Fognini colpisce ancora, il ritorno di Alexander Zverev in America

Fognini

Fabio Fognini: un talento nero messicano per l’Italia che mette ko in finale l’argentino Juan Martin Del Potro (che poi, per problemi al polso, si ritirerà e salterà il torneo di Toronto). Fuori John Isner, il ritorno di Andy Murray e il trionfo di Alexander Zverev. I ritiri dello stesso britannico (prima per le ‘maratone notturne’ all’Atp di Washington e poi anche dal successivo Atp di Toronto, per seguire i suoi tempi di recupero fisici lunghi dopo il ritorno dalla prolungata assenza per l’intervento all’anca di inizio anno, in gennaio scorso) e di Serena Williams (‘per motivi personali’ alla Rogers Cup); infine il ‘cambio generazionale’ con l’invasione dei Next Gen. Intanto, nel femminile, si fanno largo la Kuznetsova e la Buzarnescu rispettivamente al Wta di Washington e al Wta di San Josè. Su questi binari si è articolata l’ultima settimana di tennis precedente agli importanti appuntamenti dell’Atp di Toronto e del Wta di Montréal (meglio noto come Rogers Cup).

All’Atp di Los Cabos Fabio Fognini si presenta con delle treccine, che ha dovuto sfoggiare a seguito di una scommessa persa -ha spiegato in conferenza stampa-. Tuttavia quello che è emerso, non è solo e non tanto il suo look diverso, ma il talento messo in campo dal campione azzurro. Il ligure è parso molto ispirato, a tratti persino ingiocabile, con un’esecuzione ben riuscita da tutti i punti di vista. Può a ben ragione essere definito un talento dunque nero, per la carnagione molto abbronzata che presentava; messicano per il fatto di aver vinto in Messico (dopo il trionfo a Bastad in Svezia). Raccoglie l’eredità del trionfo di Matteo Berrettini della settimana precedente (a Gstaad in Svizzera). Dunque per entrambi è una sana competizione e uno stimolo continuo che si mette in moto per tutti e due, il fatto di primeggiare in maniera equilibrata e tenere alti i colori azzurri. Con la vittoria all’Atp di Los Cabos Fognini sale di una posizione nella classifica mondiale, attestandosi al n. 14 del ranking mondiale. Insegue sia la top ten (molto vicina per lui, un obiettivo non da escludere da qui a fine anno) e il suo best ranking (la posizione n. 13 del mondo, che dovrebbe riuscire a raggiungere in questo 2018, come accadde nel marzo del 2014). Soprattutto la carica gli deriva dal riuscire a competere con dei top players a pari livello. In finale a Los Cabos batte niente poco di meno che Juan Martin Del Potro per 6/4 6/2. Nel primo set l’argentino era avanti 3-0, il ligure non solo ha rimontato sino al 3-3, ma ha fatto break, si è portato sul 4-3, ha tenuto il servizio ed è andato a condurre per 5-3; poi il favorito (in quanto prima testa di serie del seeding) ha manutenuto il proprio servizio e, al successivo turno, l’azzurro (e testa di serie n. 2 del tabellone) ha chiuso il primo set; più in discesa il secondo; Fabio con il rovescio e le palle corte ha fatto ciò che voleva, si è divertito anche ad accelerare e lasciare andare il dritto a tutto braccio, anche con buone percentuali alla battuta. Ineccepibile e nulla da dire né criticare. Sembrava una sorta di Monfils azzurro (con le treccine e la carnagione scura, anche se mancavano alcuni centimetri del gigante francese) oppure un nuovo Guillermo Coria (altro campione argentino del passato): un po’ ci somigliava; ma inutile fare paragoni, perché Fognini è Fognini e quando decide di giocare c’è ben poco da fare se non correre a rincorrere i suoi colpi rapidi, veloci, profondi e (perché no?) anche potenti. Un talento naturale, difficile da paragonare o imitare, perché ha una sensibilità di corda molto rara e un’istintività nell’approccio alla palla originale. Del Potro, tra l’altro, in semifinale ha battuto Dzumhur (testa di serie n. 3, per 6/3 7/6) che aveva sconfitto il nostro Thomas Fabbiano con un doppio tie-break.

Se dal Messico ci spostiamo a Washington, vediamo i giocatori essere refrigerati ai cambi-campo da ventilatori per le alte temperature, sebbene il maltempo abbia rovinato un po’ alcune giornate (soprattutto le prime); tanto che Andy Murray ha terminato la sua partita contro Copil alle ore 3 di mattina; conclusa tra le lacrime con il punteggio di 6/7 6/3 7/6, il campione britannico ha deciso poi di ritirarsi il giorno dopo accendendo un’aspra polemica con gli organizzatori. In compenso lo spettacolo qui a Washington D. C. è stato offerto tutto da quattro talenti Next Gen: il tedesco Alexander Zverev, il greco Stefanos Tsitsipas, l’australiano Alex De Minaur e il russo Andrey Rublev. A trionfare è stato il primo, che ha dimostrato una netta superiorità rispetto agli altri; perfetto per tutto il torneo, evidentemente aveva una carica emotiva in più, che gli ha permesso anche di battere il fratello Misha per 6/3 7/5 (ai sedicesimi). In finale si è scontrato con l’australiano Alex De Minaur che, però, deve aver sentito la tensione della finale ed è apparso meno ‘efficace’ che nel turno precedente nella semifinale contro Rublev (in cui ha rimontato al terzo set, sotto del primo, in un mega-partitone straordinario in cui entrambi hanno eseguito colpi eccezionali). 5/7 7/6 6/4 il punteggio che ha regalato un posto in finale a De Minaur, apparso però come ‘bloccato’ contro Zverev, forse sentendo la maggiore presenza in campo del tedesco, più a suo agio con appuntamenti fondamentali del genere. Alexander ha regolato l’avversario facilmente per 6/2 6/4: senza storia il primo set, nel secondo Alex De Minaur stava man mano emergendo e prendendo campo, ma bravo il tedesco a ‘controllarlo’. Così come aveva fatto contro Stefanos Tsitsipas in semifinale: stesso punteggio; non male per un avversario molto insidioso come il greco. Gracile, esile, ma molto agile, rapido, veloce, combattivo, respinge tutto e recupera ogni colpo con una regolarità sorprendente e azzardando anche qualche discesa a rete. Tuttavia, quanto aveva giocato splendidamente ai quarti contro il belga David Goffin (dominandolo per 6/4 6/1, in un match a senso unico), quanto non ha reso contro il tedesco: è apparso molto falloso, quasi non riuscisse a tenere lo scambio, male con il servizio, era molto nervoso, tanto da darsi delle botte in testa. Invece la forza di Zverev è stato proprio il giocare in sicurezza e tranquillità, sicuro delle sue capacità e in scioltezza, ma soprattutto con convinzione e sbagliando pochissimo. Una forza mentale, dunque, più che fisica la sua.

Se un’altra sorpresa all’Atp di Washington l’ha regalata la testa di serie n. 2 John Isner (uscendo subito contro la wild card Noah Rubin per 6/4 7/6), al Wta di San Josè invece un’altra americana è uscita prima del previsto: stiamo parlando proprio di Serena Williams (che ha perso 6/1 6/0 da Johanna Konta al primo turno). Se poi la britannica è arrivata sino ai quarti di finale, a contendersi il titolo sono state due tenniste che stanno cercando di imporsi maggiormente sulla scena mondiale. Ovvero la rumena Buzarnescu e Maria Sakakri: entrambe quest’anno hanno ottenuto risultati importanti e soddisfacenti, ma alla fine l’ha spuntata la rumena per 6/1 6/0: poco altro da dire o da aggiungere se non da rilevare la caparbietà con cui la Buzarnescu scende in campo e lotta, cerca continuamente il vincente e la vittoria. Del resto era carica e molto motivata anche a seguito della conquista della semifinale contro la favorita Elise Mertens: la belga ha perso al terzo set per 4-6 6-3 6-1. La rumena, con il conseguimento del titolo al Wta di San José diventa la n. 20 al mondo per la prima volta (un traguardo importante per lei raggiunto di cui può ritenersi più che soddisfatta, molto faticato e sudato, a coronare un buon 2018 per lei). Classe 1988, così giovane, la tennista di Bucarest entra nella top 20 dunque ed ora, per le avversarie, è assolutamente da tenere d’occhio e temibile, perché il suo percorso d’ora in avanti può essere solo che in ascesa e in miglioramento; difficilmente regredirà vista la tenacia, il carattere e il suo mordente.

Mentre al Wta di Washington sono state altre due tenniste ugualmente in auge a disputare la finale: Svetlana Kuznetsova e Donna Vekic (fidanzata di Stan Wawrinka). Ad imporsi è stata la prima al terzo set, con il punteggio di 4-6 7-6(7) 6-2. Un’occasione persa per la Vekic, che ha buttato via una partita pressoché quasi vinta. In vantaggio sempre fino al 4-1 del secondo set, quando ha avuto la palla del 5-1 e servizio a sua disposizione invece è stato 4-2 per la russa (con il game dunque conquistato da Svetlana). A quel punto la russa ha cominciato a caricarsi e crederci ed ha pareggiato i conti, portando l’altra al tie-break; a quel punto è partita subito avanti la Kuznetsova e la Vekic è apparsa molto stanca, sempre a rincorrere il punteggio fino a che non ha perso il tie-break; in quel momento per la russa il gioco era fatto, tutto a suo favore ed ha dominato il terzo set su una ‘sfinita’ Donna Vekic che ‘arrancava’ ai cambi campo. Probabilmente hanno pesato ed inciso molto prima le palle break sciupate per il 5-1 nel secondo set e poi il tie-break sfumato e non maturato: molto fallosa al servizio, ha cominciato a commettere anche qualche doppio fallo in più del previsto (da stanchezza per l’appunto crediamo) propri nel tie-break che per lei sarebbe stato decisivo per chiudere il match. Ma Svetlana l’ha fatta correre molto e spostare parecchio in campo; recuperava quasi tutto e per fare il punto Donna era costretta a spingere molto sui colpi, rischiando anche tanto. E di certo questo non l’ha favorita.

Atp di Umago e di Bastad: in Svezia e in Croazia due tornei per gli azzurri

tennis cecchinato

Quest’anno gli Atp di Bastad (in Svezia) e di Umago (in Croazia) sono stati due tornei “azzurri”. Infatti la presenza trionfante dei tennisti italiani ha dominato. Nel primo in singolare si è imposto Fabio Fognini; nel secondo Marco Cecchinato. Il primo è arrivato in finale anche in doppio, insieme a Simone Bolelli. Tra l’altro il bolognese partiva dalle qualificazioni in singolare ed è giunto sino ai quarti dove ha perso da Gasquet. Il tennista di Budrio, però, si è tolto la più grade delle soddisfazioni: quella di eliminare al primo turno la testa di serie n. 1, ovvero Diego Schwartzman. Certo i due atleti azzurri non sono riusciti a portare a casa il titolo in doppio, ma hanno regalato molte emozioni. Non da ultimo, dei sorrisi sono venuti dalla videochiamata (al figlio Federico ed alla moglie Flavia Pennetta probabilmente), dopo la vittoria, del tennista ligure (mentre mandava dei baci affettuosi). Enorme la sua soddisfazione. Per quanto abbia ringraziato tutti gli organizzatori per l’ottima gestione del torneo appunto, però forse è stato un po’ pregiudicante per la coppia azzurra giocare immediatamente dopo (circa mezzora) che Fognini (attuale n. 13 del ranking) aveva disputato la finale: faticosa, tra l’altro, perché terminata al terzo set e molto lottata con Gasquet. Dopo aver finito il match decisivo, infatti, è dovuto di nuovo scendere in campo nella finale di doppio, subito a seguire. Evidentemente stanco, non è bastato un generoso Bolelli (che molto si è impegnato e ha cercato di fare, dandosi da fare per prendere l’iniziativa): ha dominato il gioco più rapido e veloce della coppia avversaria, basato su attimi, in cui occorrevano solo saldi riflessi per rispondere ad attacchi sporadici ed estemporanei; un po’ di sfortuna ha fatto il resto -con colpi usciti davvero di poco-. Un terzo set forse sarebbe stato giusto, ma non c’è stato. Forse se Fabio avesse speso meno nella finale di singolare le cose sarebbero potute andare diversamente. Sicuramente bello il fatto di aver ritrovato questa coppia solida di nuovo insieme, da veri amici, compagni di squadra in Coppa Davis e campioni seri. Non è da escludere, infatti, che Fabio abbia scelto di disputare il torneo di Bastad invece che quello di Umago proprio per la presenza dell’amico. Il ligure, infatti, in Croazia avrebbe difeso il titolo, conquistato due anni prima, quando vinse in finale nel 2016. Certo qui in Svezia i due atleti azzurri avrebbero potuto scrivere un esito diverso all’ultima pagina, se gli organizzatori avessero concesso una pausa più lunga al neo campione: giocare alle ore 18 invece che alle 17 italiane la finale di doppio non sarebbe poi cambiato molto per loro, ma avrebbe dato più tempo di recupero al ligure.

Tante le emozioni che gli azzurri hanno comunque regalato; innanzitutto il fatto che Bolelli stesso era ad un passo dalla semifinale e tutti gli italiani sognavano una finale tutta azzurra tra Fabio e Simone. Invece il tennista di Budrio si è fatto sorprendere dal talentuoso e coraggioso Laaksonen, in una rimonta strepitosa. Il nostro giocatore conduceva 6/1 (tutto facile e senza storia il primo parziale, quasi un’esibizione di tutto il suo miglior tennis e dei suoi colpi più belli e talentuosi; un vero e proprio show per Bolelli); poi avanti 3-0 con break nel secondo, sembrava tutto fatto, storia conclusa e invece il mach si è riaperto con la rimonta di Laaksonen fino al 3-3 e poi il break che lo ha portato in vantaggio sul 6-5, dove ha servito e chiuso per 7/5. Al terzo Bolelli è stato sempre più in difficoltà e si è piegato all’avversario, complice anche un po’ di stanchezza. Ma tanto amaro per lui, che è uscito dal campo molto rattristato e deluso per l’occasione sfumata.

