Il Governo ancora non c’è ma l’Ue già si preoccupa

commissione ue

L’allarme lo ha lanciato la Confcommercio, secondo la quale i dati statistici congiunturali continuano a mostrare segnali contradditori che inducono a valutare con prudenza le prospettive a breve dell’economia italiana. La valutazione di Confcommercio stima, per il mese di maggio, una variazione congiunturale nulla del pil mensile e una variazione tendenziale dell’1% (1,1% ad aprile), confermando un ulteriore rallentamento rispetto al primo trimestre.

Ad aprile 2018 l’indicatore dei Consumi Confcommercio (ICC) ha registrato un calo dello 0,1% rispetto a marzo ed un aumento dello 0,4% nei confronti dello stesso mese del 2017, in linea con un quadro congiunturale non particolarmente dinamico.

Il dato dell’ultimo mese è sintesi di un’evoluzione positiva della domanda relativa ai servizi (+1,8%) e di una flessione dello 0,2% della spesa per i beni.
In linea con quanto già emerso negli ultimi mesi, l’incremento più significativo ha riguardato la domanda per gli alberghi, i pasti e le consumazioni fuori casa (+2,7%).

Un altro campanello d’allarme lo ha comunicato Bankitalia nel fascicolo “Finanza pubblica, fabbisogno e debito”. A marzo il debito delle Amministrazioni pubbliche è aumentato di 15,9 miliardi rispetto al mese precedente, risultando pari a 2.302,3 miliardi. L’incremento è dovuto al fabbisogno delle Amministrazioni pubbliche (20,1 miliardi), in parte compensato dalla diminuzione delle disponibilità liquide del Tesoro (3,5 miliardi, a 44,8; erano 54,6 miliardi a marzo 2017). Il record precedente era a luglio scorso a quota 2.300.

L’Istituto di via Nazionale ha spiegato: “Il risultato è dovuto anche all’effetto complessivo degli scarti e dei premi all’emissione e al rimborso, della rivalutazione dei titoli indicizzati all’inflazione e della variazione dei tassi di cambio (0,8 miliardi)”. Con riferimento alla ripartizione per sottosettori, il debito delle Amministrazioni centrali è aumentato di 16,0 miliardi e quello delle Amministrazioni locali è diminuito di 0,1 miliardi. Il debito degli Enti di previdenza è rimasto pressoché invariato.

Il Fondo Monetario Internazionale, oggi, come aveva già fatto nei rapporti diffusi ad aprile in occasione dei suoi lavori primaverili, nel documento intitolato ‘Regional Economic Outlook’, dedicato all’Europa, ha spiegato: “In Irlanda, Italia e Spagna la riduzione dei Npl (non performing loan, ndr) e la recente ripresa delle vendite di Npl è incoraggiante. Tuttavia, per una notevole parte del sistema bancario, il ROE resta con insistenza sotto il costo del capitale proprio”.

L’Istituto di Washington ha spiegato: “La ripresa economica potrebbe non essere sufficiente per soddisfare le aspettative degli investitori o per risolvere le sfide strutturali con cui le banche meno redditizie devono fare i conti; un consolidamento ulteriore e una ristrutturazione saranno necessari”.

Nel suo documento, il Fondo Monetario Internazionale ha sostenuto: “In Italia la produttività del lavoro è cresciuta cumulativamente solo dell’1% dal 2002. Molti Paesi stanno vivendo un’attività economica positiva e tassi di disoccupazione inferiori alla media storica, fatta eccezione di Francia, Italia e Spagna”.

Ad aprile il Fondo aveva stimato per il nostro Paese un tasso di disoccupazione per quest’anno al 10,9% e nel 2019 al 10,6%, sopra la media nell’Eurozona prevista rispettivamente all’8,4% e all’8,1%. I dati sono i peggiori nell’Eurozona dopo quelli di Grecia (19,8% nel 2018 e 18% nel 2019) e Spagna (nell’ordine, 15,5% e 14,8%).

A rendere più complessa la realtà, si aggiunge la situazione politica attuale.

Mentre riprende il tavolo tra  Movimento Cinque Stelle e Lega  per la trattativa di governo, da Bruxelles arriva il monito su debito pubblico e immigrazione. A lanciare un altro all’allarme sui conti pubblici è il vice presidente della Commissione Ue  Valdis Dombrovskis che, rispondendo ad un ‘politico’ sulle sfide che attendono il nuovo governo italiano, ha affermato: “E’ estremamente chiaro che l’approccio deve essere quello di ridurre il debito”.

Poi, Dombrovskis ha spiegato: “Come Commissione non siamo coinvolti nelle discussioni politiche dei partiti relative alla formazione del governo. Tocca all’Italia decidere, il presidente Mattarella sta guidando il processo. Le consultazioni stanno andando avanti. Non posso anticipare le raccomandazioni per uno specifico paese ma ovviamente se si guarda alle precedenti raccomandazioni e alle sfide che l’Italia sta affrontando, ci si deve concentrare su questioni fiscali, riduzione del debito pubblico. L’Italia ha il secondo debito pubblico dopo la Grecia”.

Secondo Dombrovskis: “L’approccio della Commissione, che verrà esplicitato nelle raccomandazioni in arrivo più avanti nel corso del mese, è lo stesso del presidente Mattarella che durante il processo di formazione dell’esecutivo ha evidenziato la necessità di mantenere gli impegni europei. Il governo italiano uscente, guidato da Paolo Gentiloni, è stato molto attivo e ha offerto sostegno all’agenda europea. Non ci aspetteremmo cambi repentini”.

Sul fronte migranti, invece, è intervenuto il commissario europeo alla migrazione, Dimitris Avramopoulos, auspicando che il nuovo governo non cambi linea sulla politica migratoria. Dichiarazioni che non sono passate inosservate. Il segretario della Lega, Matteo Salvini, ha commentato: “Dall’Europa ennesima inaccettabile interferenza di non eletti. Noi abbiamo accolto e mantenuto anche troppo, ora è il momento della legalità, della sicurezza e dei respingimenti”.

Fiducia per l’Italia arriva, invece, dal vicepresidente della Commissione UE, Jyrki Katainen cha ha detto: “Ho tutte le ragioni per credere che l’Italia continuerà a rispettare i suoi impegni. Aspettiamo di lavorare con un Governo stabile, qualunque esso sia”.

Rispondendo a una domanda sui piani per i conti pubblici del possibile nuovo Governo Lega-5 stelle, Katainen ha anche detto: “Le regole del Patto di stabilità si applicano a tutti gli stati membri e non ho segnali che la Commissione concederà eccezioni a chiunque. Non è solo una cosa che sta a noi, alla fine le decisioni sul Patto le prende il Consiglio e non vedo segnali che in Paesi vogliano cambiare le regole o fare eccezioni per qualcuno”.

Sono questi i problemi politici ed economici più immediati che il nuovo Governo dovrà affrontare.

Salvatore Rondello

La crisi del “progetto europeo” secondo Albert Hirschman

europa crisiLa crisi del progetto di unificazione politica dell’Europa, espressa nella forma di abbandono dell’Unione da parte di uno Stato membro, o dell’abbassamento della fiducia da parte di molti cittadini degli Stati membri sull’inappropriato funzionamento delle istituzioni comunitarie, può essere spiegata alla luce del modello elaborato da Alfred Otto Hirschman nel libro “Exit, voice, and loyalty. Responses to decline in firms, organizations, and States”, tradotto in italiano con il titolo “Lealtà, defezione, protesta. Rimedi alla crisi delle imprese, dei partiti e dello Stato”. Il libro offre una risposta all’interrogativo riguardo alle modalità alternative con cui reagire alla persistenza di una data situazione insoddisfacente all’interno di un dato contesto.

Cosa fanno, ad esempio, i cittadini di fronte al deterioramento dell’organizzazione politica dello Stato al quale appartengono? La risposta di Hirschman è che ciascuno di essi dispone di tre possibili modalità di reazione: andarsene (“exit”), protestare (“voice”), affermare la propria appartenenza (“loyalty”) allo Stato, malgrado l’insoddisfazione procurata dalla sua azione.

L’”exit”, la defezione, è quindi la risposta dei cittadini insoddisfatti, a seguito della quale decidono di andarsene; ma se l’”exit” è il comportamento più probabile, “voice”, la protesta, è il comportamento più frequente ad opera dei cittadini insoddisfatti. Secondo Hirschman, la protesta, a differenza della defezione, corrisponde al tentativo di cambiare, invece che eludere lo stato insoddisfacente delle cose, sia sollecitando individualmente o collettivamente gli establishment ritenuti direttamente responsabili dell’insoddisfazione, sia appellandosi a un’autorità superiore con l’intento di imporre il cambiamento dei loro prevalenti comportamenti, sia, infine, invitando l’opinione pubblica a mobilitarsi.

La protesta serve ad promuovere la riflessione su tutto ciò che non è più condivisibile nel funzionamento di una data realtà politica, ed è tanto più probabile quanto più difficile è l’”exit” (l’abbandono). Ciò significa che la facilità con la quale è possibile abbandonare un’organizzazione in crisi produce un “ridimensionamento” della protesta: i più insoddisfatti, quelli propensi ad elevare la loro voce se ne andrebbero se non esistessero ostacoli all’uscita; se, invece, questi ultimi sono molto elevati, gli insoddisfatti cercheranno forme alternative più praticabili per esercitare la protesta.

Di fronte al declino di un’organizzazione politica, la lealtà è quello meno attraente dei tre comportamenti alternativi. L’uscita è praticata in presenza di opportunità “convenienti”; la protesta richiede impegno, mentre la lealtà non esprime rottura, ma adesione silenziosa a quello che esiste, accettazione e tolleranza dei comportamenti degli establishment. Secondo Hirschman, la lealtà argina l’uscita e attiva la protesta, per cui la riluttanza a defezionare, nonostante il dissenso con l’organizzazione di cui si è parte, è il tratto caratteristico del comportamento lealista. La conclusione dell’analisi di Hirschman è che la lealtà sia condivisibile quando sono in gioco interessi collettivi (come, per esempio, la qualità delle scuole, ma anche le politiche che attengono alla giustizia sociale) e soprattutto quando ad essa sia possibile associare la protesta.

Edoardo Nicola Fragale, ricercatore di Diritto amministrativo presso l’Università di Chieti-Pescara, in “(Br)Exit and voice nella crisi esistenziale dell’Unione europea” (Istituzioni del Federalismo, numero speciale/2000), descrive la crisi dell’Unione Europea ricorrendo ai paradigmi hirschmaniani di “exit”, “voice” e “loyalty”, sostenendo che la Grande Recessione “ha rivelato la presenza di un assetto istituzionale dell’Eurozona asimmetrico, in cui risultano indeboliti i circuiti nazionali della rappresentanza democratica, entro cui sono normalmente risolti i conflitti distributivi, senza che se ne siano ricreati di nuovi nella dimensioni sopranazionale”. Gli impedimenti con cui è stato ostacolato l’esercizio dell’opzione “voice” (protesta) contro l’asimmetria dell’assetto istituzionale, ha provocato una polarizzazione della politica, che ha alimentato, pressoché ovunque in Europa, l’esercizio dell’opzione “exit”, concepita dai soggetti più colpiti dalla crisi come unico strumento per rimediare agli esiti della crisi.

