In arrivo in cdm il ‘decretone’ per Genova

genova ponte

Venerdì prossimo arriverà nel Consiglio dei ministri il ‘decretone’ per Genova. Il ministro delle infrastrutture e trasporti Danilo Toninelli, in audizione alla commissione Ambiente della Camera, ha annunciato che venerdì prossimo arriverà al Consiglio dei Ministri il ‘decretone’ per Genova precisando che si tratta di un decreto ‘molto importante’ che conterrà ‘un aiuto alle famiglie in tema di mutui e un aiuto alle imprese con agevolazioni fiscali’. Un aiuto alle famiglie offerto dalla società Autostrade, pari a mezzo miliardo di euro, è stato rifiutato dal Governo ed il vicepremier Di Maio disse che ‘non si potevano accettare elemosine’ (l’elemosina corrispondeva a circa 800 mila euro pro capite per i genovesi sfrattati).

Il ministro Toninelli ha spiegato: “Nel decreto non ci sarà solo la parte su Genova, ma anche interventi sulla manutenzione e una parte relativa ai sensori.

Nel decreto per Genova, la ricostruzione del Ponte sarà il primo obiettivo. Partendo dalle regole attuali del Codice degli Appalti, sulla base dell’eccezionalità, potremo affidare direttamente a una società pubblica, pensiamo a Fincantieri, l’appalto per la ricostruzione del Ponte. Sulle concessioni autostradali, intendo dare un segnale di svolta ben preciso:  d’ora in avanti tutti i concessionari saranno vincolati a reinvestire buona parte degli utili nell’ammodernamento delle infrastrutture  che hanno ricevuto in concessione, dovranno rispettare in modo più stringente gli obblighi di manutenzione a loro carico e, più in generale, dovranno comprendere che l’infrastruttura non è una rendita finanziaria, ma un bene pubblico che il Paese. Sul Mose oggi si assiste ad una sorta di paralisi da parte del soggetto tecnico operativo incaricato di realizzare l’opera per conto dello Stato (concessionario Consorzio Venezia Nuova). Inadempienza ingiustificata e pericolosa rispetto ad un’opera marittima, che rischia di aggravare le condizioni di manutenzione”.

Il ministo Toninelli ha anche aggiunto: “Siamo al lavoro, abbiamo lavorato anche stanotte al decreto, che ho definito ‘decretone’, molto importante per far ripartire immediatamente Genova  oltre all’attività per la messa in sicurezza delle opere infrastrutturali. I lavori di ricostruzione del ponte non possono essere affidati ed eseguiti da chi giuridicamente aveva la responsabilità a non farlo crollare. Consentire ad Autostrade per l’Italia di ricostruire il ponte  sarebbe una follia  e sarebbe irrispettoso nei confronti dei familiari delle vittime del crollo del Morandi”. Poi il ministro ha evidenziato: “Su questo il governo è compatto. Inoltre, sulla ricostruzione del ponte deve esserci il progetto, il sigillo dello Stato. E la ricostruzione va affidata a un soggetto a prevalente o totale partecipazione pubblica dotato di adeguate capacità tecniche”. Toninelli ha anche annunciato: “ Nei prossimi giorni convocherò tutti i concessionari delle infrastrutture chiedendo un programma dettagliato degli interventi di ordinaria e straordinaria manutenzione, con specifica quantificazione delle risorse destinate a realizzare un programma di riammodernamento delle infrastrutture. E’ indifferibile l’esigenza di intervenire su un sistema malato che non ha giustificazione né corrispondenza negli altri Paesi europei. In un’ottica di revisione degli schemi di convenzione risulta altrettanto necessario ristabilire un rapporto fisiologico tra concedente e concessionario anche attraverso l’adozione di misure punitive nei confronti delle società nel caso di ricorsi manifestamente strumentali”.

In realtà, il giorno precedente, il governatore della Liguria, ospite del forum Ambrosetti a Cernobbio, ha lanciato un messaggio imperativo: “Chiediamo al governo di varare subito il decreto per ricostruire il ponte per consentirci di metterci subito al lavoro non appena arriva il dissequestro della Procura”. Un provvedimento che per il governatore deve limitarsi a prevedere la deroga al Codice degli appalti per consentire immediatamente a Fincantieri e all’architetto Renzo Piano di approntare la fase operativa nella quale, ovviamente, saranno coinvolte altre eccellenze italiane. Ma la strategia del Governo non sembrava che andasse nella stessa direzione. Pur confermando a breve l’iniziativa del governo, il vicepremier e leader del M5S, Luigi Di Maio ha confermato la volontà di escludere Autostrade dalla partita.

