Marcello Foa è il nuovo presidente della Rai

Rai-rinnovo CdA

Marcello Foa è il nuovo presidente della tv pubblica. Come ampiamente previsto dopo l’accordo Salvini-Berlusconi, la commissione di Vigilanza della Rai ha espresso parere favorevole alla nomina del giornalista italo-svizzero. Sono stati 27 i voti favorevoli, tre i contrari, una scheda è risultata nulla e una bianca. Su 40 componenti della bicamerale hanno votato in 32. Raggiunto, dunque, il quorum di due terzi grazie ai voti del Movimento 5 Stelle, Lega, Forza Italia e Fratelli d’Italia. “Non ho mai militato in un partito né prese tessere, né cercato appoggi politici per fare carriera. Sono stato sempre coerente con me stesso, cercando di fare con umiltà il mio mestiere in base agli insegnamenti dei maestri, da Montanelli e Cervi”, le prime parole del neo presidente. “Il mandato che ho ricevuto dal governo – ha sottolineato – non è politico, ma professionale”.

In realtà la nomina di Foa rientra nella prassi usata sin dalla prima Repubblica: il Governo in carica nomina i vertici della tv di Stato. Anche qui le promesse di Salvini e Di Maio di depoliticizzare la Rai sono andate a farsi benedire. La carriera di Foa, da sempre vicino al centrodestra, sta lì a dimostrarlo. Il M5S si è allineato da subito all’alleato di Governo. “E’ assolutamente un presidente di garanzia. Il suo è un nome di altissimo spessore” ha evidenziato il M5s con la deputata Mirella Liuzzi. Di altro avviso il Pd, che fino alla fine è restato sulle barricate. I parlamentari dem in Vigilanza hanno depositato una richiesta immediata di accesso agli atti per presunti vizi di forma durante la votazione. Richiesta respinta al mittente dal presidente Alberto Barachini. “E’ incomprensibile e grave che il presidente si sia trincerato dietro non meglio precisate procedure parlamentari per impedire all’opposizione di verificare le schede della votazione provocando così un vero e proprio vulnus tra noi e il presidente”, ha detto il senatore Pd Margiotta.

Nei prossimi giorni si conosceranno i nuovi direttori dei telegiornali, che saranno affidati a nomi vicini all’Esecutivo. Nel frattempo, però, la stampa estera si è già scatenata contro il nuovo numero uno di Viale Mazzini. “Fake news journalist” attacca il quotidiano britannico The Guardian, definendo Foa un cronista “che ha spesso diffuso storie false”. Tra le bufale il giornale inglese cita una sulla partecipazione di Hillary Clinton a “cene sataniche” durante la campagna elettorale. Elencate anche le sue uscite contro gay e vaccini. “Particolarmente filo-russo, pro-Assad e chiaramente euroscettico” il commento di Le Monde. Il quotidiano francese titola: “Nomina controversa alla guida della Rai”. E in pagina aggiunge che la nomina rappresenta l’ennesimo “smacco per l’altro partner della maggioranza, il Movimento 5 Stelle, che senza sosta, dalla sua fondazione nel 2009, non ha smesso di denunciare la politicizzazione della Rai”.

F.G.

INDOVINA CHI VIENE A CENA

Spada - LaPresse 24 03 2015 Verona ( Italia ) Politica Il segretario della Lega Nord Matteo Salvini in visita ai padiglioni di Vinitaly 2015 nella foto : matteo salvini

