LIBIA CHIAMA ITALIA

serraj gentiloniNonostante i malumori dell’opinione pubblica italiana per l’intervento francese, nessun risentimento da parte del Presidente del Consiglio, Paolo Gentiloni, che al termine dell’incontro con il premier libico Fayez al-Sarraj a Palazzo Chigi, ha affermato: “Voglio rivolgere un ringraziamento alla Francia e a Macron, che ha lavorato con impegno personale all’incontro che credo vada nella giusta direzione. Se si fanno passi in avanti in Libia il primo Paese a essere felice è l’Italia”.
Ieri infatti a Parigi è stato raggiunto l’accordo per il cessate il fuoco ed elezioni in primavera dai due rivali libici: Fayez al-Sarraj, capo del governo di unità nazionale riconosciuto dalla comunità internazionale e Khalifa Haftar, autoproclamato comandante dell’esercito nazionale libico che controlla l’est del Paese. Il tutto è avvenuto sotto l’egida del presidente francese Emmanuel Macron che ha elogiato il “coraggio storico” dei suoi ospiti. “È un processo essenziale per tutta l’Europa”, ha affermato Macron. “Perché se questo processo fallisce, attraverso i rischi terroristici, attraverso i rischi migratori che un tale fallimento provocherebbe le conseguenze per i nostri Paesi saranno dirette”.
“L’incontro di oggi è di particolare importanza perché avviene all’indomani di quello di Parigi che l’Italia sia augura produca risultati importanti nelle prossime settimane e nei prossimi mesi”, ha detto Gentiloni in una conferenza stampa a Palazzo Chigi con il premier libico Fayez al-Sarraj. “Non sarà un percorso semplice ma siamo fiduciosi che lavorando tutti insieme si possano ottener risultati. Voglio ringraziare la Francia e Macron che a questo incontro ha lavorato con impegno personale”. “Se si fanno passi avanti in Libia il primo tra i paesi europei a esserne felice è l’Italia”. “Lavoriamo contro i trafficanti assieme alle autorità libiche, centrali, locali”, ha detto il premier italiano. “Un paio d’ore fa ne ho parlato con la Merkel che mi ha confermato l’impegno della Germania a sostenere le iniziative italiane per il contrasto al traffico di essere umani e alla cooperazione italo-libica”, ha aggiunto. “Sarraj mi ha indirizzato alcuni giorni fa una lettera nella quale si chiede al governo italiano un sostegno tecnico con unità navali al contrasto del traffico di esseri umani. La richiesta è all’esame del nostro ministero della Difesa”. La Libia ha infatti chiesto nei giorni scorsi all’Italia aiuto “tecnico” contro i trafficanti di esseri umani, con l’invio di navi nelle acque interne del paese nordafricano. Con una lettera inviata alcuni giorni fa, il premier libico ha chiesto “sostegno tecnico attraverso unità navali nel comune impegno per il contrasto al traffico di esseri umani”, ha detto Gentiloni, specificando che si tratterebbe di un intervento “in acque libiche con unità navali inviate dall’Italia”. Per contrastare il traffico di esseri umani occorre controllare non solo le coste della Libia, ma anche la frontiera Sud “per far sì che gli sfollati tornino nel loro Paese”. Lo ha detto il premier libico Fayez al-Sarraj al termine dell’incontro con il premier Paolo Gentiloni a Palazzo Chigi. “Per quanto riguarda gli sforzi che facciamo per contrastare l’immigrazione clandestina – ha detto – troveremo difficoltà ma vogliamo far sì che questi sforzi camminino di pari passo a quelli politici. Ringrazio l’Italia per gli sforzi fatto insieme alla nostra Guardia Costiera, vogliamo che la nostra Guardia costiera riesca a bloccare l’immigrazione e dobbiamo avere la tecnologia per il controllo delle coste. Occorrono anche sforzi per il controllo delle frontiere Sud della Libia per fare in modo che gli sfollati tornino nel loro Paese”, ha concluso.
Gentiloni incassa poi anche il sostegno della cancelliera tedesca Angela Merkel. Contro i trafficanti “lavoriamo insieme alle autorità libiche – dice – Ne ho parlato due ore fa con la cancelliera Merkel che mi ha confermato l’impegno della Germania a sostenere le iniziative italiane per contrastare il traffico di esseri umani”.
“La richiesta è attualmente all’esame del nostro ministero della Difesa”, ha detto ancora il capo del governo, assicurando che “le decisioni che prenderemo verranno valutate d’intesa col Parlamento”.
“Nella conferenza stampa congiunta con al Serraj, il presidente Gentiloni ha finalmente dato l’annuncio che attendevamo da tempo – dichiarano congiuntamente il presidente dei senatori di Forza Italia Paolo Romani e il vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri – è arrivata la richiesta dal governo libico di intervenire nelle acque territoriali con unità navali italiane a supporto tecnico al comune impegno nel contrasto al traffico di esseri umani”. E aggiungono: “Chiediamo dunque che Gentiloni venga a riferire quanto prima degli sviluppi degli ultimi giorni nella crisi libica e soprattutto venga a proporre la risposta operativa che il suo esecutivo intende fornire alla richiesta libica”.

