NUOVO CHE AVANZA

Il nuovo che avanza sembra muoversi con sistemi molto vecchi. Quelli della spartizione. Infatti la corsa all’occupazione delle poltrone è in pieno svolgimento. Dopo le commissioni parlamentari questa volta tocca alle ferrovie il cui cda è stato azzerato con un colpo netto. L’amministratore delegato Renato Mazzoncini ha già annunciato che lascerà l’incarico. Non si è aspettata la scadenza, il governo ha voluto intervenire subito. Una decisione annunciata dal ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti Danilo Toninelli, con un post sulla piattaforma social. Il cda era stato rinnovato nel novembre 2017. L’operazione di azzeramento tra l’altro arriva in momento in cui è quasi certa la mancata fusione tra Anas e Fs.

Tensioni si erano già avute sopo le nomine Rai. Con Michele Anzaldi (Pd) e Giorgio Mulè (Fi) che hanno sollevato perplessità riguardo al vertice che si è tenuto martedì sera a Palazzo Chigi sulla scelta della nomina dell’amministratore delegato Rai – che spetta al Tesoro – alla presenza, oltre che del ministro dell’Economia e di quello dello Sviluppo economico Di Maio, anche del ministro dell’Interno Salvini e del presidente del Consiglio Conte. Con il presidente della Vigilanza Barachini che ha alzato un “cartellino giallo”, perché in quel vertice si sarebbe parlato anche delle direzioni dei Tg, condizionando la nomina del futuro amministratore delegato.

Ma torniamo alle ferrovie. “Come cantava Checco Zalone, la Prima Repubblica non Si scorda mai. Lega e M5s si muovono secondo le peggiori logiche spartitorie. Sono solo interessati all’ occupazione di poltrone”. È il commento su Twitter del segretario del Pd Maurizio Martina. Secondo l’ex ministro delle infrastrutture Graziano Delrio l’unico motivo plausibile dietro la decisione di far saltare l’operazione viene dalla brama di poltrone di Lega e Cinque Stelle. Raffaella Paita, deputata Pd in commissione Trasporti parla di “un blitz da stato autoritario in piena regola. Stiamo assistendo all’applicazione alla lettera della meritocrazia in salsa grillina, quella che funziona al contrario. Toninelli, il ministro muto che non viene in commissione, che non dà le deleghe ai sottosegretari, che blocca la modernizzazione del paese, rende noto, con un post su Facebook, che procederà alla decapitazione dei vertici di una delle società più strategiche del paese”. “E’ una spartizione selvaggia – aggiunge il capogruppo Pd al Senato Marcucci – che fa impallidire quelle della Prima Repubblica”. Ma il cambiamento grillino si abbatte anche sull’operazione Fs-Anas, completata a gennaio con la nascita di un colosso da 11 miliardi. Dopo giorni di tira e molla, ora la decisione sembra praticamente presa con Toninelli che riteiene non vi siano motivi per tenerle insieme. L’Anas, che in questa operazione ha conquistato l’autonomia finanziaria, però avverte: il Governo come azionista può decidere, ma “per fare queste operazioni – osserva l’a.d. Vittorio Armani – bisogna pensarle in modo da non distruggere valore”. “Per noi – ha detto ancora – è fondamentale quello che abbiamo acquisito entrando in Ferrovie: l’autonomia finanziaria e la capacità industriale di essere un’azienda invece che pubblica amministrazione”. Con la sua entrata nel gruppo Fs, ha poi spiegato Armani, l’Anas ha acquisito autonomia finanziaria e capacità industriale. Due valori, questi, che secondo l’ad vanno preservati.

