140mila senza CIG. A chi spetta la pensione di cittadinanza. Naspi, accesso alla domanda

140mila a rischio
STOP A CASSA INTEGRAZIONE
“Migliaia di lavoratrici e lavoratori a fine settembre si sono di fatto ritrovati disoccupati poiché sono scaduti gli ammortizzatori sociali”. È quanto ha recentemente dichiarato la segretaria confederale della Cgil Tania Scacchetti, per la quale servono “nuove norme che correggano provvedimenti ingiusti e sbagliati, come il dlgs 148/2015″. “Sosteniamo – ha affermato – la mobilitazione di Fim Cisl, Fiom Cgil, Uilm Uil” davanti al Mise “per chiedere risposte immediate al Governo e per evitare migliaia di licenziamenti”. Secondo alcune stime sono 140mila, nel solo settore metalmeccanico le persone colpite dallo stop degli ammortizzatori sociali ma la crisi riguarda anche altri comparti e aziende impegnati da mesi in difficili vertenze.
Da un’analisi degli ultimi dati Inps sulla Cassa integrazione, quelli di luglio, la Cgil rileva un quadro “allarmante”: è evidente, su base annuale, che vi è stato un calo complessivo medio della Cig del 32,4%, ma questo è accompagnato ad un aumento del 9,4% della cessata occupazione. In particolare, preoccupa il raddoppio della Naspi a seguito dell’aumento di 136.617 posizioni, ovvero un +98%, rispetto al mese di giugno. La crescita del ricorso all’indennità mensile di disoccupazione, dimostra che sono molte le aziende che si approssimano all’esaurimento della loro disponibilità di cassa. Cresce quindi il ricorso alla Disoccupazione che nei primi 7 mesi del 2018, rispetto al 2017, ha fatto segnare un +6,2%. Alla fine di dicembre termineranno anche le proroghe di cassa e mobilità in deroga per le aree di crisi complessa e preoccupano le persistenti difficoltà nel ricorso al Fis, ammortizzatore che ha sostituito la cassa integrazione in deroga.
“La prossima legge di Bilancio – ha aggiunto in conclusione Scacchetti – dovrà assolutamente dare risposte a questa emergenza e individuare interventi strutturali capaci di garantire gli ammortizzatori fino alla ripresa delle attività aziendali o fino a nuove opportunità di occupazione”.

Welfare
PENSIONE DI CITTADINANZA, A CHI SPETTA
Dovrebbe esserci anche la pensione di cittadinanza nella prima manovra targata M5S-Lega. L’assegno minimo di 780 euro mensili, infatti, sarebbe una delle misure previdenziali allo studio del governo giallo-verde.
“Avere una pensione per sopravvivere un intero mese è un principio di civiltà”, ha più volte ribadito il vicepremier Di Maio, promettendo che dal 1 gennaio 2019 scatterà l’aumento. Ma in cosa consiste e a chi spetterebbe? Cavallo di battaglia dei pentastellati, la pensione di cittadinanza sarebbe riservata ai pensionati indigenti, in maggioranza donne, che attualmente percepiscono un assegno inferiore a 780 euro mensili, valore che l’Istat considera come soglia di povertà.
Al primo gennaio 2018 – secondo i dati riportati dall’Inps, nel suo osservatorio sulle pensioni del marzo scorso – il 62,2% dei pensionati in Italia percepisce un importo inferiore a 750 euro. “Questa percentuale però – sottolinea l’Inps – costituisce solo una misura indicativa della povertà, per il fatto che molti pensionati sono titolari di più prestazioni pensionistiche o comunque di altri redditi”.
La pensione di cittadinanza, infatti, non sarebbe riconosciuta a tutti coloro che percepiscono un trattamento pensionistico inferiore all’importo minimo prestabilito, ma soltanto a chi ha un reddito familiare e un patrimonio insufficiente per vivere una vita dignitosa e di conseguenza si trova in una condizione di povertà.
Dunque, per accedere al nuovo strumento pensionistico, come per usufruire di altre prestazioni previdenziali, non verrebbe preso in considerazione solamente il reddito del titolare ma si potrebbe tener conto anche di altri fattori come il numero di familiari a carico ed il reddito del coniuge. D’altronde “delle 11.117.947 pensioni con importo inferiore a 750 euro” erogate in Italia al primo gennaio 2018, evidenzia ancora l’Inps, “solo il 44,3% (4.930.423) beneficia di prestazioni legate a requisiti reddituali bassi, come integrazione al minimo, maggiorazioni sociali, pensioni e assegni sociali e pensioni di invalidità civile”. Ciò vuol dire, in pratica, che i destinatari della nuova misura previdenziale dovrebbero aggirarsi intorno ai 4 milioni e mezzo di persone.

