Democrazia e voto.
Renzi, la cabala 40.8%

D'Alema-Renzi-UeMassimo D’Alema sembra aver confidato nell’aiuto divino per la vittoria del No al referendum sulla riforma costituzionale del governo. L’esponente della sinistra del Pd, alla vigilia del voto del 4 dicembre, pare abbia assicurato a un amico: «La Madonna è con noi». L’invocazione dell’ex presidente del Consiglio, se c’è stata, ha funzionato.
Matteo Renzi è stato sconfitto al referendum e sonoramente: il 59,11% degli elettori ha votato No al superamento del bicameralismo paritario e solo il 40,89% ha tracciato una croce sul Sì. Ben 19.419.528 cittadini hanno respinto il progetto renziano di modernizzare e semplificare le istituzioni mentre appena 13.432.187 lo hanno promosso.
Gli italiani hanno affollato le urne: i votanti sono arrivati al 65,5%. È stata bocciata la revisione della Costituzione del presidente del Consiglio e segretario del Pd, la riforma centrale del suo governo. Renzi ne ha preso atto e ha immediatamente annunciato le sue dimissioni da presidente del Consiglio. Non ha perso il piacere per le battute: «Volevo tagliare le poltrone della politica e alla fine è saltata la mia».
Ora tutte le decisioni passeranno nelle mani di Sergio Mattarella. Il presidente della Repubblica dovrà valutare la delicata crisi. Sono improbabili le elezioni politiche anticipate chieste dal M5S, dalla Lega Nord e da Fratelli d’Italia. C’è l’urgenza di approvare il disegno di legge di Bilancio (votato dalla Camera e non ancora dal Senato), un provvedimento fondamentale per la finanza pubblica italiana. C’è anche la necessità di varare un nuovo sistema elettorale per le politiche o, comunque, di cambiare in profondità l’Italicum (la legge elettorale voluta da Renzi, legata strettamente alla riforma costituzionale naufragata, prevede solo l’elezione dei deputati e non dei senatori). Mattarella dovrà verificare se esiste una maggioranza in Parlamento per affrontare queste due priorità e a chi affidare l’incarico di guidare il nuovo governo.
È difficile la nascita di un Renzi bis, l’incarico di formare un nuovo esecutivo potrebbe andare ad una figura di carattere istituzionale (tra i papabili c’è il ministro dell’Economia Pier Carlo Padoan, il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco e il presidente del Senato Pietro Grasso).
La batosta è pesante. Il voto referendario, di fatto, si è trasformato in un referendum su Renzi, sulle sue riforme strutturali, sui suoi quasi tre anni di governo. Renzi ha personalizzato e politicizzato il voto. Da solo ha sfidato tutti: Beppe Grillo (M5S), Silvio Berlusconi (Forza Italia), Matteo Salvini (Lega Nord), Giorgia Meloni (Fratelli d’Italia), Nichi Vendola e Stefano Fassina (Sinistra Italiana), Mario Monti (ex presidente del Consiglio del governo tecnico del 2011-2012), Pier Luigi Bersani (sinistra Pd). Negli ultimi giorni ha avuto un aiuto tiepido solo da Romano Prodi, ex presidente del Consiglio e inventore dell’Ulivo e del Pd.
Renzi ha perso clamorosamente la sfida. Ha vinto la protesta sociale. Praticamente tutta Italia (tranne le roccaforti emiliane, toscane e trentine) hanno bocciato la riforma costituzionale. La Grande crisi internazionale del 2008 e la globalizzazione hanno avuto gravissime conseguenze economiche e sociali. La chiusura di molte fabbriche, la disoccupazione, il precariato, la valanga dell’immigrazione, la Ue a trazione tedesca, il forte impoverimento hanno spinto il ceto medio e quello operaio a votare in massa contro la classe dirigente e il governo (come è già avvenuto in Gran Bretagna con il referendum sull’uscita dalla Ue e negli Usa con l’elezione di Donald Trump a presidente, come successore di Barack Obama).
La grande maggioranza degli italiani ha respinto la riforma costituzionale, ha votato Sì solo il 40,89%, un numero strano. C’è una singolare coincidenza. Ancora una volta, nel destino di Renzi, compare il 40,8%: questo per lui è un numero da cabala. Lo stesso numero, in situazioni diverse, ha avuto per lui prima una valenza fortunata e poi infausta. Il presidente del Consiglio nel 2014, appena due anni fa, trionfò nelle elezioni europee proprio con il 40,8% dei voti, sgominando tutte le opposizioni e mettendo nell’angolo tutti gli alleati. Adesso nel referendum, con lo stesso numero, ha conosciuto una disfatta.

Il giovane “rottamatore” di Firenze è finito “rottamato”. Ha commentato: «Mi assumo tutte le responsabilità della sconfitta e dico agli amici del Sì che ho perso io, non voi». Ora si apre una nuova fase politica, con probabili nuovi equilibri.