Altre emozioni sono venute anche da Marco Cecchinato. Il tennista siciliano in Croazia ha dato proprio spettacolo, vincendo una finale giocata benissimo contro l’argentino (molto insidioso) Guido Pella. 6/2 7/6(4) il risultato finale, che dimostra quanto l’italiano sia partito bene e abbia dominato il primo parziale, mentre nel secondo stava rischiando di far rientrare in partita Pella (era avanti di un break) e si è andati al giusto tie-break, dove ha giocato benissimo: più aggressivo, rischiando di più e soprattutto regalando pochi punti e pochi errori all’avversario (dopo i primi punti persi, ha conquistato gli ultimi tutti di fila). Ormai il tennista nostrano è diventato n. 22 del mondo e si prepara già ai discorsi finali di ringraziamento a chiusura di premiazione come i veri campioni; davanti agli occhi soddisfatti della fidanzata sugli spalti, oltre ai suoi di gioia. E Cecchinato ha continuato a fare bene anche all’Atp di Amburgo, dove ha vinto un primo turno non facile contro il francese Gaël Monfils, decisamente in giornata. Dopo aver trovato il break decisivo nel primo set, che ha chiuso per 6/4, il francese si è portato subito avanti nel punteggio, dominando la partita con un gioco molto aggressivo e mettendo in seria difficoltà Marco, che non sembrava molto in giornata. Tutti ormai lo davano già negli spogliatoti e sotto la doccia, altri lo criticavano perché non aveva partecipato invece a Gstaad (da non confondere con il nome simile del torneo di Bastad, almeno nella pronuncia), dove c’era meno competizione, invece che giocare un torneo così importante come quello qui in Germania. Al contrario, scelta decisamente coraggiosa di confrontarsi con i più grandi in un torneo come quello di Amburgo (sempre di prestigio) proprio per crescere di più tennisticamente. Sugli spalti ad assistere al suo match c’era proprio la testa di serie n. 1 Thiem. L’austriaco, tra l’altro, si è sbarazzato facilmente del giovane francese Corentin Moutet per 6/4 6/2, ma il ragazzo ha fatto vedere molte cose buone (soprattutto con grossi colpi in accelerata), ma Dominic ha giocato in maniera strepitosa piazzando ogni tiro alla perfezione, da tutti i punti di vista, con delle mazzate da manuale, quasi a punire il più giovane ‘esordiente’, annichilendolo e imponendosi con il dominio e l’egemonia del più forte ed esperto, del più ‘anziano’ verrebbe da dire, ma vista la giovane età dei due non è forse il termine più adatto. Per quanto riguarda l’azzurro, invece, Marco Cecchinato pian piano ha ritrovato la fiducia e la concentrazione, riuscendo a pareggiare i conti nel secondo set per poi andare in vantaggio e portare il match al terzo set. La chiave è stata proprio la smorzata millimetrica che ama eseguire e che gli riesce alla precisione, ma drop-shot che lo stava tradendo in questa circostanza in cui era soprattutto Monfils a rifilargli delle spinose e velenose palle corte. Dopo aver vinto il secondo set per 6/3, con il break decisivo sul 5-3, nel terzo aveva più sicurezza di sé e la lotta è stata più alla pari. Match equilibrato che, ancora una volta, il siciliano ha sbloccato con il break fondamentale nel finale, strappando il servizio avanti sul 5-4. Non facile giocare dopo la finale in Croazia, con appena un giorno di recupero: la stanchezza sicuramente si faceva sentire. Bravo a rimanere calmo e concentrato. Ad Amburgo, poi, a proposito degli avversari di Bolelli- da segnalare che Laaksonen ha perso da Bedene (per 6/3 1/6 6/4), mentre Schwartzman ha vinto al terzo sul giovane Ruud (per 6/4 2/6 6/2). Anche Gasquet, avversario in finale di Fognini a Bastad dicevamo, ha conquistato il derby francese contro Paire per 7/6 6/4, come già accaduto in maniera simile contro Chardy ad s-Hertogenbosch dove in finale riuscì a portare a casa il titolo per 6/3 7/6.

A proposito dell’Open in Svezia, Fognini ha vinto bene il primo set in finale proprio contro Gasquet per 6/3; poi si è un po’ deconcentrato ed è come uscito dal match (molto falloso e quasi irriconoscibile), merito anche del campione transalpino, che si è imposto nel secondo parziale per 6/3; ma nel terzo è stata la reazione d’orgoglio del tennista ligure che non ha lasciato più scampo a Gasquet: ha iniziato ad avere fretta di chiudere e nel giro di poco il campione azzurro ha messo il sigillo sul torneo per 6/1; un parziale netto che gli rende merito e gli fa di certo onore. Grande prova di maturità la sua, soprattutto per il montare della stanchezza. Tra l’altro nelle semifinali Fognini aveva avuto un duro match (speculare, in cui si era fatto rimontare nel secondo set, avanti di uno) contro Fernando Verdasco: show di Fognini nel primo che rifila un severo 6/1 allo spagnolo; innervosito, l’altro ha reagito diventando sempre più aggressivo e riuscendo a sfruttare un lieve calo del ligure per strappargli il servizio, trovando il break per portare a casa il secondo set per 6/4. Poi Fognini ha riordinato le idee (infatti stava insistendo troppo sul pericoloso dritto mancino di Verdasco e stava scambiando troppo da fondo con lui; un gioco più aggressivo a rete gli è stato utile) ed è riuscito a venire a capo di un difficile ed equilibrato terzo set, che ha chiuso per 7/5. Buone, soprattutto, le percentuali di servizio, in particolare di prime, del tennista azzurro in questo torneo. Di certo non è stata una semifinale così faticosa come la sua, quella del francese Gasquet (che ha imposto un netto 6/2 6/3 in poco più di un’ora a Laaksonen). Questo nella finale tra i due si è sentito. Proprio Laaksonen ha impedito di avere Bolelli (un altro italiano) in semifinale. Il bolognese vince bene in maniera convincente ai quarti il primo set per 6/3. Mette in scena davvero un buon tennis di ottimo livello, con accelerazioni di precisione e potenza, buon servizio (con qualche aces) e solido da fondo nello scambio, ma a suo agio anche in attacco in avanzamento a rete. Sembrava tuto facile e destinato ad evolversi per il meglio. Nel secondo set, infatti, il tennista di Budrio conduceva 3-0. Poi, forse un po’ di stanchezza, forse un po’ di deconcentrazione, forse un po’ di sfortuna complice, ha iniziato a commettere qualche errore gratuito in più (con qualche palla uscita di pochissimo) e lo svizzero è riuscito a strappargli un 6/2 e a portarlo al terzo set. Un po’ innervosito, infastidito e confuso, è sembrato un po’ disorientato, quasi a chiedersi: ma come ho fatto a perdere il secondo set per 6/2? La verità è che lo ha fatto scambiare troppo da fondo, mentre avrebbe dovuto attaccarlo di più col dritto ad uscire in avanzamento (schema che per lui si è dimostrato vincente). Allungando gli scambio da fondo lo ha rimesso in partita e l’altro ha trovato ritmo e regolarità e si è fatto più insidioso. Tanto che, nel finale di partita, era il tennista di Budrio a sbagliare di più e l’altro è riuscito a fargli il break necessario che gli ha regalato la semifinale e il 6/4 decisivo. Un posto in semifinale che forse Bolelli aveva intravisto troppo presto, dando per finita una partita che stava appena cominciando e aprendosi. Comunque si è dimostrato un tennista molto cresciuto, in grado di esprimere un buon tennis, con un buono schema in attacco, da vero tennista di doppio (e forse da erba più che da terra). Comunque resterà quel memorabile 7/6 6/3 che ha rifilato a Schwartzman in un’ora e 54 minuti di gioco all’Atp di Svezia. In sintesi; Atp di Bastad e di Umago: tre finali (due di singolare e una di doppio) per tre campioni, tre talenti azzurri.

Per quanto riguarda, infine, i loro avversari citati, possiamo dire che (al successivo torneo di Amburgo), Monfils ha perso dall’argentino Leonardo Mayer per 6/1 7/6; mentre Schwartzman si è poi sbarazzato con un doppio 6/2 del giovane tedesco Masur al secondo turno; mentre Verdasco è stato sconfitto al terzo set (dopo una dura battaglia) dal talento brasiliano Tiago Monteiro, con il punteggio di 3/6 6/2 7/5 a favore del più giovane tennista.

Barbara Conti

IBI 2018 o 2019? Trasformazioni in corso, cantiere quasi aperto

angelo binaghiMentre si guarda già al Roland Garros 2018, sono state prima tratte le somme dell’edizione di quest’anno degli Internazionali Bnl d’Italia di tennis; guardando al futuro e pensando già al prossimo anno, perché tra un mese neppure già si sarà al lavoro per ideare l’edizione del 2019: nel segno dell’innovazione e della sperimentazione. È stato il presidente della FIT, Angelo Binaghi, a farne il sunto evidenziando i punti focali e facendo intravedere quali potrebbero essere le prospettive prossime.
Innanzitutto il risultato positivo raggiunto non poteva che portare ad esprimere soddisfazione; ed i numeri confermano la fondatezza di un ottimismo ponderato. In primis oltre 62 milioni di visualizzazioni durante il torneo, con un incremento del 9% rispetto allo scorso anno; poi il gradimento del pubblico è stato espresso soprattutto in particolare -ovviamente- sui canali social, con un tasso pari a circa 495mila fan e followers; a cui si aggiunge l’aumento del 58% delle visualizzazioni di video su Facebook, paragonate a quelle del 2017; così come sono state più di 1,4 milioni le interazioni avvenute sui social appunto, cresciute di un +32% rispetto ad un anno fa; durante lo svolgimento del torneo, inoltre, sono stati caricati e pubblicati più di 2.400 contenuti sui social sempre (via preferenziale utilizzata dagli appassionati di tennis giunti agli IBI); dal sito web ufficiale sono state, poi, visualizzate più di sette milioni di pagine, per non parlare degli utenti iscritti alla newsletter; successo anche per le app create e per la connessione WI-FI (sebbene non abbia sempre funzionato bene): 38.600 installate tra le prime (con oltre 28mila utenti registrati) e 33.900 per la seconda, con accessi alla rete gratuita molto ricercati e richiesti (con uso di password e username e con l’aiuto del personale del desk). Poi vi è un ultimo dato importante: l’ascolto del canale ufficiale della kermesse, Supertennis, è cresciuto notevolmente (di un +10% circa); rispetto al 2016, quando era il sesto delle emittenti sportive con un ascolto medio pari a circa 11.038 utenti, nel 2017 è salito al quarto posto, con una media aumentata sino a 14.041 utenti: ha saputo offrire un prodotto di qualità sempre maggiore e più evoluto, grazie all’uso delle nuove tecnologie. Una posizione che lo vede superato solo da colossi quali Rai sport 1 (al primo posto), Sky sport 1 (al secondo) e Sky sport 24 (al terzo). Questi ultimi, però, non sono ‘cresciuti’ nella loro media utenti, a differenza di Supertennis, sebbene mantengano le loro postazioni di prestigio grazie ormai all’affidabilità dimostrata (nella lunga esperienza di anni ed anni di attività sul campo) e alla fidelizzazione raggiunta di una clientela affezionata anche alle figure di esperti che si sono fatti apprezzare per la loro competenza.
In questa edizione, inoltre, sono stati molti i momenti centrali e toccanti che hanno animato la manifestazione diventata sempre più complessa: non è solo sportiva, commerciale, agonistica o mondana, ma anche culturale nel vero senso della parola; non di settore, ma aperta a tutti e in grado di coinvolgere chiunque. A ricordare tali attimi è stato il presidente della FIT Binaghi, che non ha parlato solo della seconda edizione a Milano delle Next Gen Atp Finals o non è stato solo protagonista della consegna della racchetta d’oro (prima dell’inizio della finale maschile tra Rafael Nadal e Alexander Zverev) a Jan Kodes: ex tennista cecoslovacco che vinse tre prove del Grande Slam nei primi anni Settanta, tra cui Wimbledon nel 1973; quell’anno arrivò al quinto posto della classifica mondiale. In carriera ha vinto otto tornei di prima fascia in singolare e diciassette in doppio. Nel 1990 è entrato anche nella International Tennis Hall of Fame. Agli Internazionali Bnl d’Italia è arrivato tre volte in finale, ma le ha perse tutte e tre: la prima nel 1970 da Nastase, la seconda nel 1971 da Laver, la terza nel 1972 dallo spagnolo Manuel Orantes. Mancava da Roma da circa 24 anni.
Dopo tali momenti topici, Binaghi si è detto innanzitutto “orgoglioso di questa edizione degli IBI”. “Abbiamo avuto, nel maschile, lampi da Lorenzo Sonego, Matteo Berrettini, che ha impegnato persino Alexander Zverev, Filippo Baldi, Marco Cecchinato, ma anche Stefano Napolitano, Andrea Pellegrino e Salvatore Caruso; un settore che ha un’ottima prospettiva, che ha offerto una fase di spettacolo durata ancora di più grazie a Fabio Fognini (giunto sino ai quarti e arresosi solo a Rafa Nadal): tutto impensabile sino a poco tempo fa”, ha commentato in proposito il presidente FIT. Si apre un futuro con una prospettiva rosea, perché sono “una reale speranza” per il tennis italiano. “Nel femminile, invece – ha aggiunto Binaghi – c’è una fase di lavori in corso: c’è necessità di ritrovare giocatrici che possano darci prospettive, che una grande Federazione come quella italiana deve avere”. A tale proposito, non ha potuto fare a meno di rilevare Binaghi, “Roberta Vinci ci ha regalato forti emozioni e ci ha gratificato nello scegliere il Foro per terminare la sua carriera”. Sì, la salentina si è ritirata e a Roma ha giocato la sua ultima partita, ma non è stato un addio al tennis. A spiegarlo è stato il presidente stesso annunciando quale sarà il futuro della Vinci: “resterà nella Fit ad accelerare il processo di crescita del settore femminile, dove intanto – ha comunicato ufficialmente Binaghi – abbiamo recuperato Camila Giorgi, che con Sara Errani costruiranno un gruppo solido, una squadra che possa essere competitiva in Fed Cup”. A proposito della tennista salentina, il presidente Binaghi ha avuto parole moto affettuose e gentili: “Non riesco a ricordarmi un episodio che non sia stato perfetto in tutta la sua carriera; Roberta è una grande atleta e una grande persona. Con Sara (Errani), Flavia (Pennetta), Francesca (Schiavone, wild card speciale quest’anno) hanno regalato emozioni irripetibili: chapeau a una carriera del genere. Il giorno dopo il suo ultimo incontro giocato qui al Foro ho parlato con lei, che ha meritato adesso un periodo di vacanza giustificata molto lunga. Avevamo pensato per lei, per il suo futuro, diversi scenari possibili, tra cui uno di essi credevamo potesse essere quello di commentatrice sui nostri canali Tv: ha una buona comunicativa e una simpatia immediata, empatica e carismatica che arriva subito. Invece lei ha scelto la strada più scomoda: vuole continuare a vivere di tennis giocato con le nostre ragazze di Fed Cup (tra cui abbiamo visto durante le qualificazioni Martina Trevisan, Martina Caregaro, Deborah Chiesa, Jessica Pieri su tutte). Ha deciso di lavorare nel settore tecnico della Fit, ma deve prima capire quale potrà essere il suo contributo e soprattutto quanto sia difficile operare e adoperarsi in tale contesto”.
Risultati superiori alle aspettative, anche grazie ai ritorni di Maria Sharapova e Novak Djokovic (arrivati entrambi alle semifinali), che neppure il lieve calo di incasso (un -3%) dalla vendita di biglietti ha potuto incrinare. Qualche giorno di maltempo (la finale maschile stessa è stata interrotta per pioggia per un’ora) non ha inficiato gli introiti e il successo della manifestazione, di cui un valore aggiunto – ha precisato Binaghi – è la location. Ed a proposito di innovazione, i maggiori cambiamenti potrebbero riguardare proprio quest’ambito. “È stato un prodotto finale fantastico. L’intero impianto della location ha contribuito in maniera preponderante alla riuscita stessa dell’evento e ne ha rappresentato un valore aggiunto. Cercheremo di fare tutto il possibile per migliorarlo e rinnovarlo, tentando di cambiarne la connotazione. Il prossimo anno faremo una struttura nuova dell’attuale Next Gen Arena, che chiameremo in modo diverso. Ci sarà, inoltre, una maggiore razionalizzazione dello spazio, sia dell’area commerciale che di quella riservata alla stampa. Stiamo trattando, poi, anche per la copertura del Centrale, un’operazione necessaria quanto complessa per i vincoli presenti nella zona, ma pensavamo a una struttura che fosse adattabile e fruibile anche dalla pallavolo e dalla pallacanestro”. Infine, c’è sempre la parentesi di portare il tennis a piazza del popolo: “i rapporti con l’amministrazione capitolina ci sono e sono buoni, riapriremo la questione e posso garantire che il tennis a piazza del popolo ci andrà perché sono testardo come tutti i sardi e tengo molto a che sia raggiunto tale traguardo”. Maggiore attenzione dovrà essere riposta in futuro, poi, anche al pubblico di utenti stranieri, che hanno fatto sì che ci potesse esserci il sold out nelle tre giornate conclusive.

