IL TESTIMONE

draghi 3Una giornata segnata dalla debolezza delle borse europee che riprendono fiato dopo la testimonianza del governatore della Bce Mario Draghi alla Commissione per gli affari monetari ed economici del Parlamento europeo.
Le affermazioni di Draghi guardano a un miglioramento della situazione economica dell’Eurozona, ma restano comunque caute al riguardo.
La “ripresa resistente” con l’aumento negli ultimi due anni del pil procapite del 3% nell’eurozona, il sentimento economico al top da 5 anni e la disoccupazione al 9,6%, il livello più basso da maggio 2009, “sono passi nella giusta direzione ma sono solo i primi passi”, afferma il presidente della Bce all’Europarlamento, sottolineando che “dobbiamo continuare su questa strada”. “Le decisioni di politica monetaria prese in dicembre”, ha quindi sottolineato, “sono quelle giuste nel contesto attuale”. Rispondendo a una domanda sulla possibilità di un ritorno al protezionismo a livello globale afferma: “Guardiamo con preoccupazione a annunci di potenziali misure protezionistiche”. E sull’Europa ha aggiunto: “L’Ue è stata creata sulle basi del libero scambio – dovremo giudicare quando vedremo quello che è stato annunciato”.
“L’idea di ripetere le condizioni che hanno portato alla crisi finanziaria è qualcosa di molto preoccupante”, e “l’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è l’allentamento delle regole”. È il monito del presidente della Bce in riferimento all’intenzione Usa di modificare le regole del settore finanziario. “Il fatto che non abbiamo visto svilupparsi rischi per la stabilità finanziaria è una ricompensa per le azioni intraprese da regolatori e legislatori sin dallo scoppio della crisi”, ha sottolineato.
“Diversamente da una percezione diffusa, le condizioni economiche dell’eurozona sono stabilmente migliorate” ma “i rischi per le previsioni dell’eurozona restano al ribasso e sono prevalentemente legati ai fattori globali”. Draghi spiega che le decisioni di dicembre “definiscono un equilibrio tra la nostra fiducia crescente” sulle prospettive dell’eurozona, e “allo stesso tempo, alla mancanza di un chiaro segno di convergenza dei tassi d’inflazione”.
L’inflazione in aumento, infatti, sta causando frustrazione in alcuni Paesi – in testa la Germania – mentre la lenta uscita dalla crisi finanziaria sta alimentando un intenso mormorio sull’integrazione europea. Non aiuta poi la presidenza della Casa Bianca di Donald Trump che sta minacciando di strappare gli accordi commerciali già esistenti, e l’incertezza politica del Vecchio Continente che vede dopo anni alle elezioni europee di quest’anno un’ascesa di partiti estremisti.
Draghi ha anche espresso le sue preoccupazioni sul “pericolo populista” che minaccia l’abbandono dell’euro, ricordando il Trattato di Maastricht che fu una “decisione coraggiosa” e “segnò ‘una nuova tappa nel processo dell’integrazione europea’”. Alla vigilia del 25esimo anniversario dello stesso Trattato, Draghi ricorda che “con la moneta unica abbiamo forgiato bond che che sono sopravvissuti alla peggiore crisi economia dalla Seconda guerra mondiale”. “È facile sottostimare la forza di questo impegno” politico, ha ammonito, “che ci ha tenuto insieme per 60 anni” in “tempi difficili”.
“L’euro è irrevocabile, questo dice il Trattato”, afferma durante il suo intervento all’Europarlamento e quanto a un’Unione a più velocità, Draghi, dopo aver rilevato che “non è ancora chiaro” che cosa è stato detto a Malta, ha osservato: “È un concetto ancora da sviluppare, una visione appena abbozzata su cui non sono in grado di esprimere alcun commento, almeno al momento”. “Non siamo manipolatori della moneta”. Così, in italiano, il presidente della Bce Mario Draghi ha risposto all’eurodeputato Marco Zanni (Enf) sulle critiche alla Bce del ministro delle finanze tedesco Wolfgang Schaeuble. “Le politiche monetarie fatte riflettono le diverse posizioni nel ciclo economico dell’eurozona e degli Usa”, ha sottolineato, ricordando che nel 2013 il tasso di cambio euro/dollaro era a 1,40 e che già allora la Germania aveva un surplus commerciale del 6% con gli Usa.
Nonostante l’intervento incoraggiante di mario Draghi, Piazza Affari dopo essersi ripresa continua la sua discesa (-1,9%) e resta la piazza peggiore in Europa. Ad appesantire il Ftse Mib sono dalla mattina i titoli del comparto bancario, con le azioni di Unicredit che nel giorno dell’avvio dell’aumento di capitale flettono del 5% (-14% i diritti). Male anche Bper (-5,7%), Banco Bpm (-4,5%), Mediobanca (-3,3%), Fineco (-3,4%), Ubi (-3%). In calo anche Unipol (-4%) e Unipolsai (-3,1%). Giù Leonardo (-2,8%) e Generali (-2,9%). Fanno bene solo Cnh (+3,1%) e Telecom.
(+1,5%).
Ma a preoccupare ancora di più è la corsa al rialzo dello spread. Il differenziale di rendimento tra il Btp e il Bund vola a 200 punti base, toccando questa soglia per la prima volta da febbraio 2014. Il tasso sul decennale del Tesoro cresce al 2,35%. A pesare non solo l’incertezza economica, ma anche l’approssimarsi del pronunciamento di Moody’s, che ha un outlook negativo sul rating Baa2, atteso per venerdì 10 febbraio.
In cattive acque sullo spread con l’Italia anche la Francia. Dopo che la leader del National Front, Marine Le Pen, nel suo discorso elettorale ha annunciato che se diventerà presidente negozierà l’uscita della Francia dall’euro, lo spread Francia-Germania — ovvero il differenziale di rendimento tra i titoli decennali francesi e quelli tedeschi — si è allargato a 72 punti base, col tasso sul titolo francese a 10 anni all’1,10%, ai massimi da marzo 2013.