Rodolfo Ruocco

La ‘Campagna di Russia’. 140 militari con la Nato

roberta_pinotti_gettyRoma si schiera. Un contingente di militari italiani sarà schierato a partire dal 2018 in Lettonia a difesa della frontiera esterna della Nato con la Russia, a ricordare all’Italia da quale parte pendere è ancora una volta l’Alleanza Atlantica. “Sarete parte di uno dei quattro battaglioni dell’Alleanza schierati nei Paesi baltici”, annuncia Jens Stoltenberg, da due anni segretario della Nato. Pochi uomini, presenza “simbolica” (140 militari) in una forza “simbolica” da quattromila unità. Per dimostrare che “ci siamo e siamo uniti”. “Sempre nel 2018 – aggiunge il segretario norvegese Nato – l’Italia sarà nazione guida nel Vjtf”, la Task Force di azione ultrarapida, la ‘punta di lancia’ in grado di intervenire in cinque giorni in caso di emergenza. Schierata, e non è un caso, sulla frontiera Est. Davanti a Putin che, dichiara l’ex premier di Oslo, “ha dimostrato la volontà di usare la forza militare contro i vicini”.
La conferma delle dichiarazioni di Stoltenberg arrivano dal Ministro della Difesa, Roberta Pinotti che precisa che i soldati andranno in Lettonia “come deciso nel vertice di Varsavia”. Il vertice aveva deciso di formare un contingente Nato nell’ambito del progetto di rafforzamento delle frontiere orientali del patto atlantico.
Mentre il ministro degli Esteri, Paolo Gentiloni in una conferenza stampa congiunta con il segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg tiene a puntualizzare:
“La misura – spiega il ministro degli Esteri italiano – non fa parte di una politica di aggressione alla Russia, quanto invece di una politica di rassicurazione e di difesa dei nostri confini come Alleanza Atlantica. Questo passo non influisce minimamente con la linea di dialogo che l’Italia ha con Mosca, dialogo che abbiamo sempre condiviso con la Nato e che è andato avanti anche dopo il vertice di Varsavia della scorsa estate in cui queste decisioni, inclusa quella per il comando italiano nel 2018 alla forza di reazione ultrarapida della Nato, sono state prese. L’Italia ha sempre dato il suo contributo a impostazioni per un rafforzamento dei nostri assetti difensivi nel nordest”.
Immediata la reazione di Mosca che avverte uno ‘strappo’ nei rapporti con l’Italia. Quando alla portavoce del ministero degli Esteri russo, Maria Zakharova, è stato chiesto se un eventuale dispiegamento di forze italiane vicino ai confini con la Russia potrebbe avere un impatto negativo sulle relazioni tra Mosca e Roma, la portavoce del ministero degli Esteri russo ha replicato: “Sia Roma a rispondere a Stoltenberg”. “La politica della Nato è distruttiva”. Così Maria Zakharova, portavoce del ministero degli Esteri russo, commenta il proposito dell’Alleanza atlantica di inviare, nel 2018, un contingente di soldati italiani al confine europeo con la Russia. “La Nato – ha detto la portavoce – è impegnata nella costruzione di nuove linee di divisione in Europa invece che di profonde e solide relazioni di buon vicinato”.
In effetti Stoltenberg, dopo essersi allineato a Gentiloni e Pinotti sulla linea del dialogo (“Continueremo a perseguire politiche di difesa e dialogo politico. Dobbiamo evitare azioni e calcoli errati che possono far sfuggire di mano la situazione”), rileva per contro come la Russia sia “sempre più assertiva e imprevedibile e ha schierato sistemi missilistici vicino ai Paesi alleati, parte di uno schema di attività militare su larga scala. Gli alleati sono profondamente preoccupati da questo comportamento”. Tuttavia proprio la decisione di schierare i soldati ai confini russi rischia di essere vista come una ‘provocazione’ da parte del Cremlino e di avere un ‘effetto domino’ nei già travagliati rapporti tra Russia e Usa nello scacchiere internazionale.
Da Mosca hanno già fatto sapere che i russi potrebbero vendere un sistema missilistico antiaereo alla Turchia, membro Nato che il fallito golpe di luglio ha allontanato dagli Usa e riavvicinato a Mosca.
Ma la decisione ha portato anche alla reazione immediata delle opposizioni al governo Renzi, con Beppe Grillo e Forza Italia sullo stesso fronte contrario: “Apprendere dove saranno impiegati i nostri soldati da una conferenza stampa del segretario generale della Nato, è indice del crollo di qualsiasi dignità internazionale e nazionale del nostro Governo. Ed è molto significativo che l’annuncio di Stoltenberg sia arrivato dopo una giornata di incontri ufficiali con i ministri interessati e con il presidente della Repubblica. Senza aver né informato né consultato il Parlamento, evidentemente il Governo ha dato il via libera a un atto cui solo annuncio dà una svolta, quanto meno assai discutibile, alla politica estera italiana”, ha scritto in una nota Lucio Malan, senatore di Forza Italia
Mentre le reazioni dei Cinquestelle sono già su Twitter:

HABEMUS DATA

referendum1tgIl Consiglio dei ministri ha deciso la data in cui si voterà per il referendum costituzionale: domenica 4 dicembre. Il giorno proposto dal premier Renzi e su cui il governo ha dato il suo via libera. Le date possibili erano tra il 27 novembre e il 4 dicembre. Ma qualsiasi data sarebbe stata scelta, l’unica cosa certa è che le polemiche non sarebebro mancate.

Il referendum, aveva detto Renzi in precendeza al Washington Post “può dare finalmente stabilità all’Italia”, ricordando che il voto “non è sulla mia carriera e sulle mie dimissioni” ma riguarda “il potere delle regioni, il numero dei parlamentari e la riduzione della burocrazia in Italia”. Un referendum che divide. E non solo maggioranza e opposione ma anche all’interno degli schieramenti gli orientamenti sono diversi. E soprattutto all’interno del Pd. I vertici e la maggioranza del partito infatti sono schierati per il sì mentre  la minoranza di Speranza e Cuperlo minaccia di votare no senza un impegno stringente del governo a modificare la legge elettorale.

Anche la Cei si è sentita in dovere di dire la sua facendo un appello in cui il Cardinal Bagnasco parla di “importante appuntamento”. “Come sempre – ha detto ancora –  quando i cittadini sono chiamati ad esprimersi esercitando la propria sovranità, il nostro invito è di informarsi personalmente, al fine di avere chiari tutti gli elementi di giudizio circa la posta in gioco e le sue durature conseguenze”.

Ad essere decisivo è il voto, non la data, ha detto l’ex Presedente del Consiglio Romano Prodi. Mentre il ministro per le Riforme Maria Elena Boschi respinge ogni paragone con la brexit. “Il nostro è un referendum decisivo: tutti noi cittadini italiani saremo determinanti per far diventare realtà la riforma costituzionale. Dopo oltre 30 anni di tentativi falliti di modificare la Costituzione, tra qualche settimana con il referendum avremo l’opportunità di farlo davvero”, sottolinea Boschi. Per Matteo Colaninno “con l’indicazione che arriverà oggi dal Consiglio dei ministri inizierà la grande volata verso il referendum costituzionale, un appuntamento importante che sancirà l’ultimo passaggio di un percorso di grande cambiamento. Il nostro Paese sarà più stabile e più facilmente governabile grazie a una riforma che taglia gli sprechi e rende più efficienti le nostre istituzioni”.

Sempre sulle barricate le opposizioni. Continuano infatti a protestare Forza Italia e Sinistra italiana, per il fatto di non essere stati ‘consultati’ sulla scelta della data.

Questo il questio che aparirà nella scheda elettorale per il referendum: “Approvate voi il testo della legge costituzionale concernente ”Disposizioni per il superamento del bicameralismo paritario, la riduzione del numero dei parlamentari, il contenimento dei costi di funzionamento delle istituzioni, la soppressione del Cnel e la revisione del titolo V della parte II della Costituzione’ approvato dal Parlamento e pubblicato nella Gazzetta Ufficiale n. 88 del 15 aprile 2016?”.