Tennis: ATP Barcellona e Monte Carlo… aspettando gli IBI 2018

nadal-finale-barcellona-2018-265x198Ormai pochi giorni e prenderanno il via gli IBI 2018, con le qualificazioni (che, purtroppo, per motivi di sicurezza -diversamente da quanto annunciato – non si giocheranno a piazza del popolo nel centro di Roma). Vediamo, allora, intanto, quale è lo scenario che si apre. Sicuramente il più quotato ed atteso tra i tennisti per la sezione maschile sarà Rafael Nadal, che ha già vinto consecutivamente i tornei dell’Atp di Barcellona e dell’Atp di Monte Carlo. La testa di serie n. 1 ha un legame particolare con quest’ultima manifestazione: gli ha dato i natali tennisticamente parlando e qui ha visto iniziare la sua carriera sin da giovane. In finale si è imposto nettamente sul giapponese Kei Nishikori per 6/3 6/2 e, nella cerimonia di premiazione, non ha dimenticato di ricordare l’affetto che ha per tale torneo, che lo ha omaggiato con un video che ripercorreva la sua storia professionale. Lo spagnolo, tuttavia, ha proseguito facendo bingo anche al successivo Atp di Barcellona, vincendo in casa in una finale senza storia contro il giovane greco Stefanos Tsitsipas per 6/2 6/1, complice il forte vento a cui è seguito un sole radioso, dopo uno scroscio di pioggia che ha reso il campo più pesante e che ha provocato un’interruzione per pioggia subito in apertura di finale; forse ciò non ha permesso al talento greco di trovare ritmo per competere alla pari e quantomeno giocarsela con Rafa. Tsitsipas veniva da un buon risultato in semifinale, dove aveva eliminato (per 7/5 6/3) l’altro giovane talento Pablo Carreno Busta, rovinando così la festa a chi sperava in un derby tutto iberico. Tra l’altro Pablo Carreno Busta nei quarti aveva battuto un buon Grigor Dimitrov (con il punteggio di 6/3 7/6), testa di serie n. 2, mentre Tsitsipas si era sbarazzato di Dominic Thiem per 6/3 6/2 (l’austriaco era n. 3 del seeding). Ad eliminare, invece, la testa di serie n. 4, ossia David Goffin, ci ha pensato proprio Nadal in semifinale (con un parziale netto di 6/4 6/0); dopo che lo spagnolo aveva superato nei quarti Martin Klizan (per 6/4 7/5), qualificato che aveva sconfitto il serbo Novak Djokovic (testa di serie n. 6, che aveva ottenuto una wild card) al primo turno al terzo set (per 6/2 1/6 6/3: dopo la reazione d’orgoglio nel secondo set è come se Nole avesse avuto un crollo improvviso nel terzo, forse calo fisico o anche mentale, a tratti un po’ rinunciatario o poco convinto, meno aggressivo del solito sia sui singoli colpi che tatticamente).
Di certo tutto il percorso fatto nel torneo di Barcellona da Nadal mostra il suo stato fisico al top, una forma fisica e mentale eccezionali, una convinzione ferrea nei propri mezzi, una voglia di vincere superiore al normale. Ora punterà, verosimilmente, tutto su Roma. Di certo ha un ritmo troppo veloce per gli altri, con accelerate pazzesche, soprattutto in dritto lungolinea in anticipo. Per non parlare del suo tempo sulla palla e della sua mobilità in campo con cui si muove rapidamente e facilmente, anche in avanti a rete. Oltre alla potenza, profondità, precisione e velocità dei suoi colpi. Tsitsipas è sembrato non riuscire a tenere lo scambio, la forza dei fondamentali di Rafa, ma soprattutto del cambio repentino improvviso di ritmo nello scambio appunto. Ha cercato di farlo spostare, ma lo spagnolo lo ha sempre anticipato e lo ha lasciato fermo con accelerate lungolinea sul lato di campo rimasto scoperto dal greco. Quando quest’ultimo lo ha attaccato, lo ha sempre passato a rete. Tuttavia alcuni punti molto belli li ha eseguiti Tsitsipas, che si è dimostrato generoso, ma forse un po’ stanco e soprattutto bisognoso ancora di migliorare e perfezionare la sua tecnica, in special modo al net (ha commesso, ripetiamo forse per il maltempo, molti gratuiti che ha sbagliato in maniera sciocca, volées comprese in primis). Con un Nadal in questo stato, però, è davvero difficile competere e non ce n’è per molti. Anche al greco ha concesso pochissimo e sbagliato ancor meno, ma soprattutto non ha sciupato pressoché nessuna occasione offertagli di palla break. Per lui era l’undicesimo titolo consecutivo qui a Barcellona: sicuramente forte l’emozione.
A proposito di gioia, la soddisfazione enorme dell’azzurro Marco Cecchinato per la vittoria sull’australiano John Millman all’Atp di Budapest, salendo così di fatto al n. 59 del ranking mondiale. 7/5 6/4 il risultato finale che mostra un certo equilibrio che ha caratterizzato il match. Entrambi tesi, in particolare Millman molto nervoso, mentre Cecchinato ha mostrato più autocontrollo, tranne nell’esplosione di felicità che non è riuscito a trattenere alla fine, quando si è sdraiato a terra sul campo per esultare per la vittoria. L’italiano parte bene, sembra superiore tecnicamente e avere più chiare le idee su come impostare il gioco: va 3-1, ha la palla del 4-1, ma poi non la sfrutta e così Millman recupererà terreno sino alla parità (sul 3-3); da qui si proseguirà fino a che l’azzurro non riuscirà a fare il break decisivo nel finale per il 7/5, con l’australiano che aveva avuto la palla per andare al tie break non concretizzata. Millman è ancor più nervoso, ma reagisce bene; diventa più aggressivo ed insidioso e rimonta: guadagna sempre più campo, tanto da volare in un attimo sul 4-1. Sembra partita da terzo set, l’azzurro rischia addirittura il 5-1, invece è 4-2, poi 4-3, l’italiano recupera fiducia e completa il recupero. Sul 4 pari, con due brutti errori di Millman, con tanto di doppi falli (rari nel match), c’è il break che fa intravedere a Cecchinato il titolo: è 6/4 con il nostro atleta in avanti a rete. Cinque games consecutivi e porta a casa il titolo, con un’emozione in più per aver anche vinto il derby azzurro in semifinale contro Andreas Seppi, in rimonta sotto di un set (con il punteggio di 5-7, 7-6, 6-3). I due tennisti sono uniti da una strana coincidenza: allenato agli inizi prima dallo zio Gabriele e poi dal cugino Francesco Palpacelli (allenatore anche in passato di Roberta Vinci), Cecchinato poi passò sotto la guida di Massimo Sartori e di Piatti: e proprio Sartori è stato nel team di Seppi. Qui a Budapest “Ceck” -come è soprannominato- ha compiuto un vero miracolo: partito dalle qualificazioni, aveva perso ed è stato poi ripescato come lucky loser. Un riscatto che vale doppio per il 25enne di Palermo che era stato squalificato per 18 mesi per presunte scommesse (pena sospesa nel dicembre del 2016 per un difetto procedurale) ed a pagare 40mila euro di multa; la pena era stata poi ridotta ad un anno di sospensione e a una multa di 20mila euro. Tra l’altro, da segnalare però che quell’anno, il 2016, vede anche la sua prima partecipazione in Coppa Davis contro la Svizzera (e vince anche il suo match contro Adrien Bossel per 6-3 7-5): in quell’occasione fu convocato da Corrado Barazzutti per il forfait e l’assenza di Fabio Fognini. Ora allenato da Simone Vagnozzi, nel suo angolo qui a Budapest abbiamo visto anche Vincenzo Santopadre.
Tra l’altro, curiosa coincidenza, al primo turno dell’Atp di Monaco, Marco Cecchinato ha incontrato proprio Fabio Fognini. Ha vinto in rimonta al terzo set per 5/7 6/3 6/2: era partito avanti 3-0 nel primo set, poi Fognini ha pareggiato, per andare a vincere nel finale nel game decisivo che avrebbe potuto portare al tiebreak Cecchinato, il che sarebbe stato anche giusto visto l’equilibrio del match. Nel secondo Marco è andato subito 2-0 ed ha continuato a dominare con la palla corta e le smorzate sotto rete a “ricamo”; nel terzo set era in vantaggio addirittura 4-1, ma Fabio non mollava, tanto da farsi male a una caviglia tentando un recupero su una smorzata, che lo avrebbe potuto portare 4-2, invece è stato 5-1 e, a quel punto, ognuno ha tenuto il proprio servizio e con un dritto a uscire in avanzamento, Cecchinato ha chiuso 6-2. Ora il siciliano affronterà al turno successivo Fucsovics. Un peccato per Fognini che, tra l’altro, promuoveva lo sponsor ufficiale del torneo, portando sulla maglia il logo dell’azienda di assicurazioni “Fwu” (che ha sedi in Germania, Francia, Italia e Spagna) di cui è “un’icona” che la rappresenta (insieme a Roberto Bautista Agut); tanto che il suo slogan è, come si legge sul sito, “il mio assicuratore di fiducia, forte come una squadra vincente!”. Molto nervoso all’inizio Cecchinato, ai due tennisti sono stati chiamati anche diversi falli di piede (molto rari nel tennis).
Tra l’altro, a proposito di azzurri, all’Atp di Monaco abbiamo visto (tra i veterani, anche di Davis) Paolo Lorenzi, che ha battuto Ilkel per 6/3 6/2; mentre (tra i giovani) ha perso un altro talento interessante: Matteo Berrettini, che ha incassato un netto, severo ed ingiusto 7/5 6/3 dal giapponese Taro Daniel, che tanto filo da torcere ha dato all’Italia in Coppa Davis nello scontro vinto contro il Giappone. Sicuramente, però, Berrettini ha dimostrato di essere un talento: valido tecnicamente, ha una buona personalità in campo, con la giusta aggressività e un buon schema tattico che applica con concentrazione, impegno e serietà; gli manca solo più esperienza, un po’ di precisione in più e -perché no- di fortuna.
Così come lacrime di gioia si sono viste nella finale, molto emozionante e difficile emotivamente per entrambi i finalisti, simile dell’Atp di Houston vinta da Steve Johnson. Lo statunitense ha battuto il connazionale ed amico Tennys (quasi a dire: un nome, un destino) Sandgren, al terzo set, con il punteggio di 7/6 2/6 6/4. Non è stata una finale avvincente solo o non tanto per la rimonta di Sandgren, con Johnson che sembrava uscito dal match nel secondo set e invece ritornava e chiudeva la partita, senza che l’altro facesse neppure in tempo ad accorgersene, il terzo in maniera memorabile. Resterà nella storia del torneo, non solo perché Johnson ha messo poi -per il secondo anno consecutivo- il sigillo su questo trofeo. Lo scorso anno, infatti, Johnson aveva battuto il brasiliano Thomaz Bellucci per 6/4 4/6 7/6. Quest’anno non ha sconfitto soltanto un avversario altrettanto ostico, ma quasi ha cercato di scacciar via il fantasma di un triste e doloroso ricordo di malinconia che lo legava all’Atp di Houston. Nel 2017 quando vinse c’era suo padre sugli spalti ad applaudirlo. Un mese dopo sarebbe morto e non vederlo ad esultare per lui sicuramente non è stato facile. La tenuta emotiva che gli si richiedeva era enorme. Al net è scoppiato in lacrime sulla spalla dell’amico avversario, anch’egli commosso e nervoso pere tutto il match evidentemente per la stessa ragione di un’assenza che però si faceva sentire molto. La dedica al padre della coppa ha fatto calare un’aura di umanità sul torneo sulla terra rossa di Houston difficile da dimenticare e che comunque non poteva passare inosservata.

