FEPS: un workshop per i partiti progressisti

Migranti-Consiglio UELa Fondazione Pietro Nenni, venerdì 13 luglio, ha ospitato il workshop a porte chiuse organizzato dalla FEPS (Foundation for European Progressive Studies) in collaborazione con le fondazioni Friedrich-Ebert-Stiftung, Fondation Jean Jaurès e Policy Solutions.

La FEPS è un think tank europeo di ispirazione progressista che si occupa di creare delle connessioni tra la società civile democratica e i progetti europei.

“European public opinions and migration: The political backlash” è stato il titolo del tavolo di lavoro internazionale, volto a riflettere sul tema delle migrazioni rispetto all’opinione pubblica in Europa. L’obiettivo di questo incontro, seguito ad un primo workshop a Budapest, è quello di produrre delle analisi che possano essere d’aiuto a politici e policy-maker in vista delle prossime elezioni europee.

Il tema delle migrazioni, come è emerso dall’ultimo Consiglio Europeo, è oggi al centro del dibattito politico e le opinioni dei cittadini a riguardo influenzano il voto.

Per questo studiosi provenienti da sette paesi europei (Austria, Ungheria, Svezia, Italia, Regno Unito, Francia e Germania), stanno lavorando a delle ricerche a partire dai dati relativi alle migrazioni nel proprio paese, alle percezioni dell’opinione pubblica e alla volatilità elettorale nell’ultimo periodo per poi interpretare i numeri ed elaborare delle raccomandazioni direttamente rivolte ai politici.

Uno studio dunque volto ad uscire dall’accademia per avere un impatto pratico sulla realtà europea di questi mesi e collocato opportunamente- dice il presidente della Fondazione Nenni Giorgio Benvenuto- in una fase in cui ci sono scadenze importanti.

Se i dati sono stati i protagonisti dell’incontro, un aspetto che è emerso con forza è stata la forte discrepanza tra quelli reali e quelli relativi alle percezioni. Il caso italiano è emblematico in questo senso. La nostra popolazione, infatti, crede che ci siano circa quattro volte gli stranieri che ci sono realmente. Rispetto a questa problematica, il collegamento con il linguaggio populista che ormai permea una parte della politica è stato inevitabile. Il professore Nicola Piepoli, direttore dell’omonimo istituto di sondaggi, ha sottolineato che viviamo in un’epoca in cui la parola crea la realtà. E la narrativa utilizzata dai così detti populisti è facile, semplicistica- aggiunge la studiosa Sarah Kyambi. Per questo, le forze progressiste europee devono rispondere con una narrativa altrettanto forte, che però parta dalla realtà.

Maria Cristina Molfetta, responsabile per il settore della ricerca ed educazione sul diritto di asilo presso la fondazione Migrantes, ha introdotto il tema dell’apparato di valori di solidarietà e umanità rispetto ai quali l’Unione Europea dovrebbe agire, ma che sono messi in discussione dagli interessi degli stati membri legati a business di morte, come quello del traffico di armi. È a questi valori, definiti da alcuni come “buonisti”, che bisogna appellarsi con fierezza per risanare i legami deteriorati all’interno della società civile, che hanno portato ad innalzare muri rispetto al “diverso”.

Ma a chi è che ci si deve rivolgere affinché tali muri vengano abbassati?

Antonella Napolitano, responsabile della comunicazione per Open Migration, organizzazione che si occupa di fornire dati reali sulle migrazioni e coordinare le ONG che operano in questo settore, risponde mettendo in luce il fatto che non ci si deve rivolgere a chi ha posizioni di estrema chiusura, ma bisogna considerare il fatto che una fetta della popolazione possa avere delle incertezze riguardo al fenomeno migratorio nei suoi aspetti economici e sociali, riguardo per esempio la sicurezza, che meritano una risposta esaustiva.

Non si può negare, in ogni caso, che il fenomeno migratorio stia creando delle fratture all’interno della società-problematizza così il dibattito il professor Luigi Troiani della Fondazione Nenni. Questo, quando si ragiona in termini politici, deve essere tenuto presente. Perché il politico non può non considerare quello che nel breve periodo può portargli dei voti.