Inps
NASPI: ACCESSO SEMPLIFICATO ALLA DOMANDA
La Nuova Assicurazione Sociale per l’Impiego (Naspi) è una indennità mensile di disoccupazione, istituita dall’art. 1 del decreto legislativo 4 marzo 2015, n. 22, che sostituisce le precedenti prestazioni di disoccupazione Aspi e MiniAspi in relazione agli eventi di disoccupazione involontaria che si sono verificati a decorrere dal 1° maggio 2015. La Naspi è erogata su domanda dell’interessato dall’Inps.
La Naspi spetta ai lavoratori con rapporto di lavoro subordinato che hanno perduto involontariamente l’occupazione.
Importante, chi intende avviare un’attività lavorativa autonoma o d’impresa individuale o vuole sottoscrivere una quota di capitale sociale di una cooperativa, nella quale il rapporto mutualistico ha a oggetto la prestazione di attività lavorativa da parte del socio, può richiedere la liquidazione anticipata e in un’unica soluzione della Naspi.
Dal 23 febbraio 2018 è in sperimentazione su un campione di soggetti il servizio di accesso semplificato alla domanda di Naspi precompilata destinato a lavoratori dipendenti che hanno perduto involontariamente il lavoro e che potrebbero avere diritto alla indennità Naspi, se in possesso dei requisiti legislativamente previsti. Alla domanda l’interessato dovrà aggiungere solo gli altri eventuali elementi in suo possesso.
Per fruire del servizio l’assicurato dovrà accedere, tramite il proprio Pin, all’Area MyInps – I tuoi avvisi – dove troverà un avviso e il link alla domanda precompilata. Qualora in possesso di Pin ordinario, al termine della compilazione della domanda si raccomanda di convertire il Pin in Pin dispositivo.
Gradualmente il servizio verrà esteso alla generalità degli assicurati, con contratto di lavoro dipendente, cessati involontariamente.

Inps
COLF: ENTRO IL 10 OTTOBRE IL VERSAMENTO ALL’INPS
È scattato il conto alla rovescia per il versamento dei contributi Inps relativi a colf e badanti. Entro mercoledì 10 ottobre prossimo tutte le famiglie che si avvalgono della collaborazione di personale domestico dovranno saldare la rata relativa al terzo trimestre (luglio – settembre 2018).
Con la circolare numero 15 del 29 gennaio 2018 l’Inps ha reso noto i nuovi importi relativi ai contributi previdenziali da corrispondere per i lavoratori domestici (cosiddetti colf e badanti). Gli importi dei contributi dovuti sono validi dal 1° gennaio 2018 al 31 dicembre 2018. Inoltre sempre relativamente al lavoro domestico, lo scorso 17 gennaio è stato sottoscritto, fra le rappresentanze sindacali, l’accordo relativo alle retribuzioni minime di colf e badanti.
Oltre alle retribuzioni minime con l’accordo di rinnovo del Ccnl lavoro domestico sono stati aggiornati anche i valori convenzionali di vitto e alloggio da erogare con decorrenza 1° gennaio 2018. I contributi previdenziali utili ai fini pensionistici e previdenziali dei collaboratori domestici, presentano anche una novità sui versamenti da effettuare per l’anno in corso. Per i datori di lavoro, in particolare, vige un obbligo di pagamento dei contributi previdenziali su base trimestrale e in base alle ore effettivamente lavorate. Il versamento può avvenire con diverse modalità come:
Utilizzo di bollettini Mav da inviare all’Inps per l’attestazione del corretto pagamento dei contributi ai lavoratori domestici.
Servizio online sul portale dei pagamenti dell’Inps. In questo caso la sezione da utilizzare è pagamento immediato pagoPa.
Presso i punti aderenti al circuito Reti amiche, comunicando il codice fiscale e la tipologia di contributi da corrispondere.
Sul sito dell’Inps, è allocato un comodo software per la simulazione del calcolo della contribuzione da corrispondere per il personale domestico. In tutti i casi comunque è l’Inps che invia a domicilio i modelli di pagamento ai datori di lavoro domestico in base alle modalità da loro indicate.
Per il 2018 l’Istat ha rilevato una variazione dei prezzi al consumo pari all’1,1% per le famiglie degli operai e degli impiegati per il 2017. Di conseguenza l’Inps ha rideterminato l’importo delle retribuzioni convenzionali sulle quali calcolare i contributi per previdenza e pensioni di colf e badanti assunti con regolare contratto. Per i rapporti di lavoro a termine invece continua ad applicarsi il contributo addizionale, a carico del datore di lavoro, pari all’1,4% (L. 92/2012).
Di seguito si riporta la tabella dei contributi relativi all’anno di riferimento 2018:

Rapporti di lavoro di durata fino a 24 ore settimanali – retribuzione oraria effettiva – contributo orario (tra parentesi la quota a carico del lavoratore) con Cuaf (*) senza Cuaf

Retribuzione oraria     Contributo orario con Cuaf     Contributo orario senza Cuaf*

fino a 7,97 euro                 1,51 (0,35)                                       1,51 (0,35)

da 7,97 fino a 9,70 euro    1,70 (0,40)                                    1,71 (0,41)

oltre 9,70 euro                   2,07 (0,49)                                      2,08 (0,49)

più di 24 ore settimanali   1,10 (0,26)                                      1,10 (0,26)

Come detto sopra a queste quote va aggiunta l’eventuale addizionale dell’1,4% per i contratti a tempo determinato (tranne per le sostituzioni di lavoratori assenti).
(*) Il contributo Cassa Unica Assegni Familiari (Cuaf) è sempre dovuto, esclusi i casi di rapporto di lavoro tra coniugi e tra parenti o affini entro il terzo grado conviventi. (parenti: figli, fratelli o sorelle e nipoti; affini: genero, nuora e cognati). Fra parentesi è invece indicata la quota parte a carico del lavoratore. Se la colf però lavora più di 24 ore settimanali presso la stessa famiglia l’onere previdenziale complessivamente dovuto è di 1,10 euro (0,26) (o di 1,10 (0,26) senza Cuaf) a prescindere dalla retribuzione oraria effettivamente percepita.
Da ricordare, infine, che il prossimo termine di pagamento da osservare quello relativo al quarto e ultimo trimestre dell’anno (ottobre – dicembre) sarà per il 10 gennaio prossimo.

Carlo Pareto

Sindacati e Confindustria contro il Governo

Palazzo ChigiPer la prima volta nella storia della Repubblica italiana, i Sindacati e la Confindustria sono uniti contro la politica del governo.

Marco Bentivogli, segretario generale della FIM-Cisl, in un’intervista a InBlu Radio, il network delle radio cattoliche della Cei, ha denunciato: “Il decreto dignità sta lasciando a casa tanti lavoratori. Questo in alcuni casi è già avvenuto e in altri è stato comunicato ai lavoratori che al termine dei 24 mesi o dei 12 senza causale non c’è la possibilità del rinnovo di contratto. Ci sono aziende che in un contratto tra i 12 e 24 mesi non hanno la possibilità di mettere la causale perchè hanno un lavoro stagionale particolarmente complicato. Questo è il bis con la grande operazione in cui ci si lavò la coscienza cancellando i voucher e moltissime imprese lasciarono a casa decine di migliaia di ragazzi e ragazzi che sono tornati a casa o sono finiti per fare un lavoro nero. Questa estate abbiamo visto cosa significa lavorare in nero in condizioni veramente vergognose. La grande precarietà che avanza si coniuga bene con la parte più ideologica che vuole o i contratti a tempo indeterminato o nulla. Coloro che puntano su questo aspetto tendono ad estendere quello che è un primato dell’Italia in Europa: il lavoro nero. Siamo un Paese campione di evasione fiscale e lavoro nero”.

