REFERENDUM ILVA

Ilva-678x381Finalmente fatto l’accordo sull’Ilva. È stato raggiunto e siglato al ministero dello Sviluppo economico l’accordo sull’Ilva da sindacati, azienda e commissari, alla presenza del vicepremier e ministro Luigi Di Maio. I sindacati poi sottoporranno il testo al referendum tra i lavoratori.

Il vicepremier e ministro Luigi Di Maio ha detto: “Siamo all’ultimo miglio, sono state 18 ore di trattativa in cui i protagonisti sono stati ovviamente i rappresentanti dei lavoratori, in cui si è cercato di raggiungere il miglior risultato possibile nelle peggiori condizioni possibili.  Adesso aspettiamo la firma, non dire gatto se non ce l’hai nel sacco…”.

Per il segretario della Uil Carmelo Barbagallo “è stata la trattativa più lunga e complessa della moderna storia sindacale. Il positivo risultato è merito della lotta dei lavoratori e della determinazione e competenza della categoria al tavolo. Ora, occorre dare attuazione all’accordo perché si può e si deve guardare al futuro dei lavoratori e della città di Taranto in una prospettiva di sviluppo e di salvaguardia della sicurezza e dell’ambiente. Da questa intesa, che rilancia l’Ilva, potranno trarre beneficio la stessa industria nazionale, l’occupazione e l’economia del Paese”.

La segretaria della Fiom, Francesca Re David, ha affermato: “Per noi per essere valido deve essere approvato dai lavoratori con il referendum. Gli assunti sono tutti, si parte da 10.700 che è molto vicino al numero di lavoratori che oggi sono dentro e c’è l’impegno di assumere tutti gli altri fino al 2023 senza nessuna penalizzazione su salario e diritti, era quello che avevamo chiesto, sull’esito delle assemblee dei lavoratori siamo fiduciosi. Nell’accordo sull’Ilva con ArcelorMittal abbiamo ottenuto quello che abbiamo chiesto sin dall’inizio, quindi siamo soddisfatti, 10.700 lavoratori verranno assunti subito e sono sostanzialmente quelli che ora lavorano negli stabilimenti, ossia tutti quelli non in cassa integrazione. Contemporaneamente parte anche un piano di incentivi alle uscite volontarie e l’azienda si è impegnata ad assumere tutti gli altri che restano in carico all’Ilva senza penalizzazioni e con l’articolo 18. Molto migliorato anche il piano ambientale che porta all’accelerazione delle coperture dei parchi e a un limite fortissimo delle emissioni. Se Ilva vuole produrre 8 milioni di tonnellate di acciaio lo deve fare senza aumentare di nulla le emissioni che ci sono. Ora, sottoporremo l’intesa, come sempre al giudizio dei lavoratori che è per noi vincolante, oggi sottoscriveremo l’accordo ma la firma definitiva ci sarà solo al termine dei referendum. I tempi? Cercheremo di farlo naturalmente entro il 15 settembre, ci mettiamo subito al lavoro”.

Il segretario genovese della Fiom, Bruno Manganaro, ha detto: “Per Genova confermato l’organico, 1474 dipendenti. Aspettiamo la firma ma è chiaro che rispetto alla fase in cui venivano ipotizzate la messa in discussione di salario e diritti, siamo soddisfatti. Non ci saranno esuberi e per Genova viene riconfermato l’Accordo di programma con un organico di 1474 lavoratori. Ora comincia una lunga storia con una nuova organizzazione della fabbrica che dovremo gestire con il più grande gruppo industriale dell’acciaio, ma rispetto alle premesse l’accordo è un buon risultato”.

Di Maio ha anche affermato: “Comunque, con l’intesa non si annulla la gara per l’aggiudicazione deIl’Ilva. La gara non aveva la possibilità di tutelare l’interesse pubblico concreto e attuale. L’accordo fa sì che l’interesse pubblico concreto e attuale non si realizzi per l’eliminazione della gara”.

Il ministro ha poi spiegato: “Da quello che si è ottenuto al tavolo stanotte, già possiamo dire che non ci sarà il Jobs Act nell’azienda, che i lavoratori saranno assunti con l’articolo 18, che ci saranno 10.700 assunzioni come base di partenza e che non ci saranno esuberi: tutti riceveranno una proposta di lavoro da Mittal”.

Il premier Giuseppe Conte , da Ischia, ha affermato: “Di Maio ha fatto un lavoro veramente egregio, è stato molto sapiente il percorso che abbiamo costruito, abbiamo acquisito il parere dell’Anac e dell’Avvocatura dello Stato, sono emerse irregolarità evidenti, ma l’annullamento della gara non è così semplice. Non basta un vizio formale occorre dimostrare che attraverso quell’annullamento si realizza meglio l’interesse pubblico. I dati che sono stati resi noti sono di assoluta eccellenza”.