Secondo Fragale, l’inasprirsi degli esiti della crisi avrebbe alimentato meccanismi di “exit” interni ai singoli Stati membri dell’Unione, “innescando fenomeni migratori di trascendimento dei confini nazionali”, i quali hanno funzionato, ad un tempo, da valvola di sfogo della “voice”, all’interno dei Paesi in crisi, ma anche “da detonatore di sfiducia presso altri confini interni dell’Unione”, alimentando l’opzione di “exit” nei Paesi divenuti poli di attrazione dei flussi migratori. La crisi dell’Unione, causata dalla Grande Recessione, infatti, sarebbe spiegabile – secondo Fragale – come “perdita di fiducia nella stabilità finanziaria degli Stati con più alti livelli di debito pubblico”; rispetto alla crisi, però. una robusta schiera di economisti rinviene la responsabilità del suo accadimento nelle politiche di contenimento salariale attuate dalla Germania, già da prima che la Grande Recessione avesse inizio.

Fra gli economisti è infatti diffuso il convincimento che la Germania, sin dal primo momento della vita dell’Eurozona, abbia potuto trovare il modo per conseguire una sostenuta crescita della propria economia tramite la pratica di politiche di contenimento dei salari, che le avrebbero consentito di aumentare la capacità delle proprie imprese ad esportare con successo i propri prodotti, soprattutto verso gli altri Paesi membri dell’Unione Monetaria. Alla crescita della Germania si è contrapposto un “processo specularmene opposto” nei Paesi più deboli dell’Europa mediterranea, per i quali il calo del costo del denaro, conseguente all’ingresso nell’Eurozona, ha dato origine, oltre che ad un limitato impulso alla crescita della base produttiva e dell’occupazione, ad un aumento del reddito disponibile, causando una perdita di competitività delle imprese, con la conseguente formazione di saldi negativi nella parte corrente della bilancia internazionale dei pagamenti, traducendosi poi in un aumento del debito privato verso l’estero.

Di fronte allo scenario descritto, i Paesi creditori, anziché rimediare agli squilibri attraverso un approfondimento della cooperazione, hanno scelto la via della “colpevolizzazione” dei Paesi debitori, “infliggendo loro dosi crescenti di austerità fiscale” e scaricando l’onere del riequilibrio sugli Stati in crisi, i quali, “già spogliati della possibilità di svalutare la moneta, sono stati costretti […] ad attuare draconiane riforme economiche, sociali ed amministrative”, con l’unico risultato di comprimere i redditi e deflazionare per tale via la propria economia. Recessione e deflazione, saldandosi, si sono diffuse, con effetti tradottisi (il caso dell’Italia può essere scelto come esempio paradigmatico, seppure non il più drammatico) nel crollo della domanda interna, in un incremento della disoccupazione, nell’esplosione del debito pubblico e, con l’andar del tempo, nel continuo “accumulo”, da parte dell’intera Unione europea, di fortissimi avanzi commerciali verso il resto del mondo, “causa a loro volta di instabilità sistemica a livello globale”.

A parte il ruolo svolto dall’ideologia ordoliberista, che ha ispirato le politiche adottate a livello europeo per il contenimento ed il superamento degli esiti della crisi, la mancata cooperazione tra gli Stati membri dell’area della moneta unica è da imputarsi, a parere di Fragale, a un difetto nella costruzione dell’impianto istituzionale dell’Eurozona, consistente nell’aver scelto di “separare le politiche monetarie da quelle economiche e sociali, edificando le prime ad un livello sopranazionale e confinando le seconde ad una dimensione soltanto nazionale”. Un’asimmetria, questa, che l’esperienza ha rivelato insostenibile, a causa delle dinamiche competitive che hanno caratterizzato le relazioni tra i diversi Stati membri e dei conseguenti disallineamenti nei loro livelli di competitività; disequilibri che hanno reso del tutto inidonea la governance soprannazionale interna all’Unione, ben diversa da quella che sarebbe stata necessaria per assicurare l’omogeneità delle scelte di politica economica.

Un apparato istituzionale europeo, che avesse consentito un indirizzo unitario delle politiche salariali, sociali ed economiche attuate all’interno dell’Unione, avrebbe costituito, secondo Fragale, l’unico modo per rimediare senza traumi agli esiti della crisi, riconoscendo “che modifiche incidenti sui costi di produzione all’interno di uno soltanto dei diversi Stati membri” avrebbero riverberato “i propri effetti sul grado di competitività degli altri partner, condizionandone il grado di sviluppo”.

Il mancato riconoscimento della necessità di un indirizzo unitario nell’attuazione delle politiche comunitarie, a parere di Fragale, ha celato negli Stati maggiormente in crisi una profonda avversione dei cittadini degli Stati maggiormente in crisi verso l’UE, nella convinzione che essa si fosse trasformata in unione tra Paesi “permanentemente finanziatori” e “Paesi permanentemente percettori”. Per il superamento di questo convincimento e per l’introduzione di reali automatismi di solidarietà tra gli Stati membri, sarebbe necessaria, ora, una revisione dei Trattati, nella prospettiva di un “nuovo progetto costituente europeo”. Permanendo, al contrario, lo status quo – afferma Fragale – l’attuale Unione non può perciò che configurarsi come “una costellazione di interessi a tal punto conflittuale da rendere difficoltosa l’edificazione di seri meccanismi di riequilibrio”, volti a sanare per questa via gli squilibri che si sono consolidati tra i diversi Paesi dell’Eurozona.

In tal modo, l’Unione europea ha assunto la forma di una “confederazione minima”, funzionante su basi neoliberiste, all’interno della quale, mentre la creazione del mercato unico “ha di fatto compresso i poteri dei singoli Stati nell’individuazione delle politiche economiche e sociali”, la conflittualità degli interessi nazionali ha ostacolato la creazione di “analoghi poteri ad un livello confederale”. Ciò, conclude Fragale, ha fatto sì che la “voice” (protesta) dei cittadini dei singoli Paesi membri non potesse indirizzarsi contro le insufficienze dei meccanismi compensativi a livello di intera comunità. Il mancato sviluppo della protesta, dal canto suo, ha impedito che la governance europea assumesse una dimensione democratica, soprattutto riguardo all’attuazione delle politiche di ridistribuzione degli squilibri economici tra gli Stati.

In realtà, è opportuno osservare, che l’affievolimento della “voice” all’interno dei singoli Stati è stato causato, oltre che dalla mancata democratizzazione delle istituzioni dell’Unione, anche dal fatto che, come sottolineato dallo stesso Fragale, la crisi dei Paesi indebitati abbia alimentato l’”exit” (l’abbandono) di molti loro cittadini, che hanno preferito indirizzarsi verso altri Paesi dell’Unione meno compromessi dal debito verso l’estero; ciò ha indebolito la “voice” dei Paesi che hanno subito l’”exit” e affievolito la “loyalty” (la lealtà) dei cittadini rimasti in patria nei confronti del progetto europeo originario. Non solo; a livello sopranazionale, i Paesi che hanno “subito” gli esiti dell’immigrazione dei cittadini di altri Stati membri hanno affievolito la loro “loyalty” verso l’Unione, maturando la decisione di abbandonarla, come nel caso della “(Br)exit”.

L’interpretazione della crisi dell’Unione alla luce dei paradigmi hirschmaniani suggerisce, perciò, che il rilancio del processo di unificazione politica dell’Europa rende ineludibile e urgente l’auspicata revisione dei Trattati vigenti, non solo per elevare il livello di “loyalty” dei cittadini dei singoli Stati verso l’obiettivo dell’unificazione politica del Vecchio Continente, ma anche per evitare che il ritardo nella revisione dei Trattati causi un abbandono generale di ciò che sinora, malgrado il deficit di democratizzazione delle istituzioni realizzate, è rimasto ancora in piedi del vecchio sogno dell’Europa unita.

Gianfranco Sabattini

Dazi, Trump passa dalle intenzioni ai fatti

trump ditoDonald Trump, passando dalle intenzioni ai fatti ha firmato i dazi Usa su acciaio e alluminio. Il capo della Casa Bianca, atteggiandosi a difensore della patria, ha detto che gli Usa stanno facendo fronte ad ‘un assalto al nostro paese’.

I dazi sull’importazione di acciaio e alluminio entreranno in vigore nel giro di 15 giorni, fatta eccezione per i paesi esentati, come Canada e Messico. Tutti i Paesi interessati dalle nuove tariffe, secondo le stesse fonti, saranno invitate a negoziare esenzioni se possono affrontare la minaccia che il loro export pone agli Usa. Per Trump, l’Australia ed ‘altri paesi’ potrebbero essere esentati dai dazi su acciaio e alluminio, insieme a Messico e Canada. Dalla Casa Bianca, Trump ha promesso tariffe ‘giuste e flessibili, confermando i dazi al 25% sull’acciaio e al 10% sull’alluminio ma riservandosi il diritto di ‘alzarli o abbassarli’ in qualsiasi momento e di escludere singoli Paesi.

Trump ha puntato il dito contro la Germania parlando dei dazi che si appresta ad introdurre, evocando sia questioni commerciali che di difesa.  Il presidente Usa ha affermato: “Abbiamo amici e anche dei nemici che si sono approfittati enormemente di noi da anni su commercio e difesa. Se guardiamo la Nato, la Germania paga l’1% e noi paghiamo il 4,2% di un Pil molto più importante. Questo non è giusto”.

Il presidente del gruppo PPE all’Europarlamento, Manfred Weber, ha replicato: “Deploriamo profondamente l’annuncio di Trump sui dazi. L’Ue non vuole una guerra commerciale. Ma non accetteremo questo comportamento aggressivo dagli Usa senza reagire. L’Europa deve essere chiara e ferma ma proporzionata nella sua risposta agli Usa”.

Undici paesi del Pacifico hanno firmato in Cile il Cptpp (Comprehensive and Progressive Agreement for Trans-Pacific Partnership), un accordo commerciale sulla falsariga del naufragato Tpp ma senza gli Stati Uniti. Ad aderire sono stati Australia, Brunei, Canada, Cile, Giappone, Malaysia, Messico, Nuova Zelanda, Perù, Singapore e Vietnam.

Cecilia Malmstroem, commissario al Commercio, ha ribadito la linea europea. Al Centro Marshall Fund a Bruxelles, il Commissario Ue ha detto: “Non possiamo essere una minaccia per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti Uniti, per cui speriamo che ci escludano”. Cecilia Malmstroem ritiene che l’Europa non sarà tra i destinatari dei provvedimenti di Washington. Nel frattempo l’Ue non è però rimasta con le mani in mano e ha già una lista di contromisure commerciali pensate per parare il colpo che potrebbe arrivare dall’America.

La Malmstroem ha aggiunto: “Siamo 28 Paesi e dobbiamo discutere al nostro interno, ma le regole della Wto dicono che entro 90 giorni devono essere in vigore”, mettendo in chiaro che non è scontato, ma che “entro 90 giorni dobbiamo essere pronti a farlo”.

