ZAMPINO ORBAN

ORBANOrban divide il governo. Il Parlamento Ue è chiamato a esprimersi sull’avvio delle procedure dell’articolo 7 dei trattati Ue, che prevede una serie di sanzioni per i Paesi che violano le regole sullo stato di diritto. Al centro delle accuse l’Ungheria di Orban per i sui comportamenti estremisti nei confronti dei migranti. Dopo il dibattito di oggi, la Plenaria voterà domani. Un voto che ha riflessi non solo europei ma anche nazionali. Negli ultimi mesi non sono infatti mancate le lodi a Orban da parte del ministro degli Interni e vicepremier Salvini sempre pronto ad appoggiare, soprattutto in tema di immigrazione, le politiche dei paesi Visegrad.

“Voteremo in difesa di Orban – ha detto Salvini – l’Europarlamento non può fare processi ai popoli e ai governi eletti”. Una presa di posizione che, secondo Salvini, non crea “alcun problema” tra M5s e Lega anche se la presa di posizione dei pentastellati a favore della sanzioni. “Ognuno è libero di scegliere cosa fare” ha detto Salvini, “ma la Lega difenderà sempre il valore supremo della libertà”. “Il governo e il popolo ungherese vogliono più sicurezza e più lavoro. E per questo l’Europa li processa? Una follia”.

Con Orban si schiera anche la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. “Sanzionare l’Ungheria perché si rifiuta di essere invasa da immigrati clandestini è semplicemente follia. Siamo al fianco di Viktor Orban e del popolo ungherese. Non è Orban a tradire i valori fondanti della Ue ma chi in Ue spalanca le porte all’immigrazione incontrollata, umilia i diritti dei popoli e nega la sovranità delle Nazioni”, ha detto.

Da parte sua Silvio Berlusconi ha telefonato al premier ungherese per annunciargli che a Strasburgo gli eurodeputati di Forza Italia Ad Orban Berlusconi ha confermato la propria amicizia e l’appoggio al partito del premier ungherese Fidesz, che fa parte del gruppo Ppe nel parlamento europeo.

Ancora oltre si spinge l’ex leader dell’Ukip, il britannico Nigel Farage, che ha invitato Orban, a “unirsi al club della Brexit” uscendo dall’Unione Europea. I deputati che chiedono di attivare l’articolo 7 del trattato per l’Ungheria “stanno aggiornando la dottrina Breznev sulla sovranità limitata”, ha detto Farage. “Vogliono togliervi i diritti di voto e smettere di darvi fondi europei e tutto questo perché lei ha l’audacia di resistere a George Soros, l’uomo che ha speso 50 miliardi di dollari per distruggere lo stato nazionale”. Il leader eurofobo britannico ha concluso il suo intervento all’Europarlamento con l’invito unirsi “al club della Brexit. Le piacerà”.

Orbano nel suo intervento all’Europarlamento ha parlato della necessitò di dinfere le frontiere. “Solo noi possiamo decidere con chi vivere e come gestire le nostre frontiere abbiamo deciso di difendere l’Ungheria e l’Europa e non accettiamo che le forze pro-migrazione ci ricattino. Ma noi difenderemo le nostre frontiere anche contro di voi se sarà necessario”.

Poi l’accusa all’Europarlamento di voler punire l’Ungheria perché difende le sue frontiere dai migranti e ha aggiunto che “ogni nazione ha diritto di decidere come organizzarsi”.

Si smarca dalla posizione della Lega, la delegazione del Movimento 5 Stelle all’Europarlamento che ha ribadito che Orban “non è certamente un amico dell’Italia”. “Lo dimostra tutte le volte che dice no ai ricollocamenti. Orban non ha nessuna intenzione di collaborare con il Governo italiano e non intende far la sua parte sul tema dell’immigrazione”.

l gruppo del Ppe al momento appare spaccato. In serata è prevista una riunione del gruppo: al momento l’indicazione che trapela è quella di lasciare ai deputati libertà di coscienza.