Torneo di Miami 2018: vittoria di talenti ormai ‘cresciuti’

vincitori-miami-2018-696x338Come ogni anno, dopo il torneo di Indian Wells segue l’importante Master 1000 di Miami. E quest’anno l’America incorona due suoi campioni sempre più emergenti. Davvero “cresciuti” per dirla con il termine usato dal vincitore della sezione Atp: John Isner, quasi 33 anni, vero battitore di aces da record, tanto da chiudere il match (al terzo set) sul game decisivo (con un break di vantaggio strappato all’avversario) con un ace centrale, che faceva seguito ad altri due (sempre nello stesso game) oltre a un dritto vincente eccezionale. Un sogno per lui vincere in casa, in terra americana, il suo primo Master 1000 in carriera; su un avversario durissimo e ritrovato come Alexander Zverev. Isner ha vinto eliminando sia Cilic che niente di meno che Juan Martin Del Potro, campione uscente del precedente torneo di Indian Wells, in semifinale per 6/1 7/6(2). Evidenti le sue lacrime di commozione per il traguardo raggiunto nel finale, mentre in panchina quelle di amarezza, dispiacere, delusione, sofferenza, rancore, rabbia di Alexander Zverev (che ha rotto malamente una racchetta proprio dopo aver concesso il break fondamentale che ha portato Isner a servire per il match sul 5-4). Ma simpatica la dedica che John ha riportato sulla telecamera che lo inquadrava, scrivendo “he is risen”, “lui è cresciuto”: a chi si rivolgeva, a se stesso o all’avversario? Non c’è che dire che il livello di tennis di entrambi è stato altissimo e i successi collezionati dai due sempre più continui; due tennisti solidi e campioni di tecnica. Del resto ormai questa è l’ennesima dimostrazione anche da parte del tedesco di essere entrato a pieno regime nella top ten dei “grandi”, in grado di competere con i primi cinque più forti al mondo (solamente dopo Nadal, Federer e Cilic), seguito a poca distanza da Dimitrov. Ha surclassato ormai i giovani coetanei o vicini di età; come Coric e Pablo Carreno Busta, che ha sconfitto rispettivamente nei quarti (con un doppio 6/4, e lo stesso punteggio ha rifilato a Kyrgios negli ottavi; l’australiano aveva eliminato il nostro Fabio Fognini con un doppio 6/3 ai sedicesimi) e in semifinale (per 7/6 6/2). Oltre a questi, nei sedicesimi, il tedesco e testa di serie n. 4 del tabellone era venuto a capo di un duro match contro Ferrer, vinto al terzo set (per 2/6 6/2 6/4). Per lui comunque raggiungere di nuovo una finale con ottimi risultati, dopo un momento di appannamento, è sicuramente un segnale positivo.
Ma le gioie per i tifosi americani non sono finite qui, perché nel femminile si impone un’altra statunitense come Sloane Stephens, che torna a conquistare un torneo dopo la vittoria lo scorso settembre agli Us Open (sull’altra connazionale Madison Keys per 673 6/0). Nuova n. 9 al mondo, ha saputo riconfermare l’importante obiettivo raggiunto, dando prova e dimostrazione di un grande autocontrollo, non solo e non tanto per la preferenza per una superficie quale il cemento, quanto per la capacità di giocare davanti al pubblico di casa che si fa sentire eccome. Nel match di Isner più volte ha esultato e lo ha esortato, così come il campione americano lo ha incitato a supportarlo. Lo stesso ha fatto, a sua volta, anche Zverev, replicando persino gli stessi punti. Nel femminile non era facile mantenere la concentrazione contro un’avversaria come la Ostapenko, vogliosa anche lei di far vedere che l’exploit al Roland Garros non era solo una parentesi. Ma la Stephens ha dimostrato più intelligenza tattica. Inoltre, curiosità, sugli spalti ad assistere c’erano due Miss Florida; una bianca con i capelli ricci lunghi e biondi, l’altra di colore e mora: esattamente come Ostapenko e Stephens. Così come il torneo di Miami ha visto trionfare un tennista bianco e una tennista di colore. Sloane, tra l’altro, sembra destinata a voler rincorrere l’esempio tracciato all’epoca dalle sorelle Williams: e per gli Usa lei potrebbe essere a pieno regime un’atleta da Federation Cup. Per quanto riguarda la replica del duo delle Williams, potrebbe chiedere aiuto a un’altra giovane di colore, seppure nipponica: la giapponese Osaka, che ha fatto faville nonostante la giovane età, tanto da vincere agevolmente il primo turno anche al Wta di Charleston battendo nettamente l’americana Jennifer Brady con un doppio 6/4. Quello che stupisce di lei è la capacità di rimonta nel match, sotto nel punteggio, con un gioco tutto in anticipo sui tempi dell’avversaria, e in accelerata coi fondamentali. Così come ha sovvertito i pronostici di inizio match Sloane Stephens, a partire dalla finale. Stava perdendo dalla Ostapenko, eppure ha rimontato ed è andata a vincere in un duro tie-break nel primo set dominandolo per 7 punti a 5, giocando in maniera esemplare i punti decisivi. Infine ha dilagato ed è stata protagonista assoluta del secondo set, strapazzando per 6/1 la Ostapenko. Molto è dipeso dalla lettone, che ha fatto più colpi vincenti rispetto alla Stephens, ma il doppio degli errori gratuiti; inoltre non ha servito in maniera brillante, mentre Sloane ha avuto buone percentuali sia (soprattutto) di prima che di seconda. Sicuramente ammirevole l’impegno e lo sforzo di Jelena di fare sempre lei il punto, di costruirselo e di cercare di chiuderlo, ma meno buona una presa di rischio così alta, che l’ha portata a perdere il controllo dei colpi. Ma si conosce il suo carattere ostinato, determinata, gioca sempre per il tutto per tutto, al massimo, senza mai risparmiarsi. Lodevole la sua semifinale contro un’altra giovane americana emergente molto interessante (con buoni fondamentali e un gioco aggressivo valido e solido) come Danielle Collins, che ha battuto per 7/6(1) 6/3, Collins che tra l’altro ai quarti aveva eliminato proprio Venus Williams con il punteggio di 6/2 6/3. Sia Ostapenko che Collins hanno dimostrato di essere due tenniste in grado di costruirsi il gioco e dettare lo schema tattico, senza paura di tirare i colpi, anzi prendendosi rischi molto elevati. E proprio la Collins, insieme alla Stephens, potrebbero rappresentare le due nuove miss Florida del tennis. Di Sloane rimarrà impressa sicuramente la semifinale contro un’altra tennista ritrovata che forse meritava di più: la bielorussa Viktoryja Azarenka, reduce da un momento difficile (dopo l’assenza per gravidanza, la contesa del figlio con il compagno, il duro ritorno soprattutto a causa di una condizione fisica non al top in cui è apparsa molto dimagrita). Nella semifinale contro Vika era sotto di un set e la bielorussa, che mostrava un’ottima qualità di tennis, era in vantaggio 2 a 0 anche nel secondo. Poi la rimonta dell’americana sino al 3 a 2 e, da quel momento, ha preso sempre più campo fino ad impartirle un netto 6/2 6/1. Nel terzo set la Azarenka non ce la fa più, lotta tanto, ma non riesce a correre per un problema alla caviglia, o forse per la stanchezza di un match duro in cui ha speso tanto; ha tentato in tutti i modi di essere aggressiva, ma forse il forte vento le ha giocato contro. Ma la sua vittoria personale, come il suo nome, è scritta nelle sue scarpe: Leo, il nome del figlio, quello per cui lottare e combattere e continuare a giocare. Sempre, per rialzarsi dopo ogni sconfitta bruciante. Tuttavia di questo torneo resterà l’incetta di avversarie ‘nobili’ che ha battuto: la Bellis (per 6/3 6/0), la Keys per ritiro (sul 7/6 2/0 in suo favore), la Sevastova al terzo set in rimonta dopo aver perso il primo, la Radwanska con un doppio 6/2, la Pliskova per 7/5 6/3. Continua il periodo no di Radwanska e Karolina Pliskova.
La finale femminile. Si incomincia con i primi quattro games che sono una serie di break e contro break alternati. Fino al 2-2, dunque, totale equilibrio. Poi sul 4-3 c’è un altro break della Stephens, ma nel momento di andare a servire si fa strappare di nuovo la battuta e non è 5-3; non chiude e si arriverà sino al 5-5, poi di nuovo break di Sloane che, però, fallisce di nuovo l’occasione (forse per l’emozione). Si giunge a un meritato tie-break che, però, la Ostapenko gioca malissimo. La lettone cambia anche racchetta con una tensione di corda diversa, forse per trovare più sensibilità di palla, ma nemmeno questo basta ad impedirle di commettere il doppio degli errori gratuiti non forzati rispetto ai suoi vincenti, rispettivamente 48 a 25. Complice anche la percentuale bassa al servizio. Più aggressiva la Ostapenko cerca il vincente, ma rischia troppo e sbaglia, perdendo il controllo dei colpi; mentre Sloane vince di rimessa, con un gioco più contenitivo, di difesa, in sicurezza o almeno finché non trova fiducia e attacca. Jelena spreca tante energie e corre parecchio, in campo è molto generosa, non si risparmia. Del resto già in precedenza (con la Azarenka stessa) abbiamo visto la Stephens in difficoltà nel primo set e poi recuperare sempre meglio pian paino, fino a ‘sciogliersi’ del tutto. Forse la tensione di giocare in casa e in un torneo importante. Sloane, infatti, dopo il 7/6 del primo set, dilaga nel secondo set e fa doppio break alla Ostapenko: prima sul 2-1 e si porta 3-1 e poi 4-1 con il proprio servizio, e dopo sul 4-1 che la conduce sul 5-1 e a servire per il match; stavolta non fallisce l’occasione e con molto sangue freddo chiude la partita tenendo la battuta a 0.
Del resto altre volte nel tennis femminile abbiamo visto tenniste vincere puntando sull’errore dell’avversaria, o almeno cercando di far sbagliare molto l’altra atleta e tentando di mandarle fuori palla, con un gioco senza rischiare troppo. Era accaduto alla Sharapova contro la Niculescu al Wta di Doha, quando la rumena si è imposta sulla russa al terzo set, in rimonta dopo essere stata sotto di uno, con il punteggio di 4/6 6/4 6/3 mandando in confusione la siberiana e stracciandola con palle corte e smorzate velenosissime. Lo stesso fece la Kasatkina ad Indian Wells contro Venus Williams in semifinale (vinta dalla prima per 4/6 6/4 7/5) : l’americana l’ha persa per un soffio, devastata dalle continue corse laterali e a rete di un’avversaria che respingeva e prendeva tutto, che la costringeva a rischiare e spingere sui colpi per chiudere, non trovando più le righe nel finale per evidente stanchezza e appannamento fisico. La Kasatkina ha aspettato il momento giusto, l’ha lasciata sfogare e l’ha logorata, per poi mordere e attaccare lei per mettere a segno vincenti favolosi. Questo dimostra che occorre saper alternare il gioco difensivo a quello offensivo e non tenere sempre lo stesso ritmo. Questa una cosa che ha migliorato lo stesso Alexander Zverev, ma che deve incrementare per essere ancor più vincente: non giocare solamente in pressione sull’avversario, ma contenere anche a fasi alternate. Questo anche quello che manca un po’ ancora a Denis Shapovalov, che comunque è già a un buon livello, seppure non si ancora esploso del tutto. La capacità di mandare fuori palla l’avversario/a cambiando continuamente ritmo e tipo di colpo, così che vada fuori giri appena prova a spingere i colpi su palle prive di peso, puntando anche sul back e sui tiri lobati o lavorati (specie al servizio). Questo fa perdere sensibilità di palla e regala molti errori gratuiti non forzati appunto.
La finale maschile. Isner vince su Alexander Zverev per 6/7(4) 6/4 6/4. Il tedesco gioca bene il tie break del primo set, poi la partita continua in equilibrio e in parità fino al 4-4 nel secondo set in cui regala il 5/4: Zverev commette un errore di dritto clamoroso. Isner attacca e chiude con un dritto in avanzamento, dopo che il tedesco aveva avuto due colpi del contro break, si procura il vantaggio decisivo: un attacco col dritto straordinario e uno scambio che gli regala il più bel punto del match, passando Zverev a rete col dritto lungolinea, dopo averlo costretto al recupero due volte anche venendo in avanti con palle corte sotto il net, non solo facendolo correre lateralmente tanto; ma Zverev non ci sta e ricambia il punto alla stessa maniera, ma il servizio di Isner è troppo forte e chiude 6/4; così sarà anche nel terzo set quando regala il break sul 4-4 e suo servizio, portando alla battuta Isner sul 5/4 con un errore per cui il tedesco rompe la racchetta molto arrabbiato, che tira al pubblico. Più controllo e maturità dell’americano, ma uno Zverev davvero molto cresciuto.

