Sorpresa Sicilia, torna Berlusconi

berlusconiLa Sicilia è la terra delle sorprese, può succedere di tutto. Può anche essere il palcoscenico del ritorno alla ribalta politica di Silvio Berlusconi, il fondatore di Forza Italia, del Pdl e della Fininvest. L’imprenditore che nel lontano 1994, contro ogni previsione, vinse le elezioni politiche, divenne presidente del Consiglio e fu tra i fondatori della poco brillante Seconda Repubblica.
Adesso gli occhi sono puntati sulla Sicilia: ieri si è votato per le regionali e oggi c’è lo scrutinio. La Trinacria è la terra delle sorprese e dell’assurdo. Pietrangelo Buttafuoco ha rivelato al Corriere della Sera: la Regione siciliana, in barba ai suoi giganteschi debiti, può permettersi perfino il lusso di comprare una feroce orca marina e metterla a pensione nei mari del nord Europa. Il giornalista catanese tra il serio e l’ironico ha commentato: «Non si ha idea di quanto costi allevare un’orca». Buttafuoco non ha precisato le caratteristiche dell’aggressivo predatore degli oceani (i maschi possono arrivare fino a una lunghezza di 9 metri e a 10 tonnellate di peso) battente bandiera della Trinacria, ma sembra che l’orca sia destinata al parco marino di Sciacca finora mai realizzato.
Chiunque vincerà le elezioni regionali siciliane, centro-destra o cinquestelle (secondo le proiezioni è un testa a testa), dovrà fare i conti con problemi enormi e surreali, di tutti i tipi. C’è anche il costosissimo paradosso delle guardie forestali: sono circa 25 mila i dipendenti (a tempo pieno o parziale) della regione Sicilia più gli 800 con poteri di pubblica sicurezza e di polizia giudiziaria inquadrati nei ranghi dell’arma dei carabinieri. Un esercito se si pensa alle guardie forestali delle altre regioni: il Piemonte, ad esempio, ne ha appena 400 con una superficie boschiva certo non inferiore alla Sicilia.
In realtà la regione di Archimede anche in questo modo cerca di dare una risposta all’altissima e perenne disoccupazione, una risposta più di tipo assistenziale che economica. Non solo. Puntualmente ogni estate le fiamme riducono in cenere buona parte dei boschi siciliani e, più di una volta, i piromani arrestati erano delle guardie forestali in cerca di un nuovo incarico o di poter effettuare degli straordinari per guadagnare qualcosa in più.
Povertà, malessere sociale e illegalità (in molti casi guidata dalla mafia) costituiscono una miscela esplosiva, pericolosa. Con il voto di ieri gli elettori siciliani hanno premiato le opposizioni e punito il centro-sinistra che ha guidato negli ultimi cinque anni Palazzo dei Normanni a Palermo. Il centro-sinistra ha pagato anche l’autogol della divisione: da una parte una lista centrata sul Pd e dall’altra quella basata sul tandem Mdp-Si. Soprattutto Matteo Renzi è il grande sconfitto, forse non a caso il segretario del Pd ha tenuto un basso profilo nelle elezioni siciliane.
Silvio Berlusconi ha smentito tutte le previsioni. Dato per morto sul piano politico per le tante sconfitte, per i pesanti guai giudiziari e per la seria malattia al cuore, è invece ritornato in campo da trionfatore. Il presidente di Forza Italia, 81 anni suonati, ha battuto in lungo e in largo la Sicilia ed è riuscito e ricomporre i contrasti con Matteo Salvini (Lega) e con Giorgia Meloni (FdI), riunificando il centro-destra.
Beppe Grillo può essere soddisfatto. Ha raddoppiato i voti raccolti cinque anni fa quando superò a nuoto lo Stretto di Messina e la sua voce nella campagna elettorale nell’isola è stata molto più forte e decisiva di quella del giovane Luigi Di Maio, eletto nelle primarie online “capo” del M5S e candidato premier nelle elezioni politiche dell’anno prossimo.
Certo ci sono due “piccoli problemi” (si fa per dire) da risolvere. Primo problema: il già basso numero dei votanti cala ancora al 46,76% degli elettori rispetto al 47,41% delle regionali del 2012. La maggioranza degli elettori, ben il 53,23% ha disertato le urne. Secondo problema: è probabile che il vincitore (centro-destra o cinquestelle) non avrà la maggioranza dei 70 consiglieri regionali e dovrà ricorrere ad una alleanza per governare. Sarebbe un bel rebus. Stamattina è cominciato lo scrutinio dei voti ed entro stasera si dovrebbe sapere chi ha vinto, con quanti consensi e se sarà in grado di formare una giunta autonoma o dovrà cercare alleanze per governare.

Rodolfo Ruocco

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L.Elettorale: tutto fermo in attesa del nodo Trentino

Legge elettoraleTutto fermo in attesa che venga sciolta la riserva sul ‘nodo Trentino’. Intanto, crescono i numeri a sostegno di chi pensa di ripartire dal vecchio testo base. Dopo il via libera di Mdp, Sinistra italiana e Ap – contrari invece ad inizio estate – anche i 5 Stelle, viene riferito sia dal presidente della commissione Affari costituzionali della Camera Andrea Mazziotti, sia da Forza Italia che Mdp, hanno leggermente ammorbidito la linea, aprendo uno spiraglio sulla ripresa del confronto ripartendo dal proporzionale alla tedesca, pur ribadendo la condizione che si approvi prima la legge che abolisce i vitalizi, all’esame del Senato, e pur ammettendo la mancanza di fiducia sulla effettiva tenuta di un eventuale nuovo accordo senza che si vada a stravolgere il tedesco, ad esempio con il premio di maggioranza alla coalizione.

Quanto al Pd, il capogruppo in commissione e relatore sulla legge elettorale, Emanuele Fiano, si è limitato a dire: “Attendiamo che la presidente Boldrini ci dica come procedere” sulle nuove norme elettorali in Trentino, modificate dal voto segreto a giugno, che decretò la fine del patto tra dem, pentastellati, azzurri e Lega. In sostanza, finché non verrà sciolta la riserva sulla questione del Trentino, da trasformare in una norma transitoria che entrerebbe in vigore solo dalle elezioni successive a quelle del 2018, il Pd non ha intenzione di compiere alcun passo viste le minacce lanciate da Svp di voler uscire dalla maggioranza, proprio in vista dei delicati voti su Nota di aggiornamento al Def e legge di Bilancio.

