IL REPLICANTE

conte primo piano

Tanto fumo per nulla. La bozza Ue sull’immigrazione sarà accantonata. Il presidente del consiglio Conte spiega la sua versione: “Ho appena ricevuto una telefonata dalla Cancelliera Angela Merkel, preoccupata della possibilità che io potessi non partecipare al pre vertice di domenica a Bruxelles sul tema immigrazione. Le ho confermato che per me sarebbe stato inaccettabile partecipare a questo vertice con un testo già preconfezionato. La Cancelliera ha chiarito che c’è stato un “misunderstanding”: la bozza di testo diffusa ieri verrà accantonata”, ha scritto ancora Conte nel post che conclude così: “Ci vediamo domenica a Bruxelles!”.

Un messaggio di invito a una politica di interesse comune è arrivato da una portavoce della Commissione europea a margine della conferenza stampa del commissario alla Migrazione Dimitris Avramopoulos. “Condividiamo la preoccupazione dell’Italia” sulla proposta che riguarda i movimenti secondari dei migranti”. “La bozza della dichiarazione di domenica sarà riequilibrata prima del vertice, si tratta solo di una bozza per la discussione”. L’impostazione tra Italia e altri è differente. Da noi si alza la voce per ottenere il contentino da poter spendere internamente per una manciata di voti e di consenso in più. Come se fossimo con il piattino in mano a chiedere maggior considerazione. Ma i risultati concreti non si ottengono con le dichiarazioni stampa ma ai tavoli che contano. Lì non li può gridare. Lì conta il peso e la credibilità politica ed anche economica di un paese.

Il premier Giuseppe Conte in un post su facebook, soffermandosi sul vertice di domenica a Bruxelles, ha affermato che in quella sede “al centro della discussione sull’immigrazione ci sarà la proposta italiana e se ne discuterà insieme alle proposte di altri Paesi. L’incontro non si concluderà con un testo scritto, ma solo con un summary sulle questioni affrontate e sulle quali continueremo a discutere al consiglio europeo della prossima settimana”. Una dichiarazione che chiude un giro costruito ad arte dalla propaganda di Salvini che con indosso la maschera da uomo forte giorno minaccia tutti ventilando la possibilità dell’assenza italiana al vertice. Insomma le parole di Conte non sono altro che la replica di quelle di Salvini, che al momento sembra essere l’unico a dettare la linea al governo mettendo sempre più in ombra sia il premier che il vicepremier Di Maio.

Intanto c’è accordo fra i paesi Visegrad e Vienna sulla gestione frontiere. Il premier ungherese, Viktor Orban, a Budapest, a margine dell’incontro dei paesi dell’Est Europa con l’Austria ha auspicato che “dopo il semestre di presidenza austriaca, l’Europa sia più forte, una comunità più equa di quello che è oggi. E che la Ue sia più sicura, queste sono le speranze che abbiamo in comune”, ha affermato Orban. “Ci sono anche temi in cui non vediamo consenso” con Vienna, “come ad esempio le quote. Ma adesso non vogliamo forzare su questo argomento, vogliamo sottolineare invece i punti di assenso”, ha detto ancora il premier ungherese Viktor Orban a Budapest a margine dell’incontro dei Visegrad cui oggi ha partecipato anche il cancelliere austriaco Sebastian Kurz.

Sullo sfondo si profilano altri scontri. Altri 350 migranti soccorsi all’alba di oggi sono diretti verso le coste europee a bordo della nave della Ong tedesca battente bandiera olandese, Lifeline. “Non saranno accolti in Italia” ha tuonato Salvini, sempre duro con i deboli. “Avete fatto un braccio di forza contravvenendo alle indicazioni della Guardia costiera e italiana e libica. Bene questo carico ve lo portate in Olanda”. Così – in diretta Facebook dal suo ufficio al Viminale il ministro dell’Interno. E ancora: “Le navi Ong di questi pseudovolontari – ha ribadito Salvini – nei porti italiani non metteranno più piede ma anche le nostre navi militari e della Guardia costiera, che meritoriamente continuano a salvare vite umane, staranno più vicine alle coste italiane. Non possono fare più da sole. Ci sono altri che devono intervenire, la Tunisia, Malta, Francia, Spagna”.

Mario Muser

Macron sfida Salvini a chi vince le europee

emmanuel_macronUn occhio agli immigrati e uno ai ballottaggi per le comunali del 24 giugno. Anzi, due occhi ben aperti verso le elezioni europee della primavera 2019. Matteo Salvini si scatena. Sui migranti è entrato in rotta di collisione con Tunisia, Malta, Spagna e Francia. Lo scontro è stato rovente soprattutto con Parigi, tradizionale alleata dell’Italia: «La Francia ci dice che siamo cinici ma dal 1 gennaio al 31 maggio ha respinto alle frontiere 10.249 persone, comprese donne e bambini disabili». Il ministro dell’Interno, parlando al Senato mercoledì 13 giugno, ha assunto anche i panni di ministro degli Esteri e, un po’, anche quelli di presidente del Consiglio: «Spero che arriveranno le scuse della Francia. Non abbiamo niente da imparare da nessuno in termini di solidarietà».
A far partire il corpo a corpo è stato Emmanuel Macron. Al leader della destra sovranista e nazionalista italiana non è andata giù l’accusa di «cinismo e irresponsabilità» lanciata dal presidente della Repubblica francese contro la sua decisione di rifiutare l’approdo alla motonave Aquarius (decisione “vomitevole” per il partito di Macron), con 629 migranti a bordo provenienti dalla Libia (alla fine il porto spagnolo di Valencia ha accolto l’imbarcazione evitando pericolose conseguenze umane e diplomatiche). Sotto accusa è la decisione del ministro dell’Interno italiano di respingere le navi delle organizzazioni umanitarie internazionali mentre quelle militari continuano a salvare profughi e immigrati economici.
Dal capo dello Stato francese, però, non sono arrivate le scuse e il presidente del Consiglio Giuseppe Conte, dopo molte incertezze, ha considerato “il caso chiuso” così venerdì 15 giugno ha incontrato a Parigi Macron come da calendario.
Tutti i contrasti sembravano rientrati. Tra Macron e Conte è scattata la convergenza. Il presidente francese ha solidarizzato con l’Italia sia sulle modifiche per l’euro sia sull’impegno comune sui migranti: «Desidero che Italia e Francia lavorino mano nella mano insieme con la Spagna, la Germania e gli altri partner. La risposta giusta è europea ma quella attuale è inadeguata». Conte ha apprezzato e ha messo sul tavolo la proposta di creare dei “centri di protezione europei” nei paesi africani (non solo in Libia ma anche in quelli sahariani come il Niger) per chiudere “la rotta del Mediterraneo” e salvare la vita ai migranti.
Poi, a sorpresa, è ripartito il furibondo scontro. Macron al presidente del Consiglio italiano ha riservato strette di mano e sorrisi all’Eliseo, mentre al suo vice presidente del Consiglio e ministro dell’Interno ha destinato un nuovo attacco da bomba atomica: l’”asse” ipotizzato tra i ministri dell’Interno di Roma, Vienna e Berlino sui migranti «riporta a un triste passato». Il riferimento è stato allo sciagurato “asse Roma-Berlino” realizzato da Benito Mussolini e Adolf Hitler. La replica di Salvini ha rilanciato lo scontro: «Non prendo lezioni dalla Francia» e «abbiamo finito di fare gli zerbini».
La sfida di Macron a Salvini ha un motivo preciso: anche lui pensa alle elezioni europee dell’anno prossimo. In casa, in Francia, ha una temibile antagonista da battere: Marine Le Pen, euroscettica, sovranista e nazionalista come il vice presidente del Consiglio italiano, ministro dell’Interno e segretario della Lega.
Macron lo scorso anno riuscì a sconfiggere la presidente del Front National, amica e alleata di Salvini, nel ballottaggio per le elezioni presidenziali così salvò l’euro e la stessa vita della Unione europea. Adesso vuole replicare quel successo nel voto per il Parlamento europeo ergendosi a campione dell’europeismo contro Salvini, divenuto alfiere del sovranismo. Non sarà facile. I consensi popolari verso il presidente della Repubblica sono in calo per il duro piano di riforme diretto a modernizzare e a rendere più competitiva la Francia.
Non solo. Macron è contestato anche all’interno di En Marche! (In Marcia!), il partito di centro-sinistra da lui fondato dopo aver lasciato il Partito socialista francese. La deputata Sonia Krimi ha accusato il presidente della Repubblica di rimanere in silenzio sui migranti e di praticare «la politica dello struzzo».
Il 28 e 29 giugno si riunirà il Consiglio europeo per cruciali decisioni sull’ immigrazione e sull’euro. La cancelliera tedesca Angela Merkel ha recitato il ‘mea cupa’: gli italiani sono stati lasciati “soli” sui migranti. Il capo dello Stato francese cerca alleati in Europa. Punta all’intesa anche con il presidente del Consiglio italiano, il cinquestelle Conte, mentre il suo vice presidente del Consiglio leghista sarà certamente un avversario. Giuseppe Conte e Matteo Salvini, così vicini sui banchi del governo alla Camera, sono sempre più lontani su come cambiare l’Unione europea.

