Giancarlo Matteotti. “Acchiappa Nuvole”, ma lungimirante

“Sei stato un uomo schietto, semplice, onesto e buono. Riposa in pace, dormi il sonno dei giusti perché tu sei un uomo giusto”. A pronunziare queste parole, il 17 maggio 2006, era l’on. Pietro Amendola, in occasione dei funerali dell’on. Giancarlo Matteotti, deceduto a Roma due giorni prima e appena trasportato a Fratta Polesine per esservi sepolto nella tomba di famiglia.

Fin dalla più giovane età Amendola apparteneva al PCI, ma da tempo era legato a Giancarlo da una amicizia che la frequenza alla Camera per moltissimi anni aveva reso estremamente salda e profonda.

Ambedue erano nati nel 1918, Giancarlo il 19 maggio, primo dei tre figli nati dal matrimonio di Giacomo Matteotti con Velia Titta (sorella diletta del grande baritono Titta Ruffo), celebrato a Roma nel gennaio del 1916, Pietro il 26 ottobre.

Pochi anni dopo si erano trovati accomunati dalla sventura. A 6 anni nel ’24, Giancarlo aveva perduto il padre Giacomo, assassinato il 10 giugno dai fascisti alla Quartarella, Pietro aveva perduto il padre Giovanni, leader dell’Unione Nazionale e prestigiosa figura di liberale, il 6 aprile del ’26, per le lesioni riportate a Montecatini in una aggressione di fascisti.

Giancarlo compì gli studi in un istituto privato di Roma, diversamente dal fratello Matteo, che frequentò invece il Liceo “Mamiani”, e dalla sorella Isabella. Aveva 20 anni quando, il 5 giugno del ’38, Velia morì ad appena 48 anni.

Sullo scorcio del ’43, appena iniziata la Resistenza contro i nazifascisti a Roma, assieme al fratello prese posizione e fece parte dell’Esecutivo di “Bandiera rossa”, una organizzazione nella quale militavano giovani poi passati al Partito Socialista. Cadde però nelle mani dei Tedeschi, ma riuscì a fuggire e tornò all’impegno tra i partigiani. Nel ’45, dopo la sconfitta dei nazifascisti su tutto il territorio nazionale, aderì ufficialmente al Partito Socialista e concorse all’attività propagandistica e organizzativa con la forza e l’entusiasmo dei suoi giovani anni.

Nel ’46 pubblicò per la Casa Editrice Avanti! un libro, “Il volto economico della dittatura fascista”, che venne apprezzato allora e ancora oggi, a 70 anni dalla stampa, si scorre con profitto per la ricchezza dei dati su cui si fondava e per la validità della tesi sostenuta.

Giancarlo Matteotti individuava le origini del fascismo nel processo di formazione del sistema economico nazionale. Il fascismo, egli scriveva, era “un fenomeno di proporzioni vaste e profonde”, strettamente legato a una catena di cause, di fatti, di conseguenze” che costituivano “il passato storico del nostro paese” ed avevano a loro base l’economia.

Con dovizia di dati seguiva la nascita e lo sviluppo del capitalismo in Italia, la formazione del proletariato e l’inizio della lotta sociale, l’avvento della dittatura, il rapporto tra borghesia e fascismo, la complicità dello stato, il delitto Matteotti, la costruzione dello stato fascista, l’appoggio al capitale privato, l’autarchia, la guerra e le sue disastrose conseguenze.

Nel giugno di quello stesso anno venne eletto all’Assemblea Costituente nel collegio di Verona. Col fratello Matteo, già segretario nazionale della FGS e dal ’46 come lui deputato, fu abbastanza attivo e seguì disciplinatamente l’attività parlamentare.

Tra le correnti che nascevano nel partito per la diversa interpretazione dei fatti politici ed economici interni e internazionali e ne agitavano sempre più la vita egli si collocò al centro, diversamente dal fratello Matteo che invece militava tra gli autonomisti di “Iniziativa socialista”. Per questo nel gennaio del ’47 non seguì quanti diedero vita al PSLI, inizialmente su posizioni di autonomia dai blocchi che si costituivano attorno all’URSS e agli USA e sempre più si contrapponevano in conseguenza della “guerra fredda” allora in corso.