Migranti. ‘Muro’ europeo per bloccare la rotta dalla Libia

migranti-in-libiaChiusa la rotta balcanica, i migranti in fuga dalla miseria e dall’instabilità politica di molti paesi africani non hanno altra scelta che mettersi nelle mani dei trafficanti libici senza scrupoli e cercare di attraversare il Mediterraneo diretti in Italia, passando per la Libia. L’Europa però ora è pronta a chiudere anche la rotta del Mediterraneo. L’appuntamento è al vertice informale del 3 febbraio a La Valletta, durante il quale Federica Mogherini e la Commissione presenteranno il piano per frenare i flussi dalla Libia all’Italia, migliorare le condizioni dei migranti nei campi libici e favorire i ritorni ma anche garantire le richieste di asilo. Alla Libia verranno forniti i mezzi per avere un “ruolo centrale” nel controllo e nei salvataggi nelle acque territoriali, con il coordinamento dell’operazione Sophia. Tra i punti principali, il completamento dell’addestramento della guardia costiera libica e la fornitura dei mezzi navali necessari per avere un “ruolo centrale” nel controllo e nei salvataggi nelle acque territoriali, riportando i migranti sulla costa, in collegamento con un Centro di coordinamento operativo in primavera con le informazioni dell’Operazione Sophia e di Italia, Malta, Grecia, Cipro, Francia, Spagna e Portogallo. Il piano Ue propone poi almeno 200 milioni di finanziamenti di progetti in Libia e punta a rafforzare la frontiera sud aumentando anche la cooperazione con Egitto, Tunisia e Algeria per evitare che si creino rotte alternative.
Altro punto rilevante del piano, la proposta di incrementare la cooperazione con la Iom e lo Unhcr, ma anche con le municipalità libiche per migliorare le condizioni di vita nei campi in Libia che vengono definite come “inaccettabili” e “molto lontane dagli standard internazionali” e da una parte favorire i ritorni ai paesi di origine per i migranti economici che non possono restare in Libia e non hanno speranze di raggiungere l’Europa, dall’altra assicurare che possa ottenere protezione chi ha diritto all’asilo.
Per il controllo della frontiera sud, attraverso la quale passano i flussi, la Ue intende aumentare il lavoro con i paesi già coinvolti nei ‘compact’ come Niger e Mali, ma anche con il Ciad. Inoltre propone di rafforzare ulteriormente l’operatività della missione Eucap Sahel operativa ad Agadez, ma anche valutare i progetti per dare un’alternativa economica alla regione nel Niger settentrionale che attualmente di fatto vive del contrabbando di esseri umani. “A lungo termine” si propone di valutare se una missione civile e di sicurezza della Ue possa sostenere una guardia di frontiera libica eventualmente con un’azione combinata della Guardia di frontiera europea “per migliorare il monitoraggio ed il flusso informativo”.
Nonostante i buoni propositi, a far discutere è non solo l’instabilità politica libica, ma anche i numerosi racconti e reportage sulle condizioni e le vessazioni a cui sono sottoposti i profughi che passano dalla Libia. Poco tempo fa è stato pubblicato anche un dossier delle Nazioni Unite che evidenzia un calvario continuo di queste persone che restano intrappolate nel territorio libico, ma che ora rischiano anche dopo essere riuscite a scappare verso l’Europa di essere rimpatriate. “La situazione dei migranti in Libia fa emergere una crisi dei diritti umani. Il collasso del sistema di giustizia ha provocato uno stato di impunità nel quale gruppi armati, bande criminali, contrabbandieri e trafficanti controllano il flusso dei migranti attraverso il paese”, si legge nel dossier. Con la complicità, si aggiunge, di funzionari governativi: “La missione Onu in Libia (Unsmil) ha ricevuto informazioni attendibili che alcuni esponenti di istituzioni statali e alcuni funzionari locali hanno partecipato al sistema di contrabbando e traffico”. E ancora: “La compravendita di migranti è una pratica abituale. Detenzione, sfruttamento, lavoro forzato per potersi pagare il viaggio. E sono le donne a pagare il prezzo più alto”.
Intanto la Commissione Ue raccomanda al Consiglio europeo di autorizzare Austria, Germania, Danimarca, Svezia e Norvegia a mantenere per altri tre mesi i controlli temporanei in vigore presso determinate frontiere interne Schengen. “Nonostante la graduale stabilizzazione della situazione e l’attuazione di una serie di misure proposte dalla Commissione per migliorare la gestione delle frontiere esterne, Bruxelles ritiene che non siano soddisfatte le condizioni della tabella di marcia ‘Ritorno a Schengen’ per ristabilire il normale funzionamento dello spazio Schengen”.

Hollande non si ricandida alle Presidenziali francesi

François Hollande 1Per la prima volta nella storia della Quinta Repubblica francese un Presidente rinuncia a ricandidarsi, senza motivi legati a malattie o all’età. François Hollande non correrà per un secondo mandato all’Eliseo. Dopo giorni di suspence, e di voci in circolazione sui media, su una possibile candidatura alle elezioni presidenziali che avranno luogo nella primavera del 2017, il presidente più impopolare nella storia della quinta Repubblica francese ha assicurato che non si candiderà per la seconda volta.
Da fonti dell’Eliseo si è appreso che fino all’ultimo nessuno dei collaboratori di Hollande era al corrente delle intenzioni del presidente. Tutti, spiega una fonte, sono stati colti di sorpresa. Il Presidente ha fatto un veloce bilancio della propria presidenza in diretta alla tv poco dopo le 20, giovedì sera, riconoscendo anche i suoi errori. E aggiungendo alla fine che non farà il grande passo. Il mondo politico francese ha accolto con sorpresa, approvazione e qualche rimpianto l’annuncio di Hollande.
Con la sua popolarità ai minimi (al 4% in un’ultima inchiesta, a fine ottobre) era inevitabile che Hollande non si candidasse alle prossime presidenziali, nonostante il vortice di voci contrarie in questo senso degli ultimi giorni. Il presidente ha cercato nel suo discorso di difendere il proprio bilancio, soprattutto dal punto di vista economico-sociale, riconoscendo anche i suoi errori, soprattutto quando aveva proposto la decadenza della nazionalità per i jihadisti: “Credevo che quell’iniziativa avrebbe unito il Paese. E, invece, l’ha diviso”.
“È la scelta di un uomo di Stato”, così il premier francese Manuel Valls ha commentato in un comunicato la decisione di Hollande. “Voglio comunicare a François Hollande la mia emozione, il mio rispetto, la mia fedeltà e il mio affetto”, ha scritto Valls. “Conosco il suo coraggio, il suo sangue freddo, quello di un grande dirigente che ha saputo affrontare delle prove dolorose per la Francia – ha aggiunto Valls – L’ha fatto con una preoccupazione costante, proteggere i nostri cittadini, riformare il nostro paese, assicurare il suo risanamento nella giustizia. L’azione prosegue e non dubito che questi cinque anni saranno apprezzati nel suo giusto valore: 5 anni di progresso per la Francia e i francesi”. François Fillon, il candidato della destra, ne loda la lucidità: “Questa sera il presidente della Repubblica ammette lucidamente la sua evidente sconfitta che gli impedisce di proseguire”. Parla di lucidità anche Nathalie Kosciusko-Morizet, unica donna candidata alle primarie della destra: “È la decisione più lucida dei suoi cinque anni, quasi logica quando si leggono i sondaggi e le alleanze che si sono costituite contro di lui”.

