Mentre il Pd si divide, il Centrodestra si ricompatta

centro-destraIl partito democratico come nella migliore tradizione della sinistra democratica ha finito con lo spaccarsi portando a malumori e malintesi nell’elettorato dem, al contrario sul versante opposto, quello di destra si intravedono alleanze, in previsione di prossime consultazioni elettorali.
Nel frattempo stamattina al Nazareno c’è stata la prima riunione della commissione congresso votata ieri dalla Direzione Pd. Nel corso della riunione il vicesegretario del Partito democratico, Lorenzo Guerini, è stato eletto all’unanimità presidente della commissione per il Congresso. La commissione ha inoltre deliberato la partecipazione ai suoi lavori, senza diritto di voto, di Gianni Dal Moro, presidente della commissione nazionale di garanzia, e di Mattia Zunino, segretario dei Giovani democratici, e tornerà a riunirsi per procedere con la formulazione delle regole congressuali.
Se la sinistra si ritrova ancora una volta divisa e amareggiata, a destra Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia stanno costruendo le basi per trovare l’intesa.
Uno dei principali scogli da superare è la sentenza di Strasburgo sull’eleggibilità di Berlusconi, e con le modifiche alla legge elettorale il centrodestra ha la possibilità di presentarsi in coalizione e non più solo con un partito o lista. Il progetto sarebbe quello così di non indicare prima del voto un candidato presidente del Consiglio facendo di fatto le primarie il giorno stesso delle elezioni.
Secondo quanto riporta Affariitaliani.it nella coalizione dovrebbero esserci sei forze politiche: Forza Italia (con Berlusconi candidato se arriverà una buona notizia dalla Corte di Giustizia Ue), la Lega (che potrebbe diventare Lega dei Popoli per presentarsi in modo uniforme da Nord a Sud), Fratelli d’Italia-Alleanza Nazionale, i Conservatori Riformisti di Raffaele Fitto, i Sovranisti di Alemanno e Storace e una lista moderata e più centrista che dovrebbe costruirsi intorno a Gianfranco Rotondi, al movimento dell’ex Ncd Gaetano Quagliariello e con l’apporto dell’ex ministro della Difesa Mario Mauro.
Nel frattempo circolano voci di un un già designato delfino per l’ex Cavaliere, ma nel Carroccio. L’asso nella manica di Berlusconi e del centrodestra sarebbe il leghista Luca Zaia, giovane (per la politica italiana), amato nella sua Regione, stimato dagli avversari e il governatore più votato d’Italia. Inoltre Zaia può vantare già di aver sconfitto il centrosinistra con quando doppiò a sorpresa con oltre il 60 per cento dei voti il partito democratico nel 2010.
Sulla questione delle alleanze e del centrismo, a destra come a sinistra, è intervenuto anche Fabrizio Cicchitto che ha richiamato la necessità di un nuovo centro non subalterno né al centrosinistra e né al centrodestra. “Oggi la stabilità politica e la tenuta del paese sono affidate a due istituzioni, la presidenza della Repubblica guidata con saggezza e intelligenza da Sergio Mattarella e il governo che Paolo Gentiloni sta dirigendo con grande capacità politica e senso della mediazione”, ha affermato Cicchitto, capogruppo NCD, che sulla spaccatura a destra esprime preoccupazione “di fronte a questa drammatica crisi del Pd e al fatto che nel centrodestra non è ancora chiaro se Berlusconi e Forza Italia si richiudono nell’alleanza subalterna all’area sovranista e lepenista guidata da Salvini e dalla Meloni oppure se intendono giocare il ruolo autonomo di una area moderata che fa riferimento al PPE, è indispensabile, anche se tardivo, che le forze centriste facciano finalmente sentire la loro voce”.
“Esse – spiega Il presidente Commissione Esteri Camera dei deputati – in primo luogo l’NCD, hanno il merito di aver impedito l’interruzione immediata della legislatura nel 2013 e il demerito di non essersi finora aggregate e di avere sviluppato una forte iniziativa politica e programmatica”.

DIETRO IL VOTO

d'alema massimoDopo una pausa di riflessione Matteo Renzi torna a prendersi la scena parlando direttamente di elezioni.  “Se dopo le elezioni – afferma – torneremo al governo dovremo riprendere il ragionamento” sul taglio dell’Irpef e “non solo quella”. Matteo Renzi sembra ignorare le richieste che arrivano dalla sinistra del proprio partito e guarda già oltre. La sinistra invoca il congresso e dibatte sulla legge elettorale e voto anticipato e il segretario liquida la discussione come tema da “palazzo” che preoccupa chi punta solo a “un posto in Parlamento”. E lancia già la sua proposta per le prossime elezioni, scrivendo sul suo blog e nella sua newsletter di “problemi reali di tutti i giorni”: giù le tasse, innanzitutto. Quanto alle urne, i renziani puntano a un’accelerazione per il voto a fine aprile, anche se scommettono più realisticamente su giugno.

Frena la fretta per le urne il segretario del Psi Riccardo Nencini: “La corsa alle elezioni senza la certezza di una legge elettorale e soprattutto senza un progetto per l’Italia condiviso da una coalizione riformista non è la strada maestra. Lo ripeto: è necessario che le forze che sostengono il governo si incontrino con l’unico obiettivo di parlare agli italiani con una lingua comune”.

