La sinistra divorata dal Movimento 5 Stelle

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Sinistra estinta o quasi. «Di quanto stiamo sprofondando?». Massimo D’Alema alla vigilia delle elezioni politiche del 4 marzo non era ottimista. Sembra che si rivolse con un certo pessimismo a un sondaggista. Andò peggio delle più buie previsioni: l’ex segretario del Pds-Ds e già presidente del Consiglio, candidato nelle liste di Liberi e Uguali, non riuscì nemmeno a farsi rieleggere nel suo tradizionale collegio del Salento ed è rimasto fuori del Parlamento.

Sinistra estinta o quasi. I risultati elettorali sono stati catastrofici per tutti: centro-sinistra, sinistra riformista, radicale e antagonista. Alle politiche c’è stata la disfatta della sinistra e del centro-sinistra travolti dal M5S (salito al 32% dei voti) e dalla Lega (oltre il 17%). È stato annientato tutto il fronte progressista. Il Pd di Matteo Renzi franò al 18,7% dei voti dal 40,8% del 2014. Liberi e Uguali, la sinistra critica di Bersani-D’Alema-Speranza-Fratoianni-Civati ottenne appena il 3,3%. La lista dei radicali di Emma Bonino spuntò il 2,5%. La sinistra antagonista di Potere al popolo incassò un impietoso 1,1%. L’alleanza tra il Psi di Riccardo Nencini, i Verdi di Angelo Bonelli e i prodiani di Giulio Santagata registrò solo un terrificante 0,60%. I centristi della Lorenzin totalizzarono un agghiacciante 0,50%.

Alcuni indicavano il rischio dell’estinzione ed è finita proprio così: la sinistra, in tutte le sue molteplici espressioni, è stata quasi cancellata. Le scissioni a catena e le divisioni sono una delle cause del disastro. Il comico Corrado Guzzanti, nei panni di monsignor Florestano Pizarro a La7 Propaganda Live, ha ironizzato: esiste «una sinistra lesionista e una autolesionista», si scindono sempre.

Ma il problema non è solo quello della frammentazione, della mancata unità. C’è anche un problema di programmi, di identità politica, di sradicamento sociale e di leadership. La sinistra ha perso il suo elettorato tradizionale, quello operaio, proletario e popolare e non ha conquistato quello moderato. Il governo di Matteo Renzi ha deluso, ha deluso il Pd fondato nel 2007 da Walter Veltroni, hanno deluso le sinistre riformiste, critiche ed antagoniste. Così i disoccupati, i precari, i lavoratori, i pensionati, gli intellettuali hanno cambiato strada: alle elezioni hanno votato per i cinquestelle di Luigi Di Maio oppure si sono astenuti. In qualche caso hanno votato perfino per la Lega di Matteo Salvini.

Sinistra estinta o quasi. A sei mesi dalle politiche la situazione non è migliorata, se possibile è peggiorata. Immigrati, lavoro, Europa, ambiente. La sinistra (come pure il centro-sinistra) è irrilevante, annientata. Non riesce nemmeno a svolgere il suo ruolo, relativamente più semplice, di opposizione, non riesce ad incidere su nulla. Non è riuscita a recuperare i suoi due pilastri storici: uguaglianza e libertà.

Sinistra estinta o quasi, divorata dai grillini. I cinquestelle, in nome dell’uguaglianza e della lotta ai privilegi hanno fatto bingo. La promessa del reddito di cittadinanza (750 euro al mese), dell’abolizione della legge Fornero sulle pensioni, della cancellazione del Jobs act, dell’azzeramento dei privilegi della “casta” (in testa i vitalizi dei parlamentari e le “pensioni d’oro”) hanno suscitato l’entusiasmo. Di Maio ha puntato e punta ad assorbire gli elettori e i militanti della sinistra. Ha martellato: il M5S sta dalla parte dei lavoratori mentre il Pd «sta da quella dei padroni». Il capo dei cinquestelle anche da ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico ha confermato: «Il reddito di cittadinanza per me è la priorità più grande».