Di Maio, parlando con i giornalisti alla Fiera del Levante, ha detto: “Io non faccio ricostruire il ponte a chi lo ha fatto crollare. Autostrade avrà nei prossimi giorni un’altra brutta sorpresa. Per quanto ci riguarda, il ponte Morandi lo deve ricostruire un’azienda di Stato come Fincantieri, perché dobbiamo monitorare cosa si farà”.

La differenza dunque è nel ruolo di Autostrade e nella revoca della concessione che prevede che spetti al concessionario il ripristino dell’opera.

Ma per Toti passare per la revoca della concessione rischia di allungare pericolosamente i tempi per la ricostruzione. Così il governatore della Liguria ha lanciato un messaggio anche a Salvini: “Non è il momento delle parole ma dei fatti. Teniamo separate le responsabilità dalla ricostruzione: Autostrade, come impone la concessione, ci mette i soldi ma non si oppone che la ricostruzione del ponte sia affidata a Fincantieri sul progetto di Piano”.

Con riferimento alla Commissione del Mit e al ministro delle infrastrutture Danilo Toninelli che lo attacca per non aver ancora soddisfatto le richieste delle famiglie costrette a lasciare le proprie abitazioni ha replicato: “Duecento famiglie sono già state sistemate in alloggi e il completamento avverrà nei prossimi giorni. Il ministro credo abbia ben altro di cui occuparsi….”. La conclusione brusca di Toti allude  alle dimissioni dell’ingegner Bruno Santoro, annunciate dal ministero delle Infrastrutture, dalla Commissione ispettiva del Mit che opera per individuare le cause del crollo del Ponte Morandi. Santoro, indagato nell’ambito dell’inchiesta sui fatti del “Morandi”, è stato il terzo componente che lascia la commissione ispettiva aggiungendosi alle dimissioni di fine agosto di altri due indagati: il professore Antonio Brencich e il presidente Roberto Ferrazza, provveditore alle opere pubbliche per il Piemonte, Liguria e Val d’Aosta, tutte persone nominate dall’attuale governo Conte.

Salvatore Rondello

Luigi Di Maio capovolge
la linea di Grillo

grillo-dimaioPacato, dialogante, pragmatico. Luigi Di Maio, 31 anni, vice presidente della Camera, accelera nel tessere la sua “tela governativa”. Indica la strada del M5S “partito di governo” e non più di “opposizione anti-sistema”.

Il candidato in pectore cinquestelle a presidente del Consiglio capovolge la vecchia impostazione dei cinquestelle: “Non vogliamo un’Italia populista, estremista o anti-europeista. Il nostro obiettivo è creare e non distruggere”. Addirittura si ispira al premier conservatore della destra europeista spagnola Mariano Rajoy: “Il mio modello è il governo Rajoy”. Questa volta, per perseguire il suo progetto, è andato anche nella “tana del lupo” per illustrare la svolta, domenica 3 settembre è intervenuto al Forum Ambrosetti di Cernobbio sul lago di Como, il tradizionale appuntamento annuale delle classi dirigenti italiane, europee ed americane. Ha corteggiato i ‘poteri forti’: “Noi vogliamo una Italia smart nation, che investa nelle nuove tecnologie sia nel pubblico sia nel privato e quindi che cominci a creare lavoro e valore in questo settore”.

Addio agli attacchi agli oligopoli capitalisti, all’Europa e alla moneta unica. Di Maio, anzi, si mette tra i sostenitori dell’Unione europea e precisa: il referendum per abolire l’euro è solo una “extrema ratio” perché “noi non vogliamo distruggere, ma cambiare” la valuta unica europea.

E’ un preciso messaggio lanciato ai banchieri e ai grandi imprenditori italiani ed esteri, di casa nei seminari tenuti a Cernobbio, e visti dall’ala oltranzista del M5S come “i grandi nemici” del popolo sfruttato e impoverito dalla Grande crisi economica internazionale del 2008.

