Tennis: Djokovic, Bertens e Sabalenka show prima degli Us Open

sabalenkaOrmai sono entrati nel vivo gli Us Open, ma prima il tennis ha regalato l’exploit di Aryna Sabalenka e di Kiki Bertens, e confermato lo stato di grazia di Novak Djokovic. Intanto è stato introdotto lo shot clock e sono state ‘presentate’ nuove regole anche per la Coppa Davis.
Djokovic sale alla posizione n. 6 del ranking mondiale e segna il record di essere l’unico tennista ad aver vinto tutti i tornei del Master 1000 (almeno una volta). Non solo, ma al Master di Cincinnati è stato in grado di battere in finale Roger Federer con un doppio 6/4: evidente un crollo fisico dell’elvetico, ma convincente il tennis del serbo. Infatti, dopo la vittoria al Grand Slam di Wimbledon, parte bene anche al primo turno del Grand Slam degli Us Open. A Flushing Meadows si sbarazza abbastanza facilmente di Fucsovic, concedendogli solamente il secondo set, con un lieve calo di concentrazione; ma poi dilaga negli altri set con un gioco formidabile come quello dei ‘suoi’ tempi migliori: da vero numero uno, come nel 2011. 6-3 3-6 6-4 6-0 il punteggio finale; il ko nell’ultimo set dimostra quanto il serbo si fosse ritrovato (dopo essere riuscito a ottenere il break decisivo nel terzo e averlo chiuso per 6/4). Un risultato positivo anche per l’enorme caldo che ha provocato molti disagi: sofferente Nole, ma anche l’italiano Stefano Travaglia è stato costretto al ritiro per disidratazione (con il corpo affaticato e i muscoli ‘induriti’) contro il polacco Hurkacz e ha protestato contro gli organizzatori per le condizioni difficili in cui si svolgono i match (con anche oltre i 40°). Una ‘follia’ a suo avviso, che lo ha costretto a una flebo per riprendersi (una cosa simile era successa anche a Simona Halep). Se Stefano Travaglia si è ‘arreso’ sul parziale di 2/6 6/2 6/7 0/3, anche Marco Cecchinato è stato eliminato dal francese Benneteau (per 6/2 6/7 3/6 4/6), ma ha accusato problemi alla mano destra (probabilmente per una vescica, che non gli ha permesso di mantenere il livello espresso all’inizio nel primo set).
Viceversa agli Us Open ha dilagato Roger Federer contro il giapponese Nishioka: nettamente, per 6/2 6/2 6/4; due set speculari, nel terzo sembrava la stessa storia però poi -quando lo svizzero è andato a servire sul 5/2- si è fatto brekkare e dopo il nipponico ha tenuto la sua battuta (sorridente e divertito per il tennis messo in campo, pensando solo a fare più punti possibili al campione elvetico e i più belli e migliori che potessero farlo esultare di gioia contento così, anche solo di quella piccola soddisfazione che si era tolto di fare punti straordinari a un immenso campione); dopo il 5/3 è stato il 5/4, ma a quel punto Federer non ha sbagliato e ha chiuso 6/4. Tuttavia il giapponese lo ha fatto molto correre, ma alla fine ha prevalso il talento (soprattutto a rete) dello svizzero, con punti da manuale.
Nessun problema neppure per Alexander Zverev che ha vinto facilmente per 6/2 6/1 6/2 sul canadese Polansky. Per quanto riguarda l’Italia, poi, buone notizie sono venute da Fabio Fognini (testa di serie n. 14), che ha sconfitto l’americano Mmoh al quarto set (dopo aver perso il primo) per 4/6 6/2 6/4 7/6(4). Curiosità, la moglie Flavia Pennetta ha iniziato una collaborazione con Eurosport (come commentatrice, proprio a partire da Flushing Meadows che vinse prima del ritiro), che trasmette il torneo del Grand Slam. Male, invece, nel femminile dove perde Camila Giorgi: incassa un severo 6/4 7/5 da Venus Williams; diciamo severo perché è stato un match molto lottato ed equilibrato e l’azzurra avrebbe anche potuto vincere e comunque portare la partita al terzo set; sicuramente per lei una sconfitta molto amara che le fa male, per le molte occasioni sciupate: ha lottato Camila, ha fatto punti eccellenti da vera n. 1 con tutti i colpi, ma poi ha commesso troppi errori con cui ha sprecato e annullato tutto il vantaggio conquistato. Troppo fallosa, nonostante la tenacia di essere sempre comunque combattente e incisiva, mettendo in difficoltà la testa di serie n. 16. Tutto ok per Serena Williams, che ha imposto un doppio e netto 6/2 alla tedesca Witthoeft (dopo il 6/0 6/4 alla Linette); a Serena -tra l’altro- è stata assegnata la testa di serie n. 17 tra le polemiche.
