Bce, la sfida di Draghi ai falchi: tassi invariati

Mario Draghi-BCEOggi, per la prima volta dopo il ritorno dell’inflazione, a Francoforte si riunisce il Consiglio Direttivo della Bce. Ancora una volta, Draghi dovrà misurarsi con i “falchi” che vorrebbero una forte revisione al rialzo delle stime sull’inflazione. Nel frattempo, la Bce lascerebbe ancora i tassi invariati.

Il ministro delle finanze tedesco, Wolfang Schaeuble, ad una conferenza ha detto: “Le misure di politica fiscale e monetaria hanno raggiunto il limite. Più dura la fase dei tassi di interesse bassi, più aumenta l’impatto sul settore finanziario”. Per Schaeuble è necessario uscire dalla fase dei tassi bassi spiegando: “ Per questo, pur nel rispetto dell’indipendenza delle banche centrali, sto propugnando un tempestivo avvio della exit strategy. Sarà piuttosto difficile ma deve essere fatto”.

Si prefigura una nuova sfida al Consiglio della Bce di oggi. Mario Draghi dovrà calibrare attentamente l’ottimismo per l’inflazione tornata al 2% e per una solida ripresa nell’Eurozona con i rischi negativi di una prematura stretta monetaria. La pressione sulla Bce continua ad aumentare. I tassi viaggiano ai minimi storici (-0,40 quello sui depositi) e quasi 2.300 miliardi di acquisti di debito, prevalentemente pubblico, che continueranno da aprile al ritmo di 60 miliardi al mese almeno fino a dicembre.

Pesa principalmente la pressione dei tassi di mercato fatta dalla Fed che probabilmente si prepara ad una stretta. I trader l’aspettano quasi con certezza dopo che la presidente Janet Yellen, il 3 marzo scorso, ha detto: “Ad aspettare troppo si rischia un pericoloso rialzo brusco più avanti”. Una valutazione avvalorata oggi negli Usa dai posti di lavoro creati dal settore privato oltre le aspettative (298.000 a febbraio).

Un altro fattore è il raddoppio dell’inflazione nell’Eurozona registrata negli ultimi due mesi fino a raggiungere il 2% a febbraio. Formalmente, il livello è quello desiderato dalla Bce, con la Germania al 2,2%, la Spagna addirittura al 3% mentre sei mesi fa c’era ancora la deflazione.

Il confronto nel Consiglio della Bce odierno vede i ‘falchi’ capitanati dal Presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, che spingono per una decisa revisione al rialzo delle stime d’inflazione che presenterà Draghi.

Il Presidente della Bce dovrà impegnarsi molto alla conferenza stampa per evitare questi pericolosi ostacoli. Per Draghi non è ancora arrivato il momento di invertire rotta.

Tutti sanno che i prossimi mesi sono pieni di rischi. Naturalmente, la ripresa c’è ma è fragile, nonostante che la crescita dell’1,7% nel 2016 sia stata superiore agli Usa.

Pesa come un macigno il dibattito sulle tariffe all’export nel clima incombente di una propagazione delle politiche protezionistiche.

Inoltre, a breve c’è l’incognita delle elezioni politiche in Olanda, Francia e Germania con i primi due ad alto rischio antieuropeista. La prudenza consiglierebbe di aspettare i risultati elettorali prima di prendere nuove decisioni. Nel Consiglio Bce per le ‘colombe’ e per Draghi, l’argomento principale fa perno sull’inflazione depurata dall’energia che resta sotto l’1%. Per i mercati, le aspettative sull’inflazione futura sono scese all’1,7%. Il rialzo dell’inflazione nominale al 2% è in larga parte dovuto ad un effetto derivante dal crollo del petrolio nel 2015 ma che è destinato a svanire nel corso del 2017 (sono nuovamente in diminuzione i prezzi del greggio). Per Draghi la fiammata inflazionistica di questi mesi non significa che l’inflazione sia diffusa, durevole, in grado di reggersi da sola e stabile nel medio periodo, cioè rispondente ai criteri di applicazione di sani principi della scienza economica.

Lo scontro con i ‘falchi’ si sarebbe affievolito sia con il ministro Wolfang Schaeuble e sia con il Presidente Weidmann che due settimane fa ha dichiarato che “la posizione della Bce rimane appropriata”.

Alla vigilia della riunione del Consiglio della Bce non si escludeva che il Presidente della Bce potesse dare segnali nuovi ai mercati sulla rotta futura da tenere.

Queste aspettative sono rimaste deluse. La Bce ha confermato la rotta già tracciata per tutto il 2017 con i tassi che resteranno invariati fino a fine anno e cioè per tutto il periodo di intervento delle politiche del Quantitative Easing e forse anche oltre.

