La “grandeur” fa della Francia la potenza “più immateriale del pianeta”

torre-eiffel

“Per esistere la Francia deve apparire più di quel che è”; cosi inizia l’Editoriale di “Limes”, n. 3/2918. Non si può certo dire che l’incipit non colga nel segno. Il Paese a noi vicino è vittima delle sindrome della “Grandeur”; questa – afferma Pascal Gauchon, direttore delle rivista “Conflits”, in “Non c’è Francia senza grandeur” (“Limes” n. 3/2018) – “non è ovviamente solo questione di taglia”, dato che la Repubblica transalpina ha una “storia che nutre abbondantemente i fantasmi dei francesi, i quali hanno controllato il continente europeo in tre momenti decisivi”

La supremazia della Francia in Europa è iniziata all’”apice del medioevo”, con l’estensione dei suoi domini e la partecipazione delle sue signorie alle crociate, mentre dinastie di origine francese regnavano in molte parti del Vecchio Continente. Tutto ciò ha favorito la diffusione della lingua francese, mentre “lo stile gotico, partendo dall’Île-de-France, si [è diffuso] in tutta l’Europa centrale e settentrionale”. La supremazia francese si è consolidata nel XVII secolo, tanto da provocare contro di essa una coalizione per contenerne le ambizioni. Infine, a sancirne la definitiva affermazione sarà una terza tappa, culminata con la Grande Rivoluzione, che consentirà alla Repubblica di proclamarsi “Grande Nation”, con la pretesa di “trasmettere all’Europa – afferma Gauchon – le proprie grandi idee, di sfruttare l’occasione per estendere il proprio dominio”. Disegno, quest’ultimo, che è sembrato destinato ad avere successo, allorché Napoleone, approfittando anche del fatto che la Francia, ai suoi tempi era il Paese europeo dotato della demografia più cospicua dopo la Russia, “ha portato la potenza nazionale allo Zenit”.

La storia ha pertanto consentito di forgiare “un’idea persistente della grandeur francese” che, per le classi dirigenti transalpine succedutesi nel tempo poteva essere validamente utilizzata per accrescere il prestigio del loro Paese, rinvenendo nella “francofonia” il motore utile a supportarne la diffusione nel mondo.

La ragione che spinge oggi la Francia a persistere nel pensarsi potenza mondiale è quella d’essere depositaria di una grande forza militare; l’indice di potenza stimato dalla rivista “Conflits” colloca la Francia, al quarto posto in un’ipotetica classifica mondiale, prima di Germania e Giappone, ma dopo Stati Uniti, Cina e Russia; con l’apparato militare di cui dispone, la Francia si illude di poter giocare “su tutti gli scacchieri”, in base a rapporti di forza che, pur collocandola dietro le tre potenze globali, la vedono superata nettamente dalla Germania rispetto alla quale, pur imponendosi quanto a forza militare, deve comunque “cederle il passo” in campo economico e tecnologico.

In sostanza, – afferma Gauchon – i francesi intrattengono “una relazione ossessiva con la grandeur, ma sono in terapia. Sono stati obbligati a prenderne contezza dal 1815, poiché da quella data la loro pretesa di essere il primo Paese d’Europa è stata ridimensionata, anche dopo l’illusoria vittoria del 1918”; ma anche, si può aggiungere, dopo i rovesci patiti nel corso della Seconda guerra mondiale, poi con la Guerra d’Indocina nel 1946-1954, con la disfatta del Canale di Suez nel 1956 e con la guerra d’indipendenza dell’Algeria (1954-1962).

Per via delle vicissitudini patite nel corso di quasi centocinquant’anni, la Francia ha cercato di porre rimedio all’infrangersi dei suoi sogni di grandezza cambiando l’orientamento della propria politica estera. Prima si è orientata alla costruzione del proprio impero coloniale, denominandolo pomposamente “la Francia più grande”; Parigi, però, ha poco curato la crescita delle proprie colonie, “traendone più soddisfazioni psicologiche che profitti materiali”, per cui, pur avendole consentito di alimentare l’idea di grandezza, in realtà l’impero “ha contribuito ben poco alla concretezza della grandeur”.

E’ stato questo, a parere di Gauchon, il motivo per cui alla fine il Generale De Gaulle ha perseguito l’abbandono delle colonie, preferendo dedicarsi alla cura della crescita interna della nazione, declinando la grandeur nel senso della modernizzazione dell’economia e dell’indipendenza tecnologica della nazione, per accrescere la potenza militare con lo sviluppo, in particolare, nei campi dell’informatica, dell’aeronautica e del nucleare; tutti comparti produttivi che però erano dominati dalla “rivale” potenza globale statunitense.