Di Maio ha operato lo “strappo” nonostante le tante critiche e i molteplici altolà dell’ala intransigente dei cinquestelle. Solo pochi giorni fa Ferdinando Imposimato, ex magistrato, uno dei candidati dal M5S a presidente della Repubblica, aveva condannato la scelta del vice presidente della Camera: “Che tristezza che il candidato premier M5S Luigi Di Maio si sieda a Cernobbio con un esponente della Trilatarale, che voleva la riforma della Costituzione. Il dialogo con i nemici della democrazia non è tollerabile. E’ la fine dell’alternanza”.

Di Maio, giacca, cravatta, cortese, niente insulti, sta perseguendo con tenacia, tra non pochi attacchi dall’interno del movimento pentastellato, il suo disegno di lasciare l’opposizione totale anti-sistema per approdare al governo nazionale dopo aver conquistato i sindaci di tante e importanti città italiane.

Negli ultimi due anni ha incontrato in Italia e nei suoi viaggi negli Usa e nella capitali europee diplomatici, politici, imprenditori, finanzieri di tutte le più importanti nazioni. La sua popolarità sta aumentando sempre di più. Gli ultimi sondaggi lo danno testa a testa con Matteo Renzi nelle preferenze degli italiani,per Palazzo Chigi. E precede Paolo Gentiloni, Silvio Berlusconi ed Angelino Alfano.

Tuttavia da qui alle elezioni politiche all’inizio dell’anno prossimo, la strada è ancora lunga. Può succedere di tutto. L’ala dei cinquestelle dei “puri e duri”, fedele al partito anti-sistema e anti-casta portato a uno strepitoso successo da Beppe Grillo, è mobilitata contro di Maio. Le insidie, poi, potrebbero arrivare anche da più vicino. Alessandro Di Battista non dà per scontata la candidatura di Di Maio alla presidenza del Consiglio. Il giovane deputato cinquestelle ha avvertito alla Festa del Fatto Quotidiano a Marina di Pietrasanta: “Io non credo che ci sarà un solo candidato”. E non è escluso che un altro candidato possa essere proprio Di Battista.

Poi sono sempre in agguato possibili “scivoloni”, tipo quello su Raffaele Marra nominato capo del personale del comune di Roma e poi finito in manette per gravi reati. Oppure ci sono gaffe come quella nella quale paragonò Matteo Renzi a “Pinochet in Venezuela”, mentre il generale golpista realizzò una sanguinosa dittatura nel Cile, un altro paese del Sud America. Di Maio fece immediatamente una rettifica per correggere l’errore, ma la caduta fece epoca.

Grillo finora l’ha sostenuto, anche se si infuriò per i suoi errori. Il garante del M5S per un periodo mise da parte Di Maio, poi gli confermò la sua fiducia. Ora il capo carismatico dei cinquestelle si dovrà pronunciare sulla svolta che capovolge la sua classica linea politica: l’attacco ai partiti tradizionali tradizionali, alla classe dirigente e ai grandi imprenditori italiani colpevoli del “fallimento” dell’Italia. Le accuse di “colpo di Stato”, di “golpettino furbo” e la rivendicazione del populismo (“Sono fiero di essere populista”) si sono sprecate per anni.

Si sono sprecate, ma da un po’ di tempo le urla anti-casta e anti-sistema non si sentono più. Né si sentono più gli insulti, le roboanti manifestazioni di piazza a colpi di “vaffa…”. Né, tantomeno, si ode più la minaccia di promuovere un referendum per far uscire l’Italia dall’euro. Forse in Grillo sta prevalendo la linea meno dura, quella di vincere “senza mettere paura” all’elettorato moderato. Comunque, adesso il vice presidente della Camera sta navigando con il vento a poppa.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

