L’Italia laboratorio del governo populista

Il governo M5S-Lega è stato ripescato all’ultimo minuto, quando ormai era dato per morto. La giornata cruciale è stata mercoledì 9 maggio. Matteo Salvini ha annunciato a sorpresa: ”Ci provo fino all’ultimo”. Il segretario leghista e Luigi Di Maio si sono incontrati in mattinata alla Camera e hanno chiesto a Sergio Mattarella altre 24 ore di tempo prima di archiviare l’esecutivo tra le due forze populiste. Il presidente della Repubblica ha risposto positivamente alla richiesta e subito il capo politico dei cinquestelle ha fatto un passo avanti decisivo per svelenire lo scontro con Silvio Berlusconi: l’obiettivo è “un governo del cambiamento” solo con la Lega, “non è un veto su Berlusconi”.

A quel punto il presidente di Forza Italia, ha messo da parte la sua ostilità totale in risposta ai veti dei grillini ai suoi danni; ha dato il disco verde in serata con un comunicato stampa: non voterà la fiducia all’esecutivo grillo-leghista ma attuerà una opposizione costruttiva, praticherà una “critica benevolenza. Una specie di astensione benevola”, come ha precisato il forzista Giovanni Toti. Probabilmente deciderà volta per volta se votare sì o no a una legge.

Di Maio e Salvini hanno brindato al matrimonio di governo tra i due populismi in opposizione radicale tra loro fino alle elezioni politiche del 4 marzo. Salvini ha evitato la rottura con Berlusconi anche se è stata minata l’unità del centro-destra. Il Cavaliere è con un piede fuori e uno dentro (e potrà tutelare le sue aziende), non è più per i cinquestelle “il male assoluto” né “un traditore” del popolo. Mattarella ha messo da parte la sua proposta di “un governo di servizio” composto da tecnici, pronta a scattare perché dopo due mesi di incontri e di consultazioni non era emersa nessuna maggioranza politica in Parlamento per sostenere un esecutivo. La legislatura, per ora, è salva. Ma solo per ora.

Non sarà facile l’intesa. Di Maio e Salvini hanno cominciato a discutere di Palazzo Chigi (due candidati per un solo posto), di divisione dei ministeri (il leghista potrebbe andare all’Interno e il cinquestelle agli Esteri) e di programmi. Ci sono alcuni punti di intesa come sull’abolizione della legge Fornero (probabilmente ci sarà un ammorbidimento delle regole per andare prima in pensione), ma i contrasti sono forti su molti punti: il segretario del Carroccio vuole introdurre la flat tax (una unica imposta sul reddito del 15%) invece il capo del M5S intende ridurre le aliquote Irpef, Di Maio ha come cavallo di battaglia il reddito di cittadinanza mentre Salvini ha trionfato chiedendo l’espulsione degli immigrati illegali dall’Italia. Non sarà facile: entro lunedì 14 maggio dovranno illustrare a Mattarella i contenuti del “contratto alla tedesca” per formare il nuovo governo.

Un nodo cruciale è l’atteggiamento verso l’Unione europea e la Nato. Mattarella vigila sull’ancoraggio dell’Italia alle sue tradizionali alleanze occidentali contro le tentazioni di pericolosi strappi. Il presidente della Repubblica ha invitato a mettere da parte le teorie cosiddette “sovraniste” (il nuovo nazionalismo contro l’Europa e l’Alleanza militare atlantica basata sugli Usa) perché sono pronte “a proporre soluzioni tanto seducenti quanto inattuabili”.

I mercati finanziari internazionali e l’Europa, timorosi per l’arrivo di un esecutivo M5S-Lega, vegliano da lontano e da vicino sul laboratorio politico italiano. Le due forze populiste anti sistema, pronte ad entrare nel sistema, fino a poco tempo fa chiedevano un referendum sull’euro e si spingevano fino a reclamare l’uscita dell’Italia dalla Ue e dalla Nato. Da mercoledì la Borsa di Milano perde colpi mentre lo spread (il differenziale tra i buoni del Tesoro decennali italiani e gli analoghi tedeschi) è repentinamente salito fino quasi a quota 140, il livello più alto degli ultimi tre mesi. Non c’è panico, ma cresce la tensione in attesa di esaminare la composizione e i contenuti del programma dell’esecutivo giallo-verde (si temono le ripercussioni sul debito pubblico per i forti aumenti di spesa e per cospicui tagli delle imposte). Per ora i tassi d’interesse sui titoli del debito pubblico della Penisola sono aumentati poco e non sono esplosi come nel novembre del 2011 (Berlusconi fu costretto a dimettersi da presidente del Consiglio per fare largo al tecnico Mario Monti). I mercati e l’Unione europea aspettano di vedere il comportamento sul campo del governo targato M5S-Lega.

L’Italia è il primo importante paese della Ue nel quale stanno per andare al governo due partiti populisti euroscettici: il tandem M5S-Lega. Ora occorrerà vedere i risultati: se saranno positivi o negativi. In tutti e due i casi potrebbero costituire una indicazione per l’Europa, in un senso o nell’altro, adesso e nelle future elezioni.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

L’ESPLORATRICE

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A Maria Elisabetta Alberti Casellati va l’incarico esplorativo mirato. La presidente del Senato avrà due giorni di tempo per verificare se esistono le condizioni per formare una maggioranza parlamentare composta da Centrodestra e Movimento 5 Stelle. Il tempo scadrà venerdì. Poi il Colle percorrerà altre strade.

In tarda mattinata arriva la decisione del presidente della Repubblica.  “Ho ringraziato per la fiducia Mattarella – afferma Casellati dopo l’incontro al Quirinale – che terrò costantemente aggiornato. Intendo svolgere l’incarico con lo stesso spirito di servizio che ha animato in queste settimane il ruolo di presidente del Senato”.