Salvatore Rondello

Confindustria. Crescita inadeguata per uscire dalla crisi

lavoro_giovani_operai_Da un report del Centro Studi della Confindustria è emerso un quadro insoddisfacente per uscire dalla crisi attuale.
L’Italia rimane il fanalino di coda dell’Eurozona. Sfrutta bene il traino esterno, ma resta fanalino di coda con una crescita inadeguata ad uscire dalla crisi. Lo afferma la Confindustria nella sua “Congiuntura flash”. Anche nel primo trimestre 2017, il Pil italiano ha una attesa di aumento a ritmo lento, dopo il +0,2% nel quarto trimestre 2016 e un +0,3% nel terzo. Il ritmo, frenato dall’incertezza politica, rimane inferiore a quello dell’Eurozona (vicino al 2%). Industria ed export – prosegue la nota di Confindustria – trainano il Pil, ma la domanda interna risente dell’instabilità politica, quando ogni sforzo andrebbe dedicato al rilancio dell’economia e al sostegno dei posti di lavoro; il credito rimane erogato con il contagocce. I sentieri divaricanti dei tassi Fed e Bce (che non intende cambiare rotta) spingono il dollaro. Mentre i tassi sui titoli sovrani iniziano a riflettere tensioni economiche e non.
Gli indicatori congiunturali, comunque, si legge sempre nel Report, hanno un’intonazione un po’ più positiva in avvio d’anno. Il Pmi composito in gennaio è stabile (52,8, da 52,9 in dicembre) e nel terziario si segnala un lieve consolidamento (52,4, da 52,3). Rallenta invece il manifatturiero (53,0 da 53,2), per via della domanda interna come confermato, tra l’altro, dalla minore fiducia dei consumatori. Dopo il sorprendente incremento di dicembre con un +1,4%, la produzione industriale segna oltre l’1% a gennaio.
Sulla crescita pesa anche il credit crunch. Il credito alle imprese è scarso e questo resta un nodo per la crescita. I prestiti bancari hanno registrato +0.2% mensile a dicembre dopo il calo dello 0,2% di novembre anche se negli ultimi 4 mesi il ritmo di caduta si è attenuato. Segnali di perdita di slancio anche per gli investimenti in macchinari e mezzi di trasporto tra fine 2016 e inizio 2017, dopo il +1,7% nel 3° 2016. Deboli anche gli investimenti in costruzione, in linea con la dinamica della produzione, anche se, annota ancora il Csc di Confindustria, a gennaio è risalita la fiducia degli imprenditori edili di 3,5 punti e le prospettive sono migliorate.
Gli istituti bancari, nell’erogare il credito, sono frenati anche dall’applicazione dei criteri di Basilea per valutare la solvibilità del rischio.
Per quanto riguarda l’Eurozona, infine, il Csc rileva come i tassi sovrani siano in aumento e gli spread europei si siano ampliati con il rischio che il trend prosegua sulla scia dell’incertezza dell’Eurozona.
Con la fine degli incentivi alle assunzioni, il naturale riallungamento degli orari smorzerà la creazione di posti di lavoro. Questa stima del Centro studi di Confindustria, prevede per il 2017 come l’intensità del loro recupero perderà slancio dopo +1,2% nel 2016 e +0,8% nel 2015 e sarà inferiore a quella del Pil, contrariamente a quanto avvenuto nel biennio precedente. In Italia, d’altra parte, prosegue la nota, le ore lavorate pro-capite sono ancora molto basse rispetto ai valori pre-crisi: nel 3° trimestre 2016 -1 ora e mezza a settimana rispetto a fine 2007, da un minimo di circa -2 ore a inizio 2015.
Nel 4° trimestre 2016 l’occupazione è rimasta pressoché ferma (-5mila addetti), come nel trimestre estivo (-10mila). I recenti lievi cali non intaccano gli ampi guadagni registrati nella prima metà dell’anno: in dicembre +242mila da fine 2015, a un totale di 22milioni e 783mila persone occupate, tornate così sui livelli della primavera 2009. Il tasso di disoccupazione nel 4° trimestre 2016 si è attestato all’11,9%, dopo essere rimasto ancorato all’11,6% dall’estate 2015. Il report della Confindustria conclude: “con la forza lavoro in espansione da inizio 2016, l’aumento riflette, appunto, lo stallo dell’occupazione”.
Dunque, le prospettive non sono allegre: l’unico dato che sarà in crescita, malauguratamente, è il disagio sociale degli italiani.

