RISCHIO RECESSIONE

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Nuove tirate di orecchie al governo. È il fondo monetario che manifesta le proprie perplessità sugli effetti della quota 100 e sull’impatto sulla crescita dell’Italia che produrrebbero le misure di stimolo previste dal governo. Secondo il FMI infatti l’effetto della manovra “sarebbe incerto nei prossimi due anni e probabilmente negativo nel medio periodo, se gli spread continuassero a restare a livelli elevati”.

Il Fmi spiega che l’atteso impatto di stimolo “rischia di essere controbilanciato dal continuo rialzo degli spread”, con un effetto “ambiguo” nel breve e “probabilmente negativo” nel medio periodo. Insomma gli effetti propagandistici della manovra messa a punto dal governo sarebbero nel breve periodo smascherati dai fatti. I cambiamenti delle pensioni previsti dal governo, ovvero la quota 100, “aumenterebbero ulteriormente la spesa pensionistica, imporrebbero pesi ancora maggiori sulle generazioni più giovani, lascerebbero meno spazio per politiche per la crescita e porterebbero a minori tassi di occupazione tra i lavoratori più anziani”, dice il Fmi. “E’ improbabile che l’ondata di pensionamenti creerebbe altrettanti posti di lavoro per i giovani”. Per il Fmi “è urgente razionalizzare i vari eccessi nel sistema”.

I conteggi sulla quota 100 hanno già dato un risultato allarmante per i futuri pensionati che, in virtù di un accorciamento di pochi anni della loro vita lavorativa, vedrebbero un taglio consistente, fino al 30%, dei loro assegni. Inoltre lo Stato non ne trarrebbe benefici. Anzi. Una operazione così fatta, come ha sottolineato il Fondo, aggraverebbe la stato dei conti pubblici. Un vero capolavoro.

ll Fondo Monetario Internazionale, mette in guardia l’Italia anche dal rischio di recessione che potrebbe derivare da livelli di debito troppo alti. Nel documento, il Fmi stima che il debito pubblico italiano “resterà intorno al 130% nei prossimi 3 anni” e avverte che qualsiasi shock anche modesto “aumenterebbe il debito aumentando il rischio che l’Italia sia costretta ad un consolidamento di bilancio maggiore quando l’economia si indebolisce. Questo potrebbe trasformare un rallentamento in una recessione”.

A criticare, anzi a bocciare i conti del Governo ci pensa il presidente dell’Inps Tito Boeri. “Oggi si parla di uno a uno, anzi qualcuno parla di tre assunti ogni pensionato, mi sembrano delle stime senza alcuna base empirica per quanto noi possiamo vedere dai dati a disposizione”, ha affermato Boeri. Poi cita uno studio di qualche anno fa che smentirebbe le tesi di un ricambio generazionale immediato: “Avevamo fatto degli studi nel 2011 in occasione della riforma di allora, Fornero, e avevamo trovato, nel contesto di allora, che era di recessione, che nelle imprese con lavoratori bloccati c’era stata una diminuzione delle assunzioni di giovani. Nell’impatto iniziale avevamo che per ogni tre persone bloccate c’era un giovane assunto in meno. Erano condizioni del tutto particolari, ora il contesto è diverso visto che l’occupazione è cresciuta negli ultimi anni”.

A questo punto Boeri mette nel mirino anche le stime sulle pensioni del futuro che a suo dire sarebbero state già compromesse con il rialzo dello spread: “I soli annunci hanno già comportato una perdita di reddito per i pensionati. In primo luogo – ha spiegato Boeri – per quello che sta avvenendo alle pensioni integrative abbiamo già visto che ci sono stati dei rendimenti negativi perché molti fondi pensione hanno investito in titoli di Stato che hanno perso in valore il 10% e anche oltre e questo si riflette sulle pensioni integrative che queste persone avranno se dovessero decidere di andare in pensione a 38 anni di contributi e 62 anni, avrebbero questa penalità dovuta al fatto che lo spread ha fatto diminuire il valore dei loro accantonamenti sulla previdenza integrativa”. Poi attacca: “Il conto del Governo sulla spesa per le uscite con 62 anni e 38 anni di contributi che è simile per il 2019 e il 2020 (6,7 miliardi il primo anno e sette il secondo) “non esiste”, aggiunge Boeri spiegando che la spesa del primo anno, considerate anche le finestre che ritardano le uscite, sarà nettamente inferiore a quello dell’anno successivo che deve tenere conto naturalmente delle persone uscite nel 2019 e di quelle che escono nel 2020.

Sul fronte della flat tax, cavallo di battaglia di Salvini, Enico Proietti, Segretario Confederale Uil esprime i forti dubbi del sindacato. “La flat tax, da un lato, fa venir meno il fondamentale principio della progressività, lasciando in pratica l’Irpef come sola imposta progressiva per i redditi da lavoro dipendete e da pensione; dall’altro lato, l’estensione del regime forfettario può determinare un implicito incentivo all’evasione. Essendo enorme il gap tra imposta ordinaria e quella agevolata si potrebbero generare fenomeni di occultamento dei ricavi o di tardiva trasmissione per non incorrere nel rischio di sforare i limiti previsti. Per la UIL – continua Proietti – l’impegno del Governo deve essere quello di perseguire ogni forma di evasione ed al contempo di procedere ad una concreta riduzione della pressione fiscale per lavoratori dipendenti e pensionati, che contribuiscono per oltre il 94% al gettito Irpef e sono i cittadini a più alta fedeltà fiscale, pagando le tasse ancora prima di ricevere lo stipendio e la pensione”.

Il FMI teme nuovi choc finanziari sistemici

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Non abbiamo mai avuto “grande simpatia” per il Fondo Monetario Internazionale. Le sue politiche e le condizioni imposte hanno fortemente indebolito le economie di molti paesi, soprattutto quelli in via di sviluppo, ma non solo.

Ciò nonostante, i suoi recenti report, il World Economic Outlook e il Global Financial Stability Report, sono interessanti e condivisibili. Evidenziano l’emergere di nuovi rischi sistemici e “le grandi sfide per l’economia globale al fine di evitare una seconda Grande Depressione”.

Il Fondo si chiede anzitutto se “la nuova architettura finanziaria”, creatasi in questi anni, sia sufficiente e sicura. Poi elenca “le nubi che appaiono all’orizzonte”: una ripresa globale ineguale e non equilibrata; i dazi e le altre tensioni commerciali; la crescita preoccupante dello “shadow banking”, soprattutto negli Usa e in Cina, fino a 70.000 miliardi di dollari; l’indebolimento del multilateralismo e il pericoloso aumento delle decisioni unilaterali. A ciò si aggiungono la caduta negli investimenti, la carenza di capitali e il calo di produttività nelle varie economie.

