QUESTIONE CULTURALE

violenza donneSette milioni di donne tra i 16 e i 70 anni hanno subito forme di violenza fisica o sessuale. Gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente i partner o ex partner: ne sono state vittime 2 milioni e 800mila donne. Lo affermano i dati dell’Istat, resi noti giovedì dalla Commissione parlamentare d’inchiesta sul femminicidio, ai quali si aggiungono quelli del quarto studio Eures sul numero dei femminicidi: 114 nel 2017. Numeri drammaticamente stabili che confermano, alla vigilia della giornata internazionale contro la violenza sulle donne, quanto ancora ci sia da fare soprattutto sul fronte della prevenzione. Ne parliamo con Pia Locatelli, capogruppo PSI alla Camera e presidente onoraria dell’Internazionale socialista donne, che ha incentrato gran parte della sua attività politica nella difesa dei diritti delle donne e nelle battaglie per la parità di genere.

Nonostante l’enorme attenzione degli ultimi anni sul tema e le iniziative messe in campo dal Governo e dal Parlamento i numeri sulla violenza contro le donne restano costanti. Al di là dei dati cosa ci dicono queste statistiche?

I dati resi noti ieri, che in parte già conoscevamo, ci confermano che gli autori delle violenze più gravi sono prevalentemente i mariti, i fidanzati o gli ex compagni delle vittime. E ci dicono anche che molte donne vittime di femminicidio avevano già denunciato o segnalato i loro aggressori. Per affrontare il fenomeno in maniera corretta bisogna partire da queste due costatazioni. Bisogna essere consapevoli che il femminicidio è solo l’ultimo atto di una serie di violenze che vanno bloccate sul nascere. Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza che giovedì è stato approvato dalla Conferenza Stato Regioni, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo.

Le forze dell’ordine spesso però non danno sufficientemente peso alle denunce delle donne.

È da loro che bisogna partire con massicce campagne di sensibilizzazione e di formazione. Non è un lavoro né facile, perché in molti casi si tratta di sradicare una cultura diffusa che porta a ritenere le violenze in famiglia bisticci tra coniugi o litigi tra fidanzati, né breve. Nell’immediato io credo però che se in ogni commissariato o stazione dei carabinieri ci fosse una donna ad accogliere e ascoltare le denunce di una donna che ha subito violenze l’attenzione darebbe diversa.

La massiccia rilevanza mediatica sul tema della violenza e le azioni messe in atto dal Governo e dal Parlamento hanno portato a qualche risultato?

Ci conforta il fatto che sia aumentata la consapevolezza femminile, che molte più donne trovino il coraggio di denunciare le violenze subite e gli episodi di stalking, che ci sia più fiducia nelle forze dell’ordine. Un passo avanti dovuto senza dubbio al preziosissimo lavoro compiuto dalle associazioni sul territorio, ma anche a questo Parlamento che si è dimostrato sin dall’inizio della legislatura particolarmente sensibile al tema, approvando la legge che ratifica la Convenzione di Istanbul e subito dopo quella contro il femminicidio.

Molto spesso però la denuncia arriva troppo tardi o a volte non arriva…

Tutto questo, infatti, non basta perché aiuta solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre, soprattutto per le giovani e le giovanissime, è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme.

C’è chi invoca altre leggi e pene più severe. Pensi che possa essere una soluzione?

Non servono nuove leggi, né, come propone qualcuno, un inasprimento delle pene. L’aspetto punitivo non risolve il problema: la nostra priorità non è che gli assassini vadano in galera, ma che non vi siano più femminicidi e violenze sulle donne. Da qui la necessità di stanziare risorse per sviluppare politiche di prevenzione, che nonostante la gravità del fenomeno stanno portando dei risultati, per sostenere servizi e centri antiviolenza e per svolgere un’azione educativa soprattutto sugli uomini e sui ragazzi, che parta dalle scuole e che non trascuri nessun aspetto a cominciare dal linguaggio che non deve essere sessista.

Giovedì Governo, Comuni, Province e Regioni, in modo unitario, hanno approvato il nuovo Piano antiviolenza per il prossimo triennio. Qual è il tuo giudizio?