La politica passa dalla piazza agli incontri esclusivi per pochi convitati. Sia a destra che a sinistra le carte si decidono a un tavolo, ben ristretto. Ma mentre il Centrodestra si organizza senza lasciarsi critiche alle spalle, il Centrosinistra sconta ancora una volta una crisi che non vuole cedere il passo e anzi, peggiora di giorno in giorno e di iniziativa in iniziativa.
Ieri due cene, nessuna delle quali prevedeva come invitato l’attuale segretario del Pd, Maurizio Martina: una convocata a casa sua dall’ex ministro Carlo Calenda, che si è pubblicamente rivolto a Renzi, Gentiloni e Minniti con due obiettivi dichiarati: farli smettere di litigare, e metterli d’accordo su una ricetta che faccia uscire il Pd dall’impasse. L’altra convocata subito dopo da Nicola Zingaretti, per rispondere per le rime all’iniziativa ostile di Calenda. Entrambe sono state annullate e hanno portato al ‘digiuno’ di Roberto Giachetti che ha annunciato lo sciopero della fame per chiedere che venga fissata la data del Congresso. “La situazione che ci troviamo di fronte non consente più di giocare, abbiamo giocato anche abbastanza. Devo dire francamente che sono incazzato nero, penso che non sia accettabile quello a cui abbiamo dovuto assistere a proposito di cene e incontri. Penso che non sia più possibile andare avanti così. Tutto questo lo avevo ampiamente previsto, tutti avevano deciso di non fare il congresso subito e che questo avrebbe comportato che il congresso si sarebbe svolto dappertutto tranne che nella sede opportuna”, afferma durante una diretta Facebook e sottolinea: “Il sondaggio ci dà sotto il 17 per cento: davvero al nostro popolo possiamo offrire uno spettacolo di questo tipo? Io penso che sia necessario che tutti inizino a ragionare sulla situazione che ci troviamo di fronte. Io le ho provate tutte, ho spiegato che non era possibile rimandare il Congresso, che la situazione necessitava una reazione immediata”. Infine, l’annuncio roboante: “A questo scenario indecoroso reagisco tornando alle mie origini: dalla mezzanotte di ieri sera ho iniziato lo sciopero della fame perché sia immediatamente convocata una assemblea straordinaria e fissata la data del congresso del Partito democratico”.
“Una cena a quattro con invito su Twitter è fatta apposta per farti litigare. E se invece di rimestare nel solito mortaio si mangiasse un panino, tutta la sinistra riformista, per decidere che fare? C’è poco tempo e il rischio è che il Pd ci porti tutti a fondo”, scrive su Facebook il segretario del Psi, Riccardo Nencini.
I toni non sono morbidi da parte del neo iscritto ai dem, Carlo Calenda, per il quale ai dirigenti del Pd “non importerà” di perdere le prossime elezioni europee e regionali: “Quello che importa a loro è il congresso. Sta diventando un posto in cui l’unico segretario che si dovrebbe candidare è il presidente dell’associazione di psichiatria”. Ma smentisce la frase che gli è stata attribuita sul fatto che ‘il Pd merita l’estinzione’. “Con Gentiloni e Minniti parlo continuamente – prosegue Calenda – nel Pd c’è un’entità, che si chiama Renzi, che non si capisce cosa voglia fare e che va avanti per conto suo. È una roba un pò singolare. È stato un presidente del Consiglio che all’inizio aveva veramente voglia di cambiare l’Italia e che ha fatto cose buone. È un grosso peccato”. Poi conclude: “L’unica cosa che vuole fare il Pd in questo momento è una resa dei conti fra renziani e antirenziani in vista di un congresso che doveva esserci, per me, settimane fa, e tutto sarà paralizzato in questa cosa di cui al paese non frega nulla. Nel frattempo, l’opposizione si fa in ordine sparso”. Calenda poi risponde sul mancato invito all’attuale segretario che non sente da ‘due mesi’. Maurizio Martina risponde: “Adesso basta, chiedo a tutti più generosità e meno arroganza. Il Pd è l’unico argine al pericolo di questa destra”. E fa un appello in vista della mobilitazione del 30 settembre a Roma: “È possibile chiedere a tutti i dirigenti nazionali del mio partito una mano perché la manifestazione del 30 sia grande, bella e partecipata?”.
Nel frattempo però a destra si decide senza intoppi. Domenica sera la riunione ad Arcore tra Silvio Berlusconi e Matteo Salvini, alla quale hanno preso parte anche Antonio Tajani e Giancarlo Giorgetti e che fonti di Forza Italia definiscono un “positivo” anche se ambienti del centrodestra precisano che nessuna decisione è stata presa. Che il leader della Lega avesse deciso che la ‘visita’ al Cavaliere dovesse rimanere in ambito privato è ormai noto, tanto che i dossier più caldi come la decisione sulla presidenza della Rai e le alleanze per le elezioni regionali sono stati rinviati ad un successivo incontro. Ma nel frattempo non si maschera l’irritazione degli alleati di Governo della Lega. Anche se ufficialmente il Movimento cinque stelle ha finto disinteresse, alla base continua lo sgomento per l’alleanza di Salvini con il Cavaliere che potrebbe mettere così le mani proprio sulla tv di Stato, la Rai. “È stata una cena positiva, non si è parlato di Rai ma del futuro del centrodestra e del rapporto Lega-Fi. Ci sarà un incontro nei prossimi giorni tra Cav, Salvini e Meloni”. Così a Rtl 102.5 il vicepresidente di Forza Italia Antonio Tajani.

ZAMPINO ORBAN

ORBANOrban divide il governo. Il Parlamento Ue è chiamato a esprimersi sull’avvio delle procedure dell’articolo 7 dei trattati Ue, che prevede una serie di sanzioni per i Paesi che violano le regole sullo stato di diritto. Al centro delle accuse l’Ungheria di Orban per i sui comportamenti estremisti nei confronti dei migranti. Dopo il dibattito di oggi, la Plenaria voterà domani. Un voto che ha riflessi non solo europei ma anche nazionali. Negli ultimi mesi non sono infatti mancate le lodi a Orban da parte del ministro degli Interni e vicepremier Salvini sempre pronto ad appoggiare, soprattutto in tema di immigrazione, le politiche dei paesi Visegrad.

“Voteremo in difesa di Orban – ha detto Salvini – l’Europarlamento non può fare processi ai popoli e ai governi eletti”. Una presa di posizione che, secondo Salvini, non crea “alcun problema” tra M5s e Lega anche se la presa di posizione dei pentastellati a favore della sanzioni. “Ognuno è libero di scegliere cosa fare” ha detto Salvini, “ma la Lega difenderà sempre il valore supremo della libertà”. “Il governo e il popolo ungherese vogliono più sicurezza e più lavoro. E per questo l’Europa li processa? Una follia”.

Con Orban si schiera anche la leader di Fratelli d’Italia, Giorgia Meloni. “Sanzionare l’Ungheria perché si rifiuta di essere invasa da immigrati clandestini è semplicemente follia. Siamo al fianco di Viktor Orban e del popolo ungherese. Non è Orban a tradire i valori fondanti della Ue ma chi in Ue spalanca le porte all’immigrazione incontrollata, umilia i diritti dei popoli e nega la sovranità delle Nazioni”, ha detto.

Da parte sua Silvio Berlusconi ha telefonato al premier ungherese per annunciargli che a Strasburgo gli eurodeputati di Forza Italia Ad Orban Berlusconi ha confermato la propria amicizia e l’appoggio al partito del premier ungherese Fidesz, che fa parte del gruppo Ppe nel parlamento europeo.

Ancora oltre si spinge l’ex leader dell’Ukip, il britannico Nigel Farage, che ha invitato Orban, a “unirsi al club della Brexit” uscendo dall’Unione Europea. I deputati che chiedono di attivare l’articolo 7 del trattato per l’Ungheria “stanno aggiornando la dottrina Breznev sulla sovranità limitata”, ha detto Farage. “Vogliono togliervi i diritti di voto e smettere di darvi fondi europei e tutto questo perché lei ha l’audacia di resistere a George Soros, l’uomo che ha speso 50 miliardi di dollari per distruggere lo stato nazionale”. Il leader eurofobo britannico ha concluso il suo intervento all’Europarlamento con l’invito unirsi “al club della Brexit. Le piacerà”.

