IL CAVALIERE A CAVALLO

berlusconi tendaSilvio Berlusconi torna protagonista sulla scena politica, nonostante Forza Italia sia scesa nei sondaggi, e lo fa riallacciando i legami con i suoi alleati Salvini e Meloni, irritando ancora una volta i pentastellati e promettendo che il Centrodestra “sarà presto al Governo”. Il Cavaliere ha poi annunciato: “Il centrodestra si presenterà unito a tutte le prossime competizioni elettorali a partire dalle elezioni regionali di Piemonte, Abruzzo, Basilicata, Sardegna, con l’individuazione di un candidato condiviso, così come in tutti altri appuntamenti amministrativi”.
Il presidente della Camera Roberto Fico commenta la ritrovata unità del centro-destra in vista delle elezioni regionali, limitandosi a dire: “Loro sono un’alleanza. Non c’è nessuna novità”.
Ma Matteo Salvini non si è sbilanciato e ieri dopo l’incontro ha detto: “Abbiamo parlato di tasse, lavoro e immigrazione”, il leader leghista non ha bisogno dell’appoggio del Cavaliere a livello nazionale, ma a livello regionale sa che con il centrodestra unito molte regioni, anche quelle storicamente ‘rosse’, potrebbero passare a destra senza difficoltà.
L’altro alleato dell’alleanza, la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni, plaude all’accordo: “È un fatto positivo quello di ieri, l’aver stabilito che il centrodestra sarà compatto alle prossime regionali non era scontato e per noi era importante, è un passo propedeutico anche a livello nazionale, per dare domani a questa nazione un governo che sia frutto di idee comuni e condivise. Poi, si sa che io penso che il centrodestra vada rifondato e non semplicemente riassemblato, ma sicuramente quelle idee che sono maggioritarie tra i cittadini devono avere una rappresentanza forte”.
Ma il primo successo agli occhi di tutti è la vittoria leghista con l’elezione di Marcello Foa alla presidenza del Cda Rai.
Foa è stato eletto con quattro voti a favore, hanno riferito le fonti: quelli dei consiglieri vicini a Lega, M5s e Fratelli d’Italia, più l’amministratore delegato Fabrizio Salini. Rita Borioni, vicina al Pd, ha votato contro, mentre Riccardo Laganà, che rappresenta i dipendenti Rai, si è astenuto. Ad agosto il giornalista e scrittore non aveva ottenuto la maggioranza qualificata durante la votazione in Commissione parlamentare di Vigilanza Rai per la mancata partecipazione di Forza Italia. Il partito di Silvio Berlusconi contestava infatti alla Lega, di cui resta formalmente alleato, di non essere stato coinvolto nella scelta di Foa. Adesso però l’imbarazzo è tutto nel Movimento cinque stelle che vedono eletto Foa grazie all’appoggio esterno di Silvio Berlusconi, proprio colui sul quale avevano giurato che “non avrebbe messo le mani sulla Rai”. Adesso però il M5S fa dell’elezione di Foa una vittoria contro l’opposizione e il Pd. “Il Pd, artefice del Patto del Nazareno, fa le pulci sul voto del Cda della Rai. Capiamo che a loro il profilo di Foa non piaccia, ma a un certo punto dovrebbero farsene una ragione”. Così, in una nota, Gianluigi Paragone, capogruppo M5S in Commissione Vigilanza Rai.
La dem Rita Borioni ha presentato una diffida formale a procedere all’elezione a causa dei “chiarissimi profili di illegittimità della stessa”, le sue parole a inizio seduta. Ma adesso la difficoltà del M5S è quella di ritrovarsi sempre più oscurati da una Lega sempre che al Governo ha le redini e le cui scelte sono spesso suggerite e sigillate dall’Alleanza con il Cavaliere di Arcore.

La Rai e il governo del cambiamento

RAI-Riforma

“Merito” e “capacità”. Tante promesse contro la lottizzazione Rai e delle aziende pubbliche. Lega e M5S da metà giugno si sono scontrati, prima sotto traccia e poi apertamente, declamando contro la lottizzazione ma trattando sulla divisione delle poltrone. Ma alla fine è andata in porto la spartizione. La prima palla ad andare in buca è stata la guida della Cassa depositi e prestiti: Fabrizio Palermo, gradito a Luigi Di Maio, è stato insediato dal governo M5S-Lega come amministratore delegato della “cassaforte” nella quale sono custodite le azioni delle più importanti aziende pubbliche (Eni, Enel, Poste, Telecom, Fincantieri, Terna, Saipem e Italgas).

Poi è arrivato l’accordo sulla lottizzazione Rai: Fabrizio Salini, apprezzato dai cinquestelle, amministratore delegato (la figura è prevista al posto del direttore generale dalla legge di riforma fatta approvare dal governo Renzi nel 2015), Marcello Foa, sostenuto dai leghisti, presidente. Contatti, riunioni informali, vertici di maggioranza e Consigli dei ministri; la strada della divisione delle nomine è stata faticosa è tortuosa. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato al ‘Fatto Quotidiano’ il suo metodo per uscirne indenne: «Il ministro competente fa le proposte, io ne parlo con i due vicepremier, poi le decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore».

