Libia, il nulla di fatto della Conferenza di Palermo

Palermo-Libia

Si è conclusa oggi la Conferenza sulla Libia a Palermo con la stretta di mano tra l’uomo forte della Cirenaica, il generale Haftar, e il capo del governo di unità nazionale Al Sarraj davanti al premier italiano Conte. Una perfetta immagine scenica che non sancisce la soluzione dei problemi sul tavolo della Conferenza. Haftar, ha disertato la plenaria, ed è subito ripartito dall’Italia. Secondo fonti diplomatiche, durante l’incontro, il generale avrebbe assicurato che Sarraj potrà restare al suo posto fino alle elezioni. Haftar avrebbe detto ad al Sarraj: “Non si cambia cavallo mentre si attraversa il fiume”.

Le stesse fonti ritengono ci sia una buona possibilità che la Conferenza Nazionale della Libia, primo passo nella road map Onu per le elezioni, si possa svolgere a gennaio. Conte esulta: “L’Italia riunisce i protagonisti del dialogo. Riteniamo fondamentale cogliere questa occasione per sostenere il cessate il fuoco a Tripoli e facilitare le discussioni per l’attuazione dei nuovi assetti di sicurezza che abbiano come obiettivo il superamento del sistema basato sui gruppi armati. In questa sede la Comunità internazionale potrà anche esprimere un sostegno concreto alla creazione e al dispiegamento di forze di sicurezza regolari. Dobbiamo fare in modo che gli esiti di questa Conferenza e lo spirito di Palermo, mi piace chiamarlo così, non si esauriscano oggi e qui, bensì si traducano in un impegno concreto a portare avanti l’agenda con costanza e determinazione. L’Italia continuerà ad assicurare il suo massimo impegno e mi auguro che tutti i partecipanti possano fare altrettanto”.

Conte, in merito alle richieste di assistenza tecnica, anche sul piano del training, ha detto che ‘il governo farà la sua parte’. Tra i presenti alla Conferenza anche il premier russo, Dimitri Medvedev, il ministro degli Esteri francese, Jean-Yves Le Drian, il presidente tunisino, Beji Caid Essebsi, il premier algerino, Ahmed Ouyahia, il rappresentante speciale dell’Onu in Libia, Ghassan Salame’ e il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, il ministro degli Esteri europeo, Federica Mogherini, il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi.

Le fonti di governo hanno comunicato la partecipazione al summit di 38 delegazioni. Al tavolo sulla Libia hanno partecipato, inoltre, le delegazioni di Lega Araba, Fmi e Banca Mondiale. Sono stati 450 i giornalisti accreditati.

Gli Stati Uniti hanno fatto sapere di apprezzare il ruolo della missione dell’Onu nel consolidare il cessate il fuoco in Libia e sostengono la Conferenza nazionale libica per elezioni pacifiche e credibili. Questo è stato il messaggio che il capo della delegazione americana per la conferenza di Palermo sulla Libia , l’ambasciatore David Satterfield, ha portato al Rappresentante speciale dell’Onu Ghassam Salamè nell’incontro che hanno avuto in Sicilia. Satterfield, arrivato ieri a Palermo, ha avuto un colloquio con Salamè assieme al Rappresentante aggiunto per gli Affari politici in Libia, Stephanie Williams.

Il presidente egiziano Abdel Fattah al Sisi è arrivato a Villa Igiea a Palermo per partecipare alla Conferenza sulla Libia. Il capo di Stato egiziano è tra i principali sponsor del generale libico Khalifa Haftar, anche lui presente a Palermo.

L’Italia sperava che l’uomo forte della Cirenaica potesse sedersi al tavolo con gli altri protagonisti della scena politica libica per discutere della stabilizzazione del Paese nordafricano.

Invece, in una nota pubblicata su facebook, si legge: “Il comando smentisce le notizie circolate sui media locali e internazionali riguardo la partecipazione del maresciallo Khalifa Haftar ai lavori della Conferenza per la Libia che si tiene a Palermo. Il maresciallo è arrivato in Italia lunedì sera per avere una serie di incontri che partiranno martedì con i capi di Stato e i leader della regione per discutere gli ultimi sviluppi regionali e globali”. Il post è accompagnato da due foto del colloquio bilaterale di Haftar con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte.

Sui lavori del summit è aleggiata questa presenza-assenza. E così il secondo giorno della Conferenza è iniziato con il controvertice voluto da Haftar, con l’aggiunta imposta dall’Italia della presenza di Al-Serraj per la sceneggiata della stretta di mano. Comunque, il generale Haftar non ha partecipato ai lavori ufficiali della plenaria.

Il vicepresidente turco Fuat Oktay, abbandonando Villa Igea, a lavori non ancora conclusi, ha detto: “Il meeting informale di stamattina è stato presentato come un incontro tra i protagonisti del Mediterraneo. Ma questa è un’immagine fuorviante che noi condanniamo. Per questo lasciamo questo incontro profondamente delusi. Qualcuno all’ultimo minuto ha abusato dell’ospitalità italiana. Sfortunatamente la comunità internazionale non è stata capace di restare unita”. Il riferimento del vicepresidente turco è stato rivolto, senza mai citarlo, alla presenza del generale Haftar.

In una bozza di dichiarazione finale, diffusa dall’agenzia russa Ria Novosti, si legge: “I partecipanti della conferenza di Palermo per la Libia chiedono la creazione al più presto di nuovi meccanismi in grado di garantire la sicurezza a Tripoli. I partecipanti lanciano un appello a tutte le parti affinchè venga perseguita la piena e tempestiva creazione di nuovi meccanismi in grado di garantire la sicurezza a Tripoli, basata su un nuovo dispiegamento dell’esercito regolare e delle forze di polizia, con l’obiettivo di sostituire le formazioni armate”.

Tuttavia, gli esperti hanno notato che la Conferenza è stata promossa, un po’ in solitario, dal governo italiano. In realtà, dopo le conclusioni, sembrerebbe confermato il timore, paventato sin dall’annuncio, che l’iniziativa potesse risolversi in un’altra passerella riservata agli addetti ai lavori. Infatti, salvo improbabili sorprese, nessuno fra i capi di Stato invitati, specie quelli di maggior peso europeo e internazionale, è stato presente al tavolo di Villa Igiea.

Anche la presenza del generale Haftar, l’uomo forte della Cirenaica, con solidi addentellati internazionali, senza il quale diventa velleitario ogni discorso di soluzione della difficile situazione libica non ha rappresentato una partecipazione ufficiale.

Non c’è stata neanche la presenza della signora Angela Merkel che era data per certa. La sua presenza, oltre a dare tono, avrebbe conferito una certa credibilità politica all’iniziativa visto che la cancelliera rappresenta un Paese assai importante, l’unico fra le potenze Nato che rifiutò di partecipare all’aggressione contro la Libia di Gheddafi e/o contro gli interessi italiani in Libia e nel Mediterraneo.

Insomma, mentre tutti gli altri (Francia, Gb, Italia, USA, Russia, Cina, ecc) intrigano perché interessati alla spartizione del ‘bottino’ di guerra, la Germania ha mantenuto un profilo politico più sobrio, distaccato e pertanto potrebbe costituire, dal versante europeo, un riferimento politico e diplomatico più attendibile.

Nonostante le dichiarazioni di parte (Cicero pro domo sua) del governo italiano, di fatto, c’è stato un nuovo fallimento della bizzarra politica estera di questo governo che, nel caso della Libia, ha dovuto perfino registrare la fuga del suo ambasciatore da Tripoli senza riuscire ad inviarne uno nuovo, possibilmente più gradito alle forze e alle istituzioni locali.