Immediate le reazioni a destra. “Noi siamo pronti a fare tutto, tranne che un governo con il Pd. Se Di Maio e Berlusconi continuano a dirsi no a vicenda se ne assumono la responsabilità. Se Di Maio vuole fare la rivoluzione con il Pd, gli faccio i migliori auguri” le parole di Matteo Salvini. Il capogruppo leghista a Palazzo Madama Centinaio non vive la vicenda con ottimismo: “Un risultato sarebbe un miracolo”.

La partita diventa sempre più complicata. Ad oggi un accordo centrodestra-M5s appare improbabile. Basti pensare che subito dopo l’ufficialità della nomina, il senatore pentastellato Vito Crimi ci tiene a ribadire: “A Casellati ripeteremo che il veto su Berlusconi rimane”. Difficile anche immaginare che la Lega possa mollare Forza Italia e Berlusconi per Di Maio. Insieme Lega e FI governano le grandi regioni del Nord che, in caso di scossoni a livello nazionale, sarebbero a rischio. Insomma, l’impasse non si sblocca.

L’unica soluzione potrebbe essere rappresentata dal Partito Democratico. Al Nazareno nessuno ha intenzione di intervenire in soccorso di chi ha ricoperto di insulti le politiche dem fino a poco tempo fa. Per questo un eventuale intervento dovrà essere necessariamente successivo ad una ammissione di colpa da parte degli altri schieramenti. “Prima dicano agli italiani che hanno fallito, che sono incapaci di formare un Governo. Poi, se Mattarella ce lo chiederà, ne parleremo” il pensiero di uno dei parlamentari più navigati del Pd.

La conferma della linea assunta dai dem arriva dal segretario reggente, Maurizio Martina, che butta la palla nell’altro campo: “Con il mandato alla presidente Casellati si pone fine alle ambiguità di questi 45 giorni. Altro che aspettare le elezioni regionali, ora è il momento della verità per chi dopo il 4 marzo ha pensato solo a tatticismi e personalismi”.

F.G.

TEMPI LUNGHI

di maio mattarella

“Nessun partito e nessuno schieramento dispone da solo dei voti necessari per formare un governo e sostenerlo ed è indispensabile quindi, secondo le regole della nostra democrazia, che vi siano intese tra più parti per formare una coalizione che possa avere una maggioranza in Parlamento. Nelle consultazioni in questi due giorni questa condizione non è emersa”. Lo ha il presidente della Repubblica Sergio Mattarella al termine delle consultazioni al Quirinale. Una seconda giornata che si è conclusa secondo le attese.

Nel secondo giorno al Quirinale, dopo Pd e Forza Italia, è arrivata la delegazione della Lega con il segretario Matteo Salvini, Gian Marco Centinaio e Giancarlo Giorgetti, capigruppo al Senato e alla Camera. “Lavoriamo per un governo che lavori almeno 5 anni. Partendo da chi ha vinto le elezioni e numeri alla mano coinvolgendo il Cinque stelle”, ha detto Matteo Salvini al termine del colloquio con Mattarella. Salvini ha anche detto di non temere, se necessario, un ritorno al voto. Una minaccia per alcuni e un invito per altri. Insomma Salvini fa il primo passo verso i 5 Stelle anche se per ora ufficialmente non rinuncia all’unità del centrodestra di cui le elezioni gli hanno consegnato la leadership. “Non ci vuole uno scienziato – ha detto – per capire che altre soluzioni sarebbero improvvisate. Avrò dei contatti con tutti nei prossimi giorni, anche formali per trovare una soluzione”. In primo luogo con Di Maio. “Se non si trova una quadra non resterebbe che tornare alle urne, una prospettiva che non auspichiamo ma che non temiamo”. La matassa sembra complicata da sbrogliare per il capo dello Stato e si parla già di un possibile secondo giro di consultazioni che potrebbe iniziare mercoledì prossimo, ma la novità è che Lega e 5 Stelle hanno iniziato a parlarsi.

Anche i 5 Stelle sono rimasti sostanzialmente sulle posizioni già espresse. E non poteva, per il momento, essere diversamente. Rimante quindi la candidatura di Di Maio. “Abbiamo detto al presidente Mattarella – ha detto il leader pentastellato al termine delle consultazioni al Colle – che sentiamo tutta la responsabilità di esser la prima forza politica di lavorare il prima possibile per assicurare una maggioranza ad un governo del cambiamento”.

E sulle apertura al Pd Di Maio ha precisato: “Le mie aperture sono sincere, ma voglio anche precisare che rispetto a quello che ho letto in questi giorni io non ho mai voluto spaccare il Pd, mi rivolgo al Pd nella sua interezza perché al di là delle differenze di vedute non ci permetteremo mai di interferire nelle loro dinamiche interne”. Per Di Maio “un contratto di governo si può sottoscrivere o con la Lega o con il Pd. Questi sono i due interlocutori, è chiaro che sono due soluzioni alternative”, ha ribadito Di Maio dopo le consultazioni al Quirinale. “Dopo gli incontri capiremo con chi si potrà sottoscrivere il contratto di governo”. Ma viste le indisponibilità del Pd, al momento l’unica strada aperta rimane quella con la Lega.

I Dem hanno ribadito la loro posizione con il segretario reggente Maurizio Martina: ‘Chi ha vinto le elezioni’, è stato l’invito “si prenda la responsabilità del governo”, per quanto riguarda il Pd: “Non ci sono ipotesi di governo”. “Le forze che hanno vinto le elezioni – ha aggiunto Martina – ci dicano se sono in grado di avanzare ipotesi di governo praticabili. Il tempo della campagna elettorale è finito, queste forze farebbero bene a tornare con i piedi per terra”.

Forza Italia ha invece sottolineato la necessità e l'”urgenza” di un governo che parta dal centrodestra, la coalizione che ha ottenuto più voti. Silvio Berlusconi che guidato la delegazione di Forza Italia, ha evidenziato la necessità di figure di “alto profilo” e detto no a governi fatti “di pauperismi, giustizialismi e populismi”. Senza citarli direttamente Berlusconi ha di fatto chiuso ogni ipotesi di dialogo con il Movimento 5 Stelle. “In Europa – ha sottolineato Berlusconi strizzando l’occhio agli alleati più euroscettici – è necessario tutelare gli interessi italiani meglio di quanto è stato fatto fino ad ora. Ma non ci verrebbero perdonati populismi, dilettantismi e improvvisazione”.