Orbano nel suo intervento all’Europarlamento ha parlato della necessitò di dinfere le frontiere. “Solo noi possiamo decidere con chi vivere e come gestire le nostre frontiere abbiamo deciso di difendere l’Ungheria e l’Europa e non accettiamo che le forze pro-migrazione ci ricattino. Ma noi difenderemo le nostre frontiere anche contro di voi se sarà necessario”.

Poi l’accusa all’Europarlamento di voler punire l’Ungheria perché difende le sue frontiere dai migranti e ha aggiunto che “ogni nazione ha diritto di decidere come organizzarsi”.

Si smarca dalla posizione della Lega, la delegazione del Movimento 5 Stelle all’Europarlamento che ha ribadito che Orban “non è certamente un amico dell’Italia”. “Lo dimostra tutte le volte che dice no ai ricollocamenti. Orban non ha nessuna intenzione di collaborare con il Governo italiano e non intende far la sua parte sul tema dell’immigrazione”.

l gruppo del Ppe al momento appare spaccato. In serata è prevista una riunione del gruppo: al momento l’indicazione che trapela è quella di lasciare ai deputati libertà di coscienza.

Berlusconi non cambierà FI, Salvini punta sui moderati

Berlusconi-Nazareno“Il tema del ‘partito unico’ semplicemente non esiste, non ne abbiamo mai neppure discusso, né al nostro interno, né con altre forze politiche: Forza Italia va avanti, perché il futuro del centro-destra è un futuro liberale”, è quanto fa sapere Silvio Berlusconi in merito alle voci di questi giorni su un eventuale accordo su un partito unico con Salvini, voci che si sono fatte insistenti in queste ore in cui è stata emessa la sentenza sui fondi della Lega.
“Da mesi stiamo lavorando in tutt’altra direzione, per un rilancio, una riorganizzazione, un rinnovamento profondo di Forza Italia. Naturalmente la nostra prospettiva politica rimane il centro-destra, che anzi vogliamo far ripartire, ma abbiamo ben chiaro il nostro ruolo politico – ben diverso da quello di altre forze della coalizione – e soprattutto i nostri valori di riferimento, la nostra identità, la nostra storia orgogliosamente liberale, la nostra concezione dell’impresa come nucleo vitale della società, i nostri programmi che hanno dettato quello della coalizione con cui ci siamo presentati agli elettori pochi mesi fa”, aggiunge l’ex premier. Anche se il leader di Forza Italia, aveva già smentito un mese fa le voci su un accordo con il Partito democratico e quelle sul cambio di nome di Forza Italia in ‘Altra Italia’. Berlusconi aveva detto di lavorare “al rilancio e al rafforzamento” di FI e annunciava “significative novità nel senso della partecipazione” e “della democrazia dal basso”. “Il nostro orizzonte politico è e rimane quello del centro-destra”, ribadiva l’ex premier, aggiungendo che “ogni altra prospettiva, e in particolare gli accordi con il Pd, sono ovviamente esclusi”.
E se ancora non è chiaro come si muoverà il partito degli Azzurri, la Lega dal canto suo prova a far incetta di voti moderati, almeno sul fronte economico. Non è solo sulla Flat Tax che il programma leghista converge con quello degli alleati di Fi, ma anche sul tema europeo, dove, dopo gli iniziali disaccordi Salvini sembra essersi ormai allineato alle direttive europee (e di Tria): non si sfora il tetto del 3% e acuendo ancora la spaccatura con i pentastellati. Per i leghisti va bene la propaganda sovranista, ma “qui il punto non è la rottura con l’Ue, bensì la sua conquista”.

TIRARE DRITTO

Salvini premierMatteo Salvini appare sicuro e tranquillo, nonostante siano arrivate nuove accuse a suo carico per la questione della Nave Diciotti. “Rischio 30 anni di galera per avere difeso il diritto alla sicurezza degli Italiani? Sorrido, lavoro ancora di più e tiro dritto” scrive sui canali social il ministro dell’Interno, commentando l’aggravarsi della sua posizione e di quella del suo capo di gabinetto Matteo Piantedosi. Ma non è la sola imputazione che grava sul capo del Ministro. Tra qualche giorno (il 5 settembre) è attesa anche la sentenza del Tribunale del riesame di Genova in merito al sequestro dei conti del Carroccio a seguito della condanna per truffa ai danni dello Stato a carico di Umberto Bossi e Francesco Belsito.
Il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giancarlo Giorgetti, afferma preoccupato: “Se il prossimo 5 settembre il Tribunale del riesame deciderà di requisire tutti i futuri proventi che affluiscono nelle casse della Lega, e che sostanzialmente sono i versamenti dei parlamentari e dei consiglieri, allora il partito non potrà più esistere perchè non avrà più soldi”. Giorgetti ha spiegato che “i soldi che avevamo sono stati presi dalla magistratura, quindi noi non abbiamo più niente, in questo momento”.
La decisione del Tribunale potrebbe mettere un punto definitivo al Partito del Senatur che senza un soldo è destinato a morire, ma secondo indiscrezioni del Corriere, il vicepremier sarebbe già pronto a una soluzione alternativa, ovvero mettere insieme tutto il centrodestra in unico partito. Tuttavia una soluzione, come ricordato da Lettera 43, era stata già trovata: “la Lega ha già tentato in diversi modi di garantire la sopravvivenza del partito anche dopo l’eventuale sequestro, secondo i magistrati facendo transitare soldi dalle casse nazionali a quelle regionali. Non solo: la Lega sono già due partiti, ad esempio, nelle dichiarazioni per il due per mille: la Lega Nord e la Lega Salvini premier”.
Ma per il segretario del Partito Socialista, Riccardo Nencini, in realtà lo scopo del Capo del Viminale sarebbe altro, in effetti il divario con i cinquestelle al Governo non sembra voler diminuire. Inoltre sempre secondo un deputato citato dal Corriere tutto avverrebbe dopo le elezioni di maggio: “Dopo le elezioni europee di maggio, potrebbe avere un senso. Con in mano risultati abbaglianti, senza più una concorrenza nel centrodestra, Salvini potrebbe verosimilmente tentare la corsa alla presidenza del Consiglio da solo”.
“Salvini si è sempre lasciato aperte due strade. Lo fa anche oggi con il lancio del progetto di un partito unico di destra: opa su Forza Italia, indebolita, e sulla Meloni, partito in crisi. Se riceve un no, offre un alibi ai tanti eletti berlusconiani per trasmigrare sotto le sue bandiere, prosegue nell’alleanza coi grillini, la condiziona. Se riceve un si, potrebbe puntare a elezioni anticipate spostando l’asse della coalizione sulla destra radicale. Comunque vada, Berlusconi è in un angolo”. È quanto si legge in un post su Facebook di Riccardo Nencini, segretario del Psi. “Non vedo perché la sinistra riformista non debba valutare la possibilità di costituire in Italia un vasto fronte sostenuto dalle culture popolare e socialista (aperto anche a Forza Italia). Proprio la strada tracciata da Turati un secolo fa. Lo avessero ascoltato…”, ha concluso.