Solo populismo contro
il sistema?

Bisognerà, prima o poi, fare chiarezza sull’uso del termine “populismo”, che dal mainstream dominante è stato trasformato in una sorta di mantra, utilizzato contro chi contesta quel capitalismo globalizzato, che ha vulnerato il principio dei moderni sistemi liberaldemocratici della sovranità popolare.

Il termine “populista” si è trasformato nell’arma dei partiti di governo dell’Unione Europea per definire una differenza quasi ontologica tra essi e quelle forze politiche che propongono una visione alternativa della società, bollandoli come “antisistema”. Ciò è avvenuto, anche in Italia, dove nel dibattito politico si utilizza il populismo a mo’ di epiteto, per contestare una presunta immaturità dell’avversario politico, “reo” di “parlare alla pancia degli italiani” e di non avere cultura di governo, intesa, questa, invero, come acquiescenza al mercato e al rigore economico.

Si deve osservare che la scissione tra cultura e politica e la trasformazione dello “spazio politico” in “spazio mediatico”, con gli illuminanti studi a tal proposito di Manuel Castells, consentono semplificazioni politiche come quella sul populismo. Volutamente si opera una assimilazione tra chi ritiene di restituire voce al popolo, partendo dagli interessi del lavoro e dai diritti sociali, e chi, invece, strumentalizza l’emarginazione e la rabbia dei ceti sociali più colpiti dalla finanza globale e dalla concentrazione straordinaria della ricchezza in poche mani, per ottenere una delega a governare in forme neo-autoritarie.

E così, l’etichetta di “populismo”, abbinata a quella di demagogia” e “antipolitica”, viene attribuita dalle classi di governo, per conto di chi ha “privatizzato” la politica, le élites globali della finanza e del management e dello star-system, a tutti coloro i quali contestano apertis verbis l’attuale ordine planetario mercatistico e l’austerity europea, “a prescindere” (avrebbe detto il Grande Totò!) dalle ideologie e dai programmi: da Syriza di Tsipras al Front National della Le Pen, dal Movimento 5 Stelle a chi ha lasciato “da sinistra” il Pd, dallo Ukip di Farage a Podemos di Iglesias.

Un’operazione di semplificazione politica, povera culturalmente. Nel 2010, lo storico Nicola Tranfaglia pubblicava il volume “Il populismo autoritario. Autobiografia di una Nazione”, ricostruendo, con rigore storiografico, il percorso dei cosiddetti populisti, a partire da quello dei paesi latinoamericani, nel dopoguerra Vargas in Brasile e Perón in Argentina, e sul peso del consenso nell’egemonia, secondo la lezione di Antonio Gramsci. Più di recente tre docenti inglesi, David Sanders dell’University of Essex, Jason Reifler dell’University of Exeter, Tom Scotto dell’University of Strathclyde, hanno svolto uno studio sulla politica dei nostri giorni, alla luce dei recenti avvenimenti, le elezioni americane e la Brexit, evidenziando il profilo di un populismo autoritario, che appare diverso e distinto dall’azione politica di chi vuole, genuinamente, parlare al popolo e rappresentare i suoi interessi.

Un tempo era la sinistra, nelle sue varie declinazioni, a rappresentare il popolo, ma oggi, dopo il crollo del comunismo e la deriva centrista di gran parte della socialdemocrazia europea con una sorta di sintesi liberista-tecnocratica realizzata si è prodotta quella “fine della Storia”, non solo sistemica secondo lo schema di Fukuyama, ma prima ancora ideologica, con le attuali società omologate culturalmente verso il basso, e gerarchizzate con uno schema censuario e piramidale.