Rodolfo Ruocco
SfogliaRoma

AMICI COME PRIMA

macron-conte

Dopo che la tensione tra Francia e Italia era salita alle stelle, oggi si apre una tregua tra i due paesi con le cancellerie impegnate a far tornare i rapporti a un livello di normalità. Nella notte tra il presidente Conte e il presidente francese Emmanuel Macron vi è stata una lunga e cordiale telefonata. Confermata la visita di Conte che sarà domani a Parigi. Il presidente francese – si legge in una nota diffusa dall’Eliseo – nel corso del colloquio telefonico ha “sottolineato di non aver mai fatto alcuna dichiarazione con l’obiettivo di offendere l’Italia e il popolo italiano”. “Il Presidente francese – si legge in una nota – e il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte hanno confermato l’impegno della Francia e dell’Italia a prestare i soccorsi nel quadro delle regole di protezione umanitaria delle persone in pericolo”.

Il presidente francese nel colloquio ha detto di “aver sempre difeso la necessità di una maggiore solidarietà europea con il popolo italiano”: lo si legge in una nota dell’Eliseo. “L’Italia e la Francia – prosegue la nota – devono approfondire la loro cooperazione bilaterale ed europea per condurre una politica migratoria efficace con i Paesi d’origine e di transito, attraverso una migliore gestione europea delle frontiere e attraverso un meccanismo europeo di solidarietà e di assistenza dei rifugiati”.

Con Macron, ha detto Conte, “siamo tutti e due consapevoli che Italia e Francia lavorino fianco a fianco, anche con gli altri partner Ue”. Conte è tornato sulla chiamata con il presidente francese: “c’è stato un chiarimento in cui ha precisato che le espressioni ingiuriose rivolte all’Italia e al popolo italiano” non erano state da lui pronunciate. Conte ha ribadito che i toni con Macron erano “molto cordiali”.

Il premier italiano ha anche ricordato che nell’incontro con Macron si parlerà anche della modifica “del Regolamento di Dublino, come pure dell’unione bancaria e monetaria”. “Quel che pensiamo – ha detto la ministra per gli Affari europei Nathalie Loiseau – è che l’Europa non sia stata abbastanza vicina all’Italia nella crisi migratoria. Il peso dell’accoglienza e dell’esame delle domande di asilo ha poggiato troppo sull’Italia, ci sarebbe voluta una presenza europea molto più forte. Bisogna mettere a punto un meccanismo europeo per aiutare l’Italia, un’idea che la Francia ha sempre difeso, e per fare questo dobbiamo lavorare insieme”.

Ma Di Maio continua a puntare i piedi e a fare i capricci: “Finché non arriveranno le scuse” dal Presidente francese Macron, “noi non indietreggiamo” aveva detto questa mattina il ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico, Luigi Di Maio, a Rtl, spiegando che “questo deve essere chiaro per questa vicenda e per il futuro” circa i prossimi tavoli che ci saranno in Europa. “È finita l’epoca in cui si pensava che l’Italia la puoi sempre abbindolare”, ha sottolineato. “Scuse o non scuse – ha detto il Ministro degli Interni Salvini – bado alla sostanza non alla forma. Bene il chiarimento con la Francia”. Mentre da Moavero, ministro degli etseri, i toni sono più pacati: “Tocca alla Francia vedere di riportare a toni più urbani le sue dichiarazioni sulla questione migranti”. “Per quanto riguarda invece le questioni di fondo – ha aggiunto Moavero – dobbiamo discuterne nelle sedi europee”.

Francia. Telefoni cellulari vietati per legge alle scuole elementari e medie

cellulare a scuola

Telefoni cellulari vietati per legge in Francia alle scuole elementari e medie. La norma sarà operativa dall’inizio del prossimo anno scolastico dopo l’approvazione, all’Assemblea nazionale, di una proposta presentata dalla maggioranza di governo, La Republique en marche. L’esecutivo commenta: “E’ un segnale lanciato alla società”.

A favore del testo, oltre a Lrem, hanno votato i centristi del Movimento democratico e l’Unione dei democratici e degli indipendenti, mentre tutti gli altri gruppi parlamentari hanno denunciato l’iniziativa definendola una proposta “inutile”, un “imbroglio”, un'”operazione pubblicitaria”.

