Kavanaugh inciampa: la Fbi indagherà sulle accuse

kavanaugh

“Il tweet del presidente mi ha sconcertata”. Questo il commento della senatrice Susan Collins (repubblicana, Maine) all’attacco del presidente Donald Trump lanciato contro la dottoressa Christine Blasey Ford la quale aveva accusato Brett Kavanaugh di molestie sessuali nel 1982 quando i due erano studenti liceali. Trump aveva resistito per cinque giorni ma alla fine non ha potuto contenersi e ha attaccato l’accusatrice di Kavanaugh che il 45esimo presidente ha nominato alla Corte Suprema per rimpiazzare il giudice Anthony Kennedy.

Tutto sembrava procedere bene per Kavanaugh dopo le sue testimonianze alla Commissione Giudiziaria nonostante le ovvie obiezioni dei senatori democratici. Poi l’accusa di molestie sessuali della dottoressa Blasey Ford hanno bloccato tutto. Dopo difficili negoziazioni, ambedue Blasey Ford e Kavanaugh hanno testimoniato davanti alla Commissione Giudiziaria del Senato. Pochi giorni prima delle testimonianze la situazione di Kavanaugh è peggiorata poiché altre due donne hanno dichiarato di avere subito molestie sessuali da parte del candidato a sostituire Kennedy alla Corte Suprema.

Durante la sua testimonianza Blasey Ford ha riassunto il presunto attacco subito da Kavanaugh. A una festa studentesca tenutasi nel 1982, Blasey Ford ha dichiarato che Kavanaugh la rinchiuse in una camera da letto in presenza di Mark Judge, amico di Kavanaugh, e le saltò sopra cercando di toglierle i vestiti e coprendole la bocca per impedirle di gridare. I due ragazzi erano ubriachi, secondo Blasey Ford, e Judge saltò su di loro e alla fine rotolarono a terra. Svincolatasi dalla presa, Blasey Ford si rinchiuse in un bagno mentre i due scesero al piano di sotto. Alla fine la giovane liceale riuscì a sfuggire.

La Blasey Ford ha iniziato la sua testimonianza spiegando di essere terrorizzata. Non è riuscita a dimenticare quell’episodio nonostante i tanti anni passati e nonostante il suo successo professionale che l’ha condotta a un dottorato in psicologia e insegnamento alla Palo Alto University e anche Stanford University. Rispondendo a una domanda del senatore democratico Patrick Leahy, la Blasey Ford ha detto che il ricordo più vivido della sua esperienza consiste delle “fragorose risate” e che i due “si stavano divertendo” sulla sua pelle.

Nella sua testimonianza Kavanaugh ha smentito l’accusa della Blasey Ford sottolineando le sofferenze subite dalla sua famiglia che hanno infangato il suo nome. Kavanaugh, parlando con un tono battagliero tipico di un politico alla Trump invece di giudice pacato, ha gridato al complotto attaccando la sinistra e la commissione giudiziaria per la situazione. Ovviamente, i senatori repubblicani lo hanno difeso mentre i democratici hanno cercato di difendere la Blasey Ford.

A peggiorare la situazione di Kavanaugh sono state le accuse di altre due donne e non si sa fino al momento se altre ne verranno a galla. La principale però è quella di Blasey Ford che la maggioranza repubblicana alla Commissione giudiziaria temeva. Gli undici membri repubblicani, tutti uomini, non volevano ripetere il massacro di Anita Hill la quale aveva accusato di molestie sessuali Clarence Thomas, nominato alla Corte Suprema da George W. H. Bush nel 1991. Nelle sue testimonianze i senatori repubblicani fecero del tutto per dipingerla come non credibile attaccando la sua persona.

Questa volta, nel clima di #metoo, i senatori repubblicani hanno invitato la procuratrice Rachel Mitchell, responsabile della divisione speciale vittime della procura di Maricopa County, Arizona, a interrogare Blasey Ford. Se invece lo avessero fatto i senatori, come è tipico, il contrasto avrebbe peggiorato ancor di più la situazione di una donna vittima attaccata da uomini come lei sostiene le era già avvenuto con Kavanaugh.

La maggioranza repubblicana alla Commissione Giudiziaria del Senato aveva fretta di concludere per arrivare al voto. Alla fine si è trattato di un confronto fra due individui ambedue dichiarandosi vittime senza però raggiungere un chiarimento. Molte altre informazioni non sono state utilizzate o esplorate. Judge, l’amico di Kavanaugh, e le altre due donne cha hanno accusato Kavanaugh, non sono stati interpellati a testimoniare.

Il giorno dopo le testimonianze di Blasey Ford e Kavanaugh la Commissione Giudiziaria ha votato per la conferma. In dubbio era il voto del senatore Jeff Flake il quale alla fine ha deciso di votare con il suo partito ottenendo però il rinvio del voto del Senato di una settimana per consentire alla Fbi di indagare le accuse di molestie sessuali. Kavanaugh ha superato il primo ostacolo ma rimane ancora in dubbio quello del Senato totale che avverrà tempestivamente dove la maggioranza risicata dei repubblicani (51-49) potrebbe silurare Kavanaugh. Comunque vada, una conferma di Kavanaugh alla Corte Suprema riflette un totale di tre giudici macchiati. Clarence Thomas, confermato nel 1991, fu accusato da Anita Hill di molestie sessuali. Neil Gorsuch, confermato l’anno scorso, ha preso il posto che i repubblicani hanno “rubato” a Merrick Garland, che per nove mesi il Senato non prese in considerazione. Inoltre, Gorsuch è stato nominato da Trump, un presidente la cui elezione è stata macchiata dall’interferenza russa. Kavanaugh, se confermato, potrebbe in un caso remotissimo subire l’impeachment se alcune delle accuse dovessero procedere come atto criminale.

La “sconfitta” di Blasey Ford e dei democratici però potrebbe rivelarsi un altro tassello per energizzare gli elettori, specialmente le donne, a presentarsi in massa alle elezioni di midterm che si svolgeranno fra poche settimane.

Domenico Maceri

La politica estera di Trump: minacce e poi abbracci

trump dazi“Farò scattare lo shutdown se i democratici non voteranno per la sicurezza del confine, che include il muro al confine col Messico”. Questa è una delle ultime minacce emerse da uno dei tanti tweet del presidente Donald Trump.