In mattinata anche il ministro tedesco dell’Economia, Brigitte Zypries, ha detto: “La mossa della Casa Bianca è un protezionismo che offende i partner vicini come l’Ue e la Germania e che limita il libero scambio. Di concerto con Bruxelles dovrà arrivare una riposta chiara agli Stati Uniti. Contro l’avviso del suo stesso partito, di molti imprenditori ed economisti, Trump ha deciso di isolare il Paese, violando le regole dell’Organizzazione mondiale per il commercio. Di pochi giorni fa le dimissioni di Gary D. Cohn, consigliere vicino al presidente, ma che sulla questione dei dazi aveva assunto una posizione ben differente”.

Draghi ha messo in guardia dal fatto che un protezionismo in aumento e altri fattori globali, come l’andamento del cambio dell’euro, potrebbero rappresentare dei rischi per la crescita attesa per l’Eurozona. Secondo quanto ha riferito il ministero dell’Economia, la produzione industriale della Germania ha registrato una flessione dello 0,1% su base mensile, dopo il meno 0,5% di dicembre. Gli analisti si attendevano invece una crescita dello 0,6%. L’Ufficio federale di statistica ha riportato: “In calo sono anche le esportazioni, che flettono dello 0,5% (mentre la stima era per un aumento dello 0,3%). Il surplus commerciale si è attestato così a 17,4 miliardi di euro, contro i 18,1 miliardi attesi dal mercato”.

Dati negativi sono in arrivo anche dalla Francia, dove la produzione industriale a gennaio è diminuita del 2% su base mensile ed è cresciuta dell’1,2% su base annua. Il mercato si attendeva rispettivamente un -0,3% e un +3,8%. La produzione manifatturiera ha invece registrato un calo dell’1,1% su mese e un aumento del 3,3% su anno.

Il funzionario dell’ala nazionalista e populista della Casa Bianca assurto a zar commerciale, Peter Navarro, ha così affermato che le esenzioni avranno un prezzo: “C’è l’opportunità per Canada e Messico di rinegoziare con successo il Nafta, ma se questo non accadrà i dazi verranno imposti”.

La tattica di esenzioni temporanee e in cambio di concessioni ad hoc potrebbe però creare a sua volta problemi. Premia intese bilaterali indebolendo un sistema multilaterale inviso a Trump ma che Washington ha finora guidato, ancorando l’economia globale. Inoltre, presta il fianco a ricorsi contro le stesse ragioni di sicurezza nazionale addotte dall’amministrazione per l’intero intervento sui dazi.

Il disagio al cospetto delle incognite sui dazi ha permeato tanto la politica quanto la Corporate America. Produttori di acciaio e alluminio quali US Stees e Century Aluminum hanno promesso mille assunzioni per ampliare in Illinois e in Kentucky. Piccole imprese manifatturiere di componentistica come grandi società che usano i metalli, dall’aerospazio al packaging, hanno al contrario denunciato danni. Quasi 30mila imprese consumano acciaio e alluminio contro le 1.500 che lo producono. E la Trade Partnership Worldwide ha stimato che se i dazi potrebbero creare 33.500 impieghi nella siderurgia distruggeranno altrove 179.300 posti di lavoro senza contare il costo di escalation di ritorsioni.
Le divisioni hanno spaccato il partito repubblicano del presidente, abituato ad ambiziose strategie di libero scambio oggi assenti anche quando con Ronald Reagan o George W. Bush a volte perseguiva mirati provvedimenti protezionistici. Ben 107 deputati conservatori hanno scritto a Trump per scongiurare ‘ampi dazi’ con ‘conseguenze indesiderate per economia e lavoratori’.

Numerose associazioni imprenditoriali e donatori repubblicani sono scesi in campo per invitare alla moderazione. Perché le sfide sul commercio non finiscono qui: con Pechino entro l’estate potrebbe esplodere una controversia sulla proprietà intellettuale. Navarro ha il dente avvelenato: nei suoi scritti ha apostrofato la Cina come ‘paese assassino’. Proprio a Pechino la Casa Bianca ha consegnato in queste ore la richiesta di un piano per ridurre di cento miliardi di dollari il deficit commerciale bilaterale ai danni degli Stati Uniti. Ieri Trump aveva erroneamente anticipato quel piano parlando di una richiesta da un miliardo.

La strategia di Trump alla Casa Bianca è ormai chiara: giustizialismo ‘pro domo sua’ applicando il ‘dividi et impera’.

Salvatore Rondello

Eurozona, corre la ripresa ma resta il quantitative easing

Draghi-BCELa ripresa dell’Eurozona corre, e anche la crescita mondiale promette bene, in vista di una “sincronizzazione” fra le principali economie che potrebbe essere la grande novità del 2018. Ma la Bce mantiene la barra dritta sul quantitative easing. È il bollettino economico a confermare la linea della stabilità prevalente a Francoforte. Dove nonostante gli scontenti tedeschi, nonostante la ripresa più forte del decennio, Mario Draghi aspetta i segnali di un’inflazione non solo prossima al 2% (ora è all’1,5%) ma soprattutto in grado di reggersi sulle proprie gambe, prima di decretare la fine del quantitative easing. E proprio per orientare le aspettative degli operatori economici, la Bce promette di non abbassare la guardia. È vero, si legge nel documento, c’è “un ritmo sostenuto dell’espansione economica e un significativo miglioramento delle prospettive di crescita”. Che si traducono in un rialzo delle previsioni di crescita (2,4% per il 2017, 2,3% per il 2019 e 1,9% per il 2019) e d’inflazione (1,5% nel 2017, 1,4% nel 2018 e 1,5% nel 2019). Tuttavia “le pressioni interne sui prezzi rimangono nel complesso moderate e devono ancora mostrare segnali convincenti di una protratta tendenza al rialzo. E cosi’ “il Consiglio direttivo ha concluso che un ampio grado di stimolo monetario rimane necessario affinché le spinte inflazionistiche di fondo continuino ad accumularsi”. Nel merito, la Bce da gennaio ridurrà gli acquisti mensili a 30 miliardi di euro al mese in titoli.

Manterrà le ‘consistenze’ finora accumulate con il Qe, che hanno appena fatto gonfiare il suo bilancio verso l’ennesimo record di 4.487 miliardi di euro (nel 2014 erano circa 2.000 miliardi). E per farlo continuerà a reinvestire in titoli i bond che man mano vengono a scadere. Qualora fosse necessario, la Bce mantiene anche l’impegno ad aumentare il Qe in quantità degli acquisti o nella loro durata. Non solo: sul fronte dei tassi d’interesse, che rimangono ai minimi record, resta immutato l’impegno preso con la ‘forward guidance’, le indicazioni prospettiche sui tassi che non saliranno fino a “ben oltre” la fine del Qe: almeno il 2019. Poche variabili esterne sembrano essere in grado di mutare questo scenario. La Bce si sofferma su un ampio studio sui prezzi petroliferi, vera carta in grado di scompaginare tutto, in un’economia globale che va verso una “robusta espansione” e una crescita “solida” del commercio mondiale.

La governance unitaria dell’area euro pilastro della crescita inclusiva

europa

Dopo le celebrazioni dei sessant’anni dell’UE, celebrate a Roma nel marzo scorso, è stato rilanciato l’antico tema dell’Europa a più velocità, presentato ora nella forma di “pluralità di cooperazioni rafforzate”, o di “integrazione differenziata”. Queste formule, ancora più che nel passato, sono proposte oggi al fine di favorire la convergenza dei sistemi economici dei Paesi membri, considerata strumentale rispetto alla ripresa del processo di unificazione politica dell’Europa.

Le formule, al di là del proposito condivisibile che esse si prefiggono, ovvero di porre in cima all’agenda delle Istituzioni europee la ripresa accelerata del processo di unificazione che la Grande Recessione ha quasi completamente interrotto, esprimono, però, un concetto ossimorico; nel senso che esse contengono intrinsecamente una contraddizione, al pari di quella un tempo espressa dal leader comunista Palmiro Togliatti nella forma di “unità nella diversità”, con la quale egli riteneva che il suo partito, pur continuando a rimanere ancorato al “centralismo democratico”, dovesse cominciare a sentire l’esigenza di rendere visibili quelle che, al suo interno, erano le diverse sensibilità e opzioni politiche.

Si deve, però, tenere presente che il motto “unità nella diversità” appartiene, si può dire, al DNA dell’Unione Europea; oggi, pur modificato in “uniti nella diversità”, il motto è scritto nella bozza della Costituzione europea, apparendo anche nei siti web ufficiali dell’Unione. Inoltre, il motto è adottato da molti Paesi per esprimere la loro unità. Tuttavia, un conto è adottare il motto per comunicare un ideale condiviso, un altro conto è adottarlo come “stella polare” delle decisioni politiche dei Paesi membri dell’Unione, al fine di perseguire la convergenza sul piano economico ed eliminare le differenza esistenti tra i Paesi membri, che sinora, già da prima dell’inizio della crisi iniziata nel 2007/2008, ha fatto segnare il passo al processo di unificazione politica dell’Europa.

Paolo Guerrieri, economista dell’Università “La Sapienza” di Roma, in “La governance dell’area euro: un passaggio cruciale per l’Europa a diverse velocità” (“Italianieuropei, n. 3/2017), affronta l’argomento in una prospettiva diversa da quella che sembra essere quella prevalente; nel senso che, egli, a differenza di chi sceglie la via della diversità per suggerire l’opportunità di una leadership europea assegnata a un “Direttorio” espresso dai Paesi economicamente “più forti”, oppure per indicare i settori specifici che potrebbero essere oggetto di politiche differenziate, Guerrieri, al contrario, afferma che è responsabilità collettiva di tutti i Paesi dell’Eurozona affrontare il problema delle differenti situazioni economiche tra loro esistenti.

Guerrieri sottolinea che, in parte, un’Europa a più velocità esprime una situazione che di fatto già esiste; basti pensare alla diverse situazioni che sono nate all’interno del contesto dell’Unione Europea, a seguito della rinuncia di un dato Paese ad adottare una certa regola decisa dall’Unione stessa. In generale, il diritto dell’Unione europea è valido in tutti i Paesi membri dell’UE; in alcuni casi però gli Stati membri hanno negoziato degli “opt-out” dalla legislazione o dai trattati dell’Unione, ovvero hanno rinunciano a partecipare alle strutture comuni in un determinato campo (è il caso, dopo l’uscita dall’Unione del Regno Unito, di Danimarca, Irlanda, Polonia e Svezia).

Pur essendo diverse le materie riguardo alle quali i Paesi membri possono trovare ulteriori compromessi implicanti situazioni differenziate, nessun compromesso, implicante “velocità differenziate”, è possibile raggiungere riguardo “ai temi dell’economia europea e della governance dell’area euro”; ciò, perché, a parere di Guerrieri, non è possibile “dividere in due l’area euro, arrivando a creare due monete, un euro di serie A e un altro di serie B […]. Qualunque rilancio dell’area dell’euro potrà avvenire solo garantendone la coesione interna. […] Se è vero che con la moneta unica si è fatto un passo decisivo vero l’integrazione dell’Europa, è altrettanto vero che ora occorre fare un passo successivo, quello del completamento dell’Unione Monetaria Europea”. Obiettivo, questo, prioritario, se si vuole, previa rimozione delle differenze economiche esistenti tra i Paesi dell’Eurozona, riprendere il tanto agognato processo di unificazione politica dell’Europa.

