Pil eurozona. Nuovo anno stessi risultati

Pil Nel quarto trimestre del 2016 si prevede un aumento del PIL nell’area dell’Eurozona nella misura dello 0,4%. Anche per il primo semestre del 2017 le attese sono della stessa entità. Le stime di Ifo, Insee ed Istat sono state diffuse congiuntamente da Eurozone Economic Outlook.

Il principale motore della ripresa sarà la domanda interna sostenuta dalle famiglie che hanno visto aumentare il potere d’acquisto dei salari. La Brexit ed il Referendum italiano sulla costituzione, non hanno finora influito sull’andamento dell’economia anche se le incertezze restano elevate anche per l’approssimarsi delle elezioni in Francia ed in Germania.

Nell’ipotesi che il prezzo del petrolio Brent rimanga stabile a 56 dollari per barile e che il tasso di cambio euro/dollaro continui ad oscillare intorno a 1,05 dollari per euro, si prevede per lo stesso periodo l’accelerazione dell’inflazione a +0,7% per il quarto trimestre del 2016 ed a +1,5% per i primi due trimestri del 2017. A spingere sull’inflazione contribuirebbero i prezzi dell’energia in aumento rispetto al primo trimestre del 2016. Il tasso di inflazione tenderebbe a stabilizzarsi attorno all’1% su base annua per continuare a crescere gradualmente nel 2018. Fino a quel periodo permarrebbe la politica monetaria “accomodante” della BCE. Nell’ipotesi in cui si verifichi una crescita maggiore dell’inflazione, la BCE potrebbe rivedere la manovra sui tassi di interesse.

L’economia globale nel terzo trimestre del 2016 è migliorata rispetto ai trimestri precedenti. Negli Stati Uniti continua la fase di crescita in misura doppia rispetto all’Eurozona. L’economia giapponese e quella dei paesi emergenti stanno avendo una evoluzione migliore rispetto alle attese. Nei prossimi mesi ci si attende il proseguimento della fase di crescita dell’economia globale con conseguenze positive sul commercio estero e sulle esportazioni.

Salvatore Rondello

Gli Usa e la ‘doppietta’ economica sull’Europa

TTIP-Usa-UEL’economia USA sta accelerando. La crescita è ai massimi da due anni. Nel terzo trimestre il PIL degli USA è cresciuto del 3,5%, più di quanto inizialmente previsto nella misura del 3,2%. Il terzo trimestre conferma che la ripresa economica americana continua e tende ad accelerare dopo un inizio di anno lento con +0,8% nel primo trimestre e +1,2% nel secondo trimestre.
L’incremento del PIL è spinto dai consumi saliti al 3% in misura maggiore del 2,8% stimato inizialmente.
Attualmente, la crescita del PIL stimato per l’eurozona si aggira attorno all’1,7%, circa la metà della crescita statunitense.
In passato, il contagio dell’economia statunitense, nel breve periodo raggiungeva l’Europa. Oggi dobbiamo attendere gli stessi effetti? L’Europa continuerà ad essere influenzata dall’economia degli USA ed in quale misura?
La sola politica monetaria unitaria non è più sufficiente. Diventa sempre più necessario unificare il mercato del lavoro, del welfare e le politiche fiscali.
Manca ancora una politica estera unitaria, una politica industriale unitaria. E’ necessario proseguire l’integrazione economica e sociale degli Stati dell’Unione Europea.
L’unità monetaria europea, nella sua realizzazione, è stata concepita come il primo importante passo per proseguire verso l’unificazione degli Stati d’Europa.
Purtroppo dopo venti anni, i cittadini europei, non vedono ancora altri significativi passi avanti per realizzare il sogno europeista.
Le remore nazionaliste sono ancora un forte ostacolo. Andrebbero superate al più presto e sostituite con una cultura europeista. Il lavoro è grande ma non impossibile. Basterebbe una ferma volontà realizzativa come quella che animò i padri fondatori della Comunità Europea.

Draghi, Economia forte passa per settore bancario forte

Draghi-BceAl congresso bancario europeo è intervenuto Draghi sostenendo la necessità di “un settore bancario forte per sostenere la ripresa dell’economia”. Continuando, Draghi ha detto: “per essere veramente robusto, il settore bancario deve essere ben regolato”. Ed anche: “le origini finanziarie della crisi spiegano anche la lentezza della ripresa economica poiché le banche sovraesposte dovevano ripulire i loro bilanci e rafforzare il capitale”. Secondo il capo della Bce, “anche a fronte di segnali incoraggianti, la ripresa dipende ancora dal sostegno monetario. La politica monetaria resterà accomodante anche per rispondere all’andamento insoddisfacente dell’inflazione”.

Draghi ha colto l’occasione del meeting bancario europeo per lanciare una sferzata alle banche europee e ribadire la politica monetaria della BCE che nell’eurozona continuerà a mantenere bassi i tassi attivi. Anche se il dollaro è in ripresa sull’euro e si prevede un proseguimento del trend rialzista del dollaro statunitense anche in vista del rialzo dei tassi previsto dalla Federal Reserve.

