Ottant’anni dalle leggi razziali. L’antisemitismo in 160 disegnatori

leggi razziali 4“1938 – 2018 Ottant’ anni dalle leggi razziali in Italia. Il mondo del fumetto e dell’animazione ricorda l’orrore dell’antisemitismo” è il titolo di una mostra di fumetti itinerante dedicata a una delle pagine più nere della nostra storia recente, quando anche nella società italiana, grazie a una campagna d’odio mai vista prima, vennero coltivati in laboratorio i semi di un antisemitismo che dura ancora oggi e che proprio in questi ultimi mesi sembra avere trovato nuova linfa e nuova forza vitale grazie a complicità, indifferenza, “concorsi esterni” e altre distrazioni varie di politici, stampa e intellettuali.

Una proposta unica nel suo genere, che si rivolge in particolar modo ai giovani, ai ragazzi, che attraverso la visione delle tavole hanno un messaggio immediato, una lezione di storia, un racconto sintetico di quello che succede quando una società sceglie a ragion veduta di perseguire la strada della violenza e dell’intolleranza.

Un racconto a fumetti che illustra un pezzo vergognoso della storia d’Italia, ma di cui oggi una minoranza sempre più vasta continua a celebrarne i presunti fasti.

leggi razziali 3La mostra presenta 160 opere originali realizzate per l’occasione da autori affermati ed esordienti o allievi delle scuole specializzate, disegnatori di fumetti o di cartoni animati, che sono stati chiamati a svolgere il difficile compito di ricordare e di comunicare attraverso la sintesi di pochi tratti tutto l’orrore e la violenza delle leggi razziali italiane, dell’antisemitismo, del razzismo e dei campi di concentramento nazisti.

La mostra è divisa in quattro sezioni: Maestri del fumetto, Autori professionisti, Scuole specializzate di disegno e fumetto, Contenuti multimediali. Citare i 160 disegnatori che hanno contribuito alla mostra, ciascuno con il proprio personale racconto, con la propria sensibilità, ovviamente non è possibile. Ricordiamo solo che il manifesto, un bambino ebreo che sul braccio ha tatuato il numero 1938, è stato realizzato da Giorgio Cavazzano (Venezia, 19 ottobre 1947) uno dei più grandi disegnatori disneyani, famoso in tutto il mondo soprattutto per la sua personale interpretazione di Paperino.

La mostra è stata realizzata da Rai Com, in collaborazione con ARF! Festival di Roma e ideata da Roberto Genovesi, direttore artistico di Cartoons on the bay, il festival che la Rai dedica ai cartoni animati per ragazzi, che si tiene a Torino da due anni. I curatori sono Marina Polla De Luca & Mauro Uzzeo.

Argomento importante, questo degli ottant’anni delle leggi razziali, tanto che la Presidenza del consiglio, riconoscendone il valore, ha incluso la mostra tra gli eventi ufficiali per le celebrazioni dell’ottantesimo anniversario delle leggi razziali,

promossi in collaborazione con il Ministero dei beni e delle attività culturali e il Ministero della pubblica istruzione.

leggi razziali 1Anche l’Unione comunità ebraiche italiane ha dato il suo patrocinio, insieme alle comunità ebraiche di Torino, Roma, il centro di cultura ebraico “I Pitigliani” e la Fondazione Museo della Shoah.

La mostra ha esordito a Torino proprio in occasione dell’ultima edizione di Cartoons on the bay, nei locali del Museo del carcere Le Nuove, che durante la Seconda guerra mondiale è stato teatro di violenze, torture e omicidi compiute dai nazisti contro ebrei e partigiani. Torino è stata la prima tappa di un tour che toccherà diverse città per concludersi con l’allestimento permanente nel museo Pitigliani di Roma, che ospita il Centro Ebraico Italiano.

Per chi volesse sapere tutto su questa mostra, il catalogo è scaricabile gratuitamente dal sito di Rai Com, mentre il disegnatore Marcello Toninelli ne propone una selezione su: http://www.giornalepop.it/leggi-razziali-dautore/.

E proprio dalle presentazioni del catalogo riportiamo qualche breve nota. Noemi Di Segni, presidente Unione delle Comunità Ebraiche Italiane, ha scritto: “Raccontare la violenza fascista e l’emarginazione che scaturì dalle Leggi della vergogna attraverso il contributo dei grandi maestri del fumetto e dell’animazione. Una sfida avvincente, mai tentata finora. Questa mostra rappresenta un contributo formidabile al racconto e alla comprensione di quei mesi drammatici. Una nuova possibilità di confronto e incontro con le nuove generazioni che, sono certa, saprà non solo garantire dei risultati ma anche aprire nuove strade nella trasmissione della Memoria”.

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Mentre Ruth Dureghello, presidente della Comunità Ebraica di Roma, ha affermato che “Abbiamo sostenuto con forza questa mostra convinti che solo attraverso la conoscenza di quello che è stato, si possa costruire un futuro migliore per i nostri figli; un mondo libero dall’antisemitismo, dalla razzismo e dall’odio. Quanto accaduto in Europa ottant’anni fa resterà nella storia come il momento più buio del secolo scorso. L’impegno della Rai sulla strada del ricordo è fondamentale per costruire una memoria condivisa e trasmettere questo alto valore alle nuove generazioni”.

Sempre nel catalogo, Mario Venezia, presidente della Fondazione Museo della Shoah, scrive: “Ringrazio di vero cuore la Rai per aver prodotto una mostra che non è solo un insieme di opere d’arte, ma un vero e proprio percorso nella storia del nostro paese. L’Italia del fascismo, dell’emarginazione degli ebrei dal mondo del lavoro, della scuola e della vita di tutti i giorni. L’impegno del servizio pubblico per ricordare l’orrore del passato credo sia un’opera nobile e necessaria per formare dei giovani consapevoli di quello che hanno significato delle leggi razziali e delle loro terribili conseguenze”.

Ottant’anni fa il fascismo mise in piedi una violenta campagna d’odio e di mistificazione in difesa della razza ma in realtà contro gli ebrei, con la complicità di stampa, scienziati, intellettuali e quant’altro. Una delle poche voci apertamente contro è stata quella di Papa Pio XI e della Chiesa in generale, pur con molti distinguo.

Questa campagna aprì la strada alle diverse leggi in difesa della razza “ariana” dove si affermava che gli ebrei non erano mai stati italiani. Leggi e decreti che, firmati da Benito Mussolini e da Vittorio Emanuele III, vennero promulgati tra settembre e novembre del 1938.

Ad aprire quella che poi diventerà una dance macabre è la pubblicazione del “Manifesto degli scienziati razzisti” (che preferirono mantenere l’anonimato) sul “Giornale d’Italia” del 14 luglio 1938 e ristampato nel numero d’esordio della rivista “La difesa della razza” il 5 agosto successivo, questa volta firmato da dieci scienziati. E possiamo anche citare il Decreto legge n. 1728 del 17 novembre dello stesso anno.

All’epoca gli italiani erano circa 41 milioni, di cui 47mila cittadini italiani di religione ebraica che, prima delle persecuzioni, rappresentavano una minoranza ben amalgamata nel tessuto del Paese.

leggi razziali 5Le leggi in difesa della razza vietavano agli ebrei italiani di lavorare nelle pubbliche amministrazioni, di insegnare e studiare nelle scuole e nelle università, di arruolarsi nell’esercito, di gestire quelle attività economiche e commerciali che il governo fascista riteneva di valore strategico per lo stato italiano.

Questo violento attacco agli ebrei, questo fomentare odio e invidia sociale, è servito al regime di Benito Mussolini per rinforzare l’alleanza con la Germania di Hitler e ha dato i suoi frutti peggiori nel 1943, quando il centro nord della Penisola è stato occupato dai tedeschi. Migliaia di ebrei italiani furono deportati nei campi di sterminio nazisti. E solo in pochi sono sopravvissuti.

In pratica si è creato un problema causando grande allarme sociale e poi si è offerta la risposta, la soluzione che permetteva agli italiani di ritornare a dormire sonni tranquilli. Ogni riferimento a campagne d’odio e a slogan tipo “prima gli italiani” (bianchi e ariani?) di questi ultimi tempi, è puramente voluto.

Antonio Salvatore Sassu

L’Italia legata alle sorti dell’euro e a quelle del “blocco produttivo”

euroscettico

Il n. 5/2018 del mensile “Limes” raccoglie un insieme di contributi tutti volti a formulare una plausibile valutazione di quanto valga oggi l’Italia (di quale sia, in particolare, il suo peso politico ed economico all’interno dell’Europa comunitaria), partendo dall’assunto che i suoi “mali” sono per lo più riconducibili all’irresponsabilità dei propri cittadini, impegnati da tempo, da incoscienti, a “far saltare tutto”. Il “tema del mese” del periodico è, come sempre, formulato e circoscritto dall’Editoriale, che invita gli italiani a provare a resistere, considerando che l’incoscienza di molti è valsa ad affievolire la capacità di resistenza, al punto da indurre a pensare che il Paese non valga realmente nulla.

L’inizio dell’Editoriale inquadra il tema in un contesto globale, affermando che l’Italia nata dopo la caduta del fascismo, nonostante il processo di modernizzazione sperimentato a livello economico e sociale, “è sempre stata il Sud del Nord e l’Est dell’Ovest”; oggi, però, a causa dell’irresponsabilità forse della maggioranza dei propri cittadini, il Paese sta rischiando di “scadere a Nord del Sud e Ovest dell’Est”, per via del fatto che, al proprio interno, lo storico fossato tra Settentrione e Mezzogiorno, da sempre causa di divisione degli italiani e della loro scarsa affezione al processo di unificazione politica dell’europa, stia continuando ad approfondirsi.

Tutto ciò, secondo l’Editoriale, concorre ad allontanare l’Italia dall’“infragilito baricentro europeo” e a coinvolgerla nel clima di incertezza che trae origine dai conflitti oggi esistenti tra molti Paesi mediterranei e dalla debolezza dei loro regimi politici. La situazione, inoltre, sempre secondo l’Editoriale, distanzierebbe l’Italia anche dalle proprie tradizionali alleanze, in presenza di una tendenza ad allontanarsi dal sogno europeista, al quale, con l’adesione ai Trattati di Roma, si era inteso affidare “il Paese immaturo perché ne correggesse i vizi di postura, l’atavico deficit di statalità”. Il risultato di quell’affidamento sarebbe oggi che l’Italia è tra i Paesi comunitari che meno gradiscono l’affiliazione all’Unione Europea e all’area che ha adottato la moneta unica.