Allo stesso tempo, però, i mercati finanziari sono rimasti “vivaci” e stranamente indifferenti ai rischi di un improvviso irrigidimento delle condizioni finanziarie. Infatti, il progressivo accantonamento dei Quantitative easing, l’aumento dei tassi di interessi della Federal Reserve, il dollaro più forte e la politica dei dazi stanno provocando maggiori pressioni del mercato in molte economie emergenti, determinando forti fughe di capitali. Il Fondo stesso stima già che esse potrebbero superare i 100 miliardi di dollari in breve periodo.

Le conseguenze sono già visibili: forti svalutazioni di alcune monete, crescenti difficoltà nel finanziamento dei debiti con l’estero e un profondo cambiamento nel portfolio titoli di alcune economie emergenti.

In particolare è il caso dell’Argentina, del Brasile e della Turchia che, nei mesi scorsi hanno subito una svalutazione monetaria a due cifre. Per l’Argentina il Fondo ha già stanziato 57 miliardi di dollari per evitare una nuova bancarotta.

Il “forte appetito al rischio” finora ha mascherato le sfide che i mercati emergenti dovranno affrontare, se le condizioni finanziarie dovessero peggiorare. In tale evenienza, afferma il Fmi, il pericolo di contagio sarebbe inevitabile.

Le politiche finanziarie restrittive metterebbero inevitabilmente in discussione il sistema globale. L’intero debito mondiale, senza contare quello del settore bancario e finanziario, è cresciuto fino al 250% dl pil. Era del 200% nel 2008. Nei citati report si evidenzia che le borse e i valori di certi asset, come gli immobili e altri titoli, sono fortemente sopravalutati.

Al recente meeting annuale del Fmi, tenutosi sull’isola indonesiana di Bali, la direttrice Christine Lagarde, ha quantificato tale debito in 182.000 miliardi di dollari.

Secondo i report, la liquidità immessa dai Quantitative easing a tasso zero avrebbe fatto emergere “una nuova struttura di mercato”. Essa, però, deve essere ancora “messa alla prova” per verificare la sua capacità di assorbire nuovi choc.

Nonostante gli aumenti di capitale e le altre misure di garanzia, il sistema bancario internazionale resta, quindi, esposto ai rischi rappresentati dagli alti debiti contratti dai governi, dalle imprese e dalle famiglie. Inoltre nel sistema vi sono troppi “asset opachi e illiquidi” con un uso esagerato di fondi in valute estere.

Pertanto, secondo il Fmi, ancora oggi l’85% delle 24 economie coinvolte nella crisi bancaria del 2008, 18 delle quali erano del settore avanzato, manifesta deviazioni negative rispetto al trend precedente la crisi. Il livello produttivo di oltre il 60% delle citate 24 economie resta ancora sotto i livelli di prima della crisi.

L’Italia, purtroppo, è uno di questi paesi. Il Fondo fa un appello a rivedere globalmente le regole del sistema economico-finanziario, resistendo alle pressioni di quanti vorrebbero, invece, cancellare anche quelle poche finora realizzate.

Un auspicio condivisibile. Soprattutto se si considera che molti strumenti finanziari utilizzati per fronteggiare la crisi del 2008-9 non sono più disponibili.

Mario Lettieri* Paolo Raimondi **
*già sottosegretario all’Economia **economista

Ciambella di Draghi. Tregua fragile su spread

Mario DraghiLe cose si erano messe male, malissimo per l’Italia. Poi è arrivato il miracolo, probabilmente per la ciambella di Draghi. Lo spread non è esploso e la Borsa di Milano non è crollata. Anzi, è successo l’esatto opposto. Martedì 16 ottobre, dopo la manovra economica per il 2019 approvata dal “governo del cambiamento” la notte precedente, lo spread scendeva sotto quota 300 e chiudeva la giornata a 296 punti, mentre Piazza Affari guadagnava il 2,23%.
Un colpo insperato. L’esecutivo Lega-M5S temeva (e teme) la bomba atomica dello spread a 400-500 punti, un livello da collasso finanziario. C’è stata una tregua anche se pesano come macigni i contrasti tra la Lega e il M5S, in particolare sul decreto fiscale collegato alla manovra. La parte sul condono fiscale è “un testo manipolato”, ha accusato Luigi Di Maio annunciando addirittura una denuncia alla Procura della Repubblica. Sono seguiti il caos e la corsa del presidente del Consiglio per rivedere il decreto.
La Commissione europea, la Bce (Banca centrale europea), il Fmi (Fondo monetario internazionale) e l’Ocse (l’Organizzazione per la cooperazione economica tra i paesi occidentali) non erano stati teneri. Avevano pesantemente criticato, in modi e con forza diversa, l’ossatura della legge di Bilancio 2019 indicata a fine settembre dall’esecutivo grillo-leghista. Tre in sostanza le accuse: 1) misure mirate all’assistenza più che alla crescita economica, 2) messa in pericolo della stabilità dei conti pubblici, 3) rischio di far franare l’euro non rispettando le regole di bilancio.
Le imputazioni erano state rispedite al mittente dal governo giallo-verde, ma lo scontro era divenuto furibondo con gravi conseguenze sui mercati internazionali: la valanga di vendite dei titoli del debito pubblico italiano aveva fatto schizzare lo spread fino a quota 316 e aveva inferto alla Borsa di Milano un tonfo dietro l’altro. Jean-Claude Juncker aveva usato la mano pesante. Il presidente della Commissione europea aveva sollecitato a rivedere la manovra economica soprattutto sul punto del deficit pubblico fissato al 2,4% del Pil (prodotto interno lordo). Aveva paventato una bocciatura europea e pericolose conseguenze.
Tuttavia, nonostante le critiche la manovra economica del governo populista è rimasta sostanzialmente la stessa e Juncker non ha chiuso la porta al confronto sollecitando «l’applicazione ragionata delle regole europee», anche se ha tuonato: sono inaccettabili le deroghe dell’Italia alle regole. Lo scontro, per ora, è frontale. Conte, i vice presidenti del Consiglio Salvini e Di Maio hanno ribattuto: i conti sono a posto, dialogo sì ma «non cambieremo la manovra».
Eppure i mercati finanziari non hanno inferto il colpo di grazia al Belpaese. Forse il merito va a una ciambella di Draghi lanciata all’esecutivo populista. Il presidente della Bce ha proseguito ad applicare il cosiddetto Quantitative easing, il Piano di allentamento monetario, acquistando 15 miliardi di euro al mese di titoli dei paesi di Eurolandia (tra cui quelli italiani) per sostenere la crescita e l’occupazione (all’inizio erano 80 miliardi al mese), calmierando così il mercato.
Non solo. La ciambella di Draghi ha anche una forte caratura politica. Il 13 ottobre ha invitato l’Unione europea e l’Italia ad “abbassare i toni”. Intervenendo in una riunione del Fmi a Bali si è detto fiducioso: «Sono piuttosto ottimista che sarà trovato un compromesso». È tornato a criticare il governo Conte-Salvini-Di Maio perché le tante bellicose dichiarazioni hanno fatto raddoppiare lo spread da 130 punti all’epoca dell’esecutivo Gentiloni fino ad oltre 300, con un pesante rincaro degli interessi pagati dall’Italia sui titoli del debito pubblico.
Tuttavia ha sollecitato al realismo sulle regole dell’euro: «Ci sono state deviazioni, non è la prima volta e non sarà l’ultima». Parola di Mario Draghi, l’uomo che nel 2012, scontrandosi con il rigorismo della Germania, salvò la valuta unica europea con misure straordinarie come i tassi d’interesse europei zero e il Piano di allentamento monetario. L’uomo che ha definito l’euro “irreversibile” e “indissolubile”.
Ma occorre fare in fretta a trovare una mediazione con Bruxelles da sostituire alla ciambella di Draghi. Giancarlo Giorgetti, sottosegretario alla presidenza del Consiglio, braccio destro di Salvini, già a luglio era preoccupato di un “bombardamento” dei mercati internazionali. La tregua sui mercati regge a fatica. La Borsa è tornata a dare dispiaceri ai risparmiatori e lo spread si è riaffacciato sopra quota 300. A fine anno cesseranno gli acquisti di titoli della Bce e da gennaio i dioscuri Salvini-Di Maio dovranno correre senza rete.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Di Maio rilancia Alitalia. Tria lo smentisce