Il completamento dell’unione monetaria, infatti, consentirebbe, non solo di dotare l’Europa di una maggiore “resilienza dell’Eurozona”, cioè di una maggiore capacità delle economie europee di resistere ai fenomeni destabilizzanti provenienti dal suo esterno, ma anche, da un lato, di sostenere una crescita comune e, dall’altro lato, di rendere tale crescita “inclusiva”, cioè a vantaggio di tutti (inclusi i Paesi estranei all’euro, ma facenti parte dell’Unione), non solo di pochi.

Per il completamento dell’unione monetaria – afferma Guerrieri – è soprattutto necessario varare e completare le misure idonee a “diminuire la fragilità dell’area euro”, al fine di evitare che, nel caso di una nuova crisi finanziaria, sul tipo di quella della quale l’Europa sta ancora subendo gli effetti negativi, sia attrezzata per affrontarla. A tal fine, si tratta, soprattutto, per un verso, di completare la riforma bancaria e, per un altro verso, di disciplinare a livello europeo il processo di indebitamento degli Stati, nonché di rafforzare, sempre a livello europeo, il meccanismo di stabilizzazione.

Il completamento della riforma bancaria rappresenterà l’indispensabile complemento dell’Unione Economica e Monetaria e del mercato interno; essa consentirà di rafforzare la capacità del settore bancario europeo di resistere agli shock, di migliorare la gestione del rischio e di garantire normali attività di prestito anche durante i periodi di instabilità economica. A tal fine, l’Unione europea ha adottato una serie di direttive comuni, tra le quella spiccano quelle relative al regolamento sui requisiti patrimoniali delle banche; al rafforzamento dei sistemi di vigilanza sugli istituti di credito, che riunirà in capo alla Banca Centrale Europea il controllo dell’intero settore bancario; al risanamento degli enti creditizi in dissesto, con la costituzione di un fondo di risoluzione comune, finanziato dal settore bancario. In fine, la Commissione europea ha proposto l’istituzione di un sistema unico di garanzia dei depositi, che dovrà condurre gradualmente ad un sistema di condivisione piena dei rischi connessi ai depositi bancari, attraverso la creazione di un fondo comune, obbligatorio per tutti i Paesi della zona euro, ugualmente finanziato dal sistema bancario.

Riguardo alle modalità attraverso le quali completare l’Unione bancaria, esistono però dei contrasti che Guerrieri riassume nella contrapposizione tra le tesi di alcuni Paesi, quali la Germania ed altri Paesi del Nord dell’Europa, che sostengono la necessità di una riduzione dei rischi connessi ai debiti sovrani di alcuni Paesi del Sud dell’Europa, ed altri membri dell’Eurozona, tra i quali l’Italia, i quali ritengono che riduzione e condivisione dei rischi costituiscano “due processi da portare avanti in parallelo”; la contrapposizione evidenzia che, per la prima categoria di Paesi (in particolare per la Germania), “per rafforzare la stabilità finanziaria si dovrebbero prevedere in primo luogo misure per limitare l’esposizione dei sistemi bancari dei singoli Paesi nei confronti dei possibili default del debito sovrano”. Al riguardo, a parere di Guerrieri, malgrado la persistenza delle posizioni contrapposte, esistono reali possibilità di un compromesso tra le posizione dei due gruppi di Paesi che, peraltro, si sono sempre “scontrati” sul tentativo di pervenire al possibile compromesso.

L’unione monetaria dovrebbe inoltre essere supportata da una riforma della governance dell’area dell’euro, finalizzata a promuovere la crescita e a contrastare le “divergenti performance” esistenti tra i Paesi membri dell’Eurozona. La crescita dei Paesi dell’intera area, dopo una prolungata fase di ristagno, ha ripreso a manifestarsi e a consolidarsi, sia pure secondo ritmi differenti; essa però – afferma Guerrieri – “rimane su ritmi relativamente modesti se confrontati con tutte le fasi di espansione degli ultimi tre decenni”. Di qui l’urgenza di riforme per introdurre nuovi strumenti utili al sostegno della crescita; le riforme strutturali possono costituire un primo passo importante per “accrescere il prodotto potenziale”, ma acconto ad esse devono essere avviate politiche fiscali espansive, sia per sostenere la domanda globale aggregata, che per sostenere l’incremento degli investimenti europei finalizzati ad accrescere la capacità di offerta di lungo periodo dell’intera area dell’euro; favoriti, questi investimenti, da un’integrazione del “patto di stabilità”, utile a consentire “ai governi nazionali il finanziamento di investimenti pubblici anche attraverso l’accensione di debiti”.

Infine, sempre nella prospettiva di potenziare l’area dell’unione monetaria, occorre considerare che il rilancio della crescita in termini puramente quantitativi non sarà sufficiente, in quanto sarà necessario che la crescita sia di natura inclusiva, “caratterizzata allo stesso tempo da più efficienza e più equità”; ciò, perché sarà inevitabile – afferma Guerrieri – rimuovere la piaga dell’esclusione diffusasi negli ultimi decenni con l’approfondimento e l’allargamento delle disuguaglianze sociali, a causa del fatto che gli incrementi del prodotto lordo dei singoli Paesi si è progressivamente concentrato a vantaggio solo di alcuni gruppi sociali.

Per realizzare, all’interno dei singoli Paesi, una più equa distribuzione del prodotto nazionale servirà una pluralità di misure pubbliche, volte a contrastare la disoccupazione e a rinnovare e rilanciare il welfare State. La maggior parte dei Paesi europei, a parere di Guerrieri, sarebbe d’accordo sulle necessità di queste politiche, solo che, come sempre, sono divisi tra quelli “che affermano una competenza solo nazionale per la realizzazione di queste politiche” e quelli che ritengono esistano “spazi anche importanti per interventi comuni a livello europeo e dell’Eurozona”.

In conclusione, secondo Guerrieri, gli europei devono prendere coscienza che la situazione in cui versa il Vecchio Continente oggi è tale da comportare la necessità che essi si rendano conto che per superare l’empasse in cui versa il processo di unificazione dei Paesi aderenti al progetto europeo occorre “un salto di qualità” nella cooperazione e nel rilancio dell’integrazione”. L’analisi di Guerrieri, condivisibile per le critiche formulate nei confronti delle tesi di chi si illude di poter realizzare l’unità dell’Europa nella diversità delle situazioni dei Paesi (o di gruppi di Paesi) che ancora hanno interesse a realizzare l’obiettivo originario dei Trattati europei, poco convincente, se non illusoria, è l’idea che il rilancio del progetto europeo possa dipendere dai risultati elettorali dei principali Paesi.

Ciò, perché, se è vero che prima le elezioni in Olanda e poi in Francia (e prossimamente, si spera, in Germania) hanno segnato la sconfitta dei movimenti antieuropei, non è meno vero che le forze che hanno concorso al successo di quelle favorevoli all’Europa sono quelle che, più dei movimenti che hanno concorso a sconfiggere, sono sempre state portatrici di pretese nazionali esclusive, interessate alla conservazione dello status quo e di una struttura sociale iniqua sul piano distributivo. Con queste forze è difficile pensare che le idee avanzate da Guerrieri, malgrado i risultati elettorali che stanno assicurando il consenso a presunte forze progressiste, possano essere accolte favorevolmente.

Gianfranco Sabattini

Gentiloni, non dilapidare i risultati del lavoro di tutti

Immigrati/Migranti, Gentiloni: Ue troppo lenta, serve politica comuneL’Italia non sarà un modello di stabilità quanto ad assetti di governo ma la sua affidabilità come partner economico e, soprattutto, come socio fondatore dell’Unione europea, e come alleato atlantico, sono fuori discussione. Anzi, si tratta di asset il cui peso si fa sentire sempre di più e Paolo Gentiloni li rivendica, parlando a una platea di imprenditori e protagonisti delle istituzioni. Ci sono anche – rispettivamente come ospite e relatore del dibattito organizzato dal Messaggero dell’Economia sui destini di Ue e Brexit – l’ambasciatore britannico e il negoziatore Ue, Barnier, ma è a quanti sono fuori dalla sala delle Scuderie di Palazzo Altieri che il presidente del Consiglio rivolge un ammonimento: bisogna evitare di disperdere i passi avanti fatti sin qui dal Paese.

Progressi, segnala, arrivati con il suo e co i governi precedenti ma, in ultima analisi, “è l’Italia che ha riagganciato la crescita, non questa o quella parte politica”. Si guarda avanti, con lo sguardo a un calendario politico-istituzionale che fissa nel via libera alla legge di Bilancio il momento iniziale, di fatto, della campagna elettorale. Una fase, questo è il messaggio esplicitato dall’attuale inquilino di Palazzo Chigi, che non deve “trasformare l’Italia in un supermarket di paure o illusioni”.

Insomma, nessun liberi tutti elettorale che finisca per picconare dall’interno progressi da consolidare, anzi, all’interno e da vantare all’esterno. Perché, chiosa Romano Prodi poco dopo Gentiloni, “in Germania si è votato il 24 settembre e prima del nuovo anno niente governo. Se in Italia ci sono dieci minuti di incertezza politica succede un’ira di dio…”.

“Si parla molto della nostra instabilità politica, data dall’avvicendarsi di governi. Non mi spingerei a dire che si tratta di una fake news, come si dice oggi, e tuttavia non conosco instabilità più solide di quella italiana nei fondamentali delle nostra scelte, come quella europeista”, aveva detto il presidente del Consiglio. Gentiloni, dunque, finisce per giocare dialetticamente sopra quel tratto più volte brandito verso l’Italia quando si tratta di controllarne i fatidici compiti a casa, ma lo fa per individuare il peccato da cui liberarsi: “Dobbiamo rendere stabili i risultati ottenuti e tradurli in benefici per il mondo del lavoro e le famiglie, perché abbiamo raggiunto risultati importanti da non dilapidare”. Ci sono frutti che rivendica, oltre il suo stesso governo perché abbracciano i precedenti e impegnano i successivi:

“Disperderli sarebbe irresponsabile: non sono risultati di questa o quella parte ma dell’impegno di tutti”, segnala il presidente del Consiglio. “La vera posta in gioco nella fase che ci attende dopo l’approvazione della legge di Bilancio è di proseguire sulla strada della crescita, di accompagnare il percorso positivo che è in atto. Non ridurre l’Italia a un supermercato di paure e illusioni”, chiarisce in un appello che traguarda, piuttosto esplicitamente, al passaggio che porta in zona campagna elettorale per le prossime Politiche.