I vari rappresentanti governativi, consapevoli del possibile flop, hanno messo le mani avanti, tutti protesi a ridimensionare il ruolo e gli esiti della Conferenza.

D’altra parte, il disagio è comprensibile: quali impegni potevano essere assunti al tavolo del confronto quando gli attori convenuti, di fatto, hanno solo preso nota per riferire?

Insomma, dopo un lungo lavorio in giro per il mondo (e anche una considerevole spesa) l’esito della Conferenza si è trasformato in una ‘tavolata’ ossia a una sontuosa “cena di lavoro tra i partecipanti, una sorta di “welcome dinner” per preparare il terreno al vertice vero e proprio che forse si farà in sede Onu”.

Dal tavolo dei colloqui alla tavolata il passo è stato davvero breve! Pranzi e passerelle vanno bene se servono a qualcosa. Altrimenti meglio evitarli poiché possono risultare indigesti e rischiano di bruciare quel tanto di credibilità residua di un governo che non sappiamo se riuscirà a giungere alla prossima Pasqua di resurrezione.

La realtà della Libia, del mite popolo libico resta drammatica, in preda al caos politico, al terrorismo, alle divisioni tribali, alle violenze di ogni tipo.

Assistiamo alla conseguenza di una guerra improvvida quanto asimmetrica che è stata vinta facilmente sul terreno militare, ma che si rischia di perdere sul terreno diplomatico e politico. La Libia è solo l’espressione più vicina all’Italia di problematiche umane e politiche estese all’intero continente africano.

Salvatore Rondello

L’ACCORDO

libia

Molto importante è la notizia che apprendiamo adesso, alle ore 19,16 sull’esito della riunione odierna dell’Usmil: le milizie libiche che si stanno scontrando a Tripoli hanno raggiunto un accordo per un cessate il fuoco. La Missione di supporto delle Nazione Unite in Libia (Unsmil), in un tweet, ha confermato che sotto l’egida dell’inviato dell’Onu, Ghassan Salamè, è stato raggiunto un accordo. Auspichiamo che sia un accordo pacificatore di lunga durata.

Dopo che gli  eventi in Libia sembravano precipitati nel caos, con gli scontri di stamattina tra milizie rivali a Tripoli che hanno costretto il governo di Fayez al-Serraj, sostenuto dalle Nazioni Unite, a proclamare lo stato di emergenza. Si paventavano dei  risvolti negativi anche per l’Italia. I principali rischi in gioco sono: immigrazione, energia e intervento militare.

Raffale Marchetti, esperto in relazioni internazionali e docente alla Luiss di Roma, in un’intervista, ha spiegato elencando alcuni rischi possibili per il nostro Paese: “La situazione si è deteriorata in questi ultimi giorni ma può ancora rientrare e stabilizzarsi. La crisi libica potrebbe far saltare gli accordi sui migranti, avere delle ricadute sul settore energetico e, nel peggiore degli scenari, richiedere un intervento militare sul territorio. C’è poi anche il pericolo di un ritorno dello  spettro del terrorismo in quanto, in un paese destabilizzato è facile che attecchiscano gruppi terroristici. Con la crisi in Libia è in ballo la questione dei flussi migratori. A stento siamo riusciti a instaurare un rapporto di cooperazione con il governo di Tripoli. Se questo cadesse i flussi ricomincerebbero. Il rischio è che gli sbarchi nel nostro Paese, diminuiti di oltre l’80% rispetto al 2017, potrebbero tornare ai livelli precedenti. Inoltre, l’Italia dovrebbe trovare un nuovo interlocutore e avviare nuovi negoziati, dando così inizio ad un processo lungo e complesso. L’instabilità libica potrebbe avere degli effetti negativi anche sul fabbisogno energetico italiano. L’Italia importa parte delle risorse naturali dalla Libia. Se la situazione dovesse complicarsi anche le risorse verrebbero messe in discussione  con ricadute finanziarie ed economiche sul nostro Paese. L’Italia ha delle scorte energetiche ma, nel caso in cui la crisi libica dovesse prolungarsi, dovrebbe trovare delle fonti alternative. Il governo italiano, riferisce una nota di palazzo Chigi, continua a seguire con attenzione l’evolversi della situazione in Libia e ha già espresso pubblicamente preoccupazione nonché  l’invito a cessare immediatamente le ostilità. Per il momento quindi è  esclusa l’ipotesi di interventi militari sul territorio. Tuttavia, se la crisi libica diventasse una guerra vera e propria a livello internazionale, immaginando uno scenario estremo, l’Italia non potrebbe tirarsi indietro ma dovrebbe partecipare al conflitto”.

Mentre è in corso di redazione questo articolo, la situazione in Libia sta precipitando e necessita di azioni immediate.

Un   incendio è scoppiato presso la sede dell’ambasciata Usa  a  Tripoli, che si trova sulla via per l’aeroporto dove il conflitto armato è più aspro. La notizia è stata diffusa sul portale di notizie libico ‘Al Wasat’, che cita il portavoce dell’apparato libico per il soccorso e le emergenze, Osama Ali. Testimoni oculari hanno riferito ad Ali di un incendio presso la sede dell’ambasciata. Il portavoce ha aggiunto che  la Protezione civile non è riuscita a raggiungere l’area a causa del fuoco intenso. La notizia è stata confermata dalla National Safety Authority libica, che ha fatto sapere che i camion dei pompieri si sono diretti sul posto per domare le fiamme, la cui origine è ancora non precisata.

Il numero delle vittime a Tripoli, sarebbe salito ad almeno 50 morti, tra cui civili. Sarebbe questo il bilancio parziale delle vittime degli scontri tra gruppi rivali a Tripoli. Ad aggiornare il bilancio è stato il ministero della Sanità libico, spiegando che ai morti si aggiungono anche almeno 138 feriti. Un bilancio con cifre in aumento con il passare del tempo. E’ stata prevista per oggi alle 14, ora locale, la riunione convocata dalla Missione di supporto delle Nazioni Unite in Libia (Unsmil) con tutte le milizie protagoniste degli scontri per un dialogo urgente sulla situazione della sicurezza.

Prima, il portavoce della Commissione Ue, Maja Kocijanic, rispondendo alle domande sulle accuse dell’Italia alla Francia, ha detto: “I Paesi membri dell’Unione Europea mantengono una posizione unita sulla Libia. L’Alto rappresentante Federica Mogherini ha avuto ieri un colloquio telefonico con il rappresentante dell’Onu per la Libia, Ghassam Salamé, ribadendo il pieno sostegno dell’Ue, concordato da tutti i Paesi membri, per arrivare ad una soluzione duratura della crisi in Libia, nella convinzione che solo un processo politico può portare ad una soluzione stabile, complessiva e sostenibile della crisi. I Paesi membri discutono regolarmente della crisi in Libia nel contesto di questi sforzi e mantengono una posizione unita su questo”.

A quanto si apprende da qualche agenzia stampa,  Salamé dovrebbe riferire domani al Consiglio di sicurezza dell’Onu sugli ultimi sviluppi della situazione a Tripoli in collegamento dalla capitale.

Questo pomeriggio alle 17 si è svolto un vertice sulla Libia presieduto dal premier Giuseppe Conte. Alla riunione, precedentemente concordata sul tema dei migranti, parteciperanno tutti i ministri interessati per affrontare le problematiche dell’attuale situazione a Tripoli. Nel frattempo l’ambasciata italiana a Tripoli è rimasta aperta. Al momento, non ci sono stati problemi per i 430 italiani che si trovano in Libia e le attività dell’Eni non sono state coinvolte. Intanto, il ministro Moavero ha confermato la disponibilità a riferire in Parlamento sulla crisi libica.