Massimo D’Alema si prepara già a una corsa in solitaria: “Il giorno in cui senza cambiare la legge elettorale Renzi chiedesse a Gentiloni di dimettersi per andare al voto – afferma D’Alema – la reazione sarebbe preparare un’altra lista. E se nella sinistra si formerà un nuovo partito supererà il 10% dei voti: ho fatto fare delle ricerche”. Poi D’Alema aggiunge: “Renzi vuole votare subito per un calcolo molto meschino: con i 100 capilista bloccati lui garantirebbe se stesso e la parte più fedele del ceto politico che lo circonda. E questa è l’unica cosa che può spingere verso la scelta irresponsabile di andare a votare con una legge che aprirebbe una drammatica crisi istituzionale”. “Ho proposto che si discuta seriamente una nuova legge elettorale, che non sia la proporzionale semplice ma aiuti la governabilità. Una legge elettorale che favorisca la governabilità senza gli eccessi dell’Italicum: andrebbe negoziata e questo richiederebbe tempo. A nessuna di queste proposte si è risposto: solo insulti e dichiarazioni demonizzatrici. Che razza di partito è questo?”.

Renzi presto farà il punto al Nazareno con i dirigenti Dem sull’iter da seguire per un confronto con gli altri partiti sulla legge elettorale. Si parte dal Mattarellum, con la disponibilità a discutere di altre soluzioni, ma prevale lo scetticismo sulla possibilità di intervenire in Parlamento: si rischia la palude, dicono fonti Dem. Dunque, se con FI (dei Cinque stelle ci si fida poco) si giungesse a un’intesa, si potrebbe valutare di portare il testo in Parlamento e blindarlo con una “fiducia tecnica”. Ma il momento delle scelte è già fissato alla direzione del 13 febbraio (o qualche giorno dopo, se le motivazioni della Consulta tardassero ad arrivare).

Renzi, intanto, tiene la linea dettata a Rimini e imposta la campagna sui contenuti a partire da un tema sensibile come le tasse: “Bisogna rottamare il modello Dracula che per anni è stato la base di alcuni ministri del centrosinistra e del governo Monti: scommettere su un fisco amico, come abbiamo fatto ottenendo il record di 17 miliardi dalla lotta all’evasione. E abbassare le tasse”, scrive rivendicando una distanza dalla sinistra del passato.  Parole non gradite dal diretto interessato: “Io Dracula? Renzi mi fa pena” afferma Monti. “Non so chi ci crede più alle accuse lanciate ad altri dopo che sono stati sprecati tre anni: l’azione anche buona del governo è stata appesa a una priorità strategica sbagliata come giocarsi tutto sul referendum. Servirebbe molta modestia in più”.