Anche nella riunione odierna dell’ufficio di presidenza della commissione Affari costituzionali della Camera, spiega il presidente Mazziotti, “emerge un ampio orientamento a ripartire dal testo precedente”, cioè il ‘Fianum’, approdato in Aula lo scorso giugno e poi messo in cantina dopo il fallimento del patto a quattro. Da sottolineare oggi la leggera apertura fatta dai pentastellati. Quanto al nodo Trentino, riferisci Mazziotti, la “riserva non è stata ancora sciolta”, sono al lavoro i tecnici e la “presidente Boldrini ci farà sapere se è fattibile la strada” del ‘lodo Brunetta’, spiega ancora Mazziotti, che quindi ha aggiornato a martedì prossimo la riunione dell’ufficio di presidenza.

Forza Italia mostra ottimismo: “Si e’ allargato il consenso sul Tedeschellum – osserva Francesco Paolo Sisto – anche i 5 Stelle oggi hanno mostrato un’apertura, dicendo però che si deve ripartire da quel testo e su questo temono colpi di mano”. Il tedeschellum, per gli azzurri, garantisce sia tempi più rapidi che un consenso più ampio, quindi si deve andare avanti. Dello stesso avviso Mdp, che innanzitutto premette: “Abbiamo la conferma tecnica che anche se l’approdo in Aula dovesse slittare ad ottobre ci sarebbe comunque il contingentamento dei tempi, purché in Aula vada il Tedeschellum”. Insomma, vari elementi “rafforzano la necessità che si deve ripartire da quel testo, altrimenti non se ne farà nulla. Anche i 5 Stelle, conclude D’Attorre, dicono che “l’unica strada possibile per loro e’ ripartire dal Tedeschellum”. Mdp condivide i paletti posti da M5S: “Ogni modifica al testo non può stravolgere l’impianto del sistema tedesco, non è che si parte da lì e poi con emendamenti lo si trasforma in un simil Porcellum. Se questa è la preoccupazione dei 5 Stelle, noi garantiamo che non lo permetteremo”.

Sicilia. Angelino Alfano galleggia nella tempesta

Alfano-Pdl-Berlusconi-scissione

Sì, no, forse. Alla fine Angelino Alfano ha rotto gli indugi ed ha annunciato l’intesa con il Pd sulla candidatura del rettore Fabrizio Micari a presidente della regione Sicilia. Il leader di Alternativa popolare, in una conferenza stampa a Palermo, ha annunciato il 9 settembre: «Il sostegno a Micari è la carta migliore contro i 5 Stelle, la competenza contro il dilettantismo». Il centrista Giovanni La Via affiancherà il rettore dell’Università di Palermo come candidato vice presidente. Adesso il problema sarà la formazione delle liste elettorali.Il tira e molla è durato due mesi. Prima Alfano, tra luglio ed agosto, ha cercato di recuperare l’antico rapporto con Silvio Berlusconi proprio sulla Sicilia e poi la sua strada ha incrociato nuovamente quella di Matteo Renzi. Quasi in zona Cesarini il ministro degli Esteri e leader di Alternativa popolare ha dato il disco verde a Micari per correre come governatore regionale nel voto del 5 novembre in tandem con La Via. Ora il candidato del Pd avrà non pochi problemi con le sinistre all’interno e all’esterno del partito, ma Alfano ha di nuovo scongiurato la sua morte politica. Angelino Alfano, siciliano di Agrigento, non può permettersi l’isolamento proprio nell’Isola, la sua terra, la regione nella quale è più forte Alternativa popolare, la sua ultima e gracile creatura politica.
La sua è una storia di record travagliati. Prima nel centro-destra, stretto collaboratore di Berlusconi; poi alleato del centro-sinistra e di Renzi. Prima ministro della Giustizia nell’ultimo governo Berlusconi e poi ministro dell’Interno e degli Esteri con gli esecutivi di Enrico Letta, Matteo Renzi e Paolo Gentiloni, tre uomini del Pd. Prima segretario del Pdl, il partito di centro-destra fondato dal Cavaliere e poi leader del Nuovo centrodestra e di Alternativa popolare, due formazioni moderate al governo con il centro-sinistra. Un po’ qui e un po’ lì.
Alfano, avvocato, quasi 47 anni, ex democristiano, ex Forza Italia, già Pdl, sembrava un centrista destinato a un grande successo politico. Berlusconi lo aveva scelto come suo successore, era lanciatissimo anche se il leader del centro-destra aveva avuto qualche perplessità sulla sua candidatura a Palazzo Chigi. In una celebre conversazione informale riportata da alcuni giornali disse nel marzo 2012: «Gli vogliono tutti bene, però gli manca un quid…». Il commento poco lusinghiero suscitò un putiferio e fu poi smentito con una nota stampa dall’ex presidente del Consiglio, tuttavia in molti rimasero scettici sulla rettifica.
Le strade tra Berlusconi e Alfano si separarono nel novembre 2013, quando Berlusconi uscì dal secondo governo Letta mentre Alfano restò. Volarono parole grosse: sembra che il presidente di Forza Italia parlò di “tradimento” e di “parricidio”. Il ministro dell’Interno accusò di estremismo gli anti governativi: «Io sarò diversamente berlusconiano». Forza Italia subì una grave scissione, Alfano fondò il Nuovo centrodestra con l’ambizione di subentrare alla leadership del Cavaliere.
La stella di Berlusconi invece tornò a brillare mentre quella di Alfano calò nella coalizione di governo con il Pd. Calò al punto che Alfano sciolse il Nuovo centrodestra e fondò Alleanza popolare, con l’obiettivo di intercettare solo gli elettori più moderati, quelli centristi ma non più quelli di destra. Tuttavia anche Ap ha deluso: nelle elezioni comunali di giugno ha raccolto appena il 3-4% dei voti. Di qui un’emorragia sempre più forte di parlamentari, richiamati nuovamente dalla sirena di Berlusconi. In tanti hanno detto addio all’attuale ministro degli Esteri: Schifani, Quagliariello, Giovanardi, Nunzia Di Girolamo, Enrico Costa.
Un po’ qui e un po’ lì. Per Alfano non è stato possibile il ritorno alle origini. Berlusconi prima aveva socchiuso la porta al suo ex delfino su “intese locali” come in Sicilia mentre «alleanze nazionali sono impossibili, con chi fino ad oggi ha sostenuto la sinistra». Poi alla fine sembra sia saltato l’accordo pure per la Sicilia anche per il no degli alleati di centro-destra; in testa il leghista Matteo Salvini continuava a tuonare: «Via i traditori come Alfano».
La coabitazione con Renzi resta ma subisce continui scossoni. A maggio volarono parole grosse. Il segretario del Pd attaccò “i veti dei piccoli partiti” sulla nuova legge elettorale e sfidò il leader di Ap a far cadere il governo Gentiloni: «Quelli del partito di Alfano la parola dimissioni, lasciare la poltrona, non la conoscono benissimo».
Alfano, sballottato come un vaso di coccio tra quelli di ferro, ha rischiato grosso; ma ha evitato il peggio: si è salvato, galleggia come un tappo di sughero in un mare in tempesta. Ha definito Berlusconi “irriconoscibile” perché pieno di “rabbia” e di “rancore”. Ha attaccato Renzi: «La nostra fedeltà è stata mal ripagata». Ha anche annunciato a luglio: «La collaborazione con il Pd si è ormai conclusa». Ma poi ha detto sì, salvo sorprese, al candidato governatore siciliano del Pd Fabrizio Micari. Superato lo scoglio della Sicilia si vedrà. Dovrà decidere se affrontare da solo le elezioni politiche o se cercare delle alleanze all’inizio del 2018.