Minacciare e poi indietreggiare consiste di una strategia del 45esimo presidente. La usa non solo nelle questioni interne ma anche nei suoi rapporti con leader esteri. In tempi recenti lo ha fatto con il leader coreano Kim Jong-un. Dopo avere minacciato di distruggere la Corea del Nord, Trump ha cambiato strategia ed ha annunciato che si sarebbe incontrato con Kim Jong-un. Infatti, l’incontro è avvenuto a Singapore  lo scorso giugno e secondo l’attuale inquilino della Casa Bianca, la Corea del Nord ha accettato l’idea della denuclearizzazione della penisola. Seguirono incontri fra Mike Pompeo, segretario di Stato americano, e leader coreani alla conclusione dei quali i coreani hanno accusato gli americani di comportamenti da gangster. Pompeo ha minimizzato sostenendo che tutto sta procedendo bene. La consegna dei resti di 55 presunti soldati americani morti nella Guerra di Corea (1950-53) è stato un buon segnale che Trump ha particolarmente gradito, ringraziando Kim profusamente. Adesso però, il Washington Post ci informa che nuove immagini satellitari dei servizi di intelligence americana indicano che la Corea del Nord ha iniziato a costruire altri missili intercontinentali. In effetti, si è ritornati al punto di partenza anche se bisogna ammettere che la retorica bellicosa al momento sembra essere finita.

Trump però ha usato la stessa strategia di minacce e poi fatto passi indietro anche con gli alleati. In questo caso si è trattato di possibili guerre di dazi. Dopo avere dichiarato il NAFTA (Trattato nordamericano di libero scambio) sfavorevole agli Usa il 45esimo presidente ha minacciato di stracciarlo. Alla fine Trump ha imposto dazi sull’acciaio e alluminio costringendo Justin Trudeau, primo ministro canadese, a ricambiare con dazi di 12,6 miliardi su importazioni dagli Stati Uniti. Al G7 del mese di giugno il 45esimo presidente si è comportato in modo arrogante, lasciando l’incontro un giorno prima della fine. Poi  parecchi tweet dall’Air Force One sono venuti a galla attaccando personalmente Trudeau di essere “disonesto e debole” aggiungendo anche che aveva dato indicazioni di non “appoggiare il documento finale del G7”.

Al vertice Nato a Bruxelles il presidente americano ha continuato i suoi attacchi agli alleati, dichiarando che la Germania ha stabilito accordi sul gas e il petrolio con la Russia e paga “miliardi  e miliardi di dollari ogni anno a Mosca”  e che la Germania è “completamente controllata dalla Russia”. Pochi giorni dopo in un’intervista al giornale londinese The Sun, il 45esimo presidente ha criticato aspramente il primo ministro britannico Theresa May per il suo debole tentativo di mettere in pratica Brexit. Il giorno dopo però ha cambiato rotta dichiarando che la May è “una donna formidabile”. Questi attacchi agli alleati sono alla fine sfociati in un dietrofront di Trump concluso pochi giorni fa in un incontro con Jean-Claude Junker, il presidente della Commissione Europea,  nel quale i due leader sembrano avere sventato una guerra di dazi.

Trump ha usato una simile minaccia contro il presidente iraniano Hassan Rouhani il quale aveva iniziato la guerra verbale dicendo che una guerra con “l’Iran è la madre di tutte le guerre”. Il 45esimo presidente ha ribattuto in un tweet con caratteri maiuscoli avvertendolo gli iraniani di “Fare attenzione” e di “non minacciare mai più gli Stati Uniti o subirebbero conseguenze mai viste nella storia”. Dopo una settimana però Trump ha fatto marcia indietro, annunciando che sarebbe pronto ad incontrarsi con il presidente iraniano  in qualunque posto senza precondizioni.

Come aveva fatto con Kim Jong-un e gli alleati, Trump ha fatto marcia indietro, assumendo un tono conciliatorio, in effetti suggerendo che forse aveva sbagliato. Il presidente Rouhani però fino ad adesso non ha accettato l’invito, tenendo in mente l’esperienza della Corea del Nord. Bisogna ricordare però che Trump aveva già cercato di incontrare Rouhani lo scorso settembre quando il presidente iraniano ha fatto un discorso  alle Nazioni Unite. La leadership iraniana ha rifiutato.

Gli iraniani non hanno affatto digerito il ritiro di Trump dell’accordo sul nucleare  che era stato firmato dall’amministrazione di Barack Obama, i Paesi del consiglio di sicurezza Onu, la Germania e l’Iran. Inoltre, Trump aveva annunciato nuove sanzioni per punire l’Iran.

La situazione economica in Iran è precaria in parte a causa delle sanzioni e quindi un vertice con Trump avrebbe potuto migliorare la situazione. In ogni probabilità Rouhani ha capito che le affermazioni alternanti di Trump che un giorno minaccia l’Armageddon e poi fa marcia indietro totale rendono qualunque accordo con l’America poco affidabile.

Ci sarà anche una visione antitetica sui vertici che Trump ha fatto il suo cavallo di battaglia per negoziare mentre gli iraniani li vedono in modo più cauto quando non sono preceduti da negoziati.

La strategia di minacce e poi marcia indietro favorita da Trump non si applica però a Vladimir Putin per cui il presidente americano ha sempre espresso parole dolcissime. L’ex direttore della Fbi James Comey, licenziato da Trump nel maggio del 2017, ha recentemente mandato un tweet chiedendo ai lettori di fare una lista di tutti gli individui attaccati da Trump e poi chiedersi perché Putin non fa parte della lista. Una domanda alla quale ci darà la risposta il procuratore speciale Robert Mueller che sta investigando il Russiagate.

Domenico Maceri

Donald Trump e James Comey: incontri e scontri

trump comey

“La avevo nominata Direttore della Fbi per la sua integrità e competenza. Nulla è successo, nulla, nel corso dell’anno scorso che ha cambiato la mia opinione”. Ecco come il presidente degli Stati Uniti si è rivolto a James Comey. No, non è Donald Trump, ovviamente. Si tratta di Barack Obama in un incontro con Comey subito dopo l’elezione del 2016. Il 44esimo presidente non ha giudicato nel bene o nel male la condotta di Comey nel caso delle e-mail di Hillary Clinton che ebbe un effetto positivo ad aiutare Trump a vincere l’elezione.

