Giuseppe Saragat, democrazia e socialismo

saragatL’11 giugno scorso l’«Associazione socialismo» e la rivista «Mondoperaio» hanno promosso un incontro per ricordare l’opera politica di Giuseppe Saragat (1898-1988). L’incontro, che si è tenuto nella sala Koch di Palazzo Madama di fronte alle massime cariche dello Stato, ha dato l’occasione al presidente della Repubblica Sergio Mattarella di rivisitare la sua lezione politica incentrata sui valori democratici della Repubblica e della rappresentanza politica per la difesa di un sistema politico «dal volto umano».

La biografia e l’opera di Giuseppe Saragat – come ha ricordato il presidente della Repubblica – sono strettamente intrecciate alle vicende politiche del Novecento e alla sua «battaglia per conquistare all’idea socialista la piena qualifica di democratica, puntando alla universalizzazione delle libertà liberali» nella «difesa dei principi di libertà, democrazia e giustizia sociale». A questi valori si ispira infatti la vicenda biografica di Giuseppe Saragat dai primi indirizzi democratici fino alla sua elezione a presidente della Repubblica (29 dicembre 1964), di cui ha tracciato un interessante profilo Marcello Staglieno nel suo volume L’Italia Del Colle 1946-2006: sessant’anni di storia attraverso i dieci presidenti (Boroli editore, Milano 2006, pp. 201-221).

Formatosi alla scuola politica del padre Giovanni Saragat (1855-1938), avvocato liberale trasferitosi nel 1882 dalla natia Sardegna a Torino, il giovane Giuseppe acquisì la sua sensibilità vero le condizioni della classe operaia, crescendo in un clima fecondo di stimoli culturali a contatto con giovani democratici come Piero Gobetti e Andrea Viglongo. La guerra del 1915-18 lo trovò nelle file dell’interventismo salveminiano, verso cui espresse un acceso fervore tanto da arruolarsi volontario. Ma la conoscenza di Claudio Treves (1869-1933) e di Bruno Buozzi (1881-1944) lo spinse ad aderire al Partito socialista unitario (Psu), costituito il 4 ottobre 1922 in seguito all’uscita dei riformisti dal Psi.

L’esordio ufficiale di Giuseppe Saragat avvenne come rappresentante della Federazione provinciale di Torino nel convegno del Psu (28-31 marzo 1925) a Roma, dove pronunciò un discorso inneggiante al «metodo democratico» contro il regime mussoliniano e la «illegalità anarchica delle squadre armate» che negano il pluralismo politico in nome di una «stalolatria che giunge fino al crimine di stato» (cfr. Il discorso Saragat, in «La Giustizia», 31 marzo 1925, p. 1). Il suo appello ai principi democratici fu proposto come antitesi al giacobinismo dei comunisti tacciati di negare la libertà, il cui ripristino presupponeva un adeguamento dell’organizzazione partitica all’accettazione della legalità come «base stessa della immancabile rivoluzione futura».

Sulla rivista «Il Quarto Stato», di cui il primo numero uscì il 27 marzo 1926, Saragat auspicò un’azione comune con il Psi per condurre una lotta contro la dittatura fascista, culminata alcuni mesi prima nello scioglimento del Psu e quell’anno nella negazione delle libertà individuali. Di fronte al dilagare del fascismo egli decise così di emigrare a Vienna, dove nell’aprile 1927 trovò impiego nella banca cittadina Wiener Merkur, senza trascurare lo studio e la ricerca culturale: quello viennese fu un periodo fecondo di riflessioni politiche a stretto contatto con il socialista Otto Bauer (1881-1938) e alla sua elaborazione dell’austromarxismo. Questo permise a Saragat di comprendere la natura totalitaria del bolscevismo e dei mezzi spietati adoperati da Stalin per detenere il potere. Dal contatto con gli austro-marxisti egli trasse le sue riflessioni poi elaborate nel settembre 1929 in un saggio dal titolo Marxismo e democrazia (ESIL, Edizioni Sala dell’Italia Libera).

In questo saggio Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e libertà, senza la quale essa diventa «un vuoto formalismo» da diffondere tra i cittadini: riflessione che riprende in una serie di articoli pubblicati sul periodico «Rinascita Socialista» di Giuseppe Emanuele Modigliani (1872-1947). Il 19 aprile del 1930 invia una «lettera aperta» all’«Avanti!», diretto in quell’anno da Pietro Nenni (1891-1980), per superare la scissione del 1922 e impedire il successo del massimalismo sostenuto da Angelica Balabanoff (1869-1965). Nella Carta dell’unità, approvata nel Congresso di Parigi (20-21 luglio) auspica una convergenza unitaria con il nucleo operativo diretto da Nenni, a cui danno il consenso di Claudio Treves e di Filippo Turati (1857-1932).

Nella sua relazione Saragat propone una lucida analisi del fascismo, considerato «un prodotto dello sviluppo organico della economia capitalistica» che «non può essere sostituito a base di decreti», ma solo attraverso l’azione di un partito in grado di promuovere un’alleanza organica di tutte le forze progressiste e richiamare la classe operaia alla coscienza del suo compito storico. Le cause del fascismo, che egli attribuisce ad una «mancata rivoluzione liberale italiana», possono essere superate sul piano politico dall’alleanza tra repubblicani e socialisti, senza mai dimenticare il nesso tra democrazia e socialismo.

Critico verso il liberal-socialismo di Carlo Rosselli e le posizioni antimarxiste sostenute nel saggio Socialismo liberale (1930), Saragat rimane fedele al materialismo storico non sempre valutato nella sua intrinseca essenza. La sua critica è rivolta anche ai comunisti per la loro incomprensione della libertà, elemento che può far sorgere uno spirito rivoluzionario in grado di coniugarlo con la lotta di classe. Lungo gli anni Trenta Saragat pubblica una serie di articoli sull’«Avanti!» e su «La Libertà», con quali ribadisce questo nesso inscindibile in un’aspra polemica con i comunisti per la loro sottomissione alla centrale moscovita.

Tuttavia, sul patto d’azione tra Psi e Pci, Saragat difende l’unità tattica, unica via per sottrarre i comunisti alla loro visione politica catastrofica e per favorire il loro processo di «socialdemocratizzazione». Nel volume L’Umanisme marxiste (ESIL, Marsiglia 1936), egli si distanzia dalla lettura comunista di Marx, interpretato anche alla stregua di Benedetto Croce come «canone di interpretazione storica» utile alla conoscenza della società umana. Non rinuncia però a rivolgere una critica al bolscevismo e ai piani quinquennali sovietici, nei quali vede un’accelerazione forzata del ritmo di sviluppo economico a detrimento dei lavoratori e un inevitabile inasprimento del regime poliziesco.

La guerra civile spagnola, cominciata nel luglio 1936, conferma la proposta di Saragat di un ampio fronte antifascista, che è così riproposto a sostegno della lotta contro il franchismo e in difesa del messaggio «Oggi in Spagna, domani in Italia» che Carlo Rosselli (1899-1937) lancia proprio durante la torbida vicenda spagnola. Il terzo congresso dei socialisti in esilio, tenuto a Parigi dal 26 al 28 giugno 1937, si caratterizza per il serrato confronto tra i sostenitori dell’alleanza con i comunisti e i critici verso l’immediato passaggio del loro partito nell’ambito dell’unità d’azione. Un confronto che non impedisce a Saragat di rivolgere una critica devastante alle purghe staliniane e ai processi di Mosca del 1938.

Lo scoppio della Seconda guerra mondiale accentua la critica all’Unione sovietica che, per Saragat, ha instaurato un regime poliziesco e burocratico alla stregua delle analisi politiche espresse da Bruno Rizzi (1901-1977) nel suo volume La burocratisation du monde (Paris 1939). Ma il mutato clima, provocato dall’aggressione nazista all’Unione sovietica, favorisce un clima più distensivo tra socialisti e comunisti, che porta alla firma comune di un appello per la costituzione di un fronte nazionale antifascista.

Alla caduta di Mussolini, Saragat ritorna nel 1943 a Roma, dove contribuisce alla ricomposizione del Partito socialista e alla rinascita dell’«Avanti!». Arrestato dai tedeschi il 18 ottobre, egli viene tradotto nel carcere di Regina Coeli, dove è rinchiuso per quattro mesi, insieme a Sandro Pertini e a Carlo Andreoni (1901-1957). La vicenda, raccontata nei libri Saragat. Il coraggio delle idee (Roma 1984?) di Vittorio Statera e Saragat e il socialismo italiano dal 1922 al 1946 (Venezia 1984) di Ugo Indrio, coinvolge Giuliano Vassalli (1915-2009) e Massimo Severo Giannini 1915-2000, l’uno futuro presidente della Corte costituzionale e l’altro futuro ministro della Funzione Pubblica. Ma nuovi elementi sono aggiunti nei libri Saragat (Eri, Torino 1991) di Antonio G. Casanova e Giuseppe Saragat (Marsilio, Venezia 2003) di Federico Fornaro.

Condirettore dell’«Avanti!», con Nenni direttore, Saragat contribuisce al rilancio del giornale socialista, che nella prima metà del 1946 raggiunge le 100 mila copie. Ministro senza portafoglio nel governo presieduto da Ivanoe Bonomi (18 giugno-12 dicembre 1944), poi ambasciatore a Parigi (15 marzo 1945-23 marzo 1946), egli è deputato all’Assemblea costituente e suo presidente con 401 voti su 468. Sostenitore dell’assoluta autonomia socialista e dei valori democratici dell’Occidente, Saragat ribadisce il nesso tra democrazia e socialismo, interpretando il marxismo in chiave umanistica come unica visione in grado di recuperare la tradizione riformista del socialismo italiano.