IL MURO DI BERLINO

Grecia-debito UE

Yanis Varoufakis, il ministro dell’economia che fino a oggi porta la responsabilità assieme al premier Alexis Tsipras, del negoziato sul debito con l’Europa, ha annunciato che se al referendum i greci risponderanno di Sì, ovvero che accettano la proposta in dieci punti avanzata nell’ultima settimana di giugno dall’Eurogruppo, lui lascerà il suo incarico. L’annuncio di Varoufakis – di una decisione peraltro assolutamente logica – serve a drammatizzare lo scontro, a sostenere il fronte filogernativo del No, ma è praticamente scontato che in caso di vittoria dei Sì, non sarebbe solo il ministro dell’economia a dover rimettere il mandato. La posta in gioco, quella su cui puntano molte Cancellerie europee, con un fronte trasversale di partiti conservatori e progressisti – compresa la tedesca SPD e il greco PASOK – è proprio quello di usare il referendum per mandare a casa il governo di sinistra capeggiato da Tsipras e insediare un esecutivo di emergenza che traghetti il Paese attraverso la rinegoziazione del debito fino a nuove elezioni. Al successore di Tsipras verrebbe con ogni probabilità concesso ciò che non è stato dato a lui perché su un dato sono tutti assolutamente d’accordo: la Grecia non potrà mai rimborsare i 315 miliardi di dollari del suo debito pubblico.

Se vincono i Sì
In caso di vittoria del Sì, Varoufakis ha spiegato che la Grecia firmerà immediatamente l’ultimo piano messo sul tavolo dalle istituzioni internazionali. Al contrario, col No, le trattative “riprenderemo immediatamente”. Ma non basta. Varoufakis ha ribadito la richiesta originaria, e cioè che comunque il governo non intende firmare alcuna intesa che non preveda “la ristrutturazione del debito” greco. In sostanza un taglio del valore nominale dei crediti che, per la maggior parte, sono ora in mano degli altri Paesi dell’Eurozona, Italia compresa.

Il ministro ha anche assicurato che martedì prossimo le banche greche riapriranno. “regolarmente”, sottolineando che gli Istituti ellenici sono “perfettamente capitalizzati”.

Dall’altra parte il ‘falco’ Jeroen Dijsselbloem, l’olandese presidente dell’Eurogruppo, ha detto davanti al suo Parlamento che se i greci voteranno ‘no’ sarà “incredibilmente difficile” mettere in piedi un nuovo salvataggio. Un avvertimento, o meglio sarebbe dire una minaccia, sulle possibili conseguenze del voto di domenica; una pressione inusuale sull’elettorato di un altro Paese membro dell’Unione che in altri momenti avrebbe fatto gridare allo scandalo.

La posta è politica
La posta in gioco è insomma prima di tutto politica e non finanziaria anche perché il debito greco rappresenta una goccia dell’1% di tutto il debito pubblico dell’eurozona. Una miseria che tiene in ostaggio i greci che, a detta di molti leader europei, soprattutto del Nord Europa, ‘merita una lezione’ perché ha avuto l’ardire di mettere in discussione l’obbedienza alle regole della finanza internazionale, di anteporre il futuro dei suoi concittadini ai risultati di bilancio delle Banche. E poi perché dopo Syriza potrebbe arrivare Podemos in Spagna, il movimento di Grillo o la Lega in Italia e così via terremotando Paesi e partiti.

Ecco dunque un continuo fiorire di notizie che alzano la temperatura in vista delle urne referendarie del 5 luglio. Non solo i greci che hanno trovato le banche chiuse e fanno la fila ai bancomat, ma anche l’annuncio delle possibili conseguenze di una Grexit in seguito alla vittoria del No, ovvero dell’uscita della Grecia dalla zona euro. Per l’Italia, che ha ‘ereditato’ dai creditori privati greci negli ultimi tre anni di ricette rigoriste amministrate dalla Troika direttamente una cinquantina di miliardi di debito ellenico, la Grexit ‘costerebbe’ 11 miliardi di maggiori tassi di interesse sul ‘suo’ – peraltro ingentissimo, il terzo al mondo –  debito pubblico. I conti li ha fatti Standard & Poor’s, l’Agenzia di rating internazionale, che dà la pagella ai debiti di Paesi e aziende.

Il nostro Paese, stima S&P, fronteggerebbe l’aumento “più grande in assoluto” all’interno dell’Eurozona, dove il costo totale ammonterebbe nel biennio 2015/2016 di 30. La ‘botta’ arriverebbe subito col rialzo dei rendimenti dei titoli di Stato, con “un picco iniziale” dei bond sovrani “specialmente per quelle economie percepite dai mercati come fiscalmente più vulnerabili”. Il “premio”, traduciamo l’aumento, è destinato ad essere “permanente”, insomma strutturale anche se il QE (Quantitative Easing) della BCE metterà un’argine ai rendimenti acquistandone sul mercato. Un bel guaio perché nell’ultima finanziaria, il Governo ha fatto i conti senza l’oste, ovvero con uno spread a 100 punti. Se i punti fossero 200, a settembre dovrebbe trovare non 20 miliardi come si prevede, ma 30.