Marilena Selva

Francia. Le primarie bocciano Sarkozy

Nicolas-SarkozyNicholas Sarkozy non sarà tra i candidati alla presidenza della Francia nel 2017. Le primarie hanno infatti incoronato i suoi avversari, lasciandolo fuori dal ballottaggio per la testa del partito da lui fondato. Sarkò, dunque, si ritira dalla politica, ma non è la prima volta e quindi bisogna dare un peso relativamente leggero a queste sue dichiarazioni.

Fatto sta che Juppè e Fillon il 27 novembre si sfideranno per la nomination repubblicana. Fillon, l’outsider sessantaduenne, ha più che doppiato l’ex Presidente con il 44% dei consensi (contro il misero 21% dell’ormai ex leader). Si è così preso la rivincita su un capo dello Stato che, quando Fillon guidava il governo francese (dal 2007 al 2012) non si è mai risparmiato nei suoi confronti. I rapporti tra i due non erano mai stati idilliaci, tanto è vero che Sarkozy lo aveva più volte strigliato, considerandolo né più né meno che un “collaboratore”.

Smentiti ancora sondaggisti e bookmaker, che però ora trovano in un uomo di destra saldo e moderato ma ricco d’esperienza un nuovo punto di riferimento per l’intera area politica popolare-conservatrice europea. Tanto è vero che il suo storico avversario interno gli ha subito fornito un endorsement che probabilmente lascerà a Juppè (28.5% dei consensi) solo le briciole.

Inoltre, la sua vittoria lascia ben sperare anche in vista del problema Le Pen. Un ex capo di governo con l’autorità di Fillon potrebbe raggranellare consensi anche nell’area socialista, ancora alle prese con i misteri di Hollande. L’attuale presidente non ha ancora sciolto le sue riserve su una ipotetica ri-candidatura che, dati alla mano, risulterebbe comunque debole e incapace di competere con gli avversari. Si vedrà, anche perché le ultime uscite del premier Manuel Valls sembrano spingere quest’ultimo a tentare un approccio più liberale e diretto – quasi “renziano” – per la corsa all’Eliseo. Valls potrebbe avere più chances di Hollande, sebbene il quadro che va delineandosi sembra essere una riedizione in grande delle ultime regionali: un nuovo exploit della Le Pen porterebbe tanta acqua socialista al mulino repubblicano, permettendo così a Fillon di raggiungere la presidenza.

Giuseppe Guarino

ANNO RECORD

migranti-sbarchiLa questione migranti non si risolve e non si è risolta da sola. L’impennata degli sbarchi di migranti degli ultimi giorni fa diventare il 2016 l’anno record, finora, per numero di arrivi: con 153.450 si registra infatti il 10 per cento in più rispetto allo stesso periodo dello scorso anno e si supera di 1.300 persone il totale segnato nel 2014, che alla fine, con 170mila sbarcati, diventò l’anno con il maggior numero di arrivi. E i numeri sono ancora più imponenti se si contano i 4.300 migranti sbarcati oggi sulle coste siciliane e calabre. Di questi 1099 sono arrivati a Palermo insieme con 17 salme a bordo della nave norvegese Siem Pilot: i morti, compresi tre bambini, sarebbero stati vittime di pestaggi da parte dei miliziani libici.

Tanto che la procura di Palermo ha aperto un’inchiesta e sta ascoltando sia il comandante della nave norvegese sia l’ufficiale di collegamento. A coordinare le indagini il pool diretto dal procuratore aggiunto Maurizio Scalia. La Procura ha già affidato l’incarico a cinque medici legali che dovranno eseguire nelle prossime ore l’autopsia sui cadaveri dei migranti arrivati al porto. “I bambini massacrati dimostrano che abbiamo perso la ragione. Servono occhi sapienti per vedere questo esodo”, dice, durante le operazioni, l’arcivescovo di Palermo, Corrado Lorefice.

Nel canale di Sicilia in attesa di altri salvataggi restano la nave Dattilo che ha già a bordo 434 migranti, la nave Iuventa con 278 migranti a bordo, la nave Rio Segura con 117 persone raccolte davanti le coste libiche. La nave Siem Pilot era inizialmente diretta a Cagliari ma è stata dirottata a Palermo a causa dell’emergenza accoglienza in Sardegna dopo l’ultimo sbarco di 1258 persone avvenuto il 6 ottobre. Ad assistere i migranti la task force coordinata dalla prefettura e formata, oltre che dalle forze dell’ordine, da personale dell’Azienda sanitaria provinciale, del 118, dai volontari della della Caritas e della Croce Rossa, e dai tecnici del Comune.

Ma le traversate non sono solo fuga dalla disperazione, c’è anche chi lucra sui viaggi della speranza: a Catania la polizia ha eseguito un’ordinanza cautelare nei confronti di 15 nigeriani accusati di avere gestito una tratta di giovanissime loro connazionali che avrebbero “reclutato, introdotto, trasportato e ospitato” in Italia per “costringerle ad esercitare la prostituzione”. Sono indagati, a vario titolo, di associazione per delinquere, tratta di persone con l’aggravante della transnazionalità e di induzione e sfruttamento della prostituzione. Indagini della squadra mobile hanno evidenziato l’esistenza di più organizzazioni criminali – con basi in Nigeria, Libia, Catania, Campania ed in altre città del Nord Italia – che secondo l’accusa reclutavano in Nigeria giovani donne che, dopo essere state sottoposte a rito “voodoo” ed avere contratto un debito, venivano trasferite dapprima in Libia, quindi condotte a bordo di imbarcazioni in Italia.

E mentre in Italia prosegue il ‘salvataggio’, altrove si preparano gli sgomberi. In Francia è infatti in corso dall’alba lo sgombero della ‘Giungla’ di Calais. Alle 6:15 circa sono giunti i primi autobus nell’insediamento nel nord della Francia dove vivono da 18 mesi fra i 6.400 e gli 8.300 migranti. “Tutto si sta svolgendo normalmente, in modo organizzato e metodico”, ha detto il prefetto del Nord-Pas-de-Calais, Fabienne Buccio, intervistata da BFM-TV. Per ora, ha aggiunto la Buccio, sono partiti “17 pullman con 711 migranti a bordo. Altri tre bus stanno per partire”.

