De Andrè canta De Andrè, Best of. Il meglio del repertorio di Faber

cdeandre2017Dal 15 agosto CRISTIANO DE ANDRÉ si esibirà in tutta Italia con il tour estivo “De André canta De André – Best of” in cui attingerà dall’immenso repertorio di Fabrizio, portando sul palco i più grandi brani del padre riarrangiati, già contenuti nei progetti discografici di grande successo “De André canta De André – Vol. 1” (2009), “De André canta De André – Vol. 2” (2010) e “De André canta De André – Vol. 3” (2017).

Questo tour estivo arriva dopo un’interruzione di qualche settimana dell’attività artistica, a causa di un problema alle corde vocali, che ha costretto Cristiano De André a rimandare il tour “STORIA DI UN IMPIEGATO” all’autunno 2018.

«De André canta De André è un progetto che mi ha permesso e mi permette di portare avanti l’eredità artistica di mio padre – scrive Cristiano De André – caratterizzandola però con nuovi arrangiamenti che possano esprimere la mia personalità musicale e allo stesso tempo donino un nuovo vestito alle opere, una mia impronta. Mi auguro che così facendo la poesia di mio padre possa arrivare a toccare le anime più giovani, a coinvolgere anche chi non ascolta la canzone prettamente d’autore».

Queste le prime date confermate del tour “De André canta De André – Best of”:

15 agosto a Rispescia (GR) in occasione di Festambiente;

17 agosto al Parco dei Suoni di Riola Sardo (OR);

18 agosto a Osini (NU);

24 agosto a Castagnole Lanze (AT) in occasione di Festival Contro;

30 agosto in Piazza della Vittoria a Ceriale (SV);

3 settembre in Piazza Duomo a Prato;

7 settembre al Parco Nord di Bologna.

Sul palco con Cristiano, ci saranno i musicisti Osvaldo Di Dio, Davide Pezzin, Davide Devito e Riccardo di Paola.

 

Il tour è prodotto e organizzato da Intersuoni Srl, divisione Booking & Management Unit.

Vinile, la rivista bimestrale di Musica presenta i dischi del ’68

vinile13_ipad-1__793x1024_È in edicola il nuovo numero di “Vinile”, la rivista bimestrale che racconta la musica in modo nuovo, con un approccio storico, approfondito, ricco, in 132 pagine a colori, patinate.

È intanto attiva la pagina facebook ufficiale della rivista, all’indirizzo Vinilemag, ricca di news e anticipazioni.

Sul nuovo numero si parla del 1968, che, a distanza di 50 anni, è ancora vivo nella memoria e nelle discussioni. Se ne parla ad esempio con una ipotetica colonna sonora tutta italiana, costruita riascoltando 20 album pubblicati in quell’anno. Da Fabrizio De André a Marisa Sannia, dai Gufi all’Equipe 84 e poi i dischi di Sergio Endrigo, Duilio Del Prete e Caterina Bueno ma anche quelli di complessi ormai dimenticati come i Barrittas e i Ribelli.

Sempre riguardo al 1968, sul bimestrale, arrivato al 13° numero, si può trovare una gustosa retrospettiva di come venivano rappresentate dalla stampa giovane le “ragazze dei capelloni”, le icone femminili che hanno contribuito allo sdoganamento di nuovi costumi. Patty Pravo, Caterina Caselli e le altre ragazze beat, tutte insieme, colorate.

Intorno al 1968 cominciava anche la carriera di uno dei più amati e rigorosi complessi inglesi del periodo storico del prog mondiale, i Van Der Graaf Generator. Nelle pagine di “Vinile” l’intera discografia italiana completamente illustrata. E riccamente illustrata è anche la discografia dei vinili di Elio e Le Storie Tese. Con aneddoti e note dettagliate, tutti i dischi del più dissacrante complesso italiano.

Ed ancora: due generazioni di cantastorie a confronto, Alessio Lega e Mirkoeilcane, protagonisti di altrettante interviste.

E poi Lucio Battisti. E’ difficile immaginare quanti suoi dischi siano stati pubblicati fuori dai confini nazionali. Solo dall’album “La batteria, il contrabbasso, eccetera” del 1976, sono stati estratti una trentina di 45 giri per i mercati europei e sudamericani. Copertine inedite, anche pacchiane a volte, tutte insieme in un album coloratissimo.