Disoccupati, precari e poveri assistiti dalla Caritas hanno votato in massa, soprattutto al Sud, per questi accattivanti impegni. Anche se c’era e c’è scetticismo per le promesse populiste a cinquestelle, hanno votato per protesta contro il Pd e la sinistra visti come i difensori delle classi dirigenti e non più dei lavoratori. Un analogo discorso, pur con molte differenze, vale per la Lega. Gran parte dei voti per Salvini vengono dai ceti produttivi del nord, dai piccoli imprenditori e dai professionisti esasperati dalle troppe tasse e dalla burocrazia, ma il segretario leghista ha affascinato anche una parte degli elettori una volta di sinistra con i suoi slogan: via gli immigrati clandestini, la Fornero, l’austerità dell’Unione europea (in molti casi, ha dato la linea ai grillini) e avanti con il taglio delle imposte e la flat tax. Salvini, nonostante sia incappato in seri guai giudiziari, continua a salire nei consensi: secondo molti sondaggi la Lega avrebbe perfino superato i voti dei pentastellati.

Le promesse sovraniste euroscettiche, populiste di sinistra-destra dei grillini, e quelle leghiste populiste di destra e, alcune volte, di estrema destra, adesso sono alla prova verità del governo giallo-verde. Se l’esecutivo Conte-Di Maio-Salvini riuscirà a realizzare le seducenti promesse della campagna elettorale dagli alti costi finanziari avrà la strada spianata per le elezioni europee di maggio. Se non ci riuscirà le conseguenze saranno imprevedibili.

Primo articolo – Segue

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Liberi e Uguali. La sinistra cancella “sinistra” dalla lista

Il procuratore nazionale antimafia Piero Grasso a Firenze in una foto del 2010 ANSA/MAURIZIO DEGL' INNOCENTI

Il nome in politica, come nella vita, è importante: indica un programma, una identità, un profilo di società. La sinistra alla sinistra del Pd alla fine ha scelto il nome con cui presentarsi alle elezioni politiche: “Liberi e uguali”. La decisione, non scontata, è stata ufficializzata da Pietro Grasso. Il presidente del Senato ha accettato ieri, tra gli applausi dei 1.500 delegati e militanti di sinistra, di correre come candidato presidente del Consiglio: «Io ci sono, noi riaccenderemo la speranza». E ha ufficializzato la scelta del nome della lista elettorale: la battaglia sarà perché tutti «siano liberi e uguali, liberi e uguali». Così ha indicato il nome della lista elettorale, Liberi e uguali, appunto.
Le tre sinistre, che hanno proposto la candidatura a Grasso e organizzato l’assemblea all’Atlantico Live a Roma, hanno tirato un sospiro di sollievo, forse tra non troppo entusiasmo. Movimento democratico e progressista, Mdp in sigla (Speranza, Bersani, D’Alema), Sinistra italiana, acronimo Si (Fratoianni e Fassina) e Possibile (Civati), alla fine sono riusciti a trovare una soluzione in tempo utile: una manciata di mesi prima delle elezioni politiche della prossima primavera, appena 4 mesi prima del possibile appuntamento con le urne da molti atteso a marzo.
All’inizio il candidato premier prescelto era stato Giuliano Pisapia, “il federatore” come l’aveva definito Pier Luigi Bersani, alfiere di «un nuovo centrosinistra largo». Ma i tanti “no” pronunciati da Fratoianni, Fassina e Civati, hanno ostacolato la marcia dell’ex sindaco di Milano, cammino bloccato infine dallo scontro con Massimo D’Alema e dallo scoglio su una possibile alleanza con Matteo Renzi.
Di qui il ricorso alla carta di Grasso, uscito poco tempo fa dal Pd dichiarando: «Ero, e sono rimasto, un ragazzo di sinistra». Le scelte di sinistra sul lavoro, sui diritti civili, sugli immigrati, sul rinnovamento dell’Italia hanno determinato una forte sintonia. Sia l’ex magistrato, sia la sinistra radicale, sia gli ex Pd hanno contestato Renzi per la “subalternità” alle proposte sociali, economiche ed istituzionali della destra.
Così era naturale aspettarsi un nome della lista caratterizzato dalla parola sinistra o socialista, invece non è avvenuto. Sembra che la discussione su quale nome scegliere sia stata dura, ma alla fine è prevalsa la decisione di adottare Liberi e uguali.
È prevalso l’orientamento di corteggiare il ceto medio allergico alla parola sinistra e, tanto più, a quella socialista. Sulla scomparsa della parola sinistra D’Alema ha dato una spiegazione ai giornalisti:«Vogliamo rivolgerci a tutti gli italiani. Non vogliamo rinchiuderci nel recinto della sinistra». I rapporti con il Pd si profilano concorrenziali e di sfida. Renzi si è domandato «se comanderà Grasso o D’Alema». Ritiene «che un elettore di sinistra farà fatica» a votare per la sinistra radicale in un collegio perché ci sarebbe il rischio di far vincere Berlusconi e Salvini.