Alitalia, dopo il prestito ponte a guadagnarci è Etihad

etihad alitaliaAncora nessuna decisione sul destino di Alitalia, l’ex compagnia di bandiera è alle prese con l’ennesima crisi della sua storia aziendale ed è ancora una volta a rischio fallimento, tuttavia per il momento è stato concesso il prestito ponte da 400 milioni a tassi di mercato, che aiuterà Alitalia a rimanere operativa fino a quando non verrà presa una decisione di cui si parlava nelle ultime ore. A confermarlo una portavoce della Commissione Ue che ha dato il via libera a Roma.
Uno Stato membro “può intervenire a favore delle imprese a condizioni di mercato”, ha infatti dichiarato la portavoce aggiungendo che “interventi pubblici di questo genere non sarebbero considerati aiuti di stato e non ricadono nelle norme Ue sugli aiuti pubblici”. Dunque “non richiederebbero una decisione della Commissione”, così come aveva spiegato il ministro dello sviluppo economico Carlo Calenda. Mentre da una parte viene confermata una delle voci che si rincorrevano in queste ore, dall’altra viene smentita la notizia di nuovo un intervento diretto dello Stato per salvare Alitalia. L’ipotesi è esclusa dal Tesoro. “Il governo non è disponibile a partecipare direttamente o indirettamente ad alcun aumento di capitale di Alitalia”, ha detto il ministro Pier Carlo Padoan durante il question time alla Camera. “Un eventuale intervento finanziario dello Stato” in Alitalia “sarebbe finalizzato esclusivamente a evitare l’interruzione dell’attività”. Se effettivamente la compagnia delibererà di richiedere l’amministrazione straordinaria, si procederà con “la massima tempestività all’apertura della procedura e alla nomina dell’organo commissariale straordinario” per il quale i nomi certi sembrano quelli di Luigi Gubitosi ed Enrico Laghi (già commissario anche dell’Ilva), con la terza casella ancora da riempire, “con il compito di provvedere alla gestione”.
Resta ora l’incognita su un eventuale acquisto della Compagnia aerea che ha comunque cercato di tranquillizzare gli utenti circa la regolare operatività della compagnia nonostante la situazione di forte incertezza, Lufthansa, Ferrovie e Intesa si sfilano. A restare Etihad ringraziata pubblicamente dal ministro dei Trasporti, Graziano Delrio. “Senza Etihad, Alitalia sarebbe stata in liquidazione due anni fa”. Semmai, ha aggiunto, “sono alcune strategie aziendali che hanno fallito”. Per Delrio è “da evitare uno spezzettamento, la perdita di posti di lavoro e la perdita di voli sull’Italia”.
Ma dalle analisi de Il Sole 24 ore risulta il contrario. È vero che “Etihad salvò Alitalia con un esborso da 560 milioni di euro”, si legge sul quotidiano. “Ma il capitale di rischio, l’equity versato, era solo di 387 milioni (per rilevare il 49% da Cai, la holding dei Capitani coraggiosi, guidati da Roberto Colaninno). Il resto era in realtà shopping: 60 milioni per l’acquisto di 5 slot Alitalia su Londra. Appena 12 milioni l’uno. Secondo fonti interne Alitalia, quegli slot valevano molto di più: ‘Almeno 70 milioni'”.
Inoltre altri 112 milioni sono stati impiegati da Etihad per rilevare il 75% del programma Mille Miglia, creando una società chiamata Alitalia Loyalty. Infine scrive il giornalista Simone Filippetti “Altre entrate da Alitalia, poi, a Etihad arriverebbero anche dal code sharing (le tratte fatte in condivisione): se un passeggero compra un biglietto Etihad ma il volo è gestito da Alitalia,la compagnia emiratina riconoscerebbe, sempre a detta di fonti interne, 200 euro agli italiani. Al contrario, invece, Alitalia riconoscerebbe 400 euro a biglietto per Etihad. Moltiplicato per le migliaia di biglietti venduti, il vantaggio non è da poco”.
Insomma conti alla mano, all’estero, come in Italia, il Capitani coraggiosi pronti a salvare un’azienda ci sono solo se hanno un bel tornaconto.

Privatizzazioni, Nencini, giù le mani dalle Ferrovie

treno-2Nella audizione davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, il ministro delle Finanze Padoan, intervenendo in via preliminare all’esame del Def, ha parlato di privatizzazioni e anche di ferrovie. “Credo – ha detto – che si debba parlare tranquillamente di privatizzazioni. Sul tema ribadisco la mia posizione: sono uno strumento importante non solo di finanza pubblica ma di politica industriale. Poi ci sono situazioni diverse”.