Completa questo numero della rivista la discografia italiana di Leonard Cohen, con l’elenco di tutte le cover realizzate nella nostra lingua, l’anteprima dell’attesa autobiografia di Miranda Martino e l’analisi di un rivoluzionario giradischi, presente anche in copertina. E poi, come sempre, una ricca sezione di recensioni di dischi nuovi, in buona parte dedicati alla musica italiana emergente.

“Vinile” è storie di musica, collezioni, emozioni.

“Vinile” vuole raccontare gli artisti e le loro opere, i contesti in cui sono nate. Raccontare i retroscena, i segreti, le storie inedite, i dischi noti e meno noti.

“Vinile” si rivolge, certo, ad appassionati e collezionisti, ma gli argomenti che tratta e il modo in cui lo fa riguardano tutti quelli che amano la musica, aldilà del supporto fisico o “liquido” che possono usare per ascoltarla.

“Vinile” è un prezioso riferimento per i collezionisti, grazie allo spazio che dedica alla ricostruzione delle discografie, alle quotazioni, alle rarità.

“Vinile” è realizzata da autori competenti e appassionati, fra i quali molte storiche e importanti firme della critica musicale italiana.

La rivista è pubblicata dal Gruppo editoriale Sprea S.p.A. di Milano.

Salotto Bukowski, lo spettacolo che rende omaggio allo scrittore

jacopo ratini 1Martedì 20 marzo presso la Sala Petrassi dell’Auditorium Parco della Musica, Arte2o e Atmosferica Dischi & Eventi, in collaborazione con Musica per Roma presentano Salotto Bukowski, lo spettacolo che ormai da anni rende omaggio allo scrittore americano Charles Bukowski. Un Reading-Musicale tra Teatro e Canzone in cui le poesie di Bukowski s’incontrano a livello tematico e concettuale con i brani degli artisti che hanno reso grande la canzone d’autore italiana: Lucio Dalla, Rino Gaetano, Fabrizio De Andre, Luigi Tenco, Vinicio Capossela, Franco Califano, Ivano Fossati, Lucio Battisti, Samuele Bersani, Stefano Rosso.
Poesie crude, introspettive, irriverenti, si alterneranno a canzoni d’amore, di abbandono, di vita vissuta. Le poesie di Charles Bukowski lette dal cantautore e scrittore Jacopo Ratini (noto al grande pubblico per la partecipazione al Festival di Sanremo 2010) e i grandi successi della musica d’autore italiana, suonati, cantati e reinterpretati da Gianmarco Dottori, cantautore conosciuto nel panorama nazionale, vincitore del prestigioso Premio Musicultura 2015. Lo spettacolo vede la partecipazione speciale dell’attrice Ylenia Oliviero che darà volto e voce all’anima femminile di Charles Bukowski e si confronterà con lui in scena.
Al pianoforte, il maestro Luca Bellanova (curatore degli arrangiamenti musicali) e Fabio Garzia (MustRow) alla lap steel guitar.
Il Salotto Bukowski nasce nel 2012 da un’idea di Jacopo Ratini. È uno spettacolo che vuole ridare lustro all’arte del Reading (lettura ad alta voce di componimenti poetico-letterari), per omaggiare, riscoprire e rivisitare gli artisti che, in piccolo o in grande, hanno influenzato e rivoluzionato l’arte e la cultura con il loro talento e il loro genio.