Per concludere, tornando alle parole del presidente Benvenuto, per uscire da questa situazione di incertezza bisogna cogliere l’opportunità per formulare delle proposte innovative. Se qualcosa di positivo è emerso rispetto alla radicalizzazione del linguaggio di odio che abbiamo conosciuto negli ultimi mesi, ha detto ancora Molfetta, è che mentre negli anni passati si è giocato a carte coperte, con delle politiche migratorie dannose ma non apertamente ostili, almeno adesso è tutto alla luce del sole. Questo permette anche alle opposizioni di emergere.

Giulia Clarizia
(Fondazione Nenni)

PES. A Rota Giovani attivisti socialisti per le europee del 2019

fgs spagnaQuasi un migliaio di giovani attivisti progressisti si stanno radunando in Spagna per il loro campo estivo annuale dei giovani socialisti europei in vista della campagna elettorale europea del 2019.

Delegazioni di oltre 40 organizzazioni giovanili socialiste e socialdemocratiche di tutta Europa si incontreranno per una settimana di formazione elettorale, raduni ed eventi sociali.

Il campo è ospitato da Juventudes Socialistas de España (Giovani socialisti spagnoli) nella città costiera di Rota, sostenuta dai giovani socialisti della Catalogna.

L’obiettivo principale dell’evento è preparare la campagna elettorale europea fornendo un programma di formazione completo progettato per mobilitare gli attivisti, stimolare i sostenitori e diffondere le migliori pratiche in tutta la famiglia politica progressista.

Le sessioni di formazione della campagna durante il campo estivo comprendono una serie di seminari ospitati dal Partito dei socialisti europei, tra cui:

Combattere l’estremismo di destra
Scrivere il Manifesto della Gioventù PES
Social media e strategie di campagna, guidati da esperti del lavoro del Regno Unito
Mobilitare gli elettori e realizzare il potenziale di voto, guidato dal professor Andre Krouwel dell’Università di Amsterdam
Combattere il sessismo in politica, guidato da PES Women
Dozzine di seminari politici organizzati per tutta la settimana comprendono dibattiti sulla democratizzazione dell’economia, le conseguenze economiche della disuguaglianza di genere (ospitata da PES Women), la politica di immigrazione, disabilità e design universale, salute mentale, lotta alla discriminazione e molti altri.

Il presidente del PSE Sergei Stanishev, il presidente del gruppo S & D Udo Bullmann e il presidente della FEPS Maria João Rodrigues parleranno tutti alla cerimonia di apertura del campo. Altri ospiti per tutta la settimana includono leader politici, eurodeputati, giovani attivisti ed esperti accademici.

Stanishev ha infatti affermato:

“È completamente giusto che il campo estivo SES del 2018 – che giunge in un momento cruciale alla vigilia delle elezioni del 2019 – dovrà svolgersi in Spagna, dove la nuova squadra socialista di Pedro Sánchez sta già cambiando le cose in meglio dopo anni di governo di destra guidato da austerità.
Il compagno Sánchez e il suo collega primo ministro socialista, António Costa, stanno dimostrando dove le autentiche politiche progressiste possono arrivare. Ecco perché le centinaia di giovani riuniti qui sono così determinati a vincere le elezioni europee l’anno prossimo: perché sanno che questo è l’unico modo di cambiare l’Europa a vantaggio dei suoi cittadini.

Considero il duro lavoro di YES e dei suoi partner in tutta Europa, nella preparazione di questo spettacolare evento – il primo di molti importanti eventi della campagna tra oggi e le elezioni del prossimo giugno!”