Salvatore Rondello

Istat: inflazione all’1%. Aumenta prezzo beni alimentari

istat inflazioneL’Istat ha comunicato oggi l’indice nazionale dei prezzi al consumo rilevati nel mese di gennaio 2017 per l’intera collettività (NIC). Al lordo dei tabacchi, si registra un aumento dello 0,3% rispetto al mese precedente e dell’1,0% nei confronti di gennaio 2016 (la stima preliminare era +0,9%), mostrando segni di accelerazione (il NIC a dicembre segnava +0,5%).
Il tasso di incremento annuo registrato a gennaio scorso è il più alto da tre anni e mezzo. Per trovare un valore maggiore bisogna tornare ad agosto del 2013 quando era stato dell’1,2%.
Il rialzo dell’inflazione è dovuto alle componenti merceologiche i cui prezzi presentano maggiore volatilità. In particolare è stato evidenziato la netta accelerazione della crescita tendenziale dei Beni energetici non regolamentati (+9,0%, da +2,4% del mese precedente) e degli Alimentari non lavorati (+5,3%, era +1,8% a dicembre), a cui si aggiunge il ridimensionamento della flessione dei prezzi degli Energetici regolamentati (-2,8%, da -5,8%).
A gennaio l'”inflazione di fondo”, al netto degli energetici e alimentari freschi, rallenta, seppur di poco, portandosi a +0,5%, da +0,6% del mese precedente; al netto dei soli Beni energetici, invece, si porta a +0,8% (da +0,7% di dicembre).
“Su base annua la crescita dei prezzi dei beni accelera in misura significativa (+1,2%, da +0,1% di dicembre) mentre quella dei servizi rallenta (+0,7%, da +0,9% del mese precedente). Di conseguenza, rispetto a dicembre, il differenziale inflazionistico tra servizi e beni torna negativo dopo 46 mesi portandosi a meno 0,5 punti percentuali.
L’inflazione acquisita per il 2017 risulta pari a +0,7%.
I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona aumentano dell’1,1% su base mensile e dell’1,9% su base annua (era +0,6% a dicembre).
Anche Coldiretti evidenzia che a spingere l’inflazione è stato l’aumento record dei prezzi dei vegetali freschi e della frutta rispetto allo stesso mese dello scorso anno per effetto del maltempo che con gelo e neve ha decimato le coltivazioni agricole. “L’aumento dei prezzi ortofrutticoli a gennaio è consistente pure rispetto a dicembre con un rincaro del 14,6% anche se – sottolinea la Coldiretti – nel mese di febbraio si sta registrando un rapido ritorno alla normalità nei mercati. Con l’andamento dell’inflazione a gennaio sono stati stravolti i consumi alimentari degli italiani con un balzo negli acquisti del 14% di carne bovina, del 10% di salumi e dell’8% di carne di maiale. Ma ad aumentare è anche la presenza nel carrello dei prodotti a lunga conservazione come i surgelati, dal +14% per i vegetali a +11% per il pesce. In salita pure i preparati per dolci (+30%), purè (+13%), brodi (6%) e legumi secchi (4%)”, secondo i dati comunicati dalla Coldiretti sul sito www.italiani.coop.it relativi a gennaio 2017 rispetto allo stesso periodo dei due anni precedenti.
Il comunicato Istat prosegue: “I prezzi dei prodotti ad alta frequenza di acquisto aumentano dello 0,9% in termini congiunturali e registrano una crescita su base annua del 2,2%, dall’1,0% del mese precedente.
L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (IPCA) diminuisce dell’1,7% su base congiunturale e aumenta dell’1,0% in termini tendenziali (la stima preliminare era +0,7%), da +0,5% di dicembre. La flessione congiunturale è in larga parte da ascrivere ai saldi invernali dell’abbigliamento e calzature, di cui l’indice NIC non tiene conto.
L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (FOI), al netto dei tabacchi, registra un aumento dello 0,3% su base mensile e dello 0,9% nei confronti di gennaio 2016”.
Poiché i maggiori incrementi sono avvenuti sui beni che caratterizzano la domanda primaria delle famiglie, di conseguenza, per effetto compensativo, dovrebbe registrarsi una contrazione nella domanda sui beni secondari.
Per le associazioni dei consumatori si tratterebbe di una aumento medio di circa 300 euro su base annua per ogni famiglia media con punte più alte nell’Italia settentrionale.
L’Eurostat ha fornito il quadro di quello che è avvenuto nella UE.
L’inflazione nell’Eurozona a gennaio è salita a 1,8% su base annuale, rispetto all’1,1% di dicembre. Per l’insieme della Ue-28 il tasso di gennaio è stato dell’1,7% contro l’1,2% del mese precedente. Guardando ai singoli paesi, l’inflazione maggiore è stata registrata in Belgio (3,1%), davanti a Lettonia e Spagna (2,9%), con la Germania a 1,9% e Francia a 1,6%. La più bassa in Irlanda (0,2%). In Italia il tasso (1%) è raddoppiato rispetto a dicembre (0,5%) ma resta il nono più debole nell’Ue.
Il maggior impatto sull’innalzamento dell’inflazione nei 19 paesi dell’Eurozona è venuto dai carburanti per i trasporti (+0,50 punti percentuali), dai combustibili liquidi e dai prezzi dei legumi (+0,14 punti ciascuno). Sono rimasti in calo i prezzi delle telecomunicazioni (-0,09 punti), del gas (-0,08 punti), del pane e cereali (-0,05 punti). A gennaio 2016 il tasso di inflazione per l’Eurozona su base annuale era di appena +0,3%, in Italia era al +0,4%, esattamente come in Germania e leggermente superiore alla Francia (+0,3%), ma il Belgio già guidava la classifica con +1,8%.