La sorpresa invece arriva dall’eliminazione proprio della testa di serie n.1 Simona Halep. Evidentemente la campionessa non ha recuperato la stanchezza di aver giocato (e vinto) tanto nelle ultime settimane. In appena 76 minuti viene eliminata da Kaia Kanepi (n. 44 del mondo) con un drastico 6/2 6/4. Tuttavia per lei questo 2018 rimane comunque positivo: ha vinto al Roland Garros il suo primo Grand Slam, su Sloane Stephens (per 3/6 6/4 6/1). Proprio l’americana agli US Open ha faticato contro la valida ‘esordiente’ Kalinina: si è imposta solo al terzo set per 4/6 7/5 6/2. Inoltre la rumena aveva iniziato l’anno conquistando il torneo di Shenzhen, superando la Siniakova per 6/1 2/6 6/0; e poi ha trionfato in Canada al Wta di Montréal, dove ha vinto sempre sulla Stephens per 7/6 3/6 6/4. Dopo l’esperienza della Rogers Cup, l’avevamo vista impegnata nel Wta di Cincinnati. Se nel primo caso è riuscita a completare il quadro delle vittorie, nel secondo si è fermata in finale. In Canada aveva battuto la Pavljučenkova, Venus Williams, Caroline Garcia, Ashleigh Barty e la Stephens ovviamente. A Cincinnati, invece, Alja Tomljanovic, di nuovo Ashleigh Barty (testa di serie numero 16), Lesja Curenko e Aryna Sabalenka. In finale ha perso da Kiki Bertens, che si è imposta per 6-2 6-7 2-6. Il prolungarsi al terzo set della finale femminile ha fatto slittare anche quella maschile successiva tra Djokovic e Federer; ma ha disegnato un doppio scenario curioso: da un lato il tracollo fisico della rumena, dall’altra parte il trionfo e la commemorazione all’Olimpo delle top players della giovane tennista olandese (coetanea, tra l’altro della Halep, classe ’91). La Bertens diventa n. 13 al mondo e segna il record di battere ben 4 ‘top ten’ in un solo torneo. Infatti durante la straordinaria settimana a Cincinnati Kiki ha sconfitto, in fila: Coco Vandeweghe (per 6/2 6/0), Caroline Wozniacki (che si è ritirata quando l’olandese era avanti per 6/4), Anett Kontaveit (per 6-3 2-6 6-3), Elina Svitolina (n. 7 del mondo, per 6-4 6-3) e Petra Kvitová (n. 6 del mondo, per 3-6 6-4 6-2), prima di imporsi in una finale mozzafiato sulla rumena Halep. Quest’ultima resta comunque la n. 1 al mondo, a discapito della Wozniacki, che rimane n. 2. Quest’anno, ritornata dopo l’infortunio, la Kvitova aveva vinto il torneo di Madrid (sulla terra rossa) proprio sulla Bertens (per 7-6 4-6 6-3), e successivamente sull’erba il Wta di Birmingham (sulla Rybarikova per 4-6 6-1 6-2). Probabilmente ha ceduto anche lei per stanchezza, poiché in campo è apparsa stremata. Comunque, attuale n. 5 del mondo, è assolutamente ritornata, ritrovata e più competitiva che mai.
