Videocittà. Ridare luce alle figure tecnico-creative nel Cinema

rutelli RadaelliCinema, moda e arte si uniscono in Videocittà, l’evento che si svolgerà a Roma (dal 19 al 28 ottobre) ideato dal presidente dell’Anica Francesco Rutelli che ha affermato: “Questo è un mondo che necessita di una massa critica”.
Un nuovo grande appuntamento della Città Eterna e del Paese che si svolgerà in diversi luoghi della Capitale con l’adesione e il sostegno delle diverse istituzioni interessate – MiBACT, MISE-ICE, Roma Capitale, Regione Lazio, Camera di Commercio. Primo paese ospite sarà l’India di cui quest’anno si festeggiano i 70 anni di relazione tra i due paesi.
Un vero e proprio contraltare alla Festa del Cinema, con cui comunque ci saranno dei progetti di collaborazione. Videocittà si svolge infatti nella settimana in cui si svolge l’evento cinematografico romano e in contemporanea con il Mia (Mercato Internazionale dell’Audiovisivo). Inoltre l’obiettivo è quello di raccontare non solo il ‘Palcoscenico’ del Cinema, ma le figure che si celano dietro e che contribuiscono a crearlo: si racconterà del lavoro indispensabile delle figure tecnico-creative come scenografi, costumisti, parrucchieri, truccatori, montatori, tecnici.
Un caleidoscopio di appuntamenti, con la regia editoriale di Tomaso Radaelli, che comprende una serata dedicata a Ennio Morricone.
Tre saranno i filoni principali: Videofactory che permetterà di incontrare e conoscere i protagonisti dei mestieri del cinema e capire quali sono le nuove frontiere di questa importante industria. Per dieci giorni l’Ex Dogana dello Scalo di San Lorenzo offrirà un ingresso gratuito nelle tre zone attrezzate del Deposito Centrale, della Main Room e della Cocktail Area per conoscere e confrontarsi con gli artigiani dell’Audiovideo.
Cinema 4.0 guarda invece alle pratiche sperimentali dell’immagine in movimento, dalla realtà virtuale, al videomapping che trova la sua massima espressione nel festival RomeUp Light Festival, partner dell’iniziativa, che lo scorso anno ha realizzato oltre 100.000 presenze animando le facciate delle architetture romane più belle con immagini luminose in movimento. Verranno realizzate anche – a cura di Clara Tosi Pamphili e Damiana Leoni – sperimentazioni delsempre più fecondo intreccio tra i mondi del Cinema, della Moda e dell’Arte con i progetti di Gucci con Makinarium, di Fendi con un videomapping monumentale su Palazzo della Civiltà Italiana, evento di chiusura di Videocittà e, poi, di Bulgari insieme a Diane Pernet e al suo ͞A Shaded View of Fashion Film Festival͟per arrivare alle ricerche di grandi video artisti come Shirin Neshat e Pierre Bismuth, in collaborazione con il MAXXI e, infine, appuntamenti di rilievo internazionale nelle Gallerie, nelle Fondazioni di Arte contemporanea e nelle Accademie della Capitale. Cinema 4.0 terminerà domenica 28 ottobre con un video-mapping straordinario sulla facciata del Palazzo della Civiltà Italiana, all’EUR, realizzato da uno dei più importanti artisti del mondo digitale.
Unconventional Cinemavuole ampliare la tradizionale fruizione di Cinema e Televisione per coinvolgere il grande pubblico in momenti partecipativi: nel concorso internazionale per cortometraggi, The 48 hour film project; in una Caccia al Tesoro virtuale tra le proiezioni in programma nelle sale cinematografiche, entrambi organizzati con Rai Movie; in The living room candidate, dove verranno mostrate, in collaborazione con il Museum of Moving Image di New York, tutte le pubblicità televisive fatte dai candidati presidenziali USA (vincitori e sconfitti) da Eisenhower ad oggi; nell’animazione, in partnership con Casa del Cinema, Teatro Palladium, Cartoon Italia e il Festival di Annecy, con il meglio della produzione di cinema di animazione e con aperitoonsquotidiani. L’intreccio fra Musica e Audiovisivo sarà celebrato con una serata speciale che premierà, presso gli Studios De Paolis, la carriera di Ennio Morricone e con una serie di eventi organizzati in collaborazione con Paramount, MTV e VH1, brand di Viacom Media Networks.Non viene dimenticato il mondo della pubblicità con una maratona in una sala cinematografica e la proiezione dei migliori spot pubblicitari internazionali, organizzata assieme a Rai Pubblicità, all’Art Directors Club Italiano e in collaborazione con CannesLions International Festival. Ma anche una notte di proiezioni non-stop delle serie televisive Sky che troveranno spazio nei grandi multiplex. Unconventional Cinema chiude domenica 28 ottobre con un Drive-In al Colosseo in partnership con Eni Enjoy.
Ancora top secret il film che sarà proiettato in Via San Gregorio, che diventerà drive in.

La caduta di Tangentopoli: indietro di mezzo secolo

cappioSollecitato dalle inusitate dichiarazioni di competenti commentatori in occasione delle recenti elezioni politiche 2018, ho steso più speditamente questa concisa ricerca su “Tangentopoli”, costruita seguendo la traccia del libro di Mattia Feltri “Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite”. Letto appena pubblicato, ho ripreso in mano quel testo dopo che Angelo Panebianco sul “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2018 ha scritto di considerare “la madre di tutte le fake news la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo” diffusa appunto nel “Novantatré” evocato da Feltri. Arriverà poi Pierluigi Battista a spiegare sul “Corriere della Sera” dell’8 marzo 2018 che “una delle cose più stupide predicate in questi decenni è stata il disprezzo dei partiti”. Ecco, tanto è bastato per spronarmi maggiormente a scrivere questa nota, dichiarando in conclusione di aver provato a far luce – secondo il magistero degli storici – qualche aspetto del passato “per comprendere cosa sia meglio fare nel presente”. La affido subito all’AVANTIonline.

Il professor Angelo Panebianco, commentando il 7 ottobre 2016 sul “Corriere della Sera” il libro di Paolo Mieli In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia (Rizzoli), scriveva: «Non si è mai estinto il vizio di mettere in piedi processi per corruzione o sottrazione di denaro pubblico contro gli avversari politici». Cita un caso antico ma efficacemente emblematico: «Il processo contro Verre, ex propretore il Sicilia, che diede tanto lustro al suo inflessibile accusatore Marco Tullio Cicerone, non sarebbe stato imbastito se Verre non fosse stato legato alla fazione politica perdente, quella di Silla». E conclude facendo meditare più d’uno che abbia partecipato alla vita pubblica italiana tra fine ‘900 e inizio secolo: «Nelle cronache degli ultimi decenni, qui in Italia, anche se non solo, possiamo trovare diversi casi che hanno affinità con quella vicenda storica». Dall’antichità all’età contemporanea è detto parecchio in poche parole, svelando un meccanismo che regola spesso la contesa pubblica.

“Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite”

Queste considerazioni ci aiutano a capire meglio la caduta di Tangentopoli (1993) – intesa come ‘prima Repubblica’ italiana – prendendo più di uno spunto dal libro di memorie sul Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite (Marsilio Editori), scritto da Mattia Feltri. Eccone l’incipit: «Quella che sembrava un’epoca di catarsi e rinascita si è rivelata un periodo cupo, meschino, di furori e di paure, di follia collettiva, in cui una cultura politica era stata spazzata via in modo dissennato». Dominata da mass-media legati a poteri economico-finanziari irresponsabili, da politici e tecnici riciclati, da esponenti di partiti e movimenti finora esclusi dall’area governativa, da nuovi arrivisti, e soprattutto da «una magistratura che si sentiva a capo di un moto rivoluzionario», l’Italia è precipitata in un arido ventennio privo di speranze esaudite. Esangue il bilancio – annotiamo noi – a partire dalla pretesa moralizzazione, risoltasi in effetti opposti: il giurista Michele Ainis in un editoriale del 16 giugno 2014 ha ricordato che «all’alba degli anni ’90 la classifica di Transparency International – l’Associazione che misura l’indice di percezione della corruzione, partendo dai Paesi migliori – situava l’Italia al 33° posto nel mondo; ora siamo precipitati alla 69.a posizione» sui 180 Paesi considerati.