ALITALIA

Altra invasione di campo nel governo. Tria tira il freno sull’ipotesi di ingresso del Tesoro nel capitale di Alitalia: “Io penso – ha detto a margine dei lavori dell’Fmi a Bali – che delle cose che fa il Tesoro debba parlare il ministro dell’Economia. Io non ne ho parlato”. Insomma il ministro Tria non prende bene l’uscita di Di Maio su Alitalia secondo il quale il governo italiano prevede il ritorno dello Stato come azionista attraverso il Mef con una newco partecipata anche da Fs. È questo in estrema sintesi il progetto che oggi il vice premier Luigi Di Maio ha illustrato, prima in una intervista al Sole 24 Ore e poi nell’incontro con i sindacati. Ma nel pomeriggio però il ministro dell’Economia Giovanni Tria ha frenato: “Io penso che delle cose che fa il Tesoro debba parlarne il ministro dell’Economia”.

Non è il primo sgarbo istituzionale che i due vicepremier hanno tirato a Ministro dell’Economia considerato spesso a servizio degli sfizi dei due vice. “Io non ne ho parlato”, ha detto il ministro a proposito dell’ingresso dello Stato nel capitale. Secondo Di Maio invece la partecipazione dello Stato nella nuova compagnia, avverrà attraverso la costituzione di una newco con “una dotazione iniziale tra 1,5 e 2 miliardi” in cui lo Stato manterrà una quota vicina al 15% con in programma anche l’ingresso di Ferrovie dello Stato. Poi Di Maio ha specificato che “il ministero dell’Economia convertirà in equity parte del prestito con cui coprirà la quota del 15% di partecipazione nella Newco”. Ecco che Tria viene nuovamente utilizzato come passacarte di Palazzo Chigi e privato di ulteriore autonomia di decisione. Basta ricordare i numeri della manovra. Nella prima versione Tria aveva indicato il rapporto pil/deficit all’1,6%, se quel numero non fosse stato rispettato aveva già le dimissioni pronte nel cassetto. Risultato, quel numero è stato cambiato e il deficit ora è indicato al 2,4% e Tria ancora al suo posto di Ministro.

Sulla tempistica su Alitalia il ministro dello Sviluppo economico, Luigi Di Maio, avrebbe pronta la soluzione entro ottobre aggiungendo comunque che si sta lavorando ad un piano industriale di lungo termine. “Bene le rassicurazioni, ma vogliamo fatti concreti.Il tempo è molto stretto,bisogna che siano giorni,non settimane quelle in cui si definisce la lettera vincolante”su Alitalia,ha detto il segretario Cgil Camusso. “Si sta partendo con il piede giusto per chiudere questa vertenza come fatto con Ilva,senza esuberi ma con piano di rilancio”,dice Barbagallo, Uil. Per Cuccello,Cisl,”abbiamo chiesto e avuto rassicurazioni su garanzie per lavoratori in Cigs e fondo trasporto”.

PATTI CHIARI

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Nuovo doppio attacco all’Italia. Bce e Fondo monetario mettono in guardia il nostro paese dai rischi a cui la manovra lo sottopone. Rischi che derviano essenzialmente dal nuovo deficit previsto dalla legge di bilancio – circa 22 miliardi su una manodra da 37 – in un Paese che ha già un debito pubblico superiore al 130% del Pil, secondo solo alla Grecia nell’area euro. È una giornata in cui la borsa recupera dopo gli affanni di tutta le settima sostanza. Lo spread rimane però sotto pressione poco sopra a quota 300.

“Per i Paesi dell’Eurozona ad alto debito – ha detto il presidente della Bce Mario Draghi nell’intervento a Bali in occasione della riunione del Fondo monetario internazionale – è di particolare importanza la piena adesione alle regole del Patto di stabilità e crescita per la salvaguardia di solide posizioni di bilancio”. Un riferimento implicito all’Italia. Più esplicito ancora l’intervento di Poul Thomsen, capo del Dipartimento europeo del Fmi, secondo il quale la manovra del governi italiano “va in direzione opposta rispetto ai suggerimenti del Fmi”. “Credo seriamente che per diverso tempo non sia stato seguito il consolidamento di bilancio che ha portato l’Italia a crescere sotto il suo potenziale” ha aggiunto Thomsen. “Non è il momento – ha concluso – di allentare le politiche di bilancio”, ha aggiunto Thomsen, per il quale un gruppo di Paesi, tra cui l’Italia, ha “margini limitati”

Al fuoco incrociato contro il nostro paese si aggiunge un nuovo attacco del presidente della commissione europea che nelle ultime settimane non era stato tenero verso l’Italia, ottenendo come risultato l’adirata risposta del vicepremir leghista che lo aveva  definito un ubriacone. L’ultimo attacco di Juncker arriva in un’intervista a Le Monde in cui accusa l’Italia di “non rispettare la parola data”, invitando quindi l’esecutivo a “non mettere in pericolo la solidarietà europea”. “Non ho nulla contro l’Italia, tutto il contrario”.

Ma gli avvertimenti sembrano cadere nel vuoto. “La manovra è stata elaborata, meditata e studiata” è la risposta del premier Conte, nel percorso in Parlamento “potremmo valutare qualche intervento ma è stata costruita in termini integrali e pensare di modificare qualcosa di significativo lo escluderei”.

Bankitalia e Confcommercio ‘smontano’ il Def

Bankitalia-debito pubblicoIl FMI e la Banca d’Italia hanno analizzato la situazione congiunturale dell’Italiana ed hanno comunicato le valutazioni fatte.
Nel periodico World Economic Outlook elaborato dal Fondo Monetario Internazionale, la crescita italiana è stata rivista al ribasso. Il Fmi ha confermato il rallentamento dell’economia italiana che nel 2018 dovrebbe crescere dell’1,2% e dell’1,0% nel 2019. Nel documento della prestigiosa istituzione monetaria internazionale si legge: “In Italia dovrebbero essere preservate le riforme varate nel sistema pensionistico e nel mercato del lavoro, interventi che anzi dovrebbero essere affiancati da ulteriori misure, come il decentramento della contrattazione salariale per allineare i salari alla produttività del lavoro a livello di impresa. Come già avvenuto nelle previsioni di luglio, si conferma il taglio di 0,3 punti per il Pil italiano nell’anno in corso rispetto alla prima valutazione fornita ad aprile scorso. Un dato che riflette il deterioramento della domanda esterna e interna e l’incertezza sull’agenda del nuovo governo. In Italia le recenti difficoltà nella formazione di un governo e la possibilità di un’inversione di rotta sulle riforme o l’attuazione di politiche che danneggerebbero la sostenibilità del debito hanno innescato un forte allargamento degli spread”.
Le stime del FMI sull’economia italiana hanno fissano, inoltre, l’inflazione all’1,3% quest’anno e all’ 1,4 nel 2019 mentre continuerebbe la parabola discendente della  disoccupazione  che dall’11,3% del 2017 quest’anno scenderebbe al 10,8% e nel 2019 al 10,5%. Comunque, l’Italia si confermerebbe, rispetto alle altre principali economie avanzate fra quelle con la migliore bilancia dei conti correnti, con un avanzo nel 2018 stimato al 2,0% di Pil dietro soltanto a Germania (surplus dell’8,1%) e Giappone (3,6%).
Secondo il Fondo Monetario Internazionale la situazione dell’Italia e le prospettive della Brexit sono questioni di importanza sistemica. In una conferenza stampa il consigliere economico del Fmi, Maurice Obstfeld, ha spiegato che per il nostro paese: “C’è un imperativo reale nelle scelte di politica fiscale a mantenere la fiducia dei mercati. Negli ultimi mesi si è assistito all’aumento dello spread sui titoli di stato italiani e ciò ha certamente contribuito alla nostra revisione al ribasso della crescita italiana oltre a rendere la nostra economia più suscettibile agli shock. Quindi, pensiamo che sia importante che il governo operi nel quadro delle regole europee, che sono importanti anche per la stabilità della zona euro stessa”.
Il Fondo Monetario Internazionale, inoltre, ha stimato un calo del debito pubblico italiano dal 131,8% del Pil nel 2017 al 130,3% quest’anno e al 128,7% nel 2019. La traiettoria discendente, che dovrebbe portare il debito al 125,1% del Pil italiano nel 2023, è contenuta nelle statistiche allegate al World Economic Outlook che hanno fissato  una riduzione del deficit dal 2,3% del 2017 all’1,7% quest’anno ed il prossimo, per poi risalire al 2,2% nel 2023. Rispetto alle stime dello scorso aprile, il Fondo ha rivisto al rialzo il rapporto debito/pil di 0,6 punti per il 2018 e di 1,2 punti per il prossimo anno. E comunque, si precisa, queste stime non si basano sulle indicazioni fornite dal governo Conte con la Nadef bensì si basano sui progetti inclusi nel bilancio 2018 e nel Def di aprile 2018 (quello stilato dal governo Gentiloni).
Il Fondo Monetario Internazionale ha tagliato la stima di crescita globale al 3,7% per il 2018 e 2019, con una revisione al ribasso di 0,2 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Nel World Economic Outlook, il Fmi ha stimato che, nel biennio, l’andamento del Pil globale dovrebbe rimanere stabile al livello del 2017, ma con un ritmo meno vigoroso di quanto previsto in primavera. Inoltre la crescita dovrebbe confermarsi più disomogenea anche perché negli ultimi sei mesi i rischi al ribasso per la crescita globale sono aumentati.
A spingere il Fmi alla revisione al ribasso ha influito particolarmente la crescita del protezionismo  scatenata dagli interventi dell’Amministrazione Trump. Tuttavia, oltre agli effetti negativi delle misure commerciali attuate o approvate tra aprile e metà settembre, il Fmi ha evidenziato le prospettive di indebolimento per alcuni importanti mercati emergenti e in via di sviluppo derivanti da fattori specifici per paese: condizioni finanziarie più rigide, tensioni geopolitiche e maggiori costi petroliferi.
Nel medio termine con la normalizzazione delle politiche monetarie, si prevede che la crescita nelle economie più avanzate diminuirà a livelli ben al di sotto delle medie raggiunte prima della crisi finanziaria globale. Ma, ricorda il Fondo: “Se la ripresa ha contribuito a migliorare occupazione e redditi, rafforzando i bilanci e offrendo l’opportunità di ricostruire buffer di bilancio, nel momento in cui i rischi si orientano al ribasso, cresce l’urgenza di politiche per una crescita solida e inclusiva”.
Il vice direttore generale della Banca d’Italia, Luigi Federico Signorini, in audizione sulla Nadef, ha detto: “Il debito pubblico italiano è detenuto per circa due terzi da istituzioni e soggetti italiani ma ciò non lo isola dalla logica del mercato che cerca il rendimento e fugge l’incertezza. Le oscillazioni del suo valore esercitano i propri effetti anche sui soggetti italiani, famiglie, imprese e istituzioni finanziarie che lo detengono. Inoltre, una minore valutazione dei titoli di Stato in portafoglio incide sui requisiti patrimoniali delle banche; oltre certi limiti può ridurne la capacità di offrire credito all’economia”.
Il vice direttore generale della Banca d’Italia si è soffermato, poi, su pensioni e reddito di cittadinanza: “La Nota sottolinea giustamente che le riforme pensionistiche introdotte negli ultimi vent’anni hanno significativamente migliorato sia la sostenibilità sia l’equità intergenerazionale del sistema pensionistico italiano. E’ fondamentale  non tornare indietro su questi due fronti”.
Quanto al perseguimento dell’obiettivo di protezione sociale a cui punta il reddito di cittadinanza, Signorini ha detto: “Non deve disincentivare l’offerta di lavoro. A questo scopo appare determinante il livello del beneficio rispetto al salario potenziale che il lavoratore sarebbe in grado di guadagnare sul mercato studiando forme opportune di modulazione”.
Critiche alla manovra del governo sono arrivate anche dalla Confcommercio. Il direttore dell’Ufficio Studi di Confcommercio, Mariano Bella, intervenendo a Cernobbio, alla quinta edizione del ‘Forum Internazionale Conftrasporto’, ha annunciato: “Abbiamo ulteriormente abbassato le previsioni di crescita del Pil rispetto a due mesi fa: +1,1% nel 2018 e +1% nel 2019, sempre escludendo le clausole di salvaguarda che sembra non scattino e di questo siamo molto contenti”.
Mariano Bella ha evidenziato: “Il costo del programma del governo, secondo le stime di Confcommercio, ammonta a circa 53 miliardi di euro, ovvero il 2,9% del Pil, e non il 2,4%. Da questo punto in poi si innesta la manovra con interventi sui quali non abbiamo sicurezza, ma sui quali abbiamo potuto fare qualche riflessione molto cauta e prudenziale: sullo smontaggio Fornero mettiamo solo 7 mld e sulla flat tax zero. Immaginiamo che sia escluso il provvedimento di Imposta sul reddito degli imprenditori, che sarebbe costata 2 miliardi; anche sul reddito di cittadinanza mettiamo solo 7 miliardi, perché immaginiamo che i 10 di cui si parla includono già quelli stanziati per il Rei. Ci mettiamo addirittura 4 mld per la pace fiscale e 1 mld di minore deducibilità delle perdite da parte delle banche. Ecco che questa somma fa 53 mld che diviso il nostro Pil, l’1%, implicherebbe un deficit al 2,9%.
Come si può riconciliare questa lista con il 2,4%? In due modi: o non crediamo alla lista, oppure, più verosimilmente, dobbiamo immaginare una forte crescita del Pil, sia in termini reali (il governo dice 1,5% il prossimo anno) sia in termini nominali, la parte di maggiore inflazione. Questa è la sola possibilità per mettere insieme le cose. Questa è una possibilità che noi auspichiamo che si verifichi, nel senso che provochi uno choc talmente forte che nel giro di qualche mese triplichi il tasso di variazione del Pil congiunturale, dallo 0,2% odierno allo 0,6% nel secondo quarto del 2019, o noi abbiamo qualche perplessità. Gli ultimi dati ci dicono che l’Italia è cresciuta dello 0,6% solo nel 2010 come rimbalzo del 2009. Riteniamo abbastanza improbabile questa crescita. Ma c’è anche un’altra possibilità: che si proceda a dei tagli ad esempio sulle spese fiscali, ad esempio con una minore deducibilità delle spese sanitarie, o sulla spesa per interessi. Allora, non sarebbe più la manovra del popolo ma la manovra di una parte del popolo finanziata dall’altra parte del popolo nella speranza di essere dalla parte giusta”.
Il presidente di Confcommercio, Carlo Sangalli, ha lanciato un appello: “Ci auguriamo che la manovra di bilancio realizzi la sintesi necessaria tra le misure per la crescita economica e le regole della finanza pubblica. Per infrastrutture e trasporti servono più investimenti, bisogna rimettere in moto i cantieri, e le risorse stanziate non mancano perché nell’ultimo Documento di economia e finanza c’è, per le infrastrutture, un quadro di programmazione di risorse da 110 miliardi di euro. Una programmazione preziosa per un Paese che, nell’ultimo decennio, ha accumulato un deficit infrastrutturale pari a 60 miliardi di euro, le risorse, dunque, ci sono. Ma vanno semplificate le procedure previste dal Codice degli appalti, visto che in Italia servono, in media, 15 anni per realizzare un’infrastruttura strategica di trasporto. Vanno realizzate senza tentennamenti le opere realmente necessarie. Così come bisogna porre la giusta attenzione al tema del confronto europeo sullo scorporo degli investimenti infrastrutturali dal computo del deficit”.
Intanto, lo spread ha superato quota 300 anche per i titoli quinquennali e le risorse disponibili si vanno assottigliando. In cinque mesi di rialzi dello spread, qualche seria valutazione l’attuale Governo dovrebbe farla, senza inventarsi mostri inesistenti di ‘donchisciottiana’ memoria.

Verso la manovra, l’Europa vuole i fatti

pierremoscovici-465x390Non è da escludere una possibile proroga delle decontribuzioni al Sud ed una riedizione del piano Industria 4.0. A quanto si apprende, l’attuale governo nella legge di Bilancio potrebbe confermare il taglio del costo del lavoro nel Mezzogiorno e si appresterebbe a rafforzare gli incentivi all’innovazione introdotti dai precedenti esecutivi Renzi e Gentiloni.

La decontribuzione dovrebbe entrare nel menù della Finanziaria senza troppi problemi, non presentando problemi di coperture. Il taglio dei contributi ai neo assunti nel Meridione ha infatti un costo contenuto, circa 500 mln, ma soprattutto è finanziata con i fondi europei, dunque non aggrava il disavanzo. Prende forma, invece, il nuovo piano industria 4.0 che verrebbe esteso anche alle piccole e medie imprese che investono in innovazione. Tra gli obiettivi anche il trasferimento di tecnologie tra comparti.

Quanto ai cavalli di battaglia del governo giallo-verde, la manovra dovrebbe contenere l’avvio della revisione della Fornero, della flat tax e l’avvio del reddito cittadinanza. Quest’ultimo partirebbe nel 2019 a quota 500 euro. Quanto alle coperture, se il governo decidesse di portare il deficit poco sopra il 2% dal target dell’1% si potrebbero liberare circa 15 mld, dei quali 12,5 andranno a sterilizzare le clausole Iva. Dalla pace fiscale, prevedendo uno ‘sconto’ estremamente vantaggioso, dovrebbero arrivare circa 5 mld.

Altre coperture arriverebbero dalla revisione della spesa per circa 3 mld e, se ci saranno le condizioni politiche, anche da un primo sfoltimento delle tax expenditures.

Intanto, si intensificano i vertici economici a Palazzo Chigi sulla manovra, in vista della presentazione il 27 settembre (o qualche giorno prima) della Nota di aggiornamento al documento di Economia e Finanze (già predisposto dal governo Gentiloni nello scorso mese di aprile), le cui previsioni rappresentano l’ossatura della Legge di Bilancio. E per il governo si prepara un autunno tutt’altro che facile. Dopo il varo della Legge di Bilancio atteso per il 15 ottobre arriveranno i giudizi delle agenzie di rating sull’Italia: il 26 ottobre è atteso quello di S&P ed il 31 quello di Moody’s.

Recentemente, Gerry Rice, portavoce del FMI, rispondendo se l’Istituto di Washington fosse preoccupato per la situazione italiana dopo la decisione di Fitch di rivedere l’outlook proiettato in negativo, ha affermato: “Lo staff del Fmi è stato in Italia in luglio e una seconda visita, per concludere l’Article IV, è prevista più avanti nel corso dell’anno. I mercati finanziari si sono preoccupati per una inversione delle riforme ma ci sono state parole rassicuranti dal premier Giuseppe Conte e dal ministro dell’economia Tria”.

Pierre Moscovici, il commissario dell’Ue agli affari economici, giungendo all’Eurogruppo informale a Vienna, ha detto: “Voglio credere che realismo e pragmatismo si affermeranno nel bilancio italiano, l’Italia deve avere un bilancio che consenta di ridurre il suo debito pubblico perché se vuoi investire in Italia ci vuole meno debito e più capacità d’investimento e per questo continuo a chiedere finanze pubbliche serie. Sono contro l’austerità ma austerità è una cosa, mancanza di serietà un’altra. Il Bilancio dell’Italia deve puntare a ridurre il deficit strutturale e il debito pubblico, anche perché questa è la strada da seguire se si vogliono aumentare gli investimenti. Non farò cifre, le cifre le scambio con il mio omologo, parleremo di cifre con Tria quando il bilancio sarà stato approntato. Ad ogni modo le cifre le conoscete. Le cifre sono che l’Italia deve ridurre il suo deficit strutturale, che deve farlo come gli altri Paesi della zona euro. Che ha beneficiato di tutte le flessibilità, che continueremo ad avere con l’Italia un dialogo positivo, ma che le regole, che non sono stupide, perché consentono di ridurre il debito pubblico, sono fatte per tutti. Credo che sia nell’interesse dell’Italia di restare quello che è: un grande Paese al centro della zona euro, e quindi di avere un bilancio che consenta di ridurre il suo debito pubblico”.

Mario Centeno, il presidente di Eurogruppo, nella conferenza stampa al termine della riunione informale a Vienna, ha affermato: “Siamo fiduciosi che l’Italia farà esattamente quanto si è impegnata pubblicamente a fare sul Bilancio. Le attese sono che l’Italia rispetterà le regole nel prossimo processo di Bilancio”.

Un portavoce dell’Ue ha poi precisato: “Negli incontri di oggi non si è discusso di Italia”.

Tra non molto, si vedranno i fatti del governo giallo-verde. Finora, di positivo c’è la continuazione della linea seguita dal precedente governo Gentiloni.

Salvatore Rondello

Usa-Ue, arriva la tregua nella guerra sui dazi

trump juncker

Finalmente una tregua tra Donald Trump e l’Europa dopo che ad Helsinki, nell’incontro con Putin, il presidente Usa aveva detto che ‘il nemico è l’Europa’. Jean Claude Juncker è andato alla Casa Bianca nella speranza di disinnescare le tensioni commerciali con gli Usa che rischiano di incrinare in maniera irreversibile le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico. Il presidente della Commissione Ue è riuscito a strappare un accordo.

Dopo l’incontro, Donald Trump ha detto:    “Oggi è un grande giorno, abbiamo lanciato una nuova fase nei rapporti tra Usa ed Europa.    L’obiettivo è quello di zero tariffe, zero barriere commerciali non tariffarie e zero sussidi sui beni industriali che non siano auto”.

Visibilmente soddisfatto anche Juncker, che è riuscito lì dove non erano riusciti Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Juncker ha affermato: “Ero venuto qui per trovare un’intesa e l’abbiamo trovata”.

Dalla Germania sono arrivati commenti positivi all’accordo di tregua, stipulato ieri dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker con il presidente Usa Donald Trump, sulle dispute commerciali. Un’intesa costruttiva, secondo Berlino che ribadisce il suo pieno appoggio all’esecutivo Ue.

La portavoce di Angela Merkel, Ulrike Demmer, ha affermato: “Il governo saluta l’accordo per una azione costruttiva sul commercio. La Commissione può continuare a contare sul nostro sostegno”.

L’intesa prevede che l’Ue si impegna a aumentare le importazioni di soia e gas liquefatto statunitensi, assieme a una tregua sui dazi mentre Bruxelles e Washington negozieranno un percorso per azzerare le tariffe nei servizi, nella chimica, nella farmaceutica, nei beni industriali, salvo le auto (nodo sensibile agli occhi della Germania).

Dalla Francia, inverosimilmente, sono arrivati commenti freddi all’accordo di tregua raggiunto ieri da Jean-Claude Juncker e Donald Trump sul nodo del commercio. Il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha affermato: “Parigi vuole chiarimenti sull’intesa raggiunta. La Francia ha sempre detto che bisognava evitare una guerra commerciale, che avrebbe fatto solo perdenti. Quindi è un bene tornare al dialogo con gli americani”. Tuttavia l’esponente transalpino Le Maire ha detto: “L’agricoltura deve restare fuori dalle discussioni e che l’Europa non transigerà sulle sue regole. Abbiamo delle norme sanitarie, alimentari e ambientali a cui teniamo perché garantiscono la salute dei consumatori”.

I riferimenti polemici appaiono diretti all’impegno, annunciato da Juncker ieri dopo l’incontro alla Casa Bianca, ad aumentare le importazioni di soia Usa, senza precisare se questo includa anche soia Ogm.

La presa di posizione francese si accomuna al pensiero dei movimenti populisti europei che anche in Italia avversano fortemente le coltivazioni Ogm.

Invece, una autorevole francese, Christine Lagarde, direttore del Fmi, ha così commentato: “Sono lieta di sapere che gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno raggiunto un accordo  per lavorare insieme e ridurre le barriere commerciali e, insieme con altri partner, rafforzare la WTO. L’economia globale può avere solo benefici quando i paesi si impegnano a risolvere in modo costruttivo i disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali”.

Da diverso tempo, il Fmi manifesta preoccupazioni per il diffondersi del protezionismo nel mondo.

Saro

Dal Fondo monetario parte un allarme per l’Italia

FMI-Italia crescitaIl Fondo Monetario Internazionale ha preparato un documento in vista del G20 che si farà a Buenos Aires. Nel documento, tutti i paesi sono invitati a perseguire politiche che sostengano la crescita di lungo periodo, contribuendo a una riduzione degli squilibri esterni, ma che allo stesso tempo creino spazi di bilancio. Il Fmi ha affermato: “Stimoli di bilancio pro-ciclici dovrebbero essere evitati e cuscinetti di bilancio ricostruiti nei paesi in cui i conti pubblici sono su una traiettoria insostenibile e il deficit è eccessivo (Stati Uniti) o in cui la posizione è vulnerabile alla perdita di fiducia del mercato (Italia)”.

Sull’Italia, nel documento preparato dal FMI, si legge: “In Italia condizioni finanziarie più stringenti e l’incertezza sulle future politiche possono rallentare la crescita”.

Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, commentando il documento, la ‘G20 Surveillance Note’ pubblicata dall’Istituto di Washington, ha detto: “Le tensioni commerciali stanno già lasciando un segno, ma l’entità del danno dipenderà da cosa i politici faranno e, visto che sfortunatamente la retorica è diventata realtà con le misure protezionistiche, ci potranno essere effetti sull’economia globale. Se tutti i dazi annunciati entreranno in vigore, l’output globale potrà ridursi dello 0,1% nel 2020 e se la fiducia degli investitori sarà minata, il Pil globale potrebbe calare di mezzo punto percentuale, ovvero circa 430 miliardi di dollari, da qui al 2020”.

Dunque, non c’è molto da stare allegri.

La difficile partita politica si giocherà sul terreno internazionale. Nuove strategie politiche dovrebbero elaborarsi per combattere l’espansione del protezionismo. Da una nuova internazionale socialista potrebbe nascere una nuova linea politica per sconfiggere le miserie dell’umanità che sono più evidenti nelle zone dove è più diffusa la povertà. Nonostante l’attuale crisi del socialismo, le finalità dell’ideologia socialista sono ancora valide.

Salvatore Rondello

Istat e Fmi vedono l’economia in rallentamento

istat pil mezzogiornoL’Istat ha diffuso oggi i dati sull’inflazione. A giugno l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente e dell’1,3% su base annua (in crescita dal +1,0% registrato a maggio). La stima preliminare era +1,4%. L’accelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (da +5,3% di maggio a +9,4%) ed è sostenuta anche da quelli dei Beni alimentari non lavorati (da +2,4% a +3,4%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +1,7% a +2,9%).

Pertanto l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari a +0,8% (stabile rispetto a maggio) e quella al netto dei soli beni energetici è in accelerazione da +0,8% registrato nel mese precedente a +1,0%. L’aumento congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo è dovuto principalmente ai rialzi dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+2,3%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+2,2%), i cui effetti sono solo in parte mitigati dai cali congiunturali di quelli dei beni alimentari non lavorati (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-1,4%).

L’inflazione accelera sia per i beni (da +1,0% registrato nel mese precedente a +1,5%) sia, in misura lieve, per i servizi (da +0,9% a +1,0%); il differenziale inflazionistico tra servizi e beni rimane negativo ma di ampiezza più marcata rispetto a maggio (da -0,1 punti percentuali a -0,5 punti percentuali). L’inflazione acquisita per il 2018 è +1,0% per l’indice generale e +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano un calo dello 0,2% su base mensile e un aumento del 2,2% su base annua (da +1,7% registrato a maggio). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto salgono dello 0,2% in termini congiunturali e del 2,7% in termini tendenziali (da +2,0% del mese precedente).

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) aumenta dello 0,2% in termini congiunturali e dell’1,4% in termini tendenziali (da +1,0 di maggio). La stima preliminare era +1,5%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su base mensile e dell’1,2% rispetto a giugno 2017. Secondo l’Istat, l’inflazione a giugno continua a crescere nelle componenti legate maggiormente agli acquisti quotidiani delle famiglie. Infatti l’accelerazione della crescita dei prezzi al consumo è di nuovo trainata dai prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (in particolare carburanti insieme con frutta fresca e vegetali freschi), che registrano un aumento su base annua più che doppio di quello generale. Un contributo inflazionistico deriva anche dai prezzi dei trasporti, che da inizio anno mostrano tensioni crescenti.

Per il Fondo Monetario Internazionale, nel 2018 l’economia italiana crescerà solo dell’1,2% con un ulteriore rallentamento a +1,0% il prossimo anno. Le nuove stime del Fmi fornite nell’aggiornamento del World Economic Outlook sono state riviste al ribasso: rispetto alle valutazioni dello scorso aprile, la crescita italiana è stata tagliata di 0,3 punti quest’anno e di 0,1 punti nel 2019. A spingere il Fondo al ribasso è il peso sulla domanda interna legato all’aumento dello spread sui titoli di Stato e alle più rigide condizioni finanziarie, provocate dalla recente incertezza politica.

Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato le stime non solo dell’Italia ma anche delle maggiori economie mondiali. Per Germania, Francia e come abbiamo visto l’Italia il Fondo ha rivisto al ribasso di 0,3 punti la stima di crescita Pil del 2018 mentre per Regno Unito e Giappone il taglio è di 0,2 punti. In particolare, ha segnalato un aumento dei rischi al ribasso anche nel breve termine, con una espansione economica, che sebbene confermata a livello globale al 3,9% sia quest’anno che nel 2019, sta diventando meno omogenea. In dettaglio, la crescita delle economie avanzate dovrebbe confermarsi quest’anno al +2,4%, stesso livello del 2017, per poi scendere a +2,2% il prossimo anno. Il dato relativo al 2018 è stato pertanto rivisto al ribasso di 0,1 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Per gli Usa il Fondo conferma un Pil a +2,9% nel 2018 e a +2,7% il prossimo anno mentre l’eurozona dovrebbe registrare una crescita del 2,4% quest’anno e del 2,2% il prossimo con una revisione al ribasso rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti.

Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura a luglio, ha confermato il cambio di marcia del Paese, in linea con l’andamento delle maggiori economie avanzate (?). Nella nota dell’Upb si legge: “La ripresa economica in Italia ha parzialmente perso slancio e rischia di avere un effetto trascinamento anche sul 2019. Le stime dei modelli di breve periodo dell’Upb segnalano un rallentamento dell’attività economica, che si potrebbe protrarre nel corso dell’estate, determinando un lieve peggioramento delle previsioni di crescita per l’anno in corso e influenzando, in considerazione del minor effetto di trascinamento, anche i risultati del 2019”.

Nella media del 2018, l’espansione del Pil si attesterebbe all’1,3%, lievemente al di sotto della previsione Upb dello scorso maggio (1,4%). Per effetto della minore crescita acquisita anche l’incremento previsto per il 2019 registrerebbe una correzione al ribasso con una crescita del Pil di poco superiore all’1%.