Mentre da parte della Chiesa arriva un appello perché le operazioni di sgombero in atto in queste ore a Calais si svolgano con “un surplus di dignità e rispetto, soprattutto nei riguardi dei minori, delle donne sole e delle persone che si trovano in condizioni di salute precarie”. Lo ha lanciato il vescovo di Arras, monsignor Jean-Paul Jaeger, sul cui territorio si trova la “giungla” di Calais dove alle 6 di questa mattina sono iniziate le operazioni di smantellamento del campo profughi. Il piano del governo è ricollocare un numero di circa 7.500 immigrati nei 287 centri di accoglienza e orientamento (Cao) che sono stati organizzati su tutto il territorio francese. La Corsica e l’Ile-de-France non sono state coinvolte nel piano di ricollocazione. Oggi partono 60 bus, 45 martedì, 40 mercoledì e altrettanti per tutta la settimana. Un piano logistico colossale presidiato da un contingente di 1.250 agenti di polizia e gendarmi. Tra la bidonville e il punto di partenza dei bus, è stato costruito un hangar di 3mila metri quadrati dove è stato allestito il centro di smistamento. “Anche se questo luogo ha rappresentato per molti un raggio di speranza- ha detto il vescovo- l’insalubrità dei luoghi e le condizioni precarie di sussistenza lo condannano a sparire”. Il tempo dello smantellamento – ha chiesto il vescovo Jaeger – deve diventare un tempo per “costruire o ricostruire in termini di rispetto della dignità umana di questi uomini e queste donne, feriti che hanno lasciato il loro paese e le loro famiglie in circostanze spesso atroci e dolorose. Queste stesse persone sono state spesso sfruttate da reti che dovevano condurle a un’ipotetica terra promessa e sono state invece portate a Calais nelle condizioni che conosciamo”. Secondo il quotidiano Le Figaro 1.250 poliziotti sono stati mobilitati per garantire la sicurezza durante l’evacuazione, che secondo le previsioni dovrebbe durare una settimana. I residenti dei comuni che dovranno accoglierli – Allex, Saint-Denis-de Cabanne, San Brevin – hanno protestato in tutto il Paese contro il loro arrivo, ma non tutti vogliono rimanere in Francia.

L’altro punto di arrivo degli sbarchi, la Grecia è invece alle prese, in queste ore, con una rivolta dei profughi. Decine di migranti hanno incendiato una struttura che ospita l’ufficio Ue per la gestione delle domande di asilo nel campo profughi di Moria, sull’isola di Lesbo, per protesta contro le condizioni di vita e l’incertezza sulle loro domande. “Circa 70 migranti di nazionalità pakistana e bengalese hanno attaccato alcune strutture che ospitano i servizi per l’asilo con pietre e coperte a cui avevano dato fuoco, per protesta contro il ritardo dell’esame delle loro domande d’asilo”, ha dichiarato un portavoce della polizia. Successivamente la Polizia ha assicurato che in seguito la situazione è tornata alla calma, mentre 22 persone sono state arrestate.

SICUREZZA SOTTO ACCUSA

francia guardia nazionaleDopo l’episodio della Chiesa di Rouen, l’indice viene puntato direttamente sui servizi di sicurezza francesi. Il 19enne Nabil Abdel Malik Petitjean, uno dei due terroristi che hanno ucciso padre Jacques Hamel, e ridotto una seconda persona in fin di vita, non solo era schedato da un mese, ma già quattro giorni prima dell’omicidio, l’unità di coordinamento della lotta antiterrorista (Uclat) aveva diffuso una nota nella quale affermava di aver ricevuto, da un servizio straniero, un’informazione su un individuo “che sarebbe pronto a partecipare a un attentato sul territorio nazionale”, la segnalazione non aveva un nome ma una foto, quella di Abdel Malik Petitjean. A segnalarlo i servizi dell’intelligence della Turchia già il 10 giugno scorso, ma il giovane era già rientrato in Francia. Così dopo Adel Kermiche si viene a sapere che anche l’altro complice era schedato e noto.

I servizi avevano schedato Petitjean con la lettera “S” delle persone radicalizzate a rischio di passare all’azione era ricercato da cinque giorni dalla polizia. Lo Stato islamico ha postato un video in cui si vedono i due attentatori giurare fedeltà al ‘califfo’ Abu Bakr al Baghdadi. Lo riporta l’agenzia di stampa dell’Isis, Amaq. Il fatto che entrambi fossero già conosciuti dagli investigatori ha creato numerose polemiche. Il ministro dell’Interno Bernard Cazeneuve interpellato ha precisato che la detenzione preventiva è anticostituzionale in Francia. Proprio sulla Sicurezza Cazeneuve ha fatto sapere ieri che “dopo l’appello che è stato lanciato ai nostri concittadini a impegnarsi… sono 2.500 i francesi che hanno manifestato il proprio interesse, e non cessiamo di ricevere richieste di adesione”.
L’appello è stato lanciato dal presidente francese François Hollande ai francesi per contribuire a garantire la sicurezza contro il terrorismo- E oggi l’Eliseo ha annunciato la creazione di una “guardia nazionale” composta da riservisti. “Le modalità di formazione e la ripartizione delle forze di protezione sul territorio francese saranno definite in concertazione con l’insieme degli attori”, precisa la presidenza della Repubblica, dopo un incontro tra il capo dello Stato e dei parlamentari che hanno lavorato sul tema.

“Il presidente della Repubblica ha deciso che venga presentata una comunicazione al Consiglio di Difesa all’inizio del mese di agosto, poi che si tenga una consultazione delle commissioni parlamentari a settembre, al fine di rendere operativa al più presto la costituzione di questa forza al servizio della protezione dei francesi”, dice la nota.

E nell’attesa di settembre, quando inizieranno le consultazioni parlamentari sulla formazione della forza, a Cannes borse o valigie di grosse dimensioni sono state bandite per l’estate dalle spiagge, così come annunciato dal sindaco David Lisnard.

Dalla Germania invece il pugno duro arriva contro chi invoca nuove misure di sicurezza contro i migranti. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha interrotto la vacanza che stava facendo nel nord della Germania per tornare a Berlino e rispondere alle critiche che le vengono mosse sulla gestione dell’immigrazione dopo gli attacchi di Monaco e Ansbach. Contro “la minaccia del terrorismo” servono “nuove misure” ma la Germania non cambierà la sua politica di accoglienza ha detto la Merkel ribattendo, in una affollata conferenza stampa, alle critiche che le arrivano sia da sinistra che da destra. La Germania “resta fedele ai suoi principi e darà rifugio a chi lo merita”. La cancelliera ha poi detto che i rifugiati che hanno compiuto violenze “si sono fatti beffe del Paese da cui hanno ricevuto aiuto e dei volontari e di chi ha dato loro rifugio da zone di guerra”.