Nel frattempo la Procura di Agrigento ha trasmesso ai pm di Palermo il fascicolo d’indagine sul ministro dell’Interno Matteo Salvini e sul capo di gabinetto Matteo Piantedosi, indagati per il trattenimento illegale dei migranti soccorsi dalla nave Diciotti. A portare gli atti del procedimento, che entro 15 giorni la Procura di Palermo dovrà trasmettere al tribunale dei ministri con eventuali richieste, anche istruttorie, sarà la Guardia costiera a cui i pm agrigentini hanno delegato l’inchiesta.

Salvini si ritaglia una Rai al veleno

salvini«Tanti nemici, tanto onore!». Matteo Salvini ha riesumato senza imbarazzo “Molti nemici, molto onore!”, uno dei motti più celebri di Benito Mussolini. Lo slogan non ha portato bene al duce del fascismo e a Gaio Giulio Cesare che lo utilizzò in precedenza, a Salvini potrebbe accadere lo stesso con una Rai al veleno.

Sulla spartizione dei vertici di viale Mazzini, Salvini ha patito la sua prima cocente sconfitta: la nomina da parte del governo grilloleghista di Marcello Foa a “presidente di garanzia” dell’azienda pubblica radiotelevisiva non è stata ratificata dalla commissione parlamentare di Vigilanza.

Foa non ha ottenuto i due terzi dei voti previsti dalla legge. Forza Italia, il Pd e Liberi e Uguali, all’opposizione, non hanno partecipato alla votazione e il candidato leghista è stato bocciato perché i voti leghisti e pentastellati non sono bastati a raggiungere la maggioranza qualificata dei due terzi. Salvini è perfino andato a trovare Silvio Berlusconi ricoverato nell’ospedale milanese San Raffaele per accertamenti, ma il presidente di Forza Italia non ha voluto sentire ragioni. Gli azzurri non hanno sopportato il metodo: il ministro dell’Interno non ha concordato la candidatura ma l’ha semplicemente comunicata a Forza Italia. Il partito dell’ex presidente del Consiglio ha argomentato su Twitter: «Il servizio pubblico non appartiene alla maggioranza o al governo. Appartiene a tutti». I sindacati dei giornalisti, mai teneri con Berlusconi, hanno lanciato critiche analoghe. Fnsi e Usigrai, hanno attaccato immediatamente la nomina come un atto di «totale sudditanza al governo» che però è stata stoppata dal voto negativo in Vigilanza.

È scoppiata la guerra tra i vecchi componenti del centro-destra. Salvini, dopo la bocciatura, ha rinnovato “la fiducia” a Marcello Foa con il rischio di delegittimare l’amministratore delegato e il consiglio di amministrazione della Rai. Il segretario del Carroccio, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha attaccato a testa bassa: «La Lega prende atto che Forza Italia ha scelto il Pd per provare a fermare il cambiamento per la Rai, per il taglio dei vitalizi e per altro ancora». Adesso è sospesa a un filo la stessa sorte della coalizione di centro-destra, la storica alleanza elettorale con Berlusconi tessuta prima da Bossi, poi da Maroni e quindi dallo stesso Salvini.

Ma Salvini deve fare i conti anche con Di Maio. Il capo dei cinquestelle, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico con toni pacati ma decisi ha dato l’altolà all’alleato dell’esecutivo gialloverde: «Il governo non può ignorare il voto della Vigilanza». Perciò Foa si può riproporre solo se c’è «un’intesa» altrimenti sono «le forze politiche che siedono in Vigilanza che devono trovare una alternativa». Tra i possibili nomi per un eventuale accordo gira quello di Giovanni Minoli, uno dei volti storici della Rai, ma c’è aria di guerra ad oltranza.