Ventimiglia. La fuga dei migranti dopo lo sgombero

migranti ventimiglia“Chiediamo di avere la nostra dignità di uomini: se la Francia ci respinge, deve intervenire l’Europa a garantire i nostri diritti”. È questo l’appello dei migranti, quasi tutti sudanesi, che la scorsa notte hanno lasciato il loro accampamento di fortuna sulle sponde del fiume Roja, a Ventimiglia (Imperia), e si sono messi in marcia nella speranza di raggiungere la Francia. “Siamo qui da giorni, settimane, mesi. Viviamo in un fiume perché nel campo della Croce Rossa non c’è posto per tutti. Alcuni di noi hanno tentato anche cinquanta volte di attraversare il confine ma la polizia francese ci ha sempre respinti – hanno spiegato -. Nessuno di noi vuole restare in Italia: oggi vogliamo riuscire a raggiungere la Francia per avere là una vita che sia dignitosa”.
I migranti hanno deciso di muoversi dopo l’annunciata ordinanza del sindaco di Ventimiglia Enrico Ioculano che prevedeva la pulizia straordinaria delle sponde del fiume Roja. Era la stessa ordinanza a parlare di “accampamenti improvvisati” e grandi moli di “rifiuti” non smaltiti. Una pulizia straordinaria che in realtà richiedeva l’ennesimo sgombero dei migranti che da tempo vivono sotto un ponte accanto al fiume.
Durante la notte 400 persone circa hanno deciso di raggiungere il confine. La polizia ha cercato di fermarli, lanciando anche alcuni lacrimogeni per disperderli. Il gruppo si è poi diviso in due. Una parte si è diretto a Olivetta San Michele, l’ultimo confine sul territorio italiano, un altro gruppo si è diretto lungo il rio Bevera fino alla stazione di Torri, dove sono stati nuovamente bloccati.
Quest’ultimo gruppo ha così deciso di ricongiungersi con gli altri, in località Fanghetto, sul confine francese. La polizia locale intanto ha già allertato la Gendarmerie francese che sta sorvolando il confine con un elicottero.
Con tutta probabilità, secondo fonti di polizia, attenderanno il buio per tentare di raggiungere il passo di confine da qui o dal passo di Granmondo. Carabinieri e polizia, che hanno tenuto un breve briefing con la gendarmerie nationale, si alternano nella sorveglianza del passo a Olivetta mentre l’elicottero della police nationale pattuglia dall’alto la linea di confine.
“I migranti effettivamente hanno ragione, bussano a una porta e sarebbe molto bello che avessero una risposta in termini di umanità e accoglienza” ha dichiarato il vescovo della diocesi di Sanremo-Ventimiglia, Antonio Suetta.

Francia, vince l’astensionismo. La débâcle socialista

psfUna vera e propria disfatta per i socialisti francesi che perdono l’80 percento dei loro seggi, precipitando a poche decine di presenze, ed aprono ufficialmente la crisi del partito.
Il referto medico lo stila il segretario, Jean-Christophe Cambadelis che annuncia le sue dimissioni: “La sconfitta è bruciante e senza appello”, ammette di fronte alle telecamere, “la sinistra deve cambiare radicalmente nella forma e nella sostanza ed aprire una nuova fase per combattere il nazionalismo ed il neoliberismo”. “Il partito sarà gestito da una segreteria collettiva, io mi assumo le mie responsabilità”, spiega ancora l’ormai ex segretario.
Ma se il socialismo perde una delle sue roccaforti, la nuova Francia di Macron non ride. Anche se in pochi mesi En Marche! ha conquistato la maggioranza assoluta dell’Assemblée Nationale (insieme agli alleati di MoDem avrà 351 seggi su 577), tuttavia a vincere è l’astensionismo. Un francese su due resta a casa e il primo partito di Francia è quello dell’astensione che tocca il livello record del 56%.
Tanto che il capo dell’Eliseo non si mostra alle telecamere manda il suo primo ministro Edouard Philippe a dire che è stata una “vittoria chiara che ci rende felici”, non viene aggiunto altro.
Ma a preoccupare è anche l’arrivo per la prima volta tra gli scranni del Parlamento francese di frange estremiste: è la prima volta per la leader dell’estrema destra Marine Le Pen con il Front National, otto seggi che non permetteranno neppure la formazione di un gruppo parlamentare, ma resta un dato. Avrà invece il gruppo la sinistra radicale di Jean-Luc Melenchon che si aggiudica 17 di scranni. Altri 10 seggi vanno al Partito Comunista.
Insomma la Francia è in marcia…. ma non si sa verso cosa.

Allacciarsi alla cintura Merkel-Macron!

