RISCHIO RECESSIONE

fondomonetario

Nuove tirate di orecchie al governo. È il fondo monetario che manifesta le proprie perplessità sugli effetti della quota 100 e sull’impatto sulla crescita dell’Italia che produrrebbero le misure di stimolo previste dal governo. Secondo il FMI infatti l’effetto della manovra “sarebbe incerto nei prossimi due anni e probabilmente negativo nel medio periodo, se gli spread continuassero a restare a livelli elevati”.

Il Fmi spiega che l’atteso impatto di stimolo “rischia di essere controbilanciato dal continuo rialzo degli spread”, con un effetto “ambiguo” nel breve e “probabilmente negativo” nel medio periodo. Insomma gli effetti propagandistici della manovra messa a punto dal governo sarebbero nel breve periodo smascherati dai fatti. I cambiamenti delle pensioni previsti dal governo, ovvero la quota 100, “aumenterebbero ulteriormente la spesa pensionistica, imporrebbero pesi ancora maggiori sulle generazioni più giovani, lascerebbero meno spazio per politiche per la crescita e porterebbero a minori tassi di occupazione tra i lavoratori più anziani”, dice il Fmi. “E’ improbabile che l’ondata di pensionamenti creerebbe altrettanti posti di lavoro per i giovani”. Per il Fmi “è urgente razionalizzare i vari eccessi nel sistema”.

I conteggi sulla quota 100 hanno già dato un risultato allarmante per i futuri pensionati che, in virtù di un accorciamento di pochi anni della loro vita lavorativa, vedrebbero un taglio consistente, fino al 30%, dei loro assegni. Inoltre lo Stato non ne trarrebbe benefici. Anzi. Una operazione così fatta, come ha sottolineato il Fondo, aggraverebbe la stato dei conti pubblici. Un vero capolavoro.

ll Fondo Monetario Internazionale, mette in guardia l’Italia anche dal rischio di recessione che potrebbe derivare da livelli di debito troppo alti. Nel documento, il Fmi stima che il debito pubblico italiano “resterà intorno al 130% nei prossimi 3 anni” e avverte che qualsiasi shock anche modesto “aumenterebbe il debito aumentando il rischio che l’Italia sia costretta ad un consolidamento di bilancio maggiore quando l’economia si indebolisce. Questo potrebbe trasformare un rallentamento in una recessione”.

A criticare, anzi a bocciare i conti del Governo ci pensa il presidente dell’Inps Tito Boeri. “Oggi si parla di uno a uno, anzi qualcuno parla di tre assunti ogni pensionato, mi sembrano delle stime senza alcuna base empirica per quanto noi possiamo vedere dai dati a disposizione”, ha affermato Boeri. Poi cita uno studio di qualche anno fa che smentirebbe le tesi di un ricambio generazionale immediato: “Avevamo fatto degli studi nel 2011 in occasione della riforma di allora, Fornero, e avevamo trovato, nel contesto di allora, che era di recessione, che nelle imprese con lavoratori bloccati c’era stata una diminuzione delle assunzioni di giovani. Nell’impatto iniziale avevamo che per ogni tre persone bloccate c’era un giovane assunto in meno. Erano condizioni del tutto particolari, ora il contesto è diverso visto che l’occupazione è cresciuta negli ultimi anni”.

A questo punto Boeri mette nel mirino anche le stime sulle pensioni del futuro che a suo dire sarebbero state già compromesse con il rialzo dello spread: “I soli annunci hanno già comportato una perdita di reddito per i pensionati. In primo luogo – ha spiegato Boeri – per quello che sta avvenendo alle pensioni integrative abbiamo già visto che ci sono stati dei rendimenti negativi perché molti fondi pensione hanno investito in titoli di Stato che hanno perso in valore il 10% e anche oltre e questo si riflette sulle pensioni integrative che queste persone avranno se dovessero decidere di andare in pensione a 38 anni di contributi e 62 anni, avrebbero questa penalità dovuta al fatto che lo spread ha fatto diminuire il valore dei loro accantonamenti sulla previdenza integrativa”. Poi attacca: “Il conto del Governo sulla spesa per le uscite con 62 anni e 38 anni di contributi che è simile per il 2019 e il 2020 (6,7 miliardi il primo anno e sette il secondo) “non esiste”, aggiunge Boeri spiegando che la spesa del primo anno, considerate anche le finestre che ritardano le uscite, sarà nettamente inferiore a quello dell’anno successivo che deve tenere conto naturalmente delle persone uscite nel 2019 e di quelle che escono nel 2020.

Sul fronte della flat tax, cavallo di battaglia di Salvini, Enico Proietti, Segretario Confederale Uil esprime i forti dubbi del sindacato. “La flat tax, da un lato, fa venir meno il fondamentale principio della progressività, lasciando in pratica l’Irpef come sola imposta progressiva per i redditi da lavoro dipendete e da pensione; dall’altro lato, l’estensione del regime forfettario può determinare un implicito incentivo all’evasione. Essendo enorme il gap tra imposta ordinaria e quella agevolata si potrebbero generare fenomeni di occultamento dei ricavi o di tardiva trasmissione per non incorrere nel rischio di sforare i limiti previsti. Per la UIL – continua Proietti – l’impegno del Governo deve essere quello di perseguire ogni forma di evasione ed al contempo di procedere ad una concreta riduzione della pressione fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati, che contribuiscono per oltre il 94% al gettito Irpef e sono i cittadini a più alta fedeltà fiscale, pagando le tasse ancora prima di ricevere lo stipendio e la pensione”.

Pensioni, svanite le promesse per il Sud

Pensioni-InpsApparse, scomparse, riapparse, dissolte. Svanita esenzione delle tasse per i pensionati al Sud. Neppure un accenno al sogno fatto balenare agli italiani: le pensioni esentasse nel Mezzogiorno.

Del progetto non c’è traccia nel disegno di legge di Bilancio 2019 del governo penta-leghista all’esame del Parlamento. Eppure c’è di tutto: reddito e pensione di cittadinanza, modifica della legge Fornero per anticipare il pensionamento dei lavoratori, flat tax per i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi a partita Iva, risarcimento dei risparmiatori danneggiati dal crac delle banche, pace o condono fiscale (secondo le varie definizioni), incentivi agli investimenti e alle nuove assunzioni. È previsto perfino l’affidamento in concessione gratuita per 20 anni dei terreni incolti alle famiglie che possano vantare la nascita di un terzo figlio nei prossimi tre anni, ma delle pensioni esentasse al Sud nessuna traccia. Nessun riferimento alla proposta lanciata da Salvini a metà agosto: svanita esenzione nella manovra economica.

Matteo Salvini, senatore eletto in Calabria, aveva avanzato l’ipotesi seducente in un tweet su internet: «Proporrò una zona di esenzione fiscale» in alcune delle più belle zone d’Italia perché «ci sono migliaia si pensionati italiani che vanno in Spagna e Portogallo per non pagare la tassa sulle pensioni». Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno in un comizio in Calabria, come aveva rivelato il ‘Corriere della Sera’, già in precedenza aveva delineato l’idea: creare «una zona di esenzione fiscale per i pensionati italiani e stranieri» in «alcune zone del Sud».

Alberto Brambilla, consigliere di Salvini, aveva messo a punto uno studio illustrato da ‘Repubblica’: esenzione decennale delle tasse per i pensionati italiani e stranieri che trasferiscono la propria residenza per almeno sei mesi e un giorno. Le regioni pilota scelte dal progetto erano la Calabria, la Sardegna e la Sicilia. Il piano fa felici insieme i pensionati e il Mezzogiorno: i primi non pagherebbero più un euro di tasse come in Portogallo (in Spagna e, in genere in diversi paesi europei, le imposte sono tagliate ma in parte restano) mentre le disastrate e belle regioni del Sud incasserebbero un fiume di denaro delle “pantere grigie” che creerebbe sviluppo e occupazione.

Brambilla aveva anche quantificato i vantaggi: «Calcoliamo in 600 mila le presenze aggiuntive in 3-4 anni nelle tre regioni per effetto dello sgravio. E un impatto quasi di uno a uno sull’occupazione locale».

In sintesi: per ogni pensionato trasferito “al sole” del Sud ci sarebbe un nuovo occupato, in genere giovane, principalmente nei servizi. Brambilla, però, aveva fissato delle condizioni stringenti: i comuni che potranno aderire all’iniziativa dovranno avere meno di 4 mila abitanti e dimostrare uno spopolamento del 20% negli ultimi 10 anni. Inoltre andranno garantiti una serie di servizi ritenuti imprescindibili come la raccolta differenziata e un livello sanitario in linea con quelli «di Emilia Romagna, Veneto e Lombardia».

La sirena degli assegni previdenziali esentasse è suonata come una melodia per l’esercito di circa 60 mila pensionati italiani che sono emigrati all’estero (7 mila in Portogallo) o con un reddito basso (per vivere dignitosamente) o con un reddito alto (per migliorare le condizioni di vita). E’ suonata come una melodia anche per i pensionati stranieri e per gli aspiranti a staccare la spina dal lavoro, in Italia e all’estero.

Però è seguita la bruciante delusione, alle parole non sono seguiti i fatti: svanita esenzione. Una prima delusione era arrivata dal governo Conte-Salvini-Di Maio la notte del 27 settembre quando, suonando la grancassa mediatica, aveva approvato l’ossatura del disegno di legge di Bilancio decidendo i contenuti del Def (Documento di economica e finanza).

Ai primi di ottobre l’idea, invece, era riapparsa. Salvini aveva precisato ad Agorà, Rai3: «Ci stiamo lavorando…L’ipotesi in campo riguarda detassare le pensioni per alcune regioni del Sud dell’Italia a chi volesse portare la residenza in queste zone».