Tennis, Coppa Davis e Wta di San Pietroburgo: infiniti Fognini e Kvitova

Fognini_363Un ‘gladiatore’ e un’”amazzone”, ovvero -rispettivamente- Fabio Fognini e Petra Kvitova (che conquista il Wta di San Pietroburgo con una wild card concessa dagli organizzatori). Il primo ha permesso all’Italia di Coppa Davis di qualificarsi ai quarti di finale, battendo il Giappone per 3-1. Gli azzurri si scontreranno con la Francia (campione uscente della Coppa), che ha sconfitto l’Olanda con lo stesso punteggio. Lo scontro avverrà, verosimilmente, dal 6 all’8 aprile prossimi a Genova, nella terra natìa proprio del tennista ligure che ha regalato alla sua squadra la qualificazione. Ricordiamo che il team italiano perse a Pesaro (sempre in Liguria) i quarti nel 2016 contro l’Argentina. Ora si spera che la terra rossa (su cui probabilmente si giocherà) permetterà quest’anno di disputare la semifinale. Sicuramente la superficie potrebbe rendere ancor più ‘ispirato’ Fognini, ma non sarà facile fronteggiare big del calibro di Tsonga e di Gasquet, o una coppia ‘mondiale da primato’ quale quella formata da Herbert e Mahut; ma il duo che abbiamo rivisto scendere in campo in Giappone, sul veloce indoor della Takaya Arena di Morioka, ovvero Fognini-Bolelli può fronteggiare chiunque: una coppia forte e solida che non teme nessuno, ma può giocarsela con la passione e l’entusiasmo che da sempre contraddistingue i nostri campioni azzurri. E quella italiana in Giappone è stata una vittoria di cuore. Felice, ma stremato, Fognini ha dato tutto, generosissimo. Uomo squadra ed emblema del team, ma soprattutto di questa gara con i nipponici. Se si volesse ricercare un’immagine che descriva lo scontro tra queste due squadre e che ha fatto la differenza è proprio la passione, il cuore, lo spirito di sacrificio per arrivare a vincere (spendendosi in toto): a un certo punto si è visto Fabio Fognini che, andando a prepararsi per servire, ha ricevuto le palline dai raccattapalle e una lo ha colpito -rimbalzando- al cuore, come a dire che era quello che stava mettendoci e occorreva adoperare. Mentre, dall’altra parte, il Giappone con i suoi uomini è apparso più come una macchina (perfetta, inarrestabile, in grado di respingere tutto, di massima precisione), ma che si poteva inceppare da un momento all’altro. E la differenza l’ha fatta la maggiore aggressività di Fognini, rispetto all’altro uomo-squadra dei nipponici Yuichi Sugita, più ancorato al fondo, al contrario del ligure più in attacco e in allungo. Tenuta mentale, ma anche fisica: stanchissimo, Fognini però non ha mollato ed è sembrata la maggiore resistenza fisica a fare la differenza contro Daniel. Di sicuro una Coppa Davis caratterizzata dalla lunghezza e durezza dei match, forse mai si è arrivati a così tanti scontri terminati al quinto set. Un gioco importante l’ha avuto il servizio, che ha permesso a Fabio di aggiustare il punteggio più volte. L’azzurro ci teneva molto e si è visto: concentrato fino all’ultimo punto, non ha mai creduto di poter perdere a nostro avviso, ma sempre di essere in grado di rimontare. La tenacia e la convinzione, o meglio l’auto-convincimento, gli hanno permesso di ribaltare il risultato; non solo, ma di vincere contro lo stesso avversario con cui aveva perso Seppi nel singolare di prima giornata, proprio perché a un certo punto è come se l’altoatesino avesse mollato, si fosse rassegnato, forse troppo stanco per una partita dura. Una gara di nervi e di tenuta mentale, anche a seguito di episodi che lo hanno fatto innervosire e che hanno visto Fognini gettare più volte la racchetta a terra. Dunque è stata la maggiore varietà di gioco e fantasia di schema tattico che ha favorito l’Italia di Coppa Davis rispetto al Giappone: esemplare nell’esecuzione delle volée (pressoché perfette) quando Fabio è venuto a rete, mentre meno preciso Sugita quando si è avvicinato al net (comunque anche lui un vero lottatore). Uno scontro all’ultimo punto, quello tra Italia e Giappone, di cui il match emblematico è stato il terzo singolare di seconda giornata tra Sugita e Fognini, che richiama un po’ tutto l’andamento degli altri. Ricordiamo che Fognini ha giocato (e vinto) anche il doppio con Bolelli, oltre gli altri due singolari, giocando quasi dodici ore in tutto. Solo lo scontro con Sugita, anch’esso terminato al quinto set, è durato più di quattro ore di gioco. Vediamo di riassumerne i passaggi focali.

Il match clou tra Sugita e Fognini. 3-6 6-1 3-6 7-6(6) 7-5 il risultato finale a favore di Fognini, per nulla scontato fino alla fine, in un continuo ribaltamento di punteggio nell’andamento del match e con molte occasioni non sfruttate e poi recuperate da ambo le parti. Il ligure inizia il primo set in sofferenza (prima dell’inizio lo abbiamo visto prendersi probabilmente una pasticca di antidolorifico), affaticato e addolorato. E, infatti, va sotto subito 2-0 nel parziale. Poi nel quarto game recupera il break, con un contro-break; ma, subito dopo, cede nuovamente il servizio (ed è, così, 4-2 per il giapponese) e successivamente il nipponico si porta sul 5-3. Fabio ha due palle break di nuovo sul 15-40, ma non le sfrutta e il primo set va a favore di Sugita per 6/3. Nel secondo set la situazione è completamente diversa, con Fognini avanti in apertura per 2-0 per lui stavolta, anche se deve annullare delle palle break. Poi conquista un secondo break, al sesto gioco, ed è una volata finale in bellezza tutta in discesa per il ligure sino al 6/1 con cui chiude il secondo parziale. Anche il terzo set è un continuo di break e contro break; parte Fognini che strappa la battuta e va in vantaggio, ma poi riperde il servizio al quarto game e -dopo il pareggio- si vede in svantaggio, sotto 2-4. Dopo il 4-3, ci sarà il break a 0 decisivo per Sugita, che lo porterà a servire per il 6/3, con cui chiuderà. Precedentemente, però, sul 3-2, per pareggiare i conti, c’è stato il game più lungo di tutta la partita (venti minuti circa con quasi una trentina di punti effettuati), che ha visto l’episodio più importante di tutto l’incontro e far volare sul 4-2 l’avversario; poi Fognini non è più riuscito a pareggiare sul 4 pari. Con un servizio del giapponese lungo, chiamato fuori in ritardo dal giudice di linea, per cui si era continuato a giocare e il punto è stato assegnato ugualmente al giapponese e non a Fognini, che avrebbe voluto ripeterlo. Immediata la reazione di Fabio nel quarto set, in cui va subito sul 3-0 con tre palle break per il 4-0 (non realizzato però). Sembra finita, invece Sugita recupera e con i contro-break del caso riesce a pareggiare i conti fino al 3-3. Di nuovo sembra l’apocalisse per l’azzurro, che cede la battura a zero e si ritrova sotto 5-3; ma lotta fino a che non va addirittura in vantaggio sul 6/5 a suo favore, non facendo non solo chiudere l’avversario, ma dominandolo. Andando a servire per il set sul 6-5 sembra tutto orientato già al quinto set, con Fabio avanti 30-0; ma non è così, perché si andrà al tie-break e il giapponese conquisterà subito un mini-break. Nervosissimo Fognini, ma non perde il controllo e la concentrazione, portandosi in vantaggio per 4 punti a due. Ma intanto deve anche fronteggiare il primo match point sul 6-5 di Sugita, a un passo davvero dal conquistare il match. Ma Fognini tirerà fuori il meglio di sé e conquisterà il tie-break. Al quinto set sembra la disfatta: sul 2-1 il giapponese trova il break e poi dal 3-1 va addirittura 4-1. Provvidenziale la richiesta del time out medico voluto da Fabio (per la fasciatura al ginocchio), che recupera energie e fa ordine dentro sé. Riuscirà ad arrivare, prima sino al 4 pari, poi a fare break e servire per il match sul 5/4; ma nulla, la partita deve continuare perché l’italiano non sfrutta l’occasione. Manca la chance concedendo il servizio niente di meno che a zero. Ma ecco subito che con un doppio fallo riconquista il break perso, strappando di nuovo la battuta al giapponese. E sul 6/5 non fallisce e chiude per 7/5 con un brutto errore di dritto di Sugita, che manda lungo un dritto facile -frontale e comodo-, al terzo match point utile per il ligure, che lo sfrutta e non sbaglia.

Gli altri risultati. E questo è solo un match esemplificativo di uno scontro durissimo tra Giappone e Italia, che ha visto molti dei match terminare in cinque set, in maniera molto lottata. Ad esempio, anche l’altro singolare di Fabio Fognini conTaro Daniel si è concluso con il punteggio di 6-4 3-6 4-6 6-3 6-2 a favore dell’azzurro, con molto equilibrio -spezzato però dai colpi improvvisati di talento istintivo del tennista ligure-. Oppure lo stesso match tra Yuichi Sugita ed Andreas Seppi, quest’ultimo superato dal nipponico con il parziale di 4-6 6-2 6-3 4-6 7-6, dopo tre ore e mezza di gioco. L’altoatesino (che tra l’latro ha perso anche all’Atp di Sofia contro il lussemburghese Muller) ha avuto un match point a conclusione del quinto set, poi però è apparso quasi come crollare fisicamente e mentalmente nel tie-break decisivo. Così vale anche per il doppio della nostra coppia formata da Fabio Fognini e Simone Bolelli, che hanno battuto per 7-5, 6-7, 7-6, 7-5, in 3 ore e 37 minuti di gioco, il doppio nipponico formato da Ben Mclachan e Yasutaka Uchiyama; sono venuti a capo di un match che si stava complicando solo con i cambi repentini di schema tattico: prima entrambi a fondo, poi avanti tutte e due a rete a coprire, ma soprattutto le entrate a spezzare il gioco sia di Fognini che di Bolelli. Una coppia collaudata e ben amalgamata, ormai consolidata e una garanzia per Corrado Barazzutti; infatti c’è stato un momento nel secondo set in cui Fabio si è innervosito ed è stato bravo Simone a calmarlo e a regolare il punteggio con due accelerate straordinarie di rovescio, davvero eccezionali. Poi Fognini è rientrato nel match e ha dato prova del suo miglior tennis in attacco, con volée e dritto; ma per entrambi fondamentale nel doppio è stato ritrovare il servizio nei momenti clou. Intanto i francesi Gasquet, Mahut, Paire, Simon, Chardy &co sono impegnati nel torneo dell’Atp di Montpellier nella Francia meridionale.

La finale femminile del Wta di San Pietroburgo. Se Fognini è stato l’uomo Coppa Davis (come Sugita per il Giappone), non meno immensa è stata Petra Kvitova al Wta di San Pietroburgo. Gli organizzatori le aveva concesso una wild card e lei è arrivata in finale e ha vinto su un’altrettanto volenterosa Mladenovic; ma non è bastato a frenare un’inarrestabile e infinita ceca, che è stata impeccabile in tutto: dal servizio, all’attacco, ai fondamentali e alle accelerate improvvise, precise e potenti. Ha fatto la differenza con la potenza e profondità dei colpi, ma soprattutto con l’aggressività di gioco; rispondendo a tutte le battute (sia le prime che le seconde) della francese, cercando la risposta vincente subito immediata; il suo obiettivo era giocare su pochi scambi e cercare di scambiare il meno possibile essendo lei la prima a cercare la soluzione vincente o comunque a variare la direttiva del gioco. Ha mandato in confusione la Mladenovic che si è arresa, non sapendo più cosa fare. La Kvitova ha chiuso rapidamente in poco più di 50 minuti di gioco, neppure un’ora le è servita per venire a capo di un match semplice: le è bastato molto meno per impartire un duro e netto 6/1 6/2 alla testa di serie n. 4. Aveva iniziato (dopo il turno preliminare) giocando e vincendo al primo turno facilmente con la Vesnina per 6/2 6/0; poi aveva faticato di più con la Begu, finendo al terzo set e trionfando per 6/3 1/6 6/1; e ancora, di nuovo facile contro la Ostapenko, che ha stracciato con il punteggio netto molto severo di 6/0 6/2; fino ad arrivare allo scontro contro la Goerges (vincitrice del torneo di Auckland su Caroline Wozniacki per 6/4 7/6), una sorta di vera finale. Le due tenniste si contendevano non solo la finale, ma anche la possibilità di entrare in top ten, ma Petra era troppo ‘ispirata’ per poter essere dominata e, sebbene abbia sofferto un po’, è venuto a capo di un match che ha regalato alla Goerges tuttavia la posizione n. 10 del ranking mondiale. 7/5 4/6 6/2 il risultato finale della semifinale, in cui una volenterosa Julia nulla ha potuto: Petra tira tutto, a partire dalle risposte sul suo servizio e fa male soprattutto col dritto potente, a rete poi è impeccabile. Con il titolo conquistato a San Pietroburgo la Kvitova diventa n. 12 al mondo e ritrova fiducia dopo l’infortunio alla mano subito a seguito di un’aggressione avuta in casa. Tra l’altro la Goerges aveva eliminato la nostra Roberta Vinci con il punteggio di 7-5 6-0, in una partita durata poco più di un’ora e un quarto. Che dire poi della finale contro la Mladenovic? Pressoché perfetta (69% di prime servite e un primo set chiuso dopo poco più di mezzora), ha tremato solamente giusto un attimo quando è andata a servire sul 5/1, cedendo la battuta, ma strappandola immediatamente dopo all’avversaria e concludendo in maniera magnifica; tanto che anche l’avversaria ha dovuto inchinarsi a una simile maestria; per sdrammatizzare, durante la premiazione ha scherzato amaramente: “il pubblico sarà pentito per avere pagato il biglietto per una partita così breve e poco combattuta”. Forse colpa di un po’ di stanchezza per la dura semifinale disputata contro la Kasatkina, terminata per 3/6 6/3 6/2. Tuttavia un buon torneo anche per la francese, che ha detto di sentirsi a casa e molto soddisfatta del suo gioco, che ha convinto ed è sembrata anche lei ritrovata e ritornata: tanto che al Wta di San Pietroburgo aveva impartito un doppio 6/4 alla Cibulkova e un netto 6/4 6/3 alla Siniakova. Peccato per lei che era campionessa uscente, avendo vinto qui lo scorso anno sulla Putinseva per 6/2 6/7 6/4.