Non c’è che dire, dopo l’elezione di Macron col suo atto di fede, premiato, nella missione dell’Europa con tutti gli adeguamenti necessari, intanto per far fronte ai duri colpi della Brexit prima e dell’elezione di Trump poi, dopo le pronunce inequivocabili della Merkel di accettare la sfida del disimpegno di Trump dalla Nato e, non potendo più contare sugli alleati di sempre, mettersi alla testa del riscatto europeo invocando una comune solidarietà, l’Italia deve accelerare la soluzione dei problemi strutturali interni ed allacciarsi con la cintura Merkel-Macron perchè si avverte che l’Europa sta per decollare. Macron riceve imperialmente Putin senza fare sconti sulla politica espansiva ad est e sulle condizioni di garanzie democratiche specie nell’informazione e nella tutela dell’autonomia dei singoli stati da ingerenze informatiche devastanti già verificatesi durante la campagna elettorale americana, mettendo in evidenza che solo un clima di reciproca fiducia può consentire di battere ovunque il comune nemico del terrorismo di qualunque matrice. Non solo ma la Merkel è andata già oltre e, rispetto al preannunziato disimpegno di Trump dagli accordi di Parigi sull’ambiente, risponde chiamando la Cina vitalmente interessata a risanare le sue metropoli invivibili per smog e gas tossici con costi immensi di vite umane e di risorse impiegate. Sotto questo profilo bisogna riconoscere che l’Italia ha la convenienza e la necessità di fare presto e bene. In quest’ottica ha ragioni da vendere Renzi a volere anticipare le elezioni e non solo perché il rinvio darebbe un enorme contributo all’opposizione nel sottolineare le ricadute di una manovra tutta lacrime e sangue, che può essere ammortizzata e dare i suoi frutti nell’arco di una legislatura ma perché senza la forza ed il tempo necessari per le riforme strutturali, istituzionali comprese, l’Italia se lo sogna di essere nel gruppo di testa chiamato a rilanciare l’Europa a livello mondiale. I critici sprovveduti che temono il nuovo asse franco-tedesco si guardano bene dall’indicare alternative ad una cerniera che può tenere insieme l’Europa contro i rischi di disintegrazione, purchè Macron sia portavoce ed interprete dell’Europa mediterranea e la Merkel faccia altrettanto con quella del nord e dell’est. Intanto è necessario resistere i primi due anni della gestione Trump perché al loro termine molto se non tutto può cambiare in America dove, grazie a Dio, c’è una sorta di termometro che misura la bontà o meno dell’amministrazione in carica. Mi riferisco all’elezioni senatoriali di medio termine che confortano o penalizzano l’amministrazione in carica, come è già successo ad Obama che ha visto arrivare lo tsnunami trumpiano perdendo la maggioranza e quindi fortemente condizionato nei suoi programmi. Trump se prosegue nel suo isolazionismo pagherà i prezzi della destabilizzazione che sta provocando in tutto il mondo e dovrà venire a più miti consigli come quelli europei. Tornando in Italia la fretta di Renzi può essere salutare ma le scelte specie in materia elettorale, messo ormai alle strette, dimostrano che l’uomo solo non tanto al comando quanto nelle strategie di lungo periodo non può diventare prigioniero del cerchio magico degli yes men o women e che il PD plurale, promesso col passaggio dall’io al noi, è ben lontano dall’essere avviato.

Roca

Vince Macron, chiamata
di appello per salvare l’Euro

elezioni-francia-emmanuel-macron

Un po’ di sinistra e un po’ di destra: Emmanuel Macron ha infilato la scelta giusta. Il giovane centrista tecnocratico è il nuovo presidente della Repubblica francese. Ha conquistato l’Eliseo con il 65,98% dei voti contro il 34,02% di Marine Le Pen. Già durante le votazioni di ieri si era capito che il vento soffiava in suo favore. Quando Macron ha votato al suo seggio elettorale è stato accolto da un’ovazione di centinaia di sostenitori. Applausi, grida, strette di mano, abbracci, richieste di foto. In molti hanno urlato: “Macron president!”. E così è andata a finire mentre tutti facevano gli scongiuri contro il rischio di un attentato dei terroristi islamici.

Marine Le Pen, la sua antagonista di estrema destra, invece ha votato in un seggio quasi deserto. Nessun sostenitore, nessun applauso, nessun incoraggiamento. Il clima era di sconfitta. Già alle 18 gli exit poll davano il 62%-67% dei voti al nuovo astro della politica francese. Difatti Macron ha vinto il ballottaggio contro l’artefice della trasformazione del Front National da partito neo fascista a forza nazionalista e anti elites, anti Unione europea ed anti immigrati islamici.

Si sono scontrati due mondi. Ha vinto Macron, 39 anni, ex banchiere, ex ministro dell’Economia socialista. Ha vinto su una piattaforma elettorale coraggiosa, europeista, promettendo una “rivoluzione” liberal progressista. Ha vinto con un partito, En Marche! costruito su di lui (porta anche le iniziali del suo nome), fondato appena un anno fa promettendo radicali riforme per far tornare “grande” la Francia. Ha perso Marine Le Pen, grande interprete della protesta politica e sociale contro la globalizzazione e la crisi economica, che prometteva l’uscita della Francia dall’euro, dalla Ue e dalla Nato.

Lo scontro è stato tra europeisti e anti europeisti, tra i difensori del sistema e i contestatori del sistema. Gli elettori di centro hanno votato per Macron. Invece gran parte degli elettori di sinistra e di destra ha votato contro la figlia di Jean Marie Le Pen più che per il giovane centrista, espressione della classe dirigente nazionale. Anche chi era poco convinto delle sue ricette politiche, economiche ed internazionali (vedi articolo di Sfoglia Roma del 29 aprile) ha preferito evitare “il salto nel buio” isolazionista di Marine Le Pen.