Le parole di Draghi sono eloquenti. Ha ammesso le cause finanziarie dell’attuale crisi e manifesta la volontà di continuare una politica monetaria idonea per sostenere il superamento della stessa crisi economica.

Il cambio del dollaro più forte rispetto all’euro, in questa fase potrebbe essere positivo. In teoria, gli Stati Uniti dovrebbero essere più invogliati ad acquistare i prodotti dell’eurozona. Resta il problema della bolletta del petrolio che continua ad essere pagata in dollari e quindi, con il dollaro più forte, implicherebbe un maggiore corrispettivo in euro. Per fortuna il fabbisogno petrolifero nell’eurozona tende a diminuire grazie allo sviluppo delle fonti energetiche alternative. Occorrerà, quindi, monitorare gli effetti prodotti da questa situazione che dovrebbe produrre un saldo netto positivo per l’eurozona.

Spero che sia ormai chiaro, anche agli euro-scettici, l’importanza del ruolo svolto per l’intera Europa dalla BCE guidata da Draghi.

Lavoro, meno giovani a casa

Disoccupazione-giovaniMeno giovani a casa e numeri un pochino migliori dal fronte della disoccupazione. E Matteo Renzi esulta su Twitter. I dati dicono in sostanza che diminuiscono i giovani che non studiano e non lavorano, i cosiddetti Neet (Not in Education, Employment or Training). E secono l’Istat nel secondo trimestre del 2016 la maggiore partecipazione dei giovani al mercato del lavoro è testimoniata proprio da questa diminuzione tendenziale. L’incidenza dei Neet, cresciuta dall’inizio della crisi fino al 2013 (dal 17,7% del secondo trimestre 2008 al 25% del secondo 2013), è rimasta stabile tra il 2014 e il 2015, per poi scendere al 22,3% nel secondo trimestre 2016.

Complessivamente, nel secondo trimestre 2016 i giovani Neet sono 2 milioni 35 mila (-252 mila in un anno): 892 mila disoccupati (il 43,8% del totale), 622 mila forze di lavoro potenziali (il 30,6%), e 521 mila (il 25,6%) inattivi che non cercano lavoro e non sono disponibili a lavorare (in più della metà dei casi mamme con figli piccoli). Nel dettaglio, l’incidenza dei Neet è maggiore tra le donne (24,4% contro 20,3% gli uomini), è doppia nel Mezzogiorno in confronto al Nord (31,5% e 15,3%, rispettivamente), è minima tra i 15-19enni (8%) – in gran parte ancora studenti – fino ad arrivare al 31,0% tra i 25-29enni. La disoccupazione nel suo complesso, dopo la stabilità nei due trimestri precedenti, secondo l’Istat diminuisce in misura lieve (-0,1 punti) rispetto al trimestre precedente, attestandosi all’11,5 per cento. “Dati ufficiali Istat di oggi. Nel II trimestre 2016 più 189mila posti di lavoro. Da inizio nostro governo: più 585mila. Il Jobs act funziona”. E’ il tweet con cui il presidente del Consiglio, Matteo Renzi, saluta i dati Istat sul lavoro, appena resi pubblici.

Un altro dato arriva dall’Ocse secondo cui Italia e Spagna sono i paesi dell’Eurozona in cui il tasso di disoccupazione è calato maggiormente a luglio. L’Ocse aggiunge che in Italia il tasso è sceso di 0,2 punti percentuali all’11,4% e in Spagna di 0,3 punti percentuali al 19,6%. Al contrario, aggiunge l’organizzazione parigina, la disoccupazione è aumentata in Francia di 0,2 punti percentuali al 10,3%. Nel complesso, aggiunge l’Ocse, la disoccupazione nell’area euro è rimasta stabile a luglio al 10,1%.

Grillo invece parla di una Italia che non viene raccontata e attacca direttamente, oltre al governo, media e giornalisti. “Stagnazione, disoccupazione, sfiducia. I media dovrebbero mettere il Bomba davanti ai suoi continui fallimenti, ma preferiscono tacere”. Così il blog di Beppe Grillo in un post del Movimento 5 Stelle che afferma: “Tv e quotidiani sono diventati mezzi di distrazione di massa o forse i giornalisti sono una massa di distratti che non si accorgono di quello che sta succedendo nel Paese”. Per questo il blog propone: “Aiutiamoli e togliamogli questo alibi. Segnaliamo ai giornalisti i fatti drammatici che solo loro non vedono”.