Dal 1950 al 1990 l’Italia fra i paesi più sviluppati nel mondo

D’altronde cosa poteva esser successo fino ai primi anni ’90 in una situazione come quella italiana che, se appariva per alcuni versi problematica, non era radicalmente dissimile dagli altri paesi progrediti d’Europa? Partiamo dal conciso fatto rilevato da Carlo M. Cipolla – uno dei maggiori storici economici internazionali – riportato in un libro accessibile a tutti intitolato Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo ad oggi: «Il bilancio economico del quarantennio postbellico è, in termini quantitativi, a dir poco lusinghiero. Certo, nulla di simile era stato – anche lontanamente – nelle speranze dei padri della Repubblica. Un reddito nazionale cresciuto di circa cinque volte dal 1950 al 1990 colloca l’Italia fra i Paesi a più elevato tenore di vita nel mondo». Anche sulla base di questi dati Carla Collicelli, vicedirettore del CENSIS – rispondendo a Marco Travaglio e a Gian Carlo Caselli – poteva dichiarare esattamente quanto segue: «Il periodo fino al 1992 indicato come più corrotto è anche quello nel quale l’Italia è cresciuta di più. Ora, siccome è senz’altro vero che è la corruzione a bloccare lo sviluppo nei paesi poveri, l’Italia non doveva essere poi così corrotta» (cfr. giornale “l’Adige” del 22 agosto 2002). Molti anni dopo, sul “Corriere della Sera” del 7 febbraio 2018, sempre l’accademico A. Panebianco, spiegherà ancor più convintamente: «Sul finire della prima Repubblica il vecchio sistema dei partiti entra in crisi. Arriva ‘Mani pulite’ ed è il diluvio. Il prestigio dei politici crolla ai minimi termini (e non risalirà più). È allora che si diffonde quella che considero la madre di tutte le fake news, la falsa idea secondo cui questo sarebbe il Paese più corrotto del mondo». Abbiamo visto poc’anzi che l’Italia si situava nella fascia medio-alta tra i ”Paesi migliori”, almeno fino ai primi anni ’90 dello scorso secolo. Pure la situazione economica – come riportato – appariva positiva. Anche due competenti studiosi di Bankitalia, L. Federico Signorini e Ignazio Visco, lo ribadivano nel saggio L’economia italiana (il Mulino,1997): «L’Italia è dunque una delle maggiori economie al mondo per dimensione del PIL; ha avuto anche negli ultimi venticinque anni una crescita soddisfacente rispetto agli altri paesi industriali; ha un reddito pro capite elevato e una ricchezza crescente». Ciò ha giovato a migliorare lo standard di vita. Nel 1993 la speranza di vita alla nascita era pari a 77,6 anni in Italia (contro i 76 di USA e Germania); in circa vent’anni la vita attesa si è allungata nel nostro Paese di quasi sei anni.

Il problema del finanziamento della politica

In questo quadro poteva dunque esserci più riflessione, per arrivare ad affrontare con una condivisa soluzione politica il problema sempre più emergente del finanziamento della politica, un problema anch’esso non solo italiano ma europeo. Ma mentre in Europa si seguì la strada del confronto politico, in Italia si preferì la via giudiziaria. Abbiamo citato l’Europa, ma andrebbe almeno accennato per un’utile comparazione il caso degli Stati Uniti d’America, il più grande Paese democratico del mondo. Qui il finanziamento della politica da parte dello Stato, dei privati e delle aziende è immenso: secondo i dati forniti dall’istituto di ricerca indipendente “Center for Responsive Politics” i costi delle elezioni presidenziali del 2012 (ma potrebbero analogamente essere analizzati anche quelli del 2017, e via via di seguito) ammontarono ad oltre 6 miliardi di dollari, oltre 10.000 miliardi di vecchie lire, cifre incomparabili per la loro enormità con quelle del finanziamento regolare e irregolare della politica europea e italiana. Se pensiamo che il finanziamento ai partiti italiani proveniente dal caso Enimont sarebbe ammontato a 150 miliardi di lire, abbiamo così ‘fotografato’ gli ambiti e i limiti della comparazione con l’America, benché quella Enimont sia stata definita addirittura «la madre di tutte le tangenti». Certamente si trattava di un finanziamento irregolare, e questo caso come tutti gli altri andava sanzionato, per trovare civilmente una via chiara e trasparente al finanziamento della politica, non per passare alla criminalizzazione dei partiti democratici.

Fiaccare la politica democratica autorevole

Al dunque, per un complesso di coincidenze interne e internazionali, le cifre e le considerazioni sopra descritte vennero ignorate e nei primi anni ’90 si saldarono interessi variegati volti a travolgere la vita democratica nazionale. Il capitalismo italiano e i poteri economico-finanziari internazionali, dopo la caduta del muro di Berlino, si sentirono autorizzati a liberarsi dalla direzione di una politica democratica autorevole, che nel passato aveva difeso la libertà, ponendo anche delle regole per la crescita sociale di tutti: gran parte dei mezzi mediatico-giornalistici vennero così diretti e coinvolti nell’opera di rimescolamento delle vita politica nazionale. Lo spiega fin troppo perentoriamente l’ex-condirettore de “l’Unità” Piero Sansonetti in un’intervista a “Il Foglio” del 10 febbraio 2010 intitolata Craxi e la sera della politica: «L’inchiesta di ‘Mani pulite’ è stata utilizzata dall’economia per liberarsi della politica. Quando l’inchiesta si conclude, la politica è distrutta, rasa al suolo… mentre l’economia ottiene la subordinazione della politica, la sconfitta dei sindacati, la fine dei contrappesi, l’aumento dei profitti, il controllo sociale. La svolta liberista in Italia si concretizza con ‘Mani pulite’ e con la sconfitta dell’autonomia della politica». Il giudizio di Sansonetti – che viene pure riportato, assieme a quello di altri commentatori e pensatori nel saggio di Roberto Chiarini La memoria maledetta di Bettino Craxi (Casa editrice Le Lettere) – risulta ancor più significativo perché spiega a tanti ignavi compagni, seguaci del verbo giustizialista, che la questione morale è stata utilizzata «non per mettere un freno all’invadenza della politica, ma per delegittimarla e privarla della sua funzione». Altro che «normale operazione di pulizia»! La nuova antipolitica – come sopra richiamato – nasce da qui e non ci abbandonerà più.

La distruzione dei partiti e il ruolo della magistratura

Come corollario seguirà la distruzione dei partiti. In un racconto postumo, il giornalista e scrittore Pierluigi Battista spiegherà: «Una delle cose più stupide predicate in questi decenni è stata il disprezzo dei partiti. I partiti erano quel che erano… ma le sezioni dei partiti erano cose serie, lì ci si riuniva, si andava la sera, dopo il lavoro, si discuteva, ci si confrontava, si litigava. La sezione di partito era un corpo intermedio pieno di vita, un punto di riferimento, un luogo caro a cui appartenere» (“Corriere della Sera”, 8 marzo 2018). Poi tutto svanirà, avremo la solitudine di massa, una «folla solitaria» come la definì il sociologo David Riesman. Tutto risulterà «disintermediato», senza corpi intermedi tra l’elettore e le istituzioni, tra il popolo e chi decide, insomma sedi reali di confronto per il cittadino. Sulla politica dominerà il mezzo televisivo, i dibattiti – col popolo solo ascoltante e guardante – si svolgeranno nei talk show; per quella folla solitaria resterà Internet «a collegare gli scontenti, ad alimentarli, a rinfocolarli» aggiunge Aldo Cazzullo (stesso giornale, stesso giorno).

Quest’opera trovò allora un alleato potente e determinante nella magistratura, che intravide la possibilità di una riaffermazione del proprio ruolo, anche al di sopra del quadro costituzionale: una ricerca curata dal giornalista de “L’Espresso”, Stefano Livadiotti e pubblicata da Bompiani nel 2009 con il titolo Magistrati, l’ultracasta (Bompiani) descrive le ambizioni eccessive di questo mondo, che aveva mal sopportato l’iniziativa promossa dai radicali e dai socialisti con il referendum sulla responsabilità civile dei magistrati poi approvato – sull’onda del caso Tortora – dalla grande maggioranza degli italiani. Questi due poli, quello mediatico/finanziario – di cui inizialmente furono parte molto attiva le reti berlusconiane – e quello giudiziario, trovarono poi nella manodopera politica disponibile degli utili interlocutori: dal ribellismo leghista al massimalismo giustizialista, fino al revanscismo fascio/comunista plasticamente rappresentato dalle comuni operazioni di piazza contro il capro espiatorio designato, tra cui spicca il lancio di monetine contro Bettino Craxi il 30 aprile 1993, definito da parte della stampa «l’episodio simbolo di Mani Pulite» in cui «il leader del Psi viene affrontato da una folla inferocita che urlava ‘Ladro’». Successivamente l’ambasciatore e storico Sergio Romano, intravedendo l’imporsi sempre più marcato di una menzogna, con tratto inconsolabile ma realistico scrisse in un saggio del 1995 intitolato meditatamente Finis Italiae: «Gli italiani stanno addebitando Tangentopoli a Bettino Craxi e a qualche centinaio di uomini politici, imprenditori, funzionari. Sanno che è una bugia, ma cederanno probabilmente alla tentazione di credervi per assolversi in tal modo da questo peccato. E dopo, temo, avranno un’altra ragione per disprezzarsi».

Come ai tempi di Cicerone

Per tornare al lavoro di Mattia Feltri, tra il 1991 e il 1994 il dado era tratto, specialmente per la magistratura che si mosse sulla base di calcoli politici, come ai tempi di Verre/Cicerone. Annusò nell’aria le difficoltà della coalizione di centro-sinistra al governo, allora guidata da Craxi, Andreotti e Forlani, definita sbrigativamente CAF: prima con il referendum sulla preferenza unica del 1991, vinto dai referendari nonostante la richiesta di disimpegno dal voto delle forze governative, poi con le elezioni dell’aprile 1992 che segnarono una flessione, pur non drammatica, del quadripartito DC-PSI-PSDI-PLI. Qualche anno dopo, nel 1998 il procuratore aggiunto di Milano Gerardo D’Ambrosio – il quale, a testimonianza palmare della politicizzazione di quella magistratura, sarà poi eletto parlamentare nelle liste dei Democratici di Sinistra, come peraltro il collega e animatore di ‘Mani pulite’ Antonio Di Pietro lo era stato del PDS nel 1987 su designazione del leader ex-comunista Massimo D’Alema – dichiarerà spavaldamente: «Quando dopo le elezioni del 1992 capimmo che quel quadripartito non avrebbe raggiunto la maggioranza in Parlamento, intuimmo che era il momento di dare un’accelerazione all’inchiesta». Accelerarono dunque, tra arresti quotidiani e suicidi degli indagati, per giungere ai capi, ai Forlani e ai Craxi ora in difficoltà (Verre docet). Eppure il quadripartito nel 1992 aveva ottenuto la maggioranza dei seggi in Parlamento grazie a 19 milioni di voti: come ha ricordato spesso l’on. Ugo Intini, nel ventennio successivo mai nessuna coalizione vincente avrebbe ottenuto un risultato in voti popolari così elevato! Eppure allora – nonostante i 331 seggi al Camera dei Deputati su 630 componenti e 167 al Senato su 315 che poi portarono alla fiducia per il Governo Amato con complessivi 503 voti favorevoli contro 422 tra contrari e astenuti – una vasta campagna mediatica dichiarò delegittimato quel Parlamento e la famosa «accelerazione» delle inchieste fece il resto.