I tempi per la formazione del governo, considerata la posizione rigida dei partiti e i veti incrociati che ogni giorno vengono rilanciati , in ogni caso si allungano. Nessuna forza politica può contare su una maggioranza autonoma in Parlamento e la nascita di un nuovo esecutivo è necessariamente subordinata ad un’intesa tra due o più gruppi parlamentari. E il braccio di ferro tra i leader si gioca proprio su quale possa essere la composizione della coalizione. Nessuna posizione di chi si candida a governare per il momento sembra compatibile con le altre. Ma quello che risalta è che finita la campagna elettorale Matteo Salvini e Silvio Berlusconi enunciano soluzioni divergenti sull’atteggiamento da tenere nei negoziati per la formazione del governo.

Governo, un’intesa piena di ostacoli

Camera Deputati

Si parte alla ricerca di una maggioranza in grado di sostenere un governo. Le consultazioni al Quirinale inizieranno mercoledì 4 marzo. Ma il primo giro rischia di andare a vuoto. Perché la via di un’intesa giallo-verde è irta di ostacoli, a partire dalla volontà di Salvini di includere Forza Italia. Il M5s prova a rilanciare la propria iniziativa convocando già per domani un incontro “sui programmi” dei capigruppo di tutti i partiti. Ma il Pd, corteggiato dai grillini e agitato dalle sue divisioni, si tira fuori: “Non avranno i nostri voti”, dice Matteo Renzi.

In attesa dell’avvio delle consultazioni, inizia in confronto tra i gruppi parlamentari. Il primo incontro è alla Camera tra i capigruppo di M5s con Forza Italia. Danilo Toninelli e Giulia Grillo hanno incontrato Anna Maria Bernini e Maria Stella Gelmini. “E’ stato un incontro molto utile: abbiamo ascoltato le loro proposte e abbiamo presentato le nostre. Andremo avanti con un confronto parlamentare continuativo al livello dei capigruppo”, ha detto la Bernini al termine. I pentastellati hanno incontrato poi LeU. “Noi abbiamo detto che non ci sottraiamo al dialogo e al confronto sulle cose concrete anzi vediamo positivamente il fatto che si esca da una fase in cui si parla di poltrone. Sul confronto parlamentare diamo la nostra totale disponibilità”. hanno detto lasciando la riunione che si è tenuta alla Camera con i capigruppo M5s i rappresentanti di Leu, Loredana De Petris e Federico Fornaro.

Nel frattempo, Matteo Salvini, frena sul reddito di cittadinanza. “Dopo 5 anni di propaganda ora scoprono che si sono sbagliati. Per anni hanno promesso soldi, illudendo le persone e speculando sulla pelle di chi non ce la fa. Passata la festa, gabbato lo santo. Vergogna”. E’ questo il retweet con cui l’account Lega-Salvini Premier rilancia un’intervista in cui l’esponente Pd Michele Anzaldi critica, in maniera dura, il reddito di cittadinanza portato avanti dal M5S.

Anche Salvini prova a spingere sull’acceleratore: “O parte un governo o si va subito al voto. Non ci sto a tirare a campare, discutere per un anno di legge elettorale sarebbe devastante”. Il leader della Lega assicura che il centrodestra è “granitico”, anche se al primo giro di consultazioni ognuno si presenterà per proprio conto. E aggiunge che con il M5s “c’è un dialogo”: un governo è possibile. I Cinque stelle proseguono in realtà un corteggiamento sotto traccia al Pd. Ma Salvini, che fa sapere che non accetterebbe un incarico “al buio” senza avere prima un accordo, mostra di non crederci: “Voglio veder Di Maio trovare 90 voti in giro che si convincono…”.

Il leader della Lega esclude un esecutivo con i Dem, ma assicura che M5s non ha l’esclusiva dei contatti: “Sento tutti i pezzi del Pd”. L’accenno di Salvini ai “pezzi” del Pd non è casuale, perché dietro l’unità sulla linea dell’opposizione, il partito democratico sembra diviso in due, tra renziani e orfiniani che rifiutano ogni dialogo e il correntone “governista” che non vuole l’Aventino.

Intanto Renzi cerca di compattare il proprio partito: “La situazione politica è chiara: il Pd starà all’opposizione. E stando all’opposizione potrà dare un aiuto al Paese portando un clima di civiltà e rispetto del Governo che nei nostri confronti purtroppo non c’è stato. L’opposizione si può fare bene. Chi ha vinto le elezioni si metterà d’accordo, prima o poi: del resto Cinque Stelle e Centrodestra stanno facendo accordi in tutti i passaggi istituzionali”. E ancora: “Quando eravamo al Governo noi, questa fase delicata della democrazia parlamentare si chiamava ‘accaparramento di poltrone’. Ora che c’è un accordo che va da Berlusconi a Di Maio, passando per Salvini, per i centristi, per la Meloni (cinque forze, un nuovo pentapartito) si chiama ‘rappresentanza istituzionale’. Quelli che quando c’eravamo noi gridavano nei talk contro gli inciuci, oggi vanno in tv a spiegare la necessità degli accordi che smentivano con forza prima delle elezioni. Guardiamo il positivo, amici. Il vocabolario della politica migliora: si passa dagli insulti ai toni istituzionali. E nelle aule del Parlamento il clima è molto più tranquillo”.

