Us Open 2018: finale femminile ‘difficile’, Nole sale al n. 3

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Questa edizione degli Us Open non passerà di certo inosservata, ma anzi – al contrario – passerà alla storia: in positivo e in negativo. Per le emozioni che ha regalato e per quanto successo in campo. Finale dolce-amaro per le finali. Ma procediamo con ordine. Innanzitutto segnaliamo le condizioni meteo molto pregiudicanti non trascurabili: la pioggia incessante molte volte ha fatto disputare i match col tetto coperto, cambiando le condizioni di gioco; altrimenti, in via alternativa, c’è stato un caldo allucinante e afoso con anche quasi quaranta gradi. E con il rischio disidratazione dietro alla porta e sensazioni terribili di calore asfissiante e senso di soffocamento per i giocatori, che faticavano a respirare; come accaduto a Stefano Travaglia prima (che si è ritirato appunto per disidratazione, tra la commozione generale) e a Roger Federer (ritiratosi per il caldo eccezionale che gli faceva mancare l’aria e non lo faceva respirare, tanto da essere sottoposto ad accertamenti). Dunque già vincere in tali condizioni era un successo. Poi il prestigio del torneo è indiscutibile. Intanto, su Eurosport, Flavia Pennetta faceva conoscere i retroscena e descriveva le emozioni di arrivare in finale, giocare e vincere. Indescrivibili, ma ha provato a farle comprendere anche se è qualcosa di incredibile quello che si prova. E, a proposito d’Italia, da segnalare il ritiro di Francesca Schiavone, con il suo sorriso sgargiante di gioia, perché è felice della sua scelta, decisione che ha preso con il cuore perché ora vuole allenare (meglio i maschi possibilmente); tornare a vincere ed essere competitiva ‘in panchina’. La sua passione per il tennis non si spegne, ma basta col tennis giocato in prima persona: vuole vedere crescere con lei altri tennisti, da seguire come coach. In bocca al lupo per la sua nuova avventura a Francesca, che ha regalato un’altra emozione, insieme a Flavia. Certo ha emozionato vedere condizioni di gioco così dure; basti pensare che un altro momento ‘toccante’ è arrivato da Rafael Nadal; lo spagnolo è stato costretto al ritiro contro Del Potro in semifinale per un infortunio (forse una contrattura muscolare) al ginocchio. Rafa ha richiesto il time out medico, ma a nulla è servito; giocare non al top per lui è stato straziante e alla fine ha deciso di ‘fermarsi’ piuttosto che continuare a giocare così (male a suo avviso). Prima ha battibeccato per una chiamata col giudice di linea annunciando che si sarebbe ritirato di lì a poco, poi ha alzato bandiera bianca e si è arreso (sul 7/6 6/2 a favore dell’argentino) definitivamente. Con Del Potro rammaricato, che lo ha stretto a rete in un sincero abbraccio amichevole. E proprio a lui sarebbe toccato piangere di dispiacere in finale contro Novak Djokovic. Il serbo ha vinto in tre set e, così, sale alla posizione n. 3 del ranking mondiale. È decisamente quello dei tempi migliori. Fa molto piacere vederlo ritrovato. Nole vince bene il primo set per 6/3, disegnando alla perfezione il campo (con esecuzioni da manuale in totale sicurezza e disinvoltura). Poi cala leggermente di livello, mentre Del Potro ha una reazione d’orgoglio e alza il ritmo, soprattutto col dritto. Inizia a guadagnare terreno e va in vantaggio; poi Nole riesce a recuperare e pareggiare i games; si arriva al giusto e meritato tie-break, che Djokovic riesce ad acciuffare per 7 punti a 4. Se nel secondo set l’argentino aveva messo in difficoltà il serbo, nel terzo Nole è carico, ha ritrovato fiducia e sembra anche più fresco fisicamente, rispetto a un Juan Martin affaticato e stanco; sofferente, per Del Potro sembra finita, anche perché Nole va in vantaggio di un break e rischia di fare il secondo, di andare 4-1 e servizio; invece così non è e ci si attesta sul 3-2; a quel punto Juan Martin pareggia i conti e si prevede un altro set molto lottato; ma Nole ha un sussulto e strappa la battuta e va a servire sul 5-3; chiude con un punto strepitoso in attacco in controtempo. Gioia infinita per Nole, amarezza profonda per Juan Martin, che aveva creduto nella rimonta e nell’allungo almeno al quarto set. Una partita molto equilibrata ed entusiasmante: un paio di turni di servizio di Nole sono durati decine di minuti, uno oltre 16 minuti. Nole abbraccia a rete l’amico di sempre in lacrime. Poi corre dal suo team e da sua moglie a festeggiare. Quando scende, cambio di maglietta per entrambi i giocatori e l’argentino ancora in lacrime in panchina; allora Nole va da lui e cerca di confortarlo. Molto commovente ed emozionante vederli così vogliosi di vincere e attaccati al torneo. Ora Nole sale al n. 3. Il segreto della forma ritrovata? Una scalata con la moglie in trekking sui monti della Francia (per cinque giorni, lontano da tutto e tutti), dopo la sconfitta contro Marco Cecchinato al Roland Garros in Francia, che gli ha fatto ritrovare l’entusiasmo per il tennis.

Ma le emozioni non sono finite. Procediamo con ordine. Per quanto riguarda il maschile, particolarmente entusiasmanti i quarti di finale. La partita più bella del torneo forse è stata proprio quella tra Nadal e Thiem (finita al quinto set con il punteggio di 0/6 6/4 7/5 6/7 7/6 a favore dello spagnolo): davvero si è deciso tutto su un punto in questa maratona che ha acceso il pubblico. Così come nella finale tra Djokovic e Del Potro sono stati tre dritti facili sbagliati dall’argentino a segnare il parziale e fare la differenza (discriminanti dunque). Ad assistere sugli spalti (forse a sostegno di Del Potro) anche l’attrice Meryl Streep. Protagonista al cinema (dal 6 settembre) in questi giorni con “Mamma mia-ci risiamo”, ad assistere ai match maschili anche un altro attore che ha recitato nel film-musical precedente: Pierce Brosnan. Ed a proposito di cuori che palpitano, è stato proprio Novak Djokovic a chiedere di essere controllato, facendosi misurare la pressione per un battito anomalo che ha sentito: un’aritmia probabilmente dovuta al caldo, allo stress e alla stanchezza, che però un po’ ha fatto preoccupare gli spettatori. Caldo torrenziale che ha costretto nei quarti a due stop di oltre dieci minuti, anche venti, per cambiarsi di vestiti e rigenerarsi e rinfrescarsi un po’. Il primo è avvenuto proprio nel match tra Del Potro e Isner, con una lunga pausa concessa prima del quarto set. L’americano ha ceduto fisicamente, in una partita ‘dura’ comunque, a suon di aces. Dopo aver vinto il primo set al tie-break, Isner inizia a cedere terreno e perde gli altri tre per 6/3 7/6 6/2 (con un crollo netto nell’ultimo, dove rischia un fragoroso 6/1). L’altra interruzione per cambio d’abiti la chiede Millman a Djokovic nella sfida dei quarti, dominata dal serbo in tre set netti per 6/3 6/4 6/4; così come, in semifinale, il serbo vincerà facile contro Nishikori con il punteggio di 6/3 6/4 6/2. In forma strepitosa Nole, nulla da fare (ha fatto anche serve&volley contro Del Potro, anche se non ha messo a segno molti aces, percentuale bassa di servizi vincenti anche se non alla battuta, il che ha stupito molto poiché di solito serve davvero bene). Invece il giapponese è stato al centro di un altro match straordinario nei quarti, contro Cilic. Il croato era favorito, invece si è trovato in difficoltà con il nipponico (più veloce e rapido), bravo a sorprenderlo al quinto set. Forse stanco per il caldo, Cilic ha dovuto mettere in moto una rimonta strepitosa e fare ricorso a tutta la sua alta percentuale di aces, per rimanere in partita e restare ancorato al match. Dopo aver vinto il primo set per 6/2, il croato esce un po’ dal match, mentre il nipponico inizia ad entrare in partita e vince gli altri due set per 6/4 7/6; finalmente nel quarto il croato si ritrova e acciuffa il set per 6/4, facendo il break decisivo; ma nel quinto il giapponese gli ricambia il 6/4.