Merkel ha quindi spiegato che il ministero dell’Interno potenzierà i controlli, anche rafforzando lo “scambio di informazioni” con i Paesi nord africani e dell’area del Medio Oriente per evitare infiltrazioni di terroristi. “Dobbiamo proteggere i nostri confini, dobbiamo mettere in equilibrio integrazione, libertà e sicurezza, in modo da poter continuare a vivere in maniera sicura”, ha rilevato Merkel. “Gli attacchi recenti nel mondo sono scioccanti, dobbiamo restare uniti. Come cancelliera mi sono riunita subito con i miei colleghi di gabinetto e con i capi delle forze dell’ordine. Sono state sfide difficili, abbiamo preso decisioni importanti che verranno messe in atto”.

La settimana del terrore che spacca la Germania

attentati germania terrorismoMentre a Rouen, in Francia, riesplode la violenza dell’ISIS, la Germania si trova a riflettere sulla propria settimana di fuoco: Würzburg, Monaco, Reutlingen e Ansbach, quattro atti di violenza che in 7 giorni hanno portato il terrore in Germania.

I fatti
Il 18 luglio un teenager di origine Afghana o Pakistana, gli inquirenti sono ancora indecisi, ferisce con un ascia tre cittadini cinesi di Hong Kong all’interno di un treno regionale nei pressi della città bavarese di Würzburg per poi venire ucciso dalla Polizia. Niente di organizzato, ma durante le indagini, la Polizia scopre un video in cui il giovane, Muhammad Riyad, giurava fedeltà allo Stato Islamico e il suo intento di vendicare la morte di un amico in Afghanistan.

Passano quattro giorni ed il 22 luglio un altro diciottenne, un tedesco con origini iraniane, apre il fuoco in un McDonalds vicino al centro commerciale Olympia nell’ex-quartiere olimpico di Monaco, sempre in Baviera. Con una pistola comprata su una Darknet, una rete virtuale privata, il giovane uccide 9 persone, un apolide, un kosovaro, un greco, un ungherese, un turco e quattro tedeschi, di cui due con doppia cittadinanza turca. Infine, si suicida. Secondo gli inquirenti era da un anno che pianificava l’atto attratto dall’esempio di Andreas Breivik, il neo-nazista norvegese che cinque anni fa fece una strage nel corso della festa della gioventù socialista sull’isola di Utoya, al largo di Oslo, uccidendo 77 persone. Il giovane, sembra, aveva problemi di instabilità mentale acuiti, dicono le prime indagini, da atti di razzismo e bullismo subiti a scuola.

Quarantotto ore dopo, il 24 luglio, un profugo Siriano di 21 anni uccide a Reutlingen una donna polacca e ferisce due passanti usando un coltello da Kebab, tramutatosi, nella retorica di alcuni giornali, in un machete. Il suo raptus di follia omicida finisce grazie all’intervento di un’automobilista che, di proposito, lo investe. Anche qui nessun collegamento con lo Stato Islamico, anzi, il crimine avrebbe uno sfondo passionale essendo la vittima la fidanzata dell’assassino.

Infine, domenica notte, Mohammed Delel, anche lui profugo siriano, si fa saltare in aria davanti ad un locale ad Ansbach in Baviera. L’attentatore sarebbe dovuto essere trasferito in Bulgaria, dove era stato accettato il suo diritto di asilo, già una decina di giorni prima dell’attentato, ma il viaggio era stato posticipato per l’instabilità mentale dell’uomo. Anche qui, come negli altri casi, problemi mentali; anche qui, come a Würzburg, un video sui social network ricollega Mohammed Delel all’ISIS.

Sembra un bollettino di guerra, ma in realtà è una tragica lista di folli atti la cui origine non è da cercare nello Stato Islamico, ma nel disagio personale, sociale e mentale che si traduce in violenza e solo in due casi su quattro in una matrice islamista, peraltro spontaneista e non organizzata. Eppure lo Stato Islamico c’entra, solo che non è l’ISIS reale che combatte, e perde, in Sira e, soprattutto, in Iraq. Tanto meno non si tratta della rete terroristica che colpisce militarmente a Baghdad, Dacca o in Afghanistan. Anche qui, come a Nizza la settimana prima, è il marchio dell’ISIS che trionfa come vessillo per folli lupi solitari.

A Würzburg come ad Ansbach, riferisce la stessa agenzia di stampa dell’ISIS Aamaq, si tratta di singoli che hanno “risposto agli appelli di colpire i paesi della coalizione che combattono lo Stato Islamico”, quindi non militanti o combattenti tornati dal fronte, come in Belgio, ma singoli individui auto-radicalizzatesi su Internet. L’ISIS c’entra anche negli altri due casi, dove atti di violenza compiuti da individui instabili vengono immediatamente accomunati al “terrorismo” solo perché compiuti da un profugo e un tedesco di origine iraniana. Così si scatena l’opinione pubblica contro la politica dell’accoglienza di Angela Merkel che in taluni casi, nei Social, si spinge a bollare la Cancelliera quale “responsabile morale” degli attentati.

Le reazioni politiche
La prima a spaccarsi è l’Union, ovvero il soggetto politico che lega la CDU, il partito di Angela Merkel, alla CSU, la sua controparte bavarese. Da mesi infuria la lotta fra Monaco e Berlino sull’accoglienza ai profughi, con la prima molto scettica sull’effettiva validità di questa politica. Passano infatti poche ore dalla strage di Monaco che il Ministro degli Interni bavarese ipotizza il dispiego dell’esercito per contrastare l’ondata di violenza.

Un’idea irrealistica e vietata dalla costituzione, ma che viene ripresa, a scopi propagandistici dal Ministro della Difesa Von Leyen, per dire alla popolazione che il Governo è pronto e vigile nel contrastare futuri attacchi. Angela Merkel, come sua consuetudine, tace aspettando di far calmare le acque per far sentire la sua voce. Questo non aiuta una CDU in cui da mesi si affrontano posizioni pro e contro i profughi. Lunedì sono arrivate le reazioni del Ministro degli Interni berlinese Henkel che dichiara che in Germania “abbiamo importato persone brutali” e quella del deputato sassone Krah che sottolinea come “la politica dell’accoglienza abbia conseguenze mortale”. Dichiarazione che arrivano da quei Land orientali in cui cresce il voto per l’estrema destra di AfD ai danni, soprattutto, della CDU.

Se la CDU piange, la SPD non ride. Il deputato Flisek punta il dito contro la politica della Merkel che ha aumentato il rischio attentati nel paese mentre il Ministro per l’Integrazione Özoğuz sottolinea come il 99,99% dei profughi arrivi in Germania per scappare alla violenza. Per il ministro “la realtà è più complessa di un Tweet di AfD. Così la pensa anche il vice capogruppo della Linke, la sinistra tedesca, Jan Korte andando in disaccordo però con il capogruppo Sarah Wagenknecht che coglie l’opportunità di attaccare il governo di Angela Merkel e la SPD sua alleata, sottolineando come il Governo abbia sottovaluto il problema dei Profughi.