Il funesto circo mediatico-giudiziario

Ecco perché di fronte a quei numeri elettorali e parlamentari, più di un commentatore ha potuto definire «golpe mediatico-giudiziario» quel complesso di eventi che portarono traumaticamente alla fine della ‘prima Repubblica’. Sul punto si veda anche l’agghiacciante resoconto di Daniel Soulez Larivière Il circo mediatico-giudiziario (Liberilibri), tanto che, anni dopo, un prestigioso studioso progressista come Michele Salvati nel suo saggio Tre pezzi facili sull’Italia (il Mulino) – ebbe a definire «un fatto unico in Europa» la scomparsa dei partiti democratici di governo, «un’esito che solitamente si associa a traumi ben più gravi, a guerre e rivoluzioni». Molti presunti inflessibili difensori della Costituzione repubblicana assistettero senza fiatare, anzi in molti casi assecondarono, l’eliminazione delle forze politiche repubblicane che avevano provato a portare l’Italia sulla strada della libertà e della crescita sociale: i tratti dell’operazione furono sbrigativi e maneschi, a partire dall’uso della carcerazione preventiva a scopo confessorio, dimentichi del richiamo antico dell’illuminista Pietro Verri: «carcerari idest torqueri», carcerare è uguale a mettere sotto tortura, altro che ‘mani pulite’.

Peggiori di Hitler

Qualcuno potrebbe giudicare sproporzionate queste parole se non avesse visto in diretta o esaminato bene quella transizione agitata. Ma per dire del clima dissennato di quel periodo basterà ricordare quanto scritto il 3 maggio 1995 sul “Corriere della Sera” da Giuliano Zincone: egli, denunciando l’inquietante clima politico- giudiziario che aleggiava sul nostro Paese, riferirà di una inchiesta svolta presso gli studenti universitari di Perugia. Richiesti di indicare il personaggio più odioso e ripugnante di tutta la storia dell’umanità, questi figli del sonno della ragione scartavano Giuda o Nerone, Caino o Pol Pot, Erode o Stalin: al primo posto collocavano l’ineffabile Andreotti, al secondo Craxi, il cinghialone, buon terzo nella graduatoria dei mascalzoni ecco Adolf Hitler. Ma che giovani ‘studiosi’ aveva partorito il vento fustigatore dell’operazione denominata ‘Mani pulite’? Tuttavia il problema non era solo dei giovani: anche un maturo pensatore come Gianfranco Miglio – giurista, politologo, docente universitario, al tempo ideologo della “Lega Nord” – dopo esser caduto in «bestialità terrificanti» come quella di sostenere che ”Hitler commise degli errori di stile”- lo rammenta Gian Antonio Stella sulla rivista “Sette” del 22 marzo 2018 – «mentre scoppiava Tangentopoli arriverà a dire che ”il linciaggio è la forma di giustizia nel senso più alto della parola”».

Così i leader democratici più emblematici della prima Repubblica vennero trascinati nella condanna e sistematicamente criminalizzati. Ci si accanì soprattutto con Bettino Craxi, rifugiatosi all’estero in Tunisia, come nella storia dovettero fare tanti altri ‘fuoriusciti’ di fronte alla spietatezza degli avversari: a chi non visse quella temperie vale rammentare – sempre grazie al resoconto di Feltri – anche l’implacabile apostrofe del candidato sindaco di Roma Francesco Rutelli che il 2 dicembre 1993, respingendo l’appoggio socialista che Craxi gli aveva pur offerto per la competizione contro il missino Gianfranco Fini, replicò sprezzante: «Voglio vedere Craxi consumare il rancio nelle patrie galere»!

«La molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica». E una politica di sinistra

Quando il danno irreparabile alla persona e a quello che rappresentava era stato ormai fatto, proverà lo stesso citato magistrato D’Ambrosio a metterci una pezza con un’intervista a “Il Foglio” del 22 febbraio 1996, dichiarando che «la molla di Craxi non era l’arricchimento personale, ma la politica». Parole che dovevano esser dette prima, non dopo l’annientamento. Alla turba e ai nuovi capipopolo, convenne considerarlo – testualmente – un «criminale matricolato», dedito agli affari personali e ad una vita dorata: solo nel rovesciamento di regimi dispotici corrono frasari del genere, inconcepibili per una personalità democratica come Craxi, uno dei premier repubblicani più affermati, oltre che autorevole vicepresidente dell’Internazionale Socialista. Craxi sarà bersagliato e infamato da neofascisti, leghisti e da risentiti giustizialisti, ma con particolare scherno da sinistri forcaioli che volevano disfarsi di un concorrente invadente. Sarà Piero Fassino, dapprima dirigente PCI e poi dei DS e del PD, a rimettere le cose a posto, a dramma consumato purtroppo. Nel suo libro del 2003 Per passione” (Rizzoli) definirà Craxi «uomo profondamente di sinistra», aggiungendo in schietta autocritica che «il Pci negli anni ’80 non appare capace di affrontare il tema della modernizzazione dell’Italia, spingendo così ceti innovatori e produttivi verso chi, come Craxi, dimostra di comprenderli». Altro che criminale! E tutt’altro che uomo pronto a porsi nella mani o addirittura alla guida di una deriva di destra, secondo l’affermazione di taluni; un altro ex dirigente comunista come Claudio Petruccioli la considererà solo una malevola insinuazione: in una intervista alla rivista “Mondoperaio” del gennaio 2012 dichiarerà che «Craxi è sempre stato e soprattutto si è sempre considerato un uomo della sinistra». E anche tra i più capaci: il suo governo – asserirà un leader storico del PCI come Emanuele Macaluso in una intervista a “La Stampa” del 21 gennaio 2006 – va considerato «fra i migliori che abbia avuto l’Italia». Irriducibile nell’avversione a Craxi resterà Eugenio Scalfari: ma cosa ci si può aspettare da un famoso giornalista che su “la Repubblica” del 9 marzo 2018 all’interno di un commento sui pessimi risultati delle elezioni politiche fisserà come punto di partenza e di merito testualmente quanto segue: «La sinistra moderna [sic!] cominciò con Tangentopoli nella Procura di Milano nel 1992. In cinque anni – continua Scalfari – venne smontato il sistema politico». Bel risultato, potremmo dire, se sotto quelle macerie è finita la tradizionale ma partecipata vita democratica del Paese, insomma «quella Repubblica» – scrive nello stesso mese lo storico Ernesto Galli della Loggia sul “Corriere della Sera” del 31 marzo 2018 – «che pure aveva dato agli italiani gli anni forse migliori della loro vita».

I moralisti con l’oro di Mosca in tasca

Riprendiamo il filo. Mattia Feltri nel resoconto su L’anno del Terrore rivela la sua desolazione vedendo interi spezzoni della politica italiana incattivirsi nel lanciare ”il calcio dell’asino al leone ferito”, accanendosi nel soffiare sul fuoco della protesta accesa dal circuito mediatico-giudiziario. Di Rutelli abbiamo già detto; degli ex-comunisti, approdati nel 1991 al PDS, è intuibile l’ostilità verso il centro-sinistra storico: da Massimo D’Alema che invoca «una epurazione del ceto politico», al segretario Achille Occhetto che prova a smarcarsi da Primo Greganti, il famoso compagno G. procacciatore di tangenti, per rimarcare la loro estraneità al sistema di finanziamento irregolare; poi verrà la dichiarazione dell’insospettabile magistrato ‘di sinistra’ Gerardo D’Ambrosio: «I soldi li prendevano tutti» (“la Repubblica”, 27 ottobre 1999). È significativo il caso del PCI e degli ex-comunisti, sostanzialmente graziati dall’inchiesta ‘Mani pulite’. Eppure appartenevano all’area politica che intercettò il più largo finanziamento illecito (da loro pudicamente definito ‘aggiuntivo’) proveniente dalla sovietica casa-madre Russia, da cooperative italiane, assicurazioni, banche, aziende. Scrive al proposito Gianni Cervetti, responsabile amministrativo del PCI durante la segreteria di Berlinguer, dunque uno dei principali collaboratori del leader che pretese di legare il proprio nome alla ‘questione morale’: «Non c’è epoca, paese, partito che non abbia usufruito di fonti per finanziamenti aggiuntivi. Sostenere il contrario significa voler guardare a fenomeni storici e politici in maniera superficiale e ingenua o, viceversa, insincera e ipocrita». Lo scrive in un libro dal titolo emblematico: L’oro di Mosca (Baldini&Castoldi). La tanto propagandata ‘questione morale’ di Berlinguer era servita: definita in pratica o superficiale o ipocrita. Rincarerà la dose Barbara Spinelli su “La Stampa” del 26 maggio 1993, aggiungendo che il finanziamento dei comunisti russi ai partiti ‘fratelli’ dell’Occidente è la vera colpa morale di quest’ultimi (altro che problemi «morali» da accollare agli altri): «Quelle decine di miliardi che ogni anno affluivano da Mosca erano tolti a popolazioni che non vivevano una povertà bella, ma un inferno di miseria senza fine».