L’Unità… di crisi

L’Unità è in crisi. L’ennesima. E questa volta non ci sono i film in cassetta o figurine Panini, di indimenticata epoca veltroniana, ad aumentarne le vendite, almeno nel week-end. Nè, tantomeno, i soldi delle donazioni volontarie da parte delle generose sezioni del “tempo che fu” a far tirare un qualche piccolo respiro di sollievo; un refolo di vento ristoratore rispetto alla tempesta di debiti che affonda il giornale che fu di Antonio Gramsci.
Il Renzi silenzioso, intanto, si dice che sia in giro per l’Italia a cercare nuove promesse della politica, da presentare all’elettorato italiano a tempo debito. Persone che rilancino il partito dopo le non esaltanti prove referendarie. Scelte, soprattutto, tra gli amministratori locali; quelli che dovrebbero assicurare una certa visibilità acquisita col ruolo, ed essere capaci, al contempo, a tenere l’orecchio a terra per misurare i sommovimenti popolari. Rumori, a volte, sconosciuti lì, sulla cima della piramide.
Rilanciare il partito è un comandamento da assolvere con dovizia. Ma, in questo progetto, pare, non venga annoverato l’organo del PD: l’Unità, appunto.
E ad affermarlo è proprio il suo direttore attuale, Sergio Staino, chiamato da Renzi per sostituire il renziano di ferro Erasmo De Angelis. Reo, quest’ultimo, di aver diretto un’Unità, si dice, un pochino troppo appiattita sul capo, e in tremenda crisi di vendite.
Staino si lamenta dell’assenza del segretario. Di un abbandono costante del giornale da parte della dirigenza del partito. Abbandono che, delle volte, si sarebbe trasformato in chiaro ostracismo. Palpato con mano con il mancato invito alla manifestazione di Piazza San Paolo a Roma per il “si” al referendum. E rivissuto, negli stessi termini, ai tempi dell’ultima Leopolda.
Eppure le parole di Renzi erano state chiare, ed il piano politico netto. Rilancio del giornale. Ridenominazione delle poco fascinose feste “Democratiche” con il loro vecchio nome di battaglia, “Feste dell’Unità”; molto più consono a motivare le vecchie truppe volontarie. Le quali, qualche anno fa, hanno dovuto veder distribuite alle loro feste le copie del quotidiano “Europa”, al posto del loro foglio di appartenenza storico. Che, nel frattempo, era chiuso.
Il maggior azionista, Pessina, è probabile che non metterà un euro se non ci sarà una chiara linea editoriale. La quale, e non può essere altrimenti, deve avere i crismi politici; che si addicano ad un organo di partito con l’ambizione di essere un mezzo al servizio dei militanti, sia per “informazioni di servizio”, che per approfondimenti e dibattiti.
Ma tutto ciò non c’è. O, almeno, non spunta da un orizzonte da dove, di certo, si vede già minaccioso arrivare 1 di febbraio. Quando si terrà l’assemblea dei soci. La quale, se non ricapitalizza, sarà chiusura. E la decisione unilaterale di Pessina di procedere a licenziamenti (anche senza ammortizzatori sociali, pare), dà segnali sconfortanti ai dipendenti.
Oltre a Pessina, l’altro socio del giornale è la fondazione del Partito Democratico, EYU: acronimo di “Fondazione Europa, Yuodem e l’Unità”. La parte politica di questa storia, appunto. E che D’Alema ha ribattezzato, controllando forse gli organigrammi, “Fondazione Matteo Renzi”; osteggiandone fino alla fine l’entrata nella Foundation for European Progressive Studies (FEPS). Di cui il leader maximo è presidente dal 2009.
Il FEPS è una fondazione europea che, come ben descritto da Annalisa Chirico sul Foglio, mette in rete caminetti, pensatoi e organizzazioni legate al socialismo europeo. Farne parte significa accedere a rimborsi spese (finanziamenti) da utilizzare per iniziative sul territorio nazionale, elargiti dal Parlamento Europeo.
Ma D’Alema o non D’Alema, oggi la fondazione EYU fa parte di FEPS. Accedendo, così, a soldi pubblici, che in Italia non sarebbero più “abbordabili” per sovvenzionare la politica.
La situazione appare drammatica, in linea con la sofferenza generalizzata della carta stampata in Italia.
I tempi delle vacche grasse sono finiti. E per l’Unità, il cui bacino di utenza è stato irrimediabilmente eroso dalla crisi dei partiti, dalla fine delle sovvenzioni pubbliche e, in tempi non sospetti, dall’avvento del quotidiano Repubblica, appare, ormai, un ricordo in bianco e nero la capillare diffusione dell’organo di informazione che fu del PCI.
E, a quanto pare, il suo peso specifico nella campagna devastante campagna referendaria, conclusasi come sappiamo il 4 dicembre, è stato irrisorio, o difficilmente quantificabile. Fatto, forse, non passato inosservato.
Il deputato Andrea Romano, condirettore dell’Unità, afferma che il partito sta facendo tutto il possibile, richiamando i Pessina alle loro responsabilità. Perché, dice Romano, “l’Unità non è un autobus su cui si sale quando si vuole e si scende quando le cose non vanno bene […]. I giornali hanno bisogno di una compagine aziendale solida”.
Vero. Ci vogliono i soldi (che non si sa se ci sono). Ci vogliono i lettori (che, a quanto pare, invece, latitano). Ci vuole anche la parola del segretario. Anche solo per dire la parola “fine”. O: “contrordine, compagni!”.