Rodolfo Ruocco

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Berlusconi come Crono divora i successori

BerlusconiSaltano uno dopo l’altro i candidati alla successione di Silvio Berlusconi. Sergio Marchionne domenica scorsa con cortesia ha respinto l’idea, lanciato dal presidente di Forza Italia, di essere lui il nuovo leader del centro-destra. L’amministratore delegato della Fiat-Chrysler e della Ferrari è stato netto nel rifiuto: “Berlusconi è un grande, ha spiazzato tutti. Ma io non ci penso per niente, neppure di notte”. Il Cavaliere qualche giorno fa, parlando con ‘Il Tempo’, aveva avanzato a sorpresa la proposta: “Per il centrodestra punto su Sergio Marchionne. Tra non molto gli scade il contratto negli Stati Uniti, e se ci pensate sarebbe l’ideale…”.

L’ex presidente del Consiglio, da quando scese in politica nel lontano 1994, ha più volte ipotizzato un nome per la sua successione e la proposta alle volte “galleggiò” nel mare della politica italiana per mesi ed anni prima di affondare. I guai giudiziari e l’età non più giovanile (il Cavaliere ha compiuto 80 anni) lo hanno spinto a pensare ad un passaggio di mano. Questa volta l’ipotesi di successione con Marchionne, però è nata e morta nel giro di pochi giorni. Il Cavaliere ha proposto negli anni le candidature di politici e di tecnici, imprenditori come lui, tutte iniziative dissoltesi per un motivo o per l’altro.

L’idea di lasciare lo “scettro” del centro-destra cadde prima sugli alleati Pier Ferdinando Casini (Udc) e poi su Gianfranco Fini (An); ma con il primo ruppe nel 2008 e con il secondo nel 2010. Poi la scelta cadde su Angelino Alfano, segretario del Pdl (partito fondato sempre da Berlusconi), ma anche in questo caso arrivò un divorzio traumatico nel 2013. Poi si parlò dell’investitura del giovane Raffaele Fitto, ex governatore della Puglia ed ex ministro per gli Affari regionali, ma anche in questo caso si consumò una divisione nel 2015. In maniera analoga andò con il giornalista Giovanni Toti. Il presidente di Forza Italia lo nominò suo consigliere politico, si parlò di successione e fu eletto nel 2015 governatore della Liguria. Ma poi Toti si avvicinò un po’ troppo alle posizioni dell’alleato leghista Matteo Salvini e tutto finì lì.

Quindi è seguita l’era dei tecnici. L’anno scorso è emersa l’idea di affidare la guida del centro-destra al manager Stefano Parisi (Confindustria, Fastweb, Royal Bank of Scotland, Chili Tv). Nel 2016 solo per una manciata di voti è stato sconfitto da Giuseppe Sala nella sfida a sindaco di Milano. La sintonia tra Berlusconi e Parisi, però, si è raffreddata. Il manager non è entrato in Forza Italia e ha fondato un suo movimento con grandi ambizioni: Energie per l’Italia. Ora sembra anche possibile un riavvicinamento.

Tuttavia l’attività del fondatore della Fininvest, del Pdl e di Forza Italia gira sempre “a mille”. Negli ultimi mesi si è mobilitato su tre diversi fronti: 1) ha venduto il Milan ai cinesi ricavando consistenti risorse finanziarie (740 milioni di euro); 2) sta fronteggiando il tentativo di scalata del francese Vincent Bollorè (Vivendi) alle tv Mediaset; 3) sta restaurando la sua autorità sul centro-destra contestata dal leghista Matteo Salvini (ha vinto le elezioni comunali dello scorso giugno e i sondaggi lo danno con il vento in poppa).

Di qui il rinnovato attivismo in politica. La ricerca di volti giovani per rinnovare Forza Italia e la selezione di nomi da candidare eventualmente alla presidenza del Consiglio nelle elezioni politiche. C’è stata l’uscita a sorpresa sull’uomo che ha salvato la Fiat, ma potrebbero seguire iniziative più mirare, sempre calibrate nell’area dei tecnici. Ci potrebbe essere il corteggiamento dell’economista Carlo Calenda, ex uomo di Luca di Montezemolo e di Mario Monti, ora ministro dello Sviluppo economico nel governo diretto da Paolo Gentiloni. Ma la vera mossa a sorpresa della quale si parla è Emma Marcegaglia, imprenditrice, tassello italiano della cordata in corsa per comprare l’Ilva, ex presidente della Confindustria.