Il giustizialismo della “Lega” e degli ex-neofascisti

Tiriamo il fiato e accenniamo ora ad altri soggetti. Parliamo in primis della “Lega”, di quelli pronti a sventolare cappi da forca in Parlamento per poi squalificarsi con le operazioni in diamanti in Africa e con la laurea comprata per il figlio del capo in Albania, proprio in una nazione tra le più vilipese dalla propaganda leghista. Erano passati nel frattempo dal fallimento CredieuroNord – banca di riferimento dei leghisti – a quello del mega villaggio vacanze “Skipper Residence” in Croazia e via via a tanti processi aperti contro dirigenti e amministratori regionali e comunali: su Google la voce «processi contro amministratori della Lega nord» occupa pagine e pagine… E cosa dire di un ex-neofascista come Gianfranco Fini, erede politico dei più esperti saccheggiatori pubblici del Novecento (si legga il capitolo Fascismo predone nel saggio di Sergio Turone Politica ladra – Storia della corruzione in Italia. 1861-1992), diventato grande esaltatore dell’operazione ‘Mani pulite’, per poi finire sotto inchiesta a sua volta per una miserabile vicenda di interessi famigliari?

Più lugubre resta ovviamente la pretesa di conquistare il potere con inni martellanti al ”nuovo ordine dell’onestà”, un inneggiare che nella storia – mutatis mutandis – ha accompagnato l’inizio di qualsiasi tirannia. Ritornano alla mente gli studi di Scienza della politica con la diffidenza del padre del liberalismo John Locke verso i criteri etici sbandierati con eccessivo favore: con preveggenza formidabile intuiva che potevano nascondere i germi della dittatura. Un esempio eclatante: partiti dalla predicazione forsennata contro la corruzione degli altri, movimenti come quelli fascisti e nazisti si sono poi rivelati come i regimi più putrefatti e corrotti di tutti. Lo storico Turone aveva appunto annotato che per quanto i sistemi democratici possano essere corrivi «è difficile superare l’impunita voracità dei gerarchi di un governo totalitario».

Due cangianti espressioni del mondo mediatico e economico

Torno ora alle nostre più prosaiche vicende e apro una breve nota incidentale dedicata al mondo mediatico ed economico segnalando le mosse di due insospettabili. C’è il giornalista Emilio Fede che si fa teorizzatore della bontà dei sommari processi mediatici e giudiziari, alle cui risultanze si dichiara «assolutamente favorevole»: con le reti berlusconiane sosterrà tra il 1992 e 1993 i mitici «momenti magici» (cioè la tecnica carceraria che sbloccava ogni tipo di confessione) dell’operazione ‘Mani pulite’, per poi passare sul fronte diametralmente opposto quando si tratterà di contestare la lena giustiziera degli inquisitori a caccia del padrone politico-mediatico-finanziario Silvio Berlusconi. Ma c’è un altro personaggio che fa un percorso zigzagante: è l’industriale-finanziere Carlo De Benedetti. Da critico arcigno della partitocrazia e difensore dei «magistrati indipendenti e coraggiosi che contribuiscono al rinnovamento dell’Italia» – come dichiara a “Le Nouvel Observateur” del 15 aprile 1993 – diventerà esponente interessato del sistema delle tangenti, come narrano le cronache del 16 maggio 1993; commenterà “Libération” del 17 maggio 1993: «… oggi quello che fa amaramente sorridere gli italiani non è che il quarto gruppo privato del Paese [quello di De Benedetti] sia a sua volta coinvolto negli scandali, ma è l’atteggiamento dell’Ingegnere, il ribelle del capitalismo italiano che si è sempre presentato come un incorruttibile». E invece…

Erano alleati e compagni di partito…

Ma veniamo ai partiti del centro-sinistra storico. Se degli oppositori si poteva capire l’acredine e il tornaconto politico, invece cosa dire di altri, appartenenti a partiti democratici che avevano retto insieme la ‘prima Repubblica’? Come giudicare una democristiana di lunghissimo corso come Rosy Bindi, che per ‘sbianchettarsi’ denuncia brutalmente la collaborazione DC-PSI come «patto scellerato»? O le dichiarazioni di Rosa Russo Jervolino contro i suoi amici democristiani: «Noi abbiamo in casa i ladri e questo è un fatto incontrovertibile»? E come giustificare il comportamento di Giovanni Spadolini che – in faccia al segretario del suo PRI, Giorgio La Malfa, caduto anch’egli sul finanziamento illecito dei partiti – si fa vessillifero frenetico della «questione morale» come «la più grande questione politica» d’ogni tempo?

Parliamo ora senza veli del PSI, il mio partito allora come oggi. Nella caccia al «cinghialone ferito», finiscono per inseguire Bettino Craxi anche leader storici e meno dell’area socialista. C’è in questo non solo un riprovevole decadimento della dialettica politica interna, ma anche quello che nella vita normale di una varietà di persone più estesa del prevedibile si caratterizza per particolare empietà; il duca de La Rochefoucauld nelle sue Massime (Marsilio Editori) esplorando l’angolo buio dell’amicizia, lo sintetizza così: «Nelle avversità dei nostri migliori amici noi scopriamo sempre qualcosa che non ci dispiace», lasciandoci travolgere dall’altrui accanimento verso il compagno in disgrazia. Così nel microcosmo socialista vedremo un personaggio come Enrico Manca – ex presidente RAI – invocare «drastiche e immediate decisioni». Ma su tutto si ergerà un capo storico come Giacomo Mancini, per il quale Craxi «non poteva non sapere», coniando un termine che poi la magistratura userà come capo d’accusa imprescindibile per condannare il segretario socialista: secondo Mancini è arrivata l’ora di fare piazza pulita. Quella di Mancini – commenta Feltri – «è una roba tristissima». Quando morirà l’8 aprile 2002 l’ANSA ricorderà le sue traversie giudiziarie con le Procure calabresi che l’accusavano di «aver concorso esternamente alle attività di alcune fra le cosche più influenti della “’Ndrangheta”». Mancini prima verrà condannato il 25 marzo 1996 dal tribunale di Palmi; dichiarata l’incompetenza territoriale di quel tribunale, sarà invece allora quello di Catanzaro ad assolverlo il 19 novembre 1999: il processo d’appello, fissato a fine giugno 2000, non ha mai avuto inizio… Mentre si accingeva a passare per questa temperie – dopo averne sperimentato altre negli anni ’70 del Novecento al grido di ”Mancini ladro” lanciatogli in faccia dalla marmaglia neofascista e veicolato da una campagna mediatica ostile, che avrebbero reso prudente ogni persona prima di accodarsi in futuro a qualsiasi campagna giustizialista – ecco invece Mancini non perdere l’occasione di mostrarsi un colpevolista eccellente ad altrui carico, concedendo al “Corriere della Sera” l’8 novembre 1992 un intervista in cui dichiarava che «per la vastità del fenomeno, i flussi di finanziamento li conosceva solo Craxi». Narra Feltri che «dopo quell’intervista i magistrati Di Pietro e Colombo lo chiamarono in procura a Milano». Mancini farà di più. Il 16 dicembre 1992 su “La Stampa” infligge a Craxi un’altra accusa: «di essere andato a Reggio Calabria ad attaccare i giudici che stanno facendo un oneroso lavoro contro la mafia». È qui che Feltri parla di «roba tristissima», riferendosi al calvario giudiziario che di lì a poco Mancini subirà proprio in Calabria e che non gli sarà risparmiato da questi ‘assist’ gratuiti lanciati ai magistrati: sembra un caso di sindrome di Stoccolma preventiva, un provare sentimenti positivi verso i propri aggressori.

Ecco altri personaggi socialisti annoverati nel libro di Feltri: c’è Giorgio Benvenuto che in un’intervista a “la Repubblica” del 1° maggio 1993, se la fa intitolare così: «Craxi? Mai più nelle liste del Psi». Seguirà un altro sindacalista socialista come Enzo Mattina che annuncia di voler «alzare con decisione la bandiera della moralità», straparlando addirittura di «Craxi-Gambadilegno». Infine in questo elenco pietosamente incompleto ecco i manifestanti dei ”Comitati di base socialisti” che invadono la sede nazionale del PSI al grido di ”ladri, ladri”. Il suicidio del PSI – dei suoi dirigenti e dei suoi militanti travolti e abbruttiti dalla marea mediatico-giudiziaria che li ha colpevolizzati indistintamente – è così completato.