E dalle lacrime di Del Potro (che ha ammesso: “contro Nole ho giocato sempre al limite”), si è andati a quelle delle protagoniste della finale femminile, che molto ha fatto discutere. Se Nole ha eguagliato il record di Pete Sampras (suo idolo da bambino) di vincere 14 Grand Slam (tra cui tre Us Open), Serena Williams rincorreva il suo 24esimo titolo. Invece la finale è stata molto controversa. Di fronte aveva la giapponese Naomi Osaka: 20 anni, il 2018 per lei è stato un anno fortunato. Qui a New York ha centrato il suo secondo titolo in carriera e il primo Grand Slam che mette in archivio; e che potrebbe diventare il primo di una lunga serie. La nipponica è molto talentuosa e ha dominato il primo set, facendo correre Serena e soprattutto passandola con il suo dritto stretto in cross incrociato: passanti fulminanti per l’americana, che ha potuto solamente applaudire. Si aggiudica nettamente per 6/2 il primo parziale Naomi, ma poteva essere anche un 6/1 se di fronte non avesse avuto una n. 1. Serena inizia a perdere le staffe e prende un penalty point per ‘abuso di racchetta’, che rompe. Questo faceva seguito a un altro ‘penalty point’ per coaching, poiché l’allenatore Patrick Mouratoglou aveva fatto un gesto spingendola ad avanzare e non rimanere ancorata a fondo campo. A quel punto la Williams ha perso la pazienza ed è incorsa nel terzo penalty point per ‘abuso di parola’, dando del ladro all’arbitro Carlos Ramos, convinta che non dovesse ricevere la penalità; a suo avviso, se fosse stata un uomo non le avrebbe dato l’ammonimento, poiché gli uomini spesso fanno cose ben peggiori e non vengono sanzionati. La Osaka è attonita, interdetta, non capisce cosa stia succedendo, è confusa. Serena disperata e in lacrime. Lei chiama i supervisor, il marito è triste sugli spalti; la tennista crede che ormai per lei sia impossibile giocare, poiché va a servire sul 5-3 per la nipponica, che chiuderà 6/4. In realtà così non è perché un break di differenza si poteva ancora recuperare, ma ormai è fuori controllo, infuriata. La giapponese non esulta per la vittoria e durante la premiazione cadrà in lacrime, quasi dispiaciuta. A quel punto Serena tira fuori la classe e prima abbraccia e cerca di confortare l’avversaria prima della premiazione, poi – durante il discorso finale – ricorda che bisogna rendere merito e onore alla maggiore prestazione e al talento della giovane tennista, nonostante tutto il pubblico fosse dalla parte della statunitense. Peccato perché nel secondo set Serena era anche in vantaggio e avanti nel punteggio. Tutti speravano in un terzo set. Il dato di fatto è che Serena dovrà risarcire la federazione tennis statunitense di 17mila dollari: 10mila per l’abuso verbale, 4mila per coaching e 3mila per aver rotto la racchetta. La multa è una certezza, così come che la Osaka abbia meritato la vittoria; così come fu contro la Kasatkina ad Indian Wells, quest’anno nel marzo scorso, quando si impose per 6/3 6/2, in maniera similare, giocando una finale favolosa e strepitosa. L’altra cosa sicura è che non era una finale facile per nessuno; ma una situazione difficile per tutti. Per Serena, per la pressione che aveva su di sé, per le aspettative e per la voglia di centrare il 24esimo titolo, per le difficoltà di giocare pur non essendo al 100% (anche se avendo ritrovato la forma comunque). Per la Osaka, per la soggezione di un’avversaria stimata, apprezzata da tutti, che tutti sostenevano e tifavano, che incuteva timore per il prestigio e il carisma da n. 1 che ancora riveste; tra l’altro è stata la sua icona del tennis da seguire sin da piccola. Anche la Wozniacki ha sottolineato – nel docufilm biografico sulla vita di Serena -, quanto sia rispettata e apprezzata nel circuito. Ma per la Williams non era facile tornare e giocare, dopo un anno difficile come il 2017. Come ben ha raccontato in “Being Serena” (il titolo del docufilm prima citato), è stato per lei estenuante recuperare la forma fisica dopo il parto, il rischio di morire per un’embolia polmonare dopo la nascita della figlia. Rivivere quelle emozioni, che evidentemente le sono tornate alla mente, non le ha facilitato il compito e non le ha permesso di avere quella tranquillità per competere. Lei è un tipo molto esigente con se stessa, non ama perdere; in più sente il peso di essere d’esempio per la figlia, per tutte le mamme come lei, per le altre colleghe e per tutte le donne. Quest’ultima, una ausa che ha abbracciato e che la rende ancor più ‘vulnerabile’. La forza nella fragilità di una combattente, di cui è evidente la sensibilità e suscettibilità. L’orgoglio di non voler cedere né mollare per dignità, ma è dura rassegnarsi alla superiorità di un’avversaria giovane e fresca, nel pieno vigore della forma. Tutto questo non giustifica il suo atteggiamento esasperato, ma neppure quello dell’arbitro. Anche se è facilmente comprensibile che non era facile neppure per lui arbitrare una partita così difficile. Ha deciso di farlo nel modo più conforme possibile, con rigore ligio e ferreo, nel massimo rispetto del regolamento, che ha applicato in piena regola. Ineccepibile, ma forse anche questo esagerato. Forse avrebbe dovuto adottare un po’ più di psicologia: tranquillizzare, calmare e rasserenare Serena, cercando di metterla più in condizione di giocare la sua partita. Un po’ come ha fatto Lahyani con Nick Kyrgios (contro Herbert), lì forse anche troppo disponibile: infatti l’australiano era sotto di un set e anche nel secondo e perdeva 6-4 3-0 dal francese, ma Lahyani è sceso dalla sedia, lo ha confortato e Nick ha rimontato e vinto il match al terzo; e non sono tardati ad arrivare i guai per l’arbitro. Di sicuro, però, l’aspetto psicologico è importante, anche da parte del giudice di sedia verso i tennisti. Una delle regole principali, al di là di tutto, è che l’arbitro deve sempre rivolgere uno sguardo a un tennista e poi all’altro; in particolare prima al tennista più a ‘rischio’, anche a seguito del risultato del gioco, che potrebbe ‘esplodere’ da un momento all’altro, proprio per scalzare tale evenienza. E questo Ramos non lo ha fatto, anche se ha applicato correttamente il regolamento. Anche le sanzioni per Serena sono state molto salate, ma del resto ciò accadde anche a Fabio Fognini quando gli fu aperto il codice di condotta per comportamento antisportivo. Ancora una volta, al di là di giudizi, delle critiche, delle vedute, delle opinioni più o meno condivisibili e opinabili, si può discutere quanto si vuole: ognuno ha le sue ragioni e la sua visione in merito, il suo punto di vista incontrovertibile; ma il dato di fatto è che Naomi Osaka tocca il suo best ranking salendo alla posizione n. 7 del mondo, mentre Serena Williams si ferma alla n. 16, inseguendo la top ten; comunque anch’esso un ottimo risultato, forse impensabile per lei fino a poco tempo fa, quando discuteva sul da farsi sul suo coach, incerta sul suo futuro. E tutto questo è una nota più che positiva.

Atp di Umago e di Bastad: in Svezia e in Croazia due tornei per gli azzurri

tennis cecchinato

Quest’anno gli Atp di Bastad (in Svezia) e di Umago (in Croazia) sono stati due tornei “azzurri”. Infatti la presenza trionfante dei tennisti italiani ha dominato. Nel primo in singolare si è imposto Fabio Fognini; nel secondo Marco Cecchinato. Il primo è arrivato in finale anche in doppio, insieme a Simone Bolelli. Tra l’altro il bolognese partiva dalle qualificazioni in singolare ed è giunto sino ai quarti dove ha perso da Gasquet. Il tennista di Budrio, però, si è tolto la più grade delle soddisfazioni: quella di eliminare al primo turno la testa di serie n. 1, ovvero Diego Schwartzman. Certo i due atleti azzurri non sono riusciti a portare a casa il titolo in doppio, ma hanno regalato molte emozioni. Non da ultimo, dei sorrisi sono venuti dalla videochiamata (al figlio Federico ed alla moglie Flavia Pennetta probabilmente), dopo la vittoria, del tennista ligure (mentre mandava dei baci affettuosi). Enorme la sua soddisfazione. Per quanto abbia ringraziato tutti gli organizzatori per l’ottima gestione del torneo appunto, però forse è stato un po’ pregiudicante per la coppia azzurra giocare immediatamente dopo (circa mezzora) che Fognini (attuale n. 13 del ranking) aveva disputato la finale: faticosa, tra l’altro, perché terminata al terzo set e molto lottata con Gasquet. Dopo aver finito il match decisivo, infatti, è dovuto di nuovo scendere in campo nella finale di doppio, subito a seguire. Evidentemente stanco, non è bastato un generoso Bolelli (che molto si è impegnato e ha cercato di fare, dandosi da fare per prendere l’iniziativa): ha dominato il gioco più rapido e veloce della coppia avversaria, basato su attimi, in cui occorrevano solo saldi riflessi per rispondere ad attacchi sporadici ed estemporanei; un po’ di sfortuna ha fatto il resto -con colpi usciti davvero di poco-. Un terzo set forse sarebbe stato giusto, ma non c’è stato. Forse se Fabio avesse speso meno nella finale di singolare le cose sarebbero potute andare diversamente. Sicuramente bello il fatto di aver ritrovato questa coppia solida di nuovo insieme, da veri amici, compagni di squadra in Coppa Davis e campioni seri. Non è da escludere, infatti, che Fabio abbia scelto di disputare il torneo di Bastad invece che quello di Umago proprio per la presenza dell’amico. Il ligure, infatti, in Croazia avrebbe difeso il titolo, conquistato due anni prima, quando vinse in finale nel 2016. Certo qui in Svezia i due atleti azzurri avrebbero potuto scrivere un esito diverso all’ultima pagina, se gli organizzatori avessero concesso una pausa più lunga al neo campione: giocare alle ore 18 invece che alle 17 italiane la finale di doppio non sarebbe poi cambiato molto per loro, ma avrebbe dato più tempo di recupero al ligure.

Tante le emozioni che gli azzurri hanno comunque regalato; innanzitutto il fatto che Bolelli stesso era ad un passo dalla semifinale e tutti gli italiani sognavano una finale tutta azzurra tra Fabio e Simone. Invece il tennista di Budrio si è fatto sorprendere dal talentuoso e coraggioso Laaksonen, in una rimonta strepitosa. Il nostro giocatore conduceva 6/1 (tutto facile e senza storia il primo parziale, quasi un’esibizione di tutto il suo miglior tennis e dei suoi colpi più belli e talentuosi; un vero e proprio show per Bolelli); poi avanti 3-0 con break nel secondo, sembrava tutto fatto, storia conclusa e invece il mach si è riaperto con la rimonta di Laaksonen fino al 3-3 e poi il break che lo ha portato in vantaggio sul 6-5, dove ha servito e chiuso per 7/5. Al terzo Bolelli è stato sempre più in difficoltà e si è piegato all’avversario, complice anche un po’ di stanchezza. Ma tanto amaro per lui, che è uscito dal campo molto rattristato e deluso per l’occasione sfumata.