Anche Riccardo Nencini ha indicato il pericolo di “un danno” per “l’intero centrosinistra”. In questo modo “il rischio in alcuni collegi del Sud e del Nord per la vittoria del centrosinistra proviene da casa sua, non da fuori”, e anche in Toscana “certo non è un aiuto”. Nencini non si dice stupito del fatto che sul nuovo movimento ci sia “l’ombra” di D’Alema e Bersani ma è convinto che Liberi e Uguali non danneggerà “un tentativo che proprio questa settimana metteremo in campo, Socialisti, Verdi e Pisapia, quanto alla costruzione di una sinistra riformista alleata del Pd e non solo per le prossime elezioni politiche”.

Adesso la parola passerà agli elettori. Alle urne si vedrà quanti elettori di sinistra e progressisti delusi, Liberi e uguali riuscirà a raccogliere. D’Alema si aspetta «un risultato a due cifre». Gli ultimi sondaggi elettorali, però, danno solo il 5-6% dei voti alla lista unitaria delle tre sinistre. Il Pd, invece, sarebbe testa a testa con il M5S intorno al 25-26%, mentre il centro-destra otterrebbe il 35%. Ma da ora al voto molto potrebbe cambiare.

Rodolfo Rucco

Tra Renzi e Bersani 
il muro è invalicabile

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Piero Fassino avrebbe potuto proporre anche la Luna, ma senza alcun risultato. Non avrebbe mai potuto ricomporre la frattura con Bersani, D’Alema e Speranza. Renzi-Bersani, il muro è invalicabile. L’ex sindaco di Torino, il mediatore messo in pista da Matteo Renzi, si è scontrato con una infinita serie di “no”. Rancori personali e contrasti politici sono diventati un muro invalicabile dopo la traumatica scissione del Pd dello scorso febbraio e la fondazione del Movimento democratico progressista (Mdp in sigla).

È impossibile ricomporre i dissensi sul mercato del lavoro, sulle tasse, sulle pensioni, sulla scuola, sulla legge elettorale se viene messa in discussione la stessa identità di sinistra del Pd renziano. Sul segretario democratico pendono tre sanguinose accuse: 1) la trasformazione del Pd in un partito personale, 2) lo sradicamento delle radici di sinistra, 3) l’adozione di politiche di destra. Roberto Speranza ha motivato il “no” ad una intesa elettorale per le politiche proposta da Fassino con parole senza appello: «Io ho rotto con Renzi perché Renzi ha rotto con il suo popolo, lo ha tradito». Massimo D’Alema è stato tra i più decisi oppositori ad ogni tipo di accordo: «Tutta l’ispirazione politica renziana è contraria ai valori della sinistra». Pier Luigi Bersani ha fatto riferimento alla vecchia base elettorale: «C’è un pezzo di popolo di centrosinistra che non ne vuol sapere di Renzi e della sua arroganza».

La chiave di lettura della frattura emerge dalla famosa, strampalata ma efficace metafora bersaniana sulla “mucca” della destra entrata indisturbata nella casa del Pd. L’ex segretario democratico nel giugno del 2016 avvertì: «Chi sottovaluta le potenzialità della destra, non vede la mucca nel corridoio». A novembre dell’anno scorso rincarò: «La mucca nel corridoio sta bussando alla porta». Poi arrivò la scissione e la fondazione di Mdp come risposta alla “mucca” della destra che scorrazzava dentro la casa del Pd.

Renzi-Bersani, regna l’incomunicabilità. Fassino, nei suoi incontri per costruire un nuovo centro-sinistra, ha insistito sulla strategia di “uniti si vince”. Bersani, invece, ha replicato con “uniti si perde”, perché «abbiamo visto da tre anni che si può perdere tutte le volte».