Perchè il referendum sia valido non è necessario il raggiungimento del quorum. Vince dunque la scelta indicata dalla maggioranza di chi va a votare.

Redazione Avanti!

Centro-destra. Berlusconi rientra nel ring

silvio-berlusconiSilvio Berlusconi esce dal cono d’ombra nel quale era piombato per lunghi mesi. Il presidente di Forza Italia, un po’ per la delicata operazione subita al cuore e un po’ per la sconfitta patita nelle elezioni comunali di giugno, è rimasto a lungo lontano dalle luci della ribalta della politica. Ora ritorna in campo con un piglio da protagonista. In una settimana ha ricevuto nella sua villa di Arcore prima Matteo Salvini, poi Stefano Parisi e quindi l’ufficio di presidenza di Forza Italia.
Berlusconi, 80 anni il 29 settembre, tesse la sua tela. Il centro-destra resta diviso e su posizioni diverse, ma i contrasti sembrano attenuarsi. Il segretario della Lega Nord continua a proporre le elezioni primarie per la leadership del centro-destra e punta sempre su se stesso. Tuttavia già prima di andare a cena nella villa del Cavaliere, Salvini ha riconosciuto durante l’adunata annuale leghista di Pontida: «Il nostro interlocutore privilegiato nel centrodestra resta Silvio Berlusconi».
Non è stato semplice nemmeno l’incontro ad Arcore con Parisi, eppure è l’uomo “incaricato” dal Cavaliere di riorganizzare Forza Italia e di rilanciare il centro-destra. L’ex manager impegnato a realizzare Energie per l’Italia è contestato sia da Salvini e sia da gran parte del gruppo dirigente azzurro (in testa i capigruppo parlamentari Renato Brunetta e Paolo Romani). L’ex presidente del Consiglio apprezza l’impostazione riformista del candidato a sindaco di Milano che a giugno ha sfiorato il successo solo per una manciata di voti. Loda obiettivo dell’ex amministratore delegato di Fastweb di costruire «un centrodestra unito, di credibile alternativa di governo», composto di persone provenienti dal mondo delle imprese, delle professioni, dell’università, del lavoro, tuttavia nutre delle riserve sulla sua impostazione troppo da lezioni universitarie.
Difficile è stata pure la riunione con l’ufficio di presidenza di Forza Italia. Molti dirigenti del partito fondato da Berlusconi temono di essere “rottamati” da Parisi o da Energie per l’Italia, il nuovo partito al quale, per molti, starebbe lavorando. Tuttavia il Cavaliere ha rassicurato tutti: «Forza Italia è orgogliosa dei suoi dirigenti», non verrà sciolta ma rilanciata. Sul come, però, ha dato una ricetta simile a quella di Parisi: no al referendum costituzionale, lotta ai fallimenti del Pd renziano e del M5S, porte aperte ai volti nuovi. Più precisamente: gli elettori moderati delusi si riconquistano solo con uomini provenienti dalle “trincee del lavoro” e “non solo dal professionismo della politica”.
All’imprenditore Berlusconi piace il manager Parisi, ma l’investitura per la successione non sembra ancora arrivata. Un comunicato stampa di Forza Italia ha annunciato per novembre «una Conferenza programmatica» anche «in vista delle possibili scadenze elettorali». C’è una precisazione significativa: la Conferenza «sarà aperta e conclusa dal Presidente Berlusconi». In sintesi: il presidente di Forza Italia rientra nel ring.
Un occhio attento a Beppe Grillo e uno a Matteo Renzi. Berlusconi ha sette vite. L’ex presidente del Consiglio, nella riunione con i vertici di Forza Italia avrebbe anche sollecitato ad allargare lo spazio, aperto da Renzi, a modificare l’Italicum. Il Cavaliere avrebbe gettato alle ortiche “la religione” del sistema elettorale maggioritario, l’antica bandiera della Seconda Repubblica: «Giudico interessante, comunque da approfondire, la proposta dei Cinque stelle sul proporzionale e le preferenze». La sterzata verso il sistema elettorale proporzionale, versione modello tedesco, restituirebbe un ruolo centrale a Forza Italia declassata da grande a medio partito e riaprirebbe le porte a un confronto con il presidente del Consiglio.

Rodolfo Ruocco

Ambasciatore Usa: se vince il No addio investimenti

Il ‘no’ al referendum “sarebbe un passo indietro per gli investimenti stranieri in Italia” ha detto l’ambasciatore Usa John Phillips. “Il referendum è una decisione italiana” ma il Paese “deve garantire stabilità politica. Sessantatrè governi in 63 anni non danno garanzia” e il voto sulle riforme costituzionali “offre una speranza sulla stabilità di governo per attrarre gli investitori”. Un intervento negli affari interni italiani che ha suscitato un coro unanime di critiche dal fronte del No


john-phillipsIl ‘no’ al referendum “sarebbe un passo indietro per gli investimenti stranieri in Italia” ha detto l’ambasciatore Usa in Italia John Phillips intervenendo stamane ad un incontro sulle relazioni transatlantiche organizzato a Roma dall’Istituto di studi americani. “Il referendum – ha detto ancora – è una decisione italiana” ma il Paese “deve garantire stabilità politica. Sessantatrè governi in 63 anni non danno garanzia”, e il voto sulle riforme costituzionali “offre una speranza sulla stabilità di governo per attrarre gli investitori”. “Renzi ha svolto un compito importante ed è considerato con grandissima stima da Obama, che apprezza la sua leadership”. L’ambasciatore Usa ha poi ricordato che il presidente del Consiglio andrà negli Stati Uniti il 18 ottobre prossimo in occasione della cena di Stato offerta alla Casa Bianca dal presidente Usa Barack Obama.

Un endorsment in piena regola, con l’intento evidente di sostenere il Sì al referendum sulle riforme costituzionali promosso dal Governo Renzi nel momento in cui i sondaggi fanno squillare campanelli di allarme a Palazzo Chigi per il prevalere dei No. Un sostegno smaccato e senza precedenti, ma anche una ‘sgrammaticatura’ grave sul piano delle relazioni diplomatiche per quello che è, a tutti gli effetti, un’intromissione negli affari interni di un altro Paese.