Può accadere di tutto. Berlusconi alle volte si è definito “un vecchietto” ma altre volte ha confermato la volontà di non mollare. Dopo aver lanciato il nome di Marchionne ma ribadito ai microfoni del Tg1: “Io sono in campo e ci resto. Farò il padre nobile quando avrò l’età adeguata. Ora sono un giovanotto piuttosto vivace”. Un fatto è certo: finora tutti i successori designati sono stati “divorati” dal Cavaliere. E’ quello che, secondo la mitologia greca, faceva Crono con i suoi figli. Ma Zeus riuscì a non essere divorato, si salvò e detronizzò il padre.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Legge elettorale, dalla fretta all’immobilismo

Italicum, al via l'esame in commissione alla CameraPer ora tutto rinviato a dopo i ballottaggi. La legge elettorale è stata messa in freezer ed è difficile che venga ripresa a breve. In soli pochi giorni si è passati dalla fretta eccessiva alla calma assoluta. L’ufficio di presidenza della Commissione Affari costituzionali, che deve decidere come e se riprendere l’esame della legge elettorale, ha infatti rinviato la propria seduta alla settimana dal 20 al 25 giugno, in attesa di una decisione in merito da parte della Conferenza dei capigruppo.

Alla riunione erano assenti tanto M5S che la Lega. Forza Italia, con Francesco Paolo Sisto, ha chiesto una “pausa di riflessione” fino a dopo i ballottaggi delle amministrative, cioè il 25 giugno. Di contro i partiti centristi che la scorsa settimana si sono impegnati contro la legge elettorale, oggi hanno chiesto di portarla avanti, con Domenico Menorello (Ci) e Gian Luigi Gigli (Des-Cd). Per il Pd Emanuele Fiano ha chiesto di attendere le deliberazioni della Conferenza dei capigruppo che decide quando il testo andrà in Aula. Alfredo D’Attorre (Mdp), pur d’accordo su una breve pausa di riflessione, ha osservato che se il testo non va in aula entro fine luglio, difficilmente esso verrà approvato ai primi di agosto per poterlo inviare al Senato.

Il presidente della Commissione Andrea Mazziotti ha quindi deciso di sospendere l’ufficio di presidenza e riprenderlo nella settimana tra il 20 e il 25, dopo che la Conferenza dei capigruppo avrà deciso se e come portarlo in Aula. “Forza Italia – riferisce Mazziotti – ha chiesto una pausa di riflessione fino a dopo i ballottaggi. M5S e Lega non erano presenti, mentre Mdp ha convenuto sulla pausa di riflessione ma ha posto il tema della necessità di avere l’approvazione in prima lettura entro agosto, prima della pausa estiva”. Infine, “anche le forze centriste hanno detto sì alla pausa di riflessione ma sottolineando la necessità di tentare di riavviare il lavoro sulla legge elettorale”. “Il mio punto di vista – conclude il presidente della commissione – è che la pausa ha senso perché non ci sono le condizioni per lavorare in commissione, ma è chiaro che se i gruppi vogliono davvero procedere devono sollecitare la capigruppo a calendarizzare la legge elettorale per l’Aula a luglio. Una cosa che faranno, hanno annunciato, Mdp e le forze centriste”.

L’impressione dei vari gruppi, tuttavia, è che al momento non ci sono né le condizioni né la volontà delle forze maggiori – leggasi Pd e M5, con qualche distinguo da parte di FI – di riaprire la partita sulla legge elettorale. Discorso diverso per i partiti minori, che preferirebbero evitare un ritorno al voto con il Consultellum al Senato, dove la soglia di sbarramento è all’8%.

Matteo Renzi in una intervista a Repubblica tv afferma che “il voto subito lo chiedevano Lega e M5s. Non solo io non l’ho mai chiesto, ma ho sempre detto che la data delle elezioni sarebbe stata oggetto di una discussione con il presidente del Consiglio Gentiloni e poi prerogativa del presidente della Repubblica. Il tema della data delle elezioni non è quello che ha fatto rompere il patto sulla legge elettorale. Il patto l’ha rotto Grillo” dice ancora Renzi che aggiunge: “Siamo tutti molto tranquilli sul fatto che si vota a scadenza naturale. Su questo non c’è più discussione”. E poi esclude un’altra iniziativa del Pd. Di legge elettorale ha parlato anche il leader di Ap, Angelino Alfano: “La priorità è l’economia e una legge di bilancio che investa su famiglie e imprese e che abbatta il debito pubblico, temi sui quali presenteremo le nostre proposte nei prossimi giorni”. “La legge elettorale viene dopo l’economia. Abbiamo due leggi, per Camera e Senato, che sono legali e applicabili. Noi non abbiamo i numeri in Parlamento per riaprire il confronto, se qualcuno vorrà avanzare delle proposte le valuteremo”.

Amministrative, centrosinistra la prima forza del Paese

Il centrosinistra esce dal primo turno delle elezioni comunali come la prima forza politica del Paese e il suo avversario diretto è il centrodestra, che insegue da presso, mentre il Movimento 5 stelle è molto staccato dai due schieramenti e non supera il 10%. Nel riepilogo che considera i risultati di 141 Comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti nelle Regioni a Statuto ordinario, il Pd raccoglie il 16,6% dei voti e i partiti di centrosinistra insieme il 20,2%. Sommando questi suffragi, il valore complessivo è del 36,8%. I partiti di sinistra ottengono il 6,9%. Nel campo opposto, Forza Italia è al 7%, gli altri partiti di centrodestra al 16,9%, la Lega Nord al 7,8% e Fratelli d’Italia al 2,5%. La somma di queste percentuali dà il 34,2% ovvero 2,6 punti in meno del totale del centrosinistra.

VOTI DI LISTA – Pd 16,6%; altri partiti di centrosinistra 20,2%; partiti di sinistra 6,9%; partiti di centro 4,1%; Forza Italia 7%; altri partiti di centrodestra 16,9%; Lega Nord 7,8%; Fratelli d’Italia 2,5%; Movimento 5 stelle 9%; liste civiche 6,7%; altri 2,4%.

Scomponendo i voti di lista per aree geografiche non mancano le sorprese. Ad esempio, M5S al Sud riscuote il 6% dei suffragi e va quindi peggio che nel resto del Paese (10,4% al Nord e 9,6% al Centro) benché nella narrazione grillina il Mezzogiorno sia considerato una roccaforte. La Lega si conferma il partito del Nord, area in cui vale il 12,6%, mentre al Centro i consensi sono il 6,1%, e al Sud il Carroccio non attecchisce, fermandosi allo 0,5% nonostante l’attivismo recente di Salvini nel meridione.