Quest’ultimo fatto sarebbe all’origine della perdita di vista da parte degli italiani della “misura” del loro Paese, nonostante che, sempre secondo l’Editoriale, esso valga più di quanto pensa di valere, sicuramente più di quanto vorrebbe e “ancora più di quanto gli Stati dell’Eurozona gradirebbero”. Eppure, l’idea di quanto l’Italia valga realmente è lontana dal convincimento dei propri cittadini, inducendo gli osservatori stranieri a rimanere “sospesi tra incredulità, dileggio e apprensione […], colpiti dal provincialismo del ceto politico, paradossale in un Paese dall’economia estroflessa”.

Di qui la preoccupazione insorta nelle cancellerie europee dopo le ultime elezioni politiche che hanno registrato il successo di Lega e M5S, formazioni politiche “non conformi al galateo atlantico europeista, ineducate alle maniere e alle astuzie della diplomazia internazionale”. Le capitali europee, soprattutto Berlino e Parigi, paventano perciò che, se l’Italia non dovesse riuscire a correggere la rotta che i partiti ora al governo intendono farle percorrere, essa (l’Italia) sarà responsabile della distruzione dell’euro e dell’Unione Europea; ciò a causa degli squilibri cui l’azione delle nuove forze governative darebbe origine a livello dell’”intero assetto euroatlantico”, con effetti imprevedibili, “ma – a parere dell’Editoriale – certamente sistemici. Perché sistemica è a suo modo l’Italia, o almeno tale è percepita da chi ne condivide la moneta”.

Sono vere le preoccupazioni destate negli altri Paesi comunitari dalle potenziali minacce, evocate ai danni dell’euro e del progetto europeo dai risultati elettorali conseguiti in Italia da forze politiche critiche nei confronti delle istituzioni bruxellesi? Un autorevole economista tedesco, Clemens Fuest, presidente dell’”Institute for Economic Research di Monaco” (IFO), ha di recente dichiarato all’”HuffPost” (un blog noto fino al 2016 come The Huffington Post) che con “l’Italia ancora in stagnazione, se dovesse di nuovo andare in crisi, l’euro fallirebbe.

Nella fase attuale, secondo Fuest, il vero Stato da tenere d’occhio sarebbe solo uno: l’Italia; perché l’avvento di una crisi finanziaria originata dall’Italia, che dovesse colpire duramente la Germania, “sarebbe l’unico evento che potrebbe far davvero saltare l’euro e l’eurozona”. Il salvataggio greco in confronto verrebbe a configursi “come un gioco da ragazzi”.

Il pericolo imputabile all’Italia paventato dalla Germania, ai danni della propria economia, dell’intera eurozona e del progetto europeo, per via della possibile crisi della moneta comune, induce Fuest ad affermare che, per prevenire che esso possa materializzarsi, sarebbe plausibile adottare a livello comunitario una clausola che consentisse a qualsiasi Paese in continuo stato di stagnazione di abbandonare la moneta unica. Ciò perché, a suo parere, l’Europa ha bisogno di stabilità, che la situazione italiana ha sempre reso instabile, in quanto la decisione di ammettere l’Italia nel “gruppo di testa dell’euro” è stata assunta solo per ragioni politiche; dal punto di vista strettamente tecnico, l’Italia, per Fuest, non era nella condizione di rispettare “i termini d’ingresso”. Su quella decisione ha pesato il fatto – afferma Fuest nell’intervista concessa a Tonia Mastrobuoni, il cui testo è pubblicato su Limes (n. 5/2018) – che “per l’industria tedesca spariva un ostacolo rilevante per esportare in Paesi come [l’Italia], usi a svalutazioni competitive” (Beata sincerità!, verrebbe da dire, dalla quale però Fuest non deriva le necessarie implicazioni).

Al parere di Fuest sembra aderire Sabino Cassese che, in un’intervista (concessa a Luca Caracciolo e Niccolò Locatelli, il cui testo è anch’esso pubblicato su Limes n. 5/2018 col titolo “Il vincolo estero come rimedio al deficit di Stato”), afferma che il “vincolo esterno” alla sovranità, espresso dall’adesione del Paese al gruppo di testa dell’euro, sarebbe stato determinato dalla volontà del Paese di autoimporselo, per via della consapevolezza del proprio deficit di statalità e nella convinzione che l’associazione al novero dei Paesi virtuosi europei sarebbe valsa a trasformarla in Paese virtuoso.

In tal modo – era questo il ragionamento prevalente – sarebbe stato possibile fare fronte al deficit di statalità, dovuto al fatto che l’Italia, pur dopo il conseguimento dell’unificazione politico-territoriale, è rimasta divisa sul piano economico e sociale è rimasta divisa; divisione che, nonostante brevi periodi di convergenza vissuti dalle due macro aree (quella settentrionale e quella meridionale), non solo si è conservata, ma negli ultimi decenni si è addirittura approfondita, rappresentando cosi anche una causa della fragilità del sistema-Paese, la quale, prefigurando un continuo pericolo di instabilità per il resto dell’Europa comunitaria, espone l’Italia alla possibile estromissione dall’eurozona.

A questa possibile estromissione non credono Paolo Caselli a Gabriele Pastrello, che in “Senza l’Italia salta l’euro ma anche l’Europa tedesca” (Limes n. 5/2018), affermano che l’Italia è troppo importante perché la sua estromissione dall’area euro non comporti una “crisi tale da colpire anche Berlino”. Ciò, a parere degli autori, avverrebbe perché la globalizzaziome, il ruolo sempre più importante della Germania in Europa e nel mondo e la crisi persistente dell’Italia sono fenomeni oggi così “strettamente connessi” che l’uscita dell’Itali dall’euro non tarderebbe a causare la diffusione di una crisi in tutta l’area europea. Perché, secondo Caselli e Pastrello, ciò accadrebbe?

Con la globalizzazione, iniziata negli anni Settanta del secolo scorso e basata sul ruolo delle tecnoscienze informatiche – argomentano gli autori – si è avuta una destrutturazione del sistema produttivo mondiale; la disarticolazione produttiva, che ne è seguita ha comportato “l’integrazione nella rete di grandi imprese multinazionali di segmenti della fabbricazione di un prodotto finale”. Le produzioni dei segmenti produttivi disarticolati “a un livello molto vicino al prodotto finale” venivano assemblate all’interno del Paese che provvedeva alla sua distribuzione commerciale nel mondo; in questo modo, il processo produttivo veniva “‘spacchettato’ in varie fasi, ma le unità produttive decentrate [dovevano] produrre le parti intermedie secondo criteri di efficienza e produttività proprie dell’impresa madre”, ma con l’utilizzazione di know-how tecnologico non sempre disponibile all’interno del Paese assemblatore.

Anche in Germania, all’inizio degli anni Novanta, l’industria manifatturiera tedesca – affermano Caselli e Pastrello – “ha cominciato a decentrare fasi della propria produzione nei vicini Paesi” (soprattutto dell’Est europeo); tale processo, favorito dal basso costo della forza lavoro e dalla vicinanza geografica dei Paesi delocalizzatori, ha promosso la formazione di un “blocco produttivo tedesco” al quale si sono aggiunte le economie, dopo quelle dei Paesi dell’Est europeo, di altri Paesi economicamente più avanzati, come l’Olanda e l’Austria, ma anche, in tempi successivi, “pezzi rilevanti” dell’industria manifatturiere delle regioni del Nord dell’Italia.

Anche l’economia italiana, perciò, per via delle sue molteplici interrelazioni industriali approfonditesi con la Germania, risulta integrata (sia pure per il tramite della parte del Paese economicamente più avanzata) nel blocco produttivo tedesco. La formazione di tale “blocco”, secondo Caselli e Pastrello, “ha provocato la trasformazione della Germania da Paese esportatore (soprattutto di prodotti finiti) a piattaforma industriale, ovvero, a centro di distribuzione territoriale delle fasi produttive del “blocco”, i “cui risultati vengono convogliati nel Paese centrale la cui industria è in gran parte dedicata all’assemblaggio”.

Stando così le cose, la Germania, nel momento in cui sono in corso di ridefinizione le relazioni economiche tra le grandi aree economiche del mondo non ha ora alcun interesse a vedere restringersi l’area dell’euro, a causa della fuoriuscita dall’eurozona di qualche Paese che attualmente ne fa parte. Ciò perché l’eventuale uscita di uno dei Paesi membri dell’eurozona determinerebbe il venir meno, non solo dei vantaggi dei quali l’economia tedesca ha goduto grazie al mercato interno europeo (che gli economisti tedeschi, come Clement Fuest, tendono ad ignorare), ma darebbe origine a conseguenze negative per tutta l’Europa comunitaria, cui “nemmeno la potente economia tedesca – concludono Caselli e Pastrello – potrebbe sottrarsi”.

Per le ragioni indicate, sono allarmistiche le dichiarazioni di Fuest, perché l’Italia, pur con tutte le sue debolezze, è un Paese troppo importante (a dispetto di quanto sia disposta a riconoscere la maggioranza dei suoi cittadini) per farlo fallire, ma soprattutto troppo importante perchè si continui a conservarlo nell’area dell’euro. Ciò perché, la sua eventuale uscita dall’eurozona sarebbe traumatica, non solo per l’Italia stessa, ma soprattutto per la conservazione dell’area valutaria europea che, sia pure ad egemonia tedesca, non sarebbe in grado di reggere il confronto con le altre aree valutarie competitrici e di continuare a perseguire il processo dell’integrazione del Vecchio Continente.

Ovviamente, ciò non significa che l’Italia non debba e non possa utilizzare il “peso” economico che riveste, ai fini della conservazione e dell’ulteriore potenziamento dell’area valutaria europea ad egemonia tedesca, per promuovere un processo di revisione dei meccanismi della moneta unica, giudicati penalizzanti per l’economia di molti dei Paesi membri; meccanismi che sono da tutti considerati la causa dei persistenti surplus delle bilancia commerciale tedesca, ai quali sono altrettanto riconducibili le situazioni di stagnazione delle economie di altri Paesi comunitari, tra i quali l’Italia.