In quest’ottica deve essere inquadrata la cosiddetta «scissione di Palazzo Barberini» (11-12 gennaio 1947) e la costituzione del Partito socialista dei lavoratori italiani (Psli), cui aderiscono 52 parlamentari su 115, la maggioranza della giovanile socialista e un cospicuo numero di militanti attratti dal verbo anticomunista e dal «massimalfusionismo della maggioranza». L’anno successivo Saragat, durante le elezioni politiche del 18 aprile, assume una posizione critica verso il «Fronte Democratico Popolare», provocando le invettive dei comunisti: in un intervento alla Camera viene definito da Gian Carlo Pajetta un «traditore del socialismo».

Tra il 1948 e la sua nomina a presidente della Repubblica Saragat vive gli episodi più significativi del socialismo italiano nella ricerca dell’unità socialista: l’incontro del 25 agosto 1956 a Pralognan con Nenni segna l’inizio di un processo che porta alla costituzione di un partito unitario che si conclude solo nella costituzione del PSU realizzatosi nel XXXVII congresso (ottobre 1966). Per l’occasione egli suggerisce a Nenni di inserire nella «Carta dell’unificazione socialista» l’appello ai valori «universalmente umani» e agli ideali «di libertà, di giustizia e pace», come pure il richiamo alla collaborazione tra forze democratiche e cattoliche per avviare una politica riformista.

Come presidente della Repubblica (28 dicembre 1964-29 dicembre 1971), Saragat osservò la divisione dei poteri con il rispetto dei vari organi costituzionali e non rinviò mai un provvedimento alla Camere per riesame, conferendo sempre l’incarico di formare il governo ai membri indicati dalla maggioranza parlamentare. L’esperienza del Centro-sinistra fu vissuta come formula di governo in grado di condizionare i processi di trasformazione sociale nell’ambito di una visione democratica contraria ad ogni forma di violenza e all’insegna di un riformismo inteso come fattore di crescita economica e culturale.

Nunzio Dell’Erba

In ricordo di Principato, martire socialista

Lapide_a_Salvatore_Principato«Gli eroi son tutti giovani e belli», cantava Francesco Guccini quasi 50 anni fa. Però non è così: a volte gli eroi sono persone mature, sagge e consapevoli, lucidamente consapevoli della posta in gioco. Di quella collettiva e di quella individuale. Così è stato Salvatore Principato, maestro elementare socialista fucilato il 10 agosto 1944 in piazzale Loreto, a Milano, insieme ad altri 14 compagni di lotta tutti più giovani. A compiere il massacro i fascisti del gruppo Oberdan della Legione Ettore Muti della Repubblica di Salò, dopo la condanna da parte del tribunale nazista. Il suo cadavere, come gli altri, venne lasciato esposto per l’intera giornata.

Aveva 52 anni Principato, a quei tempi una età più che matura. Viveva tra Milano e Vimercate da trenta anni, ma era siciliano di Piazza Armerina dove era nato nell’aprile 1892.

Non ancora ventenne era stato coinvolto nella città natale in una rivolta di ispirazione socialista, poi si era trasferito a Milano per conoscere Filippo Turati e da Anna Kuliscioff.

Partito come soldato semplice per la I Guerra mondiale, era stato promosso caporale e aveva avuta assegnata  la medaglia d’argento al valor militare. Durante una delle terribili battaglie sull’Isonzo.

Dopo il 1922 era diventato attivista di «Giustizia e Libertà» con lo pseudonimo di Socrate e era diventato uno stretto collaboratore di Carlo Rosselli. Per questa sua attività era stato arrestato ed era rimasto tre mesi in carcere. Nel 1942 aveva contribuito a fondare il M.U.P., Movimento di Unità Proletaria e poi era diventato uno dei punti di riferimento del P.S.I.U.P., Partito Socialista di Unità Proletaria.

Fece parte della 33ª brigata Matteotti, del comitato antifascista di Porta Venezia e del Comitato di Liberazione Nazionale della Scuola.

L’arresto che portò alla sua fucilazione avvenne nel luglio 1944 a seguito di una delazione relativa soprattutto alla sua attività tipografica clandestina.

Subito dopo la guerra, il 26 maggio 1945, sia il comune di Vimercate dove era vissuto che il comune di Piazza Armerina, gli intitolarono una strada.

La figura di Salvatore Principato sarà ricordata a Piazza Armerina dall’Università popolare del tempo libero ‘I. Nigrelli’. La mostra del 2012 rimarrà esposta alla scuola media Cascino fino al 5 maggio.

Fausto Carmelo Nigrelli

Psi Forlì
Il genocidio culturale per cancellare la storia del PSI

bandiera-psi

Scriviamo questa nota senza alcuna vena polemica ma solo per amore della verità storica. C’è un genocidio culturale in atto che mira a cancellare la storia del PSI e la parola Socialismo.

Anche il socialista europeo Renzi si richiama più volte a Moro, Berlinguer e De Gasperi e non ai migliori esponenti della cultura e tradizione del socialismo riformista e liberale del nostro Paese.

Ripassiamo in sintesi le conquiste e le scelte dei Socialisti democratici e riformisti con un occhio alle scelte dell’allora PCI e giudichiamo chi era dalla parte giusta.

Siamo figli di Filippo Turati che fondò il partito assieme ad Anna Kuliscioff, combattendo l’intellettualismo del rinvio di Antonio Labriola, poi l’anarchismo e l’operaismo, infine il sindacalismo rivoluzionario, quel socialismo che osteggiò la guerra, proponendo un neutralismo attivo, ma poi, dopo Caporetto, invitò a combattere per difendere il suolo patrio. Il riformismo che accettò di collaborare coi governi liberali per strappare conquiste di libertà e di giustizia. Che si insediò nel sindacato, che formò case del popolo, cooperative, scuole, università popolari. Il socialismo che diviene, citiamo Turati, “che non è lo scatto di un’ora o di un giorno, ma l’evoluzione pacifica e continua delle teste e delle cose”.

Quel socialismo nel 1921 volle la collaborazione coi popolari per salvare l’Italia in preda alla guerra civile e all’esaltazione fascista, contro i rivoluzionari e i comunisti che consideravano capitalismo e fascismo la stessa cosa. Quel socialismo che con il martirio di Giacomo Matteotti denunciò le violenze e i brogli delle elezioni truffa del 1924. Quel socialismo lottò contro la dittatura, senza credere al mito della rivoluzione sovietica e al sopruso della dittatura del proletariato. Siamo quelli che con Nenni si opposero alla liquidazione del Psi voluta da Lenin e accettata da Serrati e che, riunificandosi in Francia nel 1930, generarono un unico partito socialista, comprendente Nenni, Saragat e Turati.

Siamo anche quelli che nel 1938 condannarono i processi stalinisti di Mosca, i processi delle streghe, come li definì Pietro Nenni, e che nel 1939 presero le distanze dal patto
sovietico-nazista che i comunisti italiani accettarono ed esaltarono. Siamo quelli che combatterono il fascismo con le brigate Matteotti e con tutte le forze disponibili. Ma che non trucidarono mai nessuno durante la Resistenza e soprattutto dopo. Siamo ancora quelli, con Nenni, all’avanguardia della battaglia per la Repubblica, mentre i comunisti con Togliatti avevano accettato la monarchia. E siamo ancora quelli che non votarono l’articolo sette della Costituzione che includeva i patti lateranensi al contrario del Pci che lo votò.

Nel 1948 siamo con Placido Rizzotto, socialista e sindacalista, ucciso dalla mafia per il suo impegno a favore del movimento contadino per l’occupazione delle terre.

Siamo con Nenni che nel 1956 si schierò cogli insorti di Budapest e non coi carri armati, come invece fecero il Pci e L’Unità.

Nel 1962 siamo con il primo centro-sinistra che regalarono all’Italia una grande stagione di riforme tra cui la nazionalizzazione dell’energia elettrica, la scuola media unica, il piano casa e la riforma agraria.

Nel 1970 siamo con il ministro socialista Giacomo Brodolini che volle lo Statuto dei Lavoratori, ma con l’astensione del PCI.

Siamo con Fortuna che ci regaló le conquiste dei diritti civili dei primi anni settanta, che s’imbatterono in un Pci recalcitrante e tutto proteso al compromesso storico.

Siamo ancora con Craxi che volle il Psi ben piantato nell’eurosocialismo dopo anni di incertezze e di contraddizioni, nel riformismo, nella più completa autonomia politica, che si battè inascoltato per la salvezza dell’uomo Moro, che anticipò nel 1979 il tema della grande riforma, che assunse la bussola del socialismo liberale.

Siamo con Martelli e i suoi referendum e i suoi “meriti e bisogni”, con quel governo a presidenza socialista che ci regalò la lotta vinta all’inflazione anche grazie al decreto di San Valentino osteggiato da Berlinguer e combattuto con un referendum perso, che sfidò i sovietici coi missili a Comiso e gli americani con Sigonella.

Siamo ancora nel 1987 con Martelli che schierò il Partito contro il nucleare nel primo referendum vinto, con il PCI molto titubante.

La storia della Sinistra è stata meglio rappresentata dal PSI e ciò dovrebbe far riflettere tutti, compreso i MEDIA, che spero diano spazio a questo intervento.

Federazione P.S.I. Forlì

Giovanni Nerbini, editore dell’Avanti! della Domenica

avanti della domenicaI novant’anni di Topolino offrono anche l’occasione per celebrare l’editore Giovanni Nerbini, che non ha solo pubblicato i grandi fumetti d’avventura statunitensi ma che ha al suo attivo anche quell’Avanti della Domenica dal quale anche noi dell’Avanti online discendiamo.