La politica senza cultura

Illuminante quel che succede nel Partito Cinque Stelle. Le incursioni e i contorcimenti di Grillo – mentre cercava un porto sicuro per la sua creatura ibrida in quel di Bruxelles – hanno messo in subbuglio gli europarlamentari pentastellati. A tal punto che uno di loro è fuggito a destra (dagli euroscettici) e l’altro si è accasato a sinistra (con i verdi). L’ambiguità e l’indecisione del leader maximo hanno finito per sparigliare le carte, e il gioco ora si fa interessante.
Sbaglia chi snobba le acrobazie dei dirigenti del partito Cinque Stelle, o ne ricava occasione per risate, come se assistessimo a una farsa in un teatrino di provincia. Questa formazione politica raccoglie il 30% dei consensi, e quindi potrebbe candidarsi al Governo nazionale. Ma c’è un’altra ragione, più profonda, che ci deve far riflettere: i malesseri di questo Partito “pigliatutto” sono spie della grave malattia che infetta la politica italiana. Non è la corruzione; è l’assenza totale di idee e progetti. Parlo di idee e progetti seri, coerenti, fattibili. Un programma politico rabberciato e confuso, chiunque è in grado di metterlo assieme. Un colpo al cerchio, un colpo alla botte, e via. Una bella manciata di moralismo/giustizialismo, un pizzico di idee teoricamente giuste ma irrealizzabili nell’immediato (il reddito di cittadinanza, per esempio), il tutto condito da proposte le più disparate, vaghe ma non troppo, popolari soprattutto, e voilà il minestrone è servito. Che il piatto risulti immangiabile o indigesto, poco importa: il profumo alletta milioni di italiani stufi delle pietanze tradizionali, e affamati di Onestà.
Da quasi vent’anni stiamo subendo gli effetti collaterali di una politica senza cultura, all’insegna della tabula rasa, della damnatio memoriae, del nuovismo. Una politica che, alla fin della fiera, è un navigare a vista senza bussola. L’Italia attraversa una crisi politica devastante perché, delegittimate le ideologie assolute (il che è stato un bene), si è pensato che dovessero scomparire assieme a quelle anche le culture politiche (questa invece è stata una iattura). E’ ben vero che, dopo Tangentopoli, ha prevalso – soprattutto a sinistra – una politica di mera “testimonianza”, cioè simbolica (quanto comunista era Rifondazione comunista?), quella che gli anglo-americani chiamano “identity politics”. Una politica spesso parolaia, inconcludente, che ha mostrato la corda, logorando l’immagine dei partiti tradizionali/identitari. Su questo problema – l’uso furbesco di un “logo” di prestigio per far incetta di voti – bisognava riflettere, e porvi rimedio. Ma la via maestra sarebbe stata quella di rinnovare i partiti rimanendo ben piantati nell’alveo della tradizione politica italiana ed europea. Così non è stato. Il mondo cambia, tutto scorre – panta rei. E, per Bacco, anche i partiti devono cambiare. Ma c’è modo e modo. Guardate cosa fecero i laburisti inglesi dopo 17 anni di vita grama all’opposizione. Proposero un leader giovane, Blair, ed escogitarono un approccio innovativo, il “New Labour”. Che il nuovo corso blairiano sia riuscito o abbia fallito, non ci interessa ora. Il punto è che gli inglesi presero le mosse da una cultura centenaria, quella laburista, e tentarono di rivisitarla, di reinventarla. Mica hanno partorito un partito nuovo di zecca, con un nome fantasioso. In Italia s’è fatto l’esatto opposto (Forza Italia, PDL, Italia dei Valori, Cinque Stelle ecc.). Come se cambiando l’etichetta, il prodotto fosse di per sé originale, di qualità, e, soprattutto, vendibile all’elettore-consumatore.
Morale della favola: in Italia, stiamo pagando tutti il prezzo di una follia che è stata anzitutto culturale, una follia messa scientemente in atto ben prima della comparsa dei Cinque Stelle, e cioè la distruzione sistematica dei partiti storici ad opera di chi aveva militato per decenni in quegli stessi partiti. E così culture politiche antiche, blasonate sono state inghiottite da un buco nero. Ecco come, di punto in bianco, è nato lo stesso PD. Teniamo questo a mente: in Italia il nesso politica e cultura è sempre stato saldissimo, fin dalla fondazione del primo partito politico di “massa”, il partito dei lavoratori, nel 1892. L’unica eccezione è stata il Partito nazionale fascista, come capì subito Gramsci (“Il fascismo si è presentato come l’anti-partito, ha aperto le porte a tutti i candidati, ha dato modo a una moltitudine incomposta di coprire con una vernice di idealità politiche vaghe e nebulose lo straripare selvaggio delle passioni, degli odi, dei desideri…”). Tutti gli altri partiti italiani – pre- e post-bellici – avevano un chiaro imprinting filosofico, un solido retroterra culturale: il partito liberale (liberalismo, cultura illuministica), il repubblicano (ideali risorgimentali e democratici), il socialista (marxismo), il social-democratico (marxismo revisionistico), la democrazia cristiana (cristianesimo sociale) ecc. Ogni leader di partito un tempo doveva confrontarsi con i classici del pensiero politico e filosofico. Guai, oggi, a parlare di illuminismo, di liberalismo, di socialismo: bizzarrie dei nostalgici di un passato che fu; roba che puzza di muffa, buona solo per qualche seminario accademico. Avanti tutta verso un radioso avvenire senza ideali! Ecco che si delinea un mondo perfetto per teste vuote e anime in pena.
Badate bene: nella “Seconda Repubblica” sono state annullate le identità e le culture politiche, non già i vecchi modi di far politica. Né è stata rinnovata la classe dirigente, transitata armi e bagagli dalla Prima Repubblica. Sicché il paradosso è che questo giacobinismo culturale, nocivo in sommo grado per la società civile, non ha rinnovato un bel nulla. Ha distrutto il vecchio – la parte migliore di esso, peraltro – senza costruire il nuovo. E’ stato – perdonatemi l’immagine forte – una chemioterapia impazzita che ha ucciso le cellule sane e lasciato in vita quelle malate: laddove non ci sono sapere, riflessione critica, idealità radicate in una tradizione di pensiero, il cancro della corruzione prolifera. Il moralismo senza cultura non è una risposta; l’onestà non è un programma politico. Il politico onesto, non avendo più una stella polare che lo orienti, cambia idea e posizione come una bandiera al vento. E’ così che la politica, depotenziata, è divenuta sempre più fiacca e imbelle. Ne hanno tratto vantaggio i poteri forti dell’economia, che ora spadroneggiano. Anche la regressione psico-politica che osserviamo – la lotta politica concepita come attacco personale, insulto, sfogo nevrotico, sfoggio della più crassa ignoranza – è dovuta a questo stato di cose.
L’ingenuo presupposto dei “rinnovatori” era il seguente: tempi nuovi generano problemi così inediti e inimmaginabili che le vecchie culture sono del tutto inadeguate non dico a risolverli ma addirittura a comprenderli. A conti fatti, poi, si è scoperto che l’essere umano può mutare pelle come i serpenti, ma non muta natura: i nostri primordiali istinti si ribellano a ogni tentativo di “mutazione antropologica”. I problemi delle comunità umane sono quelli di sempre: il rapporto problematico fra diritti e doveri (ancora attuali, su questo, le polemiche ottocentesche fra Mazzini e i marxisti; molto simili a quelle, in Inghilterra, fra Coleridge e i fautori a oltranza della Rivoluzione francese), il tema delle libertà (il fondamentalismo, religioso o laico, è una costante della nostra storia; così come lo è quello della concentrazione monopolistica del potere, politico o economico – Bobbio, in quell’opera straordinaria che è Politica e cultura, pubblicata per la prima volta nel 1955, squaderna riflessioni attualissime, che forse tali rimarranno per sempre: il politico di sinistra deve sforzarsi di conciliare la libertà liberale (intesa come non impedimento), la libertà democratica (autonomia della volontà) e la libertà socialista (potere di fare, realizzare in concreto); la questione della giustizia sociale e della coesistenza fra popoli e culture diverse (qui tutto il filone del marxismo revisionistico e del socialismo liberale ha ancora una sua validità); il problema della guerra, dello sfruttamento degli esseri umani e della distruzione del pianeta (viene subito in mente il cosmopolitismo illuministico, e l’ecologismo novecentesco). Problematiche ricorrenti si ripresentano ciclicamente, pur in forme e con intensità diverse, e noi ci siamo incaponiti a volerle affrontare ignorando gli insegnamenti della storia e tutto ciò che teorici e uomini d’azione hanno pensato o fatto prima di noi. Certo, ci sono novità assolute, all’alba di questo 21esimo secolo, quelle legate alle nuove tecnologie: l’automazione e le nuove tipologie di lavoro; la rivoluzione digitale e internet. Ma anche in questi casi le lezioni del passato possono far accendere qualche lampadina (un mondo robotizzato non vuole forse dire che vanno ripensati i diritti dei lavoratori e lo stesso Welfare? La presenza di potentati economici di nuovo tipo non chiama in causa la vecchia legislazione anti-Trust? La comunicazione, spesso debordante, su internet e le nuove forme di mobbing telematico non hanno già riproposto il tema antichissimo dei limiti da porre alla libertà di espressione?).