I rapporti fra Comey e Trump, invece, non sono stati caratterizzati da questo tipo di cordialità. Con la pubblicazione del libro di Comey “A Higher Loyalty”, altre informazioni sono emerse che ci chiariscono gli incontri e gli scontri con Trump. L’iniziale faccia a faccia tra i due è avvenuto alla Trump Tower prima dell’insediamento di Trump come presidente. I vertici delle agenzie di intelligence avevano incaricato Comey di informare il neoeletto presidente della possibile situazione scandalosa con prostitute russe che era stata identificata anche se non confermata. Comey ha chiarito che se i russi avevano prove di questa situazione potrebbero essere compromettenti e usate per ricattare il presidente degli Stati Uniti. Trump non ha dato l’impressione di preoccuparsi, ma, secondo Comey, era interessato a confermare che non vi era stata collusione con la Russia.

Pochi giorni dopo BuzzFeed pubblicò i contenuti del dossier preparato dal 007 inglese Christopher Steele che includeva la scena potenzialmente scandalosa di Trump con prostitute russe. I contenuti scabrosi del dossier non erano stati verificati completamente dalla Fbi e tutt’ora non lo sono ma altre parti sono state accertate.

In un susseguente incontro a cena, tenutosi alla Casa Bianca, Trump iniziò la conversazione con la bellezza della sua dimora temporanea ma subito dopo chiese a Comey cosa volesse fare con il suo incarico di direttore della Fbi. Trump chiarì che molte persone volevano il posto. Il soggetto sorprese Comey perché in precedenza Trump aveva lodato il suo lavoro. Adesso sembrava che il presidente volesse la conferma che Comey intendesse restare. In effetti, Trump voleva ripetergli che lui era il capo e il direttore della Fbi lavorava per lui. Ne seguì che Trump gli chiese “loyalty”, tradotto erroneamente come “lealtà” da molti cronisti in lingua italiana, ma che invece di tratta di “fedeltà”. Comey rispose che lui gli avrebbe dato “onestà leale”. Trump non capiva o non voleva capire che, nonostante i poteri presidenziali, il direttore della Fbi e il Dipartimento di Giustizia devono svolgere compiti che obbediscono le leggi del Paese che a volte non coincidono con i desideri o gli interessi del presidente.

Comey, conoscendo la reputazione di Trump di dire cose contraddittorie, decise che doveva prendere appunti dei suoi incontri con il presidente in cui non c’erano testimoni. Fece proprio quello. Mise una copia dei suoi appunti nella cassaforte personale e un’altra negli uffici della Fbi.

In una riunione alla Casa Bianca, Trump chiese a parecchi collaboratori di uscire dalla sala perché voleva parlare da solo con Comey. In questo faccia a faccia il 45esimo presidente chiese a Comey di lasciare andare l’indagine su Mike Flynn perché il suo ex consigliere di sicurezza nazionale era “una brava persona”. Comey acconsentì che Flynn era una brava persona e interpretò la richiesta come un ordine che lui non potè eseguire perché si trattava di un’indagine criminale. Anche se il presidente degli Stati Uniti fa una simile richiesta la Fbi non può seguire il suggerimento o ordine che sia.

I contatti fra i due continuarono mediante chiamate telefoniche nel mese di marzo del 2017. Adesso Trump sembrava agitato. Nel frattempo Comey aveva deposto al Congresso confermando per la prima volta che il Dipartimento di Giustizia aveva aperto un’indagine per verificare se collaboratori della campagna elettorale di Trump avevano avuto contatti con funzionari russi. Trump vedeva queste informazioni sulla Russia come distrazioni del suo governo. Voleva che l’ombra di questo tema fosse eliminato per potere governare in modo efficace per il bene del Paese. Voleva anche che fosse annunciato che lui, in persona, non era sotto indagine.

In un’intervista alla Abc, Comey ha spiegato che non poteva fare tale dichiarazione perché avrebbe dovuto fare la stessa cosa con il vice presidente ed altri. Il compito della Fbi non è di annunciare al mondo chi non è sotto indagine. Le indagini vengono fatte in segreto e poi non si sa nulla a meno che qualcuno venga incriminato.

Nell’ultima telefonata di Trump il presidente voleva sapere da Comey che cosa avesse fatto per comunicare che lui non era sotto indagine. Comey spiegò che ne aveva parlato con i suoi superiori al Dipartimento di Giustizia e che spettava a loro fare una dichiarazione del genere.

Il 9 maggio del 2017, mentre si trovava a Los Angeles, Comey viene a sapere da un annuncio televisivo che Trump lo aveva licenziato. I contatti fra i due finirono ma i tweet velenosi di Trump contro Comey, attaccandolo personalmente, vennero fuori a raffica dopo il licenziamento nel maggio del 2017 e anche dopo la pubblicazione del libro dell’aprile 2018. Trump credeva che licenziando Comey avrebbe bloccato l’indagine del Russiagate. Si è sbagliato poiché Rod Rosenstein, vice procuratore generale, ha dato l’incarico di procuratore speciale a Robert Mueller di investigare la possibile influenza della Russia nell’elezione del 2016. In ogni modo si teme che Trump possa licenziare anche Mueller. Per questa ragione la Commissione Giudiziaria al Senato, dominata dai repubblicani, ha approvato (12 sì, 7 no) un disegno di legge che impedirebbe a Trump di licenziare Mueller. Anche se il disegno di legge sarà approvato dal Senato e poi alla Camera richiederebbe la firma di Trump che probabilmente non concederebbe. Ciononostante una legge del genere manderebbe un messaggio eloquente a Trump di non toccare Mueller.

Domenico Maceri
PhD, University of California

Donald Trump sotto assedio lancia la sua sfida alla Fbi

fbi“Quando uno attacca gli agenti della Fbi perché è sotto indagine criminale, sta perdendo”. Così Sarah Huckabee Sanders nel mese di novembre del 2016 pochi giorni prima dell’elezione presidenziale.  Sanders, l’attuale portavoce della Casa Bianca, era allora consigliera di Trump per le comunicazioni e con le sue parole mirava a colpire Hillary Clinton la quale aveva tutte le ragioni per dissentire dalla Fbi. Si ricorda che due settimane prima dell’elezione la Fbi aveva riaperto l’inchiesta sulle e-mail e subito dopo aveva annunciato che nulla di nuovo era stato riscontrato per rinviare a giudizio la candidata democratica. Il danno politico però era stato fatto dato che riaprì la ferita politica della Clinton ricordando agli elettori i dubbi sulla condotta della candidata democratica.

Attaccare la Fbi adesso per Trump è però completamente lecito. La nuova scusa è stata offerta all’attuale inquilino della Casa Bianca dal memo diffuso da Devin Nunes, presidente della  Commissione intelligence alla Camera. Le quattro pagine del memo suggeriscono che la Fbi ha agito in modo parziale per favorire i democratici aprendo l’inchiesta sul Russiagate. Trump aveva la scelta di declassificare il memo o mantenerlo segreto ma ha deciso di permettere la diffusione.