Tuttavia, l’Italia deve cessare di fare affidamento sugli “aiuti esterni” per rimuovere le proprie debolezze; a tal fine, dovrà pensare a come attenuare gli effetti negativi esercitati sulla propria economia dal tradizionale problema del Mezzogiorno; l’eventuale soluzione di quat’ultimo, oltre a contribuire a realizzare una maggior considerazione per il proprio Paese da parte degli italiani, rappresenterebbe anche un valido supporto per consentire alla struttura produttiva delle regioni del Nord di conservare all’interno del blocco produttivo ad egemonia tedesca il necessario peso economico, al fine di assicurare all’Italia il riconoscimento, da parte dell’estero, della sua valenza, affrancata da ogni possibile dileggio.

Gianfranco Sabattini

 

Guido Melis e le contraddizioni interne dello Stato fascista

melisIl fascismo è stato un fenomeno “molto più complesso del regime totalitario” che la storiografia ha talvolta rappresentato e che l’immaginario collettivo spesso ha condiviso, accreditando l’idea che la modernizzazione dell’Italia sia stata da esso interrotta. al contrario, Guido Melis, docente di Storia delle istituzioni politiche e di Storia dell’amministrazione pubblica presso l’Università “La Sapienza” di Roma, in “La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista”, sostiene che il fascismo è stato un fenomeno “più articolato e permeabile, ‘poroso’ persino; più ‘monoliticamente pluralista’…; più abitato da interessi differenti di quanto non si sia spesso ritenuto”; esso ha incarnato una pluralità di interessi che, per quanto “tenuti a freno” dall’esoscheletro della dittatura, hanno caratterizzato una dialettica interna che ne ha corroso il progetto di poterli conciliare attraverso il “corporativismo”, sino a condurlo al baratro. Successivamente, quegli stessi interessi, in concorrenza tra loro e che la dittatura aveva tentato invano di “addomesticare”, avranno la possibilità di riproporsi e di continuare a caratterizzare la tradizionale vita politica del Paese, reinnestandola sul “tronco” dell’instabile situazione politico-sociale del primo dopoguerra, che il fascismo aveva inteso di superare.

La narrazione di Melis “fila liscia” e convincente, perché supportata da prove documentali, snodandosi dall’avvento del fascismo sino alla sua caduta. Il 30 ottobre del 1922 – afferma l’autore – “Mussolini, salendo per la prima volta al governo ‘senza la tradizionale carriera’, homo novus per eccellenza, avrebbe impersonato, per contenuti, modi di porsi, persino per stile, un modello radicalmente alternativo a quello del vecchio mondo liberale”; egli accedeva, attraverso la “piazza”, al governo di uno Stato alla cui organizzazione il fascismo-movimento non aveva dedicato una sufficiente riflessione, convinto di poterne facilmente indirizzare i “meccanismi” sottostanti, solo grazie ad un loro rigido controllo. Non si trattava – osserva Melis – di un’idea nuova, in quanto era ormai diffuso a livello europeo il convincimento che le emergenze nate con la fine della Grande guerra potessero essere affrontate in modo appropriato solo attraverso una forte premiership.

Questo convincimento ha dato inizio a una radicale trasformazione delle istituzioni pubbliche, che il Parlamento, profondamente diviso, e l’introduzione di nuove regole elettorali non hanno potuto impedire; il risultato è stato la messa a punto di una struttura di governo, non più fondato sul tradizionale “check and bilance”, ma sull’azione di un esecutivo che assumeva direttamente le decisioni, per poi proporle al Parlamento perché le trasformasse in legge. I cambiamenti apportati alla struttura del governo nel primo periodo dell’avvento del fascismo al potere – afferma Melis – hanno riguardato, dunque, gli “equilibri di potere al suo interno, il gioco spesso sotterraneo delle influenze e delle concorrenze […] tra ministri e ministri e tra ministri e ministeri. Qualcosa di impercettibile all’esterno […], che spesso sfuggiva alla prescrizione normativa e investiva le prassi di governo nel loro farsi quotidiano”.

A condurre il mutamento è stato lo stesso Mussolini, il quale, per tutto il ventennio della dittatura, ha esercitato un’”incisiva attività direttiva, coadiuvato prevalentemente dalla sua “Segreteria particolare” e dal Ministero delle finanze, in quanto “pendant necessario ai poteri accresciuti della Presidenza”. Sino alle leggi eccezionali, adottate tra il 1925 e il 1926, il governo fascista si è conservato, almeno formalmente, entro i limiti della Costituzione vigente, fatta eccezione per l’istituzione, nel 1923, della Milizia volontaria per la sicurezza nazionale, che è valsa ad erodere parte delle prerogative del sovrano. L’equilibrio tra fascismo e monarchia, realizzatosi dopo la nomina di Mussolini a capo del governo, con l’adozione delle leggi eccezionali ha rischiato di rompersi, salvo ricomporsi “su nuove basi con la piena adesione del Re alla svolta autoritaria”.

La ricomposizione dell’equilibrio tra fascismo e monarchia, fondata sulla legge del 24 dicembre 1925 (disciplinante le attribuzioni e le prerogative del capo del governo), si è poi protratta sino al 25 luglio del 1943, nonostante che, con una legge del 1926, fosse stato dato all’esecutivo il potere di emanare norme giuridiche che facevano rientrare nelle prerogative del governo anche quella “di emanare disposizioni concernenti l’organizzazione ed il funzionamento dei pubblici uffici”. La modifica dell’assetto della divisione tra i poteri dello Stato è stata ulteriormente radicalizzata con la successiva “costituzionalizzazione” del Gran Consiglio del fascismo; questo organo, in virtù delle attribuzioni assegnategli, ha rappresentato un vulnus irreparabile della costituzionalità dello Stato, in quanto un organo di partito diveniva una componente delle istituzioni che lo esprimevano.

È stata così inaugura la prassi di un governo diarchico, rappresentato dalla coesistenza della Corona e del fascismo nel governo del Paese; ma Mussolini, “unendo alle sue prerogative istituzionali quelle derivantegli dalla direzione politica del Gran consiglio”, ha potuto esercitare “naturalmente nella diarchia un protagonismo di fatto, concentrando nella sua persona tutto il potere esecutivo e in gran parte quello legislativo”. Solo nelle ore drammatiche del 25 luglio 1943, la Corona riacquisterà i suoi poteri, rimasti pressoché ininfluenti durante il ventennio dell’era fascista.

Parallelamente al mutamento istituzionale impresso all’organizzazione dello Stato italiano da Mussolini, la politica fascista ha dato origine, nell’arco dell’intero ventennio, alla proliferazione di una miriade di enti pubblici; la nuova dirigenza tecnico-amministrativa ad essi preposta, ha proceduto alla regolazione dei diversi aspetti della vita della società civile italiana, ai fini della la sua trasformazione in senso corporativistico. Questa trasformazione, iniziata nel 1922, con la costituzione della Confederazione nazionale delle corporazioni sindacali, si è protratta fino al 1939, con la costituzione della Camera dei fasci e delle corporazioni; il fatto che per l’introduzione dell’ordinamento corporativo siano stati necessari circa 17 anni dell’intero arco temporale della dittatura evidenzia – afferma Melis – che la “natura processuale” della corporativizzazione della società italiana, già di per sé stessa, ne denotava “le difficoltà di attuazione”.

Se l’ordinamento corporativo doveva costituire la riforma con cui “conferire nuovo ordine all’intero sistema economico-politico-istituzionale”, i tempi lunghi e le difficoltà che il regime ha dovuto superare legittimano l’ipotesi che essa (la riforma) è stata “tardiva, tormentata e in gran larga misura destinata a restare irrisolta”, in quanto, secondo Melis, si sarebbe dimostrata inadeguata per “imporre una visione unitaria” del progetto corporativo; ciò sarebbe accaduto per via del fatto che l’ordinamento corporativo (nei limiti in cui è stato possibile attuarlo) si sarebbe dimostrato inadeguato rispetto alla risoluzione del “paradosso teorico, prima ancora che pratico, di uno Stato che, restando di fatto custode e garante della proprietà privata”, voleva proporsi come regolatore dell’economia attraverso l’introduzione della programmazione. L’adozione di questa e dello strumento col quale esercitarla, il “Piano”, ha suscitato un esteso conflitto tra tutte le parti coinvolte; il che ha compromesso i meccanismi decisionali coi quali si sarebbe dovuta governare l’economia nell’Italia fascista.

Il risultato – continua Melis – è stato “un compromesso” che non ha condizionato l’autonomia decisionale dell’imprenditorialità privata, la cui ostilità ha significato una sostanziale sconfitta per la soluzione dirigistico-istituzionale disegnata dall’ordinamento corporativo; ciò è accaduto perché, secondo Melis, il fascismo pretendeva di regolare un’economia che, dopo diversi anni dall’inizio della realizzazione del progetto corporativo, risultava ancora controllata dalla “vecchia élite industriale e agraria del dopoguerra con il suo sistema di potere”; una élite, appunto, che rifiutava di introdurre nelle modalità di gestione delle attività produttive lo strumento, il piano, al quale lo Stato fascista avrebbe dovuto adeguarsi, perdendo la sua originaria forma burocratica, per divenire l’ispiratore dei contenuti della pianificazione e la guida della sua attuazione. Tutto ciò sarebbe dovuto avvenire fuori da ogni burocratico statalismo, in quanto, col piano, l’”autogoverno economico da parte dei produttori” avrebbe dovuto sostituire la struttura gerarchica delle loro relazioni, propria di una società divisa in classi in conflitto tra loro.

La lentezza e le opposizioni che ne hanno caratterizzato la realizzazione non hanno mancato di suscitare reazioni da parte dei più fedeli sostenitori dello Stato corporativo, propensi a mobilitarsi perché si “andasse oltre” l’attuazione del corporativismo storicamente posto in essere; ma questa pretesa ha fatto solo emergere la realtà di un corporativismo irrealizzato, sia nella sua versione più radicale, che in quella di una versione alternativa più moderata. Ciò accadeva – afferma Melis – quando l’Italia era già coinvolta in una guerra, che segnava un limite invalicabile alle velleità rivoluzionarie del fascismo. “Il suo tempo ‘rivoluzionario’ il fascismo lo aveva avuto nei vent’anni precedenti, ma lo aveva lasciato scadere. Ora era troppo tardi”.