“L’Italia va a testa alta alla discussione in Europa, rivendicando il suo orgoglio europeista e il credere in progetto integrato e vincente”, segnala Gentiloni. La Brexit? “Ricordo la notte del 23 giugno: andammo a dormire – spiega – piuttosto ottimisti, perché sembrava a tarda sera che il ‘Remain’ prevalesse. Ci svegliammo verso le 4 di mattina, per fare un punto a livello di governo sulla vittoria del ‘Leave’, non del tutto attesa ma accolta con il rispetto che si deve – ribadisce – alle decisioni di un Paese libero e democratico”. “Era – osserva ancora Gentiloni – il culmine di una ‘tempesta perfetta’, dell’accumularsi di crisi su piani diversi. Sembrava che quel divorzio non potesse che segnare l’avvio del declino dell’Ue. A un anno e qualche mese da quella notte, per fortuna dell’Ue, le cose hanno preso un corso diverso, il che non vuol dire che bisogna esultare ma – annota – viviamo un clima diverso da quella ‘tempesta perfetta’. Potremmo anzi dire che l’inverno dello scontento ha cominciato a sciogliersi al sole di Roma, in Campidoglio, quando 27 Capi di Stato e di governo hanno firmato la Dichiarazione per i 60 anni dei Trattati di Roma”.

“Oggi l’Eurozona ha tassi di crescita al di sopra del 2 per cento ed è una delle zone più interessanti per tutti gli investitori, per affidabilità e crescita”, sottolinea ancora Gentiloni che si richiama a Macron e a Juncker “che hanno delineato un’ambizione europea la cui messa a terra sarà tutt’altro che semplice, ma delinea traguardi molto interessanti”.

La Costituzione repubblicana e i Trattati europei

vladimiro

Vladimiro Giacché, presidente del Centro Europa Ricerche, ha pubblicato sul n. 5/2017 di “MicroMega” un articolo controcorrente, dal titolo “’Per la contraddizion che nol consente’. Ovvero dell’incompatibilità fra Trattati europei e Costituzione italiana”. Un tema, questo, che a parere dell’autore “è rimasto ai margini anche dello scontro referendario dello scorso dicembre”.

La mancata riflessione su questo aspetto importante della Costituzione repubblicana non sarebbe stata casuale; ciò, perché l’eventuale riconoscimento dell’esistenza della contraddizione avrebbe implicato una “bocciatura senza appello della strategia politica ‘europeista’, condivisa da decenni dai partiti politici italiani, sulla cui base sono state costruite carriere politiche, nuove narrazioni e un senso di appartenenza in cui molti a sinistra, dopo il 1989, hanno visto una confortante ancora di salvezza”; per quanto quell’ancora abbia poi tirato a fondo “i diritti dei lavoratori e dei cittadini previsti dalla nostra Costituzione”. Per evidenziare l’esistenza della contraddizione tra Costituzione e Trattati europei, Giacché passa ad effettuare un confronto tra i “valori giuridici” che sono alla base, sia della prima che dei secondi.

La Costituzione italiana – afferma Giacché – rappresenta “una delle varianti di quel modello di ‘capitalismo regolato’ o ‘interventista’ […], prevalso nell’immediato dopoguerra in molti Paesi, che affida allo Stato un ruolo importante nella regolazione dell’attività economica”; in questa variante, sempre a parere di Giacché, il capitalismo regolato si unirebbe a un “concetto dinamico di democrazia progressiva”, in virtù del quale, il regime politico democratico costruito su di esso avrebbe il “compito di promuovere l’eguaglianza e la libertà dei cittadini, visti come termini indissolubili”. Al riguardo, un ruolo fondamentale è assegnato al lavoro, considerato che in uno dei Principi fondamentali della Carta è statuito che “La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”.

E’ stata una specifica volontà dei Padri costituenti a voler sottolineare l’importanza, specificandola nella Costituzione, del “diritto al lavoro”, da garantire attraverso il perseguimento del pieno impiego; in questo modo – chiarisce Giacché – sarebbe stato stabilito il “nesso tra realizzazione del diritto al lavoro e attuazione delle democrazia costituzionale”, come peraltro risulta dalle parole di uno dei “Padri”, Lelio Basso, il quale, nel corso del dibattito alla Costituente, ha esplicitamente dichiarato che “finché non sarà garantito a tutti il lavoro, non sarà garantita a tutti la libertà; finché non vi sarà sicurezza sociale, non vi sarà veramente democrazia politica; o noi realizzeremo interamente questa Costituzione, o noi non avremo realizzata la democrazia in Italia”.

La dichiarazione di Basso varrebbe, a parere di Giacché, a dimostrare non solo la centralità che il diritto al lavoro assume nella Carta repubblicana, ma anche quella dell’ulteriore disposto costituzionale, anch’esso incluso tra i Principi fondamentali, che stabilisce che è “compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica ed economica e sociale del Paese”.

Di fatto, conclude Giacché, ciò comportava che solo attraverso la piena soddisfazione del diritto al lavoro e di quello ad una rimunerazione adeguata sarebbe stato possibile garantire la libertà e l’uguaglianza dei cittadini, nonché la loro effettiva partecipazione alla vita democratica. Sarà, poi, un altro Padre costituente, Palmiro Togliatti, ad affermare che, ricorda Giacché, una volta statuito a livello costituzionale il diritto al lavoro, diventava necessario indicare anche il “metodo generale” col quale il nuovo Stato democratico doveva garantire i nuovi diritti. A questo obiettivo, la Costituzione repubblicana provvede con gli articoli relativi ai “Rapporti economici”, i quali prefigurano il “metodo” per dare concreta attuazione a quanto stabilito nei Principi fondamentali.

Passando a considerare il “capitalismo disegnato dai Trattati europei”, Giacché afferma che, almeno dal Trattato di Maastricht in poi, la sua forma è stata disegnata in modo molto diversa da quella che hanno avuto “in mente i nostri costituenti”; per la governance del capitalismo europeo sono stati previsti principi diametralmente opposti a quelli sui quali è stato fondato il “capitalismo regolato” della Costituzione italiana; il capitalismo europeo, infatti, è stato fondato sul libero svolgersi delle forze di mercato, su un ruolo minimo dello Stato (solo per contrastare l’instabilità del potere d’acquisto della moneta, la cui causa veniva rinvenuta nell’eccesso di moneta in circolazione e nell’alto costo del lavoro) e, infine, sulla necessità che la Banca centrale fosse indipendente dagli stati di bisogno dei governi (per sottrarre a questi ultimi le risorse finanziare necessarie per finanziare l’intervento pubblico in economia). Liberalizzazione dei mercati, stabilità dei prezzi, indipendenza della Banca centrale sono dal punto di vista europeo principi sovraordinati, rispetto ad ogni altro vigente all’interno dell’area economica dei Paesi membri dell’Eurozona.

Rispetto a quanto prefigurato dalla Costituzione italiana, nel capitalismo disegnato dai Trattati europei – afferma Giacché – “la piena occupazione” e il “progresso sociale” seguono e non precedono l’”obiettivo della stabilità dei prezzi”. Il fatto che tale principio sia stato assunto come obiettivo prioritario non è, a parere di Giacché, casuale; ne è prova il fatto che nel Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea, nella parte riguardante la politica economica e monetaria, è affermato a chiare lettere che, ai fini del rispetto del buon funzionamento del mercato interno, la governance dell’Unione deve essere fondata sull’adozione di una un’unica politica economica, fondata sullo “stretto coordinamento delle politiche economiche degli Stati membri” e “sulla definizione di obiettivi comuni”, quindi attuata in conformità al principio di un’economia di mercato aperta alla libera concorrenza.

Dopo Maastricht, con la costituzione dell’Eurozona e l’adozione dell’euro, la politica economica comune ha incluso quella monetaria e quella del cambio, aventi come obiettivo principale il mantenimento della stabilità dei prezzi, per una governance dell’Eurozona e del mercato unico, nella prospettiva di un’economia di mercato aperta al principio di concorrenza. Inoltre, “la priorità attribuita alla stabilità dei prezzi – afferma Giacchè – ha portato a rifiutare, in quanto potenzialmente inflazionistiche, politiche attive del lavoro e più in generale politiche di stimolo all’economia”.

Il divieto di attuare interventi a sostegno dell’economia in crisi ha rivelato tutti i suoi limiti devastanti dopo lo scoppio, nel 2007/2008, della Grande Recessione: non solo perché ha imposto, per i Paesi i cui conti pubblici presentavano pesanti disavanzi, come l’Italia, l’obbligo di attuare politiche di austerità e di taglio della spesa pubblica; ma anche perché, a livello europeo, si è proceduto ad un peggioramento progressivo dei cosiddetti “parameri di Maastricht”, con l’adozione del “fiscal compact”. Quest’ultimo ha comportato, prima, restrizioni relative al rapporto deficit/PIL ed a quello debito pubblico/PIL, e successivamente l’obbligo del pareggio di bilancio, recepito con norme di rango costituzionale; nel caso dell’Italia, ciò è avvenuto mediante la riscrittura dell’articolo 81 della Costituzione, col quale è stato stabilito che “il ricorso all’indebitamento è consentito” solo nel caso in cui si debbano contrastare gli effetti dei “cicli economici” avversi, mediante politiche economiche giudicate adeguate dalla Commissione europea.

Il “metodo” seguito della Commissione è la dimostrazione definitiva, per chi ancora nutrisse dei dubbi, dell’incompatibilità esistente fra i Trattati europei e la Costituzione italiana; per rendersene conto, basta seguire la procedura adottata dalla Commissione per il giudizio di adeguatezza delle politiche di bilancio dei Paesi membri dell’Eurozona: si tratta di un “metodo”, descritto puntualmente da Giacché, che conduce al calcolo dell’indebitamento ordinario consentito ad uno Stato, quando colpito dagli esiti di un ciclo economico avverso. La Commissione procede al calco dell’”output gap”, ovvero alla stima della differenza tra il PIL reale e quello potenziale; correlato quest’ultimo al “tasso di disoccupazione di equilibrio”, compatibile con la conservazione della stabilità dei prezzi.

Nel caso dell’Italia, precisa Giacché, tra il 2011 e il 2016 “vi è stato un continuo riallineamento verso l’alto delle stime del tasso di disoccupazione d’equilibrio”, nel senso che la stima per il 2011 è stata del 7,5%, per risultare pari a circa l’8,5% nel 2012 e “drasticamente peggiorare” nel 2013 (10,4%), nel 2015 (11,0%) e nel 2016 (11,4%); solo per il 2017 la stima è leggermente migliorata, essendo risultata pari al 10,9%. La metodologia seguita dalla Commissione, che “subordina l’obiettivo di ridurre la disoccupazione (e l’intervento rivolto a tal fine) all’obiettivo di contenere l’inflazione, è perfettamente coerente con i Trattati europei, in cui la stabilità dei prezzi è sovraordinata all’obiettivo della piena occupazione”, mentre non lo è nell’ordinamento giuridico prefigurato dalla Costituzione italiana. Da ciò consegue che la riscrittura dell’articolo 81 della Carta risulta perfettamente coerente con l’ordinamento giuridico dei Trattati europei e, proprio per questo, contraddittoria riguardo al “rispetto dei diritti fondamentali previsti dalla nostra Costituzione”.