Dopo il fallimento della politica di potenza gaullista e la sconfitta patita sul piano economico nei confronti delle Germania, la Francia mitterandiana degli anni Ottanta ha ricuperato il senso della grandeur gaullista, riorientandola sull’attuazione del progetto europeo, attraverso cui, in un rapporto privilegiato con Berlino, perseguire gli obiettivi geostrategici globali che non le era stato possibile perseguire con l’impero coloniale. Parigi, però, secondo Gauchon, non è stata “in grado di intendersi con Berlino sul tema delle grandeur“, in quanto concetto, quest’ultimo, “con il quale il partner d’oltre Reno ha rotto nel 1945”, per i troppi brutti ricordi che il perseguimento di obiettivi di grandezza ha l’effetto di suscitare nelle mente dei tedeschi.

Oltre alla potenza materiale, un altro pilastro delle aspirazioni universalistiche della Francia è la “grandeur morale”, con cui la nazione d’oltralpe tende a difendere aggressivamente le proprie peculiarità culturali contro le specificità di altre culture chiuse, a suo parere, ai valori delle Grande Rivoluzione del 1789. Su questo punto, interessanti risultano le considerazioni critiche svolte dai ricercatori che compongono il “Groupe d’études géopolitiques” (GRG), un “think tank” che si propone di stabilire se l’Europa Unita sia meglio perseguibile attraverso il ruolo attivo degli Stati nazionali o attraverso uno Stato post-nazionale.

Baptiste Roger-Lacan, uno dei componenti del GEG, in una conversazione tenuta su “Una certa idea d’Europa” (il cui testo è stato pubblicato a cura di Sofia Scialoja su “Limes”, n. 3/2018) osserva che, usare i famosi valori del 1789, senza però chiedersi oggi in che cosa consistano è paradossale; ciò perché si manca di tenere conto che essi, nonostante siano stati utilizzati dalla Francia e dal suo esercito per dare corpo alla pretesa di emancipare i popoli che venivano colonizzati attraverso la propagazione di ideali di natura filosofica e giuridica, non hanno consentito di raggiungere alcun effetto positivo, perché, di fatto, non sono stati seguiti da un’azione militare e diplomatica vincente. Le sconfitte militari, infatti, hanno reso inefficace la pretesa civilizzatrice della Francia e inappropriato il ricorso ai valori del 1789.

Senza un grande disegno transnazionale, questi valori, a parere di Roger-Lacan, dal punto di vista di una qualsiasi politica estera di una sola nazione, non possono che risultate obsoleti e contestabili. Ciò non ostante, la Francia è ancora convinta della loro validità e, sulla loro base, di potersi dare una missione universale; missione che porta spesso il suo universalismo a risultare in contrapposizione con quello americano. Tra le due forme di universalismo, però, esistono delle differenze che si traducono in netto sfavore della Francia. Per quale ragione?

La risposta di Roger-Lacan è che ciò accade perché le due forme di universalismo hanno avuto origini diverse: da un lato, la fondazione dello Stato americano e il suo ingresso nella modernità politica sono avvenute con la dichiarazione d’indipendenza nel 1776, mentre la modernità politica francese è avvenuta alcuni anni dopo, con la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel 1789. La modernità politica francese è stata “caratterizzata sin dall’inizio dall’ambizione universalistica, mentre gli Stati Uniti si sono convertiti all’universalismo soltanto dopo la Seconda guerra mondiale”; nel caso di questi ultimi, l’“esportazione” all’estero dei propri valori è stata attuata sull’ala del capitalismo e del cristianesimo, la cui funzione principale è stata la giustificazione della conquista di una posizione economica egemone globale. Per questa ragione, l’universalismo statunitense è risultato più malleabile e flessibile di quello francese; ciò ha consentito agli USA di potersi richiamare al loro universalismo “anche quando si sono mossi in senso isolazionista”.

Infatti, secondo Roger-Lacan, mentre negli USA il ridimensionamento della loro posizione egemone, non è stato vissuto come una retrocessione, nel Paese transalpino, invece, il ricordo mitizzato del passato è valso a rinforzare il trauma del declino sulla scena internazionale e della messa in discussione, da parte dei partner europei, del permanere nelle élite francesi delle ambizioni universalistiche; è proprio questo trauma, a parere di Roger-Lacan, che rimane “all’origine del risentimento francese nei confronti dell’”hyperpuissance américaine”. L’impatti negativo di tale trauma sui rapporti intercorrenti tra Francia e Stati Uniti, è provato, ad esempio, da quanto ha avuto modo di dichiarare un uomo considerato non sospetto di spinte sciovinistiche, qual è stato François Mitterrand, il quale, poco prima di morire, confessava, al giornalista George-Marc Benamou, che la “Francia non lo sa, ma noi siamo un guerra con l’America. Sì, una guerra permanente, una guerra vitale, una guerra economica, una guerra apparentemente senza morti. Sì, sono molto duri gli americani, sono voraci, vogliono un potere non condiviso sul mondo. E’ una guerra sconosciuta […] e tuttavia una guerra mortale”.