Edoardo Crisafulli

Democrazia e voto.
Renzi, la cabala 40.8%

D'Alema-Renzi-UeMassimo D’Alema sembra aver confidato nell’aiuto divino per la vittoria del No al referendum sulla riforma costituzionale del governo. L’esponente della sinistra del Pd, alla vigilia del voto del 4 dicembre, pare abbia assicurato a un amico: «La Madonna è con noi». L’invocazione dell’ex presidente del Consiglio, se c’è stata, ha funzionato.
Matteo Renzi è stato sconfitto al referendum e sonoramente: il 59,11% degli elettori ha votato No al superamento del bicameralismo paritario e solo il 40,89% ha tracciato una croce sul Sì. Ben 19.419.528 cittadini hanno respinto il progetto renziano di modernizzare e semplificare le istituzioni mentre appena 13.432.187 lo hanno promosso.
Gli italiani hanno affollato le urne: i votanti sono arrivati al 65,5%. È stata bocciata la revisione della Costituzione del presidente del Consiglio e segretario del Pd, la riforma centrale del suo governo. Renzi ne ha preso atto e ha immediatamente annunciato le sue dimissioni da presidente del Consiglio. Non ha perso il piacere per le battute: «Volevo tagliare le poltrone della politica e alla fine è saltata la mia».
Ora tutte le decisioni passeranno nelle mani di Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica dovrà valutare la delicata crisi. Sono improbabili le elezioni politiche anticipate chieste dal M5S, dalla Lega Nord e da Fratelli d’Italia. C’è l’urgenza di approvare il disegno di legge di Bilancio (votato dalla Camera e non ancora dal Senato), un provvedimento fondamentale per la finanza pubblica italiana. C’è anche la necessità di varare un nuovo sistema elettorale per le politiche o, comunque, di cambiare in profondità l’Italicum (la legge elettorale voluta da Renzi, legata strettamente alla riforma costituzionale naufragata, prevede solo l’elezione dei deputati e non dei senatori). Mattarella dovrà verificare se esiste una maggioranza in Parlamento per affrontare queste due priorità e a chi affidare l’incarico di guidare il nuovo governo.
È difficile la nascita di un Renzi bis, l’incarico di formare un nuovo esecutivo potrebbe andare ad una figura di carattere istituzionale (tra i papabili c’è il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il presidente del Senato Pietro Grasso).
La batosta è pesante. Il voto referendario, di fatto, si è trasformato in un referendum su Renzi, sulle sue riforme strutturali, sui suoi quasi tre anni di governo. Renzi ha personalizzato e politicizzato il voto. Da solo ha sfidato tutti: Beppe Grillo (M5S), Silvio Berlusconi (Forza Italia), Matteo Salvini (Lega Nord), Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Nichi Vendola e Stefano Fassina (Sinistra Italiana), Mario Monti (ex presidente del Consiglio del governo tecnico del 2011-2012), Pier Luigi Bersani (sinistra Pd). Negli ultimi giorni ha avuto un aiuto tiepido solo da Romano Prodi, ex presidente del Consiglio e inventore dell’Ulivo e del Pd.
Renzi ha perso clamorosamente la sfida. Ha vinto la protesta sociale. Praticamente tutta Italia (tranne le roccaforti emiliane, toscane e trentine) hanno bocciato la riforma costituzionale. La Grande crisi internazionale del 2008 e la globalizzazione hanno avuto gravissime conseguenze economiche e sociali. La chiusura di molte fabbriche, la disoccupazione, il precariato, la valanga dell’immigrazione, la Ue a trazione tedesca, il forte impoverimento hanno spinto il ceto medio e quello operaio a votare in massa contro la classe dirigente e il governo (come è già avvenuto in Gran Bretagna con il referendum sull’uscita dalla Ue e negli Usa con l’elezione di Donald Trump a presidente, come successore di Barack Obama).
La grande maggioranza degli italiani ha respinto la riforma costituzionale, ha votato Sì solo il 40,89%, un numero strano. C’è una singolare coincidenza. Ancora una volta, nel destino di Renzi, compare il 40,8%: questo per lui è un numero da cabala. Lo stesso numero, in situazioni diverse, ha avuto per lui prima una valenza fortunata e poi infausta. Il presidente del Consiglio nel 2014, appena due anni fa, trionfò nelle elezioni europee proprio con il 40,8% dei voti, sgominando tutte le opposizioni e mettendo nell’angolo tutti gli alleati. Adesso nel referendum, con lo stesso numero, ha conosciuto una disfatta.

Il giovane “rottamatore” di Firenze è finito “rottamato”. Ha commentato: «Mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta e dico agli amici del Sì che ho perso io, non voi». Ora si apre una nuova fase politica, con probabili nuovi equilibri.