Gli eventi in Libia che stavano precipitando hanno necessitato di decisioni su un piano internazionale affrontate con molta tempestività. E’ stato presa con urgenza una decisione comune in sede Onu: innanzitutto ci sono vite umane da salvare oltre agli equilibri internazionali.

Salvatore Rondello

Buemi, Salvini non conosce centri accoglienza libici

migranti libia tortura“Dobbiamo cambiare la normativa e rendere i porti libici porti sicuri. C’è questa ipocrisia di fondo in Europa in base alla quale si danno soldi ai libici, si forniscono le motovedette e si addestra la Guardia Costiera ma poi si ritiene la Libia un porto non sicuro”. È quanto afferma il ministro dell’Interno Matteo Salvini in una conferenza stampa a Mosca, dove si trova per assistere alla finale dei Mondiali, indicando quale sarà l’obiettivo dell’Italia nell’incontro di dopodomani per ridiscutere la missione Sophia.
“Affermare che la Libia sia porto sicuro per il rimpatrio di coloro che vengono recuperati in mare è ridicolo oltre che una stupidaggine”, così Enrico Buemi, responsabile Giustizia del Psi e Senatore nella XVII Legislatura, ha commentato le recenti dichiarazioni del Ministro dell’Interno Salvini. “Questo non solo perché manca il controllo sul territorio da parte di un’organizzazione statale certa libica ma anche perché è assolutamente incerto che su quel territorio siano applicati trattamenti rispettosi del diritto umanitario internazionale”, ha continuato Buemi. “Consiglierei a Salvini, invece di perdere tempo con partite di calcio, di andare a visitare i centri di accoglienza libici senza preavviso, magari fermandosi qualche giorno, e verificando sulla propria pelle il trattamento umanitario riservato, con la cautela di non farsi accompagnare né da membri dei servizi segreti italiani né da forze di polizia libiche, cosicché la verifica sarà più naturale e reale”, ha concluso Buemi.
Contro le dichiarazioni di Salvini arriva la risposta europea. “Nessuna operazione europea e nessuna imbarcazione europea” riporta i migranti salvati in mare in Libia, perché “non consideriamo che sia un paese sicuro”. Lo dice la portavoce della Commissione, Natasha Bertaud, rispondendo ai giornalisti che chiedevano un commento della Commissione sulle parole del ministro degli Interni italiano. Salvini però insiste e replica su Twitter: “L’Unione Europea vuole continuare ad agevolare lo sporco lavoro degli scafisti? Non lo farà in mio nome, o si cambia o saremo costretti a muoverci da soli”. Ma stavolta interviene anche l’italiana Lady Pesc, Federica Mogherini, che spiega al Vicepremier: “La decisione rispetto al fatto che i porti libici non siano porti sicuri è una decisione della Corte europea dei diritti dell’uomo, quindi è una valutazione puramente giuridica sulla quale non c’è una decisione politica da prendere”.

Conte, i 5 Stelle e le sanzioni alla Russia

puntinIl presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, durante il suo discorso al Parlamento per il voto di fiducia, ha detto che le sanzioni alla Russia dovranno essere tolte. Immediata la reazione della Nato e degli Stati Uniti che hanno inviato al presidente Conte il seguente messaggio: “Va bene dialogare con Mosca, ma le sanzioni sono importanti e devono restare fino a quando la Russia non cambierà atteggiamento”. Il chiaro messaggio per il presidente del Consiglio dei Ministri, Giuseppe Conte è stato espresso dalle parole del segretario generale della Nato  Jens Stoltenberg  e dell’ambasciatrice Usa Kay Bailey Hutchinson. In attesa di avere maggiori indicazioni su questo e su altri  dossier, gli alleati inviano chiari segnali all’Italia. L’apprensione di Bruxelles e Washington è palpabile in attesa di ricevere dal nuovo governo italiano maggiori indicazioni su questo e su gli altri dossier riguardanti le missioni internazionali.

Stoltenberg ha detto: “Non vedo l’ora di lavorare con lui, e lo incontrerò presto. L’Italia è un alleato impegnato e di alto valore, contribuisce alla nostra sicurezza comune e alla difesa collettiva in molti modi differenti”. Il segretario generale della Nato ha anche espresso approvazione per le parole che il premier ha rivolto all’Alleanza nel discorso con cui ha chiesto la fiducia al Parlamento. Eppure, sembra preoccupare l’eventuale  scivolamento dell’Italia verso Mosca, un timore giustificato soprattutto dalle tradizionali inclinazioni di Lega e Movimento 5 Stelle più che dalle parole di Conte.

Anche perché, sia Salvini che Di Maio, alla vigilia delle elezioni, si sono recati in Russia. In effetti, secondo alcune fonti vicine al Movimento pentastellato, nel passaggio sulla Russia il  premier  ha parlato di “revisione” del sistema delle sanzioni, collocando tra l’altro tale impegno nell’ambito della “convinta appartenenza” all’Alleanza Atlantica. Una revisione dunque, e non un “ritiro” come previsto dal Contratto di governo (tanto meno un “ritiro immediato” come scritto nelle bozze preliminari). Un cambio di vocabolario evidente, probabile risultato dell’apprensione che più volte è emersa da tanti alleati. Eppure, l’esame storico delle posizioni di Lega e 5 Stelle sull’argomento non aiuta di certo il capo dell’esecutivo a dissipare ogni dubbio.  Il New York Times, oggi, citando Conte, ha parlato di un “lifting” delle sanzioni, indicando che forse il messaggio non è stato poi ricevuto con tanta chiarezza oltre oceano. Lo testimoniano anche le parole dall’ambasciatrice Usa presso la Nato  Kay Bailey Hutchinson : “L’Italia è uno dei nostri più forti alleati, ma sulla Russia crediamo che le sanzioni vadano mantenute fino a quando Mosca non cambierà il suo comportamento”.

Stoltenberg ha rimarcato: “Sulla Russia è importante sottolineare che la Nato ha un approccio duale: forte difesa e deterrenza, combinate con il dialogo politico”. Si tratta del tradizionale ‘dual track’ che l’Alleanza ha adottato da tempo nei confronti di Mosca. Recentemente è stato ribadito anche dall’Assemblea parlamentare della Nato. Lo stesso presidente dell’Ap, Paolo Alli,  ha spiegato  come la posizione italiana, per una eventuale rimozione delle sanzioni, restasse sostanzialmente isolata. Senza considerare poi che il regime sanzionatorio è stato definito in ambito europeo, e dunque può essere modificato o allentato solo in questo contesto (come  ha ricordato  il presidente dello Iai  Ferdinando Nelli Feroci). Stoltenberg non ha potuto fare altro che ribadire la seguente posizione: “Non possiamo isolare la Russia, che è un nostro vicino; quindi accolgo favorevolmente il forte sostegno dell’Italia al dialogo che noi abbiano con Mosca, ma le sanzioni economiche, e la Russia dovrà cambiare il proprio comportamento prima che siano eliminate”. La Hutchinson ha aggiunto: “Un eventuale ritiro invierebbe un pessimo segnale a Mosca”.