“Fabrizio De Andrè-principe libero”, polemiche per il film

principe libero“Fabrizio De Andrè-principe libero”, per la regia di Luca Facchini, racconta la vita del noto cantautore italiano con molto realismo e umanità. Dall’adolescenza, con la passione per la musica e il conflitto con il padre Giuseppe; all’età adulta con il vizio dell’alcol e delle donne; alla fase più matura caratterizzata da eventi importanti. Il film, infatti, ci mostra il successo che la scoperta della chitarra gli porterà – tanto da diventare sua inseparabile compagna di viaggio -, con cui affrontava e riusciva a superare le sue paure; ma non solo. Ci fa vivere la nascita (nel 1962) del suo primo figlio Cristiano, avuto dalla prima moglie Enrica Rignon, detta “Puny” (interpretata da Elena Radonicich), da cui si separerà a metà degli anni Settanta e l’incontro con Dori Ghezzi (Valentina Bellé), che sposerà nel 1989, da cui ebbe una figlia (Luisa Vittoria, detta Luvi, forse omaggio alla madre dell’artista Luigia “Luisa” Amerio) e con cui fuggì lasciando la sua prima famiglia (stabilendosi nella tenuta sarda dell’Agnata, vicino a Tempio Pausania). E poi il rapimento di Fabrizio e Dori, con tanto di richiesta di riscatto: il rapimento avverrà la sera del 27 agosto 1979, ad opera dell’anonima sequestri sarda e i due furono tenuti prigionieri alle pendici del Monte Lerno presso Pattada, per essere liberati dopo quattro mesi (Dori il 21 dicembre alle undici di sera, Fabrizio il 22 alle due di notte, tre ore dopo), con un riscatto versato pari a circa 550 milioni di lire, in buona parte a spese del padre Giuseppe. Ed un altro degli eventi significativi della vita di Fabrizio è proprio la riappacificazione del cantautore con il padre (Ennio Fantastichini), che era in punto di morte. Se grazie a una promessa fatta al papà lui supererà l’alcolismo, viceversa resterà sempre dipendente dalle sigarette – senza cui non riusciva a stare -¸tanto che – nel 1998 – dopo il sopraggiungere di una seria difficoltà fisica (on era in grado di sedersi, di tenere la chitarra e aveva un forte dolore al torace e alla schiena), da controlli e accertamenti gli verrà diagnosticato un cancro ai polmoni. Faber, nome che gli darà il suo amico Paolo Villaggio (interpretato nel film da Gianluca Gobbi), interromperà i concerti, ma non la musica. Il soprannome deriva dal fatto che il cantautore amava usare i pastelli e le matite della Faber-Castell, oltre che per un richiamo dal punto di vista sonoro, quasi un’assonanza, con il suo nome.
Il film si chiude con la sua ultima esibizione in “Bocca di Rosa”, ma sicuramente – tra gli altri momenti storici dell’epoca originali mostrati – non si può non citare l’interpretazione di Mina del suo famoso brano “La canzone di Marinella” (del 1964, che Mina canterà tre anni dopo). Tra gli altri suoi amici più stretti c’è sicuramente Fernanda Pivano (Orietta Notari). Il film è un biopic che riproduce in maniera fedele la sua biografia, ma va anche oltre. E non è insolito, a quasi vent’anni dalla sua scomparsa (l’11 gennaio del 1999). Gli hanno reso onore uno speciale a “Porta a porta” e a “Domenica In”.

Le polemiche. Di sicuro un film che ha fatto parlare di sé. Per l’interruzione del finale, con il taglio dei titoli di coda su “Bocca di rosa”, per l’interpretazione di Luca Marinelli, che deve vestire i panni di Faber: recitata con troppo accento romanesco, sarebbe servito più quello genovese; in realtà, dall’altra parte – a onore del vero -, da far notare che ha dovuto imparare a cantare e suonare e a superare la tensione per il peso di un personaggio così glorioso a cui andava a dare corpo. E poi Luca Marinelli (che aveva già recitato al fianco di Valentina Bellè in “Una questione privata”), sarà protagonista della serie “Trust” (trasmessa su Sky Atlantic a partire da fine marzo prossimo) al fianco di Donald Sutherland (che è il nobile industriale John Paul Getty di cui lui è il nipote); registi dei dieci episodi della serie sono Danny Boyle ed Emanuele Crialese. Quindi merita più rispetto.
Se poi dei particolari biografici sono stati tralasciati, è giustamente impossibile mettere tutto in un biopic. L’importante è non travisare il messaggio.