Il tradizionale panorama politico francese esce sconvolto da questo voto. Sia i neo gollisti sia i socialisti, i due pilastri sui quali si è retta per quasi 60 anni la Quinta Repubblica, sono miseramente crollati e non hanno nemmeno partecipato al ballottaggio per l’Eliseo. François Fillon e Benoit Hamon, rispettivamente il campione del centrodestra e dei socialisti, sono stati eliminati al primo turno del 23 aprile con il 20% e con il 6,4% dei voti. Macron aveva commentato: i partiti tradizionali “sono morti”.

Marine Le Pen ha riconosciuto la vittoria di Macron, ma ha quasi raddoppiato i voti ottenuti al primo turno. Ha promesso battaglia per i prossimi cinque anni: «Al primo turno è stata frantumata la vecchia politica francese. Ora si parla di patrioti da una parte e di mondialisti dall’altra». Continuerà a combattere: «Porterò avanti la battaglia per coloro che vogliono scegliere la sicurezza e l’identità della Francia». L’obiettivo sembra quello di costruire un nuovo partito conservatore dei “patrioti”, cambiando nome al Front National e puntando a scalzare i neo gollisti.

Il nuovo presidente della Repubblica non si nasconde gli ostacoli che ha davanti: è «un compito immenso e ci impone di essere audaci». Ha tracciato la strada: «L’Europa e il mondo si aspettano da noi che proteggiamo illuminismo e libertà, portando avanti un nuovo umanesimo, un mondo di crescita e più giustizia». Lavorerà per superare le divisioni politiche: «Conosco fratture sociali, impasse democratici, garantirò l’unità della nazione». Condurrà questa battaglia assieme a quella per difendere «l’Europa e le sue speranze». Ha assicurato: «Vi servirò con amore».

Con il successo di Macron l’euro, almeno per ora, è salvo. Ma adesso il nuovo presidente della Repubblica francese dovrà fare i conti con i gravi problemi del paese: la disoccupazione, la bassa crescita economica, la scarsa competitività del sistema produttivo, il deficit pubblico, l’immigrazione, il terrorismo islamico. Come ha promesso dovrà rilanciare l’occupazione, aumentare gli investimenti pubblici soprattutto nella scuola, tutelare i precari, tranquillizzare il ceto medio impaurito, tagliare le tasse ai cittadini e alle imprese, aiutare l’integrazione degli immigrati, garantire la difesa esterna e la sicurezza interna.

La chiave di volta è il rapporto con la Germania, lo stato egemone dell’Unione europea. L’Europa e l’euro si salvano solo se si volta pagina: una politica comune non può essere limitata solo alla moneta e alla linea del rigore finanziario, ma deve essere allargata anche all’occupazione, agli investimenti, alla crescita economica e all’immigrazione.

Siamo all’ultima chiamata per l’euro. Se Macron riuscirà a convincere la cancelliera Angela Merkel a seguire una politica di condivisione dei problemi non limitata alla moneta unica, allora il processo di unità europea potrà progredire e si potrà consolidare. In caso contrario la disoccupazione, il malessere sociale, l’insicurezza dei cittadini europei faranno vincere i vari populismi nazionali, causando il naufragio prima dell’euro e poi dell’Unione europea.

Rodolfo Ruocco
(sfogliaroma)

VIVE LA FRANCE!

 

macronUn grande respiro di sollievo per tutto il Vecchio Continente, Emmanuel Macron è l’ottavo presidente di Francia.
Marine Le Pen, il volto dell’ultradestra francese incarnato dal Front National non ce l’ha fatta e la sua percentuale di voti si ferma a poco più del 30%.
“È un onore e una grande responsabilità”, ha detto Macron nel suo primo discorso alla Nazione. “Rispetto la decisione di chi ha avuto dubbi, mi rendo conto che il voto a cui siete stati chiamati è stato fra due estremi, ma ora mi adopererò per proteggere i più deboli, per garantire l’unità della nazione. Dietro ogni parola che ho pronunciato ci sono volti, vite, ci siete voi. Ed è a voi che mi rivolgo. Siamo eredi di una grande storia e di un grande messaggio da trasmettere. Difenderò la Francia, i suoi interessi vitali. E difenderò l’Europa”. Proprio l’Europa è stata quella che più ha sostenuto il giovane candidato all’Eliseo, temendo che al timone di uno dei Paesi dell’Ue potesse arrivare l’euroscetticismo della Le Pen che già prometteva una Frexit. “Una chiara dichiarazione a favore dell’Europa” ha detto la cancelliera tedesca Angela Merkel nella sua telefonata di congratulazioni a Macron. “Siamo felici per la Francia e per l’Europa per la vittoria di Macron che ha scongiurato il pericolo antieuropeista, razzista e xenofobo rappresentato da Marine Le Pen”.  Ha detto Pia Locatelli, capogruppo Psi alla Camera e membro della presidenza del PES. “Ora il nostro augurio è che i compagni del Ps abbiano la capacita e la forza di ritrovare il ruolo che hanno sempre avuto nella storia della repubblica francese”
Mentre Matteo Renzi, segretario del Pd, ha subito twittato: “La vittoria di Macron scrive una straordinaria pagina di speranza per la Francia e per l’Europa. #Enmarche! #incammino”
Macron è il candidato sostenuto dall’Unione europea e non solo, lo stesso ex presidente Usa Barack Obama l’ha chiamato, già qualche giorno prima del ballottaggio, per sostenere la sua candidatura.
Nonostante non abbia avuto un partito alle spalle, Macron è a 39 anni il più giovane presidente della Quinta repubblica, prima di lui Napoleone Bonaparte, che fu eletto a 40 anni, giovane come il suo programma. Nel quale si contempla una transizione energetica che punta al rispetto dell’ecologia, a partire dai veicoli inquinanti. Inoltre il futuro della Francia è rivestito dalla scuola, il nuovo Capo dell’Eliseo vuole rinforzare l’insegnamento e dare più mezzi alla scuola primaria, nonché rintrodurre il latino alle medie.
“Mi batterò con tutte le mie forze e costruiremo un futuro migliore. Cari concittadini, rendo omaggio al presidente Hollande. Nei prossimi cinque anni la mia responsabilità sarà ritrovare l’ottimismo, servire la Francia a nome vostro”. Ha detto ancora il giovane presidente francese che a Hollande deve parte della sua carriera politica, è stato infatti segretario generale di Hollande, poi suo ministro dell’Economia. Dopodiché un anno e mezzo fa ha fondato il suo movimento, ‘En Marche!’ per poi candidarsi all’Eliseo.