Del Wta di Cincinnati resterà di certo l’impresa di Kiki Bertens in finale (dopo essersi ‘vendicata’ della Kvitova), che rimonta quando la partita sembrava chiusa: perde malamente il primo set per 6/2; anche nel secondo sembrava in vantaggio e favorita la Halep, invece l’olandese è riuscita a restarle attaccata nel punteggio e a portarla al tie-break; qui la rumena gioca meno bene, sbaglia di più, concede qualcosina in più, è più fallosa e commette più errori gratuiti che allungano gli scambi e rimettono in partita la Bertens, che non si lascia scappare l’occasione e -concentrandosi- trova più aggressività e sicurezza, più adrenalina e convinzione che le permettono di acciuffare il tie-break e il secondo set. Così al terzo la situazione è completamente ribaltata: stavolta è Kiki a dominare gli scambi più aggressiva, a spostare e far correre la Halep, sempre più in affanno. L’olandese vince, incredula, con un’esultazione finale tra le lacrime di gioia e commozione.
Un’impresa simile ha compiuto Aryna Sabalenka. Classe 1998, vince il torneo di New Haven battendo la Stosur per 6/3 6/2, la Gavrilova per 6-3 6-7 7-5, la Bencic per 6-3 6-2 e la Görges per 6/3 7/6. Si porta così alla posizione n. 20 del ranking mondiale, dopo la vittoria in finale su Carla Suarez Navarro. La spagnola si era avvantaggiata di tre ritiri: di Johanna Konta nel secondo turno, di Petra Kvitová nei quarti di finale e di Mónica Puig in semifinale. Il match della finale è stato senza storia, completamente dominato dalla bielorussa: 6/1 6/4, con la Sabalenka già avanti 5-0 dopo soli 24 minuti di gioco. Superiore in tutti i colpi, la bielorussa si è assolutamente meritata la conquista del suo primo titolo e della top 20. Non solo ha ringraziato il suo coach, a cui ha attribuito tutto il merito: “in sei mesi mi hai cambiato la vita” -ha detto riconoscente-. Il suo più grande merito è stato aver vinto tutte partite diverse: nervosissima contro la Gavrilova, si sono sempre rincorse nel punteggio regalandosi molte chance a vicenda. Nel secondo set la partita sembrava finita, poiché la Sabalenka era avanti 4-0 con la palla del 5-0; poi ha sprecato quell’occasione e da lì è cominciata la rimonta della Gavrilova, brava nel tie-break, giocato malamente dalla Sabalenka. Nel terzo la bielorussa è riemersa in tutta la sua maturità; ma durante la partita ha rotto una racchetta per il nervosismo: era tesissima. Contro la Bencic ha controllato bene il match, anche se c’è stato equilibrio, ma è stato più facile forse per lei, perché la svizzera le ha concesso davvero tanto. Bel match contro la Görges, in cui ha rischiato tantissimo: sembrava addirittura favorita quest’ultima, poi ha scelto di adottare una tattica forse poco produttiva, ovvero quella di venire in avanti a rete in attacco, con il risultato che veniva passata dalla Sabalenka o sbagliava le volée perché leggermente in ritardo; ma hanno fatto vedere delle ottime cose. Un po’ come quando, contro la Gavrilova, la Sabalenka è voluta avanzare e veniva sistematicamente passata con precisione dall’avversaria. Tuttavia abbiamo visto Aryna servire bene e tentare anche gli attacchi a rete, quasi per provare un nuovo schema tattico di gioco, per essere una tennista più completa. La violenza e profondità dei suoi colpi, soprattutto del dritto anomalo, sono indubbi poi. Tuttavia prosegue il momento ‘no’ della Gavrilova, che agli Us Open ha perso da una ritrovata Azarenka (altra bielorussa di talento) per 6/1 6/2.

Tennis, stagione asiatica. Garcia, Goffin, Gojowczyk, Ostapenko e Wozniacki

Iniziata la stagione asiatica, entrata nel vivo e che maggiore attenzione ha riscosso, ma non solo. Si è giocato, infatti, in Cina e in Giappone -al Wta di Tokyo, di Wuhan, di Seoul (Corea del Sud) e all’Atp di Shenzhen (nel Guangdong nella Cina meridionale)-, ma anche in Francia -nel dipartimento nel nord-est della Mosella, all’Atp di Metz-. Questi i tornei della settimana. I nomi che ne sono usciti vincitori sono stati -rispettivamente- quelli di: Caroline Wozniacki, Caroline Garcia, Jelena Ostapenko, Peter Gojowczyk e David Goffin. Vediamo più da vicino questi tornei e il successo di chi vi ha trionfato.