Comune nel partito democratico cresce la tensione. Il mal di pancia è ben visibile nella diatriba sollevata in particolare da Dario Franceschini (poi sposata da Andrea Orlando) su una questione formale. Ovvero se convocare i gruppi Pd di Camera e Senato prima del quattro marzo (come invocato dai ministri della Giustizia e dei Beni Culturali) per chiarire la linea politica dem quando i partiti saranno ricevuti al Colle per discutere sul governo. Oppure se convocare la riunione dei gruppi dei due rami del Parlamento solo all’indomani delle consultazioni col Quirinale, come replica Lorenzo Guerini. Il segretario reggente Maurizio Martina sta mediando tra le varie anime dem, anche se la sua idea è di convocare i Gruppi e la direzione all’indomani delle consultazioni al Quirinale per un confronto interno. E, soprattutto, per fare il punto della situazione.

Battito d’ali del Rosatellum. Riassegnati 4 seggi

Foto Fabio Cimaglia / LaPresse 04-10-2017 Roma Politica Camera dei Deputati. Nota di aggiornamento sul Documento di Economia e Finanza Nella foto Ettore Rosato Photo Fabio Cimaglia / LaPresse 04-10-2017 Roma (Italy) Politic Chamber of Deputies. Update of the Document Economy and Finance In the pic Ettore Rosato

Ettore Rosato. Foto: Fabio Cimaglia / LaPresse

Ancora colpi di scena sul versante della nuova legge elettorale, l’ultimo riguarda la composizione dei seggi di Camera e Senato che si insedieranno venerdì prossimo su cui sono intervenute le corti d’Appello e la Cassazione.
Il caso da cui tutto è partito è stato il seggio conteso in Calabria tra Forza Italia e Fratelli d’Italia, nello specifico tra Maria Tripodi (FI) e Fausto Orsomarso (FdI), i cui effetti dalla Calabria sono arrivati in Trentino. I giudici hanno stabilito che il seggio è della forzista Tripodi a scapito di Orsomarso. Il seggio perso da Orsomarso provoca un effetto a catena: a Fdi verrà riassegnato un seggio in Veneto e lo scranno andrà a Luca De Carlo, sindaco di Calalzo di Cadore (Belluno), a scapito della Lega, che però recupererà un seggio in Trentino Alto Adige, assegnato alla leghista Stefania Segnana. Quest’ultima a sua volta scalza sempre in Trentino Michaela Biancofiore (FI), che però – grazie alle pluricandidature – rientrerebbe in Emilia Romagna, dove dovrà cederle il passo Francesca Gambarini (FI).
Domenica scorsa l’Ufficio elettorale Centrale Nazionale della Corte di Cassazione, a 13 giorni dal voto, aveva finalmente emesso il suo verdetto inserendo l’esponente parmense di Forza Italia Francesca Gambarini fra gli eletti a un seggio alla Camera dei Deputati. Oggi la doccia fredda. L’attuale consigliera comunale di Fidenza è stata esclusa dopo il riconteggio dei voti sul proporzionale a Trento.
“Circa 4.000 voti” attribuiti a Fratelli d’Italia anziché a Forza Italia. È questo il principale errore rettificato dall’Ufficio elettorale centrale della Cassazione a seguito della comunicazione arrivata dall’ufficio circoscrizionale della Calabria. Lo si desume dal verbale della Cassazione, tornata a riunirsi martedì pomeriggio a seguito dalla comunicazione giunte dalla Calabria relative “all’erronea attribuzione alla lista Fratelli d’Italia di circa 4.000 voti anziché alla lista Forza Italia”.

I Cinque Stelle e il costo del reddito di cittadinanza

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Il reddito di cittadinanza costerebbe oltre 100 miliardi di euro. La proposta che ha consentito al Movimento 5 stelle di diventare il primo partito in Italia è una misura mirata, che  dovrebbe interessare circa 9 milioni di persone, secondo le stime contenute nel documento con cui illustrano la misura. Nel documento del movimento penta stellato si legge: “La selezione è stata fatta includendo tutti coloro che non hanno reddito o hanno redditi molto bassi”.

Dalle vaghe ed imprecise indicazioni fornite, tra cui i requisiti dei beneficiari e gli importi erogabili, si potrebbe immaginare, di conseguenza, che  la proposta dei grillini si dovrebbe collocare a metà tra il salario minimo garantito e il reddito minimo garantito.

In realtà, sarebbe qualcosa di diverso, dal nome con cui è stata battezzata la misura stessa, reddito di cittadinanza, che invece indicherebbe un’erogazione universale, cioè per tutti i cittadini di un paese, ricchi e poveri, occupati e disoccupati. Il costo dell’intervento proposto dai grillini sarebbe, secondo le loro stime, pari a 16 miliardi di euro, che andrebbero divisi tra una platea di circa 9 milioni di persone (meno di 1.700 euro a persona).

Ma, gli ultimi dati disponibili dell’Istat indicano che  le persone povere, in Italia, sono più di quelle stimate dal Movimento 5 stelle. Le persone che risultano in povertà assoluta sono 4,7 milioni, a cui vanno sommati altri 8,5 milioni di individui che vivono in povertà relativa, per un totale di 13,2 milioni.

Risultati simili si ottengono dall’indagine di Bankitalia sui bilanci delle famiglie, da cui emerge che il 23% delle famiglie italiane, nel 2016, è a rischio povertà. Considerando che i nuclei familiari nello stesso anno sono 25,4 milioni, e in media i componenti sono 2,4 milioni, si può arrivare al totale di 14 milioni di persone. La copertura di 16 miliardi, necessari per i 9 milioni stimati dai grillini, salirebbe così a circa 25 miliardi di euro. Arrivando all’intervento universale, cioè all’intervento che reddito di cittadinanza, invece, dovrebbe andare a tutta la popolazione, quindi circa 60 milioni di persone. Moltiplicando la spesa prevista per la platea individuata dal Movimento 5 stelle a tutti gli italiani la spesa supererebbe i 100 miliardi di euro.

Più che il reddito di cittadinanza pari ad una mortificante elemosina che non risolve il problema della dignità umana, la via da seguire dovrebbe essere quella del reddito da lavoro, o meglio, la piena occupazione di keynesiana memoria.