Il 45esimo presidente ha reagito dichiarando che il memo lo scagiona completamente dall’inchiesta perché, secondo lui, basata sul dossier di Christopher Steele, che era stato pagato in parte dai democratici per le ricerche su Trump. L’inquilino della Casa Bianca ha usato il memo per dimostrare, nella sua mente, che la “leadership della Fbi e gli investigatori del Dipartimento di Giustizia hanno politicizzato le procedure” per favorire i democratici a scapito dei repubblicani.

La diffusione del memo è stata opposta dai membri del Partito Democratico nella Commissione presieduta da Nunes ma anche dal direttore della Fbi, Christopher Wray come pure da Rod Rosenstein, vice procuratore generale. I democratici  volevano bloccare il memo perché non rifletteva obiettivamente le informazioni ricevute ma si concentrava su parti favorevoli ai repubblicani. L’opposizione di Wray e Rosenstein si doveva a possibili ripercussioni perché rivelava metodi di investigazione usati dalla Fbi e Cia. Trump però ha deciso per la diffusione.

I contenuti del memo però non si sono rivelati veridici sullo scagionamento di Trump perché l’inchiesta del Russiagate era già cominciata dalla Fbi con individui legati alla campagna di Trump prima della pubblicazione del dossier di Steele. Ciononostante la diffusione del memo ha dato un pugno nell’occhio alla Fbi. La Fbi Agents Association ha reagito con un annuncio difendendo gli agenti che  “non saranno mai distratti da considerazioni politiche” nello svolgimento del loro lavoro. Ad aumentare la polemica del memo va aggiunto il fatto che la replica della minoranza democratica non è stata  inizialmente approvata dalla Commissione intelligence per diffusione. Non si sa se Trump darà l’OK finale per la diffusione.

In effetti, con la diffusione del memo, i repubblicani hanno cercato di infangare la reputazione della Fbi e del Dipartimento di giustizia. È paradossale che i vertici di queste agenzie sono individui nominati da Trump. Il 45esimo presidente però non è avverso ad attaccare anche i suoi subordinati pubblicamente. Lo ha fatto con Jeff Sessions che lui stesso ha nominato a procuratore generale rimproverandolo pubblicamente per essersi ricusato dal Russiagate. Lo ha fatto anche con il vice procuratore generale, Rod Rosenstein, anche lui nominato dal 45esimo presidente. Rosenstein ha nominato Robert Mueller a procuratore speciale per investigare l’interferenza russa sull’elezione americana del 2016 deludendo ovviamente l’attuale presidente.

Trump ha spesso diretto i suoi tweet velenosi non solo contro individui ai vertici del dipartimento di giustizia ma anche a tutta la Fbi dichiarandola “a pezzi” nel mese di dicembre del 2017. In effetti, Trump è rimasto insoddisfatto delle sue nomine perché non lo obbediscono credendo di possedere il Dipartimento di giustizia. In un’intervista ha persino dichiarato che da presidente ha “l’assoluto diritto” di fare quello che vuole con il “suo” Dipartimento di giustizia.

Gli attacchi di Trump alla Fbi hanno suscitato l’idea che lui abbia intenzione di licenziare i vertici dell’agenzia che stanno cooperando e sostenendo le indagini di Robert Mueller sul Russiagate. Il New York Times, infatti, ha persino annunciato che il 45esimo presidente aveva considerato seriamente di licenziare Mueller nel mese di giugno del 2017  ma non lo ha fatto per le proteste di Donald McGahn, legale della Casa Bianca, il quale avrebbe persino minacciato di dimettersi.

Ma gli attacchi alla Fbi e al Dipartimento di giustizia continuano a creare dubbi per gli americani a non credere alle istituzioni. Un sondaggio dell’agenzia Axios ci dice che solo il 38 percento dell’elettorato repubblicano ha una visione favorevole della Fbi mentre quella dei democratici raggiunge il 64 percento. Gli attacchi di Trump inoltre cercano di ricalcare che l’inchiesta del Russiagate ha poco a che fare con le leggi ma con la politica. Va ricordato che da presidente Trump può essere giudicato dalla legislatura mediante l’impeachment che  potrebbe avvenire con l’inchiesta di Mueller. Ciononostante la maggioranza repubblicana nelle due Camere non rappresenterebbe un pericolo per il 45esimo presidente. Il problema per Trump però è che attaccare la Fbi storicamente non è una buon’idea. Richard Nixon ne ha subito le conseguenze. L’inchiesta del Watergate venne a galla principalmente a causa delle informazioni fornite a Bob Woodward e Carl Bernstein,  giornalisti del Washington Post, dalla gola profonda. Si seppe nel 2005 che la gola profonda era Mark Felt, vice direttore della Fbi fra il  1972 e il 1973.

Domenico Maceri,
PhD, University of California

Trump anno uno: poche luci, molte ombre

Donald Trump nomination 1Citando la Fox News Donald Trump in un tweet ha detto che è impossibile “verificare le affermazioni di collusione Trump/Russia” e che la “Fbi è corrotta”. Sembra un messaggio di campagna elettorale ma il 45esimo presidente lo ha mandato qualche giorno fa dopo avere completato il primo anno alla Casa Bianca.

L’inaspettata vittoria nel 2016 continua a dominare i dubbi sulla legittimità del 45esimo presidente specialmente considerando l’ombra del Russiagate. Ciononostante Trump ha nel male e nel bene completato un anno da presidente. Tirando le somme il Paese si trova economicamente bene, ma sotto molti altri aspetti non si vedono che ombre.

L’economia ha continuato a migliorare soprattutto guardando i risultati di Wall Street con un 25 percento di aumento della Dow Jones. La disoccupazione è scesa dal 4,8 al 4,1 percento. Si tratta di numeri che dovrebbero fare piacere al presidente il quale li potrebbe citare ad nauseam per dimostrare che siamo sulla strada giusta. Trump dice molte cose contraddittorie ma per potere vendere la sua riforma fiscale con tagli alle tasse delle corporation e dei benestanti non ha spinto molto sul tasto positivo dell’economia. La riforma fiscale è stata venduta come sprone all’economia e quindi bisogna giustificarla come necessaria per migliorarla. Il fatto che le corporation e i benestanti continuano a possedere montagne di soldi non quadra con la necessità di ridurre le tasse. La parte dell’economia che richiede attenzione verte sulla diseguaglianza che a Trump interessa poco.