Salvatore Rondello

Eurozona. Il grande balzo in avanti della crescita

eurozonaInaspettatamente, l’attività economica dell’Eurozona, a febbraio è balzata ai massimi da sei anni con una crescita “quasi record”. La creazione di nuovi posti di lavoro è tornata ai valori di nove anni e mezzo orsono. Questa valutazione emergerebbe dall’indice Pmi composito, l’indice anticipatore più accreditato che raccoglie le stime dei direttori degli acquisti nei settori servizi e manifattura.
L’indice è salito a 56 da 54,4 di gennaio, indicando che l’Eurozona va verso una crescita dello 0,6% nel primo trimestre 2017. Gli economisti si aspettavano, al contrario, un calo dell’indice Pmi a 54,3.
Secondo Ihs Markit, la società londinese che raccoglie i dati, i nuovi ordini e l’ottimismo delle imprese indicano un’espansione potenzialmente più forte nei prossimi mesi.
In Francia, l’indice composito dei direttori degli acquisti segna 56,2 da 54,1 di gennaio contro previsioni per un calo a 53,8. In Germania lo stesso indice segna 56,1 contro previsioni per un dato invariato a 54,8 secondo i dati Bloomberg.
Si tratta di dati raccolti da una istituzione privata e che no hanno un valore di ufficialità. Tuttavia meritano una attenzione di verifica a breve quando verranno pubblicate le indagini statistiche dell’Eurostat.
Soltanto dopo si potrebbe parlare di superamento della crisi e di inizio della ripresa. La prudenza è d’obbligo prima di riscontrare i dati con altri indici fondamentali per misurare la crescita. Inoltre, è in atto una grande incertezza politica sugli scenari internazionali e nella stessa Eurozona. L’evoluzione politica dovrebbe chiarirsi in tempi piuttosto brevi, molto probabilmente entro il corrente anno.