Adesso è impossibile siglare una alleanza con Renzi, accusato di aver abbracciato i valori e i programmi della destra sul piano sociale, economico ed istituzionale. Anzi, la sinistra alla sinistra del Pd non la considera conveniente. Se l’obiettivo è raccogliere alle politiche i voti degli elettori delusi di sinistra finiti nel M5S, nell’astensione e rimasti solo con un piede nel Pd, la contrapposizione con Renzi resterà frontale.

La linea è chiara. Il 3 dicembre una assemblea nazionale a Roma di Mdp, Sinistra italiana (Fratoianni e Fassina) e Possibile (Civati) lancerebbe una lista elettorale unitaria per le politiche. Dovrebbe essere acclamato leader il presidente del Senato, Pietro Grasso, uscito recentemente dal Pd. Sei mesi fa l’obiettivo era ambizioso: raccogliere il 10-15% dei voti, ma adesso il clima non è dei migliori. I sondaggi elettorali assegnano appena il 3% dei voti a Mdp (rischia di non superare nemmeno lo sbarramento elettorale) e solo il 2% a Si, mentre Possibile non è nemmeno segnalato.

Renzi-Bersani, i ponti sono rotti. Il segretario del Pd nella riunione alla ex Stazione Leopolda di Firenze ha preso atto del ‘no’ a un’intesa: «Ci è stato detto non ci interessa e rispettiamo questa volontà». Per chi esce c’è “rispetto” e “non rancore”. Ha evitato polemiche ma si è rammaricato: «Secondo me è un’occasione persa per costruire un progetto unitario e non consegnare il Paese all’irresponsabilità». Adesso sta lavorando a un accordo con Giuliano Pisapia (Campo Progressista), Angelino Alfano (Alternativa popolare), Emma Bonino (radicali), Riccardo Nencini (socialisti), Angelo Bonelli (verdi), Lorenzo Dellai (Democrazia solidale).

Ora si corre velocemente verso le elezioni politiche della prossima primavera. Per la sinistra è arduo risalire la china e farsi strada tra concorrenti colossi. I sondaggi danno il centro-destra di Silvio Berlusconi al 35% dei voti, il M5S di Beppe Grillo al 27% e il Pd al 25%. I cinquestelle raccolgono i voti di protesta sia di destra e sia di sinistra e si ergono a campioni dell’opposizione a Renzi. Nelle elezioni politiche non sarà semplice fargli concorrenza sul piano dell’opposizione ragionata contro quella populista.

Non sarà semplice nemmeno la sfida con Renzi. La lotta sarà tra irriducibili avversari, un tempo nello stesso partito. Dopo le elezioni, molto probabilmente nessuno avrà una maggioranza per governare e si aprirà un capitolo nuovo. Bersani si è già posto il problema: «Non vince nessuno, ci si ritrova comunque in Parlamento». Tuttavia ha aggiunto: «Però non metto limiti alla Provvidenza». Renzi-Bersani, c’è un muro invalicabile, almeno per ora.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Sinistre irrilevanti
l’incubo incombe

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani

Roberto Speranza e Pier Luigi Bersani

È il momento dei sudori freddi per chi aveva scommesso sulla nascita di una sinistra alla sinistra del Pd. Sinistre irrilevanti, appare lo spettro. I sondaggi elettorali degli ultimi giorni danno risultati da incubo per le tre sinistre pronte a dare battaglia nelle politiche all’inizio del 2018. Articolo 1- Movimento Democratico e Progressista, più semplicemente Mdp (Bersani-D’Alema-Speranza), viaggerebbe attorno al 3-4% dei voti. Sinistra Italiana (Fratoianni e Fassina) oscillerebbe intorno al 2%. Campo Progressista (Pisapia) a stento potrebbe arrivare all’1%.

Sinistre irrilevanti, cresce l’allarme. Certo si tratta solo di sondaggi, molte volte si sono rivelati sbagliati. Ma possono indicare una tendenza. La delusione è forte. Da quando a febbraio Bersani, D’Alema e Speranza, dicendo addio al Pd, hanno fondato il Mdp, la corsa è diventata sempre più difficile. Il progetto iniziale di raccogliere il 10-15% dei voti, recuperando consensi dal M5S e dal bacino dell’astensione, si va sempre di più appannando.