Conti pesanti anche per altri Governi
Il Belgio, con un’ipotesi Grexit, potrebbe veder calare il suo pil dello 0,2% da qui al 2016. Senza contare l’effetto contagio e quindi le ripercussioni ulteriori che avrebbe dal rallentamento che subirebbero anche le economie degli altri Paesi dell’eurozona. È l’allarme che ha lanciato il vicepremier e ministro dell’economia e del commercio del Belgio, Kris Peeters, al forum Ambrosetti su crescita e competitività a Bruxelles.

La crisi “preoccupa” la Nato
La crisi in Grecia “preoccupa” anche la Nato, che “segue molto da vicino la situazione” e “spera che sia possibile trovare” una soluzione. Lo dice il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, in una conferenza stampa tenuta a Bucarest assieme al presidente Klaus Werner Iohannis al termine di una visita in Romania. Si teme che la Grecia finisca nelle braccia della Russia di Putin – cristiani ortodossi sia i greci che i russi – un cuneo tra Europa e una Turchia sempre meno ‘stabile’. Non a caso il presidente Obama ha telefonato ieri al Presidente del Consiglio italiano, spendendosi per un accordo con la Grecia; agli Usa piace poco la linea filotedesca, l’Asse Merkel-Renzi ribadito ancora ieri a Berlino.

La guerra dei sondaggi
Un sondaggio della società GPO pubblicato dall’edizione online del quotidiano Kathimerini sostiene che il 47% degli intervistati è propenso a votare ‘sì’. I favorevoli al ‘no’, ovvero la posizione del governo, sono il 43%. Successivamente, però, la Gpo ha smentito di aver fatto quel rilevamento. “Non abbiamo alcuna responsabilità per quelle cifre pubblicate dai media e useremo tutti i mezzi legali per tutelare i nostri interessi”, fa sapere l’azienda in un comunicato. I sondaggi, si aggiunge, devono essere fatti in modo “responsabile”, in particolare “mentre si attende la critica decisione del popolo greco”.

L’Art.18 per non parlare
delle cose serie

A valle del Forum Ambrosetti, leggendo i giornali italiani ed esteri, si assiste ad una campagna mediatica che più o meno suona così: l’economia italiana va male, occorre agire con urgenza (l’urgenza è un elemento immancabile), la soluzione è la riforma dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori.

Il Ministro dello Sviluppo Economico Federica Guidi non lo esclude in un’intervista sul Messaggero, dove parla della necessità di una rivalutazione di tutto lo Statuto dei Lavoratori. Sulla stessa linea il Ministro delle Finanze Pier Carlo Padoan che, dalle pagine del Financial Times, si aspetta una accelerazione del dibattito sulla riforma del mercato del lavoro. Lo stesso Ministro riconosce poi che gli ultimi dati sul calo dell’economia italiana, meno 0,2% nel secondo trimestre 2014, hanno sorpreso persino lui. Di qui l’urgenza di approvare le riforme. Non si sottrae al dibattito Giuliano Poletti, Ministro del Lavoro, che, a margine dell’inaugurazione nel bresciano di un nuovo stabilimento in cui si produrrà rubinetteria, dichiara che l’Italia guarda al modello tedesco, non a quello americano, confermando quanto aveva annunciato il premier Renzi nei giorni scorsi. E cogliamo qui l’occasione per ricordare che il modello tedesco prevede forme di cogestione con il coinvolgimento dei lavoratori nella governance aziendale.

Dinanzi a questo disco rotto, che peraltro ha la sfumatura di un déjà-vu, vengono in mente due considerazioni, una di forma e l’altra di merito, sempre che sia possibile separare i due piani.

Primo, tutti gli attori citati non sono membri eletti del Parlamento: Renzi, Padoan, Poletti e Guidi non sono stati eletti dai cittadini italiani in elezioni politiche. Si dirà che con la legge elettorale precedente, ovvero il Porcellum, poco sarebbe cambiato, visto che non vi sarebbe stata la possibilità da parte dei cittadini di esprimere le preferenze. Ma permetteteci almeno di replicare che, con le modifiche imposte al Porcellum dalla Corte Costituzionale, se non interverrà una nuova legge elettorale, e sempre che i predetti Ministri si candidino, avremo la possibilità di riscontrarlo in futuro.