La nuova legge prevede il divieto di telefoni cellulari “tranne che per usi pedagogici” e tranne nei luoghi in cui “il regolamento interno lo autorizzi espressamente”. Bfmtv fa sapere che il cosiddetto “codice dell’istruzione”, che raccoglie tutte le leggi francesi del settore, dalla legge del 12 luglio del 2010 vieta già l’uso dei cellulari “durante ogni attività di insegnamento e nei luoghi previsti dal regolamento interno”; ma, rispondendo alle critiche dell’opposizione, il ministro dell’Istruzione Jean-Michel Blanquer ha difeso la necessità di “una base giuridica molto più solida”.

La questione Il tema degli smartphone in classe molto discusso anche negli altri Paesi, le opinioni sono divergenti. C’è chi sostiene che questi dispositivi, se usati sotto la supervisione degli insegnanti, possano aiutare i ragazzi nell’apprendimento. Dall’altro lato invece c’è chi li considera una vera e propria distrazione, quindi dovrebbero essere banditi dagli istituti scolastici. Qualcuno ha evocato un problema di “salute pubblica”: i bambini devono “staccare” dagli schermi almeno per qualche ora.

Nel nostro Paese sembra aver intrapreso una strada contraria alle intenzioni di Emmanuel Macron. Fino a poco tempo fa infatti una circolare del 2007 dell’allora ministro dell’istruzione Giuseppe Fioroni, vietava l’utilizzo dei telefonini in classe. “Dovere specifico di ciascuno studente non utilizzare il telefono cellulare in classe e altri dispositivi elettronici, durante lo svolgimento delle attività didattiche” dichiarò il ministro all’uscita della circolare. In caso di violazione erano state previste delle “sanzioni disciplinari appositamente individuate per ciascun istituto scolastico”.

Regole ferree spazzate dal governo Gentiloni: l’ex ministra dell’istruzione Valeria Fedeli ha rimosso – non senza polemiche – il divieto e sdoganato l’uso del cellulare in classe. L’uso “responsabile dei dispositivi digitali (oltre ai cellulari sono compresi anche i tablet) è autorizzato solo a scopo didattivo, non per chiamate o messaggi”. Come ha ribadito più volte la ministra Fedeli “resta proibito l’uso personale dei dispositivi in classe se non condiviso con i docenti a fini didattici”.