Poi niente, svanita esenzione. Certo c’è ancora un po’ di tempo per recuperare: il segretario della Lega, tra uno scontro e l’altro con la Ue e l’opposizione, per lo spread che sale vertiginosamente zavorrando pericolosamente la già difficile manovra economica, potrebbe ripescare il progetto della pensione senza imposte entro la fine dell’anno, termine per votare in Parlamento la legge di Bilancio (sempre che il governo sopravviva agli scontri tra Lega e M5S). Ma non c’è alcun segnale della volontà di rispettare l’impegno proclamato su Twitter e poi ad Agorà. Resta solo la speranza.

Per ora non c’è una parola, una sola parola né nel disegno di legge legge di Bilancio né in un provvedimento collegato. Salvini deve fare i conti con le sue troppe, roboanti e costosissime promesse acchiappa voti. Promesse in competizione con quelle, sempre costosissime di Luigi Di Maio, collega cinquestelle di governo e concorrente nelle elezioni europee di maggio.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Arriva la manovra a rischio recessione

tria conte

L’Italia è ancora nel bel mezzo del caos provocato da una manovra finanziaria confusa e che continua a cambiare nei suoi contenuti. L’ultimo atto (in ordine di tempo) è arrivato ieri quando il premier Conte e il ministro dell’Economia Tria hanno messo a punto una nuova bozza con alcune novità non indifferenti. Le modalità sembrerebbero quelle dell’assalto alla diligenza, che si ripetono anche nel governo del ‘cambiamento’.

Da una parte c’è lo scorporo dei provvedimenti sul reddito di cittadinanza e sulla revisione della legge Fornero i cui fondi sono stanziati attraverso un ‘collegato’ alla legge di Bilancio che dovrà essere votato separatamente. Vale a dire che occorrerà più tempo prima che i due provvedimenti vedano la luce e dunque, al fine della stabilità dei conti pubblici, ciò equivale a una boccata d’ossigeno in più.

Dall’altra parte si è venuti a conoscenza di una nuova flat tax al 15% per le lezioni private e ripetizioni degli insegnanti, del fatto che la sterilizzazione piena dell’Iva varrà solo per il 2019 e dunque si richiederanno nuovi interventi per il 2020 e 2021, dello stanziamento di 4,3 miliardi per i rinnovi contrattuali dei dipendenti pubblici, dell’estensione della cedolare secca al 21% applicabile agli immobili commerciali non superiori a 600 mq, fino alla voce delle ‘politiche per la famiglia’ per cui si incrementa di 100 milioni il fondo relativo; arriva poi una misura che assegna la metà dei ‘terreni incolti’ della Banca dati Ismea a famiglie con un terzo figlio in arrivo nel prossimo triennio o giovani imprenditori agricoli che garantiscano una quota del 30% della loro società a quei nuclei. Ed altre misure ancora che continueranno ad aggiungersi fino a che la legge di Bilancio 2019 non verrà definitivamente approvata dal parlamento.

In questo contesto, non stupisce che i tedeschi, cioé coloro che sono maggiormente preoccupati per la sostenibilità del debito pubblico italiano arrivato alla soglia dei 2250 miliardi, cerchino di suggerire delle misure che impediscano in un futuro una distribuzione dell’onere di questo debito tra i vari paesi aderenti all’euro. Ma la proposta arrivata da Karsten Wendorff, un anziano capo finanziario della Bundesbank, è sinceramente inaccettabile. Prevede che tutti gli italiani titolari di un po’ di risparmio vengano obbligati a versare il 20% del proprio patrimonio in un fondo di solidarietà a garanzia del ripagamento del debito pubblico. Una sorta di prelievo forzoso ma di entità enorme e tale da rendere inutile qualsiasi intervento da parte del fondo Esm, cioé quello che dovrebbe intervenire qualora un paese europeo abbia un problema di sostenibilità del proprio debito.

La proposta fa capire il livello di nervosismo che serpeggia in Europa riguardo la situazione italiana, anche se già molte volte è stato affrontato il problema del debito pubblico italiano troppo alto e della necessità di un suo abbattimento. La proposta tedesca deriverebbe dalla consapevolezza che, a fronte del debito pubblico, l’Italia ha un forte risparmio privato, attivi nell’ordine dei 4000 miliardi, a cui si aggiungono le proprietà immobiliari per altri 3000 miliardi circa (sottostimati). Dunque, dal punto di vista patrimoniale l’Italia è solvibile ma si tratta di capire come trasferire, senza danni o penalizzazioni per chi è detentore di tale ricchezza, una parte di questo risparmio in investimenti a sostegno del debito pubblico e in rimborso dello stesso. Le soluzioni potrebbero essere molte, ma un prelievo forzoso in un fondo di solidarietà assomiglierebbe a una punizione nei confronti dei cittadini più virtuosi, cioé quelli che nella loro vita hanno risparmiato di più, che si troverebbero a dover pagare per le inefficienze pubbliche degli ultimi trent’anni e per le politiche sbagliate e poco lungimiranti dei governi e dei politici che si sono susseguiti dalla fine degli anni ’80 ad oggi. Insomma una provocazione che rischierebbe di sfociare in rivolte di piazza. Finora, ci sono state le rivolte elettorali che hanno portato all’attuale governo.

Salvini, Di Maio, Conte, Tria, sono comunque avvertiti: i tedeschi sono fermamente contrari, e non da ora, alla socializzazione del debito pubblico italiano, sebbene in un’area di moneta comune si potrebbe pensare anche a questo. E potrebbero essere contrari anche a ulteriori manovre messe in atto dalla Bce, come l’Operation twist, cioé l’allungamento delle scadenze dei titoli di Stato italiani acquistati negli ultimi tre anni dalla banca centrale, in modo da rendere più morbido il post Quantitative easing. Una modalità che il banchiere centrale Mario Draghi starebbe studiando.

Il fatto più pericoloso che si potrebbe palesare da qui a qualche settimana sarebbe una frenata della crescita del Pil italiano che potrebbe risultare pari a zero nel terzo trimestre 2018 fino a diventare negativa nel quarto trimestre. Diversi centri studi economici lo stanno già mettendo in evidenza, attribuendo la responsabilità del rallentamento a una sorta di ‘credit crunch’ che si sta manifestando da maggio 2018 in poi, cioé da quando è cominciato a salire lo spread a causa dell’incertezza politica e dell’eventualità di una uscita dall’euro da parte dell’Italia. Se questa interpretazione fosse confermata dai dati consuntivi dell’Istat in uscita a novembre sarebbe una vera e propria doccia fredda per tutti e confermerebbe che le previsioni di crescita per il 2019 previste dal governo, pari all’1,5%, sarebbero difficilmente raggiungibili.

Questo sarebbe l’attuale quadro economico. A ciò si potrebbero aggiungere le tensioni internazionali sui dazi commerciali che stanno avendo un loro effetto sulle esportazioni delle aziende europee soprattutto verso la Cina, così come la stretta monetaria che sta mettendo in pratica la Federal reserve americana dopo anni di liquidità a pioggia immessa sui mercati finanziari.

Non si tratta allarmare ed evocare tempeste, ma cercare di evitare di entrare in una spirale negativa formata da spread al rialzo, stretta al credito da parte delle banche, contrazione dell’economia reale. E’ proprio ciò che non serve all’Italia in questo momento, ma, il governo gialloverde, ancora, non sembra rendersi conto dei potenziali danni di una spirale di questo tipo. Però, lo sanno benissimo Giovanni Tria e Paolo Savona, i due autorevoli economisti nel governo.

Salvatore Rondello

Incubo patrimoniale e allarme da spread

patrimoniale

Resta l’incubo patrimoniale. Lo spread continua a tormentare l’esecutivo Conte-Salvini-Di Maio: il differenziale dei tassi d’interesse tra i titoli del debito pubblico italiano e quelli tedeschi supera ancora la pericolosa soglia 300. Non solo: la Borsa di Milano perde altri colpi.

Il governo grillo-leghista, però, ha più volte escluso l’introduzione dell’imposta sui patrimoni. «Non ci sarà nessuna patrimoniale». Giuseppe Conte ha solennemente smentito ogni ipotesi di imposta patrimoniale alla fine del Consiglio dei ministri di sabato 20 ottobre. Matteo Salvini e Luigi Di Maio, seduti accanto al presidente del Consiglio, hanno respinto con ugual forza l’idea di ricorrere alla tassa più temuta dai contribuenti italiani e di tutto il mondo.

Qualche giorno prima a Radio radicale era stato Salvini a formulare una secca smentita: «Non ci saranno né patrimoniali né prelievi dai conti correnti, non chiederemo fedi nuziali in pegno» (il riferimento è stato agli appelli di “oro alla patria” del fascismo per finanziare la guerra). Il segretario della Lega, vicepresidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha assicurato: «Fa tutto parte della fantasia». In precedenza il capo politico del M5S aveva garantito: «Smentisco che finirà con una patrimoniale. Per me la patrimoniale è una tassa illiberale».

L’allarme patrimoniale però continua a girare: terrorizza i risparmiatori ed è innescato dallo spread raddoppiato a 300 ed esploso a metà ottobre fino a 340 punti, il livello più alto dal 2013. Sono due le cause della vorticosa salita dello spread che ha fatto aumentare pesantemente i tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico italiano: 1) le critiche della commissione europea al governo Lega-M5S sfociate martedì 23 ottobre nell’invito a rivedere, atto inedito, la bozza della manovra economica 2019 considerata «una deviazione senza precedenti» delle regole per l’euro, 2) lo scontro nel governo tra Di Maio e Salvini sul condono penale previsto dalla prima versione del decreto legge sulla “pace fiscale”.