La prima forza nel Sud è costituita dai partiti di centrosinistra, che (Pd escluso) raccolgono il 34,9% dei voti di lista. Il Pd è al 12,5%, mentre conferma il suo radicamento nel Centro, dove raggiunge il 18,8%, a fronte del 17,9% al Nord. Il Sud è anche il bacino più ricco per i partiti di centro, le cui liste riportano il 6,5% con una prestazione ben oltre quelle del Centro (1,9%) e del Nord (3,8%).

Il Sud premia anche i partiti di centrodestra che (FI esclusa) si attestano al 18,9% ovvero qualche punto in più di quanto non riescano a fare al Centro (15,7%) e al Nord (16,4%). Forza Italia, invece, al Sud (6,3%) va peggio che al Nord (7,8%), ma ha il suo tallone d’Achille nel centro, dove pesca il 6%. Nel Centro va bene FdI che incassa il 3,8% mentre al Nord si ferma al 2,6% e al Sud all’1,4%. Anche le liste civiche al Centro (9,7%) si sono rivelate più attrattive che al Nord (5,8%) e al Sud (4,9%).

VOTI A CANDIDATI SINDACO – I candidati sindaco di centrosinistra hanno ottenuto complessivamente in tutta Italia il 37% dei voti, mentre a quelli di centrodestra è andato il 34,3%. I due schieramenti hanno polarizzato i consensi dell’elettorato, lasciando agli altri percentuali a una cifra. I candidati sindaco del Movimento 5 stelle hanno raccolto in totale il 9,5% dei suffragi, quelli dei partiti di sinistra il 6,9%, quelli di liste civiche il 6,7%, quelli dei partiti di centro il 3,1%, tutti gli altri il 2,4%.

ELETTI AL PRIMO TURNO E BALLOTTAGGI – Sono 22 i sindaci di centrosinistra eletti al primo turno, 8 quelli di centrodestra, 4 espressi da liste da civiche, 1 di Fratelli d’Italia, 1 della Lega Nord. Nessuno per M5S e tutti gli altri partiti. Il riepilogo si riferisce a 141 Comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti nelle Regioni a Statuto ordinario.

Nei ballottaggi del prossimo 25 giugno i candidati di centrosinistra partono in testa in 45 Comuni, mentre inseguono in 41. Quelli di centrodestra sono risultati primi in 44 Comuni e secondi in 33 Comuni. Un solo candidato M5S è in vantaggio per il secondo turno, mentre 7 sono stati meno votati del loro competitore. La Lega è in testa in 3 ballottaggi e seconda in 5. Fratelli d’Italia ha un candidato in ‘pole’ e 3 in seconda piazza. Appartengono a liste civiche 4 candidati più votati al primo turno e 11 meno votati. I partiti di sinistra sono in corsa con 2 candidati in vantaggio e 3 che devono rimontare.

Legge elettorale. Renzi, noi disponibili a ragionare

Palazzo-MontecitorioUna nuova legge elettorale serve. E questo è il punto da cui non si può prescindere. Il tentativo di arrivare a un accordo largo è fallito. I Cinque Stelle hanno dimostrato ancora una volta la loro inaffidabilità e incapacità di ragionare oltre il proprio steccato. Si ripone nel cassetto la smania di elezioni subito con la consapevolezza che ora non si può più fallire. “Noi siamo al lavoro per dare agli italiani solidità e tranquillità. Gli altri adesso riflettano su quello che hanno combinato. Noi non faremo falli di reazione. C’è una legge elettorale, se qualcuno la vuol cambiare, ci troverà disponibili a ragionare. Troverà il nostro amato e pazientissimo capogruppo in Commissione Lele Fiano, totalmente a disposizione per ragionare di tutto”. Comunque, ”a inseguire le scie chimiche forse si prende qualche like, ma non si governa il Paese. Gli italiani sapranno distinguere coloro che vengono meno agli accordi con i propri elettori e gli altri partiti” commenta il segretario del Pd Matteo Renzi che aggiunge: “Se ci sono le condizioni per fare tutti insieme una bella legge elettorale, con Forza Italia e 5stelle, se le persone tornano a buon senso e ragionevolezza, lo vedremo nei prossimi giorni. Non sono particolarmente ottimista”. “Una legge elettorale c’è già, se qualcuno la vuol cambiare ci troverà a disposizione”.

Il senatore del PD Sergio Lo Giudice tenta di mettere alcuni elementi per la legge elettorale: “Puntare su un mix di maggioritario e proporzionale, rimarcando però il profilo maggioritario della legge, approvare le leggi in dirittura d’arrivo per mettere a fuoco il profilo del PD, ricostruire il centrosinistra”. E aggiunge: “Ricostruire un centrosinistra ampio per ricucire un rapporto con il popolo del centrosinistra che ha subito troppe lacerazioni, a partire dal progetto di campo progressista di Giuliano Pisapia ma senza veti preventivi verso nessuno. Le nostre proposte per una nuova legge elettorale – conclude – non potranno ignorare questo approdo, necessario per sfuggire all’ingovernabilità o alle larghe intese, offrire agli italiani una speranza di cambiamento e ricostruire così la fiducia nella forza della politica di essere motore di cambiamento e di giustizia”. Restano però ancora un mistero le intenzioni di Giuliano Pisapia “La cosa mi colpisce – dice il leader di Campo Progressista a Rainews24 riferendosi a Renzi – io sono per massimo dell’unità ma non si può fare un’apertura dopo mesi e mesi in cui abbiamo cercato un’alleanza di centrosinistra in discontinuità e soprattutto dopo una sconfitta come quella di ieri che presupponeva coalizioni diverse. Bisogna ragionarci, ma partendo dalla considerazione che un’alleanza con il centro destra è un’alleanza perdente”.

Per i 5 Stelle ovviamente la colpa del fallimento della trattiva è tutta del Pd. “Quello che è successo ieri alla Camera è vergognoso – afferma Di Maio – e guai a chi osa incolpare il MoVimento 5 Stelle di quanto accaduto. Il Partito Democratico accusa noi di aver votato un emendamento che già sapevano avremmo votato. Il punto è un altro: loro alla Camera contano 282 deputati e per fermare la proposta che abbiamo votato sarebbero bastati 264 voti. Quindi il problema sono i franchi tiratori di un partito allo sbando”

Tramontata la sinistra ipotesi di una legge elettorale per decreto, resta la necessità di trovare una intesa. Il testo ripartirà dalla commissione. “Dobbiamo ripartire – afferma il presidente del gruppo Misto alla Camera Pino Pisicchio – in commissione da quel che c’è. Quel che c’è sono le due sentenze della Corte Costituzionale, che vanno armonizzate e portate ad essere un sistema elettorale coerente. Credo che il Parlamento ce la possa fare, se soltanto evitiamo di dire che se non si vota a settembre è la fine del mondo. Lavoriamo e basta”.