A ruota con le parole dell’ambasciatore americano, è giunta intanto anche l’allarme dell’istituto di rating Fitch. Ogni turbolenza politica o problemi nel settore bancario che si possano ripercuotere sull’economia reale o sul debito pubblico, potrebbe portare a un intervento negativo sul rating dell’Italia, ha affermato il responsabile rating sovrani per Europa e Medio Oriente di Fitch, Edward Parker, riferendosi all’eventuale vittoria del No. “Se ci fosse un voto No, lo vedremmo come uno shock negativo per l’economia e il merito di credito italiano”.

Il silenzio in questi casi sarebbe forse più efficace delle pressioni che in Italia hanno coagulato assieme con il Governo Renzi, la Confindustria, la Fiat di Marchionne, istituzioni finanziarie come Fitch e oggi il rappresentante in Italia del Governo Usa.
La presa di posizione di Phillips ha ovviamente destato il coro unanime delle critiche nel fronte che giudica sbagliata la riforma costituzionale mentre dalla maggioranza di Governo, e dal Governo stesso, finora si è registrato solo un imbarazzato silenzio per un mossa che potrebbe non necessariamente aiutare i sostenitori della riforma. Nessuno ha infatti dimenticato l’esperienza recentissima del referendum britannico sulla Brexit dove la pressione fortissima dell’establishment finanziario, economico e politico, britannico e internazionale, contro la Brexit, non ha certo favorito i sostenitori del Remain.

“Sono cose da non credere… Ma per chi ci prendono? Qui – ha commentato il predecessore di Renzi alla guida del Pd, Pier Luigi Bersani – c’è una cosa di fondo: aver allestito un appuntamento come fosse un giudizio di Dio darà fiato alla speculazione finanziaria e a tutti quelli che vogliono mettere mano sul nostro destino. Chi può deve raffreddare questo clima. Perché il giorno dopo il referendum, sarà tutto come il giorno prima, con lo stesso governo e con gli stessi problemi. Teniamo – ha concluso Bersani – i piedi per terra”.

“Il signor ambasciatore Usa si faccia gli affari tuoi e non interferisca – ha detto il segretario federale della Lega Nord Matteo Salvini – come troppe volte è già accaduto in passato, nelle vicende interne italiane. Spero che a novembre vinca Trump che ha già garantito che si occuperà delle questioni di casa sua. Se a votare sì al referendum sono i massoni, i banchieri e i poteri forti allora ancora più convintamente ci schieriamo per il No, ovvero per la libertà e il bene degli italiani”.

Per Giorgia Meloni, presidente di Fratelli d’Italia,  il rappresentante “di un governo straniero non può in alcun modo permettersi intromissioni di questo tipo nella politica interna. Renzi dimostri di non essere un inutile fantoccio e pretenda le scuse immediate e formali da parte degli Usa. Renzi viene pagato dagli italiani per difendere la sovranità nazionale, non per fare il lacchè di lobby e grande aziende”.

“Ricordiamo all’ambasciatore americano Phillips l’articolo 1 della nostra Costituzione: la sovranità appartiene al popolo… italiano” dice il capogruppo di Forza Italia alla Camera Renato Brunetta. “Convinti che la saldezza delle alleanze occidentali sia fondamentale per un Paese come l’Italia, ma anche che oggi come oggi Putin valga mille volte Obama”. Per Maurizio Gasparri sempre di Forza Italia, quella di Phillips, di cui ha chiesto le scuse ufficiali, è una “inaccettabile ingerenza”. “Quella dell’ambasciatore Usa in Italia, più che un auspicio, è un’entrata a gamba tesa ingiustificata negli affari interni dell’Italia – ha aggiunto il collega di partito, Altero Matteoli – eseguita su delega di un presidente alla fine del suo mandato”.

E sì perché una cosa è assai probabile: difficilmente Phillips resterà a Roma, sia che vinca Hillary Clinton sia che arrivi alla Casa Bianca Donald Trump, per non parlare di un Governo che prendesse il posto di quello guidato da Renzi nel caso di una vittoria del No. Ma forse proprio per questo l’ambasciatore ha parlato senza preoccuparsi delle conseguenze.

Lorenzo Mattei

Effetto Parisi
panico nel centrodestra

Berlusconi-Alfano-Elezione-PresidenteIl centro destra si prepara a rivedere i propri assetti. Le alleanze fino ad ora in essere, amministrative comprese, sembrano messe in discussione. A settembre si riaprono i giochi con muovi ingressi in uno scenario che sembra congelato, incapace di evoluzione e avvitato su se stesso. Le amministrative di maggio non hanno gettato l’allarme solo nel centrosinistra, ma, e in modo molto maggiore, nel centrodestra. Hanno stoppato la Lega nella sua Opa sulla coalizione determinando l’incapacità di Salvini di creare un partito con ambizioni che vadano oltre la politica dell’urlo e dell’insulto. La bambola gonfiabile portata sul palco ne è la conferma.

La discesa in campo di Parisi sponsorizzato da Berlusconi ha gettato tutti nel panico. A cominciare dai centristi di Ap che ancora devono decidere da che parte stare. Il leader Angelino Alfano conversando con i cronisti al Senato a proposito del futuro del suo partito e di una possibile alleanza con FI ha affermato che “sembrano nascere delle nuove condizioni per creare un’importante aggregazione dei moderati, liberali e popolari anche se dobbiamo intenderci su programmi, denominazione del partito, perché nessuno dei soggetti che partecipa può imporre il proprio nome, e sulla leadership che, come dissi quando ero ancora nel Pdl, dovrebbe essere scelta sulla base delle primarie”. Un segnale appunto a Berlusconi che in una eventuale alleanza la leadership è tutt’altro che decisa. Fatto sta, che un azionista di governo, parla di alleanze con un partito di opposizione. E se la legge elettorale non dovesse cambiare per Ncd potrebbe valere la logica del tanto peggio tanto meglio, avendo con l’Italicum così come concepito oggi, il destino segnato.

Intanto la Lega stoppa qualsiasi alleanza: “Se qualcuno – afferma Salvini – pensa di coinvolgere me o la Lega in un’alleanza con Verdini, Alfano, Cicchitto, Tosi, Passera eccetera, ha sbagliato indirizzo. Per me il discrimine della prossima alleanza sarà la politica estera: chi vuole la Merkel, difende a spada tratta l’euro o tifa Hillary Clinton non può stare con la Lega. Se Parisi è un riorganizzatore di Forza Italia va bene, ma se qualcuno pensa di far digerire alla Lega alleanze indigeste, io non ci sto”. Ma non dice a che cosa ci sta.