Altre emozioni sono venute anche da Marco Cecchinato. Il tennista siciliano in Croazia ha dato proprio spettacolo, vincendo una finale giocata benissimo contro l’argentino (molto insidioso) Guido Pella. 6/2 7/6(4) il risultato finale, che dimostra quanto l’italiano sia partito bene e abbia dominato il primo parziale, mentre nel secondo stava rischiando di far rientrare in partita Pella (era avanti di un break) e si è andati al giusto tie-break, dove ha giocato benissimo: più aggressivo, rischiando di più e soprattutto regalando pochi punti e pochi errori all’avversario (dopo i primi punti persi, ha conquistato gli ultimi tutti di fila). Ormai il tennista nostrano è diventato n. 22 del mondo e si prepara già ai discorsi finali di ringraziamento a chiusura di premiazione come i veri campioni; davanti agli occhi soddisfatti della fidanzata sugli spalti, oltre ai suoi di gioia. E Cecchinato ha continuato a fare bene anche all’Atp di Amburgo, dove ha vinto un primo turno non facile contro il francese Gaël Monfils, decisamente in giornata. Dopo aver trovato il break decisivo nel primo set, che ha chiuso per 6/4, il francese si è portato subito avanti nel punteggio, dominando la partita con un gioco molto aggressivo e mettendo in seria difficoltà Marco, che non sembrava molto in giornata. Tutti ormai lo davano già negli spogliatoti e sotto la doccia, altri lo criticavano perché non aveva partecipato invece a Gstaad (da non confondere con il nome simile del torneo di Bastad, almeno nella pronuncia), dove c’era meno competizione, invece che giocare un torneo così importante come quello qui in Germania. Al contrario, scelta decisamente coraggiosa di confrontarsi con i più grandi in un torneo come quello di Amburgo (sempre di prestigio) proprio per crescere di più tennisticamente. Sugli spalti ad assistere al suo match c’era proprio la testa di serie n. 1 Thiem. L’austriaco, tra l’altro, si è sbarazzato facilmente del giovane francese Corentin Moutet per 6/4 6/2, ma il ragazzo ha fatto vedere molte cose buone (soprattutto con grossi colpi in accelerata), ma Dominic ha giocato in maniera strepitosa piazzando ogni tiro alla perfezione, da tutti i punti di vista, con delle mazzate da manuale, quasi a punire il più giovane ‘esordiente’, annichilendolo e imponendosi con il dominio e l’egemonia del più forte ed esperto, del più ‘anziano’ verrebbe da dire, ma vista la giovane età dei due non è forse il termine più adatto. Per quanto riguarda l’azzurro, invece, Marco Cecchinato pian piano ha ritrovato la fiducia e la concentrazione, riuscendo a pareggiare i conti nel secondo set per poi andare in vantaggio e portare il match al terzo set. La chiave è stata proprio la smorzata millimetrica che ama eseguire e che gli riesce alla precisione, ma drop-shot che lo stava tradendo in questa circostanza in cui era soprattutto Monfils a rifilargli delle spinose e velenose palle corte. Dopo aver vinto il secondo set per 6/3, con il break decisivo sul 5-3, nel terzo aveva più sicurezza di sé e la lotta è stata più alla pari. Match equilibrato che, ancora una volta, il siciliano ha sbloccato con il break fondamentale nel finale, strappando il servizio avanti sul 5-4. Non facile giocare dopo la finale in Croazia, con appena un giorno di recupero: la stanchezza sicuramente si faceva sentire. Bravo a rimanere calmo e concentrato. Ad Amburgo, poi, a proposito degli avversari di Bolelli- da segnalare che Laaksonen ha perso da Bedene (per 6/3 1/6 6/4), mentre Schwartzman ha vinto al terzo sul giovane Ruud (per 6/4 2/6 6/2). Anche Gasquet, avversario in finale di Fognini a Bastad dicevamo, ha conquistato il derby francese contro Paire per 7/6 6/4, come già accaduto in maniera simile contro Chardy ad s-Hertogenbosch dove in finale riuscì a portare a casa il titolo per 6/3 7/6.

A proposito dell’Open in Svezia, Fognini ha vinto bene il primo set in finale proprio contro Gasquet per 6/3; poi si è un po’ deconcentrato ed è come uscito dal match (molto falloso e quasi irriconoscibile), merito anche del campione transalpino, che si è imposto nel secondo parziale per 6/3; ma nel terzo è stata la reazione d’orgoglio del tennista ligure che non ha lasciato più scampo a Gasquet: ha iniziato ad avere fretta di chiudere e nel giro di poco il campione azzurro ha messo il sigillo sul torneo per 6/1; un parziale netto che gli rende merito e gli fa di certo onore. Grande prova di maturità la sua, soprattutto per il montare della stanchezza. Tra l’altro nelle semifinali Fognini aveva avuto un duro match (speculare, in cui si era fatto rimontare nel secondo set, avanti di uno) contro Fernando Verdasco: show di Fognini nel primo che rifila un severo 6/1 allo spagnolo; innervosito, l’altro ha reagito diventando sempre più aggressivo e riuscendo a sfruttare un lieve calo del ligure per strappargli il servizio, trovando il break per portare a casa il secondo set per 6/4. Poi Fognini ha riordinato le idee (infatti stava insistendo troppo sul pericoloso dritto mancino di Verdasco e stava scambiando troppo da fondo con lui; un gioco più aggressivo a rete gli è stato utile) ed è riuscito a venire a capo di un difficile ed equilibrato terzo set, che ha chiuso per 7/5. Buone, soprattutto, le percentuali di servizio, in particolare di prime, del tennista azzurro in questo torneo. Di certo non è stata una semifinale così faticosa come la sua, quella del francese Gasquet (che ha imposto un netto 6/2 6/3 in poco più di un’ora a Laaksonen). Questo nella finale tra i due si è sentito. Proprio Laaksonen ha impedito di avere Bolelli (un altro italiano) in semifinale. Il bolognese vince bene in maniera convincente ai quarti il primo set per 6/3. Mette in scena davvero un buon tennis di ottimo livello, con accelerazioni di precisione e potenza, buon servizio (con qualche aces) e solido da fondo nello scambio, ma a suo agio anche in attacco in avanzamento a rete. Sembrava tuto facile e destinato ad evolversi per il meglio. Nel secondo set, infatti, il tennista di Budrio conduceva 3-0. Poi, forse un po’ di stanchezza, forse un po’ di deconcentrazione, forse un po’ di sfortuna complice, ha iniziato a commettere qualche errore gratuito in più (con qualche palla uscita di pochissimo) e lo svizzero è riuscito a strappargli un 6/2 e a portarlo al terzo set. Un po’ innervosito, infastidito e confuso, è sembrato un po’ disorientato, quasi a chiedersi: ma come ho fatto a perdere il secondo set per 6/2? La verità è che lo ha fatto scambiare troppo da fondo, mentre avrebbe dovuto attaccarlo di più col dritto ad uscire in avanzamento (schema che per lui si è dimostrato vincente). Allungando gli scambio da fondo lo ha rimesso in partita e l’altro ha trovato ritmo e regolarità e si è fatto più insidioso. Tanto che, nel finale di partita, era il tennista di Budrio a sbagliare di più e l’altro è riuscito a fargli il break necessario che gli ha regalato la semifinale e il 6/4 decisivo. Un posto in semifinale che forse Bolelli aveva intravisto troppo presto, dando per finita una partita che stava appena cominciando e aprendosi. Comunque si è dimostrato un tennista molto cresciuto, in grado di esprimere un buon tennis, con un buono schema in attacco, da vero tennista di doppio (e forse da erba più che da terra). Comunque resterà quel memorabile 7/6 6/3 che ha rifilato a Schwartzman in un’ora e 54 minuti di gioco all’Atp di Svezia. In sintesi; Atp di Bastad e di Umago: tre finali (due di singolare e una di doppio) per tre campioni, tre talenti azzurri.

Per quanto riguarda, infine, i loro avversari citati, possiamo dire che (al successivo torneo di Amburgo), Monfils ha perso dall’argentino Leonardo Mayer per 6/1 7/6; mentre Schwartzman si è poi sbarazzato con un doppio 6/2 del giovane tedesco Masur al secondo turno; mentre Verdasco è stato sconfitto al terzo set (dopo una dura battaglia) dal talento brasiliano Tiago Monteiro, con il punteggio di 3/6 6/2 7/5 a favore del più giovane tennista.