Ma se i due vice presidenti del Consiglio alla fine hanno trovato l’accordo per modificare il decreto, invece i dissensi tra il governo Conte-Salvini-Di Maio e Bruxelles sulle linee della legge di Bilancio 2019 sono scoppiati. Il 23 ottobre, il giorno della bocciatura della Ue, lo spread è risalito fino a quota 318 per chiudere la seduta a 315. La Borsa di Milano, invece, ha concluso la seduta perdendo un altro 0,86%. La più dura reazione dall’interno dell’esecutivo giallo-verde è arrivata da Salvini: «Non attaccano un governo, ma un popolo».

Già nei giorni scorsi c’è stato il declassamento dei titoli del debito pubblico italiano da parte di Moody’s, una delle maggiori agenzie di valutazione internazionali: ora potrebbe essere il turno di altre società di rating. Così il Tesoro per vendere Bot e Btp (necessari per pagare stipendi, pensioni e appalti) è costretto ad aumentare fortemente i tassi d’interesse. Si è parlato anche del lancio di speciali titoli destinati ai risparmiatori italiani per sopperire alla fuga degli investitori esteri cominciata alcuni mesi fa.

Da una parte c’è l’esigenza di ridurre il deficit pubblico e dall’altra di realizzare le costose promesse elettorali di grillini e leghisti (pensione e reddito di cittadinanza, rimborso dei risparmiatori frodati dalle banche, modifica della legge Fornero sulle pensioni, “pace fiscale”, riduzione delle imposte iniziando con la flat tax per i lavoratori autonomi con partita Iva).

Un dialogo resta aperto tra il “governo del cambiamento” e la commissione europea, tuttavia ancora non si vede una possibile mediazione, auspicata anche dal presidente della Bce Mario Draghi, per evitare una rottura (ma il ministero dell’Economia steserre studiando su come ridurre il deficit). C’è il pericolo di un avvitamento dello spread fino 400-500 punti, un livello insostenibile, da crac per i conti pubblici del Belpaese.

Il fallimento della Grecia nel 2014-2015 è un drammatico incubo. Il premier ellenico Alexis Tsipras contestò la politica di austerità della Ue e riuscì ad ottenere il salvataggio del paese, restando nell’euro, a prezzo di grandissimi sacrifici. Allora la patria di Pericle e di Aristotele vide lo spread alle stelle e visse la tragedia sociale del taglio delle pensioni, degli stipendi pubblici, dei servizi negli ospedali e dei bancomat bloccati per mancanza di fondi. Gli investitori internazionali portarono i capitali all’estero e i greci (almeno quelli che poterono) trasferirono i loro conti correnti in euro in altre banche europee o dei “paradisi fiscali”. Un analogo meccanismo di fuga è già iniziato in Italia dopo la salita dello spread e le cadute della Borsa di Milano.

Fa paura soprattutto l’imposta sui patrimoni. Quando uno Stato rischia la bancarotta ricorre alla patrimoniale, uno degli strumenti usati nei casi di emergenza finanziaria. E l’imposta patrimoniale è il principale spauracchio dei risparmiatori.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Manovra, la “pace fiscale” divide i 5 Stelle

pace fiscaleDopo il botta e risposta di ieri del  presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker,  Matteo Salvini è tornato all’attacco in una intervista alla Tass.  Il ministro dell’Interno ha detto: “Sono sempre più convinto che le lobbies finanziarie a Bruxelles non possono accettare la nostra presenza al governo: questa reazione non mi sorprende, per anni hanno manipolato fantocci mentre adesso sono costretti ad avere a che fare con due movimenti politici verso i quali non possono fare ricatti poiché non devono niente a nessuno, se non difendere gli interessi del loro popolo”. Salvini, oggi in visita inusuale a Mosca, non perde occasione per manifestare il suo antieuropeismo.

Intanto dal presidente dell’Europarlamento, Antonio Tajani è arrivato un appello: “L’Italia è ancora in tempo per fare marcia indietro. Lo faccia rapidamente, nell’interesse degli italiani”. Su una eventuale bocciatura della manovra, Tajani ha detto: “Mi auguro che questo non accada, ma il rischio è forte. Le misure non vanno nella direzione dell’interesse dell’Italia”.

Ma oggi è anche la Francia ad andare all’attacco. Il ministro francese dell’Economia, Bruno Le Maire, ha detto: “Tutte le decisioni che vengono prese a Berlino, Roma, Parigi o Bruxelles hanno un’incidenza su di noi, gli altri Paesi della zona euro, il ripiegamento su se stessi, decisioni prese senza alcuna considerazione per i partner non porteranno assolutamente da nessuna parte, non faranno che indebolire la zona euro. Valutare la manovra italiana spetta alla Commissione europea, è lei responsabile. L’unica cosa che posso dire, che vorrei spiegare, è che siamo 19 Paesi, siamo tutti sulla stessa barca, siamo all’interno di un’unione monetaria, abbiamo scelto la stessa moneta e nessuno può considerare che la sua sorte non abbia un impatto su quella degli altri. Quando hai la stessa moneta tutte le decisioni prese a Berlino, Roma, Parigi o Bruxelles hanno un’incidenza su tutti gli altri Paesi della zona euro”.

Intanto dopo il colloquio telefonico di ieri con Juncker, il premier Giuseppe Conte si è preparato per il consiglio Ue.

I tagli alla spesa pubblica, la flat tax, il reddito di cittadinanza. Rischiano di essere diversi i nodi che il governo giallo-verde potrebbe aver deciso di non affrontare subito rinviandoli al passaggio alle Camere della manovra e del decreto fiscale, che contiene buona parte delle coperture. Su alcuni temi chiave è stato certamente definito l’impianto, ma i dettagli non si conoscono ancora, nonostante nella notte l’esecutivo abbia inviato il ‘Draft budgetary plan’ a Bruxelles. Le tensioni tra i due partiti di governo continuano a tenere banco come sulla pace fiscale, su cui è stato trovato un accordo in extremis.

Il clima molto teso del governo non aiuta. Si dovrà affrontare l’esame della legge di bilancio in Parlamento, con il ministro dell’Economia spesso in disaccordo con i due vicepremier Luigi Di Maio e Matteo Salvini, e sempre più spesso sotto il fuoco del Movimento Cinque Stelle. Non è stato un buon viatico ciò che è accaduto su una norma sulla Croce Rossa, poi cancellata dal decreto fiscale, con i pentastellati all’attacco della struttura dei tecnici del Mef colpevoli, secondo loro, di aver provato con una ‘manina’ a favorire l’ente di liquidazione della Croce rossa. Un colpo che alla fine della giornata è stato respinto dallo stesso Tria, il quale ha sottolineato che la norma serviva a pagare il Tfr dei lavoratori e ha puntualizzato che, ‘come sempre’, era stata sottoposta alla presidenza del Consiglio.

In questo clima i nodi si sciolgono a tappe e il Dpb non offre risposte compiute. Si legge ad esempio che l’introduzione di una flat tax del 15% per i redditi fino a 65mila euro nel 2019 è rivolta inizialmente alle sole attività svolte da imprenditori individuali, artigiani e lavoratori autonomi e nel testo non c’è traccia della seconda soglia caldeggiata dai leghisti per i ricavi fino a 100mila euro che, nelle ipotesi circolate, prevedeva una aliquota aggiuntiva del 5%. Che se ne riparlerà, lo ha confermato il sottosegretario all’economia, il leghista Massimo Garavaglia, per il quale: “L’impianto generale è così, poi vediamo perché la legge di bilancio si finisce a Natale e il confronto proseguirà anche con le categorie”.

Per il potenziamento della lotta alla povertà verrebbe introdotto il reddito di cittadinanza che dal primo gennaio 2019 sostituirebbe il reddito di inclusione e sarebbe accompagnato a una riforma dei centri per l’impiego. Dovrebbero beneficiarne i maggiorenni residenti in Italia da almeno 5 anni disoccupati o inoccupati (inclusi pensionati). Nulla si sa ancora di certo sulle modalità per i controlli sugli abusi né sui tempi di messa a regime. Il reddito di cittadinanza vedrebbe la luce in un collegato e i criteri di attuazione sarebbero demandati ad un successivo ‘decreto di natura non regolamentare’ (un decreto è sempre un mezzo di regolamentazione). Il sottosegretario alle Infrastrutture Armando Siri, della Lega, lo ha definito un “primo passo”.

Altro problema spinoso sarà quello di riuscire a mettere nero su bianco per i tagli alla spesa pubblica che il governo ha annunciato di voler fare. Quando si dovrà spiegare dove usare la mannaia è probabile che esplodano ancora una volta le contraddizioni tra le due anime del governo del ‘cambiamento’.

Di Maio ha dichiarato: “La manovra deve vedere il governo con in mano un paio di forbici e che cominci a tagliare tutto quello che non serve”. Lotta che non ha mai dato i risultati sperati. Ciò che, per il momento, si legge nel Dpb è che la revisione della spesa dei ministeri porterà circa 2,43 miliardi di euro nel 2019 (0,14% del Pil) e circa 1 miliardo nel 2020 e nel 2021 (si parla tanto di efficienza ma di fatto si creano le premesse per peggiorare la PA).

Infine, il grande capitolo delle pensioni: dal taglio di quelle d’oro sopra i 4.500 euro netti al mese (da cui si dovrebbe recuperare 1 miliardo in tre anni) alla riforma della Fornero con la quota 100 a cui si potrà accedere con quattro finestre annuali, tutte ancora da costruire.

Dietro l’angolo si profila anche l’ingorgo parlamentare: a completamento della manovra di bilancio, del decreto fiscale e del cosiddetto decreto “deburocratizzazione” approvati ieri dal Consiglio dei ministri. L’esecutivo ha ipotizzato ben 12 disegni di legge collegati. Non ultimo, viste le implicazioni che ha, c’è anche da considerare il decreto su Genova dopo il crollo del Ponte Morandi.