LA LEZIONE FRANCESE

elezioni francesi“Le elezioni francesi ci consegnano una lezione. Che vale anche per il nostro paese. Quella di una sinistra senza popolo. Di una sinistra presente quasi esclusivamente tra pensionati, statali e mondo della scuola. E in ritirata dal mondo del lavoro e dal mondo delle professioni”. Lo afferma il segretario del Psi Riccardo Nencini.

E come si è arrivati a questa situazione?
Per diverse responsabilità. La maggiore è quella di chi non ha saputo interpretare un cambiamento straordinario e che ha pensato di governare con un canone tradizionale. È questa la ragione per quale da due anni chiediamo un Congresso straordinario del Pse che sia una sorta di Bad Godesberg della contemporaneità. Nel ‘59 la Spd si allontanò dal marxismo, oggi bisogna allontanarsi dalla terza via e riscoprire il socialismo delle origini, con un’unica variazione.

Quale?
Quella di mettere la barra sulla difesa dei più deboli e allo stesso tempo porsi il problema di come creare nuova ricchezza. Il socialismo delle origini pensava di conferire diritti civili e sociali che il proletariato del tempo non aveva. Oggi il tema è doppio: come creare nuova ricchezza nel tempo della rivoluzione tecnologica e come redistribuirla sapendo che il mondo del lavoro può già contare su ammortizzatori sociali robusti mentre gli esclusi rimangono tali. Quindi il tema centrale non è più solo la difesa della società dei due terzi, è come dare dignità a quel terzo di italiani e di europei che senza lavoro non hanno diritto di cittadinanza.

Pisapia in una intervista invita a unire il centrosinistra per evitare una sconfitta che definisce generazionale. Renzi invece esclude ogni tipo di alleanza con chi si è allontanato. Due visioni opposte. Anzi Renzi sembra voler riproporre il partito della Nazione. Che ne pensi?
Non credo che il partito della Nazione sia il futuro. Credo che una coalizione tra Partito democratico, sinistra di governo e cattolici democratici sia necessaria. Dare una missione all’Italia. Per mettere le gambe a questa coalizione serve una legge elettorale che assegni il premio di maggioranza alla coalizione. E serve un programma che abbia alcuni ingredienti centrali.

Tra cui…
Gli italiani e gli europei hanno una gran paura della globalizzazione perché ingenera insicurezza. Bisogna abbandonare alcune cliché della sinistra radical-chic e fare un bel bagno di realismo.

Puoi fare degli esempi concreti?
Primo: rafforzare lo spirito di comunità. Quindi bisogna prevedere l’elezione diretta dei vertici delle città metropolitane in modo da implementare la partecipazione e allargare la platea di votanti ai sedicenni nelle elezioni comunali. Ci crea così può senso civico e più senso di appartenenza. Secondo: per stare nella globalizzazione serve un’altra Europa. Prevedere la revisione dei Trattati di Maastricht per favorire investimenti e Eurobond, lanciare l’elezione diretta dei vertici dell’U.E., superare il Trattato di Dublino per organizzare diversamente accoglienza e rimpatrio, dotarsi di un unico ministro del Tesoro e di politiche fiscali condivise. Terzo, norme più serve contro il microcrimine. Quarto: siccome le ondate migratorie continueranno bisogna obbligare l’extracomunitario che viene a vivere in Italia al rispetto e al godimento dei valori occidentali a partire dall’eguaglianza uomo donna; niente tribunale della sharia, niente matrimonio coatto. Altro esempio: gli alloggi di edilizia residenziale pubblica, vanno dati a chi ha almeno 10 anni di residenza in Italia. Queste sono alcune misure indispensabili per riconciliarsi con i mondo degli esclusi.

Temi di cui si è parlato anche al Congresso del partito…
Infatti stiamo lavorando a due grandi iniziative pubbliche. Celebrare una rilettura dei meriti e bisogni e la faremo a Milano a l’altra, che faremo a Bari, per celebrare i 125 anni della storia del socialismo italiano. Ma senza fare un ricordo da museo ma per rilanciare alcune tematiche nella direzione di punti di cui si parlava prima.