Non ho letto il piano nei dettagli, ma mi sembra che contenga elementi positivi, ed è positiva l’approvazione delle linee guida nazionali per le aziende sanitarie e ospedaliere in tema di soccorso e assistenza socio sanitaria alle donne vittime di violenza.‎ Ci sono dei passi avanti per quanto riguarda lo stanziamento dei fondi o il fatto che non ci sia nessun obbligo di denuncia nei Pronto soccorso senza il consenso della donna. Aspetto di approfondirne i contenuti e soprattutto il parere delle donne che lavorano nei centri antiviolenza che sono le vere esperte sul tema.

Domani ci saranno una serie di manifestazioni in tutta Italia per dire basta alle violenze. Tu a quale parteciperai?

La mattina sarò alla Camera per l’evento “#InQuantoDonna, organizzato dalla Presidente Laura Boldrini: per la prima volta l’Aula di Montecitorio sarà aperta solo alle donne alle vittime di violenza e a chi le sostiene. Sono attese più di 1300 donne, invitate una per una, provenienti da tutta Italia. Nel pomeriggio parteciperò alla manifestazione di Roma promossa da “Non una di meno” che partirà alle 14 da Piazza della Repubblica. Ci saranno tantissime donne, ma mi auguro che ci siano anche tantissimi uomini, perché è da loro che deve partire il cambiamento.

Cecilia Sanmarco

Femminicidio: 4 casi in 24 ore. Serve svolta culturale

femminicidioBari, Caserta, Siena, Roma. Quattro femminicidi in 24 ore. Nel capoluogo pugliese, una donna di 48 anni, Donatella De Bello, è stata assassinata nella sua casa e ad ucciderla, secondo la prima ricostruzione dei carabinieri, è stato il compagno 32enne, ora sottoposto a fermo per omicidio volontario. Il delitto sarebbe avvenuto al culmine di una violenta lite, confermata anche dal compagno della vittima, che però ha cercato di discolparsi affermando di aver cercato di calmare la donna, che aveva in mano il coltello con cui si sarebbe ferita. A Montepulciano, in provincia di Siena, è stata invece uccisa una donna 45enne di origine romena: l’omicida è suo marito, originario di Catania, che l’ha accoltellata nella casa dove lei svolgeva mansioni di badante.

Proprio stamattina la coppia, che ha un figlio di 9 anni, sarebbe dovuta comparire davanti al giudice per un’udienza nella causa di separazione. Il terzo delitto è avvenuto a Dragoni, nel Casertano, dove un 61enne ha sparato alla compagna di 49 anni nella piazza del paese: la donna, stando alle prime indagini, aveva deciso di interrompere la relazione. Il quarto femminicidio a Roma, dove un 79enne ha soffocato con una busta di plastica la moglie 81enne e si è poi suicidato lanciandosi dal balcone al quinto piano dell’edificio dove abitavano, zona Monteverde.

“In meno di 48 ore, 4 donne uccise e una in fin di vita per mano loro compagni. Uomini siate con noi per fermare questo orrore”, scrive su Twitter, la presidente della Camera, Laura Boldrini.

“Siamo di fronte ad una vera e propria emergenza che ormai non può essere più risolta soltanto dagli strumenti offerti dalla legge, che pure si sono rafforzati – denuncia Daniele Tissone, segretario generale del sindacato di polizia Silp Cgil – ma non è e non può più essere solo un problema delle forze dell’ordine. È necessario oggi più che mai intervenire dal punto di vista culturale, agendo sia a livello scolastico sia per quel che riguarda l’educazione familiare. Serve una adeguata formazione di genere”. Una svolta culturale, sottolinea il sindacalista, “a partire dagli uomini, e poi attraverso un’educazione all’affettività che abbia nel rispetto dell’altro un punto cardine. Bisogna finanziare adeguatamente i servizi sociosanitari assistenziali per le donne e i centri antiviolenza. Bisogna anche favorire quei centri, che stanno finalmente prendendo piede, di supporto agli uomini violenti. Contestualmente, occorre investire in formazione ed organici per quel che riguarda le sezioni delle squadre mobili interessate da questa specifica tipologia di reati”. L’associazione ‘Differenza donna’, a sua volta, lancia l’allarme anche sull’aumento del numero di bambini e bambine rimasti orfani per femminicidio: al 2000 ad oggi sono stati 1.628, con 118 casi in più nel 2015 rispetto all’anno precedente. Chiediamo che al più presto – sottolinea l’associazione – venga approvata la legge” per “l’istituzione di un fondo per gli orfani di femminicidio” e “per l’indennizzo delle vittime di reati di genere”, il cui iter è fermo al Senato.