Barbara Conti

IBI 2018 o 2019? Trasformazioni in corso, cantiere quasi aperto

angelo binaghiMentre si guarda già al Roland Garros 2018, sono state prima tratte le somme dell’edizione di quest’anno degli Internazionali Bnl d’Italia di tennis; guardando al futuro e pensando già al prossimo anno, perché tra un mese neppure già si sarà al lavoro per ideare l’edizione del 2019: nel segno dell’innovazione e della sperimentazione. È stato il presidente della FIT, Angelo Binaghi, a farne il sunto evidenziando i punti focali e facendo intravedere quali potrebbero essere le prospettive prossime.
Innanzitutto il risultato positivo raggiunto non poteva che portare ad esprimere soddisfazione; ed i numeri confermano la fondatezza di un ottimismo ponderato. In primis oltre 62 milioni di visualizzazioni durante il torneo, con un incremento del 9% rispetto allo scorso anno; poi il gradimento del pubblico è stato espresso soprattutto in particolare -ovviamente- sui canali social, con un tasso pari a circa 495mila fan e followers; a cui si aggiunge l’aumento del 58% delle visualizzazioni di video su Facebook, paragonate a quelle del 2017; così come sono state più di 1,4 milioni le interazioni avvenute sui social appunto, cresciute di un +32% rispetto ad un anno fa; durante lo svolgimento del torneo, inoltre, sono stati caricati e pubblicati più di 2.400 contenuti sui social sempre (via preferenziale utilizzata dagli appassionati di tennis giunti agli IBI); dal sito web ufficiale sono state, poi, visualizzate più di sette milioni di pagine, per non parlare degli utenti iscritti alla newsletter; successo anche per le app create e per la connessione WI-FI (sebbene non abbia sempre funzionato bene): 38.600 installate tra le prime (con oltre 28mila utenti registrati) e 33.900 per la seconda, con accessi alla rete gratuita molto ricercati e richiesti (con uso di password e username e con l’aiuto del personale del desk). Poi vi è un ultimo dato importante: l’ascolto del canale ufficiale della kermesse, Supertennis, è cresciuto notevolmente (di un +10% circa); rispetto al 2016, quando era il sesto delle emittenti sportive con un ascolto medio pari a circa 11.038 utenti, nel 2017 è salito al quarto posto, con una media aumentata sino a 14.041 utenti: ha saputo offrire un prodotto di qualità sempre maggiore e più evoluto, grazie all’uso delle nuove tecnologie. Una posizione che lo vede superato solo da colossi quali Rai sport 1 (al primo posto), Sky sport 1 (al secondo) e Sky sport 24 (al terzo). Questi ultimi, però, non sono ‘cresciuti’ nella loro media utenti, a differenza di Supertennis, sebbene mantengano le loro postazioni di prestigio grazie ormai all’affidabilità dimostrata (nella lunga esperienza di anni ed anni di attività sul campo) e alla fidelizzazione raggiunta di una clientela affezionata anche alle figure di esperti che si sono fatti apprezzare per la loro competenza.
In questa edizione, inoltre, sono stati molti i momenti centrali e toccanti che hanno animato la manifestazione diventata sempre più complessa: non è solo sportiva, commerciale, agonistica o mondana, ma anche culturale nel vero senso della parola; non di settore, ma aperta a tutti e in grado di coinvolgere chiunque. A ricordare tali attimi è stato il presidente della FIT Binaghi, che non ha parlato solo della seconda edizione a Milano delle Next Gen Atp Finals o non è stato solo protagonista della consegna della racchetta d’oro (prima dell’inizio della finale maschile tra Rafael Nadal e Alexander Zverev) a Jan Kodes: ex tennista cecoslovacco che vinse tre prove del Grande Slam nei primi anni Settanta, tra cui Wimbledon nel 1973; quell’anno arrivò al quinto posto della classifica mondiale. In carriera ha vinto otto tornei di prima fascia in singolare e diciassette in doppio. Nel 1990 è entrato anche nella International Tennis Hall of Fame. Agli Internazionali Bnl d’Italia è arrivato tre volte in finale, ma le ha perse tutte e tre: la prima nel 1970 da Nastase, la seconda nel 1971 da Laver, la terza nel 1972 dallo spagnolo Manuel Orantes. Mancava da Roma da circa 24 anni.
Dopo tali momenti topici, Binaghi si è detto innanzitutto “orgoglioso di questa edizione degli IBI”. “Abbiamo avuto, nel maschile, lampi da Lorenzo Sonego, Matteo Berrettini, che ha impegnato persino Alexander Zverev, Filippo Baldi, Marco Cecchinato, ma anche Stefano Napolitano, Andrea Pellegrino e Salvatore Caruso; un settore che ha un’ottima prospettiva, che ha offerto una fase di spettacolo durata ancora di più grazie a Fabio Fognini (giunto sino ai quarti e arresosi solo a Rafa Nadal): tutto impensabile sino a poco tempo fa”, ha commentato in proposito il presidente FIT. Si apre un futuro con una prospettiva rosea, perché sono “una reale speranza” per il tennis italiano. “Nel femminile, invece – ha aggiunto Binaghi – c’è una fase di lavori in corso: c’è necessità di ritrovare giocatrici che possano darci prospettive, che una grande Federazione come quella italiana deve avere”. A tale proposito, non ha potuto fare a meno di rilevare Binaghi, “Roberta Vinci ci ha regalato forti emozioni e ci ha gratificato nello scegliere il Foro per terminare la sua carriera”. Sì, la salentina si è ritirata e a Roma ha giocato la sua ultima partita, ma non è stato un addio al tennis. A spiegarlo è stato il presidente stesso annunciando quale sarà il futuro della Vinci: “resterà nella Fit ad accelerare il processo di crescita del settore femminile, dove intanto – ha comunicato ufficialmente Binaghi – abbiamo recuperato Camila Giorgi, che con Sara Errani costruiranno un gruppo solido, una squadra che possa essere competitiva in Fed Cup”. A proposito della tennista salentina, il presidente Binaghi ha avuto parole moto affettuose e gentili: “Non riesco a ricordarmi un episodio che non sia stato perfetto in tutta la sua carriera; Roberta è una grande atleta e una grande persona. Con Sara (Errani), Flavia (Pennetta), Francesca (Schiavone, wild card speciale quest’anno) hanno regalato emozioni irripetibili: chapeau a una carriera del genere. Il giorno dopo il suo ultimo incontro giocato qui al Foro ho parlato con lei, che ha meritato adesso un periodo di vacanza giustificata molto lunga. Avevamo pensato per lei, per il suo futuro, diversi scenari possibili, tra cui uno di essi credevamo potesse essere quello di commentatrice sui nostri canali Tv: ha una buona comunicativa e una simpatia immediata, empatica e carismatica che arriva subito. Invece lei ha scelto la strada più scomoda: vuole continuare a vivere di tennis giocato con le nostre ragazze di Fed Cup (tra cui abbiamo visto durante le qualificazioni Martina Trevisan, Martina Caregaro, Deborah Chiesa, Jessica Pieri su tutte). Ha deciso di lavorare nel settore tecnico della Fit, ma deve prima capire quale potrà essere il suo contributo e soprattutto quanto sia difficile operare e adoperarsi in tale contesto”.
Risultati superiori alle aspettative, anche grazie ai ritorni di Maria Sharapova e Novak Djokovic (arrivati entrambi alle semifinali), che neppure il lieve calo di incasso (un -3%) dalla vendita di biglietti ha potuto incrinare. Qualche giorno di maltempo (la finale maschile stessa è stata interrotta per pioggia per un’ora) non ha inficiato gli introiti e il successo della manifestazione, di cui un valore aggiunto – ha precisato Binaghi – è la location. Ed a proposito di innovazione, i maggiori cambiamenti potrebbero riguardare proprio quest’ambito. “È stato un prodotto finale fantastico. L’intero impianto della location ha contribuito in maniera preponderante alla riuscita stessa dell’evento e ne ha rappresentato un valore aggiunto. Cercheremo di fare tutto il possibile per migliorarlo e rinnovarlo, tentando di cambiarne la connotazione. Il prossimo anno faremo una struttura nuova dell’attuale Next Gen Arena, che chiameremo in modo diverso. Ci sarà, inoltre, una maggiore razionalizzazione dello spazio, sia dell’area commerciale che di quella riservata alla stampa. Stiamo trattando, poi, anche per la copertura del Centrale, un’operazione necessaria quanto complessa per i vincoli presenti nella zona, ma pensavamo a una struttura che fosse adattabile e fruibile anche dalla pallavolo e dalla pallacanestro”. Infine, c’è sempre la parentesi di portare il tennis a piazza del popolo: “i rapporti con l’amministrazione capitolina ci sono e sono buoni, riapriremo la questione e posso garantire che il tennis a piazza del popolo ci andrà perché sono testardo come tutti i sardi e tengo molto a che sia raggiunto tale traguardo”. Maggiore attenzione dovrà essere riposta in futuro, poi, anche al pubblico di utenti stranieri, che hanno fatto sì che ci potesse esserci il sold out nelle tre giornate conclusive.