Una Rai al veleno produce posizioni diametralmente diverse tra i due alleati di governo: nessun richiamo “al cambiamento bloccato” gridato dal segretario della Lega ma al rispetto della legge invocato dal capo del M5S. Tra Di Maio e Salvini sono lontani i tempi della grande sintonia, quando un artista di strada li ritrasse su un muro di Roma come due innamorati: stretti in un forte abbraccio coronato da un appassionato bacio sulla bocca. Lo scivolone sulla Rai potrebbe essere fatale al segretario della Lega. Salvini si ritaglia una Rai al veleno.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

La Rai e il governo del cambiamento

RAI-Riforma

“Merito” e “capacità”. Tante promesse contro la lottizzazione Rai e delle aziende pubbliche. Lega e M5S da metà giugno si sono scontrati, prima sotto traccia e poi apertamente, declamando contro la lottizzazione ma trattando sulla divisione delle poltrone. Ma alla fine è andata in porto la spartizione. La prima palla ad andare in buca è stata la guida della Cassa depositi e prestiti: Fabrizio Palermo, gradito a Luigi Di Maio, è stato insediato dal governo M5S-Lega come amministratore delegato della “cassaforte” nella quale sono custodite le azioni delle più importanti aziende pubbliche (Eni, Enel, Poste, Telecom, Fincantieri, Terna, Saipem e Italgas).

Poi è arrivato l’accordo sulla lottizzazione Rai: Fabrizio Salini, apprezzato dai cinquestelle, amministratore delegato (la figura è prevista al posto del direttore generale dalla legge di riforma fatta approvare dal governo Renzi nel 2015), Marcello Foa, sostenuto dai leghisti, presidente. Contatti, riunioni informali, vertici di maggioranza e Consigli dei ministri; la strada della divisione delle nomine è stata faticosa è tortuosa. Il presidente del Consiglio Giuseppe Conte ha illustrato al ‘Fatto Quotidiano’ il suo metodo per uscirne indenne: «Il ministro competente fa le proposte, io ne parlo con i due vicepremier, poi le decidiamo insieme. Se non c’è accordo sulla persona più competente, rinviamo per trovarne una migliore».

E così è andata, ma certamente non è stata cancellata la tanto demonizzata lottizzazione Rai in nome della “candidatura migliore”. Di Maio, dopo il Consiglio dei ministri del 27 luglio ha difeso le scelte assunte dal “governo del cambiamento” sulle nomine: «Abbiamo appena nominato i vertici della Rai. Oggi inizia una nuova rivoluzione culturale con i due nomi, Marcello Foa presidente e Fabrizio Salini Ad». Il capo del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, ha usato parole forti e offensive: queste nomine «il presidente del consiglio e il Cdm hanno ritenuto all’altezza di questa grande sfida per liberarci dei raccomandati e dei parassiti».

Niente male. Matteo Salvini è stato più pacato. Il segretario della Lega, vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno, ha messo da parte le critiche del passato: «Sono molto soddisfatto, ci sarà spazio per tutte le voci, finalmente. Siamo solo all’inizio».

Strano. Roberto Fico, presidente cinquestelle della Camera, aveva detto basta alle lottizzazioni e aveva messo i partiti fuori della porta: «Deve finire l’era delle appartenenze politiche, dell’influenza del governo sui giornalisti Rai e viceversa. Deve cambiare tutto».

Invece di “cambiare tutto” sono cambiati solo gli autori della spartizione: adesso è stata varata la lottizzazione gialloverde, quella del “governo del cambiamento”. Ma non è detto che la spartizione della Rai decisa dal governo Conte-Di Maio-Salvini vada in porto. Il problema è “il presidente di garanzia”. La legge stabilisce che il presidente dell’azienda radiotelevisiva pubblica sia eletto dalla commissione parlamentare di vigilanza sulla Rai con una maggioranza qualificata dei due terzi dei voti: M5S e Lega non raggiungono questa soglia e sperano nel soccorso essenziale di Forza Italia per evitare un flop, ma non è per niente scontato il sì dei forzisti. Silvio Berlusconi ha ritenuto le nomine avanzate «un pessimo segnale» perché assunte in maniera unilaterale da parte della maggioranza grilloleghista.

Il centro-sinistra ha sollecitato il presidente di Forza Italia ad evitare un “soccorso azzurro” ed ha annunciato una durissima opposizione. Maurizio Martina ha attaccato: «Va in onda la spartizione tra la Lega e Cinque Stelle». Il segretario del Pd ha ricordato la necessità dei due terzi dei voti per eleggere “il presidente di garanzia” voluto invece solo dai cinquestelle e dai leghisti che «per le poltrone calpestano anche le regole». Insorgono anche i sindacati dei giornalisti. Vittorio Di Trapani (Usigrai), Raffaele Lorusso e Beppe Giulietti (Fnsi) con una lettera aperta ai 7 consiglieri di amministrazione Rai hanno contestato l’indicazione da parte del governo del presidente di viale Mazzini perché «si configura come una palese violazione di legge».

La battaglia si deciderà mercoledì primo agosto. Quando si riunirà la commissione di Vigilanza si vedrà se e come passerà la spallata Salvini-Di Maio sul “presidente di garanzia”.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Vitalizi-pensioni d’oro, rivoluzione populista

rivoluzione francese ghigliottinaTutte le rivoluzioni vivono di simboli. La rivoluzione francese decapitò il re Luigi XVI e la moglie Maria Antonietta mentre la rivoluzione russa uccise lo zar Nicola II e tutta la famiglia imperiale: i simboli dell’autocrazia monarchica. La rivoluzione populista grillina taglia i vitalizi dei deputati in pensione e progetta di fare lo stesso per le pensioni d’oro.
Luigi Di Maio è euforico e usa termini da svolta epocale: «È una giornata storica, che gli italiani aspettavano da 60 anni». Giovedì 12 luglio l’ufficio di presidenza della Camera ha approvato la delibera che riduce i vitalizi di poco più di 1.300 ex deputati: dal primo gennaio 2019 molti assegni previdenziali caleranno anche vistosamente perché le pensioni saranno ricalcolate con il sistema contributivo, svantaggioso rispetto al più favorevole meccanismo retributivo usato fino al 2012 (da quell’anno per onorevoli e senatori scattò il nuovo sistema previdenziale adesso reso retroattivo).