In conclusione, secondo Melis, all’indomani della fine del primo conflitto mondiale, il fascismo aveva inteso risolvere i problemi che agitavano la società italiana attraverso un radicale stravolgimento delle istituzioni dello Stato costituzionale; ciò, al fine di introdurre in Italia un ordinamento corporativo che, nei limiti in cui è stato realizzato, si è tradotto in una “macchina imperfetta”, in quanto il dirigismo statale che essa implicava è stato rifiutato da quelle stesse forze cui andavano ricondotti i problemi che avevano concorso a creare le condizioni per l’affermazione del fascismo. Quest’ultimo è, dunque, fallito per le sue contraddizioni interne, ovvero perché la risposta istituzionale che esso ha inteso proporre per la soluzione dei problemi della società italiana non è stata condivisa, anzi rifiutata, da quelle stesse forze che originariamente ne avevano consentito l’affermazione. Dopo la caduta della dittatura fascista, l’ordinamento corporativo realizzato si è “rotto” come il vaso di Pandora; sono così riemerse, riproponendosi nella riconquistata democrazia italiana, quelle stesse forze che, dopo aver favorito l’ascesa del fascismo, ne avevano causato la caduta.

A questo punto, viene spontanea una domanda. Queste forze sociali, liberate dal fantasma del dirigismo statalista proposto dal fascismo, hanno poi contribuito, in democrazia, a favorire la modernizzazione politico-sociale del Paese? È plausibile nutrire qualche dubbio in proposito. Certo, se si pensa che nei primi decenni di vita democratica, l’Italia è passata, da una posizione che la vedeva “relegata” alla periferia del mondo, ad essere uno dei Paesi economicamente più avanzati, è indubbio che la modernizzazione vi è stata; ma è stata solo di natura economica. Le opportunità offerte dal passaggio del Paese dalla periferia al centro del mondo sono state originate, però, non dalle forze imprenditoriali democratiche, ma dall’estero, ovvero dal sistema di relazioni internazionali all’interno del quale il Paese ha avuto la “fortuna” di trovarsi collocato.

Di tali opportunità si sono avvalse quelle forze esprimenti la continuità dei valori e delle propensioni di quelle pre-fasciste e di quelle che si erano opportunisticamente “intruppate” nel fascismo; ma gli egoismi di cui erano portatrici (responsabili anche le ideologie contrapposte dopo il ricupero della democrazia) sono valsi a riproporre un problema della società italiana mai risolto, ovvero le divisioni sociali preunitarie, che il processo di unificazione del Paese aveva conservato intatte e che ne caratterizzeranno la vita politica, prima, durante e dopo l’esperienza della dittatura fascista, costituendo e che costituiranno una delle cause della debolezza su piano politico-sociale dell’Italia di oggi.

Ironia della sorte, fra i lasciti del fascismo alla riconquistata democrazia vanno annoverate l’organizzazione e l’esperienza connesse alla “nascita dello Stato imprenditore”, al cui operato, dopo essere sopravvissuto al fascismo, va riconosciuto il merito di aver promosso e presidiato il processo di sviluppo economico del dopoguerra, e di aver rappresentato l’unico baluardo al prevalere degli egoismi dell’imprenditorialità privata; non è casuale che tale imprenditorialità, complici le forze antifasciste, sia stata successivamente “liquidata”, portando il Paese ad “incagliarsi” nella palude di una crisi nella quale sembra destinato a sprofondare sempre più.

Gianfranco Sabattini

La liberazione, l’attualità del 25 aprile 73 anni dopo

25 aprile milano

Come ogni anno, il 25 Aprile trascorrerà per molti come se fosse un giorno qualunque. Nonostante la pausa dal lavoro e la chiusura di uffici e scuole, molti infatti ignorano la ragione sociale e politica della festa e l’attualità delle tematiche connesse alla “Liberazione”..

Eppure, la Festa della democrazia, possibile – si sottolinea – solo quando c’è libertà in uno con la Liberazione dal nazifascismo, che l’Italia festeggia il 25 aprile, è sicuramente la pagina del nostro paese che meglio rappresenta questo processo. Un’Italia che continua a cambiare, a 73 anni di distanza, ma che nel 25 aprile ricrea in larga parte la memoria condivisa di una transizione decisiva: dall’occupazione tedesca alla riconquista del Nord del paese e di una città simbolo come Milano. Segno premonitore quindi della definitiva vittoria nel conflitto bellico più sanguinoso della storia e della fine della dittatura.

Proprio dall’avvicendarsi anno dopo anno della ricorrenza della Liberazione, è possibile capire e comprendere l’evoluzione stessa del modo in cui gli italiani recepiscono e partecipano una giornata che non è mai stata immune da aspri conflitti politici e culturali. Come infatti è stato lucidamente osservato dallo storico Giovanni De Luna, non sono mai scarseggiate momenti in cui l’anniversario stesso ha subito i contraccolpi di altre vicende e processi, che hanno portato in alcuni casi a far sì che “gli “aspetti celebrativi tendevano a soppiantare quelli militanti”, fino a pervenire però al punto in cui si può riconoscere che “ricordare il 25 aprile 1945 vuol dire anzitutto dare la possibilità a chi non c’era di conoscere la Resistenza nella nuda e scarna verità in essa racchiusa: quel giorno l’Italia ha riacquistato la libertà; lo ha fatto grazie all’impegno attivo di una strenua minoranza”.

Non sono mancati neanche, negli anni, tentativi di mettere in discussione il 25 aprile, dentro una più vasta tendenza volta a riconfigurare in chiave critica alcuni aspetti della lotta partigiana: come più volte ben evidenziato dal presidente della Repubblica Mattarella in occasione dei precedenti, tradizionali festeggiamenti, “la Liberazione è un punto di connessione della storia del nostro popolo” e “non c’è equivalenza possibile tra la parte che allora sosteneva gli occupanti nazisti e la parte invece che ha lottato per la pace, l’indipendenza e la libertà. […] Pietà per i morti, rispetto dovuto a quanti hanno combattuto in coerenza con i propri convincimenti: sono sentimenti che, proprio perché nobili, non devono portare a confondere le cause, né a cristallizzare le divisioni di allora tra gli italiani”.

La “Liberazione” ed i valori di cui si è fatta portatrice sono, dunque, assolutamente attuali e rappresentano il filo conduttore da seguire per uno sviluppo in senso democratico del nostro Paese, che ancora oggi mostra purtroppo significative criticità in tal senso.

Farli vivere oggi significa inevitabilmente aggredire positivamente nervi scoperti della nostra società e del nostro mondo. Le violenze, le forme di oppressione che abbiamo combattuto sono tuttora presenti in molte parti, sia pure limitate, del mondo.

I valori della nostra Resistenza – giova ricordarlo – sono valori di tutti. Aldilà di ogni ostacolo e di ogni frontiera.

Carlo Pareto

Elezioni: un’inchiesta sul populismo italiano

populismo

L’esito del voto del 4 marzo ha suscitato un vivace dibattito. C’è stato chi ha parlato della nascita di una Terza repubblica, chi della fine di un’epoca, chi dell’inizio di una fase nuova.

Ma a ben guardare quanto accaduto non ha nulla di davvero sorprendente: è il risultato di un processo più ampio, che va al di là dei confini storici e geografici della politica italiana.

I vincitori di queste elezioni sono, com’è noto, la Lega di Matteo Salvini e il Movimento 5 stelle di Luigi Di Maio. All’indomani del loro trionfo sono in molti a salire sul carro del vincitore – in particolare su quello di Di Maio – persino personaggi insospettabili come Sergio Marchionne e Eugenio Scalfari. Una situazione che, del resto, si era vista anche negli Stati Uniti a seguito della vittoria di Donald Trump.

Il successo elettorale di una forza politica, tuttavia, non dovrebbe pesare sul giudizio culturale che di essa danno gli analisti, né indurli a rivalutarla con facili entusiasmi; dovrebbe offrire l’occasione per conoscerla meglio e capire il perché del suo trionfo.

Cerchiamo dunque di capire quale sia il retroterra culturale di queste forze, quale la visione del mondo che, in filigrana, leggiamo dietro al loro pensiero.

Oltre la destra e la sinistra

Un dato interessante è che Lega e Movimento 5 Stelle rifiutano di collocarsi organicamente a destra o a sinistra: Salvini afferma di guardare anche “a una sinistra che non vota”, Di Maio dichiara di andare oltre i tradizionali schieramenti. Destra e sinistra, affermano, sarebbero state superate dalla storia; le vecchie categorie andrebbero ridiscusse, riformulate. Comune a entrambi è la tesi secondo cui le “grandi narrazioni” appartengano al passato, a un passato lontano e triste; e che la storia si sia pronunciata a favore di una politica post-moderna e post-ideologica. Dalla fine della Prima Repubblica sono stati in molti a insistere su questo punto: l’Unione Sovietica era crollata, i vecchi partiti erano stati spazzati via, e la politica doveva rinascere dalle ceneri delle vecchie ideologie.

Eppure dietro a questa visione della politica si cela un dibattito che in qualche modo preesiste alla politica stessa: quello sulla linearità o sulla ciclicità della storia. Adorno ci metteva in guardia dai sostenitori della storia lineare, da quelli che pensano che la storia proceda come una freccia. La storia, diceva, non va interpretata in funzione dello stato delle cose presente, non va considerata come una sorta di ineluttabile prodromo dell’oggi. L’apologia del fattuale è il più reazionario degli atteggiamenti: l’idea che la storia proceda verso il Buono e il Giusto è una trappola in cui tanti sono caduti. Contestare la fattualità è anzi uno dei cardini del pensiero dialettico: perché non è possibile una rivoluzione se si pensa che il presente sia il punto di arrivo della storia. Non è possibile utopia se si considera il dato come un totem. Ecco perché tutti i fascismi hanno sempre sostenuto a gran voce la linearità della storia: perché era loro interesse presentarsi come una sorta di strumento quasi mistico di salvezza, come un’espressione ineludibile, inarrestabile, del divenire storico. Lo diceva Hitler: noi siamo un’onda inarrestabile, non ci fermerete. Lo dicono leghisti e pentastellati oggi.

L’invito al superamento di destra e sinistra, dunque, è un invito essenzialmente reazionario. Destra e sinistra non sono entità concrete sconfitte dalla storia, sono etichette con le quali cataloghiamo i due poli opposti del pensiero politico: la conservazione e l’utopia. E se è vero che tutto ha un punto di vista, che tutto quel che affermiamo, nel momento in cui lo affermiamo, riconduce a una visione della vita, allora anche la post-ideologia riconduce a un’ideologia: un’ideologia di destra.