E così è andata, ma certamente non è stata cancellata la tanto demonizzata lottizzazione Rai in nome della “candidatura migliore”. Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri del 27 luglio ha difeso le scelte assunte dal “governo del cambiamento” sulle nomine: «Abbiamo appena nominato i vertici della Rai. Oggi inizia una nuova rivoluzione culturale con i due nomi, Marcello Foa presidente e Fabrizio Salini Ad». Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, ha usato parole forti e offensive: queste nomine «il presidente del consiglio e il Cdm hanno ritenuto all’altezza di questa grande sfida per liberarci dei raccomandati e dei parassiti».

Niente male. Matteo Salvini è stato più pacato. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ha messo da parte le critiche del passato: «Sono molto soddisfatto, ci sarà spazio per tutte le voci, finalmente. Siamo solo all’inizio».

Strano. Roberto Fico, presidente cinquestelle della Camera, aveva detto basta alle lottizzazioni e aveva messo i partiti fuori della porta: «Deve finire l’era delle appartenenze politiche, dell’influenza del governo sui giornalisti Rai e viceversa. Deve cambiare tutto».

Invece di “cambiare tutto” sono cambiati solo gli autori della spartizione: adesso è stata varata la lottizzazione gialloverde, quella del “governo del cambiamento”. Ma non è detto che la spartizione della Rai decisa dal governo Conte-Di Maio-Salvini vada in porto. Il problema è “il presidente di garanzia”. La legge stabilisce che il presidente dell’azienda radiotelevisiva pubblica sia eletto dalla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai con una maggioranza qualificata dei due terzi dei voti: M5S e Lega non raggiungono questa soglia e sperano nel soccorso essenziale di Forza Italia per evitare un flop, ma non è per niente scontato il sì dei forzisti. Silvio Berlusconi ha ritenuto le nomine avanzate «un pessimo segnale» perché assunte in maniera unilaterale da parte della maggioranza grilloleghista.

Il centro-sinistra ha sollecitato il presidente di Forza Italia ad evitare un “soccorso azzurro” ed ha annunciato una durissima opposizione. Maurizio Martina ha attaccato: «Va in onda la spartizione tra la Lega e Cinque Stelle». Il segretario del Pd ha ricordato la necessità dei due terzi dei voti per eleggere “il presidente di garanzia” voluto invece solo dai cinquestelle e dai leghisti che «per le poltrone calpestano anche le regole». Insorgono anche i sindacati dei giornalisti. Vittorio Di Trapani (Usigrai), Raffaele Lorusso e Beppe Giulietti (Fnsi) con una lettera aperta ai 7 consiglieri di amministrazione Rai hanno contestato l’indicazione da parte del governo del presidente di viale Mazzini perché «si configura come una palese violazione di legge».

La battaglia si deciderà mercoledì primo agosto. Quando si riunirà la commissione di Vigilanza si vedrà se e come passerà la spallata Salvini-Di Maio sul “presidente di garanzia”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Rai. Buemi, tempi duri per un’informazione autonoma

RAI-RiformaIn nome della battaglia contro la lottizzazione si lottizza. Questa la morale della vicenda Rai ai cui vertici il governo, tramite il ministero dell’economia, ha posto persone di propria fiducia. Ne di più ne di meno di come è sempre successo. Insomma il governo ha raggiunto l’accordo sulle nomine “in ottemperanza alle disposizioni di legge e di statuto e a completamento delle designazioni già effettuate dal Parlamento e dall’azienda, per il rinnovo del Consiglio di Amministrazione della Rai il ministro dell’Economia e delle Finanze, Giovanni Tria, ha proposto al Consiglio dei Ministri i seguenti nominativi: Fabrizio Salini, indicandolo per la carica di amministratore delegato, e Marcello Foa per la carica di consigliere di amministrazione”. Si legge così in una nota del Ministero dell’Economia. Foa sarà votato dalla commissione di Vigilanza per la carica di presidente dell’azienda radiotelevisiva.

“Oggi diamo il via a una rivoluzione culturale. Ora ci liberiamo dei raccomandati e dei parassiti”, nella Rai”. Ha detto il vicepremier Luigi Di Maio. Il perché poi i nominati in precedenza siano dei raccomandati e quelli di oggi non lo siano, è tutto da capire. Va ricordato comunque che le norme in vigore sono figlie della riforma voluta dal governo Renzi. “I risultati di una riforma sbagliata e pensata a favorire la propria continuità di governo – afferma l’esponente socialista Enrico Buemi senatore nella scorsa legislatura – ha portato oggi a consentire a Lega e 5 Stelle di occupare la Rai con leadership oscurantiste al servizio di interessi diretti di forze politiche e di governo che le hanno scelte. Saranno tempi duri, più del passato, per una informazione autonoma e libera da condizionamenti di varia natura, ma purtroppo sempre al servizio del potente di turno”. Dall’opposizione quindi l’accusa è quella di militarizzare la Rai: “Nessuna nomina di garanzia: Salvini e Di Maio vanno contro la legge e militarizzano la Rai con una spartizione senza precedenti. Tria e Conte non pervenuti”. Sono le parole di Michele Anzaldi, segretario della commissione di Vigilanza Rai. “Foa – continua Anzaldi – è un fedelissimo di Salvini mentre Salini è stato l’ad de La7 nel momento in cui la tv di Cairo si è trasformata in un lungo talk show filo M5s contro Renzi e il Pd. Vogliono asservire il servizio pubblico alla loro lottizzazione selvaggia”.