Le due ‘dimensioni’ del film. E “Fabrizio De Andrè-principe libero”, sembra proprio fondarsi piuttosto su una duplicità. Innanzitutto sul binomio ‘principe libero’, una citazione del pirata britannico Samuel Bellamy iscritta sulla copertina del disco di Faber “Le nuvole” del 1990. In essa così si dice: “Io sono un principe libero e ho altrettanta autorità di fare guerra al mondo intero quanto colui che ha cento navi in mare”. Principe anche per la ricercatezza del suo stile, di un’arte sofisticata e per la sontuosità e magnificenza dei contenuti, con un impegno sociale forte (anche politico se necessario), con un’attenzione particolare sempre rivolta (ovunque e perennemente) ai diversi, agli ultimi, ai diseredati, alla società che lo circondava con i suoi problemi e i principali avvenimenti che accadevano. E poi l’aggettivo più importante di tutti: “libero”, per un’attitudine forte al cambiamento, rivoluzionaria, a rompere ogni schema (anche se voleva farlo in modo pacifico e non violento o bellico). Come gridava e ricercava lui la libertà forse nessuno prima, quasi un precursore in questo d’avanguardia. Tanto che a un concerto si rifiutò di cantare per parlare di libertà, rivolto soprattutto ai giovani. “Parliamo – esortò in quell’occasione – di libertà, di come essere padroni di quello che abbiamo in mano, che è in nostro possesso”, prima che ce lo tolgano – sembrò continuare implicitamente -. Maestro della rima baciata, per lui era un modo di darsi delle regole prima che gliele dessero gli altri. Sempre controcorrente -sin da adolescente -, non amava le imposizioni e i vincoli, di nessun genere. Cantava, scriveva e componeva in qualunque momento su qualsiasi cosa; con gli amici, per gli amici, tra gli amici, sugli amici: “mi piace cincischiare con le parole”, scherzava. Univa genio e sregolatezza e il suo sogno era vedere giovani e ragazzi come lui essere “geniali e felici”, liberi, come una sorta di ‘figli dei fiori’. Forse il più grande autore italiano di tutti i tempi, emerge quasi il suo essere combattuto tra due mondi, agitato interiormente dalla ricerca di un equilibrio che non riusciva a trovare.
Due mondi: come quelli di Puny e di Dori, così diversi eppure così fortemente presenti nell’animo di Faber; quasi a rappresentare due fasi della sua vita. La prima è quella del ‘principe’, più nobile, elevata, ricercata, di maggiore fasto formale e racchiusa in un ambiente nobile ed elevato; a cui, però, non sembra sentirsi troppo conforme e in cui non si trova perfettamente a suo agio. Un uomo fatto di genio e sregolatezza, e un talento puro, ma anche un genio ribelle. Ed è per questo che entra nella ‘seconda’ fase, quella della libertà, del contatto con la natura, passione che lo legava (con quella per i cavalli) a Dori. Un uomo istrionico, istintivo, introverso, chiuso e timido, ombroso a volte, riservato, a volte così brusco e immediato nelle reazioni, eppure così delicato, fragile e sensibile (tanto da avere difficoltà ad affrontare le esibizioni in pubblico, ricercando una dimensione più intima della sua musica). Un animo complesso e nobile, eppure così umile e semplice, che mal si conformava alle etichette ed ai canoni da rispettare di facciata del mondo nobile di Puny, lui proveniente da famiglia di origini modeste, quasi che non si sentisse al suo livello eppure proprio in grado di elevarsi fino a tale soglia. Riservato, non amava essere al centro della scena. Lui credeva che l’unica cosa che sapesse fare bene fosse comporre musica, cantare e suonare. Molti pensarono che non fosse in grado di prendersi le sue responsabilità, fosse un irresponsabile e immaturo: nella paura di fare concerti live, come in quella di diventare padre. Più volte nel film Puny lo riprende: “perché non sei contento che tutti si interessino alla tua arte?”, perché quando cantava era come se non esistesse nessun’altro che lui in sala; oppure “penso che ora la priorità sia un’altra”, quando lui si lamentò che con il figlio Cristiano che piangeva non riusciva a lavorare.
E un altro tema che viene affrontato è proprio la paternità, in più occasioni: nel suo rapporto con il padre Giuseppe, in quello suo con il figlio Cristiano, quasi come in un triangolo di specchi, di figure speculari e così simili. La capacità di parlarsi e capirsi anche senza parole e con soli sguardi. Ma quello che sembra emergere di più di Fabrizio De Andrè è un uomo fortemente in conflitto con se stesso, con i propri sensi di inferiorità, ma soprattutto – oltre che per le sue conflittualità interiori – perché molto severo ed esigente in primis con se stesso più che con gli altri. È come se si guardasse dentro e, parlandosi, dicesse a sé quelle che sono le parole della canzone che Cristiano (chiamato così poiché è il secondo nome del padre) ha portato a Sanremo nel 2014, “Il cielo è vuoto”: “Io sono illuminato dai lampi che sono tutto il mio sereno. Non posso accettare niente di meno di quello che mi aspetto da te”. Mai appacificato o appagato, in pace con se stesso, sereno o soddisfatto, pretendeva molto da sé e si faceva guidare dalle sue sensazioni e percezioni istintive e istintuali, di pensieri in libertà quasi appunto, irrefrenabili e che nessuno poteva fermare in nessun modo. E non è un caso, dunque, se molti riconoscimenti ha ricevuto; uno su tutti quando, il 26 luglio 1997, Fernanda Pivano gli ha consegnato il Premio Lunezia per il valore letterario del testo di “Smisurata preghiera”, paragonandolo a Bob Dylan.
Grande il successo del film biopic su di lui, che ha ottenuto sei milioni e 100mila spettatori (con uno share del 24,3%) nella prima puntata e poco più addirittura nella seconda serata, con una visibilità riscontrata da parte di sei milioni e 200mila spettatori e uno share del 25,5%.