Ginevra Matiz

Tortura: Buemi, in Italia c’e’ bisogno di una legge

Genova scuola Diaz 'macelleria messicana'

La ‘macelleria messicana’ della scuola Diaz

Il 7 aprile del 2015 la Corte europea dei diritti dell’uomo condannò l’Italia per i fatti della scuola Diaz durante il G8 di Genova. In quella scuola, dopo l’irruzione delle forze dell’ordine nella notte del 21 luglio 2001, utlizzando anche la falsa prova di una bottiglia molotov, avvennero fatti gravissimi ai danni di ragazzi inermi che non avevano alcuna responsabilità negli incidenti avvenuti durante le proteste. Furono ore terribili di sopraffazione e violenza gratuita che un ufficiale di polizia definì una “macelleria messicana” utilizzando un’espressione usata dalla stampa per descrivere i fatti della rivoluzione messicana e nel ’45 da Ferruccio Parri per condannare Piazzale Loreto. Il giorno dopo il presidente del Consiglio, Matteo Renzi in uno dei suoi consueti tweet, si impegnò a far approvare in Parlamento il ‘reato di tortura’, esaudendo così una promessa del nostro Paese alle Nazioni Unite risalente a quasi trent’anni prima.

Il provvedimento, già approvato in prima lettura sia dal Senato sia dalla Camera fra marzo 2014 e aprile 2015, si è arenato nelle secche della commissione Giustizia di Palazzo Madama presieduta da Francesco Nitto Palma (Forza Italia). Successivamente se ne sono perse anche le tracce perché è proprio scomparso dall’ordine del giorno della stessa commissione. Ma le cose cambiano, anche il peso relativo di certi partiti e di certi esponenti.
Così adesso ritorna in discussione al Senato il ddl per l’introduzione del reato di tortura nel codice penale: “C’è bisogno di dare all’Italia una legge in questo campo”, dice all’Adnkronos il relatore del disegno di legge, il senatore del Psi Enrico Buemi, secondo il quale “dovremmo concludere domani se il dibattito non si sviluppa pretestuosamente”. “Sullo sfondo – chiarisce il senatore – rimane la discussione se debba essere reato specifico del pubblico ufficiale o reato generale con l’aggravante del pubblico ufficiale”, con la possibilità di “pensare a un emendamento – aggiunge- che metta al riparo da rischi di una denuncia pretestuosa, che è un po’ quello che avevano manifestato i rappresentanti delle forze dell’ordine”.

Patrizio Gonnella, presidente dell’associazione Antigone, aggiunge: “La proposta di introduzione del reato di tortura nel nostro codice penale è di una rilevanza eccezionale e andrebbe a colmare una lacuna gravissima presente nel nostro ordinamento giuridico”. “L’Italia nel lontano 1988 ha preso un impegno con le Nazioni Unite ratificando il Trattato contro la tortura per sanzionare efficacemente proprio i comportamenti costituenti tortura. Da allora – prosegue Gonnella – nulla è accaduto. In Italia non vi è il reato. Siamo divenuti spazio di impunità e luogo di rifugio per chi commette all’estero tale crimine lesivo della dignità umana”. “Chiediamo pertanto ai senatori – conclude il presidente di Antigone – di fare quanto nelle loro facoltà affinché si arrivi nel più breve tempo possibile alla sua approvazione in via definitiva evitando il ping pong parlamentare e dando via libera al testo licenziato dalla Camera dei Deputati nell’aprile 2015 mettendo da parte le modifiche apportate in commissione giustizia del Senato che, oltre ad allontanare l’approvazione definitiva, presentano diverse e significative criticità”.

Renzi e Delrio: l’Italicum sta bene così

Renzi DelrioSecondo alcuni commentatori, le recenti dichiarazioni, dirette o riportate (vedi ieri) del Presidente del Consiglio Matteo Renzi, più che una presa di posizione sulla materia incandescente della legge elettorale – in vigore da oggi – e del referendum di ottobre, erano un ballon d’essai, una prova per saggiare le reazioni di alleati e oppositori, interni ed esterni.

Tra le reazioni utili si citano le dichiarazioni dei pentastellati in direzione del mantenimento dell’Italicum per loro assai più conveniente di qualunque altra possibile legge elettorale, e di autorevoli esponenti vicini a Berlusconi come Gianni Letta e Felice Confalonieri per la riapertura del Patto del Nazareno. Comunque sia oggi Graziano Delrio, ministro delle Infrastrutture, in un’intervista al Corriere della Sera, ha ribadito la posizione di Renzi spiegando che anche a volerla cambiare, sarebbe assai difficile trovare i numeri per farlo, non mettendo ovviamente nel conto Forza Italia.
“L’Italicum è un’ottima legge che garantisce governabilità. Se qualcuno vuole cambiarla e proporre una legge migliore, lo faccia. Ma a pochi mesi dal referendum, mi pare un esercizio molto complicato trovare una maggioranza”. “Per me – aggiunge – si può discutere di tutto, ma faccio presente che questa legge è stata confezionata dopo numerose riunioni e passaggi parlamentari. Garantisce governabilità e aiuta a capire chi si assume la responsabilità. Per noi è il miglior punto di equilibrio”. Delrio difende punto per punto le caratteristiche della legge elettorale: “Il premio alla lista è nella logica della semplificazione dei partiti e del no al ricatto dei piccoli”. Quanto all’idea che il Movimento cinque stelle possa essere avvantaggiato da un simile sistema il ministro osserva che “siamo sempre stati contrari a leggi ad personam o ad utilitatem del partito: bisogna avere senso delle istituzioni, anche quando le cose non convengono del tutto”.

Intanto i sondaggi continuano a indicare una crescita continua dei consensi per il Movimento di Grillo e una parallela discesa per quelli al Pd. Inoltre Luigi Di Maio avrebbe superato, quanto a popolarità, anche lo stesso Matteo Renzi. Insomma un quadro che confermerebbe in pieno le previsioni di una vittoria del M5s con una legge elettorale che sembra a questo punto confezionato più per Grillo che non per Renzi.