Rodolfo Ruocco

La ‘Campagna di Russia’. 140 militari con la Nato

roberta_pinotti_gettyRoma si schiera. Un contingente di militari italiani sarà schierato a partire dal 2018 in Lettonia a difesa della frontiera esterna della Nato con la Russia, a ricordare all’Italia da quale parte pendere è ancora una volta l’Alleanza Atlantica. “Sarete parte di uno dei quattro battaglioni dell’Alleanza schierati nei Paesi baltici”, annuncia Jens Stoltenberg, da due anni segretario della Nato. Pochi uomini, presenza “simbolica” (140 militari) in una forza “simbolica” da quattromila unità. Per dimostrare che “ci siamo e siamo uniti”. “Sempre nel 2018 – aggiunge il segretario norvegese Nato – l’Italia sarà nazione guida nel Vjtf”, la Task Force di azione ultrarapida, la ‘punta di lancia’ in grado di intervenire in cinque giorni in caso di emergenza. Schierata, e non è un caso, sulla frontiera Est. Davanti a Putin che, dichiara l’ex premier di Oslo, “ha dimostrato la volontà di usare la forza militare contro i vicini”.
La conferma delle dichiarazioni di Stoltenberg arrivano dal Ministro della Difesa, Roberta Pinotti che precisa che i soldati andranno in Lettonia “come deciso nel vertice di Varsavia”. Il vertice aveva deciso di formare un contingente Nato nell’ambito del progetto di rafforzamento delle frontiere orientali del patto atlantico.
Mentre il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni in una conferenza stampa congiunta con il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg tiene a puntualizzare:
“La misura – spiega il ministro degli Esteri italiano – non fa parte di una politica di aggressione alla Russia, quanto invece di una politica di rassicurazione e di difesa dei nostri confini come Alleanza Atlantica. Questo passo non influisce minimamente con la linea di dialogo che l’Italia ha con Mosca, dialogo che abbiamo sempre condiviso con la Nato e che è andato avanti anche dopo il vertice di Varsavia della scorsa estate in cui queste decisioni, inclusa quella per il comando italiano nel 2018 alla forza di reazione ultrarapida della Nato, sono state prese. L’Italia ha sempre dato il suo contributo a impostazioni per un rafforzamento dei nostri assetti difensivi nel nordest”.
Immediata la reazione di Mosca che avverte uno ‘strappo’ nei rapporti con l’Italia. Quando alla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, è stato chiesto se un eventuale dispiegamento di forze italiane vicino ai confini con la Russia potrebbe avere un impatto negativo sulle relazioni tra Mosca e Roma, la portavoce del ministero degli Esteri russo ha replicato: “Sia Roma a rispondere a Stoltenberg”. “La politica della Nato è distruttiva”. Così Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, commenta il proposito dell’Alleanza atlantica di inviare, nel 2018, un contingente di soldati italiani al confine europeo con la Russia. “La Nato – ha detto la portavoce – è impegnata nella costruzione di nuove linee di divisione in Europa invece che di profonde e solide relazioni di buon vicinato”.
In effetti Stoltenberg, dopo essersi allineato a Gentiloni e Pinotti sulla linea del dialogo (“Continueremo a perseguire politiche di difesa e dialogo politico. Dobbiamo evitare azioni e calcoli errati che possono far sfuggire di mano la situazione”), rileva per contro come la Russia sia “sempre più assertiva e imprevedibile e ha schierato sistemi missilistici vicino ai Paesi alleati, parte di uno schema di attività militare su larga scala. Gli alleati sono profondamente preoccupati da questo comportamento”. Tuttavia proprio la decisione di schierare i soldati ai confini russi rischia di essere vista come una ‘provocazione’ da parte del Cremlino e di avere un ‘effetto domino’ nei già travagliati rapporti tra Russia e Usa nello scacchiere internazionale.
Da Mosca hanno già fatto sapere che i russi potrebbero vendere un sistema missilistico antiaereo alla Turchia, membro Nato che il fallito golpe di luglio ha allontanato dagli Usa e riavvicinato a Mosca.
Ma la decisione ha portato anche alla reazione immediata delle opposizioni al governo Renzi, con Beppe Grillo e Forza Italia sullo stesso fronte contrario: “Apprendere dove saranno impiegati i nostri soldati da una conferenza stampa del segretario generale della Nato, è indice del crollo di qualsiasi dignità internazionale e nazionale del nostro Governo. Ed è molto significativo che l’annuncio di Stoltenberg sia arrivato dopo una giornata di incontri ufficiali con i ministri interessati e con il presidente della Repubblica. Senza aver né informato né consultato il Parlamento, evidentemente il Governo ha dato il via libera a un atto cui solo annuncio dà una svolta, quanto meno assai discutibile, alla politica estera italiana”, ha scritto in una nota Lucio Malan, senatore di Forza Italia
Mentre le reazioni dei Cinquestelle sono già su Twitter:

HABEMUS DATA

referendum1tgIl Consiglio dei ministri ha deciso la data in cui si voterà per il referendum costituzionale: domenica 4 dicembre. Il giorno proposto dal premier Renzi e su cui il governo ha dato il suo via libera. Le date possibili erano tra il 27 novembre e il 4 dicembre. Ma qualsiasi data sarebbe stata scelta, l’unica cosa certa è che le polemiche non sarebebro mancate.

Il referendum, aveva detto Renzi in precendeza al Washington Post “può dare finalmente stabilità all’Italia”, ricordando che il voto “non è sulla mia carriera e sulle mie dimissioni” ma riguarda “il potere delle regioni, il numero dei parlamentari e la riduzione della burocrazia in Italia”. Un referendum che divide. E non solo maggioranza e opposione ma anche all’interno degli schieramenti gli orientamenti sono diversi. E soprattutto all’interno del Pd. I vertici e la maggioranza del partito infatti sono schierati per il sì mentre  la minoranza di Speranza e Cuperlo minaccia di votare no senza un impegno stringente del governo a modificare la legge elettorale.

Anche la Cei si è sentita in dovere di dire la sua facendo un appello in cui il Cardinal Bagnasco parla di “importante appuntamento”. “Come sempre – ha detto ancora –  quando i cittadini sono chiamati ad esprimersi esercitando la propria sovranità, il nostro invito è di informarsi personalmente, al fine di avere chiari tutti gli elementi di giudizio circa la posta in gioco e le sue durature conseguenze”.