Firenze, capitale dal 1865 al 1871, proprio nell’Ottocento decide di abbracciare un modello di sviluppo diverso dalla grande industrializzazione del Nord, preferendo puntare su un livello culturale e internazionale capace di farla diventare l’Atene d’Italia, la capitale culturale della penisola. Turismo, arte e cultura sono quindi le tre grandi direttrici su cui la città punta, con scuole d’arte e di artigianato artistico pensate per assecondare questa scelta. E si sviluppano anche case editrici, riviste e giornali di grande prestigio e linea grafica innovativa che lasciano una traccia indelebile nella cultura non solo italiana tra l’Ottocento e il Novecento.

Un crogiolo di idee e di iniziative che è il crocevia di tanti intellettuali e fior di scrittori non solo locali, pensiamo ad Alessandro Manzoni che va a sciacquar i panni in Arno per la versione definitiva dei suoi “Promessi Sposi”, riconoscendo al fiorentino la status di lingua ufficiale del nascente Stato. Vedasi la relazione del Manzoni al governo sulla lingua da usarsi in Italia, cioè il fiorentino parlato, pubblicata da “La Nazione” nel 1868.

50 ANNI DI SOCIALISMO IN ITALIAUno sviluppo culturale di questo genere attrae anche le idee più progressiste e rivoluzionarie dell’epoca, con grande lavoro per spie, forze di polizia e tribunali. L’anarchico Michail Bakunin, per esempio, ha soggiornato nella città dei Medici, dove nel 1880 si svolge un processo che farà epoca, quello contro Anna Kuliscioff, tra i fondatori del Partito Socialista Italiano, accusata di cospirare con gli anarchici per sovvertire l’ordine costituito.

Grazie a tutto questo lavorio la città dei Medici diventa la capitale italiana della cultura e delle riviste, ovviamente per persone colte e istruite. E grazie alle intuizioni e all’impegno di Giuseppe Nerbini (Firenze, 30 marzo 1867 – 28 gennaio 1934) lo diventerà anche dell’illustrazione e della narrativa popolare, soprattutto di quel genere che poteva essere scelto da un figlio del popolo, anarchico, socialista e anticlericale. Una scelta editoriale volta a istruire, a informare e a lottare per l’emancipazione dei ceti più deboli, quella maggioranza ignorante e ignorata dalla cultura ufficiale. L’intensa attività di Giuseppe Nerbini inizia nel 1897 con la pubblicistica socialista, prosegue con la narrativa d’appendice post romantica, il feuilleton, il western, il sensazionalismo, l’umorismo, la satira politica e, infine, i fumetti, con la sua testata più celebre ,“L’Avventuroso”, che approda in edicola qualche mese dopo la sua morte.

GIUSEPPE NERBINIGiovanni Nerbini, figlio di Rosa Nerbini e di padre ignoto, frequenta solo le elementari, probabilmente a causa della ristrettezza di mezzi in cui viveva. Non smette di leggere e di studiare e il suo essere un autodidatta lo aiuterà anche nell’attività editoriale. Da ragazzo frequenta il circolo radicale fiorentino “Giordano Bruno” e a 17 anni viene condannato un paio di volte per manifestazione sediziosa. Il resto del suo palmarès riguarda solo processi per reati di stampa, con qualche periodo in carcere.

Il giovane Nerbini, infatti, senza rinunciare all’edicola, dalla quale trarrà l’idea per molte delle sue iniziative, prima di dedicarsi all’editoria, fonda e dirige una serie di testate. Ricordiamo “La frusta. Giornale politico e amministrativo”, nato per appoggiare i candidati socialisti, “La mitraglia elettorale”, “Giornale per fugare i monellacci politici”, “Il lampione. Giornale per tutti” e “La Gran Via”. I contenuti sono polemici, irriverenti e pungenti, tipici di un toscanaccio autentico, tanto da fare intervenire più volte la censura con sequestri, processi e brevi condanne. Per non perdere il vizio, nel 1906 fonda “Cristo. Giornale di propaganda anticlericale”, un’altra fonte di guai che chiuderà l’anno dopo.

Il salto dai sentimenti mazziniani e garibaldini al socialismo di fine Ottocento per Giovanni Nerbini è quasi naturale e lui diventerà uno dei primi editori di opere e saggi socialisti, e di quella letteratura che al vento nuovo del socialismo si ispira. Da militante socialista, pur non iscritto al partito, Nerbini mantiene sempre un carattere indipendente e una curiosità intellettuale che lo porta a dare spazio nelle sue pubblicazioni, senza mai prendere una posizione, alle due anime del partito da sempre in conflitto: quella riformista di Filippo Turati e Leonida Bissolati e quella rivoluzionaria di Enrico Ferri e Arturo Labriola. Basta leggere l’“Avanti della Domenica” e il “Garofano rosso”.

Nato come risposta laica e socialista alla barbosa, borghese e bigotta “Domenica del Corriere”, il settimanale dell’Avanti viene titolato “Quo Vadis? Periodico di letteratura sociale” Esordisce il 24 dicembre 1901, stampato dalla Tipografia Cooperativa, direttore Alfredo Angiolini (con G. Gualtierotti), gerente responsabile Arturo Riconda. La rivista cambia formato e impostazione, pur mantenendo gli stessi timonieri, e domenica 4 gennaio 1903 diventa “L’Avanti della Domenica”, edito appunto da Nerbini.

La rivista, che anticipa le avanguardie, punta a educare i lettori alla bellezza in tutte le sue declinazioni e alla conoscenza, ma con una scelta politica di fondo: la produzione artistica deve essere legata ai bisogni e alle passioni dei lavoratori, non il contrario. Nelle otto pagine stampate in bianco e nero, e dalla grafica elegante e raffinata, troviamo cronaca politica, letteraria e operaia, racconti, satira, recensioni, illustrazioni e anche la pubblicità.

Nell’estate del 1903 viene nominato un nuovo direttore di 27 anni, Vittorio Piva, che darà un grande impulso alla rivista, che però passa a un altro editore. La prima parte della storia editoriale de “L’Avanti della Domenica” si concluderà nel 1907 con la morte di Piva.

Ma stiamo anticipando i tempi. Ripartiamo dal giovane anarchico, socialista e mangia preti degli esordi, che è anche un difensore dei diritti e del ruolo delle donne, e non a caso inaugura la sua attività editoriale nel 1897 con “La redenzione della donna nel socialismo” del politico socialista belga Jules Destrée. Anche se non è sicuro che questo sia proprio il primo libro perché alcuni ipotizzano che abbia iniziato nel 1892 con “Lotte sociali” di Edmondo De Amicis, ricordato più per quella discesa nel maelstrom di melassa che è il libro “Cuore” che per i suoi scritti politici sul socialismo utopico. Sempre De Amicis, nel 1899, fornisce il carburante per il lancio in grande stile della neonata editrice con “Il danaro degli altri” e “Lotte civili”, raccolta di scritti e di testi di conferenze dedicate al socialismo.

La fede e la militanza di Nerbini la ritroviamo anche ne “L’Almanacco socialista per il 1900” e nello “Statuto e programma minimo del Partito Socialista Italiano”. Sempre nel 1899 pubblica “L’assassinio Notarbartolo” fatti e misfatti della mafia siciliana di allora, di Paolo Valera.

Il Novecento si apre con “Cinquant’anni di socialismo in Italia” di Alfredo Angiolini, di seguito “Il canzoniere dei socialisti”, “Cos’è la Camera del Lavoro?”, “Come si diventa elettori”, “Ai contadini” di Eugenio Ciacchi, “Il socialismo” di Andrea Costa, primo deputato socialista in Italia e compagno della Kuliscioff, “Dio e lo Stato” di Michail Bakunin e “Consigli e moniti” di De Amicis, un best seller che brucia tre edizioni in poco tempo.

Il suo essere socialista ma non allineato alle diverse linee di pensiero o fazioni armate, in cui il partito si divideva anche allora, gli permette di passare dal socialismo utopico, “Cos’è la proprietà” di Pierre-Joseph Proudhon, al socialismo scientifico con “Il Manifesto dei comunisti” di Carl Marx, nel 1901. L’anno dopo darà alle stampe “Il Capitale” sempre di Marx e “Socialismo utopico, socialismo scientifico” di Friedrich Engels. . Trovano spazio anche testi di Filippo Turati, Camillo Prampolini e LeoneTolstoj.

Nel 1905 Nerbini riesce a scontarsi con entrambe le anime del socialismo grazie a “Massoneria alla sbarra”, dove nella prefazione suggerisce un avvicinamento in chiave anticlericale tra la società segreta e il partito. Un’ipotesi che non piace proprio a nessuno.

Nel catalogo di Nerbini, ad affiancare i testi dedicati al socialismo, trovano spazio i classici italiani e i grandi romanzi dell’Ottocento francese e russo, venduti a dispense e a prezzi popolari. Tra i titoli: “Guerino detto il Meschino”, “Arduino d’Ivrea, primo re d’Italia”, “I vespri siciliani”,”Mastro Titta”, le memorie del boia di Roma con all’attivo oltre cinquecento esecuzioni, “Ettore Fieramosca”, “Giovanni dalle Bande Nere”, “Garibaldi”, “Ivanhoe”, “Il Conte di Montecristo”, “I misteri di Parigi”, “Nanà”, “Nostra Signora di Parigi ovvero Esmeralda”, “Le due orfanelle”, “I promessi sposi”, “Don Chisciotte” illustrato da Gustav Doré, “Le Mille e una notte”, “L’Iliade” e “Il Decamerone”, e anche volumi sui Savoia e sul Risorgimento.