Inoltre, l’impatto sociale del cosiddetto reddito di cittadinanza, potrebbe essere uno stimolo alla pratica del lavoro nero con le immaginabili ripercussioni negative anche sul piano previdenziale. Poi, il Movimento penta stellato non ha mai detto come e dove trovare le coperture di bilancio per pagare il reddito di cittadinanza.

Preoccupazioni che si pongono anche le agenzie di rating. Recentemente, nel suo rapporto, Fitch ha evidenziato che l’esito delle elezioni, in Italia, ha reso difficile la formazione di un governo stabile, ha aumentato la probabilità di un allentamento fiscale e ha ulteriormente indebolito le prospettive di riforme economiche strutturali. Secondo Fitch: “L’alto livello di frammentazione politica emerso dalle urne limita la capacità del prossimo governo di tenere fede alle promesse elettorali”. Promesse che un’altra agenzia di rating, Moody’s, a febbraio, aveva giudicato insostenibili.

Alla luce della vittoria del partito euroscettico e anti-establishment, cioè del Movimento 5 Stelle, che ha portato a casa il 32,7% dei voti seguito dalla Lega (17,4%) che ha fatto meglio di Forza Italia (14%), Fitch sostiene che è aumentata l’influenza di politiche populiste, a prescindere che sia esercitata da dentro o da fuori di un governo. L’agenzia di rating ha sottolineato che sia il M5S sia la Lega hanno recentemente allentato la loro retorica anti-euro. Comunque, i negoziati per formare una coalizione saranno difficili e potenzialmente prolungati e non è chiaro fino a dove i potenziali partner si spingeranno nel fare convergere le loro piattaforme politiche, rendendo incerta la composizione del prossimo governo. Fitch si è posta due domande. Quanto il movimento di Luigi di Maio sarà disposto a fare compromessi visto che tradizionalmente non è stato disposto a fare parte di coalizioni? Il Partito Democratico sarà disposto a formare un governo con il centro-destra o con il M5S considerato che il partito portato alle elezioni dall’ormai non più segretario Matteo Renzi, reduce di una sconfitta con il 18,7% delle preferenze, ha detto che il suo destino è essere all’opposizione?

Sembrerebbe che gli interessi di bottega prevalgano agli interessi del Paese. Le vittorie elettorali di M5Stelle e della Lega sono state ottenute con una propaganda demagogica e stanno trascinando il Paese verso una pericolosa destabilizzazione.

E’ necessario, al più presto, costruire per il Paese una nuova alternativa fatta di contenuti responsabili, la cui guida dovrebbe essere affidata a persone credibili ed oneste, politicamente ed intellettualmente. Ampi spazi potrebbero aprirsi per il Psi, ma bisognerebbe saperli cogliere iniziando un percorso di maggiore autonomia.

Salvatore Rondello

Tra il M5S e la Lega consonanze e dissonanze

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Donald Trump deve molto a Steve Bannon. Per il M5S e la Lega potrebbe accadere lo stesso. È grazie anche a Bannon se il ricco imprenditore è stato eletto presidente degli Stati Uniti d’America nel 2016. Il giornalista amante di internet è stato lo stratega della campagna elettorale basata sulla “rivoluzione nazional populista” con la quale Trump ha battuto la candidata favorita alla Casa Bianca, la democratica Hillary Clinton.

La nazione americana contro la globalizzazione, l’industria statunitense contro la finanza internazionale, il ceto medio ed operaio impoveriti e precariezzati contro la delocalizzazione delle fabbriche decisa dalle multinazionali, il primato del Paese a stelle e strisce contro le grandi organizzazioni sovranazionali, gli americani contro gli immigrati. La ricetta della destra sovranista e protezionista ha affascinato gli Usa e Trump ha battuto la Clinton.

La stessa ricetta si sta imponendo in Europa, può fare e fa faville soprattutto in Italia: il M5S e la Lega sono le protagoniste. Bannon, da qualche settimana nel nostro Paese, non nasconde la sua soddisfazione per le elezioni politiche del 4 marzo: il M5S e la Lega, la sua favorita, hanno trionfato secondo i suoi auspici. In una conversazione con ‘La Stampa’ ha indicato nel Belpaese «il cuore della rivoluzione»: i cinquestelle e i leghisti sono i partiti espressione della «rivolta dei disagiati». Le lodi si sprecano: in Italia c’è la «forza trainante del nazional populismo» perché «siete più creativi di britannici, francesi e tedeschi». Dall’analisi Bannon è passato alle prospettive: «Il mio sogno è di vederli governare assieme».

Forse non è solo “un sogno”. L’ipotesi dell’ex ideologo di Trump, una volta quasi fantapolitica, adesso non sembra del tutto peregrina. Sia il M5S (32,6% dei voti) sia il centro-destra (37%) a trazione leghista hanno vinto le elezioni, ma non hanno conquistato una maggioranza in Parlamento in grado di sostenere un governo. Così si è aperto uno spiraglio per il “sogno” di Bannon. Matteo Salvini lo alimenta annunciando: «Esclusa una collaborazione con il Pd, tutto il resto è possibile». Il segretario della Lega finora si è sempre proposto come presidente del Consiglio di un governo basato sul centro-destra, ma potrebbe cambiare: il 17,3% dei consensi ottenuti dal Carroccio sommati a quelli dei cinquestelle possono dare vita a un esecutivo dei due populismi forte del 50% dei voti e della maggioranza dei seggi alla Camera e al Senato.