Internazionali BNL,
‘nuovo’ Federer per il Foro

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Dominic Thiem

Gli Internazionali BNL d’Italia al Foro Italico non sono solo tennis, big, autografi, selfie e foto rubate a giocatori e giocatrici durante gli incontri. C’è molto altro che spesso non viene abbastanza colto. Soprattutto quest’anno e in questa edizione. Infatti la grossa novità è stata l’installazione di un campo in terra per esibizioni dimostrative o altro a piazza del popolo a Flaminio. Vi rimarrà per tutta la settimana del torneo a titolo esemplificativo, a ricordare che nella Capitale non c’è solo il calcio, ma anche il tennis che si lega alla solidarietà, alla salute e tanto altro ancora. Posizionato nel cuore di Roma appositamente, qui sono stati sorteggiati i tabelloni femminile (padrini Paolo Lorenzi e Stan Wawrinka) e maschile (madrine Sara Errani e Svetlana Kutznesova). I big poi si sono cimentati in un palleggio simbolico. Un modo per acquisire più visibilità, che permette di porre l’accento su tematiche sociali. Roberta Vinci stessa è stata madrina della solidarietà in un certo qual modo durante il match sul centrale contro la Konta. In campo infatti è sceso un bambino affetto da una malattia genetica rara e se ne è approfittato per invitare ad andare a visitare lo stand di Telethon e donare, potendo e volendo. Senza dimenticare che il 18 maggio, a due passi, allo stadio Olimpico, si giocherà la ‘Partita del cuore’.
E poi anche quest’anno, a conclusione del torneo, sabato 14 e domenica 15 (dalle ore 10 alle ore 18), si terrà una nuova edizione di “Tennis&Friends”.
Gli Internazionali sono anche spettacolo, però. Il 2016 forse ne ha regalato più che in passato. Si è cominciato il primo giorno con “Roma cares”, esibizione amatoriale di tennisti e giocatori della Roma: da Roberta Vinci, a Francesca Schiavone, a Nick Kyrgios, a Fabio Fognini e Flavia Pennetta, ad Andreas Seppi. Per i giallorossi: il Capitano Francesco Totti, Alessandro Florenzi, Daniele De Rossi, El Shaarawi.
Proprio Flavia Pennetta, poi, è stata al centro, nella seconda giornata, di un tributo per il suo addio al tennis, che ha voluto dare proprio qui al Foro.
Tuttavia gli Internazionali sono anche informazione: quella che viaggia in tempo reale con le news Ansa del Messaggero, sullo schermo dove viene dato il punteggio delle partite: una sorta di breaking news aggiornate che permettono di essere sempre al corrente degli eventi che accadono.
Questa manifestazione significa però anche turismo, con supporter stranieri (inglesi, americani, francesi, giapponesi), venuti da lontano a sostenere i loro beniamini. Ma anche nostri connazionali provenienti da Milano o Torino, arrivati per il giovane Sonego persino ad esempio, che hanno sfruttato il servizio navetta e i pacchetti offerti da Frecciarossa. Certo i collegamenti dentro la città, con bus costipati, qualche disagio e rallentamento lo creano, ma per il tennis si sopporta questo ed altro.
Protagonisti, ad ogni modo, non sono solo i giocatori, ma anche i raccattapalle: applauditi scherzosamente quando prendono al volo palline scansate dai tennisti.
Soprattutto ad essere stato il principale artefice dell’andamento dei tabelloni é stato il meteo: il forte caldo torrido dei primi giorni, ha portato allo svenimento di un raccattapalle durante il match d’esordio di primo turno sul Pietrangeli di Venus Williams. Poi la pioggia ha infastidito e interrotto qualche incontro con quello tra Raonic e Kyrgios.
Questo ha fatto sì che le condizioni del campo cambiassero e sia stato difficile adattarsi a giocare in situazioni diverse. Per di più, molti prima hanno giocato un incontro in serale e poi il successivo nell’ora più calda del giorno; così i tabelloni hanno visto l’uscita di molte teste di serie.
Tra cui Roger Federer per mano del giovane austriaco Dominic Thiem, vera rivelazione. Due set sono bastati per veder uscire lo svizzero, che ha trovato un suo possibile erede: stessa tenacia e carattere, stessa aggressività e gioco d’attacco, stessa classe e precisione e completezza di colpi e fondamentali simili (tutti e due giocano il rovescio a una mano), servizio potente per entrambi e solidità di gioco. Il loro match è stata un’occasione per ricordare che il tennis è anche per i più piccoli. Durante il sorteggio con la monetina preliminare è sceso in campo Snoopy come mascotte a sancire la regolarità dello stesso.
Per Federer uno striscione citava: “No Roger, no party”; poi è stato rimosso, ma sicuramente, nonostante la delusione per la sconfitta del campione elvetico, si continuerà a far festa per tutta la notte nell’area adibita appositamente per i momenti più glamour.
Tuttavia qui al Foro è immancabile l’intrattenimento. Musiche ad ogni pausa di game o set, ma c’è stato anche un simpatico sketch del team “We are tennis”, vestito tutto di verde, mentre giocavano Raonic e Cecchinato al primo turno. Come un coro, si sono cimentati in canti e danze improntando un balletto costruito e divertente, quasi da spot pubblicitario.
Certo gli allenamenti sul Centrale dei big sono stati i più seguiti e non hanno avuto paragoni. L’organizzazione sicuramente può reputarsi soddisfatta di tutti i campioni che è riuscita a portare, nonostante qualche assenza passata un po’ in sordina e nel silenzio: come quella di Simone Bolelli. In compenso c’è stato il ritorno di Volandri, sebbene abbia perso da Ferrer con onore. Di sicuro una recuperata Kutznesova. E Djokovic super favorito, con un Nishikori in buona forma e un Thiem temibile che fa pressione.
Più che parlare di tabelloni, tranne che per sommi capi poco fa, abbiamo voluto raccontare curiosità, lati inediti degli Internazionali per cercare di comunicare quale è la vera esperienza che si respira e si vive qui al Foro.

Barbara Conti

Leicester Campione:
una favola a lieto fine

ranieri6Storica impresa del Leicester di Claudio Ranieri: la piccola squadra inglese si è aggiudicata la Premier League con due giornate d’anticipo. È la rivincita del tecnico italiano: “Ho sempre pensato che un giorno avrei vinto uno scudetto”. I complimenti di Renzi: “La più grande impresa del calcio inglese l’ha guidata un italiano”.

STORICA IMPRESA Il sogno è diventato realtà. Il Leicester City ha vinto la Premier League, il campionato inglese. Un’autentica impresa, un successo assolutamente inaspettato che nessuno, tranne qualche pazzo scommettitore, poteva prevedere a inizio stagione. Un po’ come se il Chievo o il Sassuolo avessero vinto lo scudetto, per intenderci. Ed è un trionfo anche italiano perché l’allenatore delle ‘Volpi’ (così si fanno chiamare i giocatori del Leicester) è Claudio Ranieri. Decisivo, lunedì sera, il pareggio 2-2 tra Chelsea e Tottenham, che ha permesso al Leicester di mantenere un vantaggio di 7 punti sulla squadra del tecnico Pochettino a due giornate dalla conclusione e, dunque, di poter festeggiare matematicamente il titolo. E pensare che a luglio la società aveva chiesto a Ranieri un campionato tranquillo, magari una salvezza con meno patemi rispetto a quella ottenuta nell’ultima giornata della stagione 2014/2015. Invece, dopo un avvio sprint, la squadra ha iniziato a crederci, pur rimanendo con i piedi per terra. Le big stentavano: al Chelsea il ciclo di Mourinho era arrivato al capolinea, tant’è che lo Special One è stato cacciato a campionato in corso. Il Manchester United era ancora senza identità dopo l’addio dello storico tecnico Sir Alex Ferguson. I cugini del City si sono concentrati maggiormente sulla Champions League, mentre l’Arsenal ha dimostrato ancora una volta di avere poco carattere. Non a caso, il vero avversario del Leicester è stato il Tottenham, il cui secondo posto è comunque un grandissimo traguardo. Ma questa favola non poteva avere un triste finale: qui non si parla più di calcio, ma di autentica storia.

LA RIVINCITA DI RANIERI Ammettiamolo, chi prima chi dopo, siamo diventati tutti tifosi del Leicester. Soprattutto noi italiani speravamo nella grande rivincita di Claudio Ranieri: una persona perbene prima che un bravissimo allenatore, che tuttavia non aveva mai avuto lo sfizio di vincere qualcosa di importante, pur avendo allenato squadre del calibro di Juventus, Inter e Roma. C’era andato vicino proprio con i giallorossi nel 2010 (anno del ‘Triplete’ dell’Inter firmato Mourinho), ma il “Non succede ma se succede…” poi non è successo. Però in educazione, aplomb e garbatezza, Ranieri non è mai stato secondo a nessuno. Ora, a 64 anni, reduce dal fallimento con la Nazionale greca, è finalmente arrivata la sua rivincita, il suo grande momento di gloria e giustamente l’allenatore italiano non sta nella pelle: “Ho sempre pensato che prima o poi avrei vinto lo scudetto. L’unica dedica che posso fare a tutti quanti è dirgli di crederci, provateci non solo nel calcio ma in tutti i campi della vita”.

I COMPLIMENTI DI RENZI – Sono arrivati puntuali i complimenti del premier Matteo Renzi su twitter: “La più grande impresa della storia del calcio inglese l’ha guidata un italiano. Grande Leicester. Grandissimo mister Ranieri. #pazzesco”. Tra gli eroi di questa meravigliosa cavalcata merita un cenno il centravanti Jamie Vardy, uno che appena 4 anni fa giocava nei dilettanti e lavorava in fabbrica e che ora è stato nominato ‘Giocatore dell’anno’ e che guiderà da titolare l’Inghilterra all’Europeo. Noi italiani abbiamo provato qualcosa di simile lo scorso settembre, quando Flavia Pennetta si è aggiudicata a sorpresa gli Us Open di tennis. Ora sono il Leicester e Claudio Ranieri a diventare leggenda. I sogni si avverano.