Corsa agli Australian Open: Ok Kerber e Del Potro e Bautista-Agut

Tennis - Sydney International - Sydney Olympic Park, Sydney, Australia, January 13, 2018. Germany's Angelique Kerber kisses the trophy after winning the Women's final against Australia's Ashleigh Barty. REUTERS/Steve Christo

Tennis – Sydney International – Sydney Olympic Park, Sydney, Australia, January 13, 2018. Germany’s Angelique Kerber kisses the trophy after winning the Women’s final against Australia’s Ashleigh Barty. REUTERS/Steve Christo

Ormai tutto è puntato sugli Australian Open, al via da lunedì 15 gennaio, tanto che già sono arrivati i primi risultati delle qualificazioni. Tra gli azzurri passano Lorenzo Sonego, che ha sconfitto l’egiziano Safwat per 6/3 7/5 e Salvatore Caruso, che ha battuto Gombos per 3/6 6/3 6/3; hanno perso, invece, Alessandro Giannessi da Escobedo in due set (per 6/3 6/2) e Stefano Napolitano, eliminato al terzo set dal canadese Pospisil. Per quanto riguarda gli scontri di tabellone, invece, al primo turno Paolo Lorenzi avrà Dzumuhr, Fabio Fognini Zeballos, Andreas Seppi una wild card (il francese Corentin Moutet), Francesca Schiavone la lettone Jelena Ostapenko e la Giorgi, dopo un primo turno agevole contro una giocatrice uscente dalle qualificazioni, avrà un match meno facile o contro l’australiana Ashlegh Barty o Aryna Sabalenka. Il main draw del tabellone maschile si rivela particolarmente interessante perché vede Roger Federer, Novak Djokovic e Alexander Zverev dalla stessa parte. Più aperto il tabellone femminile, con il forfait di Serena Williams – che salterà gli Australian Open -.
Ma prima i tornei di Sydney (Wta ed Atp) e l’Atp di Auckland hanno regalato episodi significativi. Uno simpatico da segnalare a parte è stata la divertente danza di Andrea Petkovic, contro la svizzera Belinda Bencic, al torneo Koyoong Classic, durante una lunga interruzione per pioggia; mentre hanno mandato in diffusione della musica durante la sospensione, la giocatrice tedesca ha animato la pausa ballando con euforia alcuni passi sulle note mandate in diffusione appunto durante uno stop che dunque si è rivelato esilarante, originale e fuori del comune, di certo insolito e inusuale.
Ma veniamo agli altri tornei. Il Wta di Sydney ci ha regalato il ritorno di Angelique Kerber: l’ex numero uno tedesca torna a vincere il suo primo torneo dell’anno, dopo un 2017 un po’ altalenante (di poche luci e molte ombre); si impone proprio sulla Barty (che partiva da qualificata), facilmente, in due set in cui domina, nonostante la caparbietà della giocatrice australiana. Con un doppio 6/4, in poco più di un’ora, viene a capo di un match che non l’ha mai impensierita troppo: i suoi colpi si sono rivelati più potenti e profondi, si è mossa bene in campo e ha corso in maniera composta, è venuta a rete dimostrandosi a suo agio. La cosa che le ha funzionato di più -però-, e che forse le ha regalato la chance in più, è stato il servizio: ben l’81% di prime vincenti servite, con ben quattro break point conquistati, non è una percentuale da poco. Tra l’altro la Barty potrebbe essere l’avversaria della Giorgi al secondo turno degli Australian Open, una giocatrice regolare comunque insidiosa – tanto da battere Daria Gavrilova in semifinale al terzo set (per 3/6 6/4 6/2) a Sydney-; il nome della tennista marchigiana, però, si lega anche a quello di Angelique Kerber. Il Wta di Sydney, infatti, ha regalato non poche emozioni a Camila Giorgi, artefice di un ottimo torneo; una corsa che procedeva tranquilla e spedita (in discesa per lei e in salita per le avversarie) sino a quando non ha incontrato in semifinale proprio la tedesca, che si è sbarazzata dell’azzurra con un netto 6/2 6/3. L’italiana ha giocato bene, ma è sembrata un po’ più fallosa del solito. Ha rischiato tanto, troppo; comunque è riuscita a tenere la partita abbastanza in equilibrio, anche se nel giro di poco si è trovata sotto di un set. Dopo aver perso il primo set, però, la tennista nostrana ha avuto una grossa opportunità che non ha sfruttato; non ha saputo cogliere il leggero momento di calo, deconcentrazione e di black out della tedesca per portare il match al terzo set. Aveva l’occasione di conquistare il secondo parziale. Era avanti 3-0 con anche la palla del 4-0 a disposizione: una vera chance irripetibile. Invece -non solo ha mancato quella-, ma si è fatta anche rimontare sino al 3-3 e poi superare sino alla chiusura del set per 6/3 (dunque senza più conquistare neppure un altro game). Comunque un torneo che le ha regalato soddisfazioni. Nei precedenti turni, infatti, la Giorgi aveva conquistato due importanti vittorie: prima sulla ceca Petra Kvitova per 7/6(7) 6/2 (giocandosela alla pari contro i colpi potenti della Kvitova), poi sulla Radwanska, impartendo una dura lezione alla polacca infliggendole un amaro 6/1 6/2 (con Aga completamente oscurata da una Giorgi decisamente in giornata e in forma, in uno splendido stato di grazia: forse il suo miglior match di sempre). Contro la Radwanska le è riuscito praticamente tutto e il risultato così netto le dà ancor più prestigio; ma il match contro Petra Kvitova sicuramente è da incoronate per l’equilibrio lottato tra le due.
Per quanto riguarda il maschile, la sezione maschile dell’Atp di Sydney regala una duplice sorpresa, proveniente da due giovani. Innanzitutto è il giovane Medvevdev (contro cui ha perso Fabio Fognini) a conquistare il titolo, vincendo il suo primo torneo al terzo set. Dunque una finale equilibrata e lottata, terminata a suo favore per 1-6 6-4 7-5. Ma ancor più stupefacente è conoscere chi era il suo avversario: la giovane rivelazione tutta australiana Alex De Minaur. Medvedev, proprio come contro Fabio Fognini, rimonta dopo ver perso il primo set. Classe 1996 lui, natìo di Mosca, classe 1999 l’altro (originario proprio di Sydney), sono simili come tattica di gioco e fisicamente: entrambi alti (Medvedev sfiora per poco i due metri, raggiungendo il metro e 98 di statura) e longilinei, esili ma non deboli, i loro colpi fanno molto male per la loro regolarità e incisività.
L’altro Atp in Nuova Zelanda ad Auckland ha mostrato due giocatori eccezionali. Un ritrovato Del Potro, che arriva in finale convincendo. Sconfigge prima Shapovalov per 6/2 6/4, poi Khachanov per 7/6(4) 6/3; ma non è solo un giustiziere dei Next Gen, ma si dimostra competitivo con i più forti, stracciando con un doppio 6/4 lo spagnolo David Ferrer. Con il potente dritto e il servizio ritrovato ha fatto faville, sicuro e abbastanza costante nel rendimento. Dall’altra parte lo spagnolo Roberto Bautista-Agut, che ha entusiasmato il pubblico soprattutto nella semifinale avvincente contro Robin Haase: finita al terzo set, tutti e tre terminati al tie-break (rimontando sotto di un set), per 6/7(7) 7/6(3) 7/6(5); nel primo set Haase gioca bene ed è anche più preciso di Bautista-Agut, continuando a giocare bene anche nel secondo sembrava favorito e destinato alla vittoria; poi lo spagnolo riesce a strappare il secondo set al tie-break, forse per un leggero calo di stanchezza dell’avversario e qualche errore gratuito in più di troppo; ma, a quel punto, trova sempre più fiducia e si impone in modo sempre più incisivo nel set, guadagnando sempre più campo e facendo correre sempre di più Haase (mentre nel primo era stato il contrario). Quest’ultimo riesce comunque a tenere in equilibrio il match e portarlo al tie-break, ma l’altro sembra più lucido e giocare meglio i punti decisivi, che gli regalano la finale contro Del Potro.
Quest’ultima è speculare alla semifinale appena descritta. 6/1 4/6 7/5 il punteggio finale a favore, a sorpresa forse, proprio dello spagnolo Bautista-Agut. All’inizio è lui che muove l’argentino in campo e ha migliori percentuali al servizio (con 5 aces a 2 messi a segno); l’arma vincente si dimostrerà il suo dritto (anche a sventaglio) ad uscire in cross sul rovescio di Del Potro. Non c’è storia: troppi punti vincenti in più per lo spagnolo e troppi errori gratuiti per l’argentino; il parziale di 6/1 non lascia spazio ad equivoci. Ma, si sa, l’argentino è un grosso lottatore e non molla mai. Anche il secondo set continua con un livello migliore da parte di Bautista-Agut, che però si va sempre più affievolendo. Del Potro ritrova il servizio, mentre lo spagnolo commette qualche doppio fallo di troppo (ben 4) anche sui punti decisivi. E così l’argentino chiude il secondo set per 6/4. Nel terzo c’è sempre più equilibrio: Del Potro che cerca di puntare sulla sua arma vincente dell’accelerata potente di dritto, mentre Bautista-Agut che cerca di spostare la traiettoria dei colpi sul suo rovescio. Ma quest’ultima tattica sembra riuscire sempre meno allo spagnolo e il favorito pare essere diventato proprio l’argentino. Se tutti possono pensare a Bautista-Agut come l’erede e sostituto di Nadal, tutti di certo ora vedono l’argentino destinato a conquistare i prossimi Australian Open. Invece c’è il flop di Del Potro, che in vantaggio sul 5/4 potrebbe chiudere 6/4 anche il terzo e decisivo set e invece si fa rimontare sul 5-5. A quel punto tutti pensano al tie-break, anche finale giusto di un match lottato ed equilibrato; ma è Roberto Bautista Agut a fare il break decisivo e chiudere (con un’accelerata di dritto eccezionale, veloce, potente e profonda, sul rovescio di Del Potro) per 7/5 la finale e conquistare il titolo all’Atp di Auckland: riassunto, la testa di serie n. 5 batte la n. 2 in un match emozionante e altalenante. Di certo la summa di tutto è che entrambi i giocatori sono destinati ad essere protagonisti agli Australian Open 2018 e ad arrivare sino in fondo al Grand Slam.

Tennis: uomini a Shanghai e Stoccolma, donne
ad Hong Kong e Tianjin

roger federer

Nel tennis i nomi di queste ultime due settimane sono: Roger Federer, Rafael Nadal, Juan Martin Del Potro, Grigor Dimitrov, Fabio Fognini, Jerzy Janowicz, Maria Sharapova, Aryna Sabalenka, Sara Errani, Anastasija Pavljučenkova, Daria Gravilova. Andiamo con ordine.

Roger Federer conquista l’Atp di Shanghai con una finale perfetta su Rafael Nadal battendo lo spagnolo per 6/3 6/4 (che durante la premiazione si complimenta con l’altro per la straordinaria partita interpretata): toglie il tempo e il ritmo all’avversario, mandando in confusione un falloso (e nervoso) Rafa. Lo svizzero è in forma davvero smagliante e si prepara con fiducia ed ottimismo ad affrontare il torneo di casa a Basilea. Sembra davvero a un passo (attuale n. 2 del mondo) dal replicare il momento di gloria del 2004, quando dominò incontrastato la vetta della classifica mondiale. Molto positiva la vittoria in semifinale su Juan Martin Del Potro, in rimonta per 3-6 6-3 6-3; una battaglia di nervi vinta dall’elvetico, che fa la differenza sul 3-3: un game lunghissimo, più di venti colpi giocati, in cui l’argentino non riesce a portarsi avanti nel punteggio e si innervosisce, infastidito anche dal movimento del pubblico sugli spalti, che costringe gli organizzatori e l’arbitro a chiedere in cinese di fare silenzio e di prendere posto rapidamente.