GASTONE LEROUXNerbini non disdegna il genere poliziesco e il mistery che in Italiana viene ribattezzato “giallo” da Arnoldo Mondadori, pubblicando dispense dedicate a fatti di cronaca nera e giudiziaria, sempre con illustrazioni ad accompagnare i testi. Nel 1908 appaiono i “Racconti straordinari” di Edgar Allan Poe e lo Sherlock Holmes di Conan Doyle. Nel 1914 ecco un personaggio oggi dimenticato: “Gigolò (L’amante del cuore)” di Pierre Souvestre e Marcel Allain, che ha meno successo di Fantomas. Nel 1930, nella Collana di Romanzi Popolari, esce il volume con “Le nuove imprese di Sherlock Holmes”.

Nerbini ha inventato le prime edizioni economiche italiane, opuscoli di facile lettura rivolti principalmente alla classe operaia e lavoratrice dell’epoca, e romanzi pubblicati a dispense, a basso costo e diffusi capillarmente grazie alle edicole, in seguito raccolti in volumi sempre tenendo d’occhio i prezzi popolari. Una scelta, quella dei prezzi bassi, a cui Nerbini resterà sempre fedele anche se gli scarsi guadagni e gli alti costi di una distribuzione capillare in tutta la Penisola, non gli permetteranno certo di arricchirsi, anzi ne causeranno il fallimento nel 1914.

Una grande sconfitta per l’editore che puntava all’emancipazione del popolo e delle classi operaie, ma non il colpo finale. Il nostro riuscirà a tacitare i debitori e a riprendere l’attività con rinnovato entusiasmo e con un importante cambiamento di militanza politica.

Negli anni Venti, segnati dalla crisi del dopo Prima guerra mondiale, Nerbini, infatti, abbandona il socialismo per aderire al movimento fascista e partecipa con i figli Mario e Renato alla marcia su Roma del 28 ottobre 1922.

Ma non interrompe la sua attività di editore. Nel 1920 ecco le dispense settimanali illustrate dedicate alle avventure dei grandi personaggi dell’immaginario collettivo dell’epoca: Buffalo Bill, Nick Carter, Petrosino, Lord Lister (Raffles). Senza dimenticare i romanzi di appendice, le cartoline illustrate e le riviste molto curate nella grafica e nei contenuti: “Il 420”, che annovera tra i disegnatori anche un giovanissimo Federico Fellini, “Le ore allegre”, “La sigaretta” e “La Risata”, fra le tante.

TOPOLINO N. 1Nel 1928 esplode il fenomeno di Topolino che nel 1930 approda nei giornali americani. Nerbini manda in stampa una produzione autarchica, cioè un plagio, che esce nelle edicole il 28 dicembre 1932, primo giornale al mondo dedicato al Topo di Walt Disney, diretto da una figura prestigiosa nel mondo della letteratura: Carlo Lorenzini junior, nipote dell’autore di Pinocchio.

Gli americani si accorgono della manfrina e propongono un accordo. Così dal numero 7 appaiono le tavole originali di Floyd Gottfredson, con i ballon accompagnati dai tradizionali versi in rima sotto la vignetta. Con l’arrivo della produzione Usa le vendite schizzano alle stelle passando da 30mila a 300mila copie a numero, un record ancora oggi a distanza di ottantasei anni, un sogno proibito per quasi tutte le testate attuali del fumetto italiano.

Nel 1933 il paginone centrale di Topolino pubblica le avventure di Cino e Franco (Tim Tyler’s Luck di Lyman Young) e apre la strada al fumetto d’avventura americano. Tutti contenti meno il direttore, che si dimette. Giuseppe Nerbini decide allora di affidare la direzione del giornale al figlio Mario, da tempo suo stretto collaboratore.

Padre e figlio vogliono cavalcare l’onda del successo delle storie made in Usa e pensano a una pubblicazione ad hoc acquistando i diritti per l’Italia di personaggi straordinari tipo Gordon, Mandrake, L’Uomo Mascherato, L’Agente Segreto X9, e tanti altri che conquisteranno l’immaginario di più generazioni.

Contemporaneamente mettono in allerta una pattuglia di grandi disegnatori italiani tra i quali Guido Moroni-Celsi, Giorgio Scudellari, Buriko e Yambo, con il compito di produrre storie d’avventura originali o tratte dai classici della letteratura per ragazzi.

Purtroppo, come in uno dei romanzi d’appendice che il nostro amava tanto pubblicare, il destino è in agguato e una tragedia familiare porterà in pochi mesi Giuseppe Nerbini alla tomba. Il giovane figlio Renato viene ucciso con un colpo di pistola dall’amante, una ballerina stanca delle sue promesse di matrimonio. Per Nerbini è una tragedia immane: non mangia più, non lavora più e si reca ogni giorno sulla tomba del figlio. Si ammala di polmonite e muore il 28 gennaio 1934. Sarà il figlio Mario a realizzare la sua ultima grande intuizione.

L'UOMO MASCHERATOPochi mesi dopo, il 14 ottobre per l’esattezza, esce nelle edicole il primo numero de “L’Avventuroso”, un giornale settimanale che pubblica i grandi eroi dell’età d’oro dei fumetti made in Usa e grandi autori italiani. E’ la prima volta che un editore si rivolge ai lettori oltre i dodici anni e anche agli adulti, piuttosto che ai bambini. Il formato gigante, cm. 32 x 43,5, l’uso del colore e la prima pagina con le tavole di Flash Gordon di Alex Raymond, sono gli elementi di un successo tanto grande da fare entrare “L’Avventuroso”, con il suo mezzo milione di copie vendute a settimana, nella leggenda.

“L’Avventuroso” è ricordato anche perché, assieme a “Jumbo”, di Lotario Vecchi, è stato l’artefice di una vera e propria rivoluzione culturale nel fumetto italiano. Nerbini, infatti, ha scelto di pubblicare per la prima volta in Italia i fumetti completi dei ballon originali senza più le strofe in rima sotto le vignette, come aveva fatto nei primi numeri di Topolino e come facevano tutti gli altri editori. Rompendo così una scelta politica e pedagogica che risaliva alla fine dell’Ottocento/primi del Novecento, quando venne deciso che le didascalie in rima erano più consone ai piccoli lettori di fumetti rispetto ai plebei e diseducativi ballon.

Sebastiano Bonfiglio Organizzatore e propagandista socialista vittima della mafia

Sebastiano Bonfiglio nacque il 23 settembre del 1879 a San Marco Valderice. Per le necessità della famiglia e secondo le abitudini del tempo, ancora ragazzo venne avviato a lavorare in una bottega di artigiano. Presto cominciò a guardare con crescente interesse al socialismo e alle organizzazioni che lo rappresentavano. Erano gli anni in cui anche nel trapanese  si costituivano i Fasci dei lavoratori di campagna e di città con un programma che superava  il vecchio mutualismo, ponendo a contadini, operai e intellettuali progressisti obiettivi molto più avanzati, tra cui la lotta di classe per la costruzione di una società libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Le letture, l’osservazione della realtà economica e politica del trapanese, la frequentazione dei lavoratori lo aiutarono a maturare, ponendo le condizioni perché egli divenisse punto di riferimento per quanti aspiravano a una società profondamente rinnovata.
Pur essendo ancora molto giovane, si trovò in primo piano a livello provinciale, e lavorò indefessamente alla riorganizzazione del movimento dei lavoratori, ancora sconvolto dalla repressione. Nel 1901 guidò i lavoratori che scioperavano per ottenere il miglioramento dei patti agrari, ancora gravemente spoliatori, costringendo i grandi proprietari terrieri ad accettare le condizioni loro imposte dalle organizzazioni  di categoria.
Il successo dell’azione sindacale accrebbe notevolmente la sua autorità nel trapanese, ponendolo tra i maggiori dirigenti assieme a Giacomo Montalto, Mariano Costa, Sebastiano Cammareri Scurti, Pietro Grammatico. Nel 1902 venne eletto segretario della federazione provinciale socialista, ma due anni dopo si trasferì a Milano, dove trovò lavoro in una fabbrica di mobili. Fu una esperienza estremamente fruttuosa: nel capoluogo lombardo potè infatti  conoscere e praticare alcuni dei massimi dirigenti del socialismo, tra i quali Filippo Turati e Costantino Lazzari, ma anche conoscere una realtà assolutamente diversa dalla isolana, che lo fece riflettere sulla struttura del partito e sulla opportunità di un suo rinnovamento per meglio rispondere alle  esigenze del tempo.