Legge elettorale. Mattarella ha esortato il Parlamento a fare in fretta. Si tratta dell’ultimo avviso per evitare il caos. Senza una riforma della legge elettorale un governo nascerà solo con un accordo Pd-Forza Italia. Che ne pensi?
La sinistra italiana non può fare una campagna elettorale dicendo agli elettori che dopo il voto si alleerà con Berlusconi. Le campagne elettorali si fanno per vincere e il modo per vincerle è creare una coalizione da presentare agli italiani con patto di legislatura. L’appello di Mattarella va in questo senso. Bisogna inoltre mantenere una procedura. La legge elettorale si fa con tutte le forze disponibili in Parlamento. Però l’iniziativa può nascere dalle forze che sostengono il centrosinistra. Una volta che forze hanno trovato un equilibrio il tavolo si allarga a tutte le altre forze che sono in Parlamento.

Il Mattarellum è ancora una possibilità?
Per raggiungere questo obiettivo il Mattarellum è assolutamente auspicabile. Avrebbe tra l’altro il merito di restituire ai cittadini il diritto di scegliere i loro rappresentati in Parlamento.

Daniele Unfer

Il Macron francese
e il Micron italiano

Verrebbe da dire, con un po’ di strabismo, un occhio alla Francia ed uno all’Italia, che ogni pronostico ricavato dai risultati francesi del primo turno ai fini dello scenario italiano è un azzardo privo di fondamento costituzionale. La vittoria di Macron al secondo turno è resa possibile, come già accadde con Chirac contro Le Pen padre, perché il sistema semipresidenziale si fa carico di ricondurre su di una persona le scelte di fondo, mettendole intanto al riparo da possibili distorsioni. E questa volta in gioco è un rigurgito nazionalista che comporterebbe la solitudine della Francia nel far fronte a problemi globali dalla sicurezza all’immigrazione allo sviluppo che reclamano più Europa seppure da riformare in punti cruciali. Un sistema quello francese per mettere in cassaforte alcune scelte prioritarie per il Paese. Questo non vuol dire affatto che il governo futuro sia garantito mettendo a dura prova il regime di convivenza tra maggioranze diverse com’è già accaduto in passato e che non esclude scenari di ingovernabilità come quelli verificatisi in Spagna. Il riferimento ai risultati francesi senza tenere in debito conto la struttura istituzionale può risultare fuorviante tranne che su di un punto qualificante ed unificante, se confermato al secondo turno, ed è quello di una ferma e chiara adesione alla UE. L’ambiguità di Renzi su questo punto sarebbe un errore fatale non solo per la tenuta generale del fronte europeo contro i populisti ma anche per il venir meno di una bussola essenziale per fare scelte ineludibili come quella elettorale e relative alleanze. Per andare al sodo non può lasciare indifferenti il chiaro tentativo di FI di smarcarsi dalla tenaglia sovranista dell’accoppiata Salvini-Meloni ma questo comporta una scelta non ambigua, il passaggio in qualunque contesto dal premio alla lista a quello alla coalizione. Peraltro questa necessaria scelta è motivata da almeno altre due ragioni essenziali: il più abile a formare una lista con dentro tutti ed il loro contrario è stato Berlusconi e lo ha dimostrato al suo esordio col mettere insieme la Lega ed Alleanza nazionale, per coprire rispettivamente il nord ed il sud del Paese, Lega ed Alleanza Nazionale che nemmeno si parlavano. Altro motivo essenziale è che a seguito della scissione il PD, deve ancor più valorizzare la posizione centrale, di centrosinistra senza trattino, aperta alle alleanze strategiche necessarie, incentivando in primo luogo il tentativo di Pisapia che potrebbe costituire una riedizione aggiornata dell’Ulivo di tutte le forze progressiste disponibili. Fermo restando che il più rilevante terreno di cultura del grillismo è stato lo scollamento tra eletti ed elettori, il passaggio ai nominati cooptati dalle oligarchie dei partiti, è evidente che l’eliminazione dei capilista bloccati andrebbe nella giusta direzione. Su queste soluzioni ci sono ancora posizioni altalenanti dei vertici del PD anche se la giustificazione di un attendismo tattico vorrebbe stanare le altre forze per capire quali sono le più affini. Ma altrettanto certo è che, se non si mettono i paletti, chi è l’azionista di maggioranza nella situazione data si assumerebbe le responsabilità della paralisi. Ammesso e non concesso che le oligarchie dei partiti non sono disponibili a cedere il loro potere di nomina dei capilista, il loro pacchetto di mischia tra e dentro i rispettivi partiti, per uscire dal vicolo cieco dei nominati si potrebbe far ricorso alle primarie per scegliere la lista ed anche i nomi per i collegi più ridotti, tipo quelli introdotti dal Mattarellum per Camera e Senato. Con un rapporto più stretto tra eletti ed elettori e primarie per legge, anche se non obbligatorie, potrebbe esserci un effetto molto importante quello di liberare in primo luogo la base pentastellata dal burka della rete. Primarie low cost perché limitate alle spese vive, potendo contare sul volontariato, ed in contemporanea nello stesso giorno ed ore, riducendo drasticamente l’impiego delle truppe cammellate spostate da un seggio all’altro o da un contenente all’altro. D’altra parte della disciplina dei partiti non si farà niente anche in questa legislatura nonostante le vistose anomalie da mettere a nudo dei pentastellati. Questo fa capire che ognuno ha le sue e ci tiene a nasconderle. Per tutte queste ragioni, il contesto generale che nessuno osa né s’impegna a correggere, non potrà che tarpare le ali sul nascere e produrre dei contendenti decisamente Micron rispetto ad un Macron che in Francia, grazie al sistema, si può permettere senza ambiguità di scommettere sull’Europa come unico antidoto per sconfiggere quelle paure che i populisti di destra come di sinistra cercano di cavalcare con rimedi peggiori dei mali.