La ricerca di un nuovo equilibrio tra le grandi potenze del mondo

May-16-2012-State-of-libertyIl numero 4/2018 di “Limes” è dedicato ad un’analisi dello stato attuale del mondo, caratterizzato dalle tensioni globali causate dalla ricerca di una nuova configurazione dell’equilibrio dei rapporti di forza tra gli Stati. I termini della questione sono riassunti nell’Editoriale del periodico, secondo il quale la situazione attuale è rappresentata dalla posizione dominante degli Stati Uniti; sebbene tale posizione risulti ridimensionata rispetto al passato, è possibile che, considerate le condizioni interne e internazionali riguardanti i loro competitori, gli USA riescano a conservarla anche per il futuro, che è plausibile prevedere possa risultare piuttosto lungo. L’ipotesi dell’Editoriale è corroborata da una serie di articoli di autori, specialisti nel trattare le relazioni internazionali; in essi sono evidenziate le problematiche riguardanti le altre potenze che aspirano, se non proprio a sostituire, ad indebolire ulteriormente, la superpotenza americana.
La posizione attuale degli Stati Uniti – afferma l’Editoriale – “è presupposto geopolitico per eccellenza”. Tutti gli altri Stati, alleati o meno, “ne accettano l’esistenza come evidente, incontestabile. Tutti, o quasi, ne celebrano ovvero ne dannano l’iperpotenza materiale e immateriale”; alcuni Paesi alleati, addirittura, li detestano, mentre altri Paesi avversari “anelano ad essere ammessi a corte”. Ciò che stupisce è il fatto, che, malgrado l’universale riconoscimento della primazia globale della quale godono gli Stati Uniti, fra coloro che si oppongono al loro imperialismo vi siano “diversi fieri cittadini” americani, convinti che la conservazione dell’”impero non sia un affare. Stanchi di sopportarne i costi veri o presunti. Insensibili alla gloria”. Se la posizione dominante degli USA è presupposto geopolitico, come possono essere spiegate, malgrado la presidenza di Donald Trump, le ragioni della sua conservazione, “pur se oggi [quel presupposto è] meno splendente e più contestato?”
Dopo il crollo dell’ex URSS, gli USA si sono imposti nell’immaginario collettivo mondiale come unica superpotenza, perseguendo, attraverso la globalizzazione, l’unificazione del pianeta, con la proposta, da parte di due scienziati americani, di “abolire i fusi orari virando verso un tempo universale atto a istituire un calendario permanente. Valido per tutti per sempre”.
Rifacendosi al Tucidide della “Guerra del Peloponneso”, l’Editoriale di “Limes” ricorda che per qualsiasi potenza, che persegua la conservazione di una posizione dominante nel mondo, non possa “esistere logica diversa da quella dell’utile”; ciò perché nessun legame di solidarietà e di vicinanza può conservarsi nel tempo se “non vi corrispondono sicurezza e fiducia”; concetto, questo, che sarà formalizzato sul piano politico dal marxista Antonio Gramsci, con la formulazione del concetto di “egemonia”, adottato per esprimere una posizione dominante di un gruppo sociale o di uno Stato, destinata a divenire impensabile “senza il consenso” e impraticabile “senza la forza”, non solo militare, ma anche e soprattutto culturale. Ma ogni potenza globale ed egemone, pur sorretta dal consenso, osserva l’Editoriale, è costretta ad agire all’interno di un contesto di relazioni interstatali che ne condizionano la strategia.
Sulla base di questo assunto, l’Editoriale di “Limes” ipotizza, all’interno del precario equilibrio globale ora esistente, la presenza di alcuni Stati o realtà politiche che, con la loro azione, potrebbero prefigurare possibili conflitti, tali da implicare “un grado minimo o massimo di impegno americano”. I soggetti, nel ruolo dei quattro “cavalieri dell’Apocalisse” assegnato dall’Editoriale, sono principalmente la Cina, la Russia, la Corea del Nord, cui può essere aggiunta l’Unione Europea; viene pertanto da chiedersi se tali realtà politiche possano e vogliano davvero subentrare agli Stati Uniti nel rango di primo attore e, se lo potessero e volessero, di quali argomenti e strumenti dispongano per coronare col successo la loro aspirazione.
A parere dell’Editoriale, se gli americani eviteranno “di farsi del male da soli, e malgrado la torrenziale letteratura apocalittica di propria produzione, in questo mondo di Stati, gli Stati Uniti possono aspirare a restare il Numero Uno. A lungo”. Questa conclusione è supportata da varie considerazioni e riflessioni, tutte attinenti alla “debolezza” degli Stati o delle realtà politiche che possono svolgere il ruolo di competitori e che, con la loro azione, possono destabilizzare la posizione egemone degli USA, per sostituirsi ad essi, o quantomeno per ridurne il “peso” globale.
Le difficoltà che si parano davanti all’azione dei competitori dell’America derivano innanzitutto dal fatto che, come osserva Dario Fabbri (“L’America conservatrice”), nel mondo instabile di oggi gli americani sono diventati conservatori. A differenza di quanto erano propensi ad intraprendere nel passato, essi “non pensano più di stravolgere la congiuntura internazionale. Confermano lo status quo, ne accettano il dipanarsi. Non solo perché maneggiano i gangli del primato – dal controllo delle vie marittime alla funzione di compratore di ultima istanza, dall’emissione del dollaro all’avanguardia tecnologica”; ma anche perché le sofferenze patite a causa del loro avventurismo, vissuto nella prospettiva di poter “rimodellare il creato, intendono scongiurare il ripetersi della storia”. Soffrendo per l’impulsiva voglia di isolarsi e di ritirarsi dalla gestione degli affari internazionali, anche per gli sforzi che sono chiamati a compiere per via del loro status egemonico nel mondo, gli Usa hanno scelto “la manutenzione ordinaria del sistema che presiedono”.
Pur scegliendo l’opzione meno impegnativa per la conservazione della loro posizione egemone, gli Stati Uniti hanno conservato intatte le finalità della loro politica estera, salvo l’apporto di alcuni adattamenti al mutamento delle condizioni attinenti il resto del mondo; gli USA, infatti, continuano a curare gli aspetti della loro politica estera, avendo di mira l’obbiettivo prioritario del contenimento marittimo della Cina e di quello terrestre della Russia; quindi, senza temere una possibile convergenza tra i propri competitori, hanno maturato una crescente opposizione nei confronti dell’aumento delle pretese tedesche, nella consapevolezza – secondo Fabbri – “che è impossibile rinnegare la propria dimensione imperiale”. Ciò, nel timore che le dinamiche interne alla società americana possano vanificare quanto sinora realizzato.
L’attuale strategia internazionale degli Stati Uniti è stata elaborata al termine della Guerra fredda, allorché, dopo il crollo dell’URSS, gli USA hanno vissuto l’illusione d’essere divenuti una superpotenza solitaria; da allora, via via che l’illusione si è dissolta, essi hanno adattato la loro politica internazionale al mutare delle condizioni globali, cumulando “un massiccio deficit commerciale per creare dipendenza tra sé e i [loro] satelliti e mantenere globale la [propria] moneta”, riuscendo così a contenere le sfide dei concorrenti più insidiosi, fornendo aiuti militari ai loro alleati, senza però agire per distruggere l’equilibrio esistente, al fine di favorire l’avvento di una nuova configurazione dello stato del mondo. Così facendo, gli USA hanno teso a lasciare agli altri l’onere di alterare lo status quo, a condizione che i mutamenti risultassero aderenti ai loro interessi.
Una prova di tale atteggiamento sul piano della politica estera degli Stati Uniti può essere rinvenuto, ad esempio, nel proposito di coinvolgere i propri alleati nelle “campagne” di contenimento dei propri concorrenti, come è avvenuto nel caso della Russia, contro la quale l’opposizione è stata appaltata – afferma Fabbri – “ai Paesi dell’Europa centro-orientale”, attraverso il collocamento al loro interno di sistemi d’armi puntati contro Mosca e l’assegnazione di un ruolo cruciale ai paesi baltici.
Anche sul fronte estremo-orientale, l’impegno degli USA è volto a coinvolgere gli alleati nel contenere le ambizioni della Cina, determinata a divenire il principale concorrente commerciale di Washington attraverso la realizzazione del progetto infrastrutturale delle vie della seta. Eppure, anche da questo fronte, secondo Giorgio Cuscito (“I nemici delle nuove vie della seta”), gli Stati Uniti hanno poco da temere, sia per i timori che la realizzazione di tale progetto sta suscitando in diverse aree politiche del mondo, sia per ragioni politiche interne della Cina.
Sul Piano internazionale, diversi sono i fattori che rendono le rotte delle vie della seta fonte di preoccupazioni, non solo per gli Stati Uniti, ma anche per altre realtà politiche; in Asia, ad esempio, India e Giappone, congiuntamente ad altri Paesi minori del Sud-Est asiatico, “stanno prendendo contromisure per ostacolare l’iniziativa, percepita come uno strumento per espandere la sfera d’influenza cinese a livello globale”; anche perché alcuni progetti promossi da Pechino non hanno una valenza esclusivamente economica.
Ultimamente, ai dubbi e ai timori dei Paesi asiatici si sono aggiunti anche quelli dell’Unione Europea; negli ultimi tempi, le istituzioni europee, sollecitate da Germania, Francia e Italia, hanno evidenziato una maggiore attenzione rivolta alle attività cinesi in Europa e nel Mediterraneo. Ciò ha spinto le istituzioni comunitarie “a prendere provvedimenti per monitorare più accuratamente le attività della Repubblica Popolare nel Vecchio Continente”, sino a decidere di dotarsi di un quadro normativo atto “a prevenire le acquisizioni d’interesse strategico da parte di aziende statali ubicate fuori dall’UE”.
Sotto l’aspetto politici interno, invece, la Cina avrà a che fare con i numerosi problemi che da sempre la assillano, quali sono i profondi squilibri economici esistenti sul piano territoriale e su quello personale, le aspirazioni ad una maggiore autonomia delle minoranze etniche e culturali e l’unificazione alla Repubblica Popolare di Taiwan; aspirazione, quest’ultima, destinata a sollevare le incertezze sul come conciliare le diversità del credo politico e delle istituzioni, oggi esistenti all’interno delle due realtà statuali asiatiche.
Oltre che dal fronte del Sud-Est asiatico, gli Stati Uniti hanno poco di che temere da quello Europeo, in particolare dall’Unione Europea, soprattutto per le divisioni esistenti tra gli Stati che la compongono, causate oltre che dalle differenze economiche esistenti, anche dal “peso” che la Germania sta assumendo all’interno della comunità. In “I tabù di Berlino fanno male all’Europa”, Heribert Dieter afferma che in Europa, secondo un’inchiesta condotta nel 2017 dal Pew Research Center, “la Germania è vista bene: il 71% dei cittadini europei ne ha una percezione positiva”; ma le cose cambiano “quando le stesse persone vengono intervistate a proposito di una leadership tedesca in Europa. Poco meno della metà (49%) è dell’opinione che la Germania sia già adesso sin troppo forte, solo un’esigua minoranza (5%) dichiara che Berlino ha un’influenza troppo debole”.
L’inchiesta ha messo in evidenza una frattura tra i Paesi del Nord e quelli del Sud dell’Unione europea, palesando che “né gli altri europei, né la maggioranza dei tedeschi desiderano una più marcata leadership tedesca all’interno della UE”. Ciò è sufficiente a garantire agli USA che l’Europa, almeno per il momento, non può rappresentare alcuna seria contestazione alla loro posizione egemone globale e che l’ambizione dell’establishment tedesco ad elevare il livello di contrapposizione con l’iperpotenza d’oltre Atlantico è più che annullata dalle contrapposizioni a Berlino da parte degli altri partner europei.
Resta il problema dell’opposizione russa all’egemonia americana; dopo l’esperienza negativa dell’ex URSS nel condurre una concorrenza attiva nei confronti degli USA, gli obiettivi della nuova Russia di Putin, secondo Vitalij Tret’jakov, preside delle scuola superiore per la televisione dell’Università statale di Mosca (“La dottrina Putin”), gli obiettivi di Mosca consisteranno nel preservare e rafforzare la Russia come grande potenza e come civiltà a sé stante e autosufficiente, salvaguardando la pace, soprattutto nelle regioni immediatamente vicine ai confini russi, e difendendo la civiltà russa in senso politico ed etnico.
Nei confronti degli USA, tali obiettivi saranno perseguiti, a parere di Tret’jakov, nel rispetto di tre linee di condotta: in primo luogo, la promozione dell’emancipazione, in modo graduale e, se possibile, non conflittuale dal predominio americano in campo economico e finanziario; in secondo luogo, il mantenimento di un equilibrio strategico-militare con gli USA; infine, l’opposizione a Washington laddove vada a toccare esplicitamente gli interessi della Russia. Nell’attenersi a questi tre criteri strategici, Mosca non “avrebbe interesse a minare intenzionalmente le posizioni degli Stati Uniti nel mondo attuale”, in quanto basterà aspettare che queste posizioni si indeboliscano naturalmente: Putin non avrebbe che da attendere, in quanto “sa e capisce che prima o poi l’Occidente” commetterà degli errori. A quel punto, “non gli resterà che decidere, dopo aver valutato i pro e i contro”, se sfruttare gli errori oppure no.
Malgrado il semi-isolazionaismo della nuova Russia, l’azione politica internazionale indicata da Tret’jakov, non può certo dirsi positiva per il mondo; ciò in quanto non è auspicabile che una superpotenza di rilevanza globale, come la Russia, possa perseguire una politica egoistica; una politica cioè che, se può non impensierire l’egemonia statunitense, è però gravida di pericoli per il resto del mondo, a causa dell’esclusivismo (non solo sul piano degli interessi materiali, ma anche su quello etnico e culturale) col quale la Russia, anziché impegnarsi nel tentativo di governare la dinamica dello stato del mondi, si limiterebbe a difendere i suoi interessi “particolari”, sfruttando i possibili errori degli altri.