A Milano rimase per due anni. Successivamente, accogliendo l’invito di suoi parenti che da qualche tempo vivevano negli USA, decise di  emigrare in quel lontano paese, dove al lavoro quotidiano aggiunse l’impegno politico, organizzando la sezione socialista e una cooperativa di consumo che giovò molto alle famiglie degli emigranti abbattendo i costi dei generi più largamente consumati. Assunse anche la direzione de “ la Voce dei socialisti”, che veicolava  idee, critiche, proposte in relazione alla vita, non certo facile, dei tanti emigranti che nelle Americhe avevano trovato lavoro e libertà, ma in una società  fortemente  gravata dalle regole del capitalismo dovevano  difendersi dallo sfruttamento. Nel 1913 Bonfiglio rientrò  nella sua terra. A livello nazionale il momento era complesso: venendo dopo Crispi e Pelloux, sostenitori dell’autoritarismo e strumenti del recupero conservatore, Giolitti  aveva  favorito il ristabilimento di condizioni di relativa libertà, aveva  concesso il suffragio universale maschile, ma aveva promosso l’occupazione della Libia; il PSI si era rotto con l’espulsione dei “bissolatiani”, favorevoli a una più vasta collaborazione con radicali, repubblicani, liberaldemocratici. Bonfiglio  condannò la posizione degli espulsi, che in Sicilia  finivano addirittura per “andare oltre”, e con Nicola Barbato partecipò alla difesa della organizzazione socialista.  Successivamente capeggiò uno sciopero di contadini che nell’isola ebbe un discreto successo, ma venne arrestato e condannato  a cinque mesi di carcere. Tornato in libertà, si trovò di fronte alle nubi di guerra che gravavano sull’Europa e al forte contrasto tra neutralisti e interventisti che coinvolgeva anche diversi socialisti.

Egli si schierò subito contro la guerra in  generale e contro l’intervento dell’Italia in particolare. Richiamato alle armi, venne assegnato ai reparti della Sanità e inviato per le sue posizioni politiche in Libia, a Cirene, dove meritò la simpatia  della popolazione aprendo una scuola per i ragazzi. Con la fine della guerra  rientrò nel trapanese, dove riprese l’attività politica e sindacale ponendosi  nuovamente  alla testa delle organizzazioni che facevano capo al PSI e riorganizzando  Camere del lavoro, Leghe  contadine e Cooperative.

Nello scontro  tra comunisti, massimalisti e riformisti che prese ad agitare il movimento dei lavoratori, egli si collocò tra i massimalisti che facevano capo a Serrati, e nel  gennaio del ’21  non approvò la rottura operata dai comunisti su sollecitazione di Mosca. I congressisti  lo elessero allora membro della Direzione nazionale del PSI in rappresentanza dei socialisti siciliani.
Nel 1920 fu alla testa dei lavoratori  nelle due grandi battaglie che caratterizzarono allora la lotta socialista: quella per l’occupazione delle terre incolte, che nel trapanese ebbe momenti particolarmente forti nell’agro ericino, e quella per la conquista  di molti comuni, risultate  largamente vittoriose.  Il 3 ottobre 1920  anche Monte San Giuliano passò ai socialisti e Bonfiglio venne eletto sindaco in una amministrazione che avviò una serie di opere di grande interesse sociale,  tra cui strade e scuole. Si trattava di fatti che non potevano essere accettati dai grossi proprietari terrieri, da gran tempo adusi allo strapotere economico e politico. Essi provvidero perciò a colpire  il dirigente, considerato responsabile di quello che appariva un  rivolgimento del vecchio ordine, e  disposero perché la mafia al loro servizio lo colpisse  senza pietà.

Nella tarda serata del  10 giugno 1922, mentre  Sebastiano Bonfiglio rientrava a casa dopo avere partecipato a una riunione della Giunta municipale, dei sicari appostati dietro un muretto lo colpirono a morte. Una nuova vittima  si aggiungeva così ai tanti organizzatori e propagandisti che la mafia e gli “squadristi” nazional-fascisti avevano colpito a Salemi, Castelvetrano, Paceco, ecc. e  in diverse altre aree isolane.

Giuseppe Miccichè

L’acqua e il fuoco. In scena il rapporto tra D’Annunzio e la Duse

d'annunzio duse

Pochi sanno che Gabriele D’Annunzio, nel 1882 (ad appena un anno dalla “licenza d’onore” conseguita al Reale Collegio “Cicognini” di Prato), a 19 anni, tra le varie recensioni avute della sua terza raccolta di poesie, “Canto novo”, ne ebbe una, molto favorevole, d’un giovane Filippo Turati (di soli 6 anni più grande): che sulla rivista diretta dal socialista e federalista cremonese Arcangelo Ghisleri, “La Nuova Farfalla”, notava la precoce maturità del giovanissimo poeta abruzzese. E col socialismo, il “supernazionalista” D’Annunzio ebbe sempre, in effetti, un rapporto odio-amore: sino a lasciare nel 1898, in polemica con l’involuzione autoritaria del sistema politico assecondata da Umberto I, i banchi parlamentari della destra (dov’era stato eletto l’anno prima), per andare a sedersi temporaneamente a sinistra, in cerca ( così s’espresse) di libertà e di vita.

dannunzio rivieraDomenica 1 ottobre, al Vittoriale di Gardone Riviera, alle 11 e alle 15,30 Carlo Bertinelli e Alessandra Brocadello, “colonne” della compagnia teatrale “teatrOrtaet”, in collaborazione con la fondazione Vittoriale degli Italiani, metteranno in scena “L’ Acqua e Il Fuoco”: non uno spettacolo classico, ma una “visita animata” (con testi tratti dall’ omonimo spettacolo teatrale di “Teatrortaet”) al Parco del Vittoriale, tra i Giardini della Prioria e La Valletta, sino al monumentale anfiteatro. Secondo una formula ( che “teatrOrtaet” applica con successo da anni, organizzando spettacoli sponsorizzati soprattutto dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali o dagli enti locali) che coniuga adeguatamente teatro e riflessione storica: i due attori interpretano ogni volta una pièce che, in contesti museali e monumentali di grande significato, alla presenza del pubblico ripercorre un preciso momento della storia.
Ne “L’ Acqua e il Fuoco”, un D’Annunzio ormai “star ” della letteratura ( e della politica) europea, interpreato da Carlo Bertinelli, rivive anche quei momenti giovanili.Ma ripercorre. soprattutto, il tormentato, focoso (in piu’ sensi,,,!) rapporto, su base passionale e artistica, con la “Divina” Eleonora Duse, durato soprattutto dal 1898 al 1901. Ma la prima e l’ultima scena della visita mostrano un “Vate” ormai stanco, perso nei fantasmi di quello che era stato, nonostante tutto, un grande amore (molto diverso da quello, altrettanto celebre, tra Pirandello e Marta Abba), un “Fuoco” (dal titolo del libro del 1900 in cui D’Annunzio narrava, in modo irriverente, il suo amore per la Duse, che peraltro difese artisticamente il testo); e una “Divina” ormai avanti negli anni, costretta dal disastro finanziario a calcare un palcoscenico divenutole ormai penoso. Siamo nel primo dopoguerra, infatti, con un conflitto che per gli europei ha fatto veramente, in piu’ sensi, da tragico spartiacque: la Duse (di 5 anni piu’ grande di D’Annunzio) morirà, negli USA, nel 1924, con forte dolore del poeta (rimasto legato a lei anche dopo la fine del rapporto vero e proprio).
“Interpretare d’Annunzio – spiega Carlo Bertinelli – mi ha causato una crisi profonda, perché ha voluto dire anzitutto smantellare tutti gli stereotipi che la sua figura si porta dietro. Metterlo in scena è stata un’operazione pesante: che, però, più andava a scavare più trovava l’uomo, contraddittorio quanto si vuole, ma anche autentico nelle sue contraddizioni”. «Il tratto saliente della Duse che metto in scena – dice Alessandra Brocadello, fortemente immedesimatasi nei panni dell’attrice – è l’appassionata ricerca d’ una sua originalità artistica. Eleonora cerca testi nuovi, autori contemporanei, si mette in gioco, vuole scrollarsi di dosso i personaggi dell’Ottocento, finora suoi cavalli di battaglia: si propone di trovare una strada nuova che vada verso la modernità. Non a caso verrà presa a simbolo da tutte le attrici che varcano questa cesura tra passato e presente, che cercano il superamento dei vecchi schemi: dove l’attore s’ imbellettava, più che interpretare”.
La prenotazione è obbligatoria: informazioni: http://www.teatrortaet.it/;  www.visiteanimate.it; prenotazioni@teatrortaet.it

Fabrizio Federici

125 ANNI DI BUONA STORIA

riccardo-nencini 125 anni“Oggi celebriamo 125 anni di buona storia che ha reso l’Italia più libera e più civile e non c’è una grande riforma di cui oggi godiamo i diritti che non sia passata dalle piazze o dal Parlamento con conquiste o leggi che i socialisti hanno firmato, sottoscritto e difeso fino alla fine” lo ha detto Riccardo Nencini, segretario dei Socialisti Italiani parlando con i giornalisti a Bari questo pomeriggio nella sessione di apertura del convegno “L’eresia dei liberi” dedicato ai 125 anni dalla fondazione del Partito Socialista dei Lavoratori Italiani, poi Psi, nato a Genova nel 1892 Filippo Turati, Anna Kuliscioff, Pietro Nenni, Sandro Pertini, Giacomo Matteotti, Giuseppe Saragat, Bettino Craxi e gli altri padri nobili del Socialismo italiano campeggiano al centro del manifesto della manifestazione che a Bari tra oggi e domani sta riunendo quanti si ispirano ancora a quella storia. In una sala all’interno della Fiera del Levante, vi sono fra gli altri Ugo Intini, Claudio Martelli, Claudio Signorile e, tra gli esponenti del socialismo pugliese, Alberto Tedesco già senatore, Gianvito Mastroleo, animatore della “Fondazione Di Vagno”, Franco Borgia, già parlamentare di Barletta che aprendo i lavori ha salutato “il compagno Rino Formica che tanto ha dato e continua a dare alla storia del socialismo italiano” e poi Daniela Mazzucca, prima e sinora unica donna sindaco di Bari nel 1992, quando il capoluogo pugliese fu, per una breve stagione, “la città più socialista d’Italia” sino ad ospitare nel 1991 l’ultimo congresso del Psi con Bettino Craxi poco prima del terremoto politico-giudiziario di ‘Tangentopoli’ e della fine della Prima Repubblica.