Nel ’48 venne rieletto, sempre nel collegio di Verona, per il Fronte Democratico Popolare. L’esperienza elettorale del PSI nelle liste del FDP col PCI risultò, come è noto, assolutamente negativa per il PSI, indebolito per i postumi della scissione ancora abbastanza vivi, e gravemente ridimensionato nella rappresentanza parlamentare per l’inevitabile prevalenza della forte organizzazione comunista.

Nei contrasti che subito dopo si determinarono ai vari livelli egli fu ancora una volta coi centristi, che assunsero la guida del partito affidandone la segretaria ad Alberto Iacometti, con Giancarlo vice e Riccardo Lombardi direttore dell’Avanti!.

La gestione del partito risultò non facile, per la forte opposizione della sinistra interna, la povertà finanziaria che metteva a rischio la sopravvivenza dei due organi di stampa ”Avanti!” e “Socialismo”, la particolare posizione – fuori dai due blocchi – tenuta in quei mesi.

Nel luglio del ’49 la sinistra riprese la guida del partito, che si pose come obiettivo il rilancio del PSI, ma si impegnò a raggiungerlo con durezza di metodi, specie nel Sud, mutuando dal PCI un modello di organizzazione fondato sull’apparato onnipresente e spesso soffocante, gli stretti legami con l’URSS, ecc. che andando oltre gli obiettivi postisi dalla sinistra finirono per dare al PSI una veste assolutamente diversa da quella tradizionale, e lo fecero apparire quasi subordinato al PCI.

Giancarlo Matteotti, sempre fermo all’idea dell’autonomia e della specificità del socialismo, respinse nettamente questa linea. Egli lavorava allora a un libro, “Capitalismo e comunismo”, frutto di un suo viaggio in URSS, che venne pubblicato nel gennaio del ’51 dalla Garzanti. Ampiamente documentato, il libro focalizzava i campi di deportazione, i Gulag, di cui si era avuta conoscenza nei precedenti anni per pubblicazioni della Yale University Press, muoveva forti critiche alle tendenze militaristiche e alle enormi spese militari dell’URSS, ma anche alle differenze nei salari praticate in quel paese, in netto contrasto con i tanto decantati principi del comunismo. Dalla documentazione e dalle considerazioni fatte nel libro emergeva che “l’URSS non era il paese del socialismo”.

La reazione dei comunisti e di una parte del PSI fu molto violenta. Giancarlo venne considerato un provocatore e il 16 febbraio gli venne comminata la sospensione dal partito per sei mesi. Nell’accusa a lui rivolta si affermava che il libro riportava dati tratti da fonti antisovietiche e che era “infarcito di tesi in aperto contrasto con la dottrina, la politica, la tradizione del partito nei confronti della rivoluzione e dello stato sovietico”.

Nenni, che proprio allora nei suoi “Diari” definiva Giancarlo “acchiappa nuvole”, gliela comunicò, affermando che il libro costituiva “un falso che non merita(va) alcuna considerazione”.

In maggio Giancarlo Matteotti ritenne di non potere più oltre sostenere la posizione di un “mal tollerato” dal partito, e decise di aderire al PS(SIIS), più tardi divenuto PSDI. Nel’53 e ancora nel’58 venne rieletto alla Camera. Dal maggio del ’54 al gennaio del ’69 fece parte dell’Assemblea parlamentare del Consiglio d’Europa, dal febbraio del ’62 al giugno del ’63 fu Sottosegretario nel IV Governo Fanfani.

Versato nelle questioni economiche e finanziarie, fu vice-presidente in diverse commissioni parlamentari. Collaborò anche con la stampa del partito, “l’Umanità”, “Voce socialista”, ecc. Dal ’63 al ’74 fece parte del Consiglio di amministrazione dell’ENI.

Si allontanò poi dalla politica attiva e visse appartato, fino a quando una lunga malattia lo portò alla morte, che giunse mentre era ricoverato nella clinica “Annunziatella” di Roma.

La stampa diede notizia del decesso con parole semplici, che riflettevano la personalità dell’ex parlamentare. Oggi Giancarlo Matteotti riposa nella tomba di famiglia a Fratta Polesine assieme al padre e agli altri familiari. A lui, come al grande Padre, a Matteo, Isabella, Velia, va il pensiero, sempre grato e riconoscente, dei socialisti e dei lavoratori.