La cordata AmInvestco, infatti, avrebbe accettato di assumere nella nuova Ilva, da subito,  10.700 lavoratori. Dopo la  proposta lanciata ieri sera di portare a 10.300 gli assunti nella nuova Ilva al 2021, Fim Fiom Uilm e Usb, infatti, hanno cercato di  ampliare la platea. I sindacati hanno lavorato per cercare di arrivare ad un organico di 10.700-10.800 unità entro il 2022 includendo nel perimetro gli elettrici, i chimici e i marittimi di affiliate che prima erano stati esclusi.

Dal testo inoltre sembra uscito il riferimento proposto dall’azienda sempre ieri sera di intese con il sindacato sul contenimento dei costi anche attraverso riduzioni dell’orario di lavoro. Quanto al contratto integrativo i sindacati hanno chiesto che Mittal preveda sul Pdr 2019 e 2020 un ‘una tantum’ che possa tradursi in un aumento salariale del 4%. Nel testo dell’accordo che sindacati e azienda stanno scrivendo per sottoporlo alla plenaria approvazione referendaria dei lavoratori, entra anche il piano sugli esodi incentivati: Mittal conferma infatti 250 milioni da offrire complessivamente per agevolare l’uscita volontaria dei lavoratori.

L’accordo in arrivo vede anche la conferma da parte di Mittal dell’impegno a  riassorbire tutti gli eventuali esuberi che dovessero rimanere dal 2023 in capo alla vecchia Ilva. L’azienda infatti si è impegnata a riassumere tutti quei lavoratori Ilva che al termine della gestione dell’amministrazione straordinaria non abbiano usufruito né di incentivi all’esodo né di prepensionamenti né di una offerta di lavoro all’interno della nuova Ilva e che rientreranno senza alcuna differenza salariale rispetto a quelli già assunti da Mittal.

Dopo tutte le note vicende con toni accusatori e minacce di annullamento della gara fatte dal vicepremier e ministro Di Maio, la questione dell’Ilva si è finalmente conclusa seguendo il percorso già delineato dal governo Gentiloni con il ministro Carlo Calenda.

Salvatore Rondello

Ilva, soldi finiti e nessun piano

ilva-operaiIl 15 settembre scadrà l’amministrazione straordinaria di Ilva, ma dal Mise non si hanno più notizie, tanto che i sindacati hanno scritto al Presidente Giuseppe Conte e al ministro dello Sviluppo economico Luigi Di Maio per avere lumi sul futuro dell’Ilva di Taranto. “Non abbiamo avuto nessun contatto, tranne quello che abbiamo letto dalle agenzie di stampa. Siamo in attesa”, rivela Francesca Re David, segretaria nazionale della Fiom-Cgil che in queste ore sta seguendo da vicino il “giallo” della vicenda Ilva.
Nella lettera – firmata dai rispettivi segretari generali – i sindacati ricordano come “la strategicità del gruppo Ilva per il nostro sistema Paese ed il futuro di migliaia di lavoratori e delle loro famiglie richiedono decisioni da parte del governo in tempi stretti”. Inoltre, sottolineano, “è opportuno chiarire, dopo le dichiarazioni del ministro Luigi Di Maio, al fine di proseguire efficacemente il negoziato, se ArcelorMittal ha acquisito Ilva attraverso una gara legittima o meno”.
I sindacati concludono annunciando che “in mancanza di un sollecito riscontro, metteremo in campo una iniziativa di mobilitazione dell’intero gruppo Ilva e del suo indotto”.
Ma l’allarme non arriva solo dai sindacati, l’amministrazione straordinaria ha adesso a disposizione solo 24 milioni. Come spiega il Sole 24 ore, a settembre ci saranno da pagare gli stipendi (probabilmente gli ultimi) per gli operai, circa 48 milioni, ai quali aggiungere altri 201 milioni di esborsi correnti, anche se il mese prossimo l’azienda prevede di incassare circa 235 milioni di euro dalla vendita dei prodotti.
Già alla fine del 2017 l’amministrazione straordinaria era arrivata a rischiare il fondo del barile, con soli 8 milioni di euro in cassa. Ma con l’inizio del 2018 l’azienda aveva potuto beneficiare dell’iniezione di 300 milioni di finanziamento per completare la procedura di cessione, di cui 35 milioni utilizzati immediatamente per pagare l’indotto locale.