Grecia. L’Eurogruppo chiede altri sacrifici

grecia-pago-deuda-fmi--644x362Più che una tragedia è un dramma senza fine quello che sta consumando Atene. La povertà dilaga e luglio è sempre più vicino, quando Atene dovrà rimborsare oltre sei miliardi di debiti e potrebbe trovarsi a corto di liquidità.
la crisi non demorde e 2,8 miliardi di euro hanno lasciato i conti bancari nei primi due mesi del 2017, segno di una nuova ondata di preoccupazione. Le banche sono in sofferenza, denunciano un picco di prestiti non rimborsati.
Oggi i ministri europei dell’Economia riuniti a Bruxelles cercano l’accordo per finanziare un’altra tranche di aiuti, dopo gli 85 miliardi stanziati ad agosto del 2015. Per partecipare all’esborso, il Fondo monetario internazionale chiede più sacrifici al governo greco. Nuovi tagli alle pensioni e più tasse. Perché il Pil nell’ultimo trimestre è andato peggio delle previsioni, da +0,9% è sceso a +0,3%. E il programma di rientro del debito non sta andando bene. All’inizio del mese sono è stato richiesto di adottare misure per assicurare il raggiungimento di ambiziosi obiettivi di finanza pubblica. La richiesta è giunta dai creditori in modo da ottenere che il Fondo monetario internazionale possa tornare a partecipare al piano di salvataggio finanziario. Tra le richieste, un nuovo taglio alle pensioni, e un ampliamento della base imponibile; in tutto un piano di risanamento pari al 2% del prodotto interno lordo.
Ma il premier Alexis Tsipras ha dichiarato che non è disposto a chiedere ulteriori sacrifici al suo Paese. Da qui, le ragioni delle trattative in corso. Eppure la Grecia ha ricevuto il più grande prestito internazionale della Storia: in tutto 110 miliardi di euro, anche da Paesi dell’Unione più poveri. Ma tutto questo non è servito, la crisi continua a perdurare. Nel frattempo l’Eurogruppo sta tentando di porre rimedio a una situazione che non solo rischia di far naufragare un Paese già in ginocchio, ma porterebbe alla ribalta i partiti euroscettici su tutto il resto del Continente, già alle prese con il rafforzamento dei partiti dell’ultradestra.
Il presidente dell’Eurogruppo, Jeroen Dijsselbloem, ha dichiarato che la Grecia, i suoi creditori europei e il Fondo Monetario Internazionale hanno fatto progressi nella ultime settimane, nella prospettiva di un via libera da parte dei Paesi dell’eurozona al ritorno a Atene della missione di vigilanza del salvataggio greco. “Abbiamo avuto molte conversazioni nelle ultime settimane e vedo dei progressi. Oggi vedremo se questo progresso è sufficiente per il ritorno” delle istituzioni ad Atene, ha spiegato Dijsselbloem entrando alla riunione dei ministri dell’Economia e delle Finanze che si tiene oggi a Bruxelles. Anche Pierre Moscovici, commissario europeo per gli Affari economici, ha espresso la proprio fiducia rispetto al fatto che la riunione abbia “successo”, sottolineando che la Grecia ha compiuto “molti progressi” in materia di crescita economica e soddisfacimento dei propri obiettivi in termini finanziari. Sia Moscovici che Dijsselbloem hanno rimarcato come le istituzioni contino sul fatto che il programma di salvataggio prosegua con la partecipazione del Fmi. La Commissione europea prevede una lieve ripresa dell’occupazione pari a un 2,2% nel 2017. Inoltre, l’ultima estate, per il turismo è andata oltre le comuni aspettative.
Ma visto che la Grecia non può, al momento, tirare ancora la cinghia, e minaccia nuove elezioni, quello di oggi è solo un pre-accordo. Mercoledì a Berlino la questione sarà discusse da Angela Merkel e dalla leader del FMI, Christine Lagarde.
Infatti nel corso della giornata anche il ministro delle Finanze della Germania, Wolfgang Schauble, ha fatto sapere che per oggi non si attende un accordo finale sulla Grecia. A riportarlo il quotidiano greco “Kathimerini”, che cita il portavoce di Schauble. “Non ci aspettiamo un accordo finale dall’Eurogruppo di oggi, ma una valutazione dei progressi”, avrebbe detto il portavoce Juerg Weissgerber. “Speriamo – ha aggiunto – che le istituzioni possano tornare in modo relativamente rapido ad Atene”.

Pil eurozona. Nuovo anno stessi risultati

Pil Nel quarto trimestre del 2016 si prevede un aumento del PIL nell’area dell’Eurozona nella misura dello 0,4%. Anche per il primo semestre del 2017 le attese sono della stessa entità. Le stime di Ifo, Insee ed Istat sono state diffuse congiuntamente da Eurozone Economic Outlook.

Il principale motore della ripresa sarà la domanda interna sostenuta dalle famiglie che hanno visto aumentare il potere d’acquisto dei salari. La Brexit ed il Referendum italiano sulla costituzione, non hanno finora influito sull’andamento dell’economia anche se le incertezze restano elevate anche per l’approssimarsi delle elezioni in Francia ed in Germania.

Nell’ipotesi che il prezzo del petrolio Brent rimanga stabile a 56 dollari per barile e che il tasso di cambio euro/dollaro continui ad oscillare intorno a 1,05 dollari per euro, si prevede per lo stesso periodo l’accelerazione dell’inflazione a +0,7% per il quarto trimestre del 2016 ed a +1,5% per i primi due trimestri del 2017. A spingere sull’inflazione contribuirebbero i prezzi dell’energia in aumento rispetto al primo trimestre del 2016. Il tasso di inflazione tenderebbe a stabilizzarsi attorno all’1% su base annua per continuare a crescere gradualmente nel 2018. Fino a quel periodo permarrebbe la politica monetaria “accomodante” della BCE. Nell’ipotesi in cui si verifichi una crescita maggiore dell’inflazione, la BCE potrebbe rivedere la manovra sui tassi di interesse.

L’economia globale nel terzo trimestre del 2016 è migliorata rispetto ai trimestri precedenti. Negli Stati Uniti continua la fase di crescita in misura doppia rispetto all’Eurozona. L’economia giapponese e quella dei paesi emergenti stanno avendo una evoluzione migliore rispetto alle attese. Nei prossimi mesi ci si attende il proseguimento della fase di crescita dell’economia globale con conseguenze positive sul commercio estero e sulle esportazioni.