tennisWta di Tokyo. A conquistare il titolo è stata la danese Caroline Wozniacki. La tennista sembra aver ritrovato la solidità di gioco, la continuità di risultati, ma soprattutto di colpi -diventati più incisivi e precisi-. Ancora esita un po’ a rete, a venire in attacco e preferisce lo schema di pressione da fondo, che a volte le fa commettere qualche errore gratuito in più e sprecare più energie; ma la convinzione e la fiducia sembrano tornate e riconquistate anch’esse. Più determinata e più convinta in campo, riesce a superare con più lucidità i momenti di difficoltà e a ritrovarsi se è sotto nel punteggio. Il successo al Wta di Tokyo ne è una dimostrazione. Tutto facile nel primo set -nella finale contro Anastasija Pavljučenkova- che vince per 6/0. Risultato netto, che non lascia spazio a dubbi e che -soprattutto- fa capire il livello di precisione dell’attuale n. 6 al mondo. Più combattuto il secondo -che porta a casa con un 7/5 soddisfacente- che indica come sia comunque ad ogni modo riuscita a tenere a bada l’avversaria -seppur dovendo lottare un po’ di più. Il cemento sicuramente è una superficie che le si confà. Ma il buon andamento nel torneo di Tokyo è stato confermato anche al primo turno del recente Wta di Pechino. Nel primo era testa di serie n. 3 e ha sconfitto giocatrici quali la Rogers, la Cibulkova e la Muguruza. Nel secondo -n. 5 del seeding- ha sconfitto la qualificata Wang (che è sembrata non riuscire a tenere lo scambio inizialmente), faticando, ma mostrando di essere tornata quella di prima -con il solito andamento, perfettamente in rimonta nel terzo set-. Si sbarazza del primo parziale con un netto 6/1. Nel secondo si porta in vantaggio sul 4-2, poi forse un calo di zuccheri e si fa rimontare sino alla perfetta parità che conduce al tie-break, che non gioca brillantemente; sicuramente meglio la cinese che è più incisiva e aggressiva e attua un gioco più offensivo, riuscendo -così- a conquistare il tie-break del secondo set per 7 punti a 4. Poi Caroline -come ci aveva abituati spesso in passato- ritrova il bandolo della matassa per dominare fermamente il match e chiudere la partita, concludendo alla grande con un altro 6/1. Al secondo turno, infine, rifila un doppio 6/2 proprio sempre alla Pavljučenkova (doppia sconfitta dopo quella della finale del Wta di Tokyo), non disdegnando palle corte e attacchi con volée e smash ben controllati. Sicuramente sta cercando di completare il suo gioco.

Wta di Seoul. Dopo la vittoria al Roland Garros di quest’anno, torna ad alzare la coppa anche Jelena Ostapenko. La lettone mette la firma sul torneo di Seoul, in Corea del Sud, faticando non poco contro la brasiliana Beatriz Haddad Maia -soprattutto nel primo set, che va a perdere al tie-break facendosi un po’ sorprendere-. Poi reagisce di orgoglio e spinge più sull’acceleratore, con tiri più profondi e forti. Potenza e precisione riescono a farla trionfare, vincendo i successivi parziali per 6/1 6/4. Con più concentrazione ritrova la regolarità e la continuità di gioco.

Wta di Wuhan. Tre set sono necessari anche a Caroline Garcia, nella finale del torneo di Wuhan contro l’americana Ashleigh Barty. Quest’ultima sembra favorita in quanto è sempre avanti nel punteggio e la francese deve sempre recuperare. Tuttavia la transalpina mostra un’ottima forma fisica, oltre a una buona determinazione e convinzione; carattere in una giornata in cui è assolutamente ispirata che le fa tirare ogni colpo con profondità e violenza ed essere aggressiva, venendo in attacco con fiducia. Spingendo soprattutto con il dritto in cross, ma ottime volée completano il resto. I primi due set finiscono entrambi al tie-break: il primo va alla Barty, il secondo a un’ostinata Garcia, che lotta con le unghie e con i denti per portare il match al terzo set. Complice un’americana che si lascia sfumare l’occasione di andare a servire per il match due volte, facendosi strappare due volte il servizio dopo aver fatto break un paio di volte all’avversaria. Nel terzo ormai la Garcia è scatenata, ci crede e nessuno può più fermarla. E arriva il 6/2 molto facilmente. Sportiva l’americana che ringrazia l’avversaria sorridente e inevitabile l’esplosione di gioia di Caroline, davvero al top. L’attuale n. 15 del mondo e classe 1993 tira tutto, persino le risposte. Cerca subito le soluzioni vincenti e per questo sciupa qualche chances, come quella nel primo set quando era andata a servire sul 5-4 dopo il break. Nel secondo la rimonta è stata difficilissima, in quanto la Barty si era portata in vantaggio sul 2-0, poi per ben altre due volte e per tutte e tre le volte complessive la tennista francese ha dovuto dare il massimo e giocarsi il tutto per tutto, cercando di togliere il tempo all’americana. Tanto che la Barty è andata a servire per il match due volte e sembrava partita finita dal 5-2 a suo favore. Nel terzo, invece, la Garcia si è vendicata facendo break all’altra due volte -nel terzo e nel settimo game, salendo facilmente 5-1-.