Maurizio Ballistreri

Londra. Sadiq Khan, il sindaco musulmano

sadiqIl voto inglese stupisce ancora, il Partito labourista crolla in tutto il Regno Unito, ma espugna la Capitale, la poltrona del sindaco di Londra è ormai assegnata a Sadiq Khan, 45enne avvocato per i diritti umani di origine pakistana, musulmano, esponente del Labour ed ex uomo forte dell’entourage dell’allora leader del partito Ed Miliban. I primi risultati dello spoglio confermano i pronostici e lo danno in vantaggio di 10 punti. Secondo quanto riporta il sito della Bbc, con il 45% delle schede scrutinate il laburista ha ottenuto il 45%, mentre il conservatore Zac Goldsmith ha ottenuto il 35%. Sono stati annunciati per le 18, ore di Londra, i risultati del primo spoglio elettorale delle prime preferenze. Una città cosmopolita come la City non poteva scegliere altrimenti: il 55% della popolazione londinese è censito come “non bianchi, britannici”, il 35% è nato all’estero, un londinese su otto è musulmano, anche se la religione sulla scelta di Khan ha influito ben poco. Il nuovo primo cittadino di Londra è un sostenitore delle nozze gay, posizione che gli è valsa anche una fatwa da parte dell’imam di Bradford nel 2013.
I cittadini della Gran Bretagna sono stati chiamati a votare ieri per 124 consigli comunali locali, per i sindaci di grandi città (Londra, Liverpool, Salfrod e Bristol) e per i parlamenti ‘nazionali’ del Galles, della Scozia e dell’Irlanda del Nord.
È sul fronte di questi ultimi che si vede la caduta libera per il Partito dei Labour, specie a Edimburgo dove da sempre i labouristi hanno occupato la maggioranza dei seggi. Il Partito nazionalista scozzese ha vinto le elezioni regionali, ottenendo 63 dei 129 seggi in palio nel Parlamento semiautonomo, anche se ha perso la maggioranza assoluta. I conservatori invece si confermano primo partito di opposizione nel Parlamento di Edimburgo con 31 seggi, 16 in più rispetto alle precedenti elezioni. Il partito laburista viene relegato a terza forza con 24 deputati, perdendone cioè 13 rispetto a prima. Una vera e propria disfatta per i labour che perdono terreno a favore degli antieuropeisti e nazionalisti di Farage, in Galles invece il laburista Carwyn Jones dovrebbe restare primo ministro, ma non potendo contare su una maggioranza solida dovrà cercare degli alleati per il suo mandato. Infine per quanto riguarda l’Irlanda del Nord i dati sulle elezioni sono ancora in arrivo.

Redazione Avanti!

Regno Unito. Il Partito di Farage cala su Londra

Farage-elezioniIl Partito di Farage, Ukip,è entrato dalla porta e si è seduto sulla poltrona di una delle istituzioni democratiche più antiche del mondo, il Parlamento britannico, con il suo primo deputato eletto.
Con il 60% delle preferenze Douglas Carswell ha infatti vinto le elezioni suppletive a Clacton, una località balneare nel sud-est dell’Inghilterra. Un risultato al di sopra delle aspettative che ha rovinato il compleanno del premier David Cameron.
Quello che rappresenta sicuramente un voto di protesta (a Clacton in alcuni quartieri la disoccupazione tocca il 50%) se da un lato vede il plauso dei partiti anti-euro nel Vecchio Continente, dall’altro sta allarmando i partiti “vecchio stile” preoccupati dal consenso di questo Partito “per i britannici”: un altro candidato dell’Ukip, nell’elezione suppletiva della circoscrizione di Heywood e Middleton, storico feudo dei laburisti è andato molto vicino alla vittoria, nonostante il Labour Party abbia ottenuto il 40,1 per cento, è stato incalzato da vicino dall’Ukip, al 38,7.
A preoccupare sono anche le dichiarazioni del leader di Ukip, appena conquistato il seggio oltremanica, Nigel Farage ha dichiarato in una intervista a Newsweek Europe che deve essere negato l’ingresso nel Regno Unito agli immigrati positivi all’Hiv. Nel corso di un programma radiofonico, Farage ha sostenuto che l’Nhs (il Servizio sanitario nazionale) “è (solo, ndr) per i britannici e per le famiglie che lo pagano da generazioni”. L’ingresso dovrebbe essere vietato, inoltre, a quanti sono affetti da tumori o malattie come la “tubercolosi” che, afferma, “sta costando al Servizio sanitario nazionale un sacco di soldi e la maggior parte dei casi provengono dall’Europa Meridionale e orientale”.