Molta preoccupazione aveva destato il suo polso, dopo una brutta caduta con il peso del corpo proprio sul polso a cui aveva subito tre interventi. Invece Juan Martin Del Potro, uscito in semifinale a Shanghai per mano di Nadal (perdendo per 6-4 0-6 3-6 2-6), si dimostra un combattente doc e arriva a giocare la sua 20esima finale in carriera all’Atp di Stoccolma, contro Grigor Dimitrov. Tutti davano il bulgaro per favorito, dato l’ottimo momento agonistico che sta vivendo (e le vittorie a Brisbane, Sofia e Cincinnati di quest’anno). Invece Grigor si deve arrendere all’argentino: per lui i 55mila euro di montepremi e punti preziosi che comunque lo fanno salire in classifica. Il bulgaro ad ogni modo c’è, ma – clamorosamente – nella finale contro l’argentino appare come sfiduciato, meno aggressivo e determinato del solito; attacca, ma viene infilato dai passanti fulminanti di Juan Martin, gioca troppo sul dritto potentissimo dell’avversario e invece usa poco le palle corte, ma è generoso nel lottare. Più bravo e più paziente l’argentino, che tiene bene lo scambio ed è impeccabile. E si aggiudica così, – per la seconda volta consecutiva – il titolo, confermandosi vincitore assoluto. Dimitrov si afferma campione di sportività con i suoi abbracci sinceri di congratulazioni che ha rivolto sia a Fognini che a Del Potro. Quest’ultimo ha fatto la differenza con il servizio (con percentuali di prime e di seconde nettamente più alte, superiori di almeno un buon 10-15% rispetto a quelle di Dimitrov), con cui ha recuperato molte volte lo svantaggio nel punteggio alla battuta appunto; per non parlare poi degli aces messi a segno (saranno ben nove alla fine del match per l’argentino).

Sembrava davvero il momento di Dimitrov che, invece, ha un attimo di stand by, un po’ come Nadal. Forse pagano un po’ la stanchezza per i tanti incontri giocati, tanto che Rafael Nadal non sa se scenderà in campo a Basilea. Lo spagnolo è sempre n. 1, ma sicuramente la sconfitta contro Roger Federer gli pesa. Ai quarti di finale di Shanghai contro Grigor Dimitrov (che sconfigge per 6-4 6-7 6-3), inchiodato dalle risposte vincenti e dai servizi potenti del bulgaro, lo spagnolo si innervosisce e cerca di intimorire l’avversario. Si dimostra anche lui aggressivo in risposta e riesce a centrare la finale. Si gioca con il tetto coperto, per il maltempo che imperversa da giorni, dove sono rappresentati i petali di una magnolia. Perde Rafa contro Federer, ma non sembra intenzionato ad arrendersi. Viceversa Dimitrov si rende protagonista di due altri interessanti match di grande livello nell’Atp di Stoccolma. Al secondo turno contro il giovane polacco Jerzy Janowicz (classe 1990), degno dei migliori NextGen, che batte per 7/5 7/6. E contro Fabio Fognini, che disputa davvero un bel torneo qui in Svezia, ma deve arrendersi al bulgaro in semifinale per 6/3 7/6(2); il punteggio non rende giustizia al ligure, perché ci vuole davvero il miglior Dimitrov per batterlo e Fognini lotta e corre su ogni palla e adotta ogni tipo di colpo per cercare di mettere in difficoltà l’altro. Ma in finale arriverà Grigor.

Per quanto riguarda il tennis italiano – poi – da segnalare il ritorno (dopo due settimane di squalifica per positività – da presunta contaminazione indiretta e non da assunzione volontaria – al letrozolo) di Sara Errani. La tennista romagnola prima arriva in semifinale al Wta di Tianjin in singolare, dove invece vince in doppio con la Begu. Poi si aggiudica l’ITF di Suzhou, in Cina (con un montepremi di circa 60mila dollari), battendo agevolmente (in meno di un’ora, appena 50 minuti di gioco) la cinese 19enne Hanyu Guo con un punteggio drastico di 6/1 6/0. Concede solo un game questa tennista grintosa e vogliosa di tornare a vincere.

Ma il Wta di Tianjin segna il ritorno anche di un’altra tennista: l’ex numero uno Maria Sharapova (che qui aveva ottenuto una wild card). La siberiana rivive l’euforia del 2005 (quando era al vertice del ranking mondiale) e regala una finale “entusiasmante” – per sua stessa ammissione – contro la rivelazione del torneo: la 19enne bielorussa Aryna Sabalenka. Vero talento indiscusso, si dimostra molto ostica, giocatrice completa e solida, in grado di mettere molto in difficoltà qualsiasi avversaria con colpi precisi, potenti e di gran classe. Capace di fare qualsiasi cosa, coraggiosa, lotta e – aggressiva – non si lascia intimorire; mette a segno numerosi aces e viene a rete con buoni risultati. Con un titolo ITF all’attivo, tutti si rendono conto che è destinata a ben migliori e più alti traguardi. Dopo aver eliminato Sara Errani, approda in finale e sta quasi per avere la meglio sulla Sharapova (che vincerà con il punteggio di 7/5 7/6 – per 8 punti a 6 -). Ci vuole tutta la determinazione, la grinta, la rabbia e l’orgoglio della tigre siberiana per non cedere, non mollare e recuperare. Sempre in rimonta, la Sabalenka avrebbe potuto chiudere il match: due volte avanti di un break, si fa strappare il servizio e pareggiare; giusto il tiebreak del secondo set, lottato e giocato magnificamente dalla Sharapova. In lacrime la Sabalenka per l’occasione sfumata, gioia ed esultazione per Maria (che subito immortala il successo con un selfie con i fan). Però, nel successivo Wta di Mosca in casa, la siberiana non riesce a rendere altrettanto ed esce al primo turno eliminata dalla Rybarikova per 7/6 6/4. Un torneo cui teneva particolarmente e in cui non riesce a disegnare un altro traguardo. Forse ha accusato un po’ di stanchezza per tutte le partite giocate.

Al di là dei giochi di parole, la vittoria di una finale è sembrata un po’ una maledizione anche per la russa Anastasija Pavljucenkova. Vincitrice su Daria Gravilova del torneo di Hong Kong; qui si era imposta in tre set sulla tennista russa naturalizzata australiana con il punteggio di 5-7 6-3 7-6(3). Eppure – subito dopo – al successivo torneo di Mosca è uscita al primo turno per mano della Kasatkina (che arriverà in finale dove sarà battuta dalla Goerges per 6/2 6/1) in due set netti con un parziale di 7/6 6/1 (crollando nel secondo set, senza storia).

Sicuramente una finale avvincente e lunghissima quella con la Gavrilova ad Hong Kong; che ha qualcosa a che fare con quella maschile di Shanghai. Numerose le interruzioni per pioggia, così come nel maschile si era dovuto giocare in più giorni con il tetto coperto. Poi una curiosa alternanza di chiamate per il medical time out: prima della Pavljucenkova per problemi all’addome (vicino all’anca e all’inguine); poi della Gavrilova per un infortunio alla coscia destra (torna in campo con una vistosa fasciatura forse per un risentimento muscolare); infine di nuovo di Anastasija per un dolore alla spalla. Le due si rincorrono anche nel punteggio e sono molte le palle break, i set point ed i match point sfumati prima del punteggio definitivo. Forse la russa è stata avvantaggiata dalla maggiore potenza e profondità di colpi, che all’inizio l’hanno vista favorita rispetto a quelli di una Gavrilova – dotati, però, di maggiore rapidità e velocità – sicuramente più mobile in campo. Quando, infine, la Pavljucenkova ha ritrovato il potente servizio (con molti aces messi a segno) è riuscita a sferzare il colpo decisivo per mettere la firma su questa finale e su questo torneo.

US Open 2017: big Nadal e derby tra americane in finale alla Stephens

rafael-nadal-us-open-first-roundChe cosa è successo quest’anno agli US Open? Di tutto e di più. Difficile descrivere quale sia stato il momento topico e più caratterizzante di un’edizione 2017 ricca di emozioni contrastanti. Innanzitutto subito ha fatto notizia la wild card concessa a Maria Sharapova; poi l’attesa è salita quando si è saputo che al primo turno la russa si sarebbe scontrata con la numero 2 al mondo (che inseguiva la prima posizione nel ranking mondiale), ovvero Simona Halep; entusiasmo successivamente montato alle stelle quando la siberiana ha vinto sulla rumena in tre set (per 6-4, 4-6, 6-3) e tutti già vedevano Masha lanciata in semifinale, per via di un tabellone accessibile (invece al secondo turno ha battuto la Babos faticando al terzo set, poi la Kenin in due set, per poi perdere dalla Sevastova, sempre al terzo set). Dall’altra parte, il tabellone maschile incuriosiva per i forfait di Murray (molti hanno avuto da ridire perché si è tirato indietro a tabelloni già formati nel primo giorno di qualificazioni), Djokovic e Raonic: il primo per problemi all’anca, il secondo per l’infortunio al gomito e il terzo per l’operazione al polso. Ma il serbo è stato, comunque, al centro delle attenzioni con la notizia della nascita della sua secondogenita (chiamata Tara), avuta dalla moglie Jelena (dopo il piccolo Stefan); così come anche Serena Williams, nonostante l’assenza, ha fatto parlare di sé diventando anche lei mamma per la prima volta di una bambina. Viceversa, notizie meno buone sono venute dalle condizioni meteo: la pioggia ad inizio torneo ha fatto giocare solamente con il campo centrale coperto e provocato diverse interruzioni e sospensioni dei match; nel finale l’arrivo e il passaggio dell’uragano Irma sulla Florida ha destato preoccupazione: molti giocatori hanno dedicato un pensiero alle vittime, in primis Venus Williams che lì ha la famiglia, ma anche il vincitore del tabellone maschile.  Ed è stato proprio lo spagnolo Rafael Nadal a replicare l’impresa compiuta al Roland Garros: se lì era salito a quota dieci edizioni vinte, con la conquista quest’anno del titolo allo Slam americano si porta a sedici vinti in tutto. Il campione di Maiorca ha dominato in finale l’americano Kevin Anderson per 6/3 6/3 6/4, togliendogli il tempo, con un’aggressività e un’incisività notevoli: non solo è venuto molto spesso a rete, ma è stato velocissimo negli spostamenti, nel raggiungere il net e le palle dell’avversario e, soprattutto, a non dargli ritmo, rispondendo con passanti micidiali ai suoi attacchi; superiore in tutto, le sue percentuali parlano chiaro: quelle di servizio sono molto più alte e positive di quelle dell’americano, i vincenti pure, le palle break sfruttate e realizzate lo stesso; viceversa non ha funzionato il servizio di Anderson, che ha realizzato molti meno aces del previsto e non è stato brillante nelle volées come al solito. Nadal, infatti, ha avuto molte chances di chiudere prima e più facilmente la partita. Lui ha detto di essere sempre stato convinto di poter vincere, ha voluto ricordare tutti i cittadini americani in difficoltà a causa di Irma, si è detto entusiasta per questa vittoria in uno Slam straordinario che gli dà una carica incredibile. Se prima del match aveva detto che -a suo avviso- avrebbe vinto chi avrebbe giocato meglio, la risposta non ha tardato ad arrivare: lui ha completamente dominato una finale che sarebbe potuta essere anche più equilibrata. Curiosità: correva l’anno 1998 quando i due si scontrarono, giovanissimi, allo Stuttgart Junior Mastres. Quella femminile non ha regalato meno emozioni. Se nel 2015 c’era stata quella tra due italiane, quest’anno -per la gioia di tutti gli statunitensi- è stata la volta di due americane. Non accadeva dal 2002, quando si affrontarono le sorelle Williams. Ed in semifinale erano state addirittura quattro (Coco Vandeweghe, Venus Williams, Madison Keys e Sloane Stephens). Sono state le ultime due ad arrivare in finale: la “pargola” della Davenport aveva eliminato la prima delle quattro citate per 6/1 6/2, l’altra la maggiore delle sorelle Williams (con il punteggio, lottatissimo, di 6/1 0/6 7/5). Sloane, poi, ha giocato la migliore delle sue partite proprio in finale, aggiudicandosi un assegno di circa tre milioni di dollari. Viceversa l’emozione ha bloccato Madison, che è stata molto fallosa e non è riuscita minimamente ad impensierire l’avversaria, che è stata perfetta mettendo a segno passanti e accelerate (soprattutto di dritto e incrociate, anche in cross stretto) impressionanti. Giocatrice inaspettata, ha impressionato tutti a sorpresa, giungendo prima in finale e poi conquistando il titolo (è il suo primo ed unico Slam). Netto e severo il parziale inflitto a una Keys in confusione, visibilmente emozionata e commossa (in lacrime, quasi amareggiata, dispiaciuta e delusa di non riuscire ad imprimere il suo miglior gioco), di 6/3 6/0. La Keys era testa di serie n. 16 del tabellone, mentre non era testa di serie Sloane; ma non è nuova a buoni exploit negli Slam: ricordiamo che arrivò in finale in doppio nel 2008 con la Burdette proprio qui agli Us Open e che, l’anno successivo, al Roland Garros del 2009, nel singolare donne perse in semifinale da Kristina Mladenovic. Giocatrice simpatica, tornava da un lungo infortunio e, soprattutto, ben conosceva la Keys e la Davenport. È stata anche commentatrice per TennisChannel e ciò l’ha aiutata a studiare e conoscere meglio le avversarie, oltre a divertirsi molto. A provocare la standing ovation del pubblico, però, in finale contro la Keys è stata la splendida e sincera amicizia (confermata apertamente dalle due) delle tenniste, che si sono prima abbracciate a fine partita e poi si sono messe a chiacchierare tranquillamente sulla panchina in attesa della premiazione, scambiandosi bei sorrisi reciproci. Lungo l’applauso del pubblico per loro.