Un ‘difensore’ dei diritti umani

Ma per chiudere questa carente e trista rassegna, va segnalato un personaggio di cui sentiremo parlare anche più avanti, come gentile difensore dei diritti umani: si tratta di Luigi Manconi, già militante di “Lotta Continua” e dei “Verdi”, infine approdato al PD. In una intervista a “Il Messaggero” del 2 luglio 1994, così parla di Craxi, rifugiato a Hammamet: «C’è qualcosa di cupamente grottesco nell’immagine di quell’uomo anziano e malato. Anche la malattia non lo fa apparire più fragile, e con ciò meno sgradevole. Al contrario. La sua sembra proprio quella che, nei racconti per adolescenti, è l’infermità dei ‘cattivi’… la malattia completa crudelmente l’immagine di un uomo che – in una torva solitudine – cova i suoi rancori; quel sarcasmo così appesantito, quell’aggressività così affannosa, rivelano qualcosa di intimamente ‘sporco’». E conclude con sentenziosità chirurgica: «È una manifestazione patologica. Da sempre le psicosi hanno pesato sulla politica».

Per fortuna c’è anche un po’ di clemenza

Per ridare decenza alle cose, a tanta crudezza contrapponiamo le parole clementi di un personaggio che generalmente non desta la nostra simpatia, ma che al dunque sa sovrastare tanti altri in umanità: ci riferiamo a Indro Montanelli. Il 1993 fu percorso anche dal fenomeno degli inquisiti suicidatisi. Di fronte alla morte ci si dovrebbe fermare, e invece ecco alzarsi il coro dei maramaldi. Al funerale di Gabriele Cagliari, presidente ENI suicida, «si è sentito – racconta Feltri – l’estremo saluto di alcuni rappresentanti della società civile, in attesa fuori dalla chiesa: ”Ladri!”. ”Vergogna!”. ”Nessuna pietà”. Molti i fischi». E mentre il citato ideologo della “Lega Nord” Gianfranco Miglio dichiara sprezzantemente: «…in fondo è un bene: vuol dire che c’è gente che di fronte alla prospettiva della casacca a righe, preferisce togliersi la vita», ecco alzarsi l’umanissimo monito di Montanelli: «Hanno preferito la morte alla galera e al disonore… Che i nomi di questi morti siano scritti in un albo d’onore che, avendo comunque pagato più del dovuto, l’onore se lo sono riguadagnato sul campo, e con esso il diritto al rispetto di tutti».

Una compagnia di pericolosi latitanti

Torniamo a Craxi. Morirà espatriato in Tunisia, in semplicità, fuori dagli agi e dagli ori immaginati dagli avversari. Ci ricorda per la solitudine che si autoimpose, un’altra personalità socialista, Camillo Prampolini, che negli anni del fascismo imperante dalla sua Reggio Emila – che l’aveva visto grande leader riformista – riparò a Milano a fare l’impiegato qualsiasi. Mauro Del Bue ne ha tratteggiato la figura con affettuosa partecipazione sulla rivista “Mondoperaio” dell’aprile 2017: mentre tutti correvano dietro ai vincitori, compresi gli ex-compagni di lotta, egli si ritirò a vivere e morire in solitudine.

Così Craxi. Nonostante sia morto di malattia, per anni in sofferenza e lontano dal suo Paese, resterà ancora per una parte dell’opinione un pericoloso ‘latitante’. Bettino Craxi è comunque in buona compagnia. ‘Latitanti’ (secondo il gergo tecnico-carcerario), ‘fuoriusciti’, ‘rifugiati’, ‘esuli’ (nel lessico letterario più gentile) furono Garibaldi, Turati e Pertini. Ma il contumace più illustre fu addirittura il Padre della nostra lingua, finito per ritorsione sotto «accusa di concussione». Dante Alighieri, che come priore aveva ratificato una condanna contro tre banchieri papali, fu a sua volta perseguito dopo che papa Bonifacio VIII riprese il controllo di Firenze. «Fu giudicato colpevole di aver ricevuto denaro in cambio dell’elezione dei nuovi priori, di aver accettato percentuali indebite per l’emissione di ordini e licenze a funzionari del Comune e di aver attinto dal tesoro di Firenze più di quanto correttamente dovuto», come testualmente riporta la ricerca di Carlo A. Brioschi Breve storia della corruzione (TEA Editori). Dante non si presentò al processo – si difese dunque dal processo – e fu condannato in contumacia: se fosse entrato nel territorio fiorentino «sarebbe stato mandato al rogo; fu così che a 37 anni Dante intraprese la strada dell’esilio», della ‘latitanza’ avrebbero detto altri nella parlata tribunalesca.

Tragedie e volubilità della ‘giustizia’ umana

Abbiamo fantasticato nel fare gli accostamenti? No. A proposito di ‘Tangentopoli’ ancora ci sovviene l’agghiacciante osservazione di un personaggio che ha conosciuto la durezza di un regime oppressivo, l’ex dissidente sovietico Vladimir Bukowski, che così, il 14 ottobre 1995, descriveva la presunta ‘rivoluzione’ giudiziaria italiana degli anni ’90: «’Mani pulite’ si rifà al grande terrore staliniano del 1937-’38, al quale è paragonabile per lo stile se non per l’ampiezza».

Ma anche in tempi più quieti, la storia è colma di vessazioni illiberali e di tante volubilità nelle sentenze dei tribunali che ad esempio avevano fatto scrivere a Voltaire: «Se a Parigi ci fossero 25 camere di giudici ci sarebbero 25 giurisprudenze diverse». Così era allora, così è oggi. Ce l’ha ricordato – riandando a quella valutazione volterriana – l’ex magistrato Ferdinando Imposimato, scrivendo un articolo sull’ “Avanti della domenica” del 3 maggio 1998 intitolato «Giustizia, la riforma non decolla» col quale ammetteva drammaticamente che «le cose non sono affatto mutate da allora». Questo per significare che le valutazioni e anche le sentenze emesse in una certa temperie, avrebbero potuto prendere un altro – se non addirittura opposto – verso in tempi e circostanze diverse. Imposimato continua il suo ragionamento citando Cesare Beccaria: «Lo spirito della legge sarebbe dunque il risultato di una buona o di una cattiva logica del giudice, dipenderebbe dalle sue passioni, dalla debolezza di chi soffre, dalle relazioni del giudice con l’offeso…». Potremmo quindi concludere – appoggiandoci sull’autorevolezza del professor Francesco Galgano – che il diritto «non si sa bene su cosa si fondi» e che addirittura «il diritto è il rovescio del buon senso» (cfr. Francesco Galgano, Il rovescio del diritto, Giuffrè Editore).

Anche le leggi, come le sentenze, risentono delle circostanze e dell’evoluzione delle idee umane. Lo sostiene un padre della nostra Costituzione, Piero Calamandrei: «Cosa sono le leggi se non esse stesse delle correnti di pensiero? Se non fossero questo non sarebbero che cosa morta» (in Marco Cappato, Credere, disobbedire, combattere, Rizzoli). Per cui quello che è reputato delittuoso in un certo periodo, può essere considerato giusto in altro, e viceversa. Oggi Dante non sarebbe assolutamente considerato un ladro…! Ma venendo a vicende più minute e contingenti, anche i processi di Tangentopoli se venissero celebrati ora – solo a pochi lustri di distanza – potrebbero prendere altra direzione, pur celebrandosi almeno formalmente nello stesso quadro costituzionale. Conta lo spirito del tempo, l’aria che tira. È cosa antica: fin dai tempi di Socrate in teatro come in tribunale non conta la realtà ma come essa viene rappresentata e percepita. Tutto è umano e volubile, non ci sono atti intangibili d’origine divina né di valore eterno.

Il fallimento e il riscatto di una Nazione

In conclusione, la sorte di Craxi invoca sempre più il dispiacere delle persone ragionevoli. Un giovane storico ha raccolto e commentato le carte scritte da Craxi pubblicandole sotto il titolo Io parlo e continuerò a parlare: note e appunti sull’Italia vista da Hammamet (Mondadori): è il libro curato da Andrea Spiri, che per professione e vocazione è impegnato «nell’analisi dei processi di delegittimazione dell’avversario nelle culture politiche». Leggiamolo.

Ma anche tra gli irriducibili colpevolisti, aveva aperto la strada al ripensamento un personaggio come l’ex-magistrato e poi parlamentare di PCI, PDS e DS, Luciano Violante, che in una intervista al “Corriere della Sera” del 5 aprile 2007 intitolata «Sbagliammo. Craxi capro espiatorio», definì un errore l’aver fatto di Craxi appunto «un capro espiatorio sull’altare del codice penale». In seguito, un numero sempre maggiore di osservatori democratici si è sempre più interrogato sulla «pessima prova» data dagli italiani, rimeditando le accorate osservazioni di Norberto Bobbio formulate subito nei primi anni ’90. Il grande filosofo su “La Stampa” del 20 gennaio 1993 aveva infatti scritto: «La ‘prima Repubblica’ è proprio finita. Non lo dico, come la maggior parte degli italiani, con un sospiro di sollievo o addirittura con aria di trionfo. Lo dico con un senso di amarezza, non perché creda che non meriti di fare la fine ingloriosa che ha fatto o sta facendo, ma perché una conclusione così miseranda è l’espressione del fallimento di tutta intera la nazione, e non solo della classe politica che è ormai continuamente e rabbiosamente messa sotto accusa da parte di coloro che per anni l’hanno sostenuta e le hanno offerto il consenso necessario per governare. Come paese democratico, come Stato di liberi cittadini, abbiamo fatto, bisogna riconoscerlo, una pessima prova».