Edoardo Gianelli

CRESCITA A RISCHIO

fondo-monetario-internazionaleL’effetto Brexit si farà sentire. Gli analisti lo avevano detto da subito. A tagliare le previsioni di crescita è il Fondo monetario internazionale che ha limato le stime del Pil  in Italia nel 2016 e nel 2017, rispettivamente allo 0,9% e all’1%, pari a una sforbiciata dello 0,1% rispetto alle previsioni di aprile. Il ribasso era stato anticipato nel supplemento fornito dall’istituto di Washington al rapporto Articolo IV, l’analisi annuale sull’economia dei singoli paesi membri che nel caso dell’Italia era stata conclusa prima del referendum sulla Brexit dello scorso 23 giugno.

Allo stesso tempo il Fondo ha rivisto al rialzo le prospettive di crescita della zona euro nel 2016 ma ha tagliato le stime sul 2017 per effetto della Brexit. Nell’aggiornamento del World Economic Outlook, l’Fmi indica per Eurolandia una tasso di sviluppo dell’1,6% quest’anno contro l’1,5% stimato ad aprile, per la crescita più alta del previsto registrata nei primi 3 mesi dell’anno. Le stime sul 2017 sono state invece ridotte dello 0,2% a +1,4%. “Ritardi nell’affrontare eredità della crisi nel settore bancario – avvertono gli economisti di Washington – continuano a porre rischi al ribasso sulle previsioni”.

Tra i principali Paesi dell’Eurozona, la crescita della Germania sarà più alta del previsto nel 2016 con un Pil in aumento dell’1,6% (+0,1% rispetto alle stime di aprile) mentre frenerà all’1,2% nel 2017 (-0,4% rispetto ad aprile). L’Fmi ha rivisto al rialzo dello 0,4% anche le stime sul Pil francese quest’anno al +1,5% mentre ha tagliato dello 0,1% a +1,2% quelle sul 2017.

Con la Brexit sono aumentati i rischi per la crescita globale e l’Fmi ha tagliato le stime sul Pil mondiale nel 2016 e nel 2017, rispettivamente al 3,1% e al 3,4%, rispetto al 3,2% e al 3,5% indicati lo scorso aprile. “Il risultato del voto nel Regno Unito, che ha colto di sorpresa i mercati finanziari, implica il materializzarsi di un importante rischio al ribasso per l’economia mondiale. Come conseguenza – si legge nel rapporto – l’outlook globale per il 2016-2017 è peggiorato, nonostante la performance migliore del previsto” registrata nella zona euro e in Giappone nella prima metà dell’anno. “Fino allo scorso 22 giugno eravamo pronti a rivedere leggermente al rialzo le proiezioni sulla crescita globale – ha spiegato il direttore delle ricerche dell’Fmi, Maury Obstfeld – ma la Brexit ci ha messo i bastoni tra le ruote”.

Il taglio delle stime legato alla Brexit riguarda soprattutto le economie europee avanzate, mentre nel resto del mondo, Stati Uniti e Cina compresi, si prevede un impatto più attenuato. L’Fmi ha tagliato le stime sulla crescita Usa dello 0,2% all’2,2% quest’anno lasciando invariate al 2,5% quelle sul 2017 mentre per la Cina sono state rialzate dello 0,1% al 6,6% nel 2016 e lasciate invariate al 6,2% nel 2017. Il deterioramento delle prospettive globali riflette “un significativo aumento dell’incertezza, anche sul fronte politico”, precisa l’istituzione di Washington, “e questa incertezza peserà sulla fiducia e sugli investimenti, anche con ripercussioni sulle condizioni finanziarie e piu’ in generale sul sentimento del mercato”.

Poiché però il processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea è solo all’inizio, avvertono gli economisti dell’Fmi, non si possono escludere conseguenze piu’ gravi, cioè a dire “uno scenario più severo”. L’outlook meno grave, quello più probabile, con la marginale revisione al ribasso delle stime mondiali, si fonda invece sul “presupposto benigno di una graduale diminuzione dell’incertezza, con accordi tra l’Unione europea e il Regno Unito per scongiurare un forte aumento delle barriere e turbolenze finanziarie importanti”. Tra gli altri rischi per la crescita globale, l’Fmi indica le divisioni politiche tra i Paesi avanzati, “che potebbero ostacolare gli sforzi volti ad affrontare le sfide strutturali” così come il problema dei rifugiati. Le tensioni geopolitiche e il terrorismo incombono sulla crescita insieme alle preoccupazioni legate ai cambiamenti climatici e al virus Zika.

Il Fondo  ha rivisto al ribasso le stime sulla crescita del Pil nel Regno Unito quest’anno e nel 2017 a causa della Brexit. Gli economisti di Washington non escludono, nello scenario peggiore, anche il rischio di una recessione, se il processo di uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea “non avvenisse in modo tranquillo e gli accordi commerciali tornassero alle regole della Wto”. Gli analisti dell’Fmi hanno tagliato le previsioni sul Pil del Regno Unito dello 0,2% all’1,7% nel 2016 e dello 0,9% all’1,3% nel 2017.