Non va meglio a Sinistra Italiana che stazionerebbe attorno al 2% dei voti: meno del 3,2% ottenuto nel 2013 quando si chiamava ancora Sel, prima di accogliere uomini usciti dal Pd come Stefano Fassina. Infine Campo Progressista fondato pochi mesi fa da Giuliano Pisapia fatica a raggiungere l’1%. Per ora stentano a vedersi i successi ottenuti cinque anni fa a Milano quando trionfò come sindaco di un centro-sinistra unito.

E qui sta il problema centrale. Le tre sinistre sono divise tra di loro e anche al loro interno sul tema cruciale del rapporto con Matteo Renzi. Solo Pisapia, a certe condizioni (se ci saranno delle primarie di coalizione per scegliere il candidato premier), è pronto ad allearsi con il segretario democratico: lo vuole sfidare ma non si considera alternativo. Gli altri, nella stragrande maggioranza, neppure vogliono sentire parlare di un’intesa, anche solo elettorale, con l’ex presidente del Consiglio.

Dopo la scissione, punteggiata da scambi di accuse pesanti sul piano politico e personale, è difficile riaprire il dialogo nella variegata famiglia del centro-sinistra. A Renzi gli scissionisti hanno rimproverato l’”arroganza”, di essere “un uomo solo al comando”, la “deriva di centro” o “di destra” nella politica economica e sociale. Il segretario del Pd li ha accusati di fomentare le divisioni per “odio” verso di lui o per l’impostazione di “una sinistra conservatrice”. Massimo D’Alema ha detto no ad ogni tipo di alleanza perché «Renzi alla sinistra è totalmente estraneo».

Frammentazioni, sinistre irrilevanti. Le distanze sono forti, quasi siderali. I contrasti sono difficilmente colmabili sia secondo Renzi sia secondo le tre sinistre lanciate in un difficile progetto di riunificazione. Sia il primo sia gli altri vogliono combattere le aumentate disuguaglianze sociali e realizzare una politica espansiva per combattere la disoccupazione e aiutare la ripresa economica. Tutti vogliono mettere in piedi una forza di governo e non di opposizione, ma gli strumenti che vogliono utilizzare sono diversi.

C’è anche una quarta sinistra radicale emersa a giugno, quando si riunì al Teatro Brancaccio a Roma, di questa però si sono perse le tracce. In quella assemblea romana Anna Falcone e Tomaso Montanari attaccarono sia Renzi sia le tre sinistre tradizionali, delineando un programma di scelte sociali, economiche ed istituzionali intransigenti. Tuttavia non c’è stato un seguito a quella iniziativa.

Sinistre irrilevanti sì o no? La domanda drammatica ritorna martellante: esiste uno spazio alla sinistra del Pd? Oppure le sinistre sono condannate ad una micro presenza di tipo residuale. Bersani non si rassegna. L’ex segretario del Partito democratico prima ha invocato “un nuovo Prodi” e poi ha indicato Pisapia come l’uomo giusto per dare vita a un nuovo centro-sinistra perché «è perfettamente in grado di fare il federatore».

Già, il federatore. Gran parte delle sinistre contesta a Pisapia proprio la capacità di essere “un federatore”. La partita è aperta e tutta da giocare. Gira anche il nome di Pietro Grasso come possibile leader di Mdp se la candidatura di Pisapia dovesse naufragare. Il presidente del Senato è stato molto applaudito alla Festa dei bersaniani. Si candiderà alle elezioni e con chi? La risposta di Grasso è elusiva: «Il mio futuro non lo conosco».

Certo è difficile immaginare un centro-sinistra senza il Pd, il partito al quale i sondaggi attribuiscono il 27-28% dei voti, in lotta con il M5S per essere la maggiore forza politica italiana e con il centro-destra in fase di rilancio che cerca di ricostruire la sua unità.

Sinistre irrilevanti votate alla sconfitta? Bersani ha indicato il pericolo di una terribile disfatta della sinistra. Dopo la sconfitta dei socialdemocratici e della sinistra radicale in Germania ha commentato: la sinistra in Italia rischia di fare «la fine del coniglio davanti al leone». È una delle sue simpatiche metafore per farsi capire meglio.