Porre rimedio a quella infausta «prova», cercare di non ripeterla, resta il compito di una politica mite, democratica e partecipata. Del resto qui abbiamo parlato di una storia, ma non come fosse un ‘amarcord’ inerte: no, nel segno di Benedetto Croce, sappiamo che la storia è sempre storia contemporanea e serve – come ribadisce il politologo A. Panebianco – «a cercare lumi nel passato per comprendere cosa sia meglio fare nel presente». Comprendendo, ad esempio, che le operazioni mediatico-giudiziarie dissennate, possono essere dannose per la stabilità democratica ed economica del Paese. Il professor Fadi Hassan, nato a Pavia da genitori siriani, docente di macroeconomia internazionale presso il Trinity College Dublin – considerando che il dato per cogliere la traiettoria economica del nostro Paese è il PIL pro capite in relazione agli Stati Uniti a parità di potere d’acquisto – ha rammentato sul “Corriere della Sera” del 6 aprile 2017 che «nel 1991 il nostro reddito pro capite era l’86% di quello americano, nel 2016 è sceso al 63%. E’ lo stesso livello – commenta – che avevamo nel 1961: nell’ultimo ventennio siamo tornati indietro di 55 anni».

Nicola Zoller
(collaboratore della storica rivista “Mondoperaio”, fondata da Pietro Nenni)

Riferimenti bibliografici:

-Mattia Feltri, Novantatré. L’anno del Terrore di Mani pulite, Marsilio, Venezia, 2016.
-Paolo Mieli, In guerra con il passato. Le falsificazioni della storia, Rizzoli, Milano,2016.
-Carlo M. Cipolla, (a cura di), Storia facile dell’economia italiana dal Medioevo a oggi, Il Sole 24 Ore-Mondadori, Milano, 1995.
-L. Federico Signorini-Ignazio Visco, L’economia italiana, il Mulino, Bologna, 1997.
-Roberto Chiarini, La memoria maledetta di Bettino Craxi, in Nuova Storia Contemporanea, n. 6/2015, Casa editrice Le Lettere, Firenze.
-Stefano Livadiotti, Magistrati, l’ultracasta, Bompiani, Milano, 2009.
-Sergio Romano, Finis Italiae, All’insegna del pesce d’oro, Milano 1995.
-Daniel Soulez Larivière, Il circo mediatico-giudiziario, Liberilibri, Macerata,1994.
-Michele Salvati, Tre pezzi facili sull’Italia, il Mulino, Bologna, 2011.
-Piero Fassino, Per passione, Rizzoli, Milano, 2003.
-Gianni Cervetti, L’oro di Mosca, Baldini&Castoldi, Milano, 1993.
-Sergio Turone, Fascismo predone in Politica ladra – Storia della corruzione in Italia. 1861-1992, Laterza, Roma-Bari, 1992.
-François de La Rochefoucauld, Massime, Marsilio, Venezia, 2000.
-Carlo Alberto Brioschi, Breve storia della corruzione, TEA Editori, Milano, 2004.
-Francesco Galgano, Il rovescio del diritto, Giuffrè, Milano, 1991.
-Marco Cappato, Credere, disobbedire, combattere, Rizzoli, Milano, 2017.
-Bettino Craxi, Io parlo e continuerò a parlare: note e appunti sull’Italia vista da Hammamet, a cura di Andrea Spiri, Mondadori, Milano, 2014

Fassino, Ds superstite del Pd renziano in crisi

Tenace, meticoloso, sensibile, iroso. Piero Fassino pare destinato a restare sempre da solo in trincea. Nel 2001 prese sulle sue spalle i malandati Ds. Walter Veltroni si era dimesso da segretario per fare il sindaco di Roma e Massimo D’Alema si era dedicato alla politica internazionale dopo le sconfitte elettorali patite da presidente del Consiglio. Fassino divenne segretario, si prese le critiche dei massimalisti girotondini, e “pedalò”. Rimise in sesto il partito e lo portò alla fusione con la Margherita di Francesco Rutelli. Così nel 2007 nacque il Pd, la speranza del centro-sinistra. Veltroni rispuntò: lasciò il Campidoglio e divenne il primo segretario dei democratici.

Ora la storia si ripete. Fassino è praticamente rimasto l’unico esponente del gruppo dirigente del Pci-Pds-Ds a restare nel Pd con il segretario Matteo Renzi. D’Alema si è candidato come senatore nel Salento per Liberi e uguali, la lista di sinistra guidata da Pietro Grasso. Veltroni è restato nei democratici ma è defilato, si dedica a scrivere libri e a fare il regista. Fabio Mussi, Claudio Petruccioli, Livia Turco, Cesare Salvi sono scomparsi dai radar della politica (Marcello Stefanini è morto oltre 20 anni fa). Fassino è l’unico superstite ex Ds del Pd renziano. In particolare è il solo superstite del gruppo dei quarantenni berlingueriani artefici nel 1989-1991 della difficile metamorfosi del Pci nel Pds, il cambiamento di nome e di identità del partito realizzato da Achille Occhetto dopo il crollo del comunismo.

Fassino, invece, è restato nel Pd e si è candidato in Emilia, la regione “rossa” nella quale avrà una sfida più o meno complicata e ravvicinata con l’emiliano Pier Luigi Bersani, candidato invece per Liberi e Uguali, anche lui uscito dal Pd da sinistra contestando la “subalternità” di Matteo Renzi alle “proposte della destra”. Fassino è prezioso per Renzi: è l’unico uomo nel partito in grado di tamponare l’emorragia di voti di sinistra verso Liberi e Uguali, verso l’astensione e verso la protesta grillina. L’ex sindaco di Torino, ex ministro della Giustizia e del Commercio estero, ha fatto di tutto prima per evitare la scissione di Bersani-D’Alema-Speranza e poi per costruire una alleanza di centro-sinistra con la quale affrontare le elezioni politiche del 4 marzo. Ma la sinistra di Liberi e Uguali ha bocciato ogni tipo d’intesa. L’incarico di mediatore, affidatogli da Renzi, è fallito nell’obiettivo di un grande accordo di centro-sinistra: comunque è nata una “piccola coalizione” con il Pd da una parte e dall’altra Psi, Verdi, prodiani, radicali della Bonino, centristi della Lorenzin. Una “piccola intesa” che potrebbe salvare l’onore del Pd renziano, dato dagli ultimi sondaggi in caduta intorno al 23% dei voti (si sommerebbe il 4% degli alleati minori).

Fassino, 68 anni, piemontese di Avigliana, ha una storia personale e familiare profondamente radicata a sinistra. Proviene da una famiglia socialista ed antifascista, suo nonno fu tra i fondatori del Psi, lui a 20 anni si iscrisse al Pci. Fu a lungo segretario della federazione comunista di Torino. Ha sempre avuto un’impostazione di sinistra riformista, anche quando si trattava di affrontare i problemi di Mirafiori e del colosso Fiat guidato da Gianni Agnelli. Un suo maestro fu il dirigente sindacale Aventino Pace che amava ripetere: «Quando in fabbrica c’è un problema o lo risolvi tu o lo risolve il padrone».

Adesso si sta impegnando nella campagna elettorale in Emilia, lontano dal suo Piemonte: «A Torino un lungo ciclo è giunto al termine. C’è una nuova generazione». È combattivo ma non vuole guerre a sinistra: «Per me gli avversari politici sono i Cinque Stelle e i partiti del centrodestra. Noi non abbiamo avversari a sinistra».

È alto e magro: 1,92 centimetri di altezza per un peso di 66 chili. È molto sensibile al fascino femminile. Ha raccontato che il nervosismo gli blocca l’appetito: «Quando sono sotto stress perdo interesse per i sapori, sedermi a tavola diventa soltanto un atto che cerco di impormi, mi dimentico di mangiare». Ha raccontato: «Quanti pasti ho saltato quando il Pci si è sciolto nell’89 alla Bolognina, quando i Ds si sono uniti al Pd nel 2007, quando abbiamo perso alle elezioni del 2008…». Gli succedeva lo stesso a scuola da ragazzo: gli passava la fame quando doveva affrontare una interrogazione impegnativa alle medie o al liceo dai gesuiti. Ora il blocco allo stomaco si ripeterà in questa difficile campagna elettorale nella quale i suoi compagni di una vita sono diventati competitori e avversari.