Alla palese nostalgia per la perduta grandeur non si sono certo sottratti, forse con la sola eccezione del penultimo Presidente delle Repubblica, François Holland, né Jaques Chirac, né Nicolas Sarkozy, né, Emmanuel Macron, il quale, subito dopo essersi insediato all’Eliseo, non ha tardato a ridare – afferma Gauchon – “alla funzione presidenziale la sua dignità e il suo rango”, rinnovando “le locuzioni solenni nei grandi luoghi della storia parigina”; ne è un esempio il famoso discorso del Louvre, che tanto aveva impressionato favorevolmente Jürgen Habermas, per l’impegno che Macron aveva dichiarato di voler assumere nel rilanciare, congiuntamente con gli altri Paesi, il processo languente dell’unificazione dell’Europa comunitaria.

Tutto inutile, perché in Macron il sogno fuori tempo della grandeur è tornato a prevalere, come stanno a dimostrare gli ultimi avvenimenti riguardanti la “punizione” inflitta alla Siria per l’uso di armi chimiche contro i rivoltosi. Nella fretta Macron, senza consultare gli altri Paesi europei, si è proposto all’America di Trump come unico partner credibile, nonostante la Francia sia impegnata, secondo le parole di Mitternad, in una guerra “permanete” con gli USA.

In questo modo, Macron, vittima anch’egli della sindrome della grandeur, anziché impegnarsi a dotare l’Europa di una propria identità politica e militare, ha preferito, come afferma Andrea Bonanni (su Repubblica del 17 aprile scorso) “ballare da solo”, alla ricerca di un protagonismo fuori tempo. In conclusione, se le élite politiche francesi vorranno realmente impegnarsi nella realizzazione del progetto transnazionale europeo, dovranno iniziare a liberarsi del trauma che le affligge per la perdita della passata grandezza del loro Paese; ciò, anche per convincersi definitivamente che l’attuazione di una politica estera europea compatibile con la “stazza” militare della quale la Francia dispone richiede ora un più sano realismo.

Gianfranco Sabattini

 

Il mondo spremuto da una montagna di debiti

mondo spremuto

Il debito globale è salito ininterrottamente dalla Seconda Guerra mondiale, toccando nel 2016 un nuovo picco di 164.000 miliardi di dollari, circa il 225% del pil del pianeta. Questo quadro è emerso da un nuovo documento del Fondo monetario internazionale che passa in rassegna il debito ‘lordo’ (pubblico più privato) di 190 Paesi dal 1950 ad oggi. Con qualche sorpresa, si scopre che  le economie più indebitate del mondo sono anche le più ricche.

I primi tre debitori nella classifica mondiale sono Stati Uniti, Cina e Giappone e rappresentano oltre la metà del debito globale, significativamente superiore alla loro quota di produzione globale. Al primo posto gli Usa con un debito lordo (pubblico più privato escluse le società finanziarie) a 48mila miliardi; a seguire la Cina a 25,5 mila miliardi, il Giappone a 18,2mila miliardi e la Francia a 6,7 mila miliardi. Il debito delle restanti economie avanzate complessivamente ammonta a 46,2 mila miliardi, mentre dei restanti paesi emergenti ammonta a 12,7mila miliardi.

L’approdo della Cina tra le prime posizioni è comunque uno sviluppo relativamente nuovo, con la quota del colosso asiatico nel debito globale che è salita da un livello inferiore al 3% agli inizi del millennio a oltre il 15% oggi, con l’ascesa del credito dopo la crisi finanziaria globale.

Rispetto al picco precedente del 2009, il debito globale è ora superiore del 12% rispetto al prodotto interno lordo, con un trend generale in rialzo trainato dal settore privato, che dal 1950 ad oggi ha quasi triplicato il suo debito. Ampliando la visione, emerge come il debito globale ha seguito la tendenza al rialzo quasi ininterrotta dalla Seconda guerra mondiale ad oggi. L’osservazione è stata fatta dagli analisti del Fondo monetario.

Le economie avanzate hanno dominato il panorama per quasi sei decenni, con il debito del settore privato non finanziario che ha raggiunto un picco del 170% del Pil nel 2009, mentre le economie emergenti hanno assunto un ruolo guida all’indomani del collasso di Lehman Brother, data convenzionale per indicare l’inizio della grande crisi finanziaria. Nonostante ciò il divario tra il debito del G20 e i mercati emergenti è ancora significativo, superando in media il 90% del pil. I paesi a basso reddito invece rappresentano meno dell’1% del debito globale, ben al di sotto del loro prodotto.

Inoltre, anche se la storia del debito globale è stata dominata dal settore privato, anche il debito pubblico ha svolto un ruolo importante con due fasi distinte: fino alla metà degli anni ’70 è diminuito progressivamente per effetto della crescita e dell’inflazione nelle economie avanzate, dopo ha invertito il suo corso con dinamiche diverse nei vari paesi.