Certo in Germania Spd e Die Linke hanno perso, però complessivamente hanno ottenuto il 30% dei voti mentre in Italia le sinistre rischiano percentuali microscopiche, irrilevanti. C’è perfino il pericolo di non riuscire ad entrare in Parlamento. Strana sorte sarebbe per D’Alema sempre sulle barricate contro una sinistra minoritaria.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

La sinistra di Roma
contro la sinistra di Milano

Si predica l’unità e si pratica lo scontro. La sinistra di Roma contro la sinistra di Milano. La fotografia delle due sinistre è emersa con forza sabato primo luglio. La sinistra di Renzi contro quella di Pisapia-Bersani. A Milano si è riunita la sinistra renziana, a Roma quella antirenziana.

Ad aprire il match è stato in mattinata Matteo Renzi, seduto tra Maurizio Martina e Matteo Orfini, due ex Ds suoi decisi sostenitori nel Pd. All’assemblea nazionale dei circoli democratici nel capoluogo lombardo ha fatto un discorso tutto all’attacco: «Sono pronto a ragionare con tutti, ad ascoltare chiunque, ma sui temi del futuro dell’Italia non ci fermiamo davanti a nessuno». I suoi strali sono rivolti soprattutto a chi ha lasciato il Pd: Bersani, D’Alema, Speranza, Fassina, Civati (gli ex esponenti della sinistra del partito che avevano votato “no” al referendum sulla riforma costituzionale del suo governo). Ma non risparmia nemmeno Giuliano Pisapia, con il quale era in sintonia, che pure aveva incoraggiato a creare Campo progressista, una nuova aggregazione di forze di centrosinistra.

Il segretario del Pd ed ex presidente del Consiglio vinse trionfalmente le elezioni europee del 2014 con il 40,08% dei voti, ma poi ha perso le altre competizioni elettorali (comunali del 2016 e di giugno 2017, referendum costituzionale del 4 dicembre). E sono cominciati i guai. È scattata una serie di scissioni a catena.

Adesso pesano le accuse della sinistra di Roma di essere il responsabile delle sconfitte del centrosinistra e i ‘no’ a una ricandidatura alla presidenza del Consiglio in nome di una “forte discontinuità” politica. Il segretario dei democratici sprona i suoi a Milano: «Non è un attacco contro di me, ma è un attacco contro il Pd. Ma così attaccano l’unica diga che c’è in Italia contro i populisti». Basta con lo sguardo rivolto al “passato” e con la “nostalgia” di ciò che è stato. Conclusione svolta davanti alla sinistra di Milano: fuori del Pd «non c’è la rivoluzione socialista, marxista, leninista» ma «la sconfitta della sinistra» e la vittoria del M5S e della Lega Nord.

Il discorso meno teso della sinistra di Roma verso Renzi lo fa Pisapia. L’ex sindaco di Milano lancia “Insieme”, parlando a Roma in piazza Santi Apostoli, un tempo la piazza dei comizi di Romano Prodi e dell’Ulivo. È un inno all’unità: «Uscire dai problemi da soli è avarizia, assieme è politica. Da soli non si va da nessuna parte». Lo slogan della manifestazione è: «Nessuno è escluso».

Sono presenti Bersani, D’Alema, Speranza (Mdp). Civati (Possibile), Fratoianni e Fassina (Sinistra Italiana), Bonelli (Verdi), Tabacci (Centro democratico), i redattori dell’”Unità” che ha chiuso i battenti. Delinea il traguardo: «Oggi nasce la nuova casa comune del centrosinistra. Senza dimenticare il passato, ma radicalmente innovativo». Insiste sulla necessità di superare i laceranti contrasti: «Non c’è altra strada insieme. L’altra strada della divisione, di non essere ancorati a principi rischia di dare il nostro Paese alla destra, al populismo, alla demagogia». Ma insieme con Renzi è un’impresa difficile: c’è una “mancanza di autocritica”, anche dopo “la sonora sconfitta” nelle elezioni comunali di giugno.