Marco Bonometti, presidente di Assolombarda, ha così spiegato perché si sta costruendo un fronte di industriali pronti a scendere in campo se l’esecutivo non cambierà atteggiamento verso imprese ed industria: “Se l’impresa continua a essere un problema per il governo, c’è il rischio reale che si torni nel tunnel della crisi ed è giusto che i cittadini e le famiglie lo sappiano.

Gli imprenditori si stanno muovendo perché di fronte alle non scelte o alle scelte sbagliate di questo governo si rischia pericolosamente di tornare nel tunnel della crisi. Ne eravamo appena usciti, ma in questa confusione possiamo fare la fine della Grecia. Ed è giusto che i cittadini e le famiglie sappiano che la situazione in questo momento è grave”.

Il presidente della Confindustria Lombarda ha così lanciato un appello al governo: “Apriamo un dialogo prima che sia troppo tardi. Sembra che l’impresa sia il nemico da combattere, mentre invece è un bene comune da difendere, crea lavoro, occupazione ricchezza, se muore, muore il Paese”. Secondo Bonometti: “Alle promesse elettorali di cambiamento sono seguite mosse opposte. Invece di fare leggi nuove che creano incertezze e confusione si dovrebbero eliminare quelle che non funzionano, si dovrebbe semplificare, e invece ogni giorno ci sono nuovi slogan e pochi fatti”.

Marco Bonometti ha invitato a guardare alla realtà: “Alle famiglie italiane si deve far notare che cosa sta accadendo: stanno aumentando i tassi sui mutui, l’energia elettrica, il gas, la benzina, stanno aumentando i tassi per le imprese, e stanno aumentando i tassi del nostro debito pubblico. L’unica soluzione per ridurre il debito è ridurre gli sprechi e aumentare il pil, ma ciò non si fa continuando a fare promesse od osteggiando chi il pil lo alza, come le imprese che sono il motore del Paese”.

Per il numero uno di Assolombarda non c’è più tempo ed ha sottolineato: “Tra un po’, non subito, perché il conto di queste mosse non viene presentato subito, rischiamo di pagare un prezzo salato. Mosse come l’Ilva ad esempio: è certo un problema, ma se non lo risolviamo facciamo un danno perché chiuderla vuol dire acquistare l’acciaio dalla Germania, con prezzi in aumento, e meno competitività per le nostre imprese che non saranno più in grado di esportare. Così come non soddisfa l’atteggiamento sul fronte delle infrastrutture: quando un governo è contro il progresso e la modernità noi ci preoccupiamo molto ed è per questo che abbiamo deciso di parlare all’opinione pubblica. Certo sul fronte dell’immigrazione, l’esecutivo qualcosa ha fatto, ma un Paese non va avanti solo con queste azioni”.

Anche Bonometti non ha dubbi: “Il decreto dignità ha creato confusione e un’ulteriore mancanza di fiducia. In Lombardia gli investimenti si sono bloccati e nessuno assume gente. Insomma in un momento delicato come questo è urgente fare scelte giuste e di buon senso. Altrimenti, a rischiare è il sistema Italia. D’altronde perché degli investitori stranieri dovrebbero scommettere su un Paese con un debito come il nostro in mancanza di chiarezza e certezze? Non vorrei che diventassimo come la Grecia. Non si può considerare l’aumento dello spread secondario, l’aumento non è la causa, ma l’effetto di questo atteggiamento. E se alle imprese estere a cui abbiamo chiesto di investire da noi cambi le regole strada facendo, beh, difficile che restino o che programmino un futuro da noi. Ecco allora le direttrici su cui l’esecutivo targato Lega-M5S dovrebbe agire: partiamo dalla riduzione del cuneo fiscale a favore dei lavoratori. Se aumenta il loro potere d’acquisto aumentano i consumi e l’economia migliora. E puntiamo sul sud facendolo diventare un vero driver per la crescita. Altrimenti si rischia di aumentare ancora di più il divario tra nord e sud. Insomma l’auspicio è che si possa aprire un dialogo costruttivo nell’interesse del Paese non di un partito o di un altro partito. Dobbiamo muoverci come sistema paese. Siamo consapevoli che non si possa fare tutto subito, ma iniziare costruendo assieme a chi produce ricchezza e benessere per il Paese non mi sembra proprio un passo sbagliato”.