L’impressione è che il tema sia ancora piuttosto caldo e che gli alleati chiederanno maggiori chiarimenti a Conte sulle intenzioni italiane nel corso del prossimo summit dei capi di Stato e di governo, in programma a Bruxelles a luglio. Oltre a questo, sembra preoccupare anche l’incertezza sulla postura militare internazionale. Il Contratto di governo parla di una “rivalutazione” delle missioni dei militari all’estero sotto il profilo della rilevanza per gli interessi nazionali. Anche in questo caso però, nonostante ciò possa essere considerato in continuità con quanto in parte predisposto dal precedente governo (con un focus maggiore su nord Africa e l’annunciato alleggerimento dei contingenti in Afghanistan e Iraq), l’andamento storico delle posizioni dei due partiti di maggioranza lascia spazio ai timori degli alleati euro-atlantici per un eventuale ritiro. Basti pensare al mantra pentastellato del “Via dall’Afghanistan” o alla ferma opposizione alla missione in Niger con “perché andiamo a presidiare il deserto” (anche se il Niger non è un paese del deserto africano). Lunedì scorso, il corrispondente de  La Stampa  negli States,  Paolo Mastrolilli, ha raccontato le preoccupazioni di Washington per l’impegno italiano in Afghanistan. In caso di ritiro, sarebbe a rischio l’intera collaborazione con gli Stati Uniti. Subito dopo l’insediamento, il governo Conte è stato già chiamato a un’ardua prova di politica internazionale.

La revisione del sistema delle sanzioni alla Russia annunciato durante il suo discorso al Senato dal  premier Giuseppe Conte  non è stato gradito dalla  Nato, dagli Usa e dalla Germania.  Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, ha esattamente detto: “Intendiamo preliminarmente ribadire la convinta appartenenza del nostro Paese all’Alleanza atlantica, con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato. Ma attenzione, saremo fautori di una apertura alla Russia, che ha consolidato negli ultimi anni il suo ruolo internazionale in varie crisi geopolitiche. Ci faremo promotori di una revisione del sistema delle sanzioni,  a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa”.

Il discorso potrebbe farci ricordare l’atteggiamento di ‘Arlecchino servitore di due padroni”. C’è quindi anche la posizione di Berlino manifestata da Angela Merkel in vista del G7 in Canada che inizierà domani: “L’annessione della Crimea è stata una lampante violazione del diritto internazionale. E questo giustifica l’esclusione della Russia dal G8”.

La sterzata, se non altro nei toni, alla politica estera italiana, non è stata ancora commentata dalla Ue. La posizione ufficiale dell’Unione europea, aveva ricordato ieri una portavoce dell’Alto rappresentante Federica Mogherini interpellata in generale sulle relazioni Ue-Russia, resta quella concordata a 28. La portavoce ha ricordato: “Abbiamo i cinque principi guida per le politiche Ue nei confronti della Russia  che sono stati concordati nel 2016 e poi ribaditi ad aprile 2018 da tutti i 28 stati membri a livello del Consiglio affari esteri. I cinque principi includono la piena attuazione degli accordi di Minsk, legami più stretti con gli ex Paesi sovietici vicini della Russia, il rafforzamento della resilienza Ue alle minacce russe, un impegno selettivo con la Russia su alcuni temi come l’antiterrorismo, e il sostegno per i contatti interpersonali con la popolazione russa”.

Il discorso di Conte è stato pronunciato proprio mentre da Vienna il presidente russo Vladimir Putin tornava a ripetere che le sanzioni non convengono a nessuno: “Tutti sono interessati a rimuoverle”. Il lavoro diplomatico aperturista dell’Italia nei confronti della Russia a Bruxelles in realtà non si è mai fermato. E resta una caratteristica dei governi italiani dell’ultimo ventennio, da Pratica di Mare in poi, con picchi di affinità durante i governi Berlusconi, che ha caratterizzato però negli anni anche i governi di centrosinistra. Lo stesso ex premier Paolo Gentiloni ha più volte sottolineato, anche nell’ultima fase,  il “doppio binario” seguito dall’Italia di “fermezza” davanti alle violazioni, tenendo però “sempre aperta la porta del dialogo“. Un lavoro, quello italiano, mai uscito però dal perimetro tracciato insieme agli altri Stati membri a Bruxelles, che dall’invasione della Crimea si sono sempre mossi all’unisono.

La prima occasione per affrontare la questione, per il presidente del Conte, si presenterà domani in Canada, all’interno di un G7 che ha espulso la  Russia dal 2014, quando ha invaso la Crimea. E dove lo aspetta il suo primo bilaterale, che sarà proprio con la donna più potente d’Europa, la cancelliera tedesca  Angela Merkel. A Charlevoix, Conte troverà anche il presidente Usa, la cui amministrazione ha accolto con favore le parole del premier italiano sulla riaffermazione dell’Alleanza Atlantica “con gli Stati Uniti d’America quale alleato privilegiato”. E che sta da tempo lavorando all’organizzazione di un vertice tra Trump e Putin. Apertura a Mosca e revisione delle sanzioni, dunque, come ha detto Conte, “a partire da quelle che rischiano di mortificare la società civile russa”, ma senza perdere di vista gli interessi degli italiani. Lo stop delle sanzioni alla Russia vale infatti, secondo la Coldiretti, 3 miliardi di euro di esportazioni Made in Italy  all’anno andate perse dopo l’embargo deciso da Putin come ritorsione alle misure attivate dall’Occidente.

Il presidente russo di ritorno dalla sua visita in Austria, prima di partire per la Cina, intanto, fa sapere di essere convinto che prevarrà il buon senso  e ci sarà un graduale sollevamento di tutte le sanzioni contro la Russia, provvedimenti dannosi per lo sviluppo dell’economia globale, e una normalizzazione delle relazioni di Mosca con tutti i paesi partner, inclusi gli Stati Uniti, oltre che con i Paesi che, in solidarietà agli Usa hanno imposto sanzioni contro la Russia. Per Putin: “Sanzioni e misure restrittive non ci sorprendono e neanche ci spaventano, non ci faranno mai abbandonare il nostro percorso di sviluppo indipendente e sovrano. La Russia può solo essere un paese sovrano, altrimenti non ci sarà una Russia e i russi hanno scelto la prima opzione”.

Certamente sia Stoltenberg, la diplomatica americana Hutchinson e la leader tedesca si dichiarano favorevoli al dialogo con Vladimir Putin e tutti sottolineano l’importanza dell’Italia nell’Alleanza Atlantica. Ma la sostanza non cambia: l’uscita di Giuseppe Conte non ha trovato sponde nel blocco portante della comunità occidentale. Anche se i rapporti tra Stati Uniti e Ue sono molto tesi principalmente per i dazi commerciali, Iran e clima, sulla Russia, però, c’è un’intesa largamente condivisa. Vero, Donald Trump, continua a mantenere un atteggiamento ambiguo nei confronti di Putin e i consiglieri della Casa Bianca stanno lavorando con il Cremlino per combinare un vertice tra i due leader. Nonostante ciò, le relazioni tra i due Paesi sono al minimo storico dalla fine della Guerra Fredda. A Washington tutte le agenzie dei servizi segreti, il Congresso al completo, democratici e repubblicani, i ministeri principali considerano la Russia una minaccia alla sicurezza degli Stati Uniti e degli alleati europei. Il Segretario al Tesoro, Steven Mnuchin, ha già colpito con due round di sanzioni società, funzionari e oligarchi vicini a Putin. Il Segretario alla Difesa, James Mattis, che oggi parteciperà alla riunione ministeriale della Nato a Bruxelles, su questo punto non ammette deroghe.