A parlare di clamoroso fallimento, di “frana inimmaginabile” del patto tra Pd, M5s, Forza Italia e Lega è il leader di Alternativa Popolare, Angelino Alfano, in una conferenza stampa nella sede del partito. Poi, osserva: “Alternativa popolare è contraria a un decreto sulla legge elettorale, perché votando a scadenza naturale, cioè tra nove mesi non c’è la necessità né l’urgenza di fare un decreto. Se in Cdm ci venisse proposto un decreto avremo una posizione contraria dal punto di vista politico e delle regole costituzionali”. E ancora: “Non si parli più di elezioni anticipate. Il caso è chiuso. Occupiamoci del bene del Paese”. L’incidente per Silvio Berlusconi non può far saltare riforma. “Spero – afferma – prevalga il senso di responsabilità verso gli istituzioni e verso gli italiani: un incidente parlamentare, per quanto deplorevole, su un emendamento che peraltro Forza italia non condivide, non può giustificare il fallimento di una riforma che rappresentava un punto di equilibrio accettabile fra esigenze diverse”.

Anche dalla sinistra del Pd si chiede finalmente di chiudere la manfrina sulla elezioni anticipate. “Il Parlamento – afferma il senatore Vannino Chiti – può e deve fare una buona legge elettorale, a condizione che cessi l’ossessione per il voto anticipato: oltretutto sarebbe un’avventura che metterebbe in ginocchio il paese, colpendo i risparmi dei cittadini, le imprese, il mondo del lavoro, privando l’Italia di leggi importanti come quelle contro la criminalità, il nuovo diritto di cittadinanza, il testamento biologico”. “Una buona legge – aggiunge Chiti – deve permettere ai cittadini di conoscere e scegliere i propri rappresentanti in Parlamento, meglio se attraverso i collegi uninominali; deve avere uno sbarramento significativo, per poi procedere alla ripartizione proporzionale dei seggi; deve obbligare prima delle elezioni a formare o meno le alleanze, introducendo correttivi maggioritari o un contenuto premio di governabilità”. “Un’intesa può essere ricostruita nella maggioranza che sostiene il governo, la cui tenuta resta essenziale in questi mesi, e con i gruppi parlamentari di opposizione disponibili, in primo luogo Forza Italia, il cui apporto a costruire regole comuni di vita democratica è indispensabile”, conclude Chiti.

1993, la Serie. Colpi
di scena nel solco dell’incertezza

Stefano Accorsi

Stefano Accorsi

La settima e ottava puntata della fiction 1993, completano una Serie TV all’insegna dei colpi di scena, terminata sempre nel solco dell’incertezza di fondo che caratterizza la vita di ognuno dei protagonisti. Come accaduto in alcuni momenti della precedente fiction 1992, c’è in 1993, una marcata impronta paranormale, con continue visioni di personaggi e ricordi che riemergono dal passato dei protagonisti. Favolosi anche gli effetti scenici di tutta la serie, e l’ambientazione, con una cura maniacale anche ai piccoli dettagli.

I PERSONAGGI:

LEONARDO NOTTE, scaricato da Berlusconi, tenta di passare con il PDS di Massimo D’Alema, rivelandogli il programma politico del Cavaliere, per entrare nelle sue grazie. Ma alla fine si scopre che la sua è tutta una tattica. Infatti, Leo, ha registrato una incredibile confessione fatta da un suo amico del PDS, riguardante Primo Greganti, che potrebbe far saltare in aria anche il centrosinistra, e vuole utilizzarla. Quindi, chiede ed ottiene un appuntamento da Berlusconi, al Jolly Hotel, dove la squadra di Forza Italia si stava radunando. Ma non avrà la possibilità di far ascoltare la registrazione al Cavaliere, perché davanti all’albergo viene sparato da Arianna sua ex compagna e moglie di Rocco Venturi. A lei, precedentemente, in una cena, Notte, aveva confidato dell’omicidio del poliziotto, dopo aver spento il registratore che Arianna aveva portato per tendere una trappola a Leo.

PIETRO BOSCO, dopo aver pensato che la polizia fosse vicino al suo arresto per una tangente di 200 milioni, capisce che la mazzetta di cui si parlava non è la sua. Politicamente, ritorna vicino al leader leghista Bossi, che aveva appena siglato l’alleanza governativa con Berlusconi, tradendo il Professor Miglio.

VERONICA CASTELLO, preoccupata della possibile uscita del suo libro, decide di tendere una trappola all’editore, portandolo a letto in casa sua, e filmandolo inconsapevolmente, per poi, successivamente ricattarlo. Intanto, in una cena politica, si convince a partecipare ai provini della Fininvest per entrare a far parte di Forza Italia, e dopo aver incontrato Silvio Berlusconi, questo la sceglie.

GIULIA CASTELLO, decide di scrivere un libro sulla tangente Enimont, frutto di intere settimana di ricerche, ottenendo il tanto agognato successo.

LUCA PASTORE, grazie a Bibi Mainaghi, riesce a scoprire il nome fittizio di Duilio Poggiolini, che viene arrestato, e a cui, durante una perquisizione in casa, viene sequestrata una quantità smisurata di lingotti d’oro, gioielli e moltissimo denaro. Successivamente, Luca, rivela ai suoi colleghi della Procura di essere malato di AIDS, e, ritenendo di aver terminato il proprio lavoro, informa Di Pietro di voler lasciare la procura. Quest’ultimo cerca di convincerlo, ma da una parte c’è la proposta del Deputato Gaetano Nobile, che gli offre di far parte dei Servizi Segreti, e dall’altra quella di Eva, di mollare tutto e scappare a Panama. Pastore sceglie la seconda possibilità, spiegando via lettera Di Pietro i motivi che lo hanno portato a lasciare la procura la sua volontà di cambiare vita.