Confindustria e sindacati, dunque, hanno bocciato totalmente l’azione manifestata dall’attuale governo. A distanza di cinquanta anni dal sessantotto, quando studenti e operai scendevano nelle piazze contro la borghesia ed il capitalismo, molte cose sono cambiate. Oggi, per il bene del paese, per difendere sviluppo ed occupazione, imprenditori e operai, con qualche celestiale benedizione, sono pronti a scendere in piazza uniti contro l’attuale governo.

Roma, 03 settembre 2018

Salvatore Rondello

PARCO GIOCHI

Ilva-678x381Ancora in sospeso la questione Ilva, sulla quale si continua a ‘giocare’. Ieri l’idea del fondatore del Movimento Cinque Stelle aveva fatto discutere non poco, secondo Beppe Grillo “nessuno ha pensato di chiuderla” ma l’Ilva può essere riconvertita. Usando “circa 2,2 miliardi di euro che sono stati immessi in un fondo quando l’Europa si chiamava Ceca delle imprese del carbone e acciaio”. Essendo il più grande impianto siderurgico, per il fondatore del Movimento “potremmo fare come hanno fato nel bacino della Ruhr dove non hanno demolito, hanno bonificato”: Obiettivo, “rivalutare uno dei più bei golfi d’Europa”. Parole a cui ha subito replicato l’ex ministro del Mise, Carlo Calenda, che ha parlato del video di Grillo “da terrazza su mare stile grande Gatsby delirava su riconversione in parco giochi della prima acciaieria europea” e ironizza su twitter “la parte video ‘magari la riconvertiamo per farci un parco turistico’ e tutta l’altra roba onirica la consideriamo ottimisticamente come una ‘licenza poetica’ all’artista. Ci fermiamo al tweet. E speriamo che si eviti la chiusura”. A frenare Beppe Grillo è stato proprio l’attuale Capo del Mise e Capo politico del M5S, Luigi Di Maio che fa sapere che sull’Ilva “Grillo, come altri, in questo momento esprime opinioni personali”. Così a Radio Anch’Io su Radio Rai, il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi Di Maio risponde a una domanda sull’ipotesi ventilata dal fondatore del Movimento di chiudere la fabbrica Ilva di Taranto e trasformarla in un parco, sul modello di quanto fatto in Germania in alcuni impianti. Sull’Ilva, ha aggiunto, “non prendo tempo” ma “non prendo una decisione finché non ascolterò le parti. Al Mise abbiamo diverse centinaia di dossier da affrontare: tutto sarà gestito con responsabilità, senza proclami”.
Poi, commentando l’opinione dell’ex titolare del Mise, Carlo Calenda, secondo cui invitare ai tavoli di crisi i rappresentanti politici locali è un errore, Di Maio ha sottolineato: “Calenda non è più ministro, adesso il ministro dello Sviluppo Economico sono io e se Calenda permette vorrei cambiare un po’ di cose. Poi, alla fine, saranno i cittadini a giudicarmi”.
Matteo Salvini, impegnato a Brindisi nell’ambito del suo tour elettorale per le amministrative, sulla questione Ilva afferma che “i posti di lavoro sono sacri” e soprattutto “nessuno pensa di chiudere domani, non siamo qua per chiudere” e che bisogna “produrre con compatibilità ambientale”.
Ma non è questione più di consenso dei cittadini una soluzione si deve trovare. Sta alla finestra la società Am Investco di Arcelor Mittal che lo scorso anno offrì una cifra ritenuta congrua dal governo e dai commissari, ma che non riesce a trovare un’intesa con i rappresentanti dei lavoratori e che non sa cosa farsene di una delle più grandi acciaierie d’Europa. In mezzo a questa miriade di problemi ci sono 11 mila lavoratori che temono la fine della cassa integrazione per il 31 luglio. Non a caso i sindacati Cgil-Fiom, Cisl-Fim e Uil-Uilm hanno scritto una lettera al ministro dello Sviluppo economico e del Lavoro, Luigi Di Maio, per chiedere “un incontro urgente” sull’Ilva per “conoscere le azioni che il governo intende mettere in campo”. Nella lettera i sindacati ricordano la “fase delicata” in sui si trova la trattativa con la società Am Investco “che dal primo luglio potrebbe prendere possesso degli stabilimenti senza un’intesa sindacale”.
“In questa fase di stallo continua a verificarsi ciò che da tempo denunciamo: ogni giorno di ritardo nella vicenda Ilva è un pezzo di terreno perso che danneggia tutti. Oggi al Pla2 l’ennesimo paradosso dove, nonostante lamiere pronte per la lavorazione della Cimolai, i saldatori vengono lasciati a casa perché l’azienda – a dire dei responsabili – non ha soldi per rinnovare i patentini degli operatori. Siamo in attesa di un nuovo incontro e che il governo avvii nuovamente la discussione su Ilva, ma intanto le condizioni dello stabilimento peggiorano”, così il segretario Fim Cisl, Valerio D’Alò.
In tutto questo non poteva mancare lo scontro in campo politico con oggetto ‘Ilva’, dove mesi in cui abbiamo assistito ai litigi tra Emiliano e Renzi, adesso è la volta degli screzi tra il senatore Luigi Vitali e il sindaco tarantino Arnaldo Melucci.
E mentre il neo-ministro dell’ambiente Costa, vede una Taranto ambientalmente ben tenuta, le associazioni ambientaliste vedono nella chiusura dello stabilimento la sola soluzione. L’associazione Peacelink ha scritto ai ministri della Salute, Giulia Grillo, dell’Ambiente, Sergio Costa, e al governatore pugliese, Michele Emiliano, denunciando che “solo ora si delineano i contorni di un possibile disastro ambientale in una nuova area del territorio tarantino: parliamo dello smaltimento delle scorie contaminate dell’Ilva”.