L’UOMO DEL GIORNO DOPO

marchionne-678x381Il manager senza cravatta, Sergio Marchionne, l’outsider della Industria italiana, è morto oggi all’età di 66 anni per arresto cardiaco. Figlio di un carabiniere e studioso di Filosofia, è stato il primo manager che ha provato a cambiare la visione familistica dell’imprenditoria nostrana. Amato e odiato per i suoi metodi bruschi e fin troppo pragmatici è arrivato a dirigere e a tirare fuori dal tracollo la più importante casa automobilistica italiana.
Marchionne arrivò a dirigere il Lingotto nel 2004, dopo essere entrato nel Consiglio di Amministrazione nel 2003 su designazione di Umberto Agnelli, per le doti dimostrate nella SGS. Ma quando arrivò la Fiat era davvero con un piede nella fossa: quasi 14 miliardi e con il contratto con la General Motors tutto da rivedere dopo il matrimonio andato in fumo proprio a causa dei conti in rosso stabile. Tutta la concorrenza si aspettava di prendere la propria parte dallo smembramento dell’azienda amata e coccolata da Gianni Agnelli e invece lo ‘sconosciuto in pullover’ riesce a rinegoziare il debito con le banche, e sfruttando il contratto geniale di Paolo Fresco, invece di farsi pagare da Detroit riesce a incassare 1,55 miliardi di dollari per la rinuncia di GM a prendersi la Fiat. Negli anni della dura crisi finanziaria lavorò duramente per il partenariato con Chrysler e avviò la nascita del settimo costruttore di automobili al mondo, con una produzione intorno ai 4,5 milioni di veicoli all’anno. Ormai al comando riesce a sfidare e a vincere contro Luca Cordero di Montezemolo alla presidenza della Ferrari N.V. e Ferrari S.p.A.
“La domenica andavo a Mirafiori, senza nessuno, per vedere quel che volevo io, le docce, gli spogliatoi, la mensa, i cessi. Cose obbrobriose, stia a sentirmi. Ho cambiato tutto: come faccio a chiedere un prodotto di qualità agli operai e a farli vivere in uno stabilimento così degradato?”. Agli albori era amatissimo da sindacati e dalla sinistra, persino da Rifondazione viene osannato, di lui, Fausto Bertinotti dirà che è l’emblema del “borghese buono”.
Ma era pur sempre un capitalista, non un benefattore e lo mostrò con i continui scontri con i sindacati, gli operai lasciati ‘fuori’ e la delocalizzazione degli stabilimenti dell’ex Fiat.
Marchionne aveva annunciato nel 2017 la sua decisione di lasciare la guida di FCA nei primi mesi del 2019, ma dopo l’annuncio delle sue condizioni critiche il consiglio d’amministrazione di Fca di sabato ha nominato come amministratore delegato Mike Manley, già alla direzione di Jeep, accelerando inaspettatamente una transizione che era stata programmata per l’inizio del prossimo anno. Le ricadute dell’uscita di Marchionne sono state immediate e a risentirne è stata soprattutto il titolo in borsa. Gli analisti della Morgan Stanley evidenziano che dal titolo di Fiat Chrysler Automobiles bisogna aspettarsi “una maggiore volatilità fino a quando la nuova direzione non comunicherà chiaramente la propria posizione sulle priorità strategiche”.
Adesso al Lingotto le bandiere sono a mezz’asta in segno di lutto e a Melfi ci saranno 10 minuti di fermata per ogni turno annunciati da sirena. Anche a Pomigliano è previsto uno stop di 10 minuti mentre aprendo la conference call il nuovo ad Manley ha osservato un minuto di silenzio.
“La sua visione ha sempre provato a guardare oltre l’orizzonte e immaginare come l’innovazione e la qualità potessero dare maggiore forza nel percorso futuro”, ha detto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. “Marchionne ha saputo testimoniare con la sua guida tutto questo, mostrando al mondo le capacità e la creatività delle realtà manifatturiere del nostro Paese”. “Esprimo il cordoglio mio e di tutto il governo per la scomparsa di Sergio Marchionne. Le mie sentite condoglianze alla sua famiglia e a tutti i suoi cari”, il commento del presidente del Consiglio Giuseppe Conte.
“L’Italia perde un uomo che ha saputo competere nella globalizzazione. Con la sua visione ha salvato una grande impresa in stato di emergenza”. Lo ha detto il Segretario del Psi, Riccardo Nencini, ricordando Sergio Marchionne, scomparso oggi. Nencini aggiunge: “Sono vicino e abbraccio la famiglia e spero che la guida dell’azienda continui nel solco delle scelte coraggiose da lui compiute”.
“Marchionne è stato un manager che ha segnato davvero un’ epoca”, sottolinea la segretaria della Cisl Annamaria Furlan. “Un uomo con cui in questi anni ci siamo aspramente confrontati e che ha rappresentato un modello di relazioni sindacali, che è stato all’origine di un profondo conflitto con la Fiom. Marchionne è stato un avversario di cui riconosciamo il valore”, ha commentato la segretaria della Fiom Francesca Re David. “La sua morte ci priva di un interlocutore di grande capacità tecnica e di raffinata intelligenza politica”, dice l’ex premier Romano Prodi.