Roca

Co-mai: “Francia specchio della situazione europea”

macron“Ai musulmani, arabi e cittadini d’ origine straniera in Francia, in Italia e in tutta Europa lanciamo l’appello #UnionecontrolePen. Siamo con la democrazia, con la libertà e la buona convivenza in Francia. Siamo con Emmanuel Macron, con chi costruisce ponti e non muri, con chi porta speranza e non paura, con chi lavora per l’integrazione e non per la strumentalizzazione”.
Così Foad Aodi, medico fisiatra, Presidente delle Comunità del Mondo Arabo in Italia (Co-mai), della Confederazione internazionale UMEM- Unione Medica Euromediterranea, nonché Fondatore di #Cristianinmoschea, commenta la conclusione del primo turno delle presidenziali in Francia: il candidato indipendente di centro Emmanuel Macron primeggia sulla leader del Front National, Marine Le Pen. Sono elezioni, queste, aggiungiamo, segnate da un’ulteriore “Rivoluzione francese”: per la prima volta, infatti, al ballottaggio finale delle presidenziali d’ Oltralpe non parteciperà un candidato gollista, cioè del partito “founding father” della Quinta Repubblica (Francois Filon, esponente esattamente dei Repubblicani, cioè del gruppo, d’area appunto centrista-gollista, da cui proveniva Giscard d’Estaing, in questo primo turno ha raccolto solo il 19,91%); mentre la bocciatura anche del candidato socialista (che certo non partiva bene, data la scialba gestione quinquennale di Hollande, lontano anni luce da Francois Mitterrand) è indicativa del disgusto dell’opinione pubblica per i partiti tradizionali.
“Hanno vinto il coraggio, la libertà e la democrazia dei francesi”, chiarisce Aodi, sottolineando alcuni punti chiave della battaglia portata avanti da Co-mai e dalla Confederazione Internazionale e Interreligiosa #Cristianinmoschea: “Diciamo no al razzismo religioso e etnico di Le Pen; sì all’Europa, e no a cavalcare l’onda della paura e della strumentalizzazione che si abbatte sull’islam, sugli arabi e sull’immigrazione tutta. E invitiamo tutti – prosegue – musulmani, arabi, cittadini di origine straniera e italiani, a unirci ai francesi in questo momento delicato, che ci auguriamo segni una svolta democratica. Diciamo allora #uniamoci alla Francia :come abbiamo fatto, con grande successo, per #Musulmaninchiesa, il 31 luglio, e con #Cristianinmoschea, lo scorso 11 e 12 di settembre. Per essere #Uniticontroilpopulismo e #Uniticontroilterrorismo, in Europa e nel mondo. Proseguiamo così nel nostro lavoro, che punta a una legge europea per l’integrazione, sostenuti da tutti gli amici europei di ogni origine, cultura e religione, che facciano dell’unione una forza attiva per contrastare chi, dividendoci, alimenta la paura e favorisce la crescita del terrorismo”.

Aodi ricorda, inoltre, che, nell’agosto 2016 a Nizza, quando sono stati lanciati #Cristianinmoschea e UMEM, ha incontrato numerosi esponenti di Comunità e Associazioni arabe e musulmane, che già avevano esternato la loro preoccupazione per la crescita di “un populismo razzista nei confronti dell’islam e del mondo arabo, che rischia di fare confondere senza alcuna ragione gli arabi e i musulmani con i terroristi. Non ci stanchiamo di ripetere che l’unica soluzione contro il terrorismo è l’unione e un confronto costruttivo, basato sull’analisi comune dei motivi del fallimento del multiculturalismo “fai da te”, in Francia e in Europa”.