Ma le finali sono legate un po’ anche all’Italia. È stato, infatti, Kevin Anderson (nel maschile) a sconfiggere il migliore degli azzurri a questo Grand Slam: Paolo Lorenzi, al quarto turno, per 6/4 6/3 6/7 6/4. Lorenzi ha fatto il massimo contro un americano ispirato; precedentemente era stato protagonista di uno dei due derby italiani con Fabbiano (che aveva battuto per 6/2 6/4 6/4); l’altro era stato quello tra Stefano Travaglia e Fabio Fognini. Il ligure è uscito di scena per mano dell’altro con il punteggio di 6-4, 7-6, 3-6, 6-0, ma la peggiore delle conseguenze è stato l’insieme di sanzioni per gli insulti che ha rivolto alla giudice di linea (per cui si è scusato pubblicamente): ha perso i punti e i soldi di questo Grand Slam, non ha potuto giocare neppure il doppio con Simone Bolelli di terzo turno, ha dovuto pagare una multa di 24mila dollari (pari a circa 20mila euro), rischia la radiazione da tutti i Grand Slam. Il tennista ha riconosciuto di aver sbagliato, ma non sarà facile riprendersi. Come noto, è legato da tempo a Flavia Pennetta (da cui ha avuto il piccolo Federico) che qui vinse nel 2015 contro Roberta Vinci (uscita al primo turno, ma che è come avesse trionfato tornando in possesso di una copia del piatto conquistato in quanto finalista e che le era stato rubato, che gli organizzatori le hanno donato quest’anno). Quindi al caso Sharapova si è affiancato quello Fognini. Alle brutte notizie dell’uragano Irma e della sanzione per il ligure, le buone notizie non solo delle nuove nascite per alcuni dei campioni più amati, ma anche di storie a lieto fine (sia nel maschile che nel femminile). Il nostro Stefano Travaglia, infatti, ha avuto in passato un episodio simile a quello di cui è stata vittima Petra Kvitova, ovvero l’incidente a una mano che sembrava destinarli a tenerli per sempre lontano dai campi da tennis e che invece li vedono ancora qui sempre più in forma. La ceca è stata una delle tenniste più al top in questi Us Open: è stata sconfitta da Venus per 6/3 3/6 6/7, dopo aver eliminato per 7/6 6/3 la Muguruza, che non ha vinto, ma è diventata numero uno; spodestando, così, la Pliskova. Karolina ha annunciato le sue prossime nozze e, soprattutto, di voler devolvere circa 200 euro per ogni ace segnato durante il torneo al Centro di Ematologia e Oncologia per bambini del Motol University Hospital di Praga; sono stati in tutto 28, per un totale pari a circa 5.600 dollari. Come la Kvitova, nel maschile si è segnato il grande ritorno di Juan Martin Del Potro (arrestatosi solamente davanti a Nadal in semifinale al quarto set, dopo aver vinto il primo per 6/4). Inevitabile per Kvitova e Del Potro un riconoscimento: il premio per la correttezza e la sportività in campo assegnato qui a Flushing Meadows, ovvero due Sportsmanship Awards. Se la lettone Sevastova, l’estone Kanepi e la giovane Kenin (eliminata per 7/5 6/2 dalla Sharapova), sono state quasi delle rivelazioni del torneo femminile, l’edizione 2017 degli Us Open è stata in assoluto quella dei giovani.

Che sarebbe stato un Grand Slam diverso e “speciale” lo si era intuito sin a subito; ma forse nessuno avrebbe pensato sarebbe stato così particolare. Ề stato il Grand Slam dei giovani, per questo ancor più “fresco”. Nuovo innanzitutto perché, sin dagli esordi nelle qualificazioni ad esempio, si testavano nuove regole di gioco (che verranno riprese alle NextGen Atp Finals); si tratta del cosiddetto shot-clock, che prevede 2 minuti per il sorteggio, 5 per il palleggio di riscaldamento, 1 fra il riscaldamento e il primo punto del match, 5 per cambiarsi i vestiti (effettivi in quanto partono da quando il giocatore è arrivato negli spogliatoi), 3 per il medical time-out, 25 secondi (con un’aggiunta di 5 secondi rispetto ai 20 precedenti e che parte da quando è stato annunciato il punteggio dal giudice di sedia) tra un punto e l’altro per servire la prima, infine è permesso il coaching, cioè la possibilità per i giocatori di parlare con i propri allenatori quando sono dalla parte di campo dove questi ultimi siedono, ma saranno permessi anche segnali purché silenziosi. Molti i nomi dei giovani talenti emersi qui a Flushing Meadows: oltre ad Alexander Zverev, Borna Coric (i due si sono scontrati e sono stati protagonisti di un match molto entusiasmante che ha rischiato di andare al quinto set: il croato ha avuto la meglio per 3/6 7/5 7/6 7/6; poi ha perso da Anderson) e Dominic Thiem, Andrey Rublev e Diego Schwartzman (per loro i quarti: il primo ha eliminato tra l’altro Dimitrov, Dzumhur, Goffin, fermato poi da Rafa suo mito, tanto da giocare a 11 anni con lo stesso completo dello spagnolo), Pablo Carreno Busta (giunto sino alla semifinale, ha sorpreso la sua solidità e continuità con la regolarità dei colpi), Denis Shapovalov (che ha convinto tutti al quarto turno contro Carreno Busta, uscito dopo tre duri tie break); oppure Radu Albot (che ha eliminato il padrone di casa Sam Querrey) o John Millman (che si è liberato in tre set del tedesco Kohlschreiber). Ma gli Us Open 2017 segnano il ritorno alla vittoria di una ex numero uno: Martina Hingis, che ha conquistato sia il doppio misto con Jamie Murray, che quello femminile con la Chan (che aveva affrontato contro nel misto precedentemente citato). Soddisfacenti i quarti per Federer che si è arreso a Del Potro.

Tennis: i nomi della settimana sono Bertens, Ferrer, Rublev e Isner

umagoopena17.Thumb_HighlightLow169186Aspettando le Next Gen Atp Finals di novembre a Milano, Rublev si conferma degno candidato vincendo per 6/4 6/2 l’Atp di Umago in Croazia su Paolo Lorenzi (il torneo ha visto gli italiani molto protagonisti). Kiki Bertens, dopo la buona prestazione a Roma al Foro Italico agli Internazionali Bnl d’Italia, trionfa (in lacrime copiose di gioia e commozione) su Anett Kontaveit in tre set (con il punteggio di 6/4 3/6 6/1) in Svizzera a Gstaad. All’Atp di Bastad poi c’è stata la vittoria di un campione ‘ritornato’, che ha ritrovato quasi una seconda gioventù agonistica e professionale: David Ferrer. Del resto eravamo rimasti a Roger Federer e Wimbledon, anche per lui una “rinascita tennistica”. E se, poi, i giovani sono il futuro (del tennis e non solo), non è un caso, dunque, che il Grand Slam si fosse legato, nelle finale, a una solidarietà di un impegno profuso a favore proprio dei giovani. Durante il sorteggio -“il toss”- nelle finali (di singolare sia maschile che femminile), i campioni erano stati affiancati, oltre che dall’arbitro, da un ragazzo e una ragazza esponenti di due associazioni umanitarie che agiscono e si adoperano nel settore in tale ambito (un po’ come “Save the children”) a livello internazionale: una di queste era, ad esempio, proprio “Children in need”, “bambini nel bisogno”, nome che ben descrive la necessità di aiutare i più piccoli, indifesi e le fasce sociali più svantaggiate e deboli; così come la scritta sulle maglie “help to be”, “aiutiamo ad essere”, ad esistere, a realizzarsi, a dare un futuro, a far crescere questi bambini dando loro opportunità e offrendo chance di sviluppare le loro potenzialità. Richiamando un po’ la “Roger Federer Foundation” del campione svizzero; ma l’elvetico non è stato il solo a mobilitarsi. Ad essere coinvolto e procrastinarsi per tali “emergenze” anche il serbo Nole con la sua iniziativa “Djokovic and friends”. Lo stesso ha voluto fare ugualmente lo scozzese Andy Murray con l’evento “Andy Murray live”, il cui ricavato sarà dato tutto in beneficenza a favore dell’associazione “Young People’s Futures” e dell’Unicef. Un mini torneo organizzato per la circostanza nella sua terra, a Glasgow; gli incontri previsti sono un singolare del n. 1 contro il francese Gael Monfils e il doppio dei fratelli Murray (Andy e Jamie) contro Monfils e l’ex tennista britannico Tim Henman.

A proposito di tennis giocato, dicevamo, spicca soprattutto il primo titolo conquistato da Rublev all’Atp di Umago su Paolo Lorenzi (che si è speso molto). Buona l’impresa dell’azzurro che giunge in finale battendo prima Vesely per 1/6 6/3 7/5; poi vincendo il derby italiano con Giannessi per 6/2 4/6 6/3. Un buon tennis espresso da quest’ultimo, mentre ancora fatica ad emergere il pur valido Marco Cecchinato: uscito al primo turno ad Umago, eliminato da Dodig (poi giunto sino alla semifinale e uscito per mano del russo che ha conquistato il titolo) in tre set (con il punteggio di 3/6 7/6 6/2), non gli è andata meglio all’Atp di Amburgo, dove ha incontrato il talentuoso Mayer che lo ha sconfitto per 7/5 6/2 in un’ora e un quarto di gioco circa; l’azzurro non è riuscito a tenere lo scambio ed è stato schiacciato dalla solidità e dall’incisività del gioco aggressivo del tedesco, dalle sue accelerate e dai suoi passanti (soprattutto di rovescio) ed è risultato troppo falloso. Così come è stato altissimo il livello di tennis espresso da Rublev: molto incisivo e di pressione, aggressivo, potente e con una profondità di colpi ottima; tuttavia forse qualcosina poteva fare un po’ meglio a rete. L’unico che avrebbe potuto contrastarlo davvero era Fabio Fognini, vincitore lo scorso anno qui in Croazia (per 6/4 6/1 su Andrej Martin); ha lottato e giocato alla pari in un match equilibrato nei quarti proprio contro Rublev, terminato per 6/7 6/2 7/6: una partita il cui esito è stato dettato dal netto passaggio a vuoto nel secondo set del ligure e dal russo che ha giocato molto meglio il tie break iniziale del primo set; per il resto nessuna differenza nella qualità tennistica espressa; forse Fabio ha pagato un po’ troppo nervosismo, che gli è costato qualche richiamo, ammonimento seguito al penalty point anche per il continuo lancio della racchetta. Sentiva evidentemente molto la tensione per un torneo importante da cui usciva vincitore. Anche se poi il russo all’Atp di Amburgo ha perso dal tedesco Kohlschreiber per 6/3 6/1.

Per quanto concerne, inoltre, talenti in forma, con un tennis vario e d’attacco, non ancorati a fondo, ma esprimendo ogni tipo di colpo (ben riuscito per altro) non si possono non citare i protagonisti dell’Atp di Bastad e di Newport. Il conquistatore della coppa nel primo, ovvero David Ferrer e il finalista Dolgopolov (che ha dovuto incassare un doppio 6/4 dallo spagnolo), che (proprio come Rublev) sono sembrati sempre avere una marcia in più per fare la differenza e distinguersi dagli avversari per un livello superiore; in seguito, all’Atp di Amburgo successivo, Ferrer ha battuto anche Basilashvili al primo turno per 6/2 3/6 6/3 (per poi perdere per 7/5 6/3 dall’argentino Federico Delbonis, forse accusando un po’ di stanchezza). Fa piacere dopo il momento difficile che entrambi hanno passato. Le semifinali dell’Atp di Bastad, inoltre, hanno mostrato anche l’ascesa del giovane Kuznetsov (che ha incassato un netto 6/3 6/2 da Dolgopolov, che è stato tra l’altro giustiziere anche dell’altro giovane Khachanov per 7/6 3/6 7/6) e di Verdasco (che si è arreso a Ferrer al terzo set, per 6/1 6/7 6/4). All’Atp di Amburgo Kuznetsov ha perso da Mayer per 6/3 4/6 6/4, dopo aver eliminato Cuevas; Verdasco, invece, è stato sconfitto da Vesely per 7/6 6/7 6/3; queste sconfitte, però, non pregiudicano un buono stato fisico e mentale.

Poi anche John Isner (semifinale a Roma) che, all’Atp di Newport (da testa di serie n. 1) conquista l’undicesimo titolo in carriera, dopo un digiuno di quasi due anni, imponendosi senza troppe difficoltà anche sull’avversario della finale: il qualificato Ebden, dominato facilmente per 6/3 7/6(4). Con il suo servizio fa faville, ma non è solo quello a contraddistinguerlo; l’americano ha sempre più affinato il suo gioco, che varia e movimenta (anche nei ritmi, alternando le fasi di maggiore aggressività a quelle in cui frena il gioco e lo scambio), difendendosi anche al bisogno e mostrando una buona tattica difensiva, cosa non da poco.

La stessa solidità ha avuto nel Wta di Gstaad Kiki Bertens, anche lei protagonista agli Internazionali Bnl d’Italia, dove è giunta lo stesso sino alla semifinale sconfitta da Simon Halep. Di fronte la Bertens aveva una lottatrice quale è la Kontaveit: talentuosa, ma più fallosa, è sembrata sprecare più chances rispetto alla futura vincitrice del torneo che, invece, è stata molto brava a rientrare in partita dopo il secondo set perso, che sembrava avesse rigirato il match; invece, al contrario, ha dominato al terzo con un netto e drastico 6/1; 6/4 3/6 6/1 il risultato finale con cui la testa di serie n. 2 (la Bertens) ha sconfitto la n. 3 (Kontaveit); dunque l’assegnazione della posizione nel seeding già palesava una superiore precisione e solidità in più da parte di Kiki. Buona la partita comunque da parte di Anett, che a tratti era apparsa persino favorita e più in forma fisica, rispetto a una più stanca Bertens; prima del crollo finale nel terzo, con un 6/1 inaspettato assolutamente. L’estone è come se non avesse più energie, rispetto all’olandese che invece aveva ritrovato fiducia e recuperato forma fisica e mentale.

Barbara Conti