Il nuovo governo italiano è stato accolto da un’apertura di credito nella capitale americana. Il Segretario di Stato Mike Pompeo sostiene che si può lavorare per rafforzare l’alleanza con Roma. Ad alcuni importanti organi di stampa, però, risulterebbe che all’interno dell’amministrazione Trump, ci sia anche chi voglia prima vedere alla prova la coalizione giallo-verde. Due sarebbero i dossier chiave: la Russia e l’Iran. Non tutti sono così ottimisti come Pompeo. Il Segretario al Commercio, Wilbur Ross, per esempio, diffida delle posizioni del ministro dell’Interno Matteo Salvini, considerato troppo filo russo. E Ross, amico personale di Trump prima ancora che ministro del Commercio, è una figura importante: nella gerarchia ‘Americana’ occupa il terzo o quarto posto, dopo Pompeo, Mattis, e più o meno sullo stesso livello di Mnuchin. L’impressione è che Trump e gli Stati Uniti vogliano condurre in prima persona il dialogo con Putin, mantenendo alta e, anzi, se possibile accentuando la pressione economica su Mosca. Negli ultimi mesi la Casa Bianca si è trovata in perfetta sintonia con la premier britannica Theresa May. Vorrebbe qualcosa di più dalla Germania (pesa la polemica sul gasdotto Nord Stream che collega il Paese direttamente alla Russia) e dalla Francia. Ora anche l’Italia rischia di trovarsi allo scoperto sulla linea di tiro degli americani, senza aver trovato nessun Paese disposto a dare una copertura.

Salvatore Rondello

Il governo giallo-verde e le preoccupazioni della Ue

Juncker firenzeIn prossimità del varo del nuovo governo giallo-verde, si sollevano le preoccupazioni dall’UE per la propaganda antieuropeista portata avanti dalla Lega e dai penta stellati.

Il presidente del Parlamento Europeo, Antonio Tajani, aprendo il suo intervento a ‘The State of Union’ a Firenze, ha detto: “L’Italia è parte integrante dell’Unione europea. Uscire dall’Europa non ha alcun senso e uscire dalla moneta unica, l’euro, sarebbe una scelta anacronistica ed autolesionistica. Non siamo perfetti ma cambiare significa migliorare, andare avanti e non tornare indietro, e la prima cosa da fare è avere un’Europa sempre più politica. La prima riforma da fare è quella della primazia della politica che significa primazia dei cittadini”. Con riferimento alla politica dei dazi di Trump ha aggiunto: “Comprendo che per il presidente degli Stati Uniti è importante ricordare il principio ‘America first’ ma questo non significa ‘America alone’”. Con riferimento alla situazione politica italiana ha sottolineato:  “In Europa tutti guardano con grande attenzione a quello che succede in Italia. L’Italia è un Paese fondamentale in Europa ma che ha i problemi di un altissimo debito pubblico e di un’altissima disoccupazione giovanile. E dopo la Brexit servirà un ruolo più importante per Italia e Spagna. E’ questa sarà la sfida per il nuovo governo”.

La seconda giornata della conferenza europea ‘The State of the Union’, oggi in Palazzo Vecchio a Firenze, è iniziata con i saluti delle istituzioni locali. Protagonisti dell’evento con i loro interventi sono stati, oltre al presidente del Parlamento Europeo  Antonio Tajani, il presidente della Commissione Europea Jean Claude Juncker ed il governatore della Bce  Mario Draghi.  Nel pomeriggio è intervenuto l’Alto rappresentante Ue  Federica Mogherini. La chiusura dei lavori è spettata al premier  Paolo Gentiloni.

Il sindaco di Firenze, Dario Nardella, nel suo intervento di saluto ha affermato: “Le città hanno ruolo di accrescere la fiducia dei cittadini nelle istituzioni, sono energia per la vita, per il futuro, per l’Europa. Firenze interpreta il proprio ruolo di attore, non di spettatore dell’integrazione europea”.

Il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, si è soffermato, con il suo intervento, sulla futura politica di coesione criticandone l’impostazione che “rischia di far prevalere ancora una volta l’idea di un’Europa dell’austerità che poi dà spazio all’Europa dei demagoghi. Abbiamo invece bisogno di un’Europa della crescita e della democrazia”.

Il Presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha detto: “Populisti e nazionalisti hanno avuto materia per alimentare loro sentimenti e aumentare distacco dagli altri a causa della crisi migratoria. Così la solidarietà si sfilaccia e si perde poco a poco, così i Paesi del Nord Europa hanno riscoperto un’espressione che detesto: il club del Mediterraneo, si deve usare solo per il turismo, per indicare il Sud Europa che affronta il flusso profughi. Invece Europa e solidarietà vanno insieme. La solidarietà fa parte del patto fondatore dell’Europa”.

Durante la prima giornata, a Fiesole, il Presidente Sergio Mattarella, nel suo discorso di apertura dell’evento organizzato dall’Istituto Universitario Europeo per fare il punto sulle sfide e prospettive del prossimo futuro dell’UE, ha detto: “Più sicuri che nel dopoguerra, più liberi che nel dopoguerra, più benestanti che nel dopoguerra, rischiamo di apparire oggi privi di determinazione rispetto alle sfide che dobbiamo affrontare. E qualcuno, di fronte a un cammino che è divenuto gravoso, cede alla tentazione di cercare in formule ottocentesche la soluzione ai problemi degli anni 2000.  Sottraendoci all’egemonia di particolarismi senza futuro e di una narrativa sovranista pronta a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili, certa comunque di poterne addossare l’impraticabilità all’Unione.  Nel turbamento del mondo quanto apparirebbe necessario il ruolo di equilibrio svolto da un concerto di 27 Paesi, tanto si mostra ampio il divario tra l’essere e il dover essere di un’ampia comunità che trova la sua dimensione in uno spazio già condiviso. Mai, dunque, come oggi appare urgente unire.

La operosa solidarietà degli esordi, sembra essersi trasformata in una stagnante indifferenza, in una sfiducia diffusasi, pervasivamente, a tutti i livelli, portando opinioni pubbliche, Governi, Istituzioni comuni, a diffidare, in misura crescente, l’uno dell’altro. Non possiamo ignorare questo stato di fatto, né sottacere quanto sia diffusa, fra i cittadini europei, la convinzione che il progetto comune abbia perso la sua capacità di poter realmente venire incontro alle aspettative crescenti di larghi strati della popolazione; e che non riesca più ad assicurare adeguatamente protezione, sicurezza, lavoro, crescita per i singoli e le comunità. Con una contraddizione singolare, che vede gonfiarsi, simultaneamente, le attese dei cittadini e lo scetticismo circa la capacità dell’Europa di corrispondervi”.

Dunque, non sono mancati i richiami ad un maggiore senso di responsabilità per il futuro dell’UE.

Salvatore Rondello

Siria: inferno senza tregua, “Damasco usa i gas”

siriaA Ghout est non si assiste solo a una guerra ma all'”inferno in terra”: e’ la denuncia del segretario generale dell’Onu, Antonio Guterres, dopo che sul sobborgo  ribelle alle porte di Damasco sono continuate a piovere le bombe del regime siriano, nonostante la tregua ordinata dall’Onu che però è ben lungi dall’essere attuata. Ora si affaccia anche il sospetto che le forze di Bashar al-Assad possano aver usato le armi chimiche: domenica, secondo fonti locali, almeno un bambino è morto e 13 persone sono rimaste ferite, con sintomi di asfissia a causa di un raid aereo in cui, è la denuncia dei ribelli, e’ stata sganciata una bomba contenente cloro allo stato gassoso. La Russia ha negato qualsiasi uso di armi chimiche da parte delle forze lealiste e, anzi, ha definito le accuse “provocazioni”.