Quello che non ho. Il volo pindarico di Marcorè sull’Italia contemporanea

neri marcorèA poco più di un mese dalle elezioni, Neri Marcorè mostra l’Italia orfana di due intellettuali che meglio hanno saputo raccontarla e profetizzarla: Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De Andrè, nello spettacolo “Quello che non ho” al Teatro Brancaccio di Roma.
Attraverso le canzoni di Faber e i versi di Pasolini l’artista ci mostra quanto questo Paese sia stato ben osservato in tutto il suo divenire ‘mostruoso’ e scettico, fatto di maschere e bisogni illusori e con una politica che non ne è causa ma “conseguenza” dello stato attuale della coscienza degli italiani, ma non solo. L’umanità sembra aver perso la bussola dei veri valori in un mondo dove “tutti avremo più cellulari che bagni”. Una satira amara sul disinteresse occidentale verso chi vive ‘al Sud del mondo’ in balia del consumismo altrui.

Nello spaccato di questa italia contemporanea, ma anche del nostro stesso pianeta, la politica non poteva infatti che essere al centro del biasimo dei due intellettuali e di conseguenza anche di Neri Marcorè. Con un volo pindarico fatto di poesie musicali del cantautore e fatti di cronaca di questa Italia sempre più fiacca, si arriva persino a prevedere un futuro in cui il ‘pianeta sarà una favola di topi’ i soli sopravvissuti.

Tuttavia lo spettacolo ci restituisce un po’ di speranza: «Stiamo producendo orrori e miserie, ma anche un tempo fatto di opere meravigliose, quadri, musica, libri, parole. Eredità e testimonianza della civiltà umana sono le frasi di Leonardo: “Seguiamo la fantasia esatta”, di Mozart “siamo allievi del mondo”, di Rameau “trovo sacro il disordine che è in me”, di Monet  “voglio un colore che tutti li contenga” , di Fabrizio De Andrè “vado alla ricerca di una goccia di splendore”, fino alle utopiche provocazioni di Pasolini “è venuta ormai l’ora di trasformarsi in contestazione vivente”».

L’Italia che sembra vivere in uno stato vegetativo tra un’eterna attesa di un passato che non ritorna e un futuro che non arriva, può ancora stupirci. Anche se le profezie di De Andrè e Pasolini sembrano essersi avverate, “per fortuna anche i profeti a volte sbagliano” e Marcorè ci porta come esempio finale le lucciole che “secondo Faber si sarebbero estinte e invece ci restituiscono l’ultima scintilla di speranza”.