Salvatore Rondello

Gli Usa e la ‘doppietta’ economica sull’Europa

TTIP-Usa-UEL’economia USA sta accelerando. La crescita è ai massimi da due anni. Nel terzo trimestre il PIL degli USA è cresciuto del 3,5%, più di quanto inizialmente previsto nella misura del 3,2%. Il terzo trimestre conferma che la ripresa economica americana continua e tende ad accelerare dopo un inizio di anno lento con +0,8% nel primo trimestre e +1,2% nel secondo trimestre.
L’incremento del PIL è spinto dai consumi saliti al 3% in misura maggiore del 2,8% stimato inizialmente.
Attualmente, la crescita del PIL stimato per l’eurozona si aggira attorno all’1,7%, circa la metà della crescita statunitense.
In passato, il contagio dell’economia statunitense, nel breve periodo raggiungeva l’Europa. Oggi dobbiamo attendere gli stessi effetti? L’Europa continuerà ad essere influenzata dall’economia degli USA ed in quale misura?
La sola politica monetaria unitaria non è più sufficiente. Diventa sempre più necessario unificare il mercato del lavoro, del welfare e le politiche fiscali.
Manca ancora una politica estera unitaria, una politica industriale unitaria. E’ necessario proseguire l’integrazione economica e sociale degli Stati dell’Unione Europea.
L’unità monetaria europea, nella sua realizzazione, è stata concepita come il primo importante passo per proseguire verso l’unificazione degli Stati d’Europa.
Purtroppo dopo venti anni, i cittadini europei, non vedono ancora altri significativi passi avanti per realizzare il sogno europeista.
Le remore nazionaliste sono ancora un forte ostacolo. Andrebbero superate al più presto e sostituite con una cultura europeista. Il lavoro è grande ma non impossibile. Basterebbe una ferma volontà realizzativa come quella che animò i padri fondatori della Comunità Europea.

Draghi, Economia forte passa per settore bancario forte

Draghi-BceAl congresso bancario europeo è intervenuto Draghi sostenendo la necessità di “un settore bancario forte per sostenere la ripresa dell’economia”. Continuando, Draghi ha detto: “per essere veramente robusto, il settore bancario deve essere ben regolato”. Ed anche: “le origini finanziarie della crisi spiegano anche la lentezza della ripresa economica poiché le banche sovraesposte dovevano ripulire i loro bilanci e rafforzare il capitale”. Secondo il capo della Bce, “anche a fronte di segnali incoraggianti, la ripresa dipende ancora dal sostegno monetario. La politica monetaria resterà accomodante anche per rispondere all’andamento insoddisfacente dell’inflazione”.

Draghi ha colto l’occasione del meeting bancario europeo per lanciare una sferzata alle banche europee e ribadire la politica monetaria della BCE che nell’eurozona continuerà a mantenere bassi i tassi attivi. Anche se il dollaro è in ripresa sull’euro e si prevede un proseguimento del trend rialzista del dollaro statunitense anche in vista del rialzo dei tassi previsto dalla Federal Reserve.

Le parole di Draghi sono eloquenti. Ha ammesso le cause finanziarie dell’attuale crisi e manifesta la volontà di continuare una politica monetaria idonea per sostenere il superamento della stessa crisi economica.

Il cambio del dollaro più forte rispetto all’euro, in questa fase potrebbe essere positivo. In teoria, gli Stati Uniti dovrebbero essere più invogliati ad acquistare i prodotti dell’eurozona. Resta il problema della bolletta del petrolio che continua ad essere pagata in dollari e quindi, con il dollaro più forte, implicherebbe un maggiore corrispettivo in euro. Per fortuna il fabbisogno petrolifero nell’eurozona tende a diminuire grazie allo sviluppo delle fonti energetiche alternative. Occorrerà, quindi, monitorare gli effetti prodotti da questa situazione che dovrebbe produrre un saldo netto positivo per l’eurozona.

Spero che sia ormai chiaro, anche agli euro-scettici, l’importanza del ruolo svolto per l’intera Europa dalla BCE guidata da Draghi.