L’autoritarismo

La fede nella storia lineare – e la concezione quasi magica, irrazionale della realtà che essa porta con sé – è uno dei topoi del pensiero grillino-leghista. Un altro, ad essa strettamente concatenato, è l’appello ad un credo dogmatico, ad un’obbedienza cieca. Rinunciare al pensiero dialettico produce infatti il suo opposto: il dogmatismo, l’autoritarismo. Cioè, appunto, la celebrazione dell’esistente come dato. Gli elettori grillini e leghisti non si fanno domande, non discutono le palesi contraddizioni dei loro leader, sono difficilmente permeabili a scandali e rivelazioni. E ciò arriva a toccare tratti parossistici, persino comici: ieri il Movimento 5 stelle affermava che la televisione è il male, oggi se ne serve a piene mani; ieri invocava un referendum sull’euro, oggi lo ha frettolosamente archiviato; ieri stigmatizzava gli “inciuci” dei partiti, oggi apre a un’alleanza col Pd.

Cambiare opinione è lecito, non lo è fare a pezzi la coerenza, prendere in giro, cinicamente, i propri attivisti. Alessandro di Battista è l’uomo che nel 2014 affermava che “l’obiettivo politico (parlo dell’obiettivo politico non delle assurde violenze commesse) dell’ISIS, ovvero la messa in discussione di alcuni stati-nazione imposti dall’occidente dopo la I guerra mondiale ha una sua logica”, che “nell’era dei droni e del totale squilibrio degli armamenti il terrorismo, purtroppo, è la sola arma violenta rimasta a chi si ribella” e ancora che “se a bombardare il mio villaggio è un aereo telecomandato a distanza io ho una sola strada per difendermi a parte le tecniche non violente che sono le migliori: caricarmi di esplosivo e farmi saltare in aria in una metropolitana.” Frasi come queste avrebbero distrutto qualunque partito, ma non il Movimento 5 stelle. Che un paio d’anni dopo, candidamente, cambiò linea, con l’obiettivo di accreditarsi come forza di governo.

L’abitudine a giravolte improvvise, radicali, è un tratto distintivo di molte forze, per così dire, populiste. Si ricorderà il caso di Benito Mussolini: da anticlericale a amico della Chiesa, da antiborghese a sostenitore della borghesia. Queste forze non chiedono, di solito, un approccio critico, dialettico, alle proprie tesi, ma piuttosto una fiducia prepolitica, un’adesione emotiva. L’elettore non deve condividere criticamente le loro idee, deve avere fiducia in loro, deve affidarsi a loro. Ecco perché l’elettore leghista non si scandalizza se Salvini da neopagano si trasforma in fervente cattolico che giura sul Vangelo. Ecco perché Donald Trump e Silvio Berlusconi sopravvivono indenni – almeno sino ad ora – alla propria reiterata incoerenza. Il loro segreto è trasformare la politica in un fatto emotivo e autoritario insieme.

Silvia Virgulti, influente consulente per la comunicazione del Movimento 5 Stelle, nonché ex fidanzata di Luigi Di Maio, nel 2015 istruiva così gli esponenti grillini: “L’argomento immigrazione suscita molte emozioni, tra cui in primis paura e rabbia. Per questo, in tv iniziare ad argomentare o spiegare trattati o proporre soluzioni più o meno realistiche è inutile, perché le persone sono in preda alle emozioni e sentono minacciate loro stessi e la loro famiglia; non si può pretendere che seguano un discorso puramente razionale, quindi è bene alimentare la loro rabbia e la loro paura.” La Virgulti è esperta di Programmazione Neuro-Linguistica (PNL), una pseudoscienza che viene usata abbastanza spesso come strumento di persuasione psicologica soprattutto nel marketing e nella politica; in tal senso regalava ai parlamentari del suo partito copie de La struttura della magia, il volume di Richard Bandler e John Grinder che descrive i fondamenti della PNL. E del resto è stato documentato da più parti il ricorso dei politici pentastellati a tecniche di seduzione psicologica. Dunque: stabilire un principio di autorità, suscitare rabbia, sacrificare la coerenza.

Il rifiuto dell’antifascismo

Un altro motivo unificante delle forze populiste italiane è la critica dell’antifascismo. Sul caso di Matteo Salvini è superfluo dilungarsi: le sue simpatie per la destra radicale sono note. Più interessante è il caso del Movimento 5 Stelle: gli esponenti pentastellati, infatti, hanno mostrato da sempre un atteggiamento estremamente ambiguo, persino sospetto, nell’accostarsi al problema del fascismo.

Tanti sono gli esempi che si potrebbero citare. Fece scalpore quanto scrisse nel 2013 (e poi ritrattò) Roberta Lombardi: “Da quello che conosco di CasaPound, del fascismo hanno conservato solo la parte folcloristica, razzista e sprangaiola. Che non comprende l’ideologia del fascismo, che prima che degenerasse aveva una dimensione nazionale di comunità attinta a piene mani dal socialismo, un altissimo senso dello stato e la tutela della famiglia”. La stessa Lombardi che invocava l’abolizione dei sindacati: “Se parliamo dei sindacati chiedendone l’abolizione, ti tacciano di voler tornare indietro alla rivoluzione industriale.” Sempre nel 2013, Beppe Grillo dichiarava: “Se io sono antifascista? Questo è un problema che non mi compete, il nostro è un movimento ecumenico. Se un ragazzo di CasaPound volesse entrare nel nostro Movimento, con i requisiti in regola, non ci sarebbero problemi”. Più recentemente, nel dicembre del 2016, gli faceva eco Alessandro Di Battista: “È più importante essere onesto che antifascista. Nel 2016 parlare di fascismo e antifascismo è come parlare di guelfi e ghibellini… ancora a parlare di questa roba?”

Ancora più grave fu il caso di un’intervista allo storico revisionista Arrigo Petacco che uscì come prima notizia nel blog di Beppe Grillo, il 24 novembre 2014. Titolo: “Mussolini non ha ucciso Matteotti”. E si potrebbe andare avanti citando l’inquietante filmato dal titolo “Gaia – The future of politics”, prodotto dalla Casaleggio Associati nel 2008, che gli esponenti grillini hanno sempre liquidato come una boutade. Un video in cui Hitler e Mussolini venivano dipinti come grandi comunicatori – senza nessuna parola di condanna – e che ricorda per molti versi le tesi dei 5 Stelle.

Infine il pensiero corre al filosofo pop Diego Fusaro, uno che col Movimento ha avuto da sempre un rapporto privilegiato. Fusaro stigmatizza quello che definisce “l’antifascismo in assenza di fascismo”e non teme di affermare: “Sono molto indipendente nelle mie posizioni e appoggio incondizionatamente tutti i movimenti che nuocciono di più ai vertici dell’aristocrazia finanziaria. Quindi, indistintamente, dai comunisti di Marco Rizzo a CasaPound di Simone Di Stefano, passando per tutti i movimenti non allineati e stigmatizzati dal sistema”.

Perché dunque le forze populiste sono tanto restie a dichiararsi antifasciste se il fascismo, a loro dire, non esiste più?

È ancora una volta Theodor Adorno a suggerirci una possibile risposta. Nel suo La personalità autoritaria, scritto insieme a Else Frenkel-Brunswik, Daniel Levinson e Nevitt Sanford, il filosofo e sociologo tedesco raccoglie i risultati di alcune ricerche da lui condotte presso l’Università di Berkeley, nel periodo in cui la Scuola di Francoforte si era trasferita negli Stati Uniti. La grande intuizione di queste ricerche è la presa di coscienza che il fascismo non è un fenomeno che si limita alle esperienze di Benito Mussolini o Adolf Hitler: è una visione del mondo e, prima ancora, una forma mentis. Servendosi degli strumenti della psicologia, con l’aiuto di test e colloqui clinici, Adorno osserva che nei simpatizzanti fascisti – o dei valori che a queste forze fanno riferimento – è possibile ritrovare dei tratti caratteriali che ricorrono con particolare frequenza. Analizzando questi tratti si arriva a mettere a fuoco l’essenza più profonda del fascismo, di cui il populismo – come si vedrà – è in qualche modo un’espressione. In tal senso Adorno sviluppa una scala, detta Scala-F, che misura le tendenze autoritarie, o fasciste, di un soggetto: una scala che si rivela particolarmente utile nell’accostarsi ai movimenti populisti.

I tratti da lui individuati, che stupiscono ancora oggi per la loro validità, sono il convenzionalismo, ossia l’adesione pedissequa a valori borghesi (l’item del test recita: “l’obbedienza e il rispetto per l’autorità sono i più importanti valori che i figli dovrebbero apprendere”), la sottomissione autoritaria, ossia una visione sottomessa e acritica delle autorità idealizzate del proprio gruppo di appartenenza (“quello che occorre di più a questo Paese, più delle leggi e dei programmi politici, sono alcuni leader coraggiosi, instancabili, devoti, dei quali la gente possa avere fiducia”), l’aggressività autoritaria (“i crimini sessuali, come lo stupro e la violenza sui bambini, meritano più del carcere; questi criminali andrebbero pubblicamente frustati o peggio”), l’anti-intraccezione, ovvero il disprezzo per gli individui sensibili, fantasiosi, per la tenerezza e la dolcezza (“la società ha bisogno di uomini d’affari e gente che produca, non di artisti e professori”), la superstizione e la stereotipia, ossia la convinzione che il destino dell’uomo sia influenzato da variabili magiche (“un giorno le guerre e i problemi sociali potrebbero finire a causa di un terremoto o di un’alluvione che distruggeranno il mondo intero”), l’esaltazione dell’idea di forza, quindi l’importanza attribuita ai concetti di dominio-sottomissione, forte-debole, capo-seguace e l’identificazione con figure di potere (“le persone possono essere divise in due categorie distinte: i deboli e i forti”), la distruttività e il cinismo, cioè un senso di rabbia e di odio generalizzati, la proiettività, ossia il trasferimento all’esterno di impulsi emotivi inconsci, che si esprime ad esempio nell’adesione alle teorie del complotto (“molte persone non capiscono quanto le nostre vite siano controllate da complotti orditi in luoghi segreti”) e infine una visione retrograda o moralistica della sessualità (“la selvaggia vita sessuale dei greci e dei romani era monotona se paragonata ad alcune delle cose che accadono in questo Paese, persino laddove uno meno se lo aspetterebbe”).

