Verso la manovra, l’Europa vuole i fatti

pierremoscovici-465x390Non è da escludere una possibile proroga delle decontribuzioni al Sud ed una riedizione del piano Industria 4.0. A quanto si apprende, l’attuale governo nella legge di Bilancio potrebbe confermare il taglio del costo del lavoro nel Mezzogiorno e si appresterebbe a rafforzare gli incentivi all’innovazione introdotti dai precedenti esecutivi Renzi e Gentiloni.

La decontribuzione dovrebbe entrare nel menù della Finanziaria senza troppi problemi, non presentando problemi di coperture. Il taglio dei contributi ai neo assunti nel Meridione ha infatti un costo contenuto, circa 500 mln, ma soprattutto è finanziata con i fondi europei, dunque non aggrava il disavanzo. Prende forma, invece, il nuovo piano industria 4.0 che verrebbe esteso anche alle piccole e medie imprese che investono in innovazione. Tra gli obiettivi anche il trasferimento di tecnologie tra comparti.

Quanto ai cavalli di battaglia del governo giallo-verde, la manovra dovrebbe contenere l’avvio della revisione della Fornero, della flat tax e l’avvio del reddito cittadinanza. Quest’ultimo partirebbe nel 2019 a quota 500 euro. Quanto alle coperture, se il governo decidesse di portare il deficit poco sopra il 2% dal target dell’1% si potrebbero liberare circa 15 mld, dei quali 12,5 andranno a sterilizzare le clausole Iva. Dalla pace fiscale, prevedendo uno ‘sconto’ estremamente vantaggioso, dovrebbero arrivare circa 5 mld.

Altre coperture arriverebbero dalla revisione della spesa per circa 3 mld e, se ci saranno le condizioni politiche, anche da un primo sfoltimento delle tax expenditures.

Intanto, si intensificano i vertici economici a Palazzo Chigi sulla manovra, in vista della presentazione il 27 settembre (o qualche giorno prima) della Nota di aggiornamento al documento di Economia e Finanze (già predisposto dal governo Gentiloni nello scorso mese di aprile), le cui previsioni rappresentano l’ossatura della Legge di Bilancio. E per il governo si prepara un autunno tutt’altro che facile. Dopo il varo della Legge di Bilancio atteso per il 15 ottobre arriveranno i giudizi delle agenzie di rating sull’Italia: il 26 ottobre è atteso quello di S&P ed il 31 quello di Moody’s.

Recentemente, Gerry Rice, portavoce del FMI, rispondendo se l’Istituto di Washington fosse preoccupato per la situazione italiana dopo la decisione di Fitch di rivedere l’outlook proiettato in negativo, ha affermato: “Lo staff del Fmi è stato in Italia in luglio e una seconda visita, per concludere l’Article IV, è prevista più avanti nel corso dell’anno. I mercati finanziari si sono preoccupati per una inversione delle riforme ma ci sono state parole rassicuranti dal premier Giuseppe Conte e dal ministro dell’economia Tria”.

Pierre Moscovici, il commissario dell’Ue agli affari economici, giungendo all’Eurogruppo informale a Vienna, ha detto: “Voglio credere che realismo e pragmatismo si affermeranno nel bilancio italiano, l’Italia deve avere un bilancio che consenta di ridurre il suo debito pubblico perché se vuoi investire in Italia ci vuole meno debito e più capacità d’investimento e per questo continuo a chiedere finanze pubbliche serie. Sono contro l’austerità ma austerità è una cosa, mancanza di serietà un’altra. Il Bilancio dell’Italia deve puntare a ridurre il deficit strutturale e il debito pubblico, anche perché questa è la strada da seguire se si vogliono aumentare gli investimenti. Non farò cifre, le cifre le scambio con il mio omologo, parleremo di cifre con Tria quando il bilancio sarà stato approntato. Ad ogni modo le cifre le conoscete. Le cifre sono che l’Italia deve ridurre il suo deficit strutturale, che deve farlo come gli altri Paesi della zona euro. Che ha beneficiato di tutte le flessibilità, che continueremo ad avere con l’Italia un dialogo positivo, ma che le regole, che non sono stupide, perché consentono di ridurre il debito pubblico, sono fatte per tutti. Credo che sia nell’interesse dell’Italia di restare quello che è: un grande Paese al centro della zona euro, e quindi di avere un bilancio che consenta di ridurre il suo debito pubblico”.

Mario Centeno, il presidente di Eurogruppo, nella conferenza stampa al termine della riunione informale a Vienna, ha affermato: “Siamo fiduciosi che l’Italia farà esattamente quanto si è impegnata pubblicamente a fare sul Bilancio. Le attese sono che l’Italia rispetterà le regole nel prossimo processo di Bilancio”.

Un portavoce dell’Ue ha poi precisato: “Negli incontri di oggi non si è discusso di Italia”.

Tra non molto, si vedranno i fatti del governo giallo-verde. Finora, di positivo c’è la continuazione della linea seguita dal precedente governo Gentiloni.

Salvatore Rondello

Usa-Ue, arriva la tregua nella guerra sui dazi

trump juncker

Finalmente una tregua tra Donald Trump e l’Europa dopo che ad Helsinki, nell’incontro con Putin, il presidente Usa aveva detto che ‘il nemico è l’Europa’. Jean Claude Juncker è andato alla Casa Bianca nella speranza di disinnescare le tensioni commerciali con gli Usa che rischiano di incrinare in maniera irreversibile le relazioni tra le due sponde dell’Atlantico. Il presidente della Commissione Ue è riuscito a strappare un accordo.

Dopo l’incontro, Donald Trump ha detto:    “Oggi è un grande giorno, abbiamo lanciato una nuova fase nei rapporti tra Usa ed Europa.    L’obiettivo è quello di zero tariffe, zero barriere commerciali non tariffarie e zero sussidi sui beni industriali che non siano auto”.

Visibilmente soddisfatto anche Juncker, che è riuscito lì dove non erano riusciti Angela Merkel ed Emmanuel Macron. Juncker ha affermato: “Ero venuto qui per trovare un’intesa e l’abbiamo trovata”.

Dalla Germania sono arrivati commenti positivi all’accordo di tregua, stipulato ieri dal presidente della Commissione europea Jean-Claude Juncker con il presidente Usa Donald Trump, sulle dispute commerciali. Un’intesa costruttiva, secondo Berlino che ribadisce il suo pieno appoggio all’esecutivo Ue.

La portavoce di Angela Merkel, Ulrike Demmer, ha affermato: “Il governo saluta l’accordo per una azione costruttiva sul commercio. La Commissione può continuare a contare sul nostro sostegno”.

L’intesa prevede che l’Ue si impegna a aumentare le importazioni di soia e gas liquefatto statunitensi, assieme a una tregua sui dazi mentre Bruxelles e Washington negozieranno un percorso per azzerare le tariffe nei servizi, nella chimica, nella farmaceutica, nei beni industriali, salvo le auto (nodo sensibile agli occhi della Germania).

Dalla Francia, inverosimilmente, sono arrivati commenti freddi all’accordo di tregua raggiunto ieri da Jean-Claude Juncker e Donald Trump sul nodo del commercio. Il ministro delle Finanze Bruno Le Maire ha affermato: “Parigi vuole chiarimenti sull’intesa raggiunta. La Francia ha sempre detto che bisognava evitare una guerra commerciale, che avrebbe fatto solo perdenti. Quindi è un bene tornare al dialogo con gli americani”. Tuttavia l’esponente transalpino Le Maire ha detto: “L’agricoltura deve restare fuori dalle discussioni e che l’Europa non transigerà sulle sue regole. Abbiamo delle norme sanitarie, alimentari e ambientali a cui teniamo perché garantiscono la salute dei consumatori”.

I riferimenti polemici appaiono diretti all’impegno, annunciato da Juncker ieri dopo l’incontro alla Casa Bianca, ad aumentare le importazioni di soia Usa, senza precisare se questo includa anche soia Ogm.

La presa di posizione francese si accomuna al pensiero dei movimenti populisti europei che anche in Italia avversano fortemente le coltivazioni Ogm.

Invece, una autorevole francese, Christine Lagarde, direttore del Fmi, ha così commentato: “Sono lieta di sapere che gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno raggiunto un accordo  per lavorare insieme e ridurre le barriere commerciali e, insieme con altri partner, rafforzare la WTO. L’economia globale può avere solo benefici quando i paesi si impegnano a risolvere in modo costruttivo i disaccordi commerciali senza ricorrere a misure eccezionali”.

Da diverso tempo, il Fmi manifesta preoccupazioni per il diffondersi del protezionismo nel mondo.

Saro

Dal Fondo monetario parte un allarme per l’Italia

FMI-Italia crescitaIl Fondo Monetario Internazionale ha preparato un documento in vista del G20 che si farà a Buenos Aires. Nel documento, tutti i paesi sono invitati a perseguire politiche che sostengano la crescita di lungo periodo, contribuendo a una riduzione degli squilibri esterni, ma che allo stesso tempo creino spazi di bilancio. Il Fmi ha affermato: “Stimoli di bilancio pro-ciclici dovrebbero essere evitati e cuscinetti di bilancio ricostruiti nei paesi in cui i conti pubblici sono su una traiettoria insostenibile e il deficit è eccessivo (Stati Uniti) o in cui la posizione è vulnerabile alla perdita di fiducia del mercato (Italia)”.

Sull’Italia, nel documento preparato dal FMI, si legge: “In Italia condizioni finanziarie più stringenti e l’incertezza sulle future politiche possono rallentare la crescita”.

Christine Lagarde, direttore generale del Fondo monetario internazionale, commentando il documento, la ‘G20 Surveillance Note’ pubblicata dall’Istituto di Washington, ha detto: “Le tensioni commerciali stanno già lasciando un segno, ma l’entità del danno dipenderà da cosa i politici faranno e, visto che sfortunatamente la retorica è diventata realtà con le misure protezionistiche, ci potranno essere effetti sull’economia globale. Se tutti i dazi annunciati entreranno in vigore, l’output globale potrà ridursi dello 0,1% nel 2020 e se la fiducia degli investitori sarà minata, il Pil globale potrebbe calare di mezzo punto percentuale, ovvero circa 430 miliardi di dollari, da qui al 2020”.

Dunque, non c’è molto da stare allegri.

La difficile partita politica si giocherà sul terreno internazionale. Nuove strategie politiche dovrebbero elaborarsi per combattere l’espansione del protezionismo. Da una nuova internazionale socialista potrebbe nascere una nuova linea politica per sconfiggere le miserie dell’umanità che sono più evidenti nelle zone dove è più diffusa la povertà. Nonostante l’attuale crisi del socialismo, le finalità dell’ideologia socialista sono ancora valide.

Salvatore Rondello

Istat e Fmi vedono l’economia in rallentamento

istat pil mezzogiornoL’Istat ha diffuso oggi i dati sull’inflazione. A giugno l’indice nazionale dei prezzi al consumo per l’intera collettività (Nic), al lordo dei tabacchi, è aumentato dello 0,2% rispetto al mese precedente e dell’1,3% su base annua (in crescita dal +1,0% registrato a maggio). La stima preliminare era +1,4%. L’accelerazione dell’inflazione si deve prevalentemente ai prezzi dei beni energetici non regolamentati (da +5,3% di maggio a +9,4%) ed è sostenuta anche da quelli dei Beni alimentari non lavorati (da +2,4% a +3,4%) e dei servizi relativi ai trasporti (da +1,7% a +2,9%).

Pertanto l’inflazione di fondo, al netto degli energetici e degli alimentari freschi, è pari a +0,8% (stabile rispetto a maggio) e quella al netto dei soli beni energetici è in accelerazione da +0,8% registrato nel mese precedente a +1,0%. L’aumento congiunturale dell’indice generale dei prezzi al consumo è dovuto principalmente ai rialzi dei prezzi dei Beni energetici non regolamentati (+2,3%) e dei Servizi relativi ai trasporti (+2,2%), i cui effetti sono solo in parte mitigati dai cali congiunturali di quelli dei beni alimentari non lavorati (-0,9%) e dei Servizi relativi alle comunicazioni (-1,4%).

L’inflazione accelera sia per i beni (da +1,0% registrato nel mese precedente a +1,5%) sia, in misura lieve, per i servizi (da +0,9% a +1,0%); il differenziale inflazionistico tra servizi e beni rimane negativo ma di ampiezza più marcata rispetto a maggio (da -0,1 punti percentuali a -0,5 punti percentuali). L’inflazione acquisita per il 2018 è +1,0% per l’indice generale e +0,7% per la componente di fondo.

I prezzi dei beni alimentari, per la cura della casa e della persona registrano un calo dello 0,2% su base mensile e un aumento del 2,2% su base annua (da +1,7% registrato a maggio). I prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto salgono dello 0,2% in termini congiunturali e del 2,7% in termini tendenziali (da +2,0% del mese precedente).

L’indice armonizzato dei prezzi al consumo (Ipca) aumenta dello 0,2% in termini congiunturali e dell’1,4% in termini tendenziali (da +1,0 di maggio). La stima preliminare era +1,5%. L’indice nazionale dei prezzi al consumo per le famiglie di operai e impiegati (Foi), al netto dei tabacchi, aumenta dello 0,2% su base mensile e dell’1,2% rispetto a giugno 2017. Secondo l’Istat, l’inflazione a giugno continua a crescere nelle componenti legate maggiormente agli acquisti quotidiani delle famiglie. Infatti l’accelerazione della crescita dei prezzi al consumo è di nuovo trainata dai prezzi dei prodotti ad alta frequenza d’acquisto (in particolare carburanti insieme con frutta fresca e vegetali freschi), che registrano un aumento su base annua più che doppio di quello generale. Un contributo inflazionistico deriva anche dai prezzi dei trasporti, che da inizio anno mostrano tensioni crescenti.

Per il Fondo Monetario Internazionale, nel 2018 l’economia italiana crescerà solo dell’1,2% con un ulteriore rallentamento a +1,0% il prossimo anno. Le nuove stime del Fmi fornite nell’aggiornamento del World Economic Outlook sono state riviste al ribasso: rispetto alle valutazioni dello scorso aprile, la crescita italiana è stata tagliata di 0,3 punti quest’anno e di 0,1 punti nel 2019. A spingere il Fondo al ribasso è il peso sulla domanda interna legato all’aumento dello spread sui titoli di Stato e alle più rigide condizioni finanziarie, provocate dalla recente incertezza politica.

Il Fondo Monetario Internazionale ha abbassato le stime non solo dell’Italia ma anche delle maggiori economie mondiali. Per Germania, Francia e come abbiamo visto l’Italia il Fondo ha rivisto al ribasso di 0,3 punti la stima di crescita Pil del 2018 mentre per Regno Unito e Giappone il taglio è di 0,2 punti. In particolare, ha segnalato un aumento dei rischi al ribasso anche nel breve termine, con una espansione economica, che sebbene confermata a livello globale al 3,9% sia quest’anno che nel 2019, sta diventando meno omogenea. In dettaglio, la crescita delle economie avanzate dovrebbe confermarsi quest’anno al +2,4%, stesso livello del 2017, per poi scendere a +2,2% il prossimo anno. Il dato relativo al 2018 è stato pertanto rivisto al ribasso di 0,1 punti rispetto alle previsioni dello scorso aprile. Per gli Usa il Fondo conferma un Pil a +2,9% nel 2018 e a +2,7% il prossimo anno mentre l’eurozona dovrebbe registrare una crescita del 2,4% quest’anno e del 2,2% il prossimo con una revisione al ribasso rispettivamente di 0,2 e 0,1 punti.

Anche l’Ufficio parlamentare di bilancio, nella nota sulla congiuntura a luglio, ha confermato il cambio di marcia del Paese, in linea con l’andamento delle maggiori economie avanzate (?). Nella nota dell’Upb si legge: “La ripresa economica in Italia ha parzialmente perso slancio e rischia di avere un effetto trascinamento anche sul 2019. Le stime dei modelli di breve periodo dell’Upb segnalano un rallentamento dell’attività economica, che si potrebbe protrarre nel corso dell’estate, determinando un lieve peggioramento delle previsioni di crescita per l’anno in corso e influenzando, in considerazione del minor effetto di trascinamento, anche i risultati del 2019”.

Nella media del 2018, l’espansione del Pil si attesterebbe all’1,3%, lievemente al di sotto della previsione Upb dello scorso maggio (1,4%). Per effetto della minore crescita acquisita anche l’incremento previsto per il 2019 registrerebbe una correzione al ribasso con una crescita del Pil di poco superiore all’1%.

Secondo quanto ha osservato l’Upb: “Nei primi mesi dell’anno, a un buon andamento dei consumi ha fatto riscontro quello negativo di investimenti ed esportazioni. Nonostante un leggero calo del potere di acquisto delle famiglie (0,2 per cento nel primo trimestre) la dinamica dei consumi ha registrato un recupero nel primo trimestre dell’anno (0,4 per cento in termini congiunturali). Questo andamento ha beneficiato del clima di fiducia delle famiglie e delle dinamiche occupazionali, che consolidandosi potrebbero continuare a sostenere nel breve termine i piani di spesa delle famiglie. Nei primi tre mesi dell’anno, inoltre, la dinamica congiunturale dell’accumulazione del capitale ha subito una battuta d’arresto (dell’1,4 per cento), riassorbendo parte de i progressi conseguiti nel 2017. A pesare sulle decisioni di investimento, ha verosimilmente influito l’incertezza relativa al prolungamento per quest’anno delle agevolazioni fiscali per l’acquisto di impianti e macchinari, in contrazione del 2,4 per cento nei primi tre mesi del 2018. È risultato negativo anche l’apporto all’attività economica da parte degli scambi con l’estero. Nel primo trimestre il volume delle esportazioni, in crescita dalla metà del 2016, ha scontato un calo del 2,1 per cento. Le prospettive di breve termine, secondo le più recenti indagini sugli ordini dall’estero, restano deboli”.

L’esame fatto dall’Ufficio parlamentare di bilancio conferma le valutazioni di rallentamento dell’economia elaborate anche da Istat e dal Fondo Monetario Internazionale.

A quanto già indicato, si aggiungono i deboli segnali di crescita su base mensile del fatturato e ordini dell’industria a maggio scorso, confermando la tendenza di rallentamento su base annua. Secondo i dati dell’Istat, il fatturato ha registrato un aumento per il terzo mese consecutivo, pari all’1,7% rispetto ad aprile mentre nella media degli ultimi tre mesi, l’indice complessivo cresce dello 0,4% sui tre mesi precedenti. Anche gli ordinativi registrano una variazione congiunturale positiva (+3,6% di cui un più 5,5% per l’estero), che segue la flessione del mese precedente (-0,6%). Nella media degli ultimi tre mesi sui tre mesi precedenti si registra, tuttavia, una riduzione pari all’1,1%. Fa eccezione il fatturato dell’industria automobilistica diminuito rispetto al 2017 (-6,1%).

Nella nota dell’Istat si legge: “Gli indici destagionalizzati del fatturato e degli ordinativi raggiungono a maggio i livelli più alti da inizio anno sia per il fatturato interno sia per quello estero. L’incremento congiunturale del fatturato coinvolge tutti i principali settori, con una spinta ulteriore proveniente dalla vivace dinamica dei prodotti energetici. In volume, il comparto manifatturiero registra un incremento congiunturale dell’1,5%, rimanendo sostanzialmente stabile nella media degli ultimi tre mesi”.

Preoccupazioni arrivano anche dalla CNA sulla pressione fiscale. Analogamente all’allarme recentemente lanciato dalla Cgia di Mestre, nel rapporto 2018 dell’Osservatorio Cna sulla tassazione delle piccole imprese in Italia, giunto alla quinta edizione, dal titolo ‘Comune che vai, fisco che trovi’ in cui si analizza il peso del fisco sul reddito delle piccole imprese in 137 comuni tra cui tutti i capoluogo di provincia, è stata elaborata la seguente proiezione: “La pressione fiscale media sulle piccole imprese, se non interverranno correttivi, quest’anno tornerà a salire. Lievemente, lontana dal picco del 2012, ma con un segno “più” che non può certo rallegrare l’ossatura portante del sistema produttivo italiano. Il dato di sintesi, inoltre, non fotografa le profonde differenze nella tassazione locale. La realtà italiana è molto complessa. Tanto da far emergere non una pressione fiscale, ma numerose pressioni fiscali”.

L’Osservatorio ha calcolato il Total tax rate (Ttr), vale a dire l’ammontare di tutte le imposte e di tutti i contributi sociali obbligatori che gravano sulle imprese espresso in percentuale sui redditi. Individua, inoltre, il Tax free day (Tfd), cioè il giorno della liberazione dalle tasse, la data fino alla quale l’imprenditore deve lavorare per l’ingombrante ‘socio’ pubblico. A differenza di altri organismi, anche internazionali, l’Osservatorio CNA ha basato la sua analisi sull’impresa tipo italiana , con un laboratorio e un negozio, ricavi per 431mila euro, un impiegato e quattro operai di personale, 50mila euro di reddito.

La pressione fiscale media sulla piccola impresa tipo italiana, salita nel 2017 dello 0,3% al 61,2%, nel 2018 è destinata a crescere ancora, portandosi al 61,4%. Un incremento compiutamente ascrivibile all’aumento programmato della contribuzione previdenziale dell’imprenditore. Di conseguenza, il giorno della liberazione fiscale media si allungherà di altre ventiquattr’ore, per arrivare all’11 agosto, contro il 10 agosto del 2017 e il 9 agosto del 2016. Intanto si va ampliando il divario tra la pressione fiscale che grava sulle piccole imprese e quella media nazionale. Nel 2017 è andata dal 61,2% sulle piccole imprese al 42,4% sulla totalità dei contribuenti: un’ingiustizia, per CNA, che vale 18,8 punti percentuali.

Oltre alle problematiche economiche endogene evidenziate, bisogna tenere conto anche della componente esogena dettata dall’espansione del protezionismo.

In tal senso, in merito alle tensioni commerciali, nella conferenza stampa congiunta con il premier cinese Li Keqiang ed il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, il presidente del Consiglio europeo, Donald Tusk, ha lanciato un appello affermando: “E’ comune dovere di Ue, Cina, Usa e Russia non iniziare guerre commerciali. C’è ancora tempo per prevenire il conflitto e il caos”.

La Cina ha deciso di ricorrere al Wto, l’Organizzazione mondiale del commercio, contro la minaccia di dazi aggiuntivi al 10% annunciati dagli Usa sull’import ‘made in China’ per 200 miliardi di dollari ex art.301 dello Us Trade Act. La mossa, annunciata con un post sul sito del ministero del Commercio, cade nel giorno in cui Cina e Ue, nel loro 20/mo summit annuale, hanno ribadito l’impegno congiunto per il multilateralismo e il libero scambio.

Gli Stati Uniti fanno ricorso alla Wto contro cinque dei suoi membri per ‘dazi illegali’. Gli Usa puntano il dito contro Cina, Unione Europea, Canada, Messico e Turchia per le misure ritorsive decise dopo i dazi all’alluminio e l’acciaio imposti dagli Usa. In un comunicato del rappresentante per il Commercio degli Usa, si legge: “I dazi sull’acciaio e l’alluminio imposti dal presidente Trump sono giustificati sulla base degli accordi internazionali approvati fra gli Usa e i suoi partner”.

Il lettore dovrà comunque ricordarsi che per il 2018, secondo le previsioni del Fondo Monetario Internazionale, l’incremento del Pil viaggia per l’Italia all’1,2%, mentre per gli Stati Uniti d’America la proiezione è al 2,9%.

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, recentemente ha manifestato preoccupazione per il propagarsi del protezionismo nel mondo. Sullo stesso argomento, ancora non sappiamo quale posizione intenderà assumere il Governo Conte.

S. R.

Grecia, atterraggio morbido. Odissea verso conclusione

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L’odissea della Grecia si è conclusa. E’ stato raggiunto l’accordo all’Eurogruppo sui termini per l’uscita della Grecia dal suo terzo piano di salvataggio  che prevede, in particolare, misure per alleggerire il debito. Ha dato l’annuncio il presidente dell’Eurogruppo, il portoghese Mario Centeno. In base all’accordo raggiunto dai ministri delle Finanze dell’Eurozona a Lussemburgo,  ad Atene è stata concessa l’ultima tranche del prestito di 15 miliardi di euro.

Con questo accordo che molti hanno definito ‘storico’, Centeno ha commentato: “Siamo riusciti ad ottenere un atterraggio morbido per l’uscita dalla Grecia da questo lungo e difficile percorso”.

Il Commissario Ue, Pierre Moscovici, ha dichiarato: “Si tratta di un accordo eccezionale: La crisi greca si è conclusa questa notte”.

Il ministro delle Finanze greco, Euclid Tsakalotos, dal canto suo, dichiarandosi soddisfatto per l’accordo raggiunto che segna la fine di otto anni di crisi, ha affermato: “Questo Governo non dimentica e non dimenticherà ciò che il popolo greco ha dovuto attraversare durante questi otto anni. Dobbiamo assicurarci che molto presto il popolo greco vedrà concretamente i risultati di questo accordo”.

Il governo greco si è impegnato a mantenere un avanzo primario pari al 3,5% del Pil fino al 2022 e, in seguito, a rispettare le regole di bilancio Ue. L’Eurogruppo, nella dichiarazione diffusa nella notte, ha spiegato: “Per la Commissione questo implicherà un avanzo primario in media al 2,2% del Pil nel periodo tra il 2023 e il 2060. Il Paese resterà sotto la lente della Commissione Europea, che attiverà la procedura di sorveglianza aumentata (Enhanced surveillance), con relazioni trimestrali sulla situazione economica e di bilancio della Grecia.

Così, l’ultima tranche di aiuti ammonta a 15 mld: di questi, 5,5 mld verranno versati in un conto segregato, destinato al servizio del debito, mentre gli altri 9,5 mld saranno versati in un conto dedicato, che verrà utilizzato per creare dei ‘cuscinetti’ di contante, da utilizzarsi alla ‘bisogna’ del debito in caso di necessità.

In tutto la Grecia lascerà il programma con un ‘cuscinetto’ di cash che coprirà le necessità finanziarie per circa 22 mesi dopo la fine del programma nell’agosto prossimo, cosa che secondo l’Eurogruppo ‘rappresenta una garanzia significativa contro qualsiasi rischio’. Il presidente della Bce Mario Draghi ha detto: “L’adozione delle misure concordate dall’Eurogruppo miglioreranno la sostenibilità del debito nel medio termine. E’ fondamentale che la Grecia si mantenga sul percorso delle riforme e di una politica di bilancio solida”.

Il presidente dell’Eurogruppo, Mario Centeno, ha aggiunto: “Dopo otto lunghi anni, la Grecia si affranca dall’assistenza finanziaria e si unisce a Irlanda, Spagna, Cipro e al mio Paese, il Portogallo, nei ranghi dei Paesi dell’Eurozona che hanno riformato le loro economie e ancora una volta si reggono sulle loro gambe”.

La direttrice del Fmi Christine Lagarde ha detto: “Per la sostenibilità del debito greco nel lungo termine il Fondo ha delle riserve, mentre per il medio termine abbiamo piena fiducia che le misure annunciate, che sono significative consentiranno alla Grecia di ritornare sui mercati per finanziarsi”.

Infatti, la crescita del Pil greco ha ormai raggiunto l’1,4% nel 2017 e dovrebbe accelerare ulteriormente quest’anno, mostrando una espansione dell’1,9%, mentre il prossimo anno è visto al +2,3%. Gli sforzi hanno pagato anche in termini di conti pubblici. La Grecia, infatti, ha ora un avanzo di bilancio dello 0,8% del Pil, un passo da gigante se si pensa che nel 2009 aveva un maxi-disavanzo del 15,1%.

Nonostante le resistenze della Germania, principale Paese creditore della Grecia, si è raggiunto l’accordo che rappresenta un importante punto di svolta per la zona euro. L’accordo è arrivato dopo quasi un decennio da quando la Grecia sbalordì il mondo con spese fuori controllo, con il debito pari al 180% del Pil, costringendo l’Ue a predisporre tre piani di salvataggio per evitare il collasso della moneta unica. Finalmente la Grecia ce l’ha fatta senza bisogno di uscire dall’euro.

Salvatore Rondello

Lisbona gioca d’attacco col governo di minoranza

Costa AntonioMentre in Italia i vincitori delle ultime elezioni annaspano, nel piccolo Portogallo il segretario del Partito Socialista Antonio Costa, primo ministro da novembre 2015 con un governo di minoranza, gioca una partita d’attacco. Senza preoccuparsi troppo del fatto che il suo partito non ha la maggioranza in Parlamento e il suo esecutivo sta in piedi grazie ai voti di comunisti, blocco di sinistra e verdi.

Forte del successo ottenuto alle amministrative dello scorso ottobre, adesso Costa ha avviato un’intensa preparazione per le politiche del 2019. L’obiettivo per la prossima legislatura è quello conquistare la maggioranza dei seggi, in modo da non dipendere più da appoggi esterni in Parlamento.

A metà aprile, con una mossa a sorpresa, il premier ha preso in contropiede gli alleati di governo. L’occasione è stata fornita dalla nuova legge di Bilancio e dal deficit. Il ministro Mario Centeno, che da pochi mesi è anche presidente dell’Eurogruppo (il vertice dei ministri delle Finanze Ue), ha annunciato un’accelerazione del piano di rientro del deficit che quest’anno dovrà scendere dell’1,7 per cento. Immediatamente Blocco di sinistra e Partito comunista hanno fatto muro dandogli una settimana di tempo per fare marcia indietro e riportare la riduzione del deficit dello 0,7 per cento. A questo punto, il Presidente della Repubblica ha avvertito il governo che senza un accordo sul Bilancio dello Stato sarebbe stato costretto a mettere fine alla legislatura e a indire le elezioni anticipate.

Ma il ministro delle Finanze non ha ceduto e ha sfidato la sinistra, sostenendo che la misura era necessaria per il “futuro del Paese” e non rischiare di perdere fondi strutturali europei. Poi, a due giorni dalla scadenza dell’ultimatum, Costa ha annunciato un accordo con Riu Rio, il nuovo segretario del Partito socialdemocratico, pronto ad assicurare i suoi voti per far passare in Parlamento le misure su bilancio, patto di stabilità e fondi europei. Visto che c’erano, Costa e Rio hanno firmato anche un accordo sulla posizione del Portogallo nei confronti della Siria. Il segnale è inequivocabile: ormai l’esecutivo può disporre di un secondo forno (quello socialdemocratico) e la sinistra è finita nell’angolo.

Subito dopo il patto con il partito di Rio, il governo ha messo in campo una legge di sostegno per i genitori single che non possono pagare l’affitto. Un messaggio per rimarcare che la barra resta ferma verso quella politica di riformismo socialista che lo ha caratterizzato dalla nascita. Ma, e questa è la novità, bisogna anche fare molta attenzione ai conti. Senza chiedere di aumentare a dismisura la spesa pubblica solo perché il Pil continua a crescere, come ha appena ratificato il Fondo monetario internazionale che ha rivisto al rialzo la crescita di quest’anno (più 2,4 per cento).

E così il 18 aprile, quando la discussione sul Bilancio dello Stato è arrivata in Parlamento, i rappresentanti della sinistra hanno potuto solo sottolineare nei loro interventi che cosa li separa dal governo sulla politica di bilancio. Il giorno dopo, il più importante quotidiano portoghese dava conto del dibattito e della replica del premier titolando “La discordia del successo”. Già, perché Costa, forte dei risultati conseguiti dal governo e dalla crescita elettorale (caso unico in Europa) del Partito socialista, ha replicato con bastone e carota.

Prima, ha assicurato che «la riduzione del debito per i prossimi anni non mette in discussione le misure concordate in questa legislatura». Poi ha lanciato un avvertimento agli attuali alleati di governo: «Una partita di calcio dura 90 minuti, una legislatura dura 4 anni». E quella in corso finisce l’anno prossimo…

Felice Saulino
SfogliaRoma

Il Fmi alza le stime del Pil ma attenzione sul debito

FMI

Nel 2018 “alcuni paesi – come l’Italia o il Canada – dovrebbero mantenere una politica di bilancio neutrale, per poi riprendere il consolidamento nei prossimi anni”. Lo scrive l’Fmi nel Fiscal Monitor precisando che per il nostro paese “la priorità dovrebbe essere l’avvio di un consolidamento fiscale credibile e ambizioso per porre il debito su un solido percorso discendente”. La base di questo processo dovrebbe essere – aggiunge il fondo – “il taglio della spesa primaria corrente, ll sostegno alle fasce più deboli, l’aumento degli investimenti e la riduzione del carico fiscale sul lavoro, con un ampliamento della base imponibile e uno spostamento” verso la tassazione delle ricchezze e degli immobili e dei consumi.

Il Fondo sottolinea poi dal 2012 una traiettoria discendente dei deficit pubblici, con una riduzione media pari all’1,6% del Pil a partire dal 2012, soprattutto grazie alla riduzione della spesa per interessi in paesi come l’Italia, la Germania e la Francia. Tuttavia il Fondo evidenzia per il nostro paese un incremento della spesa pensionistica che, anche alla luce dell’invecchiamento della popolazione, dovrebbe spingere “la spesa pubblica a sostenere la crescita della forza lavoro attraverso un aumento dell’accesso all’apprendistato”.

Per quanto riguarda il Pil l’Fmi rivede al rialzo delle stime, ma una crescita più bassa rispetto gli altri paese dell’Unione europea di cui resta fanalino di coda. Secondo le nuove stime del Fondo monetario internazionale, che ha rivisto al rialzo la nostra crescita di un decimo rispetto l’ultima proiezione fornita a gennaio, l’economia italiana crescerà quest’anno di 1,5%, mantenendo lo stesso ritmo tenuto nel 2017.

L’istituzione di Washington non manca però di puntare il dito contro l’elevato rapporto/debito Pil dell’Italia (ma anche della Spagna) che, abbinato ad un trend demografico sfavorevole, richiede di migliorare l’avanzo primario strutturale per incanalare il debito su una traiettoria discendente.

Nell’aggiornamento del quadro previsionale per le varie economie mondiali contenuto all’interno del primo capitolo del World Economic Outlook, il Fmi ha confermato a 1,1% la previsione di crescita del Pil italiano nel 2019. Per quanto riguarda l’inflazione, a detta del Fmi, quest’anno dovrebbe attestarsi a 1,1% contro 1,2% dell’ultima previsione risalente ad ottobre, per poi accelerare lievemente a 1,3% l’anno prossimo.

Il tasso di disoccupazione dovrebbe scendere a 10,9% quest’anno (11,0% la stima di ottobre) e a 10,6% il prossimo.

Solo un breve cenno alla situazione di stallo politico creatasi dopo le elezioni di inizio marzo, che non hanno dato a nessuna forza politica o coalizione i numeri parlamentari per formare un governo. Il Fmi si limita infatti a inserire l’Italia nel gruppo di Paesi che include Brasile, Colombia e Messico, dove l’incertezza politica potrebbe mettere a rischio l’implementazione delle riforme, ma sull’outlook globale di medio termine pesano soprattutto le incertezze geopolitiche.

Fmi: il protezionismo danneggia i poveri

A Hong Kong, FMI-christine-lagarde, il direttore generale del Fmi, ha criticato aspramente il protezionismo affermando: “I governi devono evitare il protezionismo in ogni sua forma. La storia ci insegna che le restrizioni all’import fanno male a tutti, soprattutto ai consumatori più poveri. Il sistema di scambi commerciali internazionali ha trasformato il mondo. Ha contribuito a dimezzare la percentuale della popolazione mondiale che vive in condizioni di estrema povertà mentre le barriere protezionistiche impediscono al commercio di svolgere il suo ruolo fondamentale per rafforzare la produttività.
Ma questo sistema di regole e responsabilità condivisa corre ora il pericolo di essere distrutto. Questo sarebbe imperdonabile, un fallimento collettivo. Nello stesso tempo le troppe pratiche sleali, devono essere eliminate perché possono lasciare tracce sugli equilibri commerciali tra Paesi. In concreto, bisogna proteggere ad esempio proprietà intellettuali e ridurre le distorsioni che favoriscono le imprese statali”.

Christine Lagarde ha lanciato anche l’allarme debito: “Quello pubblico e privato ha raggiunto a livello globale la quota record di 164.000 miliardi di dollari con un incremento del 40% rispetto al 2007. Su questa crescita, la Cina rappresenta la metà. Il debito pubblico nelle economie avanzate è, dunque, a livelli non visti dalla Seconda Guerra Mondiale. Un indebitamento elevato rende i governi, le aziende e le famiglie più vulnerabili a una stretta delle condizioni finanziarie.

I governi dovrebbero usare l’attuale crescita per portare avanti le riforme: la finestra di opportunità è aperta, è necessario riparare il tetto nei periodi in cui splende il sole. Le riforme necessarie sono spesso politicamente difficili, ma sono più efficaci e facili da attuare quando le economie crescono”.

Il direttore generale dell’Fmi ha citato Henri Matisse: “La creatività richiede coraggio. Abbiamo bisogno di più coraggio, nelle stanze dei governi, nelle aziende, e nelle nostre menti. Nel mese di gennaio, il Fondo Monetario ha rivisto al rialzo le previsioni di crescita dell’economia mondiale al 3,9% per il 2018 e il 2019. E il Fondo continua ad essere ottimista perché le economie avanzate cresceranno sopra il potenziale di crescita media quest’anno e il prossimo e perché gli Stati Uniti sono in piena occupazione. Parallelamente  in Asia, le prospettive restano solide, il che è un bene per tutti, perché questa regione contribuisce a quasi due terzi della crescita globale.

Tuttavia, il ritmo di crescita prevista per il 2018 e il 2019 finirà per rallentare nella misura in cui le politiche a sostegno dell’economia si interromperanno soprattutto in Usa e Cina”.

Si addensano nubi scure su uno scenario (economico) globale che per ora resta soleggiato. Con la metafora meteorologica, la direttrice esecutiva del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha evidenziato che il Fmi continua a restare ottimista sul contesto della crescita mondiale, ma è anche preoccupato per il rischio che il commercio internazionale sia minato da tensioni protezionistiche in grado di incidere negativamente sull’economia globale, oltretutto in un momento in cui tendono ad affievolirsi gli stimoli fiscali e i tassi di interesse tornano a rialzarsi.

L’intervento fatto a Hong Kong da Christine Lagarde (dopo aver partecipato al Boao Forum), precede di una settimana la riunione plenaria che si farà a Washington con i 189 membri del Fmi, durante la quale sarà anche aggiornato l’Outlook del Fondo sull’economia globale (pronosticata nel gennaio scorso in crescita del 3,9% per quest’anno e per l’anno prossimo).

Le priorità economiche dovrebbero essere quelle di evitare le tentazioni del protezionismo, contenere i crescenti rischi finanziari e spronare con le riforme la crescita a lungo termine.

Largarde non ha citato esplicitamente Stati Uniti e Cina, protagonisti del tiro alla fune commerciale, tra dazi e controdazi, che sta allarmando il mondo intero per le possibili conseguenze dai risvolti imprevedibili. Nelle dichiarazioni rilasciate dopo il suo discorso, il direttore generale del Fmi ha comunque sottolineato che anche le questioni sulla proprietà intellettuale vanno trattate in un contesto multilaterale, non con la ricerca di favori specifici o con minacce unilaterali. In questo modo ha offerto una mediazione a Cina ed Usa sulle questioni che hanno visto disotterrata l’ascia del protezionismo che ha dato origine alla guerra sui dazi.

Salvatore Rondello

Il Fmi avverte: il protezionismo blocca la crescita

FMI-christine-lagardeLa numero uno del Fondo Monetario Internazionale, Christine Lagarde, ha lanciato un allarme sul rischio della guerra commerciale iniziata dal presidente degli Stati Uniti. Donald Trump, intenzionato a mettere dazi sull’acciaio e sull’alluminio, bloccherebbe la crescita globale. La presidente del FMI, intervenendo a radio RTL, ha detto: “Se il commercio internazionale viene messo in discussione da questi tipi di misure, sarà un canale di trasmissione per un calo della crescita, un calo degli scambi e sarà temibile. In una guerra commerciale alimentata da aumenti reciproci delle tariffe doganali, nessuno vince”.

La scorsa settimana, Donald Trump si è vantato su Twitter che le guerre commerciali sono ‘facili da vincere’ dopo che il suo annuncio iniziale delle tariffe del 10% sulle importazioni di alluminio e del 25% sull’acciaio introdotto negli Stati Uniti aveva provocato una protesta globale.

Gli alleati degli Stati Uniti hanno minacciato ritorsioni con possibili dazi sulle merci statunitensi che entrano nei loro mercati. L’UE dovrebbe dettagliare le sue misure di ritorsione oggi.

Christine Lagarde ha aggiunto: “Siamo preoccupati che queste misure non siano innescate, stiamo sollecitando le parti a raggiungere accordi, tenere negoziati, consultazioni”.

Nel frattempo, la crescita economica dell’area euro è stata ritoccata al ribasso, al 2,3 per cento sull’insieme del 2017 secondo una nuova stima diffusa da Eurostat. Nella indicazione iniziale l’ente di statistica comunitario aveva quantificato l’espansione al 2,5 per cento. Per quanto riguarda l’ultimo trimestre dello scorso anno il Pil ha segnato un più 0,6 per cento rispetto ai tre mesi precedenti e un più 2,7 per cento su base annua.

La commissaria UE, Malmstroem, sul protezionismo Usa ha detto: “Chiediamo a Washington di ripensarci. Ma se così non fosse abbiamo preparato una serie di interventi. Il primo intervento sarebbe quello di adire al Wto, l’organizzazione mondiale del commercio. L’Ue poi sarebbe pronta a mettere in campo una serie di provvedimenti per fronteggiare l’eventuale reindirizzamento di acciaio, che sarebbe stato destinato al mercato Usa, verso l’Ue, puntando comunque a evitare una chiusura su scala globale del settore. Infine, discutiamo diversi prodotti Usa su cui potremmo imporre misure per ridurre l’impatto molto negativo dei dazi in questione. Tra i possibili prodotti Usa oggetto di rappresaglie vi sono beni industriali ma anche Whiskey o dolciumi”.

L’amministratore delegato di FCA, Sergio Marchionne, dal salone dell’auto di Ginevra, ha detto: “È necessario evitare una guerra commerciale tra Usa e Ue, perché in uno scontro sui dazi alla fine vincerebbero gli Stati Uniti. Calmatevi tutti fate andare avanti il processo, fateli parlare: qualcosa si risolve. Minacciare dazi con dazi non risolve assolutamente niente. Se io dovessi fare la guerra dei dazi fino alla fine vince l’America, basta guardare il bilancio economico: importa più di quanto esporta”. Per Marchionne non preoccupano nemmeno le dimissioni del capo consigliere economico di Donald Trump, Gary Chon. Il numero uno di FCA ha spiegato: “La posizione di Trump sui dazi non poteva cambiare dopo due giorni. Cohn se ne è andato in maniera molto delicata, gli ha dato tempo fino alla fine del mese”.

In realtà le dimissioni di Conh sono un nuovo scossone alla Casa Bianca. Gary Cohn, il principale consigliere economico di Donald Trump, ha annunciato le sue dimissioni dopo la controversa decisione del presidente Usa di imporre dazi sulle importazioni di acciaio e alluminio. Dimissioni che hanno spinto recentemente le Borse asiatiche in rosso. Alla base dell’addio proprio lo scontro sui dazi. L’ex numero due di Goldman Sachs si è unito alla lista impressionante degli stretti collaboratori di Trump che hanno abbandonato la nave. La scorsa settimana si è dimessa Hope Hicks, fedelissima che ha lasciato l’incarico di capo della comunicazione della Casa Bianca. Prima ancora avevano abbandonato, per esempio, il capo dello staff Reince Priebus e il consigliere per la sicurezza nazionale Michael Flynn.

Sulle dimissioni di Cohn, Trump ha scritto su Twitter: “Prenderò presto una decisione sulla nomina del nuovo capo consigliere economico. Molte persone vogliono l’incarico, sceglierò in modo saggio!”. Intanto oggi è atteso che l’Ue esponga i suoi piani per rispondere ai dazi su acciaio e alluminio minacciati da Trump. In parte già anticipato, ci si attende che Bruxelles possa prendere di mira prodotti Usa come jeans, moto e whiskey. Già venerdì scorso, il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, aveva minacciato di colpire brand come Harley Davidson e Levi’s, e appunto il whiskey con dazi sulle importazioni. L’annuncio ha spinto Trump a una nuova minaccia, quella di tassare le auto provenienti dall’Ue, alimentando ulteriori timori dello scoppio di una guerra commerciale. A Bruxelles non è attesa una decisione ufficiale, visto che Trump deve ancora firmare il provvedimento sui dazi, ma il presidente francese Emmanuel Macron ha chiesto all’Europa di essere pronta ad agire in modo rapido se lo farà.

Non è stata la prima volta che Gary Cohn, 57 anni, si è mostrato apertamente in disaccordo con Trump. Ad agosto del 2017 ha criticato il presidente Usa per la sua reazione a seguito delle violenze razziste di Charlottesville, in Virginia, ma in quel caso non era arrivato alle dimissioni. In un laconico comunicato di commiato, l’ex capo dell’influente Consiglio Economico Nazionale ha dichiarato: “È stato un onore servire il mio Paese e attuare delle politiche pro crescita favorevoli agli americani, in particolare con il voto di una riforma fiscale storica”. Trump invece ha commentato così: “Gary ha fatto un lavoro straordinario per attuare il nostro programma, aiutando ad arrivare a una riforma fiscale storica e a liberare ancora una volta l’economia americana”. Concedendo l’onore delle armi, Trump, però, non ha menzionato i disaccordi di fondo.

Il nodo dello scontro è stato proprio la mossa protezionistica di Trump sui dazi. Cohn, sostenitore del libero scambio, difendeva il commercio libero, equo e reciproco. Al Forum economico di Davos a gennaio aveva dichiarato: “Ci piacerebbe che la Commissione europea mettesse fine ai suoi dazi su molti prodotti che vorremmo importare dagli Stati Uniti”. Purtroppo ha perso la battaglia interna contro voci decisamente più protezioniste della sua all’interno dell’amministrazione Trump. Il New York Times, già la scorsa settimana, ha riportato le motivazioni quando il presidente aveva anticipato la sua intenzione di imporre dazi del 25% sulle importazioni di acciaio e del 10% su quelle di alluminio”. Cohn aveva minacciato le dimissioni, sottolineando che si trattava di misure pericolose per l’economia. Su Cohn hanno prevalso voci decisamente più protezioniste, come quella del consigliere per il commercio Peter Navarro e del segretario per il Commercio Wilbur Ross.

Il nome di Navarro, 68 anni, sta circolando fra i possibili successori: economista, è l’autore di decine di libri fra cui ‘Death by China: how America lost its manufacturing base’, cioè ‘Morte per mano della Cina: come l’America ha perso la sua base industriale’, in cui critica la guerra economica condotta da Pechino e le sue ambizioni di dominare l’Asia; da quando ha assunto l’incarico si è scagliato anche contro la Germania, accusata di usare un euro ‘ampiamente svalutato’ per sfruttare i suoi principali partner commerciali fra cui gli Usa, e senza sorpresa è anche favorevole ai dazi imposti a tutti i Paesi importatori senza distinzioni.

Il piano sui dazi, fra l’altro, non è stato ben accolto dai repubblicani, che tradizionalmente sono di solito a favore del libero scambio. In prima fila il presidente della Camera, il repubblicano Paul Ryan, che ha invitato Trump ad avere un piano ‘più furbo’ che fosse più ‘chirurgico e più mirato’, segnalando che le misure protezionistiche potrebbero avere le ‘conseguenze non volute’ di una guerra commerciale. Trump, tuttavia, si è mostrato irremovibile, ribadendo la sua posizione nel corso di un incontro martedì alla Casa Bianca con il premier svedese Stefan Löfven. In quella occasione si è scagliato contro l’Ue e gli europei affermando: “Rendono praticamente impossibile per noi di fare affari con loro; l’Ue non ci ha trattati bene. È una situazione commerciale molto ingiusta”.

Trump, sempre più circondato da ‘falchi’, non lascia spazi a dialoghi costruttivi per l’umanità, senza rendersi conto degli effetti negativi in cui nessuno sarà il vincitore, ma tutti perderanno qualcosa.

Salvatore Rondello

Fmi, Italia al primo posto nell’Economia sommersa

Il-lavoro-nero-e-sempre-piu-neroUn nuovo triste primato è stato conquistato dall’Italia. Dal nuovo Working Paper pubblicato dal Fondo Monetario Internazionale, l’Italia risulta al primo posto tra i principali Paesi della zona euro per la ‘quota’ di economia illegale. Il Working Paper del FMI passa in rassegna il livello medio negli ultimi 25 anni della ‘shadow economy‘, intesa come tutta la galassia di attività nascoste alle autorità per motivi regolatori (per evitare le procedure burocratiche e regolamentari), monetarie (per evadere il pagamento di tasse e contributi) e istituzionali (corruzione).
Secondo lo studio del FMI, in Italia la percentuale media di sommerso tra il 1991-2015 è stata pari al 24,9% del Pil; poi c’è la Spagna dove il sommerso ha raggiunto in media il 24,5% del prodotto interno lordo. Peggio di Roma e Madrid tra le maggiori economie di Eurolandia ha fatto solo Atene. Infatti, la Grecia è nota per l’alto tasso di evasione dei suoi contribuenti, con il 27% di economia illegale rispetto al prodotto interno lordo nello stesso arco di tempo. Il Portogallo si è fermato a una media del 21,8%; la Francia del 14%, mentre in Germania l’economia illegale media è stata pari all’11,9%.
Tra i virtuosi nel Vecchio Continente, il Lussemburgo dove la shadow economy si è fermata in media al 10,6% del pil, stesso livello più o meno in Olanda con il 10,7%. Ma è l’Austria il Paese che ha segnato la quota media più bassa d’Europa per attività non dichiarate con l’8,9% tra il 1991-2015.
Ha fatto ancora meglio – ma fuori dall’UE – la Svizzera con il livello medio più basso del mondo, al 7,2%. In Gran Bretagna il sommerso ha raggiunto una media l’11% del Pil, mentre negli Usa si è fermato all’8,3% del Pil.
Allargando l’orizzonte al resto del mondo, i Paesi con la posizione peggiore sono la Bolivia con un livello medio di sommerso al 62,3% del Pil nell’arco di 25 anni, seguita dall’instabile Zimbabwe con il 60,6%.
Fra le economie Brics in Cina la quota media di economia non dichiarata è stata del 14,6% nel 1991-2015; in Brasile si è attestata al 37,6%; la Russia al 38,4%.
In misura diversa il sommerso esiste in qualsiasi Paese del mondo. I Paesi con controlli fiscali più efficienti ed efficaci riescono a limitare l’incidenza verso percentuali più basse.
Tuttavia qualche dubbio potrebbe sorgere. Non sappiamo se l’illecito stimato dai Paesi (anche da quelli con la più bassa percentuale di sommerso) sia veritiero o se sia stato sottostimato.