Salvini il 14 marzo ha alzato il telefono e ha parlato con il capo del M5S. Hanno discusso sulle presidenze della Camera e del Senato da eleggere il 23 marzo. Il M5S e la Lega ne dovrebbero incassare una a testa, secondo il segretario del Carroccio. Non solo. Propone di rivedere «in 7 giorni» l’attuale legge elettorale «applicando un premio di maggioranza alla coalizione vincente». Di Maio su Facebook, però, ha rivendicato «l’attribuzione al MoVimento della presidenza della Camera dei Deputati». Su un accordo per il nuovo governo nulla di concreto, c’è grande cautela. Il capo politico pentastellato ha precisato più volte che una cosa è l’intesa sulle presidenze delle Camere e un’altra quella per il governo: non sono legate. Di Maio si candida a presidente del Consiglio e vuole parlare «con tutti». Dal Pd, guidato dal reggente Maurizio Martina dopo le dimissioni di Matteo Renzi, si è già preso un no mentre un’apertura è arrivata da Salvini.

Tra la Lega, forza nazionalista di destra, e il M5S, movimento della protesta di sinistra-destra, ci sono consonanze e dissonanze. Hanno raccolto una valanga di voti dopo la Grande crisi economica internazionale iniziata nel 2008, hanno messo sul banco degli imputati e decimato i partiti tradizionali, si sono scagliati contro le élite per poi corteggiarle ed ottenere riconoscimenti. Sono due forze euroscettiche, ostili all’euro e alle sue regole con simpatie per Vladimir Putin, entrambe vogliono rispedire a casa gli immigrati illegali sbarcati in Italia, intendono abolire la legge Fornero che ha innalzato gli anni per la pensione e cancellare il Jobs Act, puntano ad aumentare il deficit pubblico per sostenere investimenti e occupazione. Sono due forze di opposizione anti sistema impegnate in una metamorfosi governativa.

Ma assieme alle consonanze ci sono le dissonanze: sia Di Maio sia Salvini vogliono la presidenza del Consiglio, il M5S ha preso i voti soprattutto al Sud e la Lega al Nord, i cinquestelle chiedono il reddito di cittadinanza mentre i leghisti lo contestano come misura assistenzialista, il Carroccio vuole la flat tax (una unica tassa piatta al 15% che favorisce soprattutto gli alti redditi), mentre i pentastellati progettano una riduzione delle aliquote Irpef (va incontro al ceto medio). Non solo. Salvini deve fare i conti anche con Silvio Berlusconi. Il presidente di Forza Italia respinge ogni ipotesi di un accordo con “la setta” (come definisce il M5S), mentre punterebbe ad una intesa con il Pd. L’ex presidente del Consiglio teme la supremazia del Carroccio. La Lega e Forza Italia possono finire in rotta di collisione e il centro-destra rischia lo sfaldamento. Un governo M5S-Lega è un rebus complicato.

Rodolfo Ruocco
(
Sfogliaroma)

Gervasoni: la terza repubblica può attendere

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Intervista a Marco Gervasoni, professore di Storia comparata dei sistemi politici all’Università Luiss di Roma e di Storia contemporanea all’Università del Molise, ed editorialista de «il Messaggero».

Professore, le elezioni, facendo saltare il bipolarismo classico tra centrosinistra e centrodestra a guida Berlusconiana, hanno inaugurato la Terza Repubblica?
«Prima di parlare di Terza Repubblica aspetterei l’evoluzione degli scenari politici attuali. Per quanto riguarda il bipolarismo, ricordiamo che era già saltato nelle elezioni del 2013, visto il risultato ottenuto dai 5 Stelle. È pur vero che si sta andando verso un bipolarismo tra il centrodestra a guida leghista e il Movimento 5 Stelle. In questo scenario Il Pd potrebbe fare l’ago della bilancia, anche se rischia di essere riassorbito in uno dei due schieramenti».

Il confronto tra i risultati del 4 marzo e quelli del 2013 è impietoso sia per Forza Italia (Pdl nel 2013) che per il Pd: cosa è cambiato?
«Certamente questi due partiti sono usciti sconfitti dal voto, ma in maniera molto differente. La sconfitta del Pd è quantitativamente e qualitativamente molto più pesante e ha portato Renzi alle dimissioni. Quella di Fi può anche non essere considerata come una sconfitta. Con tutto quello che è successo a Berlusconi, non è un risultato così negativo. Da questo punto di vista può essere addirittura considerato un successo, anche perché la coalizione del centrodestra, seppur guidata da Salvini, ha preso più voti di tutti. Per il Pd queste elezioni hanno sancito il crollo dell’egemonia nelle regioni Rosse (Umbria, Emilia-Romagna e alcune parti della Toscana) che durava dal 1946. Per quanto riguarda i cambiamenti sociali, ritengo che l’immigrazione sia stato uno dei fattori decisivi di queste elezioni. C’è un diffuso senso di paura che ha spostato molti voti. La crisi migratoria è stata fondamentale per cambiare la geografia elettorale italiana. Questo si vede anche in Germania dove l’economia tiene e tuttavia l’AFD sta continuando a crescere. Bisogna anche considerare che la situazione economica è cambiata solo al Nord, ma non al Sud e da qui si comprende il grande risultato ottenuto dai 5 Stelle».

Cosa ne pensa della disfatta di Renzi? Quali sono le prospettive della sinistra italiana?
«Renzi aveva già subito una grave disfatta con il referendum del 4 dicembre. Dopo averlo personalizzato e averlo trasformato in una sorta di referendum sulla sua figura, aveva visto il 60% degli italiani voltargli le spalle. Dopo questo esito fortemente negativo avrebbe dovuto uscire di scena, invece ha dato l’ok al governo Gentiloni in cui c’erano varie figure fortemente renziane come Lotti e la Boschi. Il futuro del Pd è un rebus. Ci sono diverse possibilità: è probabile che i renziani si stacchino per dar vita ad un nuovo movimento, ma potrebbe esserci anche un accordo con il M5S. In ogni caso il Pd è un partito in stato confusionale, come si vede dalla possibilità di una candidatura di Di Pietro come presidente della regione Molise. Questo è un misero tentativo di inseguire i 5 Stelle; se questa è la logica delle future candidature è inevitabile che il Pd verrà assorbito dai 5 Stelle. Il resto della sinistra praticamente non esiste. Liberi e Uguali, pur avendo un ex Presidente del Consiglio e i Presidenti di Camera e Senato è arrivato ad un misero 3%».