È una rivoluzione, pacifica e senza spargimenti di sangue, attuata contro “i privilegi” dei politici della Prima e della Seconda Repubblica a poco più di un mese dal varo del “governo del cambiamento”. Il capo politico del M5S, vice presidente del Consiglio, ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico è soddisfatto per aver mantenuto uno degli impegni della campagna elettorale nelle politiche del 4 marzo: «Siamo arrivati noi e in 100 giorni li abbiamo tagliati» (è previsto un risparmio di 40 milioni di euro l’anno).

Roberto Fico, ala sinistra grillina, suona una musica analoga contro i privilegi: «È stata riparata un’ingiustizia sociale». Il presidente della Camera si è fortemente impegnato per ridurre i vitalizi: ora tocca al Senato che «arriverà ad una conclusione simile».

E non è finita. Secondo Di Maio «c’è ancora molto da fare nella lotta ai privilegi». Il ministro punta a tosare «prima della pausa estiva» anche le cosiddette pensioni d’oro e non saranno colpite solo quelle oltre i 5 mila euro al mese come era stato annunciato all’inizio: saranno tagliate «anche sopra i 4 mila euro, per coloro che non hanno versato i contributi a sufficienza». Sono nel mirino le élite borghesi, circa 100 mila pensionati. Dirigenti d’azienda, magistrati, alti burocrati, brillanti chirurghi, professori universitari, giornalisti blasonati cominciano ad avere gli incubi. Anche in questo caso è previsto un ricalcolo degli assegni previdenziali con il sistema contributivo (il risparmio previsto è di 450-600 milioni di euro l’anno). Di Maio ha spiegato: «L’obiettivo è quello di tagliare le pensioni d’oro per aumentare le pensioni minime».

La battaglia è popolarissima ma non sarà così facile. Maria Elisabetta Casellati, Forza Italia, non è sulla linea rivoluzionaria dei cinquestelle e del collega Fico. La presidente del Senato ha dei dubbi sulla costituzionalità di tagliare le pensioni a persone che le percepiscono da 10, 20 o 30 anni. Le norme non possono essere retroattive smantellando i diritti acquisiti di chi è andato in pensione con il sistema retributivo. Molti ex parlamentari si preparano a fare ricorso per incostituzionalità alla Consulta anche perché c’è una disparità: senatori e consiglieri regionali non subiranno danni. È critica Forza Italia e anche molti nel Pd, in Liberi ed Uguali e in Fratelli d’Italia, che però faticano a dirlo apertamente perché il discorso è impopolare nell’elettorato esasperato per la crisi, le troppe tasse e i tanti disoccupati.

La strada dei tagli ai “privilegi” è tanto popolare quanto pericolosa per diversi milioni di anziani pensionati. Secondo il segretario dell’associazione consumatori Aduc Primo Mastrantoni ben l’82% dei pensionati italiani gode del sistema retributivo, il 16% viaggia con il meccanismo misto e appena il 4% ha il contributivo. Il taglio retroattivo alle pensioni d’oro e ai deputati potrebbe spalancare le porte al “machete” anche per il 96% dei titolari di assegni Inps, certo non di entità principesche.

I deputati, i senatori e i ministri cinquestelle il 12 luglio hanno festeggiato in piazza Montecitorio il taglio dei vitalizi con un lancio di palloncini e brindisi con lo spumante. Campeggiava la scritta «By, by vitalizi». Una militante cinquestelle cinquantenne ha commentato entusiasta con una strana similitudine da Anni di Piombo: «Una prima pallottola finalmente è partita. Ora verranno le altre…».

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

Nencini: “L’anno zero
del centrosinistra”

risultati elettorali

“Ecco l’anno zero. Non vince il centro destra, stravince Salvini con un’idea dell’Italia della paura. Serve una costituente riformista e democratica che trasformi l’opposizione in alternativa credibile”. Così Riccardo Nencini, segretario del Psi, commenta i risultati delle elezioni amministrative dopo il turno di ballottaggio. Nencini ribadisce la necessità di una “assemblea per la Repubblica aperta e inclusiva. Un leader e un disegno politico nuovo. La Toscana faccia da battistrada. Proprio dove la sconfitta è stata più dura, da lì vengano i segnali più forti. Bisogna che il partito più grande della sinistra riveda le sue strutture politiche e organizzative”.

Le amministrative hanno dato un segnale allarmante. Quello di un Paese che si sposta a destra. Roccaforti che erano del centrosinistra hanno ceduto. Gli esempi sono tanti. La bassa affluenza non è una giustificazione. Come commenti questo turno di ballottaggio?
Sono state completamente disarticolate le regioni rosse. Non c’è più nemmeno l’attaccapanni della storia. Una ragione in più, dopo la sconfitta alla politiche, per rivedere completamente la stessa idea di sinistra. Noi siamo pronti a farlo. Il 7 di luglio facciamo un primo incontro aperto a tutti i riformisti e democratici, ma soprattutto rivolgiamo un appello a tutti i movimenti democratici, civili, ma il Pd sopra agli altri. Il tutto affinché la volontà di far presto emerga già prima dell’estate.

La lettera di Martina al Corriere della Sera è un appello che segna anche il clima di una sinistra impotente.  Martina parla di una lista unica alle Europee. Tu che ne pensi?
Penso che si debbano preparare da subito le Europee e le prossimi amministrative. Però non lasciando le cose invariate. Credo che il progetto decennale del Partito democratico sia destinato a tramontare. E quindi c’è bisogno di un disegno nuovo della sinistra italiana.