Gianfranco Sabattini

La “grandeur” fa della Francia la potenza “più immateriale del pianeta”

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“Per esistere la Francia deve apparire più di quel che è”; cosi inizia l’Editoriale di “Limes”, n. 3/2918. Non si può certo dire che l’incipit non colga nel segno. Il Paese a noi vicino è vittima delle sindrome della “Grandeur”; questa – afferma Pascal Gauchon, direttore delle rivista “Conflits”, in “Non c’è Francia senza grandeur” (“Limes” n. 3/2018) – “non è ovviamente solo questione di taglia”, dato che la Repubblica transalpina ha una “storia che nutre abbondantemente i fantasmi dei francesi, i quali hanno controllato il continente europeo in tre momenti decisivi”

La supremazia della Francia in Europa è iniziata all’”apice del medioevo”, con l’estensione dei suoi domini e la partecipazione delle sue signorie alle crociate, mentre dinastie di origine francese regnavano in molte parti del Vecchio Continente. Tutto ciò ha favorito la diffusione della lingua francese, mentre “lo stile gotico, partendo dall’Île-de-France, si [è diffuso] in tutta l’Europa centrale e settentrionale”. La supremazia francese si è consolidata nel XVII secolo, tanto da provocare contro di essa una coalizione per contenerne le ambizioni. Infine, a sancirne la definitiva affermazione sarà una terza tappa, culminata con la Grande Rivoluzione, che consentirà alla Repubblica di proclamarsi “Grande Nation”, con la pretesa di “trasmettere all’Europa – afferma Gauchon – le proprie grandi idee, di sfruttare l’occasione per estendere il proprio dominio”. Disegno, quest’ultimo, che è sembrato destinato ad avere successo, allorché Napoleone, approfittando anche del fatto che la Francia, ai suoi tempi era il Paese europeo dotato della demografia più cospicua dopo la Russia, “ha portato la potenza nazionale allo Zenit”.

La storia ha pertanto consentito di forgiare “un’idea persistente della grandeur francese” che, per le classi dirigenti transalpine succedutesi nel tempo poteva essere validamente utilizzata per accrescere il prestigio del loro Paese, rinvenendo nella “francofonia” il motore utile a supportarne la diffusione nel mondo.

La ragione che spinge oggi la Francia a persistere nel pensarsi potenza mondiale è quella d’essere depositaria di una grande forza militare; l’indice di potenza stimato dalla rivista “Conflits” colloca la Francia, al quarto posto in un’ipotetica classifica mondiale, prima di Germania e Giappone, ma dopo Stati Uniti, Cina e Russia; con l’apparato militare di cui dispone, la Francia si illude di poter giocare “su tutti gli scacchieri”, in base a rapporti di forza che, pur collocandola dietro le tre potenze globali, la vedono superata nettamente dalla Germania rispetto alla quale, pur imponendosi quanto a forza militare, deve comunque “cederle il passo” in campo economico e tecnologico.

In sostanza, – afferma Gauchon – i francesi intrattengono “una relazione ossessiva con la grandeur, ma sono in terapia. Sono stati obbligati a prenderne contezza dal 1815, poiché da quella data la loro pretesa di essere il primo Paese d’Europa è stata ridimensionata, anche dopo l’illusoria vittoria del 1918”; ma anche, si può aggiungere, dopo i rovesci patiti nel corso della Seconda guerra mondiale, poi con la Guerra d’Indocina nel 1946-1954, con la disfatta del Canale di Suez nel 1956 e con la guerra d’indipendenza dell’Algeria (1954-1962).

Per via delle vicissitudini patite nel corso di quasi centocinquant’anni, la Francia ha cercato di porre rimedio all’infrangersi dei suoi sogni di grandezza cambiando l’orientamento della propria politica estera. Prima si è orientata alla costruzione del proprio impero coloniale, denominandolo pomposamente “la Francia più grande”; Parigi, però, ha poco curato la crescita delle proprie colonie, “traendone più soddisfazioni psicologiche che profitti materiali”, per cui, pur avendole consentito di alimentare l’idea di grandezza, in realtà l’impero “ha contribuito ben poco alla concretezza della grandeur”.