Come è stato possibile dissipare un elettorato d’appartenenza così ampio? In Emilia-Romagna il centrodestra ha superato il centrosinistra. Anche in Toscana la coalizione a trazione Pd ha rischiato grosso…
«È venuto meno un modello politico-elettorale, perché la globalizzazione e la crisi hanno modificato i rapporti tra imprese e potere politico locale tipici delle Regioni rosse. Poi Renzi ha rotto alcuni tabù della cultura di sinistra, e questo ha dato un colpo definitivo all’appartenenza politica di queste aree. Non è per nulla casuale che i decrementi elettorali più importanti siano stati registrati proprio in queste zone».

A cosa è dovuto il grande successo del Movimento 5 Stelle? Perché si è affermato nettamente al Sud? Alcuni hanno parlato dell’importanza del reddito di cittadinanza.
«Io non enfatizzerei troppo l’importanza del reddito di cittadinanza. Certo, è stato un tema importante ma al Sud hanno pesato altri fattori, soprattutto il perdurare della crisi economica. Inoltre il Meridione è stato abbandonato dalla politica e dal Pd: i governi di Renzi e Gentiloni hanno avuto pochissimi ministri provenienti da queste zone. Dal punto di vista storico non dobbiamo dimenticare che il Sud è sempre stato disposto a mettere in discussione l’equilibrio politico in maniera più radicale, basti pensare ai tanti voti ottenuti dall’Uomo Qualunque nelle elezioni del 1946. Comunque i 5 Stelle non sono definibili come una Lega Sud, perché hanno ottenuto tanti voti anche al Nord».

Si può dire che Lega e Movimento 5 Stelle sono due fenomeni simili declinati semplicemente su base territoriale: la prima al Nord e il secondo al Sud?
«No, ci sono grandi differenze. La Lega non è un movimento di protesta perché è un vero e proprio partito novecentesco che annovera anche alcuni governatori regionali. Anche i 5 Stelle non sono più un movimento di protesta, perché vogliono andare al governo e hanno spuntato gli elementi più antisistema. Non sono movimenti territoriali, anche se c’è una preponderanza della Lega al Nord e del Movimento 5 stelle al Sud. La territorializzazione non deve essere eccessivamente accentuata perché la maggior parte dei deputati sono stati eletti con il sistema proporzionale e non con il maggioritario».

Alcuni hanno paragonato queste consultazioni a quelle del 1948. Gli esiti li hanno brutalmente smentiti, anche se queste elezioni potrebbero avere valore periodizzante. Cosa ne pensa?
«L’analogia con le elezioni del 1948 è stata proposta per definire le elezioni del 4 marzo come uno scontro tra europeisti ed antieuropeisti. In realtà è stato un discorso fallace, fatto a fini propagandistici, tanto è vero che quelli stessi commentatori ora avallano un governo Pd-M5S. Non è un discorso che tiene dal punto di vista storico. M5S e Lega sono critici nei confronti dell’Europa, ma hanno moderato decisamente le loro opinioni. Per capire se queste elezioni avranno valore periodizzante, bisogna aspettare. Di certo sono state delle elezioni contro l’establishment, ma le intenzioni non erano quelle. Si è voluto andare verso una novità, e questo ha fortemente avvantaggiato i 5 Stelle. In questo periodo potremmo dire, rovesciando la massima andreottiana, che il potere logora chi ce l’ha».

Per concludere, quali sono gli scenari possibili e che ruolo avrà Mattarella?
«Allo stato attuale lo scenario più realistico è costituito da vari tentativi infruttuosi di costituire un esecutivo. Dopodiché potrebbe nascere una sorta di governo del Presidente con l’obiettivo di fare una nuova legge elettorale a carattere bipolare, votata dal centrodestra e dai 5 Stelle. Di certo l’Ue non vuole Salvini e preferisce un governo con Di Maio perché pensa di manovrarlo. Mattarella interpreta il suo ruolo in modo molto meno interventista rispetto a Napolitano. Da quel che si vede il Presidente della Repubblica sembra parteggiare per un’ipotesi Pd-M5S».

Martino Loiacono

Dopo le elezioni caos per il nuovo Governo

Il Movimento 5 stelle canta vittoria e la Lega si proclama guida della coalizione del centrodestra, mentre il Partito democratico fa i conti con una sconfitta che a notte fonda, a poche ore dall’inizio dello spoglio, il vice segretario Maurizio Martina ha dipinto come “molto evidente e molto netta” parlando di “un dato al di sotto delle aspettative”. Spetterà al segretario Matteo Renzi, che ancora non ha parlato, “fare le valutazioni più compiute sull’esito del voto”.

Lo scenario al momento non vede nessuna maggioranzelezionia con un paese bloccato nella impossibilità di fare un governo. Questo il quadro che si palesa dopo le elezioni politiche e a cui il presidente Mattarella dovrà mettere mano nelle prossime settimane. Il centrosinistra è ancora sotto choc. I sondaggi non erano favorevoli ma una disfatta di queste proporzioni non la immaginava nessuno. Le forze cosiddette anti-sistema sono maggioranza nel Paese. Una maggioranza che però non sembra in grado di produrre un governo. Il segretario del Pd Matteo Renzi è il grande sconfitto. L’onda che ha messo fine al suo governo all’indomani del referendum del 4 dicembre non ha finito la sua corsa e ora la minoranza interna del Pd chiede un suo passo indietro.

A trionfare sono Cinque Stelle e la Lega. Il timore è quello di un sodalizio che saldi i due in una saldatura anti-sistema che darebbe una maggioranza parlamentare ai populismi. Ma Salvini la ha escluso. Anche per un calcolo di convenienza ora che è diventano il primo azionista del centro destra. Nel pomeriggio di lunedì i leader della Lega e Forza Italia si sono incontrati e hanno rivendicato per la coalizione di centro destra il mandato per governare.