Cordoglio anche dalla Uil. “Entrerà nella Storia – si legge in una nota del sindacato – come l’uomo che ha salvato la Fiat. La Uil ha partecipato alla realizzazione di questo obiettivo: vorremmo che si onorasse la sua memoria dando continuità produttiva e occupazionale, in Italia e nel mondo, a questo disegno di sviluppo”.

Ilva, rinvio al Mise e sospesa occupazione a Genova

miseSi è tenuto oggi il tavolo al Ministero dello Sviluppo economico tra commissari dell’Ilva, Am Investo e le delegazioni sindacali guidate dai segretari generali di Fim, Fiom e Uilm e dai segretari confederali di Cgil, Cisl e Uil. Molti i nodi da sciogliere e altre questioni aperte dopo l’occupazione dello stabilimento di Genova.
Per il momento i sindacati escono insoddisfatti dall’incontro con ArcelorMittal al Mise: l’azienda non ha consegnato il piano industriale ma lo ha illustrato solo per grandi linee. Il tema occupazione ed eventuali esuberi non è stato affrontato. Il tavolo è aggiornato a martedì prossimo alle ore 9. “Anche questa volta ci hanno presentato delle slide – ha riferito la segretaria generale della Fiom, Francesca Re David – non abbiamo nulla in mano e non possiamo compiere una valutazione vera. Per questo abbiamo molte perplessità. Dobbiamo vedere le carte e poi faremo un approfondimento. Siamo ancora lontani”. Anche se per l’azienda l’incontro è stato produttivo e addirittura ArceloMittal fa sapere che è “molto importante che i sindacati comprendano pienamente i nostri piani industriale e ambientale” e per questo l’azienda ha “accolto con favore la possibilità di partecipare a questo incontro, unitamente a quello della settimana prossima nel quale dettaglieremo il piano ambientale e a quelli che seguiranno”.
I dubbi restano: secondo i sindacati ArcelorMittal ha fissato a regime l’obiettivo di 10 milioni di tonnellate di produzione ma questo comporterebbe assunzioni piuttosto che esuberi. I target produttivi sono fissati al 2024 e sino al 2023 è prevista l’importazione di 4 milioni di tonnellate di semilavorato finché non entrerà in funzione l’altoforno 5 e le importazioni scenderanno a 2 milioni. Sullo sfondo – ha fatto notare Bentivogli – vi è l’incognita-capestro dell’Antitrust europeo: non possiamo aspettare il 24 marzo (il tempo che si è dato l’Antitrust per pronunciarsi sull’acquisizione, ndr). Sul tavolo pesa infatti la decisione di ieri dell’antitrust europeo di proseguire l’esame sull’acquisizione, prendendo tempo fino al 23 marzo.
Nel frattempo a Genova l’occupazione – ha deciso l’assemblea degli operai all’esterno della fabbrica di Cornigliano – è sospesa da domani mattina alle 6. Ci sarà poi un’assemblea retribuita sempre domani mattina con Bruno Manganaro (Fiom).
Preoccupazione è stata espressa dal segretario genovese della Fiom sui contenuti del piano industriale che sembrano penalizzare Cornigliano: “Abbiamo assistito a 3 ore di slide, con pochi numeri e da quelli emersi si deduce che gli investimenti per Genova, alla luce della mole del gruppo Mittal, sono esigui: 60 milioni, di cui 15 per la banda stagnata quando ne servirebbero 150”. “Inoltre sulla discussione pende la `spada di Damocle´ della decisione dell’Antitrust su AM che non arriverà prima del marzo 2018. Quindi – ha sottolineato il segretario Fiom – tutto quello che si decide oggi, rischia di essere carta straccia in caso di pronunciamento negativo dell’Antitrust nei confronti di Mittal”. L’occupazione della fabbrica ha avuto i suoi frutti: il vice ministro Teresa Bellanova ha garantito oggi al segretario genovese della Fiom, Bruno Manganaro, al termine del tavolo sindacale sul piano industriale di AM InvestCo per Ilva. In sostanza si parlerà specificatamente dell’Accordo di programma in vigore per lo stabilimento di Genova Cornigliano per il cui mantenimento la Fiom sta occupando la fabbrica. L’Accordo, siglato nel 2005 da Ilva, Governo, Enti locali e sindacati, prevede che a fronte della chiusura degli impianti a caldo dello stabilimento vengano mantenuti occupazione e salario. Il Piano di Am InvestCo, invece, parla di 600 esuberi su 1650 dipendenti per Cornigliano.
Ma l’occupazione Fiom è stata comunque criticata dagli altri esponenti sindacali. I segretari generali di Fim e Uilm, Marco Bentivogli e Rocco Palombella, ribadiscono le critiche alla mobilitazione dei metalmeccanici della Cgil. Intervistati prima di entrare al tavolo sull’Ilva al ministero dello Sviluppo economico, i due sindacalisti prendono le distanze dalla segretaria generale della Fiom, Francesca Re David, secondo cui l’occupazione dello stabilimento di Genova non peserà sul negoziato. “Siamo abituati agli alti e ai bassi di una organizzazione che da un lato cerca l’unità e dall’altro scorciatoie – ha detto da parte sua Palombella – la mobilitazione non serviva perché la discussione su Genova era già in programma”.
“Le proteste sono tutte legittime – ha dichiarato Bentivogli – ma in questo momento era più importante tenere insieme i lavoratori e sostenere una trattativa difficile. Abbiamo chiesto di limitare le cose che dividono e di spingere su quelle che ci uniscono. La protesta serve se ha degli obiettivi e in momenti difficile come questo l’unità fra i lavoratori è da preservare”.