Gli elettori del M5S, da quanto si legge nel fiume di commenti ‘social’, si sentono traditi. Se la prendono con i provvedimenti della ‘pace fiscale’ e denunciano: “Condono e pace fiscale. Sinonimi di una stessa Italia che umilia le persone che hanno sempre rispettato le regole! Altro che cambiamento, radicamento direi!”. Così si lamentano, mentre prendono di mira le parole del leader pentastellato, che solo un mese fa aveva ribadito come il Movimento non fosse ‘disponibile a votare nessun condono’. A finire nel calderone dell’indignazione social è  spuntato anche un post del blog di Grillo targato ottobre 2014, ora di nuovo virale e dal titolo ‘Un altro condono per i soliti furbi’: “Sembrava una denuncia -spiegano gli elettori grillini- e invece era un punto del programma. Puoi chiamarlo come ti pare ma questo è un condono. E io, che le tasse le ho sempre pagate, oggi mi sento un fesso per aver creduto nel Movimento. Il Consiglio dei ministri approva manovra e dl fiscale e tra le norme spunta anche la cosiddetta ‘pace fiscale’ che consentirà a quanti hanno debiti con il fisco di risanarli attraverso alcune agevolazioni. definendo il provvedimento un vero e proprio condono, alla faccia di chi le tasse le paga. Qualcosa di diverso, insomma, dal bisogno di onestà che mi ha spinto a dare fiducia a Di Maio. Ora so – dicono amareggiati – che era soltanto fumo. Il M5S dalla parte degli onesti e dei cittadini più poveri resta così per molti un lontano ricordo: dal momento dell’accordo con la Lega, il sogno è finito: dovevamo fare la guerra, è stata una resa completa”.

Puntano il dito dicendo: “Solo un mese fa Di Maio aveva il coraggio di dire che ‘il M5S non era disponibile a votare nessun condono’. Oggi, vergognosamente, hanno approvato il più grande condono tombale! Il messaggio è chiaro: ‘Caro cittadino che paghi le tasse sei un povero scemo!’. Una misura ingiusta e irrispettosa nei confronti di quanti hanno sempre pagato tutto facendo dei sacrifici enormi, perché onesti lo si deve essere nei fatti e non solo nelle parole e negli annunci elettorali. E’ semplicemente vergognoso, scendere a patti con le richieste della Lega: quanto fatto non è quello per cui vi ho votato ma è il motivo che mi spingerà a non votarvi più”.

Si rivolgono direttamente al capo politico del M5S, il ‘caro Di Maio’ che li ha ‘delusi’, ‘traditi’, che con il Movimento si è ‘preso i voti di quanti davvero credevano nella possibilità di un governo onesto e lontano dai furbi’.

Riassumendo, si chiedono insistentemente: “A questo punto sono tutti uguali, la pace fiscale non è tanto diversa dallo scudo fiscale di Berlusconi. Ma il Mov5Stelle era nato per tagliare gli sprechi e difendere i cittadini onesti? o ricordo male io?”.

Si è così generata una pericolosa spinta verso il qualunquismo. Intanto, il Pd va all’attacco con Maurizio Martina: “La manovra varata dal governo è ingiusta, irresponsabile e pericolosa per i cittadini. Rischia di portarci fuori dall’euro. La manovra è anche una sberla alle imprese e a chi crea lavoro: tagliati gli incentivi di Impresa 4.0, stop ACE e IRI. Risultato: 2 miliardi di tasse in più. Sono ladri di futuro. Un provvedimento che scarica propaganda sui cittadini. È una vergogna, sta mettendo a serio rischio il destino del paese. È una manovra che si caratterizza anche per l’assistenzialismo, ha continuato. È una vergogna ci sono delle misure assistenzialistiche come il reddito di cittadinanza. È una misura improduttiva e ingiusta e mette in discussione la lotta contro la povertà che stiamo portando avanti da anni. Non aspetteremo una eventuale manifestazione di piazza per mobilitarci contro la manovra. Faremo iniziative, già organizzate, e se sarà opportuno non ci sottrarremo ad uno sforzo che porti ad una mobilitazione generale. Quello di cui c’è bisogno è una reazione larga, partecipata, mobilitante perché il Paese non vuole andare verso questa degenerazione. Reazione che si avrà anche nelle aule parlamentari dove, ha spiegato, ci sono le condizioni per un lavoro il più ampio possibile. Naturalmente ci si rivolgerà a tutto il Parlamento”.

Qualcosa si sta svegliando nelle coscienze degli italiani che, però, sembrerebbero spinti all’assenteismo elettorale.

Roma, 17 ottobre 2018

Salvatore Rondello

INACCETTABILE

La manovra inviata all’ultimo minuto, non piace alla Commissione dell’Unione Europea. Stanotte il Consiglio dei ministri ha finalmente licenziato la manovra che immediatamente è stata trasmessa a Bruxelles per l’esame della Commissione europea.

Jean-Claude Juncker, il presidente della Commissione Europea, stamattina, a Bruxelles, durante un’intervista, ha detto: “Non abbiamo ancora messo in questione il bilancio dell’Italia. Abbiamo lanciato degli avvertimenti, forse prematuri. Se accettassimo tutto quello che il governo italiano propone, avremmo delle contro reazioni virulente in altri paesi dell’Eurozona”.

La manovra di bilancio prevede il reddito di cittadinanza, la riforma delle pensioni, la flat tax, il rilancio degli investimenti pubblici, il taglio delle pensioni d’oro e l’istituzione di una task force per la revisione di tutta la spesa pubblica. Sarebbero questi alcuni dei principali punti contenuti nella prossima  legge di bilancio approvati durante la scorsa notte dal Consiglio dei ministri ed approdata sul tavolo europeo. L’accordo tra i partner di governo è arrivato dopo ore di tensione ed un lungo braccio di ferro sul decreto fiscale collegato alla manovra, a cui è stato aggiunto un secondo decreto legge, ribattezzato ‘salva scartoffie’ o di ‘semplificazione’, contenente, tra le altre cose, misure per il lavoro, norme per la sanità e l’introduzione di una RC auto equa sul territorio.

Per quanto riguarda la pace fiscale, l’accordo raggiunto prevede un’aliquota del 20% che interesserebbe solo chi ha presentato la dichiarazione dei redditi. Sarà inoltre possibile integrare fino a un massimo del 30% in più, rispetto alle somme già dichiarate, con un tetto massimo di 100.000 euro. Niente sconti, però per gli evasori, per i quali, ha assicurato il vicepremier Luigi Di Maio ‘ci sarà la galera’ (lo stato anziché recuperare l’evasione fiscale sosterrebbe altre spese carcerarie per gli evasori).

Sul fronte delle pensioni d’oro, la misura dovrebbe interessare gli assegni al di sopra dei 4.500 euro al mese (non è chiaro se l’importo è quello netto o quello lordo). Dalla ‘sforbiciata’ si otterrebbe un miliardo che sarebbe messo a copertura nella legge di bilancio. In proposito, il premier Giuseppe Conte, al termine del Cdm ha detto: “Manteniamo le promesse fatte, mantenendo i conti in ordine sulla base del contratto di governo”.

Verrebbe introdotta una misura universalistica di sostegno al reddito, con la previsione che nessun cittadino abbia un reddito mensile inferiore ai 780 euro, che crescono in base al numero dei componenti della famiglia (non è chiaro se l’importo è netto o lordo e se verrà erogato per nucleo familiare o per singolo individuo lasciando vaghi i requisiti di accesso).

Anche le pensioni minime verrebbero aumentate fino a 780 euro, con una differenziazione tra chi è proprietario di un immobile e chi non lo è (anche in questo caso non è chiaro se l’importo è netto o lordo).

Le soglie minime del regime forfettario verrebbero estese fino a 65 mila euro, prevedendo un’aliquota piatta al 15 per cento.

Verrebbero abrogati i limiti di età per i pensionamenti previsti dalla legge Fornero, introducendo la ‘quota 100’: si potrebbe andare in pensione con 62 anni di età e 38 anni di contributi versati, favorendo così chi ha iniziato a lavorare in età molto giovane e al contempo agevolando il necessario ricambio generazionale nella Pubblica Amministrazione e nel privato. Per le donne si proroga ‘Opzione Donna’, che permetterebbe alle lavoratrici con 58 anni, se dipendenti, o 59 anni, se autonome, e 35 anni di contributi, di andare in pensione (non è chiaro se le quote sono la condizione minima per andare in pensione o se è un dato obbligatorio).

Si interverrebbe sulle pensioni d’oro, sopra i 4.500 euro mensili (netti o lordi?), in modo da rimodulare i trattamenti pensionistici più elevati e renderli più equi in considerazione dei contributi versati.

Si stanzierebbe un fondo da 1,5 miliardi per risarcire tutte le vittime delle crisi bancarie. Il fondo sarebbe così ampliato di 14 volte rispetto a prima (il risarcimento dello Stato si sostituirebbe o integrerebbe quello dovuto dalle banche?).

Verrebbero stanziati 15 miliardi aggiuntivi nei prossimi 3 anni per rilanciare gli investimenti pubblici, soprattutto nell’ambito infrastrutturale, dell’adeguamento antisismico, dell’efficientamento energetico, dell’intelligenza artificiale e delle nuove tecnologie. Inoltre, si creerebbe una task force per valutare, monitorare e attivare rapidamente i progetti d’investimento.

Sarebbero stanziati 500 milioni per un grande piano di assunzioni per poliziotti, magistrati e personale amministrativo, in modo da assicurare ai cittadini maggiore sicurezza, processi civili e penali più rapidi e una Pubblica Amministrazione più efficiente (in tutto circa diecimila persone).