E’ stato questo, a parere di Gauchon, il motivo per cui alla fine il Generale De Gaulle ha perseguito l’abbandono delle colonie, preferendo dedicarsi alla cura della crescita interna della nazione, declinando la grandeur nel senso della modernizzazione dell’economia e dell’indipendenza tecnologica della nazione, per accrescere la potenza militare con lo sviluppo, in particolare, nei campi dell’informatica, dell’aeronautica e del nucleare; tutti comparti produttivi che però erano dominati dalla “rivale” potenza globale statunitense.

Dopo il fallimento della politica di potenza gaullista e la sconfitta patita sul piano economico nei confronti delle Germania, la Francia mitterandiana degli anni Ottanta ha ricuperato il senso della grandeur gaullista, riorientandola sull’attuazione del progetto europeo, attraverso cui, in un rapporto privilegiato con Berlino, perseguire gli obiettivi geostrategici globali che non le era stato possibile perseguire con l’impero coloniale. Parigi, però, secondo Gauchon, non è stata “in grado di intendersi con Berlino sul tema delle grandeur“, in quanto concetto, quest’ultimo, “con il quale il partner d’oltre Reno ha rotto nel 1945”, per i troppi brutti ricordi che il perseguimento di obiettivi di grandezza ha l’effetto di suscitare nelle mente dei tedeschi.

Oltre alla potenza materiale, un altro pilastro delle aspirazioni universalistiche della Francia è la “grandeur morale”, con cui la nazione d’oltralpe tende a difendere aggressivamente le proprie peculiarità culturali contro le specificità di altre culture chiuse, a suo parere, ai valori delle Grande Rivoluzione del 1789. Su questo punto, interessanti risultano le considerazioni critiche svolte dai ricercatori che compongono il “Groupe d’études géopolitiques” (GRG), un “think tank” che si propone di stabilire se l’Europa Unita sia meglio perseguibile attraverso il ruolo attivo degli Stati nazionali o attraverso uno Stato post-nazionale.

Baptiste Roger-Lacan, uno dei componenti del GEG, in una conversazione tenuta su “Una certa idea d’Europa” (il cui testo è stato pubblicato a cura di Sofia Scialoja su “Limes”, n. 3/2018) osserva che, usare i famosi valori del 1789, senza però chiedersi oggi in che cosa consistano è paradossale; ciò perché si manca di tenere conto che essi, nonostante siano stati utilizzati dalla Francia e dal suo esercito per dare corpo alla pretesa di emancipare i popoli che venivano colonizzati attraverso la propagazione di ideali di natura filosofica e giuridica, non hanno consentito di raggiungere alcun effetto positivo, perché, di fatto, non sono stati seguiti da un’azione militare e diplomatica vincente. Le sconfitte militari, infatti, hanno reso inefficace la pretesa civilizzatrice della Francia e inappropriato il ricorso ai valori del 1789.

Senza un grande disegno transnazionale, questi valori, a parere di Roger-Lacan, dal punto di vista di una qualsiasi politica estera di una sola nazione, non possono che risultate obsoleti e contestabili. Ciò non ostante, la Francia è ancora convinta della loro validità e, sulla loro base, di potersi dare una missione universale; missione che porta spesso il suo universalismo a risultare in contrapposizione con quello americano. Tra le due forme di universalismo, però, esistono delle differenze che si traducono in netto sfavore della Francia. Per quale ragione?

La risposta di Roger-Lacan è che ciò accade perché le due forme di universalismo hanno avuto origini diverse: da un lato, la fondazione dello Stato americano e il suo ingresso nella modernità politica sono avvenute con la dichiarazione d’indipendenza nel 1776, mentre la modernità politica francese è avvenuta alcuni anni dopo, con la dichiarazione dei diritti dell’uomo e del cittadino nel 1789. La modernità politica francese è stata “caratterizzata sin dall’inizio dall’ambizione universalistica, mentre gli Stati Uniti si sono convertiti all’universalismo soltanto dopo la Seconda guerra mondiale”; nel caso di questi ultimi, l’“esportazione” all’estero dei propri valori è stata attuata sull’ala del capitalismo e del cristianesimo, la cui funzione principale è stata la giustificazione della conquista di una posizione economica egemone globale. Per questa ragione, l’universalismo statunitense è risultato più malleabile e flessibile di quello francese; ciò ha consentito agli USA di potersi richiamare al loro universalismo “anche quando si sono mossi in senso isolazionista”.

Infatti, secondo Roger-Lacan, mentre negli USA il ridimensionamento della loro posizione egemone, non è stato vissuto come una retrocessione, nel Paese transalpino, invece, il ricordo mitizzato del passato è valso a rinforzare il trauma del declino sulla scena internazionale e della messa in discussione, da parte dei partner europei, del permanere nelle élite francesi delle ambizioni universalistiche; è proprio questo trauma, a parere di Roger-Lacan, che rimane “all’origine del risentimento francese nei confronti dell’”hyperpuissance américaine”. L’impatti negativo di tale trauma sui rapporti intercorrenti tra Francia e Stati Uniti, è provato, ad esempio, da quanto ha avuto modo di dichiarare un uomo considerato non sospetto di spinte sciovinistiche, qual è stato François Mitterrand, il quale, poco prima di morire, confessava, al giornalista George-Marc Benamou, che la “Francia non lo sa, ma noi siamo un guerra con l’America. Sì, una guerra permanente, una guerra vitale, una guerra economica, una guerra apparentemente senza morti. Sì, sono molto duri gli americani, sono voraci, vogliono un potere non condiviso sul mondo. E’ una guerra sconosciuta […] e tuttavia una guerra mortale”.

Alla palese nostalgia per la perduta grandeur non si sono certo sottratti, forse con la sola eccezione del penultimo Presidente delle Repubblica, François Holland, né Jaques Chirac, né Nicolas Sarkozy, né, Emmanuel Macron, il quale, subito dopo essersi insediato all’Eliseo, non ha tardato a ridare – afferma Gauchon – “alla funzione presidenziale la sua dignità e il suo rango”, rinnovando “le locuzioni solenni nei grandi luoghi della storia parigina”; ne è un esempio il famoso discorso del Louvre, che tanto aveva impressionato favorevolmente Jürgen Habermas, per l’impegno che Macron aveva dichiarato di voler assumere nel rilanciare, congiuntamente con gli altri Paesi, il processo languente dell’unificazione dell’Europa comunitaria.

Tutto inutile, perché in Macron il sogno fuori tempo della grandeur è tornato a prevalere, come stanno a dimostrare gli ultimi avvenimenti riguardanti la “punizione” inflitta alla Siria per l’uso di armi chimiche contro i rivoltosi. Nella fretta Macron, senza consultare gli altri Paesi europei, si è proposto all’America di Trump come unico partner credibile, nonostante la Francia sia impegnata, secondo le parole di Mitternad, in una guerra “permanete” con gli USA.