Un disegno quindi che non deve partire dal Pd come perno centrale…
Gli italiani hanno soprattutto voltato la faccia la Pd. Quindi ripartire dal Partito democratico sarebbe un errore. Servono leadership nuove e serve soprattutto un disegno nuovo perché l’opposizione divenga alternativa credibile. Lo ripeto: il nostro è un tempo molto simile al triennio ‘19 – ‘22. Quindi chi pensa che questa pancia che ribolle degli italiani sia destinata a spegnersi, non ha capito. Noi lo diciamo ormai dal congresso di Venezia che andava affrontato il tema migranti in maniera diversa da quel cattocomunismo peloso che ha avuto un rimbalzo soltanto con Minniti.

Calenda addirittura parla di andare oltre al Pd. Di un fronte repubblicano. I socialisti come si pongono? Quale ruolo possono avere in una fase in cui le basi fondanti del centrosinistra sembravo venir meno?
La posizione di Calenda è la posizione nostra. Noi abbiamo lanciato l’idea di una assemblea repubblicana che costruisca  un bacino di resistenza. Se in Italia avesse vinto una destra europea, alcuni valori fondamentali dello Stato non sarebbero stati messi in discussione. Ma qui ha vinto una destra irragionevole, antieuropea, autartica. Che vorrebbe trasformare l’Italia in italietta. C’ un punto però.

Quale?
Vi è una serie di argomenti che questa destra ha manipolato. Sono argomenti che in maniera diversa deve governare anche la sinistra dando risposte diverse a una comunità che si è smarrita. Il Pd deve fuoriuscire dalla logica che lo ha portato a nascere dieci anni fa. Quello era un partito che era nato per stare in uno schema bipolare ove vi era Forza Italia e Berlusconi.

Una Italia che non esiste più…
Appunto. E vorrei ricordare a Martina che Berlusconi è all’opposizione del Governo. E questa ragione, insieme a quella della sconfitta alle politiche e alla sconfitta alle amministrative, insiste come le altre sullo stesso punto.

Quale punto?
Non c’è tempo da perdere. Bisogna ripensare le leadership, creare nuove organizzazioni, coinvolgere l’associazionismo civico, perché conservo una forte paura:  il traguardo conquistato dalla destra trainata da Salvini potrebbe non essere l’ultima meta.

Nel senso che non sia punto di arrivo?
Esattamente. Ma un punto di partenza.

Mentre il Pd sta ancora cercando di capire le ragione della sconfitta non solo delle elezioni ma anche del referendum di due due anni fa…
Lo dico ancora: non c’è più tempo. Se avessimo davanti una destra conservatrice europea sarebbe diverso. Abbiamo davanti avversari che ogni giorno grattano la pancia degli italiani. E presentano al mondo l’Italia della paura. Le pistole elettriche, la discussione sui vaccini, la legittima difesa che permette di sparare in maniera non proporzionale rispetto alla minaccia ricevuta. È l’immagine di una Italia chiusa in se stessa. Che non ha futuro. Nell’immediato può apparire a chi soffre di nostalgia anche come positiva. Ma non ha gambe.

Già c’è chi vede le Europee come un ulteriore trampolino per Salvini che in caso di ulteriore affermazione potrebbe assumere un vero e proprio controllo della coalizione magari passando anche attraverso le elezioni anticipate.
È un rischio che vedo anch’io. Ogni esecutivo che in Europa è giunto alla fine della sua esperienza di governo è stato battuto alle elezioni. Non escludo che Salvini possa muovere le carte anticipatamente rispetto alla sua scadenza. Ma il problema è se si va a votare in un clima come questo. Questo è preoccupante. Sono tutte ragioni in più per muoversi con rapidità. Quello che sta emergendo è la fotografia di una Italia lugubre. Non si parla più di misure che riguardano il mondo del lavoro. Il Ministro Tria sta dicendo che i soldi per il reddito di cittadinanza non ci sono. Le promesse elettorali della Lega e dei Cinque Stelle non ci sono più. Si sono confermate solo come promesse elettorali.
Inoltre con questo governo la nostra posizione in Europa sta diventando sempre più complicata. Sempre più isolata. Siamo in un momento di grandi crisi. E problemi di questa portata non si risolvono con la voce grossa. Un esempio chiaro viene dalla posizione italiana sull’immigrazione. È necessario rivere il trattato di Dublino. Il dibattito è su questo. Ma il governo che fa? Ha assunto una posizione strabica. Bivalente. In Europa i risultati si ottengono sedendo con autorevolezza ai tavoli che contano. Invece noi siamo ostili verso quella parte di Europa con cui storicamente abbiamo avuto rapporti consolidati. Francia e Germania per intenderci. Con loro e solo con loro possiamo arrivare a una intesa per rivedere Dublino. Invece il governo stringe improbabili alleanze con i paesi Visegrad che non hanno nessuna intenzione di cambiare una sola virgola a quel trattato.

Daniele Unfer

ANNO ZERO

risultati elettorali

“Ecco l’anno zero. Non vince il centro destra, stravince Salvini con un’idea dell’Italia della paura. Serve una costituente riformista e democratica che trasformi l’opposizione in alternativa credibile”. Così Riccardo Nencini, segretario del Psi, commenta i risultati delle elezioni amministrative dopo il turno di ballottaggio. Nencini ribadisce la necessità di una “assemblea per la Repubblica aperta e inclusiva. Un leader e un disegno politico nuovo. La Toscana faccia da battistrada. Proprio dove la sconfitta è stata più dura, da lì vengano i segnali più forti. Bisogna che il partito più grande della sinistra riveda le sue strutture politiche e organizzative”.