Lavoro, meno giovani a casa

Disoccupazione-giovaniMeno giovani a casa e numeri un pochino migliori dal fronte della disoccupazione. E Matteo Renzi esulta su Twitter. I dati dicono in sostanza che diminuiscono i giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet (Not in Education, Employment or Training). E secono l’Istat nel secondo trimestre del 2016 la maggiore partecipazione dei giovani al mercato del lavoro è testimoniata proprio da questa diminuzione tendenziale. L’incidenza dei Neet, cresciuta dall’inizio della crisi fino al 2013 (dal 17,7% del secondo trimestre 2008 al 25% del secondo 2013), è rimasta stabile tra il 2014 e il 2015, per poi scendere al 22,3% nel secondo trimestre 2016.

Complessivamente, nel secondo trimestre 2016 i giovani Neet sono 2 milioni 35 mila (-252 mila in un anno): 892 mila disoccupati (il 43,8% del totale), 622 mila forze di lavoro potenziali (il 30,6%), e 521 mila (il 25,6%) inattivi che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare (in più della metà dei casi mamme con figli piccoli). Nel dettaglio, l’incidenza dei Neet è maggiore tra le donne (24,4% contro 20,3% gli uomini), è doppia nel Mezzogiorno in confronto al Nord (31,5% e 15,3%, rispettivamente), è minima tra i 15-19enni (8%) – in gran parte ancora studenti – fino ad arrivare al 31,0% tra i 25-29enni. La disoccupazione nel suo complesso, dopo la stabilità nei due trimestri precedenti, secondo l’Istat diminuisce in misura lieve (-0,1 punti) rispetto al trimestre precedente, attestandosi all’11,5 per cento. “Dati ufficiali Istat di oggi. Nel II trimestre 2016 più 189mila posti di lavoro. Da inizio nostro governo: più 585mila. Il Jobs act funziona”. E’ il tweet con cui il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, saluta i dati Istat sul lavoro, appena resi pubblici.

Un altro dato arriva dall’Ocse secondo cui Italia e Spagna sono i paesi dell’Eurozona in cui il tasso di disoccupazione è calato maggiormente a luglio. L’Ocse aggiunge che in Italia il tasso è sceso di 0,2 punti percentuali all’11,4% e in Spagna di 0,3 punti percentuali al 19,6%. Al contrario, aggiunge l’organizzazione parigina, la disoccupazione è aumentata in Francia di 0,2 punti percentuali al 10,3%. Nel complesso, aggiunge l’Ocse, la disoccupazione nell’area euro è rimasta stabile a luglio al 10,1%.

Grillo invece parla di una Italia che non viene raccontata e attacca direttamente, oltre al governo, media e giornalisti. “Stagnazione, disoccupazione, sfiducia. I media dovrebbero mettere il Bomba davanti ai suoi continui fallimenti, ma preferiscono tacere”. Così il blog di Beppe Grillo in un post del Movimento 5 Stelle che afferma: “Tv e quotidiani sono diventati mezzi di distrazione di massa o forse i giornalisti sono una massa di distratti che non si accorgono di quello che sta succedendo nel Paese”. Per questo il blog propone: “Aiutiamoli e togliamogli questo alibi. Segnaliamo ai giornalisti i fatti drammatici che solo loro non vedono”.

Edoardo Gianelli

CRESCITA A RISCHIO

fondo-monetario-internazionaleL’effetto Brexit si farà sentire. Gli analisti lo avevano detto da subito. A tagliare le previsioni di crescita è il Fondo monetario internazionale che ha limato le stime del Pil  in Italia nel 2016 e nel 2017, rispettivamente allo 0,9% e all’1%, pari a una sforbiciata dello 0,1% rispetto alle previsioni di aprile. Il ribasso era stato anticipato nel supplemento fornito dall’istituto di Washington al rapporto Articolo IV, l’analisi annuale sull’economia dei singoli paesi membri che nel caso dell’Italia era stata conclusa prima del referendum sulla Brexit dello scorso 23 giugno.

Allo stesso tempo il Fondo ha rivisto al rialzo le prospettive di crescita della zona euro nel 2016 ma ha tagliato le stime sul 2017 per effetto della Brexit. Nell’aggiornamento del World Economic Outlook, l’Fmi indica per Eurolandia una tasso di sviluppo dell’1,6% quest’anno contro l’1,5% stimato ad aprile, per la crescita più alta del previsto registrata nei primi 3 mesi dell’anno. Le stime sul 2017 sono state invece ridotte dello 0,2% a +1,4%. “Ritardi nell’affrontare eredità della crisi nel settore bancario – avvertono gli economisti di Washington – continuano a porre rischi al ribasso sulle previsioni”.

Tra i principali Paesi dell’Eurozona, la crescita della Germania sarà più alta del previsto nel 2016 con un Pil in aumento dell’1,6% (+0,1% rispetto alle stime di aprile) mentre frenerà all’1,2% nel 2017 (-0,4% rispetto ad aprile). L’Fmi ha rivisto al rialzo dello 0,4% anche le stime sul Pil francese quest’anno al +1,5% mentre ha tagliato dello 0,1% a +1,2% quelle sul 2017.