La politica non deve accettare gli attuali bassi tassi di crescita come “un nuovo normale”, dettato da fattori fuori portata. Lo sottolinea il direttore delle delle ricerche del Fondo monetario internazionale, Maury Obstfeld, commentando l’aggiornamento del World Economic Outlook che ha rivisto al ribasso le stime sulle crescita globale a causa della Brexit. “I rischi – avverte Obstfeld – vanno al di là dei semplici costi economici legati alla discesa in una stagnazione persistente. Un contesto di bassa crescita aggraverebbe le tensioni sociali associate alla stagnazione dei salari nel lungo periodo, al cambiamento economico strutturale e minerebbe i programmi assistenziali”. Secondo l’economista dell’Fmi, i leader politici dovrebbero agire per “rimettere in salute la classe media e offrire agli elettori la sensazione di una distribuzione più equa dei benefici della crescita economica”, anche tenendo conto delle diverse classi di reddito, con interventi che favoriscano la coesione sociale mentre si promuove la crescita e la stabilità. “Efficienti pacchetti di politiche possono sfruttare sinergie tra i diversi strumenti – sottolinea l’istituzione di Washington – e le politiche possono rivelarsi più efficienti quando si è in grado di realizzare sinergie anche tra i diversi Paesi”.

Redazione Avanti!

IL RITORNO DI DRAGHI

DRAGHI NON MOLLA PRESA, DECISO CONTRO RISCHI DEFLAZIONE

Tassi di interesse azzerati, taglio del tasso sui depositi bancari, aumento del piano di acquisti del Quantitative easing, un nuovo pacchetto di maxi-prestiti alle banche. Insomma Mario Draghi è tornato e ha usato nuovamente il bazooka anche oltre le attese. Il Consiglio Direttivo della Bce ha infatti deciso un intervento più ampio del previsto. E’ stato infatti abbassato di 5 punti il tasso quello di riferimento principale, sceso dallo 0,05% allo 0%. Stesso taglio per quello di rifinanziamento marginale che da 0,30% a 0,25%. Sempre più in negativo, infine, il tasso sui depositi, che con un taglio di 10 punti scende a -0,40%.

Potenziato il Quantitative Easing
La Bce non si ferma qui. E contro il rischio di bassa inflazione potenzia gli interventi nel quadro del Quantitative Easing. Oltre al taglio di tutti i tassi fra 5 e 10 punti, infatti, il Consiglio direttivo dell’Eurotower ha deciso di incrementare di 20 miliardi – portandolo a quota 80 miliardi – il pacchetto di acquisti mensili avviato un anno fa. La modifica avrà effetti a partire da aprile. Ma un’altra novità di rilievo è rappresentata dall’inclusione di bond emessi da imprese non finanziarie dell’Eurozona nell’elenco degli asset acquistabili. Inoltre, la Bce si muove sul fronte liquidità annunciando una nuova serie di aste ‘mirate’ a lungo termine, le cosiddette TLTRO: i prestiti alle banche inizieranno a giugno 2016, avranno durata di quattro anni con lo stesso tasso di interesse applicato sui depositi (quindi al momento negativo).

Inflazione in stallo
Nella conferenza stampa che segue la riunione del Consiglio, Draghi ha spiegato le ragioni che hanno spinto la Bce a mettere insieme una serie di misure che rappresentano uno sforzo senza precedenti contro “lo stallo della crescita e dell’inflazione”. Il consiglio direttivo della Bce “dopo avere esaminato le nuove proiezioni macroeconomiche, ha deciso di varare misure per perseguire l’obiettivo della stabilità dei prezzi, definendo un pacchetto che possa sfruttare le sinergie fra i diversi strumenti”. Sono state appunto le nuove stime, tutte tagliate, a suggerire un intervento così drastico.

Le nuove stime di crescita
Infatti nelle nuove stime macroeconomiche degli analisti della Bce si prevede un ribasso sull’andamento del Pil dell’Eurozona, la cui crescita viene ridotta all’1,4% nel 2016, per  poi crescere dell’1,7% l’anno prossimo e dell’1,8% nel 2018. Netto, invece, il taglio sull’inflazione: 0,1% nel 2016, 1,3% 2017 e 1,6% 2018. In questo nuovo scenario “restano rischi al ribasso sulla crescita” e resta alta l’attenzione. Tanto che Draghi non ha escluso un ulteriore taglio dei tassi, portati oggi a zero dal Consiglio della Bce. “I tassi rimarranno a questo livello o più bassi per un lungo periodo”, annuncia in conferenza stampa il presidente della Bce. Successivamente, rispondendo a una domanda, aggiunge: “Non anticipiamo che serviranno nuovi tagli ma nuovi fatti potrebbero modificare la situazione”.