Il lessico e le idee a cui Lega e 5 stelle ci hanno abituati si inscrivono perfettamente nel quadro tracciato da Adorno, tra autoritarismo e pensiero magico, giustizialismo e culto dell’uomo forte. Alla luce di queste premesse è facile intuire perché i movimenti populisti abbiano tanta simpatia per un fascista moderno come Vladimir Putin, uomo sanguinario, violento, autoritario, tra i capi di stato più pericolosi oggi in circolazione. Si ricorderanno gli elogi spesi da Grillo e Salvini nei confronti del presidente della Federazione Russa, come si ricorderà l’amicizia di Putin con l’estrema destra europea, dal Front National all’Ukip, dal Partito Nazionaldemocratico tedesco ad Alba Dorada.

Il populismo italiano e l’industria culturale

Eppure queste forze hanno avuto un largo seguito in Italia: la somma dei voti di Lega e Movimento 5 stelle raggiunge il 50% sia alla Camera che al Senato. Com’è possibile che dei partiti così ideologicamente grossolani, culturalmente inconsistenti, politicamente reazionari possano aver ottenuto un consenso così alto? Va detto che episodi come questo si sono già visti, anche nella storia recente: si pensi al successo dei partiti populisti in Europa e soprattutto alla vittoria di Trump negli Stati Uniti, un altro fascista moderno non a caso elogiato sia dalla Lega che dai 5 stelle.

Ma l’ascesa dei movimenti populisti merita qualche riflessione in più. L’inizio degli anni Ottanta portò una spoliticizzazione progressiva della società occidentale, un tramonto del fermento culturale dei decenni precedenti: fu il momento di Reagan, della Thatcher, delle politiche neoliberali. Alla militanza subentrò il disimpegno, lo yuppismo, il divertimento amministrato. Furono gli anni della “desublimazione repressiva” – come direbbe Marcuse – cioè di un edonismo farlocco, pornografico, strettamente controllato dal sistema. L’avanguardia cedette il posto al kitsch – secondo quell’eterno paradigma che Clement Greenberg, in tempi non sospetti, aveva così acutamente illustrato – e il post-modernismo portò a una pretesa democratizzazione del gusto.

In quel clima di massificazione culturale, la figura dell’intellettuale iniziò ad uscire di moda: in una società in cui si afferma l’equiparazione di brutto e bello non c’è spazio per i pungolatori del pensiero, per i critici militanti, per gli esteti. Mentre gli intellettuali si facevano sempre più rari i mezzi di comunicazione di massa assumevano un’importanza sempre maggiore, incaricandosi – più di quanto non avvenisse in precedenza – della funzione di arbitri del gusto. Da allora in poi, in mancanza di coscienze critiche in grado di fermarli, i media assunsero una capacità di controllo sociale che non si era sinora mai vista, che progredì esponenzialmente fino ad oggi.

La caduta del muro di Berlino e la fine dell’Unione Sovietica furono le premesse necessarie per una fase, come quello di Mani pulite, che si palesò presto come un’esplosione di giustizialismo poliziesco, di isteria collettiva, di vendetta spettacolarizzata. La costruzione della “Seconda Repubblica” fu dunque affidata ai mezzi di comunicazione di massa, più e meglio di quanto non accadesse in passato: furono loro a creare Berlusconi (o forse viceversa?), che con la sua tv spazzatura plasmò una sensibilità culturale sempre più spenta e gerarchizzata. Furono sempre i media a creare e a nascondere scandali, a scatenare a comando l’indignazione collettiva, ma anche le passioni e gli entusiasmi popolari.

L’avvento dell’era digitale fece il resto: i social media e Wikipedia, con la loro aria di libertà e democraticità, portavano in dote una capacità di manipolazione che nessuno si era mai immaginato. Cosa c’è di più gerarchico e manipolativo di uno spazio in cui le voci si accavallano, e nel rumore si sente soltanto la voce di chi ha i mezzi per farsi sentire? Cosa c’è di più pericoloso di un’enciclopedia che si vuole obiettiva e nazionalpopolare – ma che in realtà è alle mercé di lobby di ogni sorta – quando l’obiettività, com’è noto, non esiste?

È dunque in questo clima culturale che si espandono prima la Lega e poi il Movimento 5 Stelle, che traggono linfa da un contesto sociale nel quale lo strapotere dei media, social e tradizionali, ha soffocato anche i più timidi tentativi di pensiero dialettico. Nel 2013 la Lega era quasi scomparsa; ma quando Matteo Salvini cominciò a saturare i talk show politici di ogni sorta, il trand cominciò a cambiare. Anche il Movimento 5 stelle era sconosciuto ai più, almeno fino a quando un’aggressiva campagna elettorale fuori e contemporaneamente dentro i media – Umberto Eco la definì una “comunicazione della comunicazione” – non lo portò alla ribalta.

La società italiana era oramai assuefatta alla politica mediatizzata e spettacolarizzata, l’indipendenza e la coscienza critica dei fruitori si era fatta sempre più evanescente. E così nessuno si accorse che un Movimento che si professava libero e democratico redigeva liste di proscrizione come ai tempi di Mussolini, intimidiva gli avversari con l’arma dell’odio. Ricordate? Beppe Grillo pubblicava il nome di un giornalista sulla sua rubrica “Il giornalista del giorno” e il pubblico rispondeva sommergendo il malcapitato di insulti; come quando storpiò il nome di Gad Lerner in “Gad Vermer” e il pubblico commentò con violenti epiteti antisemiti. Si respirava un clima di paura, gli avversari temevano di criticare Grillo apertamente per timore di rappresaglie virtuali. In pochi ripensarono a quanto avvenne agli albori del fascismo, quando le squadracce servirono a Mussolini per intimorire i detrattori, per conquistare il consenso.

Libertarismo e comunitarismo

Gli anni Ottanta furono anche l’epoca in cui il dibattito politico e culturale si dedialettizzò definitivamente. La teoria critica della società e la Scuola di Francoforte furono presto considerate un’eredità del passato, e con esse cadde in disgrazia quello che forse era il cuore pulsante del loro pensiero: il marxismo libertario. Dal marxismo libertario, dall’idea che la giustizia sociale passi attraverso l’emancipazione da ogni potere autoritario, furono in molti a prendere le distanze. Chi in nome del relativismo, chi in nome di un marxismo dedialettizzato, altri ancora confondendo pretestuosamente il libertarismo con il libertarianismo. In un’atmosfera artificialmente post-ideologica come quella degli anni Ottanta, dominata dall’industria culturale, cominciò dunque a farsi strada, dapprima sommessamente, la scuola diametralmente opposta a quella del libertarismo: il comunitarismo. Questa scuola vuole l’individuo non più come un soggetto libero al cui servizio opera la comunità; ma come un soggetto inerte al servizio della comunità stessa. Crede nel rafforzamento dei legami sovraindividuali, nel sacrificio dell’identità singolare sull’altare di un sentire collettivo, nella storia lineare. È, naturalmente, una filosofia con forti connotazioni gerarchiche: come sempre il bene comune è lo strumento più efficace per esprimere la volontà di un capo, per imporre l’ingiustizia in nome di una presunta giustizia.

Fu anche l’affermazione nella società di sottese tendenze comunitariste a facilitare l’ascesa dei movimenti populisti, a creare un terreno fertile affinché potessero imporsi. Una società che crede nell’espressione delle libertà naturali dell’individuo, dell’eros, del gioco, difficilmente sarà permeabile a forme di pensiero autoritario. Una società che antepone la comunità all’individuo, che enfatizza un presunto sentire collettivo – di cui i mass media sarebbero i portavoce – sarà invece il luogo ideale nel quale innestare forme di giustizia sommaria, di violenza di stato.

Una società che si è spostata a destra, che ha archiviato troppo in fretta il marxismo libertario e il pensiero dialettico, si presta facilmente alle sirene della demagogia. Il voto del 4 marzo lo ha dimostrato

Giulio Laroni

(pensalibero.it)

VIOLENZA MILITANTE

accoltellato risse sangue polizia-2L’Italia aveva quasi dimenticato la violenza in strada dei militanti politici, quella degli anni della contestazione studentesca che portava a feriti e a scontri tra ‘rossi’ e ‘neri’, ma che purtroppo si sta ripresentando in queste ultime ore. “Quello che è accaduto a Palermo all’attivista di Forza Nuova – affermano in una nota Angelo Bonelli, Giulio Santagata e Riccardo Nencini, promotori della Lista Insieme – è un atto che possiamo definire fascista, così come lo è l’accoltellamento dell’attivista di Potere al Popolo a Perugia. Un episodio di stampo squadrista oltre che fascista è stato anche il tentativo di irruzione da parte di trenta attivisti di Forza Nuova nello studio di La7 durante la trasmissione di Giovanni Floris. Si tratta di tre atti violenti che vanno condannati con la massima fermezza”. “Stiamo assistendo – continuano gli esponenti della Lista Insieme – ad una escalation di violenza di natura politica che ci riporta con la memoria ad anni difficili per la democrazia del nostro Paese. Non possiamo in nessun modo permettere che vengano utilizzati questi mezzi per innescare il terrore nelle cittadine e nei cittadini italiani nel chiaro tentativo di condizionare la libertà di espressione”.

“Per questo motivo – concludono Nencini, Bonelli e Santagata – auspichiamo che il voto del 4 marzo vada verso quelle forze politiche in grado di arginare questi estremismi pericolosi e che elettrici ed elettori non si facciano intimorire da chi basa la propria campagna elettorale su messaggi di odio e di intolleranza. Invitiamo i partiti ad adottare un codice di comportamento, perché i diritti e le libertà si impongano sull’estremismo e la violenza. Noi il 24 saremo in piazza per dire no alla violenza e al fascismo”.