Si creerebbe una task force per la revisione di tutta la spesa pubblica. Il gruppo di lavoro dovrebbe analizzare nel dettaglio ogni singola voce di spesa nel bilancio dello Stato per intervenire sugli sprechi e rendere efficiente la spesa, intervenendo, tra l’altro, su auto blu, voli di Stato e scorte (non sono noti i poteri di intervento).

Verrebbe prevista la pace fiscale solo per chi ha presentato la dichiarazione dei redditi. I contribuenti che sono alle prese con il fisco potrebbero sanare la loro posizione pagando il 20% del non dichiarato in 5 anni, in caso di vittoria al secondo grado, senza sanzioni e interessi; sarebbe inoltre possibile integrare fino ad un massimo del 30% in più, rispetto alle somme già dichiarate, con un tetto massimo di 100.000 euro (un bel condono per gli evasori).

Sarebbe previsto, per chi aveva già beneficiato della rottamazione bis e ha versato almeno una rata, la possibilità di ridefinire il proprio debito con il fisco (relativo al periodo tra il 2000 e il 2017) a condizioni agevolate, tra cui l’esclusione dal pagamento delle sanzioni e degli interessi di mora, la possibilità di rateizzare il pagamento (massimo 10 rate consecutive di pari importo) in 5 anni pagando un interesse ridotto del 2% l’anno e quella di compensare i debiti con il fisco con i crediti nei confronti della pubblica amministrazione.

Ci sarebbe la cancellazione automatica di tutti i debiti con il fisco relativi al periodo che va dal 2000 al 2010 di importo residuo fino a 1000 euro (altro condono).

Sarebbero previste varie ipotesi di definizione agevolata delle controversie tra i contribuenti e il fisco. In particolare, ci sarebbe la definizione agevolata dei carichi affidati all’agente della riscossione a titolo di risorse proprie dell’Unione europea; delle controversie tributarie nei confronti dell’Agenzia delle entrate; degli atti del procedimento di accertamento; degli atti dei procedimenti verbali di contestazione; delle imposte di consumo (altre forme di condono non ben definite).

Verrebbe mantenuta l’entrata in vigore dell’obbligo di fatturazione elettronica dal primo gennaio 2019, riducendo per i primi sei mesi le sanzioni previste per chi non riuscirà ad adeguare i propri sistemi informatici.

Oltre all’obbligo di fatturazione elettronica, si introdurrebbe l’obbligo generalizzato di memorizzare e trasmettere telematicamente i corrispettivi. Questo consentirebbe di eliminare alcuni adempimenti contabili come l’obbligo di tenuta dei registri e conservazione delle fatture e degli scontrini e un controllo maggiore e meno invasivo dell’Agenzia delle entrate. L’obbligo riguarderebbe chi ha un volume d’affari superiore a 400 mila euro dal primo luglio 2019. Per gli altri dal primo gennaio 2020.

Per realizzare una RC auto equa, con canoni differenziati rispetto al territorio, verrebbero eliminati i vincoli di trasferimento della polizza da un assicuratore a un altro.

Verrebbero prorogati gli ammortizzatori sociali per il 2018 e 2019 per le imprese con più di 100 dipendenti, che abbiano problemi occupazionali. La cassa integrazione potrebbe essere concessa per 12 mesi per la riorganizzazione aziendale e per sei mesi in caso di crisi.

Si introdurrebbero norme a tutela di chi ha debiti nei confronti delle banche ma vanta crediti nei confronti dello Stato (cosiddetta ‘Norma Bramini’).

Oggi, fonti qualificate dell’Ue hanno affermato: “La manovra finanziaria italiana non è nell’agenda dell’eurosummit di giovedí, a Bruxelles, anche perché ci sono delle procedure chiare che affidano alla Commissione la valutazione dei bilanci, ma non è escluso che il tema sia sollevato dai capi di Stato e di governo dell’Eurozona durante la loro riunione o ai suoi margini, e in questo caso sarà fatto secondo il principio del rispetto reciproco. C’è una procedura chiara: non sta ai leader fare le valutazioni dei bilanci. Il Documento programmatico di bilancio italiano è stato inviato oggi, ora la palla è nel campo della Commissione europea. Comunque, in ogni discussione fra i leader c’è un principio di rispetto reciproco. E anche se la questione del bilancio italiano venisse sollevata durante il vertice o ai suoi margini, il principio del rispetto reciproco guiderà tutti i leader nel loro dialogo su questo”.

L’eurosummit (il vertice dei capi di Stato e di governo dell’Eurozona) si svolgerà al termine del Consiglio europeo che si tiene domani e giovedì a Bruxelles. La manovra italiana è un tema scottante, ma l’obiettivo primario dell’eurosummit è discutere come progredire verso la scadenza di dicembre nelle discussioni sull’unione bancaria, sull’Esm e il Fondo salva-Stati. Erano stati gli stessi leader, nel loro vertice di giugno, a stabilire che entro dicembre ci sarebbero stati progressi su questi temi.

Dovrebbe ormai essere chiaro che tutto quello che avviene in un Paese europeo riguarda l’intera Unione europea.

Salvatore Rondello

Il governo lancia la sfida al rating

DiMaio_Salvini

Il Governo va avanti con il Def e con la manovra 2019, le cui misure valgono nel complesso 36,7 miliardi. Il ministro Tria e il vice premier Salvini, in una nota congiunta hanno chiarito i conti sul versante fiscale: “Nell’arco del triennio abbasseremo le tasse con una media annuale stimabile per 1,7 miliardi di euro. Nessun caos sulla flat tax”.

Vicepremier e ministro dell’Economia hanno detto la stessa cosa e le stesse cifre con una prospettiva diversa. Le risorse stanziate sono effettivamente quelle dette da Tria (nel 2019 600 milioni per poi salire a 1,8 miliardi nel 2020 e a 2,3 miliardi nel 2021): in totale a regime per la flat tax ci sarebbero effettivamente 1,7 miliardi come sostiene Salvini.

Intanto, è arrivato l’allarme di Fitch. In una nota l’agenzia di rating ha affermato:  “Vediamo rischi considerevoli per i target della manovra, specie dopo il 2019. I dettagli della politica di bilancio e la messa in pratica rimangono un elemento chiave della nostra valutazione sul rating sovrano dell’Italia”.

Fitch ha assegnato all’Italia un rating BBB, due gradini sopra il livello speculativo, con prospettive negative.

Con lo stesso comunicato, Fitch ha informato: “La nostra prossima revisione messa in programma è nel primo trimestre 2019.  Gli obiettivi della nota di aggiornamento al Def puntano a una moderata riduzione del deficit nel 2020 al 2,1% del Pil. Noi ci aspettiamo un risultato più vicino al 2,6% che avevamo previsto da agosto, il che contribuisce a una stima del debito/Pil più alta (129,8% entro fine 2021, contro 126,7% nella Nadef)”.

Tria, poi, ha anche  contrattaccato alle recenti bocciature di Bankitalia e Ufficio parlamentare di bilancio, continuando a sostenere che l’impatto della manovra sul tasso di variazione del Pil è di 0,6 punti percentuali. Le coperture 15 miliardi di euro, di cui 6,9 di tagli e 8,1 di più entrate.

Il messaggio di Salvini e Di Maio è che indietro non si torna (della serie ‘mi spezzo ma non mi piego’).

Il presidente Mattarella, in vista del prossimo Consiglio Europeo, ha ricevuto al Quirinale il premier Giuseppe Conte e quasi tutti i ministri.

Al Colle sono saliti il premier, i due vicepremier, Matteo Salvini, e Luigi Di Maio, il Ministro degli Esteri Enzo Moavero Milanesi, della Giustizia, Alfonso Bonafede, della Difesa, Elisabetta Trenta, il Ministro dell’Economia Giovanni Tria, il Ministro per gli Affari Europei, Paolo Savona, e il Sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri, Giancarlo Giorgetti. Il Def e la legge di Bilancio, dunque, in primo piano al pranzo da Mattarella.

La manovra è a rischio infrazione per l’Italia, ma il governo sfida Fitch e ostenta sicurezza. L’allarme lanciato ieri dall’agenzia di rating sembra infatti non preoccupare l’esecutivo che, stando almeno alle parole dei suoi vicepremier, è certo che gli obiettivi contenuti nel Nadef siano la giusta ricetta per sanare l’economia del Paese.

Salvini con ostentata sicurezza ha ribadito: “Fitch? Gli imprenditori che fanno impresa, non qualche burocrate in qualche ufficio. Superando la legge Fornero si creeranno decine di migliaia di posti di lavoro. Questa è la promozione che mi interessa, ovvero che coloro che fanno impresa garantiscono migliaia di assunzioni nei prossimi mesi grazie al superamento della Fornero”.

Il parere di Salvini è pienamente condiviso dal parigrado Di Maio, che confermando la bontà del percorso tracciato dal governo fin qui, rivendicando anzi ‘l’anticonformismo economico’ dell’esecutivo giallo-verde contro i ‘potentati’, ha detto: “Tutti quelli che hanno promosso i governi precedenti, è una buona cosa che boccino quello attuale, perché significa che stiamo andando in controtendenza rispetto alle ideologie economiche in cui bisognava massacrare i diritti delle persone e favorire le solite lobby e potentati economici. Le riforme che abbiamo fatto fino ad ora e la manovra vanno nella direzione di aiutare le persone. Noi vogliamo essere promossi dai cittadini. Con quota 100 ci sarà più di una assunzione ogni pensionato e molte di queste aziende stabilizzeranno i dipendenti grazie al decreto dignità”.

Anche Conte ha ribadito la sua fiducia nella manovra nella consapevolezza, come hanno spiegato fonti di palazzo Chigi, che i mercati, non appena conosceranno la bontà delle misure, capiranno. Intanto, il premier ha convocato, a Palazzo Chigi, la cabina di regia  tra il governo e le aziende di Stato per puntare sugli investimenti.