Ad essere decisivo è il voto, non la data, ha detto l’ex Presedente del Consiglio Romano Prodi. Mentre il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi respinge ogni paragone con la brexit. “Il nostro è un referendum decisivo: tutti noi cittadini italiani saremo determinanti per far diventare realtà la riforma costituzionale. Dopo oltre 30 anni di tentativi falliti di modificare la Costituzione, tra qualche settimana con il referendum avremo l’opportunità di farlo davvero”, sottolinea Boschi. Per Matteo Colaninno “con l’indicazione che arriverà oggi dal Consiglio dei ministri inizierà la grande volata verso il referendum costituzionale, un appuntamento importante che sancirà l’ultimo passaggio di un percorso di grande cambiamento. Il nostro Paese sarà più stabile e più facilmente governabile grazie a una riforma che taglia gli sprechi e rende più efficienti le nostre istituzioni”.

Sempre sulle barricate le opposizioni. Continuano infatti a protestare Forza Italia e Sinistra italiana, per il fatto di non essere stati ‘consultati’ sulla scelta della data.

Questo il questio che aparirà nella scheda elettorale per il referendum: “Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente ”Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”.

Perchè il referendum sia valido non è necessario il raggiungimento del quorum. Vince dunque la scelta indicata dalla maggioranza di chi va a votare.

Redazione Avanti!

Centro-destra. Berlusconi rientra nel ring

silvio-berlusconiSilvio Berlusconi esce dal cono d’ombra nel quale era piombato per lunghi mesi. Il presidente di Forza Italia, un po’ per la delicata operazione subita al cuore e un po’ per la sconfitta patita nelle elezioni comunali di giugno, è rimasto a lungo lontano dalle luci della ribalta della politica. Ora ritorna in campo con un piglio da protagonista. In una settimana ha ricevuto nella sua villa di Arcore prima Matteo Salvini, poi Stefano Parisi e quindi l’ufficio di presidenza di Forza Italia.
Berlusconi, 80 anni il 29 settembre, tesse la sua tela. Il centro-destra resta diviso e su posizioni diverse, ma i contrasti sembrano attenuarsi. Il segretario della Lega Nord continua a proporre le elezioni primarie per la leadership del centro-destra e punta sempre su se stesso. Tuttavia già prima di andare a cena nella villa del Cavaliere, Salvini ha riconosciuto durante l’adunata annuale leghista di Pontida: «Il nostro interlocutore privilegiato nel centrodestra resta Silvio Berlusconi».
Non è stato semplice nemmeno l’incontro ad Arcore con Parisi, eppure è l’uomo “incaricato” dal Cavaliere di riorganizzare Forza Italia e di rilanciare il centro-destra. L’ex manager impegnato a realizzare Energie per l’Italia è contestato sia da Salvini e sia da gran parte del gruppo dirigente azzurro (in testa i capigruppo parlamentari Renato Brunetta e Paolo Romani). L’ex presidente del Consiglio apprezza l’impostazione riformista del candidato a sindaco di Milano che a giugno ha sfiorato il successo solo per una manciata di voti. Loda obiettivo dell’ex amministratore delegato di Fastweb di costruire «un centrodestra unito, di credibile alternativa di governo», composto di persone provenienti dal mondo delle imprese, delle professioni, dell’università, del lavoro, tuttavia nutre delle riserve sulla sua impostazione troppo da lezioni universitarie.
Difficile è stata pure la riunione con l’ufficio di presidenza di Forza Italia. Molti dirigenti del partito fondato da Berlusconi temono di essere “rottamati” da Parisi o da Energie per l’Italia, il nuovo partito al quale, per molti, starebbe lavorando. Tuttavia il Cavaliere ha rassicurato tutti: «Forza Italia è orgogliosa dei suoi dirigenti», non verrà sciolta ma rilanciata. Sul come, però, ha dato una ricetta simile a quella di Parisi: no al referendum costituzionale, lotta ai fallimenti del Pd renziano e del M5S, porte aperte ai volti nuovi. Più precisamente: gli elettori moderati delusi si riconquistano solo con uomini provenienti dalle “trincee del lavoro” e “non solo dal professionismo della politica”.
All’imprenditore Berlusconi piace il manager Parisi, ma l’investitura per la successione non sembra ancora arrivata. Un comunicato stampa di Forza Italia ha annunciato per novembre «una Conferenza programmatica» anche «in vista delle possibili scadenze elettorali». C’è una precisazione significativa: la Conferenza «sarà aperta e conclusa dal Presidente Berlusconi». In sintesi: il presidente di Forza Italia rientra nel ring.
Un occhio attento a Beppe Grillo e uno a Matteo Renzi. Berlusconi ha sette vite. L’ex presidente del Consiglio, nella riunione con i vertici di Forza Italia avrebbe anche sollecitato ad allargare lo spazio, aperto da Renzi, a modificare l’Italicum. Il Cavaliere avrebbe gettato alle ortiche “la religione” del sistema elettorale maggioritario, l’antica bandiera della Seconda Repubblica: «Giudico interessante, comunque da approfondire, la proposta dei Cinque stelle sul proporzionale e le preferenze». La sterzata verso il sistema elettorale proporzionale, versione modello tedesco, restituirebbe un ruolo centrale a Forza Italia declassata da grande a medio partito e riaprirebbe le porte a un confronto con il presidente del Consiglio.