Sulle ferrovie Padoan ha aggiunto che “l’integrazione tra il gruppo Ferrovie dello Stato e l’Anas, avviata con il decreto legge di martedì scorso, ha la finalità di migliorare la capacità di programmazione delle opere infrastrutturali di competenza delle centrali pubbliche. Ma è necessario migliorare anche le attività delle amministrazioni regionali e locali, che il Governo intende coadiuvare con organismi capaci di erogare attività di supporto tecnico e valutativo”. “La spesa complessiva per investimenti e contributi agli investimenti – ha aggiunto il ministro – si è ridotta nelle amministrazioni locali (-1.281 milioni) mentre è aumentata nelle amministrazioni centrali (+2.163 milioni). Tale andamento è il risultato anche di specifici fattori contingenti. In particolare, sul calo della spesa delle amministrazioni locali nel 2016 hanno influito sia la chiusura del ciclo della programmazione comunitaria 2007-2013, sia la complessità ed una prima fase di incertezza del passaggio alle nuove regole di contabilità introdotte nel medesimo anno”.

“Padoan – ha commentato Riccardo Nencini, segretario del Psi e vice ministro delle infrastrutture e dei trasporti – sostiene che si debba parlare di privatizzazioni. Bene, ma non vedo perché si debba mettere la rete ferroviaria nel mirino. Privatizzare il ferro regionale significherebbe di fatto consentire la penalizzazione di un servizio utile a studenti e mondo del lavoro. Lì si fanno pochi profitti e temo che il privato tratterebbe quel servizio come un servizio di seconda categoria. Aggiungo che infrastrutture primarie indispensabili allo sviluppo di una nazione dovrebbero essere gestite dalla mano pubblica”.

LA SFIDA DEL 3%

Nencini-infrastrutture

Riccardo Nencini, vice ministro delle Infrastrutture, ha appena incontrato il neo ministro Graziano Delrio. Ed esce dal colloquio particolarmente soddisfatto. Non avevo dubbi. Graziano lo conosco bene. È un tipo gentile e alla mano, sorridente e piacevole, non gigioneggia e ti fa sentire sempre a tuo agio. Ma soprattutto non è un improvvisatore. Contrariamente a Renzi non è personaggio da copertina e men che meno da avanspettacolo. Si prepara prima di parlare, studia, approfondisce. È anche trasparente come il suo esile corpo, irrobustito grazie a un passato da calciatore dilettante. Riccardo mi osserva quasi per scrutare se le sue impressioni sono esatte.

“Sì, l’impressione che ne ho ricavato è molto buona. Mi è parsa una persona equilibrata, seria, attenta ai particolari”.

Di cosa avete parlato?
Soprattuto dell’allegato delle infrastrutture al Dpef, un documento molto importante e stavolta, contrariamente al passato, decisamente innovativo.

In che senso?
Nel senso che stavolta verranno inseriti solo gli interventi prioritari, cioè quelli finanziati e che dovranno essere appaltati e cantierati da qui al 2020. Parlo, per ciò che riguarda le ferrovie, della Napoli-Bari, dell’Alta velocità in Sicilia, del traforo del Brennero, poi del valico dei Giovi. Tutto questo naturalmente in coerenza, e questo vale anche per le opere autostradali, con i cosiddetti corridoi europei, quattro dei quali interessano il nostro Paese. Non dimentichiamo poi le altre opere, quali la grande viabilità ionica che intesserà dal sud al nord la parte orientale della Calabria, la Salerno-Reggio Calabria, il quadrilatero Marche-Umbria. Nonché i nodi delle città metropolitane.

Naturalmente si proseguirà con la Torino-Lione, o ci sono ancora perplessità e tentennamenti? Si tratta di un’opera fondamentale per il corridoio Portogallo-Russia, se non vado errato…
Certamente. La ferrovia Torino-Lione proseguirà come prevedono gli accordi con la Francia e quelli in sede comunitaria.

Il rimpasto parziale non pare ancora completo. Dopo la sostituzione di Lupi con Delrio manca sia il nuovo sottosegretario alla presidenza del Consiglio, sia la ricompensa per il Nuovo centrodestra.
Nel Nuovo centrodestra ci sono due divisioni. Una politica, interpretata dalla De Girolamo e forse da qualcun altro, che vorrebbe l’uscita del partito dal governo. Poi c’è una divisione più attinente col potere, tra chi rivendica un ministero forte e chi accetta l’offerta del ministero delle Regioni con qualche delega in più. Quest’ultima, che è la posizione di Alfano, alla fine prevarrà.