Con la Brexit sono aumentati i rischi per la crescita globale e l’Fmi ha tagliato le stime sul Pil mondiale nel 2016 e nel 2017, rispettivamente al 3,1% e al 3,4%, rispetto al 3,2% e al 3,5% indicati lo scorso aprile. “Il risultato del voto nel Regno Unito, che ha colto di sorpresa i mercati finanziari, implica il materializzarsi di un importante rischio al ribasso per l’economia mondiale. Come conseguenza – si legge nel rapporto – l’outlook globale per il 2016-2017 è peggiorato, nonostante la performance migliore del previsto” registrata nella zona euro e in Giappone nella prima metà dell’anno. “Fino allo scorso 22 giugno eravamo pronti a rivedere leggermente al rialzo le proiezioni sulla crescita globale – ha spiegato il direttore delle ricerche dell’Fmi, Maury Obstfeld – ma la Brexit ci ha messo i bastoni tra le ruote”.

Il taglio delle stime legato alla Brexit riguarda soprattutto le economie europee avanzate, mentre nel resto del mondo, Stati Uniti e Cina compresi, si prevede un impatto più attenuato. L’Fmi ha tagliato le stime sulla crescita Usa dello 0,2% all’2,2% quest’anno lasciando invariate al 2,5% quelle sul 2017 mentre per la Cina sono state rialzate dello 0,1% al 6,6% nel 2016 e lasciate invariate al 6,2% nel 2017. Il deterioramento delle prospettive globali riflette “un significativo aumento dell’incertezza, anche sul fronte politico”, precisa l’istituzione di Washington, “e questa incertezza peserà sulla fiducia e sugli investimenti, anche con ripercussioni sulle condizioni finanziarie e piu’ in generale sul sentimento del mercato”.

Poiché però il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea è solo all’inizio, avvertono gli economisti dell’Fmi, non si possono escludere conseguenze piu’ gravi, cioè a dire “uno scenario più severo”. L’outlook meno grave, quello più probabile, con la marginale revisione al ribasso delle stime mondiali, si fonda invece sul “presupposto benigno di una graduale diminuzione dell’incertezza, con accordi tra l’Unione europea e il Regno Unito per scongiurare un forte aumento delle barriere e turbolenze finanziarie importanti”. Tra gli altri rischi per la crescita globale, l’Fmi indica le divisioni politiche tra i Paesi avanzati, “che potebbero ostacolare gli sforzi volti ad affrontare le sfide strutturali” così come il problema dei rifugiati. Le tensioni geopolitiche e il terrorismo incombono sulla crescita insieme alle preoccupazioni legate ai cambiamenti climatici e al virus Zika.

Il Fondo  ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita del Pil nel Regno Unito quest’anno e nel 2017 a causa della Brexit. Gli economisti di Washington non escludono, nello scenario peggiore, anche il rischio di una recessione, se il processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea “non avvenisse in modo tranquillo e gli accordi commerciali tornassero alle regole della Wto”. Gli analisti dell’Fmi hanno tagliato le previsioni sul Pil del Regno Unito dello 0,2% all’1,7% nel 2016 e dello 0,9% all’1,3% nel 2017.

La politica non deve accettare gli attuali bassi tassi di crescita come “un nuovo normale”, dettato da fattori fuori portata. Lo sottolinea il direttore delle delle ricerche del Fondo monetario internazionale, Maury Obstfeld, commentando l’aggiornamento del World Economic Outlook che ha rivisto al ribasso le stime sulle crescita globale a causa della Brexit. “I rischi – avverte Obstfeld – vanno al di là dei semplici costi economici legati alla discesa in una stagnazione persistente. Un contesto di bassa crescita aggraverebbe le tensioni sociali associate alla stagnazione dei salari nel lungo periodo, al cambiamento economico strutturale e minerebbe i programmi assistenziali”. Secondo l’economista dell’Fmi, i leader politici dovrebbero agire per “rimettere in salute la classe media e offrire agli elettori la sensazione di una distribuzione più equa dei benefici della crescita economica”, anche tenendo conto delle diverse classi di reddito, con interventi che favoriscano la coesione sociale mentre si promuove la crescita e la stabilità. “Efficienti pacchetti di politiche possono sfruttare sinergie tra i diversi strumenti – sottolinea l’istituzione di Washington – e le politiche possono rivelarsi più efficienti quando si è in grado di realizzare sinergie anche tra i diversi Paesi”.

Redazione Avanti!