L’ombra del governo sulle nomine Rai

rai 8Scontri e livori. Le nomine Rai sono una mina vagante. Un tempo la Rai univa più che dividere, adesso soprattutto lacera l’Italia. Lacera in primo luogo il governo grilloleghista, alle prese con il rinnovo del direttore generale (Mario Orfeo), del presidente (Monica Maggioni) e del consiglio di amministrazione (ci sono oltre 200 candidati per i 7 posti) dell’azienda radio-televisiva pubblica.
Il mandato del consiglio di amministrazione è scaduto lo scorso 30 giugno, la corsa è a realizzare le nomine prima di Ferragosto, possibilmente entro la fine di luglio. Non sarà facile. Beppe Grillo, fondatore e garante del M5S, tra il serio e il faceto invoca la privatizzazione di due reti. Luigi Di Maio risponde picche perché non c’è nel “contratto di governo” siglato tra leghisti e cinquestelle, però ha scandito: la Rai non va più lottizzata «e quindi la smetteremo con persone di partito». Anzi, il capo politico del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro dello Sviluppo Economico e del Lavoro è andato anche più in là ipotizzando «il censimento di tutti i raccomandati» esistenti nella pubblica amministrazione e nella Rai per «ristabilire il principio della meritocrazia».
Alt alla lottizzazione nelle nomine Rai, invece vanno premiati capacità e meriti professionali. Così la pensa anche Roberto Fico, presidente della Camera, anima della sinistra grillina: la politica «resti fuori» della Rai per dare finalmente «un segnale forte di cambiamento».
Già, però le nomine Rai sono competenza del governo e del Parlamento, il taglio politico delle decisioni è fortissimo. Tra M5S e Lega praticamente non c’è accordo su niente: su chi puntare come direttore generale e presidente, su chi eleggere nel consiglio di amministrazione della Rai. Sembra che non ci sia nemmeno alcuna intesa su chi mandare a dirigere Tg1, Tg2 e Tg3, le tre principali testate giornalistiche del colosso informativo pubblico.
La lottizzazione non è demonizzata da Matteo Salvini, però sulle nomine Rai chiede capacità. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha messo le mani avanti dicendo chiaro e tondo: «I partiti non resteranno fuori» ma «verranno ricercati merito e competenza». Si è lamentato. Vuole farla finita con «un’opera di disinformazione a reti quasi unificate che non ha precedenti in Italia». Ad essere danneggiata, è sottinteso, è la sua Lega che pure fa la parte del leone nei notiziari e nei programmi.
In sintesi: la Rai dovrà aspettare ancora per avere un nuovo vertice. Divampa, per ora sottotraccia, lo scontro sulla spartizione di testate, reti televisive e radiofoniche dopo le elezioni politiche del 4 marzo vinte da Salvini e Di Maio, le due colonne del “governo del cambiamento” guidato da Giuseppe Conte. Si fanno tanti nomi per il vertice e le testate: Enrico Mentana, Milena Gabanelli, Fabrizio Del Noce, Massimo Franco, Gennaro Sangiuliano, Grazia Graziadei, Alberto Matano, Carlo Freccero, Ferruccio De Bortoli, Fabrizio Salini, Luciano Ghelfi. Tutti giornalisti considerati di area leghista o cinquestelle.
Ma nella pentola bollono grandi novità: sembra destinata alla cancellazione l’antica lottizzazione maggioranza-opposizione inventata dalla Prima Repubblica come garanzia di rappresentanza democratica (allora il Tg1 era Dc, il Tg2 laico-socialista, il Tg3 comunista) e finora rispettata anche nella Seconda (il Tg1 al vincitore delle elezioni politiche, il Tg2 al centro-destra, il Tg3 al centro-sinistra).
L’ombra del “governo del cambiamento” si allunga sulla Rai. Lega e M5S sembrano intenzionati a spartirsi tutto tra loro: vertice, testate giornalistiche e direzioni delle reti. Hanno dalla loro la maggioranza alla Camera e al Senato (ai quali compete gran parte delle nomine dei consiglieri di amministrazione) e il ministero del Tesoro (come proprietario della Rai gli spetta la nomina del potente direttore generale). La maggioranza grilloleghista al massimo, secondo le indiscrezioni, potrebbe concedere un posto nel consiglio di amministrazione a Forza Italia, opposizione di centro-destra, ma l’orientamento sarebbe addirittura di lasciare fuori il Pd, opposizione di centro-sinistra. I democratici (dopo il tracollo alle politiche e alle comunali) perderebbero perfino il Tg3, lo storico telegiornale rosso.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma