Salvini si ritaglia una Rai al veleno

salvini«Tanti nemici, tanto onore!». Matteo Salvini ha riesumato senza imbarazzo “Molti nemici, molto onore!”, uno dei motti più celebri di Benito Mussolini. Lo slogan non ha portato bene al duce del fascismo e a Gaio Giulio Cesare che lo utilizzò in precedenza, a Salvini potrebbe accadere lo stesso con una Rai al veleno.

Sulla spartizione dei vertici di viale Mazzini, Salvini ha patito la sua prima cocente sconfitta: la nomina da parte del governo grilloleghista di Marcello Foa a “presidente di garanzia” dell’azienda pubblica radiotelevisiva non è stata ratificata dalla commissione parlamentare di Vigilanza.

Foa non ha ottenuto i due terzi dei voti previsti dalla legge. Forza Italia, il Pd e Liberi e Uguali, all’opposizione, non hanno partecipato alla votazione e il candidato leghista è stato bocciato perché i voti leghisti e pentastellati non sono bastati a raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi. Salvini è perfino andato a trovare Silvio Berlusconi ricoverato nell’ospedale milanese San Raffaele per accertamenti, ma il presidente di Forza Italia non ha voluto sentire ragioni. Gli azzurri non hanno sopportato il metodo: il ministro dell’Interno non ha concordato la candidatura ma l’ha semplicemente comunicata a Forza Italia. Il partito dell’ex presidente del Consiglio ha argomentato su Twitter: «Il servizio pubblico non appartiene alla maggioranza o al governo. Appartiene a tutti». I sindacati dei giornalisti, mai teneri con Berlusconi, hanno lanciato critiche analoghe. Fnsi e Usigrai, hanno attaccato immediatamente la nomina come un atto di «totale sudditanza al governo» che però è stata stoppata dal voto negativo in Vigilanza.

È scoppiata la guerra tra i vecchi componenti del centro-destra. Salvini, dopo la bocciatura, ha rinnovato “la fiducia” a Marcello Foa con il rischio di delegittimare l’amministratore delegato e il consiglio di amministrazione della Rai. Il segretario del Carroccio, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha attaccato a testa bassa: «La Lega prende atto che Forza Italia ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento per la Rai, per il taglio dei vitalizi e per altro ancora». Adesso è sospesa a un filo la stessa sorte della coalizione di centro-destra, la storica alleanza elettorale con Berlusconi tessuta prima da Bossi, poi da Maroni e quindi dallo stesso Salvini.

Ma Salvini deve fare i conti anche con Di Maio. Il capo dei cinquestelle, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico con toni pacati ma decisi ha dato l’altolà all’alleato dell’esecutivo gialloverde: «Il governo non può ignorare il voto della Vigilanza». Perciò Foa si può riproporre solo se c’è «un’intesa» altrimenti sono «le forze politiche che siedono in Vigilanza che devono trovare una alternativa». Tra i possibili nomi per un eventuale accordo gira quello di Giovanni Minoli, uno dei volti storici della Rai, ma c’è aria di guerra ad oltranza.

Una Rai al veleno produce posizioni diametralmente diverse tra i due alleati di governo: nessun richiamo “al cambiamento bloccato” gridato dal segretario della Lega ma al rispetto della legge invocato dal capo del M5S. Tra Di Maio e Salvini sono lontani i tempi della grande sintonia, quando un artista di strada li ritrasse su un muro di Roma come due innamorati: stretti in un forte abbraccio coronato da un appassionato bacio sulla bocca. Lo scivolone sulla Rai potrebbe essere fatale al segretario della Lega. Salvini si ritaglia una Rai al veleno.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

La Rai e il governo del cambiamento

RAI-Riforma

“Merito” e “capacità”. Tante promesse contro la lottizzazione Rai e delle aziende pubbliche. Lega e M5S da metà giugno si sono scontrati, prima sotto traccia e poi apertamente, declamando contro la lottizzazione ma trattando sulla divisione delle poltrone. Ma alla fine è andata in porto la spartizione. La prima palla ad andare in buca è stata la guida della Cassa depositi e prestiti: Fabrizio Palermo, gradito a Luigi Di Maio, è stato insediato dal governo M5S-Lega come amministratore delegato della “cassaforte” nella quale sono custodite le azioni delle più importanti aziende pubbliche (Eni, Enel, Poste, Telecom, Fincantieri, Terna, Saipem e Italgas).

Poi è arrivato l’accordo sulla lottizzazione Rai: Fabrizio Salini, apprezzato dai cinquestelle, amministratore delegato (la figura è prevista al posto del direttore generale dalla legge di riforma fatta approvare dal governo Renzi nel 2015), Marcello Foa, sostenuto dai leghisti, presidente. Contatti, riunioni informali, vertici di maggioranza e Consigli dei ministri; la strada della divisione delle nomine è stata faticosa è tortuosa. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato al ‘Fatto Quotidiano’ il suo metodo per uscirne indenne: «Il ministro competente fa le proposte, io ne parlo con i due vicepremier, poi le decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore».

E così è andata, ma certamente non è stata cancellata la tanto demonizzata lottizzazione Rai in nome della “candidatura migliore”. Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri del 27 luglio ha difeso le scelte assunte dal “governo del cambiamento” sulle nomine: «Abbiamo appena nominato i vertici della Rai. Oggi inizia una nuova rivoluzione culturale con i due nomi, Marcello Foa presidente e Fabrizio Salini Ad». Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, ha usato parole forti e offensive: queste nomine «il presidente del consiglio e il Cdm hanno ritenuto all’altezza di questa grande sfida per liberarci dei raccomandati e dei parassiti».

Niente male. Matteo Salvini è stato più pacato. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ha messo da parte le critiche del passato: «Sono molto soddisfatto, ci sarà spazio per tutte le voci, finalmente. Siamo solo all’inizio».

Strano. Roberto Fico, presidente cinquestelle della Camera, aveva detto basta alle lottizzazioni e aveva messo i partiti fuori della porta: «Deve finire l’era delle appartenenze politiche, dell’influenza del governo sui giornalisti Rai e viceversa. Deve cambiare tutto».

Invece di “cambiare tutto” sono cambiati solo gli autori della spartizione: adesso è stata varata la lottizzazione gialloverde, quella del “governo del cambiamento”. Ma non è detto che la spartizione della Rai decisa dal governo Conte-Di Maio-Salvini vada in porto. Il problema è “il presidente di garanzia”. La legge stabilisce che il presidente dell’azienda radiotelevisiva pubblica sia eletto dalla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai con una maggioranza qualificata dei due terzi dei voti: M5S e Lega non raggiungono questa soglia e sperano nel soccorso essenziale di Forza Italia per evitare un flop, ma non è per niente scontato il sì dei forzisti. Silvio Berlusconi ha ritenuto le nomine avanzate «un pessimo segnale» perché assunte in maniera unilaterale da parte della maggioranza grilloleghista.

Il centro-sinistra ha sollecitato il presidente di Forza Italia ad evitare un “soccorso azzurro” ed ha annunciato una durissima opposizione. Maurizio Martina ha attaccato: «Va in onda la spartizione tra la Lega e Cinque Stelle». Il segretario del Pd ha ricordato la necessità dei due terzi dei voti per eleggere “il presidente di garanzia” voluto invece solo dai cinquestelle e dai leghisti che «per le poltrone calpestano anche le regole». Insorgono anche i sindacati dei giornalisti. Vittorio Di Trapani (Usigrai), Raffaele Lorusso e Beppe Giulietti (Fnsi) con una lettera aperta ai 7 consiglieri di amministrazione Rai hanno contestato l’indicazione da parte del governo del presidente di viale Mazzini perché «si configura come una palese violazione di legge».

La battaglia si deciderà mercoledì primo agosto. Quando si riunirà la commissione di Vigilanza si vedrà se e come passerà la spallata Salvini-Di Maio sul “presidente di garanzia”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Caso Alpi. FNSI e OdG: “Noi non archiviamo”

alpi conf stampa“Noi non archiviamo”: alla sede della Federazione, conferenza stampa di FNSI e OdG sulla prosecuzione delle indagini sul caso Alpi-Hrovatin

“La decisione del Gip di Roma Andrea Fanelli di richiedere ulteriori accertamenti sull’omicidio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin conferma che ancora molto resta da fare, per ottenere verità e giustizia per la giornalista e l’operatore del Tg3 uccisi in Somalia il 20 marzo 1994.
Ora più che mai, dunque, è necessario intensificare gli sforzi per illuminare la loro vicenda e ribadire con ancora più determinazione che #NoiNonArchiviamo. Per questo la Federazione nazionale della Stampa italiana, insieme con le associazioni che hanno aderito alla campagna (Stampa Romana, “Articolo 21”, “Rete No bavaglio”,ecc…) ha promosso questa conferenza stampa a Roma, nella sede del sindacato in Corso Vittorio Emanuele II: per fare il punto della situazione e annunciare la volontà di costituirsi parte offesa, così da poter dare dare un suo contributo (anche mediante gruppi di lavoro che esortiamo tutti i colleghi a creare, anche al di fuori dei confini aziendali e di testata) alle indagini, che proseguiranno per i prossimi 180 giorni.

In questo modo, la FNSI avrà la possibilità di presentare memorie e indicare agli inquirenti elementi di prova, proseguendo sul percorso tracciato da Giorgio e Luciana Alpi, genitori di Ilaria”.  Così Beppe Giulietti, presidente nazionale della FNSI, ha aperto oggi la conferenza stampa organizzata proprio per fare il punto sul caso Alpi_Hrovatin. Evidenziando anche il clima, diverso dal passato, che – probabilmente sull’onda anche dello sdegno dell’ opinione pubblica per vicende come quella degli Spada ad Ostia Lido e, in campo internazionale, le uccisioni dei due giornalisti investigativi, specialisti di corruzione e Pubbliche amministrazioni, a Malta e in Slovacchia – sembra si stia finalmente respirando, nei confronti dei giornalisti, nelle aule di giustizia. “Il tribunale di Siracusa – ha aggiunto Giulietti – ha condannato ora a due anni e otto mesi di carcere, riconoscendo anche l’aggravante mafiosa, quel Francesco De Carolis che minacciò il cronista Paolo Borrometi, intimandogli di smettere di scrivere sul clan di famiglia. La FNSI, costituita parte civile insieme con l’ Ordine dei Giornalisti, proseguirà nel suo impegno dalla parte dei cronisti minacciati: venerdì prossimo saremo, invece, al Tribunale di Pavia, per il processo sul caso dell’altro giornalista Rocchelli, ucciso nel 2014 in Iraq: dove saremo parte civile con Giuliano Pisapia, affiancati anche dalla stessa legale del caso Regeni. Forse si sta affermando il principio che colpire un giornalista significa calpestare lo stesso articolo 21 della Costituzione, sulla libertà di manifestazione del pensiero “.

Tornando al caso Alpi- Hrovatin, Fabrizio Orfeo, membro del CdR del Tg3 ( testata chiaramente presente alla conferenza stampa, in memoria di Ilaria), ha fatto anzitutto il punto sulle indagini: attualmente arenatesi, dopo la lunga detenzione (17 anni) d’un cittadino somalo erroneamente ritenuto assassino della giornalista (“Ora si tratta, soprattutto,di mettere insieme le tante tessere del mosaico, eliminando quelle che sono vere e proprie “favole investigative”, divenute luoghi comuni”). C’è anche la proposta.- fatta dalla senatrice del M5S Paola Nunez – di creare una nuova commissione parlamentare d’ inchiesta: dopo, peraltro, gli scarsi risultati ottenuti dalla prima.

“La nostra costituzione, come parte offesa, nella prosecuzione delle indagini”, ha sottolineato, in chiusura, Vittorio Di Trapani, segretario generale USIGRAI, “preciso impegno già preso con la mamma di Ilaria Alpi, Luciana (scomparsa pochi giorni fa), rappresenta, piu’ di 24 anni dopo quel duplice omicidio in Somalia, il modo migliore per affermare la realtà d’un giornalismo che non si limiti alla pura registrazione dei fatti. Questo, a maggior ragione in tempi in cui alcuni si spingono addirittura a ipotizzare un mondo futuro senza giornalismo”.

Fabrizio Federici

Due attentati in Afghanistan. Strage di reporter

afghanistanDue attentati in poche ore in Afghanistan che ha vissuto oggi un’ennesima giornata di sangue. Sono almeno nove i giornalisti rimasti uccisi e sei quelli gravemente feriti. Lo riferisce Reporters sans frontieres, confermando così il bilancio dell’Afghan Journalists Safety Committee (Ajsc). Secondo Rsf, la seconda esplosione aveva la stampa come obiettivo deliberato e si tratta dell’attentato più grave contro i media in Afghanistan dalla caduta del regime dei Talebani nel 2001.

A Kabul un primo attacco contro un checkpoint nei pressi di una sede dei servizi d’intelligence ha fatto molte vittime tra i civili. Poi, quando i giornalisti sono arrivati sul posto, un secondo attacco ha provocato altri morti. Il sedicente Stato islamico ha rivendicato l’attacco: a riferirlo l’agenzia di stampa Dpa che dà notizia di un messaggio diffuso dal gruppo tramite Telegram in cui si afferma che la strage è stata opera di due attentatori suicidi dell’organizzazione.

Tra le vittime confermate ci sono il fotografo dell’agenzia Afp Shah Marai, un cameraman di Tolo News, Yar Mohammad Tokhi, e un reporter e un operatore di 1TV, Ghazi Rasooli e Nowroz Ali Rajabi. Radio Free Europe (Rfe) ha fatto sapere che tre suoi giornalisti sono morti nell’attacco: si tratta di Abadullah Hananzai, Maharram Durrani e Sabawoon Kakar. Sarebbero rimasti uccisi anche il reporter Salim Talash e il cameraman Ali Salimi di Mashal Tv.

Inoltre, in un agguato, anche un giornalista del servizio in lingua pashtu della Bbc sarebbe stato ucciso in Afghanistan: lo riferiscono i media locali dopo il sanguinoso attacco della mattina a Kabul. Secondo l’ong Nai – che si batte per la libertà dei media – lo scorso anno in Afghanistan sono stati uccisi 21 giornalisti. Sempre oggi, ma nel sud del Paese, un altro attacco è costato la vita a 11 bambini di una scuola coranica (madrasa) nella provincia di Kandahar. Al momento nessun gruppo ha rivendicato l’attacco. Secondo i media locali l’obiettivo era un convoglio di soldati della Romania dispiegati in Afghanistan nel quadro della missione Nato.

“Questi attacchi provocano inenarrabili sofferenze per le famiglie afghane”. E’ con queste parole che il rappresentante speciale del segretario generale dell’Onu per l’Afghanistan, Tadamichi Yamamoto, condanna “nei termini più forti” il duplice attacco di questa mattina a Kabul. Yamamoto, capo della Missione di Assistenza delle Nazioni Unite in Afghanistan (Unama), si dice “indignato per un attacco che sembra aver preso deliberatamente di mira i giornalisti”.

“Dal momento che abbiamo manifestato e urlato il nostro #jesuischarlie per le stragi compiute a pochi chilometri da casa nostra – affermano in una nota Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Fnsi – non possiamo che far sentire il nostro #jesuiskabul e chiedere a tutti noi di dare voce a chi, in Afghanistan, ancora si batte per riparare ai guasti prodotti ieri dalle ‘Nostre’ bombe e oggi da un terrorismo integralista che colpisce chiunque si opponga al suo disegno, senza distinzione di fede religiosa e colore della pelle. La manifestazione del 2 maggio, dedicata alla libertà di informazione, e che si svolgerà al liceo Mamiani di Roma sarà dedicata ai giornalisti afghani e sarà aperta da una loro testimonianza”.

Luigi Grassi

Federica Angeli testimone al Processo contro gli Spada

federica angeli“Hanno provato in tutti i modi a privarmi della mia libertà e sono riusciti a privarmi di quella fisica perché ho la scorta ma sicuramente io alle loro regole non ci sto e oggi posso dirvi che mi sento libera, è una bellissima sensazione. Non ho paura”, ha detto Federica Angeli durante la sua testimonianza. Il processo riguarda uno scontro tra appartenenti al clan Spada e Triassi avvenuto nella notte del 16 luglio del 2013. La giornalista antimafia fu testimone oculare di quanto avvenuto a poca distanza da casa sua e denunciò agli inquirenti quanto aveva visto, così le venne assegnata la scorta. Oggi la solidarietà alla giornalista de La Repubblica, nei minuti precedenti all’udienza fuori dal tribunale, si è tenuto un sit in di solidarietà a cui hanno preso parte Fnsi, Usigrai Consiglio nazionale Ordine di giornalisti, Articolo 21, Rete No Bavaglio, Associazione Stampa Romana e Associazione Libera Stampa. Anche la Regione Lazio è presente così come annunciato da Gianpiero Cioffredi, presidente Osservatorio per la sicurezza e la legalità della Regione Lazio.
“Federica Angeli non può essere lasciata sola. Quando raccontava dei fatti di Ostia sembrava quasi che enfatizzasse i fenomeni: oggi è invece chiaro, anche da quanto sta emergendo dalle inchieste, che in quella parte di Roma c’è un grumo di criminalità e comportamenti omertosi che possono essere definiti mafiosi. Ad Ostia c’è un clima e una realtà che non possono essere sottovalutati”. Ha afferma toil direttore de La Repubblica, Mario Calabresi, a margine dell’udienza.

Intercettazioni: ok del governo, le critiche della Fnsi

Pdl-IntercettazioniMai più intercettazioni che servono soltanto a alimentare il gossip o che vengono usate per ledere l’immagine delle persone coinvolte o peggio di chi con le indagini non c’entra nulla. Nel primo Consiglio dei ministri dopo lo scioglimento delle Camere, il governo dà il via libera definitivo alla riforma degli ascolti, attesa da un decennio. Ed è il ministro della Giustizia Andrea Orlando, “padre” della nuova legge – che entrerà in vigore tra 6 mesi – a evidenziarne la portata, lasciando Palazzo Chigi alla fine della riunione. D’ora in avanti “abbiamo un Paese che utilizza le Intercettazioni per contrastare la criminalità e non per alimentare i pettegolezzi o distruggere la reputazione di qualcuno”, dice il Guardasigilli, spiegando che la riforma “impone una serie di vincoli e divieti”, “senza restringere” il ricorso a questo strumento investigativo, “ma anzi autorizzando ad intercettare in un modo più agevole”, soprattutto quando si tratta di reati contro la pubblica amministrazione. Obiettivo dichiarato è impedire di usare le conversazioni captate “come strumento di diffusione di notizie improprie”.

Con le nuove regole le ordinanze dei giudici potranno contenere solo i “brani essenziali” delle Intercettazioni quando servono a motivare la misura. E i colloqui irrilevanti non dovranno nemmeno essere trascritti dalla polizia giudiziaria nei brogliacci, ma finire in un archivio di cui avrà la responsabilità il pm. Una norma che inquieta l’Associazione nazionale magistrati perché darebbe troppo potere alla polizia giudiziaria e non consentirebbe un effettivo controllo del pm sul suo operato, con il rischio che eventuali errori non potrebbero essere nemmeno scoperti. Si tratta di “una preoccupazione non fondata” assicura Orlando, spiegando che il testo “è cambiato nel senso auspicato dall’Anm anche se non esattamente come richiedeva” e che la polizia giudiziaria interloquisce con il pm, che resta “il dominus” dell’indagine. Ma il presidente dell’Anm Eugenio Albamonte ribadisce l’allarme lanciato ieri con un’intervista all’Ansa: con queste regole “è praticamente impossibile il controllo del pm” ed “è singolare che dopo la vicenda Consip, per citare la ferita aperta di Intercettazioni mal trascritte, non si sia voluto garantire un sistema che consenta di verificare ex post eventuali errori di valutazione commessi dalla polizia giudiziaria”.

La riforma, che ha tenuto conto anche dei pareri espressi dalle Commissioni Giustizia di Camera e Senato, è stata più volte rimaneggiata prima di arrivare al testo definitivo. Una prima bozza, accogliendo la richiesta di alcuni procuratori a partire da quello di Roma Giuseppe Pignatone, prevedeva che nelle ordinanze non potessero essere riportati virgolettati delle Intercettazioni ma solo sunti. E nell’ultima versione e’ ricomparsa la norma, presente nel testo originario ma in seguito cancellata, che consente ai giornalisti di ottenere la copia delle ordinanze di custodia cautelare una volta che siano state rese note alle parti. A differenza delle altre, questa disposizione entrerà in vigore tra un anno. E il perché lo ha spiegato Orlando: il governo aspetta di vedere se effettivamente le ordinanze dei giudici cambieranno e non resteranno il “copia e incolla” di quanto contenuto nelle richieste del pm e negli atti di indagine. Altre modifiche dell’ultim’ora hanno riguardato i diritti di difesa, vietando la verbalizzazione delle conversazioni tra indagato e difensore, captate per errore ed estendendo da 5 a 10 giorni (prorogabili anche a 30 nel caso la documentazione sia molto corposa) il termine entro il quale gli avvocati possono esaminare il materiale intercettato, una volta che sia stato depositato, custodito nell’archivio riservato del pm. Modifiche ritenute di dettaglio dall’Unione delle Camere penali, secondo cui l’intero impianto della legge punta a garantire la privacy a scapito del diritto di difesa, che viene “fortemente limitato”.

“Sbaglia – affermano Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti, segretario generale e presidente della Fnsi – chi crede che la tutela del diritto di cronaca, nella nuova disciplina sulle Intercettazioni, possa esaurirsi nel diritto di richiedere copia delle ordinanze del Gip. Questa norma, inserita nel provvedimento approvato dal governo, rappresenta un passo in avanti rispetto al testo iniziale, ma non può limitare il diritto dei giornalisti a pubblicare ogni notizia rilevante per l’opinione pubblica, anche se irrilevante ai fini del processo penale. L’obbligo di non divulgare materiale irrilevante ai fini del processo non può gravare sui giornalisti che, semmai, hanno il dovere opposto: quello di pubblicare ogni notizia di rilevanza pubblica, anche se coperta da segreto”.

OMeGA. LA regata per la pace nel Mediterraneo

omegaS’è svolto, presso l’ ex- Manifattura Tabacchi di Cagliari, il convegno illustrativo di “Lungo le rotte del corallo”, parte essenziale del progetto “Rotte Mediterranee”: organizzato dall’Associazione “OMeGA”, Osservatorio Mediterraneo di Geopolitica e Antropologia ,col supporto della Fondazione di Sardegna e dei circoli cagliaritani “Yachting Club Caralis” e “Ichnusa”. “Lungo le rotte…”, ricordiamo, ha il patrocinio dell’Istituto nazionale per il Commercio Estero, delle Ambasciate tunisina e algerina in Italia e, in varie forme, di molte altre istituzioni, pubbliche e private: Associazione dei Medici di origine Straniera in Italia (AMSI),Unione Medica Euromediterranea (UMEM), Associazione Uniti per Unire, Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), Federazione Nazionale Stampa Italiana (FNSI), Unione delle Università del Mediterraneo (Unimed), ecc…

Questo primo anno del progetto “Rotte Mediterranee” ha come titolo appunto “Lungo le rotte del Corallo”: rotta antica tra le direttrici che attraversavano il Mediterraneo, frequentata per millenni, rotta essenziale di scambio tra i banchi di corallo e gli opifici della Sardegna e i mercati di sbocco della Tunisia.
Dopo i tre convegni preparatori di Roma dell’inverno e primavera scorsi, a Cagliari OMeGA e i suoi partner si son soffermati su alcune delle eccellenze agroalimentari della Sardegna, sottolineandone la valenza anche come volani di sviluppo economico per tutta la sponda sud del Mediterraneo.

In apertura, l’ammiraglio Enrico La Rosa, Presidente di OMeGA, ha illustrato motivazioni e obiettivi del progetto “Rotte Mediterranee”: sottolineandone, in particolare, la natura di contributo alla ripresa d’ un dialogo intermediterraneo, che attualmente versa in una crisi profonda. In un Mediterraneo che, in un certo senso, sembra tornato ai tempi delle ultime Crociate, cioè terreno di scontro tra le superpotenze dove i motivi religiosi e culturali fan semplicemente da alibi a interessi chiaramente imperialistici, e dove le “Primavere arabe” segnano quasi tutte il passo, “Che fare?”.

“Siamo fieri di essere europei”, sottolinea il Presidente di Omega, “l’Europa ci è costata tante guerre e tanto sangue; ma ci ha dato anche i fondamenti del pensiero liberale e dell’organizzazione democratica degli Stati…Ma in Mediterraneo si continua a morire, anche più di prima, anche senza guerre. OMeGA allora è convinta che vada tentata la formazione d’ una Comunità mediterranea, coesa ed autogovernata. Non rinneghiamo l’Europa, cui siamo fieri di appartenere, ma questo progetto va condotto al di fuori dell’egida euro-americano-sino-russa. Questo il quadro strategico del nostro pensiero: il viaggio di OMeGA da Cagliari alla Tunisia, nel Maghreb, dal 3 sino alla prima decade di luglio, è un primo passo in questa direzione: come tentativo di promuovere la nascita di movimenti d’opinione favorevoli a forme di colloquio permanente tra i Paesi del Mediterraneo, onde permettere la crescita di autocoscienza e autogoverno in tutta la regione”.

Alberto Osti Guerrazzi, segretario di OMeGA, s’è soffermato sull’importanza culturale, sociale ed economica dell’olivo e dell’olio di oliva nella storia del Mediterraneo. Guido Sanna, gastroenterologo, Presidente del “Sailing Club” Cagliari, ha commentato quest’intervento dal punto di vista d’un medico, evidenziando il valore nutrizionale e curativo ( anche in alcune forme di tumori) dell’olio d’ oliva.
Il Dr. Fulvio Salati è intervenuto sullo stato attuale dell’acquacultura in Sardegna, purtroppo decisamente insoddisfacente.. Il dr. Caristu, Presidente del Consorzio regionale Pecorino Romano ( nome legato al fatto che, nell’ 800, molti produttori laziali di pecorino si trasferirono in Sardegna, dove trovarono maggiori pascoli e ovini), ha illustrato l’ attuale situazione della produzione e dell’export di questo formaggio (67% della produzione esportato negli USA). Aspetti negativi, i nuovi trattati commerciali (come il CETA, recentemente concluso tra UE e Canada, e il TTIP UE-USA, temporaneamente accantonato, N.d.R.), che renderebbero difficile difendere le nostre eccellenze dalle imitazioni. S’è parlato, infine, di bottarga di muggine, altra storica eccellenza alimentare sarda.

Il Presidente La Rosa, in conclusione, ha esortato gli intervenuti (ringraziandoli per la loro partecipazione) a promuovere il piu’ possibile sinergie e coproduzioni coi nostri vicini tunisini. Appunto a Tunisi si concluderanno “Le Rotte del Corallo”: col convegno di giovedì 6 luglio alla sede dell’ Istituto Italiano di Cultura, sul tema “Il dialogo inter-mediterraneo: attuale paralisi e possibilità di rilancio”.Si confronteranno studiosi e analisti di alto livello culturale, italiani e tunisini, docenti di alcuni tra i più prestigiosi Atenei dei due Paesi: Germano Dottori, docente Luiss e analista per il periodico “Limes”, Mohammed Hassine Fantar, professore universitario emerito, Marco Lombardi, docente Università Cattolica di Milano e Itstime, Mohamed Menzli, giornalista della Radio tunisina, e altri.

Fabrizio Federici

Rai, Orfeo nuovo DG. Nencini: “Garantire la pluralità”

orfeomarioLa Rai ha un nuovo direttore generale, oggi il cda della Rai ha nominato Mario Orfeo alla direzione generale, dopo l’intesa in assemblea con gli azionisti nell’assemblea totalitaria. Sette i voti favorevoli (i consiglieri Guelfo Guelfi, Rita Borioni, Giancarlo Mazzuca, Arturo Diaconale, Franco Siddi e Marco Fortis) compreso quello della presidente Monica Maggioni, contrario solo Carlo Freccero che già nei giorni scorsi aveva annunciato il suo voto contrario. Un’intenzione ribadita anche questa mattina e durante le dichiarazioni di voto sulla designazione di Orfeo, Freccero ha infatti provocatoriamente proposto se stesso come dg invece di Orfeo, annunciando di voler chiedere “un’audizione pubblica in Vigilanza per sapere chi è più competente” e votando contro. Ma per la designazione del dg non è richiesta l’unanimità.
Mario Orfeo arriva per succedere ad Antonio Campo Dall’Orto, dimessosi qualche giorno fa.

Un augurio di buon lavoro a Orfeo arriva dal segretario del Psi Riccardo Nencini. “La Rai ha bisogno di persone equilibrate e preparate, che garantiscano pluralità e imparzialità dell’informazione. Sono certo che valorizzerà al meglio questo grande patrimonio pubblico” ha concluso Nencini.

Roberto Fico, capogruppo M5S alla Camera e presidente della Commissione Vigilanza Rai, prima della nomina di Orfeo aveva detto: “Ho letto in questo momento un’agenzia circa la proposta del nuovo dg che è quella di Mario Orfeo. Mi sembra voler mettere benzina sul fuoco perché avevamo chiesto tutti un uomo sopra le parti e io non ritengo Orfeo un uomo sopra le parti”.

Critici come loro solito i 5 Stelle: “Questi signori pensano che la Rai sia cosa propria, per questo promuovono un direttore parziale come Orfeo”, affermano i parlamentari M5S in commissione di Vigilanza Rai. “È una fatto grave per l’indipendenza del servizio pubblico, perché Orfeo non è stato capace di guidare un telegiornale in modo equilibrato e dunque non può essere il profilo adatto per dirigere tutta la Rai. Questo è un segnale di guerra da parte di Renzi e i suoi scagnozzi: vogliono militarizzare il servizio pubblico radiotelevisivo per paura di perdere le elezioni”.

Dalla Fnsi e dall’Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, vengono ora chiesti “da subito atti concreti in discontinuità con la gestione degli ultimi due anni” perché è “necessaria una riforma del servizio pubblico, che deve mettere al primo posto la qualità del prodotto e la piena valorizzazione delle risorse interne”.

A questo punto la direzione del telegiornale di Rai Uno, lasciata vuota da Orfeo, dovrebbe essere guidata da Antonio Di Bella. Secondo alcune indiscrezioni, infatti, la guida del Tg1 potrebbe essere affidata a un altro nome storico della Rai. Orfeo resterà in carica un anno fino all’agosto 2018 quando scadrà l’attuale consiglio di amministrazione.

Aspettando Gabriele Del Grande dalla Turchia

Gabriele-Del-GrandeSono stati giorni di apprensione per Gabriele Del Grande, giornalista e documentarista, ma adesso il padre, Massimo Del Grande, ha fatto sapere che il figlio sarà a casa entro oggi: “È stato fermato e verrà espulso nelle prossime ore”. Le autorità turche infatti hanno detto alla Farnesina e ai famigliari che verrà rispedito a casa entro oggi. “Ringraziamo le autorità locali, e in particolare il sindaco Alessandro Tambellini, per l’interessamento che hanno mostrato alla vicenda, interfacciandosi direttamente con la Farnesina”, ha detto il padre del giovane documentarista giunto in Turchia qualche giorno fa per realizzare alcune interviste.

Del Grande ha sempre fatto giornalismo d’inchiesta e di denuncia e scrive da anni di migrazioni e naufragi nel Mediterraneo sul suo blog Fortress Europe. Già nel 2007 il suo libro “Mamadou va a morire” raccontando la traversata dei profughi in arrivo sulle nostre coste, mentre nel 2013 si è occupato della crisi siriana in un reportage pubblicato da Internazionale e nel 2014 ha realizzato, insieme ad Antonio Augugliaro e Khaled Solimna Al Nassiry, “Io sto con la sposa”, documentario che racconta del viaggio di cinque migranti che attraversano l’Europa per raggiungere la Svezia. Il giornalista 35enne è stato fermato lunedì nella provincia sudorientale di Hatay, dove era stato bloccato dalla polizia locale per ragioni ancora non chiarite ufficialmente, probabilmente è stato trattenuto dalle autorità turche, perché privo del permesso stampa che si deve chiedere prima di arrivare in Turchia per poter svolgere il proprio lavoro nel Paese. Ma fonti della Farnesina affermano di non conoscere i motivi del fermo, ed è già il quinto giornalista espulso dall’inizio dell’anno.

Pronta la solidarietà della Federazione nazionale della stampa italiana che ha annunciato per il 2 maggio una manifestazione davanti all’ambasciata turca a Roma.
“Questo episodio – affermano il segretario generale e il presidente della Fnsi, Raffaele Lorusso e Giuseppe Giulietti – conferma una volta di più le condizioni insostenibili in cui sono costretti i giornalisti e la libertà di stampa in Turchia. Per tornare a denunciare questa situazione, il 2 maggio la Federazione della Stampa, insieme con Articolo21, Amnesty International Italia, Usigrai, Ordine dei giornalisti del Lazio, Pressing NoBavaglio e altre associazioni, sarà davanti all’ambasciata turca a Roma per un sit-in nel corso del quale saranno letti i 149 nomi dei giornalisti rinchiusi nelle carceri del Paese”.
Del Grande di trovava lì perché a settembre 2016 aveva lanciato un nuovo progetto di crowfunding: “Un partigiano mi disse”. Si tratta di un libro sulla guerra in Siria e la nascita dell’Isis, fenomeni raccontati attraverso l’epica della gente comune in un intreccio di geopolitica e storytelling. Per il progetto Del Grande aveva avviato una raccolta fondi sulla piattaforma di crowfunding produzionidalbasso.com. Si era dato l’obiettivo di 38.000 euro ma ne ha ottenuti 47.918, con 1342 sostenitori e da novembre sta raccogliendo tutto il materiale necessario per questo suo nuovo progetto.

Al momento però ancora nessuna notizia del rilascio.
“Voglio ringraziare di cuore tutte le persone che mi hanno contattato in queste ore, siete stati moltissimi – ha scritto su Facebook la moglie di Del Grande, Alexandra D’Onofrio – Grazie dell’affetto, la stima, la preoccupazione, e quel prezioso senso di protezione fornitori da tutta la rete di famigliari, amici e colleghi. Gab, noi tutti ti aspettiamo. E siamo in tanti, più dei papaveri che ieri abbiamo colto pensando a te”.

È ancora buio sull’assassinio di Giulio Regeni

Verita Giulio RegeniÈ passato un mese dal rapimento di Giulio Regeni, preso da sconosciuti in una strada del Cairo la sera del 25 gennaio, l’anniversario della rivolta di Piazza Tahrir, e fatto ritrovare il 3 febbraio lungo un fosso lungo l’autostrada, ma a oggi ancora non ci sono ipotesi credibili, tracce, su assassini, moventi e mandanti. Per questo oggi, convocata dall’associazione Antigone e dalla Coalizione italiana libertà e diritti civili (Cild), si è svolto un sit-in davanti all’ambasciata del Cairo cui ha partecipato anche – unica presenza delle Istituzioni – Pia Locatelli, parlamentare socialista e presidente del Comitato dei Diritti Umani della Camera dei Deputati. Al sit-in hanno aderito, tra gli altri, Amnesty Italia e l’Arci.

Il timore è oggi che la ‘ragion di Stato’, ovvero l’intreccio di interessi economici e politici attorno al governo egiziano del generale Al-Sisi – salito al potere con un golpe contro il governo islamista emerso dalla ‘primavera araba’ di tre anni fa – finisca per nascondere per sempre la verità oppure che ne venga confezionata una ad hoc per tacitare le proteste dell’opinione pubblica.

Ricordiamo che oggi riguardo alla crisi libica e alla penetrazione dell’Isis, l’Egitto è un alleato strategico non solo dell’Italia, ma di tutti quei Paesi, anche in Medioriente, che si difendono dal terrorismo Regeni_mix-310x165di matrice islamica. E sempre l’Egitto è un partner economico di primaria importanza dopo che l’Eni ha scoperto il più grande giacimento di idrocarburi della regione e si prepara al suo sfruttamento con reciproco vantaggio, soprattutto per glui egiziani che annaspano da anni in una crisi economica terribile aggravata dal terrorismo che indebolisce l’industria del turismo.

Il governo del Cairo insomma non ha nessuna ragione logica per fare un torto all’Italia, ma forse deve nascondere una verità scomoda oppure una colpa di cui non ha una responsabilità diretta.

Dal giorno del ritrovamento del corpo di Giulio Regeni, avvenuto proprio mentre doveva cominciare un’importante visita di una foltissima delegazione economica italiana guidata dal ministro Guidi, dall’Egitto sono arrivate notizie confuse o palesemente false, se non veri e propri depistaggi. Il giovane ricercatore prima era morto in un incidente stradale, poi in un tentativo di rapina, poi in durante un incontro a sfondo omosessuale e ieri pure per una vendetta personale, ma intanto agli investigatori italiani inviati a collaborare con quelli egiziani, fino ad oggi pare non sia stato dato neppure un elemento concreto per indagare, a cominciare dai tabulati telefonici del suo cellulare. E così è stato anche per altre possibili tracce degli assassini come i nastri delle telecamere attorno all’abitazione di Regeni. Tra le ipotesi circolate, forse ad arte, si è parlato anche di un complotto per colpire i rapporti tra i due Paesi, ai danni di Al-Sisi. Un complotto nato all’interno delle forze di polizia o di quelle di sicurezza, ispirato dai Fratelli musulmani per screditare il governo.

Locatelli Pia

Pia Locatelli

“Gli investigatori italiani non possono essere soltanto informati, devono avere accesso a documenti sonori e filmati, reperti medici, atti della procura di Giza” ha ripetuto ieri il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni, durante il question time alla Camera dei deputati. In questa frase, tutto il disappunto del Governo perché purtroppo a oggi resta solo un’unica certezza: il giovane è stato sequestrato e torturato prima di essere ucciso.
“Il corpo di Giulio Regeni porta una firma, la firma della tortura di Stato e dobbiamo scoprire nomi e cognomi di chi ha messo quella firma. Vogliamo la verità”, ha detto Riccardo Noury, portavoce di Amnesty. “E’ un caso di tortura come centinaia di altri in Egitto”, spiega Noury. “Si tratta di metodi, utilizzati nelle stazioni di polizia. Con questo non vogliamo arrivare a nessuna conclusione, non spetta ad Amnesty stabilire chi siano i colpevoli, ma è doveroso mantenere alta l’attenzione. Non accetteremo – ripete – nessuna verità di comodo”. Nessuna accusa da parte di Amnesty International Italia, come ha spiegato il portavoce, Riccardo Noury. Segni di tortura che tuttavia mettono in luce una metodologia adottata “dalle forze dell’ordine e dalla polizia egiziani. Con questo non vogliamo arrivare a nessuna conclusione, non spetta ad Amnesty stabilire chi siano i colpevoli, ma è doveroso mantenere alta l’attenzione”. E questo, garantisce Pia Locatelli, “è quanto vuole il governo italiano. Verità”. “A un mese dal brutale assassinio del giovane studente italiano in Egitto, ancora non si conoscono le circostanze della sua morte  sopraggiunta in seguito a torture e sevizie. Chiediamo ancora una volta all’Egitto di fare chiarezza sulla vicenda, senza lentezze, omertà, tentennamenti e versioni discordanti, come quelle degli ultimi giorni. Il Governo italiano, come ci ha garantito ieri il Ministro Gentiloni, non intende abbassare la guardia e non si accontenterà di verità di comodo”.
Tante le sigle che hanno aderito alla manifestazione: Arci, Articolo 21, Cittadinanza attiva, Link Roma, Asgi, Usigrai, Fnsi, Cgil, Cisl, Uil. Presenti oltre Pia Locatelli, Nicola Fratoianni e Michele Piras (Sel), Paolo Ferrero (Prc) e il segretario dei Radicali italiani, Riccardo Magi. A rappresentare la famiglia Regeni, l’avvocato Alessandra Ballerini.