La diplomazia si muove, ma non riesce a sbloccare l’impasse. Il segretario generale dell’Onu, Guterres, ha chiesto che tacciano da subito le armi. Anche se non formalmente in agenda, la Siria è al centro della riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue in corso a Bruxelles. Il capo della diplomazia Ue, Federica Mogherini, ha avvertito che la risoluzione del Palazzo di Vetro è solo “un primo passo”, “ora va applicata”.

A Ghouta Est, la vasta area ad est di Damasco, da una settimana esatta è in corso un’offensiva aerea del regime di Damasco sostenuta dai russi, che ha causato 520 morti tra cui 130 bambini. Il tutto malgrado sabato il Consiglio di Sicurezza dell’Onu avesse approvato la richiesta di una tregua umanitaria di 30 giorni da avviare “senza indugi”. Il testo della risoluzione, però, su richiesta di Mosca non fissa una data per l’inizio del cessate il fuoco e contiene molte ambiguità sulle possibili eccezioni. Non a caso il ministro degli Esteri russo, Serghei Lavrov, stamane ha fatto notare che “la tregua non riguarda le azioni contro i terroristi”. E in effetti, proprio per ottenere il via libera di Mosca, che finora aveva  bloccato 9 risoluzioni sulla Siria, il testo approvato contiene una scappatoia lessicale che consente “gli attacchi mirati”.

Il Cremlino, attraverso il portavoce di Putin, Dmitri Peskov, ha definito la situazione “estremamente preoccupante” e ha  denunciato che “i terroristi presenti a Ghouta est non hanno deposto le armi, tengono in ostaggio la popolazione civile, ed ecco perché la tensione è così alta”.

Intanto la pioggia di bombe non si ferma. Nuovi bombardamenti del regime siriano stamani hanno fatto almeno 11 vittime, tra cui nove componenti della stessa famiglia. Almeno 25 civili, di cui 7 bambini, sarebbero invece stati uccisi in un raid degli aerei della Coalizione internazionale a guida Usa contro una sacca di territorio ancora controllato dall’Isis nell’est della Siria. Ad essere colpito è stato il villaggio di Al Shaafah, verso il confine con l’Iraq.

A preoccupare, però, è soprattutto il possibile uso di gas chimici su Ghouta. Secondo l’Osservatorio siriano per i diritti umani, l’ordigno contenente cloro allo stato gassoso è stato sganciato da un aereo di cui non è stata accertata la nazionalità nella zona di Al Shifunia. Mohamed Alloush, capo della fazione sunnita anti-Assad ‘Jaysh al-Islam’ (Esercito  dell’Islam) che opera a Ghouta, ha pubblicato sul suo account  Twitter la foto del bimbo che, secondo lui, sarebbe stato ucciso dalla bomba al cloro. Immagine la cui autenticità non  è stata verificata da fonti indipendenti. Nello scatto si vede il corpo senza vita del piccolo, con solo il volto visibile ed  il resto del corpo avvolto in un velo celeste con la scritta “25 febbraio 2018, Al Shifunia. Ucciso dal cloro”. Un altro possibile caso di uso di ordigni al cloro è sotto inchiesta all’Onu e sarebbe avvenuto il 6 febbraio, a Saraqueb, nella provincia di Idlib, l’ultima quasi interamente rimasta nelle mani dei gruppi jihadisti, insieme a Duma e a Ghouta.

La Russia definisce “provocazioni” le accuse al regime siriano, una campagna di diffamazione per “denigrare le forze  governative”. Secondo Lavrov, gli Stati Uniti accusano Damasco di crimini di guerra per dividere la Siria e creare in quel  paese un “quasi-Stato”, violando così la risoluzione 2101 del  Consiglio di Sicurezza Onu che afferma, “in modo inequivocabile, la necessità di rispettare la sovranità e  l’integrità territoriale della Siria”. Anche il vice ministro degli Esteri russo, Serghei Ryabkov, ha accusato gli Usa di  cercare pretesti per usare la forza in Siria. Ma intanto Mosca si rafforza: nella base aerea russa di Khmeymin, a qualche  decina di chilometri dal porto di Tartus, controllato dai russi  e unico sbocco russo sul mar Mediterraneo, sono arrivati nei giorni scorsi i caccia ‘stealth (invisibili) Su-57 di quinta  generazione. Secondo informazioni ufficiose, il trasferimento  dei velivoli è avvenuto in due fasi e ora nel Paese mediorientale si trovano quattro Su-57. La Russia in Siria ha  già testato decine di nuove armi e il dislocamento  dei nuovi  micidiali caccia fa parte del programma per testare i sistemi  d’armamento di questi aerei da combattimento di quinta  generazione, iniziato nell’estate del 2017. Per ora non si  parla dell’impiego dei mezzi in vere azioni di combattimento,  ma in Siria gli scenari cambiano con grande rapidità.

Redazione Avanti!

BLOCCO TURCO

C7E114C8-A9C0-4128-B5DB-F6094F2012CB“Non bisogna pensare che le ricerche di gas al largo di Cipro e le iniziative opportunistiche sulle rocce nel Mar Egeo sfuggano alla nostra attenzione. Avvertiamo quelli che hanno superato i limiti a Cipro e nel Mar Egeo di non fare calcoli sbagliati”. Lo ha detto il presidente turco Recep Tayyip Erdogan, parlando ad Ankara al gruppo parlamentare del suo Akp. Da venerdì, la marina militare di Ankara blocca la piattaforma Saipem 12000 dell’Eni al largo di Cipro, che si stava dirigendo verso Cipro per iniziare operazioni di trivellazione su licenza del governo di Nicosia. L’unità, ha detto il portavoce del governo di Nicosia, resta bloccata a circa 50 km dal luogo previsto per le esplorazioni di idrocarburi, a sud-est dell’isola. Ieri l‘AD della società Claudio Descalzi si è detto sorpreso per la vicenda, tuttavia il presidente turco era già stato chiaro all’indomani della sua visita in Italia, dicendosi contrario alle operazioni del gruppo “nel Mediterraneo orientale”. “I lavori (di esplorazione) del gas naturale in quella regione rappresentano una minaccia per Cipro nord e per noi”, aveva sottolineato lo stesso sultano spiegando di aver espresso, nella sua missione a Roma la scorsa settimana, le “preoccupazioni turche” al presidente Sergio Mattarella ed al premier Paolo Gentiloni.
Tuttavia la vicenda sembra un pretesto per Ankara per riaccendere la tensione nel Mar Egeo con la Grecia. Le autorità di Atene hanno denunciato che la scorsa notte una pattuglia della guardia costiera di Ankara ha speronato un mezzo dei suoi guardacoste nei pressi di alcuni isolotti rocciosi contesi tra i due paesi. Nello scontro, secondo la denuncia greca, non risultano feriti, ma danni alla nave greca, colpita a poppa dalla prua di quella turca. Cipro è uno dei numerosi stati, come Israele e Libano, in competizione per sfruttare i giacimenti del Mediterraneo orientale. Le risorse naturali intorno all‘isola sono rivendicate dall‘autoproclamata Repubblica turca di Cipro Nord, che è riconosciuta solo da Ankara (la Turchia occupa militarmente la zona nord di Cipro dal 1974). Nell’interesse geopolitico di Erdogan c’è fare pressioni su Nicosia per far sì che le sue riserve energetiche siano condivise con la parte di Cipro filo-turca.
In queste ore per cercare di fermare la tensione è intervenuta anche l’Europa. L’Unione dei 28 ha chiesto ieri alla Turchia di evitare le minacce e di “astenersi da qualsiasi azione che possa danneggiare i buon rapporti di vicinato”. Mentre oggi l’Alto rappresentante dell’Ue Federica Mogherini ha incontrato il ministro degli Esteri turco Mevlut Casavoglu, a margine di un vertice in Kuwait, per parlare della situazione a Cipro, al largo delle cui acque la marina militare di Ankara blocca le trivellazioni della piattaforma Saipem 12000 dell’Eni. Lo ha annunciato il portavoce della Commissione Ue Margaritis Schinas.
“Seguiamo la situazione molto da vicino”, ha spiegato Schinas, che ha ribadito l’invito alla Turchia ad evitare “frizioni” con i Paesi Ue e ad impegnarsi “ad una soluzione pacifica delle dispute, a buoni rapporti di vicinato e a rispettare la sovranità” degli Stati. Inoltre, il portavoce ha sollecitato la Turchia ad evitare “dichiarazioni negative che possono danneggiare buone relazioni di vicinato, specialmente in vista del vertice” della Turchia con le istituzioni Ue a Varna.
L’Alto rappresentante ha sollevato la questione di Cipro nel suo incontro col ministro turco, dopo ave avuto vari contatti, incluso col premier Paolo Gentiloni ed il ministro degli Esteri italiano Angelino Alfano, secondo quanto si apprende da fonti europee. L’italia si aspetta una “soluzione condivisa nel rispetto del diritto internazionale e nell’interesse sia dell’Eni, sia dei paesi della regione, sia delle due comunità cipriote”. Dice il ministro degli Esteri Angelino Alfano al collega turco Mevlut Cavusoglu, incontrato oggi in Kuwait a margine della ministeriale anti-Isis.