Intanto continuano al Nazareno le riunioni e i confronti tra i big del partito e Matteo Renzi sul da farsi dopo la sconfitta alle elezioni politiche. “Le decisioni da prendere sono delicate e non c’è unanimità di visione”, riferiscono fonti del Nazareno. Sul tavolo ci sono le dimissioni del segretario, un gesto considerato ormai doveroso dalla minoranza interna, e la personalità da indicare per traghettare il partito verso un nuovo congresso. Nonostante questo, stando a quanto si apprende da fonti vicine al ministro Orlando, nessun contatto ci sarebbe stato, al momento, tra il Guardasigilli e il segretario dem. All’ultimo piano della sede nazionale del Pd sono presenti, oltre a Renzi, Ettore Rosato, Lorenzo Guerini, Matteo Orfini, Maurizio Martina.

Proprio Martina, vicesegretario del partito, si è presentato in nottata in sala stampa assieme al presidente del partito, Matteo Orfini, ed ha definito il risultato delle elezioni “una sconfitta netta”. Altri indicano nello stesso Orfini il possibile reggente. Di questa sconfitta Renzi ha preso atto e chiarirà in conferenza stampa – prevista inizialmente per le 17 e ora a rischio slittamento – quale siano le sue intenzioni. L’ipotesi più accreditata e’ che il segretario possa mettere a disposizione il suo incarico, affidando alla direzione il compito di decidere se accettare le dimissioni e, quindi, rimandare all’assemblea del partito il compito di eleggere un eventuale traghettatore. I nomi che circolano vanno dal vice di Renzi, il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, al ministro Graziano Delrio. ma c’è anche chi, nella minoranza, chiede un cambio di rotta più netto che coinvolga l’intero gruppo dirigente.

La tornata elettorale vedeva anche il voto per le regionali in Lombardia e Lazio. In Lombardia è in vantaggio Attilio Fontana del centrodestra. Mentre nel Lazio Nicola Zingaretti (31,8%), secondo i dati definitivi di Swg per La7, strappa per un soffio la presidenza del Lazio a Stefano Parisi del centro destra (30,9%).

REBUS GOVERNO

elezioni-politiche-2018

Il Movimento 5 stelle canta vittoria e la Lega si proclama guida della coalizione del centrodestra, mentre il Partito democratico fa i conti con una sconfitta che a notte fonda, a poche ore dall’inizio dello spoglio, il vice segretario Maurizio Martina ha dipinto come “molto evidente e molto netta” parlando di “un dato al di sotto delle aspettative”. Spetterà al segretario Matteo Renzi, che ancora non ha parlato, “fare le valutazioni più compiute sull’esito del voto”.

Lo scenario al momento non vede nessuna maggiorana con un paese bloccato nella impossibilità di fare un governo. Questo il quadro che si palesa dopo le elezioni politiche e a cui il presidente Mattarella dovrà mettere mano nelle prossime settimane. Il centrosinistra è ancora sotto choc. I sondaggi non erano favorevoli ma una disfatta di queste proporzioni non la immaginava nessuno. Le forze cosiddette anti-sistema sono maggioranza nel Paese. Una maggioranza che però non sembra in grado di produrre un governo. Il segretario del Pd Matteo Renzi è il grande sconfitto. L’onda che ha messo fine al suo governo all’indomani del referendum del 4 dicembre non ha finito la sua corsa e ora la minoranza interna del Pd chiede un suo passo indietro.

A trionfare sono Cinque Stelle e la Lega. Il timore è quello di un sodalizio che saldi i due in una saldatura anti-sistema che darebbe una maggioranza parlamentare ai populismi. Ma Salvini la ha escluso. Anche per un calcolo di convenienza ora che è diventano il primo azionista del centro destra. Nel pomeriggio di lunedì i leader della Lega e Forza Italia si sono incontrati e hanno rivendicato per la coalizione di centro destra il mandato per governare.

Intanto continuano al Nazareno le riunioni e i confronti tra i big del partito e Matteo Renzi sul da farsi dopo la sconfitta alle elezioni politiche. “Le decisioni da prendere sono delicate e non c’è unanimità di visione”, riferiscono fonti del Nazareno. Sul tavolo ci sono le dimissioni del segretario, un gesto considerato ormai doveroso dalla minoranza interna, e la personalità da indicare per traghettare il partito verso un nuovo congresso. Nonostante questo, stando a quanto si apprende da fonti vicine al ministro Orlando, nessun contatto ci sarebbe stato, al momento, tra il Guardasigilli e il segretario dem. All’ultimo piano della sede nazionale del Pd sono presenti, oltre a Renzi, Ettore Rosato, Lorenzo Guerini, Matteo Orfini, Maurizio Martina.

Proprio Martina, vicesegretario del partito, si è presentato in nottata in sala stampa assieme al presidente del partito, Matteo Orfini, ed ha definito il risultato delle elezioni “una sconfitta netta”. Altri indicano nello stesso Orfini il possibile reggente. Di questa sconfitta Renzi ha preso atto e chiarirà in conferenza stampa – prevista inizialmente per le 17 e ora a rischio slittamento – quale siano le sue intenzioni. L’ipotesi più accreditata e’ che il segretario possa mettere a disposizione il suo incarico, affidando alla direzione il compito di decidere se accettare le dimissioni e, quindi, rimandare all’assemblea del partito il compito di eleggere un eventuale traghettatore. I nomi che circolano vanno dal vice di Renzi, il ministro dell’Agricoltura Maurizio Martina, al ministro Graziano Delrio. ma c’è anche chi, nella minoranza, chiede un cambio di rotta più netto che coinvolga l’intero gruppo dirigente.

La tornata elettorale vedeva anche il voto per le regionali in Lombardia e Lazio. In Lombardia è in vantaggio Attilio Fontana del centrodestra. Mentre nel Lazio Nicola Zingaretti (31,8%), secondo i dati definitivi di Swg per La7, strappa per un soffio la presidenza del Lazio a Stefano Parisi del centro destra (30,9%.