dall’applicazione delle agevolazioni stesse (4%), tranne nel caso in cui il disabile, in seguito a mutate necessità legate al proprio handicap, cede il veicolo per acquistarne un altro su cui realizzare nuovi e diversi adattamenti. L’agevolazione dell’Iva ridotta al 4% è prevista anche per l’acquisto del veicolo in leasing, a condizione, però, che il contratto di leasing sia di tipo “traslativo”.

Eurostat
82% CERCA LAVORO TRAMITE AMICI

Quasi l’82% degli italiani cerca ancora impiego rivolgendosi ad amici e parenti: nel terzo trimestre del 2017 – secondo quanto si legge sulle tabelle Eurostat sui metodi per la ricerca di lavoro – la percentuale di chi dichiara di essersi rivolto a amici, parenti e sindacati era all’81,9%. La percentuale è però in calo -il dato più basso dal quarto trimestre del 2012 quando era all’81,3%- ma era al 74% nel 2007, prima della crisi economica. Se si guarda agli altri Paesi Ue emerge un dato molto più basso in Germania (38,1%) e nel Regno Unito (45,1%) mentre la Francia raggiunge il 61,9%. La media dell’Ue a 28 (ma riferita al secondo trimestre, ultimo dato disponibile) è al 68,9%.
In Italia c’è ancora grande sfiducia nella possibilità che gli uffici pubblici possano aiutare nella ricerca del lavoro. Nonostante il Jobs act abbia puntato sulle politiche attive e la ricollocazione dei disoccupati come elemento fondante della riforma c’è ancora scarsa fiducia sulla possibilità di ottenere risultati positivi. Nel terzo trimestre 2017 – secondo le tabelle Eurostat sui modi con i quali si cerca lavoro – mentre resta superiore all’80% la quota di coloro che si rivolgono a parenti amici, è appena al 25% la percentuale di chi cerca lavoro bussando a un ufficio pubblico. Il dato è il peggiore in Ue anche se migliora rispetto al secondo trimestre (23,5%). Siamo comunque a grande distanza dalla Germania (73,4%) e dalla Francia (55,7%) mentre il Regno Unito è al 33,9%.
Ancora peggiore è il risultato delle agenzie per il lavoro private con appena il 14,4% di chi cerca lavoro che dichiara di rivolgersi al privato[T] (in crescita dal 13,8% del secondo trimestre) a fronte del 32,9% della Francia e del 21% del Regno Unito. In Germania la percentuale è al 12,7%.

Carlo Pareto

Inps, Avvisi di accertamento per i rapporti di Lavoro Domestico. Buoni di Lavoro entro il 31/12

Modalità di comunicazione all’Inps per la contestazione del provvedimento
AVVISI DI ACCERTAMENTO PER I RAPPORTI DI LAVORO DOMESTICO

In questi giorni l’Inps sta inviando gli avvisi di accertamento per mancato pagamento dei contributi ai datori di lavoro domestico inadempienti per almeno un trimestre tra il 4° trimestre 2012 e il 2013.
Nell’avviso si invitano i contribuenti a regolarizzare la posizione.
I datori di lavoro che ritengono non dovuti i contributi indicati possono contestare l’avviso seguendo le istruzioni contenute in calce al provvedimento.
È possibile effettuare ogni contestazione telefonicamente, tramite Contact center dell’Inps, oppure utilizzando il servizio “lavoratori domestici” sul sito internet.
Per la contestazione il datore di lavoro può utilizzare il modulo prestampato di autocertificazione allegato al provvedimento, che guida il contribuente nella indicazione di tutti gli elementi utili. Il modulo consente di autocertificare la pregressa comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro così come l’avvenuto pagamento dei bollettini.
Se il datore di lavoro ha già comunicato all’Inps la cessazione del rapporto di lavoro, può inviare copia della ricevuta di comunicazione, oltre che tramite i canali sopra indicati, anche via fax al numero verde gratuito 800803164.
Tale comunicazione consentirà alla sede Inps di chiudere il rapporto di lavoro ed eventualmente di annullare l’avviso inviato per i periodi per i quali i contributi non siano dovuti. In questi casi, ovviamente, sarà ritenuta valida l’originaria data di comunicazione della cessazione del rapporto di lavoro e pertanto nessuna sanzione amministrativa sarà dovuta dal datore di lavoro.