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Le recenti elezioni amministrative – scrive il quotidiano La Repubblica pubblicando un sondaggio Demos – hanno lasciato il segno. In caso di elezioni politiche Demos attribuisce al MoVimento oltre il 32% dei voti, il 5% in piu’ rispetto all’ultima rilevazione condotta ad aprile, mentre il Pd si fermerebbe al 30,2% in leggero rialzo rispetto a due mesi fa (30,1%) ma con un distacco maggiore rispetto ai grillini. Male Lega e Forza Italia, entrambe poco sotto il 12%, mentre tutti gli altri partiti ‘arrancano’ per toccare quota 5% (tranne Sinistra italiana che si attesta al 5,4%).
Una fotografia che “il Pd e il M5s intercetterebbero, insieme – spiega Ilvo Diamanti sul quotidiano romano – quasi i due terzi dei voti mentre il rimanente terzo degli elettori appare diviso e frammentato”. Ma la nota più interessante riguarda le ‘proiezioni’ in caso di ballottaggi che vedrebbe i Cinquestelle vincere staccando largamente gli inseguitori del Pd prevalendo di quasi dieci punti.

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Sondaggio Demos Repubblica 01072016

Per quanto riguarda la fiducia sui leader il gradino più alto viene occupato da Luigi Di Maio (con il 41%), seguito da Renzi (stabile al 40%) e dal rieletto de Magistris (sempre 40%) con Beppe Grillo che li tallona con il suo 38%. Salvini (36%), Berlusconi (32%) e Alfano (28%) chiudono la speciale classifica rispecchiano il periodo di ‘magra’ del centrodestra.

“Si può anche cadere nel burrone perché si deve completare la corsa. Il suicidio – come scrive il Direttore nel suo fondo di oggi – in politica è arte rara. Ma non inconsueta. Il centro-destra approvò il Porcellum e perse le elezioni del 2006 che col Mattarellum avrebbe vinto”.

ITALICUM IN BALLO

Entra in vigore domani 1 luglio la nuova legge elettorale, l’’Italicum’, ma la lista di chi vuole cambiarla prima ancora che venga testata nelle urne, si allunga giorno dopo giorno.
Dal leader del Pd nonché Presidente del Consiglio Matteo Renzi, fino agli esponenti delle opposizioni, tutti in qualche modo si stanno esprimendo in queste ore, peraltro lasciando amplissimi margini di ambiguità. La questione è davvero confusa oltre che complessa, riduciamola agli attori principali.

legge elttorale urne voto elezioniMatteo Renzi
Ai suoi fan che gli chiedono se c’è da essere preoccupati per la mozione sull’Italicum che Sinistra italiana ha presentato e che verrà discussa a settembre, Renzi risponde utilizzando #matteorisponde, diretta twitter da Palazzo Chigi: “Ma che preoccupare, è una mozione dell’opposizione che si discuterà in Parlamento, ce ne sono tante…”.Matteo Renzi twitter facebook
Lo stesso risponde anche alle domande sull’eventualità di spostare la data del referendum sulle riforme costituzionali (ma la regola è stabilita dalla Carta, ndr) che sono intimamente intrecciate all’Italicum, in un combinato disposto che è in grado di mutare il volto del nostro sistema repubblicano democratico parlamentare: “No, ci sono dei tempi previsti dalla legge per il referendum costituzionale. Sono alcune delle tante notizie false che si leggono”.
Tutto deciso dunque? Non tanto perché nella maggioranza stessa, nel Pd, ammettono che non c’è più una chiusura totale e la mozione presentata da SI lascia sperare chi vuol modificare l’Italicum, ma è lo stesso Renzi che mentre su twitter ripete che non se ne parla neppure, dai portavoce e dai giornalisti ‘amici’ fa filtrare un’apertura: “Per ora – dice attraverso Maria Teresa Meli sulle colonne del Corriere della Sera – non esiste nessuna modifica, ma dopo il referendum vedremo…”. E ancora la giornalista spiega che ‘il premier segue più direttrici. Muove verso la minoranza interna: lunedì, in occasione della riunione della direzione, Renzi dovrebbe aprire uno spiraglio sull’Italicum. Nessun cedimento, ma una sorta di prova fedeltà nei confronti dei bersaniani: voi votate sì al referendum di (fine) ottobre e io posso modificare la legge elettorale’.

A rafforzare la linea del ‘non la cambio manco morto’ (altra frase riportata da Meli sul Corriere tempo fa, ndr), arriva il capogruppo del Pd alla Camera, Ettore Rosato che sempre al Corriere della Sera spiega: “Con l’Italicum abbiamo costruito un impianto solido, che garantisce la governabilità e la rappresentanza e che risolve quei problemi che anche oggi possiamo rivedere in Spagna. Detto questo, non abbiamo mai negato il dialogo”.

Un colpetto a Franceschini
Quanto alle preoccupazioni espresse già durante la discussione della nuova legge e rafforzate dall’ultima tornata delle amministrative che il M5s possa sconfiggere il Pd nell’eventuale ballotaggio e aggiudicarsi l’abnorme premio di maggioranza anche con una minoranza ssoluita di votanti, Rosato risponde che “le priorità del Paese” sono “altre, semplificazione, lotta alla disoccupazione, lotta alla povertà” piuttosto che occuparsi dell’Italicum. E poi argutamente rileva come “le leggi elettorali non si fanno a misura delle campagne elettorali, si fanno su presupposti di neutralità”. E già che ci si trova, l’esponente piddino tira in ballo anche il suo collega di partito Franceschini che viene dato dai rumours come tra più attivi nella campagna per modificare la legge con qualche suggestione per un ribaltone alla ‘stai sereno’: “Il gruppo dirigente del Pd, compreso Franceschini, – chiosa Rosato – lavora per consolidare questo governo e non per immaginare un dopo-Renzi. Io non vedo come in questa legislatura si possa costruire un governo più forte di quello che c’é”.