C’è poi l’aspetto politico della riforma fiscale. Con la maggioranza di ambedue le Camere e il controllo del potere esecutivo i repubblicani dovevano dimostrare di potere governare ed avevano bisogno di una vittoria. Dopo avere fallito clamorosamente con la revoca dell’Obamacare, silurata al Senato da tre repubblicani, la riduzione delle tasse era il facile gol da segnare dato che i tagli alle imposte fanno piacere a tutti i repubblicani.

La riforma fiscale è però poco popolare con gli americani. L’approvazione si aggira sul 25-30 percento secondo parecchi sondaggi. In effetti, l’americano medio la vede per quello che è, un regalo ai benestanti.

Queste cifre di popolarità si avvicinano a quelle sull’operato di Trump (32-35 percento), numeri bassissimi specialmente se si considera lo stato dell’economia. In linee generali, quando l’economia va bene il presidente riceve il credito anche se il suo impatto potrà essere stato poco influente. Trump infatti ha ricevuto una situazione economica dal predecessore Barack Obama in buono stato. Il 44esimo presidente, invece, aveva ricevuto un’economia a brandelli da George W. Bush. Dopo otto anni di Obama l’economia si trova sulla strada giusta e Trump merita credito per non averla rovinata.

Trump però ha fatto parecchio dal punto di vista sociale a spingere in una direzione negativa. Quando un presidente viene eletto cerca subito di sotterrare la campagna politica e cerca di unificare il Paese sorridendo non solo a quelli che lo hanno votato ma anche a quelli che hanno scelto il suo avversario. Trump non ha dato segnali in questa direzione. Infatti, i suoi continui tweet e i suoi comportamenti spesso poco presidenziali ci ricordano gli atteggiamenti della campagna elettorale. I suoi fedelissimi continuano ad approvare il suo operato ma non è riuscito ad ampliare il suo supporto con gli indipendenti per non parlare dei democratici.

Trump merita credito per avere mantenuto alcune delle sue promesse come ci confermano le sue nomine di giudici. Spicca in questo senso la conferma di Neil Gorsuch alla Corte Suprema che si sta dimostrando conservatore, poco diverso dal suo predecessore Antonin Scalia.

In politica estera il 45esimo presidente ha poco da additare come successi. L’abbandono dell’accordo di Parigi sul riscaldamento globale e quello del TPP, Trans-Pacific Partnership, e la sua spavalderia nella situazione con la Nord Corea faranno sorridere i suoi fedelissimi ma non rassicurano affatto gli alleati americani. La politica estera di Trump ha seguito la sua linea isolazionista di “America First” basata sul concetto che gli altri Paesi si sono approfittati degli Stati Uniti. Il 45esimo presidente sembra non capire che gli Stati Uniti sono il potere globale e come tale non si possono permettere di abbandonare gli alleati anche perché crea spazio ai nostri avversari come la Russia e la Cina a occupare il vuoto politico internazionale.

Nessuna luce per la pace nel Medio Oriente il cui compito era stato dato a Jared Kushner, genero di Trump. La situazione è peggiorata infatti con la dichiarazione di riconoscere Gerusalemme come capitale di Israele. Le Nazioni Unite hanno condannato l’annuncio e Trump ha reagito tagliando i contributi americani all’organizzazione internazionale, confermando i suoi atteggiamenti di leader immaturo.

In sintesi, dopo un anno di Trump alla Casa Bianca, il Paese e il mondo sono meno sicuri per la volubilità del 45esimo presidente. Il pericolo maggiore però rimane nell’incapacità di Trump di accettare la realtà obiettiva e di interpretare gli eventi con il suo filtro di narcisista. Tutto ruota intorno a lui. Se qualcosa non gli va bene lui addossa la responsabilità ad altri spesso attaccando le istituzioni del Paese come la Fbi, la Cia, il potere giudiziario, e spesso anche i leader del suo partito. L’unica eccezione è Vladimir Putin. Il leader russo ha detto più d’una volta a Trump che il suo Paese non ha interferito sull’elezione americana. Trump lo crede dimenticando che Putin è un ex agente della KGB. È strano che il presidente abbia più fiducia in un ex agente della KGB invece delle autorità americane che lavorano per il Paese. È possibile dunque credere Trump?

Domenico Maceri
PhD, University of California, scrive su politica americana. Alcuni dei suoi articoli hanno vinto premi della National Association of Hispanic Publications.

Le bugie di Flynn, ex consigliere alla sicurezza Trump

Michael FlynnMichael Flynn, ex consigliere alla sicurezza nazionale di Donald Trump, si dichiarerà colpevole di aver mentito agli agenti Fbi sui suoi contatti sulla Russia e si è detto pronto a testimoniare contro Donald Trump. Lo riferiscono i media americani. In particolare – secondo quanto anticipano i media americani – Flynn dichiarerà di aver mentito agli investigatori dell’Fbi sull’incontro dello scorso dicembre, durante il cosiddetto periodo di transizione, con l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kislyak. Michael Flynn che rischia fino a un massimo di 5 anni di carcere e una sanzione da 250.000 dollari, ha amesso di aver computo azioni sbagliate. “La mia dichiarazione di colpevolezza e la volontà dicooperare con il procuratore speciale – ha detto – riflettono la decisione che ho preso nel miglior interesse della mia famiglia e del mio paese. Accetto la piena responsabilità delle mie azioni”. Secco il primo commento della Casa Bianca: “Nei capi di accusa e nella dichiarazione di colpevolezza di Flynn non c’è nulla che coinvolga altre persone. Il caso riguarda solo lui”.

Le false dichiarazioni si riferiscono alla deposizione rilasciata da Flynn nelle mani dei federali il 24 gennaio scorso, quattro giorni dopo l’insediamento di Donald Trump alla Casa Bianca. Questi ultimi sviluppi confermano come l’ex consigliere per la sicurezza nazionale abbia deciso di cooperare con gli uomini del procuratore speciale Robert Mueller che indagano sul Russiagate. Secondo i media americani, Michael Flynn sarebbe pronto a testimoniare contro Donald Trump. Lo ha detto lo stesso Flynn apparendo in tribunale.