In questo modo, Macron, vittima anch’egli della sindrome della grandeur, anziché impegnarsi a dotare l’Europa di una propria identità politica e militare, ha preferito, come afferma Andrea Bonanni (su Repubblica del 17 aprile scorso) “ballare da solo”, alla ricerca di un protagonismo fuori tempo. In conclusione, se le élite politiche francesi vorranno realmente impegnarsi nella realizzazione del progetto transnazionale europeo, dovranno iniziare a liberarsi del trauma che le affligge per la perdita della passata grandezza del loro Paese; ciò, anche per convincersi definitivamente che l’attuazione di una politica estera europea compatibile con la “stazza” militare della quale la Francia dispone richiede ora un più sano realismo.

Gianfranco Sabattini

 

Il mondo spremuto da una montagna di debiti

mondo spremuto

Il debito globale è salito ininterrottamente dalla Seconda Guerra mondiale, toccando nel 2016 un nuovo picco di 164.000 miliardi di dollari, circa il 225% del pil del pianeta. Questo quadro è emerso da un nuovo documento del Fondo monetario internazionale che passa in rassegna il debito ‘lordo’ (pubblico più privato) di 190 Paesi dal 1950 ad oggi. Con qualche sorpresa, si scopre che  le economie più indebitate del mondo sono anche le più ricche.

I primi tre debitori nella classifica mondiale sono Stati Uniti, Cina e Giappone e rappresentano oltre la metà del debito globale, significativamente superiore alla loro quota di produzione globale. Al primo posto gli Usa con un debito lordo (pubblico più privato escluse le società finanziarie) a 48mila miliardi; a seguire la Cina a 25,5 mila miliardi, il Giappone a 18,2mila miliardi e la Francia a 6,7 mila miliardi. Il debito delle restanti economie avanzate complessivamente ammonta a 46,2 mila miliardi, mentre dei restanti paesi emergenti ammonta a 12,7mila miliardi.

L’approdo della Cina tra le prime posizioni è comunque uno sviluppo relativamente nuovo, con la quota del colosso asiatico nel debito globale che è salita da un livello inferiore al 3% agli inizi del millennio a oltre il 15% oggi, con l’ascesa del credito dopo la crisi finanziaria globale.

Rispetto al picco precedente del 2009, il debito globale è ora superiore del 12% rispetto al prodotto interno lordo, con un trend generale in rialzo trainato dal settore privato, che dal 1950 ad oggi ha quasi triplicato il suo debito. Ampliando la visione, emerge come il debito globale ha seguito la tendenza al rialzo quasi ininterrotta dalla Seconda guerra mondiale ad oggi. L’osservazione è stata fatta dagli analisti del Fondo monetario.

Le economie avanzate hanno dominato il panorama per quasi sei decenni, con il debito del settore privato non finanziario che ha raggiunto un picco del 170% del Pil nel 2009, mentre le economie emergenti hanno assunto un ruolo guida all’indomani del collasso di Lehman Brother, data convenzionale per indicare l’inizio della grande crisi finanziaria. Nonostante ciò il divario tra il debito del G20 e i mercati emergenti è ancora significativo, superando in media il 90% del pil. I paesi a basso reddito invece rappresentano meno dell’1% del debito globale, ben al di sotto del loro prodotto.

Inoltre, anche se la storia del debito globale è stata dominata dal settore privato, anche il debito pubblico ha svolto un ruolo importante con due fasi distinte: fino alla metà degli anni ’70 è diminuito progressivamente per effetto della crescita e dell’inflazione nelle economie avanzate, dopo ha invertito il suo corso con dinamiche diverse nei vari paesi.

In questo panorama si potrebbe dedurre che la politica economica dell’Italia, almeno fino alla fine degli anni ottanta, è stata encomiabile. In quel periodo l’Italia era diventata la quinta potenza mondiale con un debito lordo inferiore a quello di altri paesi ad economia avanzata.

Salvatore Rondello

Macron negli Usa, scontro con Trump sull’Iran

French President Emmanuel Macron and U.S. President Donald Trump react in the courtyard after a joint news conference at the Elysee Palace in Paris

Per Donald Trump, l’accordo sul nucleare iraniano resta “un disastro”. Il presidente Usa lo ha detto chiaramente accogliendo alla Casa Bianca il suo omologo francese Emmanuel Macron, al secondo giorno della sua missione americana. Una missione tra i cui obiettivi c’era, appunto, quello di convincere Washington a non abbandonare l’intesa firmata nel luglio 2015 con Teheran. Almeno per ora, la strategia dell’amicizia non sembra aver premiato il capo dell’Eliseo, secondo cui “non esistono opzioni migliori” rispetto all’accordo con l’Iran.
Il presidente francese Emmanuel Macron e moglie Brigitte sono arrivati negli Usa per la prima visita di stato ufficiale dell’era Trump. “Questo è il momento per essere forti. Siamo forti e uniti, onorando il nostro passato e guardando al futuro con fiducia e orgoglio. I nostri paesi siano sempre amici nella nobile causa della pace e della solidarietà”, ha detto il presidente degli Stati Uniti ricevendo il capo di stato francese.
Sul tavolo ovviamente la lotta al terrorismo: “Insieme Stati Uniti e Francia vinceranno, entrambi lo affrontano in varie forme nei nostri territori, in Medioriente o in Africa, ed è insieme che combatteremo la proliferazione delle armi di distruzione di massa, sia in Iran che in Corea del Nord” ha detto Macron, che ha aggiunto: “Assieme saremo in grado di resistere ai nazionalismi aggressivi, che negano la storia e dividono il mondo. Costruiremo un nuovo multilateralismo che difenda democrazia e pluralismo”.
Trump ha criticato fortemente l’accordo nucleare con l’Iran definendolo “un disastro, un accordo terribile che non avrebbe mai dovuto essere fatto”, avvertendo il paese mediorientale che “se rilancia il programma nucleare avrà grossi problemi”. Di parere diverso Macron, che ha parlato di “intesa importante, e parte di una più ampia questione di sicurezza della regione”. Sulla situazione siriana il presidente Usa ha poi ringraziato la Francia per il suo appoggio al recente raid: “Con i nostri amici britannici, Usa e Francia hanno di recente intrapreso un’azione di risposta all’uso di armi chimiche da parte del regime siriano. Voglio ringraziare personalmente Macron, l’esercito francese e il popolo francese per la loro solida parthership”.
Restano tutti i contrasti sulle politiche ambientali. I due presidenti. “Non sempre andiamo d’accordo sulle soluzioni – ha detto Macron – Bisogna però agire perché in gioco c’è il destino dei nostri figli”.