Iran. Locatelli: “Serve più rispetto dei diritti umani”

Ahmadreza-DjalaliTenere alta l’attenzione sul caso del ricercatore iraniano Ahmadreza Djalali, la cui condanna a morte per spionaggio è stata sospesa ed è ora al riesame della sezione 33 della Corte suprema. Ma anche sul tema del rispetto dei diritti umani nella Repubblica islamica, a partire da quello di un giusto processo anche per le migliaia di giovani manifestanti arrestati durante le ultime proteste di piazza. E’ l’invito rivolto alle istituzioni italiane ed europee in una conferenza stampa oggi a Roma, su iniziativa della sen. Elena Cattaneo e con la collaborazione della Fidu Federazione italiana diritti umani. Alla storia di Djalali, che si teme abbia un tumore, “si sovrappone la storia collettiva – ha detto la sen. Cattaneo – di tanti giovani rinchiusi in carcere” e minacciati in alcuni casi anche di condanna a morte. E fra i quali – circa 7.000 gli arrestati secondo le fonti di Antonio Stango, presidente Fidu – almeno tre sono morti in prigione in circostanze non chiare, anche se le autorità iraniane hanno parlato di suicidio. “Siamo di fronte ad una violazione costante del diritto ad un equo processo ed al disprezzo di quello alla vita”, ha detto sul caso Djalali, in collegamento telefonico, Luca Ragazzoni, suo collega negli anni in cui il ricercatore – prima di trasferirsi in Svezia e poi andare nel 2016 in Iran per un viaggio di lavoro, durante il quale è stato arrestato – collaborava in Italia con l’Università del Piemonte Orientale. Nell’incontro – svoltosi in Senato e in cui è stato ricordato il caso del ricercatore Giulio Regeni, torturato e ucciso in Egitto – è stato rilanciato l’appello al ministro degli Esteri Angelino Alfano ed all’Alto Rappresentante Ue Federica Mogherini a continuare a spendersi per il caso di Djalali, ma anche per proteggere i detenuti dal rischio di torture e le liberta’ fondamentali di studenti e accademici che si rechino in Iran.

Paese con cui “l’Italia ha una lunga tradizione di rapporti – ha ricordato Pia Locatelli, presidente del Comitato per i diritti umani della Camera e presidente del gruppo del Psi alla Camera – ma dobbiamo lavorare anche perché si arrivi a ridurre e infine abolire la pena di morte”. “Nel 2016 in Iran ci sono state 530 esecuzioni, il numero più basso degli ultimi 10 anni; la sospensione dell’esecuzione del professor Ahmadreza Djalali può essere considerata un indice di prudenza delle autorità iraniane in questa direzione”. “L’Italia – continua Locatelli – ha una lunga tradizione di rapporti economici, ma anche di ricerca con l’Iran: essi sono importanti di per sé, ma anche come ‘fili da tirare’ per sollecitare un maggior rispetto dei diritti umani. Dobbiamo evitare di scambiare i nostri rapporti economici con una maggior ‘timidezza’ nella denuncia della violazione dei diritti”. “Lancio un appello – ha concluso Pia Locatelli – per una regione vicina all’Iran: 91 persone sono state arrestate in Turchia per essersi opposte a quanto è avvenuto con i curdi nel Nord della Siria, non lasciamo passare sotto silenzio quanto avviene, perché la repressione della libertà di manifestare la propria opinione è una violazione dei diritti”.

Elisabetta Zamparutti, del Comitato per la prevenzione della tortura del Consiglio d’Europa e di Nessuno Tocchi Caio ha concluso di lavori affermando che “con Teheran si sono siglati negli ultimi tempi tanti accordi, ma la questione dei diritti umani viene sempre lasciata in fondo alla lista” dei punti in agenda.

QUESTA NON È L’AMERICA

epa06382393 Israeli Prime Minister Benjamin Netanyahu (2-L) is welcomed by Federica Mogherini the EU High representative for foreign policy prior to the meeting with EU foreign ministers in Brussels, Belgium, 11 December 2017. The meeting, shortly after US President Donald J. Trump recognized Jerusalem as a capital of Israel, will focus on bilateral relations and regional developments. EPA/ERIC VIDAL / POOL