Colpisce molto la scenografia spoglia, ma artificiosa, fatta di sedie di legno e decorata come carta velina stropicciata, inoltre a ogni cambiamento di storia ci sono dei tubi al neon che scendono dall’alto. Oltre alla bravura del protagonista, da segnalare la maestria dei tre musicisti-attori che lo accompagnano con virtuosismi musicali e canti a cappella.

Canzoni di Fabrizio De Andrè

Drammaturgia e Regia Giorgio Gallione

Con Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini (Voci e Chitarre)

Arrangiamenti Musicali Paolo Silvestri
Collaborazione alla Drammaturgia Giulio Costa
Scene e Costumi Guido Fiorato
Luci Aldo Mantovani

Dedicato a Pier Paolo Pasolini

Le canzoni di Fabrizio De Andrè presenti nello spettacolo sono
Se ti tagliassero a pezzetti (De Andrè _ Bubola)
Una storia sbagliata (De Andrè – Bubola)
Ottocento (De Andrè – Pagani)
Don Raffaè (De Andrè – Pagani- Bubola)
Quello che non ho (De Andrè – Bubola)
Khorakhanè (A forza di essere vento) (De Andrè – Fossati)
Smisurata preghiera (De Andrè – Fossati)
Dolcenera (De Andrè – Fossati)
Volta la carta (De Andrè – Bubola)
Canzone per l’estate (De Andrè – De Gregori)