“Quando discutiamo questi temi lo facciamo con in mente non un singolo Paese, ma l’intera Eurozona”, ha detto il presidente della Bce Mario Draghi, in risposta alla domanda se i maxi-prestiti Tltro fossero diretti in particolare ad aiutare le banche italiane. Dal numero uno della Bce è arrivato anche un richiamo ai governi. Incluso quello italiano. “L’applicazione delle raccomandazioni per i singoli paesi definite dalla Commissione Europea è rimasta piuttosto limitata nel 2015: nella maggior parte dei paesi dell’Eurozona bisogna pertanto accelerare gli sforzi per le riforme, mentre le politiche fiscali dovrebbero sostenere la ripresa pur continuando a rispettare le regole dell’Ue”.

Le borse festeggiano
L’effetto dell’annuncio delle strategie della Bce è immediato sulle borse con il Ftse Mib che avanza di oltre il 4% trainato dai bancari. Maglia rosa del listino sono Unicredit (+10%) e Intesa (+8,2%). Lo spread tra Btp e Bund è in ripresa anche se resta sotto i 110 punti. Petrolio in calo ma ancora sopra 38 dollari al barile. Borse asiatiche contrastate, in una seduta di attesa. Buona la seduta a Tokyo (+1,26%), per la prima volta in quattro giorni, in scia al calo dello yen e ai rialzi degli esportatori.

Redazione Avanti!

Un superministro delle finanze per l’Eurozona

eurozonaNegli ultimi giorni si è fatto vivace il dibattito sulla creazione di un Superministro delle Finanze per l’Eurozona, dibattito inizialmente stimolato dal Presidente della BCE Mario Draghi, dal Presidente della Bundesbank Jens Weidmann e dal Governatore della Banca di Francia Francois Villeroy. Nel dibattito è poi intervenuto direttamente anche Matteo Renzi con una lettera a Repubblica, in cui il Presidente del Consiglio sostiene che la questione del Superministro non sia il nodo centrale in Europa, ma che invece la priorità sia la direzione da dare alla politica economica. Per Renzi è quindi necessario puntare su crescita, investimenti, innovazione, come negli ultimi otto anni hanno fatto gli Stati Uniti d’America per uscire dalla crisi, e non solo su austerity, moneta, rigore come ha invece fatto l’Europa. Parole assolutamente condivisibili.

Ma se partiamo dal presupposto che nel medio termine neanche la Germania da sola sarà in grado di contare nel consesso mondiale quanto in passato, a fronte della crescita impetuosa che ormai da molti anni registrano Cina ed India, capiamo bene che è interesse di tutti, davvero di tutti, puntare alla creazione degli Stati Uniti di Europa, proprio per non essere marginalizzati – e non restare fuori dai tavoli in cui si prendono le decisioni – in un’economia che sarà sempre più globalizzata.

E gli Stati Uniti di Europa non si creano da un giorno all’altro. Forse non sarà sufficiente un lustro. Deve valere dunque la politica dei piccoli passi, quella stessa politica che anche Draghi è stato in grado di imporre nel direttivo della BCE e che, evidentemente, grazie al quantitative easing ha intanto salvato l’Unione Europea dalle rovine.

Ma Draghi ha comprato tempo, ha evitato solo temporaneamente la débâcle europea, ora tocca ai leader politici fare la propria parte. E la creazione di un Superministro delle Finanze che sia in grado di coordinare e controllare le riforme economiche appare coerente con una simile politica, dei piccoli passi per l’appunto, che porti al traguardo di costruzione degli Stati Uniti d’Europa. Teniamo a mente che le riforme non sono solo una necessità italiana: anche la Germania dovrà allungare l’età pensionabile, anche la Francia dovrà riformare il mercato del lavoro, per restare sui due maggior Paesi dell’Eurozona. Quindi non dobbiamo ritenere che una simile figura possa nascere contro il nostro Paese. Occorre dunque partecipare a questo progetto.

La proposta Weidmann-Villeroy è certamente migliorabile. Ad esempio ipotizzando l’assegnazione di un vero e proprio budget a disposizione del Superministro, da utilizzare per la risoluzione delle crisi come quella dei migranti. Ma non solo. Budget che potrebbe essere destinato alle spese relative all’istruzione, alla scuola, all’università, alla ricerca. La Cina trenta anni fa ha pianificato quello che oggi sta realizzando e se le università cinesi stanno scalando le classifiche internazionali e la Cina dispone di tecnici ed ingegneri adeguati al salto tecnologico che ha inteso intraprendere è perché ha scientemente destinato parte delle proprie risorse a questo scopo. Il Superministro potrebbe pure contribuire ad indirizzare gli investimenti europei, magari facendo leva sul grande risparmio presente in Europa.

Il budget del Superministro sarebbe riveniente da tasse pagate dai cittadini europei e quindi, in virtù del principio no taxation without representation, occorrerebbe stabilire dei meccanismi democratici di elezione del Superministro.  Ad esempio, insieme al Presidente della Commissione Europea ed all’Alto Rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza, potrebbe essere eletto direttamente o, quanto meno in una prima fase, “designato” con primarie dagli elettori europei. In questo modo si configurerebbe non una cessione di sovranità ma un trasferimento di sovranità, che continua ad appartenere al popolo, dagli Stati Nazionali all’Unione Europea.