Proseguendo l’ “Offensiva del dialogo” avviata nell’ estate 2016, dinanzi all’incredibile sequenza d’attentati ad opera dell’integralismo islamico, la C.I.L.I- Italia, Confederazione Internazionale Laica Interreligiosa, nata appunto dallo sviluppo di #Cristianinmoschea e presieduta da Aodi, ha inviato a Papa Francesco quella che, in sostanza, è una “lettera aperta”. Che riafferma la volontà di C.I.L.I- Italia, Co-mai e Movimento internazionale “Uniti per Unire” di proseguire non solo quest’ impegno per il dialogo interreligioso e interculturale, ma di farlo in stretta sintonia con la politica di pace di questo Pontefice. Le tre organizzazioni, unite anche nella persona del comune presidente, Aodi, hanno inoltre invitato ufficialmente Papa Francesco a incontrare – in occasione della sua visita pastorale a Cesena, prevista per il prossimo 1 ottobre – una loro delegazione, guidata dall’ Imam della moschea di Cesena, Soufi Mustapha, presidente del Congresso europeo degli Imam e dei Predicatori in Italia, membro del Segretariato generale di #Cristianinmoschea e coordinatore della stessa organizzazione per l’Emilia Romagna. Invito che dovrebbe culminare nella visita del Papa alla moschea di Cesena: per costruire insieme – sottolineano i firmatari della lettera – la “piramide del dialogo”, basata sui mattoni della comprensione tra fedi e culture diverse, contro qualsiasi forma di terrorismo integralista. La presenza del Papa in Emilia Romagna, osserviamo, avrà un particolare significato storico considerando la consistente presenza, in questa regione, di comunità musulmane, sin dai tempi di Federico II di Svevia (che, dati i suoi costruttivi rapporti col mondo arabo, potè inviare in queste terre un discreto numero di tecnici musulmani, esperti nella bonifica di aree paludose; d’origini arabe è stato, ad esempio, Otello Sarzi, mitico esponente della Resistenza emiliana, compagno dei fratelli Cervi).
“Purtroppo, ancora un’altra volta è a rischio la libertà personale e la buona convivenza tra musulmani e occidentali”, commenta ancora Aodi riferendosi alla Francia, dall’attentato di pochi giorni fa a Parigi all’ esito di questo primo turno delle presidenziali;; per questo motivo riteniamo tanto importante una risposta di Papa di Francesco, per stare accanto a tutti i musulmani che non c’entrano niente con il terrorismo cieco. Altrettanto importante è la visita di Sua Santità del 26 aprile in Egitto: lo accogliamo con le braccia aperte per essere uniti contro il terrorismo, contro la guerra alle religioni e la loro strumentalizzazione”.

Fabrizio Federici

Francia: Macron e Le Pen in calo. Timore astensione

Marine-Le-Pen-MacronEmmanuel Macron e Marine Le Pen, i due favoriti nel primo turno delle elezioni presidenziali in Francia, sembrano perdere terreno a vantaggio di Francois Fillon e Jean-Luc Melenchon, secondo un sondaggio pubblicato da Le Monde in vista del voto di domenica. Macron, candidato centrista e pro-europeo di En Marche, è in testa nelle intenzioni di voto con il 23%, due punti in meno rispetto alla precedente inchiesta realizzata due settimane fa. Le Pen, candidata e leader del partito di estrema destra Front National, arretra del 2,5% fermandosi al 22,5% delle intenzioni di voto. Fillon, il candidato del partito di centrodestra dei Republicains coinvolto nello scandalo “Penelopegate” (l’assunzione della moglie e delle figlie come assistenti parlamentari), recupera due punti e si attesta al 19,5%.

Il sondaggio di Le Monde conferma la progressione del candidato di estrema sinistra Melenchon che guadagna 4 punti in due settimane e si piazza al 19% appena dietro a Fillon. L’inchiesta è stata realizzata dall’istituto Ipsos-Sopra Steria il 16 e 17 aprile su un campione importante di 11.601 persone iscritte sulle liste elettorali. Oltre a mostrare un livello di incertezza mai registrato prima d’ora in un’elezione presidenziale a causa dello scarto minimo tra i quattro principali candidati, il sondaggio rivela che un quarto degli elettori esitano ancora e faranno la loro scelta solo negli ultimi giorni prima del voto.

Melenchon e Fillon, visto il margine di errore del 1% del sondaggio di Le Monde, sono sufficientemente vicini a Macron e Le Pen per sperare in un sorpasso domenica per arrivare al ballottaggio del 7 maggio. Secondo il quotidiano francese, la progressione “più spettacolare” è quella di Melenchon che in un mese ha recuperato 7,5 punti. Fillon, invece, beneficia di un zoccolo duro particolarmente solido, con l’81% dei suoi elettori sicuri della loro scelta. Il candidato di centrodestra sta anche recuperando gli elettori che nel 2012 avevano votato per Nicolas Sarkozy. Quanto agli altri candidati, il sondaggio conferma il crollo del socialista Benoit Hamon che, con appena l’8% delle intenzioni di voto non ha speranze di accedere al secondo turno. Un altro candidato sovranista, Nicolas Dupont-Aignan, otterrebbe il 4%, mentre Philippe Poutou del Nuovo Partito anti-capitalista si fermerebbe al 1,5%. Quanto al ballottaggio, il sondaggio di Le Monde indica che Le Pen uscirebbe sconfitta in caso di scontro diretto con uno degli altri tre favoriti: la candidata di estrema destra sarebbe superata da Macron (61% a 39%), da Melenchon (57% a 43%) e da Fillon (55% a 45%).

In questo quadro sarebbe anche molto forte il rischio di astensione. Infatti secondo fonti francesi vicine al ministero dell’Interno, nel governo si teme una maxi-astensione al primo turno delle presidenziali di domenica prossima. “Con un’astensione addirittura vicina al 50% – dicono le fonti – si rischia che al secondo turno vada chiunque dei quattro di testa. E non si può escludere un ballottaggio Le Pen-Melenchon”, i due candidati con la più alta percentuale di votanti “certi” della propria scelta.