Giuseppe Miccichè

Steinmeier, il futuro presidente tedesco

steinmeierFrank Walter Steinmeier, attuale Ministro degli Esteri tedesco e politico di lungo corso della SPD, sarà il prossimo presidente della Germania. Succederà il 12 Febbraio 2017 a Joachim Gauck, e sarà il terzo presidente socialdemocratico della Repubblica Federale, dopo Heinemann e Rau.

Nonostante i poteri del Presidente della Repubblica in Germania siano meramente rappresentativi, la nomina di Steinmeier da parte della coalizione di governo CDU, CSU e SPD, è un’enorme vittoria per i socialdemocratici tedeschi. Allo stesso certifica ulteriormente le tensioni esistenti fra la CDU e il suo partner Bavarese, la CSU, una partnership storica la cui crisi rischia di mettere in crisi un quarto mandato consecutivo come Cancelliere di Angela Merkel.

Sin da Giugno, l’attuale Presidente Federale Gauck aveva espresso la sua non disponibilità per un secondo mandato. La decisione era già nell’aria dai tempi della sua elezione nel 2012, ma, nonostante questo, non è stato possibile per la CDU di Angela Merkel trovare un candidato di Centrodestra che potesse essere eletto entro il secondo scrutinio.

Questa è infatti, nell’equilibrio politico del governo tedesco la scadenza chiave. Le forze di Centrodestra, CDU, CSU e FDP, non sono infatti in grado di esprimere una maggioranza valida per un elezione diretta nei primi due scrutini. Questo avrebbe lasciato alla SPD, insieme ai Verdi e alla Linke, la possibilità di eleggere il proprio candidato al terzo turno, quando i loro voti congiunti, sarebbero bastati per la nomina del presidente. Per evitare una sconfitta di immagine era necessario per la Cancelliera, trovare un candidato capace di catalizzare i proprio voti ed attirare quelli di un quarto partner. Nei desiderata di Merkel, quest’ultimo dovevano essere i Verdi, da cui la candidatura dell’attuale Governatore verde del Baden-Württemberg, Kretschmann.

Qui è entrato in gioco il veto della CSU, motivati dalla prossima campagna elettorale per il rinnovo del parlamento e del governo della Baviera. Nella prossima tornata elettorale, infatti, la CSU dell’attuale governatore Seehofer, rischia di perdere, a causa della crescita dell’estrema destra della AfD, la maggioranza assoluta, cosa che la costringe a cercare un’alleanza con i liberali di FDP contro la possibile coalizione Rosso-Rosso-Verde, ovvero SPD, Linke – la sinistra – e i Verdi. L’elezione di Kretschmann, figura principale dei Verdi, a presidente federale con i voti della CSU, sarebbe stato uno smacco incredibile per Seehofer, da qui il veto.

La caduta di Kretschmann, e il rifiuto dell’attuale presidente del Parlamento Lammert, ha lasciato spazio a quello che è stato un vero e proprio blitz del Segretario della SPD e Ministro dell’Economia Sigmar Gabriel: la candidatura, appunto di Steinmeier. Rifiutare la candidatura dell’attuale Ministro degli Esteri in carica, nonché vice della stessa Angela Merkel nel biennio 2007-2009, avrebbe prolungato lo stallo ben oltre la scadenza del mandato di Gauck e troppo a ridosso della campagna per le elezioni federali del 2007.

Così si è scritta un’ulteriore pagina della crescente divisione fra CDU e CSU. Anche in questo caso, come per quelle sulle politiche a favore dei rifugiati, sulle fonti rinnovabili e famiglia, tale rottura è venuta per ragioni elettorali interne alla Baviera. Proprio nel Land che da sempre garantisce al Centrodestra una strada agevolata per il governo, continuano ad arrivare stoccate e problemi per Angela Merkel. Dal canto suo la Cancelliera è riuscita a contenere i danni, Steinmeier diviene il candidato ufficiale del Governo e non più delle sinistre. Allo stesso tempo, Merkel è riuscita ad strappare il consenso anche dalle frange più conservatrici della CDU, anche esse “ribelli” da qualche mese a questa parte, le quali potevano ostacolare il voto in Parlamento del candidato socialdemocratico e consegnare Merkel ad una crisi di governo.