Liberato Ricciardi

L’Unità chiude? Grillo è contento

Grillo-chiusura-giornali“Il nuovo vento della rete e della fine, lenta ma implacabile, dell’editoria assistita sta producendo i suoi effetti: la scomparsa dei giornali. Un’ottima notizia per un Paese semilibero per la libertà di informazione come l’Italia. Meno giornali significa infatti più informazione”. Beppe Grillo, che di democrazia se ne intende, quella virtuale naturalmente, ha spiegato così sul suo blog, in un post dal titolo #unitàstaiserena, quanto sta avvenendo all’Unità che da anni vive una crisi sempre più difficile che oggi sembra giunta a un punto decisivo e definisce come il “bacio della morte” l’intenzione espressa da Renzi di rilanciarne il “brand” per le feste di partito.

Al PD naturalmente non l’hanno presa bene e, lo hanno gentilmente definito ‘sciacallo’, sì perché il primo intento del leader dei Cinque Stelle è certamente quello di occupare uno spazio nei media, quello spazio che non è mai riuscito a occupare con le idee e i progetti per l’Italia, ma solo con gli insulti a qualcuno.

“Licenziamenti – prosegue il post del blog facendo dell’ironia sui rischi che corrono i lavoratori del giornale – sono in corso un po’ ovunque da tempo, ma il caso più drammatico è quello de l’Unità che ha ormai solo appassionati lettori (forse collezionisti), 20.200 copie vendute nel mese di maggio. I 57 giornalisti hanno preso l’ultimo stipendio ad aprile e hanno terminato in questi giorni i due anni di solidarietà. Un augurio per una nuova occupazione va a loro e in particolare alle colonne portanti Oppo e Jop. L’Unità è stata messa in liquidità”.

Un tweet de ‘l’Unità’ gli risponde chiedendo, con poche speranze, al comico salito in politica, di vergognarsi, mentre il segretario del sindacato nazionale dei giornalisti, Franco Siddi, trova negli insulti di Grillo il “sapore dell’olio di ricino”.

La verità è che al leader del M5S, e al suo guru Gianroberto Casaleggio che nsempre oggi ha attaccato ‘la Repubblica’ per un articolo sul M5S, danno fastidio le critiche e i giornali, soprattutto quelli di partito, a volte sono più liberi di tante altre testate proprio perché devono rispondere di ciò che scrivono solo agli elettori e assai difficilmente a qualche interesse economico che si esprime attraverso la proprietà editoriale. È per questo forse che si accanisce, e non da oggi, contro le sovvenzioni alla stampa di partito. I fondi all’editoria (di cui questo giornale non gode), a fronte di costi divenuti sempre più insostenibili per il personale, la stampa e la distribuzione, hanno costituito una garanzia di indipendenza e di libertà democratica anche per le voci minori, ma con la crisi, quella dell’economia, ma prima ancora della politica, i tagli della spending review e le misure demagogiche e populiste contro il finanziamento pubblico ai partiti, stanno facendo il resto. Qualcuno scoprirà presto – e gli scandali dell’Expò e del Mose soprattutto dovrebbero aiutare a capire – che il finanziamento privato ha delle controindicazioni ben più gravi per l’indipendenza della politica dagli interessi particolari e che a forza di tagliare i costi della politica si finirà per amputare seriamente la democrazia.