“Ma c’è una parte del futuro ancora più significativa che ci interessa – afferma Nencini – ed è riprendere questa storia su tre assi: un’Europa diversa che intanto, grazie agli eurobond, passi alla fase degli investimenti; una attenzione particolare al mondo dei migranti e dico che siamo favorevoli all ius soli a condizione che chi vive in Italia giuri sulla nostra Costituzione; poi serve defiscalizzare le assunzioni presso le imprese dei neoassunti”. In riferimento al destino del centrosinistra nell’ambito del dibattito sulla legge elettorale, Nencini ha affermato “bisogna presentarsi agli elettori con un progetto di centrosinistra e con una sinistra forte, coesa e la legge migliore è quella con un impianto maggioritario.” Il tema del leader e del ruolo di Matteo Renzi per Nencini è cruciale: “Renzi è il segretario del più grande partito della sinistra riformista italiana”. Pensando a Pisapia che però “domani non tiene a battesimo una sinistra alternativa. Una cosa è lui, un’altra è Articolo 1, un’altra ancora sono i vendoliani. Penso che si tratti di una giornata importante ma non decisiva. Oggi ha senso parlare di unità ma non certo dell’Unione di Prodi con 10-12 partiti diversi. Quando parlo di sinistra unita mi riferisco a una sinistra riformista unita ovvero il Pd, il Partito Socialista, una parte del mondo che si raccoglie attorno a Pisapia, sicuramente Emma Bonino, ovvero un mondo che ha fatto del riformismo la sua bussola di comportamento”.

Storia del Primo Maggio. Origine e sviluppo

1 maggioDa quando il congresso costitutivo della II Internazionale (Parigi, luglio 1889) scelse il 1° maggio come festa dei lavoratori, la letteratura storica si è arricchita anno dopo anno. Molto si è scritto in prosa e in versi su questa ricorrenza, che accompagna l’intera storia del movimento socialista e infonde un senso di dignità alla classe lavoratrice. La proposta di festeggiare la prima domenica di maggio fu avanzata dal socialista belga Edouard Anseele nel congresso internazionale di Londra (novembre 1888). Ma la nascita ufficiale del 1° maggio fu stabilita dalla II Internazionale, che propose il carattere “festivo” come eccezionale momento di aggregazione dei lavoratori intorno a precise finalità di miglioramento delle loro condizioni materiali.
Dal 1890 il 1° maggio divenne così un rituale periodico, che unì la rivendicazione di specifici obiettivi politici e sindacali (le otto ore, la legislazione sociale, il suffragio universale) e significati simbolici di carattere generale in nome del riscatto degli oppressi nel segno del lavoro. In un numero unico intitolato “La festa del lavoro”, diffuso il 1° maggio 1890, si indicarono come obiettivi primari la legislazione del lavoro, la riduzione della giornata lavorativa e la garanzia di un adeguato salario. In un numero unico del 1891, firmato “I socialisti operai”, si proclamò quella ricorrenza come la più importante “festa cosmopolita”.
Con il passare degli anni, in particolare dopo la costituzione del Psi (agosto 1892), il 1° maggio assunse una risonanza che andò al di là delle intenzioni dei suoi promotori. Esso si ricollegò sempre a obiettivi come le otto ore o più tardi il suffragio universale, ma divenne il luogo simbolico in cui si riunivano il bisogno di ritrovarsi e la speranza di emancipazione. La pubblicistica (libri, opuscoli, numeri unici) e il largo spazio dedicato dai periodici socialisti puntavano su questa speranza di riscatto, presente in tutto il Paese senza alcuna distinzione territoriale.
Forse per questo motivo la festa del lavoro cominciò a preoccupare le autorità governative, le quali il 1° maggio 1898 proibirono in varie città italiane quella ricorrenza con il pretesto che essa potesse tradursi in un’agitazione contro il carovita. Gli incidenti più gravi si ebbero a Milano, dove la repressione raggiunse il culmine con la morte di cento operai e più di cinquecento feriti. Contro le misure liberticide, rivolte ad impedire l’organizzazione sindacale, la mobilitazione dei socialisti fu particolarmente forte alla fine del XIX secolo per assumere un atteggiamento meno intransigente con il loro successo elettorale del giugno 1900. Dietro il grande successo del Psi, che triplicò la propria rappresentanza politica, si aprì in Italia una nuova fase politica, durante la quale il movimento socialista saprà imporre il 1° maggio come riferimento generale per tutto il Paese.
Così nella cosiddetta “età giolittiana” la ricorrenza, anche per la lucida azione di Filippo Turati, non assunse più le sembianze di una sterile protesta, ma divenne ferma consapevolezza di una scelta riformista diretta ad elevare la coscienza operaia e a trasformare gradualmente i gangli vitali dello Stato. Con la nuova forza organizzativa dei sindacati, il leader milanese contrappose al rivoluzionarismo verbale e inconcludente un metodo riformista, che – seppure espresso in un linguaggio aulico – doveva operare una lenta erosione della “roccia” su cui poggiava “il dominio borghese” attraverso la riappropriazione di quanto il capitalismo sottraeva ai lavoratori “in termini di libertà e di benessere” (F. Turati, “I tre otto”, “Critica Sociale”, 1° maggio 1904).
Questo diffuso senso di riscatto sociale riecheggiò nell’iconografia socialista, che ricorse alla simbologia floreale o solare per indicare il riscatto dei lavoratori. Accanto al sole e al filone ad esso riconducibile (luce, calore), simboli della società da costruire, comparve ben presto la fiaccola intesa come allegoria della conoscenza e della verità; ma anche il garofano come a significare il risveglio della natura e la speranza in un avvenire migliore. Nelle giornate del 1° maggio i temi centrali, prima della guerra di Libia, riguardarono la lotta per il suffragio universale e per la conquista delle otto ore per poi spostare i suoi obiettivi durante quell’evento ai temi dell’antimilitarismo. Già in quell’occasione si puntò a una difesa dei valori pacifisti, che sfociarono in un fermo neutralismo durante gli anni del Primo conflitto mondiale. Dal 1° maggio 1916, la cui festa non venne celebrata per il divieto delle autorità, a quello successivo fu un continuo susseguirsi di agitazioni e di manifestazioni contro la guerra. Lo scoppio della rivoluzione russa offrì il pretesto al governo di impedire la festa del 1° maggio 1918, su cui i socialisti si limitarono a pubblicare sull’“Avanti!” una raccolta di testimonianze. La celebrazione si normalizzò l’anno successivo con la diffusione di un manifesto della direzione del Psi, con il quale si reclamò la smobilitazione completa, l’amnistia generale e la piena libertà nell’uso dei diritti politici e sociali.
Con l’avvento e il consolidarsi del regime fascista, si assistette a un tentativo di stravolgere il carattere progressista della festa e di manipolare dall’alto l’intrinseco significato allo scopo di costringere i lavoratori ad una obbedienza passiva verso le autorità. Il 1° maggio 1923 fu celebrato nell’illegalità, ma la repressione governativa non impedì che in alcune città esso fosse ricordato con l’astensione del lavoro. Nell’anno che trascorse a quello del 1925 la situazione politica precipitò nell’illegalità, denunciata alla Camera da Giacomo Matteotti e da altri socialisti riformisti. Il regime mussoliniano innestò nella celebrazione del 1° maggio elementi estranei ed antagonistici rispetto a quelli tradizionali del movimento socialista. E negli anni successivi, nonostante il divieto di celebrare il 1° maggio, l’opposizione al regime continuò nella clandestinità, sfidando i rigori del tribunale speciale. Dai rapporti inviati al Ministero dell’Interno dal 1927 al 1939, nella serie del 1° maggio, si colgono forme isolate e ricorrenti di dissenso, che dimostrano la solerzia con cui il regime operava per impedire ogni celebrazione. La festa del lavoro fu trasferita nei Paesi liberi ed assunse un significato di lotta per il ripristino delle istituzioni liberali. La situazione mutò negli anni della Repubblica, durante i quali il 1° maggio dei lavoratori divenne una libera manifestazione e un momento di aggregazione della classe lavoratrice.

Nunzio Dell’Erba

Saragat. Palazzo Barberini settanta anni dopo

Prima puntata. SaragatE’ facile dire oggi che Saragat aveva ragione. Bisogna riuscire a dimostrare, ripercorrendo la storia degli anni immediatamente precedenti Palazzo Barberini, che Saragat aveva ragione allora. Richiamerò i fatti essenziali. In questo primo pezzo mi soffermerò sulle vicende precedenti il Congresso di Roma del gennaio 1947.