“Speriamo non sia femmina”: la piaga dell’aborto selettivo

aborto selettivoEssere femmine non è un verdetto, soprattutto una condanna. Festeggiamo la festa della donna e poi ci sono quelli che il sesso femminile proprio non lo rispettano, anzi neanche lo riconoscono.

Secondo le statistiche delle Nazioni Unite ci sono 100 milioni di ragazze scomparse in tutto il mondo. Dove sono andate? Molte di loro sono state abbandonate agli angoli delle strade, annegate e gettate nei cassonetti. Ancora, nella maggior parte dei casi sono state fatte abortire. Il motivo è uno solo: attendono figlie femmine, non maschi.

L’aborto selettivo per motivi di sesso, spesso noto come “discriminazione sessuale” (che per alcuni è anche un tipo di femminicidio), è un problema enorme soprattutto in Asia. La tradizionale preferenza per i figli maschi, in combinazione con misure di controllo della popolazione dure, ha portato alla “eliminazione” delle bambine. Questa eliminazione ha portato luoghi come la Cina alla crisi demografica, dove i ragazzi stanno cominciando a superare numericamente le giovani donne.

L’aborto selettivo resta un problema da affrontare anche nella regione del Caucaso. Il fenomeno nasce dopo il crollo dell’Unione Sovietica. Proprio quando si inizia ad usare l’ecografia per capire il sesso del bambino. Le statistiche sono tali da farci pensare. Soprattutto se guardiamo alla popolazione intera dei tre paesi. In Georgia – 3. 912. 512; Armenia – 3. 035. 595 e Azerbaigian – 9. 984. 393.

Vediamo un po’ di numeri …

Paese

La somma di aborto selettivo per motivi di sesso per anni 2000-2014

La media annuale

La media giornaliera

Albania

15, 621

1, 041

2, 9

Armenia

21, 682

1, 971

5, 4

Azerbaigian

105, 418

7,028

19, 3

Bosnia Erzegovina

2, 683

179

0, 5

Cina

9, 615, 875

641, 058

1756, 3

Corea del Sud

28, 980

1, 932

5, 3

Georgia

22, 881

1, 525

4, 2

Hong Kong

15, 674

1, 045

2,9

India

12, 771, 043

851, 403

2332, 6

Pakistan

1, 280, 228

116, 384

318,9

Portogallo

2, 787

186

0, 5

Serbia

2, 140

143

0, 4

Taiwan

39, 407

2, 627

7, 2

Tunisia

19, 369

1, 291

3, 5

Vietnam

555, 002

37, 000

101, 4

Fonte: Population Research Institute

Nel 1990 fu l’indiano Amartya Sen, il premio Nobel per l’Economia, a lanciare l’allarme per il sessismo dell’aborto selettivo. Scrivendo del quotidiano inglese Independent, denunciò la “strage di Eva”. Esce il suo saggio intitolato “The Lost Girls”, dove la discriminazione neonatale non è giustificata da fenomeni di povertà o gravi condizioni sociali, anzi, avviene in gran parte tra donne educate e benestanti. Sono stati spesso avanzate due spiegazioni semplicistiche, tra le quali, un punto di vista enfatizza i contrasti culturali tra Oriente e Occidente, sostenendo che le civiltà occidentali sono meno sessiste di quelle orientali. L’altro argomento riguarda le fasi dello sviluppo economico, vedendo la nutrizione diseguale e l’assistenza sanitaria prevista per le donne, come una caratteristica del sottosviluppo, delle economie povere.

Dice Amartya Sen, che ci possono essere elementi di verità in ognuna di queste spiegazioni, ma nessuno delle due è molto convincente come tesi generale.

“L’istruzione femminile, che è stata una forza potente nel ridurre la discriminazione mortale contro le donne e anche nel raggiungimento di altri importanti obiettivi sociali quali la riduzione dei tassi di fertilità, non è stata in grado di eliminare, almeno non ancora, la discriminazione in fatto di natalità” – scrive Sen.