L’Inps ricorda che possono essere utilizzati fino al 31 dicembre
BUONI DI LAVORO ACCESSORIO

Il prossimo 31 dicembre scadrà il periodo transitorio per l’utilizzo dei buoni di lavoro accessorio.
I buoni lavoro richiesti entro il 17 marzo, comunica l’Inps, possono essere utilizzati esclusivamente per prestazioni il cui svolgimento avrà luogo entro il prossimo 31 dicembre; pertanto i committenti non potranno inserire nella procedura informatica prestazioni con data di inizio o fine successiva a questa data. Le prestazioni inserite erroneamente nella procedura informatica relative a periodi decorrenti dal 1° gennaio 2018 verranno cancellate d’ufficio e il committente non riceverà nessuna comunicazione in merito. Nel caso di prestazioni che abbiano data inizio nel 2017 e data fine nel 2018, verranno cancellate d’ufficio soltanto le prestazioni relative al 2018.
Per l’utilizzo di buoni tramite la procedura telematica, precisa l’Inps, le prestazioni fino al 31 dicembre 2017 dovranno essere consuntivate dal committente improrogabilmente entro il 15 gennaio 2018; dal 16 gennaio sarà infatti inibito l’accesso alla procedura internet dedicata.
I rimborsi delle somme versate entro il 17 marzo e non utilizzate dal committente entro il 31 dicembre, potranno essere richiesti all’Inps mediante modello Sc52 entro il 31 marzo 2018.

Ocse
ETÀ EFFETTIVA PENSIONE PRIMA DEI 63 ANNI

L’Italia è il paese che nell’Ocse ha per gli uomini l’età di uscita “effettiva” per pensionamento più bassa rispetto a quella di vecchiaia legale. Lo scrive l’Ocse nel Panorama sulle pensioni 2017 secondo il quale nel 2016 ci sarebbero stati tra l’età di uscita per vecchiaia (66,7 anni) e quella media effettiva 4,4 anni di differenza, il divario più alto nell’area Ocse. Si esce quindi abbondantemente prima dei 63 anni. In media nell’area il divario tra età legale ed effettiva di uscita per pensionamento è di 0,8 anni per gli uomini e di 0,2 anni per le donne.
L’attuale sfida dell’Italia è limitare al tempo stesso la spesa pensionistica nel breve e medio termine e affrontare i problemi di adeguamento per i futuri pensionati”, si legge nel Panorama Pensioni Ocse 2017. L’aumento dell’età pensionabile effettiva dovrebbe continuare a essere la priorità” dell’Italia al “fine di garantire benefici adeguati senza minacciare la sostenibilità finanziaria”, si legge. “Ciò significa concentrarsi sull’aumento dei tassi di occupazione, in particolare tra i gruppi vulnerabili. Un mercato del lavoro più inclusivo ridurrebbe anche il futuro tasso di utilizzo delle prestazioni sociali per la vecchiaia”, aggiunge l’Ocse.