Volare, oh oh. Modugno, il senso di libertà e le influenze successive

Volare oh, oh e l’omino scoprì il senso della libertà. Trionfando a Sanremo la sera del 31 gennaio di sessant’anni fa, Modugno esprimeva con Nel blu dipinto di blu la gioia di uscire da un mondo che non funzionava.
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Modugno-radio-sorrriso-4-1024x918Come arrivò l’idea di Volare? – si chiede il sociologo Franco Cassano nel libro Paeninsula L’Italia da ritrovare. Difficile rispondere. Sappiamo però che un giorno d’estate Franco Migliacci racconta all’amico Domenico Modugno di essersi ubriacato e di essere stato stimolato, forse da delle riproduzioni di Chagall che aveva appese alle pareti di casa, a scrivere di getto alcune parole: “Di blu mi sono dipinto per intonarmi al cielo e lassù nel firmamento volare verso il sole…”. Questo primo abbozzo di Nel blu dipinto di blu viene percepito subito come originale dal cantautore pugliese. Risponde bene al suo desiderio di “trovare parole nuove” con le quali comunicare in modo diverso per abbattere la cittadella della canzone melodica e conquistare nuove fasce di pubblico. Per diversi mesi i due amici lavorano a sviluppare l’idea dell’evasione, ma senza risultati convincenti. Poi una mattina, in cui il tempo è nuvoloso e tuona, Modugno si avvicina alla finestra del suo appartamento romano e gli viene spontaneo urlare: “Volare, oh oh”. All’improvviso la depressione dell’artista si scioglie come per incanto in una sensazione di pace e di serenità, e Modugno riesce a trovare le parole a lungo cercate che, prive di ogni connotazione realistica, permettono di accedere a un mondo inteso come serbatoio di immagini straordinarie da opporre alla negatività della storia. Canzone dalla struttura antinarrativa (pazza e senza stile la definisce subito il maestro Gorni Kramer), Nel blu dipinto di blu è un testo composto di versi abbastanza semplici, ma privi di referenti precisi, di pochi vocaboli dal valore simbolico (il vento, il volo) che veicolano idee di libertà. È il frammento di un diario onirico retrospettivo, in cui il sogno assolve una funzione compensativa, che si configura come rovesciamento dell’esistenza oscura e di routine.
L’omino che parla con se stesso e vola nel blu dipinto di blu con le mani e la faccia dipinti di blu, come chi, coinvolto in allucinazioni visive, ha smarrito il significato dei suoi gesti e si trova in uno stato di soggezione psichica, non ha precedenti nella storia della canzone. Non canta e non esalta i sentimentalismi contenutisticamente poveri e ossessivi delle canzoni dell’epoca. Agogna invece il blu del cielo, mentre il vento che metaforicamente apre i vetri della finestra, in maniera implicita presente nel testo, e dilegua l’aria chiusa che impregna la stanca e ripetitiva melodia italiana è, come in molti libri di poesia, simbolo di vita e di rinnovamento. Attraverso la complicità di un vento rapinoso, è possibile trovare un punto di fuga, il volo liberatorio che allontana dalle pareti domestiche e dalla vita programmata, per rapportarsi a un orizzonte più alto e più vasto, antitetico alla casa ma anche alla morale ambigua e oppressiva dell’Italia dell’epoca (Libero, canterà Modugno al festival di Sanremo del 1960), caratterizzata da un costume collettivo che produce disvalori e personalità conformiste, attratte dai primi oggetti del desiderio: la Vespa, la Cinquecento, gli elettrodomestici, i vestiti in serie ecc. Nel momento storico in cui il mercato discografico si allarga a nuove fasce di consumatori, masse sempre più numerose prendono possesso della lingua comune e la conquista della modernità è intesa essenzialmente (cinicamente) come graduale ripudio degli antichi saperi e delle tradizioni, giudicati inutili e inadeguati alla nuova società consumista, Modugno non vola nel cielo del “miracolo economico” e non gli importa di esprimere l’ambiguo desiderio di emancipazione del nostro Paese.
Lancia invece il suo omino in un altrove, inteso come negazione della mediocrità e delle brutture del presente. Proiettato repentinamente nel cielo infinito, l’omino è sollecitato a compiere movimenti inconsueti ed estranei alla retorica della melodia italiana. In Nel blu dipinto di blu la musica incalzante che prevale dopo l’incipit dimesso e malinconico, insieme all’ebbrezza del volo e al blu dello spazio, permette all’omino di liberare le sue pulsioni irrazionali, di sollevarsi dalla sua condizione di inerzia, dal disagio connesso alla condizione di crisi che attraversa. Gli procura sicurezza, entusiasmo e vigore. Genera il grido dionisiaco del ritornello che si lascia alle spalle la vita in bianco e nero che non si vuole. Ora perciò l’omino di Volare socchiude gli occhi, li riapre, accompagna la musica con il movimento del piede, muove le mani, allarga le braccia e mima l’estasi propria di chi sente allontanare da sé ogni forma di pressione sociale. Esprime una tensione emotiva, un atteggiamento fisico disinvolto ed eretico rispetto al puritanesimo della classe media. Un dinamismo e una gestione del corpo che l’avvento della televisione contribuisce a rendere visibile al grande pubblico degli spettatori, catturati, ma anche un po’ disorientati, quando non irritati, da un cantante che nell’aspetto e nella sua interpretazione esuberante esibisce il modo di essere dell’italiano del Sud. Oggi Nel blu dipinto di blu, decontestualizzata dalle radici autobiografiche e culturali di Modugno, dalla sua performance: la sua voce, la sua intonazione, i suoi gesti, il suo sguardo allucinato, gioioso, “rodomontesco”, è diventata una canzone un po’ svuotata di senso. Un ritornello da canticchiare o da utilizzare come sottofondo musicale nella pubblicità, negli spettacoli e nei servizi televisivi.
A dispetto di tutto ciò gli echi e le suggestioni originari di quella canzone resistono ancora. Si ritrovano nei testi di alcuni cantautori: Ho visto Nina volare di Fabrizio De André e La donna cannone di Francesco De Gregori. Emergono nell’urlo liberatorio di milioni di ragazzini e di adulti in cui si sfoga la carica aggressiva contro la vita grigia e il mondo non gradito, senza più fantasia, senza più utopie.

Lorenzo Catania

“Quello che non ho”, teatro canzone al Quirino di Roma con Marcorè

marcorèDopo le felici esperienze di “Eretici e corsari”, “Un certo Signor G” e “Beatles Submarine”, Neri Marcorè torna a collaborare con il Teatro dell’Archivolto di Genova. L’attore è il protagonista di “Quello che non ho” e sul palco del Teatro Quirino di Roma recita e canta accompagnato dalle voci e dalle chitarre di Giua, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini.