Secondo quanto ha osservato l’Upb: “Nei primi mesi dell’anno, a un buon andamento dei consumi ha fatto riscontro quello negativo di investimenti ed esportazioni. Nonostante un leggero calo del potere di acquisto delle famiglie (0,2 per cento nel primo trimestre) la dinamica dei consumi ha registrato un recupero nel primo trimestre dell’anno (0,4 per cento in termini congiunturali). Questo andamento ha beneficiato del clima di fiducia delle famiglie e delle dinamiche occupazionali, che consolidandosi potrebbero continuare a sostenere nel breve termine i piani di spesa delle famiglie. Nei primi tre mesi dell’anno, inoltre, la dinamica congiunturale dell’accumulazione del capitale ha subito una battuta d’arresto (dell’1,4 per cento), riassorbendo parte de i progressi conseguiti nel 2017. A pesare sulle decisioni di investimento, ha verosimilmente influito l’incertezza relativa al prolungamento per quest’anno delle agevolazioni fiscali per l’acquisto di impianti e macchinari, in contrazione del 2,4 per cento nei primi tre mesi del 2018. È risultato negativo anche l’apporto all’attività economica da parte degli scambi con l’estero. Nel primo trimestre il volume delle esportazioni, in crescita dalla metà del 2016, ha scontato un calo del 2,1 per cento. Le prospettive di breve termine, secondo le più recenti indagini sugli ordini dall’estero, restano deboli”.

L’esame fatto dall’Ufficio parlamentare di bilancio conferma le valutazioni di rallentamento dell’economia elaborate anche da Istat e dal Fondo Monetario Internazionale.

A quanto già indicato, si aggiungono i deboli segnali di crescita su base mensile del fatturato e ordini dell’industria a maggio scorso, confermando la tendenza di rallentamento su base annua. Secondo i dati dell’Istat, il fatturato ha registrato un aumento per il terzo mese consecutivo, pari all’1,7% rispetto ad aprile mentre nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo cresce dello 0,4% sui tre mesi precedenti. Anche gli ordinativi registrano una variazione congiunturale positiva (+3,6% di cui un più 5,5% per l’estero), che segue la flessione del mese precedente (-0,6%). Nella media degli ultimi tre mesi sui tre mesi precedenti si registra, tuttavia, una riduzione pari all’1,1%. Fa eccezione il fatturato dell’industria automobilistica diminuito rispetto al 2017 (-6,1%).

Nella nota dell’Istat si legge: “Gli indici destagionalizzati del fatturato e degli ordinativi raggiungono a maggio i livelli più alti da inizio anno sia per il fatturato interno sia per quello estero. L’incremento congiunturale del fatturato coinvolge tutti i principali settori, con una spinta ulteriore proveniente dalla vivace dinamica dei prodotti energetici. In volume, il comparto manifatturiero registra un incremento congiunturale dell’1,5%, rimanendo sostanzialmente stabile nella media degli ultimi tre mesi”.

Preoccupazioni arrivano anche dalla CNA sulla pressione fiscale. Analogamente all’allarme recentemente lanciato dalla Cgia di Mestre, nel rapporto 2018 dell’Osservatorio Cna sulla tassazione delle piccole imprese in Italia, giunto alla quinta edizione, dal titolo ‘Comune che vai, fisco che trovi’ in cui si analizza il peso del fisco sul reddito delle piccole imprese in 137 comuni tra cui tutti i capoluogo di provincia, è stata elaborata la seguente proiezione: “La pressione fiscale media sulle piccole imprese, se non interverranno correttivi, quest’anno tornerà a salire. Lievemente, lontana dal picco del 2012, ma con un segno “più” che non può certo rallegrare l’ossatura portante del sistema produttivo italiano. Il dato di sintesi, inoltre, non fotografa le profonde differenze nella tassazione locale. La realtà italiana è molto complessa. Tanto da far emergere non una pressione fiscale, ma numerose pressioni fiscali”.

L’Osservatorio ha calcolato il Total tax rate (Ttr), vale a dire l’ammontare di tutte le imposte e di tutti i contributi sociali obbligatori che gravano sulle imprese espresso in percentuale sui redditi. Individua, inoltre, il Tax free day (Tfd), cioè il giorno della liberazione dalle tasse, la data fino alla quale l’imprenditore deve lavorare per l’ingombrante ‘socio’ pubblico. A differenza di altri organismi, anche internazionali, l’Osservatorio CNA ha basato la sua analisi sull’impresa tipo italiana , con un laboratorio e un negozio, ricavi per 431mila euro, un impiegato e quattro operai di personale, 50mila euro di reddito.

La pressione fiscale media sulla piccola impresa tipo italiana, salita nel 2017 dello 0,3% al 61,2%, nel 2018 è destinata a crescere ancora, portandosi al 61,4%. Un incremento compiutamente ascrivibile all’aumento programmato della contribuzione previdenziale dell’imprenditore. Di conseguenza, il giorno della liberazione fiscale media si allungherà di altre ventiquattr’ore, per arrivare all’11 agosto, contro il 10 agosto del 2017 e il 9 agosto del 2016. Intanto si va ampliando il divario tra la pressione fiscale che grava sulle piccole imprese e quella media nazionale. Nel 2017 è andata dal 61,2% sulle piccole imprese al 42,4% sulla totalità dei contribuenti: un’ingiustizia, per CNA, che vale 18,8 punti percentuali.

Oltre alle problematiche economiche endogene evidenziate, bisogna tenere conto anche della componente esogena dettata dall’espansione del protezionismo.

In tal senso, in merito alle tensioni commerciali, nella conferenza stampa congiunta con il premier cinese Li Keqiang ed il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha lanciato un appello affermando: “E’ comune dovere di Ue, Cina, Usa e Russia non iniziare guerre commerciali. C’è ancora tempo per prevenire il conflitto e il caos”.

La Cina ha deciso di ricorrere al Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, contro la minaccia di dazi aggiuntivi al 10% annunciati dagli Usa sull’import ‘made in China’ per 200 miliardi di dollari ex art.301 dello Us Trade Act. La mossa, annunciata con un post sul sito del ministero del Commercio, cade nel giorno in cui Cina e Ue, nel loro 20/mo summit annuale, hanno ribadito l’impegno congiunto per il multilateralismo e il libero scambio.

Gli Stati Uniti fanno ricorso alla Wto contro cinque dei suoi membri per ‘dazi illegali’. Gli Usa puntano il dito contro Cina, Unione Europea, Canada, Messico e Turchia per le misure ritorsive decise dopo i dazi all’alluminio e l’acciaio imposti dagli Usa. In un comunicato del rappresentante per il Commercio degli Usa, si legge: “I dazi sull’acciaio e l’alluminio imposti dal presidente Trump sono giustificati sulla base degli accordi internazionali approvati fra gli Usa e i suoi partner”.

Il lettore dovrà comunque ricordarsi che per il 2018, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, l’incremento del Pil viaggia per l’Italia all’1,2%, mentre per gli Stati Uniti d’America la proiezione è al 2,9%.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, recentemente ha manifestato preoccupazione per il propagarsi del protezionismo nel mondo. Sullo stesso argomento, ancora non sappiamo quale posizione intenderà assumere il Governo Conte.

S. R.