Il presidente del Consiglio ha quindi annunciato che spiegherà la manovra ai leader e alle istituzioni europee già la settimana prossima, in occasione del Consiglio europeo a Bruxelles.

Nella nota dell’agenzia di rating, Fitch, sui conti pubblici italiani, è stato anche segnalato: “La risposta conflittuale da parte dei leader della Lega e del M5S alla preoccupazione della Commissione europea indica che il governo vede opportunità politiche nell’attaccare le norme fiscali dell’UE, specialmente in vista delle elezioni del Parlamento europeo del prossimo maggio”.

Dunque, la posta in palio è molto più alta di quello che si potrebbe immaginare ed il costo è tutto a carico dei cittadini italiani ed europei, come da tempo viene osservato e valutato da questo giornale.

Infine, è la prima volta in Italia che un governo, nel fare la manovra di Bilancio, non tenga conto delle osservazioni e del parere dell’Ufficio Parlamentare al bilancio. Stiamo assistendo ad un ‘modus operandi’ del governo giallo-verde dubbiosamente rispettoso delle regole democratiche e della Costituzione.

Salvatore Rondello

Tria e Savona pronti a cambiare la manovra

tria e savonaLo spread fa paura. La manovra economica del governo Lega-M5S, secondo Giovanni Tria, non è intoccabile. I provvedimenti sulla finanza pubblica potrebbero cambiare sula base di un dialogo con la commissione europea, fortemente critica sull’ossatura della legge di Bilancio 2019 emersa dal Def (Documento di economia e finanza per il triennio 2019-2021).
In particolare potrebbe essere rivista la modifica della legge Fornero, la cosiddetta “quota 100” (la somma tra età e anni di contributi per la pensione anticipata). Giovanni Tria, ministro tecnico dell’Economia, ha fatto un accenno all’ipotesi. Parlando ieri, martedì 9 ottobre, davanti alle commissioni Bilancio di Camera e Senato, ha annunciato: con la manovra arriverà una «temporanea ridefinizione delle condizioni del pensionamento». Quella “temporanea ridefinizione” sembrerebbe far riferimento ad una durata limitata ad un solo anno delle modifiche alla legge Fornero. Non solo. Sulla manovra il governo «vedrà l’effetto e in base a quello vedrà come continuare, in quale forma e misura».
Da quando, a maggio, sono partite le trattative tra la Lega e il M5S sul “governo del cambiamento” lo spread è schizzato verso l’alto dai 120-130 punti dell’esecutivo Gentiloni. Dopo qualche arretramento, ha intrapreso una folle corsa: ieri ha oltrepassato quota 310 facendo aumentare gli interessi pagati sui titoli del debito pubblico italiano (il maggior costo sarebbe di 3-5 miliardi di euro l’anno).
Matteo Salvini e Luigi Di Maio, però, non hanno lo stesso atteggiamento di disponibilità con Bruxelles per modificare la manovra economica. Il segretario della Lega e il capo politico del M5S hanno escluso ogni cambiamento sia per ridurre il deficit pubblico fissato al 2,4% del Pil nel 2019 sia per rivedere i provvedimenti centrali: reddito e pensione di cittadinanza, superamento della legge Fornero, flat tax al 15% per i piccoli imprenditori e i lavoratori autonomi con partita Iva, risarcimento dei risparmiatori frodati dalle banche, incentivi fiscali per gli investimenti e le nuove assunzioni. Si sono scontrati con la commissione europea che richiede un ripensamento e il rispetto delle regole alla base dell’euro. I due vice presidenti del Consiglio hanno ripetuto: «Non torneremo indietro» e «vanno realizzate le promesse elettorali» altrimenti non ha senso continuare ad andare avanti.
Nel lungo Consiglio dei ministri del 27 settembre, nella notte del Def a Palazzo Chigi, Salvini e Di Maio sono arrivati ai ferri corti con Tria che invocava “gradualità” e l’inviolabilità del limite di un deficit al 2% per rispettare gli impegni europei. Il ministro tecnico dell’Economia sarebbe stato anche a un passo dalle dimissioni.
Da allora lo spread ha ripreso a salire vertiginosamente mentre la Borsa di Milano ha collezionato una pesante caduta delle quotazioni. Ma Salvini e Di Maio tirano dritto: «Non temiamo lo spread» e «gli italiani sono con noi».
Nel governo gialloverde, però, la preoccupazione cresce. Paolo Savona ha avvertito da Porta a porta su Rai1: «Se ci sfugge lo spread deve cambiare la manovra». Il ministro degli Affari europei, già candidato all’Economia da Salvini, resta comunque fiducioso: «Sono abbastanza sicuro che lo spread non arriverà a 400». Nella Lega c’è chi teme «la bomba atomica dei mercati». Particolarmente preoccupato è Giancarlo Giorgetti. Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, braccio destro di Salvini, in una intervista a ‘Repubblica’ ha annunciato: «Se qualcosa non funzionerà interverremo». Il governo Conte-Salvini-Di Maio non piace alle élite italiane ed europee ma «ricordiamoci che dobbiamo pur andare sui mercati, a vendere i titoli di Stato. Possibilmente con interessi accettabili. E dobbiamo fare in modo che qualcuno, quei titoli, li compri».
Nel novembre 2011 lo spread divampò fino a 576 punti, le finanze italiane sfiorarono il collasso, Silvio Berlusconi fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio e a Palazzo Chigi fu sostituito dal tecnico Mario Monti. C’è chi teme il ripetersi di quell’evento. I giornali hanno indicato un Piano B da parte del governo Conte per cambiare la legge di Bilancio in Parlamento se lo spread salisse a 400. Tuttavia Di Maio ha smentito tutto. Ha assicurato: «Il Piano B non esiste, non arretriamo». Sulla stessa linea Salvini: «Non ci sono piani B, C e D». Però il segretario del Carroccio ha precisato dopo un vertice tenuto ieri sera a Palazzo Chigi sulla manovra: «Stiamo limando, aggiustando, migliorando su la legge Fornero, pace fiscale e riduzione delle tasse».
Il rischioso braccio di ferro potrebbe durare a lungo. La manovra verrà presentata dal governo il 20 ottobre, poi dovrà essere votata dal Parlamento. Nel frattempo qualcosa è cambiato: il deficit del 2,4%, all’inizio previsto anche per il 2020 e il 2021, è stato ridotto. Bruxelles ha apprezzato, ma non è bastato. Da ieri c’è una difficoltà in più. L’Ufficio parlamentare del bilancio ha bocciato la manovra perché sono troppo ottimistiche le previsioni per il 2019.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Avviso Ue alla Manovra, ma Salvini “tiriamo dritto”