Rodolfo Ruocco

Ambasciatore Usa: se vince il No addio investimenti

Il ‘no’ al referendum “sarebbe un passo indietro per gli investimenti stranieri in Italia” ha detto l’ambasciatore Usa John Phillips. “Il referendum è una decisione italiana” ma il Paese “deve garantire stabilità politica. Sessantatrè governi in 63 anni non danno garanzia” e il voto sulle riforme costituzionali “offre una speranza sulla stabilità di governo per attrarre gli investitori”. Un intervento negli affari interni italiani che ha suscitato un coro unanime di critiche dal fronte del No


john-phillipsIl ‘no’ al referendum “sarebbe un passo indietro per gli investimenti stranieri in Italia” ha detto l’ambasciatore Usa in Italia John Phillips intervenendo stamane ad un incontro sulle relazioni transatlantiche organizzato a Roma dall’Istituto di studi americani. “Il referendum – ha detto ancora – è una decisione italiana” ma il Paese “deve garantire stabilità politica. Sessantatrè governi in 63 anni non danno garanzia”, e il voto sulle riforme costituzionali “offre una speranza sulla stabilità di governo per attrarre gli investitori”. “Renzi ha svolto un compito importante ed è considerato con grandissima stima da Obama, che apprezza la sua leadership”. L’ambasciatore Usa ha poi ricordato che il presidente del Consiglio andrà negli Stati Uniti il 18 ottobre prossimo in occasione della cena di Stato offerta alla Casa Bianca dal presidente Usa Barack Obama.

Un endorsment in piena regola, con l’intento evidente di sostenere il Sì al referendum sulle riforme costituzionali promosso dal Governo Renzi nel momento in cui i sondaggi fanno squillare campanelli di allarme a Palazzo Chigi per il prevalere dei No. Un sostegno smaccato e senza precedenti, ma anche una ‘sgrammaticatura’ grave sul piano delle relazioni diplomatiche per quello che è, a tutti gli effetti, un’intromissione negli affari interni di un altro Paese.

A ruota con le parole dell’ambasciatore americano, è giunta intanto anche l’allarme dell’istituto di rating Fitch. Ogni turbolenza politica o problemi nel settore bancario che si possano ripercuotere sull’economia reale o sul debito pubblico, potrebbe portare a un intervento negativo sul rating dell’Italia, ha affermato il responsabile rating sovrani per Europa e Medio Oriente di Fitch, Edward Parker, riferendosi all’eventuale vittoria del No. “Se ci fosse un voto No, lo vedremmo come uno shock negativo per l’economia e il merito di credito italiano”.

Il silenzio in questi casi sarebbe forse più efficace delle pressioni che in Italia hanno coagulato assieme con il Governo Renzi, la Confindustria, la Fiat di Marchionne, istituzioni finanziarie come Fitch e oggi il rappresentante in Italia del Governo Usa.
La presa di posizione di Phillips ha ovviamente destato il coro unanime delle critiche nel fronte che giudica sbagliata la riforma costituzionale mentre dalla maggioranza di Governo, e dal Governo stesso, finora si è registrato solo un imbarazzato silenzio per un mossa che potrebbe non necessariamente aiutare i sostenitori della riforma. Nessuno ha infatti dimenticato l’esperienza recentissima del referendum britannico sulla Brexit dove la pressione fortissima dell’establishment finanziario, economico e politico, britannico e internazionale, contro la Brexit, non ha certo favorito i sostenitori del Remain.

“Sono cose da non credere… Ma per chi ci prendono? Qui – ha commentato il predecessore di Renzi alla guida del Pd, Pier Luigi Bersani – c’è una cosa di fondo: aver allestito un appuntamento come fosse un giudizio di Dio darà fiato alla speculazione finanziaria e a tutti quelli che vogliono mettere mano sul nostro destino. Chi può deve raffreddare questo clima. Perché il giorno dopo il referendum, sarà tutto come il giorno prima, con lo stesso governo e con gli stessi problemi. Teniamo – ha concluso Bersani – i piedi per terra”.

“Il signor ambasciatore Usa si faccia gli affari tuoi e non interferisca – ha detto il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini – come troppe volte è già accaduto in passato, nelle vicende interne italiane. Spero che a novembre vinca Trump che ha già garantito che si occuperà delle questioni di casa sua. Se a votare sì al referendum sono i massoni, i banchieri e i poteri forti allora ancora più convintamente ci schieriamo per il No, ovvero per la libertà e il bene degli italiani”.

Per Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia,  il rappresentante “di un governo straniero non può in alcun modo permettersi intromissioni di questo tipo nella politica interna. Renzi dimostri di non essere un inutile fantoccio e pretenda le scuse immediate e formali da parte degli Usa. Renzi viene pagato dagli italiani per difendere la sovranità nazionale, non per fare il lacchè di lobby e grande aziende”.

“Ricordiamo all’ambasciatore americano Phillips l’articolo 1 della nostra Costituzione: la sovranità appartiene al popolo… italiano” dice il capogruppo di Forza Italia alla Camera Renato Brunetta. “Convinti che la saldezza delle alleanze occidentali sia fondamentale per un Paese come l’Italia, ma anche che oggi come oggi Putin valga mille volte Obama”. Per Maurizio Gasparri sempre di Forza Italia, quella di Phillips, di cui ha chiesto le scuse ufficiali, è una “inaccettabile ingerenza”. “Quella dell’ambasciatore Usa in Italia, più che un auspicio, è un’entrata a gamba tesa ingiustificata negli affari interni dell’Italia – ha aggiunto il collega di partito, Altero Matteoli – eseguita su delega di un presidente alla fine del suo mandato”.

E sì perché una cosa è assai probabile: difficilmente Phillips resterà a Roma, sia che vinca Hillary Clinton sia che arrivi alla Casa Bianca Donald Trump, per non parlare di un Governo che prendesse il posto di quello guidato da Renzi nel caso di una vittoria del No. Ma forse proprio per questo l’ambasciatore ha parlato senza preoccuparsi delle conseguenze.