La scissione del Partito socialista, che allora si chiamava Psiup ed era il risultato dell’unificazione del Psi, rifondato a Roma da Romita, Lizzadri, Vernocchi nel 1943, cui si erano aggiunti i reduci dalla prigionia e dall’esilio Nenni, Saragat, Pertini e Buozzi, con il Movimento di unità popolare di Lelio Basso, che riteneva superate le vecchie distinzioni tra socialisti e comunisti, é infatti solo l’atto finale di uno scontro politico che inizia nell’immediato dopoguerra e che si inscrive pienamente nella storia delle diverse tendenze socialiste. Non a caso nel primo Consiglio nazionale del partito, che si svolse a poche settimane dalla Liberazione nell’estate del 1945, il tema prevalente fu proprio quello della fusione. Un conto era infatti l’accettazione del patto di unità d’azione con il Pci, sottoscritto il 28 settembre del 1943, dunque nel periodo successivo all’invasione tedesca, da Sandro Pertini, Pietro Nenni e anche da Giuseppe Saragat, altro conto era costruire un unico partito tra socialisti e comunisti. Il contenuto del Patto del 1943 era profondamente diverso da quello sottoscritto in Francia dai due partiti, che seguiva gli anni delle lacerazioni dovute alle teoria terzinternazionalista del socialfascismo. Quel patto “francese” era prevalentemente di carattere ideologico e manteneva ferme le distinzioni tra i due partiti. Quello sottoscritto in Italia aveva invece un taglio più impegnativo e postulava “l’unità politica della classe operaia”(1). Dunque un obiettivo, peraltro gia previsto nella revisione del patto francese del 1937, che ipotizzava un passo “verso un’unità organica dei due partiti” (2). Dal 1943 al 1945 socialisti e comunisti avevano però maturato convinzioni diverse rispetto al tema della monarchia, che Togliatti, con la svolta di Salerno, imposta da Stalin, accettava come il male minore, mentre Nenni continuava a porre con coerenza la pregiudiziale repubblicana. Tanto che i socialisti, contrariamente ai comunisti, decisero per questo di non partecipare al secondo governo Bonomi. Tale diversa scelta in qualche misura influenzò la stesura del nuovo testo del patto, redatto nel 1944, in cui non si menzionava più l’unità organica tra i due partiti. Eppure, nonostante i comunisti fossero appena stati piuttosto tiepidi ad appoggiare la candidatura di Nenni alla presidenza del Consiglio accettando subito di buon grado quella dell’azionista Ferruccio Parri, il tema della fusione occupò larga parte del primo Consiglio nazionale del Psiup. Già in quella circostanza venne alla luce la geografia politica interna al partito. In questa assise si misurarono infatti due mozioni. La prima, quella unitaria, anche se non immediatamente fusionista, era firmata da Pertini, Morandi e Basso. La seconda, di stampo più autonomista, era sottoscritta da Saragat, Silone e Bonfantini. Nenni, leader del partito, pur non avendo sottoscritto alcun documento, era apertamente schierato coi primi. Neanche loro sostenevano, per la verità, anche se quello più esposto per formazione politica in direzione del partito unico era Lelio Basso, la fusione come obiettivo immediato, ma la prevedevano come prospettiva politica. Questo anche se l’Avanti titolò la conclusione di quel consiglio con un titolo emblematico e cioè: “Verso la creazione del partito unico della classe lavoratrice” (3) e il giorno dopo con un altro titolo ad effetto: “Il partito unico realizza le speranze delle grandi masse popolari” (4). Nemmeno Saragat, Silone e Bonfantini mettevano in discussione il patto d’unità d’azione. Quello che per loro era inaccettabile, e che finiva per svilire le funzioni originali del partito, era la prospettiva del suo annullamento in una strategia di unità organica coi comunisti. Le due posizioni si confronteranno anche nell’arco del 1946 al congresso di Firenze. Nel marzo si era svolta un’ampia consultazione elettorale amministrativa coi socialisti ancora forti e prevalenti in aree urbane del Nord, coi comunisti già egemoni in Emilia e in Toscana. Contemporaneamente Nenni aveva agitato da par suo il tema della Costituente ottenendo, dopo diversi rinvii, la data del due giugno per la sua elezione congiunta al referendum popolare su monarchia-repubblica.

Al congresso, il primo nel dopoguerra, della famiglia socialista, che si svolse al teatro comunale di Firenze, tra l’11 e il 17 aprile del 1946, il partito si trovò unito, sotto la guida di Pietro Nenni, a rivendicare la paternità e l’attualità della Costituente, alla quale i socialisti, più dei comunisti, avevano lavorato con coerenza e senza ripiegamenti. Tuttavia sui caratteri fondamentali del partito, e in particolare sul rapporto col Pci, il Psiup si trovò diviso in tre. Diciamo subito che l’obiettivo della fusione era stato ufficialmente abbandonato anche dalla maggioranza che faceva capo a Basso e Morandi con la copertura di Nenni, e a questa prospettiva restavano legati ormai solo Lizzadri e Cacciatore che poi furono indotti a ritirare il loro documento e a convergere sulla mozione Morandi-Basso. Sandro Pertini si era spostato su posizioni mediane difendendo l’autonomia e l’indipendenza del partito e firmando una mozione assieme a Ignazio Silone. Su questa mozione ripiegarono anche i giovani raccolti attorno alla rivista Iniziativa socialista, che contestavano i governi ciellenisti e sognavano una rivoluzione libertaria e non leninista. Saranno il perno su cui Saragat agirà per far scattare la molla della scissione.

Su posizioni ancora più intransigentemente autonomiste stavano i socialisti raccolti nella mozione di Critica sociale, appunto Saragat, Faravelli, Modigliani, D’Aragona, Simonini. Il congresso segnò una svolta. Il confronto, anzi lo scontro, non era più sul tema dell’attualità o meno della fusione, ma sul modello di socialismo. Saragat, nel suo intervento, richiamò il fatto che “lo sviluppo di un socialismo autocratico e autoritario (era) uno dei problemi attuali” (5) e gli contrapponeva il suo socialismo democratico. Basso parlò di un profondo dissenso “tra lo spirito classista e lo spirito liberalsocialista” (6). Alla fine il congresso diede un esito clamoroso. Le mozioni di Pertini, Silone e di Critica sociale raggiunsero il 51 per cento, quella cosiddetta di Base, cioè di Basso e Morandi, solo il 49. La Direzione venne composta per metà da membri della mozione di Base e per metà da esponenti delle altre due. Nenni da segretario si trasferì alla presidenza e segretario del partito venne eletto Ivan Matteo Lombardo, un esponente relativamente conosciuto, e non Sandro Pertini, come ci si attendeva.

Il partito riprese vigore e alle elezioni per la Costituente del 2 giugno la lista socialista col 20,7% sopravanzò, inaspettatamente, quella comunista, che si fermò al 18,9. La Dc si affermò come partito di maggioranza relativa col 35,2 e De Gasperi ottenne la presidenza del Consiglio formando un governo comprendente socialisti e comunisti, mentre Saragat venne chiamato alla presidenza dell’Assemblea costituente, che dopo la vittoria repubblicana aveva il compito di varare la nuova costituzione. I comunisti rimasero stupiti e in parte scioccati dal risultato elettorale. Nessuno di loro, lo confermò Amendola in dichiarazioni successive, si attendeva un risultato che prevedesse i socialisti più forti di loro. L’aver combattuto, in modi più strenui e con truppe più consistenti, il fascismo e, di rimbalzo, il forte fascino dell’Urss e della sua eroica e vittoriosa resistenza al nazismo, si erano rivelati elementi non sufficienti per ribaltare i rapporti di forza nella sinistra italiana.

Si apriva, dopo il 2 giugno, una fase nuova, nella quale uno degli obiettivi diventò per Togliatti la conquista di un’egemonia a sinistra, ancora non riconosciuta dagli elettori. Iniziò verso i socialisti una duplice iniziativa, come riveleranno successivamente due dirigenti comunisti dell’epoca, Gianni Corbi e Fabrizio Onofri. Da un lato si intensificò una polemica politica verso la maggioranza autonomista del Psiup che a Firenze aveva vinto il congresso, dall’altro si mise in campo una vera e propria opera di infiltrazione di militanti comunisti nel Partito socialista. Onofri scrive: “La presenza del Pci all’interno del Psiup era derivata sia da coloro che si richiamavano alla linea Togliatti, che da coloro che si richiamavano alla linea Secchia” (7). Per questi ultimi era funzionale a convertire il partito all’ora x della rivoluzione, per i primi a combattere lo slittamento socialdemocratico del partito e il suo distacco politico dal Pci. Ovviamente questa infiltrazione di comunisti nelle fila del Psiup (che fu massiccia e interessò l’intero territorio nazionale e un certo Luciano Lama, iscritto al Psiup, venne scoperto mentre indicava di votare per il partito fratello nella sua Forlì (8)) aveva l’obiettivo immediato di capovolgere i rapporti di forza interni in previsione di un congresso da svolgere in tempi ravvicinati.

La nuova situazione del Psiup spinse poi i socialisti a chiedere una nuova formulazione del Patto d’unità d’azione in modo da veder riconosciuta l’autonomia dei due partiti. Il patto venne rinnovato a ottobre. Questo non valse a moderare l’offensiva politica dei comunisti in particolare nei confronti di Saragat e dei suoi seguaci. Togliatti usò parole durissime, già a settembre, in una intervista al Gazzettino di Venezia, ove volle precisare che “il patto non funziona per colpa dei riformisti che hanno la direzione del partito socialista” (9). In più occasioni su l’Unità i dirigenti comunisti usarono frasi sferzanti verso la nuova maggioranza socialista e Togliatti rivendicò il diritto “di intervenire nelle questioni interne del partito socialista” (10) e di combattere contro tale frazione “con tutti i mezzi polemici i quali ci sono accessibili e dei quali ci sappiamo servire” (11). A Saragat Togliatti dedicò poi un fondo de suo giornale intitolato “Tre colonne di piombo” (12), in cui il leader comunista arrivò a definire Saragat e il suo socialismo democratico, contrapposto al comunismo reale, un simbolo per accreditarsi come “tessera ad honorem del movimento dell’Uomo qualunque” (13). A poco valse la replica di Pertini sull’Avanti dall’emblematico titolo “E il terzo gode”. La spinta autonomista dei socialisti portò non a caso, il 13 ottobre, alla promozione di una grande manifestazione nazionale in occasione del monumento a Filippo Turati, eretto a Canzo. Il leader dei riformisti era improvvisamente tornato di moda al punto che Guido Mazzali ebbe a sottolineare che “Turati è il socialismo” (14).