Secondo Giacché, l’articolo 81, oltre che essere un corpo estraneo al resto della Costituzione, è anche “un cuneo pericolosissimo inserito al proprio interno”; ciò perché la regola del pareggio del bilancio colpisce, non solo i salari e i possibili livelli occupazionali, ma più in generale l’intervento pubblico in economia, per il perseguimento delle finalità prescritte dalla Costituzione. La bocciatura dell’ipotesi di riforma costituzionale del Governo-Renzi del dicembre del 2016 può essere pertanto intesa come atto di resistenza popolare alla pretesa di subordinare l’ordinamento giuridico nazionale a quello dei Trattati europei, ma anche come rinvio alla “questione più fondamentale della compatibilità fra Trattati europei e Costituzione italiana”.

Giacché osserva che il problema della contraddittorietà tra i due ordinamenti giuridici, quello europeo e quello nazionale, viene di solito ignorato dall’establishment italiano con varie tattiche elusive, la principale delle quali è quella di ammettere l’esistenza di problemi d’incompatibilità, ma di affermare “che essi possono essere risolti puntando all’unione politica, o a passi intermedi quali la creazione di un budget europeo dotato di risorse più ingenti e così via”. Secondo Giacché, questo atteggiamento è proprio “di chi pensa che i mali che oggi affliggono l’Europa si risolvano con ‘più Europa’”.

Il problema è per Giacchè un altro, che può essere risolto, non attraverso “più Europa”, ma con “quale Europa” si vuole e con “quali valori e finalità” la si vuole. La conservazione dello status quo va rifiutato; se ha da esservi “più Europa”, occorre che essa sia riproposta sulla base di un “cambiamento di direzione”, ovvero, osserva Giacché, nella “direzione indicata dalla nostra Costituzione. Ciò consentirebbe, innanzitutto di riprendere un cammino interrotto dall’establishment italiano, allorché ha deciso di risolvere i problemi sociali ed economici del Paese ricorrendo a un “vincolo esterno”, pagato al prezzo dell’interruzione del processo di crescita, del sostegno dell’occupazione e dell’attuazione di una condivisa equità sociale. In secondo luogo, il ricupero dello spirito della Costituzione italiana rappresenterebbe un valido ostacolo alla costruzione di un modello di capitalismo europeo, ispirato al laissez-faire e alla negazione di ogni ruolo positivo dell’intervento pubblico in economia. Tornare alla Costituzione – conclude Giacché – significherebbe “riprendersi il diritto di attuare politiche economiche diverse da quelle imposte dalla dogmatica neoliberale che impronta i Trattati europei”; in altre parole, occorrerebbe orientarsi a quella forma di capitalismo d’ispirazione keynesiana, che si era affermata in Europa dopo la fine del secondo conflitto mondiale e che era valsa a garantire trent’anni di crescita stabile delle economie dei Paesi europei e un’equità distributiva largamente condivisa.

Difficile non concordare con il wishful thinkin di Giacché; ciò che rende la sua ipotesi fortemente utopistica è che essa non tiene conto del fatto che le condizioni, non solo politiche, ma soprattutto economiche, esistenti all’indomani del secondo conflitto mondiale sono radicalmente cambiate. In particolare, l’ipotesi di Giacché non tiene conto della presenza di un “convitato di pietra”, qual è la globalizzazione. E’ vero che quest’ultima e i valori neoliberali che l’hanno sottesa sono responsabili della crisi del 2007/2008, ed è anche vero che alla logica della globalizzazione si sono aperti, soprattutto dopo Maastricht, i Trattati europei, con tutte le conseguenze negative narrate da Giacché. Cionondimeno, il ritorno alla Costituzione repubblicana, per sottrarre l’Italia agli esiti negativi della subalternità del suo ordinamento giuridico a quello prefigurato dagli attuali Trattati europei, significherebbe optare per una via autarchica, i cui esiti negativi sarebbero di gran lunga superiori ai vantaggi.

Parrebbe maggiormente vantaggioso per l’Italia un atteggiamento molto più fermo e critico nei confronti dei partner europei, al fine di fare loro accettare un reale cambiamento di direzione nel processo di unificazione politica dell’Europa, aprendo il cambiamento all’accettazione degli valori e degli obiettivi della nostra Costituzione, in quanto “variante più avanzata” del capitalismo regolato e interventista prevalso nel secondo dopoguerra.

Posto che l’ipotesi avanzata da Giacché possa avere successo, riscrivendo i Trattati europei secondo lo spirito della Costituzione italiana, occorrerà però considerare che l’intera Europa “riorientata” dovrà confrontarsi col resto del mondo, in una prospettiva di concorrenza globale, con un sostenuto progresso tecnologico, destinato nel tempo a creare una disoccupazione irreversibile.

Pertanto, il maggiore impegno dell’Italia per una “nuova Europa” implicherà che si discuta, più di quanto è stato fatto sinora, dell’opportunità di rimuovere dalla Costituzione repubblicana gli obiettivi che non potrà “onorare”, spostando in particolare la riflessione dal “diritto al lavoro” al “diritto al reddito”; fatto, quest’ultimo che implicherà la riformulazione, non solo degli attuali “Principi fondamentali”, ma anche degli articoli che disciplinano i “Rapporti economici”.

Gianfranco Sabattini

Moody’s vede positivo per il Pil Italiano

Moody'sMoody’s rivede al rialzo le stime di crescita dell’economia italiana. L’agenzia internazionale di rating stima per il 2017 e il 2018 una crescita del Pil dell’1,3%, contro lo 0,8% e l’1% previsti in precedenza. A sostenere il miglioramento delle stime sull’Italia, spiega il Global macroeconomic outlook di Moody’s, sono sostanzialmente “la politica monetaria e di bilancio e una ripresa più forte nell’Ue”. Nel complesso la stima è di una crescita del 2,1% nell’Eurozona per il 2017 e dell’1,9% nel 2018, dopo il +1,6% del 2016.

“I robusti indicatori – spiegano gli esperti dell’agenzia parlando dell’Ue – suggeriscono che la crescita subirà un’accelerazione per il resto dell’anno, mentre l’indice di fiducia dei consumatori si attesta al top da 16 anni e fa ben sperare per una ripresa sostenuta dai consumi”. Riviste al rialzo anche le stime di crescita di Germania, al 2,2% e al 2%, e Francia, all’1,6% per il biennio 2017-18 dall’1,3% e dall’1,4%.

Immediate le reazioni politiche alle nuove stime, complici anche i dati positivi sull’andamento del fatturato nei servizi dell’Istat (che aumenta dello 0,7% rispetto al primo trimestre 2017) e sulla fiducia dei consumatori nella zona euro (con l’Italia al top). Dati, questi ultimi, sottolineati e rilanciati anche dal presidente del Consiglio Paolo Gentiloni: “Istat, Ue. Risultati positivi fanno crescere fiducia nella nostra economia. Impegno perché più fiducia significhi più lavoro”, scrive su Twitter.

Tra le prime voci del Pd a commentare ‘a caldo’ le nuove stime c’è Matteo Renzi, che su Facebook scrive: “Ciò che abbiamo costruito in questi anni sta finalmente dando frutti per l’Italia”. Per Ernesto Carbone si tratta di “risultati confortanti”, di chi, come il Pd e i governi Renzi e Gentiloni, ha sostenuto la crescita contro “la decrescita felice” auspicata dal M5S. “Tutti gli indicatori – afferma il responsabile sviluppo del Partito democratico – dicono che le riforme e in generale le politiche adottate dal governo Renzi e poi proseguite da quello Gentiloni stanno ottenendo importanti risultati che dovranno essere ulteriormente rafforzati e stabilizzati”. Sulla stessa lunghezza d’onda Debora Serracchiani (“Pil, l’Italia conferma il segno +. Riforme realizzate dai governi Pd hanno rilanciato la crescita con cui è possibile ridurre le diseguaglianze”), Matteo Colaninno (“Il merito, oltre che di un clima internazionale ed europeo molto più favorevole, è delle riforme che i Governi Renzi e Gentiloni hanno voluto tenacemente e coraggiosamente portare avanti”).

Di ben altro tenore i commenti dei forzisti Daniela Santanchè (“Non credo che l’Italia dovrebbe farsi influenzare dai giudizi di Moody’s) e Lucio Malan (“Siamo alle solite: un Governo che strumentalizza dei numeri velatamente positivi per sponsorizzare la propria causa”.

Piena occupazione
e funzionamento dei moderni sistemi economici

economistaSergio Cesarotto, docente di Economia internazionale, in “L’imperativo della piena occupazione” (MicroMega, 4/2017) sostiene che l’Italia, nelle condizioni in cui attualmente si trova, non sia in grado di risolvere il problema della piena occupazione; ciò che sarebbe possibile se essa fosse integrata in un contesto internazionale favorevole, quale potrebbe essere, ad esempio, quello Europeo dell’Eurozona, se fosse espresso da Paesi organizzati sul piano istituzionale su basi federalistiche ed orientato a svolgere una funzione compensatrice delle differenze economiche esistenti tra gli Stati membri dell’area federata. Così però non è, per cui, sebbene integrata in un contesto internazionale anche più vasto di quello dell’Eurozona, che però come quest’ultimo non è favorevole, l’Italia è destinata a un declino sociale irreversibile. A sostegno della sua tesi, Cesarotto illustra gli ostacoli, pressoché insuperabili, con cui l’Italia dovrebbe confrontarsi, ipotizzando le diverse alternative che nel momento attuale le sono offerte.

Esistono due modi per spiegare la piena occupazione: quello offerto dalla teoria neoclassica e quello keneysiano, riconducibile alla tradizione delle teoria classica. La prima teoria ritiene che la piena occupazione possa essere raggiunta solo in presenza di un mercato lasciato libero di svolgere la sua funzione, senza subire restrizioni di alcun tipo. In questo contesto, se i servizi della forza lavoro sono considerati alla stregua di qualsiasi altra risorsa economica, è fondato prevedere che in corrispondenza di bassi salari pagati dai datori di lavoro possa aversi una maggiore occupazione; a supportare questa previsione è l’assunto che, data la capacità produttiva disponibile, la “produttività marginale” di ulteriori lavoratori impiegati sia progressivamente decrescente, per cui i datori di lavoro saranno propensi ad una maggiore occupazione solo a un salario minore. Nel mercato, secondo la teoria neoclassica, il libero gioco della domanda e dell’offerta di lavoro è sufficiente a determinare un salario naturale d’equilibrio, al quale tutti lavorano.

Il mercato, perciò, quando sia lasciato libero di operare senza essere condizionato da “lacci e laccioli” di ogni tipo, assicura la tanto decantata “flessibilità del mercato del lavoro”; questa opererebbe nel senso di favorire sempre la formazione del salario naturale d’equilibrio e, dunque, il raggiungimento del pieno impiego di tutta la forza lavoro. Infatti, se vi fosse disoccupazione, dovuta a un salario troppo alto, i disoccupati si offrirebbero a un salario inferiore; per cui ai datori di lavoro verrebbe facile ottenere dai lavoratori occupati, sui quali penderebbe la spada di Damocle della possibile espulsione dall’occupazione, l’accettazione di una diminuzione salariale. Così, al salario più basso, tutti avranno l’opportunità di lavorare.