Chi attacca frontalmente Renzi a piazza Santi Apostoli, applaudito dai militanti, è Bersani. L’ex segretario democratico chiede una «radicale discontinuità» e «non per rancore, nostalgia, antipatia ma perché abbiamo un pensiero radicalmente diverso». Boccia la gestione leaderista del partito e le scelte politiche del governo soprattutto sul lavoro. Usa parole pesanti come pietre: «Basta camarille, gigli magici, arroganza. Non se ne può più».

La sinistra di Roma e la sinistra di Milano parlano lingue diverse, le distanze aumentano, viaggiano ormai in rotta di collisione. È difficile immaginare, per ora, una collaborazione. Sarà arduo, forse impossibile costruire una intesa elettorale per le politiche.

Rodolfo Ruocco
(Sfogliaroma)

Nencini: a Bari per celebrare i 125 anni di socialismo

Nencini“Chiamiamolo Nuovo Ulivo, chiamiamolo Campo del centrosinistra, chiamiamolo come ci pare, ma una coalizione che tenga insieme i simili è ormai assolutamente necessaria”. Ne è convinto Riccardo Nencini, segretario del Psi e viceministro delle Infrastrutture. “Che Fratoianni dica no a Renzi non mi stupisce – afferma Nencini in un’intervista al Mattino – Che lo dica Bersani, con la sua storia di ex presidente della Regione Emilia-Romagna, di ex ministro, di ex candidato premier del centrosinistra, mi sembra di sicuro la cosa più incomprensibile della politica italiana”. Dalle amministrative arriva l’indicazione che “il centrosinistra ha una forza elettorale che non può essere sacrificata per le nostre beghe interne. È chiaro che senza il Pd non può esistere il centrosinistra, ma è altrettanto vero che il centrosinistra non può essere rappresentato soltanto dal Pd”, osserva Nencini. “Non si può immaginare, da parte dei democrat, un partito degasperiano che come nel ’48 sia autonomo nella sua maggioritaria capacità di consenso. Lo stato del Paese non ci dà questa lettura. La coalizione è necessaria. Poi – conclude Nencini – è naturale che non qualsiasi coalizione vada bene. Pisapia certamente va coinvolto, certa sinistra radicale certamente no”. Il segretario del Psi ha poi annunciato l’appuntamento di Bari dove il 30 giugno e 1 luglio “celebriamo i 125 anni del socialismo italiano. E’ una buona occasione per riunire i protagonisti di una storia di libertà che ha reso l’Italia più civile. Ed è un’ottima opportunità per raccogliere compagne e compagni che hanno fatto scelte diverse. Forza, le porte sono spalancate”. E parlando del centrodestra aggiunge: “Non è fantapolitica, ma tra grillini e Lega è in corso una marcia di avvicinamento. Non approderà ad accordi prima delle elezioni ma attenzione al dopo. Su Europa, Euro e migranti troppi punti in comune”.

Passata la sbornia delle elezioni subito dopo l’accantonamento della riforma elettorale, i toni si placano e si può tornare a ragionare su come rivedere il centrosinistra in vista della fine della legislatura prevista per il prossimo anno. Tra i nomi che circolano nel dibattito di questi giorni è tornato di Romano Prodi: l’ideatore dell’Ulivo e poi dell’Unione che aveva alla base la convinzione di costruire una coalizione vasta come unico modo per portate il centrosinistra alla vittoria. E Prodi ha vinto due volte. Nel 1996 e dieci anni dopo nel 2006.

“L’ipotesi di dialogo con D’Alema è negata dalla realtà”, dice Matteo Renzi. “Serve un centrosinistra largo, nessuno escluso” ribatte Giuliano Pisapia. Si può stare tutti insieme, insiste l’ex sindaco di Milano, con riferimento al nome del nuovo soggetto della sinistra che terrà a battesimo il prossimo primo luglio. Magari con Romano Prodi a fare da federatore. Renzi guarda invece ora ai ballottaggi delle comunali, ad alto tasso di incertezza: dopo il “pareggio” del primo turno saranno, afferma, una sfida ai “rigori” con il centrodestra. “Se Prodi fosse disponibile a candidarsi a Palazzo Chigi – ha detto Giuliano Pisapia a ‘diMartedì’ – ci metterei la firma, però mi sembra che lui non sia disponibile”. Non si è fatta attendere la risposta di Prodi: “Io sono un pensionato, anzi, un felice pensionato”.