Il nuovo Italicum, anche se migliorato rispetto alla stesura iniziale, a me continua a non piacere. È una legge elettorale tutta ricalcata su un modello presidenziale che non c’è. Poi elimina le coalizioni introducendo il premio alla lista, cosa che complica molto la nostra ricerca del tre per cento.
Quest’ultima stesura della legge ha accolto sostanzialmente le nostre richieste di modifica sui punti fondamentali, in particolare l’innalzamento della quota per il premio al primo turno, poi l’abbassamento della soglia di sbarramento delle liste e infine il superamento delle liste bloccate. Credo che per questo alla Camera dovremmo approvarla.

Però anche la nostra ricerca di un polo politico elettorale che possa superare il tre per cento diventa più ostica e peserà su di essa il pericolo del ‘voto inutile’.
Dipende da noi. Tutti i problemi esisteranno dal momento in cui ci metteremo in testa di non riuscire a superare il tre per cento.

Questa idea, dopo il recente Consiglio nazionale, resta il nostro orizzonte?
Certo. Lo ha stabilito il documento approvato a stragrande maggioranza, che ha stabilito che il Psi deve restare al governo, che non deve assolutamente far parte di un nuovo polo della sinistra antagonista e che deve tentare di formare, sulla scorta di quanto sta avvenendo alle elezioni regionali, una lista socialista, laica, riformista, democratica e popolare.

A proposito delle elezioni regionali vuoi riassumere le scelte compiute dai socialisti?
Si voterà in sette regioni. In due (Umbria e Campania) presentiamo liste socialiste, in altre due (Toscana e Marche) liste civiche-socialiste, in Puglia, Veneto e Liguria presenteremo candidati nelle lista del presidente. Anche se in Liguria restano tuttora margini di incertezza.

Dopo il Consiglio nazionale si è tenuta un’assemblea delle minoranze del Psi che hanno fondato il movimento di Risorgimento socialista. Che ne pensi?
Penso che ogni movimento di opinione che si muova all’interno di una logica di partito deve essere il benvenuto. Se invece diventa alternativo alla politica scelta e promuove azioni in contrapposizione con le decisioni assunte allora diventa chiaramente incompatibile.

Dunque nessuna possibilità di aderire alla cosiddetta coalizione sociale di Landini?
Il massimalismo è tramontato nel Psi alla metà degli anni settanta. Col Midas. E da allora non è più rinato. Noi siamo stati e siamo tuttora un partito riformista e di governo. Poi cos’è la ‘coalizione sociale’? Un agglomerato di scontento sociale, di movimenti politici e sindacali che più che porsi il problema di governare si pongono quello di mettere il bastone tra le ruote a chiunque tenti farlo.

Quali i prossimi appuntamenti del Psi?
Proprio giovedì si terrà la riunione di tutte le fondazioni socialiste della quale ti so particolarmente interessato. Il 30 aprile, probabilmente alla Camera o al Senato, riunione di un nucleo di alleanza liberalsocialista, riformista e popolare, alla quale parteciperanno anche interlocutori nuovi come Dellai e Della Vedova. Poi il 3 maggio manifestazioni nei capoluoghi delle sette regioni in cui si vota. Dunque una mobilitazione nazionale del partito alla quale tutti saranno chiamati a recare il proprio contributo. Attivo, costruttivo, elettoralmente utile per un autentico risorgimento socialista

Mauro Del Bue

Strage di Viareggio, tutti rinviati a giudizio. A novembre il processo per accertare le responsabilità

Sentenza-Viareggio«Una decisione deludente». Così Ambra Giovene, avvocato difensore di alcuni dirigenti di Rfi spa, ha definito il rinvio a giudizio stabilito dal gup di Lucca, Alessandro Dal Torrione, in merito alla vicenda della strage di Viareggio in cui persero la vita 32 persone nella notte del 29 giugno del 2009. Tutti rinviati a giudizio i 33 imputati tra cui anche Mauro Moretti, amministratore delegato di Ferrovie: con lui siedono sul banco degli imputati dirigenti e funzionari di altre società del Gruppo Rfi e della ditta proprietaria del convoglio carico di gas che deragliò provocando la strage. Continua a leggere