Il mito del multiculturalismo infranto
L’incertezza della politica si riflette nella società tedesca. Che la matrice islamista sia ideale o, in due casi totalmente inesistente, poco importa e in sette giorni la Germania si ritrova a fare i conti con l’esistenza o meno di una vera società multiculturale. Si tratta di un tema molto importante per il paese. Negli ultimi anni, la Germania si è sentita al sicuro da radicalizzazione e violenze, lontana dalle rivolte delle Banlieu Francesi, del razzismo nell’Europa Orientale e dei problemi delle periferie londinesi, protetta dalla sua identità multiculturale e dal mito della sua accoglienza. Specchio del successo di questa politica è stata la Nazionale di calcio campione del mondo composta da tedeschi di origine turca, marocchina, ghanese, albanese e polacca, simbolo di una Germania organizzata, multiculturale, potente e vincente. Sicura di sé, si è sentita pronta per accogliere i profughi cosa che ha provocato la reazione di buona parte della società tedesca. Il quadro, infatti, non era così idilliaco come lo si voleva dipingere.

In Germania Orientale, città come Berlino, Dresda e Lipsia soffrono da anni di episodi neo-nazisti o di generica xenofobia. Nella capitale il tanto sbandierato multiculturalismo si traduce spesso in comunità ghettizzate e autarchiche, lontane l’una dall’altra che, nei quartieri più disagiati vivono fianco a fianco con il disagio economico e sociale. Episodi di tensione sociale, soprattutto nelle scuole esistono da anni sia che si tratti di assalti ad immigrati, sia che si tratti di emarginazione di scolari. A tutto questo poi, va ad aggiungersi il crescente divario fra ricchi e poveri che colpisce indiscriminatamente tedeschi ed immigrati non solo all’Est ma in tutta la Germania. In questo scenario attecchiscono i radicalismi, sia di estrema destra che islamista. Da una parte nascono così fenomeni di iper-radicalizzazione, 800 i combattenti dell’ISIS di origine tedesca, o, dall’altro, lato la crescita di AfD ora al 12% nazionale ed il 20% in alcuni Land, e la nascita di PEGIDA, l’associazione di cittadini preoccupati per la islamizzazione dell’occidente”.

Impaurita e politicamente vacillante, la Germania si ritrova così, alla fine della sua settimana di fuoco, a vivere un “terrore” che viene dal suo stesso interno. Peccato che, per molta opinione pubblica, e alcuni membri della classe dirigente del paese, il problema non sia né politico né sociale, ma sempre e solo uno: i profughi.

Simone Bonzano

Un tempo era lotta di classe
oggi è lotta di classi

Quarto Stato-PasquinoIl nuovo libro di Ugo Intini, dal titolo “Lotta di Classi”, sottotitolo “Tra Giovani e Vecchi?” (edizioni Ponte Sisto), analizza le conseguenze dello straordinario processo di invecchiamento della popolazione italiana. La piramide dell’età, infatti, si è drasticamente capovolta negli ultimi 150 anni: nel 1862 gli anziani erano il 4,2% della popolazione italiana, oggi sono il 21,7%; mentre i ragazzi sotto i 15 anni, che al tempo erano il 34,2% della popolazione, ora ne rappresentano solo il 13,8%.
Dunque pochi giovani alla base e molti anziani al vertice. È questo un fenomeno  di cui si parla ancora troppo poco, ma che rischia di ipotecare seriamente il futuro del nostro Paese. Ugo Intini ci invita a riflettere su come la concezione tradizionale della vecchiaia, immutata per millenni e descritta ad esempio da Cicerone nel De Senectute, sia cambiata profondamente insieme alla demografia. Se gli antichi accettavano la riduzione delle proprie forze e organizzavano diversamente l’esistenza con l’avanzare degli anni, oggi gli anziani tendono a non rassegnarsi al peso dell’età e a non cambiare il proprio stile di vita, anche per quanto riguarda i piaceri, entrando, anche grazie alla famosa ‘pillola blu’, paradossalmente in competizione con i più giovani. E se prima gli anziani avevano una certa autorevolezza, data non solo dalle esperienze fatte in vita, ma anche dal fatto che costituivano una ristretta minoranza della popolazione depositaria della tradizione, oggi l’“inflazione” di vecchi ne forse ha diminuito il valore.

Pensionati-CalabriaIl nuovo rapporto tra vecchi e giovani, tra nazioni vecchie e nazioni giovani, rischia di rivoluzionare gli equilibri mondiali. L’Europa ormai si è guadagnata l’appellativo di “vecchio continente” e rischia di contagiare con la sua “malattia”, ossia la vecchiaia, anche altri popoli. Oggi la popolazione dell’Unione Europea è meno del 7 per cento di quella mondiale. Nel 2050 i suoi abitanti saranno poco più di 5 su 100 cittadini del mondo; gli italiani saranno lo 0,5 percento. Agli inizi dello scorso secolo gli Europei rappresentavano un quarto della popolazione mondiale.
Occorre dunque essere realistici e consapevoli che, di questo passo, Europa ed Italia saranno sempre più marginali sulla scena mondiale.
Intini ci aiuta a leggere anche le guerre coloniali del passato ed il fenomeno migratorio del presente con la lente della demografia, importante per comprendere i mutamenti degli equilibri geopolitici. E la vecchia Italia, nel caso in cui la natalità rimanga invariata nei prossimi anni e decenni, ovvero catastroficamente bassa, sarà destinata ad essere sempre più incalzata dai Paesi giovani aldilà del Mediterraneo. Un Paese vecchio e rassegnato sa lamentarsi degli immigrati, ma non persegue l’unico obiettivo che possa ridurli: la nascita, finalmente, di un numero ragionevole di italiani.

Il conflitto tra generazioni ha dunque sempre avuto un peso nella storia tra le nazioni, ma anche all’interno delle stesse nazioni. Quando una generazione più giovane vuole prendere il posto di quella anziana si parla educatamente di “ricambio generazionale” o, più crudamente, di “rottamazione”. E le giovani generazioni assumono un ruolo di primo piano nello scontro, nell’agitazione, nel movimento. Fortunatamente, nelle democrazie e nei loro partiti, per lungo tempo i giovani sono cresciuti in un contesto non di rottura, ma di fraterna comunione con gli anziani. Lo spirito non era quello della lotta fra classi di età, ma di staffetta tra generazioni. Eppure, qualcosa negli ultimi anni segnala che questo delicato equilibrio potrebbe rompersi.
Ugo Intini individua almeno due terreni sui quali rischia di esplodere il conflitto tra giovani ed anziani: quello delle pensioni e quello del lavoro.