Stefano Ceccanti, il costituzionalista
E non si può non citare Stefano Ceccanti, senatore del Pd, tra i più autorevoli ingegneri di quelli che per conto di Renzi hanno costruito l’Italicum e le modifiche alla Costituzione. “Non ci sono i tempi tecnici per cambiare una legge elettorale prima del referendum costituzionale d’autunno – dice in un’intervista a La Stampa e se Renzi vincerà, molte cose cambieranno… Ma al fondo mi sembrerebbe suicida chiedere di cambiare una legge elettorale perché ti fanno paura i Cinque Stelle. Una posizione che definirei ‘sconfittistica’. Non reggerebbe di fronte al Paese”.
“Avresti tutti i quotidiani che titolano sulla paura di perdere. E i grillini avrebbero, gratuitamente, la patente di vincenti”. “É totalmente delegittimante ammettere di cambiare la legge per paura di perdere. E a quel punto succederebbe sul serio”. “Per il M5S sarebbe una campagna win-win. Vincente in ogni caso”. E su questa considerazione è impossibile dargli torto. Si può solo rilevare che se le cose stanno così, il Pd ha fabbricato un’ottima corda per impiccarsi.
Ceccanti infine, tanto per far capire agli alleati della maggioranza, Alfano in testa, qual è l’aria che tira, ricorda che “Il Pd è nato proprio per superare l’esperienza dell’Ulivo, i cespugli, i partiti e i partitini”. “La sola idea di coalizione puzza di vecchia politica, di establishment che cerca di sopravvivere, di manovre di corridoio”. “Il Pd renziano, anche se dovesse mai tornare il premio di coalizione, secondo me non si puo’ alleare con nessuno, pena lo snaturamento. Impossibile che stringa alleanza con quella sinistra che sputa sul governo tutti i giorni. Impossibile anche, per gli stessi motivi, un apparentamento con i gruppuscoli centristi, gli ex berlusconiani alla Verdini”. Insomma è la conferma della teoria dell’autosufficienza di veltroniana memoria, quella che portò alla magnifica sconfitta del 2008.

Tutto chiaro? Mica tanto. questo è un po’ il gioco delle tre carte. Si dice una cosa da una parte e se ne fa dire un’altra da un’altra parte. Ballon d’essai probabilmente quelli di Renzi sul Corriere e su twitter. Sondaggi per vedere ‘l’effetto che fa’ come avrebbe cantato Iannacci.

La minoranza Pd
Quanto alla dissidenza interna, in un’intervista a la Repubblica Miguel Gotor, senatore della minoranza, ripete che occorre superare l’Italicum, non correggerlo, “perché tra la cosmetica e una legge che garantisce davvero maggiore rappresentanza preferiamo la seconda strada”. E non basta la mozione di Sel, che sarà discussa a settembre: “Tocca a Renzi prendere l’iniziativa”.
Gotor propone poi un baratto: “Dopo l’estate faremo un bilancio e decideremo come schierarci al referendum costituzionale”. Insomma non come Renzi fa dire a Meli sul Corsera ‘prima votano la riforma, poi gli cambio la legge’, ma piuttosto se la cambia, la minoranza vota il Dl Boschi. “Renzi è un politico realista, attento ai rapporti di forza. Si rende conto che l’Italicum ha un limite strutturale: è pensato come un abito su misura del Pd al 40 per cento, presuppone lo sfondamento di una sola forza. Ma la realtà è molto diversa e presenta il conto”.

Pino Pisicchio (Gruppo Misto)
Il presidente del Gruppo Misto alla Camera Pisicchio, abile tessitore, salva capra e cavoli, la sua maggioranza e la voglia di cambiare la legge elettorale: “Occorre togliere enfasi al tema della correzione dell’Italicum. Non è alle viste la guerra dei mondi, ma soltanto l’opportunità di correggere in Parlamento e in modo condiviso alcune fragilità dell’attuale impianto per renderlo più efficace ai fini della rappresentanza democratica e della governabilità. Non accettiamo, dunque, di usare questo argomento, posto con spirito collaborativo, come un oggetto contundente contro il governo”.

Riccardo Nencini (Psi)
“Il voto sul referendum costituzionale di ottobre sarà un voto politico e noi dobbiamo  fare la nostra parte”- ha detto il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, aprendo oggi a Roma i lavori della Direzione Nazionale del partito. “Intanto non va esclusa l’ipotesi di spacchettare il quesito referendario e poi – ha aggiunto – chiederemo di spostare la data della consultazione perché non leda o ritardi l’approvazione della Legge di Stabilità, con la quale – ha sottolineato il Segretario – bisogna aprire il ‘secondo tempo’ del governo. Serve una Legge di Stabilità attenta alle questioni sociali: alzare le pensioni minime da finanziare con un maggior prelievo da gioco d’azzardo; investire su giovani meritevoli e che si trovano nella  condizione del bisogno; mettere a punto un Piano Casa con cui mettere a disposizione nuovi 70.000 alloggi popolari”. Nencini, parlando ancora del referendum del prossimo ottobre, ha sostenuto che “va preso in considerazione con il doppio binario referendum -legge elettorale”. Per Nencini, “l’Italia ha ormai un sistema tripolare. Al ballottaggio possono andare forze che rappresentano soltanto un quarto dell’elettorato e potrebbero addirittura governare l’Italia in splendida solitudine” – ha detto ancora. “Rappresentare un quarto degli elettori è troppo poco per guidare un Paese. Per questo occorre modificare la legge elettorale allargando il premio di maggioranza all’intera coalizione, con un premier – ha aggiunto – che non sarà il leader del suo partito ma sarà leader e garante dell’intera coalizione”. Il Segretario ha poi annunciato la messa a punto del manifesto per un’Europa federale che i socialisti porteranno alla prossima riunione dei leader del Pse che si terrà a Parigi il prossimo 7 luglio.

Il partito di Alfano, l’NCD
Gli alfaniani vedono l’Italicum come una sentenza di morte e non c’è nulla di strano che desiderino cambiare una legge che li obbliga a entrare nel Pd o a scomparire: “L’Italicum – dice Valentina Castaldini, portavoce nazionale del Nuovo Centrodestra ai microfoni di TgCom24 – è una buona legge e per questo l’abbiamo votata e, come abbiamo sostenuto, si puo’ migliorare. Il premio alla coalizione e non alla lista permetterebbe di assicurare al Paese di avere una rappresentanza più articolata. Siamo disponibili a una discussione in questo senso con un confronto franco e schietto che vada nella direzione della costruzione di un percorso comune”.

Le opposizioni
Di Maio, M5s –
I Cinque stelle, che sarebbero i più favoriti dall’Italicum, assicurano che resta la loro contrarietà: il testo, concordano con SI, è incostituzionale. Ma nella maggioranza più d’uno si dice pronto a scommettere che al momento decisivo lavoreranno sottotraccia per lasciarlo invariato. Intanto scrive su Facebook Luigi Di Maio, vicepresidente della Camera e componente del direttorio M5s, “la Camera dei deputati ci costa 100.000 euro all’ora (avete letto bene) e il Pd vuole spendere questi soldi per cambiare l’Italicum. Facciano pure Ma quando vorranno tornare sulla Terra, gli mostreremo quali sono le priorità per l’Italia”.