È vero. Mamme istruite sembrano chiaramente meno inclini a trascurare le ragazze rispetto ai ragazzi, una volta che sono nate; ma purtroppo sembrano quasi più appassionate di avere ragazzi piuttosto che ragazze. Proprio come le madri non istruite. Qui la questione dei valori tradizionali diventa centrale e va oltre il ruolo delle donne e l’influenza nelle decisioni familiari. La preferenza per i figli maschi è parte della disuguaglianza generale delle donne in alcune culture. Il motivo principale sicuramente può essere la dipendenza economica dalle proprie famiglie, ma è anche dovuto al fatto che la continuità familiare dipende dai figli maschi. In alcune società orientali le ragazze non possono avere proprietà, per cui un figlio è essenziale per una famiglia per mantenere la sua ricchezza. Le ragazze sono membri transitori di una famiglia – si sposano e lasciano la casa, mentre il figlio è quello che rimane fedele alle sue radici.

Spiegazioni di questo genere sono valide soprattutto in alcune tribù in India, dove la tendenza per le piccole famiglie segue una logica: i genitori non vogliono avere femmine prima che non arrivi un figlio maschio. In quest’ottica, la scolarizzazione femminile è uno dei fattori più liberatori nel ridurre la discriminazione di genere in generale.

C’è da notare che, secondo la legge, in tutti questi paesi non solo l’aborto selettivo, ma l’aborto in generale è illegale. La legge però non viene applicata e la pratica dell’aborto è molto diffusa.

Magda Lekiashvili

Blog Fondazione Nenni

Una commissione sul femminicidio. Priorità per il Psi

femminicidioBasta sfogliare la cronaca dei giornali per capire quanto il femminicidio sia sempre più una piaga insopportabile. La commissione affari costituzionali del Senato propone l’istituzione di una Commissione di inchiesta sul femminicidio e su ogni forma di violenza in genere. Fare in fretta è la parola d’ordine. Ed è con questo spirito che il presidente dei senatori Dem Luigi Zanda al termine della Conferenza dei Capigruppo di Palazzo Madama ha  “chiesto che venissero esaminati con urgenza dall’Aula i seguenti provvedimenti: quello per l’istituzione della commissione contro il femminicidio, quello a tutela dei minori migranti non accompagnati, quello contro il cyberbullismo e quello per lo ius soli”. “Si tratta – ha detto – di provvedimenti di carattere sociale in linea con le Unioni civili, speriamo che il Senato possa dare risposte a breve per queste emergenze”, aggiunge.

“Istituire una commissione d’inchiesta sul ‘femminicidio’ – ha detto Maria Cristina Pisani, portavoce del Psi –  mi sembra un importante passo in avanti rispetto ad un fenomeno allarmante che purtroppo non sembra attenuarsi, come abbiamo visto dai casi di cronaca degli ultimi giorni. Il fatto che sia stata immediatamente calendarizzata dai capigruppo – ha continuato – dimostra grande responsabilità politica da parte dei partiti, a cui va riconosciuta la volontà di contrastare, con gli strumenti costituzionali, una pratica disumana ancora troppo diffusa nel nostro Paese”.

Sfregiata con acido, ruolo dei medici nel prevenire violenza e stalking

stalkingIl nuovo drammatico episodio dell’ex miss Emilia Romagna sfregiata con l’acido dal compagno accende nuovamente l’attenzione sul preoccupante fenomeno della violenza sulle donne. Dopo un 2016 che ha visto salire a 117 gli episodi di femminicidio e registrare 3,5 milioni di vittime di stalking (fonte ISTAT) assume sempre maggiore importanza il lavoro di prevenzione che possono fare i medici. Come? Individuando sintomi e segnali di stati patologici che possono sfociare in feroci atti di violenza. Questo emerge dal corso ECM per medici tenuto dal il professor Vincenzo Mastronardi, psichiatra e criminologo clinico, titolare della cattedra di Psicopatologia Forense presso la Facoltà di Medicina dell’Università di Roma “La Sapienza”. Il corso FAD del provider ECM 2506 Sanità in-Formazione in partnership con Consulcesi Club dal titolo “Disturbo dissociativo dell’identità e situazioni di rischio” è abbinato al Film Formazione “Echoes”. Si tratta di un cortometraggio vincitore di numerosi premi in prestigiose rassegne internazionali, incentrato proprio sul drammatico tema della violenza sulle donne.