La riforma delle ferrovie blocca la Francia

treno franciaQuarto giorno di mobilitazione contro la riforma delle ferrovie in Francia. Circolano un TGV su cinque, un regionale su tre e tre Eurostar su 4. Le adesioni alla protesta sono leggermente più basse di quelle delle agitazioni della scorsa settimana: il 43% tra il personale indispensabile alla circolazione dei treni, contro il 48% delle altre due giornate di stop. Ma secondo la società delle ferrovie di stato Sncf, sciopera il 74% dei macchinisti, come nella altre giornate. È prevista la circolazione di un Tgv su cinque, un treno regionale su tre e un Intercity su sei. I sindacati definiscono “dogmatica” la riforma voluta dal governo, che secondo loro apre la strada alla privatizzazione delle ferrovie francesi. Il ministro dell’Economia, Bruno Le Maire ha detto di “non avere paura” di un movimento di lotta che, secondo lui, manifesta una “volontà di disordine”. Oltre agli scioperi dei ferrovieri in Francia sono in agitazione anche i piloti di Air France, gli studenti, gli insegnanti, gli addetti agli ospedali.

“Occorre avere attenzione per tutti – ha detto Le Maire – e rispondere alle preoccupazioni”. Nel settore ferroviario il governo vuole migliorare, efficienza, redditività e mettere fine a uno degli ultimi monopoli europei, avvicinando le ferrovie francesi agli standard europei. I sindacati protestano per il fatto che la riforma prevede di abolire lo statuto speciale per i nuovi assunti, l’apertura del servizio alla concorrenza (tra l’altro imposta dall’Unione europea e che comunque sarà adottata entro il 2019) e la trasformazione dell’azienda da società interamente pubblica a una società a capitale misto, che, dicono, apre la strada alla futura privatizzazione.

Il modello è quello delle ferrovie tedesche, già approvato da Bruxelles, che prevede una holding a capo della quale stanno le diverse società specializzate. La riforma “non è intesa a privatizzare la Sncf, non è intesa a chiudere le piccole linee, non è destinata a venire a meno allo status (della ferrovia) ma è destinata a uscire da uno status quo “che” non è più sostenibile”, ha insistito ieri il primo ministro Edouard Philippe.

Italia sempre più povera. A rischio tre italiani su dieci

povertà

C’è poco da stare allegri e molto da riflettere sull’Italia sempre più povera. La classe politica dirigente del Paese è tra i principali imputati. Lo sanno bene gli italiani che hanno preferito votare il M5S che si è presentato all’elettorato con l’immagine di candidati ‘puri e senza macchia’.

Il quadro preoccupante della ‘Povera Italia’ emerge da una analisi realizzata dall’Ufficio Studi della Cgia di Mestre.

Con tasse record in Ue e con una spesa sociale tra le più basse d’Europa, il rischio di povertà o di esclusione sociale tra il 2006 e il 2016 è aumentato di quasi 4 punti percentuali, raggiungendo il 30% della popolazione.  Le persone in difficoltà e deprivazione sono passate da 15 a 18,1 milioni. Il livello medio europeo è invece salito solo di un punto, attestandosi al 23,1 per cento: 6,9 punti in meno rispetto alla nostra media. In Francia e in Germania, invece, in questi 10 anni il rischio povertà è addirittura diminuito e attualmente presenta un livello di oltre 10 punti in meno al dato medio Italia.

A livello regionale la situazione al Sud è pesantissima (dove ci sono stati i maggiori successi del M5S). Gli ultimi dati disponibili riferiti al 2016 segnalano che il rischio povertà o di esclusione sociale sul totale della popolazione ha raggiunto il 55,6% in Sicilia, il 49,9% in Campania e il 46,7% in Calabria.

In Italia la pressione tributaria (vale a dire il peso solo di imposte, tasse e tributi sul Pil) si attesta al 29,6% (anno 2016). Tra i nostri principali paesi competitori presenti in Ue nessun altro ha registrato una quota così elevata. La Francia, ad esempio, ha un peso del 29,1%, l’Austria del 27,4%, il Regno Unito del 27,2%, i Paesi Bassi del 23,6%, la Germania del 23,4% e la Spagna del 22,1%.

Al netto della spesa pensionistica, il costo della spesa sociale sul Pil (disoccupazione, invalidità, casa, maternità, sanità, assistenza, etc.) si è attestata all’11,9%. Tra i principali paesi Ue presi in esame in questa analisi, solo la Spagna ha registrato una quota inferiore alla nostra (11,3% del Pil), anche se la pressione tributaria nel paese iberico è 7,5 punti inferiore alla nostra.

Tutti gli altri, invece, presentano una spesa nettamente superiore alla nostra. In buona sostanza siamo i più tartassati d’Europa e con un welfare “striminzito” il disagio sociale e le difficoltà economiche sono aumentate a dismisura.

Il coordinatore dell’Ufficio Studi della Cgia, Paolo Zabeo, ha commentato: “Da un punto di vista sociale il risultato ottenuto è stato drammatico: in Italia, ad esempio, la disoccupazione continua a rimanere sopra l’11 per cento, mentre prima delle crisi era al 6 per cento. Gli investimenti, inoltre, sono scesi di oltre 20 punti percentuali e il rischio povertà ed esclusione sociale ha toccato livelli allarmanti. In Sicilia, Campania e Calabria praticamente un cittadino su 2 si trova in una condizione di grave deprivazione. E nonostante i sacrifici richiesti alle famiglie e alle imprese, il nostro rapporto debito/Pil è aumentato di oltre 30 punti, attestandosi l’anno scorso al 131,6 per cento”.

In questi ultimi anni la crisi ha colpito indistintamente tutti i ceti sociali, anche se le famiglie del cosiddetto popolo delle partite Iva ha registrato, statisticamente, i risultati più preoccupanti. Il ceto medio produttivo, insomma, ha pagato più degli altri gli effetti negativi della crisi e ancora oggi fatica ad agganciare la ripresa.

Renato Mason, Segretario della Cgia di Mestre, fa notare: “A differenza dei lavoratori dipendenti quando un autonomo chiude l’attività non beneficia di alcun ammortizzatore sociale. Perso il lavoro ci si rimette in gioco e si va alla ricerca di una nuova occupazione. In questi ultimi anni, purtroppo, non è stato facile trovarne un altro: spesso l’età non più giovanissima e le difficoltà del momento hanno costituito una barriera invalicabile al reinserimento, spingendo queste persone verso impieghi completamente in nero”.

L’amara realtà descritta dalla CGIA si presenta a chi dovrà governare il Paese nel prossimo futuro. Il governo Gentiloni ha intrapreso, con il consenso della UE, tra diverse difficoltà, un percorso finalizzato ad un graduale superamento dei disagi sociali esistenti, ma agli elettori non è bastato. Adesso, quali scelte farà il nuovo governo rispetto al reddito di cittadinanza o alla riforma pensionistica ? Quale sarà il nuovo programma di governo e come si concilierà con le proposte elettorali ? Lo scenario è ancora aperto a molte possibilità, anche se, dopo l’insediamento del nuovo Parlamento, sembra molto probabile la formazione di un governo tra Centro Destra e M5S.

Salvatore Rondello