Anziani-vacanzeLa spesa per le pensioni in Italia ha raggiunto livelli inopinatamente elevati: nel 1901 il nostro bilancio pubblico per l’istruzione era quasi sette volte più grande di quello per la previdenza; nel 1951 si è arrivati al pareggio; adesso le pensioni pesano quattro volte più della scuola. I giovani accusano i seniores di aver versato con i contributi previdenziali molto meno di quanto hanno incassato o incasseranno in pensione, considerata anche la più lunga aspettativa di vita. Gli anziani resistono facendo leva sui diritti acquisiti.

Ugo Intini evidenzia come la vicenda dei contributi di solidarietà sulle pensioni d’oro sia solo la punta dell’iceberg: se passa il concetto che la massa di denaro distribuita ai pensionati non sia coperta dai contributi versati, ad essere toccati non saranno solo i pensionati d’oro ma potenzialmente tutti coloro che hanno maturato la pensione con il sistema retributivo. Lo squilibrio tra i contributi precedentemente versati dagli anziani e la somma erogata dallo Stato era pari nel 2012 a 46 miliardi di Euro, su un totale di 186,9 miliardi di Euro distribuiti a 11,3 milioni di pensionati. E la lotta fra classi potrebbe trovare proprio su questa immensa torta un terreno di scontro cruento: il patto intergenerazionale secondo il quale i giovani lavorano per pagare le pensioni agli anziani, perché i bambini di oggi contribuiranno a pagare le loro pensioni in futuro inizia a scricchiolare. Qui Ugo Intini difende le ragioni degli anziani e denuncia gli argomenti a suo avviso “liberisti” che oppongono il sistema “virtuoso” del contributivo a quello “assistenziale” del retributivo.

Ma anche il lavoro è un altro possibile terreno di scontro fra classi di età. La disoccupazione giovanile tocca in Italia livelli impressionanti: il 40 per cento, contro il 7,6 della Germania o il 25,4 della Francia. Se quasi un giovane su due in Italia è senza lavoro, il tasso di occupazione fra gli anziani è invece al livello dei Paesi più virtuosi: il 5,2 per cento nella fascia di età tra i 60 e i 64 anni.
Mentre dunque in una società normale i giovani dovrebbero lavorare più dei vecchi, da noi avviene il contrario, con il danno evidente per l’economia in generale, privata dell’apporto di energie fresche. Intini però ci fa anche riflettere su come da noi i dati su scolarizzazione siano drammatici e quindi ci pone il dubbio che non sempre esistano competenze adeguate per sostituire chi va in pensione.
Giovani-in-fugaTroppe le lauree di tipo umanistico, proporzionalmente molto di più di fine ‘800 quando si avevano idee molto più chiare su quali percorsi universitari consentissero di cavalcare il progresso scientifico: nel decennio 1881-1890 gli studenti universitari di materie scientifiche erano il 32,8 per cento del totale, contro l’attuale 20 per cento.
L’autore pone in evidenza un altro elemento: la legge stabilisce in modo uguale per tutti il momento del passaggio dal ruolo attivo al pensionamento, il che sembrerebbe in contraddizione con la enfatizzazione dei principi opposti ispirati al liberismo dominante di enfatizzazione delle scelte individuali. Perché allora, non consentire una maggiore progressività per l’uscita dal lavoro per le persone anziane?

Il libro di Intini offre una nuova chiave di lettura per l’economia e per il costume e ci spiega come l’invecchiamento della popolazione influenzi vari aspetti del nostro vivere sociale. Siamo un Paese che consuma poco, dove si compra poco, dove si moltiplicano i mercatini di roba antica o vecchia; dove le aziende investono poco per rintanarsi nelle prudenze familiari; dove sono diventati vecchi la letteratura, il cinema, la musica; dove i protagonisti dei media sono sempre gli stessi e non solo.

Dunque un bel libro, molto ben documentato, di agevole lettura e quanto mai utile per capire il presente, come confermato da quattro notizie “vecchie” meno di un mese: la Corte Costituzionale in una recente sentenza ha affermato la legittimità del contributo di solidarietà sulle pensioni d’oro; Pippo Baudo, alla veneranda età di 80 anni, probabilmente sarà il conduttore di Domenica In nella prossima stagione televisiva Rai; l’Italia è il Paese con il tasso di natalità più basso dell’Unione Europea; la Cassazione ha restituito la figlia ad una coppia di genitori anziani, affermando il principio che, se sussiste la capacità genitoriale, non ci sono limiti di età per essere padre e madre.

Alfonso Siano


lotta_di_classi

Ugo Intini
Lotta di Classi
Tra giovani e vecchi?
pp 150 – Euro 12,00
Edizioni Ponte Sisto
In vendita nelle librerie e online

Euro 2016. Sorpresa Portogallo: Eder
eroe inaspettato

portogalloPARIGI – Dalle lacrime di dolore alle lacrime di gioia: il Portogallo è campione d’Europa. La nazionale del ct Fernando Santos ha sorprendentemente battuto 1-0 i padroni di casa della Francia ai tempi supplementari, grazie alla rete del gigante Eder al 109’.

Già alla vigilia della finalissima di Parigi i favori del pronostico erano tutti per i transalpini, le sorti sembravano indirizzate ancora di più verso i ragazzi di Deschamps dopo l’infortunio al ginocchio di Cristiano Ronaldo che, in seguito a un duro contrasto con Payet, al 25’ ha dovuto alzare bandiera bianca lasciando il campo all’ex interista Quaresma. Il Portogallo tuttavia non ha accusato il colpo, restando ben organizzato in difesa e creando anche qualche pericolo in attacco.

L’occasione più ghiotta nei tempi regolamentari l’ha avuta nei minuti finali il centravanti francese Gignac, che ha colpito un clamoroso palo dopo aver superato benissimo Pepe. Nei supplementari invece ecco la sorpresa: prima la traversa ha detto di no a un calcio di punizione di Raphael Guerreiro, poi al 109’ il centravanti Eder, subentrato da poco al posto di Renato Sanches, ha trovato un gran gol dalla distanza, sul quale il portiere avversario Lloris non ha potuto nulla. Emozionante l’immagine di Cristiano Ronaldo che, con il ginocchio fasciato, dalla panchina ha incitato tutti i suoi compagni a non mollare.

Al fischio finale dell’arbitro inglese Clattenburg è partita la grande gioia dei portoghesi, unita all’amarezza e delusione dei francesi, per la prima vittoria in un campionato europeo.