Francesco Carci

Federation Cup: Dopo 18 anni l’Italia in serie B

spagna-italia-fed-cup-2016-programmaUna serie di infortuni mettono KO l’Italia del tennis femminile. Una serie di contingenze avverse, cambi dell’ultimo minuto forzati e un po’ di sfortuna, mandano le ragazze di Federation Cup in serie B. La Spagna di Garbine Muguruza e Carla Suarez Navarro straccia le azzurre in modo impietoso. Giocare contro, rispettivamente, la numero 4 e 12 del mondo non era facile a prescindere, ma prevedere a priori una sconfitta del genere era comunque impensabile. Molta amarezza lascia questa uscita di scena di giocatrici che hanno dato tanto al tennis in passato. Un ritorno in serie B dopo 18 anni che riempie di tristezza. Neppure giocare la carta Roberta Vinci è servito a capitan Barrazzutti. Ora non si può fare altro che tornare a lavorare e interrogarsi se e dove si sia sbagliato qualcosa.
Nella giornata di apertura sono scese in campo nel primo singolare Francesca Schiavone contro Garbine Muguruza. Un primo set decisamente equilibrato, in cui l’italiana ha fatto partita alla pari con la top ten in grande forma. Già di per sé questo è stato l’esito di un imprevisto non calcolato che si è dovuto fronteggiare nel team azzurro. Durante l’allenamento con la milanese, Sara Errani (che avrebbe dovuto giocare lei il match) si è infortunata (risentimento muscolare) e così Barrazzutti ha deciso di schierare Francesca, che ha dato il massimo. È stata a un passo da compiere un’impresa storica, avanti 4-2 a suo favore nel tie break. Poi doppia breve interruzione per un malore tra il pubblico e per una vespa che l’ha punta vicino al naso. La tennista nostrana si è distratta e così la spagnola è riuscita a portare a casa il set. Poi un tracollo fisico dell’azzurra e il primo punto è andato alla Spagna. La capitana del team iberico, Conchita Martinez, ha potuto festeggiare in allegria il suo 44esimo compleanno. “Un grandissimo match di Francesca, che ha espresso il suo miglior tennis, giocando alla pari con la Muguruza”, ha commentato Barazzutti. Mentre la Martinez della sua giocatrice ha detto: “Garbine è stata brava a mantenere la concentrazione giocando di fronte al pubblico di casa per la prima volta”.
Dopo il 7/6 6/1 subito da Francesca è stata la volta di Roberta Vinci contro la Suarez Navarro. Anche Flavia Pennetta e Karin Knapp erano tra gli spalti, con la famiglia Vinci, a tifare. Del suo match la milanese ha detto di essere rammaricata per i tre errori fatali nel tie break (una volée e due dritti sbagliati). “Tre palle break non sfruttate le ho pagate e poi sono scesa un po’ di ritmo e di rendimento per un po’ di stanchezza che ho iniziato ad accusare. In campo ho vissuto tante emozioni. In primis la felicità di poter tornare a vestire la maglia azzurra, che ho sentito come una gioia ma anche quale una responsabilità. Mi sono emozionata tantissimo sia durante l’inno che in campo”.
Una partita speculare quella di Roberta a quella giocata dalla Schiavone contro la Muguruza. La Vinci, infatti, ha puntato con il suo back sul rovescio della spagnola, che ha chiuso quasi sempre il punto con accelerate grazie allo sventaglio di rovescio, colpendo di dritto sul dritto lungolinea di Roberta e costringendola all’errore, buttandola fuori dal campo (proprio come accaduto spesso nel precedente incontro tra Francesca con la n. 4 del mondo).
La Suarez Navarro vola subito 3-0. Roberta prova a fare smorzate, ma subisce sempre l’iniziativa della spagnola. Si riesce tuttavia a portare sul 3-1 anche se ha rischiato il 4-0; poi ha persino cinque palle del contro-break che non sfrutta e che la Navarro annulla tutte, ottenendo il game con un errore di rovescio di Roberta. Ed è 4-1; da lì il passo per il 6-1 è breve. Anche in apertura di secondo set c’è l’immediato break della spagnola all’inizio, che si assicura subito il 2-0. Poi il passaggio al 4-0 4-1 e 6-1 è un attimo: la replica pressoché identica del primo set. Un doppio 6/1 pesante, ma un po’ motivato. Roberta è stata ferma per un infortunio al tendine del piede per circa 20 giorni ed è passata a giocare dal cemento americano alla terra in un batter d’occhio, che l’ha destabilizzata e le ha impedito di rendere al meglio. “Una Carla perfetta”, come l’ha definita la Martinez, del resto non l’ha aiutata affatto. “Dovevo essere più incisiva”, è stata la risposta, il mea culpa della salentina.
Si arriva, così, alla seconda giornata, con una Vinci che approccia ottimista e fiduciosa la partita (decisiva per l’Italia per rimanere nel World Group) contro la Muguruza. Inizia subito aggressiva e sembra davvero avere delle chance, potersela giocare bene. Una partita infatti in equilibrio sino al 3-2 per la Muguruza. Poi la ‘magia’ si rompe e la spagnola strappa il servizio a Roberta: 4-2 per lei, che riesce a chiudere facilmente 6/2 il primo set. Complici anche delle vesciche al piede che impediscono all’azzurra di muoversi al meglio in campo.
Garbine gioca molte smorzate vincenti, che forse sarebbero state utili anche a Roberta, che ha cercato di fare quelle modifiche che tanto gli aveva chiesto Barazzutti. Su un rovescio lungolinea, uscito di poco, in corsa c’è il primo set point che è quello buono: altra risposta sbagliata di Roberta ed è 6-2 per la spagnola, in circa mezzora di gioco. La Muguruza fa la differenza soprattutto con la battuta e con un buon rendimento al servizio: 70% di prime piazzate contro il 52% dell’azzurra; Garbine mette a segno anche 4 punti a rete, conquistati giocando con più profondità. La spagnola conquista subito il break in apertura di secondo set e strappa il servizio a Roberta; sull’1-0 e la battuta a disposizione piazza addirittura 3 aces e tiene il servizio a 0. Tira tutto e le riesce tutto. Tuttavia, nonostante ciò, le fan italiane non demordono e incitano la Vinci sventolando bandiere dell’Italia. Sugli spalti la tristezza della mamma di Roberta, lo sconforto di Barazzutti che sospira e il nervosismo, l’amarezza e il disappunto, in campo, di Roberta anche un po’ sfortunata. Queste le sensazioni che si respirano e vivono. Con un altro 6/2 la Spagna vince il ballottaggio, spareggio che le permette di restare nel World Group. Si tratta della quarta vittoria della Spagna sull’Italia in Fed Cup su sette incontri disputati. “Ingiocabile, semplicemente perfetta la Muguruza, che ha chiuso con l’ennesimo ace.
Ha vinto la giocatrice migliore”, questo il commento di Barrazzutti che ha riconosciuto il valore superiore dell’avversaria. “Abbiamo perso contro una squadra fortissima –ha aggiunto-. Con questa Garbine Muguruza, la Spagna può aspirare anche al titolo mondiale”. “L’Italia è stata una squadra molto valida”, ha voluto concedere con sportività alle azzurre Conchita Martinez. “Lei ha spinto molto, ha servito bene e con il servizio ha fatto la differenza; è stata anche molto aggressiva. Non ero al 100% e l’infortunio al piede non mi ha consentito di allenarmi bene. In più il passaggio dal cemento americano alla terra mi ha ostacolata”: questo il sunto del match fatto dalla Vinci. Tanta l’emozione e la soddisfazione per la Muguruza. “L’Italia va in B dopo 18 anni, ma queste ragazze hanno dato tantissimo al tennis. Queste ragazze hanno vinto tantissimo. Ci sono delle giovani emergenti che crescono. Resteranno delle atlete eccezionali di cui si avrà sempre bisogno”, questo quello che resterà di questa pesante sconfitta. Di certo dispiace perché è stata un’occasione mancata per rivedere, chissà, insieme la Vinci e l’Errani in doppio.
Sicuramente siamo convinti che siano state troppe le contingenze negative avverse imponderabili, che hanno remato contro l’Italia. Innanzitutto il ritiro di Flavia Pennetta. Poi la separazione in doppio della Errani e della Vinci, che aveva allontanato quest’ultima dalla Fed Cup. Poi gli infortuni di Sara, Karin e Roberta stessa, che quindi non erano al top delle condizioni fisiche, proprio prima dello scontro di spareggio. La superficie della terra rossa, con tornei appena giocati sul cemento, senza nemmeno avere il tempo di allenarsi sul “rosso”. Poi scelte che sono andate in direzione opposta, in contrasto, non ambigue o prive di coerenza o motivazione, ma comunque asimmetriche. Ciò non ha dato equilibrio, compattezza, ordine, chiarezza alla squadra a nostro avviso; anzi, al contrario ha contribuito a portare confusione e spaesamento. Nel precedente incontro di Fed Cup prima dello spareggio Barazzutti aveva puntato tutto su Sara Errani, che stavolta non h potuto giocare, senza far scendere in campo la Schiavone (su cui stavolta ha riposto le sue aspettative). Prima non aveva neppure schierato Roberta, che ora ha richiamato, senza neppur poter preparare gli incontri per il problema al piede. Camila Giorgi, che aveva fatto la sua partita la precedente volta, stavolta era assente. Insomma schieramenti opposti che non hanno permesso, a nostro avviso, di preparare al meglio questo match di Federation Cup, che ha sempre bisogno di una squadra strutturata sicura, definitiva e continua. Continuità che l’Italia non ha avuto e che le è mancata. Come nel calcio dove ci sono le riserve in panchina che si alternano in campo, ma c’è sempre la squadra titolare su cui si ripongono tutte le aspettative, che dà certezze e punti di riferimento a tutto il team. Scelte non sempre volute, ma forzate per capitan Barrarzzutti, che però forse dovevano e si potevano cercare di contrastare e riequilibrare. Quando l’Italia ha vinto, lo ha fatto sempre con il trio solito vincente: Errani-Pennetta-Vinci. Questo forse un po’ quello che si è perso e che si dovrà ricostruire, a partire dal doppio classico vincente Errani-Vinci. Forse queste ultime due devono ricominciare ad interrogarsi, dopo tale sconfitta dura, se sia il caso di lasciare da parte egoismi, orgoglio o qualsiasi altra ragione che le abbia portate a separarsi, per tornare a giocare insieme e ricostruire quella squadra di Federation Cup che tanto ha dato al tennis femminile. Senza lasciare indietro giovani leve come Martina Caregaro (già schierata contro la Francia), ma puntando comunque su veterane più solide. Quello che del resto avviene in Coppa Davis con Seppi-Bolelli e Fognini.