BIBI e ZENO MAINAGHI, decidono di collaborare con la giustizia per colpire Brancato, che, hanno scoperto essere, il mandante dell’omicidio del loro padre, Michele Mainaghi. Pastore chiede a Bibi di aspettarlo con le valigie pronte, ma Luca trova invece un’auto con degli assalitori, che ingaggiano con lui una drammatica sparatoria. Prima viene colpita la sua macchina, poi, una volta fermi, Luca riesce a bloccare e ad ammazzare i killer, inviati da Brancato per ammazzarlo. Bibi, intanto, probabilmente tradita dal fratello Zeno e dall’infermiera vicino a questo, viene uccisa dal suo autista, che fa passare l’accaduto per un’overdose, infatti, la ragazza esanime a terra viene trovata con una siringa nel braccio.

Alessandro Nardelli

Germanellum, il maccheronico sistema di Bonn

renzi alfanoNessuno è innamorato del sistema elettorale tedesco, ma probabilmente la spunterà il Germanellum per eleggere il prossimo Parlamento. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord improvvisamente, dopo tanti contrasti che sembravano insanabili, hanno raggiunto una intesa di massima sul Germanellum, nome utilizzato ricorrendo al latino maccheronico (la tradizione la inaugurò il professor Giovanni Sartori chiamando Mattarellum la legge elettorale varata nel 1993). Il Germanellum, ispirato al modello elettorale tedesco, è un progetto di legge basato su due cardini: 1) il meccanismo proporzionale di attribuzione dei seggi alla Camera e al Senato; 2) la soglia di sbarramento elettorale al 5% dei voti. I quattro maggiori partiti italiani la pensano diversamente quasi su tutto, ma hanno un interesse in comune: se si voterà con la soglia del 5% molte forze minori resterebbero fuori del Parlamento e i loro voti andrebbero alle liste elettorali più forti.
Dal 6 giugno l’assemblea dei deputati discute il Germanellum, dopo l’infuocato esame avvenuto nella commissione affari costituzionali di Montecitorio. Il nuovo progetto di legge elettorale per le politiche, salvo sorprese, sancirà l’addio al sistema elettorale maggioritario adottato dalla Seconda Repubblica nel 1994 e il ritorno al proporzionale della Prima (ma quel meccanismo era senza sbarramenti elettorali contro i partiti minori).
L’intesa a sorpresa tra i quattro maggiori partiti italiani è opera di Matteo Renzi. Il segretario del Pd ha avviato un confronto con tutti e alla fine ha spuntato il sì, per motivi diversi, di Beppe Grillo, Silvio Berlusconi e Matteo Salvini. Il segretario democratico fino a poche settimane fa era rimasto fedele al sistema maggioritario, invece a fine maggio ha motivato il sì al Germanellum invocando lo stato di necessità: «Non sono un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%», ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».
L’obiettivo è far approvare la riforma elettorale dal Parlamento in tempi rapidi, «entro la prima settimana di luglio». Non sarà facilissimo. Molti militanti e parlamentari cinquestelle contestano il sì al Germanellum. Ma Grillo non vuole sentire ragioni: «I portavoce M5S (i parlamentari n.d.r.) voteranno a favore del testo come deciso dai nostri iscritti».
C’è la rivolta dei partiti minori, ci sono anche le critiche della sinistra orlandiana e dei prodiani del Pd (in testa Enrico Letta e Valter Veltroni), fedeli al sistema maggioritario. Renzi, alle proteste dei partiti più piccoli contro la soglia del 5% che rischiano di non entrare in Parlamento, ha riposto picche: «Lo sbarramento al 5% è un elemento inamovibile del sistema tedesco».
I centristi di Angelino Alfano, i principali alleati di governo del Pd, non l’hanno presa bene, così il governo presieduto da Paolo Gentiloni sta scricchiolando pericolosamente. Però il leader di Area popolare, che alla fine del 2013 aveva lasciato Berlusconi, in conclusione ha accettato «la sfida della soglia del 5%», ha ribadito il sostegno all’esecutivo Gentiloni, ma ha dichiarato «conclusa la collaborazione con il Pd» durata ben quattro anni.
Il sistema elettorale tedesco nacque ben 68 anni fa. La Repubblica federale tedesca nel 1949 adottò il meccanismo elettorale proporzionale con lo sbarramento al 5% con una precisa logica ideologica. L’allora Germania Ovest, nata quattro anni dopo la fine della Seconda guerra mondiale (si contrapponeva alla Germania Est satellite dei sovietici), volle garantire la massima rappresentanza a tutti i partiti al Bundestag e al Bundesrat con il sistema proporzionale, ma pose la “tagliola” del 5% per impedire l’ingresso in Parlamento delle forze estremiste anti democratiche. E ci riuscì: sia i due partiti neo nazisti di allora (Bonn non aveva una legge contro la ricostituzione del partito nazista), sia i due comunisti non riuscirono a superare la soglia. Non solo. Un partito anche con meno del 5% dei voti poteva e può entrare in Parlamento (prima a Bonn e poi a Berlino) con la vittoria di almeno tre suoi candidati nei rispettivi collegi uninominali elettorali.
La Repubblica federale tedesca nel 1990, dopo il crollo del comunismo, si è allargata ad est anche alle regioni dell’ex Repubblica democratica tedesca e il vecchio sistema elettorale ha retto anche all’impatto della storica riunificazione. In Italia, invece, dalla caduta del fascismo e dalla fine della Seconda guerra mondiale si sono succedute ben quattro leggi elettorali: la prima basata sul proporzionale puro (durante la Prima Repubblica, fino al 1992) e tre imperniate sul maggioritario (nella Seconda Repubblica, dal 1994), seguendo diversi criteri (Mattarellum, Porcellum, Italicum).
La Seconda Repubblica detiene il primato di leggi elettorali diverse. Ma la cosiddetta “religione del maggioritario”, che avrebbe dovuto garantire il bipolarismo (e addirittura il bipartitismo) per assicurare la stabilità politica, ha fatto cilecca.
L’Italicum, addirittura, ha un primato nel primato: non è mai stato applicato in nessuna elezione perché dichiarato incostituzionale in alcuni punti dalla Consulta. L’affondamento è stato uno degli “effetti collaterali” del referendum sulla riforma costituzionale, perso lo scorso 4 dicembre da Matteo Renzi.
Ora è il turno del Germanellum. Qualcosa, però, potrebbe andare storto perché il modello tedesco è rivisto “in salsa italiana”. Sono scoppiate proteste e contestazioni da parte dei partiti minori alla Camera (alfaniani, bersaniani, vendoliani, meloniani). Già sono arrivate alcune “correzioni” contro possibili accuse di incostituzionalità. È stato messo riparo, ad esempio, a un bel problema: i vincitori nei collegi elettorali uninominali, scelti direttamente dal popolo sovrano, rischiavano di restare senza seggio in Parlamento perché scavalcati dai capilista dei listini nelle circoscrizioni con calcolo proporzionale.
Un’altra incognita è il cosiddetto voto disgiunto. Nella Repubblica federale tedesca sono possibili due voti diversi: il primo per un candidato X nel collegio uninominale e un altro per un listino proporzionale appartenente anche a un partito differente. Con il Germanellum invece non è ammesso il voto disgiunto: il candidato nell’uninominale deve appartenere allo stesso partito del listino della circoscrizione proporzionale. Alla Camera la battaglia politica e sui tecnicismi legislativi è appena all’inizio. Quando si concluderà poi il match passerà al Senato. L’imprevisto è sempre in agguato.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