Ma è tenace. Nel 2001 riuscì a salvare i Ds dalla disgregazione lanciando lo slogan «O si cambia o si muore». Adesso per il Pd renziano si presenta un rischio analogo, anzi maggiore, di sfaldamento.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Il ritorno di “Cicciobello” tentato dal Campidoglio

Cicciobello è tornato. Scomparso dai radar della politica subito dopo il 2008, quando si candidò per la terza volta al Campidoglio e fu sconfitto da Gianni Alemanno, adesso è di nuovo sotto i riflettori dei media. Dopo anni di silenzio, “Cicciobello”, come lo aveva perfidamente ribattezzato Cossiga, ha deciso che la disastrosa esperienza della sindaca Raggi adesso gli sta offrendo una grande occasione, e così è tornato a scrivere lettere ai giornali, a farsi intervistare dal Messaggero, a farsi vedere in televisione e a ravvicinarsi al Pd partecipando alla festa dell’Unità.
Nove anni fa il brutto colpo subito nella capitale, la sua città, quella di cui era stato sindaco per due volte prima della grande ribalta nazionale, lo aveva messo ko. Da quel momento in poi furono solo sconfitte. L’uscita dal Pd (2009), la fondazione di una specie di Ulivo bonsai, Alleanza per l’Italia, che si rivelò un fallimento. Cicciobello inanellò una serie di disastri culminati nel 2012 con l’arresto di Luigi Lusi, il tesoriere della Margherita, accusato d’aver sottratto 13 milioni di euro dalle casse del partito di cui Rutelli era stato leader e presidente.
Arrivato il momento di uscire di scena, Cicciobello lo fece con eleganza, annunciando che non si sarebbe ricandidato alle politiche del 2013. Per lui incominciava una tranquilla seconda vita da ex. Ex di tante cose, comunque: sei volte in Parlamento, due volte ministro, poi vicepresidente del Consiglio, candidato premier del centrosinistra nel 2001. Ma, soprattutto, lui, piacione romano di famiglia alto borghese, era stato due volte sindaco (1993 e 1997). “Il sindaco del Giubileo”, come ha sempre amato ricordare.
Sembrava destinato a una vita da pensionato di lusso, senza incarichi politici ma con una comoda poltrona da presidente dell’Anica, l’associazione delle industrie cinematografiche. Invece no. Il fallimento di Marino e poi il disastro Raggi devono averlo convinto che forse era il caso di fare un altro giro da sindaco. E così da qualche mese è tornato a parlare in pubblico. Sempre e soltanto di Roma e dei suoi tanti problemi e sempre per sottolineare garbatamente la differenza tra un professionista come lui nato e vissuto nella capitale e l’accoppiata Marino-Raggi, due dilettanti. A febbraio 2017 con la scusa di rispondere a Ignazio Marino scrive una lettera all’Huffington Post e rivendica i risultati della sua amministrazione, con tutti i numeri in crescita e la città che “si aggiudica il rating Tripla A”. Da allora è stato un crescendo, fino alla recente intervista al Messaggero, al palco della festa dell’Unità e all’apparizione nel salotto televisivo di Lilli Gruber. Dove non ha confermato ma nemmeno smentito il progetto di tornare in pista, presentandosi come alternativa alla fallimentare gestione della sindaca grillina.
Un’operazione già riuscita a Leoluca Orlando, che è tornato a fare il sindaco di Palermo dopo essersi candidato per la terza volta, proprio invitando gli elettori a non lasciarsi più tentare dai dilettanti ma a puntare ancora una volta su di lui, “l’usato sicuro”.

Felice Saulino
Sfoglia Roma

Liste, listini e listoni

Liste, listoni, listini. Partiti, partitoni, partitini, movimenti, associazioni. Nelle elezioni per i sindaci di giugno se ne vedranno di tutti i colori. A Roma, Milano, Torino, Napoli, Bologna e Cagliari, le principali città nelle quali si voterà, potrà accadere di tutto mentre centrosinistra, centrodestra, centristi, sinistra, destra, cinquestelle rischiano di sfarinarsi in mille liste civiche diverse in contrapposizione o in caotica alleanza.

“Scomporre per ricomporre”. Gianni De Michelis si lanciava contro «questo bipolarismo bastardo». Era il 2002, allora De Michelis era segretario del Nuovo Psi, contestava gli assetti e la politica della Seconda Repubblica, gli andava stretta l’alleanza con Silvio Berlusconi, proprietario di Fininvest e Mediaset, il leader dell’”invincibile armata” del centrodestra che in quel periodo era all’apice del potere. Difatti l’ex ministro degli Esteri nel 2007 aderì alla costituente socialista promossa da Enrico Boselli, il segretario del Psi schierato con il centrosinistra. Tuttavia fu un disastro. Il Psi nelle elezioni politiche del 2008 restò un micro partito: ottenne appena l’1% dei voti, meno della metà di quanto ne raccoglievano in precedenza le due liste socialiste separate.

Era un segno della polverizzazione del sistema politico italiano. Da allora la situazione si è aggravata, sono molte decine i partiti e i partitini. Persino i più navigati giornalisti parlamentari fanno fatica a non perdere l’orientamento, per il continuo cambiamento della mappa dei partiti e dei gruppi alla Camera e al Senato.

Scissioni e addii a catena hanno fatto saltare gli equilibri usciti dalle elezioni politiche del 2013, quelle della “non vittoria” del Pd di Pier Luigi Bersani, del trionfo del M5S fondato dal comico Beppe Grillo e dell’affermazione di Scelta Civica creata dal tecnico Mario Monti. È mutato quasi tutto. Basta dare un’occhiata all’ondata di “migrazioni”: a Montecitorio il Gruppo Misto presieduto da Pino Pisicchio è salito a ben 63 deputati, è diventato la terza forza subito dopo Pd (301 deputati) e M5S (91) e prima di Forza Italia (54), per le rotture subite dai principali partiti. È tumultuosa e permanente la lievitazione del numero dei gruppi parlamentari alla Camera e al Senato: sono circa 20 compresi i sotto gruppi di quello Misto.

Tra le ultime novità c’è Sinistra italiana, nata a novembre dalla fusione di Sel con parlamentari della minoranza usciti dal Pd (come Stefano Fassina). Le scissioni continue di Forza Italia hanno prodotto il Nuovo centrodestra di Angelino Alfano, Conservatori e riformisti di Raffaele Fitto, Alleanza liberalpopolare autonomie di Denis Verdini. L’implosione di Scelta Civica ha generato Democrazia solidale-Centro democratico, oltre ad un massiccio esodo di parlamentari verso il Pd di Matteo Renzi. Il “magnete” Renzi ha attirato anche diversi parlamentari di Sel. Altra novità degli ultimi mesi è Alternativa Libera-Possibile, il nuovo gruppo formato da ex cinquestelle ed ex Pd guidati da Pippo Civati. Si chiama Fare!, invece, il gruppo di ex parlamentari leghisti di Flavio Tosi.

Ci sono partiti dei quali si è quasi persa la memoria: a sinistra, a destra, al centro. È il caso dell’Italia dei valori dell’ex pm Antonio Di Pietro, abbandonata dal suo fondatore e ridotta al lumicino. Ci sono partiti con grandi ambizioni, ma puniti dalle urne e scomparsi appena nati come l’Api di Francesco Rutelli e Futuro e Libertà di Gianfranco Fini. C’è l’Udc di Pier Ferdinando Casini in apnea, rimasta con un pugno di parlamentari. C’è La Destra di Francesco Storace che non riesce a decollare. È apparsa, ma è naufragata nelle urne, Rivoluzione Civile dell’ex pm Antonio Ingroia.

È stata annunciata più volte e mai sorta Italia Futura di Luca di Montezemolo, ex presidente della Fiat, della Ferrari, della Confindustria e adesso presidente dell’Alitalia. Ma gli imprenditori continuano ad essere sedotti dalla politica. Corrado Passera, ex amministratore delegato di Banca Intesa e già ministro dello Sviluppo economico e delle Infrastrutture del governo tecnico di Monti, sta lavorando a Italia Unica. Diego Della Valle, presidente e amministratore delegato di Hogan e Tod’s, vuole mettere in pista Noi Italiani («Non è un partito politico, è un’associazione»).

Da oltre vent’anni, da quando nel 1994 nacque la Seconda Repubblica basata sul meccanismo elettorale maggioritario e bipolare, si cerca invano di recuperare la stabilità combattendo la frammentazione politica. Nella Prima Repubblica, seppure si votava con il sistema proporzionale, c’erano pochi partiti ampiamente rappresentativi della società. Alla Camera sedevano i deputati solo di 7 gruppi: Dc, Pci, Psi, Psdi, Pli, Pri, Msi. Alle volte si poteva arrivare a 8-9 con partiti di estrema sinistra come Dp e con il Pr di Marco Pannella. I governi potevano cambiare ma la Dc, egemone sul sistema politico italiano, assicurava stabilità e continuità. Adesso i gruppi e i sotto gruppi sono raddoppiati.

Le varie leggi elettorali maggioritarie della Seconda Repubblica, smentendo gli obiettivi dichiarati, non hanno garantito né la stabilità dei governi né l’eliminazione della frammentazione politica. Anzi, il numero dei partiti, partitini e micro partiti, si è impennato a livelli impensabili. Quando Marco Follini, lasciata l’Udc, nel 2006 fondò l’Italia di Mezzo e proclamò nell’assemblea di Napoli: «I due poli sono un problema per il Paese…Il centro ha bisogno di esserci». Enrico Lucci, di Striscia la notizia, conquistò il palco e gridò: «Avete fondato l’ottantaseiesimo partito». Deve essere stata dura la ricerca per trovare quella cifra. Anche quel partito è stato cancellato. Ma ora, forse, nove anni dopo, è stato oltrepassato di molto anche quel traguardo stratosferico di 86 partiti in pista. Si prepara un diluvio di partiti e partitini.

Rodolfo Ruocco

 

 

 

 

 

 

Giachetti al Campidoglio? Arriva il sì di Matteo Renzi

campidoglio1“Secondo me Giachetti conosce Roma meglio di chiunque altro, ha fatto il capo di gabinetto e ha fatto uno sciopero della fame per la legge elettorale. E’ romano e…romanista”. Cosi il premier Matteo Renzi a Repubblica Tv ha lanciato il vicepresidente della Camera dei deputati per il Pd nella corsa al Campidoglio. Ma attenzione: “Il candidato sindaco a Roma lo decideranno le primarie – ha ribadito il Presidente del Consiglio – “deciderà lui se candidarsi o no”.