Barbara Conti

Indian Wells incorona Azarenka e Djokovic

Azarenka e Djokovic

Il torneo di Indian Wells regala grandi emozioni. Innanzitutto il ritorno di Victoria Azarenka, che si impone in finale con un doppio 6/4 su Serena Williams. Tiene diversi servizi a 0, vince gli scambi più duri e lottati, annulla nove palle break a Serena, che le prova tutte: tira di rabbia un passante lungo-riga con tutta la foga e la forza che ha, girandosi su se stessa con il busto completamente in torsione a completare tutta la rotazione, quasi a richiamare le ‘sue’ piroette di gioia per esultate per un punto andato a segno, come a dire ‘questo colpo deve assolutamente entrare’. Poi lo sconforto e la rassegnazione sua e del suo staff sugli spalti, dove c’è la sorella Venus. Prima, infatti, arriva in spaccata su un colpo in diagonale laterale tentando di recuperare un passante micidiale della Azarenka, poi si innervosisce e commette troppi doppi falli. L’amarezza è troppa e così, furiosa, fracassa la racchetta al cambio campo e si prende un penalty point (attribuito raramente).

In compenso Serena dà sfoggio di un nuovo look molto particolare: body e gonnellino plissettato turchese, capelli corti e piastrati, con una fascia blu in fronte e un rossetto rosso sulle labbra a rifinire. Anche la Azarenka non è da meno. Per la finale toglie i leggins neri e la maglia bianca a maniche lunghe indossati per tutto il torneo, per optare per canottiera bianca e verde e più pratici pantaloncini corti bianchi.

Il tennis femminile è anche estetica, ma non solo. Forte la nostalgia per l’assenza di Maria Sharapova, ma soprattutto di Flavia Pennetta che vinse il torneo lo scorso anno. Peccato per Roberta Vinci che si è fermata solamente ai quarti. Bene per il ritorno di Simona Halep che perde malamente in semifinale da Serena. Ancora più buona e interessante la performance della Pliskova nel torneo, che deve arrendersi alla Azarenka in semifinale: Victoria si conferma così la più lottatrice di tutte, con una grinta e una rabbia e cattiveria agonistiche che sono sembrate mancare a tratti persino alla Williams.
Indiscusso, invece, il dominio di Djokovic nel maschile. Si impone su un più che valido Raonic, che interpreta un ottimo match al di là del punteggio. Poi un infortunio, per cui chiede il medical time out, per un problema forse alla schiena lo ha frenato. 7/6 6/2 il parziale di un incontro lottato, in cui solamente la maestria di Djokovic nel giocare alla perfezione i punti decisivi ha permesso a Nole di trionfare agevolmente sia sul canadese che su Nadal in semifinale. Per lui si tratta del 27esimo Master 1000 vinto (come lo spagnolo), del 62esimo titolo in carriera e del terzo di quest’anno. E soprattutto della quinta volta (la seconda consecutiva) che si impone qui ad Indian Wells: IW#5 é la scritta riportata di sua mano sulle telecamere.

Per Raonic è la terza finale persa di un Master 1000. Forse ha pagato la stanchezza della dura semifinale contro Goffin, vinta per 6/3 3/6 6/3. Del resto i precedenti contro il serbo parlavano chiaro ed erano tutti a favore del numero uno al mondo, che li aveva vinti tutti e 5, lasciando solamente un game a Milos. Con Hilary Swank sugli spalti ad assistere, la partita è sembrata un’equazione inversamente proporzionale: minimo rischio con massimo risultato per Nole, esattamente l’opposto per il canadese.

A dare infine spettacolo nel maschile sono, però, anche ancora i campioni di ieri. Nel torneo ‘speciale’ internazionale tipo ‘La Grande sfida’ dell’Atp di ‘Kings of tennis’ da Stoccolma, un siparietto molto curioso e divertente tra McEnroe e Muster merita una parentesi. Il primo strapazza duramente il secondo, che rischia un ‘cappotto’, come si dice in gergo, davvero duro e umiliante. Così punta sulla farsa e sull’auto-ironia. Muster, dopo diversi doppi falli, dice all’arbitro di scendere lui a giocare, a seguir di una chiamata a suo avviso sbagliato. L’arbitro sta al gioco e lancia una palla sulla sedia (dove nel frattempo si è andato a sedere Muster) e un’altra sugli spalti tra il pubblico. Poi i due tennisti riprendono il match, il punto viene ripetuto e McEnroe manda in rete il colpo, allora Muster esulta, invoca verso il cielo, si inchina a terra e bacia la riga bianca. Essere campioni significa anche questo: la sportività di affrontare con simpatia anche una sconfitta amara. Quasi invidioso e geloso McEnroe di Muster che per qualche attimo gli ha rubato la scena, se non fosse per il punteggio che lo ha incoronato nuovamente. Altrimenti, chissà, sarebbe stato lui stavolta a spaccare racchette ed imprecare come solito da chi come lui non vuole e non ci sta a perdere. Sorprendente la facilità con cui ha giocato, quasi disinteressato e come se tirasse la palla ad occhi chiusi, lasciando partire il braccio con naturalezza in scioltezza.

Barbara Conti

WTA Australian Open ’16: Kerber batte la Williams

Serena Williams e Angelique Kerber

Serena Williams e Angelique Kerber

A 28 anni la tedesca Angelique Kerber vince il suo primo Slam, gli Australian Open, sconfiggendo in finale al terzo set la numero uno Serena Williams.
“Uno sogno che si realizza”, “un onore averlo vinto contro di lei”; così la testa di serie n. 2, che ora salirà alla posizione n. 3 del ranking mondiale (dietro Serena e Simona Halep), ha commentato questa vittoria. Senza dimenticare di rivolgere un pensiero al suo team: “la squadra migliore perché non è semplice interagire con me, non ho un carattere facile”; visibilmente commossa, non nasconde di avere la pelle d’oca. L’emozione è davvero forte per entrambe le tenniste. Un match lottato in cui una Kerber competitiva ha costretto la Williams a dare il massimo, togliendo certezze all’americana, rispondendo sul suo potente servizio, in finale non abbastanza preciso nonostante abbia messo a segno molti aces. La Kerber ha martellato la campionessa, nettamente favorita, soprattutto sul rovescio per poi, dopo averla spostata e averle fatto perdere il centro del campo, affondarla sul suo dritto, costringendola a rischi enormi che le hanno fatto spesso perdere il controllo di questo fondamentale sempre così incisivo di solito.
Notevole il divario nel numero di errori forzati commessi, infatti: 47 per l’americana, contro “solo” 25 per la tedesca. Si sono viste buone smorzate da entrambe le parti e tutte e due le tenniste si sono spinte più volte in avanti a cercare il punto a rete, mostrandosi molto aggressive. La differenza la tedesca l’ha fatta conquistandosi più palle break: 9 per lei, contro “solamente” cinque per la più piccola delle Williams.
6/4 3/6 6/4 il punteggio finale. Per Serena un milione di dollari australiani vinti. La finalista, però, non ha mancato di congratularsi con la vincitrice: “Sei stata la migliore in questo torneo, te lo meriti e voglio essere la prima a congratularmi con te”. La stessa Serena aveva dichiarato precedentemente in conferenza stampa: “A volte contro Angelique hai la sensazione di non poter giocare il vincente perché senti che può arrivare il punto da un momento all’altro da parte sua”.
La risposta della trionfatrice è stata l’apprezzamento per la sportività dell’avversaria, che la rende ancor di più una campionessa e un esempio per tutti i giovani che si avvicinano e amano il tennis; come lo sono state Flavia Pennetta e Roberta Vinci lo scorso anno. Anche grazie al loro esempio, appunto, Angelique Kerber ha sempre sentito di potercela fare a coronare il suo sogno di essere regina di un Grand Slam, in particolare qui agli Australian Open.

Un’impresa compiuta dalla tedesca che si impone sull’americana dopo otto precedenti tra le due da cui era uscita sempre sconfitta. Dunque una “favola”, una “mission impossibile” quasi, che diventa realtà, a dimostrazione di doverci credere sempre con tutti se stessi per poter raggiungere il proprio scopo. Infatti è stata soprattutto una vittoria di grinta e tenacia, di ostinazione e di sana cattiveria agonistica da parte della Kerber, che non ha mollato mai, pur sapendo di essere sfavorita (Serena ha vinto gli Australian Open sei volte). Quindi sembra quasi di raccontare una fiaba a lieto fine, in cui ha vinto la forza di volontà, lo spirito di sacrificio di chi, con fatica, ha continuato sempre a lavorare su se stessa e sui campi da tennis per arrivare a quei vertici che ora ha conquistato a pieno regime meritatamente. La tedesca corre molto e la sua mobilità sorprende la Williams: dopo soli 39 minuti la tedesca porta a casa il primo set.

La gloria di Serena Williams brilla ancora però (come l’anello che simbolicamente portava al dito della mano), e la tennista è riuscita comunque a mettere la sua firma su questa finale siglando il più bel punto, ottenuto dopo lo scambio più lungo ed entusiasmante di tutto il match e di tutto il torneo. Un po’ come avvenuto nell’attesissima semifinale maschile tra Djokovic e Federer, vinta dal serbo, ma in cui è stato lo svizzero a mettere a segno un 15 eccezionale, dopo uno scambio durissimo, conquistandosi una standing ovation meritata e spontanea da parte del pubblico. Nella finale femminile, invece, siamo al terzo set quando, dopo continui break e contro break che dal 2-0 per la Kerber hanno portato alla parità, la Williams serve sul 40-15 per la Kerber e vince il più bello scambio dell’incontro, dopo aver fatto fare il “tergicristallo” alla tedesca. Angelique, poi, andrà in vantaggio per 4-2, tenendo la battuta a 0 per il 5-2, prima di chiudere per 6/4.