In questo panorama si potrebbe dedurre che la politica economica dell’Italia, almeno fino alla fine degli anni ottanta, è stata encomiabile. In quel periodo l’Italia era diventata la quinta potenza mondiale con un debito lordo inferiore a quello di altri paesi ad economia avanzata.

Salvatore Rondello

Macron negli Usa, scontro con Trump sull’Iran

French President Emmanuel Macron and U.S. President Donald Trump react in the courtyard after a joint news conference at the Elysee Palace in Paris

Per Donald Trump, l’accordo sul nucleare iraniano resta “un disastro”. Il presidente Usa lo ha detto chiaramente accogliendo alla Casa Bianca il suo omologo francese Emmanuel Macron, al secondo giorno della sua missione americana. Una missione tra i cui obiettivi c’era, appunto, quello di convincere Washington a non abbandonare l’intesa firmata nel luglio 2015 con Teheran. Almeno per ora, la strategia dell’amicizia non sembra aver premiato il capo dell’Eliseo, secondo cui “non esistono opzioni migliori” rispetto all’accordo con l’Iran.
Il presidente francese Emmanuel Macron e moglie Brigitte sono arrivati negli Usa per la prima visita di stato ufficiale dell’era Trump. “Questo è il momento per essere forti. Siamo forti e uniti, onorando il nostro passato e guardando al futuro con fiducia e orgoglio. I nostri paesi siano sempre amici nella nobile causa della pace e della solidarietà”, ha detto il presidente degli Stati Uniti ricevendo il capo di stato francese.
Sul tavolo ovviamente la lotta al terrorismo: “Insieme Stati Uniti e Francia vinceranno, entrambi lo affrontano in varie forme nei nostri territori, in Medioriente o in Africa, ed è insieme che combatteremo la proliferazione delle armi di distruzione di massa, sia in Iran che in Corea del Nord” ha detto Macron, che ha aggiunto: “Assieme saremo in grado di resistere ai nazionalismi aggressivi, che negano la storia e dividono il mondo. Costruiremo un nuovo multilateralismo che difenda democrazia e pluralismo”.
Trump ha criticato fortemente l’accordo nucleare con l’Iran definendolo “un disastro, un accordo terribile che non avrebbe mai dovuto essere fatto”, avvertendo il paese mediorientale che “se rilancia il programma nucleare avrà grossi problemi”. Di parere diverso Macron, che ha parlato di “intesa importante, e parte di una più ampia questione di sicurezza della regione”. Sulla situazione siriana il presidente Usa ha poi ringraziato la Francia per il suo appoggio al recente raid: “Con i nostri amici britannici, Usa e Francia hanno di recente intrapreso un’azione di risposta all’uso di armi chimiche da parte del regime siriano. Voglio ringraziare personalmente Macron, l’esercito francese e il popolo francese per la loro solida parthership”.
Restano tutti i contrasti sulle politiche ambientali. I due presidenti. “Non sempre andiamo d’accordo sulle soluzioni – ha detto Macron – Bisogna però agire perché in gioco c’è il destino dei nostri figli”.

La riforma delle ferrovie blocca la Francia

treno franciaQuarto giorno di mobilitazione contro la riforma delle ferrovie in Francia. Circolano un TGV su cinque, un regionale su tre e tre Eurostar su 4. Le adesioni alla protesta sono leggermente più basse di quelle delle agitazioni della scorsa settimana: il 43% tra il personale indispensabile alla circolazione dei treni, contro il 48% delle altre due giornate di stop. Ma secondo la società delle ferrovie di stato Sncf, sciopera il 74% dei macchinisti, come nella altre giornate. È prevista la circolazione di un Tgv su cinque, un treno regionale su tre e un Intercity su sei. I sindacati definiscono “dogmatica” la riforma voluta dal governo, che secondo loro apre la strada alla privatizzazione delle ferrovie francesi. Il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire ha detto di “non avere paura” di un movimento di lotta che, secondo lui, manifesta una “volontà di disordine”. Oltre agli scioperi dei ferrovieri in Francia sono in agitazione anche i piloti di Air France, gli studenti, gli insegnanti, gli addetti agli ospedali.

“Occorre avere attenzione per tutti – ha detto Le Maire – e rispondere alle preoccupazioni”. Nel settore ferroviario il governo vuole migliorare, efficienza, redditività e mettere fine a uno degli ultimi monopoli europei, avvicinando le ferrovie francesi agli standard europei. I sindacati protestano per il fatto che la riforma prevede di abolire lo statuto speciale per i nuovi assunti, l’apertura del servizio alla concorrenza (tra l’altro imposta dall’Unione europea e che comunque sarà adottata entro il 2019) e la trasformazione dell’azienda da società interamente pubblica a una società a capitale misto, che, dicono, apre la strada alla futura privatizzazione.