Ilva. Mittal rassicura, ma i sindacati non si fidano

ilvaSi riapre ancora la sfida targata Ilva dopo il no al tavolo al Mise di Calenda. Il braccio di ferro è ancora una volta tra l’azienda rilevata dalla cordata Am Invest Co e i sindacati sul piede di guerra per gli esuberi annunciati senza dimenticare il diritto alla salute che sembra finito in secondo piano nei piani del governo e dell’azienda.
“ArcelorMittal e governo abbiano ben chiaro che i lavoratori e il sindacato non permetteranno ulteriori rinvii in termini di garanzie ambientali, occupazionali e di diritto per il futuro, rifiutando logiche di possibili ‘scambi’ su modalità e tempistiche del risanamento ambientale legato alla salute dei lavoratori e della comunità tarantina e ionica”. Così si legge nel documento unitario del Consiglio di fabbrica dello stabilimento Ilva di Taranto. Inoltre il segretario generale della Fim-Cisl Marco Bentivogli ha affermato in un’intervista a Linkiesta: “Non è solo una questione di esuberi non accettiamo alcun licenziamento ma bisogna pensare anche al piano industriale che deciderà il destino dell’Ilva. Serve un piano di investimenti per il sito di Genova, e soprattutto per il rilancio di Taranto. In questi anni di commissariamento non è stato fatto alcun investimento nella manutenzione degli impianti tarantini, per cui si riparte da molto indietro”. E nonostante lo stop di ieri di Calenda i sindacati registrano il loro punto a favore grazie allo sciopero che ieri ha interessato soprattutto gli stabilimenti di Taranto e di Cornigliano.
“Procedura ex articolo 47 firmata da Governo. Calenda ha bloccato trattativa per successo scioperi”. È quanto si legge in un tweet sulla vertenza Ilva del segretario generale della Fiom, Francesca Re David.
Ma da parte dell’azienda si cerca di rassicurare sia i lavoratori che il Governo accusato dai sindacati di non aver fatto abbastanza per dare “un segnale di discontinuità con il passato”.
“La sfida di gestire Ilva non è facile, ma sono giovane e sono qui per rimanere a lungo termine”. Lo ha detto a Cernobbio Aditya Mittal, Cfo di ArcelorMittal, socio industriale all’85% del consorzio Am Invest Co che ha rilevato Ilva, spiegando che il suo gruppo “ha sofferto moltissimo negli ultimi anni dal punto di vista della produzione e ha sofferto la comunità per negligenze ambientali, noi vogliamo migliorare queste condizioni”. Mittal ha poi aggiunto: “Vogliamo trovare una soluzione insieme a Governo, Istituzioni locali e sindacati per un futuro sostenibile di Ilva”.
Insomma la partita sull’Ilva è ancora aperta e adesso la patata bollente è in mano ai sindacati che non solo dovranno trattare per scongiurare gli esuberi, ma dovranno far in modo da riuscire a mantenere i livelli retributivi.