Esiste però un ma; se riducono il salario ai lavoratori-consumatori, i datori di lavoro si mettono nella condizione di correre il rischio che una parte della loro produzione resti invenduta sul marcato; se ciò accadesse, sarebbe inevitabile il riproporsi della disoccupazione. E’ stato Keynes, e prima di lui Marx, ad imputare la disoccupazione a una crisi della domanda finale del sistema economico, a causa del verificarsi di un fenomeno senza del quale il capitalismo non può funzionare: la diseguale distribuzione del prodotto sociale, che non consente ai lavoratori disoccupati di consumare, perché privi della necessaria capacità d’acquisto. Lo stesso Keynes, per conservare il pieno impiego, ha indicato una modalità di distribuzione del reddito tra i diversi gruppi sociali alternativa a quello propria della teoria neoclassica; com’è noto, la questione distributiva è stata affrontata dall’economista di Cambridge, non più in funzione delle libere determinazioni del mercato, ma in funzione di “rapporti di forza” di natura politica tra le parti protagoniste della vita economica.

I rapporti di forza, infatti, hanno consentito di giustificare il reddito dei lavoratori costituito, non più soltanto dal salario corrisposto direttamente dai datori di lavoro, ma anche da sue integrazioni operate da interventi ridistributivi dello Stato, finanziate attraverso la leva fiscale. L’intervento pubblico, in questo contesto, ha lo scopo di sostenere la domanda finale del sistema economico; sostegno che, nel secondo dopoguerra, di fronte alla minaccia sovietica e al pericolo di una nuova Grande Depressione, soprattutto nei Paesi dell’Europa occidentale ha preso la forma di una crescente spesa sociale, che ha caratterizzato i primi trent’anni del dopoguerra.

A parere di Cesarotto, il venir meno “della sfida sovietica e l’indisciplina sociale”, che hanno accompagnato la piena occupazione degli “anni gloriosi” (1945-1975), hanno fatto “progressivamente tornare il capitalismo sui propri passi”. A parte il venir meno della minaccia sovietica, in che cosa è consistita l’indisciplina sociale? Quale è stato il suo ruolo nel determinare la crisi del “compromesso keynesiano”?

Per spiegare l’indisciplina sociale, Cesarotto si rifà alle idee sviluppate all’inizio degli anni Quaranta dall’economista polacco Michal Kalecki, il quale ha evidenziato, indipendentemente da Keynes, che se, da un lato, nel capitalismo il pieno impiego può essere ottenuto con una ridistribuzione del reddito attraverso la spesa pubblica, dall’altro lato, accade che la piena occupazione sia incompatibile col capitalismo, per via del fatto che il pieno impiego “comporta una diminuzione del saggio di profitto e una forte indisciplina sociale”, essendo determinata quest’ultima dalla scarsa dedizione al lavoro che lo stesso pieno impiego comporta presso i lavoratori.

A parte l’allungamento della pausa caffè dei lavoratori e l’aumentata propensione a darsi ammalati, occorre però tener conto del fatto che Cesarotto manca di ricordare che gli alti livelli che la spesa pubblica aveva raggiunto alla metà degli anni Settanta sono risultati difficili da sostenere, per via delle crisi dei mercati energetici e di quelli valutari; ciò ha reso facile il riproporsi, attraverso i neoliberisti, delle ricette distributive proprie della teoria neoclassica. Con queste ricette è stato possibile elevare i tassi di disoccupazione per il sostegno dei profitti, ma anche per contenere l’indisciplina del lavoratori. Ma era necessario – si chiede Cesarotto – tornare alla disoccupazione diffusa per calmierare le pretese dei lavoratori? La sua risposta è no. Vediamo come egli la giustifica.

“Gli aumenti salariali – egli afferma – determinano inflazione, che comporta minore competitività con l’estero”; l’inflazione però “può essere accomodata con la flessibilità del cambio”. Ciò è stato quanto si praticava in Italia negli anni Settanta, in corrispondenza dei quali era massimo l’impegno dello Stato per conservare livelli occupativi i più alti possibile; ma i contro-riformisti nostrani, continua Cesarotto, quali “gli Andreatta, i Padoa-Schioppa, i Ciampi e i loro epigoni ex comunisti”, hanno preferito battere un’altra strada, ovvero hanno scelto di optare per un “regime dei cambi fissi con l’adesione dell’Italia al Sistema Monetario Europeo nel 1979”. Questa decisione, combinata con il famoso “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia del 1981 e con la liberalizzazione dei movimenti di capitale, ha determinato l’”esplosione del debito pubblico italiano”. La conservazione del regime dei cambi fissi attraverso il crescente indebitamento pubblico ha inciso negativamente negli anni successivi sulla domanda aggregata e, quel che più conta, sull’andamento della produttività; in questo modo è stato possibile evitare il crollo dell’occupazione, attraverso il mancato miglioramento della produttività, posto a presidio della tutela dell’occupazione.

Il permanere di questa situazione di generalizzata inefficienza del sistema-Italia ha consentito di accertare “una possibile incompatibilità fra regime di cambi rigidamente fissi (associato al libero movimento di capitali) e democrazia”, e di trovare il suo “modello disciplinante” nell’adozione dell’euro. Una scelta, quest’ultima che, a parere di Cesarotto peserebbe “come una spada di Damocle sul passato e sul futuro della sinistra”; fatto del tutto ininfluente per gli italiani, se lo stato delle cose denunciato da Cesarotto non pesasse, quel che più conta, anche sul loro futuro.

Ad ogni buon conto, la situazione di empasse e di crisi in cui versa il Paese, secondo Cesarotto, non sarebbe irreversibile; infatti, essa potrebbe essere contrastata, se si riuscisse ad inaugurare una politica economica di stampo keynesiano, con la possibilità di “sostenere la domanda aggregata attraverso la politica di bilancio e la crescita dei salari senza incorrere nel vincolo estero – ovvero nella crescita delle importazioni e dell’indebitamento con l’estero”. Con l’euro, però, una politica economica di questa natura è praticamente impossibile. Restando dentro l’euro, l’attuazione di una politica kerynesiana, sul tipo di quella descritta, sarebbe possibile solo riformando l’Unione Economica e Monetaria Europea in senso progressista e ridistributico; ciò che ora è praticamente, essendo divenuta quasi assoluta l’egemonia dell’ordoliberismo. Il futuro che si prospetta per l’Italia in presenza dell’euro evoca solo, per Cesarotto, il prezzo di ulteriori vincoli, che possono solo rendere vana la “speranza di un riscatto economico e civile del nostro Paese”.

Esisterebbe, però un’”uscita di sicurezza” che gli italiani potrebbero decidere di “imboccare” per sottrarsi al cappio europeo: l’uscita dall’euro. Ora, a parte le difficoltà tecniche che questa decisione solleverebbe (ripristino della vecchia valuta e ridenominazione delle posizioni debitorie del Paese verso l’estero), fuori dalla moneta unica, una limitata svalutazione del cambio potrebbe risultare strumentale rispetto al sostegno della domanda globale interna, senza incorrere in eccessivi disavanzi con l’estero; sarebbe però necessario “un controllo stretto dei movimenti di capitale finanziario e dovrebbero essere adottate misure oculate di controllo delle importazioni”, più altro ancora; in ultima istanza, sarebbe necessario tornare al clima sociale proprio degli anni Settanta, caratterizzato dai persistenti conflitti sociali originati da una politica economica caratterizzata dalla continua instabilità economica, per il succedersi di periodi di stagnazione con periodi di relativa ripresa (politica dello stop and go).

Questa situazione è resa ancora più probabile dal fatto che l’uscita dalla moneta unica porterebbe l’Italia, anche se dovesse continuare a fare parte dell’Unione Europea, ma fuori dall’Eurozona, ad entrare in un contesto internazionale “che potrebbe essere non solo sfavorevole al Keynesismo in un Paese solo, ma addirittura ostile”. In conclusione, una politica orientata al pieno impiego sarebbe possibile, se Italia fosse integrata in un’Europa con moneta comune organizzata istituzionalmente su basi federali; sarebbe alternativamente possibile – afferma Cesarotto – se l’Italia “decidesse di andare per proprio conto” e le fosse consentito di inserirsi in un contesto internazionale favorevole. Quest’ultima via, però, presupporrebbe “un coraggio politico e un sostegno popolare” che non è dato ipotizzare in un contesto sociale quale quello italiano, “flagellato” dagli esiti negativi delle Grande recessione dell’ultimo decennio.

Di conseguenza, per Cesarotto, lo stato economico e sociale dell’Italia promette solo un suo “declino sociale irreversibile”, nonché lo smarrimento della sua identità storica. Può darsi che a tutto questo, secondo lo stesso Cesarotto, la sinistra radicale guardi con “cinico favore”; quel che più deve preoccupare, però, è che la sinistra riformista incominci a riflettere sul fatto che ormai sono maturi i tempi per prendere atto che con le modalità di funzionamento dei moderni sistemi economici divengono improponibili le politiche economiche finalizzate a rendere compatibile il pieno impiego con il miglioramento delle produttività dei fattori produttivi e il miglioramento della competitività; occorrono sforzi per andare oltre il pieno impiego e privilegiare, in sua vece, la riflessione sul come distribuire più convenientemente il prodotto sociale.

Gianfranco Sabattini

Gli effetti negativi
dei “luoghi comuni” sull’economia

boitaniLa crisi che ancora grava sulla società e l’economia del nostro Paese ha dato la stura a un insieme di luoghi comuni in fatto di economia, originati dal vezzo intenzionale di utilizzare i teoremi economici per condannare o approvare questa o quella misura di politica economica, evidenziando alcuni aspetti di quei teoremi, ma tacendo su quelli “sconvenienti”. Ciò ha dato luogo, afferma Andrea Boitani, in “Sette luoghi comuni sull’economia”, ad una serie di espressioni quali: “L’economia va male perché c’è l’euro”; “Se il debito pubblico è alto ci vuole l’austerità”; “Senza le riforme non si esce dalla crisi”: “Per rilanciare l’economia servono grandi investimenti infrastrutturali”; e così via. Si tratta di espressioni che, a furia di essere ripetute, sono diventate “espressioni sacre”, dei mantra, pronunciate per esorcizzare la società dagli esiti “malefici” della persistenza della crisi economica e politica.

Considerato che alcuni dei luoghi comuni più ricorrenti hanno un impatto, a volte positivo, ma normalmente negativo sulla “vita e il benessere di milioni di individui, o addirittura di intere comunità nazionali e sopranazionali”, l’autore è del parere che sulle espressioni economiche divenute infondatamente quasi degli atti di fede occorra un esame razionale, per disvelarne i limiti, oppure per evidenziarne, quando possibile, il poco di verità che esse contengono. La riflessione critica su quelle espressioni è tanto più necessaria, se si pensa che decisioni di politica economica poco equilibrate, assunte sulla base di esse, finiscono con l’affermarsi come un’”ideologia insidiosa”, fuorviante per le decisioni responsabili che dovrebbero invece essere assunte.