Un uomo afflitto da un disturbo di personalità si trova a dialogare con il suo alter-ego allo specchio per cercare di ricostruire l’omicidio della sua fidanzata misteriosamente assassinata. In questo duello tra le sue due personalità emergono ricordi, in forma di flashback, sepolti nel suo inconscio che lentamente vanno a svelare la vicenda in un crescendo emotivo e di tensione. È questa la trama del Film Formazione “Echoes”, cortometraggio diretto da Andrea La Mendola e già vincitore di numerosi premi in prestigiose rassegne internazionali come il “Santa Monica Film Festival” e i “Los Angeles Movie Awards”. La pellicola è online sul sito www.corsi-ecm-fad.it, messo a disposizione dal provider ECM 2506 Sanità in-Formazione, in partnership con Consulcelsi Club. Il cortometraggio è collegato al corso FAD (Formazione a Distanza) destinato al personale medico dal titolo “Disturbo dissociativo dell’identità e situazioni di rischio”.

Dopo l’ultimo episodio di Rimini, dove l’ex Miss Romagna è stata sfregiata con l’acido dal compagno, e in un contesto che vede l’Italia protagonista di un’autentica strage di donne (116 casi di femminicidio solo nel 2016), dove il fenomeno dello stalking ha assunto dimensioni da vero e proprio allarme sociale (3,5 milioni di vittime secondo l’ISTAT), il corso non solo aiuta i medici a diagnosticare efficacemente la complessa casistica dei disturbi dissociativi, ma ribadisce il ruolo strategico dei camici bianchi nell’individuare e prevenire sintomi e segnali di un pericoloso stato patologico che può sfociare in feroci atti di violenza.

Giornata contro violenza donne per liberarsi dal silenzio

Violenza-sulle-donne-LocatelliGiornata di mobilitazione in occasione della giornata internazionale contro la violenza delle donne. Oggi si celebra nel mondo la Giornata per l’eliminazione della violenza sulle donne, istituita dall’Onu e celebrata il 25 novembre di ogni anno. In Italia oltre cento donne ogni anno vengono uccise da uomini, quasi sempre quelli che sostengono di amarle, una vera e propria strage. E ai femminicidi si aggiungono poi violenze che sfuggono ai dati ma che, se non fermate in tempo, rischiano di fare tante altre vittime. Sono migliaia le donne aggredite, picchiate, perseguitate, sfregiate. Quasi 7 milioni, secondo i dati Istat, quelle che nel corso della propria vita hanno subito una forma di abuso.
“A questi abusi non possiamo rassegnarci, perché ne va della dignità umana abbiamo bisogno di rafforzare l’opera di educazione al rispetto e alla libertà di ciascuna persona. A partire dai giovani, deve essere respinto con fermezza ogni messaggio che abbia come finalità il limitare la autonomia altrui, autorizzando comportamenti violenti e prevaricanti”. Il Presidente Sergio Mattarella ricorda l’importanza di passare all’azione: “Ogni sforzo e azione volti a contrastare la violenza contro le donne deve essere quindi sostenuto fermamente, così come le iniziative rivolte all’assistenza alle vittime o a chi, come spesso accade per i figli delle donne che subiscono violenza, si trova ad assistervi e a subirne le conseguenze. La violenza, l’abuso, usati come strumento di imposizione, sopraffazione, sono il volto di una visione primordiale dei rapporti tra le persone che va contrastata anzitutto da parte della comunità”.
“In Italia circa sette milioni di donne sono state o sono a rischio violenza fisica o psicologica. Le cronache di tutti i giorni lo testimoniano sempre più spaventosamente”. Lo ricorda, nella giornata internazionale contro le violenze alle donne, la Portavoce Nazionale Psi, Maria Cristina Pisani, presidente del Forum Nazionale dei Giovani.
“Bisogna ribadire con forza – aggiunge Pisani – che solo la denuncia può contribuire a risolvere il problema. Occorre farlo per noi stesse e per le altre, farsi forza pensando alle nostre figlie che devono poter crescere senza paura. E’ il silenzio e l’ipocrisia a colpire le donne. E’ dal silenzio e dall’ipocrisia che dobbiamo liberarci. Alla base della violenza – conclude Pisani – c’è sempre la non accettazione dell’indipendenza e della sostanziale uguaglianza dei sessi. Preconcetti superabili solo attraverso una costante e educazione su tutto il territorio nazionale. Le Istituzioni diano un segnale in tal senso”.
Tra le tante iniziative per denunciare il fenomeno della violenza d genere la manifestazione di sabato a Roma “Non una di meno”. L’occasione per fare il punto su un drammatico fenomeno, quello della violenze di genere. “Basta violenza maschile sulle donne”: è il coro di protesta che sabato 26 novembre si leverà dalle vie di Roma. “Tantissime” le adesioni raccolte finora alla manifestazione nazionale “Non una di meno”, che partirà alle 14 da Piazza della Repubblica e raggiungerà in corteo Piazza San Giovanni.