pierremoscovici-465x390Ieri notte il Consiglio dei ministri ha approvato la Nota di aggiornamento al Documento di economia e finanza, su proposta del presidente Giuseppe Conte.
Dal reddito e pensione di cittadinanza, alla prima fase della flat tax e al superamento della legge Fornero, sono alcuni dei principali punti del provvedimento.
Verrebbero stanziati 10 miliardi di euro per il reddito di cittadinanza. Il provvedimento riguarderà  sei milioni e mezzo di persone. Contestualmente all’introduzione del reddito di cittadinanza è prevista anche la riforma e il potenziamento dei Centri per l’impiego. Il rischio è che chi prenderà il reddito di cittadinanza, poi vada anche a fare lavori in nero.
Via libera anche alla pensione di cittadinanza. La misura prevede l’innalzamento della minima a 780 euro.
Nella manovra c’è poi il superamento della legge Fornero con l’introduzione della quota 100 per andare in pensione. Il provvedimento dovrebbe riguardare almeno 400.000 persone. La misura mirerebbe a introdurre una modalità di pensionamento anticipato per favorire l’assunzione di lavoratori giovani. Ci saranno più pensionati ma con una prestazione pensionistica più bassa. Mentre, non si prevedono nuove assunzioni di giovani poiché molti dei lavoratori che andranno in pensione sono in esodo (e quindi già fuori dal mercato del lavoro). Per i lavoratori esodati, i datori di lavoro si sono impegnati a versare i contributi pensionistici all’Inps fino al raggiungimento del pensionamento (quindi se il pensionamento arriva prima, il datore di lavoro non verserà più i contributi, ma la prestazione pensionistica per il lavoratore sarà più bassa).
Viene avviata la prima fase dell’introduzione della flat tax tramite l’innalzamento delle soglie minime per il regime semplificato di imposizione su piccole imprese, professionisti e artigiani. Il vicepremier e ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha annunciato: “Tasse abbassate al 15% per più di un milione di lavoratori italiani”.
Tra le priorità figura anche la ‘pace fiscale’. Secondo quanto riportato in una bozza del Def il provvedimento dovrebbe riguardare i contribuenti con cartelle esattoriali e liti fiscali anche pendenti fino al secondo grado e di importo fino a 100mila euro. Ma non si comprende se è un premio agli evasori o una penalizzazione per chi si è visto arrivare tasse non dovute messe a ruolo per la riscossione.
Sono stati previsti risarcimenti in arrivo per i risparmiatori danneggiati dalle crisi bancarie. Il vicepremier Luigi Di Maio ha annunciato che per ‘i truffati delle banche’ è stato istituito un fondo ad hoc di 1,5 miliardi. Quindi, i truffati verrebbero risarciti con i soldi di onesti contribuenti, mentre i ‘poveri truffatori’ si terranno i soldi dei truffati.
Tra le altre misure ci sono la cancellazione degli aumenti dell’Iva previsti per il 2019 e il taglio dell’imposta sugli utili d’impresa (Ires) per le aziende che reinvestono i profitti e assumono lavoratori aggiuntivi. La nota di aggiornamento al Def prevede poi un programma di manutenzione straordinaria della rete viaria e di collegamenti a seguito del crollo del ponte Morandi a Genova, per il quale, in considerazione delle caratteristiche di eccezionalità e urgenza degli interventi programmati, si intende chiedere alla Commissione europea il riconoscimento della flessibilità di bilancio. Importo finora stimato non superiore al miliardo di euro.
Dalla Commissione europea, sui propositi di aumento del deficit, al 2,4 per cento del Pil, decisi ieri dalla maggioranza di governo in Italia, sono arrivati i primi segnali negativi.
Pierre Moscovici, il commissario europeo agli Affari economici, intervistato da due radio francesi ed alla Tv francese Bfm, ha affermato: “Si tratta di un Bilancio che sembra spingersi oltre i limiti delle nostre regole comuni. Fare politiche di bilancio espansive, quando si ha un debito molto elevato come quello italiano, è pericoloso, e finirà per ritorcersi contro il governo che ha fatto questa scelta politica. E, alla fine, il conto lo pagherà il popolo”. Così, Moscovici ha avvertito l’Italia all’indomani dell’approvazione della nota di aggiornamento al Def da parte del Cdm che ha esteso al 2,4% il rapporto deficit/Pil.
Pierre Moscovici ha anche aggiunto: “Se gli italiani continueranno a indebitarsi che cosa succede? Succede che i tassi di interesse aumentano, il servizio del debito, cioè i rimborsi, diventa più oneroso, e tutti gli euro destinati al servizio del debito, gli italiani non si ingannino, è un euro in meno per le autostrade, un euro in meno per le scuole, un euro in meno per la giustizia sociale. Quando si è indebitati si è inchiodati e non si può agire, non ci sono più margini per i servizi pubblici. È per questo che non è un burocrate di Bruxelles che parla: sono convinto che non sia nell’interesse degli italiani. Non ho niente contro gli italiani ma si possono benissimo fare delle misure sociali, riducendo il deficit. Come? Facendo delle scelte, tagliando spese che non sono efficaci, e ce ne sono. E aumentando le spese che preparano l’avvenire, che sono per la giustizia sociale. Non mi pronuncio sul contenuto del bilancio italiano, ma ci sono delle regole”.
Secondo Moscovici: “La manovra di bilancio dell’Italia, per come si profila dal documento finanziario, ora pare essere ‘fuori dalle strisce’ delle nostre regole comuni. E’ un bilancio in cui l’Italia, che ha un debito al 132%, sceglie l’espansione e il rilancio. L’Italia è la culla della democrazia, ma c’è una frase latina che dice ‘pacta sunt servanda’. Le regole vanno rispettate e non sono regole stupide: hanno un obiettivo comune a tutta la zona euro. Se il debito pubblico aumenta, allora creiamo una situazione instabile nel momento in cui la congiuntura cambia. Non abbiamo interesse ad una crisi tra la Commissione e l’Italia,  nessuno ha interesse a una cosa del genere, perché l’Italia è un Paese importante della zona euro. Ma non abbiamo nemmeno interesse a che l’Italia non rispetti le regole e che non riduca il suo debito pubblico, che resta esplosivo. Ci sono delle regole. Le regole devono fare in modo che il debito pubblico non aumenti. Dunque, ora ci sono delle procedure. Il 15 ottobre il bilancio italiano arriverà nel mio ufficio e i miei servizi lo valuteranno. E poi, dopo il 15 ottobre, risponderemo. Ci sono diverse possibilità:  la prima è dire ok, va bene; la seconda è chiedere delle correzioni e la terza è che proprio non va, e il bilancio viene respinto. E’ una possibilità prevista dai testi, che non si è mai verificata”. Parlando quindi delle sanzioni da irrogare all’Italia in caso di bocciatura della Manovra, Moscovici ha sottolineato: “Sono possibili, sono previste nei trattati, ma è una cosa che prende molto tempo, non sono nello spirito delle sanzioni, non lo sono mai stato. Non sono un burocrate”.
Le parole del commissario Moscovici sono state commentate immediatamente dal vicepremier Di Maio: “Considero l’intervento di Moscovici interlocutorio. Le preoccupazioni sono legittime ma il Governo si è impegnato a mantenere il 2,4% per tre anni e vi posso assicurare che ripagheremo il debito, e il debito scenderà”.
A margine del Comitato per la sicurezza in prefettura a Milano, il ministro dell’Interno, Matteo Salvini, ha assicurato: “Se l’Ue dovesse bocciare la manovra ‘noi tiriamo avanti’ (Mussolini diceva: ‘noi tireremo dritto’). Pensiamo di lavorare bene per la crescita del paese e per ridare fiducia, speranza, energia e lavoro. E quindi, sono felice di quello che abbiamo fatto in questi quattro mesi e di quello che faremo nei prossimi quattro anni. Dobbiamo abbattere i muri della precarietà, della sfiducia e della disoccupazione in Italia. Questa manovra, riducendo le tasse ai piccoli e aumentando le pensioni di invalidità, è un passo in avanti verso la civiltà: sono convinto che analisti e mercati capiranno che stiamo lavorando per il bene del Paese. Non sono assolutamente preoccupato. Tria non è mai stato in bilico, è un membro del governo, di un governo che in maniera compatta, piano piano, con intelligenza e responsabilità, sta mantenendo uno per uno tutti gli impegni presi”.
Ma le affermazioni trionfalistiche di Salvini e Di Maio non sono molto condivise dal mercato finanziario. All’indomani dell’approvazione della nota di aggiornamento al Def da parte del Cdm, che ha esteso al 2,4% il rapporto deficit/Pil, lo spread, dopo un avvio stabile a 237 punti base, raggiunge i 272 punti base con il rendimento al 3,196%. La reazione sui titoli di Stato dell’Italia è altrettanto netta. Su queste emissioni i rendimenti si muovono in direzione specularmente opposta al prezzo e, per questo, sono come una cartina tornasole delle tensioni nei mercati. Sulle principali scadenze di Btp si registrano aumenti dei rendimenti tra i 25 e i 36 punti base. Secondo la piattaforma Mts i rendimenti dei Btp decennali hanno raggiunto il 3,16 per cento, 25 punti base in più rispetto alla chiusura di ieri con lo spread in allargamento a 267 punti base. Il rialzo più forte, 36 punti base si è registrato sui Btp a 5 anni, con tassi al 2,30 per cento e un differenziale che schizza a 235 punti base. Sui Btp a 2 anni i rendimenti aumentano di 29 punti base, all’1,11 per cento e il divario si allarga a 159 punti base.
Piazza Affari, in mattinata, è scivolata sotto la soglia dei due punti percentuali: l’indice Ftse Mib è sceso sotto quota 3% a 20.849 punti.
Le raffiche di sospensioni in Borsa hanno colpito i titoli bancari. A finire in asta di volatilità sono stati: Banco Bpm, Unicredit, Intesa Sanpaolo e Mediobanca. Sospesi anche Unipol e Banca Generali. Riammessa invece Ubi, che al momento lascia sul terreno il 7,97%.
Le Borse europee avevano aperto in calo la seduta odierna di contrattazioni, sulla scia della situazione italiana. Le principali piazze del Vecchio continente registravano perdite che raggiungevano il mezzo punto percentuale: Parigi -0,51%, Francoforte -0,53%, Londra -0,18% e Bruxelles -0,34%.
Il presidente dell’Inps, Tito Boeri, da Torino per le celebrazioni dei 120 anni dell’Istituto, ha commentato:  “Come giudicare un governo che si pone l’obiettivo esplicito di aumentare di mezzo milione i pensionati? È un esecutivo non previdente. Si dice che questo servirà a liberare posti di lavoro per i giovani, ma non c’è nessuna garanzia che questo avvenga. Le imprese di fronte all’incertezza tenderanno a ridurre gli organici e tenderanno a gestire così gli esuberi. Nella storia del nostro paese non c’è mai stata la sostituzione dei pensionati con i giovani”.