Whirlpool fa “la differenza” al Sud. Tavolo al Mise

whirlpool-Mise-GuidiIl noto spot della multinazionale Whirlpool con il suo motto “sensing the difference”, sembra una beffa di questi giorni per quel che sta accadendo nel sud Italia e precisamente a Carinaro (Caserta), dove l’azienda ha annunciato 800 esuberi dopo l’acquisto di Indesit e le promesse di nuovi stanziamenti. Tanto che Irene Tinagli, Pd, ha depositato un’interrogazione parlamentare chiedendo all’azienda la restituzione dei 10 milioni di finanziamento avuti da Invitalia da Whirlpoo e al Governo di chiarire perché il finanziamento non sia stato rivisto o bloccato, come prevede il decreto sui contratti di sviluppo, una volta che l’acquisto di Indesit da parte della multinazionale americana è stato ufficializzato. Da molte parti, non solo dal Governo, si avverte la beffa di un’azienda che aveva promesso investimenti e che invece ora annuncia 1.350 esuberi da fare dopo il 2018, e la chiusura di due stabilimenti e un centro ricerca.

Oggi il Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi ha deciso così di avviare un confronto senza pregiudiziali sul piano industriale Whirlpool, tra azienda e sindacati, a cui ha partecipato Teresa Bellanova e 130 rappresentanti delle istituzioni locali, dell’azienda, dei sindacati, di Confindustria e di Federmanager. Tra questi, il Presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, il Presidente della Regione Marche Gian Mario Spacca, l’amministratore delegato di Whirlpool Davide Castiglioni ed esponenti della Fiom-Cgil, Fim-Cisl, Ugl-Metalmeccanici e Uilm-Uil. Oggi l’azienda ha presentato al tavolo delle trattative il piano da 500 milioni e un totale di 1.350 esuberi, da attuarsi dal 2018, confermando di essere disposta ad onorare l’impegno di non procedere a licenziamenti unilaterali sino alla fine del 2018, nel rispetto del Piano Italia Indesit 2013. Castiglioni, Ad di whirlpool Italia, ha dichiarato: “Riteniamo che il nostro piano industriale sia il migliore possibile per dare continuità sostenibile all’industria italiana. Oggi è un giorno importante perché alla presenza di tutte le parti interessate abbiamo dichiarato la nostra apertura al confronto su tutti i contenuti del piano, compresa la chiusura dello stabilimento di Carinaro”. Federica Guidi, ha espressamente fatto richiesta all’azienda di non rendere esecutivo il piano industriale. “Il piano per noi è solo un punto di partenza, lo considero quindi rivedibile e per questo chiedo all’azienda di non considerarlo esecutivo”, ha detto il ministro. La trattativa durerà 6 mesi e i prossimi incontri sono stati fissati per il 29 aprile e per il 5 e l’8 maggio.