Tra i luoghi comuni discussi da Boitani, alcuni in particolare hanno colpito l’immaginario collettivo, per la frequenza con cui essi in questi ultimi anni sono stati insistentemente ripetuti, sino quasi a trasformarli in recite scaramantiche; si tratta dei luoghi comuni che hanno avuto un rilievo politico riguardante l’intera comunità, quali quelli che di continuo hanno ripetuto, e continuano a ripetere, che l’“economia è entrata in crisi a causa dell’euro” e che per rimediare all’alto debito pubblico occorreva l’”austerità”, ovvero un drastico contenimento della spesa pubblica.

Riguardo all’euro, i suoi sostenitori lo hanno sempre magnificato, sostenendo che la moneta unica ha “contribuito a proteggere le economie europee da una serie di shock economici globali” e, grazie alla stabilità monetaria da esso garantita nel suo primo decennio di circolazione, sarebbe stato possibile garantire all’interno dell’Unione Europea la realizzazione di un notevole incremento di nuovi posti di lavoro. A parere di Boitani, rispetto a questi risultati, dal punto di vista dell’Italia, l’euro non sarebbe stato decisivo, né in senso positivo, né in senso negativo. “Se l’Italia – afferma l’autore – ha rallentato la crescita in concomitanza con l’ingresso nell’euro non è colpa dell’euro, visto che altri Paesi non hanno rallentato o addirittura hanno accelerato.

La moneta unica era nata con gli “obiettivi della bassa inflazione e dell’integrazione finanziaria”. Se il controllo dell’inflazione è stato raggiunto, non c’è da stupirsi, in quanto il suo perseguimento era “iscritto nei geni dell’euro fin dalla definizione dei criteri di accesso alla moneta unica con il Trattato di Maastricht”; anche l’integrazione finanziaria, fino allo scoppio della crisi del 2007/2008, si è potuta perseguire con successo, perché l’eliminazione dei rischi di cambio, consentita dall’introduzione della moneta unica, ha permesso una maggiore integrazione finanziaria tra i Paesi membri dell’Unione.

L’integrazione ha promosso una rapida convergenza al ribasso dei tassi ai quali le banche dei diversi Paesi si prestavano reciprocamente risorse finanziarie, contribuendo a fare diminuire gli interessi sui titoli di Stato a lunga scadenza. Inoltre, la riduzione dei tassi bancari ha consentito un miglioramento del deficit primario del bilancio pubblico (differenza tra entrate pubbliche e spese, al netto del pagamento degli interessi sul debito pubblico esistente); ciò ha reso possibile all’Italia di ridurre il rapporto debito/PIL, portandolo, alla vigilia dello scoppio della crisi, al disotto del 100% (99,7% nel 2007). La riduzione dell’incidenza del debito pubblico sul prodotto interno lordo avrebbe dovuto creare le condizioni perché fosse possibile ridurre la pressione fiscale e/o aumentare la quantità delle prestazioni sociali offerte ai cittadini tramite la spesa pubblica; se ciò non è avvenuto, afferma Boitani, non è certo colpa dell’euro.

Nel primo decennio di vita dell’euro, l’accresciuta integrazione finanziaria ha consentito di finanziare crescenti deficit della bilancia commerciale dei Paesi del Sud dell’Europa, tra i quali l’Italia; ciò è avvenuto senza considerare che, da un lato, tutto ciò poteva non creare delle difficoltà, sin tanto che la situazione economica internazionale fosse stata caratterizzata da una sostanziale stabilità; dall’altro lato, che gli squilibri nella partite correnti della bilancia commerciale potevano rivelarsi una “pesante eredità”, non appena fosse venuto meno la stabilità economica internazionale. Scoppiata la crisi, le banche dei Paesi del Nord dell’Eurozona, riempiendo i loro portafogli di attività finanziarie emesse dai Paesi e dalla Banche del Sud, si sono trovate in uno stato di insolvenza, trasformandosi in “motore” di moltiplicazione e di diffusione degli effetti della crisi stessa. L’insolvenza, a parere di Boitani, è imputabile al fatto che i banchieri del Nord Europa hanno commesso un errore di valutazione del rischio di credito concesso ai paesi del Sud, e un “errore nella stima di un rischio è sempre ‘colpa’ di chi lo compie”. Sarà pure così, ma vien fatto di osservare che sull’”innocenza” di chi induce a compiere quell’errore è lecito nutrire qualche dubbio.

Ad ogni buon conto, perché è scoppiata la crisi? La risposta – afferma Boitani – va ben oltre il convincimento che la colpa sia stata dell’euro in sé e per sé considerato. “Il punto è che con la crisi sono emersi tutti i difetti di costruzione dell’euro” e di tutte le istituzioni che lo hanno accompagnato. “L’unione monetaria era stata pensata come tappa di un lungo processo di unificazione del Vecchio Continente, una tappa che […] avrebbe dovuto spontaneamente portare a quella successiva: l’unione politica e quindi fiscale”. Ai difetti originari di costruzione dell’euro si è aggiunta poi la lettura che della crisi hanno dato, soprattutto dopo il 2010, le massime autorità europee, non disinteressatamente rispetto agli interessi dei Paesi del Nord Europa, trovatisi immobilizzate per gli eccessivi crediti concessi ai Paesi del Sud.

Secondo la lettura datane, la crisi dell’Eurozona, era l’inevitabile risultato dell’eccesso di debito pubblico dei Paesi del Sud Europa; tale debito, però, era “schizzato” verso l’alto solo dopo l’inizio della crisi, non perché, come alcuni economisti tedeschi pensavano, questi Paesi fossero continuamente in “festa”, ma perché avevano ricapitalizzato le proprie banche, contribuendo così a “salvare” quelle del Nord Europa (della Germania, in particolare, ma anche della Francia) che avevano sbagliato le loro valutazioni del rischio di credito; una verità che – afferma Boitani – “suscita sempre nervosismo a Berlino […] perché smentisce il mito della ‘generosità’ dei risparmiatori del Nord Europa”, evidenziando che buona parte dell’aumento del debito pubblico dei Paesi del Sud è stata causata dal rifinanziamento delle loro banche, a salvaguardia dei crediti di quelle del Nord.

In tutto quello che è accaduto, perciò, l’euro non c’entra; c’entra invece il fatto che l’”Eurozona è stata costruita come area sui generis, nel senso che anziché aver creato un’area istituzionalmente unitaria, è risultata essere solo un mercato interno, con l’euro ridotto a pura e semplice unità di conto, dove i Paesi partecipanti sono rimasti sovrani e responsabili dei propri debiti esteri, ma senza il controllo della propria valuta. L’euro, perciò, non ha colpe della crisi dell’Italia e degli altri Paesi del Sud Europa; la colpa è attribuibile al “come” è stata concepita e realizzata l’Eurozona, cioè all’aver pensato che l’unione monetaria potesse reggersi “senza bilancio federale, senza unione bancaria e senza unione politica, convinti che bastassero regole di finanza pubblica stringenti e strumenti per farle rispettare agli Stati più riottosi e indisciplinati”.

In questo modo, nella “disunione finanziaria ed economica” sono tornati a riproporsi gli egoismi nazionali, con la Germania trasformatasi in Paese ossessionato dal pericolo dell’inflazione, dalla necessità di introdurre una stretta politica fiscale nei Paesi ad alto debito pubblico e di assegnare a questi ultimi gravosi “compiti a casa”, il principale dei quali è stata l’imposizione di un “consolidamento fiscale”, ovvero di un’”austerità” gravosa (con cui porre fine alla presunta “festa” a causa della quale gli italiani si erano indebitati), al fine di ricuperare le risorse da destinare alla riduzione del debito pubblico, senza alcuna considerazione per i costi sociali che l’austerità avrebbe determinato. Tutti i Paesi creditori membri dell’unione monetaria hanno condiviso l’ossessione della Germania, convinti che non esistessero alternative percorribili: bisognava immediatamente procedere al consolidamento fiscale, “ovvero a una robusta sommatoria di tagli alla spesa pubblica (a partire dai salari dei dipendenti pubblici e dalle pensioni) e di aumenti delle tasse”.

Tra il 2009 3e il 2010, l’ideologia dell’austerità, condivisa dalle forze politiche al potere e dalla generalità dei banchieri, per realizzare il rientro dall’eccessivo debito pubblico, ha trovato il supporto nel lavoro di ricerca di alcuni economisti dell’Università di Harvard, Carmen Reinhart e Ken Rogoff. Questi economisti, con una loro analisi empirica, avevano trovato una relazione tra il livello del rapporto debito/PIL e la crescita economica, relativamente a 20 economie avanzate, per il periodo 1946-2009; relazione che, a parere dei due ricercatori, consentiva di affermare che all’aumentare del debito di tali economie, il loro tasso di crescita si era ridotto significativamente e, quando il rapporto debito/PIL aveva superato il 90%, il tasso di crescita era divenuto negativo.

La ricerca economica, tuttavia, non ha tardato a dimostrare che l’austerità era “la risposta sbagliata ai problemi economici dell’Europa”, in quanto, anziché supportare la riduzione del debito pubblico dei Paesi più indebitati, come l’Italia, lo ha invece fatto aumentare, con incrementi maggiori proprio in quei Paesi dove più intense sono state le misure adottate per realizzare l’austerità. Ricerche empiriche successive a quelle di Reinhart e Rogoff hanno infatti evidenziato che “per ogni punto percentuale di miglioramento del saldo primario aggiustato per il ciclo nel periodo 2011-2014, il rapporto debito/PIL è aumentato di oltre 5 punti in media nei Paesi dell’Eurozona”; la spiegazione, a parere i Boitani, è da rinvenirsi nel fatto che l’“austerità ha finito per far ridurre la crescita del PIL reale più di quanto abbia frenato la crescita del debito pubblico”, per cui il rapporto debito/PIL è cresciuto di più proprio nei Paesi che hanno praticato una politica più intensa di austerità.

L’austerità, perciò, conclude Boitani, ha fatto sì che il deficit primario si riducesse, ma non ha permesso di migliorare il rapporto debito/PIL; di conseguenza, il tirare la cinghia per gli italiani non ha comportato, né un miglioramento della sostenibilità del debito pubblico, né un rilancio significativo della ripresa dell’economia nazionale. Vi è stato – sottolinea Boitani – persino chi, accettando le implicazioni del luogo comune che l’austerità fosse la risposta giusta all’eccessivo debito pubblico, non ha esitato ad affermare che il mancato successo del contenimento della spesa pubblica fosse da attribuirsi “alle dosi troppo piccole con cui la ‘medicina’ è stata somministrata”, rivelatesi insufficienti per invertire le aspettative degli operatori economici.

Il dramma per gli italiani è consistito nel fatto che l’accettazione acritica del luogo comune che l’austerità sarebbe stata una misura “espansiva”, in realtà si è rivelata “punitiva”; l’intero establishment del Paese ne ha accettato le implicazioni, concorrendo alla diffusione di un malcontento sociale così pervasivo da determinare complicazioni sul piano politico, per via della nascita dei cosiddetti movimenti populisti di protesta e “anticasta”, sui quali le forze politiche al potere avrebbero ora la pretesa di “scaricare” la responsabilità degli esiti negativi delle fallimentari politiche anticrisi poste in essere.

Gianfranco Sabattini