Flynn è il primo funzionario dell’amministrazione ed il quarto legato alla campagna ad essere accusato formalmente nel quadro dell’inchiesta condotta da Mueller su possibili collusioni tra governo russo e membri del team di Trump oltre che su eventuali azioni di intralcio alla giustizia e reati finanziari. L’ex presidente della campagna di Trump, Paul Manafort, ed il suo vice, Rick Gates, sono stati accusati formalmente lo scorso mese: si sono dichiarati non colpevoli. E il consigliere per la politica estera della campagna di Trump George Papadopoulos si è riconosciuto colpevole di aver reso una falsa dichiarazione al Fbi riguardo ai suoi contatti con funzionari legati al governo russo.

L’accusa a carico di Flynn è la prima dell’inchiesta Mueller che tocca qualcuno alla Casa Bianca ed è uno dei segnali che testimonia che l’indagine si sta intensificando. Il documento della FBI, riferisce ancora la Cnn, cita due occasioni in cui Michael Flynn avrebbe reso false dichiarazioni: la prima riguardava le sue conversazioni con l’ambasciatore russo riguardo le sanzioni dell’amministrazione Obama contro Mosca e l’esortazione di Flynn alla Russia a non intraprendere la via dell’escalation, la seconda le conversazioni con l’ambasciatore russo in vista del voto del Consiglio di Sicurezza sulla fine degli insediamenti israeliani.

Il modello Trump:
i campioni del nepotismo

trump-family“Il nepotismo è un fattore della vita”. Con queste parole Eric Trump spiegava il fatto che lui, il fratello Donald, e la sorella Ivanka hanno successo. Secondo il secondogenito di Trump bisogna però avere della capacità per restare in alto dato che il nepotismo solo apre le porte.

Il nepotismo nel mondo degli affari si accetta considerando il numero di aziende grandi e anche piccole in cui i figli e familiari vengono assunti e sistemati per ragioni di sangue. In politica però le cose sono diverse. Il presidente Trump non è il primo a dare incarichi importanti ai suoi parenti alla Casa Bianca. Nella storia americana altri lo hanno fatto. In tempi recenti si ricorda John F. Kennedy che diede l’incarico di procuratore generale al fratello Robert divenuto campione dei diritti civili. Ciononostante a causa del nepotismo messo in pratica da Kennedy una legge fu approvata nel 1967 che proibisce assumere familiari in incarichi governativi. Nel 1978 però la legge fu modificata esentando i ruoli di consulenza dal nepotismo. Ecco perché Trump ha potuto assumere il genero Jared Kushner e la figlia Ivanka dando loro incarichi di consulenza nei suoi riguardi.

Avere due membri della famiglia ai vertici della Casa Bianca rassicurerà Trump dato che gli garantisce fedeltà, qualità indispensabile per il 45esimo presidente. Un rapporto essenziale come ci dimostra la richiesta di fedeltà dell’attuale inquilino della Casa Bianca a James Comey, ex direttore della Fbi. Allo stesso tempo però la presenza di familiari può causare problemi. A cominciare dal fatto che l’unica ragione per i loro incarichi sia dovuta al rapporto familiare. Se non fosse stato per il nepotismo certamente Ivanka non sarebbe consigliere al presidente degli Stati Uniti. Jared da parte sua è stato messo a capo del neoistituito Office of American Innovation con ampli compiti interni ma anche esteri inclusa l’esplorazione di un trattato di pace fra Israele e la Palestina.

Né Jared né Ivanka hanno avuto esperienze governative venendo ambedue dal mondo degli affari. Una caratteristica con coltello a doppio taglio, da una parte positivo ma anche negativo. L’esperienza imprenditoriale può aiutare in incarichi governativi ma allo stesso tempo può essere dannosa dato che le mete sono diverse. Nel primo caso si tratta di fare profitti senza preoccuparsi veramente se qualcuno ne esce perdente. In politica i profitti sono il servizio agli elettori e tutti i contribuenti ne dovrebbero uscire vincenti.

Ma il problema principale con il mondo imprenditoriale è il continuo legame che intorbidisce le acque con i nuovi incarichi governativi. Nonostante il fatto che ambedue Kushner e Ivanka abbiano messo le loro aziende in un “trust” la separazione non è stata netta. Nel caso di Kushner è emersa la storia di affari con rappresentanti cinesi subito dopo l’elezione che hanno messo in dubbio il suo ruolo nell’amministrazione del suocero. Anche Ivanka ha avuto un episodio simile quando si è incontrata con il primo ministro giapponese mentre la sua azienda stava negoziando un affare con il governo nipponico.

Questa mancanza di netta separazione fra affari e governo ovviamente include anche lo stesso Trump. Anche lui ha affidato le sue aziende ai suoi due figli maschi ma ovviamente quando loro intraprendono affari tutti sanno che il loro cognome è lo stesso del presidente degli Stati Uniti. Ovvi sospetti emergono troppo facilmente se i collaboratori, specialmente stranieri, si aspettano favori dal governo americano o almeno credono di poterli ottenere.

Gli incarichi poco chiari di Kushner e Ivanka producono situazioni poco rassicuranti anche per i membri del “cabinet” di Trump ed altri consiglieri alla Casa Bianca. Kushner, per esempio, a volte sembra oscurare il ruolo negli affari esteri del segretario di Stato Rex Tillerson. Inoltre forti battibecchi sono emersi fra Kushner e Steve Bannon, un altro consigliere importante di Trump. Ovviamente in queste situazioni gli avversari di Kushner sanno bene che il loro rivale è il genero del presidente e devono mitigare le loro azioni.

Ivanka, da parte sua, a volte sembra fare il ruolo di first lady che ovviamente spetta a Melania Trump. La figlia maggiore di Trump, a differenza del marito, concede interviste e riconosce il suo ruolo senza precedenti nella storia americana. Si crede che lei abbia, come il marito, idee moderate e vicine a quelle del Partito Democratico, un “peccato mortale” per Bannon ed altri ultraconservatori nei vertici della Casa Bianca. Ciononostante si sa poco dell’influenza di Ivanka sulle decisioni del padre anche perché come lei ha detto i consigli dati al presidente rimangono fra loro due. Si crede però che lei abbia influenzato la decisione di bombardare Assad in Siria per punire l’uso delle armi chimiche.

“Forse noi siamo qui per nepotismo, ma non siamo ancora qui per nepotismo” ha spiegato Eric Trump, difendendo se stesso ed il fratello Donald Junior in un’intervista nel 25esimo piano della Trump Tower. Avrà ragione ma nel loro mondo imprenditoriale suo padre fa le decisioni. Nel campo governativo ci sono leggi che mettono freni. Il cognato Jared ha aggiornato tre volte la domanda di nulla osta alla sicurezza per accedere alle informazioni classificate aggiungendovi cento nomi di contatti con russi che aveva omesso nella dichiarazione originale. Trump ha protetto il genero. Per quanto tempo potrà continuare a farlo? Robert Mueller, il procuratore speciale dell’inchiesta sul Russiagate, ci farà sapere. Forse il nepotismo ha i suoi limiti.