Il Superministro delle Finanze si potrebbe poi occupare anche del coordinamento delle politiche di bilancio degli Stati Membri dell’Eurozona, in modo da assicurare stabilità finanziaria alla stessa. Si tratta di una strada ragionevole, se vogliamo che la Germania condivida rischi che altrimenti non condividerebbe mai. In altri termini, stando con i piedi per terra, possiamo mai immaginare che la Germania o anche l’Italia possano sottoscrivere o garantire titoli del debito pubblico della Grecia senza avere il modo di coordinare a monte quello che accade a livello di politica economica in quel Paese? E questo principio vale a livello incrociato per tutti i Paesi dell’Eurozona; dicevamo sopra che nessun Paese dell’Eurozona è esente dalla necessità di riformare la propria economia.

Dunque un consiglio non richiesto a Matteo Renzi: non basta rinverdire la memoria di Ventotene ed auspicare la creazione sull’isola di un centro di formazione per le future classi dirigenti europee. Occorre più visione e più coraggio. Matteo sei giovane, hai le energie ed anche il consenso per rilanciare e portare avanti un grande progetto di integrazione europea. Chi meglio di te potrebbe davvero farsi paladino degli Stati Uniti d’Europa?

Alfonso Siano

GLI EURO-INFLESSIBILI

commissione europaLa flessibilità resta motivo di scintille tra Italia e Europa. È il turno questa volta del commissario agli affari economici Pierre Moscovici che rispondendo a una domanda sull’Italia dice di aver letto la “stampa italiana e mi sembra ci sia confusione sulla posizione della Commissione. Noto che vi sono anche speculazioni sulla mia posizione al riguardo, alcuni mi vedono schizofrenico, malattia di cui non mi pare di soffrire”. “L’Italia ha ricevuto 0,4 punti di flessibilità per riforme importanti, poi ha chiesto flessibilità ulteriore per riforme e investimenti, inoltre l’ha chiesta per migranti e, qualche settimana fa, ha chiesto un ulteriore margine per spese antiterrorismo e cultura”, su tutto questo “c’è un dialogo aperto e di qualità” e “risponderemo a maggio con spirito di sostegno alle riforme ma senza contravvenire a spirito patto”.

Poi sui tempi di risposta all’Italia sulla flessibilità: “Sono convinto che lo spirito del dialogo e del compromesso debba prevalere sullo scontro. Serve serenità, pazienza, lavoro, reciproca capacità di ascoltarsi e dialogare”. “Le regole le conoscete, per la flessibilità richiesta la risposta è a maggio, esamineremo le domande continuando il dialogo con l’Italia, in modo sereno obiettivo, metodico e con uno scadenzario preciso, ricordando che l’Italia è la sola che beneficia già di una notevole flessibilità”.

E nel bel mezzo della scontro tra Italia e commissione arrivano numeri non troppo lusinghieri per la nostra economia. Sono i dati diffusi dalla Ue che riguardano deficit e Pil. Per quanto riguarda il primo la Ue ritocca le stime del 2016 verso l’alto, 2,5% invece che 2,3%. Mentre sul Pil il ritocco è è al ribasso: 0,8% nel 2015, 1,4% nel 2016, 1,3% nel 2017. A novembre le stime erano 0,9%, 1,5% e 1,4%.

“Nel 2016 – scrive la Ue – nonostante la crescita positiva, il deficit si riduce solo marginalmente”. “Questo riflette l’impatto espansionistico della legge di stabilità, compresi i 3,2 miliardi di spese aggiuntive per sicurezza e cultura che hanno aumentato il deficit previsto nel def da 2,2% a 2,4%”. E “come risultato, il deficit strutturale peggiora di tre quarti di punto nel 2016”. Dopo “il picco del 2015”, il debito italiano nel 2016 scenderà “solo leggermente anche perché il deficit strutturale si deteriora”, scrive ancora la Commissione Ue nelle nuove stime economiche.

Anche il debito 2016 in salita. La previsione è del 132,4%, dal 132,2% di a novembre. La stima per il 2015 è invece rivista al ribasso (132,8% dal 133% di novembre). Nel 2017 il debito scende a 130,6%, stima rivista al rialzo dal 130% delle ultime previsioni. Non positivi, si diceva, anche i dati sulla crescita dell’Italia: “Dopo essere cresciuta moderatamente nel 2015, l’economia italiana guadagna slancio nel 2016 e 2017 col rafforzarsi della domanda interna”, scrive Bruxelles, secondo cui “la caduta dei prezzi del petrolio e una posizione di bilancio espansiva sosterranno la domanda e compenseranno il rallentamento degli export” registrato nella seconda metà del 2015.