Intanto i sindacati restano in allerta. “Come Uilm abbiamo accolto l’invito del Ministro ad intraprendere un confronto senza pregiudiziali in sede ministeriale – ha dichiarato Rocco Palombella, segretario generale della Uilm al termine dell’incontro al Mise – ma abbiamo ribadito che non siamo e non saremo disponibili per nessun motivo a fare accordi che prevedano chiusure e licenziamenti. Partiamo dal fatto che esiste già un accordo che assegna missioni produttive ad ogni fabbrica con l’obbligo a non licenziare, che è stato firmato poco più di un anno fa dallo stesso Governo e che Whirlpool ha ereditato acquistando Indesit”.

“Non siamo all’inizio della crisi e abbiamo già pagato un pesante prezzo in questo anni – aggiunge il sindacalista – ora è il momento di invertire il corso delle cose e difendere il cuore della nostra industria: solo così si rilancia davvero il Paese. Stavolta o si vince o si perde tutti insieme”.

Il segretario Uilm Campania, Giovanni Sgambati avverte: “Gli spiragli che si aprono nella vertenza stanno tutti nella volontà del Gruppo di fare una trattativa senza pregiudiziali. Per questo manterremo alta la tensione soprattutto a Carinaro, riconfermiamo le 12 ore di scioperi già proclamati e proseguiremo con altre iniziative di lotta”.

Liberato Ricciardi

Indesit, sbarcano gli americani

Indesit-AmericaniNon si arresta il declino italiano: la sofferente azienda marchigiana Indesit della dinastia industriale Merloni cede il marchio agli americani di Whirlpool che hanno acquisito la quota di maggioranza pari al 60,4% (rappresentanti il 66,8% dei diritti di voto) della storica azienda marchigiana a un prezzo di 758 milioni di euro, pari a 11 euro per azione. I dettagli dell’operazione, con cui l’azienda entro la fine dell’anno andrà a Whirlpool, sono i seguenti: Whirlpool acquisirà il 42,7% del capitale dal primo azionista Fineldo; un altro 13,2% sarà venduto da membri della famiglia Merloni e Claudia Merloni cederà il suo 4,4% di Indesit. Whirlpool rileverà quindi complessivamente il 60,4% offrendo 11 euro per azione (che rappresenta il 66,8% dei diritti di voto in Indesit). L’operazione dovrebbe poi chiudersi entro la fine dell’anno con l’ok delle authority coinvolte. Continua a leggere

FIAT: Per Melfi due anni di cassa integrazione, ma continua la produzione della “Punto”

Fiat-Melfi-chiusura

Cassa integrazione a rotazione e attività produttiva su una linea. La Fiat ha chiesto la cassa integrazione straordinaria per ristrutturazione aziendale per lo stabilimento di Melfi dall’11 febbraio di quest’anno al 31 dicembre 2014. A darne notizia ai sindacati è stata l’azienda. La misura è necessaria per realizzare gli investimenti previsti per lo stabilimento, che l’a.d. Sergio Marchionne ha quantificato a oltre un miliardo di euro quando, lo scorso dicembre, ha presentato il piano industriale per il sito lucano. La cassa integrazione sarà a rotazione e i periodi di cassa saranno ugualmente distribuiti su tutti i dipendenti a seconda dell’attività produttiva della linea in funzione. A Melfi lavorano 5.500 addetti. Anche dopo l’avvio della cassa integrazione, però, la produzione della Punto nello stabilimento di Melfi continuerà. Nello stabilimento lucano del gruppo torinese vi sono due linee di produzione. Gli interventi programmati dall’azienda interesseranno a turno solo una delle due linee: sull’altra lavoreranno a rotazione gli operai, per continuare a produrre la Punto e soddisfare così le richieste del mercato. In tal modo al periodo quasi biennale di cassa integrazione straordinaria saranno interessati a turno tutti i lavoratori. Continua a leggere