Domenico Maceri

Usa, Donald Trump come Richard Nixon

Donald Trump

Donald Trump

Dopo giorni il dubbio pare non ci sia più. Donald Trump è indagato per una possibile ostruzione della giustizia. Lo stesso reato per cui Richard Nixon si dimise evitando un sicuro impeachment. Lo scoop è del Washington Post, che cita dirigenti coperti dall’anonimato.

“Il procuratore speciale Robert Mueller che guida l’inchiesta sul ruolo della Russia nelle elezioni del 2016 interrogherà alti dirigenti dell’intelligence come parte di una più ampia indagine che ora include l’esame dell’ipotesi se Donald Trump ha tentato di ostruire la giustizia”, scrive il Washington Post.

Ovviamente durissima la reazione di Trump, che in un tweet bolla lo scoop del Wp come la più grande caccia alle streghe della storia americana. L’ipotesi di ostruzione alla giustizia si è profilata dopo che il tycoon ha licenziato a sorpresa l’allora capo dell’Fbi James Comey, che indagava sul Russia-gate. Ipotesi che ha preso più corpo dopo la deposizione al Senato dello stesso Comey, che ha accusato Trump di avergli fatto pressioni per far cadere l’indagine sul suo ex consigliere per la Sicurezza nazionale Michael Flynn. Il presidente ha contestato questa versione, definendo Comey un bugiardo, oltre che una ‘gola profonda’, e si è detto pronto a testimoniare sotto giuramento. La mossa dei Mueller lascia intendere, secondo il Wp, che il procuratore vuole andare al di là della disputa tra i due, cercando prove a carico (o a discarico) con altri testimoni.

Il presidente, secondo notizie di stampa dei giorni scorsi, avrebbe telefonato a Coats e a Rogers chiedendo di negare pubblicamente l’esistenza di qualsiasi prova di collusione tra la sua campagna e i russi. Coats inoltre avrebbe riferito ad alcuni suoi collaboratori che Trump gli aveva chiesto di intervenire su Comey per lasciare la presa su Flynn. Nella loro audizione pubblica al Senato entrambi i capi dell’intelligence hanno negato di aver mai subito pressioni da Trump, ma hanno anche precisato di non voler svelare il contenuto delle conversazioni col presidente. Lo faranno con Mueller? Quanto a Ledgett, avrebbe scritto il memo interno dell’Nsa che documenta la telefonata del presidente a Rogers. Il procuratore speciale intanto ha già acquisito i memo di Comey sui suoi colloqui con il tycoon.

I media Usa avevano già svelato nelle scorse settimane come Kushner fosse coinvolto nelle indagini del Russiagate come “persona di interesse”. Una notizia che mise in serio imbarazzo il presidente Trump durante il summit del G7 di Taormina, con il genero costretto a rientrare prima negli Stati Uniti insieme alla figlia di Trump, Ivanka. Ma è la prima volta che emerge come gli investigatori si stiano concentrando sulle operazioni finanziarie riconducibili a Kushner. Finora nel mirino c’erano i suoi incontri con l’ambasciatore russo a Washington Sergei Kislyak e con Sergei Gorkov, numero uno della Vnesheconombank, banca di proprietàdello stato russo. Nell’incontro con Kislyak, Kushner avrebbe anche proposto di instaurare un canale di comunicazione diretto ma segreto tra la casa Bianca e il Cremlino

Cyberspionaggio. Nel mirino Renzi, Monti e Draghi

cyberspionaggioLa polizia postale ha arrestato due persone accusate di aver spiato almeno dal 2012 politici, figure istituzionali e imprenditori italiani, e di aver monitorato anche le email dell’ex Presidente del Consiglio Matteo Renzi e del presidente della Banca Centrale Europea Mario Draghi.
L’indagine, condotta dalla Polizia postale e coordinata dalla procura di Roma, ha portato all’arresto di due persone, l’ingegnere nucleare Giulio Occhionero, di 45 anni, e la sorella Francesca Maria, residenti a Londra ma domiciliati a Roma e conosciuti nel mondo dell’alta finanza capitolina. L’indagine è coordinata dal pm Eugenio Albamonte della Procura di Roma.

Ai due vengono contestati i reati di procacciamento di notizie concernenti la sicurezza dello Stato, accesso abusivo a sistema informatico aggravato ed intercettazione illecita di comunicazioni informatiche e telematiche. Le indagini degli investigatori del Cnaipic, il Centro nazionale anticrimine informatico della Polizia postale, hanno accertato che i due fratelli gestivano una rete di computer (botnet) – infettati con un malware chiamato ‘Eyepyramid’ – che avrebbe loro consentito di acquisire, per anni, notizie riservate e dati sensibili di decine di persone che, a vario titolo, gestiscono la funzione pubblica e delicati interessi, soprattutto nel mondo della Finanza.

Secondo il sito Linkedin, Giulio Occhionero è managing director della società Westlands Securities, con sede principale in Cina.

Non è stato possibile per il momento raggiungere i familiari o i legali dei due.
Tra i nomi delle vittime che compaiono nell’ordinanza, oltre a quelli di Renzi e Draghi, anche l’ex premier Mario Monti, ex dg di Bankitalia ed ex ministro Fabrizio Saccomanni, gli ex ministri Piero Fassino e Ignazio La Russa, del cardinale Gianfranco Ravasi.

Secondo gli inquirenti, gli Occhionero avrebbero infettato, a partire dal 2012, una serie di computer con un malware denominato Eyepiramid (noto dal 2008, che consente di controllare a distanza i pc), ottenendo informazioni riservate su “numerosissime” vittime, e le avrebbero poi custodite su server negli Stati Uniti. Per questo, all’indagine collabora anche la Cyber Division dell’Fbi, dice la nota.

Elezioni Usa. Clinton in testa, minacce da WikiLeaks

clinton-trumpAll’ultimo secondo utile ieri l’FBI ha escluso che anche l’ultimo blocco di mail sotto indagine contenga qualcosa di penalmente rilevante, ma Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks, promette nuove rivelazioni, così pesanti da portare all’arresto, esattamente quello che continua a dire Trump nei suoi comizi, un incubo insomma che minaccia di oscurare anche la possibile vittoria.