Positivi invece i dati sull’occupazione. Con la Ue che abbassa le stime sulla disoccupazione italiana: 11,9% nel 2015, 11,4% nel 2016 e 11,3% nel 2017. A novembre prevedeva 12,2%, 11,8% e 11,6%. “Gli sgravi sulle assunzioni hanno sostenuto l’aumento del numero degli occupati visto nel 2015”, scrive Bruxelles. “Con il rafforzarsi della ripresa, l’occupazione continuerà ad aumentare nel 2016 e 2017. Ciononostante, la disoccupazione scende gradualmente”. E “la pressione sul costo del lavoro resterà limitata in parte per i tagli al cuneo fiscale”. Numeri che non preoccupano il  ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan. Le previsioni macroeconomiche della Commissione europea “restano non lontane da quelle del governo di settembre quando quadro era più favorevole” ha detto il ministro dell’Economia rispondendo al question time al Senato. Citando quindi il precedente rapporto della Commissione sulla sostenibilità del debito pubblico italiano, Padoan ha sottolineato che “non c’è un richiamo della Commissione per la mancata riduzione del debito”

Inoltre Bruxelles si dice preoccupata per la crescita di tutta l’Eurozona: “Le previsioni complessive di crescita sono cambiate poco dall’autunno ma i rischi che la crescita possa rivelarsi peggiore del previsto sono aumentati”, per cui il Pil dell’eurozona per il 2016 è rivisto al ribasso all’1,7% rispetto all’1,8% calcolato a novembre. Per il 2017 sarà all’1,9%. Inoltre per la Commissione Ue “i rischi per l’economia si stanno facendo più pronunciati” a causa della “crescita più lenta in Cina” e un'”incertezza geopolitica e legata alle politiche”.

A tutto ciò si aggiungono le non lusinghiere aspettative del presidente della Bce Mario Draghi per il quale la crescita globale resta modesta e disomogenea. Lo scrive la Bce nel bollettino economico, spiegando che “mentre l’economia si espande ad un ritmo solido nei Paesi avanzati, negli emergenti resta debole e più diversificata”. “Con l’inizio del nuovo anno i rischi verso il basso sono di nuovo aumentati in presenza di maggiore incertezza riguardo alle prospettive di crescita delle economie emergenti, volatilità nei mercati finanziari e delle materie prime e rischi geopolitici”. La Bce ribadisce quindi che “sarà necessario riesaminare ed eventualmente riconsiderare” la politica monetaria nella prossima riunione di marzo.

Redazione Avanti!

Eurozona. In calo deficit e debito pubblico

Padoan (1)L’Eurostat continua a vedere in positivo per il Vecchio Continente, l’Istituto statistico dell’Ue ha rilevato una piccola diminuzione del livello dei debiti governativi nel terzo trimestre del 2015.
Nel terzo trimestre del 2015, il livello di debito governatico dei 28 paesi membri dell’Ue hanno anche calato a 86%, fino alla fine del terzo trimestre, ci sono in totale 21 paesi membri dell’Ue, il cui livello dei debiti hanno una diminuzione rispetto al trimestre scorso, mentre gli altri 7 peasi hanno un aumento. Il massino declino è apparso in Irlanda e Italia, con un calo di 2,7 punti percentuali e 1,4 punti percentuali. L’aumento più alto è apparso in Slovenia e Grecia, con una crescita di 3,3 e 2,1 punti percentuali. Secondo i dati, il debito governativo della Grecia nel terzo trimetre 2015 ha raggiunto 171% del PIL, seguita dall’Italia con il livello di 134,6% e dal Portogallo di 130,5%.

Mentre in vetta ai paesi membri dell’Ue, l’Estonia, il Lussemburgo e la Bulgaria possiedono un livello di debito più basso del debito governativo, la quota sono 9,8%, 21,3% e 26,9%.

E mentre l’Italia affanna dietro al rapporto debito/Pil che la vede in fondo alla classifica seconda solo alla Grecia, Padoan sostiene che l’Italia è in controtendenza al rallentamento globale.
Così a detta del ministro mentre la crescita globale è in rallentamento e fa i conti con una “fase delicata” nei Paesi emergenti, l’Italia cresce.

Il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan attribuisce anche alle riforme il merito della ripresa italiana. Al Forum economico mondiale il ministro afferma che l’Italia è in una fase di trattative “intense” che vertono principalmente sul livello delle garanzie pubbliche ai crediti deteriorati, e lo stato dell’arte è “buono”. Le turbolenze che hanno colpito la borsa sono nate anche “per una gestione meno che efficiente da parte di alcune istituzioni europee, sono stati equivocati alcuni segnali come ha ammesso la Bce”, ha spiegato Padoan. È “importante che la Bce abbia chiarito che “non c’è nessuna questione di fragilità delle banche italiane” e che non abbia richiesto “alcun aumento di capitale o altre misure”, ha sottolineato il ministro dell’Economia.
“La prossima settimana – ha fatto sapere – introdurremo nuove misure per rendere più facili” le cessioni dei crediti bancari deteriorati.