Barbara Conti

Mattarella agli azzurri: “Punire il doping”

mattarella azzurriIn occasione dell’incontro con una delegazione di atleti azzurri al Quirinale, il presidente della Repubblica ne ha approfittato per lanciare un chiaro messaggio contro tutti coloro che ricorrono all’uso di sostanze vietate, violando i sani principi dello sport: ‘’Fenomeni simili procurano rammarico, disappunto e tristezza. Bisogna punirli con rigore e, se si tratta di casi accertati, occorre procedere con grande severità”.
“GAREGGIARE CON LEALTÀ” – Per contrastare il doping, l’esempio deve arrivare dai grandi campioni: “I loro comportamenti penetrano con grande efficacia nel tessuto sociale – ha aggiunto Mattarella -, occorre gareggiare con correttezza, con lealtà, senza infingimenti, simulazioni o inganni. L’agonismo è cosa ben diversa rispetto al tentativo di vincere ad ogni costo e con qualunque mezzo”. Inevitabile toccare l’argomento relativo alla candidatura di Roma per i Giochi Olimpici del 2024: “Mi auguro che l’obiettivo di Roma 2024 sia possibile, è un appuntamento molto importante’’, le parole del presidente della Repubblica, che ha definito il logo ufficiale (il Colosseo tricolore) “all’altezza dell’ambizione”.
BRINDISI E SELFIE – L’atmosfera al Quirinale era molto rilassata. Il presidente Mattarella, tra strette di mano, brindisi e anche qualche selfie, ha incontrato i maggiori protagonisti azzurri del 2015. Accompagnati dal numero uno del Coni, Giovanni Malagò, c’erano tra gli altri Federica Pellegrini, Gregorio Paltrinieri, Carmine Russo, Valentina Diouf, oltre agli atleti paralimpici Alex Zanardi, Martina Caironi e Francesca Porcellato. Presenti anche Flavia Pennetta e Roberta Vinci, protagoniste della finalissima agli Us Open di tennis, e Mattarella ha voluto ricordare proprio quell’evento: “Lo sport è collaborazione e solidarietà e l’abbraccio tra la Pennetta e la Vinci agli Open americani è stato un esempio dello spirito sportivo dell’Italia. Nel nostro Paese c’è uno straordinario bacino di sportivi e voi siete gli emblemi, i punti riferimento, i simboli per tutti loro”.
LE PAROLE DEI PROTAGONISTI – Come detto, al Quirinale era presente una parata di campioni azzurri. Giovanni Malagò ha ringraziato il presidente Mattarella per l’ospitalità: “Signor presidente, siamo impegnati da oggi in una lunga corsa fino alla cerimonia di inaugurazione del 5 di agosto ai giochi di Rio de Janeiro. La ringraziamo per quanto ci è vicino e ogni volta che ognuno dei nostri atleti fa suonare l’inno e issare sul pennone il tricolore, lei immancabilmente mi telefona facendoci sentire amicizia, vicinanza e anche competenza, che devo dire mi ha sorpreso. Lei non ha idea di quanto tutto questo sia importante per tutti noi’’. A proposito di Rio 2016, Federica Pellegrini ha risposto così a chi gli chiedeva se si sentisse pronta per il ruolo di portabandiera: “Sarebbe un grandissimo onore. Al solo pensiero mi vengono i brividi perché si tratta di una cosa molto emozionante per un atleta che indossa praticamente da tutta la vita i colori della nazionale. Vedremo quale sarà la decisione finale, stavolta sono disponibile per la cerimonia di apertura. E se non dovessi essere io la prescelta vorrei che fosse Flavia Pennetta, così magari posticipa il ritiro”. Difficile tuttavia che la campionessa degli Us Open di tennis ci sarà, come confermato dal fidanzato Fabio Fognini: “La mia compagna di doppio sarà Roberta Vinci’’. Infine, Alex Zanardi ha espresso tutta la sua emozione: “È bellissimo essere qui. Le cose si conquistano piano piano, chi ha fatto un percorso sportivo lo sa molto bene, ma è la vista stessa così. Essere riconosciuti e invitati qui al pari degli atleti normodotati a celebrare e a condividere le grandi soddisfazioni che abbiamo raccolto, è un momento importante, perché non solo regala a noi una grande gioia, ma credo dia anche al nostro Comitato Paralimpico degli strumenti in più. È la passione che ci anima e sapere che siamo stati seguiti, che c’è qualcuno che ci vuole bene, che ha gioito delle nostre soddisfazioni, è molto importante e può dare motivazione ad altre persone. La disabilità molto spesso rappresenta una interruzione a livello psicologico del cammino della vita e deve essere risolto, e lo sport è uno strumento potentissimo”.

Francesco Carci

Pennetta e Radwanska conquistano Singapore

Flavia Pennetta

Flavia Pennetta

Un Roger Federer in forma trionfa in casa a Basilea su un ritrovato Rafael Nadal in tre set: 6/3 5/7 6/3. Piacevole esito, ma tale risultato del torneo svizzero non è una grande novità.
Più sorpresa, invece, viene dalle Wta Finals di Singapore. Innanzitutto per il ritiro ufficiale di Flavia Pennetta dal tennis dopo la sconfitta da Maria Sharapova, sebbene darà l’addio ufficiale a Roma al Foro Italico, agli Internazionali di tennis Bnl d’Italia.

Una vita segnata da questo sport che ha intrapreso da quando aveva 4 anni. Poi la tradizione di famiglia, in cui quasi tutti giocavano a tennis. Le tante collaborazioni in doppio, ma soprattutto la crescita in coppia e parallela con l’amica d’infanzia Roberta Vinci. Le soddisfazioni dopo il duro lavoro e la fatica, ma anche i molti bassi superati solo con tanto sacrificio. La delusione della fine della relazione con Moya e l’intervento al polso dopo l’infortunio. Infine il coronamento di tutti i suoi sforzi, di cui ha raccolto i frutti con la vittoria agli Us Open quest’anno e la sua felice storia d’amore con Fabio Fognini. Ma non ha brillato tanto per i risultati quanto per la sua personalità carismatica: solare, tenace, determinata, ostinata, sicura di sé eppure così fragile e sensibile, in grado di commuoversi profondamente di fronte al traguardo della realizzazione di un sogno, che per molte altre tenniste rimarrà tale.

La stessa Maria Sharapova ha affermato che la sua vittoria agli Us Open ha riempito di gioia e soddisfazione molti poiché è una delle tenniste di maggiore carattere e più apprezzate e stimate nel circuito per la sua personalità spiccata. La sua forza non è solo nella reattività e nella maturità tecnica, tattica, agonistica raggiunta nel tennis con vittorie ‘mentali’ e match conquistati di testa. Flavia ci mette il cuore quando gioca e si vede. Tuttavia la differenza è che sa scegliere bene i tempi e sa quello che vuole; lo stabilisce con lucidità, sicurezza, fermezza e ostinazione e nessuno può farle cambiare idea.

E dalle Finals arriva il nome della tennista rivelazione dell’anno:

Agnieszka Radwanska

Agnieszka Radwanska

Agnieszka Radwanska. Ha vinto in finale in tre set su Petra Kvitova. Nonostante le vistose fasciature alla coscia e alla spalla, la polacca sembra soffrire meno fisicamente rispetto all’avversaria, le cui condizioni possono forse averla penalizzata. Forse complice anche il duro incontro vinto contro Maria Sharapova in semifinale, può aver portato a un rendimento inferiore la ceca in finale dove ha sbagliato troppo. Concluso con 53 errori gratuiti per lei, son davvero troppi e sufficienti alla polacca a trionfare. Vince grazie ai colpi non forzati della Kvitova, ma indotti dal suo gioco che manda fuori palla l’avversaria col suo estro della lottatrice e un miglioramento tecnico e tattico notevoli. Varia lo schema, recupera ogni palla, si difende in maniera solida e attacca in modo efficace con colpi eccellenti qualitativamente. In grado di fare qualsiasi cosa, ha conquistato il Master con il suo maggiore controllo del campo. Visibilmente commossa, la Radwanska corona così un anno tennistico che meglio non poteva chiudere. Molto più leggera e mobile in campo, sorprende la sua plasticità nei colpi, in grado di inginocchiarsi come poche altre. La delusione della ceca é forte: scansa via la racchetta con disappunto rammaricata dai troppi errori, con l’ultimo dei quali perde il match. Tuttavia é brava a rimanere sempre nel match, a continuare a lottare e portare al terzo un incontro finito, molto donativa in questo. La Kvitova era sotto 6/2 3/1 nel punteggio e, con tre games di fila, pareggia il conto e si rimette in carreggiata. 6/2 4/6 6/3 il punteggio finale.
La ceca non é riuscita a imporre la maggiore potenza dei suoi colpi, con cui si è imposta su Maria Sharapova in semifinale per 6/3 7/6, sulla polacca che l’ha sorpresa con la precisione assoluta dei suoi fondamentali e con una vivacità di gioco straordinaria; ed una freschezza atletica sorprendente. Onore al merito alla Radwanska dunque. Intanto la siberiana Sharapova potrà cercare di ‘vendicarsi’ della sconfitta nello scontro di Federation Cup tra Russia e Repubblica Ceca, del 14 e 15 novembre prossimi, in cui guiderà la sua nazionale russa contro quella di Safarova e Kvitova appunto.

Il tennis continua. Intanto c’è qualcosa che accomuna la vittoria della polacca all’addio al tennis della Pennetta; ed è il motto della Radwanska ‘Non importa come cominci, conta come finisci’, perché nonostante le difficoltà non si sono mai arrese ed hanno spesso saputo rigirare partite che sembravano volgere al termine. E poi c’è il soprannome che Garbine Muguruza ha attribuito ad Aga, la quale lo aveva già sentito pronunciare dal coach del’azzurra molti anni fa, rivolto proprio a Flavia ed è “La Profesora”: professoressa perché entrambe hanno insegnato cosa significhi veramente giocare a tennis dando il massimo.

Barbara Conti