Emis Killa risponde
su accuse di istigazione
a violenza donne

emis-killa-violenza-donne-risposta“Fermiamo la violenza sulle donne e chi la istiga”, è la frase su uno striscione per contestare Emis Killa nel corso della presentazione del suo ultimo album “Terza Stagione”, in piazza San Babila. A entrare in azione è stato lo Spazio femminista RiMake. attivisti e attiviste hanno fatto irruzione nel corso dell’iniziativa a cui partecipava anche il rapper idolo delle adolescenti. Nel mirino le ultime strofe del brano ‘Tre messaggi in segreteria’, spiegano dallo Spazio femminista RiMake, dove fra insulti e invettive spuntano espressioni come “Volevo abbassare le armi ora dovrò spararti”, “voglio vedere la vita fuggire dai tuoi occhi” e “ora con quella tua testa ti ci strozzerò”.
Emis Killa ha così diramato un post sui canali social, cercando di spiegare la sua posizione: “In questa canzone racconto di un ragazzo che perde la testa per la ex fidanzata e decide di ammazzarla. Lo racconto dal punto di vista, malato, di chi ammazza”. E ancora “È il mio modo per sensibilizzare e denunciare il femminicidio. Ho scelto un metodo brusco, diretto, cattivo, e soprattutto in prima persona, perché so che è il più efficace e mi appartiene, e infatti si sta alzando un polverone, che è quello che mi aspettavo, per poter porre l’attenzione su uno degli aspetti più brutti di questa società”. Il rapper scrive poi: “Come artista è mio privilegio e mio compito raccontare storie e far pensare chi mi ascolta. Quando creo canzoni creo mondi, a volte colorati, a volte crudi. Nelle canzoni racconto la realtà, che a volte è orribile, a volte è sbagliata, ma mai possiamo far finta che non esista.Ho corso di proposito il rischio di essere frainteso perché il mio richiamo alla riflessione e alla consapevolezza non passasse inosservato, e l’ho fatto coi modi e le parole che sono mie”. Sulle donne aggiunge: “Amo e rispetto l’universo femminile a cui credo di aver dedicato belle parole nel corso della mia discografia; ci sta che qualcuno abbia frainteso lo spirito del brano, ma a volte una nota stonata spicca più delle altre in mezzo all’armonia”.
Ma le femministe fanno sapere: “Tuttavia ci preoccupano le modalità con cui ha scelto di parlare di un argomento tanto delicato. In Italia ogni tre giorni una donna viene uccisa e nell’ottanta per cento dei casi il colpevole del femminicidio è il suo partner. In Italia sono 6 milioni e 788mila le donne che, nell’arco della loro vita, subiscono un abuso fisico e\o sessuale, il che significa una donna su tre”.

Femminicidio. Serve un’azione culturale

Violenza-sulle-donne-Locatelli

Non ce l’ha fatta. Il corpo martoriato al 90 per cento da ustioni di secondo e terzo grado. È morta così dopo atroci sofferenze la donna aggredita e data alle fiamme dopo essere stata cosparsa di liquido infiammabile. L’annuncio, in un comunicato di poche righe, viene dall’Azienda ospedaliera universitaria di Pisa. Vania Vannucchi, 46 anni, operatore sociosanitario, era stata ricoverata ieri al centro ustionati dell’ospedale Cisanello di Pisa con ustioni estese e profonde, dopo l’aggressione subita all’interno dell’ex ospedale di Campo di Marte a Lucca, la città in cui abitava. Arrestato dalla polizia il presunto aggressore, un ex collega, dipendente di una cooperativa che lavora in ambito sociosanitario. Nelle stesse ora a Caserta Rosaria Lentini, 59 anni, è uccisa dal suo compagno che si è costituito subito dopo averla uccisa con 12 coltellate alla schiena. Sono più di 60 le donne uccise dal partner in Italia dall’inizio dell’anno. Oltre 160 da gennaio 2015. Un vero ‘bollettino di guerra’. Ma ora preoccupa questa nuova tendenza: almeno cinque casi negli ultimi mesi.