Di questo Grillo sembra perfettamente consapevole e i suoi peana alla ‘rete’, con la sua democrazia virtuale e perfettamente inquinabile da chi ha soldi e capacità, suonano falsi e strumentali.

Noi che con tangentopoli abbiamo perso il nostro bellissimo quotidiano e dalla carta siamo stati confinati al web, solidarizziamo volentieri con l’Unità; sappiamo bene cosa vuol dire essere costretti a rinunciare a un foglio in edicola è l’Unità come l’Avanti!, nel bene e nel male, ha fatto un pezzo di storia di questo Paese.

A conferma della sua idiosincrasia alle critiche, Grillo si scaglia anche contro ‘il Fatto Quotidiano’ che pure non prende finanziamenti pubblici e quanto a demagogia e populismo spesso supera agevolmente i pentastellati. All’indice viene messo Pierfranco Pellizzetti per un articolo nel quale sono state espresse ragionevoli perplessità sulla alleanza dei cinquestelle a Bruxelles con l’Ukip di Nigel Farage (hanno formalizzato oggi la nascita di un gruppo a Strasburgo con altri cinque partiti antieuropei ndr). “L’incosciente giullarata di Beppe Grillo a Bruxelles, a braccetto con l’inquietante macchietta Nigel Farage, conferma – ha scritto Pellizzetti – il disastro causato dallo smarrimento di quella bussola che la cultura politica aveva costruito in oltre due secoli […] il campo in cui si svolge il discorso pubblico è quadrimensionale: Destra-Sinistra, Sopra-Sotto. […]”.

E come dargli torto a Pellizzetti, Grillo a corto di idee non sta né a destra, né a sinistra e neppure sopra. Sta sicuramente sotto.

Carlo Correr

VOTO VIRTUALE

M5S-Voto-Gruppo-EU

Volevano andare in Europa. Ora che ci sono andati dovranno decidere anche cosa farci nella fredda Bruxelles. E con chi allearsi. Per farlo, i penta-stellati alle prese con la campagna “d’Europa” si affidano all’oracolo preferito; quello 2.0, la Rete. Il M5S dovrà decidere a quale gruppo del Parlamento europeo dovranno aderire i 17 “grillini” che rappresenteranno l’Italia. “Sono aperte le votazioni” annuncia il leader Beppe Grillo che offre tre scelte agli elettori virtuali: il gruppo di Farage, l’Efd (Europa per la libertà e la democrazia), il gruppo Ecr (Conservatori e Riformisti europei) e il gruppo misto che, però, come ammonisce lo stesso Grillo “comporta un’influenza limitata se non nulla sull’attività legislativa del Parlamento europeo”. Non iscritti a parte, la scelta riguarda quei “gruppi politici europei che hanno ufficialmente manifestato interesse per la delegazione italiana del M5S”. Tre scelte, anzi due. Sì, perché alla fine delle istruzioni c’è un post scriptum: “Nel caso la soluzione più votata non sia praticabile, sarà perseguita la successiva più votata”. Continua a leggere

Per Grillo e Farage
il sogno europeo è un incubo

Grillo-farageDopo il voto alle urne europee, il “garante” del Movimento 5 Stelle, Beppe Grillo, sta studiando le possibili alleanze al Parlamento di Bruxelles. La scelta sembra essere già stata presa: l’interlocutore privilegiato è Nigel Farage dell’UKIP.

Il Partito per l’Indipendenza del Regno Unito (in inglese United Kingdom Independence Party, UKIP) è un partito euroscettico fondato nel 1993 e il loro obiettivo principale è l’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea. Inoltre l’UKIP propone un programma improntato al liberismo economico e ai valori della destra più conservatrice: oltre all’uscita immediata dall’Unione Europea, si propone di aumentare le spese militari, raddoppiare la capienza delle carceri e bloccare l’immigrazione sia dall’Europa meridionale sia dall’est Europa. Continua a leggere