Il modello è quello delle ferrovie tedesche, già approvato da Bruxelles, che prevede una holding a capo della quale stanno le diverse società specializzate. La riforma “non è intesa a privatizzare la Sncf, non è intesa a chiudere le piccole linee, non è destinata a venire a meno allo status (della ferrovia) ma è destinata a uscire da uno status quo “che” non è più sostenibile”, ha insistito ieri il primo ministro Edouard Philippe.

Italia sempre più povera. A rischio tre italiani su dieci

povertà

C’è poco da stare allegri e molto da riflettere sull’Italia sempre più povera. La classe politica dirigente del Paese è tra i principali imputati. Lo sanno bene gli italiani che hanno preferito votare il M5S che si è presentato all’elettorato con l’immagine di candidati ‘puri e senza macchia’.

Il quadro preoccupante della ‘Povera Italia’ emerge da una analisi realizzata dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre.

Con tasse record in Ue e con una spesa sociale tra le più basse d’Europa, il rischio di povertà o di esclusione sociale tra il 2006 e il 2016 è aumentato di quasi 4 punti percentuali, raggiungendo il 30% della popolazione.  Le persone in difficoltà e deprivazione sono passate da 15 a 18,1 milioni. Il livello medio europeo è invece salito solo di un punto, attestandosi al 23,1 per cento: 6,9 punti in meno rispetto alla nostra media. In Francia e in Germania, invece, in questi 10 anni il rischio povertà è addirittura diminuito e attualmente presenta un livello di oltre 10 punti in meno al dato medio Italia.

A livello regionale la situazione al Sud è pesantissima (dove ci sono stati i maggiori successi del M5S). Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2016 segnalano che il rischio povertà o di esclusione sociale sul totale della popolazione ha raggiunto il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria.

In Italia la pressione tributaria (vale a dire il peso solo di imposte, tasse e tributi sul Pil) si attesta al 29,6% (anno 2016). Tra i nostri principali paesi competitori presenti in Ue nessun altro ha registrato una quota così elevata. La Francia, ad esempio, ha un peso del 29,1%, l’Austria del 27,4%, il Regno Unito del 27,2%, i Paesi Bassi del 23,6%, la Germania del 23,4% e la Spagna del 22,1%.

Al netto della spesa pensionistica, il costo della spesa sociale sul Pil (disoccupazione, invalidità, casa, maternità, sanità, assistenza, etc.) si è attestata all’11,9%. Tra i principali paesi Ue presi in esame in questa analisi, solo la Spagna ha registrato una quota inferiore alla nostra (11,3% del Pil), anche se la pressione tributaria nel paese iberico è 7,5 punti inferiore alla nostra.

Tutti gli altri, invece, presentano una spesa nettamente superiore alla nostra. In buona sostanza siamo i più tartassati d’Europa e con un welfare “striminzito” il disagio sociale e le difficoltà economiche sono aumentate a dismisura.

Il coordinatore dell’Ufficio Studi della Cgia, Paolo Zabeo, ha commentato: “Da un punto di vista sociale il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l’11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’anno scorso al 131,6 per cento”.

In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa.

Renato Mason, Segretario della Cgia di Mestre, fa notare: “A differenza dei lavoratori dipendenti quando un autonomo chiude l’attività non beneficia di alcun ammortizzatore sociale. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso impieghi completamente in nero”.

L’amara realtà descritta dalla CGIA si presenta a chi dovrà governare il Paese nel prossimo futuro. Il governo Gentiloni ha intrapreso, con il consenso della UE, tra diverse difficoltà, un percorso finalizzato ad un graduale superamento dei disagi sociali esistenti, ma agli elettori non è bastato. Adesso, quali scelte farà il nuovo governo rispetto al reddito di cittadinanza o alla riforma pensionistica ? Quale sarà il nuovo programma di governo e come si concilierà con le proposte elettorali ? Lo scenario è ancora aperto a molte possibilità, anche se, dopo l’insediamento del nuovo Parlamento, sembra molto probabile la formazione di un governo tra Centro Destra e M5S.

Salvatore Rondello

Francia. Assalto al supermercato: tre morti

trebes assalto

Tre persone sono state uccise da un terrorista che ha fatto irruzione in un supermercato Super U di Trebes, nella Francia occidentale. L’attentatore, che durante l’assalto ha preso una decina di ostaggi, è stato ucciso in un blitz delle teste di cuoio. Sarebbero due i feriti, di cui uno molto grave. Prima dell’attacco al Super U, l’uomo, un marocchino di 25 anni già schedato per radicalizzazione, ha rubato un’auto, una Opel bianca, fermando il conducente a Carcassone e sparando contro di lui, uccidendolo. L’uomo ha poi ha sparato sul passeggero che era accanto, ferendolo in modo grave. L’uomo ha detto di essere dell’Isis e ha gridato «Allah Akbar» dopo aver sparato contro i poliziotti e prima di entrare nel supermercato. Il sequestratore chiede la liberazione di Salah Abdeslam, l’unico superstite degli attentati parigini del 13 novembre 2015, attualmente incarcerato in Francia.