EPA/ERIC VIDAL / POOL

L’iniziativa di Donald Trump sulla Capitale di Israele è piaciuta molto al Premier israeliano, Benjamin Netanyahu, che oggi a Bruxelles, ha incontrato i ministri degli Esteri dell’Ue.
“Per tremila anni Gerusalemme è stata la capitale degli ebrei, dai tempi di re Davide. Noi non abbiamo mai perso il collegamento alla nostra storia. Un collegamento che è stato negato dalle forme dell’Onu e dell’Unesco e dalle risibili decisioni che cercano di negare la verità storica”, ha affermato il premier israeliano Benyamin Natanyahu a Bruxelles in conferenza stampa con l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini.
“Gerusalemme è stata la capitale di Israele per gli ultimi settant’antanni. Quanto il presidente Trump ha fatto, è mettere i fatti sul tavolo. La pace è basata sul riconoscimento della realtà. Ora c’è uno sforzo dell’amministrazione Usa di portare avanti una nuova proposta di pace. Penso che dovremmo dare un’opportunità alla pace. Guardare ciò che viene presentato e vedere se si può andare avanti”, dice ancora Netanyahu che invita i palestinesi a riconoscere “lo stato ebraico e che Gerusalemme ne è la capitale”.
Il Premier israeliano cerca poi lo stesso appoggio dato da Trump dai Paesi dell’Unione europea: “Credo che in futuro tutti i Paesi europei sposteranno le proprie ambasciate e Gerusalemme e ci appoggeranno per portare in auge la pace e la sicurezza”.
Ma la sua iniziativa è stata subito frenata da Lady Pesc che ha risposto al Premier israeliano: “Il premier Benyamin Netanyahu stamani ha detto di aspettarsi che altri Paesi spostino le loro ambasciate. Può tenere le sue aspettative per altri, perché dai Paesi Ue questo non avverrà”. Federica Mogherini ha anche comunque condannato “nel modo più forte possibile tutti gli attacchi agli ebrei, in qualsiasi parte del mondo, incluso in Europa, e in Israele e verso i cittadini israeliani”.
“Non ci sono iniziative di pace che possano avvenire senza l’impegno degli Usa – ha sottolineato Mogherini -, ma gli Usa non si facciano illusioni, la loro sola iniziativa non avrebbe successo, perché servono un quadro regionale e internazionale che accompagni l’avvio, che in questo momento sembrano molto lontani”.
“In due ore” di incontro “il premier Netanyahu ha capito dagli stessi ministri l’unità della posizione dell’Ue” sulla soluzione a due Stati. “Il messaggio è stato chiaro, così come è stata chiara la volontà di trovare o ritrovare la chiave per rimettere in marcia il processo di pace, che per l’Unione è una ‘top priority'”, ha detto l’Alto rappresentante Ue.
Mogherini ha parlato di un “impegno rafforzato” per il processo di pace, spiegando tuttavia che l’Ue “non intende moltiplicare le iniziative di pace ma contribuire a trovare soluzioni per evitare il vuoto che potrebbe rafforzare posizioni radicali ed estreme”.
Ma Benyamin Netanyahu prima di Bruxelles è passato per Parigi per incontrare il presidente francese Emmanuel Macron, il quale non ha nascosto la sua opposizione all’idea di Trump da cui è nato un forte battibecco tra i due premier: “La decisione degli Usa è contraria al diritto internazionale” e “pericolosa per la pace”, ha attaccato Macron. “Parigi è la capitale della Francia, Gerusalemme è la capitale di Israele”, ha replicato Netanyahu, aggiungendo che è così “da tremila anni”. “Israele faccia un gesto coraggioso verso i palestinesi: ad esempio congeli la costruzione degli insediamenti israeliani “, ha rilanciato il presidente francese.
Contro la proposta di The Donald arriva anche il monito del segretario dell’Onu perché “può ostacolare il processo di pace”, ha detto il segretario generale dell’Onu Antonio Guterres, rispondendo all’inviata americana alle Nazioni Unite Nikki Haley, secondo la quale invece la scelta “sposta la palla in avanti”. Intervistato da Cnn, Guterres ha espresso soddisfazione per il fatto che “il genero e consigliere di Trump, Jared Kushner, abbia incontrato israeliani e palestinesi per un nuovo piano di pace dopo anni di stallo nel processo”, ma allo stesso tempo la decisione del presidente “rischia di compromettere questi sforzi”.
Nel frattempo nella capitale egiziana, Al Cairo il presidente egiziano Abdel Fattah Al Sisi, il re giordano Abdallah e il presidente palestinese Mahmoud Abbas si sono riuniti in un vertice d’urgenza per discutere come affrontare la crisi. Nella capitale egiziana è arrivato anche il presidente russo, Vladimir Putin, per incontrare Al Sisi, che ha criticato la decisione statunitense: “Riteniamo controproducenti – ha detto il presidente russo – tutti i passi che possano destabilizzare la ricerca di una soluzione al conflitto israelo-palestinese e che non vanno verso una risoluzione”.
Putin è anche atteso ad Ankara per un incontro col presidente turco Recep Tayyip Erdogan e dopo ‘lo scivolone’ di Trump, può considerarsi il vero leader delle forze orientali, da sempre ostili allo Stato Israeliano. Come risposta la Lega Araba chiede che Gerusalemme est sia capitale della Palestina.
La guerra contro Washington si è già scatenata: a Beirut la polizia libanese ha lanciato lacrimogeni e ha usato i cannoni ad acqua contro i manifestanti che protestavano davanti all’ambasciata Usa. I dimostranti si sono presentati con bandiere palestinesi e hanno dato fuoco a bandiere di Usa e Israele e lanciato bottiglie contro le forze di sicurezza, che avevano barricato la principale via di accesso all’ambasciata nella zona di Awkar.

Trump sposta l’ambasciata Usa a Gerusalemme

gerusalemme

Non una presa di posizione politica quanto la constatazione di “una realtà storica e attuale”. Così, nel confermare che nelle prossime ore il presidente degli stati Uniti Donald Trump riconoscerà Gerusalemme quale capitale di Israele, fonti senior dell’amministrazione americana spiegano la svolta. La decisione frutto di una promessa avanzata da tempo e che il presidente Trump insiste vada mantenuta. Molti leader europei e arabi hanno cercato di convincere Trump che una mossa del genere aumenterà la tensione e complicherà le future trattative di pace: Gerusalemme è sede di diversi importanti luoghi sacri alle tre principali religioni monoteiste al mondo, è divisa dalla fine della Seconda guerra mondiale e anche i palestinesi la reclamano come futura capitale del loro stato. Nell’immediato la decisione di Trump ha ottenuto il risultato di rimettere al centro del dibattito mondiale il conflitto irrisolto fra israeliani e palestinesi, scivolato molto più in basso di qualche anno fa nella scala delle priorità della comunità internazionale.

Così si conferma anche l’avvio dell’iter per il trasferimento dell’ambasciata americana da Tel Aviv a Gerusalemme, che non avverrà però nell’immediato, bensì si tratta di un processo destinato a spalmarsi negli anni. Di sicuro per i prossimi sei mesi almeno la sede diplomatica resterà ancora a Tel Aviv, per disposizione dello stesso presidente. E le fonti della Casa Bianca che confermano lo strappo – dopo che lo stesso Trump aveva effettuato una serie di telefonate con leader internazionali, a partire dai diretti interessati il premier israeliano Benyamin Netanyahu e il leader dell’Autorità palestinese Abu Mazen – insistono nel sottolineare che si tratta quasi di una ‘constatazione dell’ovvio’, sganciata tra l’altro dal processo di pace su cui l’amministrazione Usa esprime immutata determinazione. “A lungo la posizione degli Stati Uniti ha mantenuto questa ambiguità, o mancanza di riconoscimento che in qualche modo potesse avanzare il processo di pace – rimarcano fonti senior dell’amministrazione -. Sembra chiaro adesso che la posizione fisica dell’ambasciata non costituisca oggetto dell’accordo di pace. Quindi, dopo aver provato questa strada per 22 anni, una constatazione della realtà rappresenta un cambiamento importante”.

Rispetto alle possibili reazioni all’annuncio poi la Casa Bianca riconosce che “alcune parti” potrebbero reagire negativamente. Non entra in dettaglio ma ammette che il piano non è completo, “ci stiamo lavorando”, sostenendo che “c’è il tempo per metterlo a punto e valutare quali sono le sensazioni dopo che questa notizia verrà elaborata”. Nell’immediato però montano i timori per possibili manifestazioni di protesta e disordini, al punto che lo stesso Consolato degli Stati Uniti a Gerusalemme ha diramato un comunicato in cui invita il personale americano, i loro familiari e in più in generale i cittadini americani, ad evitare spostamenti non essenziali in parti della città e in Cisgiordania in vista di possibili manifestazioni. Mentre è stato anche deciso il riposizionamento di un piccolo gruppo di truppe americane, per essere più vicino a paesi che presentano timori di disordini.

“Qualsiasi mossa che potrebbe far deragliare la possibilità di rilanciare i negoziati” in Medio oriente, “ad esempio attorno a Gerusalemme, sarebbe dannosa, in termini immediati e in prospettiva” ha commentato l’Alto rappresentante Ue Federica Mogherini.

Redazione Avanti!