Alla vigilia del voto è stata così di nuovo una lettera del numero uno dell’Fbi, James Comey, al Congresso, a imprimere la spinta forse decisiva alla corsa di Hillary Clinton. Nella lettera Comey certifica che pure l’ultima indagine sulle email della Clinton è chiusa perché non sono state trovate tracce di illeciti e dunque non ci sarà nessuna richiesta di incriminazione per l’ex Segretario di Stato. I dati delle ultime rilevazioni danno Hillary Clinton sopra Trump di 5 punti per Abc/Washington Post (48% a 43%), di 4 punti per Nbc/Wall Street Journal (44% a 40%) e di 3 punti per Politico/Morning (45% a 42%).

I sondaggi dicono insomma che la Clinton è in ripresa e che ce la farà a battere Donald Trump, ma sono solo sondaggi perché la gran massa di indecisi costituisce a oggi un elemento assolutamente imperscrutabile in grado di capovolgere qualunque previsione.
Sono ancora una decina gli Stati in bilico, quelli dove tra i due candidati ci sono meno di 5 punti di differenza fino al testa a testa. In Florida, North Carolina, Ohio, Pennsylvania vincere vuol dire acquisire un blocco di ‘grandi elettori’ che può rivelarsi determinante per raggiungere il mumero magico che farà scattare l’elezione: 270.

Comunque sia è arrivato il martedì dopo il primo lunedì di novembre, il giorno in cui ogni quattro anni negli stati Uniti si svolgono le elezioni presidenziali, ma questa volta, tra stanotte e domani, il risultato sembra destinato qualunque esso sia a segnare un punto di svolta per gli americani e per il resto del mondo.
A pesare come non mai sul risultato ci sono diversi fattori che costituiscono una novità nella politica statunitense. Il primo, e il più banale, è che sono ambedue decisamente impopolari.

Donald Trump

Trump, finto miliardario che deve la sua ricchezza alle speculazioni edilizie e all’aver eluso le tasse per almeno due lustri, è un repubblicano inviso al suo stesso partito. Politicamente schierato su posizioni nettamente conservatrici, ha fin dall’inizio della sua campagna scelto una linea di rottura con le convenzioni. Personaggio unpolitically correct per scelta, che dell’insulto ha fatto uno strumento per cavalcare abilmente la cresta dell’onda mediatica, prendendosela di volta in volta con i messicani, i musulmani, i negri, le donne, i gay o qualunque gruppo, etnia o razza rappresentasse un buon bersaglio per le sue grossolane battute. Nello stesso tempo, ha sposato apertamente la causa degli americani impoveriti da una economia completamente finanziarizzata, governata dalla speculazione e dalle lobby, promettendo il ‘miracolo’ a suon di protezionismo, tagli di tasse e sussidi. Il tutto condito da una linea di politica estera che prevede apertamente l’appeseament con l’orso russo e l’alleggerimento del peso della difesa dell’Europa sulla strada di un neoisolazionismo per il XXI secolo, ma sempre in nome di un’America più grande e più forte. Insomma tutto e il contrario di tutto pur di piacere e di parlare alla pancia del Paese, quella della provincia più gretta e conservatrice che in questo momento sente soprattutto frustrazione e rancore contro i politici e il potere economico. Insomma una specie di leghista all’americana, con venature grilline.
Il risultato di queste scelte è stato di aver mobilitato i suoi supporter e di aver sicuramente perso il voto dei moderati. Male che gli vada, si dice, fonderà una Tv col suo nome, insomma trasformerà la sconfitta in un affare.

E se Trump riesce a parlare solo a una parte del Paese e il suo programma èhillary-clinton-thumbs-up un’accozzaglia di promesse non credibili, Hillary Clinton non se la cava molto meglio pur avendo dalla sua una preparazione e un’esperienza di governo che non teme rivali, tantomeno può essere impensierita da un ‘palazzinaro’ dai dubbi trascorsi. Il fatto è che è sempre apparsa ai suoi concittadini come un perfetto prodotto dell’establishment economico-finanziario, avviluppata in una rete di interessi giganteschi con diramazioni in Paesi stranieri, arricchitasi in mille modi e non sempre con eleganza come nel caso delle conferenze strapagate ai banchieri in un Paese che ha pagato duramente proprio la loro ingordigia. Cionondimeno ha un alto profilo politico, con un impegno pluridecennale a favore delle minoranze, a sostegno delle riforme – come quella per l’allargamento della sanità pubblica – e una linea di politica estera che prevede che gli Usa mantengano il loro ruolo di superpotenza anche a costo di esacerbare i già tesi rapporti con la Russia di Putin. Non sa parlare alla gente, nemmeno alla pancia del Paese come fa invece Trump, ma solo alle élite, che – soprattutto per paura che vinca l’altro – sono schierate compattamente, media soprattutto, al suo fianco.
La maggior parte dei pronostici la danno vittoriosa forse anche perché alla fine, come diceva Indro Montanelli a proposito del voto che avrebbe dato alla Dc, la voteranno turandosi il naso pur di non far vincere Trump.

Comunque sia il futuro si presenta piuttosto complicato, soprattutto se Trump terrà fede alla sua minaccia di non riconoscere il risultato e se i Democratici non riuscissero a riconquistare almeno la Camera dei rappresentanti. Ma c’è ancora una mina vagante che potrebbe rendere esplosiva la situazione per Hillary Clinton alla casa Bianca.julian-assangeIl sito israeliano ‘Debka files’, ben introdotto negli ambienti dello spionaggio internazionale, riferiva ieri di una minaccia che arriva da Julian Assange, il fondatore di WikiLeaks. Assange che vive da cinque anni nell’ambasciata ecuadoregna a Londra per evitare di essere estradato verso gli Stati Uniti che lo accusano di aver pubblicato informazioni classificate, ha fatto sapere di essere in procinto di diffondere un nuovo blocco di email della candidata democratica che per il loro contenuto porterebbero all’arresto della Clinton. Il giornalista ha pubblicato 21 mail della Clinton a ottobre e promette di pubblicarne altre 50 mila e questo nonostante la decisione presa dal Governo ecuadoregna, su pressione del segretario di Stato John Kerry, di ‘tagliargli’ la connessione a internet.

Probabilmente forse solo un’operazione di disturbo per vendicarsi dell’Amministrazione che lo vuole carcerare a vita, ma le rivelazioni del passato consigliano anche di non prendere le minacce di Assange alla leggera.

Carlo Correr