Immediato il ‘no comment’ di Giachetti che al momento non sembra intenzionato a rispondere alle avances del premier. L’ex radicale intanto ha ricevuto centinaia di ‘like’ ai post che riportavano le dichiarazione di Renzi sul suo profilo facebook. Quel che è certo è che il nome di Roberto Giachetti circolava già da tempo e le parole di Renzi, suonano dunque come un tentativo di investitura cavalleresca. Se non ufficiale, quantomeno falsamente ufficiosa. Anche perché la caccia del Pd al candidato sindaco per la Capitale sembra finora non aver sortito risultati interessanti. E lo spettro del disastro Ignazio Marino ancora circola nei corridoi del Nazzareno, freddando soprattutto gli animi dei fautori di una candidatura proveniente dalla cosiddetta ‘società civile’.

Ai democrat serve un politico e Renzi lo sa. E il nome del vice presidente della Camera sembra trovare il suo posto, almeno per caratteristiche, nella lista dei papabili. Partito dai movimenti studenteschi, a 18 anni è entrato nel Partito Radicale fino al 1989 conservandone però la tessera. Consigliere circoscrizionale per i Verdi, quindi prima capo della Segreteria e poi Capo di Gabinetto del Sindaco di Roma Francesco Rutelli dal 1993 al 2001. Anno questo, in cui diviene Segretario cittadino di Roma e eletto per la prima volta alla Camera dei deputati. Già tra i fondatori della Margherita viene confermato alle elezioni politiche del 2006 nelle liste dell’Ulivo e alle elezioni politiche del 2008 nelle liste del PD. Partito che lo traghetta fino alla storia recente, quando nel 2013 viene eletto vicepresidente della Camera dei Deputati con 253 preferenze.

Noto a Roma e nella politica per le sue battaglie dall’anima radicale: gli scioperi della fame. Nel 2002, per sollecitare il Parlamento ad eleggere due giudici della Corte Costituzionale e ripristinare il plenum, nel 2004 per sollecitare la calendarizzazione della legge sul conflitto di interessi, nel 2007 per far definire al Pd la data certa dell’assemblea costituente del partito, nel 2008 per ottenere le elezioni primarie nella città di Roma, le stesse che ora dovrà decidere se affrontare.

E in ultima, la battaglia del 2012 in segno di protesta contro le aule del Parlamento per la mancata approvazione di una nuova legge elettorale. Timide per ora le reazioni. Nessun commento da parte del Presidente del Pd Matteo Orfini. Ancora stizzita Sel dopo lo strappo in Campidoglio e le polemiche sul candidato Fassina: “Giachetti è persona stimabile – fa sapere il coordinatore romano Paolo Cento – ma la domanda che facciamo è semplice: il Pd a Roma ha avuto gli ultimi 2 sindaci di centrosinistra Veltroni e Marino. Credo sia giunto il momento di un passo indietro del Pd se vuole davvero unire il centrosinistra. E quindi – ha concluso Cento – perché la candidatura di Fassina non va bene?”.

“Auguri a Giachetti, che può essere sfidato in qualunque quartiere della città”. A scriverlo, il leader de La Destra, Francesco Storace, vicepresidente del Consiglio regionale del Lazio e candidato Sindaco di Roma.

Marco Agostini

‘Una lunga marcia’, storia dei socialisti dopo il ’93

Costituente_socialistaIl nuovo libro di Carlo Correr “Una lunga marcia”, edito da MondOperaio, è il racconto dei socialisti italiani dal 1993 ad oggi, della lunga diaspora di un movimento e di un Partito che alle elezioni politiche del 1992 aveva ottenuto alla Camera oltre cinque milioni di voti, pari al 13,62% e che, due anni dopo, dopo gli eventi di Tangentopoli, era ormai crollato al 2,19%.

Carlo Correr, giornalista professionista, racconta dapprima le “avventure” dei socialisti rimasti nello schieramento di centrosinistra che si ritrovarono nello SDI di Boselli. Nato nel 1994, lo SDI è l’organizzazione socialista che compie il percorso più importante, con tappe difficili, ma che la vedono comunque sopravvivere sempre, fino al disastro del 2008. All’epoca Veltroni, segretario dei Democratici di Sinistra, preferì per le elezioni politiche l’apparentamento con l’Italia di Valori di Di Pietro, lasciando ai socialisti la scelta se entrare, in posizione subalterna e fortemente filtrati, nelle liste dei DS o, viceversa, concorrere con il proprio simbolo. I socialisti preferirono andare avanti da soli ma fu una pesante sconfitta, con l’onta, la prima volta nella storia del movimento socialista, dell’uscita dal Parlamento. Fu una sconfitta mortificante per tutto il centrosinistra, tanto che Veltroni fu costretto alle dimissioni. Correr ricorda come alcuni militanti della destra invocavano ironicamente il “Santo subito” per Veltroni, replicando l’invocazione dei fedeli di Piazza San Pietro alla morte di Papa Woytjla tre anni prima. Il segretario dei DS, contribuendo alla nascita di una legge elettorale bipolare e poi escludendo dalla competizione i Partiti minori della sinistra, aveva ai loro occhi avuto il “merito” di aver ottenuto in un solo colpo un triplice risultato: la caduta del Governo Prodi con le primarie, la cancellazione dei comunisti e dei socialisti dal Parlamento con le elezioni politiche e, a Roma, la vittoria di Alemanno con la candidatura di Francesco Rutelli.

Copertina_CorrerDi questo e di tanti altri episodi che hanno interessato i socialisti dal 1993 ai nostri giorni, ci racconta Carlo Correr dal suo privilegiato punto di osservazione. L’autore, che ha utilizzato per la sua opera anche corrispondenze e documenti riservati, ripercorre non solo le motivazioni profonde, ma fornisce anche i retroscena di tanti avvenimenti, senza tralasciare le note di colore.

E la sua ricostruzione non si limita solo ai socialisti che dopo al 1993 hanno militato nel centro sinistra, ma narra anche le vicende di quei socialisti, che essendo inizialmente scesi in campo con Silvio Berlusconi per la sua spinta riformatrice e per trovare un argine politico contro il cosiddetto “partito dei giudici”, sono poi rimasti delusi dal leader del centro-destra tanto da finire per rientrare nella casa comune.

“Una lunga marcia” fa dunque emergere come il movimento socialista, anche se ridotto ai minimi termini dopo il 1993, abbia sempre rifiutato la semplice confluenza nel PCI-PDS-DS, sforzandosi di mantenere posizioni autonome per preservare lo spirito riformatore che lo distingueva dal fratello maggiore del centrosinistra. Sono così nate nel tempo varie alleanze elettorali con valenza tattica, cioè con l’obiettivo di superare gli sbarramenti elettorali: da quella con Rinnovamento Italiano di Dini, a quella con i Verdi, all’esperienza della Rosa del Pugno con i Radicali di Pannella. Fino al 2008, quando complice anche la volontà di Veltroni di annullare i Partiti minori della sinistra, i Socialisti restano fuori dal Parlamento.

Nel 2008 Riccardo Nencini succede a Boselli alla guida del Partito Socialista Italiano, che così ritrova anche il suo nome originario. Viene scelto un nuovo simbolo riconoscibile e moderno e Nencini si riappropria anche della testata Avanti! che comincerà ad essere quotidianamente diffusa via internet. Cinque anni dopo i socialisti rientreranno in Parlamento.

I vari dirigenti socialisti hanno dunque condotto una lunga marcia per garantire la sopravvivenza di una forza politica socialista autonoma ed organizzata. Ma proprio la necessità impellente di sopravvivere, il comprensibile rifiuto di annullarsi nel Partito degli ex comunisti, hanno portato nel tempo ad alleanze con realtà politiche anche distanti e, forse, anno dopo anno a “snaturare” in qualche modo l’identità socialista.

L’autore è fiducioso nel futuro e si dice convinto che la lunga marcia continuerà, lasciando forse anche intuire che dietro l’angolo potrebbe esserci una riedizione della Rosa del Pugno e dunque una nuova alleanza con i Radicali, sempre al fine di superare l’ennesimo sbarramento elettorale del 3% previsto dall’Italicum. Il che probabilmente darà nuovo impulso alle battaglie sui diritti civili ma, al contempo, potrebbe alienare il consenso di una parte dell’elettorato moderato e di chi guarda ai socialisti come tutela attiva della politica del lavoro.

Il lavoro di Carlo Correr non solo colma un vuoto di analisi storica ma contribuirà certamente ad aprire un dibattito, in vista della imminente Conferenza Programmatica e del prossimo Congresso del Partito Socialista.

Iniziamo noi con qualche riflessione per stimolare il dibattito. In uno scenario in cui, nel campo del centrosinistra, il Partito Democratico a trazione riformista potrebbe subire la concorrenza di un nuovo soggetto politico su posizioni più tradizionali – che potrebbe nascere a sinistra con Fassina, Civati, Landini, esponenti di Sel – non sarebbe forse preferibile considerare prioritario, sia per le affinità identitarie che per convenienza elettorale, costruire un’alleanza più forte proprio con il Partito Democratico, con il quale peraltro i socialisti sono fin qui legati anche da una positiva esperienza di Governo? La dirigenza socialista che, fino ad ora, ha mostrato la capacità di sopravvivere, sarà anche in grado di rilanciare lo sviluppo del Partito?

Alfonso Siano

Una lunga marcia
I socialisti italiani dopo il 1993
Editore P.S.Edizioni – Nuova Editrice Mondoperaio – pagg. 298 – euro 14
codice ISBN 978-88-99231-06-4
Si può acquistarlo in libreria oppure rivolgendosi direttamente a:
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