Atp Shenzhen. Finale similare -altrettanto molto lottata, equilibrata e in continuo ribaltamento di punteggio- quella a Shenzhen tra Alexander Dolgopolov e David Goffin. L’ucraino aveva convinto in semifinale contro il bosniaco Damir Dzumhur (che aveva vinto il titolo a San Pietroburgo), di cui si era sbarazzato per 6-3 6-4. Ottimi colpi incisivi e tanta aggressività -la precisione ha fatto il resto-, non hanno lasciato dubbi sulla qualità del suo gioco e sul suo talento. A metterlo in discussione ci ha pensato in finale il belga David Goffin. La testa di serie n. 2 domina la n. 5, vincendo il terzo titolo in carriera dopo sei finali perse. Questa era la nona che giocavano entrambi. Talento per entrambi, Dolgopolov ha troppa fretta di chiudere il punto e sbaglia troppo per spingere molto sui colpi. Non trova le righe, mentre l’altro è più tranquillo, calmo, paziente e dunque preciso. Comunque offrono un ottimo spettacolo di tennis, portando il match al terzo set. Tuttavia l’ucraino ha qualcosa da recriminarsi. L’incontro comincia in equilibrio fino al 4 pari; poi c’è il break di Goffin, che chiude 6/4. Nel secondo c’è la straordinaria reazione di Dolgopolov, che subito in apertura sul 2-1 fa break all’altro (strappandogli a 0 il servizio), fino a portarsi addirittura sul 5-1; ma da lì in poi perde un po’ di quella pressione che era riuscito a trovare e soprattutto a mettere su Goffin, facendolo sbagliare e costringendolo all’errore dovendo prendersi maggiori rischi. Era riuscito stavolta l’ucraino a fare qualcosina in più e la differenza, ma sciupa tutto facendosi rimontare ben due volte -sino al 5 pari-. Il belga si ritrova e con la fiducia riconquistata conquista il tie-break del secondo set e decolla nel terzo (facendo break sul 5-3). Dolgopolov tornerà tra i primi 50, ma un po’ come Kyrgios (o Dustin Brown) dovremo imparare ad ammirarlo, apprezzando i suoi costanti alti e bassi nel rendimento altalenante (quello incostante) in cui alterna colpi eccezionali a errori clamorosi, recuperi straordinari e rimonte dure a sconfitte sorprendenti, con partite che si rigirano (non sempre a suo vantaggio). D’altronde il tennis è anche questo.