Per Ronaldo è l’ennesimo trionfo, che lo porterà alla vittoria del prossimo Pallone d’Oro, per il ct Santos è un autentico capolavoro, mentre per i tanti giovani (da Renato Sanches a Joao Mario fino a Raphael Guerreiro) è l’occasione per farsi conoscere nel grande calcio. E ora tutto un Paese è in festa.

Francesco Carci

Euro con le gambe di carta

Le banconote da 50 euro cambiano “vestito”. Dal 4 aprile 2017 i nuovi biglietti da 50 euro sostituiranno gradualmente i vecchi in circolazione. È già avvenuto per i tagli da 5, 10 e 20 euro. I falsari avranno delle difficoltà aggiuntive da superare. Yves Mersch, componente del comitato esecutivo della Bce (Banca centrale europea) ha spiegato: l’obiettivo è «rendere ancora più sicura la nostra moneta». Il banchiere europeo loda il lavoro arrivato praticamente all’ultima curva: dall’anno prossimo le nuove avanzatissime tecnologie impiegate per impedire la falsificazione dei nuovi tagli da 50 euro contribuiranno «a proteggere la nostra moneta» e «sono frutto del nostro costante impegno a preservare la stabilità dell’euro, una moneta utilizzata quotidianamente da 338 milioni di persone in tutta l’area dell’euro». In sintesi: è facilitato il controllo dell’autenticità del nuovo biglietto da 50 euro con il metodo “toccare, guardare, muovere”; è quasi uno slogan.

L’euro nacque nel 1999 e la circolazione effettiva della moneta unica europea avvenne dal primo gennaio 2002. Fu una grandissima rivoluzione: la storica novità prometteva pace, progresso e benessere. I vari paesi dell’Unione europea, per ragioni di prestigio e di interesse economico, sgomitarono per aderire in tempi rapidissimi all’euro. Alcuni stati, finanziariamente più deboli come l’Italia a causa degli disastrosi conti pubblici nazionali, fecero non pochi sacrifici e “compiti a casa” per entrare immediatamente nella nuova valuta comune europea, assieme a nazioni come la Germania e la Francia. Partì la corsa e alla fine ben 19 paesi della Ue hanno composto il club di Eurolandia.

Ma qualcosa, anzi molto, è andato storto. Forse la colpa è stata delle regole severe di rigore finanziario nei bilanci fissati per aderire all’euro, parametri definiti “stupidi” diversi anni fa da Romano Prodi, che pure è stato il presidente del Consiglio che più si è battuto per l’ingresso dell’Italia nell’euro. Forse la colpa è stata di voler costruire una moneta comune lasciando la libertà di normative fiscali, previdenziali e societarie ai vari paesi. Forse la colpa è nell’anomalia di aver fatto nascere una divisa unica senza uno Stato unico. Forse la colpa risiede nella “timidezza” nell’affrontare con misure comuni i nuovi problemi enormi come la Grande recessione internazionale scoppiata nel 2008, le immigrazioni di massa dal Medio Oriente e dall’Africa verso l’Europa, il terrorismo islamico.
La crisi economica ha colpito pesantemente l’Europa. L’Italia, in particolare, ha visto la cancellazione del 25% della produzione industriale, la disoccupazione è arrivata a colpire ben 3 milioni di persone, l’aumento della povertà è stato forte. Le disuguaglianze sono gravemente lievitate tra i paesi ricchi e poveri della Ue e all’interno delle varie nazioni, con la precarizzazione del ceto medio e dei giovani.

Di qui le proteste popolari contro l’Unione europea e contro l’euro. La gente ha cominciato a detestare l’euro e a rimpiangere le vecchie monete nazionali. Sono nati molti partiti populisti su secche parole d’ordine di opposizione totale: via dalla Ue, dalla moneta comune e fuori gli immigrati. Il rigore finanziario tedesco (e l’arrivo a Berlino dei capitali europei ed internazionali) è finito sul banco degli imputati, ma nonostante ciò non è stata avviata una politica comune per la crescita economica, per il lavoro e per l’immigrazione.
Ora stiamo assistendo al dilagare di una pericolosissima “valanga”. La Gran Bretagna con un referendum ha deciso di dire addio all’Unione europea (i sì all’uscita, sia pure di poco, hanno prevalso sui no) con pesanti conseguenze politiche ed economiche per il paese di William Shakespeare e per la Ue: rischio di uccidere la già debole ripresa economica, crollo delle Borse, banche con l’acqua alla gola. Altri referendum contro l’Europa e l’euro potrebbero arrivare a stretto giro di posta in Austria, Ungheria, Francia e nelle nazioni dell’Europa dell’est, causando un micidiale processo a catena di disintegrazione politica (già adesso la Scozia e l’Irlanda del Nord minacciano di staccarsi da Londra).

Il futuro non è roseo. Davanti a questi colossali problemi, sempre più gravi, la Ue non è stata capace di dare una risposta politica, parlando con una sola voce. Non è accaduto neppure dopo il traumatico referendum in Gran Bretagna. Si è limitata, come al solito, a effettuare lunghi inutili vertici e a prendere tempo. La sola risposta alla crisi è arrivata da Mario Draghi: il presidente della Bce ha promesso e adottato “misure non convenzionali” per salvare l’euro, abbassando i tassi d’interesse fino a renderli negativi e immettendo grandi quantità di liquidità sul mercato e nelle banche. È riuscito a salvare l’euro nel 2011-2012 quando si è scatenato il terremoto dei “debiti sovrani” (franavano i titoli del debito pubblico greci, italiani, spagnoli, portoghesi, irlandesi) e ci sta provando adesso, prima e dopo la Brexit.

Ma Draghi è un banchiere, un tecnico, e in situazioni così difficili servono soluzioni politiche di grande profilo e non solo tecniche (peraltro perennemente contestate da una parte del governo e della classe dirigente tedesca). Il dollaro ha oltre duecento anni di vita ed ha subito ben pochi cambiamenti grafici, perché ha alle spalle un governo solido, uno sperimentato sistema politico che rappresenta il popolo americano. L’euro, invece, non ha alle spalle un governo europeo, interprete delle richieste e dei bisogni dei cittadini del vecchio continente. Eppure la divisa europea, in poco più di dieci anni, ha già realizzato il restyling delle banconote da 5, 10 e 20 euro e si prepara e fare altrettanto per il biglietto da 50. È una mossa tecnica contro i falsari e va bene, ma non si può rimanere fermi solo alla lotta contro i contraffattori di banconote. Altrimenti affonderà la stessa moneta unica e non ci saranno più banconote da “toccare, guardare, muovere”. Il pericolo è di avere un euro con “la gambe di carta”.

Rodolfo Ruocco