Già qualche giorno fa Riccardo Nencini, segretario del Psi, ha sostenuto che di fronte alla crescita di movimenti come Forza Nuova e Casapound è ora di mettere mano alla legge contro il fascismo. Nencini aveva così commentato la violenza a Bologna. “La valutazione che è stata fatta sul concedere la piazza a Forza Nuova immagino sia stata assolutamente ponderata – afferma il leader socialista – dovremmo però inquadrare la questione da un altro punto di vista. Siccome c’è un rigurgito di motivi neo-fascisti, come Forza Nuova e Casapound, la domanda che dobbiamo porci è se le norme esistenti, oltre a tutelare il diritto di ciascuno a manifestare le proprie idee, non debbano essere rinnovate per quel che riguarda una nuova specifica su ciò che significa fascismo e neo-fascismo oggi”. Secondo Nencini, dunque, “forse conviene affrontare la questione a monte e il tempo purtroppo è maturo, perché il rigurgito non è localizzabile in una regione. È assolutamente trasversale e lo vedo emergere in diversi curricula di candidati grillini e leghisti, soprattutto al sud. E quindi il tema si pone”.
In queste ultime ore s è scatenata la violenza fisica. Il primo episodio è di ieri sera, a Palermo, Massimo Ursino, il leader di Forza Nuova è stato fermato in strada mentre usciva dal lavoro e picchiato a sangue da sei sconosciuti.
Questa notte invece un trentasettenne militante di Potere al Popolo è stato aggredito coi bastoni e accoltellato alle gambe e alla schiena, mentre affiggeva manifesti elettorali alla periferia di Perugia, nella zona di Ponte Felcino. Con il militante anche il cugino colpito alla testa.

Viola Carofalo, capo partito di Potere al Popolo, commenta l’accoltellamento di Ponte Felcino come probabile conseguenza dei fatti di Palermo, infatti le aggressioni al dirigente di Forza Nuova ieri sera a Palermo, compiuta da elementi della sinistra antagonista, potrebbe aver scatenato una “reazione” contraria proprio da parte di eventuali gruppi neofascisti. “Il clima è pesante. In questo ha colto il punto il sindaco di Palermo: l’antifascismo va difeso”, spiega ancora la leader di PaP.
Walter Verini, Capogruppo del Pd in Commissione Giustizia della Camera e candidato in Umbria parla di “fatto di straordinario allarme e gravità”.
Ma gli episodi di violenza non si fermano, Roma è tristemente protagonista di un episodio lugubre. Una scritta “morte alle guardie” con due svastiche ai lati è stata trovata sulla base di cemento della lapide commemorativa del rapimento di Aldo Moro in via Mario Fani a Roma, dove persero la vita i suoi agenti di scorta.
Mentre Forza Nuova dopo essere stata sdoganata in Tv e da giornalisti illustri, si presenta proprio lì dove era stato ospite il leader di Casapound, Simone Di Stefano, negli studi di La7. Blitz di un gruppo di attivisti di Forza Nuova ieri intorno a mezzanotte negli studi tv di via Tiburtina, alcuni militanti sono riusciti a entrare, chiedendo di partecipare alla puntata del programma di Giovanni Floris, mentre era in onda un contributo registrato e quindi a telecamere spente. Le forze dell’ordine hanno identificato i componenti del gruppo, ma l’episodio si è chiuso in modo non violento. “Verso la mezzanotte – spiega Floris – si è presentato un gruppo di persone. Saranno state una ventina. Si sono qualificati come Forza Nuova e di Forza Nuova avevano le insegne. Volevano interagire col programma. Questo non era possibile, sia tecnicamente (in quel momento andava in onda un contributo registrato) sia per ragioni di opportunità. Non mandiamo in onda chi non è da noi invitato, tantomeno se si presenta in quel modo. Fermo restando che la modalità con cui si sono posti non è accettabile, il confronto si è svolto in un clima non violento. Dopo aver esposto le loro ragioni si sono fatti accompagnare all’uscita”.

Nencini: Fascismo? Berlusconi non conosce la storia

berlusconi fazio

“Il fascismo è morto e sepolto. Il caso di Macerata è stato il gesto di un singolo fuori di testa che ha agito per conto suo. Mentre invece c’è questo movimento dell’antifascismo che a Piacenza ha picchiato un esponente delle forze dell’ordine: è un movimento pericoloso che viene dai centri sociali ed ha un programma di iniziative inaccettabile”. Lo ha detto il leader di Fi Silvio Berlusconi a “Che Tempo che fa” dove ha aggiunto: “I fascisti sono morti ma ricordo che fascismo e nazismo sono arrivati come movimenti socialisti”. E poi “Senza un Mussolini o un Hitler non succede niente…”.

“Ascolto Berlusconi e inorridisco”. È il commento del segretario del Psi Riccardo Nencini alle parole del leader di Forza Italia. “Ha appena dichiarato che fascismo e nazismo sono nati dal socialismo. Idee poco chiare e pessima conoscenza della storia. Giuro che domani gli regalo un Bignami”.

Intanto continua a far discutere, tra adesioni e critiche, la proposta lanciata ieri dalla presidente della Camera Laura Boldrini, componente di Liberi e Uguali, secondo cui “i gruppi che si ispirano al fascismo vanno sciolti, non c’è posto per loro nella nostra Repubblica che è antifascista”. La sede scelta per lanciare il messaggio non era casuale, nel quartiere Niguarda di Milano, di fronte ad un murales che rivendica l’antifascismo della zona, dove nel 1945 si tennero degli scontri durante la liberazione della città dall’occupazione nazifascista. Tra i primi a raccogliere le parole della Boldrini è il leader di Liberi e Uguali, il presidente del Senato Pietro Grasso, che rivendica: “Condivido la sua posizione, che condanna tutte quelle manifestazioni che possano essere valutate come una ricostituzione del partito fascista. E condivido l’invito a sciogliere eventuali formazioni o associazioni di questo tipo”. Sulla stessa linea gli altri leader del cartello elettorale di sinistra, Pippo

Civati, Roberto Speranza e Nicola Fratoianni. Il capogruppo di MdP alla Camera Nicola Laforgia va oltre, indicando due liste in corsa alle prossime elezioni, e si domanda: “Siamo sicuri che CasaPound e Forza Nuova stiano dentro la Costituzione?”. Anche il sindaco di Napoli Luigi De Magistris, dopo che ieri sera si è svolta una manifestazione di CasaPound nel capoluogo campano, incalza: “Chi aspettano il ministro dell’Interno e lo stesso Governo per porre fine alla propaganda fascista nel nostro Paese?”.

L’ultima proposta di legge che disciplina le sanzioni contro l’apologia del fascismo è quella presentata dal parlamentare Pd Emenuele Fiano, approvato lo scorso anno dal Parlamento, che recita: “Chiunque propaganda le immagini o i contenuti propri del partito fascista o del partito nazionalsocialista tedesco, anche solo attraverso la produzione, distribuzione, diffusione o vendita di beni raffiguranti persone, immagini o simboli a essi chiaramente riferiti, è punito con la reclusione da sei mesi a due anni”. In precedente l’apologia di fascismo era stata normata dalla legge Scelba del 1952, che riconosce come “riorganizzazione del disciolto partito fascista” il caso in cui “una associazione o un movimento persegue finalità antidemocratiche proprie del partito fascista”.

Nel 1993 invece è arrivata la legge Mancino, che amplia le sanzioni per discriminazione razziali, etnici, religiosi o nazionali. Sono due le liste di estrema destra più in vista in corsa alle elezioni del 4 marzo: CasaPound ed Italia agli Italiani. I primi, i cosiddetti ‘fascisti del terzo millennio’, Il Cartello ‘Italia agli Italiani’ invece raccoglie la Fiamma Tricolore e Forza Nuova, ovvero le due formazioni che ospitano più reduci della stagione delle formazioni della destra extraparlamentare degli anni Settanta e Ottanta.

Salvini al centro dello scontro, tra Berlusconi e Bossi

salvini berlusconiSono ore in cui il leader della Lega si ritrova al centro del guado del Centrodestra. Prima l’imbarazzo sulla lugubre iniziativa dei Giovani Padani di Busto Arsizio, in provincia di Varese che ieri hanno bruciato in piazza un fantoccio di Laura Boldrini, poi l’uscita revisionista sul Fascismo.
Nel frattempo non pare abbia funzionato la ricucitura tra il leader della Lega e l’Ex Cavaliere. Ognuno dei due vuole l’ultima parola, ma stavolta Salvini frena proprio sul pupillo del leader azzurro, il moderato e attuale presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani, e per non dare nell’occhio di un centrodestra in subbuglio alla fine si è deciso che la scelta del premier è rimandata a dopo il voto.
Tajani premier? Decidono gli italiani, non Berlusconi, ha detto Salvini: “Ieri su Facebook ho pubblicato il programma comune del centrodestra, firmato da tutti (…). Berlusconi si atterrà a quello che abbiamo firmato, e io pure”.
“Tajani – va però all’attacco Giorgia Meloni ad Agorà – sarà il candidato di FI, non è il candidato di FdI. Sto facendo la campagna per poter arrivare io a presidente del Consiglio dei ministri. Gli Italiani sceglieranno la proposta che li convince di più”.
Un’altra gatta da pelare per il leghista è la questione che riguarda il Senatur: Matteo Salvini non chiarisce ancora se Umberto Bossi, il fondatore della Lega che ha criticato apertamente la svolta nazionale del suo successore, correrà per un nuovo mandato in Parlamento. “Bossi – ha ribadito il segretario del Carroccio a Circo Massimo, su Radio Capital – è il padre della Lega. E a lui, come a tutti i candidati, chiederò se c’è condivisione del progetto della Lega, che si presenterà in tutta Italia”. Comunque, assicura, “decideremo entro questa sera”.
Nel frattempo arriva la notizia che mette in forse la stessa segreteria capeggiata da Matteo Salvini. Un ricorso che mette in dubbio la legittimità della nomina di Matteo Salvini e che è stato discusso e ritenuto fondato stamani dal giudice della prima sezione civile del tribunale di Milano, Nicola Di Plotti e Umberto Bossi lunedì potrebbe svegliarsi segretario della Lega Nord. Presentato dieci giorni fa se accolto, con il ricorso saranno automaticamente annullate le primarie dello scorso maggio, Salvini tornerà militante semplice e, come prevede lo statuto, l’incarico di segretario sarà ricoperto da Umberto Bossi che oggi è presidente federale e garante del Carroccio.

Il ruolo ancora non chiaro di Claretta Petacci, l’amante del duce

mussolini claraLa battuta di Gene Gnocchi sull’amante del duce Claretta Petacci, accostata a un tipico rappresentante del mondo suino, ha suscitato un ampio dibattito sulla stampa e sui social network. Essa, ad eccezione di un’intervista di Mirella Serri, ha circoscritto il personaggio solo intorno alla sua morte avvenuta il 28 aprile 1945. Ma, al di là della battuta peraltro inopportuna, nessuno ha chiarito il ruolo di quella donna, della sua famiglia originaria e i loro rapporti con il duce del fascismo.