Raffaele Tedesco

Alla Ue rispunta Massimo D’Alema?

D'AlemaMassimo D’Alema si è incontrato a Bruxelles con Jean Claude Juncker, nell’ufficio del presidente eletto della Commissione Ue nell’edificio Charlemagne, di fronte alla sede dell’esecutivo europeo. L’incontro è durato una ventina di minuti e si è svolto nell’ambito delle consultazioni di Juncker che in queste settimane sta lavorando alla composizione della futura Commissione. La portavoce di Massimo D’Alema ha confermato con una nota l’incontro tra il presidente della Feps (Fondazione europea per gli studi progressisti) ed ilpresidente eletto della Commissione europea, Jean-Claude Juncker.

Un colloquio che viene definito “cordiale tra due personalità che si conoscono da molto tempo – si legge nella nota – per esaminare la situazione e le prospettive delle istituzioni europee”. Viene poi specificato alla fine delle poche righe che “dell’incontro era stato informato il presidente del Consiglio, Matteo Renzi”. A quanto si è appreso a Bruxelles non si è parlato di collocazioni nella nuova Commissione per l’ex premier italiano e la conversazione si è concentrata sul lavoro che il presidente Juncker sta facendo. Un lavoro che, vista la situazione molto complessa, sarà molto lungo.

Curioso invece che non ne sapesse nulla il sottosegretario agli Affari europei Sandro Gozi: “Non ne posso dire nulla, perché non ne sapevo nulla”. E a chi chiede se l’incontro vada letto come il segnale di un piano alternativo dell’Italia per le nomine, Gozi replica: “Non sono a conoscenza di alcun piano B”. E poi ha aggiunto: “Il ministro degli Esteri FedericaMogherini resta la candidata del governo italiano per il posto di alto rappresentante per la politica estera Ue. Ha tutte le qualità per essere un ottimo alto rappresentante – ha detto ancora – e sinceramente non ho mai capito tutte le critiche attorno al suo nome per una presunta mancanza di esperienza: si occupa da 20 anni di politica internazionale, ha iniziato giovanissima ad occuparsene per il nostro partito”. Secondo Gozi, inoltre, “quando si parla di nuova partenza per l’Europa, trovo difficile che la si faccia solo con politici uomini di alta esperienza: dovremmo sostenere la parità di genere in Commissione. Questi – ha concluso – sono tutti punti a favore della nostra conferma di Federica Mogherini come candidata”.

Ma D’Alema non si muove mai per caso. E che il rottamato D’Alema si spenda  a sostegno delle candidature del rottamatore Renzi sembra poco plausibile. Ma dall’altro lato è improbabile che Juncker faccia campagna per una nomina istituzionale Ue in contrapposizione con il governo interessato. Quindi non resta che aspettare.

Redazione Avanti!