Lorenzo Mattei

Effetto Parisi
panico nel centrodestra

Berlusconi-Alfano-Elezione-PresidenteIl centro destra si prepara a rivedere i propri assetti. Le alleanze fino ad ora in essere, amministrative comprese, sembrano messe in discussione. A settembre si riaprono i giochi con muovi ingressi in uno scenario che sembra congelato, incapace di evoluzione e avvitato su se stesso. Le amministrative di maggio non hanno gettato l’allarme solo nel centrosinistra, ma, e in modo molto maggiore, nel centrodestra. Hanno stoppato la Lega nella sua Opa sulla coalizione determinando l’incapacità di Salvini di creare un partito con ambizioni che vadano oltre la politica dell’urlo e dell’insulto. La bambola gonfiabile portata sul palco ne è la conferma.

La discesa in campo di Parisi sponsorizzato da Berlusconi ha gettato tutti nel panico. A cominciare dai centristi di Ap che ancora devono decidere da che parte stare. Il leader Angelino Alfano conversando con i cronisti al Senato a proposito del futuro del suo partito e di una possibile alleanza con FI ha affermato che “sembrano nascere delle nuove condizioni per creare un’importante aggregazione dei moderati, liberali e popolari anche se dobbiamo intenderci su programmi, denominazione del partito, perché nessuno dei soggetti che partecipa può imporre il proprio nome, e sulla leadership che, come dissi quando ero ancora nel Pdl, dovrebbe essere scelta sulla base delle primarie”. Un segnale appunto a Berlusconi che in una eventuale alleanza la leadership è tutt’altro che decisa. Fatto sta, che un azionista di governo, parla di alleanze con un partito di opposizione. E se la legge elettorale non dovesse cambiare per Ncd potrebbe valere la logica del tanto peggio tanto meglio, avendo con l’Italicum così come concepito oggi, il destino segnato.

Intanto la Lega stoppa qualsiasi alleanza: “Se qualcuno – afferma Salvini – pensa di coinvolgere me o la Lega in un’alleanza con Verdini, Alfano, Cicchitto, Tosi, Passera eccetera, ha sbagliato indirizzo. Per me il discrimine della prossima alleanza sarà la politica estera: chi vuole la Merkel, difende a spada tratta l’euro o tifa Hillary Clinton non può stare con la Lega. Se Parisi è un riorganizzatore di Forza Italia va bene, ma se qualcuno pensa di far digerire alla Lega alleanze indigeste, io non ci sto”. Ma non dice a che cosa ci sta.

Ginevra Matiz

Tortura: Buemi, in Italia c’e’ bisogno di una legge

Genova scuola Diaz 'macelleria messicana'

La ‘macelleria messicana’ della scuola Diaz

Il 7 aprile del 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per i fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova. In quella scuola, dopo l’irruzione delle forze dell’ordine nella notte del 21 luglio 2001, utlizzando anche la falsa prova di una bottiglia molotov, avvennero fatti gravissimi ai danni di ragazzi inermi che non avevano alcuna responsabilità negli incidenti avvenuti durante le proteste. Furono ore terribili di sopraffazione e violenza gratuita che un ufficiale di polizia definì una “macelleria messicana” utilizzando un’espressione usata dalla stampa per descrivere i fatti della rivoluzione messicana e nel ’45 da Ferruccio Parri per condannare Piazzale Loreto. Il giorno dopo il presidente del Consiglio, Matteo Renzi in uno dei suoi consueti tweet, si impegnò a far approvare in Parlamento il ‘reato di tortura’, esaudendo così una promessa del nostro Paese alle Nazioni Unite risalente a quasi trent’anni prima.

Il provvedimento, già approvato in prima lettura sia dal Senato sia dalla Camera fra marzo 2014 e aprile 2015, si è arenato nelle secche della commissione Giustizia di Palazzo Madama presieduta da Francesco Nitto Palma (Forza Italia). Successivamente se ne sono perse anche le tracce perché è proprio scomparso dall’ordine del giorno della stessa commissione. Ma le cose cambiano, anche il peso relativo di certi partiti e di certi esponenti.
Così adesso ritorna in discussione al Senato il ddl per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale: “C’è bisogno di dare all’Italia una legge in questo campo”, dice all’Adnkronos il relatore del disegno di legge, il senatore del Psi Enrico Buemi, secondo il quale “dovremmo concludere domani se il dibattito non si sviluppa pretestuosamente”. “Sullo sfondo – chiarisce il senatore – rimane la discussione se debba essere reato specifico del pubblico ufficiale o reato generale con l’aggravante del pubblico ufficiale”, con la possibilità di “pensare a un emendamento – aggiunge- che metta al riparo da rischi di una denuncia pretestuosa, che è un po’ quello che avevano manifestato i rappresentanti delle forze dell’ordine”.

Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, aggiunge: “La proposta di introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale è di una rilevanza eccezionale e andrebbe a colmare una lacuna gravissima presente nel nostro ordinamento giuridico”. “L’Italia nel lontano 1988 ha preso un impegno con le Nazioni Unite ratificando il Trattato contro la tortura per sanzionare efficacemente proprio i comportamenti costituenti tortura. Da allora – prosegue Gonnella – nulla è accaduto. In Italia non vi è il reato. Siamo divenuti spazio di impunità e luogo di rifugio per chi commette all’estero tale crimine lesivo della dignità umana”. “Chiediamo pertanto ai senatori – conclude il presidente di Antigone – di fare quanto nelle loro facoltà affinché si arrivi nel più breve tempo possibile alla sua approvazione in via definitiva evitando il ping pong parlamentare e dando via libera al testo licenziato dalla Camera dei Deputati nell’aprile 2015 mettendo da parte le modifiche apportate in commissione giustizia del Senato che, oltre ad allontanare l’approvazione definitiva, presentano diverse e significative criticità”.