Il primo incontro tra Benito Mussolini e Clara Petacci avvenne la domenica del 24 aprile 1932 sulla strada del mare tra Ostia e Castelfusano. Il passaggio dell’auto del duce – secondo Renzo De Felice – suscitò un vivo entusiasmo tra i passeggeri di un’altra vettura che egli “fece fermare la sua per salutarli.” (“Mussolini il duce. Lo Stato totalitario 1936-1940”, Torino 1981, p. 278). La giovane ammiratrice aveva vent’anni, essendo nata il 28 febbraio 1912 da una facoltosa famiglia romana: la madre si vantava di essere una lontana parente di Pio XI, mentre il padre Francesco Saverio faceva parte dell’equipe medica del pontefice (F. Bandini, “Claretta”, Milano 1969, pp. 13-15). Tuttavia sin dall’età di quattordici anni aveva tempestato il duce di missive per esprimergli la sua solidarietà e ammirazione per lo scampato pericolo all’attentato dell’inglese Violet Gibson.

Clara (Claretta o Clare) Petacci era una donna affascinante ed aveva una scollatura abbondante, che lasciava intravedere un seno prosperoso, a cui il duce era molto sensibile. La differenza di età –Mussolini aveva quasi cinquant’anni, essendo nato nel 1883 – non gli impedì di diventare sua amante. Qualche giorno dopo il duce le telefonò, chiedendole di recarsi alle sette di sera a Palazzo Venezia perché desiderava meglio conoscerla. Dopo quell’incontro, quante volte si videro e quanta cominciarono la loro relazione, non è facilmente appurabile, ma sembra che gli incontri furono molto frequenti. Gli incontri proseguirono anche dopo il matrimonio che la Petacci contrasse il 27 giugno 1934 con Riccardo Federici, appena promosso tenente: un matrimonio durato appena due anni e sfociato nella separazione legale con divorzio ungherese e, solo alla fine del 1941, nell’annullamento della Sacra Rota.

La separazione con il marito da parte della Petacci, avvenuta nel luglio 1936, favorì gli incontri amorosi con il duce, che prima lo favorì e poi ostacolò la loro unione. C’è una lettera di Claretta, datata 25 settembre 1933, in cui ella chiese al duce di interessarsi del fidanzato per favorire il suo trasferimento nella capitale dalla sede di Brindisi dove era stato trasferito per punizione “avendo volato con suo idrovolante su Roma al di sotto della quota di sicurezza”. Nel novembre 1933 la Petacci chiede a Mussolini di concedere una deroga per dare la possibilità al suo fidanzato di sposarla, non avendo compiuto il trentesimo anno di età come stabilisce il regolamento della Regia aeronautica.

Come si evince dalla lettura della loro corrispondenza, la giovane dimostrò di essere perdutamente innamorata del duce, ma si rivelò una donna pratica e intenta a soddisfare le richieste dei suoi parenti, quasi a costituire una specie di clan finalizzato alla richiesta di favorì e all’arricchimento della sua famiglia. Per gli incontri amorosi, De Felice ci informa che “fu approntato a palazzo Venezia il cosiddetto appartamento Cybo dove la donna usava passare molte ore in attesa che Mussolini, alla fine delle sue udienze, la raggiungesse (cit. p. 279). Su suo interessamento fu addirittura organizzata dal 19 dicembre 1936 al 1° gennaio 1937 nelle Sale dei cultori d’arte a Roma una mostra personale della “pittrice Petacci Clara”, presentata dall’artista Piero Scarpa.

La frequentazione dei due amanti sollevò invidie nelle dame di più alto lignaggio, come si ricava da alcune testimonianze: “La signorina Petacci, suo ultimo amore, benché abbia belle gambe e piedi incredibilmente piccoli come che l’aveva preceduta, non era la compagna appropriata per un capo di stato. L’ho vista una volta all’opera e l’ho trovata molto attraente in un certo modo. Aveva troppi riccioli e il suo trucco era innaturalmente pesante. La sua pelliccia di visone era troppo ampia; i suoi gioielli troppo vistosi”. (F. Bandini, “Claretta”, cit. p. 11 ed E. Cerruti nel suo libro “Visti da vicino. Memorie di un’ambasciatrice”, Milano 1951, p. 294). Eppure Mussolini la preferiva a donna Rachele, che accudiva i figli e coltivava la propria immagine di casalinga e di madre, nonostante le continue lamentele della Petacci, umorale e lamentosa per la propria cagionevole salute.

Rispetto alle relazioni intrattenute con altre donne, “spasimanti stagionate” e spesso non belle, Mussolini nutrì verso Claretta una particolare predilezione (era anche geloso) per la fusione di bellezza e giovinezza, che lo rendevano giovane e gli facevano dimenticare i dolori ulcerosi allo stomaco. Le astuzie della donna, rivolte a favorire i suoi familiari, non turbavano per nulla il duce, che cedeva alle sue lusinghe e richieste con facilità. La sorella Myriam cercò di affermarsi nel mondo dello spettacolo prima nel teatro e poi nel cinema con l’aiuto delle autorità fasciste: il film più importante “Le vie del cuore” (1942) le permise di partecipare al festival di Venezia, dove fu derisa per la scelta del nome Miria di San Servolo, che ricordava il manicomio di Venezia. Il fratello Marcello Cesare Augusto (nato nel 1910) si affermò nei giornali scandalistici e in alcuni maneggi economici, assicurandosi il buon esito degli esami con le “raccomandazioni” procurategli dalla sorella (Rochard J.B. Bosworth, “Mussolini. Un dittatore italiano”, Milano 2004, p. 376). Egli, diventato medico della marina, “faceva grossi guadagni contrabbandando l’oro sotto la copertura del privilegio diplomatico e con vari traffici illegali di valuta straniera, e sventolando una sua pretesa amicizia col Duce che gli aveva permesso […] di far assegnare a chi voleva lui dei contratti lucrosi con enti statali e delle cariche redditizie” (C. Hibbert, “Mussolini”, Milano 1962, p. 199). Il padre si fece costruire a Roma nel quartiere Monte Mario una lussuosa villa con le stanze da bagno tappezzate di marmo nero. L’intera famiglia soleva trascorrere le estati presso lo splendido Grand Hotel di Rimini, forse su consiglio dello stesso duce. Mussolini trascorreva infatti le vacanze estive a Riccione, dove incontrava la sua amante, scambiandosi effusioni amorose e trascorrendo insieme incontri piacevoli. Essi sono rievocati con struggente passione nel 1943, quando la Petacci ricordava le ore trascorse insieme ad aspettare l’alba nella spiaggia deserta dell’Adriatico.

Dopo l’8 settembre 1943 l’intera famiglia seguì Mussolini, stabilendosi in una villa a Gardone, ubicata non lontano dalla residenza di Mussolini e dalla sede ufficiale del governo repubblicano a Salò. Il 22 aprile 1945 Clara Petacci si rifiutò di salire su un aereo per Barcellona e seguì Mussolini fino a Dongo, dove venne arrestata dai partigiani per essere “giustiziata” tre giorni dopo con il suo amante. Il 29 aprile i loro corpi furono esposti a Piazzale Loreto (Milano) e appesi per i piedi sulla pensilina di un distributore di benzina come vendetta simbolica per la strage di quindici partigiani, uccisi il 10 agosto 1944. Sono queste storie ignorate da alcuni giornalisti come Nicola Porro o Marcello Veneziani, che non fanno alcun cenno a questa strage e alle immense ricchezze possedute dai due amanti (l’oro di Dongo).

Nunzio Dell’Erba

Marcia su Roma. Nencini, quando mancano idee si copia

forza nuovaIl ministro degli Interni l’aveva già detto in passato, la marcia su Roma è in “contrasto con l’ordinamento giuridico che prevede alcuni fondamentali presidi di legalità: la legge Scelba vieta la ricostituzione, sotto qualsiasi forma, del disciolto Partito fascista e punisce l’apologia del fascismo e la Legge Mancino condanna gesti, azioni e slogan legati all’ideologia nazifascista”. E ancora oggi Marco Minniti lo ribadisce: “Con le motivazioni da me già espresse in Parlamento – afferma – ho già dato disposizione al questore di Roma di non concedere l’autorizzazione per la manifestazione promossa da Forza Nuova a Roma il prossimo 28 ottobre”. Ma Forza Nuova insiste: il 28 ottobre, nell’anniversario della marcia su Roma, ci sarà “la marcia dei patrioti”. Sui social appare anche un orario e un luogo: alle 16 in piazzale Pier Luigi Nervi, all’Eur.
“E mentre a sinistra si litiga, con ex comunisti e grillini che parlano di fascismo, Forza Nuova organizza la celebrazione della Marcia su Roma. Proprio vero: quando mancano le idee originali, si copia”. Così il segretario del Psi, Riccardo Nencini, commentando l’iniziativa di Forza Nuova a Roma nell’anniversario della Marcia su Roma di Mussolini del 28 ottobre 1922.
Ad aggiungere paletti a una manifestazione anacronistica, anticostituzionale e non autorizzata anche l’Anpi. “Lo Stato antifascista deve intervenire per bloccare la marcia su Roma. Non si tratta più di semplici boutade ma di un piano eversivo che va sconfitto”, afferma il presidente romano dell’Anpi, Fabrizio De Sanctis. “Questo Stato dovrebbe essere pienamente antifascista, sorretto da una costituzione antifascista – spiega – Noi come Anpi abbiamo incontrato associazioni e partiti per organizzare una serie di iniziative ma lo Stato deve intervenire”.
Ma Forza Nuova non molla e il segretario Roberto Fiore fa sapere: “Ho consegnato la comunicazione necessaria per l’autorizzazione con un percorso non centrale, ma che definirei ‘romanissimo’. Il tema del corteo si potrebbe definire costituzionale: accoglie le preoccupazioni di tanti che vedono le libertà degli italiani restringersi sempre di più, mi riferisco al diritto di criticare l’invasione e le continue discriminazioni antitaliane”. Così il segretario di Fn sulla pagina Facebook dell’organizzazione ricordando anche le “tante adesioni da tutta Italia al corteo”.