«Tutte le informazioni di cui disponiamo allo stato attuale fanno pensare ad un atto terroristico», ha detto il premier francese, Edouard Philippe, precisando che le operazioni sono ancora in corso. «Ho visto una porta frigorifero, ho chiesto alla gente di venirsi a mettere al riparo». I testimoni dell’assalto al supermercato cominciano a raccontare quanto visto questa mattina nell’ipermercato di Trèbes. «Un uomo ha urlato e ha sparato più volte. Ho visto una porta di una cella frigorifero, ho detto alla gente di venirsi a mettere al riparo. Eravamo in dieci e siamo rimasti un’ora. Ci sono stati altri spari e siamo usciti dalla porta di emergenza posteriore». Poco prima, colpi di arma da fuoco erano stati sparati non lontano da Trèbes contro poliziotti a Carcassonne, sui Pirenei francesi, mentre rientravano in caserma da una corsa mattutina. Uno dei poliziotti loro è rimasto ferito a una spalla. Secondo fonti vicine all’inchiesta, la sparatoria contro gli agenti di polizia e la presa d’ostaggi di stamani nel sud della Francia hanno uno stesso autore. L’assalitore ha prima sparato dall’auto almeno cinque colpi contro gli agenti, ferendo un poliziotto, a Carcassone. Poi si è recato a Trèbes, a 8 km da Carcassonne, dove ha aperto il fuoco prendendo in ostaggio i clienti del Super U. Le forze speciali sono rapidamente giunte sul posto.

Secondo Lefebvre, la vita dell’agente ferito alla spalla non è in pericolo. Secondo la sua ricostruzione, gli uomini della Compagnie Républicaine de Securité (Crs) stavano rientrando in caserma da una corsa mattutina quando sono stati presi di mira almeno da cinque o sei colpi d’arma da fuoco. L’assalitore avrebbe poi tentato di ricaricare l’arma, che però «si è probabilmente inceppata. Ha quindi preso la fuga in auto».

«Bisogna capire se è lo stesso o meno della presa d’ostaggi nel supermercato di Trèbes», ha aggiunto Lefebvre, precisando che i poliziotti hanno avuto «il buon istinto di buttarsi a terra». Il sindacalista ha parlato di una probabile persona «radicalizzata».

Cesare Battisti si appella al Governo: “Rischio la morte”

cesare battistiTorna ancora in primo piano il caso Battisti, l’uomo condannato per omicidio durante la sua militanza nei Pac (proletari armati per il comunismo) che è fuggito per evitare di scontare la sua pensa prima in Francia e poi in Brasile. Ma dopo la Francia, anche il Brasile pensa di revocargli lo status di rifugiato politico. Tanto che Cesare Battisti ha anche provato a fuggire in Bolivia, anche se poi ha subito negato il suo tentativo di fuga: “Non ho mai pensato di uscire dal Brasile, ma se avessi voluto farlo non sarei andato in Bolivia, avrei scelto l’Uruguay, perché è un Paese un po’ più affidabile ed è dove ho più relazioni”, ha affermato Battisti.
Dopo la decisione di revocare l’attuale status di residente dell’ex terrorista da parte del nuovo governo brasiliano presieduto da Temer, ora Battisti prova ad appellarsi al Paese che lo ospita da più di dieci anni:
“Non so se il Brasile voglia macchiarsi sapendo che il governo e i media hanno creato questo mostro in Itala – ha detto Battisti – Mi consegneranno alla morte”. mentre gli avvocati di Battisti si sono detti convinti che Temer non autorizzerà l’estradizione in Italia. “Siamo fiduciosi che il presidente della Repubblica, noto docente di Diritto costituzionale, rispetterà le norme brasiliane, nonostante le pressioni politiche interne ed esterne”, si legge in una nota.
Nel frattempo i Governi in Italia sono cambiati, ma non l’intenzione di portare a termine una richiesta di estradizione che dura da tre lustri. L’intenzione dell’Esecutivo è quella di evitare di alimentare polemiche nell’opinione pubblica che potrebbero far saltare ancora una volta l’estradizione come avvenne con l’appello degli intellettuali di Wu Ming nel 2004.
“Sono stati assolutamente fatti tutti i passi necessari per l’estradizione di Cesare Battisti”, ha detto il ministro della Giustizia Andrea Orlando. “Questo non è il momento di commentare – ha aggiunto – ma di lavorare con grande determinazione”. “Adesso dobbiamo solo esprimere rispetto per le decisioni del presidente brasiliano e per le sue valutazioni che attendiamo con grande fiducia”. Lo ha detto il ministro degli Esteri Angelino Alfano, parlando del caso Cesare Battisti a margine di un’iniziativa a Milano. “Noi abbiamo fatto un grande lavoro – ha aggiunto – meno proclami si fanno in questo momento più probabilità ci sono di arrivare all’obiettivo”.