Scritto e diretto da Giorgio Gallione, lo spettacolo si ispira a due giganti del nostro recente passato, Pier Paolo Pasolini e Fabrizio De Andrè, portando in scena il sentimento di indignazione civile del primo e le “anime salve” del secondo. In equilibrio instabile tra ansia del presente e speranza del futuro, “Quello che non ho” è un affresco teatrale che si interroga sulla nostra epoca. Lo fa raccontando storie emblematiche, anche in chiave satirica, che mettono a nudo le contraddizioni della nostra società globalizzata, dove – come affermava Pasolini nel documentario La rabbia – continua ad esserci sviluppo senza progresso.

Il tessuto narrativo è basato su episodi di cronaca internazionale, quali lo sfruttamento dei minori in Congo nelle miniere di coltan, fondamentale per l’industria dei computer, o ancora le enormi “isole” di plastica che si vanno concentrando negli oceani. Non mancano le riflessioni di carattere economico e sociale ed il ruolo della politica è ripreso dai famosi scritti corsari di Pasolini: in Italia governare è una noiosa incombenza che si deve assumere chi vuole detenere il potere, reciterà sul palco Marcoré. Lo spettacolo inoltre evidenzia il ruolo del consumismo e dei mezzi di comunicazione di massa, che Pasolini oltre quaranta anni fa aveva individuato come una nuova forma di fascismo bianco.Quello che non ho 4

Alle parole del grande intellettuale prematuramente scomparso, sono incrociate le canzoni di Fabrizio De Andrè: da Khorakhané a Don Raffaè, da Smisurata Preghiera a Dolcenera, da Ottocento a Quello che non ho: ben dieci poesie in musica che passano dalle ribellioni e i sarcasmi giovanili alla visionarietà dolente delle “anime salve” e dei “non allineati” contemporanei. E così, idealmente, dallo spettacolo emerge un dialogo etico e politico, tra le narrazioni dell’Italia e del mondo lasciateci in eredità da due artisti lontani tra loro ma curiosamente spesso in assonanza.

“Nelle ultime stagioni insieme a Neri Marcorè abbiamo molto frequentato il teatro musicale, costruendo spettacoli che guardavano sia al teatro civile che alla bizzarra giocosità del surreale”, commenta il regista Giorgio Gallione. “Con Quello che non ho siamo di fronte a un anomalo, reinventato esempio di teatro canzone che, traendo linfa dalla visione del mondo e dalla poetica di Pasolini e De Andrè, prova a raccontare l’oggi. Un tempo nuovo e in parte inesplorato in cerca di idee e ideali”.

Bravura di molto sopra la media sia per Marcoré che per gli altri tre artisti presenti sul palco, che hanno cantato sempre a più voci, coniugando il canto con la chitarra e le percussioni. Va dato merito anche al lavoro svolto dal maestro Paolo Silvestri per l’arrangiamento musicale dei brani di De Andrè.

Dopo il grande successo alla prima con applausi prolungati, lo spettacolo sarà replicato al Teatro Quirino di Roma fino al 5 marzo.

Al. Sia.

007 da fantascienza, l’Fbi spiava Ray Bradbury ma ha preso una cantonata

Pensavamo fossero solo caratteristica dei nostrani servizi “all’amatriciana” quella di perdere tempo spiando intellettuali: solo pochi anni fa, saltarono fuori dei dossier che descrivevano, minuziosamente, la febbrile attività di schedatura che il Sisde compiva nei confronti di Fabrizio De Andrè. Il cantautore genovese, nel bel mezzo di quegli “anni di piombo” che sicuramente imponevano ben altre priorità, per gli addetti alla sicurezza era addirittura un fiancheggiatore delle Br. Gli 007 annotavano, come fatto pericoloso, la sua adesione al Comitato genovese per la difesa del divorzio. Ma, pare che il vizio di qualche funzionario di guardare dove non c’è proprio niente da vedere non sia solo delle nostre latitudini. Ray Bradbury, grande innovatore del genere fantascientifico, noto liberal ed elettore repubblicano, fu sottoposto ad un’indagine segreta per sospette simpatie comuniste addirittura dal prestigioso Federal Beaurau of Investigation di Quantico. Continua a leggere