Anche Nenni, sia pur da posizioni diverse, come già era avvenuto per la Costituente, sviluppava da ministro degli Esteri del governo De Gasperi una politica autonoma sui temi di Trieste, e dei confini con la Jugoslavia, al di fuori di condizionamenti ideologici. Un primo elemento negativo nel percorso relativamente autonomista del Psiup fu il risultato delle elezioni amministrative parziali di novembre. Nelle grandi città, da Roma, a Napoli, a Firenze, a Torino, i socialisti vennero superati dai comunisti che riuscirono a ribaltare a loro vantaggio i risultati ottenuti a giugno. Dove la lista socialista e comunista era unica, come a Roma, le cose andarono nel peggiore dei modi, coi comunisti che si aggiudicarono 16 consiglieri e i socialisti solo 5. La sinistra del Pspiup accusò gli autonomisti, questi ultimi, in particolare Saragat, spararono sugli altri che ancora “più imperterriti che mai” (15) si trovavano alla testa del partito. A giudizio del presidente dell’Assemblea costituente gli elettori non volevano “sottoprodotti, ma merce genuina. Se sono comunisti o di tendenza comunista non sanno che farsene di un massimal-fusionismo che ha liquidato il partito nel 1921-22 e che rischia di liquidarlo oggi” (17). Il seme della scissione era già stato lanciato.

Mauro Del Bue

Note

1) A. Benzoni, V. Tedesco, Documenti del socialismo italiano (1943-1966), Bologna 1968, p. 14. Anche in M. Del Bue, Il Partito socialista a Reggio Emilia. Problemi e avvenimenti dalla ricostruzione alla scissione, Venezia 1981, p. 86.
2) Ibidem.
3) Vedi Avanti, 1 agosto 1945.
4) Vedi Avanti, 2 agosto 1945.
5) Il discorso di Saragat, in Avanti, 16 aprile 1946.
6) Il discorso di Basso, ibidem.
7) A. Gambino, Storia del dopoguerra dalla Liberazione al potere Dc, Bari 1975, p. 277.
8) Traditori, in La Giustizia, 23 giugno 1946.
9) Tra comunisti e socialisti, in Avanti, 18 settembre 1946.
10) P. Togliatti, Un partito di governo e di massa, in Politica unitaria ed Emilia rossa, Torino 1946, p. 66.
11) Ibidem
12) Tre colonne di piombo, in L’Unità, 20 settembre 1946.
13) Ibidem.
14) Vedi M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 159.
15) Il Nuovo giornale d’Italia, 21 novembre 1946, anche in M. Del Bue, Il Partito socialista, cit, p. 160-161.

Auguri Anna Kuliscioff,
dottora dei poveri

Era il 9 gennaio 1855 quando nacque Anna Kuliscioff, da una ricca famiglia di mercanti ebrei a Moskaja. Si trasferì nel 1871 a Zurigo per studiare poiché in Russia non era consentito l’accesso all’università alle donne. Il suo animo rivoluzionario si vide fin dalla giovane età. Nel 1873, fu ordinato agli studenti russi di abbandonare l’università di Zurigo perché le giovani russe si recavano all’estero non per assecondare il demone degli studi, ma per abbandonarsi agli “impulsi del libero amore”, proprio in quell’occasione Anna in un gesto provocatorio strappò il libretto degli esami.

Tornata in Russia si avvicinò ad Andrea Costa, con il quale ebbe una relazione, si trasferirono a Parigi per collaborare all’Internazionale di Kropotkin. Si susseguirono anni difficili, anni di repressione durissima, che li vide entrambi al centro di processi e arresti. Quando il rapporto arrivò al capolinea per la gelosia di lui Anna rispondeva «Io alla fine vedo una cosa: agli uomini come sempre è permesso tutto, la donna deve essere di loro proprietà. La frase è vecchia, banale, ma ha le sue ragioni d’essere e l’avrà chissà per quanto tempo ancora». Un pensiero innovativo per il tempo. Con Andrea Costa ebbe una figlia con cui si trasferì prima a Napoli, poi a Torino e a Padova. Infine a Milano dove, dopo aver terminato gli studi di medicina, si dedicò alla cura delle persone più povere, guadagnandosi il soprannome di “dottora dei poveri”.

È proprio a Milano che raggiunse il culmine della formazione. Viene a contatto con personalità di spicco del panorama italiano. La passione e l’amore per l’impegno politico si resero sempre più chiari nell’intervento “Il Monopolio dell’uomo” del 1890 al Circolo filologico di Milano. Un intervento illuminante che analizza la questione femminile in modo chiaro e profondo. Una sferzata al maschilismo, alla mentalità chiusa e alla anormalità di secoli di dominio dell’uomo sulla donna.

“Se l’inferiorità della donna nasce dai privilegi maschili, superarla risulta certo assai difficile perché il predominio dell’uomo esce come consacrato da schemi sociali giuridici e politici che affondano le loro radici nella notte dei tempi e che da qui, sull’onda lunga della storia, giunge fino ai moderni a rinsaldare la catena della subordinazione femminile.”

La principale protagonista del femminismo italiano nel 1885 trasformò il salotto di casa nella redazione di “Critica sociale”, la rivista del socialismo riformista italiano, che Anna diresse insieme a Filippo Turati, a cui era legata sentimentalmente, fino al 1891. L’anno successivo la giovane Anna fu tra i fondatori del Partito dei Lavoratori Italiani, che nel 1895 assumerà il nome definitivo di Partito Socialista Italiano. Partito all’interno del quale Anna elaborò un testo di legge per la tutela del lavoro minorile e femminile che, presentata al Parlamento dal PSI, venne approvata nel 1902 come legge Carcano, n 242. Una vittoria, per l’epoca, nella tutela di donne e bambini. Veniva fissato a 12 anni il limite di età per l’ammissione al lavoro dei fanciulli, per alcuni lavori il limite diventò di 15 anni. Per quanto riguarda le donne la legge fissava un massimo di 12 ore di lavoro giornaliere, con una pausa di due ore, e vietava per le donne minorenni il lavoro notturno.

Fu introdotto per la prima volta il congedo di maternità, che consisteva alle donne in un riposo obbligatorio di quattro settimane dopo il parto. Alle neo mamme venne permesso per la prima volta l’allattamento, o in una “camera d’allattamento” dello stabilimento, che divenne obbligatoria in presenza di cinquanta operaie, o con l’uscita dal posto di lavoro nei modi e tempi definiti da un regolamento interno.

Proprio grazie a “Critica Sociale” e al Partito Socialista Italiano Anna Kuliscioff riuscì a portare avanti la sua più grande battaglia: il suffragio universale, della quale fu valido alleato Gaetano Salvemini.

Erano i primi anni del Novecento e il dibattito era se estendere il voto ai cittadini maschi analfabeti. Delle donne nessuna menzione. Anna Kuliscioff chiedeva il diritto di voto per le donne, non solo per le donne appartenenti a determinate categorie sociali perché: «Direte, nella propaganda, che agli analfabeti spettano i diritti politici perché sono anch’essi produttori. Forse le donne non sono operaie, contadine, impiegate, ogni giorno più numerose? Non equivale, almeno, al servizio militare, la funzione e il sacrificio materno, che dà i figli all’esercito e all’officina? Le imposte, i dazi di consumo forse son pagati dai soli maschi? Quali degli argomenti, che valgono pel suffragio maschile, non potrebbero invocarsi per il suffragio femminile?», queste le sue parole.

Nel 1912 arriva la sconfitta. Il governo Giolitti approva una legge che concede il voto a tutti gli uomini alfabeti che abbiano compiuto i ventuno anni di età, e a tutti i maschi analfabeti che abbiano raggiunto i trent’anni. Fu così che il 7 gennaio del 1912 fonda la rivista bimestrale “La Difesa delle Lavoratrici”, che dirigerà fino al 1914 insieme a Carlotta Clerici, Linda Malnati e Angelica Balabanoff.

Morì nel 1925 e Pietro Nenni la ricordò così: “I funerali erano stati un’apoteosi per lei e per il sopravvissuto suo compagno. Ma, ai fascisti, anche l’omaggio reso a una donna insigne per sapere, preclara per carattere, da tutti stimata per la bontà senza pari, era riuscito intollerabile. Sui gradini stessi del Monumentale, mentre a mò di saluto io gridavo “Viva il socialismo!”, fummo aggrediti. Attorno alla bara, attorno alle corone e ai nastri, ci fu una zuffa breve e feroce dalla quale parecchi uscimmo sanguinanti e pesti. Ed era triste pensare che ciò avvenne in un cimitero e davanti alla salma di una donna che, con tutta la sua anima, con tutta la sua intelligenza aveva auspicato pace, giustizia e fraternità”.

Il sogno di Anna Kuliscioff si avverò molti anni dopo, nel 1946, dopo vent’anni di fascismo e dopo la seconda guerra mondiale. Il sogno di una donna definita da Antonio Labriola come “l’unico uomo del socialismo italiano”.

E a tanti anni dalla sua morte le sue parole suonano ancora un monito attuale: “Mi auguro, per il trionfo della causa del mio sesso, solo un po’ più di solidarietà fra le donne. Allora forse si avvererà la profezia del più grande scrittore del nostro secolo – Victor Hugo – che presagì alla donna quello che Gladstone presagì all’operaio: che cioè il secolo XX sarà il secolo della donna”.

Valentina Bombardieri
Blog Fondazione Nenni