LIBIA CHIAMA ITALIA

serraj gentiloniNonostante i malumori dell’opinione pubblica italiana per l’intervento francese, nessun risentimento da parte del Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che al termine dell’incontro con il premier libico Fayez al-Sarraj a Palazzo Chigi, ha affermato: “Voglio rivolgere un ringraziamento alla Francia e a Macron, che ha lavorato con impegno personale all’incontro che credo vada nella giusta direzione. Se si fanno passi in avanti in Libia il primo Paese a essere felice è l’Italia”.
Ieri infatti a Parigi è stato raggiunto l’accordo per il cessate il fuoco ed elezioni in primavera dai due rivali libici: Fayez al-Sarraj, capo del governo di unità nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale e Khalifa Haftar, autoproclamato comandante dell’esercito nazionale libico che controlla l’est del Paese. Il tutto è avvenuto sotto l’egida del presidente francese Emmanuel Macron che ha elogiato il “coraggio storico” dei suoi ospiti. “È un processo essenziale per tutta l’Europa”, ha affermato Macron. “Perché se questo processo fallisce, attraverso i rischi terroristici, attraverso i rischi migratori che un tale fallimento provocherebbe le conseguenze per i nostri Paesi saranno dirette”.
“L’incontro di oggi è di particolare importanza perché avviene all’indomani di quello di Parigi che l’Italia sia augura produca risultati importanti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”, ha detto Gentiloni in una conferenza stampa a Palazzo Chigi con il premier libico Fayez al-Sarraj. “Non sarà un percorso semplice ma siamo fiduciosi che lavorando tutti insieme si possano ottener risultati. Voglio ringraziare la Francia e Macron che a questo incontro ha lavorato con impegno personale”. “Se si fanno passi avanti in Libia il primo tra i paesi europei a esserne felice è l’Italia”. “Lavoriamo contro i trafficanti assieme alle autorità libiche, centrali, locali”, ha detto il premier italiano. “Un paio d’ore fa ne ho parlato con la Merkel che mi ha confermato l’impegno della Germania a sostenere le iniziative italiane per il contrasto al traffico di essere umani e alla cooperazione italo-libica”, ha aggiunto. “Sarraj mi ha indirizzato alcuni giorni fa una lettera nella quale si chiede al governo italiano un sostegno tecnico con unità navali al contrasto del traffico di esseri umani. La richiesta è all’esame del nostro ministero della Difesa”. La Libia ha infatti chiesto nei giorni scorsi all’Italia aiuto “tecnico” contro i trafficanti di esseri umani, con l’invio di navi nelle acque interne del paese nordafricano. Con una lettera inviata alcuni giorni fa, il premier libico ha chiesto “sostegno tecnico attraverso unità navali nel comune impegno per il contrasto al traffico di esseri umani”, ha detto Gentiloni, specificando che si tratterebbe di un intervento “in acque libiche con unità navali inviate dall’Italia”. Per contrastare il traffico di esseri umani occorre controllare non solo le coste della Libia, ma anche la frontiera Sud “per far sì che gli sfollati tornino nel loro Paese”. Lo ha detto il premier libico Fayez al-Sarraj al termine dell’incontro con il premier Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi. “Per quanto riguarda gli sforzi che facciamo per contrastare l’immigrazione clandestina – ha detto – troveremo difficoltà ma vogliamo far sì che questi sforzi camminino di pari passo a quelli politici. Ringrazio l’Italia per gli sforzi fatto insieme alla nostra Guardia Costiera, vogliamo che la nostra Guardia costiera riesca a bloccare l’immigrazione e dobbiamo avere la tecnologia per il controllo delle coste. Occorrono anche sforzi per il controllo delle frontiere Sud della Libia per fare in modo che gli sfollati tornino nel loro Paese”, ha concluso.
Gentiloni incassa poi anche il sostegno della cancelliera tedesca Angela Merkel. Contro i trafficanti “lavoriamo insieme alle autorità libiche – dice – Ne ho parlato due ore fa con la cancelliera Merkel che mi ha confermato l’impegno della Germania a sostenere le iniziative italiane per contrastare il traffico di esseri umani”.
“La richiesta è attualmente all’esame del nostro ministero della Difesa”, ha detto ancora il capo del governo, assicurando che “le decisioni che prenderemo verranno valutate d’intesa col Parlamento”.
“Nella conferenza stampa congiunta con al Serraj, il presidente Gentiloni ha finalmente dato l’annuncio che attendevamo da tempo – dichiarano congiuntamente il presidente dei senatori di Forza Italia Paolo Romani e il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri – è arrivata la richiesta dal governo libico di intervenire nelle acque territoriali con unità navali italiane a supporto tecnico al comune impegno nel contrasto al traffico di esseri umani”. E aggiungono: “Chiediamo dunque che Gentiloni venga a riferire quanto prima degli sviluppi degli ultimi giorni nella crisi libica e soprattutto venga a proporre la risposta operativa che il suo esecutivo intende fornire alla richiesta libica”.