L’ex ministro Elsa Fornero, all’indomani dell’aggiornamento del Def, ha detto: “È triste vedere tutta questa esultanza nel momento in cui si caricano i giovani di nuovi debiti. Vedere l’esultanza candida e disarmante di chi carica il debito sulle spalle degli altri lo trovo un po’ penoso”.
Il presidente di Confindustria, Vincenzo Boccia, a margine del World Manufacturing Forum, commentando la nota di aggiornamento del Def per la legge di Bilancio, ha detto: “Non è tanto importante lo sforamento di un punto ma i risultati che ne deriveranno grazie all’uso di risorse in termini intelligenti per il Paese. Adesso vediamo nel merito, il punto è: se questa manovra genererà dei risultati di minor debito pubblico e di più occupazione determina uno ‘story telling’ diverso nel quale si può fare più debito pubblico purchè questo abbia un’attenzione a crescita economica, occupazione e meno debito”.
Finora c’è stato il silenzio del presidente Sergio Mattarella e del ministro del Tesoro Giovanni Tria.
L’altra faccia della vittoria della linea del M5S e della Lega, dei festeggiamenti in piazza dei ministri e dei parlamentari penta stellati, è fatta di bisbigli, preoccupazioni, e della grande attesa per la risposta, di Borse, Europa e spread. Con un punto fermo, che emerge in serata: il ministro del Tesoro Giovanni Tria resta al suo posto, ben sapendo che, nella sua scelta, può contare sulla piena sponda del capo dello Stato. Fonti del Quirinale smentiscono con decisione che tra Mattarella e Tria ci siano stati contatti anche se è risaputo che il Quirinale è sempre stato contrario alle dimissioni del titolare del Mef. Poco dopo l’intesa raggiunta sul 2,4% del deficit/Pil, c’è stata una telefonata tra Mattarella e il premier Giuseppe Conte, fatta negli stessi momenti in cui Luigi Di Maio e i ministri M5S si affacciano dal balcone di Palazzo Chigi per celebrare il loro ‘trionfo’, acclamati dai parlamentari penta stellati che si sono spostati con tanto di bandiera a 5 Stelle, davanti Palazzo Chigi. Di Maio, brandendo il pugno dal balcone della sede del governo, ha urlato: “Ce l’abbiamo fatta”. Poi i ministri del Movimento sono scesi in piazza, assicurando che Tria non è in discussione. Hanno definito il ruolo di Conte ‘importantissimo’. Di fronte al timore della reazione dei mercati, Di Maio ha sottolineato: “Spiegheremo che ci sono così tanti investimenti in più che faranno crescere l’economia: saremo credibili”.
Secondo fonti del governo: “Proprio la previsione del più consistente piano di investimenti pubblici che sia mai stato realizzato in Italia, come ha spiegato Conte dopo il Cdm, sarebbe stato un tassello importante nel convincere Tria. Tanto che, in Cdm, l’ok alla previsione del 2,4% del deficit/Pil per tre anni è arrivato all’unanimità”. Quest’ultimo dato piace molto alla Lega. Anche se Matteo Salvini sceglie di non metterci la faccia e lascia la piazza al M5S, forse temendo la reazione dell’elettorato del Nord, forse decidendo di assumere un atteggiamento più attendista in vista della reazione dei mercati. E, a quanto raccontano fonti di governo, ancor più prudente sarebbe stata la linea di Giancarlo Giorgetti nel corso del vertice della manovra, con il sottosegretario che avrebbe caldeggiato, invano, di non superare il tetto del 2,1%. Ma così non è stato e ora, il primo e il 2 ottobre, toccherà a Tria spiegarlo prima all’Eurogruppo e poi all’Ecofin.
Il presidente del Parlamento europeo, Antonio Tajani, ha così commentato la manovra e l’aggiornamento al Def: “E’ una manovra contro il popolo. Una finanziaria che impoverisce il Nord senza aiutare il Sud, con molto assistenzialismo e pochi investimenti per la crescita. Danneggia il risparmio, fa aumentare il costo del mutui e dei prestiti a famiglie e imprese”.
Il segretario del PD, Maurizio Martina, dopo l’accordo sul Def non nascondendo la preoccupazione del suo partito per lo sforamento del deficit al 2,4%, ha dichiarato a Radio Capital: “Di fronte all’irresponsabilità di questo Governo non possiamo non alzare la voce. Vorrei un governo che si rendesse conto delle scelte che compie. Non possiamo non scendere in piazza davanti a chi sta mettendo il Paese a rischio, La mobilitazione nazionale è  prevista per domenica a Roma dove arriveranno da tutta Italia 200 pullman, 6 treni e tante persone che vogliono costruire assieme a noi l’alternativa. La manovra ha messo 100 miliardi di deficit sulle spalle dei giovani. Sono ladri di futuro. È Una manovra pericolosa e ingiusta. In questi anni abbiamo fatto un lavoro di ricostruzione dell’Italia dopo la più grande crisi dal dopoguerra, per mettere in sicurezza i conti del paese. Per tutelare contribuenti, famiglie e imprese italiane. Il voto del 4 marzo non consente a chi governa oggi di poter fare tutto”.
Anche l’ex ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan, intervenuto a Uno Mattina, ha dichiarato: “Questa è una manovra irresponsabile. Avere il 2,4% di rapporto deficit/Pil significa produrre un’inversione a U nella finanza pubblica. Il debito comincerà ad aumentare e ci sarà una perdita di ricchezza dovuta a scelte sbagliate. Sono molto preoccupato”.
Il professor Marcello Messori, docente di Economia alla Luiss e direttore della ‘Luiss School of European Political Economy’, ha spiegato cosa potrebbe accadere con il 2,4% del rapporto deficit/Pil. In una analisi pubblicata nei mesi scorsi il professor Messori ha scritto: “Sarebbe un fattore di profonda instabilità per la nostra economia. Il 2,4-2,5% è il valore che avevo calcolato se fossero stati attuati tutti i punti del programma, seppure in modo graduale e moderato, senza alcun intervento di riduzione di altre spese. Quindi senza far scattare le clausole di salvaguardia aumentando l’Iva, e quindi la pressione fiscale, e senza alcuna attenuazione del trasferimento degli 80 euro dei governi precedenti. Si tratta di una percentuale che, prima ancora di contrastare con le regole europee, contrasta con gli obiettivi che almeno una delle componenti della coalizione ha sempre affermato: cioè, che la legge di bilancio avrebbe dovuto garantire uno sviluppo sostenibile ed equilibrato del nostro Paese, in grado di rilanciare gli investimenti e di attenuare le disuguaglianze in termini di distribuzione del reddito e della ricchezza, per ridurre le aree di povertà. Il 2,4%, renderebbe difficilmente sostenibile in un’ottica di medio periodo il debito pubblico italiano. E questo determinerebbe un aumento degli spread e quindi dei tassi di interesse; fatto che indebolisce il settore bancario che detiene molti titoli del debito pubblico nei propri bilanci perché, con tassi di interesse più alti, diminuisce il prezzo dei titoli stessi e le banche potrebbero avere problemi nel rispettare le regole patrimoniali internazionali, trovandosi davanti all’alternativa: o ricapitalizziamo o riduciamo il credito. Ma, visto che ricapitalizzare in questo momento è difficile, ci sarà una riduzione dei finanziamenti all’economia reale. Quindi il denaro costerà più caro e ci sarà meno liquidità e questo creerà molta incertezza che si propagherà al settore reale e si ridurranno gli investimenti. Proprio l’opposto di quanto si persegue a parole. L’idea che aumentando la spesa pubblica si aumenti automaticamente il tasso di crescita dell’economia è vero se, e soltanto se, l’aumento della spesa pubblica è efficiente e non ha conseguenze sul resto dell’economia”.
Secondo il professore Marcello Messori: “Invece, queste conseguenze ci sarebbero e sarebbero negative. Il ragionamento per il quale sia sufficiente aumentare la spesa pubblica per far crescere l’economia, purtroppo, non è così. Dipende molto dalla qualità della spesa. Inoltre, anche se riuscissimo ad effettuare un’allocazione efficiente della spesa pubblica, innanzitutto ci sarebbe uno sfasamento temporale perché, prima che produca effetti, ce ne sarebbe uno immediato di instabilità. C’è quindi un rischio serio che gli effetti negativi creino tali e tanti problemi da impedire la possibilità di aspettarsi effetti positivi nel medio periodo. E’ tutto molto più complicato di quanto non faccia presumere l’automatismo ‘più spesa più crescita’. Ma non è che dobbiamo non eccedere la soglia del 2% perché ce lo chiede l’Europa, non la dobbiamo infrangere perché non è compatibile con la stabilità della nostra economia. E rendere più instabile un’economia significa punire le fasce più deboli della popolazione”.
Anche Omero, nell’Odissea, con Ulisse che volendo sfidare le leggi della natura si infranse e naufragò nel tentativo di superare le ‘colonne d’Ercole’, avvisò l’umanità sui pericoli che si corrono quando si sfidano le leggi della natura. Adesso, il governo Conte, con Di Maio e Salvini motivati da scopi elettorali, con il decreto approvato ieri sera dal Consiglio dei ministri, ha sfidato le leggi economiche e rischia di far infrangere il Paese: a naufragare per primi saranno le fasce più deboli della popolazione che non possiedono neanche un salvagente.

Il reddito di cittadinanza fa litigare il governo

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Il reddito di cittadinanza fa litigare il governo impegnato nel disegnare la manovra. I due azionisti di maggioranza spingono per mettere in corsa i loro cavalli di battaglia. Magari anche solo come un titolo nell’elenco della manovra. Anche se vuoto. Ma comunque ci deve essere per dare un senso a quanto sbandierato in campagna elettorale. Ed è proprio il caso del reddito di cittadinanza che Di Maio tenta di imporre a Tria con una fretta un po’ sospetta. Un provvedimento ancora impalpabile, vuoto nei contenuti, ma che crea comunque tensione nell’esecutivo. Di Maio, dopo le proteste dell’altro (vice)premier Salvini ha cambiato il tiro affermando che il reddito di cittadinanza, sarà limitato ai soli cittadini italiani. “Noi – ha detto – abbiamo corretto la proposta di legge che avevamo presentato anni fa, nel 2014. È singolare che ritorni in auge: già nel 2016 l’abbiamo modificata. Stiamo lavorando sulla platea. È logico che la devi restringere ai cittadini italiani”, ha detto infatti il vicepremier recepento le proteste leghiste per la possibilità che il sussidio potesse finire in tasca a cittadini non italiani.

“Ormai ci siamo così convinti che la politica non fa quello che dice durante la campagna elettorale. Io non mi arrendo all’idea che quello che si è detto lo faremo”, prosegue il vicepremier su Radio1. “Inseriremo in legge di bilancio il reddito cittadinanza e la flat tax”, ha aggiunto di Maio. “Io non sono uno di quelli che promettono e dimenticano il giorno dopo” delle elezioni.

Una posizione che Tiziano Treu, presidente del Cnel e ex ministro del Lavoro, definisce inaccettabile. Non per impostazioni ideologiche ma per le regole comunitarie. Infatti secondo il diritto europeo, “è inaccettabile – afferma Treu – che una prestazione assistenziale come il reddito di cittadinanza possa essere data solo agli italiani. Lo dice il presidente del Cnel e ex ministro del Lavoro, Tiziano Treu spiegando che la Corte europea di giustizia si è pronunciata più volte su prestazioni simili ribadendo l’estensione anche agli stranieri con permesso di lungo soggiorno.