Atp di Metz. In Francia, nella Mosella, invece accade qualcosa di simile al tennista di casa Paire; ma il torneo ci fa conoscere e ritrovare una “nuova” rivelazione non tanto sconosciuta però nel circuito. Si tratta del tennista tedesco Peter Gojowczyk. Classe 1989, il giocatore di Monaco di Baviera già aveva fatto in passato il suo exploit -tra il 2012 e il 2014-. Il 15 luglio 2012 si aggiudicò il torneo challenger di Ningbo battendo in finale Jeong Suk-Young per 6-3 6-1. Nel gennaio 2014, arrivò in semifinale all’ATP di Doha -partendo dalle qualificazioni-, battendo -tra gli altri-: Struff, Dominic Thiem, Philipp Kohlschreiber e Dustin Brown prima di arrendersi al numero uno al mondo Rafael Nadal. Nell’aprile di quell’anno nei quarti di Coppa Davis con la Germania, ha vinto una partita durissima contro Jo-Wilfried Tsonga per 7-5 6-7(3) 6-3 6-7(8) 6-8 e portato la Germania sul 2-0. In finale all’Atp di Metz domina un confuso Benoit Paire per 7/5 6/2. Al di là del punteggio lottato, non è stata tanto la qualità di colpi a fare la differenza, ma lo schema tattico. Troppo frettoloso Paire ha sbagliato molto -troppo-. Ề sembrato tirare a caso, senza un preciso schema, a tutto braccio, solo di potenza e poco di precisione. In maniera molto istintiva e poco razionale (come spesso fanno Kyrgios e Brown). Cercando subito il punto, spesso tentando il serve&volley, che si è dimostrato un suicidio in quanto sorpreso dai passanti millimetrici del tedesco. Ovvia la conclusione del 6/2 nel secondo set, in cui aveva perso fiducia e pazienza, mentre l’altro era sempre più ingiocabile e preciso. Perfetto anche perché ha saputo frenare il gioco e aspettare l’errore dell’avversario, senza rischiare troppo inutilmente. Troppo monocorde, invece, il gioco di Benoit Paire.

Prossimi appuntamenti, il Wta di Pechino. Iniziato da poco con il primo turno il Wta di Pechino. Con qualche notizia interessante. Innanzitutto bene la Stosur (che batte la Siniakova per 6-3 6-2), la qualificata Petkovic (6/4 6/0 alla Bertens), la Pliskova (si sbarazza della Suarez-Navarro per 6/3 6/4, che non sembra reggere la potenza dei suoi colpi) e la Radwanska (che elimina con un netto 7/5 6/3 la Witthoeft). Male per la Bouchard (wild card per lei, incassa un duro 6/4 6/3 dalla Rybarikova) e la Kuznetsova (che viene eliminata in tre set dalla qualificata Arruabarrena: 6-7(2) 7-5 6-1 il punteggio). Se poi la Barty non riesce a ripetere il buon rendimento del Wta di Wuhan (che l’aveva vista giungere in finale) -ed esce subito, perdendo dalla Makarova con un doppio 6/3- chi invece si vendica della sconfitta agli Us Open -regalando il più bel match di primo turno- è Maria Sharapova. 7-6(3) 5-7 7-6(7) è il punteggio con cui la siberiana si riscatta del 5-7 6-4 6-2 incassato agli Us Open dalla lettone Sevastova. E la lezione pare averla imparata bene. Presentatasi con un completino semplice (canottiera leggermente lavorata, ma interamente bianca e gonnellina plissettata tinta unita verde petrolio) -rispetto al vistoso abitino elegante e sexy, nella versione in nero e in quella più chiara, con Swarovsky- sembra proprio essere l’umiltà ad aver compreso. Partita che va sempre al terzo set, con Maria che vince il primo set a fatica (un tie break o 7/5 come a Flushing Meadows). Poi si fa rimontare e rischia di perdere, commettendo lo stesso errore: rimane nell’area di tre quarti e non avanza a rete, non approfitta delle potenti accelerazioni, soprattutto di rovescio. Cala un po’ nel servizio, perde il controllo del dritto e la partita sembra sfuggirle. Non impeccabile a rete, commette errori sugli smash e sulle volées. Ma stavolta a Pechino si è ripresa in tempo per esultare stremata. Apparsa visibilmente stanca, quasi senza energie, tutti ormai la davano fuori dal torneo -memori del risultato degli Us Open e dopo la rimonta nel secondo set della Sevastova per 7/5. Terzo set, che continua in equilibrio; fino ad un altro tie-break decisivo. Sino al 7 punti pari. La siberiana riuscirà a concludere per 9 punti a 7; ma in questa circostanza non si risparmia, anzi dà tutto. Con le ultime risorse fisiche che le sono rimaste, si convince e costringe a venire in avanti a rete, lanciandosi in qualche attacco; che la premia, meritatamente. Dopo un lieve black out dimostra di aver davvero giocato bene i punti decisivi e di aver dato il massimo impegno, anche per reagire alle micidiali palle corte dell’avversaria che voleva spezzarle il ritmo con smorzate di massima precisione.