Inoltre a margine del Forum di Davos, Padoan ha specificato che l’Italia non è contraria ai fondi per i migranti, ma chiede chiarezza sul loro utilizzo.

Redazione Avanti!

Tariffe con il turbo. Rifiuti +222% in 15 anni

Rifiuti-RomaL’unica cosa che continua a salire costantemente anno dopo anno senza mai rallentare, sono le tariffe. Confartigianato ha calcolato le variazioni del costo per i cittadini della raccolta dei rifiuti da cui risulta che in Italia negli ultimi 5 anni sono aumentate del 22,6%, vale a dire il 14,6% in più rispetto al tasso di inflazione (+8%) e il 12,8% in più rispetto alla crescita media del costo di questo servizio (+9,8%) registrata nell’Eurozona. Non solo: nelle regioni in cui le tariffe crescono di più è peggiore la qualità del servizio. Come nel Lazio, regione dove, a fronte della più alta percezione della sporcizia delle strade, si registra il costo più elevato d’Italia per la loro pulizia. Confartigianato ha calcolato il costo del servizio di igiene urbana per le tasche di famiglie e imprenditori che in media, nel 2014, per tasse e tariffe hanno pagato 168,14 euro pro capite, per un totale di 10,2 miliardi. Ma con una vera e propria impennata negli anni 2012-2015 che si è tradotta in un rincaro del 12,5%, nove volte e mezzo in più della crescita del costo della vita (+1,6%) e con una differenza del 7,4% in più rispetto alla media dei rincari nell’Eurozona fermi al +5,1%.

Ecco alcuni dati: in testa nella classifica delle regioni con le tariffe più alte ci sono il Lazio con 214 euro di costi per abitante, superiore del 27,3% rispetto alla media nazionale. Seguono la Liguria con 211,75 euro/abitante (25,9% in più rispetto alla media nazionale), Toscana con 208,25 euro/abitante (23,9% più della media), Campania con 205,02 euro/abitante (superiore del 21,9% rispetto alla media italiana), Umbria con 190,23 euro pro capite (+13,1%) e Sardegna con 188,90 euro per abitante (+12,3% rispetto alla media nazionale).

All’altro capo della classifica, la regione più virtuosa è il Molise dove i cittadini pagano 123,12 pro capite per il servizio di igiene urbana. Secondo posto per il Trentino Alto Adige con un costo di 128,60 euro pro capite e medaglia di bronzo per il Friuli Venezia Giulia con un costo per abitante di 127,92 euro. Confartigianato ha anche monitorato i conti e i risultati di esercizio delle 376 società partecipate dalle Amministrazioni locali che operano nella gestione dei rifiuti: il 64,3% è in utile, il 17,2% è in pareggio ed il 18,5% è in perdita. Sono tutte in utile le società di gestione rifiuti in Basilicata, Trentino-Alto Adige e Valle d’Aosta. Seguono l’Emilia-Romagna (con una quota di società in utile pari all’83,3% del totale), Puglia (80%) e Piemonte (75,0%). Le regioni con la maggiore quota di società in perdita sono la Calabria (66,7% del totale), il Lazio (46,2%) e l’Abruzzo (44,4%).

Fanno eco i Consumatori che commentano i dati di Confartigianato aggiungendo che “anche acqua energia elettrica e gas corrono molto più velocemente dall’inflazione: complessivamente la spesa per tali voci registra un aumento del +65,10% rispetto al 2000”. “I costi delle tariffe, infatti, sono cresciuti in maniera esponenziale, molto più dell’inflazione – spiegano Federconsumatori e Adusbef – Come emerge dalla nostra recente indagine sull’andamento delle tariffe, si tratta di un andamento che accomuna acqua, gas, energia elettrica e rifiuti”.

La Federconsumatori ha rilevato che la spesa complessiva per l’energia elettrica, il gas, l’acqua ed i rifiuti, nel 2015, ammonta a 2.345 euro, il +65,10% rispetto al 2000, il +15% rispetto al 2010. L’aumento rilevato negli ultimi 15 anni è circa il doppio rispetto all’aumento del tasso di inflazione dal 2000 ad oggi, che risulta pari al +33,2%. “La stessa considerazione vale per l’incremento dal 2010 ad oggi, periodo in cui l’aumento del tasso di inflazione è stato del +7,5%”. Rispetto al 2014, proseguono i consumatori, “si registra invece un calo di 35 euro, pari al -1,44%.

Nel dettaglio, la tassa dei rifiuti è aumentata del +21,61% dal 2010 e ben del 222,47% dal 2000. Secondo Federconsumatori per determinare un’inversione di tendenza nel settore dei rifiuti è indispensabile riformare la Tari per il 2016, disponendo tariffe sociali omogenee, detrazioni e piani tributari sostenibili per i bilanci delle famiglie. Inoltre è necessario ed urgente rendere maggiormente efficiente la raccolta differenziata che, dove funziona in maniera ottimale, consente risparmi notevoli per i cittadini”.

Edoardo Gianelli