“Ancora due femminicidi. Due donne, Vania Vannucchi e di Rosaria Lentini, sono state barbaramente ammazzate dai loro ex compagni: una arsa viva, l’altra accoltellata. Ormai è una piaga quotidiana e anche questa volta c’erano state aggressioni, pedinamenti, minacce che hanno preceduto l’ultimo terribile atto”. Lo afferma Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera. “Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione da parte delle forze dell’ordine alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza con l’immediata riapertura dei centri, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo. Tutto questo però non basta perché aiuterebbe solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme”.

Il presidente del Senato Piero Grasso affida Facebook il suo pensiero: “Da uomo fatico a spiegarmi cosa possa spingere ad usare una tale brutalità, a covare così tanto odio nascondendosi dietro presunti sentimenti quali l’amore, il dolore per una storia che finisce, la disperazione. Niente di tutto questo: spero che non usino più, raccontando queste storie, termini ambigui e giustificatori come raptus, gelosia, disagio, rifiuto. Sono solo squallidi criminali e schifosi assassini”.   Mentre il presidente della Camera Laura Boldrini scrive su Twitter: “Ancora due donne uccise in 24 ore. La strage continua. Contro il femminicidio oltre a leggi e fondi per centri antiviolenza, serve un’azione culturale”.

Redazione Avanti!

STRAGE CONTINUA

Violenza donne

Non ce l’ha fatta. Il corpo martoriato al 90 per cento da ustioni di secondo e terzo grado. È morta così dopo atroci sofferenze la donna aggredita e data alle fiamme dopo essere stata cosparsa di liquido infiammabile. L’annuncio, in un comunicato di poche righe, viene dall’Azienda ospedaliera universitaria di Pisa. Vania Vannucchi, 46 anni, operatore sociosanitario, era stata ricoverata ieri al centro ustionati dell’ospedale Cisanello di Pisa con ustioni estese e profonde, dopo l’aggressione subita all’interno dell’ex ospedale di Campo di Marte a Lucca, la città in cui abitava. Arrestato dalla polizia il presunto aggressore, un ex collega, dipendente di una cooperativa che lavora in ambito sociosanitario. Nelle stesse ora a Caserta Rosaria Lentini, 59 anni, è uccisa dal suo compagno che si è costituito subito dopo averla uccisa con 12 coltellate alla schiena. Sono più di 60 le donne uccise dal partner in Italia dall’inizio dell’anno. Oltre 160 da gennaio 2015. Un vero ‘bollettino di guerra’. Ma ora preoccupa questa nuova tendenza: almeno cinque casi negli ultimi mesi.

“Ancora due femminicidi. Due donne, Vania Vannucchi e di Rosaria Lentini, sono state barbaramente ammazzate dai loro ex compagni: una arsa viva, l’altra accoltellata. Ormai è una piaga quotidiana e anche questa volta c’erano state aggressioni, pedinamenti, minacce che hanno preceduto l’ultimo terribile atto”. Lo afferma Pia Locatelli, capogruppo del Psi alla Camera. “Gli interventi da portare avanti sono molteplici: da una maggiore attenzione da parte delle forze dell’ordine alle denunce o alle segnalazioni, a una piena attuazione del piano antiviolenza con l’immediata riapertura dei centri, a un’operazione culturale da portare avanti nelle scuole, alla sensibilizzazione e alla formazione di alcuni giudici che a volte concedono troppe attenuanti o lasciano in libertà stalker e violenti, fino ad arrivare a atti molto concreti come dotare le donne “a rischio” di dispositivi elettronici per allertare le forze dell’ordine in caso di pericolo. Tutto questo però non basta perché aiuterebbe solo le donne che sono consapevoli delle violenze subite e di quelle che potrebbero subire. Per le altre è necessario intervenire con una massiccia campagna di informazione, una sorta di decalogo che indichi quali sono i segnali di pericolo e come comportarsi già dal primo campanello d’allarme”.