Le amministrative hanno dato un segnale allarmante. Quello di un Paese che si sposta a destra. Roccaforti che erano del centrosinistra hanno ceduto. Gli esempi sono tanti. La bassa affluenza non è una giustificazione. Come commenti questo turno di ballottaggio?
Sono state completamente disarticolate le regioni rosse. Non c’è più nemmeno l’attaccapanni della storia. Una ragione in più, dopo la sconfitta alla politiche, per rivedere completamente la stessa idea di sinistra. Noi siamo pronti a farlo. Il 7 di luglio facciamo un primo incontro aperto a tutti i riformisti e democratici, ma soprattutto rivolgiamo un appello a tutti i movimenti democratici, civili, ma il Pd sopra agli altri. Il tutto affinché la volontà di far presto emerga già prima dell’estate.

La lettera di Martina al Corriere della Sera è un appello che segna anche il clima di una sinistra impotente.  Martina parla di una lista unica alle Europee. Tu che ne pensi?
Penso che si debbano preparare da subito le Europee e le prossimi amministrative. Però non lasciando le cose invariate. Credo che il progetto decennale del Partito democratico sia destinato a tramontare. E quindi c’è bisogno di un disegno nuovo della sinistra italiana.

Un disegno quindi che non deve partire dal Pd come perno centrale…
Gli italiani hanno soprattutto voltato la faccia la Pd. Quindi ripartire dal Partito democratico sarebbe un errore. Servono leadership nuove e serve soprattutto un disegno nuovo perché l’opposizione divenga alternativa credibile. Lo ripeto: il nostro è un tempo molto simile al triennio ‘19 – ‘22. Quindi chi pensa che questa pancia che ribolle degli italiani sia destinata a spegnersi, non ha capito. Noi lo diciamo ormai dal congresso di Venezia che andava affrontato il tema migranti in maniera diversa da quel cattocomunismo peloso che ha avuto un rimbalzo soltanto con Minniti.

Calenda addirittura parla di andare oltre al Pd. Di un fronte repubblicano. I socialisti come si pongono? Quale ruolo possono avere in una fase in cui le basi fondanti del centrosinistra sembravo venir meno?
La posizione di Calenda è la posizione nostra. Noi abbiamo lanciato l’idea di una assemblea repubblicana che costruisca  un bacino di resistenza. Se in Italia avesse vinto una destra europea, alcuni valori fondamentali dello Stato non sarebbero stati messi in discussione. Ma qui ha vinto una destra irragionevole, antieuropea, autartica. Che vorrebbe trasformare l’Italia in italietta. C’ un punto però.

Quale?
Vi è una serie di argomenti che questa destra ha manipolato. Sono argomenti che in maniera diversa deve governare anche la sinistra dando risposte diverse a una comunità che si è smarrita. Il Pd deve fuoriuscire dalla logica che lo ha portato a nascere dieci anni fa. Quello era un partito che era nato per stare in uno schema bipolare ove vi era Forza Italia e Berlusconi.

Una Italia che non esiste più…
Appunto. E vorrei ricordare a Martina che Berlusconi è all’opposizione del Governo. E questa ragione, insieme a quella della sconfitta alle politiche e alla sconfitta alle amministrative, insiste come le altre sullo stesso punto.

Quale punto?
Non c’è tempo da perdere. Bisogna ripensare le leadership, creare nuove organizzazioni, coinvolgere l’associazionismo civico, perché conservo una forte paura:  il traguardo conquistato dalla destra trainata da Salvini potrebbe non essere l’ultima meta.

Nel senso che non sia punto di arrivo?
Esattamente. Ma un punto di partenza.

Mentre il Pd sta ancora cercando di capire le ragione della sconfitta non solo delle elezioni ma anche del referendum di due due anni fa…
Lo dico ancora: non c’è più tempo. Se avessimo davanti una destra conservatrice europea sarebbe diverso. Abbiamo davanti avversari che ogni giorno grattano la pancia degli italiani. E presentano al mondo l’Italia della paura. Le pistole elettriche, la discussione sui vaccini, la legittima difesa che permette di sparare in maniera non proporzionale rispetto alla minaccia ricevuta. È l’immagine di una Italia chiusa in se stessa. Che non ha futuro. Nell’immediato può apparire a chi soffre di nostalgia anche come positiva. Ma non ha gambe.

Già c’è chi vede le Europee come un ulteriore trampolino per Salvini che in caso di ulteriore affermazione potrebbe assumere un vero e proprio controllo della coalizione magari passando anche attraverso le elezioni anticipate.
È un rischio che vedo anch’io. Ogni esecutivo che in Europa è giunto alla fine della sua esperienza di governo è stato battuto alle elezioni. Non escludo che Salvini possa muovere le carte anticipatamente rispetto alla sua scadenza. Ma il problema è se si va a votare in un clima come questo. Questo è preoccupante. Sono tutte ragioni in più per muoversi con rapidità. Quello che sta emergendo è la fotografia di una Italia lugubre. Non si parla più di misure che riguardano il mondo del lavoro. Il Ministro Tria sta dicendo che i soldi per il reddito di cittadinanza non ci sono. Le promesse elettorali della Lega e dei Cinque Stelle non ci sono più. Si sono confermate solo come promesse elettorali.
Inoltre con questo governo la nostra posizione in Europa sta diventando sempre più complicata. Sempre più isolata. Siamo in un momento di grandi crisi. E problemi di questa portata non si risolvono con la voce grossa. Un esempio chiaro viene dalla posizione italiana sull’immigrazione. È necessario rivere il trattato di Dublino. Il dibattito è su questo. Ma il governo che fa? Ha assunto una posizione strabica. Bivalente. In Europa i risultati si ottengono sedendo con autorevolezza ai tavoli che contano. Invece noi siamo ostili verso quella parte di Europa con cui storicamente abbiamo avuto rapporti consolidati. Francia e Germania per intenderci. Con loro e solo con loro possiamo arrivare a una intesa per rivedere Dublino. Invece il governo stringe improbabili alleanze con i paesi Visegrad che non hanno nessuna intenzione di cambiare una sola virgola a quel trattato.

Daniele Unfer