La XVII legislatura
sotto una cattiva stella

Ci sono legislature fortunate e sfortunate, così come gli uomini. La XVII legislatura, l’attuale, sorta dalle elezioni politiche all’inizio del 2013, è sfortunata. Anzi, è sfortunatissima. È nata sotto una cattiva stella. Gli amanti della cabala indicano tutti i guai in quel 17, un numero ritenuto malaugurante.

Probabilmente la XVII legislatura repubblicana non finirà regolarmente all’inizio del 2018, ma qualche mese prima: si potrebbero aprire le urne tra settembre ed ottobre, in autunno. Nessuno ci avrebbe scommesso un euro, ma l’accordo sulla riforma elettorale sembra a portata di mano. Pd, M5S, Forza Italia e Lega Nord hanno praticamente raggiunto un’intesa sul cosiddetto “modello tedesco”, un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento al 5% dei voti.

Matteo Renzi sta conducendo il confronto con tutte le forze politiche su come sostituire l’Italicum bocciato dalla Corte costituzionale e il traguardo sembra vicino. Al progetto, ancora da limare, praticamente si oppongono per motivi diversi solo Angelino Alfano e i parlamentari orlandiani del Pd. Il leader dei centristi della maggioranza non vede di buon occhio la soglia di sbarramento del 5%, considerata troppo alta. Invece l’ala del Pd sostenitrice di Andrea Orlando contesta il passaggio dal sistema maggioritario al proporzionale perché, dopo le elezioni, probabilmente porterebbe alla formazione di un governo di grande coalizione tra Renzi e Berlusconi.

Il segretario del Pd, però, va avanti. Da poco riconfermato alla guida del partito dalle elezioni primarie, vorrebbe andare alle urne al più presto per evitare il rischio di un logoramento di consensi (a dicembre dovrà essere approvata una manovra economica pesante, di circa 30 miliardi di euro, e si sono visti poco gli effetti della “ripresina” nei portafogli degli italiani). M5S, Forza Italia e Lega concorderebbero per motivi differenti. Beppe Grillo, in particolare, è pronto ad andare a votare “anche il 10 settembre” e Matteo Salvini preme da mesi per aprire “subito” le urne.

Fortuna, sfortuna. La XVII legislatura ha avuto un parto difficile e quattro anni di vita convulsa. Sin dalla partenza ha pesato l’instabilità politica. Le elezioni legislative all’inizio del 2013 non decretarono né la vittoria del centrosinistra, né del centrodestra, né dell’esordiente M5S, forte del 25% dei voti. È una “non vittoria”, commentò subito Pier Luigi Bersani, perché aveva ottenuto la maggioranza alla Camera ma non al Senato (il premio in seggi, per pochi voti in più rispetto al centrodestra, era scattato a Montecitorio, ma non a Palazzo Madama). I tentativi per formare un nuovo governo furono difficilissimi. L’allora segretario del Pd fallì. Ci riuscì invece l’allora vice segretario del Pd Enrico Letta, ma dovette dare vita ad un governo di grande coalizione con Silvio Berlusconi, l’avversario di sempre.

Letta resse appena un anno e, all’inizio del 2014, subentrò come presidente del Consiglio Matteo Renzi, il nuovo segretario del Pd. Il terremoto è continuato. Nello scorso dicembre è arrivata la terza “botta”. Renzi, dopo la sconfitta subita il 4 dicembre 2016 al referendum sulla riforma costituzionale, si è dimesso, lasciando a Paolo Gentiloni (suo amico e stretto collaboratore) la poltrona di presidente del Consiglio. All’assemblea nazionale del Pd del 19 dicembre indicò immediatamente la rotta la seguire: «Non abbiamo perso, abbiamo straperso», ma «ripartiamo da qui», il 41% di sì raccolti al referendum perso sulla riforma costituzionale.

Ora il braccio di ferro è sulle elezioni politiche anticipate. Alfano attacca: «Non capisco l’impazienza del Pd di portare l’Italia alle urne tre o quattro mesi prima: questa impazienza ha un costo salatissimo». Difensori del sistema maggioritario, 31 senatori orlandiani parlano del rischio «di un salto nel buio”, del pericolo di far scattare «spinte ad attacchi di speculazione finanziari».

Renzi, però, accelera. Alla direzione del Pd ha proposto di approvare il sistema elettorale alla tedesca «entro la prima settimana di luglio». Non è «un entusiasta di un sistema proporzionale con soglia al 5%». ma c’è l’esigenza di perseguire «un consenso più ampio possibile».. A chi suona l’allarme contro l’apertura anticipate delle urne ha ribattuto: «Succede di andare alle elezioni. Il veto di un piccolo partito non può costituire un blocco».

Sergio Mattarella sembra contrario alle urne anticipate. Ma il presidente della Repubblica difficilmente potrebbe resistere alle pressioni per lo scioglimento anticipato delle Camere, se la richiesta dovesse provenire da larga parte del Parlamento.

A settembre i tedeschi voteranno per le elezioni politiche ed Angela Merkel punta ad essere confermata per la quarta volta cancelliera della Repubblica federale. A Renzi piacerebbe un abbinamento elettorale, evitando di andare alle urne nel 2018 in Italia con il peso di una manovra economica che non si presenta molto popolare.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)