Il presidente del Senato Piero Grasso affida Facebook il suo pensiero: “Da uomo fatico a spiegarmi cosa possa spingere ad usare una tale brutalità, a covare così tanto odio nascondendosi dietro presunti sentimenti quali l’amore, il dolore per una storia che finisce, la disperazione. Niente di tutto questo: spero che non usino più, raccontando queste storie, termini ambigui e giustificatori come raptus, gelosia, disagio, rifiuto. Sono solo squallidi criminali e schifosi assassini”.   Mentre il presidente della Camera Laura Boldrini scrive su Twitter: “Ancora due donne uccise in 24 ore. La strage continua. Contro il femminicidio oltre a leggi e fondi per centri antiviolenza, serve un’azione culturale”.

Redazione Avanti!

Femminicidio. 40 anni dopo il Processo del Circeo

processo circeo30 giugno 1976: quarant’anni fa a Latina un corteo di sole donne attraversava la città per ritrovarsi dinanzi al palazzo di Giustizia, dove si svolgeva la prima udienza a carico di tre assassini della “Roma bene”, quelli del famigerato massacro del Circeo.

Fu per le donne il primo monito e il primo risveglio di una coscienza femminista tenuta a bada da una cultura maschilista ancora dominante nell’Italia degli anni ’70, soprattutto a Latina, città simbolo della destra e del “ventennio fascista”. Fino ad allora il femminismo era un fenomeno visto da lontano, ma con l’avvio del processo del Circeo a Latina confluiscono le esperienze più strutturate delle militanti provenienti da Roma o Napoli: saranno queste presenze ad ingrossare le fila del presidio permanente al tribunale di Latina.
In ogni caso la storia e il massacro del Circeo, rimasto nelle memorie nazionali per l’efferatezza e la brutalità con cui venne consumato, ricorda tutt’oggi molti casi di omicidio e stupro nei confronti del “disprezzato gentil sesso”.

il 29 settembre 1975 due ragazze del quartiere romano periferico Montagnola, Rosaria Lopez (19 anni) e Donatella Colasanti (17 anni) furono invitate ad una festa da Gianni Guido, Angelo Izzo e Andrea Ghira, a San Felice Circeo. Per più di un giorno ed una notte le due ragazze furono violentate, seviziate e massacrate. I tre esternarono un odio sia misogino che di censo, con tanto di recriminazioni ideologiche contro le donne ed il ceto meno abbiente, a due ragazze semplici, mai interessatesi di politica. Guido ritornava a Roma per non mancare la cena con i propri familiari per poi ripartire per il Circeo e riunirsi ai suoi amici aguzzini. Rosaria Lopez fu portata nel bagno di sopra della villa, picchiata e uccisa annegata nella vasca da bagno.

Dopo i tre tentarono di strangolare con una cintura la Colasanti e la colpirono selvaggiamente. In un momento di disattenzione dei due aguzzini, Donatella riuscì a raggiungere un telefono e cercò di chiedere aiuto, ma fu scoperta e, colpita con una spranga di ferro e crollata a terra, si finse morta, ingannando gli aguzzini. Credendole entrambe morte i tre le rinchiusero nel bagagliaio di una Fiat 127 bianca intestata al padre di Gianni Guido, Raffaele. La Colasanti riferì che, durante il viaggio di ritorno, i ragazzi ridevano allegramente ed ascoltavano musica, ripetendo “Zitti che a bordo ci sono due morte” e “Come dormono bene queste”. Dopo esser arrivati vicino a casa di Guido decisero di andare a cenare in un ristorante (e in quella sede vennero alle mani con un paio di giovani militanti comunisti incrociati per caso). Lasciarono la Fiat 127 con le due ragazze che credevano morte in via Pola, nel quartiere “Trieste”, probabilmente intenzionati a disfarsi dei cadaveri più tardi. Donatella Colasanti, sopravvissuta per miracolo, riuscì a farsi udire da un metronotte e ad esser tratta in salvo. Da allora e fino alla sua morte, avvenuta nel 2005, la donna si è sempre battuta per avere giustizia contro un crimine da cui non si è mai ripresa psicologicamente. Le sue ultime parole furono “Battiamoci per la verità”

La circostanza è stata ricordata dal Centro Donna Lilith, nato proprio in quegli anni, sull’onda di uno sdegno comune, con una conferenza stampa e uno striscione appeso all’esterno del Centro per ricordare non solo Rosaria, ma tutte le donne morte in questi anni di femminicidio. Una parola all’epoca sconosciuta e che purtroppo è ancora negli annali della cronaca.

Redazione Avanti!