Francesco Paolo Sisto, FI
“Sull’Italicum – dice il deputato di Forza Italia Francesco Paolo Sisto – Pd e M5S continuano a giocare a nascondino. Nei Dem si va avanti a contraddizioni, ieri vagiti di cambiamenti, oggi di nuovo frenata sulla possibilità di intervenire sulla legge elettorale. Ma è assai probabile che Renzi, sotto sotto, un pensierino su qualche modifica lo stia facendo, eccome. I grillini, al contrario, dopo aver tanto osteggiato l’Italicum, ora sembrano molto più cauti”.“E sebbene formalmente – aggiunge – la posizione dei 5Stelle resti contraria alla nuova legge, si intuisce che tenerla così come è a loro non dispiacerebbe affatto. Ancora una volta, dunque, l’unico partito coerente e chiaro nelle sue posizioni è Forza Italia: per noi l’Italicum andava cambiato prima e va cambiato ora”. In effetti nessuno ha mai capito perché alla fine del patto del Nazareno, Silvio Berlusconi accettò ob torto collo il premio di lista, che non voleva, anziché di coalizione. Ci fu un baratto, ma in cambio di cosa si convinse?

Massimo Villone (Comitato referendario)
“La calendarizzazione a settembre – che il PD avrebbe potuto impedire – di una mozione di Sinistra Italiana e mirata alla modifica dell’Italicum – dice Massimo Villone,  presidente del Comitato referendario per l’abrogazione delle norme della legge elettorale – conferma l’indebolimento di Renzi. Ma rimane la domanda: a quali modifiche Renzi sarà disponibile?”. “Consentire coalizioni e apparentamenti per l’attribuzione del premio – secondo Villone –  è una modifica più apparente che reale. Rimarrebbero la forzosa riduzione in chiave bipolare di un sistema ormai tripolare, l’eccesso di disproporzionalità tra voti e seggi, la possibilità di governi espressione di minoranze anche esigue, la lesione del principio del voto eguale. Ma servirebbe a Renzi per mettere nell’angolo M5S, al tempo stesso riducendo la tensione con i partiti minori, dentro e fuori il governo. Lo stesso può dirsi per la cancellazione del voto bloccato sui capilista. Le liste brevi imposte dai collegi di piccola dimensione consentono a un segretario di partito che decide su quelle liste di predeterminare in larga misura i candidati da eleggere, e di controllare così la maggioranza parlamentare. Le modifiche di cui si discute sono dunque una gruccia per il precario fronte del sì nel referendum costituzionale, mentre le censure politiche e costituzionali sulla legge rimangono tutte”.

Il 4 ottobre arriva la Corte
Nel rimpallo delle accuse, tra le mezze aperture e le mezze chiusure, nella stessa maggioranza sono sempre stati in tanti a storcere la bocca sull’Italicum già durante i passaggi in aula e solo i voti di fiducia hanno prodotto il miracolo della sua approvazione. Comunque è bene ricordare che mancando una modifica della legge anche per Palazzo Madama di fatto l’Italicum non è utilizzabile fino a conclusione del referendum. Non è immaginabile infatti andare alle elezioni con due sistemi diversi, a meno di non accettare preventivamente l’ingovernabilità delle Camere. E il 4 ottobre la Corte esamina i ricorsi sulla legge elettorale. I punti sotto la lente sono sei e, allora, come nel gioco dell’oca si potrebbe ripartire anche tutti dal Via.

Governo battuto al Senato. Ala vota con Forza Italia

Riforme-SenatoGoverno battuto al Senato su un ddl di ratifica di 5 accordi internazionali in materia di lotta al terrorismo. Grazie anche ai voti di Ala e alcuni senatori di Ap, la maggioranza va sotto su un emendamento di Forza Italia, a firma Palma-Caliendo e altri, e scatta l’allarme rosso tra i renziani. Luigi Zanda protesta: ”E’ stata una manovra politica”.

Le opposizioni esultano e cantano vittoria. Come sempre in questi casi, è un ‘combinato disposto’ di fattori la causa dello scivolone. Numeri alla mano, certamente ha inciso l’assenza di vari senatori Pd in Aula, visto che dei 113 componenti il gruppo Dem ne erano presenti soltanto 80. Mancavano, dunque, all’appello 33, alcuni dei quali assenti giustificati, altri no. Non solo, ma al momento della votazione dell’emendamento Caliendo, 7-8 senatori Dem avrebbero lasciato l’emiciclo. Se si tiene conto, poi, che tutti i verdiniani e 9 dei 32 parlamentari Ap hanno votato con l’opposizione, il gioco è fatto.

Secondo alcune fonti azzurre, gli uomini di Denis Verdini sarebbero stati determinanti in ben tre occasioni. Non solo durante il voto all’ l’emendamento di Fi che ha provocato la bocciatura del governo, ma pure prima del ‘fattaccio’, quando hanno respinto gli emendamenti delle opposizioni, e successivamente, quando sono usciti dall’Aula (per ascoltare una dura reprimenda di Verdini, raccontano alcuni) ed è mancato il numero legale sugli articoli restanti del provvedimento. Fatto sta che alla fine, la maggioranza si è ritrovata sotto ed è stata sospesa la seduta. Una volta ripresa, però, visto che il numero legale è mancato due volte di seguito, il presidente di turno del Senato, Roberto Calderoli, ha deciso di rinviare a una prossima seduta l’esame del ddl anti-terrorismo.

Prima del rinvio a una nuova seduta, l’Aula di palazzo Madama ha approvato, stavolta con parere favorevole del governo, un altro emendamento di Forza Italia, che prevede una pena non inferiore a 20 anni per chi utilizza materia radioattiva o un ordigno nucleare per finalità di terrorismo.

Minimizza il presidente dei senatori di Area popolare Ncd-Udc, Renato Schifani per il quale non vi è stato “nessun fatto politico ma squisitamente tecnico, e quindi nessun messaggio al governo. Il voto di oggi sull’emendamento Caliendo da parte di alcuni senatori del gruppo di Area popolare e’ motivato dalla maggiore sensibilità di questi che, secondo la propria coscienza, hanno ritenuto di inasprire le sanzioni nei confronti di un grave reato quale quello configurato da atti di terrorismo nucleare”.

Redazione Avanti!