Cida, pensioni
GLI ALLARMI INGIUSTIFICATI FANNO MALE AL PAESE

“Non c’è pace per le pensioni: a giorni alterni si susseguono allarmi sulla spesa previdenziale o sull’incerto futuro di chi in pensione deve andare. Così si crea ansia fra lavoratori e pensionati, si innesca un potenziale conflitto generazionale e si contribuisce a dare l’immagine di un Paese confuso e disorientato”. E’ quanto ha recentemente affermato Giorgio Ambrogioni, presidente di Cida, la confederazione dei dirigenti ed alte professionalità del pubblico e del privato.
“Prima era la Commissione Europea a lamentare una voragine di 88 mld – ha sottolineato Ambrogioni – adesso è la volta dell’Ocse che disegna un’Italia in cui si va in pensione ancora troppo presto grazie a leggi e leggine compiacenti e ad avvisarci che per i giovani – una volta trovato il lavoro – il traguardo pensionistico si colloca oltre i 70 anni”.
“Siamo abituati alle ‘docce fredde’ sulle pensioni propinateci da centri studi, italiani e non, o da presunti esperti del settore. Così come siamo assuefatti al coro di commenti seriosi e preoccupati che arriveranno da ambienti politici e governativi. Ma resta il fatto che le cifre su cui si sta ragionando sono sempre le stesse: ovvero, in Italia, quando si parla di spesa previdenziale non si distingue fra assistenza e previdenza”, ha avvertito il presidente della Cida.
“In questo modo l’Istat comunica a Eurostat e poi all’Ocse e al Fmi – ha spiegato Ambrogioni – che la nostra spesa per le pensioni è pari al 18,5% del Pil, mentre quella della media dei Paesi Ue a 27 è del 14,7%. Ma gli altri Paesi non mettono insieme la previdenza e le diverse funzioni dell’assistenza, voci che gli uffici statistici italiani non specificano nelle comunicazioni all’Ue. Sono i conti dell’assistenza ad essere fuori controllo, non quelli della previdenza. Se si leggono bene i dati, nel 2016 il disavanzo tra contributi e previdenza è di -21 miliardi, all’interno dei quali sono ben 19 i miliardi spesi in assistenza, di cui 10 miliardi per l’integrazione al salario minimo e 9 miliardi di maggiorazione per dipendenti pubblici”.
“E come è accaduto con i dati Eurostat, e ora con l’Ocse – ha ancora ammonito Ambrogioni -, il vero rischio è che i soliti titoli allarmistici sulla stampa nazionale producano l’effetto indesiderato di destabilizzare l’opinione pubblica, contrapponendo classi e ceti sociali e finendo per fare del male al Paese. Cida si batte da anni per una sana politica previdenziale che non può che basarsi, da un lato, sul rispetto dei diritti acquisiti e, dall’altro, sull’introduzione di dosi massicce di politiche attive dell’occupazione per dare nuova linfa al mercato del lavoro e rinvigorire la fiducia dei nostri giovani. Anche l’impegno dei nostri pensionati come ‘tutor’ all’interno dei percorsi tracciati dall’alternanza scuola-lavoro, dimostra che le generazioni non vanno divise né, tantomeno, contrapposte. Oggi vi sono aziende in cui operano quattro generazioni ed è un arricchimento reciproco che merita rispetto e un qualche approfondimento”.
“L’imminente appuntamento elettorale dovrebbe essere interpretato come un grande cantiere dove impegnarsi per trovare soluzioni innovative a problemi complessi; problemi che richiedono di difendere il potere d’acquisto, evitare la demagogia, promuovere l’avvento di una nuova cultura del welfare e del lavoro, elaborare una visione diversa dei seniores, per costruire il futuro della previdenza pensando ai giovani e non solo ai pensionati”, ha concluso Ambrogioni.

19 milioni i certificati
OCSE: IN ITALIA CI SI AMMALA SOPRATTUTTO DI LUNEDì

L’Italia è il paese che nell’Ocse ha per gli uomini l’età di uscita “effettiva” per pensionamento più bassa rispetto a quella di vecchiaia legale. Lo scrive l’Ocse nel Panorama sulle pensioni 2017 secondo il quale nel 2016 ci sarebbero stati tra l’età di uscita per vecchiaia (66,7 anni) e quella media effettiva 4,4 anni di differenza, il divario più alto nell’area Ocse. Si esce quindi abbondantemente prima dei 63 anni. In media nell’area il divario tra età legale ed effettiva di uscita per pensionamento è di 0,8 anni per gli uomini e di 0,2 anni per le donne.
L’attuale sfida dell’Italia è limitare al tempo stesso la spesa pensionistica nel breve e medio termine e affrontare i problemi di adeguamento per i futuri pensionati”, si legge nel Panorama Pensioni Ocse 2017.
L’aumento dell’età pensionabile effettiva dovrebbe continuare a essere la priorità” dell’Italia al “fine di garantire benefici adeguati senza minacciare la sostenibilità finanziaria”, si legge. “Ciò significa concentrarsi sull’aumento dei tassi di occupazione, in particolare tra i gruppi vulnerabili. Un mercato del lavoro più inclusivo ridurrebbe anche il futuro tasso di utilizzo delle prestazioni sociali per la vecchiaia”, aggiunge l’Ocse.

Carlo Pareto