Ventimiglia. La fuga dei migranti dopo lo sgombero

migranti ventimiglia“Chiediamo di avere la nostra dignità di uomini: se la Francia ci respinge, deve intervenire l’Europa a garantire i nostri diritti”. È questo l’appello dei migranti, quasi tutti sudanesi, che la scorsa notte hanno lasciato il loro accampamento di fortuna sulle sponde del fiume Roja, a Ventimiglia (Imperia), e si sono messi in marcia nella speranza di raggiungere la Francia. “Siamo qui da giorni, settimane, mesi. Viviamo in un fiume perché nel campo della Croce Rossa non c’è posto per tutti. Alcuni di noi hanno tentato anche cinquanta volte di attraversare il confine ma la polizia francese ci ha sempre respinti – hanno spiegato -. Nessuno di noi vuole restare in Italia: oggi vogliamo riuscire a raggiungere la Francia per avere là una vita che sia dignitosa”.
I migranti hanno deciso di muoversi dopo l’annunciata ordinanza del sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano che prevedeva la pulizia straordinaria delle sponde del fiume Roja. Era la stessa ordinanza a parlare di “accampamenti improvvisati” e grandi moli di “rifiuti” non smaltiti. Una pulizia straordinaria che in realtà richiedeva l’ennesimo sgombero dei migranti che da tempo vivono sotto un ponte accanto al fiume.
Durante la notte 400 persone circa hanno deciso di raggiungere il confine. La polizia ha cercato di fermarli, lanciando anche alcuni lacrimogeni per disperderli. Il gruppo si è poi diviso in due. Una parte si è diretto a Olivetta San Michele, l’ultimo confine sul territorio italiano, un altro gruppo si è diretto lungo il rio Bevera fino alla stazione di Torri, dove sono stati nuovamente bloccati.
Quest’ultimo gruppo ha così deciso di ricongiungersi con gli altri, in località Fanghetto, sul confine francese. La polizia locale intanto ha già allertato la Gendarmerie francese che sta sorvolando il confine con un elicottero.
Con tutta probabilità, secondo fonti di polizia, attenderanno il buio per tentare di raggiungere il passo di confine da qui o dal passo di Granmondo. Carabinieri e polizia, che hanno tenuto un breve briefing con la gendarmerie nationale, si alternano nella sorveglianza del passo a Olivetta mentre l’elicottero della police nationale pattuglia dall’alto la linea di confine.
“I migranti effettivamente hanno ragione, bussano a una porta e sarebbe molto bello che avessero una risposta in termini di umanità e accoglienza” ha dichiarato il vescovo della diocesi di Sanremo-Ventimiglia, Antonio Suetta.

Francia, vince l’astensionismo. La débâcle socialista

psfUna vera e propria disfatta per i socialisti francesi che perdono l’80 percento dei loro seggi, precipitando a poche decine di presenze, ed aprono ufficialmente la crisi del partito.
Il referto medico lo stila il segretario, Jean-Christophe Cambadelis che annuncia le sue dimissioni: “La sconfitta è bruciante e senza appello”, ammette di fronte alle telecamere, “la sinistra deve cambiare radicalmente nella forma e nella sostanza ed aprire una nuova fase per combattere il nazionalismo ed il neoliberismo”. “Il partito sarà gestito da una segreteria collettiva, io mi assumo le mie responsabilità”, spiega ancora l’ormai ex segretario.
Ma se il socialismo perde una delle sue roccaforti, la nuova Francia di Macron non ride. Anche se in pochi mesi En Marche! ha conquistato la maggioranza assoluta dell’Assemblée Nationale (insieme agli alleati di MoDem avrà 351 seggi su 577), tuttavia a vincere è l’astensionismo. Un francese su due resta a casa e il primo partito di Francia è quello dell’astensione che tocca il livello record del 56%.
Tanto che il capo dell’Eliseo non si mostra alle telecamere manda il suo primo ministro Edouard Philippe a dire che è stata una “vittoria chiara che ci rende felici”, non viene aggiunto altro.
Ma a preoccupare è anche l’arrivo per la prima volta tra gli scranni del Parlamento francese di frange estremiste: è la prima volta per la leader dell’estrema destra Marine Le Pen con il Front National, otto seggi che non permetteranno neppure la formazione di un gruppo parlamentare, ma resta un dato. Avrà invece il gruppo la sinistra radicale di Jean-Luc Melenchon che si aggiudica 17 di scranni. Altri 10 seggi vanno al Partito Comunista.
Insomma la Francia è in marcia…. ma non si sa verso cosa.