Secondo: è mai possibile che quando si dibatta sui mali dell’economia italiana si atterri sempre e solo sulla necessità di riforma dello Statuto dei Lavoratori e in particolare dell’articolo 18, che, peraltro, coinvolge principalmente i lavoratori dipendenti del settore privato. È davvero questa la panacea di tutti i mali?

È mai possibile che privando il lavoratore del diritto a non essere licenziato senza una giusta causa, si risolvano i problemi italiani? Forse l’idea della nostra classe dirigente è inseguire la Cina? Diciamo Cina, e non USA, perché gli imprenditori italiani vorrebbero massima flessibilità e minimo costo; e nel mondo anglosassone la flessibilità si paga …

Battere sempre sullo stesso tasto, indica forse mancanza di visione da parte della nostra classe dirigente?

Perché non si arriva mai a fare quanto sarebbe davvero necessario per far ripartire l’Italia? Parliamo ad esempio dell’inefficienza della giustizia. Stando al rapporto Doing Business 2013 della Banca Mondiale, in Italia occorrono 1.210 giorni per concludere una controversia commerciale tra due imprese, a fronte dei 331 impiegati in Francia e dei 394 impiegati in Germania. Secondo la Banca d’Italia il malfunzionamento della giustizia civile costa l’1% del Prodotto Interno Lordo. Sulla giustizia, dunque, possiamo dire di essere al passo con l’Occidente?

È mai possibile che non si ritenga prioritario affrontare il problema dell’evasione fiscale, che sottrae all’erario una quantità elevata di gettito e aggrava il prelievo sui contribuenti onesti, oltre a generare condizioni di concorrenza sleale tra le imprese? L’economia sommersa, in base alle ultime stime, vale in Italia tra il 17% ed il 21% del PIL, ovvero oltre 300 miliardi di Euro. Basterebbe farne emergere la metà e tassarla, per avere risorse notevoli da impiegare nella nostra economia. A questo proposito perché non incentivare seriamente i pagamenti con moneta elettronica?

Possibile poi che non ci si renda conto che, prima di immolarsi sull’articolo 18, occorrerebbe tagliare il bosco di partecipazioni in perdita degli Enti Locali, che sono ottime per dispensare posti di lavoro improduttivi e poltrone a chi non meriterebbe, ma che sottraggono ingenti risorse alla nostra economia. Lo stesso commissario alla spending review Carlo Cottarelli indica che si potrebbero risparmiare 500 milioni di Euro nel solo 2015 se si sfoltissero e semplificassero le municipalizzate da 8.000 a 1.000.

Ed inoltre, è mai possibile che, prima di pensare all’articolo 18, non si pensi ad acquisire una maggiore indipendenza energetica, soprattutto alla luce dei conflitti che direttamente o indirettamente coinvolgono Paesi nostri fornitori, come Libia e Russia? Se si decidesse di dar seguito a 40 progetti estrattivi già pronti in Italia, si sbloccherebbero investimenti per circa 15 miliardi di Euro in quattro-sei anni, per stare alle stime del Ministero dello Sviluppo economico.

Ed infine, per restare al mondo del lavoro, è possibile che non si ritenga prioritario agire sulla apertura delle professioni intellettuali, riducendo il peso di Ordini ed Albi? Qualcosa su cui anche la Francia, con il plauso del Fondo Monetario Internazionale, ha ritenuto dover puntare. Nel solco dell’abolizione del numero chiuso di accesso alle università (almeno fino al termine del primo anno), occorrerebbe dunque ridurre i tempi di praticantato e le modalità di accesso alle professioni. Quanta vitalità e quante risorse si libererebbero nella nostra economia…

Quelli che precedono sono solo alcuni esempi di riforme che, a nostro umile avviso, sono prioritarie e ben più efficaci per la nostra economia rispetto a quella della modifica dell’articolo 18 dello Statuto dei Lavoratori. Riforme che ci sentiamo di suggerire ai Ministri Padoan, Guidi e Poletti. Capiamo che siano difficili, ma se si è ritenuto di chiamare alla guida dei Ministeri economici persone non elette evidentemente è perché le si è ritenute particolarmente all’altezza del compito di traghettare l’Italia fuori dalla crisi.

Barone Rosso