In tutto questo ed in vista delle elezioni federali del 2017, la SPD mette a segno un’importante vittoria d’immagine, necessaria per avere una possibilità di eleggere il primo Cancelliere Socialdemocratico dai tempi di Schröder.

Elezioni Berlino. La fine della grande coalizione

angela-merkelLe elezioni di domenica scorsa 18 settembre hanno segnato la fine della grande coalizione che governva Berlino. Per i due maggiori partiti tedeschi è stato un tracollo, assieme hanno perso oltre l’11% dei voti; la Spd è scesa dal 28,3 del 2011 al 21,6, la Cdu dal 23,3 al 17,6. Per i Cristiano democratici si tratta del peggiore risultato della storia berlinese del dopo guerra. L’effetto Merkel è stato pesante come nelle regionali del 4 settembre scorso in Meclemburgo-Pomerania.

I socialdemocratici si possono consolare per essere rimasti il primo partito e per potere confermare nella carica il borgomastro uscente, Michael Mueller. A parte questi due risultati positivi, il presidente socialdemocratico e vicecancelliere Simom Gabriel, ha espresso il suo malcontento per il risultato raggiunto, per di più, in un contesto in cui la partecipazione elettorale è fortemente aumentata (dal 60,2 del 2011 a circa il 67%) per cui non può essere chiamato in causa a giustificazione l’assenteismo.

Lo stesso Gabriel ha espresso preoccupazione per il risultato dell’Afd (Alternative fuer Deutchland) che ha raggiunto il 14,2%. È vero che i populisti di destra sono ancora soltanto il quinto partito e hanno inglobato quasi completamente un altro movimento di destra (i Pirati)  già presente con l’8,9% nel Senato berlinese e questa volta rimasti al palo.
Ma è un risultato che li pone molto vicino alla sinistra (15,6 dall’11,7 del 2011 con una buona affermazione) e ai Verdi, scesi dal 17,6 al 15,2 e la stessa Cdu con il 17,6 non è lontana. Materia di preoccupazione quindi ce ne è abbastanza e anche se è vero che la stragrande maggioranza ha votato per partiti democratici, non è ragione sufficiente per rimanre del tutto tranquilli in una situazione così fluida e incerta legata alle ondate di immigrazione. Va notato infine il buon risultato del vecchio partito liberale (Fdp) che è riuscito questa volta con un buon 6,7% a superare il quorum.

Bocciata la grande coalizione, che non raggiunge più maggioranza assoluta. Si aprano due scenari: un governo Spd, Cdu e Verdi oppure un più coraggioso e innovativo Spd, Verdi e Sinistra, che molti socialdemocratici vedono come la scelta giusta per le politiche del 2017. Ma Gabriel ha invitato chiaramente a non trasferire a livello nazionale il risultato di Berlino, il che significa, probabilmente, nessuna apertura alla Linke.
Ma è anche vero che non è possibile presentarsi alle politiche del settembre 2017 senza scelte chiare e coraggiose. La Grosse Koalitioin è morta a Berlino città, a Berlino capitale è moribonda e la sua leader a livella nazionale Angela Merkel, sta affondando in acque sempre più agitate.

“Il voto di Berlino – è il commento del Segretario del PSI Riccardo Nencini – sancisce la sconfitta non della sola Merkel ma della Grande Coalizione. Lì è la straordinaria novità. Proiettate Berlino sul piano nazionale e ne vedrete delle belle”. “ Ce n’è abbastanza perché socialisti e popolari europei rivedano i cardini dell’U.E.” – ha aggiunto. “Ognun per sé non va più bene nemmeno per i tedeschi” – ha concluso Nencini.

I continui “ce la facciamo, ce la facciamo” della Merkel non convincono più, sono accolti con insofferenza. I Cristiano democratici sono probabilmente divisi al proprio interno. L’ala bavarese della Csu vuole la testa della Merkel, la cui ricandidatura a cancelliere diventa ogni giorno improbabile. Il dopo Merkel è di fatto cominciato; con la fine del monopolio dei due partiti maggiori, Cdu e Spd, si apre un interrogativo sulla tradizionale stabilità tedesca. Si aprono nuovi equilibri di cui in questo momento si vedono più i rischi che le promesse.

 Edoardo Gianelli